LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => AUTRICI e OPINIONISTE. => Discussione aperta da: Admin - Luglio 02, 2007, 05:01:59 pm



Titolo: BARBARA SPINELLI -
Inserito da: Admin - Luglio 02, 2007, 05:01:59 pm
2/7/2007
 
Non fateci sognare
 
BARBARA SPINELLI
 
Molti si aspettavano che Walter Veltroni, il giorno in cui si è candidato ufficialmente alla guida del partito democratico, usasse di frequente e con fervore la parola: «sogno». È una parola che i politici del Novecento hanno usato spesso, e per la verità non solo quando si predisponevano a conquistare il potere: fu sogno anche quello di Martin Luther King, che non aspirava alla conquista della Casa Bianca ma all’uguaglianza di diritti fra bianchi e neri. Chi si aspettava un Veltroni sognante è stato deluso, e forse è proprio qui la forza segreta del sindaco di Roma: forse è in questo suo accostarsi al carpe diem di Orazio, che afferra il giorno presente e risponde alle domande del giorno presente, sapendo che ci sono speranze che i politici dilatano ad arte senza crederci, senza avere i mezzi della città ideale che descrivono, senza sapere che sogni e speranze sono fiamme che accendono ma anche inceneriscono, che possono esser usate per edificare ma anche per sedurre i creduli.

In un articolo scritto poco prima del discorso di Veltroni al Lingotto, il 24 giugno su la Repubblica, Ilvo Diamanti ha scritto qualcosa di profondo e fine, che il sindaco probabilmente ha letto: «Non prometta di smuovere le montagne, né di volare insieme oltre l’orizzonte. E non ci faccia sognare. Gli scettici, come me, oggi, si accontentano di molto meno. Ci basta non provare disgusto a ogni risveglio».

E’come se Veltroni avesse inteso il messaggio e infatti prima di andare a Torino ha detto: «Questo non è il momento dei sogni ma delle risposte concrete». In fondo è qui la novità che oggi si chiede al politico: che smetta l’abitudine ad affastellare una gran quantità di parole promettenti ma ingannevoli; che tagli le ali ai sogni che non hanno rapporto con i fatti e la realtà. Che sogni con serietà, semmai, alla maniera di Martin Luther King: per dire il mondo che non c’è ancora ma che s’impone, e non il mondo che gli servirà da trono di cartapesta o da strumento d’una carriera. Questo discernere fra sogni si chiede al politico, e non perché la nostra epoca si sia fatta cinica ma forse perché si è fatta più desiderosa di verità. È aperta al sogno se esso migliora la realtà rendendone manifeste le incongruenze, lo respinge se la realtà è del tutto spenta dal sogno. Poiché ci sono due modi di sognare, come ci sono due diverse utopie. C’è il sogno che fugge dalla realtà, troppo disgustosa o troppo costrittiva, e poco si preoccupa - se si preoccupa - di vincoli come lo spazio, il tempo, i costi.

E c’è il sogno profetico, che osserva la realtà con spietata acutezza e la scorge più chiara dietro le apparenze. Questo secondo sogno non ignora il reale (è il caso dell’Unione europea) ma lo disvela denunciandone la menzogna e l’errore.

I tempi che abbiamo alle spalle sono stati colmi del primo sogno, e assai poveri del secondo. Sono stati colmi di sogni che in realtà erano illusioni, autoinganni. L’Italia degli Anni Novanta è stata immersa in simile chimera - la chimera di un Mondo Nuovo e Pulito, nato dai miasmi della Prima Repubblica - e il più grande venditore di sogni speciosi è stato Silvio Berlusconi, già due volte presidente del Consiglio oberato da un ben poco pulito conflitto d’interessi. Le immagini redentrici che proponeva erano rosee e azzurre, mimetizzate com’erano con la pubblicità televisiva e gli spettacoli di Mediaset. L’Italia veniva descritta come un’impresa o una squadra di calcio: relativamente facile da maneggiare, tutta compatta dietro il leader, e governata senza opposizione perché i consigli di amministrazione non vivono, come in democrazia, all’ombra di un’alternanza già pronta. Nell’azzurro irreale di quel paesaggio non si sarebbero pagate più tasse, tutti avrebbero vinto chissà quale campionato e al tempo stesso avrebbero ottenuto servizi pubblici molto più eccellenti che in passato: il gelato caldo era a portata di mano, e non c’è da stupirsi se poi s’è diffuso il disgusto (perché quando il gelato si scalda che resta del gelato?).

Sogni di questo tipo sono proposti da chi manipola l’incanto e la seduzione. Da chi vive nell’immaginario - sociale o politico - dimenticando quel che Malebranche e Pascal dicono dell’immaginazione: che è fonte di follie, e in particolare di quella follia che si coltiva nel chiuso delle pareti domestiche (la folle du logis, la folle dell’appartamento: così Malebranche chiama l’immaginazione, e così viene chiamata la televisione dei nostri tempi dai saggisti Jean-Louis Missika e Dominique Wolton). Allo stesso modo, è stato sogno la grande offensiva di Bush contro il terrorismo, presentata come esportazione facile della democrazia e lotta interminabile («di più generazioni») del Bene contro il Male: un sogno naufragato in Iraq, in Afghanistan, a Gaza. Un sogno che non ha dato i risultati che prometteva - la sicurezza - per il semplice fatto che probabilmente era l’esatto contrario che si voleva ottenere: quell’affannosa insicurezza e quella paura che facilitano il comando sugli uomini. Anche Ségolène Royal ha a suo modo sognato: impedendo al socialismo francese di rinnovarsi veramente, la candidata sembrava convinta che l’elettore avrebbe visto del nuovo e del vero nell’apparizione di una donna travestita da seducente Giovanna d’Arco. Sogni simili cominciano con l’esultanza e finiscono col secernere prima malcontento, poi disillusione, infine cinismo. Già è accaduto con le utopie del secolo scorso: dei sogni non era restato che un potere fondato sulla paura. Il cinismo non supera questo tipo di sogno ma ne è la perversione. «Facci sognare!»: dice il cinico post utopico fantasticando la conquista d’una banca, e di fatto continua a dimenticare che la politica ha doveri precisi, quando propone un sogno: deve tenere la parola, deve avere il coraggio di spiegare il prezzo delle cose, deve pensare il bene comune e non il bene di un gruppo o una classe. La politica deve liberarsi dal sonno dogmatico che consiste nell’agire senza rapporto con l’esperienza. Deve preoccuparsi della solvibilità, che è la capacità di pagare il debito che si contrae.

Ma la politica è anche proposta di sogni che valgono, che durano, che non si limitano a fotografare la realtà dell’istante o la realtà di ieri. Fu sogno veridico quando Martin Luther King spiegò come fosse possibile, e necessaria perché la società non si frantumasse, una convivenza civile fra neri e bianchi d’America. Infatti disse: «I have a dream now», non «ho un sogno domani».

Introdurre il principio di realtà lì dove non regna che l’illusione è il modo per salvare l’immaginazione non insidiata da follia e dunque l’orizzonte di cui abbiamo pur sempre bisogno. L’esperienza di Martin Luther King mostra che scetticismo e carpe diem non sono le sole soluzioni, e che anch’essi vanno giudicati con diffidenza quando dal privato si passa alla politica. Lo scettico disilluso fatica a divenire vero sognatore a occhi aperti, dunque profeta che descrive i mali e propone il farmaco per curarli. Fatica a riconoscere la capacità che a volte solo il sognatore possiede, e che raramente è segno distintivo del cosiddetto pragmatico: la capacità di guardare lontano, di pensare la propria generazione e anche le prossime, di vedere soprattutto il falso e l’illusorio che indossa le vesti della realtà stessa. È falsa realtà lo Stato nazione, è illusione e follia casalinga la sua piena e assoluta sovranità.

Neppure la potenza americana è completamente sovrana, in grado di governare da sola il proprio destino e di influenzare da sola il mondo. È invece sogno realistico il progetto di un’Europa unita, oggi spesso descritta come utopia votata a fallire come altre utopie. In realtà è l’unica utopia che abbia un rapporto col vero, perché nasce non da una fuga ma da una scoperta della realtà. Così come preparare un futuro abitabile dai nostri figli e nipoti è l’unica utopia realistica, essendo a portata di mano. Abbandonare questi sogni è vero cinismo, disillusione, ossia prigionia nell’illusione di ieri.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI Il miasma di Weimar
Inserito da: Admin - Luglio 15, 2007, 12:51:57 pm
15/7/2007
 
Il miasma di Weimar
 
BARBARA SPINELLI

 
Difficile dire come mai quel che ultimamente vediamo sui telegiornali pubblici e privati non ci impressioni più di tanto. Accade ogni sera, ed è ormai pane quotidiano della politica, dell'informazione.

Il capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, gesticola su un pulpito nel mezzo d'una piazza e dichiara morto il governo definendolo illegittimo, figlio di brogli, erede di criminose ideologie defunte. Fa un comizio dopo l'altro davanti a folle enormi che lo osannano, come se fossimo nel cuore infiammato di una campagna elettorale. Probabilmente l'evento non ci impressiona perché siamo abituati al controsenso eretto a sistema. Perché la cultura dell'instabilità che avevamo riguardo a inflazione e moneta s'è trasferita nella politica. Perché la storia a noi dice poco, e le instabilità nostre non ci ricordano instabilità - come quella di Weimar - che altrove rimangono un’ossessione.

Se fossimo visitatori stranieri, quel che succede ci riempirebbe di stupore, d'incredulità. Infatti non siamo in mezzo a una competizione elettorale, il Parlamento non è sciolto, il governo sta governando a fatica ma governa. Berlusconi è solo, a gesticolare sui podi di Napoli o Lucca. Non ha rivali, come usa nelle campagne elettorali: oggi per i rivali è tempo di governo, non di comizi e conquista del potere. Lo straniero avrebbe non poche ragioni per domandarsi se per caso l'Italia non stia deragliando. Se non stia scostandosi da quel principio essenziale della ragione che è il principio di non contraddizione. Non si può al tempo stesso dire che l'uomo è animale bipede e il contrario: «niente simultaneamente può essere e non essere», insegna Aristotele.

Invece da noi no. C'è chi governa da oltre un anno e c'è chi fa finta che no, e agisce come se al comando non ci fossero che ombre usurpatrici o immaginarie. È menzogna illusionista, ma Berlusconi ha il talento di trasformare le menzogne in verità condivise dai più. Con tale dote suscita poteri opposti a quelli legali sino a farli apparire e renderli reali: poteri delle piazze, dei sondaggi, dei media, di corpi separati dallo Stato appunto come a Weimar. Per capire come fa, bisogna mettersi nelle vesti dell'osservatore straniero - condividere la sua capacità di stupirsi, d'interrogarsi - e cercare di penetrare lo speciale potere di persuasione esercitato dal leader dell'opposizione.

È un potere ben conosciuto da chi ha studiato la potenza delle masse, della pubblicità, della propaganda. Già nel 1895, quando scrisse la Psicologia delle folle, Gustave Le Bon - medico di formazione - indicò i tre ingredienti del fascino sprigionato dal meneur des foules, dal trascinatore di folle: l'affermazione che non tollera confutazioni anche se falsa; la ripetizione ininterrotta dell'affermazione; il contagio. Tutti ingredienti presenti nell'agire di Berlusconi, che per prosperare non possono fare a meno di una permanente campagna elettorale, fondata su un vuoto o un passaggio di poteri ingannevoli. Dice Le Bon: i trascinatori «tendono a rimpiazzare progressivamente i poteri pubblici a misura che questi sono messi in discussione e s'indeboliscono». I poteri pubblici non sono solo indeboliti: Berlusconi li dà per morti.

Ma il controsenso non nasce solo dalla discordanza fra governo e conquista del potere. Anche se fossimo in campagna elettorale, l'osservatore straniero si stupirebbe parecchio. Innanzitutto per la violenza, inaudita, che emana dalle folle aizzate (venerdì, a Napoli, Berlusconi ha incitato ad agire un «esercito delle libertà»). Poi per offese che altrove son tabù. Se la folla urla oscenità contro Prodi, Berlusconi non la frena ma la sprona: «Siete lievemente rozzi ma efficaci». Come in Elias Canetti, la ferocia distruttiva degenera in muta animale, se lusingata.

Le Bon spiega come il trascinatore sia a sua volta un trascinato: può esserlo da un'idea fissa e da dottrine nazionaliste, socialiste, o da entrambi. Nel caso di Berlusconi accade l'inedito: la folla, solitamente non mossa da interesse privato (è il singolo ad avere interessi personali) innalza la rivendicazione particolare a interesse collettivo. Nella Psicologia delle folle questa possibilità è contemplata: il capopopolo può essere motivato da privati interessi.

La piazza che un tempo era cruciale per l'ipnotizzatore delle masse è oggi la televisione, oltre alla stampa. Anche su di loro, dunque, s'esercita la triplice potenza dell'affermazione, della ripetizione, del contagio. Anch'esse scambiano per verità l'immagine incantatoria d'una competizione elettorale incessante, d'un governo inesistente, comportandosi spesso come poteri che dall'esterno indeboliscono l'autorità pubblica. Più di un anno è passato dalle legislative, e i notiziari tv non son cambiati. In teoria c'è differenza tra Rai e reti private, di Berlusconi. In realtà, il leader di mercato è tuttora Mediaset e Mediaset dà lo standard, come se non ci fosse stata alternanza: in televisione come in altri corpi dello Stato il governo è di Prodi ma il potere resta di Berlusconi (non pochi suoi uomini d'altronde sono oggi consiglieri ministeriali). Se il governo passa una legge con il voto di un senatore a vita, la televisione lo presenta come patologia (inutile ricordare che anche Berlusconi s'avvalse dei senatori non eletti: il 18 maggio '94 il suo governo ottenne la fiducia per un solo voto, grazie ai senatori a vita Agnelli, Cossiga, Leone).

Vorremmo citare il Tg1, e in particolare il notiziario di venerdì sul voto al Senato della riforma della giustizia. La cosiddetta pratica del panino resta immutata: il tg apre con dichiarazioni di Castelli della Lega, di Fini e Matteoli di An, di Schifani di Forza Italia (12,47 minuti). Seguono Finocchiaro, Salvi e Mastella, della maggioranza (38 secondi). Chiude il comizio di Berlusconi a Lucca (1 minuto). È la normalità, non un'eccezione: la Rai si ritiene obbligata a offrire lo stesso prodotto del concorrente. Obbligata da chi? Da un istinto fortemente legato al contagio. Nulla è più contagioso della menzogna e dell'immagine chimerica, conclude Le Bon: «Le folle non hanno mai sete di verità. Deificano l'errore. Chiunque le disillude tende a divenire loro vittima».

Il contagio per definizione trasmette l'infezione a tutti, compresi i sani e la città intera: infetta l'opposizione e i suoi tifosi, ma anche sindacati e esponenti della maggioranza. Esponenti d'estrema sinistra che impediscono al governo di decidere. Esponenti di centro che prospettano - come Rutelli - coalizioni alternative senza dire che qualsiasi alternativa, per necessità numerica, includerà i berlusconiani. È l'imperio del miasma, che nella Grecia antica è una misteriosa esalazione che s'espande a causa d'una colpa o un male banalizzato. Il male è quell'interesse personale trasfigurato in interesse collettivo, unito alla convinzione che il governo legale abbia tradito la nazione con pugnalate alla schiena e di conseguenza non sia legittimo.

Esattamente come a Weimar sono tanti a esserne contaminati, nonostante l'oggi non sia mai identico a ieri. Ma il presente può somigliargli, anche se i colpevoli non sono quelli evocati da Ostellino sul Corriere di ieri. Non furono i socialdemocratici a sovvertire Weimar ma i comunisti e i corpi separati (esercito, Freikorps). Oggi come allora, comunisti e destre rivoluzionarie sono di fatto alleate, prigioniere del medesimo miasma. A Weimar l'alleanza fu evidente. A partire dal '28 i comunisti seguono Stalin, scelgono i socialdemocratici come nemico primario, e nonostante cronici scontri con milizie hitleriane concordano azioni eversive con i nazional-socialisti: referendum contro il governo socialdemocratico in Prussia (1931); comuni mozioni di censura (1932 contro von Papen); sciopero di trasporti e picchettaggi congiunti (autunno '32); mozione comunista, appoggiata da Hitler, contro il rilancio economico di von Papen (dicembre '32); mozione che scioglie il Parlamento nel '32.

L'abitudine al controsenso minaccia anche il rimedio alla distruttività delle folle, che Le Bon individua nell'esperienza. Ma l'esperienza agisce assai lentamente: «Solo se vien fatta su larga scala e ripetutamente». Non ne basta una, come credeva Montanelli, e sovente l'esperienza d'una generazione non vale per le successive. Non basta sapere che Berlusconi ha esorbitanti conflitti d'interesse ed è stato indagato più volte, se c'è miasma e il privato interesse viene deificato. Se c'è miasma Berlusconi appare come vittima immacolata, anche se assolta con formule dubitative e colpevole di numerosi reati prescritti. Effetto del miasma è che non se ne tiene conto. Che i fatti vengono sottratti alla vista, come scrive Marco Travaglio. L'impunità è quel che consente alla folla di inferocirsi senza rischiar nulla, osserva Le Bon. Mimetizzandosi con essa, Berlusconi molto freddamente ne profitta.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI -
Inserito da: Admin - Novembre 18, 2007, 06:34:45 pm
18/11/2007 (8:13) - L'INCHIESTA

Le nuove piaghe della Chiesa

Il "dopo Ruini" fa i conti con la secolarizzazione e con una democrazia malata

BARBARA SPINELLI


Questa domenica, in un rito celebrato a Novara, sarà proclamato beato Antonio Rosmini, uomo della Chiesa e del Risorgimento, filosofo cristiano e laico convinto, autore di un libro che nel 1849 fu messo all’indice perché indicava le Cinque Piaghe della Santa Chiesa e denunciava con dure parole l’immistione tra potere civile e religioso. Dicono che seppe della condanna mentre scriveva il Commento al Vangelo di Giovanni, e la notizia non lo turbò. Appena un anno prima, Pio IX voleva nominarlo segretario di Stato.

«Rimase fermo al suo posto, nel testo non c’è traccia di quel che gli successe», mi dice Bruno Forte, il teologo e arcivescovo di Chieti che una volta ha detto di sé: «Sono un mendicante del cielo, come sognava Jacques Maritain. Sono un uomo che ha un orecchio incollato alla terra per coglierne le germinazioni nascoste e un orecchio in ascolto del cielo. Vivo la fatica di coniugare questi due ascolti». L’episodio di Rosmini che ascolta imperturbato la condanna e sembra avere anche lui due modi di ascoltare e di dire ­ uno veemente che accusa, l’altro che umile si ritrae ­ non semplifica l’esplorazione di quel che oggi è la Chiesa italiana.

Ogni organizzazione umana sperimenta i dilemmi, ma nella Chiesa la complexio oppositorum è qualcosa di più: è condizione esistenziale, segreta molla di un durare millenario. Non è semplice, per un laico non vaticanista, raccontare una Chiesa che poche generazioni orsono condannò Rosmini e oggi lo beatifica, che negli stessi anni sospese a divinis padre Curci, fondatore della rivista gesuita Civiltà cattolica, e adesso venera chi prima difese il potere temporale e poi considerò provvidenziale perderlo. Quel che nel magistero è rigido domani può addolcirsi, quel che è ai margini diverrà forse centrale. È poi c’è, negli uomini di Chiesa, la questione eterna della parresia: fin dove avventurarsi, nell’esprimere liberamente ciò in cui si crede? Come coniugare due imperativi santi come verità e obbedienza? Per questo, nell’inchiesta breve cui mi accingo, non citerò tutti i rappresentanti della gerarchia con cui ho parlato. Ho preferito ascoltare la loro parola libera ­ la parresia ­ rispettando l’anonimato. Inoltre restringerò l’esplorazione, perché si può dire poco in qualche articolo.

Parlerò dunque di come viene percepita, nella Chiesa, la crisi di un cattolicesimo che è alle prese, tuttora, con la scomparsa della Dc.
Un cammino difficilissimo è cominciato da allora, complicato da una società ormai multireligiosa, multiculturale. La Chiesa che ho incontrato alla vigilia della beatificazione di Rosmini è incerta, in piena transizione. Parla molto, ma è anche afasica. Impossibile afferrarla come monolito: a dispetto degli sforzi compiuti da due Pontefici per renderla compatta, non c’è una Chiesa, una gerarchia, una voce che la rispecchi. Neppure sull’etica c’è un’opinione unica, nonostante la morale (i valori non negoziabili) sia vissuta come bussola dei rapporti con lo Stato nell’epoca intranquilla del dopo-Dc. Soprattutto, non c’è un’unica analisi dell’influenza cattolica sulla politica, e la società. L’unica cosa sicura è lo spazio enorme occupato dal tema della laicità: tutti ne sono tormentati, come non accadeva da decenni. Il fervore con cui se ne discute (per contestare un’ingerenza che si concentra oggi su etica della nascita, della famiglia, della morte, o per negare che di ingerenza si tratti) fa pensare ai torbidi dell’800, che in questi giorni saranno rievocati.

La laicità, nessuno degli uomini di Chiesa sa dirmi quel che ne pensa, senza aggiungere aggettivi che la stemperano fino a invalidarla: la laicità deve esser sana, si precisa, citando un aggettivo che fu di Pio XII. Comunque non deve essere laicismo, questo male impetuosamente indicato ma di rado spiegato. Eppure la distinzione è semplice: a differenza della laicità, il laicismo non è un metodo ma un’ideologia, che santifica lo Stato e nega che il cristianesimo abbia dimensioni sociali oltre che private. Ma non è il laicismo che spiace alle gerarchie, bensì il metodo rigoroso nel separare Stato e Chiesa. Indispone l’indifferenza e la non confessionalità dello Stato democratico, tacciate ambedue di relativismo. In fondo, i critici della laicità hanno nostalgia di uno Stato etico, che somiglia pochissimo allo Stato minimo cui anelava Rosmini. Non stupisce l’alleanza che vede uniti in questa sete ideologica vescovi conservatori e teo-con di destra o sinistra.

Son pochi, coloro che sanno spiegare il versetto di Matteo 22,21: quel «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» che determina il rapporto cristianesimo-Stato nella storia d’Europa. «La formula è in realtà una scatola vuota», mi dice Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale: «perché nessuno può dire cosa si debba dare a Cesare e cosa alla Chiesa». Perché per secoli gli esegeti hanno ritenuto che la distinzione evangelica «implichi la superiorità del versante riservato a Dio (cioè alla Chiesa) su quello riservato a Cesare», scrive in un libro illuminante Giovanni Miccoli (In difesa della Fede - La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli). La vera questione irrisolta, spiega Miccoli, è chi abbia «la competenza delle competenze»: chi decida quel che spetta all’uno o all’altro. Bruno Forte preferisce parlare di «senso dello Stato», più che di laicità. Ma neanche questa parola chiarifica. Se la Chiesa antepone la sua verità sul diritto naturale e il bene morale alle leggi del Parlamento, è chiaro che sarà lei a dire come lo Stato deve legiferare su questioni etiche. Inevitabilmente ci sarà ingerenza anziché separazione costituzionale fra Stato e religione.

L’uomo della Chiesa più discusso, nelle conversazioni che ho avuto, è Camillo Ruini: presidente della Conferenza episcopale fino al marzo scorso, ancor oggi presente nella Cei come vicario del Pontefice per la città di Roma. Per alcuni è la persona forte che ha pilotato la Chiesa nel dopo-Dc. Nominato da Giovanni Paolo II, Ruini appare vincente, grazie al peso abnorme che da anni gli attribuiscono i media: ogni suo detto ha l’audience riservata agli statisti. Lui stesso sembra compiacersene. Il 5 novembre, presentando a Milano due suoi libri, ha commentato: «È vero. Sono stato e sono un animale politico». E lo storico Galli della Loggia ha glossato: «La Chiesa ha sempre fatto politica. Non può non fare politica».

Nel mio viaggio nella Chiesa ho avuto un'impressione ben più complessa. La Chiesa ha fatto sempre politica, ma sono molti oggi a esser convinti che la via debba essere un’altra, che di nuovo il magistero sia minacciato da una corruzione non finanziaria ma mentale: che il cattolicesimo farebbe bene a de-politicizzarsi radicalmente, come consigliato dallo studioso Jan Assmann che denuncia un’epoca dove i monoteismi non son più oppio ma dinamite dei popoli (Non avrai altro Dio, Mulino). Sono molti a desiderare che i sacerdoti parlino non politicamente, ma profeticamente. La Chiesa non si identifica oggi con Ruini: né quella sacerdotale, né quella dei fedeli. Chi non condivide la politicizzazione il più delle volte tace, ma il dissenso è diffuso (l’80 per cento dei vescovi disapprova il cardinale). «I costi pastorali della politica di Ruini sono stati enormi»: questa la frase ricorrente che sento. Alcuni certo lo difendono. Altri ricordano che sono i due ultimi Papi ad aver voluto l'arroccamento istituzionale. I più sperano nell’uscita dalla Cei del cardinale. Con speranza guardano a Bagnasco, che oggi guida la Cei: l’arcivescovo di Genova non osteggia il predecessore ma sta distanziandosi dalla politica. Si occupa più di attività pastorale, con il consenso di tanti.

Tutto sta a vedere cosa sia vittoria e cosa sconfitta, per la Chiesa. E se il potere di Ruini generi autorevolezza. Il cardinale è convinto di sì, lo ha detto con qualche trionfalismo a Aldo Cazzullo, il 4 novembre sul Corriere della Sera. Che la sua strategia sia vincente sarebbe attestato dal referendum del 2005 sulla procreazione artificiale, quando prescrisse l’astensione perché mancasse il quorum, e vinse. Questo spiega il suo odierno appagamento: «Il nostro impegno è stato coronato dal successo, per giunta più largo del previsto. Penso, forse in modo un poco malizioso, che quel che più ha disturbato sia stato proprio questo (...) Constato che quando l’impegno non è coronato da successo, quando la Chiesa "perde" (...) tutto fila liscio. Nel caso contrario (...) riprendono vigore le croniche accuse di interventismo». Colpito, l’intervistatore constata la «riconquista quasi gramsciana dell’egemonia cattolica sulla società».

Alla Compagnia di Gesù simili appagamenti sono sgraditi: ottenere il fallimento del referendum non fu vera vittoria, proprio perché fece credere nella perfetta coincidenza tra potere e autorevolezza. L’occasione non fu usata per dire pensieri forti, ma per sommare, furbescamente, l’astensionismo cattolico con il vasto astensionismo non confessionale. Alla rivista Il Regno raccolgo opinioni simili: la riconquista della Chiesa fu autoinganno, la quota di astensioni mobilitata da Ruini non superò il 10-12 per cento. Qui è uno dei costi della Chiesa politicizzata: qui una sua piaga. È la piaga di un magistero che perde autorità, proprio mentre accumula potere. Che si trasforma in lobby, scriveva lo storico Pietro Scoppola. Che si getta nella politica alla stregua d’un partito: mortale come tutti i partiti, episodicamente cruciale come tutti i partiti, dipendente dall’audience come tutti i partiti. Partecipe a pieno titolo della democrazia malata che pretende di combattere.

(1-continua)


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le nuove piaghe della Chiesa (2)
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2007, 03:32:37 pm
22/11/2007

La Chiesa e le tentazioni del dopo-Dc
 
Unità politica o ispirazione etica

La fermezza di Benedetto XVI

BARBARA SPINELLI


Nonostante le numerose critiche che le vengono rivolte, la Chiesa in Italia appare a un primo sguardo sicura di sé, animata da certezze intense su questioni che per molti non sono così certe. Appariva tale anche nei ventisette anni trascorsi sotto la guida di Giovanni Paolo II, ma Benedetto XVI trasmette un'immagine di sé ancora più ferma, nitida. È la diligente impalcatura dottrinale che crea quest'impressione di saldezza: i valori etici su cui il magistero non vuol negoziare sembrano moltiplicarsi, irrigidirsi. Dedito soprattutto a insegnare, concentrato sulla teologia, il Papa tedesco ha qualcosa di dimesso e tanto più granitico, imperturbato.

Sul punto più critico della laicità - quello dei comportamenti morali che secondo la Chiesa appartengono alla sfera dei diritti naturali e divini, non negoziabili perché su essi lo Stato non può legiferare - le opinioni dei due Pontefici coincidono. Ma Giovanni Paolo II aveva un modo speciale di accordare sapienza e «dotta ignoranza». Gianfranco Brunelli, direttore della rivista Il Regno, lo evoca così: «Egli aveva una visione politica del papato, fortemente calata nella storia e dunque in grado di modificare e adattare le risposte della Chiesa. C'era in lui la convinzione che il cristianesimo non può fare a meno della dimensione orizzontale e organizzativa, ma che non può perdere - pena smarrire se stesso - la verticalità dell'annuncio e della profezia. Egli non scelse mai univocamente tra istituzione e annuncio, cercò di tenere assieme per così dire i due contrari e questo metodo aperto, meno evidente nel suo successore, più capace di una propria prospettiva teologica, fu benefico per la Chiesa e l'Italia».

Tanta inflessibilità non nasce tuttavia solo da sicurezza, come tutte le inflessibilità. È una forza che impressiona e trascina ma scaturisce da un pessimismo che in Benedetto XVI è profondo, e sul quale più volte viene richiamata la mia attenzione. I miei interlocutori mi parlano di vere angosce (alcuni usano la parola ossessioni) che non riguardano solo l'Italia: angoscia di una possibile uscita del cristianesimo dall'Europa, angoscia di una perdita d'autorità, di una caduta nell'irrilevanza. Il disagio nel rapporto Stato-Chiesa, simultaneo in due paesi anticamente cattolici come Spagna e Italia, dilaterebbe questo stato d'animo. Non sono dimenticabili le parole terribili che il cardinale Ratzinger scrisse per Giovanni Paolo II nel 2005, in occasione della Via Crucis: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! (...) Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli!».

È il motivo per cui credo che quello che l'occhio percepisce oggi guardando la Chiesa - l'insistere del Pontefice sulle «confusioni» dello spirito postconciliare, gli arretramenti su questioni controverse come la liturgia e il dialogo ecumenico con le chiese protestanti, le pressioni sullo Stato italiano perché non legiferi su alcune questioni etiche - sia solo una parte della sua verità. L'altra parte è il mal-essere in cui la Chiesa si trova, la fatica di trovare una strada che l'aiuti a distendere i rapporti con la politica, che combini di nuovo il potere con l'autorevolezza, che nel caso italiano trasformi la diaspora del dopo-Dc in un'occasione di ripresa e non di sfiducia.

Da Mani Pulite
Giacché questo è il trauma che affligge gli uomini di Chiesa in Italia. Mani Pulite e la nascita del bipolarismo sono eventi ormai scontati per chi fa politica e la commenta, ma per il mondo ecclesiastico la ferita è attualissima e non rimarginata. La Chiesa è nel mezzo del cammino di guarigione, se ci sarà guarigione, e lo sta percorrendo senza certezze granitiche e con sforzi non subito visibili. Ho potuto constatarlo parlando con chi è ansioso di cercare l'itinerario giusto, e imboccarlo.

Tutto cominciò nei tempi torbidi che l'Italia conobbe prima che apparisse Tangentopoli: tempi torbidi perché la Dc era stata una presenza rassicurante, e stava ora tramontando. Il partito cattolico rappresentava la Chiesa, e questo le dava libertà di movimento e anche una certa indifferenza al ruvido quotidiano della politica. Era una formazione che aveva la giusta dose di attenzione agli interessi ecclesiastici ma che era ben attenta a fissare limiti laici fermi, e al tempo stesso affidabili, prevedibili. Non erano mancati scontri duri, che avevano visto contrapporsi la Chiesa e grandi democristiani come Sturzo o De Gasperi. Ma la complessità del legame oltre a essere una garanzia semplificava l'esistenza ecclesiastica. La crisi venne quando quest'architettura si sfaldò, e fu allora che iniziò il travaglio.

L'appuntamento decisivo avvenne prima che la Dc scomparisse. Era il 1985, e a Loreto si riunì un convegno ecclesiale per discutere il rapporto futuro con la politica in Italia. La Chiesa si divise, e inizialmente non furono i riformatori a vincere. Era un'epoca di personalità forti nelle gerarchie: Anastasio Ballestrero guidava la Conferenza episcopale, Carlo Maria Martini ebbe il compito di presiedere il Convegno, e il primo relatore era Bruno Forte, oggi Arcivescovo di Chieti-Vasto. Viva e diffusa era la consapevolezza che una nuova epoca dovesse aprirsi: l'era della diaspora politica del cattolicesimo italiano, contrassegnata dalla decisione di «non dare più a nessuno deleghe in bianco». Veniva riconosciuto come compito urgente della Chiesa quello di divenire una coscienza vigile in un mondo sempre più complesso, decisa a servire il bene comune ma non più schierata. Questo significava autorizzare la diaspora del cattolicesimo, non puntare più sulla sua unità politica, accettarne la disseminazione in partiti anche contrapposti. Ad unire i cattolici non doveva più essere l'appartenenza partitica, ma l'ispirazione spirituale, etica. Su questa posizione erano profondamente d'accordo moltissimi Vescovi, a cominciare dai cardinali Martini, Ballestrero e Pappalardo, ma in un primo tempo non fu la loro linea che passò.

Erano contrari a essa i nostalgici del rapporto con la Dc che aveva dato tanta sicurezza, è vero, ma nel quale gli innovatori vedevano uno schema ormai imprigionante. Nel discorso che Giovanni Paolo II fece a Loreto sembrò che tra lui e i nostalgici ci fosse un'intesa di fondo, e la cosa non era stupefacente: il Papa aveva vissuto in Polonia le tribolazioni di uno scontro frontale tra potere ecclesiastico e potere politico, che non consentiva diaspore e scelte più spirituali. Tuttavia la sua libertà interiore era grande, e il Pontefice rimeditò i discorsi ascoltati. Dieci anni dopo, al Convegno Ecclesiale di Palermo del 23 Novembre '95, anch'egli prendeva le distanze dal collateralismo che aveva caratterizzato gli anni della Dc, e incoraggiava il formarsi di una diaspora politica del cattolicesimo: «La Chiesa - disse - non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l'una o per l'altra soluzione istituzionale o costituzionale, che sia rispettosa dell'autentica democrazia». Era un sì alla diaspora politica, non a una diaspora etica: «Ciò nulla ha a che fare con una "diaspora" culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede, o anche con una loro facile adesione a forze politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa sulla persona e sul rispetto della vita umana, sulla famiglia, sulla libertà scolastica, la solidarietà, la promozione della giustizia e della pace. E' più che mai necessario, dunque, educarsi ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale, ma anche comunitario, che consenta ai fratelli di fede, pur collocati in diverse formazioni politiche, di dialogare, aiutandosi reciprocamente a operare in lineare coerenza con i comuni valori professati».

Il gioco dei partiti
L'itinerario della nuova vita in diaspora non è concluso, né è scontato il vero rinnovamento. I nostalgici hanno il loro peso e le loro convinzioni, e questo li ha spinti negli anni scorsi ad appoggiare il centro-destra e Berlusconi, pensando di poter suscitare un nuovo referente politico. Il giudizio spesso duro espresso contro Prodi è frutto da queste convinzioni: in particolare quando il capo del centro-sinistra, in nome di un cristianesimo adulto, si pronunciò contro la scelta astensionista della Conferenza episcopale, nel referendum del 2005 sulla procreazione assistita. Il termine impiegato - cristiano adulto - fu biasimato. Ma Prodi non inventava nulla: la parola era stata usata già nel '65, ai tempi del Concilio Vaticano II. La costituzione pastorale Gaudium et Spes parla del «bisogno dei popoli di esercitare la loro libertà in modo più adulto e personale», e prospetta la «testimonianza di una fede viva e adulta, (...) opportunamente formata a riconoscere in maniera lucida le difficoltà e capace di superarle».

La diaspora tuttavia ha le sue insidie, le sue asperità. Prima insidia: la Chiesa può sentirsi invogliata a far politica in prima persona, intervenendo troppo pesantemente sul terreno dell'etica come se questo fosse un terreno che le è esclusivamente riservato. Come se in materia di nascita, morte, famiglia, uso della scienza, fosse lei a decidere quale sia l'interpretazione dell'articolo 7 della Costituzione, e cioè quel che spetta allo Stato e alla Chiesa (come se avesse lei «la competenza delle competenze», scrive lo storico Giovanni Miccoli nel libro In Difesa della Fede). Seconda insidia: il peso condizionante dei mezzi di comunicazione può trasformarsi in macigno, costringendo la Chiesa a mostrarsi sistematicamente molto più compatta e rigida di quel che in effetti è. Terza insidia: la Chiesa può sentirsi invogliata a non cercare una sintesi tra diverse culture, aprendo un dialogo diretto con la società e rivolgendosi prioritariamente ad essa, ma a imboccare la vecchia strada della sintesi ai vertici: tra politici e Chiesa, partiti e Chiesa, Stato e Chiesa. Sarebbe un ricadere nel passato, ma senza più reti di sicurezza. Sarebbe un conquistare potere, non autorità.

(2 - continua)

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il medioevo globale di Sarko
Inserito da: Admin - Dicembre 06, 2007, 11:59:34 am
6/12/2007 (7:19) - INCHIESTA

Il medioevo globale di Sarko

La sfida del presidente francese

BARBARA SPINELLI
PARIGI


Per ogni paese come per ogni persona esiste un luogo comune che pretende di descriverlo con brevità apodittica. Anche per la Francia ce n'è uno, che non muore: è un paese dove lo Stato è ipertrofico, e i conservatorismi tenaci. È un paese che rifiuta le riforme, schiavo d'illusioni, incapace di calcoli razionali. Negli stereotipi c'è sempre una parte di verità e il linguaggio politico francese lo testimonia: parole come competitività o liberalismo sono maneggiate con orrore, quasi scottassero. Ed è vero che le parole hanno un immenso potere: una rosa non avrebbe più il profumo che ha se smettesse di chiamarsi rosa, e si può capire la riluttanza a dar nomi nuovi al mondo abitato. In realtà i francesi sono riluttanti perché il mondo già è mutato attorno a essi, profondamente.

È da vent'anni che ha cessato di essere la «douce France» che Charles Trenet cantava nel '43. Mitterrand tentò faustianamente d'immobilizzare la bellezza dell'attimo, e nell'81 propose nei propri manifesti elettorali un villaggio col campanile, una nazione «cullata in tenera spensieratezza» come nei versi di Trenet. Era un ennesimo stereotipo, ingannevole come quello che oggi descrive un popolo cui ripugnano le riforme. In parte ripugnano, certo, ma non perché il tempo si sia fermato. Già da anni la Francia non è più dolce ma affaticata dalla competitività, dal lavoro precario, da uno Stato sociale rattrappito. Il profumo della rosa già s'è perso e per questo forse si esita a dirlo. Sarkozy lo dice, questa è la novità. Ma quando promette rivoluzioni non si sa quale paese abbia in mente: se quello degli stereotipi o quello già provato dalle mutazioni. Naturalmente sono molte le riforme che il paese ancora dovrà fare, e il problema oggi è come completare la mutazione senza frammentare ancor più una società trasformatasi da tempo in arcipelago di individui e gruppi litigiosi. Il nuovo presidente vuol rompere, ma non è chiaro se voglia anche ricucire. Chiaro è invece il suo desiderio di esser presente e decisivo su ciascuno dei fronti: uomo forte che negozia a tu per tu con gli scontenti. Può darsi che il metodo funzioni, ma per il momento sembra rafforzare il sempre meno governabile, meno prevedibile arcipelago. Giuliane Malaurie, direttore del Nouvel Observateur, ritiene che quasi tutte le riforme annunciate s'impongano ma che l'approdo sarà duro: «Andiamo verso un apartheid sociale, con gente che sta dentro i propri fortilizi e gente che, minacciosa, s'assiepa fuori e guata con invidia o risentimento chi riesce a ripararsi». È come se questi fortilizi fossero castelli medievali, cui si accede solo se i proprietari si degnano d'azionare il ponte levatoio: «Ci sono insider e outsider, non una società che tiene tutti assieme». Sarkozy ripete che la delinquenza è delinquenza, che è irresponsabile cercare le ragioni sociali del delinquere. Ma non per questo le ragioni vengono meno e una delle ragioni è la vita di outsider: in un paese che da più di due secoli venera la triade libertà-uguaglianza-fraternità è inevitabile che l'escluso chieda di esser riconosciuto come parte della società. C'è anche questa verità nelle periferie violente.

Sarkozy prova di volta in volta a spiegarsi di persona. Ma così facendo è come se dicesse: tra me e voi non c'è nulla. Il nulla è dinamite, mette paura. Quando le società si frantumano succede infatti questo: ogni frammento si concentra sul proprio bottino, vede solo un pezzetto di realtà, non si preoccupa che la società nella sua interezza funzioni e viva. È la metafora dello specchio infranto, spesso illustrata da Eugenio Scalfari. Lo specchio italiano è infranto ma anche quello francese - lo si vede negli ultimi tumulti - e perversamente apparenta insider a outsider. Ambedue sembrano giunti alla conclusione che il bene comune sia un'idea superata: per l'insider un fastidio, per l'outsider un inganno. Ambedue reagiscono con bellicose posture. L'indagine sulle origini del male, la medicazione preventiva: sono attività giudicate inani, quando svanisce la società e al suo posto s'insedia l'ircocervo in cui s'accoppiano società naturale e società manageriale. Nel nuovo organismo tutte le caste anelano a un riparo e una sola è offerta in olocausto: la casta dei politici. A che pro una politica che curi le radici? Meglio, quando si è alle prese con le banlieues, strappare il dente piuttosto che curarlo, sguinzagliare poliziotti piuttosto che riconoscere un disastro antico e smettere di considerarlo naturale. In realtà è un disastro in buona parte fabbricato: dall'incuria, dalla scomparsa della polizia di prossimità, dalla rinuncia a scommettere sulle associazioni di quartiere. «I facinorosi in periferia non hanno bisogno di poliziotti che giochino a pallone coi ragazzi», ha detto Sarkozy. Un buon senso spicciolo cui la sinistra risponde con istupidita, muta desolazione. D'altronde i soldi non ci sono: «Lo Stato è in fallimento», dice il premier Fillon. Dunque Sarkozy s'espone, garantisce personalmente che lo Stato c'è: lo Stato è la polizia e sopra la polizia c'è lui, detto l'iper-presidente. Gli esperti in violenza urbana sostengono che proprio questo accentua le tensioni: quest'assenza di intermediari tra outsider e forze d'ordine. Un rapporto della Corte dei Conti denuncia il «fallimento della politica urbana negli ultimi cinque anni», constata che i crediti promessi non arrivano, che lo Stato è «assente, incostante».

Il quarto rapporto dell'Osservatorio delle zone urbane sensibili (14 novembre) constata che «ancora non si è riusciti a reintrodurre la Repubblica nei quartieri e i quartieri nella Repubblica», come promesso nella legge del 2003. Ben poco hanno insegnato, se mai hanno insegnato qualcosa, i tumulti del 2005. Lo slogan favorito è tolleranza zero: crimine e disordine sono banditi dal centro-città. Ma l'isola quieta è possibile perché l'illegalità è spostata più in là, non più visibile all'insider. Dentro c'è tolleranza zero, fuori tolleranza 100. Dentro si vive in concorrenza, si apprende il precariato. Fuori s'apposta chi ha talmente interiorizzato i valori di mobilità da considerare l'immobilità una dannazione, un declassamento. Lo stesso Sarkozy prefigura, nella sua politica del corpo, la società che si privatizza sminuzzandosi. Il massimo rappresentante della Repubblica diventa il deputato di una parte: quella che rifiuta l'immobilità, e dunque sprezza chi all'immobilità è condannato. Un'immagine del 6 novembre scorso illustra questo mutato rapporto fra cittadini e Stato, che il Presidente incarna: Sarkozy visita la cittadina portuale di Guilvinec, per incontrare i pescatori in sciopero. Da una finestra qualcuno gli lancia un insulto pesante. Il capo dello Stato si blocca, s'inarca, e dando del tu al provocatore gli risponde per le rime: «Vuoi scender giù, che ti faccio vedere?». Ecco, lo Stato si comporta come un qualsiasi individuo, che a forza di gomiti e grida si arma della legge del più forte. In società siffatte non c'è più rappresentanza sopra le parti, che unifichi i contrasti. Il capo dello Stato si fa parziale, proteiforme: diventa un suscitatore di tensioni, di invidie.

L'episodio di Guilvinec impressiona perché è la copia esatta di Zidane che replica all'insulto di Materazzi con un primordiale colpo di testa: con un dente strappato, non medicato. Il sociologo Emmanuel Todd evoca l'Italia: «Ai tempi di Berlusconi gli italiani avevano almeno il Presidente Ciampi: era lui a incarnare la dimensione simbolica dello Stato, della nazione». Sarkozy non ha un Ciampi sopra di sé: il suo contatto diretto con il popolo è rude e non necessariamente segno di forza. Non è neppure autentica forza l'apertura alle sinistre. Guillaume Malaurie mi dice che le sinistre sono non solo afasiche ma stanno dimostrando una triste verità: «Non hanno nulla da dire, quando lo Stato è senza soldi». È convinto che esistano ottime persone, tra chi è passato a Sarkozy. Un esempio è Martin Hirsch, ex presidente della comunità Emmaus, alto commissario per la solidarietà: «Dovevo aspettare che vincessero le sinistre per venire in aiuto ai poveri?», ha chiesto dopo la nomina. Resta la natura disgregatrice dell'apertura di Sarkozy: «Il suo è un comportamento predatorio, non edificatore. Deruba personalità, non fa nascere nuove sintesi». La sinistra, da parte sua, non sa riaccendersi e anch'essa non vede che schegge di realtà: «Credeva che i francesi volessero tempo libero al posto di potere d'acquisto e si è sbagliata - continua Malaurie -. Crede che Sarkozy sia Thatcher e non scorge la sua abilità negoziatrice e la sua duplice vocazione liberista e nazional-populista». Sono due vocazioni presenti nel governo, e nessuna ancora prevale. La vocazione liberale è impersonata da consiglieri come Isabelle Mignon e il segretario generale dell'Eliseo Claude Guéant. Ma non meno influente è Henri Guaino, protezionista e anti-europeo. Guaino ama citare il giudizio di Stalin sul Vaticano, quando sente parlare dei vincoli di Bruxelles: «L'Europa? Quante divisioni ha?». Nelle periferie già si vede, questa vita francese così simile alla società naturale di Hobbes: «vita solitaria, povera, incattivita, brutale e breve». Sembra di stare a Gaza: stessi colori bluastri nei giorni delle sommosse, di fiamme e di sangue. Stessi volti su cui è stampato l'odio per uno Stato non più ritenuto legittimo.

I facinorosi son pochi ma sono i soli che «parlano»: coi fucili. Sparano sulla polizia, quindi sullo Stato. Incendiano di preferenza le biblioteche. La biblioteca Louis-Jouvet è stata distrutta nella notte fra il 26 e il 27 novembre, a Villiers-le-Bel, e aveva questo di particolare: l'iscrizione annua costava 2 euro, l'accesso era gratuito ai giovani fino ai 18 anni. Bruciare biblioteche è un'automutilazione, scrive il reporter Tonino Serafini su Libération. C'è chi in banlieue si suicida così. Non sono terroristi e neppure stranieri. I kamikaze sono in casa, ma è come se stessero fuori perché la casa comune non c'è più. La Questione Sociale, data per morta, può rinascere anche così.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Ragioni e miserie della sinistra
Inserito da: Admin - Dicembre 09, 2007, 04:51:37 pm
9/12/2007
 
Ragioni e miserie della sinistra
 
BARBARA SPINELLI

 
Si può capire la passione che affligge le sinistre radicali, impegnate a governare con Prodi da un anno e mezzo. Dentro di sé sentono accumularsi delusione, scoraggiamento, e un senso d’inutilità che s’espande e le umilia. Fausto Bertinotti ha dato voce a questo stato d’animo nell’intervista a Massimo Giannini su la Repubblica del 4 dicembre, e per questo suo dire è stato criticato. Curando l’interesse d’un partito invece di stare sopra le parti come s’addice a chi presiede la Camera, ha dato ragione all’ultimo rapporto del Censis: il senso dello Stato e delle istituzioni si sta disfacendo in Italia, al suo posto abbiamo poltiglia, mucillagine, e i miasmi contaminano anche i politici. Ma questa sregolatezza istituzionale, questa temeraria decisione di esporsi come leader di Rifondazione anziché obbedire alla laica neutralità della funzione hanno una sostanza che non si può ignorare.

In ogni passione c’è un patire, e le sinistre radicali che da ieri sono riunite a Roma per creare il nuovo partito Sinistra-L’arcobaleno soffrono più di altri gli squarci inferti alla coalizione ogni giorno. Hanno l’impressione sempre più intensa di servire solo come numeri per fare maggioranza, e nessun individuo né gruppo può alla lunga credere in se stesso se viene adoperato come mezzo, peggio come numero. Hanno l’impressione di non contare affatto per quel che sono, che fanno. Hanno l’impressione che esista un estremismo del centro, nell’Unione, che è il vero affossatore di Prodi e che però viene lusingato. Ha cominciato il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, l’1 novembre in un editoriale, a porre l’eretica domanda: «Perché restiamo in questo governo?». Sono tante le cose - e non solo l’equilibrio dei conti - che le sinistre radicali son chiamate ad accettare affinché il governo non perda Mastella o Di Pietro, Dini o la Binetti. Sono troppe, se si pensa che Veltroni, leader del Partito democratico, continua a tacere sulle alleanze future. Che il governo non ha neppure osato misure simboliche come i Dico o la chiusura della base a Vicenza. Che il Senato venerdì ha vacillato non a causa delle sinistre ma perché Paola Binetti s’è rifiutata di introdurre - nella legge sulla sicurezza - una normativa che penalizzi, come imposto dall’Unione europea, comportamenti razzisti e omofobi.

Dicono che la signora Binetti abbia opposto il suo No perché voleva testimoniare la propria fede. Perché non ha ammesso che la «sua coscienza venisse strangolata». Sono parole forti, rumorose, e imprecise. Opporsi a una norma che vieta la discriminazione dei diversi testimonia di che, sempre che il testimoniare cristiano abbia il senso classico? Accettarla, strangola in che modo una coscienza fedele a Gesù? Ci sono gesti centristi che a forza d’esagerare son divenuti banali, e accolti come un nobile credo che nessuno tuttavia discerne: anche quando nascondono opportunistiche manovre. Che questo indigni la sinistra radicale non sorprende. Indigna chiunque sappia che cos’è una coscienza strangolata e, nel cristianesimo, un testimone-martire.

C’è un passaggio nell’intervista di Bertinotti che chiarisce forse alcune cose. È quando dice che per far prosperare la sinistra radicale «devi vivere nello spazio grande e nel tempo lungo». Non ti puoi aggrappare a piccolezze, e se intuisci un incendio non puoi neppure rispettare le servitù della carica che ricopri. Lo spazio grande cui pensa Bertinotti è quello del mondo, del caos e delle giustizie che lo assediano. Ed è lo spazio dell’Europa, dove si sta rafforzando una sinistra refrattaria al declino dello Stato sociale. È probabile, se si guarda a tali spazi e tempi, che il calcolo del presidente della Camera non sia vano. La sinistra in cui crede è data per agonizzante, ma nei paesi travagliati da mondializzazione e precariato non pare avere il futuro alle spalle: pare averlo davanti a sé. Il pessimismo sociale e esistenziale che spesso la caratterizza - sulle ingiustizie inflitte agli esclusi, sull’internazionalizzazione senza regole, sul clima (l’Italia è il quinto inquinatore mondiale, prima di Russia e Usa) - ha una nuova plausibilità. Questa sinistra sta crescendo in Germania, in Francia. Il nuovo partito fondato nel giugno scorso a Berlino (Die Linke, La Sinistra, fonde gli ex comunisti dell’Est e i dissidenti socialdemocratici di Oskar Lafontaine) sta raccogliendo inaspettati successi. È forza di governo a Schwerin, Magdeburg, Berlino. Ha avuto risultati eccellenti a Brema. Con il 20 per cento nei sondaggi, oggi è al terzo posto dopo democristiani e socialdemocratici.

Anche in Francia la sinistra radicale è in crescita, dopo la sconfitta di Ségolène Royal alle presidenziali. Olivier Besancenot, il giovane impiegato postale che guida la Lega comunista rivoluzionaria, progetta una fusione alla tedesca e 40 francesi su cento chiedono in un sondaggio che abbia «più influenza nella politica nazionale»: la stessa cifra di Ségolène.

Quel che unisce tali forze è la Questione Sociale, che sembrava un relitto dell’Ottocento-Novecento e invece fa di nuovo apparizione. Le sfide non sono quelle di ieri, i mezzi toccherà reinventarli, ma le iniquità non sono meno dolorose: lavoro precario, spese sanitarie esorbitanti per i deboli, impoverimento degli anziani, stragi di lavoratori in fabbriche obsolete come quella avvenuta a Torino, prezzi alimentari sempre più alti da quando Cina e India consumano di più, il clima distrugge sul nascere i raccolti, e l’energia si fa rara e costosa. Sono questioni sociali anche queste, sempre che si voglia guardare, dietro poltiglie e mucillagini, le persone come vivono e sperano.

Le sinistre radicali vedono tutto questo, ma senza lucidità su se stesse, sulla necessaria reinvenzione dei mezzi, perfino sui pericoli. Senza intuire che i nuovi dilemmi resteranno anche in Italia irrisolti, se non muteranno dottrine, metodi, e la memoria di quel che la sinistra estrema ha fatto nell’ultimo decennio. Essa ha di fronte a sé una conflittualità ravvivata, è vero, ma l’astrattezza con cui si ripromette di affrontarla ha qualcosa di profondamente autodistruttivo, di ancestralmente miserabilista. È astratto in primo luogo lo sguardo sulle alternative a Prodi: è per evitare l’errore compiuto nel ‘98 che Rifondazione ha deciso di andare al governo nel 2006, e quel che rischia è di ripetere la colpa e di offrire di nuovo l’Italia a Berlusconi. La Questione Sociale magari s’inasprirà: ma ne approfitteranno gli apparati della Cosa Rossa, almeno nell’immediato, non i cittadini. È astratto in secondo luogo perché molte delle cose chieste da questa sinistra sono solo in apparenza giuste: se i soldi vanno tutti a poche categorie molto garantite, nulla resterà per i veri poveri e emarginati. Lafontaine mente, quando proclama che la restaurazione tale e quale dello Stato sociale «è solo questione di buona volontà», e in Italia questo ormai lo si sa. Indagando sui conflitti francesi mi è stato detto che «la sinistra non ha futuro quando lo Stato non ha soldi», e una risposta a questa sfida ancora non esiste.

È infine astratto lo sguardo sulla propria pratica di governo: non è vero che le sinistre radicali non abbiano ottenuto nulla. Il poco ottenuto, esse hanno tendenza a non valutarlo, a non esserne mai fiere. Non rendono giustizia a se stesse, pensando che il non ottenuto pesi infinitamente di più. Il fatto è che non volevano solo il ritiro dall’Iraq, ma anche il rientro dall’Afghanistan e la chiusura della base di Vicenza. Non volevano solo l’inizio di ridistribuzione e le prime misure per i precari, che Prodi ha assicurato. Volevano tutto e subito, come d’altronde vogliono tutto e subito anche certi riformisti. Il popolo di sinistra non avrebbe strappato queste misure se al governo non avesse avuto propri rappresentanti. Ma poco importa: chi nell’azione è pessimista vede solo l’impopolarità, lo scacco. Non a caso Bertinotti tace i progressi, non dice che senza le sue truppe avremmo più razzismo e meno senso della misura con gli immigrati. Non dice che se mai vi sarà un'indagine parlamentare sulla «macelleria messicana» del G-8 di Genova, lo si dovrà alla presenza nel governo di Rifondazione e dei comunisti.

Ma soprattutto, Bertinotti e Sansonetti non dicono che il successo dei radicali di sinistra, in Germania e Francia, è dovuto al fatto che non governano, al loro essere tribuni che trascinano ma non possono fare vere promesse, perché promettere vuol dire agire, e agire si può solo assumendosi l’onere del governare. La sinistra alternativa in Italia non è l’ultima e la più sfortunata in Europa, ma la più coraggiosa e l’unica in grado di offrire risultati, sia pur parziali. In Germania la Linke sa che un giorno dovrà governare con la socialdemocrazia, pena la caduta nell'irrilevanza: è significativo che ne siano convinti soprattutto gli ex comunisti di Lothar Bisky, più che il socialdemocratico Lafontaine.

L’esperienza italiana oltre a esser unica è all’avanguardia in Europa. Per la prima volta una sinistra antagonista e marxista abbandona il pulpito del tribuno disinteressato ma irresponsabile. Non smette di dire che la lotta continua, e infatti continua. Guadagna un poco, non il tutto annunciato e promesso: solo un partito unico può il Tutto, malamente. Se apprezza la democrazia, essa dovrà puntare a coalizioni, a compromessi, a conversioni mentali e linguistiche non solo formali. Non potrà fare a meno di interiorizzare quel che Prodi ha detto il 6 dicembre: «Gli aggiustamenti e il risanamento sì, ma i miracoli non li so fare».

Sansonetti si pone la domanda fondamentale, per ogni individuo o politico: «Vale la pena sforzarsi, per fallire tante volte?». O più precisamente: «Cos’è che obbliga la sinistra a restare dentro un’alleanza che in nessun modo la rispetta, che cammina su una linea completamente diversa da quella tracciata nel programma di governo del 2006, che subisce i ricatti e i diktat delle sue componenti moderate - spesso più d’accordo con la Casa delle Libertà che con gli alleati di governo -, che la considera pura riserva di voti, ne offende spesso i principi fondamentali, ritiene di poterla tenere prigioniera sulla base di una equazione che viene ripetuta all’ossessione: se si scioglie questa maggioranza torna Berlusconi?».

Vale la pena? Sì, vale la pena, perché l’Italia senza il ministro per la Solidarietà sociale Ferrero o il ministro dei Trasporti Bianchi sarebbe diversa e peggiore. Vale la pena proprio se ci si muove «in uno spazio grande, con lo sguardo lungo», senza dipendere completamente dalla popolarità. È tremendo esser solo numeri, sfruttati e sprecati da centristi che si dicono riformatori e sono anch’essi attratti dal tutto o nulla. Ma provare conviene pur sempre, e non badare solo a salvare un apparato. Fernando Pessoa lo dice: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola».
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il dono senza perchè
Inserito da: Admin - Dicembre 26, 2007, 11:21:20 pm
23/12/2007
 
Il dono senza perchè
 
 
E’ naturale che giornali e televisioni si affollino, da molti giorni, di parole e immagini sul Natale che viene e in modo speciale sul rito associato da tempo immemoriale alla divina festa: parlo di quel che vien chiamato lo scambio dei doni. Vien chiamato così ed è già una stortura: perché nessun dono, se è dono, è accostabile allo scambiare, allo stipulare contratti, a un dare condizionato. È un evento che crea società stretta oltre che promiscuità privata, ma, come accade per l'uomo che in San Paolo vive presso Dio, il prodigare è della società e non della società, usa il mondo come se non l'usasse appieno. È qualcosa di misterioso, di estraneo a ogni mercanteggiare. È estraneo perfino alla fiducia, che è ingrediente cruciale del vivere comune.

Non si regala a causa della fiducia, per il semplice motivo che il dono è senza perché. È come la rosa del mistico Angelus Silesius: «La rosa è senza un perché, ohne Warum; fiorisce perché fiorisce, non chiede conto di se stessa, non chiede se viene vista». Pulire le parole ed eliminarle se sbilenche o corruttrici è tra le attività più belle della mente, e guardando giornali e televisioni delle ultime settimane è purificazione indispensabile: tanto grande è la stortura che viviamo. Il culmine è stato raggiunto, secondo me, qualche giorno fa sul telegiornale di Raiuno, in un brioso servizio sui regali natalizi spiacevoli o infastidenti. L'ideatore del reportage voleva probabilmente esser spigliato, anticonformista, interessante, originale. È come avesse voluto trasmettere una sua verità sfrontata, rompere chissà quale tabù.

«Adesso vi diciamo sui regali di Natale qualcosa che vi compiacerà. Qualcosa che in tanti pensate silenziosamente ma che io oso dire a voce alta: non tutti i regali sono graditi, anzi alcuni sono enormemente sgraditi». Seguiva un elenco di regali poco apprezzati perché noiosi, monotoni, ripetitivi: la sciarpa per esempio provocherebbe suprema noia e denoterebbe poca fantasia. Non ricordo l'intera lista: nella mente m'è restata impigliata la sciarpa. Ci sono regali in e altri out. A questo punto partiva una di quelle inchieste a caldo, con i passanti che dicono la loro sui regali scorretti che ricevono o che paventano: uno alzava gli occhi al cielo con tedio ammonitore; l'altro si riprometteva di scambiarli con doni meno banali, meno inutili; un altro ancora meditava di riciclare strenne e pensieri vendendoli online. Mi sono detta che le anime di queste persone erano come intirizzite, già morte. Come quel dannato - Branca Doria, traditore degli ospiti - che in Dante già è rovinato sotto la crudele crosta della morte nonostante sulla terra appaia ancora vivo, e mangi e beva e dorma e vesta panni.

Il testo più luminoso sul dono a mio parere l'ha scritto Adorno, nel paragrafo 21 di Minima moralia. Vale la pena leggerlo, rileggerlo, e regalarlo perché questa sì è idea squisita. Perché parla della nostra capacità o incapacità di saper donare - oltre che di accogliere doni - e della sorpresa che è l'incontro con volti che durante l'anno ci son stati prossimi o meno prossimi. Persone che apprendiamo a guardare, che ci esercitiamo a ricordare: giacché ogni presente offerto oggi è un ricordo nel domani.

Il donare infatti è qualcosa che si disimpara. Secondo lo scrittore è già disimparato e inesorabilmente entrato in decadenza a cominciare dal momento in cui sono apparsi quegli strani negozi - proliferano come i fast food - che sfoggiano all'ingresso l'insegna: «Articoli da Regalo». Gli Articoli da Regalo pensano al posto nostro il pensiero che non abbiamo: l'idea è che tu compri dieci articoli alla rinfusa e solo dopo ti figuri i destinatari. In realtà l'idea - meglio: la trovata - è escogitata per chi non sa assolutamente cosa regalare, essendo che non ha voglia di donare. Lo fa per necessità, per dovere. Il piacere è seppellito.

Il donare autentico non ha nulla di necessario, anche se comporta una fatica che tuttavia arde benevola. Più è inutile, a volte, più è regale. Il vero regalare - così in Minima moralia - è provare felicità nell'immaginare la felicità di colui che riceverà. Significa scegliere, sprecare le ore nella scelta, dunque elucubrare, fantasticare sull'altro e su com'è fatto. In fondo significa regalare tempo, oltre a oggetti, e questo tempo sperperarlo. Significa uscire dal proprio tracciato, non concentrarsi su di sé ma pensare l'altro come soggetto, come fine anziché mezzo. Il donare contraddice e viola lo scambio. La frase più terribile è dire, quando si porge un pacchetto: «Questo regalo se vuoi lo puoi scambiare con qualsiasi altro di tuo gradimento». (Non meno tremende sono le liste-regali: tu metti i soldi in una sorta di vasca, e al resto pensano tutti tranne tu che pure potresti, magari vorresti. È la cancellazione del regalo). Deliziosa è la vecchia massima secondo cui a caval donato non si guarda in bocca. Ricordo mia madre che faceva disegnini di un cavallo con immense fauci spalancate: davanti a esse eravamo ritratti noi bambini che blasfemi scrutavamo-obiettavamo. Guardare dentro la bocca del cavallo è offensivo e mesto. Non sei sotto l'abete natalizio né a fianco della greppia sacra ma al mercato, con qualcuno che ti urla la sua proposta: «Non ti piace questo che t'ho dato? Prendi qualsiasi cosa purché il prezzo sia quello. Fai quel che vuoi tanto a me non importa nulla». Vero è che in questi casi il beneficiato ha almeno la possibilità di fare a se stesso un regalo. Ma la proposta resta agli antipodi del regalare.

Il regalo, quale che sia, fa bene a chi lo riceve ma ne fa uno, immenso, anche a chi regala. Donare è una disposizione dell'animo cordiale, è un aprire incondizionatamente l'uscio all'altro. È un atto di fiducia ma nella sua gratuità l'oltrepassa. Chi non sa regalare o decide di non far più doni, anche senza volerlo è caduto preda del fluire del dono in scambio. Regalare è un aiuto a uscire dai recinti della propria interiorità, a fare vuoto dentro di sé per aprire spazi all'altro e alle cose per l'altro. Ogni relazione non deformata, ogni esperienza di riconciliazione nella vita organica, conclude Adorno, è un donare. Chi ne è incapace perché ragiona secondo logiche consequenziali diventa una cosa e si raggela.

Il donare è un'esperienza eminentemente religiosa, se vissuto con profondità. Donare quia absurdum, come il credere, sfida la logica della conseguenza. Non è casuale che il più gran numero di regali s'accumuli il giorno della Natività di Gesù, in cui tutto è donare, è dare se stesso. Tutto, anche quel che lo circondò. Fu dono l'obbedienza di Giuseppe, che accolse la sposa ingravidata da Dio. Fu dono Giovanni Battista, che accettò di farsi piccolo perché Gesù fosse grande. Fu dono Maria: non c'è quasi dipinto in cui il suo viso non esprima l'indicibile tristezza del presentimento. Nel quadro di Lorenzo Lotto a Recanati addirittura fugge spaventata con un gatto, davanti all'angelo annunciante.

Donare è un'esperienza religiosa perché è gesto assurdo. Non sappiamo cosa ne sarà, e però lo facciamo. Non sappiamo quanto durerà. È la rosa di Silesius. Nella sconvolgente lettera dalla prigionia, Ingrid Betancourt parla come nel salmo 23: «Vivo come morta. Non ho bisogno di nulla, e almeno son libera di desideri». Proprio questo le dà la forza di dire no ai carcerieri. Le dà la forza di pensare ai figli e all'unico libro cui ha diritto - la Bibbia - come un lusso e un dono.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La rivolta del Golem
Inserito da: Admin - Dicembre 28, 2007, 04:36:13 pm
28/12/2007
 
La rivolta del Golem
 
BARBARA SPINELLI
 

Il fanatismo che ieri ha ucciso Benazir Bhutto durante un comizio a Rawalpindi non è una macchina da guerra globale e di conseguenza inafferrabile, come spesso usiamo dire non sapendo bene che dire: è un mostro che è nato in Pakistan, che dal Pakistan si è esteso al mondo fino a lambire le città d’Occidente, che in Pakistan ha da quasi trent’anni il suo regno. Anche il mezzo bellico cui ricorrono gli assassini è stato coltivato e perfezionato in quella zona, per motivi legati alla sua instabilità incessante: l’attentatore sceglie di trasformarsi in bomba umana perché questa è l’arma moderna del debole contro Paesi o eserciti che non possono esser combattuti e vinti con arsenali simmetricamente potenti. L’Unione Sovietica poté esser combattuta e vinta solo da fondamentalisti pronti a morire, e qui va cercato il motivo per cui furono in tanti ad appoggiarli, addestrarli, finanziarli: Stati Uniti e Pakistan in testa. La stessa Bhutto, quando incontrò Clinton a Washington nella primavera del ’95, presentò i talebani come forza filo-pakistana che sarebbe tornata utile per stabilizzare l’Afghanistan.

Ora il Golem fabbricato dai governi americani e dai loro alleati si rivolta contro i propri originari padrini, e sono questi ultimi a esser combattuti e sfiancati da un metodo di lotta - l’attentato suicida - che è il più letale che esista perché sacrifica l’assassino assieme all’assassinato.

E’ un metodo che il terrorismo internazionale usa ormai con agilità, ma che ha fra i suoi addestratori i regimi militari che si sono succeduti in Pakistan negli ultimi decenni. Più precisamente, ha alle spalle i servizi segreti (l’Isi: Inter-Services Intelligence) che negli Anni 70 e 80 allenarono i combattenti delle scuole integraliste islamiche, scatenandoli di volta in volta contro l’India nel Kashmir o contro l’occupante sovietico in Afghanistan. I talebani sono figli dell’Isi, o comunque di quelle schegge dell’Isi che Musharraf contrasta e di cui è simultaneamente complice. Non è senza significato che Bin Laden e al-Zawahiri vivano in zona pakistana, fin qui senza assilli.

Contro il terrorismo che ci ostiniamo a chiamare globale l’Occidente è in guerra da più di sei anni, senza costrutto e senza idee persuasive. Non è un Grande Gioco locale che sta facendo, sulla falsariga del Great Game dell’impero britannico tra ‘800 e ‘900, ma un gioco ancora più nullo del Great Game: mondializzando lo scontro e chiamandolo scontro di civiltà, Stati Uniti e alleati stanno di fatto estendendolo oltre l’Afghanistan, nel Pakistan dotato di atomica, e trasformando un’intera regione in caos, come spiega molto bene Saleem Shahzad nel suo reportage per La Stampa. Questa guerra non solo è senza fine, come disse Bush nell’autunno 2001 quando annunciò un’impresa bellica di «molte generazioni». È una guerra che combattiamo in alleanza con il Pakistan, che è la fonte principale del male e comunque la roccaforte dei nostri avversari. Da anni, l’amministrazione Usa riempie Islamabad di denaro (10 miliardi di dollari dal 2001) senza porre condizioni di sorta. Questa è la premessa di ogni discorso, nel momento in cui gli occidentali piangono Benazir Bhutto e, mentendo, giudicano «destabilizzata» una democrazia inesistente e un regime da sempre instabile.

Benazir Bhutto certamente percepì la vastità dell’imbroglio, quando nell’ottobre scorso tornò in patria con l’assistenza di Washington. Vi ritornò promettendo a Bush un patto con Musharraf e i servizi pakistani: un patto che forse avrebbe risparmiato a lei un processo per corruzione, ma di sicuro avrebbe consentito a Musharraf di proseguire l’ambigua politica verso il fanatismo islamico. Una politica fatta in superficie di resistenza, sotto terra di connivenza o passività. Una politica che avrebbe permesso al generale-presidente di tollerare quello che nessuno Stato può tollerare: l’esistenza ai propri confini di intere regioni governate dai talebani (le cosiddette Zone Tribali). Le incursioni contro Karzai e gli occidentali partono da lì, e sono imbattibili non perché globali, ma perché hanno una base da cui partire e in cui rifugiarsi. Nessuna guerriglia con una base forte è debellabile. Contro simile caos la Bhutto aveva cominciato a ribellarsi.

Questo è il vespaio in cui si è andata a cacciare la lotta armata di Bush al terrorismo: una lotta cui partecipano molti europei, tra cui gli italiani, senza più sapere esattamente perché e per quanto tempo. Questo il groviglio che, irrisolto localmente, tanto più efficacemente si nasconde e si arma dietro a sigle globali come Al Qaeda. Della morte di Benazir Bhutto siamo responsabili anche noi, che abbiamo fatto crescere un bubbone così tremendo tra India e Afghanistan, sostenendo in origine gli integralisti antisovietici e poi un governo a Kabul che ancora rifiuta di riconoscere il confine che lo separa dal Pakistan. Ci siamo alleati con chi si sarebbe poi mobilitato contro l’America, contro la Bhutto. Che più volte si è mobilitato contro lo stesso Musharraf.

L’alleanza col Diavolo è un’arma geopolitica classica. Fu adoperata anche nella prima metà del ‘900. Ci si alleò con Stalin, pur di vincere Hitler. Poi però l’alleanza s’infranse e comunque nulla di quel che accade oggi somiglia a ieri. Lì una guerra finì, qui una guerra è agli inizi. Qui non siamo di fronte all’alleanza con un Diavolo minore per sconfiggere il Diavolo maggiore. Qui ci si allea con il male stesso che si pretende debellare.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il tempo ritrovato. Ora dipende tutto da noi
Inserito da: Admin - Dicembre 31, 2007, 05:12:08 pm
31/12/2007
 
Il tempo ritrovato. Ora dipende tutto da noi
 
BARBARA SPINELLI
 

I sondaggi di popolarità, i voti istantanei che continuamente diamo su internet, e al tempo stesso le rievocazioni rituali di date piccole e grandi del passato. Questo convivere singolare di due dimensioni del tempo: un passato dilatato, un presente su cui pronunciamo giudizi non solo veloci ma pesanti, definitivi, ci ha tolto il gusto del futuro e la capacità di pensarlo, progettarlo, fabbricarlo con sguardo lungo e dunque vera speranza. Ammaliati dall’immediatezza del giudizio impaziente, appesantiti da un passato che sappiamo immutabile, non intuiamo l’essenza del tempo: il suo essere spazio aperto a molteplici futuri, il suo esser fatto non di opinioni e verdetti preventivi ma di azione e responsabilità. Il passato stesso viene distorto da questo sguardo: anche allora le cose andarono in un certo modo, ma per chi le aveva davanti a sé come futuro non c’era in esso alcuna fatalità. La storia non si fa con i se ma il futuro sì, è sempre ancora nelle nostre mani farlo andare in una direzione o l’altra.

Bisogna trovare un equilibrio naturalmente, tra la presunzione dell’onnipotenza e la passività di chi crede che le cose accadano o non accadano senza il nostro concorso. Influenzare il futuro significa conoscere i limiti del giudizio sbrigativo e di un passato vissuto come ripetersi dell’ineluttabile. Il tempo e il durare sono possibili a condizione di combinare libertà e necessità, caso e responsabilità. Dipende da noi come vivremo il 2008 e gli anni successivi: se saremo capaci di attuare progetti con costante tenacia. Dipende dall’elettore americano scegliersi un leader con senso della misura, della legge. Dipende da noi italiani scoprire, quando in agosto vedremo le Olimpiadi in Cina, che dovremo ripensare chi siamo in un mondo più vasto ed esigente.

Sarebbe bello interrompere per un anno sondaggi e commemorazioni, e tentare pensieri profondi sull’urgenza del futuro, sul tempo cui occorre dar tempo, sul nesso da ritrovare tra promessa, realtà, pazienza.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'imprudenza politica della chiesa
Inserito da: Admin - Gennaio 20, 2008, 04:39:02 pm
20/1/2008 - L'ADUNATA DI ROMA
 
L'imprudenza politica della chiesa
 
BARBARA SPINELLI

 
È probabile che Camillo Ruini, che per molti anni ha presieduto la Conferenza episcopale italiana e ancora influenza la Chiesa nella sua qualità di vicario di Roma, gioirà di quello che oggi potrebbe accadere nella capitale: una moltitudine di cittadini romani e italiani, da lui incitata e inebriata, accorrerà sicuramente all’Angelus, in piazza San Pietro, per ascoltare il Papa e denunciare la persecuzione di cui sarebbe stato vittima. Persecuzione che lo avrebbe indotto a non pronunciare più nell’aula universitaria la prolusione che gli era stata - senza seria preparazione - affidata. Il brutto episodio finirà col trasformarsi in una giornata gloriosa per la Chiesa, questo il giudizio cui sembra esser giunto il cardinale, e il male ancora una volta si muterà provvidenzialmente in bene. Lui stesso s’è espresso in questo modo, venerdì alla televisione, ripetendo quanto già detto il 4 novembre a Aldo Cazzullo sul Corriere. La Chiesa (tali furono le sue parole) è attaccata quando vince: «Constato che quando l’impegno non è coronato da successo, quando la Chiesa “perde”, tutto fila liscio».

Il rifiuto che numerosi scienziati e un gruppo di studenti hanno opposto al Pontefice, la ritirata strategica del Santo Padre: tutto questo non è, per una parte della gerarchia, un episodio increscioso, o come ha detto sull’Avvenire Souad Sbai, in nome dell’Islam italiano anti-integralista, un «giorno di tristezza».

Forse non è del tutto increscioso neppure per il Papa. Al giornalista Rai che l’interrogava, Ruini ha detto: «I rapporti tra Stato italiano e Chiesa possono migliorare, grazie a episodi come questo».

E ha sorriso sibillino, come si rallegrano quei militanti apocalittici che provocano tenebre e caos pensando che solo a queste condizioni rinasca la luce, che incitano a sfasciare (nel linguaggio brigatista si diceva «disarticolare») per generare palingenesi prerivoluzionarie. La sovversione ha in genere queste proprietà, avverse al filar liscio dei rapporti. Non a caso il sorriso di Ruini si accentua sino a tingersi di scherno, quando respinge l’accusa d’ingerenza nell’agenda politica e chiede - provocatoriamente, accendendo sorrisi complici nel giornalista - se ci sia oggi «qualcuno in Italia, capace di dettare agende politiche». Esiste insomma un modo di raccontare l’episodio della Sapienza, che deforma ogni cosa. Si falsifica quel che accade, si comprime il tempo che viviamo schiacciandolo tutto sul presente e togliendogli ogni profondità. Ci si racconta la storia di una Chiesa perseguitata, prendendo in prestito il linguaggio dell’esperienza ebraica; si denuncia e si irride la stasi della politica. In questo Ruini ha comportamenti sovversivi che singolarmente lo apparentano alla figura di Berlusconi.

Ma è un sovversivo che miete successi, e sono questi ultimi che conviene analizzare. Non è un successo religioso, perché l’indebolirsi delle fedi non si argina riempiendo piazze. Non è neppure in questione la libertà della religione cattolica, perché in Italia essa è garantita e ha un’estensione enorme. Nessuno l’ostacola, tanto meno la censura: se la fede è debole, quando è debole, lo è per cause spirituali o pastorali e non per cause esterne, di potere politico. Solo in Italia questa realtà è obnubilata. È sottratta allo sguardo dei cittadini anche dai commentatori che dovrebbero sapere e che sanno, senza però sentirsi in dovere di aiutare i fedeli a emettere giudizi adulti perché informati.

Quel che molti commentatori o intellettuali nascondono è il divario tra simili realtà e il modo di raccontarle. Il rapporto mimetico del cattolicesimo italiano con l’ebraismo è un non senso, nelle democrazie. Fuori dall’Italia, in Francia o Germania, Spagna o Inghilterra, esiste certo una nuova consapevolezza dell’importanza delle religioni (le parole e le esperienze personali di Sarkozy e Blair lo testimoniano), ma i mutamenti avvengono in contesti radicalmente diversi: in nessuno di questi Paesi la Chiesa ha il peso, il tempo di parola che ha in Italia. Venerdì, su questo giornale, Giacomo Galeazzi ha spiegato bene lo spazio abnorme che le viene dato: da quando è Papa, Benedetto XVI ha avuto un tempo d’antenna superiore a quello del premier e del Capo dello Stato, e appena inferiore a quello di tutti i ministri messi insieme. Non solo: la Chiesa cattolica ha il 99,8% dello spazio dell’informazione religiosa, lasciando briciole a altre fedi. Il vittimismo è storia senza sostanza. La Chiesa italiana non è imbavagliata ma piuttosto sovraesposta. L’idea che esistano comportamenti etici su cui lo Stato non può autonomamente legiferare perché appartenenti alla legge naturale, dunque iscritti dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura umana, dunque interpretabili e tutelabili solo dalla Chiesa, è idea diffusa. Chi contesta il diritto della Chiesa a imporre i suoi veti su famiglia, unioni di fatto, aborto, testamento biologico, ricerca biologica, è una minoranza.

È questa situazione che ha finito col generare rabbia gridata, e stupida perché perdente. Ma rabbia che comunque non nasce dal nulla. Ogni evento ha una storia, un tempo lungo in cui è iscritto ed è maturato: ha cause che dispiegano effetti, non è istante che fluttua nell’etere come piuma ed è infilabile in ogni tipo di racconto. Questa verità viene ignorata da parte della gerarchia, ma anche dal Pontefice nell’ultimo incidente italiano. È la verità di una Chiesa italiana che ancora non ha deciso che fare, dopo la perdita della Dc: se schierarsi con la destra o no, se far politica direttamente o privilegiare lo spirituale, il profetico-pastorale. È la verità di un Pontefice che sta mostrandosi incapace di sintesi, di delicatezza istituzionale. Di volta in volta Benedetto XVI aderisce a una corrente o all’altra della gerarchia, senza anticipare proprie soluzioni alte e meno italiane. Un giorno s’infiamma contro il «degrado» di Roma, e ventiquattr’ore dopo descrive una città accogliente e ben governata. Precipitosamente accetta di aprire l’anno accademico, poi rinuncia senza fugare il sospetto che la ritirata sia uno strumento - maneggiato da Ruini - per inasprire le tensioni anziché placarle. La sua opinione politica oscilla, diventa impreparazione, per forza vien chiamata inconsistente.

È un’impreparazione che non solo ignora la dimensione del tempo ma che induce i vertici del Vaticano a sprezzare i significati profondi della laicità, dell’autonomia della politica, dello Stato neutrale. È assurdo doverlo ricordare alla presenza di un cattolicesimo che ha dato all’Europa questa separazione: ma laicità non è pensiero debole, non è visione relativista del mondo, dell’etica.
Il laico non è, contrariamente a quello che Marcello Pera ha scritto su questo giornale, «chi non crede o non riesce a credere». Non è neppure chi non riesce a «conferire senso alla vita», a «interpretare il male» perché dotato del lume della ragione e non anche della fede. Il laico è colui che tra Chiesa e Stato sente di dover erigere, come diceva Thomas Jefferson, un alto «muro di separazione»: per proteggere sia la sovranità legiferante del popolo, sia le religioni. Diceva Jefferson che i poteri legislativi del governo «riguardano le azioni, non le opinioni» (Lettera ai Battisti di Danbury, 1802), e di azioni devono ancor oggi occuparsi i governi. La laicità non è un’opinione ma un metodo, uno spazio dove le convinzioni più diverse - anche integraliste - possono incontrarsi senza violenza e senza impedire leggi attente al bene comune. L’autonomia della politica (il «muro» di Jefferson) non appartiene al non cristiano: appartiene a ciascuno.

Non esiste una forza esterna allo Stato cui viene delegata la «competenza delle competenze», come la chiama lo storico Giovanni Miccoli, e che può decidere le materie su cui lo Stato può o non può legiferare. Il muro di Jefferson in Italia è in permanenza fatiscente - anche se esiste nella sua Costituzione - e questo origina cronici disordini e l’alternarsi continuo di ingerenze e di contestazioni anti-papaline. Queste ultime son state definite malate, ma non meno malate son state le ingerenze degli ultimi anni: l’intera spirale necessita guarigione e correzione. Il chiaro muro divisorio non esisteva nemmeno nella Spagna di Franco, nel Portogallo di Salazar, e quella malattia ha prodotto la reazione di Zapatero e le sue misure di riordino e separazione laica.

In Italia siamo a un bivio simile, anche se con impressionante ritardo. È come se nella nostra Chiesa permanesse ancora il modello franchista spagnolo, come se il pensiero di cattolici come Rosmini e Maritain non avesse mai messo radice. Come se non ci fossero stati il Concilio Vaticano II e Paolo VI, difensore della laicità di Maritain contro gli integralisti del Vaticano. Come se fosse ancora vivo e forte il «partito romano» che per decenni, da dentro la Chiesa, cercò di suscitare uno Stato etico cristiano in Italia e mai si conciliò con papa Montini e la Dc autonoma di De Gasperi.

L’episodio della Sapienza non è caduto dal cielo, e non rendersene conto significa che una certa imprudentia politica sta divenendo la caratteristica del Pontefice. Dice ancora Pera che le vecchie regole laiche sono sorpassate, e forse lo pensa anche Benedetto XVI. Sono invece più che mai attuali, in un’Europa dove si è ormai insediato un Islam forte, in espansione. Senza Stato laico, che garantisca cattolici e non cattolici, atei e agnostici, avremmo in Europa guerre di religioni, intolleranze, pogrom. Avremmo catastrofi benefiche solo a chi non sa apprezzare quanto si stia bene, quando «tutto fila liscio».
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il vecchio che avanza
Inserito da: Admin - Gennaio 28, 2008, 05:28:05 pm
27/1/2008
 
Il vecchio che avanza
 
Barbara Spinelli
 
 
Basterebbe fare una semplice operazione aritmetica - due più due uguale quattro, ad esempio - per fugare parecchi equivoci sulla caduta di Prodi e vedere l’Italia così come s’accampa davanti a chi sa vedere: nello stesso momento in cui il governo di centro sinistra è sfiduciato in una delle due Camere, l’opposizione che si prepara a tornare al potere fa quadrato attorno a personaggi del ceto politico o dell’amministrazione condannati dalla giustizia: attorno al governatore della Sicilia Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento a mafiosi e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici; attorno a Contrada, condannato definitivamente a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; attorno a chiunque chieda che il politico o l’alto funzionario dello Stato non sia, come ogni cittadino, imputabile quando infrange la legge. Cuffaro ieri si è dimesso ma Casini insiste ad accusare gli «sciacalli» che avrebbero screditato un’onesta persona.

Questa è l’evidenza matematica che abbiamo di fronte: nell’Italia che sta richiamando Berlusconi ai comandi non ci si fida di Prodi ma ci si fida di Cuffaro, di Contrada, di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata. Non ci si fida di Prodi, ma si fa capire a Mastella che la magistratura, caso mai dovesse giungere a un giudizio negativo sul suo operato in Campania, non avrà l’autonomia per farlo. Quando si parla di tramonto del prodismo e di una scommessa invecchiata e morta conviene tenere a mente questa realtà, limpida e ben visibile. Quel che viene offerto oggi agli italiani non è un nuovo che caccerà il vecchio, non è la fine dello spadroneggiare dei partiti sulla cosa pubblica, come chiesto da tanti cittadini. I partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso. Di questa restaurazione Berlusconi è principe, e tutto quel che ha detto nell’ultimo decennio sul teatrino della politica si copre di polvere e frana. Il teatrino è imperante, e quel che vediamo non è quel che appare. Prodi non è riuscito a imporre il nuovo, ma nuovo resta pur sempre quel che ha proposto e tentato. L’aura di novità abbandona Berlusconi e quel che propone è in realtà il vecchio.

Anzi è vecchissimo. Poco prima del voto al Senato, il capo dell’opposizione fece capire che se Prodi avesse ottenuto la fiducia in ambedue le Camere, lui si sarebbe appellato alle Piazze. Bossi ha rincarato la dose assicurando che quelle piazze avrebbero «trovato facilmente le armi», per una rivoluzione. Hanno detto queste cose nell’indifferenza generale: della destra, dei leader di sinistra, di stampa e televisione, delle Istituzioni della Repubblica. Anche questo non è davvero nuovo. Nella storia recente d’Europa c’è memoria viva di tempi simili, quando si pensava che le parole non pesassero e invece pesarono: la Repubblica di Weimar aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica, questi demagoghi. Due più due non ha fatto cinque nella storia passata e non farà cinque neppure in quella che si sta tessendo, opaca ma consequenziale, sotto il nostro sguardo.

La storia presente non è tuttavia fatale, così come non lo è il futuro. A differenza del passato, il futuro che fabbrichiamo oggi è aperto a soluzioni molteplici, è libero. Ed essendo libero consente domande che sono decisive e che dunque vale la pena porsi: sono veramente nuove le politiche proposte da chi affossando Prodi assicura una sorta di palingenesi o comunque un’alternativa migliore? C’è una sinistra, c’è una destra che hanno fatto i conti con l’esperienza di centro sinistra e che avendo fatto tali conti sanno discernere una categoria politica dall’altra, e distinguere quindi tra il ritorno al potere cui anelano e il piano di governo su cui pervicacemente tacciono?

Dicono che il nuovo consiste in modifiche profonde della Costituzione, che diano più poteri all’esecutivo e diminuiscano quello dei partiti. Dicono non senza ragione che il Presidente del consiglio è fallito perché i particolarismi potenti nella maggioranza hanno corroso la sua autorevolezza, il suo governare, il suo desiderio di risanare non solo l’economia ma l’etica pubblica. Ma le forze vincenti sono ben più vecchie dei vecchi impedimenti che hanno reso così difficile il compito di Prodi e che ce l’hanno mostrato negli ultimi venti mesi così solo, come Franca Rame ha scritto con cristallina sconsolatezza sulla Stampa del 25 gennaio: «Prodi, in quel suo governo, di fatto, si è trovato come un condannato agli arresti domiciliari con manco un cane che gli portasse le arance... non l’avete mai considerato? Andavano da lui solo a imporgli, a chiedere e a ricattare. Bella gente!». Questa bella gente gli ha impedito di fare quel che si era ripromesso: una legge sul conflitto d’interessi, una legge che sottraesse le televisioni al dominio dei politici. Questa bella gente ha chiuso e chiude gli occhi davanti alla triplice violazione della Costituzione di cui Berlusconi si è reso colpevole: delegittimazione non solo dell’iniziale voto alle legislative ma anche del voto delle Camere (il ricorso alle piazze in caso di fiducia del Senato vuol dire questo); controllo dei mezzi televisivi da parte di un candidato alla guida del Paese; corruzione dei senatori come appare dalle intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Saccà, manager della Rai.

I partiti che hanno partecipato all’esperienza Prodi escono particolarmente malconci, perché più d’ogni altro si prestano all’equivoco, scambiando il vecchio per il nuovo. Cosa resta infatti del centro sinistra? Resta lui, Prodi, che si è battuto usando la forza durissima della sua testa («Sembra un ferro da stiro o il muso di un’escavatrice», scrisse Eugenio Scalfari) e che contro praticamente tutti ha deciso di contare i fedeli in Parlamento e dunque di far politica pubblica in pubblico, non nelle segrete dei partiti. Resta un’estrema sinistra, che ha fatto il tentativo di governare contro se stessa, contro il proprio istinto, che ha ripetutamente teso la corda ma sarà influenzata da un esperimento di gestione responsabile che non è stata lei a rompere.

Ma soprattutto resta il Partito democratico, che il nuovo pretende di costruirlo seppellendo l’Unione come fosse un logoro vestito di cui spogliarsi. Per la verità non si sa che partito sia, che programmi di governo abbia, che militanza vanti, che alleati cerchi. Anche in questo caso, è il potere ciò cui sembra aspirare e non il governare, e l’equivoco è esistito in fondo sin dalle primarie del 14 ottobre, che suscitarono l’adesione di più di tre milioni di cittadini ma a questi cittadini non chiarì, per l’occasione, né quale fosse il programma né quale fosse la politica di alleanze. Chiarì che Veltroni sarebbe stato il leader, creò innanzitutto una personalità, alla maniera berlusconiana. Il 19 gennaio, a Orvieto, Veltroni ha poi detto che il suo partito «correrà da solo alle prossime elezioni», e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi). Per suggerire che cosa, anch’egli, che non sia il vecchio, e cioè un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà? In una lettera a Repubblica, il 2 settembre 2006, l’odierno segretario citò Tahar Ben Jelloun: «I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti». Il libro da cui sono tratte queste parole è un romanzo, Creatura di sabbia. Ma la politica non è letteratura, e nel libro è scritto anche questo: «Nella vita bisognerebbe poter avere due facce... sarebbe bene averne almeno una di ricambio. Oppure, e questo sarebbe ancora meglio, non avere nessuna faccia, semplicemente... essere solo delle voci.. un po’ come i ciechi». Può darsi che Veltroni ce la faccia, ma grande è il rischio e strana la velleità di sconfitta che lo anima: lui avrà insegnato al partito democratico i vizi della prima repubblica, mentre Berlusconi continuerà a battersi con vaste alleanze tipiche del bipolarismo.

C’è un passaggio nel discorso di Prodi al Senato, che vale la pena rimeditare: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica al potere politico». È un passaggio che nessuno a sinistra ha fatto proprio, e non stupisce oltre misura. I partiti riprendono il potere, e presentano tutto questo come Nuovo che avanza. Ma i partiti sono come gli Stati nazione: la loro forza sovrana è del tutto fittizia. Un partito che decide di correre da solo e poi di allearsi con chi vuole è un partito in costante metamorfosi coatta, non è sovrano, è più che mai prigioniero delle forze extraparlamentari (mezzi di comunicazione, istituti di sondaggio, potentati non eletti) che hanno voluto la fine di Prodi.

La parola «popolo delle primarie» non significa niente; se non significa nulla non ha poteri. È un’illusoria figura. Immagino che la stragrande maggioranza degli elettori di Veltroni lo sappia: la loro forza, i loro diritti-doveri, il loro peso, sono infinitamente più insignificanti del peso e dei diritti che nei vecchi tempi avevano gli iscritti, figura scomparsa nel vocabolario del Pd. Chi ha forza sono i poteri che perdurano nonostante il voto, sono le Piazze sempre di nuovo invocate, sono gli uomini con capacità di dominio sui telegiornali, e sono, non per ultimi, i politici decisi a riconquistare l’impunità che per un breve lasso di tempo hanno visto minacciata.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Disfatta morale
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2008, 06:36:13 pm
16/3/2008
 
Disfatta morale
 
BARBARA SPINELLI

 
Cinque anni di guerra in Iraq e una guerra afghana che nessuno osa riesaminare hanno cambiato il mondo radicalmente, danneggiando in misura non ancora calcolabile la sicurezza, la forza d'attrazione, la robustezza economica, infine la potenza morale dell'Occidente. Non siamo solo alle prese con la «fine della magia americana», descritta dal ministro francese Kouchner in una conferenza parigina dell'11 marzo. La magia che aveva sedotto lui e molti europei - a cominciare da Berlusconi nel 2001-2006 - ha avuto e continua ad avere effetti durevoli, che non scompaiono con l'evaporare dell'incanto e sui quali gli ex ammaliati tacciono, come ignorassero che questo tacere è un ennesimo, scandaloso peccato di omissione.

Ovunque sulla Terra, la politica neo-conservatrice ha alimentato un sospetto deleterio: che qualsiasi nazione toccata dall'Occidente diventi fatalmente uno Stato fallimentare. Che la democrazia sia qualcosa di malato, di temibile. Che libertà, laicità, pluralismo siano da posporre, sempre, ai ben più essenziali imperativi di sicurezza. Quel che accade in Tibet negli ultimi giorni non è disgiunto dalla magia infranta: ne è il lascito, catastrofico. La carneficina di monaci buddisti a Lhasa (i tibetani in esilio parlano di 100 uccisi) è responsabilità cinese ma è stata facilitata da America ed Europa, che non a caso reagiscono con voce pallida, e sguardo cieco. Quel che essi non hanno visto è la lezione che gran parte degli Stati ha tratto dalla politica di Bush. Una lezione che possiamo riassumere così: per meglio difendersi dalle insipienze Usa, gli Stati hanno tutto l'interesse a presentarsi come Leviatani aggressivi, chiusi in sovranità assolute.

Sovranità generalmente ingannevoli (tutti siamo immersi nell'economia-mondo), ma anche l'inganno è effetto delle guerre antiterroriste: dalle menzogne non si esce che con altre menzogne. I grandi profittatori dei conflitti odierni non sono solo i produttori petroliferi e le compagnie fornitrici di soldati che hanno contribuito a privatizzare le guerre. Tutti gli Stati che scelgono la forza - Cina, autocrati arabi o asiatici - sanno che la strategia Usa, al momento, non produce che failed states, incapaci di monopolizzare violenza e territori. Che l'America esca spezzata da tale esperienza è tragicamente confermato dalle stragi cinesi, dalla forza con cui i conservatori islamisti si presentano al voto iraniano. Basta guardare alla stupefacente coincidenza dei giorni. L'insurrezione tibetana comincia lunedì 10 marzo: da tempo ardeva nell'ombra. Nonostante questo il Dipartimento di Stato esce poche ore dopo, l'11 marzo, con un rapporto sui diritti umani che denuncia le lentezze della Cina ma la cancella dalla lista dei trasgressori. Le timide reazioni americane ed europee alle stragi tibetane testimoniano molto più di un'incongruenza: testimoniamo una rotta morale dell'Occidente.

Una potenza imperiale che pretende fondarsi sulla democrazia non può ignorare gli effetti morali di quel che fa: è suo tratto distintivo, e proprio questo tratto è andato svanendo. La guerra in Iraq fu iniziata per mostrare la superiorità delle istituzioni libere - la democrazia avrebbe generato Stati stabili, plurali - ed è avvenuto il contrario. Dopo l'aumento di truppe deciso da Bush, i soldati Usa sono più sicuri ma la violenza resta. Non ce ne accorgiamo più, perché non apparendo in video sembra inesistente. Il premio Nobel Joseph Stiglitz ricorda nel suo ultimo libro che le tv accendono i riflettori solo quando gli attentati fanno più di 25 morti (The Three Trillion Dollar War, Norton 2008). Né sembra accorgersene il candidato repubblicano alla successione di Bush: pur di persuadere i neo-conservatori, McCain annuncia: «Se riusciamo a ridurre i nostri morti possiamo restare anche cento anni in Iraq. A me va benissimo». Né l'Iraq è divenuto più vivibile, con poche ore di elettricità al giorno e quasi 5 milioni di sfollati (2,5 dentro e 2 fuori, in Siria e Giordania) Ecco il cataclisma occultato per anni dalle bende della magia: l'America voleva esportare democrazia, e ha esportato invece insicurezza, violenza, immoralità. La sua posizione è talmente indebolita che non può reagire agli eventi cinesi. Anche per questo fanno tanta impressione i dibattiti elettorali italiani: un ex ministro del campo berlusconiano consiglia addirittura di tornare in Iraq, quasi non sapesse com'è diventato il paese nel quinto anniversario della guerra.

Il cataclisma morale non viene fabbricato solo col cinismo, con la spudorata violenza di politiche avventate. Lo si fabbrica anche con questo non-sapere, quest'ignoranza singolarmente militante. È incompetenza tecnica, politica, militare. È l'ignoranza che nel vecchio dizionario Tommaseo viene distinta dall'inscienza: quest'ultima è di uomini che non sanno quello che fanno, mentre la prima è ignoranza colpevole, ignora quello che saremmo tenuti a sapere, è «crassa, rozza, indolente, superba». Fu ignoranza superba lanciare guerre senza conoscere i paesi occupati. È ignoranza superba la politica verso la Cina. Nell'amministrazione Usa, un gruppetto di finti esperti ha giocato col mappamondo alla maniera di Chaplin-Hitler nel Grande dittatore. Sarebbe bastato uno sguardo in terra per vedere che la violenza cinese si sarebbe abbattuta sul Tibet, incoraggiata dal rapporto pronto al Dipartimento di Stato da mesi.

L'idea di Bush era semplice, dopo gli attentati del 2001: si trattava d'inventare una politica assolutamente nuova. Interessi e valori avrebbero coinciso, come nei sogni o nelle magie. Clinton stesso in fondo aveva provato, in Kosovo: con un certo successo, anche se contaminato dal veleno dei nazionalismi etnici. Ma l'Iraq non era il Kosovo, la Freedom Agenda dei neo-conservatori concerneva il pianeta e non una minuscola provincia. L'ultimo rapporto della Fondazione Carnegie (Nuovo Medio Oriente, 2008) sostiene che la Freedom Agenda è stata un totale fallimento: ha rafforzato l'Iran, regalandogli un Iraq turbolento ma ideologicamente fedele. Ha incoronato Ahmadinejad. Raccomandando infine una democrazia numerica (conta chi raccoglie maggioranze e non l'imperio della legge né l'equilibrio tra poteri, ambedue anteriori alla democrazia), ha aiutato non i pochi laici ma gli islamisti, ovunque e soprattutto in Palestina. A ciò si sono aggiunte condotte statunitensi accettate da parecchi governi dell'Unione Europea: le torture a Abu Ghraib, il trasferimento di prigionieri in centri di tortura europei oltre che arabi. Come dice l'ammiraglio William Fallon, appena dimesso dal Comando centrale Usa, ha prevalso la peggiore delle strategie: «l'imprevedibilità con gli alleati, la prevedibilità con gli avversari».

Uscire da simili disfatte è difficile. McCain e Hillary Clinton quasi sembrano non scorgerne la natura. La scorge meglio Obama, forse perché conosce le diversità del mondo: soprattutto quando critica una politica filo-israeliana «schiacciata sul Likud». O lamenta il deteriorarsi mondiale dell'immagine Usa: «Per colpire pochi fondamentalisti (al massimo 50.000)», ha detto in un incontro con le comunità ebraiche a Cleveland, il 24 febbraio, «abbiamo provocato un disastro, trascurando 1,3 miliardi di musulmani».

La questione morale è al centro. Accanto al disastro economico-strategico della guerra irachena (Stiglitz indica un costo di 3000 miliardi di dollari, pagato solo col deficit), c'è questo disastro etico: non meno esiziale. Un'etica che fallisce così miseramente è terribilmente simile al comunismo - e non sorprende che fra i neo-con ci siano tanti eredi del '68 marxista-cinese. Alla fonte l'ideale comunista è buono, ma i risultati sono tali che etica e ideale ne escono lordati irrimediabilmente. Lo stesso accade per le guerre etiche, così come son state imposte dagli esorcisti neo-con d'America ed Europa.
 
da lastampa.it


Titolo: Barbara Spinelli. Bendati verso il precipizio
Inserito da: Admin - Marzo 30, 2008, 03:55:06 pm
30/3/2008
 
Bendati verso il precipizio

di Barbara Spinelli
 
 
Le campagne elettorali sono un’occasione non ordinaria, per le democrazie che sempre le traversano trepidanti.

Sono l’occasione di guardare dentro se stesse, di fare i conti con le proprie debolezze inesplorate, con le proprie virtù trascurate. Sono una breve opportunità, data a politici ed elettori, di aggiustare quel che eventualmente s’è spezzato, di meditare su altre vie. L’occasione si può cogliere o perdere, a seconda di come si comportano gli attori del dramma. Per guardare dentro di sé è indispensabile avere un senso acuto della realtà, e questo senso può crudelmente mancare.

Per organizzare la convivenza civile non basta denunciare l’avversario politico, ma occorre esaminare il risentimento effettivo che l’avversario amplifica o distorce, e tale esame è spesso negletto.

L’Occasione si perde facilmente, sin dalle tragedie greche coglierlo è tra le sfide umane più ardue.

Il nascondimento della realtà è tentazione frequente, nelle democrazie di oggi (nelle dittature è la regola): ne sono affetti Stati apparentemente forti come l’America, regimi apparentemente decisionisti come Francia o Inghilterra. L’illusione di poter fare da sé li affligge tutti. L’Italia possiede questa tentazione in sommo grado, e la campagna elettorale lungi dal diminuirla sembra dilatarla. Non di fatti si discute ma di opinioni, che sono il vestito fatto indossare al reale e all’irreale per meglio confonderli. Non alla realtà e alla ragione ci si apre, ma al sonno dell’ideologia.

Una delle cose eccelse che ha detto Pascal riguarda il nostro correre dissennato verso i precipizi. Non è un correre inerte, fatalistico: individualmente, l’inerzia ha una sua nobile tristezza. È un affrettarsi colmo d’attivismo, di chiasso: «Noi corriamo senza preoccupazione nel precipizio, dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo» (Pensieri, 166-183).

Precisamente questo accade, nell’odierno correre di tante democrazie: a cominciare dalla nostra. Accade con l’Alitalia, in modo spettacolare e emblematico. Accade con il posto dell’Italia nel mondo: non solo quando si parla d’economia ma anche di tenuta delle istituzioni, di giustizia, di diritti dell’uomo. Accade con il nostro passato lontano e recente.

L’esperienza dei governi Berlusconi l’abbiamo avuta ma contrariamente a quello che sperava Montanelli non ne siamo usciti vaccinati, come forse non siamo usciti vaccinati neppure dal fascismo. Non è solo l’anomalia del politico-imprenditore che nascondiamo alla nostra vista. Sono interi segmenti di realtà che tanti s’ostinano a ignorare. Quel che costoro vedono sono le innumerevoli cose consolatorie che Berlusconi mette davanti agli occhi degli italiani perché non s’accorgano di come corrono, e verso dove.

Che cosa non si vuol vedere, della realtà e dei suoi precipizi? In primo luogo: la piccolezza cui sono ormai ridotti gli Stati-nazione, specie in un paese, come il nostro, gravato da un debito che l’impiglia nell’impotenza. L’Alitalia è emblematica perché l’idea che tanti se ne fanno è completamente distorta: non è una grande compagnia, anche se ieri lo fu. Spende cronicamente più di quello che guadagna, e nell’economia-mondo il suo peso è nullo. A Friburgo, giovedì, Prodi ha parlato il linguaggio dei fatti e dell’Occasione da cogliere quando si è augurato che l’Alitalia possa «essere riammessa nel grande circuito internazionale delle linee aeree», e «partecipare al grande schema europeo del trasporto aereo». Da soli magari potremmo farcela, ma con sacrifici probabilmente ancora più grandi di quelli oggi previsti.

La realtà che urge contemplare non è solo questa, come abbiamo visto: è la debolezza delle istituzioni italiane, dell’imperio della legge, della giustizia. È il pallore mortale d’una classe dirigente che non produce anticorpi pronti a sbarrare il cammino a chi fa politica privatizzandola per proprio tornaconto, e sistematicamente non edifica ma distrugge. È stato necessario che intervenisse il Financial Times, per dire che Berlusconi, con il suo no a Air France, puntava semplicemente alla bancarotta d’Alitalia.

In una democrazia solida è difficile che un imprenditore senza senso dello Stato e del bene comune vada al potere più volte, senza esser scartato prima di tentare o ritentare. Quanto alla fragilità delle istituzioni democratiche, i fatti creati dai governi Berlusconi parlano da sé. Le leggi ad personam sono un esempio. Ma c’è anche quel che è accaduto nella caserma di Bolzaneto, tra il 20 e il 22 luglio 2001 dopo il G-8 di Genova. È una macchia che non sarà dimenticata, e il governo d’allora ne è responsabile. La recente requisitoria del pubblico ministero al processo su Genova è chiara: «Alla tortura si è andati molto vicini». Le violenze elencate non sono diverse da quelle praticate a Guantanamo o Abu Ghraib.

Lo storico Marco Revelli ha ragione a concludere, scoraggiato, che il silenzio su Bolzaneto aprirà un baratro impaurente fra molti giovani e le istituzioni.
Il modo in cui la requisitoria è stata banalizzata creerà la «fuoriuscita di un’altra Italia dall’Italia ufficiale» (il manifesto, 13 marzo 2008). Ancora una volta, la realtà vien fatta evaporare. Il male non visto a Bolzaneto secernerà risentimento, odio: due passioni devastanti che non si sanano senza contemplarne le radici. Anche in questo l’Italia non è un caso a parte. In America, nel più importante discorso tenuto finora, Barack Obama ha invitato gli americani a guardare la realtà e i fatti prima di denunciare il rancore razziale di tanti afro-americani. Il rancore va condannato, ma al tempo stesso studiato alle radici: scoprendo ad esempio che la Costituzione non è gloriosa ma «incompiuta», che in America «esiste il peccato originale della schiavitù». Sempre andare alle radici è un imperativo: in economia, in politica, nella lotta al terrore.

Sono tante le cose che alacremente ci mettiamo davanti per non vedere. È ancora Pascal che parla di chi «crede di vedere quel che non vede affatto», e dell’immaginazione come «maestra dell’errore». L’immaginazione senza rapporto col reale non è meno deleteria dello spavento, e così come c’è una politica della paura c’è anche una politica dell’immaginazione falsa, che inganna e svia. Una politica che perversamente vede unite destre e sinistre estreme, nella storia di ieri e di oggi. L’immaginazione, diceva Malebranche, sovente si tramuta in folle du logis: in donna folle che si chiude in casa, nel suo logis. Il fascismo era di questa pasta, presuntuosamente credendo di poter fare in sé.

L’italianità è una fantasia, e tante altre cose lo sono, compresa la naturale bontà degli italiani. La forza irradiante della Chiesa è una fantasia, e non basta il gran rumore della conversione di Magdi Allam a occultarla. È fantasiosa anche la pretesa dei berlusconiani di rappresentare il Nord, o di quei politici locali che pretendono di rappresentare il personale Alitalia. I sindacalisti, nelle ultime ore, sono ben più vicini ai fatti di quanto lo sia Berlusconi. Il principio di realtà e dunque di responsabilità è nella loro storia. È questo principio che ieri ha spinto Epifani a dichiarare, in sintonia con gli altri sindacati, che «al momento esiste solo l’offerta Air France». E che, in ogni caso, «non ci vuole una soluzione nazionale ma una soluzione attenta agli interessi nazionali».

Dell’immaginazione impazzita gran parte dell’Italia è malata, gravemente. Se solo si svegliasse un attimo, vedrebbe le cose come sono: non il Paradiso che desidereremmo, ma i disastri che conviene evitare e gli inferni che prepariamo a figli e nipoti se non ci togliamo in tempo le bende dagli occhi. È più facile certo mentire e far pagare il conto alle generazioni future. Magari vinci anche un’elezione. Ma il precipizio non cambia posto: è nella sua natura restare lì dov’è.

da lastampa.it


Titolo: Quanto è cristiana la destra
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2008, 10:44:51 am
6/4/2008
 
Quanto è cristiana la destra
 

Chi ha visto su Internet il film Fitna, che in arabo significa stato di divisione, guerra civile, sarà stato colpito dalla violenza con cui si parla non tanto dei terroristi che pretendono rappresentare Dio ma del Corano e delle sue sure. Ogni attentato corrisponde a una sura, ogni assassinio attinge ai suoi versetti: come se per parlare dei territori palestinesi occupati si mostrassero le pagine bibliche che incitano allo sterminio dei Cananei e dei tanti popoli insediati nella terra promessa. Autore del film è un parlamentare olandese, Geert Wilders, appartenente all’estrema destra. Un partito minoritario, se non fosse che la sua ideologia in Europa è diffusa, per nulla marginale. È ideologia dominante nel Popolo della libertà che aspira a governare l’Italia: nella Lega, ma anche in Alleanza nazionale e Forza Italia. È solida corrente di pensiero in Francia.

E’un’ideologia che ha il potere di tacitare i dissenzienti, intimorire giornali. La sua tesi centrale: questi sono tempi terribili, contrassegnati dal dilagare dei diritti, del permissivismo, della perdita d’autorità e d’identità. Giulio Tremonti nel suo ultimo libro li riassume con due parole, simili a quelle di Oriana Fallaci dopo l’11 settembre: «Al fondo (della difesa dell’identità) c’è qualcosa di molto più intenso che una parodia bigotta della tradizione: è un misto di paura e orgoglio» (La Paura e la Speranza, Mondadori 2008).

Paura del diverso, che ci assedia. Orgoglio di chi si esalta, temprandosi, nelle proprie radici e nello scontro di civiltà. Il film di Wilders infiamma questo scontro come si fa con la brace: soffiandoci sopra. Più scontro c’è, più ritroveremo noi stessi. Avere un nemico fa bene all’anima, fuori casa e dentro.

Il libro di Tremonti è la traduzione delle immagini di Fitna. Il modo di scrivere è analogo: formule brevi, a scatti, a slogan. Non mancano riflessioni importanti sulla globalizzazione ma il nocciolo è lo scontro di civiltà e la solitudine dell’individuo in Stati e società indeboliti. Quel che lo salva è l’identificazione con comunità chiuse, piccole, etnicamente e religiosamente omogenee. Lì sono le radici: immutabili, impermeabili a qualsiasi incrocio-meticciato col diverso. Il valore da opporre al mercatismo globale è l’esclusione: il contrario del messaggio di Gesù, oltre che della storia laica d’Europa.

Quel che dà sicurezza, in chi cerca l’identità con orgoglio e paura, il lettore lo scopre a partire da pagina 77: visto che è nella differenza che si formano comunità unite, visto che l’identità «non è solo ciò che siamo, ma anche differenza da ciò che non siamo», «tutto è chiuso nella coppia dialettica “noi-altri”». «Non vale qui la logica “sia l’uno che l’altro”»: prima veniamo noi con le nostre radici cristiane poi gli altri, con cui non dev’esserci confusione. Un tempo l’avanguardia era la classe, dopo venne la razza, ora ecco l’identità cristiana. Tremonti dice esplicitamente (è un suo merito) che il Noi non serve solo a riempire il «vuoto nell’anima e nel cuore». Serve alla politica per consolidare una «rivendicazione di potere» altrimenti esangue, che non deve temere conflitti con l’Altro.

Anche in questo caso, come nel film olandese, non sono pensieri minoritari. Tremonti s’immagina rivoluzionario controcorrente ma le sue sono idee conformisticamente consensuali, che intimidiscono. Hanno impregnato per anni l’America, e solo Obama le contesta veramente. Intimidiscono a tal punto che ogni pensare diverso viene malinteso, demonizzato. Negli stessi giorni in cui appariva Fitna (27 marzo), negli stessi giorni in cui in Italia si discuteva il libro di Tremonti, in Inghilterra era dramma attorno a un discorso, essenziale, dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. Il capo della Chiesa anglicana è stato accusato ­ per aver detto che parti della Shariah potrebbero conciliarsi col codice civile ­ di capitolazione verso il nemico, di appeasement. Quel testo conviene leggerlo: non dice affatto le cose che i giornali gli attribuiscono.

È un testo profondo, in cui si difende la laicità (Rowan parla di rule of law, valevole per ciascuno) ma si cercano nuovi orizzonti: a questa laicità, bisogna integrare i fedeli di altre tradizioni, come l’Islam. La shariah non è un sistema di leggi, ma un metodo aspirante al bene che alcuni codificano in modo «primitivista», opprimendo innanzitutto la donna. Non mancano però convergenze, da valorizzare. I diritti nelle società liberali vanno custoditi ma non «attivati per forza»: opporre a essi l’obiezione di coscienza deve essere giuridicamente consentito, anche se tutti, cittadini musulmani compresi, devono potersene avvalere. Esenzioni analoghe già sono concesse per legge agli ebrei ortodossi, o ai cristiani sull’aborto. In fondo, Rowan condivide la distinzione che Gustavo Zagrebelsky fa tra valori e principi. I valori sono un bene finale, imposto dall’alto, senza badare ai mezzi. I principi sono un bene iniziale con cui ci si incammina verso la meta confrontandosi con la realtà. La laicità è un approdo arduo, cui si giunge tramite l’adattamento e la ricerca di punti comuni con l’altro. Per non sciuparla e perderla devi tener conto che ogni persona ha oggi più identità: di fedele e cittadino, di musulmano e italiano, di italiano e europeo. Queste dualità esistono anche nell’Islam, secondo Rowan.

Rowan è stato trattato come un erede di chi cedette a Hitler. Ma chi lo attacca ha una singolare concezione della religione, dell’identità, della laicità; sinistramente somigliante a quella degli integralisti musulmani, che piegano la religione alla politica e a comunitarismi tribali. Non a caso la Chiesa è vista, da Tremonti, come strumento di dominio. Serve a riempir vuoti, non tanto spirituali ma di potere. Serve a escludere (con la formula del Noi e gli Altri) e a creare capri espiatori.

Non tutta la Chiesa si presta a simile strumentalizzazione, lo si è visto nei giorni scorsi a Milano. Di fronte a uno sgombero eccezionalmente brutale di due campi nomadi (via Bovisasca, via Porretta), il cardinale Tettamanzi s’è indignato: ha detto che «la legalità è sacrosanta», ma «qui si sta scendendo abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani». Il rispetto della persona avrebbe imposto «qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa»: «C’è da augurarsi che la conquista dell’Expo non diventi il paravento per nascondere o spostare più in là i drammi di questa città».

Questo tipo di Chiesa indispettisce la destra. Ha un «buonismo peloso», protesta Romano La Russa, dirigente An a Milano. Tremonti stesso dice, nel libro: alla «vecchia tradizione puramente caritatevole» bisogna sostituire la «responsabilità verso se stessi, verso la propria famiglia, verso la propria comunità».

La carità ai suoi occhi è come il ‘68, contro cui si erge la destra italiana ed europea. In realtà anche il ‘68 è paravento. Quel che si contesta è il patrimonio conciliare e giovanneo della Chiesa, ed è la tradizione liberale del Saggio sulla Libertà di John Stuart Mill (1859). È Mill e non il ‘68 che teorizza il diritto di parola dato a ciascuno ­ perfino a chi sostiene la poligamia ­ se non si vuol precipitare nella «tirannia del sentimento predominante» e nel «profondo sonno dogmatico indotto da un’opinione definitiva».

Condizione di questo liberalismo è tuttavia non usare la Chiesa. Quando il sindaco Moratti si dichiara «profondamente amareggiata dalle parole del cardinale» (Corriere, 4-4) accampa un ben stravagante diritto: il diritto ad avere un’aspettativa politica verso il proprio vescovo. Tale è l’identità cristiana invocata dalla destra. Non la cura dei poveri, degli ultimi, del diversi. Ma un orgoglio da tener acceso facendo leva sul più orrido dei marchingegni politici: la paura.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le rivolte della fame
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2008, 02:37:04 pm
13/4/2008
 
Le rivolte della fame
 
BARBARA SPINELLI
 
Nella campagna elettorale che abbiamo alle spalle, la politica estera è stata ridotta a un’unica questione, come si fa con quelle pillole ricostituenti in cui convergono per miracolo tutte le vitamine: se i governi occidentali debbano andare o no alle Olimpiadi di Pechino. Se la torcia vada spenta oppure no. Nelle finali interviste tv, questa è stata l’unica martellante domanda ai candidati. Una delle questioni fondamentali dei nostri tempi - l’emergere della potenza cinese e la sua ascesa economica - è apparsa così all’orizzonte nella più falsata delle maniere. L’estrema semplificazione ha soppiantato l’analisi esigente, su come Cina e India stanno cambiando le nostre vite e su quel che ci spetta fare. I diritti dell’uomo e del Tibet hanno suscitato apprensioni singolari, spesso apparenti. In realtà sono stati adoperati per bendarci gli occhi davanti a quel che succede in noi stessi e fuori: per congelare la nostra visione del mondo, riesumando metodi e istinti ereditati dal conflitto con l’Urss. Ogni semplificazione abbreviatrice ha qualcosa di sordo, incompatibile con la conoscenza.

Per capire un po’ di più bisognava forse andare più di frequente al mercato, osservare il rincaro dei prezzi alimentari: cereali, pane, latte, riso. Quel che accade alle nostre bancarelle sta infatti accadendo sul pianeta, e ha come motore l’immane crescita della Cina oltre che dell’India. Crescita che significa, in ambedue i casi: più pane per tutti e più carne.

Il popolo cinese sta uscendo dalla fame prodotta dal comunismo, e la novità è decisiva perché eravamo abituati a dirci che solo le democrazie saziano. La Cina, insomma, fa paura più che mai, e non solo perché reprime i tibetani. Spaventa perché ha cominciato a cibare i suoi poveri, perché è ormai una potenza economica, perché sta estendendo la propria influenza su continenti (Africa, America Latina) che l’Occidente rischia di perdere non avendo saputo assisterli. La difesa dei diritti tibetani è cosa giusta ma dietro di essa si nascondono motivazioni non sempre limpide, morali: alla pietas si mescola l’ipocrisia ma anche una passione profondissima e inconfessata: l’invidia, suscitata dalla forza cinese. Un’invidia che spiega appetiti nazionalisti e protezionisti che perversamente accomunano no-global, destre, sinistre radicali. Tremonti, ministro in pectore di Berlusconi, ripete che l’11 dicembre 2001, quando la Cina fu ammessa nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) fu traumatico come l’11 settembre. Nell’immaginazione dei popoli, la riuscita cinese ha connotazioni terroristiche, repellenti. Può anche esser positiva, spiega Tremonti, purché la risposta non sia il cosiddetto mercatismo, il governo mondiale del libero commercio: sarebbe l’«ultima pazzia ideologica del ’900», il cui pantheon sarebbe la Wto. Per questo si schiaccia Pechino sull’esperienza dell’Urss: il suo balzo avanti scompiglia le carte di ieri, ma con quelle vecchie carte si continua a giocare.

Guardare in faccia la vera Cina e il mondo significa capire gli errori altrui ma anche i propri: il protezionismo, e soprattutto l’indifferenza. Un’indifferenza più insidiosa dell’indifferenza ai diritti umani, perché ignora volutamente le complicazioni d’un Paese che ha cominciato a sfamare il proprio popolo. Un’indifferenza che disconosce gli effetti delle nostre politiche su Cina, India e i poveri della Terra. La Banca Mondiale ha calcolato che il caro-cibo affligge ben più dolorosamente i poveri che gli affluenti. Che passare dal consumo di pane alla carne è benefico e disastroso: per produrre un chilo di carne di maiale son necessari 3 chili di cereali, per produrre un chilo di carne di bue ce ne vogliono addirittura otto. Esistono i diritti tibetani ma anche il proliferare di sommosse della fame, che ci riguardano e implicano responsabilità dei ricchi su cui si tace. Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ricorda che i prezzi di tutti i cibi base sono aumentati dell’80 per cento in tre anni, e che 33 Paesi conoscono sommosse cruente: in Africa, Asia, America Latina.

Di questi tumulti siamo in gran misura artefici, con la nostra cecità e insipienza: forse per questo preferiamo il Tibet, di cui artefici non siamo. Sono responsabili di egoismo gli Stati Uniti, e anche l’Europa. Gli studiosi sono espliciti: accanto alla domanda cinese e indiana, accanto al clima distruttore di raccolti, accanto al petrolio costoso per gli agricoltori, accanto al dollaro debole con cui si compra poca merce e che però resta moneta di riserva mondiale (l’Europa per proteggersi ha l’euro), c’è la disinvoltura unilaterale, impetuosa, sbadata, con cui Bush s’è gettato sulle bioenergie alternative: l’etanolo estratto da mais, che l’America produce con ingenti sovvenzioni. L’iper-produzione di questo etanolo ha contribuito enormemente al rincaro mondiale del cibo: diminuendo le superfici coltivabili per alimenti, abbattendo foreste.

Una vignetta di Patrick Chappatte, sull’Herald Tribune dell’11 aprile, riassume perfettamente il dramma: in primo piano un grosso benestante signore fa il pieno dell’automobile a una pompa di etanolo, mentre due figurine magre, sullo sfondo, tendono la ciotola vuota implorando cibo. Alle suppliche il ricco replica: «Mi spiace, ho molto da fare: sto salvando il pianeta!». America e Europa hanno buona coscienza: raccontano a se stesse che l’etanolo permette di consumare energia e rispettare il clima. Ma è buona coscienza cinica: in realtà «divorano la ricchezza del mondo», scrive l’Economist del 6 dicembre. È stato calcolato che la stessa quantità di mais impiegata per i biocarburanti serve a fare un pieno di Suv e a produrre le calorie che sfamano un essere umano per un anno.

Se questi temi fossero stati affrontati, il cittadino saprebbe le difficoltà che l’aspettano. Capirebbe che l’aumento dei prezzi del cibo non è occasionale, ma durerà. Perché il clima continuerà a produrre siccità, cicloni. Perché i nostri stili di vita non mutano. Perché l’illusione protezionista scansa l’urgenza: i negoziati commerciali, la comprensione di popoli diversi. La tendenza delle nazioni affluenti sarà di scaricare le difficoltà su altri, fingendo che il mondo sia quello del ’900.

Se non fosse così, discuteremmo di Pechino in modo fruttuoso. E non solo del Tibet ma anche delle comunità musulmane Uigur, perseguitate nel Turkestan orientale, o delle ciclopiche speranze di vita migliore legate alla crescita cinese. Evocheremmo anche quel che Pechino ha appreso, estendendo l’influenza in Africa e America Latina.

Un’influenza non esclusivamente deleteria: su Birmania e Darfur il governo cinese sta compiendo passi avanti, anche se pochi l’ammettono. Sono fatte di tanti strati, le bende che ci rendono ciechi. C’è la nostra avversione all’Islam, che snebbia solo il Tibet. C’è una specie d’ignoranza militante dell’immenso sforzo cinese, non paragonabile a quello dell’Urss. Infine c’è il film tibetano che abbiamo in testa e che potremmo intitolare: Sogni Proibiti. È il sogno di una Cina che non cresce, denutrita, trascinata solo da fedi: esotica e separata come il Tibet. Anche il Tibet lo sogniamo a occhi aperti: non dimentichiamo che fra i rivoltosi in esilio ci sono forze, ostili al Dalai Lama, pronte a spastoiarsi dal pacifismo e desiderose di violenza: anche di violenza kamikaze, annuncia Tsewang Rigzin, presidente del Congresso giovanile tibetano.

È un’occasione perduta, non aver pensato la questione cinese in campagna elettorale e continuare a coltivare, di essa, l’immagine repulsiva che consente di non parlare di noi, di come dobbiamo agire, cambiare. Siamo ben regrediti rispetto alla campagna del 2006, quando Prodi ci provò e disse che con questa Cina bisognava negoziare un esigente governo del mondo, non chiudendoci ma aprendole le porte e i porti.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'esodo dei poveri da sinistra a destra
Inserito da: Admin - Aprile 21, 2008, 01:54:57 am
20/4/2008
 
L'esodo dei poveri da sinistra a destra
 
Barbara Spinelli

 
Il passaggio da sinistra a destra di numerosi elettori popolari ha prodotto in Italia stupore triste o divina sorpresa, ma è un fenomeno non nuovo nelle democrazie e come spesso succede è in America che s'è manifestato negli ultimi decenni, estendendosi poi all'Europa. In realtà è fenomeno antico ­ la Germania prehitleriana conobbe analoghe saldature tra sinistre e destre estreme ­ e se oggi si ripropone con forza è perché alcune componenti riappaiono. Tra esse c'è il risentimento, questa passione che dà immenso ardimento all'individuo che si sente abbandonato e solo nella società, e che il massimo della potenza la raggiunge quando diventa risentimento territoriale, tribale, di classe. Nietzsche dà a tale passione il nome di morale dello schiavo, perché l'uomo del risentimento ha l'impressione quasi fiera di non poter mai raggiungere il benessere o il potere cui aspira. «Il No ­ spiega nella Genealogia della Morale ­ è la sua azione creatrice». Il no è opposto a tutto quello che è «fuori», «altro», che è «non io».

Una prima risposta all'esodo dei poveri verso destra è venuta in queste settimane da Barack Obama. È accaduto il 6 aprile a San Francisco, quando il candidato democratico alle primarie presidenziali ha spiegato alcuni tratti di tale esodo. Nelle piccole città colpite dalla crisi, ha detto, l'amarezza è tale che la persona si sente perduta, ed è a quel punto che s'aggrappa non a reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita sostitutivi, culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero.

Amarezza e frustrazione sono varianti del risentimento descritto da Nietzsche, e negarne la realtà vuol dire fuggirla. Sono decenni che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici. Obama è stato giudicato ingenuo, imprudente: avrebbe offeso gli operai, guardandoli dall'alto e comportandosi come uno snob, un elitario (in Italia si dice anche: antipatico). Non è detto che siano critiche errate, ed è vero che Obama rischia molto, sin dalle primarie di martedì in Pennsylvania.

Ma perdere le battaglie non significa aver torto, e i numeri delle urne non ti danno automaticamente ragione: cosa spesso trascurata da commentatori improvvisamente dimentichi di quel che il prosindaco leghista di Treviso Gentilini dice a proposito del ventennio fascista («il ricordo di una maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere, ubbidiva alle leggi») o delle parole proferite dall'onorevole leghista Salvini («i topi sono più facili da debellare degli zingari. Perché sono più piccoli»). Quel che vince è piuttosto un malinteso, sui valori come sulla povertà: lo stesso malinteso che affligge oggi Obama. L'amarezza di cui ha parlato il candidato è cosa tangibile, dopo le tante promesse non mantenute di Bush, ma d'un tratto è lui ad aver offeso i poveri, la gente comune non beneficata da regali fiscali, il lavoratore autentico che fatica a sbarcare il lunario.

Da parecchi decenni la destra americana si è fatta paladina dei poveri e delle classi medie declassate, e con Bush junior la vocazione s'è ancor più sdoppiata: impoverire i deboli, e scaricare su altri la responsabilità dell'impoverimento. Nel 2004 hanno votato per lui numerose regioni immiserite. Il risentimento che generalmente appartiene alle sinistre è passato a destra, e proprio questo ha voluto dire Obama parlando di quei valori divisivi (le cosiddette wedge questions con cui i repubblicani svuotano l'elettorato democratico: religione politicizzata, aborto, matrimoni gay, controllo delle armi). In Francia sono valori divisivi il nazionalismo, e il rancore contro una sinistra sospettata di transigere su immigrati, sicurezza, ed erede di quel terribile Sessantotto ripetutamente denunciato in America, Francia e Italia.

Il malinteso su valori e povertà è acutamente analizzato da Thomas Frank, in un libro pubblicato in concomitanza con la seconda vittoria di Bush (What's the Matter With Kansas? How conservatives won the heart of America, 2004). Obama ha forse sbagliato a usarne gli argomenti, ma le cose narrate nel libro restano importanti e valgono anche in Europa. Il risentimento ha infatti bisogno, per continuare a infiammare, di un'indignazione che non scema e anzi si dilata, indipendentemente dai risultati elettorali. L'uomo del risentimento rinasce contemplando se stesso, e il se stesso che contempla è non solo insoddisfatto ma eternamente marginale, minoritario, vittima di un'élite dominante che lo tiranneggia e l'imbavaglia. Dell'élite fanno parte i liberal americani (le sinistre europee) e il loro potere è considerato enorme, soffocante, invincibile. Essi agiscono attraverso i giudici, gli universitari, i giornalisti, gli intellettuali, anche quando questi ultimi si spostano a destra.

Qui è la menzogna, che occulta la realtà per istinto e strategia. La conquista dei ceti popolari avviene fingendo che la maggioranza conservatrice, anche quando ha tutti i poteri come in America (parlamento, Corte suprema), anche quando regna su affari ed economia, sia una maggioranza perseguitata. Gli uomini di sinistra, ai suoi occhi, sono al potere comunque, poco importa se eletti o no: il progressismo liberal domina anche se i Repubblicani hanno vinto sei elezioni presidenziali su nove dal 1968; anche quando i Repubblicani controllavano tutti i poteri dello Stato. «Al di là della politica, il liberalismo è un tiranno che domina la nostra esistenza nei modi più svariati e rovesciarlo è praticamente impossibile». L'oppressore e il prepotente quasi sempre s'atteggiano a vittima.

L'ideologia del ressentiment è questo: ritenersi in ogni caso e sempre un outsider, un emarginato, anche quando si hanno le leve del potere. È un dispositivo centrale dei successi di Bush, Sarkozy, Berlusconi: per vincere, occorre che l'indignazione non si raffreddi mai, dunque che la realtà sia a intervalli regolari falsata. Se un giornalista come Marco Travaglio scrive che in Italia permangono conflitti d'interessi e corruzione è considerato subito non un outsider, come irrefutabilmente è, ma un nemico straordinariamente forte e minaccioso. Basta un solo dissidente, basta un giornale minoritario come l'Unità, e gli outsider vincitori si sentono assediati da orde vastissime. Nelle dittature basta l'1 per cento di dissenso ed è panico.

Frank racconta come questo risentimento populista abbia fatto presa nell'800 sulla sinistra ­ in Texas ad esempio ­ e sia stato poi disinvoltamente catturato dalla destra. Perché ciò avvenisse sono cambiate le antiche linee divisorie: la lotta di classe contrapponeva operai e padroni, poveri e ricchi, sopra e sotto, mentre oggi ci si divide tra assistiti o parassiti e salariati, tra bianchi e neri, tra chi è fuori e chi dentro, tra chi si sveglia all'alba ­ dice Sarkozy ­ e chi dopo. Ma soprattutto ci si divide culturalmente: tra snob e autentici, tra antipatrioti come Obama (non porta la spilla con la bandiera Usa sulla giacca) e nazionalisti, tra relativisti e devoti, magari calcolatori ma pur sempre devoti.

La sinistra ha molto da fare, se vuol arrestare la parte menzognera dell'esodo e convincere i fuggitivi che ha perduto per propria insipienza, per propria incapacità di dar risposte razionali alle nuove povertà, ai nuovi bisogni popolari. Si tratta di ricominciare a parlare di economia, di malaffare, di legalità, obbedendo inflessibilmente al principio di realtà. Si tratta di denunciare il potere dove realmente si esercita. Si tratta di rivalutare la sicurezza, senza criminalizzare i giudici ma rendendoli più rapidi e presenti in un settore ­ l'immigrazione ­ che sarà sanato dalla legge uguale per tutti oltre che dall'ordine. Si tratta di dire le cose come stanno: è la più appassionante delle avventure, se solo si designa l'avversario senza aver paura della falsa paura che si incute.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il villaggio della paura
Inserito da: Admin - Aprile 27, 2008, 11:25:07 am
27/4/2008
 
Il villaggio della paura
 
Barbara Spinelli
   
 
Non è la prima volta nella storia d'Europa che la cronaca nera prende uno spazio abnorme e simbolico: nelle scelte governative, nelle campagne elettorali, nel farsi delle carriere politiche, nelle strategie dei mezzi di comunicazione. Accadde già una volta nella belle époque: tempo smanioso d'impazienza e di risse, che Thomas Mann chiamò epoca della Grande Nervosità. Nel 1907, il giornale La Petite République, fondato dal socialista Jaurès, titolò in prima pagina: «L'insicurezza è alla moda, questo è un fatto». Il clima era assai simile al nostro: analogo fascino del crimine, analoghe illusioni di rese dei conti. Insicurezza e cronaca nera vennero politicizzate, in Francia, sullo sfondo di vaste dispute sulla pena di morte. Facevano paura le bande di giovani nei quartieri difficili, proprio come oggi: Apache era il loro nome. Proprio come oggi s'invocava una rottura. Categoria che Foucault ebbe a definire, in un'intervista a Telos dell'83, deleteria: «Una delle più dannose abitudini del pensiero moderno è di parlare dell'oggi come di un presente di rottura». Buona parte degli Apache scomparve nella carneficina del '14-'18.

Oggi il fantasma riappare, con forza speciale dopo l'11 settembre e lo svanire dell'Urss. È la tesi dello studioso Laurent Mucchielli, che ha pubblicato una raccolta di testi sul ruolo che l'insicurezza ha svolto nell'ascesa di Sarkozy. In realtà la sicurezza s'era fatta invadente da tempo, con l'espandersi delle estreme destre in Europa. Già negli Anni 90 la figura del nemico cambia («Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico», disse Georgij Arbatov, in Urss).

Divenuto meno visibile il nemico esterno, si scopre l'Islam non solo fuori ma dentro casa, si escogitano nuovi reati (tra essi la mendicità), e ai cittadini viene offerto il nemico interno, il capro espiatorio da abbattere. I disordini nelle periferie son descritti come guerre civili ­ Los Angeles '92, Francia 2005 e 2007 ­ e la controffensiva si militarizza. La paura diventa lievito della politica: in Usa, Francia, e ora Italia. Il libro di Mucchielli s'intitola: La Frenesia della Sicurezza (La Découverte).

La frenesia risponde a bisogni concreti, soprattutto in zone di non-diritto, dove l'urbanistica ha fatto scempi: zone grigie, le chiamano i consulenti privati cui si rivolgono i governi, di «guerriglia degenerata».

La società Pellegrini, cui spesso ricorre Sarkozy, parla di guerra civile. È quest'esagerazione che desta dubbi, negli esperti di banlieue. Nelle teorie del nemico interno l'insicurezza non è un male da sanare, riformando giustizia, prevenzione, controllo. L'età nervosa trasforma l'insicurezza da problema, che era, in soluzione, in occasione sfruttabile. Anche la paura cessa d'esser problema e diventa soluzione, investimento politico. I giornali fanno la loro parte, un po' per vendere un po' per conformismo. Quasi non sembrano accorgersi della manipolazione che subiscono, dei profitti che politici e imprese private traggono dalla paura.

L'emozione che prende il posto della comunicazione, l'ossessione delle cifre, il linguaggio bellico, le «lunghe scie di sangue»: la stampa imita il politico, perde autonomia, invece di registrare e interpretare escogita titoli-arpioni. È quello che i politici vogliono: «Il silenzio mediatico è un errore», disse il ministro dell'Interno Sarkozy in un discorso ai prefetti del 2003. Così da noi: i telegiornali aprono su un delitto, per poi allacciarsi senza soluzione di continuità a duelli elettorali. E lo spettatore è trascinato nel vortice, diventa attore teleguidato di quella che David Garland, in un libro del 2002, chiama società penale: con il suo voto e la sua rabbia s'immagina demiurgo di nuovi ordini (La Cultura del Controllo, Saggiatore 2004).

La frenesia è passione disperata e panica, non fiduciosa nel progresso sociale ma dominata dal catastrofismo, dall'idea che il criminale sia un individuo predeterminato geneticamente, immutabile. Sono le convinzioni di Sarkozy: non ha più senso la polizia di prossimità, che provava a integrare i giovani in banlieue. «La migliore prevenzione è la sanzione». Decenni di lavoro sulle radici della violenza vengono liquidati, giudicati buonisti, sociologici. Quando paura e insicurezza diventano la Soluzione, il problema svanisce. Il populismo penale straripa, imponendo non riforme di lungo respiro ma pletoriche leggi ad hoc, e politiche dichiarative, simboliche, dettate da permanente indignazione.

In Francia, che per l'Italia è oggi paese laboratorio, il vocabolario bellico adattato all'ordine pubblico è preso in prestito dall'epoca coloniale. Lo spiega Mathieu Rigouste, studioso di scienze sociali: i consulenti più apprezzati dai politici, sulle banlieue, combinano dottrine della contro-insurrezione elaborate nella battaglia d'Algeri con l'odierna lotta al terrore. Così vien cancellato il confine tra sfera civile e militare, tempo di pace e di guerra, interno e esterno. Certo è presto per valutare conclusivamente i risultati di queste politiche, ma un primo bilancio è possibile. L'ossessione delle cifre, della rapidità, della cronica drammatizzazione non ha dato per ora veri risultati.

Il poliziotto-giustiziere appare ancora più illegittimo, nelle banlieue. Le carceri si riempiono, aprendo la via a indulti precipitosi. Soprattutto non funziona la panacea tecnologico-militare (videosorveglianza, biometria): il terrorista non teme la morte né l'occhio altrui. La rapidità è proficua solo in parte: impedisce analisi accurate, corre al risultato-show. È in Inghilterra, dove Blair ha inasprito la repressione, che la percentuale dei minorenni delinquenti è la più forte (20 per cento sulla criminalità globale). In Norvegia, dove perdura il modello «sociologico-protezionista», la percentuale è inferiore al 5 per cento. Mucchielli cita poi una distorsione che conosciamo bene: lo slogan Tolleranza Zero vale per tutti i crimini, «tranne per quelli economici e finanziari: contrariamente ad altri tipi di delinquenza, il governo (francese) cerca, in nome della “modernizzazione” del diritto degli affari, di depenalizzare i comportamenti delinquenti». È la società duale descritta da Garland: da un lato chi s'avvantaggia della deregolamentazione liberista, dall'altra una società disciplinata da regole morali più tradizionali e inasprite.

La politica della paura si concilia male con il pragmatismo che Sarkozy incarna agli occhi di molti. Pragmatismo sempre più incensato, e sempre più equivoco: perché una politica sia efficace, non basta dire che essa «non è di destra né di sinistra». Non c'è nulla di pragmatico nell'ossessione delle cifre, nel disprezzo dei poliziotti di prossimità, nel correre affrettato verso il risultato spettacolare, qualunque esso sia. Non sono pragmatiche le pene minime ai recidivi, che riducono l'autonomia dei giudici. O la carcerazione preventiva che tocca a chi ha già purgato la pena ma viene giudicato tuttora potenzialmente pericoloso (da una commissione di esperti, come voluto dal presidente Sarkozy).

Le ronde proposte dalla Lega possono aver senso: alcuni cittadini partecipano al controllo del territorio, «armati solo di telefonini». Ma non deve significare che Stato e polizia abbassano le braccia. Che la società non solo si autocontrolla ma reprime (salvaguardando ampie zone d'impunità economica, come s'è visto). È per evitare il linciaggio che abbiamo giudici e polizia separati dalla società. Quando ciascuno spia, denuncia, reprime il diverso, il mondo rischia di farsi villaggio, letteralmente: non ordine cosmopolita, ma borgo natio dove il controllo sociale protegge senza freni, e il cittadino perde l'anonimato garantito dalla metropoli, non sfugge agli sguardi, e impara a vivere nel sospetto, senza più lasciar vivere.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Scalfari e il folletto scettico
Inserito da: Admin - Maggio 12, 2008, 11:58:52 pm
11/5/2008
 
Scalfari e il folletto scettico
 
BARBARA SPINELLI

 
Tra le molte cose veritiere o acrimoniose che si sono udite nel quarantesimo anniversario del ’68, spicca una lettera inedita di Hannah Arendt, che la rivista tedesca Mittelweg ha pubblicato lo scorso febbraio. È la risposta che la scrittrice inviò a uno studente di teologia, Hans-Jürgen Benedict, il 25 novembre 1967, e le sue riserve sui tumulti europei e americani sfociano in un’asciutta sentenza: «La vera sfida, in politica, è imparare a pensare nei limiti». Il mondo è arduo cambiarlo, se prima non si scopre che a tutto c’è un limite: «Anche alle nostre responsabilità». Oltrepassarlo è follia di grandezza, Größenwahnsinn: «Anche quando essa si nasconde in sentimenti molto sublimi»; anche quando le forze avversate - l’America degli Anni 60-70 - assumono davvero la forma di un «incubo imperialista». Fa impressione ascoltare le parole della Arendt, in questi tempi strani che stracciano con euforia il ’68. Strani perché non è la critica fredda a dominare, ma l’accalorata vendetta delle Erinni. I più aggressivi - Sarkozy in Francia, neo-conservatori in America e Italia - non hanno assorbito quell’asciutto giudizio ma sembrano immersi in analoghe manie di grandezza: anche il loro è un Sessantotto, ma di destra. Anche loro sognano sublimi esportazioni di democrazia. Anche loro incolpano un immaginario establishment culturale, stavolta di sinistra. Anche loro sono refrattari al limite.

Forse è la cosa più difficile, imparare il limite e fondarci sopra non solo la politica, ma un’esistenza. Ci vogliono ingredienti non semplici da trovare, nel mondo e in se stessi: uno sguardo distaccato su di sé, come se ci vedessimo da fuori.

Un’ironia: quella che domanda con aria fintamente credula alla maniera di Socrate. Un distacco, che protegga dalla folie de grandeur. Ci vuole un’attitudine a vivere poeticamente, come in Hölderlin: con azioni «colme di meriti», sì, ma con la coscienza che «poeticamente l’uomo abita questa terra» (Nel blu adorabile...).

Questi ingredienti li ho ritrovati quasi tutti nell’ultimo libro di un grande testimone italiano: Eugenio Scalfari li espone con pudore, come perle di una collana che ciascuno può infilare a suo modo a condizione di maneggiare gli utensili che permettono lo sguardo su di sé: lo scetticismo sulla propria grandezza, la capacità d’ascolto generata dal rivelarsi del limite, infine il distacco. Il lettore avrà singolari sensazioni: ascolterà una vita raccontata come fiaba e al contempo assaporerà un apologo sul distacco, sul metodo di raggiungerlo: non il distacco di chi abbandona le battaglie, ma di chi le continua con il sorriso dell’acrobata di Rilke, nella Quinta Elegia: Subrisio Saltat, il sorriso che spicca il salto.

Già il titolo del libro è indicativo: L’uomo che non credeva in Dio ha suono antico, intreccia il fiabesco rinascimentale al romantico. I capitoli del Gargantua di Rabelais hanno questi titoli, che uniscono romanesque e sberleffo: Come giungemmo allo Sportello abitato da Mordigraffio, oppure: Come passammo per Esagerazione. Qualche secolo dopo, le favole di Grimm propongono imperfetti che ammiccano, annunciano colpi o precipizi impensati: per esempio, la Storia di uno che voleva imparare la paura. All’uomo che non conosceva la paura, come all’uomo che non credeva in Dio, tutto può accadere: la pelle d’oca o i tifoni di Scalfari, che ti cambiano la vita e inaugurano il più esotico dei viaggi: quello dentro di sé. Quello che trasforma la vita in un dramma con due protagonisti-rivali: il pensare e l’agire. I protagonisti convivono, acrobaticamente; si illuminano a vicenda; producono infine il discostarsi del saggio.

Il viaggio dentro l’io si può compiere in molti modi: vanagloriosi o maliziosi, menzogneri o veri. Non sempre approda nel distacco ma quando riesce è perché sono stati usati tre elementi: l’ironia, il dubbio sulle assolute certezze, il candore non come punto di partenza ma di arrivo. Il distacco descritto da Scalfari è di questo tipo: avviene senza paracadute, senza certezze del futuro, senza idea d’un unico centro attorno all’io, «perché il centro è dappertutto», vivendo solo nell’occhio di chi guarda. È il distacco di un Inconsolabile, ma non tenebroso come il Desdichado di Gérard de Nerval.

Il lettore di Scalfari scoprirà quanto possa esser elegante, l’ironia. «La possibilità che dal tuo sguardo emergano visioni autocritiche e scomode è assai limitata, poiché l’io è al tempo stesso attore e giudice delle proprie azioni», dice a un certo punto. «La probabilità che il giudice-attore sia rigorosamente parziale è modesta». O quando evoca la tendenza a dividere il mondo tra buoni e cattivi, e racconta come il vizio infantile ci resti appiccicato addosso in età adulta: il buono che per forza vince, il vittorioso che si tramuta in buono. Oppure quando parla della vecchiaia, dei trampoli smisurati su cui, secondo Proust, camminiamo nell’ultimo tratto di via e che sono il nostro passato: «Per nostra fortuna, anzi per fortuna della nostra specie, il tempo non si trasforma in spazio», la metamorfosi di Proust «resta un espediente letterario con il fascino di un incubo. Eppure...». Scalfari è amico della litote, arte rarissima e lucente: è l’arte di attenuare quel che dici per farlo risultare più forte, o che nega il contrario di quel che vuoi dire (non ti odio, invece che: ti amo). È dispositivo centrale dell’ironia, che tanto mancava al ’68 di ieri e di oggi. Anche la litote ha suono antico, secentesco.

Il distacco, come si può guadagnarlo, meritarlo? Dalle letture che l’hanno accompagnato, immagino che Scalfari vi sia approdato grazie a quel folletto scettico, quel malin génie, che a Descartes insegnò a sospendere il giudizio, a esercitarsi nel dubbio come il funambolo di Rilke: una sorta di spirito malizioso, che ci mette alla prova deridendoci, indicando l’illusorio delle cose, inducendoci a ricominciare sempre l’avvicinamento al vero. Senza il malin génie l’io diverrebbe gonfio, tronfio: la volontà di potenza che abita politici e giornalisti diverrebbe cieco scantinato. Non impareremmo i limiti.

L’uomo che non credeva confessa di non guardare spesso Dio, anche se col pensiero l’incorpora. Ma c’è un grano di mistica in lui, che trasforma il libro in lettera di un’anima: di mistica eretica trecentesca. So che lui sorriderebbe, subito opporrebbe una litote. Ma più volte mi ha fatto venire in mente il Maestro Eckhart, che credeva tanto in Dio ma non vedeva il centro nelle cose e neppure il senso. «Se qualcuno chiedesse per mille anni alla vita: “perché vivi?", ed essa potesse rispondere, non direbbe altro che: "io vivo perché vivo"... e se si chiedesse a un uomo vero, che opera dal suo fondo proprio, "perché operi le tue opere?", se questi dovesse rispondere correttamente, non dovrebbe dire altro che: "io opero perché opero". E se tu gli chiedessi "perché vivi?", risponderebbe: "non lo so, ma vivo volentieri!"». (Sermone In hoc apparuit caritas dei).

Perché restare dove restiamo, diritti? Perché scrivere? Non c’è vero perché. Operiamo per operare, ci accostiamo agli amati e morenti con la pietà di Enea, cui è dedicato un passaggio luminoso del libro. Non mancano le cose su cui dubito, leggendo Scalfari (anch’io penso, come Citati, che non si cerca Dio solo per paura della morte). Ma il candore con cui cerca è squisito, così come l’equilibrio che trova fra pensare l’io e pensare il mondo, fra speculazione e prassi. I filosofi che Scalfari predilige sono frammentari, poetici: Nietzsche, Montaigne, Pascal. Thomas Bernhard, che amava solo questi, li chiamò un giorno i Lachphilosophen: i filosofi ridenti.

Eugenio è un Lachphilosoph. Fa sorridere e pensare profondo. Abita poeticamente questa terra, quest’Italia che spesso infuria. Opera per operare, come gli alberi che accolgono vite e suoni facendosi luoghi, case: «Anche noi, oltre che persone, siamo luoghi e case, ma spesso non lo sappiano e se qualcuno ce lo dice il più delle volte ci sembra un’offesa».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La zattera della medusa
Inserito da: Admin - Maggio 19, 2008, 03:57:19 pm
18/5/2008
 
La zattera della medusa
 
BARBARA SPINELLI

 
Si è parlato molto, negli ultimi anni, della casta politica e delle sue cecità, dei suoi privilegi. Si è parlato della distanza che la separa dal cittadino, dal suo quotidiano tribolare. Si è parlato assai meno della malattia, vasta, che affligge l’informazione e il compito che essa ha nelle democrazie. Compito di chiamare i poteri a render conto, tra un voto e l’altro. Compito d’abituare l’opinione pubblica non a inferocirsi, ma a capire le complicazioni, a esplorarne le radici, a scommettere con razionalità su rimedi non subito spettacolari. Compito di formare quest’opinione, cosa che spetta all’informazione in quanto «mezzo che mette il cittadino a contatto con l’ambiente che sta al di fuori del suo campo visuale»: lo scriveva Walter Lippmann nei primi Anni 20, e la missione è sempre quella. La malattia non è solo italiana, sono tante le democrazie alle prese con un’informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile, che dal potere politico si fa dettare l’agenda, le inquietudini, gli interessi prioritari. Che è vicina più ai potenti o alle lobby che ai lettori. Che alimenta il clima singolare che regna oggi nelle democrazie: come se vivessero un permanente stato di necessità - di guerra - dove per conformismo si sospendono autonomie, libertà di dire.

La grande stampa Usa si è fatta dettare l’agenda da Bush, per anni. La stampa francese per anni s’è dedicata ai temi prediletti da Sarkozy. Quel che ci rende originali non è dunque la malattia. È il fallire del sistema immunitario, che altrove generalmente funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie, dalle loro cellule.

Siamo immersi in esse con compiacimento, con il senso di potenza che dà l’ebbro sentirsi in branco: lo straordinario conformismo che disvelò Jean-François Revel (Pour l’Italie, 1958) non è scemato. In Italia c’è poca auto-stima ma anche poca analisi di sé. Un romanzo spietato come Madame Bovary è da noi impensabile. Quanto all’informazione, nulla che somigli alle autocritiche dei giornalisti Usa sull’Iraq, emerse quando Katrina travolse New Orleans.

L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il risultato è palese, oggi, e lo storico Adriano Prosperi lo descrive con nitidezza: nel Palazzo «un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza (...) un’aria di intesa e di pace». Fuori, intanto: una guerra tra poveri, e pogrom moltiplicati contro rom e diversi (la Repubblica, 16-5). Il guaio è che anche la stampa è Palazzo: incensa serenità politiche ritrovate e scopre, d’improvviso, una società inferocita da tempo, ormai indomabile dalla destra che l’ha sobillata.

L’enorme polemica suscitata da alcune affermazioni televisive del giornalista Marco Travaglio è sintomo di questa malattia, assieme alla violenza, impressionante, con cui alcuni si scagliano contro di lui (in primis un grande professionista d’inchieste giudiziarie come Giuseppe D’Avanzo). Il Paese traversa tifoni, e i giornalisti trovano il tempo di scannarsi a vicenda come fossero nell’ottocentesca Zattera della Medusa. Chi ha visto il quadro di Géricault, al Louvre, ricorderà la cupa zattera, dove pochi naufraghi pensarono di salvarsi a spese di altri. Su simile zattera sono oggi i giornalisti, mangiandosi vivi. L’istinto della muta è forte in tempi di necessità, di Ultimi Giorni dell’Umanità.

Ignoranza e mancanza di memoria sono tra i mali che impediscono di smettere il cannibalismo tra giornalisti e di suscitare un’opinione pubblica informata. Si ignora quel che succede nel Paese, e da quanto tempo. Il pogrom di Ponticelli non è un evento nuovo. Violenze di mute cittadine contro il capro espiatorio già sono avvenute il 2 novembre 2007, quando squadracce picchiarono i romeni dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani. Già il 21-22 dicembre 2006 presidi cittadini incendiarono un campo nomadi a Opera presso Milano, approvati da un consigliere comunale leghista, Ettore Fusco, ora sindaco. E non erano violenze nate da niente, avevano anch’esse album di famiglia che chi ha memoria conosce: la tortura di manifestanti no-global a Genova nel 2001; gli sgomberi dei campi Rom attuati brutalmente dal Comune di Milano nel giugno 2005; le parole del presidente del Senato Pera contro i meticci nell’agosto 2005; le complicità del governo Berlusconi nel rapimento di Abu Omar e nella sua consegna ai torturatori egiziani.

Erano pogrom anche quelli del 2006-2007, e gli oppositori di allora non sapevano che a forza di aizzarli avrebbero suscitato i mostri che adesso, grazie all’allarme europeo, devono condannare. La perdita di memoria è stupefacente, ramificandosi s’espande. D’un tratto Berlusconi è «un’altra persona», al pari di suoi amici come Dell’Utri, Schifani. Non hanno dovuto fare ammenda: sono altre persone perché il conformismo fa letteralmente magie. Non si ricorda quel che è stato Berlusconi ancora ieri: come quotidianamente ha delegittimato Prodi, trascinando dietro di sé l’informazione. Di conflitto d’interesse non si parla più. Non si ricordano i trascorsi dei suoi uomini. I rapporti con la mafia o il vivere vicino a essa sono pur sempre una loro macchia. Travaglio ha avuto il cattivo gusto di non uniformarsi, di dirlo a Fabio Fazio su Rai3. Sta pagando per questo.

Fa parte del conformismo giornalistico il fascino per il potere (il vizio infantile descritto nel libro di Scalfari: non solo i buoni vincono ma chi vince è buono). E anche se il fascino esiste altrove, in Italia è diverso: proprio perché lo Stato è debole, la massima irriverenza verso le cariche repubblicane si mescola non di rado a riverenze esagerate (verso il presidente del Senato, anche verso il Capo dello Stato). L’usanza non esiste in regimi presidenziali come America e Francia.

Travaglio è un professionista che ha molto investigato, ma ve ne sono altri: Abbate che ha indagato su mafia e politica, o Peter Gomez, Gian Antonio Stella, Elio Veltri, Carlo Bonini, Francesco La Licata. Anche D’Avanzo è fra essi, e per il lettore non è chiaro perché si sia tanto accanito contro Travaglio, il cui carattere non è più spigoloso di altri astri giornalistici. Travaglio si è chiesto come mai un politico dal passato non specchiato sia presidente del Senato. Non è illegittimo. Ha violato il sacro della carica, ma la prossimità di Schifani alla mafia è già stata descritta da Lirio Abbate e Peter Gomez ne I Complici - in libreria dal marzo 2007 - senza che mai sia stata sporta querela. Berlusconi s’avvia a esser osannato allo stesso modo, metamorfizzandosi in tabù. L’antiberlusconismo non è più una normale presa di posizione politica; sta divenendo un insulto che disonora oppositori e giornalisti. Qui è l’altra originalità italiana. Nessuno si sognerebbe in America di accusare il New York Times o i democratici di anti-bushismo, nessuno in Francia denuncerebbe l’anti-sarkozismo di Libération o dei socialisti. Da noi lo spirito dell’orda è tale che ieri era indecente difendere Prodi, oggi è indecente attaccare Berlusconi.

Le precipitose scuse di Fabio Fazio non erano necessarie. Più appropriato è quello che ha detto dopo, su La Stampa del 13 maggio: «L’idea che si immagini sempre il complotto, la trama, fa pensare che non possa esistere la normalità; è come se non si riuscisse a concepire che in Italia c’è chi lavora autonomamente. Noi giornalisti non siamo dipendenti della politica. Semmai questo è un atteggiamento proprietario che ha la politica nei confronti dei cittadini». Che cos’è la normalità, per il giornalista? È non farsi intimidire, non lasciarsi manipolare dalla violenza con cui il presidente della Camera Fini giustifica, in aula, gli attacchi a Di Pietro («dipende da quel che dici»). È lavorare solo per i lettori: via maestra per fabbricarsi gli anticorpi che mancano.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Tra stomaco e serbatoio
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2008, 10:50:50 pm
6/6/2008 - VERTICE FAO
 
Tra stomaco e serbatoio
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Il vertice della Fao che si è concluso ieri a Roma non ha dato alcuna risposta seria a quello che Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha chiamato il «silenzioso tsunami» dei prezzi alimentari. Ha risposto con l’afasia, l’indifferenza, la disunione, e una volontà, ferrea, d’impotenza. Al comunicato finale son allegate innumerevoli proteste, soprattutto sudamericane. Il vertice ha ignorato i dati che aveva a disposizione, ha finto di non conoscere le cifre che pure parlano chiaro: gli affamati che vertiginosamente aumentano, man mano che i prezzi di cibo e energia salgono; gli egoismi di lobby e Stati affluenti che dilatano una catastrofe tutta fabbricata dall’uomo; le promesse dei ricchi scordate. Basti rammentare il giuramento del vertice Fao nel 1996: «Dimezzeremo entro il 2015 il numero degli affamati», garantirono, e allora gli affamati erano 800 milioni. Già un anno e mezzo dopo erano 863 milioni e nel frattempo se ne sono aggiunti 100, sfiorando il miliardo.

Non sono le organizzazioni internazionali a esser colpevoli di simili disastri, così come non lo sono del degradare del clima, della gestione dei conflitti militari, delle scandalose disparità di ricchezza nel mondo. Le organizzazioni come l’Onu, la Fao, la Banca Mondiale sono grottescamente trascinate sul banco degli imputati, sono ormai macchinalmente ribattezzate con i nomignoli più sprezzanti - son chiamate di volta in volta carrozzoni, elefanti burocratici che mangiano soldi e vanno gettati nella spazzatura - ma tutti questi son giochetti e menzogne, simili ai sotterfugi retorici cui si ricorre in Europa per denigrare gli amministratori di Bruxelles.

Giochetti che gli Stati fanno per nascondere le proprie responsabilità; menzogne utili ad allontanare dai governanti, e dal cittadino, verità scomode e elettoralmente costose. Possiamo pure abolire Fao, Onu, tutti gli organi del dopoguerra: non per questo avremo curato i mali, perché questi ultimi non son generati dalle istituzioni multilaterali ma dagli Stati e dalle loro sovranità assolute, riluttanti a accettare - sopra di sé - qualsivoglia autorità mondiale. Una volta abolite queste istituzioni dovremo ricrearle, perché di istituzioni e di governo mondiale c’è pur sempre e più che mai bisogno, e non di politiche che lusinghino e favoriscano il ciascuno per sé.

Tra gli Stati responsabili degli odierni fallimenti ci sono innanzitutto i più ricchi e potenti. È qui il male, qui l’ignoranza militante che impedisce di riconoscere la natura del disastro e aggiustarla. Se oggi non pare possibile la Rivoluzione Verde che negli Anni 60 scongiurò la carestia nei Paesi poveri, è perché un’immobile apatia s’è insediata nei vertici degli Stati nazione, perché nazionalismi acuti sono di ritorno nei Paesi ricchi, perché la mente degli economisti e dei responsabili occidentali si è ossificata, incapace di adattarsi con elasticità al mutare del mondo e di chi lo abita. Il meccanico gioco di mercato non basta a risolvere la crisi e un collettivo intervento pubblico si impone? L’ideologia liberista frena, inorridita. Le politiche nazionali danneggiano la Terra, ostacolano il libero commercio di beni alimentari? Che muoia il mondo e tutti i filistei, purché le marionette regnanti possano accontentare i propri elettori, arrabbiati e resi ciechi dalle bugie che vengono loro raccontate dalle marionette in questione.

Certo non esiste un’unica responsabilità per l’immane carovita: sono molte e convergenti le cause. A differenza degli Anni 60 c’è il deterioramento del clima e il rarefarsi dell’acqua per le irrigazioni. C’è il prezzo di petrolio e gas che ha raggiunto livelli proibitivi. Ci sono interi e popolosi continenti - Cina, India - che escono dalla povertà, che stanno dando alla luce una vastissima classe media, che cominciano ad avere una dieta più variata, comprendente la carne. C’è l’enorme divario che si sta aprendo tra poveri che crescono pur sopportando prezzi alti e poveri che sopportano il carovita ma non hanno redditi in aumento. Siamo al cospetto di due favole parallele, ha scritto Amartya Sen sul New York Times del 28 maggio: la prima narra l’asimmetria tra poveri e ricchi, la seconda fra poveri e poveri.

La condotta più egoista è quella americana. Sono mesi che l’amministrazione insiste esclusivamente sulle responsabilità degli emergenti, e il segretario all’Agricoltura Ed Shafer l’ha ribadito non senza sfacciataggine a Roma: è la domanda cinese e indiana che fa aumentare i prezzi, allo stesso modo in cui sono Cina e India che accelerano, producendo anidride carbonica, la catastrofe climatica. Minimo è invece, secondo Shafer, l’effetto della produzione di biocarburanti intensificata da Bush nel 2005. Non meno colpevoli per Washington sono coloro che si oppongono - non solo in Europa ma in molti Paesi africani - agli organismi geneticamente modificabili (ogm): visti spesso come panacea, gli ogm rinviano mutazioni più ardue dei comportamenti e delle politiche occidentali.

Il ruolo degli Stati Uniti e dei ricchi viene completamente negato, e le lobby difese a denti stretti. Eppure gli esperti sono unanimi nel constatare come la scelta Usa di sovvenzionare massicciamente le coltivazioni di mais per estrarne energia alternativa (etanolo) abbia crudelmente ridotto le superfici coltivabili per produrre cibo per l’uomo: «Lo stomaco degli affamati è costretto a competere con i serbatoi di benzina», denuncia Sen, ed è chiaro chi perde nell’impari battaglia. Ma su questi punti il governo Usa è inamovibile: ha perfino l’appoggio del Brasile, anche se l’etanolo di quest’ultimo è estratto dalla canna da zucchero e penalizza meno le produzioni di cereali.

Gli occidentali affluenti hanno la tendenza a puntare il dito su cinesi e indiani che consumano più carne: un’analisi non scorretta, ma che indispettisce profondamente Cina e India, che si sforzano di uscire dall’inferno dell’indigenza. Il loro infuriarsi è comprensibile: dicono che in due secoli di rivoluzione industriale l’Occidente ha rovinato il pianeta ed è diventato obeso a forza di rimpinzarsi, e adesso che è confrontato con penuria e carovita fa di tutto per non rimettere in causa proprie abitudini e scelte, quasi sognasse di ricacciare gli emergenti nella povertà. Il rancore è grande, verso Paesi che s’adoperano molto per correggere gli altri, e poco o nulla per correggere se stessi. Che denigrano le istituzioni internazionali solo per proteggere le proprie lobby, le sovranità intangibili dei propri Stati, le proprie ideologie liberiste.

Va di moda oggi vilipendere le utopie degli Anni 60, che erano speranze di futuro: ma quell’epoca era meno cieca, infinitamente più duttile. Di fronte all’Occidente s’accampava un pericolo vero, il comunismo, e tutti i pericoli veri sono anche una sfida, una straordinaria occasione: nel caso specifico, la sfida era di competere col comunismo nell’aiutare i poveri e i diseredati. Nessun pericolo odierno (terrorismo, Iran) è paragonabile a quella minaccia benefica, che teneva sveglia la coscienza occidentale e la mobilitava.

Oggi quella sfida non esiste più: in parte è una disgrazia. Oggi non si tratta di strappare i poveri e gli ultimi alla seduzione sovietica ma di aiutare le singole persone umane a non morire di fame, semplicemente e subito. È questo che gli occidentali non sanno fare. È questo che li rende così afasici, volontariamente impotenti, e vuoti.


da lastampa.it
 


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'opposizione anomala
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2008, 04:31:52 pm
22/6/2008
 
L'opposizione anomala

Barbara Spinelli 
 
 
Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo. La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie allo storico americano Robert Paxton, nel '66: l’angelo passò e i francesi impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende linguistiche patrie. Così è stato per l'Italia nell'ormai lunga epoca dominata da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata.

Sull’anomalia di Berlusconi molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi. È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere, anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani - dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio - scoraggiando la sua nomina a presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France. Avrebbe alzato una barriera contro il reato d'immigrazione clandestina, il divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il processo sulle morti causate dall'amianto). La militarizzazione delle città crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire ordinaria.

Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno.

Così si comportano, senz’alcuna remora, i socialisti francesi, i democratici Usa, i conservatori inglesi: quando attaccano o contrattaccano, non si sentono in dovere di spiegare i motivi profondamente torbidi per cui hanno interrotto il dialogo. Non danno a questo opporsi il nome indecoroso di antiriformismo o massimalismo. Non sono accusati dalla stampa di «pura agitazione», di «precipitare nel rivoluzionarismo verbale». Nessuno si sognerebbe di accusare i democratici Usa di antibushismo, o la sinistra francese di antisarkosismo. Sono eccettuati i Paesi con larghe intese: in Germania i socialdemocratici non attaccano la Merkel perché la necessità li ha spinti nella Grosse Koalition. Nessuno dei due la voleva, ma hanno dovuto farla e non vedono l’ora di smettere, e riprendere la classica dialettica fra chi governa assumendosene le responsabilità e chi si oppone preparando il ricambio. In Italia non c’è Grande Coalizione ma una strana invasiva idea del decoro impone il linguaggio da Grande Coalizione.

In Italia si fatica a dare un nome al governo Berlusconi: un regime paradossale che promette sicurezza e lede la rule of law. Che fa ardite leggi finanziarie e sottovaluta la cultura della legalità. Ma ancor più impervio è dare un nome all’opposizione. Il Pd si oppone ma non vuol essere antiberlusconiano, si oppone ma non vuol farlo con la determinazione - peraltro rara - dell’Ulivo. Si oppone nell’impaccio, quasi avesse alle spalle severissime offensive: contro il conflitto d’interessi, contro le leggi ad personam. Nulla di questo è stato fatto eppure s’espande la paura di apparire antiberlusconiani, non nella realtà dei fatti ma nell’immaginario della pubblica chiacchiera.

Il clima nelle ultime ore sembra mutato, ma siccome alcune tendenze restano converrà indagare sulle radici di questo immaginario fatto di timori e fantasmi. Una delle radici è forse nella storia del Pci, evidentemente ancora inconclusa o mal conclusa. Non più comunisti, ormai liberali, gli eredi di Togliatti sono alla ricerca di un’identità introvabile ma una cosa sanno e desiderano: tutto vogliono essere, fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori intransigenti. È l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto più dell’ideologia che per decenni la sorresse. Abbandonata l’ideologia anche l’opporsi in sé viene abbandonato, come qualcosa di cui ci si vergogna, che sveglia un fantasma sgradito: il proprio. Scrive Paolo Flores d’Arcais sull’Unità che Veltroni non sa dire sì sì, no no. In realtà non oscilla: ha un rapporto malsano con il no, associandolo al no massimalista detto per mezzo secolo dai comunisti dell’Est e dell’Ovest.

Per la verità prima ancora di cambiar nome i riformatori postcomunisti avevano cambiato linea. Ma la cambiarono nell’economia, più che su Stato di diritto e rule of law. Ricordo i tempi in cui chi si congedava dai totalitarismi, in Est Europa, era affascinato da Pinochet. Pinochet aveva abolito la rule of law, ma aveva scommesso sul capitalismo con notevole successo, e questo piaceva al postcomunismo. Quel che non gli piaceva era ben altro, e gli incuteva panico. Panico di somigliare alle sinistre radicali, figure redivive del proprio passato. Panico, oggi, di fronte a chi fa dura opposizione concentrandosi innanzitutto sulla rule of law (Di Pietro, Bonino). Il discredito che colpisce i girotondi (ma che hanno fatto di sovversivo?) è segno di questa pavidità e del conformismo che secerne. Il confluire di tradizioni democristiane nel Pd non aiuta. Avvinti gli uni agli altri, i finti affratellati pencolano nel vuoto.

I massimi dirigenti del Pd hanno grandi tremori e forse non sarebbe male che cominciassero a parlarne. Altrimenti chi guarda da fuori continuerà a sbigottirsi: più sorpreso da questi tremori, in fondo, che da Berlusconi. Tra l’Italia e le altre democrazie si sta aprendo un baratro più vasto di quello che immaginiamo: non solo tra governanti diversi ma tra oppositori, giornalisti, sindacati diversi. Quasi non ce ne accorgiamo. Non ne usciremo dicendo che siamo così complicati e che nessuno, fuori casa, è in grado di capirci.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il valzer della paura
Inserito da: Admin - Luglio 06, 2008, 09:32:56 pm
6/7/2008 - LE IMPRONTE AI ROM
 
Il valzer della paura
 

 
BARBARA SPINELLI

 
Anche se il silenzio è vasto, sulle misure di sicurezza adottate in fretta da Berlusconi, c’è stato chi ha provato sgomento grande, apprendendo che il ministro dell’Interno Maroni aveva messo all’ordine del giorno, come provvedimento risolutivo, le impronte digitali imposte ai bambini Rom: hanno protestato insegnanti impegnati in difficili tentativi di inserzione, e pensatori, storici, politici d’opposizione. Ma le parole più nette, più indipendenti, meno nebbiose son venute dall’interno della Chiesa. Aveva cominciato l’arcivescovo di Milano Tettamanzi, denunciando gli sgomberi dei campi Rom in aprile («Si è scesi sotto il rispetto dei diritti umani»). Poi hanno parlato sacerdoti, vescovi, la Fondazione Migrantes. Infine è giunto l’editoriale di Famiglia Cristiana: un periodico che vende più copie di tutti i giornali (3 milioni di lettori) ed è presente in ogni chiesa.

L’editoriale del direttore, Antonio Sciortino, non usa eufemismi. Parla di «misure indecenti», di un governo per cui «la dignità dell’uomo vale zero». Enumera verità giuridiche elementari: l’accattonaggio non è reato, la patria potestà tolta quando i genitori Rom sono poveri o in condizioni difficili viola la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, firmata dall’Italia. Ma soprattutto, ricorda il male scuro dell’Italia, tra i più scuri in Europa. L’Italia porta nel proprio bagaglio il fascismo con le leggi razziali e tuttavia questa «tragica responsabilità» finge di non averla: «Non ce ne siamo vergognati abbastanza». Anche questo crea sgomento: questo passato che non solo non passa, ma sembra dissolto in un acido, come se le revisioni di Fini a Fiuggi non si fossero limitate ad affrancare Alleanza nazionale ma fossero andate oltre, consegnando al nulla tutto un brano di storia nazionale. Il periodico obbedisce al motto del fondatore, Giacomo Alberione: «Famiglia Cristiana non dovrà parlare di religione cristiana, ma di tutto cristianamente».

Tuttavia l’ossessione dello straniero sospetto sin dalla nascita non è solo italiana. In questi giorni si discute di schedatura dell’infanzia in Francia («progetto Edvige»), anche se l’elaborazione di identikit - il profiling - non riguarda le etnie. Ma anche qui si pensa agli stranieri, e il significato è lo stesso: si predispongono liste di sospetti, in nome di uno stato d’emergenza infinita. Il modello d’integrazione del dopoguerra, chiamato in Francia protezionista, viene sostituito da un modello repressivo, dal populismo penale, da un inarrestabile proliferare di reati, dal profiling del diverso. Muta il mondo che abitiamo sempre meno generosamente, meno umanamente: una sorta di catastrofismo antropologico s’insedia negli spiriti e nei governi, che giudica l’uomo malvagio, incendiario. Che abolisce la fiducia: quest’apertura all’altro che scommette sul mutare della persona e non sugli immoti dati del suo corpo e della sua genetica.

Questa politica della sfiducia è iniziata prima dell’11 settembre, ma dopo il 2001 ha impastato sicurezza interna e antiterrorismo, importando dalla guerra le parole, le pratiche, le norme d’eccezione. Un libro uscito quest’anno in Francia, a cura di Laurent Mucchielli, descrive la frenesia della sicurezza impadronitasi dei governanti come dei giornali e spiega bene, in un saggio di Mathieu Rigouste, la militarizzazione delle menti. Anche qui riaffiorano automatismi, si son disperse vergogne o memorie. Rigouste, in un libro d’imminente uscita (L’ennemi intérieur, La Découverte) ricorda che linguaggio e azioni sono radicati nelle repressioni coloniali. Si parla di «contro-insurrezione», di «zone grigie dove s’annidano minacce di guerriglia», di «guerre di bassa intensità permanente» nelle banlieue. Ci sono consiglieri governativi (il colonnello de Richoufftz, il generale Henry Paris) che si fanno forti delle esperienze in Bosnia, Kosovo, perfino in Algeria.

A forza d’impastare il civile e il militare sono tanti i confini che sbiadiscono: tra ordine e emergenza, pace e guerra, e anche tra l’età maggiorenne (in cui diveniamo imputabili, incarcerabili) e quella minorenne, da tutelare e correggere con l’integrazione. Il bambino e l’adolescente diventano incubo, primo anello di catene devianti. Il XX secolo fu marchiato dalla foto del bambino con le braccia alzate, nel ghetto di Varsavia sopraffatto. Quell’immagine rivive: a Guantanamo, in Palestina, in Europa stessa. Chi ha contemplato il tremendo nel prodigioso film di Ari Folman (Waltz With Bachir), ricorderà la scena in cui l’autore, ebreo israeliano, racconta i palestinesi massacrati a Sabra e Chatila e vacilla perché quel che ha visto e quel di cui s’è reso complice gli fa venire in mente il bambino di Varsavia.

Chi difende le leggi Berlusconi difende cause apparentemente buone, e accusa i cristiani dissidenti di cecità: «Voi non andate nelle terre di desolazione e ignorate l’angoscia di tanti italiani», lamentano. Dicono che la legge è fatta per dare ai bambini un’identità che non hanno, per verificare se vanno a scuola, hanno case decenti, son sfruttati. Ma i bambini sfruttati e non scolarizzati in Italia sono ben più numerosi dei Rom, e questo conferma la discriminazione negativa di un’etnia (sono selettivi anche alcuni termini: commissario per la questione Rom, emergenza-Rom). Conferma una visione del male che non insorge perché società e istituzioni barcollano, o l’integrazione fallisce. Il male comincia nel genetico, nel corpo del bambino. Tanto più se diverso: Rom, musulmano, povero.

Sono anni che la delinquenza minorenne ossessiona, e un primo bilancio può esser fatto delle risposte date fin qui in Europa. I più repressivi sono stati i governi inglesi, poi il francese e l’italiano; mentre a Nord è sopravvissuto il modello integrativo. I risultati non confortano i fautori di ghetti. Con le repressioni inglesi, la delinquenza minorile è spettacolarmente aumentata: la sua parte nel crimine globale raggiunge percentuali senza eguali in Europa (20 per cento). Mentre in Norvegia, dove son preservate istituzioni solidali, i minorenni sono meno del 5 per cento della criminalità globale. Molte misure tecnologiche presentate come miracoli sono inefficaci. E in nome delle vittime o delle paure singole, è l’idea di una società coesa che si sfalda, è la sfiducia nelle istituzioni collettive che si attizza. Le impronte digitali, infine, accendono risentimento. Pierre Piazza, autore in Francia di una storia della carta d’identità, evoca afghani in cerca d’asilo che si son bruciati le dita, per protestare contro la schedatura.

I tempi d’azione affrettati e concitati, il rifiuto dei vecchi modi - più lenti - di curare le radici del male anziché estirparle: tutto questo mostra che insicurezza e paura sono spesso considerate una soluzione, più che un problema. Son usate e alimentate come uno strumento utile al potere. Sono la fuga nella politica delle emozioni, dell’annuncio declamatorio, del culto totemico di cifre continuamente contraffatte. A partire dal momento in cui, se un bambino ruba una bici, conta più la bici che la storia del bambino, il salto qualitativo è fatto: il salto nei nuovi reati (di accattonaggio o clandestinità); il salto nel sequestro del corpo, tramite biometria. L’habeas corpus, che è la facoltà di disporre del proprio corpo senza che esso sia manomesso o derubato, si perde.

I cittadini alle prese con lo spavento sono comprensibili. Ma la civiltà ha sue ragioni, che l’individuo impaurito non conosce o sottovaluta. Sono ragioni che riguardano anche lui. Il pastore Martin Niemoeller lo rammenta, in una poesia scritta a Sachsenhausen e Dachau, oggi esposta in un manifesto nelle vie di Roma. All’inizio deportano gli zingari, e tu taci. Poi gli ebrei, i sindacalisti, e sempre taci. Alla fine vengono per prender te. Non c’è più nessuno per protestare.
 
da lastampa.it


Titolo: Spinelli, sì alla manifestazione contro le leggi di Berlusconi
Inserito da: Admin - Luglio 06, 2008, 09:37:30 pm
POLITICA


LA LETTERA

Spinelli, sì alla manifestazione contro le leggi di Berlusconi


ROMA - L'editorialista della Stampa Barbara Spinelli ha aderito alla manifestazione dell'8 luglio in Piazza Navona. Ecco la lettera inviata agli organizzatori.

"Aderisco alla manifestazione promossa da Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d'Arcais l'8 luglio a Roma contro le leggi-canaglia del governo Berlusconi, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti.

È urgente che esista la pietra dello scandalo.

È urgente che un risveglio avvenga, anche se di pochi, perché la narcosi delle menti, del linguaggio, della visione, delle memorie è vasta e progredisce.

Non è importante il nome che si dà al regime in cui viviamo. Conta la sua sostanza: la maggioranza che ignora e vilipendia la minoranza, la separazione dei poteri messa in questione, il trionfo degli interessi particolari e privati di chi è a capo del governo, l'impunità garantita a un impressionante numero di crimini, l'esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall'infanzia perché appartenente a altre etnie o razze.

Scegliete il nome che volete, purché il nome abbia rapporto con la sostanza".

Barbara Spinelli

(5 luglio 2008)

da repubblica.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il profeta nel purgatorio del Gulag
Inserito da: Admin - Agosto 05, 2008, 10:24:54 am
5/8/2008
 
Il profeta nel purgatorio del Gulag
 
 
 
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Quando in Occidente apparve l’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn - scritto fra il 1958 e il ’68, uscì nel ’73 a Parigi - fu come un torrente che s’abbatté sulle menti, le conquistò o le intimidì, comunque le cambiò per sempre. Il «saggio di inchiesta investigativa» era colmo di fatti, non confutabili; il tono era quello del profeta; lo sguardo sui campi di Lenin e Stalin aveva l’acutezza che possiedono gli occhi costantemente spalancati sul dolore. Occhi che scrutano dietro il sipario srotolato sulle cose; che le disvelano, come nell’Apocalisse quando ogni velo cade. Occhi che scoprono la paura che muove i mondi e tuttavia prepara la coscienza. Come in Isaia 28, 19: «Solo il terrore farà capire il discorso».

I fatti e il terrore narrati da Solzenicyn non erano ignoti. Chi voleva sapere, sapeva quasi da principio. La denuncia più libera era stata negli Anni 30-40: quando Stalin si alleò con Hitler, quando Orwell scrisse la Fattoria degli animali nel ’44, quando Koestler pubblicò Buio a mezzogiorno nel ’40, Lo Yogi e il Commissario nel ’45. La denuncia del comunismo totalitario divenne tabù dopo la guerra vinta con l’aiuto moscovita, creando attorno ai Gulag una sorta di crosta: quasi un secondo Permafrost, con cui le democrazie avvolsero il Permafrost sovietico. Da allora i profeti diverranno eretici inascoltati: Ignazio Silone, Victor Kravchenko, Margarete Buber-Neumann, furono traditori rinnegati per i comunisti sovietici e occidentali e perfino per molti non comunisti. Così Terra inumana di Joseph Czapski, Hexensabbat di Alexander Weissberg-Cybulski, Un mondo a parte di Gustaw Herling, Il Grande Terrore di Robert Conquest.

Il 25 settembre ’76, su La Stampa, Primo Levi si dichiara deluso dai dissidenti, e giunge fino a stabilire una graduatoria etica: «Duole dirlo: il terrore e l’isolazionismo staliniani trasmettono la loro infezione paralizzante anche ai loro testimoni e contestatori. (...) La loro statura è inferiore a quella dei loro corrispettivi che hanno combattuto il terrore hitleriano, o che oggi denunciano i delitti compiuti in Asia e Africa dalla civiltà occidentale».

Solzenicyn fu un torrente perché iniziò a erodere questi tabù, in Francia anche se non in Italia. Qui lo scrittore venne sminuito, spesso ignorato. Più intelligente e astuto dei compagni francesi, il Pci seppe costruire un muro, attorno allo scrittore, che lo teneva a distanza e lo rendeva sospetto. Era troppo russo e sferzante, troppo credente. Disturbava i revisionismi sfumati, e aveva una serietà che stonava: pochi resistettero al conformismo di un’intellighenzia che a differenza della francese non stava discostandosi dal partito comunista, negli anni dell’Arcipelago, ma assaporava proprio allora le sue primizie di potere.

Solzenicyn fu certo un credente, e nell’Italia d’allora - smagata, filistea - questo pesò e ancora pesa. È raro trovare giovani italiani che ammettano d’esser stati illuminati dall’Arcipelago, dai racconti di Salamov, da Koestler. Solzenicyn fu tuttavia un credente singolare, in Russia. La fede che non sfocia in insurrezione, il cristianesimo ortodosso che si sottomette all’autorità, non sono nell’Arcipelago il suo orizzonte. L’orizzonte sono la verità di fatti, il soffrire degli zek-prigionieri, l’introspezione di chi tollerò. La purificazione morale e pre-politica di Tolstoj gli è estranea: «In definitiva il punto non è certo la libertà politica. Lo scopo dello sviluppo dell’umanità non è una vacua libertà. E neppure una felice organizzazione politica della società. L’essenziale, naturalmente, sono i fondamenti morali della società! - solo che questo accade alla fine, ma all’inizio? Ma come primo passo?». La fede ortodossa, lamenta lo scrittore, non si occupa che sbadatamente di questi primi passi; nasconde le sofferenze troppo umane, terrestri; sembra tutta concentrata sulla finale palingenesi: sul Cristo risorto, sul Pantocrator vincitore della Terra. Solo i credenti si salvarono nei Gulag, ma furono credenti peculiari. La seconda parte dell’Arcipelago, dedicata alle tante rivolte nei campi (Novoçerkassk, Kengir, Sachalin, Vorkuta) narra un’ascesa purgatoriale in cui s’intrecciano pazienza e rivolta, spiritualità e sete di coltello. Nell’ortodossia cristiana il Purgatorio non c’è.

La parola dissidente non nasce con Solzenicyn ma con lui s’insedia nel nostro linguaggio. Il dissidente non è l’oppositore, non possedendo gli strumenti per opporsi. Si esprime con la profezia, col mettersi in disparte, col prepararsi. Fa politica sott’acqua, per vie traverse: con i Samizdat clandestini o con l’ironia. Chi tanto s’indigna in Italia contro le irriverenze dei comici potrebbe ricordare quel che fu Radio Erewan, ai tempi dei gulag. Il velo della menzogna fu strappato da comici e profeti: un lascito che non si sperderà.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le due follie
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2008, 10:29:09 am
11/8/2008
 
Le due follie
 
 
BARBARA SPINELLI
 

Una dichiarazione del Comitato Olimpico Internazionale, diffusa all’indomani della guerra fra Georgia e Russia, riassume molto bene l’epoca in cui viviamo e lo stato mentale che la caratterizza: stato fatto di cecità, ignoranza, stupidità militante, irresponsabilità. «Non è quello che il mondo vorrebbe in questo momento vedere», sentenzia a Pechino il Comitato, e forse non sa quanto è fedele al vocabolario dominante nei governi e nei giornali d’Occidente. Anch’essi non vogliono guardare quel che accade e di conseguenza non lo vedono: non da oggi, ma da decenni. Ci si dichiara delusi, traditi, come se le Olimpiadi non fossero state questo sempre, dalle tirannidi greche antiche fino ai Giochi di Hitler nel ’36: un intreccio di bellezza estatica e di brutture, un fascinoso mito d’armonia poggiato sul duro pavimento di realtà fratricide. Le Olimpiadi sono sempre state un mondo parallelo, e lungo i millenni non hanno mai sostituito il mondo effettivo anche se ne hanno raffigurato le illusioni: l’umanità naviga triste verso lidi di felicità fittizia nelle odi di Pindaro come nella modernità.

Le Olimpiadi del 2008 non sono state infangate. La stupidità umana è un fango che precede il mito anche quando se ne nutre, e la caucasica guerra estiva lo conferma: non si può neppure escludere che i bellissimi simboli d’unità a Pechino siano un’immagine insopportabile per il cuore geloso di Mosca, che vede l’impero cinese affermarsi e il proprio degenerare. Al momento tuttavia Putin sembra vincente.

La Georgia non pare aver ripreso i territori che ritiene suoi e si ritira, Washington che era il principale alleato di Tbilisi cerca di negoziare soluzioni Onu accettabili per Putin. Vacilla infine la strategia occidentale alle periferie russe: l’incorporazione nella Nato di Georgia e Ucraina s’allontana.

Sono quasi vent’anni che non vediamo, non ci prepariamo, non pensiamo veramente la fine dell’impero sovietico. Quest’intermezzo era colmo di premonizioni ma l’abbiamo traversato con occhi bendati e idee defunte: con reminiscenze di Hitler e dei cedimenti democratici del ’38, con lo spirito resuscitato del ’14-’18 e dell’autodeterminazione dei popoli. In questi anni la mondializzazione ha messo le radici, accelerata da Cina e India, ma nessuno strumento è stato apprestato per governarla. L’unica bussola resta il predominio unilaterale americano, la sua presenza sempre più estesa in zone strategiche ricche di petrolio e gasdotti. L’unica lente attraverso cui si guarda il reale è quella dell’equilibrio delle potenze, della balance of power che gioca un nazionalismo contro l’altro. Clinton non è Bush junior ma il suo atteggiamento, come quello di Bush padre, non fu diverso. La fame di controllo sul Caucaso ha accomunato tre presidenze Usa, spegnendo i primi passi russi verso il post-nazionalismo e accrescendo nei suoi dirigenti il senso di umiliazione, offesa, risentimento.

In questa vecchia politica si mescolavano due ideologie. La prima immaginava un mercato mondializzato che poteva fare a meno della politica proprio mentre si moltiplicavano nel mondo conflitti più che mai politici su risorse e petrolio. La guerra in Iraq è stata l’acme del Grande Gioco attorno alle risorse, cui si sono aggiunte le interferenze nel Caucaso, la Nato usata come gingillo di potenza, le basi militari insediate in Asia centrale durante le guerre anti-terrore. La seconda ideologia è il nazionalismo etnico, che è riemerso nel pensiero occidentale cancellando la lezione di due guerre mondiali catastrofiche. L’aggressione serba contro i separatismi jugoslavi è sfociata in una guerra che ha visto l’Occidente intervenire a giusto titolo per evitare carneficine ma senza idea alcuna sulle società multietniche da ricostruire. I cedimenti mentali si sono susseguiti: si cominciò con l’appoggio a nazioni omogenee (l’accordo di Dayton suddivise la Bosnia in tre clan etnici) e si finì con il beneplacito alla secessione del Kosovo nel 2008. La sconfitta Usa ed europea ha inizio allora: se il mondo ragiona come nel ’14, non stupisce che anche Putin manipoli le etnie a proprio vantaggio.

Ora ci si indigna tutti sorpresi, ma quel che succede è una logica conseguenza di queste resuscitate idee defunte. E non voler vedere serve a poco, perché il non-visto esiste pur sempre e non eclissa colpe, omissioni, follie che sono di tutti. Non eclissa innanzitutto le colpe del Presidente georgiano, al potere dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003. Il regista Otar Iosseliani, intervistato da La Repubblica, lo chiama «un folle, nel senso letterale del termine»: «Siamo nelle mani di un uomo che non ha la minima idea di come si governa ed è in preda al suo delirio di onnipotenza. È evidente che si è fatto prendere dal panico, abboccando alle provocazioni della Russia». Non meno folle è Putin, «anche se molto più intelligente»: non vuol rassegnarsi alla perdita dell’Urss, non ha mai accettato la sovranità della Georgia. Sono anni che eccita Abkhazia e Ossezia del Sud, ai confini georgiani, russificandole. Quasi tutti gli osseti del Sud hanno ottenuto in questi anni passaporti da Mosca e da Mosca sono tutelati.

Una debole tregua era stata instaurata, ai tempi di Shevardnadze presidente georgiano ed ex ministro degli Esteri di Gorbaciov. Truppe di interposizione erano state schierate nella regione - sulla base d’un accordo russo-georgiano stipulato il 24 giugno ‘92 - composte da russi, georgiani, osseti. È questo ordine che il nuovo presidente georgiano ha violato, aggredendo l’Ossezia del Sud e ignorando due referendum favorevoli all’indipendenza. È probabile non abbia agito da solo, e che nella sua follia ci sia del metodo. È il metodo di chi si sente spalleggiato, se non istigato. Alle sue spalle c’è un’America che mira a un’egemonia senza saperla esercitare; che da anni addestra militari georgiani, finanzia il nazionalismo di Tbilisi, promette l’adesione alla Nato più per accendere incendi che per spegnerli. È la crescente presenza Usa nel Caucaso e in Asia centrale che ha spinto anche il Cremlino alla follia. Senza l’appoggio Usa, Saakashvili sarebbe stato meno avventurista. Il suo metodo è l’attacco bellicoso, visto come sostituto della politica. Nato e Unione Europea sono per lui non strumenti di pacificazione, ma attrezzi di guerra.

Infine c’è l’irresponsabilità, vasta, dell’Europa. Sono anni che alle sue periferie si guerreggia, e ancora non ha preso forma un pensiero forte, convincente per Mosca e le nazioni che per secoli erano nella sfera d’influenza russa. Fra l’offerta d’adesione e l’indifferenza c’è il nulla, e il continuo tergiversare facilita ogni sorta di provocazioni. Non solo: l’adesione è offerta sbadatamente, dimenticando le radici ideali dell’Unione. Si appoggia la sovranità georgiana, ma senza spiegare che la sovranità in Europa non è più assoluta. Si permette al leader georgiano di usare la bandiera europea, e di stravolgerla. Per Saakashvili essa è un arma, più che un ponte. La cultura dell’Unione è del tutto assente nel suo ragionare, e di simile ignoranza gli europei non sono incolpevoli. A Tbilisi come a tanti dirigenti dell’Est non è stato detto che nazionalismo e irredentismo non sono più di casa nella comunità europea, né le Riconquiste che violano tregue. Putin non è d’accordo ma lui, almeno, non sventola la bandiera dell’Unione quando parla. Iosseliani ne è certo: «L’esercito georgiano è convinto di poter vincere, perché immagina di avere alle spalle la comunità internazionale e perché la comunità internazionale lo ha illuso. Così la Georgia si trasformerà in una piazza d’armi che si estenderà all’Abkhazia e poi all’Ucraina, e dove si combatteranno indirettamente le due superpotenze, Russia e Stati Uniti». La guerra è ancora in corso, anche se la sua macchina magari si fermerà un po’. Al posto di guida, intanto, c’è la forza di Putin: forza militare, forza di ricatto energetico, forza di chi scruta il nostro vuoto e non è portato a far altro che profittarne.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'ora dell'Europa
Inserito da: Admin - Agosto 18, 2008, 11:13:46 pm
17/8/2008
 
L'ora dell'Europa
 
 
  Barbara Spinelli
 
 
In apparenza la storia sembra ripetersi: dopo le divisioni sull’Iraq, anche sulla Georgia gli Occidentali dissentono e l’Europa si divide. Ancora una volta Francia e Germania cercano vie non bellicose, aspirano a un mondo fatto di tregue e regole, si sforzano di opporre al vecchio equilibrio fra potenze, poggiato sulla sovranità totale degli Stati, la cooperazione e il diritto: la missione di Sarkozy a Mosca e Tbilisi è stata il tentativo di salvaguardare tale cultura.

Ancora una volta l’Est europeo, non sentendosi protetto dall’Unione, si schiera con Washington e il suo alleato georgiano. Anche le critiche all'Europa si ripetono: Sarkozy è sospettato di accomodamento - di appeasement - verso Putin; Berlino di asservimento al petrolio russo. Quattro Stati orientali dell’Unione (Polonia e i tre baltici) hanno deciso assieme all’Ucraina di esser presenti a Tbilisi, il 12 agosto, per solidarizzare con Saakashvili, descrivere il Cremlino come nemico assoluto, e condividere le parole di Bush e del candidato repubblicano McCain. Allo stesso modo si sono espressi due intellettuali francesi, André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, sul Corriere della Sera del 13 agosto. Riproponendo l’appeasement degli Anni 30, l'Europa sfiorerebbe la morte. Non così l’America, la cui parola sarebbe chiara e inflessibile.

La storia tuttavia non è immobile e molto è mutato, dalla fine della guerra fredda. Washington ha alle spalle fallimenti colossali: due guerre ritenute facili e sbrigative, in Afghanistan e Iraq, si protraggono con costi spropositati, tanto che mancano forze per altri interventi. Il suo prestigio mondiale è spezzato, e la sua presenza si è enormemente estesa - creando sotto Clinton e Bush problemi per la Russia nel Caucaso - ma è una presenza di parole, non di fatti.

L’America può spingere a avventure senza esito. Non costruisce ordine, non dissuade. Saakashvili ha preso le parole per realtà, e adesso s’accorge che erano solo parole. È caduto nella trappola russa ma anche nella trappola che gli hanno teso, irresponsabilmente, repubblicani e lobby interessati a inventare nuovi Spiriti del Male da combattere.

Anche per questo è l’ora dell'Europa. È ora di un ordine mondiale che difenda gli Stati nati dalla fine dell'Urss, ma dentro il quale la Russia non si senta estranea, reietta, nuovo nemico esistenziale utile per vincere elezioni. Il realismo che all’America manca, sono gli europei a poterlo mostrare, dopo secoli di nazionalismi. Può darsi che la tregua negoziata dall’Eliseo sia effimera: ma è l’unico tentativo di parlare alla Russia e di evitare che si ripetano i crimini in Cecenia e l’offensiva in Georgia. Il fatto che Washington parli solo con Tbilisi è segno non di forza ma di debolezza.

Segnala un potere senza responsabilità, dunque finto.

È ancora presto per dire chi perderà: se la Georgia che ha sfidato Putin contando su alleati inaffidabili, se l’America che ha costruito vere basi nel Caucaso, se l’Europa di Sarkozy. Fin da ora, tuttavia, alcuni punti son chiari. Nella catena delle responsabilità, Washington ha un ruolo chiave. Sulla Russia, ancora non esiste un’idea approfondita nella Nato che si vuole allargare. Neppure gli europei pensano davvero la Russia. Difficile capire i disastri odierni, se non si affrontano questi tre punti fondamentali.

Al disastro si è arrivati per colpe russe e georgiane, ma chi ha dato alla Russia il senso di poter tranquillamente violare il diritto internazionale e invadere una nazione sovrana sono stati gli Occidentali e gli Usa. È osservando la secessione del Kosovo che Putin ha creduto di poter impunemente, anch’egli, usare il secessionismo contro un’integrità territoriale. Se dal sogno di un ordine regolato da leggi (la kantiana Repubblica Mondiale) si è passati allo scontro hobbesiano fra Stati-Leviatani, è perché questa seconda soluzione resta vincente negli Stati Uniti, e perché la kantiana Europa si fa dividere. L’ordine che essa difende è stato eroso dalle due potenze, e tuttavia resta l'unico funzionante. Anche se imperfetto moralmente (metà Europa l’ha sofferto), anche se fondato sul contenimento dell’avversario e non sulla sua distruzione (la Nato servì a questo) esso ha dato all’Europa regole basate sulla dissuasione, sullo scontro bellico evitato, sul rispetto di reciproche aree di influenza. Quest’ordine è stato giudicato inservibile e immorale dopo il ‘90, e da allora l’America ha cominciato a pensare se stessa come unico egemone senza vincoli, come incarnazione di Roma antica, come garante etico del mondo.

È quello che ha impedito per oltre un decennio di pensare la questione centrale dell'Unione: questione che consisteva non solo nella sua riunificazione ma nel rapporto con la Russia, con le sue frustrazioni post-imperiali, con la perdita di territori posseduti dai primi dell’800, con l’immensità della diaspora russa (16-17 milioni, divisi fra Ucraina, Baltici, Kazakistan, Bielorussia, Caucaso).

Per questo è così importante rimeditare storia e funzioni della Nato. In origine essa fu pensata come strumento vendicativo, e tale torna a essere soprattutto se s’incarnerà nella Lega delle Democrazie che McCain vuol opporre alla «Russia revanscista». Lord Ismay, primo segretario generale dell’Alleanza, sostenne che lo scopo era di «tenere i russi fuori, l’America dentro, e la Germania sotto». E così sarebbe stato, se l’Unione europea non avesse invece riabilitato la Germania, dandole il peso che le fu negato dopo il 14-18. Oggi verso la Russia si vuol applicare lo schema di Lord Ismay. La Russia deve esser «tenuta sotto», umiliata: accerchiandola come disse Cheney anni fa, spingendola alla follia, suscitandole attorno innumerevoli staterelli autoritari, nazionalisti, assoldati nella guerra Usa al terrorismo.

Dopo anni di ideologica esportazione della democrazia, adesso il pensiero neo-conservatore rivaluta geopolitica e realismo: alla storia non si sfugge e pensare a un ordine etico mondiale è insensato, scopre Robert Kagan nel suo ultimo libro (The Return of History and the End of Dreams, 2008), smettendo le illusioni sulla freedom agenda - l'esportazione della democrazia - nutrite dal 1996. Oggi Kagan sostiene che gli Stati si muovono come nell’800, e fanno bene: custodendo sfere d’influenza, difendendo interessi economici tramite espansioni territoriali. Una realtà che l’Europa non vedrebbe, impigliata com’è nel sogno di un ordine mondiale giuridicamente vincolante. Sembra una svolta ma non lo è. Anche quando è realista, Kagan s’aggrappa all’illusione: che l’America abbia il diritto di agire unilateralmente ignorando vincoli e leggi, espandendosi a piacimento in zone d’influenza altrui, senza mai essere imitata. La storia si è vendicata, il suo grande emulatore è oggi la Russia.

Anatol Lieven sul Financial Times ha scritto il 14 agosto che la vittoria russa in Georgia è una fortuna, perché ha scongiurato la catastrofe. Se la guerra avesse avuto luogo quando la Georgia era già nella Nato non saremmo intervenuti lo stesso, e l’Occidente sarebbe a pezzi. Ragione per cui: non bisogna promettere quel che non si può mantenere. Non si possono creare autocrazie pur di ridurre la Russia, tanto più che la Georgia di Saakashvili non è un faro di libertà. Basta sentire chi l’ha frequentata per anni come Lieven. Basta sentire intellettuali georgiani come Devi Dumbadze, che sulla Neue Zürcher Zeitung del 14-8 racconta il maniacale nazionalismo di Tbilisi e i massicci aiuti militari di Washington.

Dumbadze racconta come nella nuova televisione dell’esercito georgiano campeggia una citazione davvero inquietante: «Una volta per tutte dobbiamo capire che mai ci riprenderemo i territori perduti con preghiere ridotte a formalità e speranze nella Lega delle nazioni. Ce li riprenderemo solo con la forza delle armi. Hitler 1932».


da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'anima dell'Europa
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2008, 10:39:42 am
31/8/2008
 
L'anima dell'Europa
 
 
 
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Il vertice europeo sulla Georgia che Sarkozy ha convocato per domani a Bruxelles sarà importante non tanto per i risultati che produrrà, ma per le riflessioni che potrebbero iniziare intorno a quel che l’Unione vuol essere in un continente ridivenuto instabile e brutale. L’essenza stessa dell’Unione è infatti malferma, non da oggi ma da anni, e questa è forse l’occasione di ridefinirla, di capire le fonti del disaccordo interno, di vedere se dal chiarimento potrà nascere un modo meno dissonante di vedere le cose e agire. È dai primi Anni 90 che una discussione simile viene elusa, ed è il motivo per cui l’Unione continua a subire gli eventi, lasciandosi dividere da Washington o Mosca. La guerra georgiana e il riconoscimento russo di Sud-Ossezia e Abkhazia hanno lacerato la costruzione europea, strategicamente e anche esistenzialmente. È messa in causa la sua filosofia (alcuni la chiamano postmoderna) fondata sul superamento di Stati sovrani assoluti. È messa in causa l’idea di potenza civile, interessata a fondare i rapporti internazionali su leggi e trattati. La potenza europea non è solo economica. È un modello di relazioni tra Stati che non guerreggiano su territori, che tutelano le minoranze senza più usarle per irredentismi. Ed è un modello di uso della memoria: l’Unione scommette su un futuro comune in memoria del passato, non è fatta per punire gli ingiusti di ieri, regolar conti coi vinti e compiacersi delle loro catastrofi.

Proprio quest’Europa è considerata oggi non più servibile, dalle sue periferie orientali. A esse s’associa l’Inghilterra, da sempre ostile a una Comunità post-nazionale. Parlando in nome di molti orientali, il presidente estone Toomas Ilves è stato perentorio, nei giorni scorsi. In un mondo dove tornano in auge potenze ottocentesche, ha detto, non c’è più spazio per le idee di Monnet e Schuman. Perde senso «l’Europa postmoderna che privilegia incontri e discussioni»; che presuppone «un mondo dove tutti sono buoni e gentili» (Le Monde, 29-8). La Russia è una potenza pre-moderna, e al premoderno di Hobbes tocca tornare, dove l’uomo è lupo per l’uomo. Il dissenso in Europa è acuto, come sull’Iraq. Occorrerà parlarne, per sapere se davvero è al premoderno che urge tornare o se la scommessa comunitaria vale ancora.

In fondo è il momento più adatto per spiegarsi. La forza Usa non è svanita ma le ultime amministrazioni l’hanno indebolita, fino a renderla, in Georgia, irrilevante. Il riconoscimento del Kosovo si è rivelato un boomerang, e l’ultimo Bush è un unico fallimento: dopo la Georgia, intervenire in Iran è impensabile. È sempre più pericolante anche la Nato.

Man mano che s’allarga è meno credibile. A partire dalle guerre balcaniche inoltre ha cambiato natura, divenendo concorrente dell’Onu, ma non ha generato ordine bensì caos. Stefano Silvestri scrive, sul sito dell’Istituto Affari Internazionali: «Questa crisi ha dimostrato chiaramente come la Nato non possa efficacemente sostituirsi all’Unione europea quando la dirigenza Usa è incerta o distratta». Comunque, «la Nato non può essere la chiave di volta della politica nei confronti della Russia».

Per questo oggi è l’ora dell’Europa. L’ora di un «grande e difficile negoziato» con la Russia, ha scritto Arrigo Levi su La Stampa, e l’ora di una spiegazione interna sulla natura dell’Unione. Sarebbe bene se le due cose procedessero con gli stessi tempi, ma se necessario dovrà essere un’avanguardia a negoziare con Mosca un nuovo ordine che sia fondato su una duplice sicurezza: sicurezza degli europei dentro i propri confini, e promessa alla Russia che tali confini non saranno continuamente spostati a Est, dall’Unione o dalla Nato. È difficile dirlo, ma appartenere all’Europa non è appartenere all’Unione. Germania, Francia e Italia potrebbero far proposte, su cui le periferie si pronunceranno aderendo all’iniziativa o rifiutandola. Se le periferie e Londra la boicotteranno complicheranno i lavori dell’avanguardia senza tuttavia ottenere la tranquillità desiderata.
Torneranno ad assaporare il fascino del premoderno, ma ­ lo si vede oggi ­ con risultati per nulla promettenti.

Il chiarimento tra europei è stato eluso prima dell’allargamento, ma meglio tardi che mai. Ci sono cose trascurate dai fondatori, e altre che restano incomprese a Est. Quel che i fondatori devono capire è che gli Stati periferici hanno speciali bisogni di sicurezza, ignoti a chi non vive sul confine. Le periferie sono avamposti, non trasferiscono volentieri sovranità. Occorre dunque rassicurarle, altrimenti sarà l’America a farlo con potenza non meno ottocentesca. Manca, nell’Unione, l’articolo 5 che nella Nato garantisce a ogni Stato aggredito l’assistenza di tutti. L’Ueo (Unione dell’Europa occidentale, fondata nel ’48) ha un analogo articolo 5, incluso nel trattato di Lisbona. Sospeso dopo il no irlandese, il trattato potrebbe attuarsi in parte, cominciando proprio da quest’articolo. Un contingente europeo nei Baltici e in Polonia potrebbe essere la prima tappa del chiarimento: i paesi-avamposto, più rassicurati, sarebbero indotti a capire le ragioni dei fondatori, scoprendo che una maggiore autonomia da Washington significa non solitudine ma forse più sicurezza.
A questo punto si potrebbe aprire alla Russia, analizzando i veri pericoli della sua rinnovata forza. È vero che Mosca ha riaffermato in questi giorni una volontà di potenza trascurata dagli occidentali per oltre un decennio. È vero che Putin e Medvedev hanno per il momento vinto, militarmente. Ma la Russia è molto meno forte di quanto appaia. Non reincarna né l’Urss né lo zarismo. Non ha il grande potere d’influenza (il soft power) che aveva quand’era comunista. Non ha alleati fidati: al vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco), riunitosi a Dushambe il 28 agosto, enorme è stata la diffidenza cinese e delle repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan).

L’avventura georgiana e il riconoscimento dei secessionismi spaventano non solo Asia centrale e Cina, non solo Georgia, Ucraina, Moldavia, ma anche Stati amici con forti minoranze russe (Bielorussia). Senza una stabilizzazione negoziata della propria zona d’influenza Mosca è perdente, anche se possiede il petrolio di cui l’Europa (Germania e Italia in testa) non può fare a meno.

Il modello di negoziato già esiste, non bisogna tornare alla vecchia politica di potenza che seduce tanti responsabili americani e dell’Est europeo. La riunificazione tedesca fu negoziata con intelligenza tra Kohl, Gorbaciov e Bush senior: fu un successo, e produsse conquiste cruciali come la moneta unica e il progetto, anche se oggi interrotto, di costituzione. Da quell’esperienza varrà la pena ripartire, mostrandosi fermi con Mosca ma iniziando a comprenderla e a prenderla sul serio. Ignorare risentimenti e paure d’una potenza vinta vuol dire ignorare il reale, e preparare violenze future: già è avvenuto dopo il ’14-’18. Ma anche il Cremlino dovrà scoprire il reale: l’estero vicino che tanto l’inquieta è ormai anche vicinato europeo, e difficilmente potrà pacificarsi se ambedue ­ Unione e Russia ­ non fisseranno i propri confini smettendo di spostarli continuamente. Dopodiché potrebbe nascere una zona di libero scambio, alle frontiere dell’Unione, che includa Russia e Stati ex sovietici e che abbia sue istituzioni e rappresentanti (è la politica di vicinato proposta da Prodi, quando era presidente della Commissione europea). Una comune politica dell’energia potrebbe seguire, evitando che i più forti dell’Unione negozino con il Cremlino escludendo i più deboli.

Questo il compito dell’Europa. Lo assolverà se resterà fedele a Monnet e Schuman. Se saprà agire inventando il futuro, non trasformando la storia presente in giudizio universale e la memoria in un gioco al massacro.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La politica del pancione
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2008, 04:47:14 pm
7/9/2008
 
La politica del pancione
 
BARBARA SPINELLI
 
D’un tratto in politica s’accampa un Nuovo che scompiglia ogni cosa, che promette addirittura di ricominciare il mondo. Il Nuovo è il corpo del candidato, e non del solito candidato ma del candidato-donna. E neppure di una donna che ha speciali esperienze: quando i giornali americani scrivono che con Sarah Palin «è nata una stella» alludono a un candidato forte perché enormemente simile a tutte le donne e alla loro vita quotidiana, fatta di tanti bambini, tante famiglie accidentate. È la prima volta e questa formula («È la prima volta») ha le virtù d’un mantra: è un cumulo di sillabe che protegge con magica efficacia.

Tutto sembra tramutarsi in mantra, non appena sul palcoscenico fa irruzione la biologia femminile: non intercambiabile con quella dell’uomo, perciò primeva, inaugurale. Nel rifare il mondo, la donna può anche ricorrere all’arma suprema, all’atomica che dissuade l’avversario azzittendolo. Mette in mostra, modernamente disinibita, quel che ancor ieri era intimo: la pancia incinta, dunque il rapporto primordiale con la vita e la morte. Giacché questa è la politica al grado zero: vita o morte, pace o guerra, tutto o nulla. Nella favola di Esopo erano le membra del corpo che si ribellavano alla pancia oziosa. Adesso fa secessione la pancia, reclama il primato assoluto.

C’erano una volta due corpi del Re - accadeva nelle monarchie medievali descritte da Kantorowicz negli Anni 50: il corpo mortale e quello eterno, santo, che raffigura l’istituzione e la Corona e s'incarna in questo o quel re. Ora s’aggiunge un terzo corpo: la pancia incinta che la donna politica, non senza cinismo, eleva come trofeo. La pancia della diciassettenne Bristol, figlia della candidata alla vice presidenza. O la pancia del ministro della giustizia Rachida Dati, in Francia. Un mistero circonda quasi sempre il Terzo Corpo. Il padre è figura secondaria: trascurabile nel caso di Bristol Palin, incerta per Rachida Dati. Il Mondo Nuovo non appartiene ai padri. In questi giorni in America è nata una santa, oltre che stella: il ventre immemorialmente è benedetto. Il corpo politico, chiamato per secoli body politic perché paragonato all’organismo umano, diventa body e null’altro, senza più i parafernali della politica.

In realtà quest’irrompere del corpo non è nuovo. Accadde all’inizio del ’900, quando si cominciò a paragonare le virtù dello sportivo con quelle dell’intelligenza o dello spirito. Robert Musil costruisce un romanzo su questa scoperta: improvvisamente l’Uomo Senza Qualità s’accorge che lo spirito del tempo (lo spirito della comunità) esalta il corpo come la cosa più autentica dell’uomo. Ulrich lo annuncia a Diotima, la cugina borghese che di autenticità è insaziabilmente affamata: «Dio, per ragioni che non ci sono ancora note, sembra aver inaugurato un'epoca della cultura del corpo; perché l'unica cosa che in qualche modo sostiene le idee è il corpo, cui esse appartengono». Aprendo il giornale, un mattino, Ulrich s’imbatte sulla vittoria di un «geniale cavallo da corsa». Il corpo (animale o femminile) ha occupato l'intera scena, divorando la genialità letteraria o politica: è diventato totem, simbolo soprannaturale in cui il clan si identifica. Basta dire corpo di donna ed è Mondo Nuovo, Moderno. Non importa quel che la donna fa: conta l'apparire corporeo, con cui il suo essere coincide perfettamente specie quando la pancia ne è sintesi e apoteosi.

Eventi simili non cadono dal cielo. Hanno antecedenti. In principio c’è un ammalarsi della politica, della democrazia, non per ultimo dei mezzi di comunicazione. Basta sfogliare i giornali, non solo in America, e si vedranno analoghe fatali attrazioni per ciò che è considerato autentico nell’uomo politico. In Italia non avremo forse l’infame curiosare su una diciassettenne incinta, ma lo spazio è egualmente invaso dal gossip, dalla cronaca rosa oltre che nera. Perfino la critica letteraria è spesso solo rosa. Attrae il privato dei politici, in particolare se donne. Si fruga nelle loro vite, nelle pance, come i rotocalchi che spiano divi e sportivi. Da tempo diminuiscono i giornalisti che indagano su altro che questo, con la stessa continuità. In Francia questa metamorfosi si chiama pipolisation: dai rotocalchi people emulati da giornali e tv. Il fenomeno concerne inizialmente sia uomini che donne. Sarkozy ha sfoggiato i propri matrimoni. Ancor prima s'è distinto Berlusconi: il corpo, i capelli, la prestanza fisica sono stati sue sciabole. I giornali si sono adattati al gusto del tempo, al finto realismo che inghiotte il reale.

La donna in politica tende a impigliarsi nella pipolisation: non fosse altro perché viene presentata come nuova e migliore in sé, a prescindere da quello che fa o pensa. Ségolène Royal era ineguagliabile in quanto donna, Hillary Clinton è caduta nella stessa trappola e ora si trova davanti la nemesi che è Sarah Palin. In Italia non è diverso. Di recente, Veltroni s’è augurato un direttore nuovo all’Unità. Non s’è soffermato sulla bravura o non-bravura del direttore Antonio Padellaro, sulla nuova linea che auspicava, sulla vecchia che esecrava. S’è limitato a proferire il mantra, lo scorso 25 maggio sul Corriere della Sera: «Ci vorrebbe una donna alla direzione dell’Unità». Senza spiegare in cosa consistesse l’ancien régime, disse che la rivoluzione era questa. Qualcuno ha commentato, con saggezza: Padellaro era un uomo, purtroppo.

McCain è tutt’altro che maldestro. Adopera la crisi della politica, della democrazia, dei media. Sa di poter contare sull’estensione del gossip, della cultura del corpo. La pancia della povera figlia di Sarah Palin e il corpo del neonato down ostentato nella campagna portano voti, perché riaccendono la guerra culturale che il populismo di destra conduce contro la presunta egemonia della sinistra. Gli studiosi George Lakoff e Thomas Frank denunciano da tempo, in libri e articoli, la fuga della destra nel falso realismo dell’autenticità e nel risentimento dei piccoli verso i forti. È una destra che s’è impossessata di molte bandiere di sinistra: la discriminazione delle piccole città, della povera gente, di chi «non è stato cooptato dall’élite cosmopolita», infine delle donne.

Obama è considerato elitario, cooptato: quindi cosmopolita, non genuinamente americano. Palin invece incarna il nuovo valore dell'Autenticità ed è contro tutte le élite, specie mediatiche. Alla convenzione repubblicana ha entusiasmato: «Ecco una notizia flash per tutti i reporter e commentatori - ha gridato -: vado a Washington non per strappare la loro buona opinione. Vado a Washington per servire il popolo di questo Paese. Non sono parte dell'establishment politico. In questi giorni ho presto imparato che se non sei parte dell’élite, alcuni media non ti considereranno il candidato qualificato». Il politico più seduttore oggi è un maverick: un cane sciolto, una personalità più che una persona. McCain è maverick e anche Sarah Palin perché - così pare - la donna in quanto tale ieri era mobile e oggi è maverick.

La vecchia guerra contro la sinistra dominatrice riprende, e permette a McCain di fingersi nuovo pur continuando Bush. Ma è guerra assai temibile, ricorda Lakoff su Huffington Post: i repubblicani la maneggiano perfettamente da quando Nixon, nel ’69, convocò la maggioranza silenziosa contro il Sessantotto. È guerra che seduce giornali e intellettuali; che ha fatto vincere Reagan e Bush jr. Viene rispolverata ogni volta che i repubblicani, pur di non evocare quel che hanno fatto, si gettano su valori che dividono la sinistra e la intimidiscono sino a incastrarla (famiglia, aborto). Anche l’uso delle donne serve a tale scopo. Se attacchi Sarah Palin sarai accusato di sessismo ed è massima ingiuria. Forse la candidata inciamperà; son numerose le sue azioni passate non pulite. Ma finché resta un totem è vincente, e inattaccabile.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Quando muore il cervello
Inserito da: Admin - Settembre 14, 2008, 10:31:29 am
14/9/2008
 
Quando muore il cervello
 
 
BARBARA SPINELLI
 
L’articolo di Lucetta Scaraffia sull’Osservatore Romano del 3 settembre ha suscitato scandalo e proprio per questo aiuta a pensare profondamente due esperienze di frontiera dell’esistenza umana: il coma irreversibile, e la fine della vita che una commissione di scienziati a Harvard ha deciso, quarant’anni fa, di far coincidere con la morte cerebrale, senza attendere che nel paziente sopraggiunga anche l’arresto cardiocircolatorio. È vero che quella decisione, oggi parametro indiscusso, non cessa di turbare e ha cambiato il nostro rapporto con la morte.

E’difficile non pensare che essa sia stata anticipata non solo grazie a più accurate conoscenze, ma anche per render possibili - sul piano etico, giuridico - i prelievi di organi. I trapianti infatti avvengono in presenza di elettroencefalogramma piatto, ma riescono pienamente solo se cuore e respiro restano attivi grazie a apparecchi esterni: è uno dei motivi per cui il paziente con elettroencefalogramma piatto, incamminato sicuramente verso la morte, vien dichiarato a questo punto trapassato e del suo corpo - tenuto in vita artificialmente - si parla come di cadavere a cuor battente. L’articolo sull’Osservatore introduce in tutte queste certezze la spina dell’angoscia: parole come cadavere a cuor battente resuscitano archetipi impaurenti (morti-viventi, zombie) e per questo la spina d’angoscia aiuta a pensare, su quel che si fa col corpo dell’uomo. I molti testi apparsi ultimamente, di medici e scienziati come Umberto Veronesi o Giuseppe Remuzzi, non sarebbero stati scritti con lo stesso sforzo pedagogico se non avessero dovuto reagire a inquietudini rilevanti.

Cosa accadde esattamente nel ’68, quando la commissione della Medical School di Harvard decretò che la fine delle funzioni cerebrali era morte, anche se il malato continuava a esser attaccato a macchine di respirazione e circolazione sanguigna? Aveva a cuore il paziente, o era mossa anche da altri interessi, di persone disperate e però estranee al morente? Scaraffia cita Hans Jonas, il filosofo tedesco che dal ’69 combatté la definizione di Harvard, proseguendo la battaglia fino a metà degli Anni 80. Sconfortato, scrisse poi che la guerra era perduta. In un post-scriptum dell’85 al testo pubblicato nel ’74 (Controcorrente, in Tecnica, medicina ed etica, Einaudi ’97) constatò: «La mia è stata un’esercitazione in inutilità». L’articolo sull’Osservatore gli rende omaggio: l’esercitazione non è stata vana. Vale dunque la pena rievocare quel che disse precisamente su morte cerebrale e vocazione medica, per estendere la discussione e ricordare alcune sue idee di fondo, lasciate in ombra dall’articolo.

Jonas non era affatto contrario ai trapianti, ne capiva profondamente il dramma, l’urgenza, la natura di dono. Non è vero, insomma, che «consentendo al trapianto si accetta implicitamente la definizione della morte data a Harvard». Quel che il filosofo chiedeva era di dare priorità assoluta al morente, temendo che il suo corpo venisse trasformato innanzi tempo in cadavere e che a questo passo ne seguissero altri ben più scabrosi: i cadaveri potevano esser tenuti artificialmente in vita a tempo indefinito, e trasformati in banche semi-permanenti di organi, sangue, ormoni. Voleva regole più rigide sui prelievi, sperando che essi iniziassero immediatamente dopo lo stacco del respiratore. Dare priorità al morente significava per lui una cosa soltanto: non essendo quest’ultimo più una persona a tutti gli effetti, ed essendo la morte imminente e sicura, ogni tubo o macchina dovevano essere staccati. In maniera chiara, Jonas fa capire che se la nuova definizione della morte avesse avuto come scopo primario quello di consentire il distacco del tubo, sarebbe stata da lui benvenuta.

Jonas era contro l’eutanasia ma favorevole al lasciar morire, in caso di coma irreversibile e se il paziente lo voleva. Anche se incosciente, il moribondo ha infatti diritti inalienabili, e «il diritto di morire è inalienabile come il diritto alla vita». È anzi parte del diritto alla vita («l’essere è un’avventura della mortalità»). Scaraffia sostiene che secondo la dottrina cattolica e le direttive della Chiesa il comatoso irreversibile è persona completa, non identificandosi quest’ultima con le sole attività cerebrali. Jonas era convinto che l’opinione della Chiesa fosse un’altra, vicina alla sua: in particolare la voce di Pio XII, i cui discorsi del ’57 - su rianimazione e analgesia - sono più volte citati nei suoi testi (nel sito Vaticano appaiono solo in spagnolo). Nei due discorsi il Papa considera leciti sia l’interruzione della terapia artificiale in caso di coma irreversibile, sia il ricorso a analgesici che sollevino dal dolore pur accorciando la vita. La definizione della morte, per Pio XII, non appartiene a Dio o alla natura: «Spetta al medico e all’anestesista dare una definizione chiara e precisa della “morte” e del “momento della morte” di un paziente in stato di incoscienza» (24-11-57).
L’obiezione di Jonas alla morte cerebrale resta tuttavia intatta, da meditare sempre. È vero ad esempio che i requisiti che consentono di certificare la morte sono severi, in Italia («La nostra legge è molto più attenta al donatore che all’attività di trapianto. I requisiti \ sono ad abundantiam», scrive Remuzzi sul Sole-24 Ore del 6 settembre). Ma altrove le pratiche sono più disinvolte. Il rischio, scrive Jonas, è che il trapianto diventi soverchiante, e la trasformazione del paziente in cadavere venga sempre più anticipata. Memore dell’uso che il nazismo fece della scienza, Jonas mette in guardia contro questo sperimentare attorno al corpo umano sulla soglia della morte, in nome di entità astratte come la razza, la società, o anche l’umanità. Il rapporto di Harvard creava pericolosi equivoci, minacciando il rapporto di fiducia tra malato e medico: «Il paziente deve esser totalmente sicuro che il medico non sarà il suo boia, e che nessuna definizione della morte gli darà il potere di divenirlo. \ Nessuno ha il diritto al corpo d’un altro».

Il diritto a morire è essenziale in Jonas, e fonda la sua obiezione al rapporto Harvard. La tecnica che simula vita è il suo avversario, e non la convinzione che la persona resti integra con elettroencefalogramma piatto («Non è umanamente giusto prolungare artificialmente la vita di un uomo privato di cervello» - Il paziente immobile o comatoso «non ha meno diritti di chi sceglie di morire rifiutando la dialisi»). Il pericolo non è lo stacco del tubo ma il riattacco del tubo, che simulando vita facilita trapianti. Tracciare confini evidenti tra vita e morte è difficilissimo, aggiunge, e di una cosa è persuaso: l’arresto cerebrale è l’anticamera della morte - è uno «stadio intermedio», una «soglia» - e non la morte (tra la morte del tronco del cervello e l’arresto del cuore passano 48-72 ore, scrive Remuzzi, e tuttavia per il certificato di morte e il trapianto le ore requisite sono 6 per l’adulto e 12 per i bambini, in Italia). Il dubbio di Jonas si riassume così: «In realtà, abbiamo tutti i vantaggi del donatore vivo senza gli svantaggi, che nascono dai diritti e dagli interessi del donatore stesso, che non ha più diritti essendo un cadavere».

Giungiamo così a quella che per Jonas è l’urgenza vera: una ridefinizione della medicina, più che della morte. Il medico deve seguire il comandamento fondatore (primo, non nuocere) ma imparare ad accordare tale comandamento con l’etica. In presenza di atroce dolore non potrà non somministrare medicine che alleviano il dolore, pur accorciando o interrompendo la vita. In ogni momento, si guarderà dal mutare l’uomo in cosa, in mezzo. Lo si tramuta in cosa in ambedue i casi: se non si rispetta il suo diritto a morire, e se gli si antepongono interessi della Società. La morte appartiene all’uomo, non all’umanità.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La bolla delle illusioni
Inserito da: Admin - Settembre 21, 2008, 08:33:51 am
21/9/2008
 
La bolla delle illusioni
 
 
 
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Il baratro di cui ha parlato Berlusconi, giovedì quando s’è rotto il negoziato Alitalia e la cordata Colaninno ha ritirato la propria offerta, è la condizione in cui ci si trova ogni qual volta la realtà si vendica sull’illusione, che più o meno lungamente aveva abbagliato e confuso le menti. Ogni disincanto genera baratri. La grande illusione esiste anche nel mondo della finanza ed è chiamata bolla: proprio in questi giorni, anch’essa sta scoppiando nelle mani di chi per decenni l’aveva dilatata, fino a scambiarla col reale. Il motore dell’illusione è la distorsione della realtà, ed è il motivo per cui si può parlare di bolla della menzogna per Alitalia e di bolla delle false credenze per la finanza. Come quando è fatta di sapone, la bolla ti avvolge con una membrana trasparente, che ti sconnette dal reale.

Più enormi le illusioni, più durevole la bolla e più brutale lo scoppio. Per questo è importante esplorare il passato, anche se presente e futuro sono prioritari. L’anamnesi della bolla aiuta a capire il momento in cui l’illusione non solo cancella il principio di realtà, ma crea realtà affatto nuove che pesano ancora: una tentazione che non è di ieri ma di sempre, essendo le false credenze loro ingrediente essenziale. La bolla Alitalia s’è palesata non solo alla fine del governo Prodi, ma anche quando ha preso corpo la cordata Colaninno. L’alternativa berlusconiana poteva riuscire, ma essendo nata come bolla aveva bisogno di menzogne e queste non sono state ininfluenti sul negoziato. Ogni volta che il premier parlava (l’ultima a Porta a Porta, il 15 settembre), le contro-verità per forza riaffioravano facendo riemergere il passato ineluttabilmente. Le contro-verità sono almeno sei. Primo, non è vero che le promesse elettorali sono state mantenute: Berlusconi aveva garantito soluzioni migliori rispetto a Air France, e la Cai è certo un rimedio ma non migliore. Secondo, i costi erano ben più alti: sia per i licenziamenti; sia per il futuro mondiale della compagnia (l’italianità era garantita, non una compagnia competitiva nel mondo); sia per il prezzo pagato dai contribuenti. L’economista Carlo Scarpa ha calcolato, sul sito La Voce, che lo Stato - i contribuenti - devono pagare nel piano CAI 2,9 miliardi di euro. Terzo, non è vero che non ci sarebbero stati stipendi diminuiti ma solo aumenti di produttività, come detto dal premier: altrimenti il negoziato non si sarebbe bloccato su questo. Quarto, non è vero che Berlusconi non avrebbe impedito l’accordo Air France: il premier disse pubblicamente che l’avrebbe revocato, se vittorioso alle urne. Quinto, Air France non prevedeva 7000 licenziati ma 2150. Sesto, non è Berlusconi a poter lamentare l’uso politico spinto del caso Alitalia. Rammentare illusioni e contro-verità non è vano perché mostra la stoffa di cui son fatte le bolle: in economia, in politica, nell’individuo. La bolla infatti crea una realtà in cui si finisce per credere, e che diventa realtà: magari virtuale - un’ombra, un’ideologia - ma che incide sulla vita. Chi la dilata comincia a ignorare la membrana e influenza gli attori circostanti. Ogni metafora naturalmente ha difetti, anch’essa deve fare i conti con il reale. Ma l’euforia di illusioni e false credenze è il tessuto della bolla, e se è vero quello che dice Erasmo - la menzogna ha cento volte più presa sull’uomo della verità - la sua potenza non va sottovalutata. La crisi finanziaria è bolla specialmente deleteria: perché ha ramificazioni più vaste e antiche, legate a illusioni sul potere unilaterale Usa e sulla sua pretesa di poter fare da sé. È il morbo descritto nell’ultimo libro di George Soros, il finanziere che s’ispira alla teoria della fallibilità di Popper (The New Paradigm for Financial Markets, 2008). La bolla è centrale nella sua analisi, ed egli la scorge nella crisi dei mutui, dell’economia, della politica estera Usa. All’origine un peccato originale: il doppio fondamentalismo del libero mercato e della superpotenza unica. Nella finanza la grande illusione è stata la seguente: i prezzi di vari prodotti (alta tecnologia, case) sarebbero cresciuti indefinitamente, e l’aspettativa di tale crescita li avrebbe ancor più aumentati. Niente li frenava, visto che i tassi restavano bassi e si moltiplicavano mutui a prezzi attraenti anche se irrealistici. Tale deformazione del mercato, Soros la chiama self-fulfilling prophecy (profezia che si autorealizza) del pensiero manipolatore. Esso pesa sulla realtà sino a stravolgere insidiosamente il rapporto tra domanda e offerta: il finanziere parla di interferenza «riflessiva» tra percezioni distorcenti e fatti reali (questi riflettono la manipolazione e ne vengono trasformati). La profezia che si autorealizza avviene quando la narrazione del reale schiaccia il reale: il vero è sostituito dal racconto. Il postmoderno ha molte affinità con quest’illusione, così simile alle ideologie che affogano il reale nella sua narrativa. Soros denuncia la complicità tra postmoderno e Bush, ma la complicità vale anche per Berlusconi e Alitalia. Un episodio lo comprova, raccontato anni fa dal giornalista Ron Suskind. Già nel 2002, prima della guerra irachena, un consigliere di Bush gli disse: «Il mondo funziona ormai in modo completamente diverso da come immaginano illuministi e empiristi. Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservatori studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora» (New York Times, 17-10-2004. Il consigliere sarebbe Karl Rove). Chi non s’adegua è accusato d’appartenere alla reality-based community: comunità antiquata perché interessata alla realtà anziché alla credenza. La comunità realista s’inquieta per le conseguenze della bolla: Iraq, caos afghano, Iran in ascesa, crollo della borsa, declino del dollaro, debolezza mondiale Usa. Chi vive nella bolla non bada a conseguenze, fino a quando la realtà si vendica. Le bugie possono avere gambe molto più lunghe del proverbio: ma non infinitamente lunghe. Chi vive in una bolla è come stregato. Pensa che la profezia si autorealizzi, nel male o nel bene. In Italia abitano il sogno Berlusconi ma anche Cgil e parte dei dipendenti Alitalia. In America il sogno non è meno forte: sia all’inizio, quando milioni di cittadini credettero nella bugia di mutui troppo facili, sia dopo l’infrangersi dell’illusione col piano di salvataggio che trasforma lo Stato in infermiere. Chi vive nella bolla pensa che il mercato prima o poi riequilibrerà domanda e offerta, non si cura degli effetti della bolla né di quelli della bolla scoppiata. L’illusione permane, quando le perdite (di Alitalia o delle compagnie Usa) son convogliate verso bad companies magari salvifiche, e però finanziate dal contribuente. Chi vive nella bolla ha infine e soprattutto l’impressione di poter correre ogni sorta di rischio: in particolare quello che nell’assicurazione si chiama moral hazard, azzardo morale. Si può dar fuoco alla propria casa, tanto siamo coperti. Si può fumare a letto se siamo assicurati dall’incendio, anche se magari nelle fiamme moriremo. Il moral hazard diventa un pericolo nazionale, quando un governo gioca con l’inaffondabilità di un’impresa - l’Alitalia - fidando sul fatto che alla fine pagherà il cittadino. Diventa un pericolo mondiale, quando a correrlo è una superpotenza convinta di dominare il mondo incontrastata, anche se ormai domina poco. Tutto è permesso: tanto siamo i più forti, simili a dèi; o siamo assicurati, il che consente impunità e irresponsabilità. Dicono che il mercato vero deve riprendere il sopravvento. Non so se sia il mercato, visto che il fondamentalismo ne ha fatto uno stendardo. Sono la realtà e la cittadinanza e l'informazione attenta ai fatti (la reality-based community) che devono sgonfiare le bolle, una dopo l’altra.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Wall Street Main Street
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2008, 10:53:30 am
5/10/2008
 
Wall Street Main Street
 
BARBARA SPINELLI
 

A una delle figlie del presidente del Consiglio è sfuggita qualche giorno fa una dichiarazione singolare e parecchio infelice: forte della sua esperienza di imprenditrice e militante politica, Marina Berlusconi ha vantato le virtù di un governo che finalmente fa quello che gli italiani chiedono, cioè decide, aggiungendo «che di governi che decidono non c’è mai stato tanto bisogno come adesso, con questo tsunami che sta scuotendo l’economia mondiale e la speculazione che ha messo nel mirino anche le nostre banche». È a questo punto che stupefatta si è domandata: come mai, se così stanno le cose, l’opposizione invece di criticare questo o quel provvedimento «tira ancora in ballo il rischio di regime»? Il mondo è troppo burrascoso e vasto, per indugiare su questioni marginali. È come mettersi a spolverare un comodino, mentre le pareti ti cascano addosso. Come mai tanto spreco d’energia, tanta passione per l’irrilevante?

Molti ragionano come l’imprenditrice: in effetti certe lentezze della democrazia, certe sue puntigliose regole, son vissute come ostacoli alla decisione lesta che s’impone. John McCain, candidato alla presidenza Usa, voleva addirittura sospendere la democrazia e interrompere la competizione con Obama, a causa della frana finanziaria. Fare le due cose insieme ­ salvare l’economia e preservare il conflitto che della vita democratica è il sale ­ sembra impresa non solo difficile ma inopinata. Dichiarazioni simili sono singolari perché del tutto prive di memoria: le crisi economiche, a cominciare dal grande crollo del 1929 e dal successivo decennio di depressione, hanno inaugurato epoche in cui le istituzioni liberali hanno più vacillato, in alcuni casi naufragando. Gli Stati veramente liberali non hanno mai cessato di funzionare, uscendone invece rafforzati. Non è dunque ozioso discutere sui rischi di regime, in presenza della scossa finanziaria, per il semplice fatto che gli esecutivi tendono a irrigidirsi, in queste circostanze.

Certe volte non si sa neppure bene cosa venga prima: se l’emergenza vera, o l’uso antidemocratico del discorso emergenziale. Il ricorso a vocaboli catastrofici come tsunami è significativo: l’inondazione è come un’orda che irrefrenabile avanza. S’apparenta alla guerra, e in guerra non c’è spazio per gli ingredienti liberali classici: separazione dei poteri, controllo dell’esecutivo e decentramento decisionale, indipendenza della giustizia, rispetto della Costituzione e della legalità, critica esercitata dai giornali. L’esempio della repubblica di Weimar è tra i più istruttivi. Il governo di Franz von Papen restrinse le regole democratiche prima ancora che Hitler prendesse il potere, e nonostante i nazisti avessero già cominciato a calare nelle elezioni del novembre ’32. L’invocata forza di causa maggiore era anche allora l’economia. In suo nome fu eliminata l’autonomia della Prussia, e fu annunciato (in un libro del pubblicista Walther Schotte con la prefazione di von Papen, nel ’32) un «Nuovo Stato» decisionista: riordinato in maniera autoritaria, capace di decidere perché affrancato dal ricatto dei partiti, con un Parlamento esautorato.

Nel settembre 1932, quattro mesi prima dell’ascesa di Hitler, furono abolite conquiste rilevanti dello stato sociale, introdotte da Weimar. Esistono poi esempi più recenti. A partire dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq, la Casa Bianca ha svuotato la democrazia accampando l’emergenza bellica: ha aggirato la Costituzione e le convenzioni internazionali, ha accentrato i poteri dell’esecutivo, ha tolto poteri ai giudici, ha cercato di piegare la stampa. Cheney alla vice presidenza teorizzò la «flessibilità» della Costituzione ­ un argomento ripreso da Sarah Palin, candidata alla vice presidenza ­ e facilitò la doppia deriva di Bush: la manipolazione della realtà che precipitò la guerra in Iraq, e l’impunità d’un esecutivo sottratto alle procedure di controlli e contrappesi (check and balance) che fondano il liberalismo politico. Gli tsunami ­ siano essi naturali, militari, economici ­ non inaugurano tempi in cui interrogarsi sulla democrazia diventa meno importante.

Diventa più che mai importante, e per questo la domanda di Marina Berlusconi oltre che immemore è infelice. Quando l’esecutivo non è disciplinato da altri poteri («Perché non ci sia abuso di potere, occorre che il potere arresti il potere», secondo Montesquieu) l’errore di decisione diventa più probabile, non meno. Il leader può avere il carisma del capo (il carisma «dell’azione e dell’esempio», dice Max Weber) ma può svegliare spettri che poi non controlla più, se non con misure illiberali estreme. L’Italia auspicata ultimamente da Berlusconi (essendoci troppo conflitto si vieterà a giornalisti e magistrati l’uso delle intercettazioni; l’esecutivo deciderà sempre più con decreti ed eviterà contraddittori in tv) è un Paese dove per forza ci si chiederà: è un regime? È un Paese dove le crisi saranno meno governabili, perché informazioni e controlli son mancati? La crisi scoppia quando la realtà viene manipolata o occultata, e quando la decisione è magari veloce ma poggia su tale manipolazione o nascondimento: nascono così le bolle, i mondi paralleli che sembran veri senza esserlo. Nel 2005 avremmo ignorato i rischi economici che gli italiani correvano, se non fossimo stati informati sugli abusi di furbetti e Banca d’Italia. Ci saremmo trovati davanti a un male non curato in tempo, perché non visto.

La trasparenza delucida e può prevenire le crisi. Non le provoca, contrariamente a quel che sostiene Cheney quando evoca il Watergate. Parlare di tsunami finanziario in questi termini è proporre, ancora una volta, la logica emergenziale: una logica che mette in risalto i difetti della democrazia, che in essa non vede altro che clasa discutidora, classe chiacchierona, come nelle requisitorie ottocentesche di Donoso Cortés. Una logica che favorisce la nascita del Führerprinzip, il principio di comando assoluto fatto proprio non solo da Hitler ma da von Papen. Che spinge i governi a chiudersi nell’illusione di fare da sé: anche per questo è cruciale il vertice finanziario che Sarkozy ha convocato ieri a Parigi per metter fine a autarchiche chimere. La politica della paura ha finito col generare l’economia della paura, e non a caso la crisi finanziaria è paragonata all’11 settembre. Anche in Italia è così: stessa economia della paura, stessa paura non solo dell’opposizione ma del diverso, dello straniero. Berlusconi, il decisionista che vorrebbe rincuorare la nazione, accentua negli italiani le «tendenze alla chiusura autarchica e all’arroccamento sociale», e ha in realtà «poca memoria e pochissima speranza»: lo scrive con lucide parole don Vittorio Nozza sull’Osservatore Romano del 27 settembre.

Chi invoca l’emergenza dice che pensa a Main Street più che a Wall Street, al cittadino più che agli speculatori. Ma Main Street ha bisogno di una democrazia con poteri suddivisi e autonomi, ha bisogno di responsabilizzarsi sapendo come si è arrivati a questo punto e in seguito a quali menzogne. Se attorno a sé vedrà sprezzo delle leggi e magistrati inermi accetterà il caos per infine scoprire che sarà lei, comunque, a pagare. Lo si vede in America e in Italia. Per non aver detto la verità ai cittadini, il governo ha salvato l’Alitalia affidando a una cordata di industriali solo la parte buona della compagnia, e lasciando che gli italiani paghino debiti finanziari, prestito ponte, debiti con fornitori, ammortizzatori sociali, tutela degli azionisti. Secondo Carlo Scarpa e Tito Boeri la somma pagata dallo Stato ­ dal contribuente ­ oscilla fra 2,9 e 3 miliardi di euro (www.lavoce.info). Verità, separazione dei poteri, libera informazione: in tempi di tsunami, vigilare sulla società aperta e i suoi nemici interiori non è secondario, ma vitale.


da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'uomo senza pecunia
Inserito da: Admin - Ottobre 12, 2008, 09:48:02 am
12/10/2008
 
L'uomo senza pecunia
 
 
 
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Benedetto XVI conosce certamente la poesia di Heinrich Heine che gli alunni in Germania imparano a memoria.
S’intitola Germania-Fiaba d'Inverno, e non solo è difficile tradurne la cadenza ma è difficile trasmettere quel che per i tedeschi significa: è una scheggia piantata nel cuore, non si stacca. Il poeta narra come un giorno torna in patria, e ascolta la strana nenia cantata da una fanciulla con sentimento vero e voce falsa: la nenia evoca l’amore e le miserie d’amore, il sacrificio e il ritrovarsi in un mondo migliore, dove tutte le sofferenze scemano.

Evoca la valle di lacrime che è la terra, le gioie che svaniscono presto, e l’Aldilà dove l’anima nuota, trasfigurata, in eterne delizie. D’un tratto Heine cambia tono, rompe l’incanto: «Era la vecchia canzone della rinuncia, la ninnananna del cielo con cui si culla il popolo, questo gran villano, quando mugugna». Il Santo Padre non ha intonato un canto diverso, il 6 ottobre, in apertura del Sinodo internazionale dei vescovi. Ha detto parole bellissime e commosse, come la fanciulla di Heine che suona l’arpa. Ma è una nenia per bambini, la sua, anche se così negativa sul mondo: è indifferente alla tempesta che in questi giorni agita l’economia del pianeta, alle sofferenze che scatena.

Non ha parole per descrivere l’inverno di tutto un mondo, che stiamo vivendo: la dura scoperta del reale, che Heine colloca «nel triste mese di novembre, quando il vento strappa le foglie dagli alberi, i giorni diventano più foschi, il cuore è come se lentamente sanguinasse». Il testo del Pontefice, se non fosse stato detto in pubblico e nel momento che traversiamo, se fosse una mistica segreta preghiera, resterebbe nel ricordo come traccia sublime. Parla del visibile e dell’invisibile di cui la creazione è fatta; del vero realismo, che non costruisce sulla sabbia ma sulla roccia. Ma anche in lui, d’un tratto, il sublime sembra spezzarsi: «Tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà».

Nemmeno se avesse detto queste parole vestito d’un saio - non era vestito d’un saio - il Papa sarebbe stato vicino a chi soffre. Le parole son belle, ma nella voce è come se mancasse un poco di bontà, di veridicità. La voce non dice quel che propriamente sta accadendo. Denuncia una sorta di danza panica attorno al dio denaro, mentre quel che viviamo è un risveglio amaro e una prova scabrosa. È l’uscita costosa da molteplici bolle d’illusioni, ed è lo sforzo che ci tocca fare per non incapsularci in altre bolle: ieri la bolla che dilatava irrealisticamente il valore delle cose, oggi la bolla che le svaluta indiscriminatamente tutte; ieri si credeva che il mercato si regolasse da solo, oggi si sogna uno Stato di nuovo onnipotente. Come altre volte in passato - le terribili crisi finanziarie narrate da Emile Zola sul finire dell’800, nel romanzo Il Denaro; il grande crollo del 1929 - quel che rischia il naufragio è la parte migliore dell’uomo: la fiducia innanzitutto, quest’inclinazione che fonda la civiltà e il coesistere umano pacifico. All’origine del tracollo borsistico c’è un precipizio mondiale della fiducia: fiducia nel mercato e nella politica, negli imprenditori e nella finanza, fiducia del cittadino verso le banche e delle banche tra loro. Ecco, davvero, un nichilistico non credere più in nulla, non aver più fede nella buona fede dell’altro.

Al posto della fiducia si insediano sospetto, diffidenza verso i simili, paura che la vita dell’uomo, come nello stato di natura descritto da Hobbes, «trascorra solitaria, povera, brutale e breve». Il denaro appare in questi scenari apocalittici come sporco, diabolico. Lo pensava Marx, che citando Shakespeare lo chiamava prostituta. Lo pensavano i bolscevichi, che fantasticavano d’abolirlo. A destra lo pensava Charles Maurras, che l’associava alla democrazia, ai giornali, al dominio dell’opinione. Eppure è proprio grazie al denaro, alla sua natura astratta, simbolica, che la fiducia si rafforza: se io ti vendo un oggetto in cambio di una banconota fatta di carta vuol dire che scommetto sulla tua onestà, che credo in una convenzione sconnessa dagli oggetti. La fiducia può essere eccessiva, è vero. Ma è vero anche il monito di un altro grande tedesco, Friedrich Hebbel: «Chi ha cominciato a fidarsi di tutti, finisce col considerare chiunque come un farabutto».

Il pericolo è qui: che dalla fiducia illimitata si passi alla sfiducia illimitata; che l’economia di mercato, da angelo che era, appaia come un farabutto. Le parole di Benedetto XVI non danno fiducia ma accrescono sfiducia, panico, e questo sordo divorante sospetto. Infine ci sono i poveri, gli ultimi. Difficile dir loro che quel che è visibile è chimera, che bisogna guardare alla vera realtà dell’oltre mondo perché questo mondo passerà. Nell’intimo possiamo pensare - capita spesso - che il male sia in terra. In pubblico siamo responsabili della fiducia in rovina. La crisi non colpisce solo gli speculatori. I deboli hanno da temere la perdita di lavoro, l’insicurezza della pensione, le minacce di pignoramento, la restrizione del credito, i salvataggi pagati dal contribuente, il carovita. Al crac finanziario s’aggiunge inoltre l’aumento dei prezzi alimentari, che resterà a nostro fianco quando le borse riprenderanno: un numero sempre più grande di poveri morirà di fame sulla terra. È bello ricordare che il pane quotidiano è in realtà soprasostanziale, come nella versione greca e latina di Matteo 6,9-13. Ma il pane invocato è anche quello fatto di farina, acqua e sale. La Chiesa ha antiche diffidenze verso il denaro, nonostante la Bibbia sia in materia contraddittoria. È come se desiderasse il ritorno all’economia del baratto, pur di liberarsi dal dio Mammona.

Ma nel baratto scambiamo un oggetto contro un altro, e non per questo siamo più liberi e sicuri d’ottenere giustizia. Siamo meno liberi, perché dipendiamo dalla persona con cui barattiamo. Abbiamo sempre il sospetto che lo scambio non sia completamente equo, perché forse le quattro sedie che dò in cambio di una stufa hanno per me un valore che l'altro non valuta. Simmel spiega bene come il denaro - grazie alla sua natura astratta, spersonalizzata - liberi interiormente da rancori oltre che da schiavitù e renda più giusta la proprietà, oltrepassando le appropriazioni ineguali, senza scambio, che sono il furto e il dono. «Il denaro crea rapporti fra gli uomini, ma lascia gli uomini al di fuori di essi, è l’equivalente esatto delle prestazioni oggettive ma un equivalente molto inadeguato per ciò che vi è di personale e individuale in esse» (Georg Simmel, Filosofia del Denaro). Il denaro è fiducia nell'uomo, è entrare in relazione con lui senza paura. Il cardinale Siri, che era un conservatore, coltivava una vicinanza ai poveri che spesso è coltivata dai veri conservatori. Usava ripetere il proverbio: Homo sine pecunia imago mortis. L’uomo senza denaro è immagine della morte: è uomo chiuso, che diffida del simile, che non pratica lo scambio, amicistico o mercantile.

Anche queste antiche saggezze sono realistiche, autenticamente: non inventano, non costruiscono sulla sabbia. L’assenza di pecunia è assenza di cibo, di vita, di fede nell’altro. Gli accenni di Siri al denaro fanno pensare a una Chiesa che non si occupa solo dei primi nove mesi di vita e delle ultime ore dell'uomo, ma anche di quello che c’è in mezzo: un corto tragitto mortale, ma non sprezzabile. Non incantabile, comunque, con l’Eiapopeia vom Himmel, con la ninnananna del cielo.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se il popolo diventa tiranno
Inserito da: Admin - Ottobre 22, 2008, 12:12:08 pm
22/10/2008 (7:35) - «LO SPLENDORE DELLE VERITA'»

Se il popolo diventa tiranno
 
Il dispotismo dell’opinione predominante un’insidia sotterranea ma tanto più invasiva

BARBARA SPINELLI


Laurea «honoris causa» in Studi europei.
Barbara Spinelli, scrittrice e editorialista della Stampa, l’ha ricevuta ieri mattina ad Alessandria, a Palazzo Borsalino, dall’università del Piemonte Orientale. La cerimonia, in un’aula magna attenta e partecipe, è stata aperta dal rettore Paolo Garbarino, che ha ricordato come l’iniziativa s’inserisca nelle celebrazioni del decennale dell’Ateneo. Quindi la lettura delle motivazioni da parte del preside di Scienze politiche, Corrado Malandrino («Una scelta che tiene conto del rigore intellettuale e scientifico che caratterizza l’elevata qualità e coerenza del suo impegno nelle materie della storia dell’Europa e dell’unificazione europea»), e la «laudatio» tenuta da Marco Revelli. Dopo la consegna del diploma, la «lectio doctoralis» della Spinelli, intitolata Lo splendore delle verità. Ne pubblichiamo una parte.

L’obiezione democratica, pur affondando le proprie radici nella cultura della contrarietà, parte da una premessa autoassolutoria: da quando esistono regimi fondati sulla scelta popolare dei governanti e sulla possibilità concreta di confermarli nella loro carica o licenziarli, il male del dispotismo è superato e il potere prevaricatore di un’opinione più pesante di tutte le altre non costituisce più un’autentica minaccia. La sovranità del popolo non è considerata, da chi obietta richiamandosi alle virtù democratiche, come qualcosa che necessiti limitazioni di potere. Il popolo non può agire contro se stesso, visto che coincide con la raffigurazione idealizzata della società. Per natura esso limita la potenza prevaricatrice del sovrano o del parlamentare che elegge: il controllore non ha niente su cui vegliare, essendo al tempo stesso il controllato. Anche per una democrazia a tal punto compiaciuta la storia si compie e finisce.

Ma il potere del popolo - e dell’opinione pubblica che esso presume di incarnare - non cambia affatto la questione del freno al dominio di un’opinione su tutte le altre: la ripropone intatta, e la rende semmai ancora più grave. È quello che la tradizione liberale va dicendo da più di due secoli, attraverso pensatori come Tocqueville o Humboldt o Mill. «La fede nell’opinione pubblica», scrive Tocqueville a proposito della democrazia americana, «diventa in quella contrada una specie di religione, e la maggioranza è il suo profeta». Il suo concetto di dittatura della maggioranza viene ripreso da Mill, e analizzato con minuzia talmente severa che l’idea stessa di sovranità popolare e di opinione pubblica ne esce frantumata. Il mito dell’innocenza democratica, soprattutto, è radicalmente confutato: la pretesa a un’incapacità congenita del popolo di divenire tiranno su se stesso, la finzione di un’opinione pubblica che si definisce civile quando i suoi sentimenti e convinzioni sono quelli gradevoli per la parte dominante della società.

Il popolo può invece divenire tiranno, e in misura assai più invasiva di quanto avvenga quando si è alle prese con il dispotismo ordinario. È quello che suggerisce Mill: una volta creata la repubblica democratica, espressioni come «autogoverno» e «potere del popolo» cessano di significare quel che si sforzavano d’indicare quando erano propositi astratti se non utopici, e non esprimono più il vero stato delle cose: «Il "popolo" che esercita il potere non coincide sempre con coloro sui quali quest’ultimo viene esercitato. \ La volontà del popolo significa, in termini pratici, la volontà della parte di popolo più numerosa e attiva - la maggioranza, o coloro che riescono a farsi accettare come tale; di conseguenza, il popolo può desiderare di opprimere una propria parte, e le precauzioni contro ciò sono altrettanto necessarie quanto quelle contro ogni altro abuso di potere».

È un memento che conviene tenere presente, oggi, quando ci si interroga attorno al torpore più o meno grande dell’opinione pubblica o ai benefici più o meno estesi del controllo sociale. In maniera sotterranea ma ancor più pervasiva, la tirannia della maggioranza si insinua in ogni interstizio dell’opinione pubblica e trasforma il controllo sociale in una gabbia, non appena si escludono dalle proprie valutazioni le voci dissidenti. La società stessa infatti, come il popolo, può tramutarsi in despota, e il controllo che esercita corre permanentemente il rischio di divenire, secondo Mill, più efficacemente tirannico di innumerevoli tipi di oppressione politica: «Poiché anche se generalmente non ottiene d’esser rispettata con pene altrettanto severe, \ lascia meno vie di scampo, penetrando molto più profondamente nei dettagli della vita e rendendo schiava l’anima stessa».

In ambedue i casi s’impone dunque la difesa dal despota: nel caso del despota classico, e in quello della tirannide dell’opinione e dei sentimenti. Paradossalmente, bisogna farsi particolarmente vigilanti e astuti nel secondo caso: essendo più insidioso, esso richiede che all’arte attiva del resistere si associ l’arte contemplativa del distinguere incessante. Proteggersi dalla tirannide tradizionale non è sufficiente, dice ancora Mill: «È necessario anche proteggersi dalla tirannia dell’opinione e del sentimento predominanti, dalla tendenza della società a imporre, come norme di condotta e con mezzi diversi dalle pene legali, le proprie idee e usanze a chi dissente, a ostacolare lo sviluppo - e a prevenire, se possibile, la formazione - di qualsiasi individualità discordante, e a costringere tutti i caratteri a conformarsi al suo modello. Vi è un limite alla legittima interferenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale: e trovarlo, e difenderlo da ogni abuso, è altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico».

Se questa è la preoccupazione di Mill nel 1869, ancor più grande è la preoccupazione che si può avere oggi. L’opinione prevalente che si presenta come unica non solo è più subdola del dispotismo classico. In genere, quella porzione di società che si arroga il diritto d’essere un tutto è assai più organizzata dell’opinione discordante, ha dalla propria parte la formidabile forza d’urto che sono i mezzi di formazione e informazione: giornali e televisioni. Chi controlla questi mezzi può non solo esprimere la volontà della «parte del popolo più numerosa e attiva» ma, per dirla con Mill, può «riuscire a farsi accettare come tale» anche quando questa parte, in realtà, non è effettivamente maggioranza. Può fingere di rappresentare la volontà del popolo tout-court. Chi denuncia l’assenza in Italia di un controllo sociale - di un filtro che eviti al peggio di emergere - non viene screditato da queste argomentazioni. Ma occorre affinare la nozione di controllo sociale, mutarne la struttura.

Suo scopo non deve essere quello di consolidare un’idea votata a divenire dottrina, muro di bronzo irremovibile e impenetrabile, ma di organizzarsi in maniera tale da evitare che il potere d’influenza di un ragionamento si costituisca sulla sua capacità di controllo su altri ragionamenti o sulla loro eliminazione. Il vigore del controllo sociale deve risiedere non solo nell’endurance, nella ferma vocazione a durare, ma anche nella resilience, che è l’elastica energia del materiale che si raddrizza quando lo si piega. Non puoi essere resilient - flessibile, duttile, dunque antidottrinale - se non hai neppure incontrato chi, disorientandoti, facendoti retrocedere, ti ha messo alla prova, così come il capitano MacWhirr nel racconto di Conrad sa di non poter menare vanto per il tifone audacemente scampato se non dimostra di averlo traversato, ignorando tante dotte dissertazioni sulla «strategia della tempesta».

Occorre insomma che l’opinione salda, atta a durare, non diventi l’equivalente del conformismo, o - appunto - del comune sentire. Che non propaghi attorno a sé la narcosi, la non-resistenza degli individui a quella che si presenta come opinione prevalente. Altrimenti la forza d’urto di quest’ultima si trasforma in potenza dissuasiva più che persuasiva, simile per natura all’intimidazione atomica: se vuoi colpire l’opinione dominante ti guarderai dal farlo, sapendo che di certo, nello stesso momento in cui colpisci, sarai a tua volta distrutto. Il principio di dissuasione - in linguaggio militare si usa l’acronimo MAD, Mutual Assured Destruction, che non a caso significa folle - vale per una pluralità di cose: per l’atomica, per il pensiero unico, per i media, e infine per la Società vista come blocco monolitico. È un principio ottimo in strategia militare. Non è ottimo nell’arte della conversazione privata o cittadina.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Riaprire il futuro
Inserito da: Admin - Ottobre 26, 2008, 08:50:04 am
26/10/2008
 
Riaprire il futuro
 
 
BARBARA SPINELLI
 
C’è qualcosa che stona, nello stupore contrariato con cui si reagisce alle occupazioni di scuole e università. Come se la mente non fosse più capace di cercare le cause, negli effetti che ci si accampano davanti. Come se la storia e la realtà si esaurissero interamente nella parte terminale, e alla sorgente non ci fosse nulla. Come se avessimo disimparato ad agire calcolando le conseguenze, presenti e passate. L’occupazione di un’università è una violenza, certo. Si impedisce a chi partecipa in modi diversi alla vita pubblica di farlo, perché gli spazi comuni non lo sono più. Ci si prende un diritto togliendolo a altri. Spetta tuttavia a chi pensa e governa capire perché questo accade. Se non lo fa, non sentirà attorno a sé che lo strepito degli Uccelli di Hitchcock, e non troverà né i mezzi né le parole dell’azione autorevole.

Ben più intelligibile apparirà la realtà, se non ci si ferma all’ultimo tratto della storia. La rabbia degli studenti non è senza rapporto con l’autunno delle finanze e con il crollo, brutale, di certezze ostentate per decenni sulle virtù autoregolatrici del mercato.

Negli interstizi delle rovine nascono fiori neri che riflettono drammi di ieri e di oggi: sono una nemesi, una sorta di giustizia che colpisce le ingiustizie dei progenitori. Ogni nemesi è poco sottile e corre il rischio di farsi usare da difensori di uno status quo che va comunque mutato; ma essa dice anche che non esiste impunità, né nel pensiero né nella prassi.

Non si può impunemente parlare per anni dell’enorme debito lasciato ai figli, e stupirsi che uno degli slogan studenteschi sia: «La vostra crisi non la pagheremo noi». Una classe politica non può impunemente infrangere la legalità, condonare falsi bilanci o conflitti d’interesse, screditare magistrati, e poi meravigliarsi che la cultura della legalità ovunque si sfibri. Non bastano i grembiuli e il 7 in condotta a restaurare la legge lungamente vilipesa. I manifestanti dell’opposizione, ieri, hanno citato le parole di un grande, Vittorio Foa: «Sono un po’ scettico sul linguaggio dei valori che sento in giro: vorrei vedere degli esempi perché è dagli esempi che può nascere qualcosa». La manifestazione è stata un successo imponente: anche questo non stupisce.

Più fondamentalmente: non si può per decenni ripetere il motto di Margaret Thatcher - There is no alternative, non c’è alternativa alle sregolatezze del mercato - e poi fare subitanei dietrofront senza mettere in questione un’ideologia sfociata in disastro: disastro per tanti, specie per gli studenti che il precariato sentono di doverlo proiettare in un avvenire più buio. Fino a oggi, solo l’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, ha riconosciuto «errori nati da ideologie liberiste» durate quarant’anni.

Il ministro Gelmini ha ragione quando dice agli studenti: «Non bisogna creare illusioni che producono poi cocenti disillusioni»; «Non vogliamo vendere promesse che non possiamo mantenere». Non ci sono soldi nelle casse statali per i sogni: né quelli degli studenti né quelli venduti in campagna elettorale, ed è vero che gli studenti vivono in una bolla. Ma cos’è stata la vita delle generazioni dei padri, se non un succedersi prodigioso di bolle e dottrine indifferenti ai fatti? Perché questo sguardo feroce sull’ultima bolla, senza ricordare le rovinose penultime? È qui che salta il nesso tra causa ed effetto, tra chi ha il futuro alle spalle e chi ce l’ha davanti, ma chiuso.

Non sono i tagli alle spese che colpiscono, nella legge Gelmini. È chiaro che urge spender meglio, creare università d’eccellenza, premiare il merito: molti soldi inutili son stati sperperati. Quel che colpisce è il vuoto di pensiero, su quel che significano per il domani italiano e occidentale l’istruzione come la ricerca. Quel che scandalizza è il parlare dell’istruzione più come spesa che come investimento nelle generazioni nuove. Manca un discorso riformatore che annunci: ho questo futuro da edificare per voi, oltre a tagli alla cieca, grembiulini e 7 in condotta.

Manca poi l’uso appropriato delle parole. Guardando agli atenei occupati, il presidente del Consiglio non vede che facinorosi, e con volto torvo (perché così torvo?) prima comunica l’invio della polizia, poi ritratta. Nel frattempo il governo parla di terroristi e fa salire le angosce, prepara al peggio, resuscita l’incubo di Bolzaneto (secondo governo Berlusconi). Il modello non è Greenspan ma i vocaboli eversivi di Cossiga, un ex capo di Stato, sul Quotidiano Nazionale: «Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città (...) Dopodiché, forti del consenso popolare, (...) le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano» (il corsivo è mio).

La strategia non è nuova: far montare la tensione, creare un’ennesima paura che gonfia i sondaggi di popolarità. È da anni che governanti senza bussola usano la paura come dottrina e come prassi. Non si è sentito mai, ultimamente, un politico che magari rimprovera le occupazioni ma dica: il futuro comunque è nella scuola, nei professori. Non s’è sentito perché tempi lunghi e futuro non sono nel suo dizionario. Anche qui, dopo un dominio sì assoluto del presente, non può che esserci nemesi. Frank Furedi, che studia da anni la paura, sostiene che questa volta la sua natura cambia. Dopo l’11 settembre ci fu paura, ma essa restò in fondo personale, solitaria. Oggi è panico da orda in Borsa, ed è «la prima vera paura collettiva, globale». Gli individui hanno più che mai bisogno di comunità, di non esser soli. Il crollo finanziario sfregia fondamenti esistenziali come la fiducia, il debito, la speranza. Il paradosso è che quando crolli non hai molto da perdere, e smetti la paura. I contestatori italiani sentono questo.

Da due secoli, gli studenti in tumulto sono una premonizione e un cimento per tutti. Confermano contraddizioni spaesanti: tutto è al tempo stesso più connesso e più sconnesso di quanto immaginavamo. Che lo vogliano o no, essi sono la futura classe dirigente, l’avvenire che s’impersona. Hanno la speranza, dunque non considerano la società come statica, fatale. Dicono no pregiudizialmente, ma intanto s’allenano a intervenire sulla realtà. Così nasce l’educazione civica, sostiene Michael Walzer. Così ci si abitua a «pensare alla cittadinanza come a un incarico politico»: a pensare se stessi «come futuri partecipanti nell’attività politica, non meramente come spettatori bene informati» (La Stampa 23-10). Nelle aule occupate è stato visto lo slogan di Obama: yes we can. Obama ha successo perché spezza i recinti della paura e ristabilisce il nesso tra cause e effetti, ieri e oggi, padri e figli. Al famoso Joe, l’idraulico arricchito ostile alle tasse, ha detto: «Tu una volta eri tra i meno ricchi, bisognoso della solidarietà dei più abbienti. Prova a pensare al Joe che sei stato».

La novità è qui, nell’invito a vedere nel futuro il nostro ieri. Obama dice alla società civile: sei una risorsa politica solo se scopri quel che in te è statico, immemore, non responsabile; quel che non funziona in te, oltre che nei governi. Gian Enrico Rusconi dice cose simili, su La Stampa del 24 ottobre, quando rammenta che la società civile, sempre e disordinatamente invocata, contiene il meglio e più spesso il peggio. Gli studenti italiani sono attratti dai giovani americani che dopo anni d’apatia si iscrivono in massa a votare. Pare che quel che piace loro in Obama sia il ragionamento difficile, non la semplificazione. È una novità su cui vale la pena riflettere.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'ombra della razza
Inserito da: Admin - Novembre 02, 2008, 11:36:08 am
2/11/2008
 
L'ombra della razza
 
BARBARA SPINELLI
 


Quel che sta succedendo nel sottosuolo americano, forse solo la letteratura può esplorarlo e dirlo: il dilemma fra il pensiero lucido e l’assillo istintivo, fra quel che professi in pubblico e quel che a mala pena confessi a te stesso. E il peso torbido della memoria, quella che incattivisce. Aiutano a comprendere, i giornali e i pronostici, ma giunti alla fine di una campagna elettorale così densa aiuta ancor più un racconto profetico di Hermann Melville: Benito Cereno. Il protagonista, detto lo Spagnolo, è il capitano di una nave, la San Dominick, che in un lungo periplo è preso in ostaggio dagli schiavi neri che trasporta. A salvarlo, lungo le patrie coste cilene, sopraggiunge il capitano Amasa Delano, che impersona l’America nordista, fiduciosa, ottimista.

Una certa ottusità innocente impedisce tuttavia all’americano di intuire il disastro, e solo all’ultimo egli capirà che lo spagnolo non è il malvagio da castigare, ma prigioniero del cruento ammutinamento guidato da un nero in apparenza innocuo, Babo. Babo voleva liberare gli schiavi, condurli in Africa, ma la liberazione è sfociata in atrocità cannibaliche.

Alla fine il buon capitano invita Cereno a dimenticare la trista avventura e a ricominciare la vita («Guardate, il sole che là risplende ha dimenticato ogni cosa, e così il mare e il cielo azzurro; hanno voltato pagina, loro»). Non così per Cereno, spezzato e marchiato per sempre dalla memoria. «Voi siete salvo», ribatte Delano sorpreso, «che cosa vi ha gettato addosso quest’ombra?». «Il negro», risponde Cereno.

Se il voto del 4 novembre è un ciclone, il suo occhio è qui: in quest’ombra secolare che fatica a cancellarsi. Nel nodo intricatissimo che il vecchio marinaio bianco porge a Delano, perché lo sciolga come si fa con gli enigmi. Quando Melville pubblicò il racconto, nel 1856, l’America era in tumulto razziale, e cinque anni dopo il Nord abolizionista entrò in guerra con il Sud schiavista. Non per questo l’ombra americana si dissolse: né quella del crimine bianco, né quella dei neri tentati dal separatismo violento. La segregazione sarà abolita solo dal presidente Lyndon Johnson, e neanche allora l’Unione divenne vera unione. Quando firmò l’Atto sui Diritti civili, nel '64, Johnson predisse una secessione interiore del Sud: per generazioni, il Sud avrebbe punito i democratici. Obama conosce le insidie dell’Unione incompiuta.

Quest’anno, tuttavia, è assai speciale. L’impero volitivo è divenuto un colosso che ha perso l’equilibrio. Crollo dell’economia, dell’influenza nel mondo, di guerre invincibili: l’amministrazione Bush ha accentuato una frana già da decenni avvertibile (distacco del dollaro dall’oro, fine della guerra fredda) e gli americani sono alle prese con chimere d’un tratto sfatate. Gli ultimi otto anni sono stati un’unica bolla illusoria, fatta di smisurata sicurezza di sé, di fede nei trucchi dell’ideologia, di incompetenza, di cecità. È il motivo per cui Obama, cosciente della bancarotta, viene sulla carta dato per vincente.

Ma quel che è scritto sulla carta non dice necessariamente la realtà del sottosuolo, il suo ribollire irrazionale, l’incapacità di sottrarsi alla memoria quando essa si traveste in Erinni. Non dice l’ombra del nero, presente in tanti americani bianchi declassati: soprattutto nelle piccole città della Virginia, della Pennsylvania, del Midwest, che Obama ha descritto con parole crude e vere in un discorso tuttora malvisto del 6 aprile (la frustrazione economica che spinge i declassati a abbracciare fucili, fondamentalismo religioso o xenofobia; che rende disgustosa la politica e attraente la bellicosità su cultura e Valori). Quest’America è conquistata dalla calma coerenza con cui Obama parla di economia, ma una parte del suo animo è come navigasse nella nave alla deriva cui Melville dà, non fortuitamente, il nome di San Dominick. Nell’isola di Santo Domingo (Haiti dal 1804) avvenne la prima liberazione dalla schiavitù nera, durante la Rivoluzione francese. Guidata dal nero illuminato Toussaint Louverture, essa degenerò in massacri di bianchi. La mirabile prefazione di Guido Carboni, nell’edizione Einaudi di Benito Cereno, spiega quanto pesino sull’oggi quei drammi: la cultura nera che fugge nell’invisibilità, il «confine orribile eppure rassicurante» che l’America sommersa sogna di preservare tra i colori, il mulatto visto come massimamente infido.

La tendenza dei liberali ottimisti, negli Stati Uniti, è di dimenticare l’ombra o accomodarsi. Come Delano, si fanno carezzare da dolci alisei e si dicono che anche l’America, come il sole, ha voltato pagina. Può darsi che il 4 novembre confermerà il risveglio già in corso: milioni di neri, giovani, astensionisti, si sono iscritti al voto. Ma gli analisti che studiano il fenomeno razziale sostengono che una cosa sono i sondaggi, altra gli intimi patemi dei bianchi: è il dilemma su cui insiste, da mesi, Nicholas Kristof sul New York Times. Esiste un razzismo ignaro (un «razzismo senza razzisti»), che può troncare il cammino di Obama. C’è un 10 per cento di americani dichiaratamente razzisti (pronti anche alla violenza) che in ogni caso non voterebbero democratico. Ma i bianchi che senza esser razzisti hanno clandestine prevenzioni razziali sono molti: il 40-50 per cento.

Alcuni studi di psicologia sociale, diretti dal professor Thierry Devos dell’università di San Diego, confermano il groviglio persistente di ombre e di nodi. Le indagini rivelano un «baratro fra quel che l’americano bianco pensa esplicitamente e implicitamente». Esplicitamente egli fa propri i principi dell’uguaglianza e della mescolanza di culture. Spesso gli capita di sospettare che i neri possano essere perfino più patriottici di certi bianchi. Ma ben diversamente parla l’inconscio (il «pregiudizio implicito», automatico): in tal caso è solo il bianco ad apparire americano, non l’afro-americano e ancor meno l’asiatico-americano. Il pregiudizio è potente anche nei neri, che da secoli interiorizzano lo stereotipo dei bianchi (è parte della strategia dell’invisibilità). A ciò s’aggiunga la diffidenza deviata, che usa surrogati come la religione. Quasi un terzo degli elettori è convinto che Obama sia musulmano (e se anche lo fosse? ha chiesto Colin Powell) e non sono pochi i conservatori cristiani che vedono in lui l’anticristo: il 10 per cento degli americani è comunque persuaso di vivere l'Apocalisse. I meno scortesi affermano che Obama non ha esperienza. Non a caso McCain attacca Obama l’alieno, soprattutto quando s’abbarbica a Sarah Palin che è la sua punta non di diamante ma di veleno: sul candidato nero il ticket non dice nulla, ma «i veri americani sono altrove».

Obama sa le ombre, tutte. Sa che se vince sarà una rivoluzione per l'America, e un trauma. Ne ha un ricordo personale: la sua amatissima nonna lo ha cresciuto adorandolo, ma sotterraneamente aveva paura dei neri. Agli amici, confida che la battaglia non finirà con una vittoria. Che bisognerà vincere le diffidenze razziali dei bianchi e anche dei neri. Sa di essere un diverso in ambedue i mondi.

Fuori dagli Stati Uniti si guarda a Obama con tensione, speranza. I terroristi, temendo diminuzioni di reclute, preferiscono McCain. Sul sito dell’Economist, un sondaggio mondiale ha votato Obama in massa. La copertina del settimanale è tutta bianca, al centro il candidato nero avanza come venendo da lontano. It's Time, è il titolo. È l'ora.

La politica estera Usa muterebbe, ma meno del previsto. La fede di Obama nell’eccezionalismo della civiltà Usa è intensa. Ma in America la sua vittoria scuoterebbe i fondamenti. Culturalmente li scuoterebbe anche in Europa: in quel che si muove o resta immobile nelle nostre menti, nel nostro sguardo sull’immigrato, il diverso. La lotta contro l’ombra di Benito Cereno è affidata a ciascuno: è tra le più urgenti.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'elogio della diversità rimbalza sull'Europa
Inserito da: Admin - Novembre 06, 2008, 08:46:27 am
6/11/2008
 
L'elogio della diversità rimbalza sull'Europa
 
BARBARA SPINELLI
 

E’ raro vedere una collettività che si trasforma in qualcosa di migliore, come è accaduto ieri negli Stati Uniti. Che medita su se stessa e le proprie ferite senza trasformare la memoria in coltello ma vivificandola e dunque mutandone il taglio, il peso. Anche per l’Europa, come per il mondo, il momento è raro e prezioso: l’elezione di Obama a presidente non è un disastro caduto sull’America, che la squassa indicibilmente come l’11 settembre 2001: ansiosi di riempire il vuoto dell’indicibile, gli europei s’identificarono nell’ora del dolore con l’oltre Oceano. Il modo in cui l’America ha vinto se stessa e i propri mostri scegliendo Obama, la rinascita d’una visione antica che egli incarna, il desiderio di cambiare se stessi più che il mondo: qui è la lezione del 4 novembre per l’Europa.

L’errore più grande sarebbe di dire, come nel 2001: «Siamo tutti Americani».

Adesso che l’America comincia a parlare a se stessa è ora di dire, a nostra volta: «Siamo tutti Europei». Abbiamo anche noi un sogno unitario, che tardiamo a realizzare. Siamo anche noi assetati d’un cambiamento che non ci allontani dai nostri padri fondatori, ma ci riporti a loro. È un sogno culturale e politico, al tempo stesso. Proprio come per Obama.

Il sogno culturale è quello di una società che aspira alla libertà, ma della libertà sa governare gli eccessi. Uno dei padri del federalismo Usa, Madison, diceva che «il governo è la più grande riflessione sulla natura umana». L’uomo non tende spontaneamente all’eguale opportunità per tutti, a includere chi è diverso per fede, etnia: bisogna ragionare sui suoi difetti, governarlo, responsabilizzarlo. La storia cambia con Obama perché narra di un afro-americano che in una sola generazione ­ poco più di quarant’anni, dopo la fine dell’Apartheid negli Stati Uniti ­ diventa Capo dello Stato. Ma è il riscatto di tutti i diversi, non solo dei neri: nel discorso di ieri, il nuovo Presidente si è rivolto ai poveri, agli anziani, ai ricchi, ai neri, ai bianchi, agli ispanici, agli asiatici, agli americani autoctoni, ai gay, ai disabili.

Un elogio così denso della diversità non sarà senza effetti in Europa, che sta divenendo anch’essa un crogiolo dove si incontrano razze e stili di vita diversi. Dove la sfida è unificarli, senza toglier loro speranza e parola. La nostra tentazione da oltre un decennio è di chiuderci, di cercare una sola radice identitaria, un solo colore, nell’illusione che il declino si fermi così. A partire da oggi sarà più difficile accusare chi non è d’accordo di desueta correttezza politica, di non sintonia con il pensare moderno. È il caso dell’Italia, specialmente. Frasi come quelle che intendiamo da tempo, sui musulmani o i Rom o le scuole differenziate, diventano indecenti con Barack e Michelle Obama alla Casa Bianca.

La seconda lezione è politica. Uno degli slogan di Obama è stato, fin dal cruciale discorso sulla razza tenuto il 18 marzo a Filadelfia: l’America ha una splendida costituzione, ma «non è un’Unione compiuta». È qualcosa che ancora dobbiamo perfezionare, ultimare. Identiche parole disse l’Europa a se stessa nel 1992, a Maastricht, quando annunciò il passaggio dalla Comunità a un’«Unione sempre più stretta». Anche il nostro è un processo più che una forma compiuta, un movimento incessante più che uno stato d’immobilità.

Le relazioni tra America e Europa saranno fruttuose se i due sogni cresceranno nei nostri Paesi, prendendo come esempio la catarsi americana ma anche il lavorio dei nostri padri fondatori. La risposta al declino, l’Unione europea la medita da più tempo degli Stati Uniti. La forza del diritto che prevale sul diritto della forza è un suo fondamento. La follia di grandezza, noi ne sappiamo i disastri più degli americani. Obama conosce poco l’Europa, dunque l’iniziativa urge farla partire da noi. Non sarà semplice: è più facile farsi intendere da un presidente che accentua il declino Usa anziché ripararlo. Ma possiamo farcela, se avremo la nostra catarsi. Se non ci limiteremo a rimanere a bocca spalancata, abbacinati dall’eccezionalismo americano. Come dice Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola. Dio diede al mare il pericolo e l’abisso, ma è in lui che fece rispecchiare il cielo».
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Tramonta l'impero dei consumi
Inserito da: Admin - Novembre 09, 2008, 11:44:51 am
Barbara Spinelli.

9/11/2008
 
Tramonta l'impero dei consumi
 
 
Tra le molte leggende sprofondate il giorno della vittoria di Barack Obama, c’è quella della maggioranza silenziosa, che Nixon invocò nel 1969 per opporsi alle idee del Sessantotto e alla sua sete di mutamento. È una leggenda che faticava a morire, perché calmava le paure di una parte dell’America spesso inascoltata anche se estesa, e perché un elettorato che tace è sempre comodo per chi comanda.

La maggioranza silenziosa era contro le riforme brusche dei costumi, e in genere difendeva lo status quo. Negli Stati Uniti coltivava sogni di egemonia nazionale, per i quali tuttavia non voleva pagare prezzi economici. Il sogno era quello seicentesco della nazione eletta: la nuova Israele, la «città sopra la collina» proposta ai primi coloni americani da John Winthrop, governatore del Massachusetts. Il sogno era talmente spazioso che tutto il resto - quadrare i conti, ad esempio - pesava come piuma.

Qui è il cuore delle smisurate illusioni che ultimamente si sono infrante, prima nelle guerre di Bush, poi nel mondo della finanza, infine nel voto a Obama. Essere una superpotenza, o meglio l’unica potenza globale, significava precisamente questo: l’espansione dell’America - la sua natura di «nazione indispensabile» - esentava gli Stati Uniti dall’essere, oltre che indispensabile, solvibile. La maggioranza silenziosa, che per definizione non ha nulla da dire, consumava intanto soldi, petrolio, case e chimere. Il culmine lo raggiunse Dick Cheney, vicepresidente. Interrogato sulle guerre che Bush iniziò senza chiedere sacrifici ma anzi tagliando le tasse, replicò: «Deficits don’t matter». Che ce ne importa dei deficit.

Nell’era Bush i deficit erano addirittura benvenuti. Appena due settimane dopo l’11 settembre, il presidente incitava i cittadini a consumare di più: «Andate a Disney World in Florida, portatevi le famiglie, godetevi la vita!». La guerra contro il terrore diventava una condizione permanente dell’esistenza americana, il presidente ne profittava per indebolire giudiziario e legislativo, la Costituzione e le leggi internazionali venivano violate, la minaccia climatica ignorata, ma l’americano poteva continuare come se niente fosse, comprando a credito. La guerra illimitata e la presunzione della nazione eletta servivano a nascondere il fatto che l’America era ormai a corto di risorse, dipendente dall’estero per petrolio e finanze, senza i mezzi della sua mondiale supremazia. Lo storico Andrew Bacevich spiega con lucidità questa follia di grandezza fondata sull’insolvenza e il simulacro (The Limits of Power - The End of American Exceptionalism, New York 2008). Eisenhower riteneva che non c’è sicurezza senza solvibilità: una verità ricordata a Obama e McCain dal moderatore dell’ultimo dibattito televisivo. Nessuno dei candidati ha osato discuterla, osserva giustamente il commentatore del sito di Contropagina (www.contropagina.com).

La maggioranza silenziosa è stata d’un tratto svegliata dalla crisi finanziaria, fiutando l’immenso inganno. Ma per tanto tempo s’era autoingannata, e non sarà facile condurla a nuovi ragionamenti. Da questo punto di vista non è così vero che Wall Street ha tutte le colpe e Main Street nessuna. Main Street è stata per decenni incapace d’articolar verbo: è stata passiva, al tempo stesso impaurita e compiaciuta. Non meno di Cheney, ha ritenuto che il debito fosse un’opportunità, più che un imbarazzo. Ha accettato quel che il ministro della Difesa Rumsfeld disse sette giorni dopo l’11 settembre: «La scelta è questa: o cambiamo il nostro stile di vita, il che è inaccettabile, o cambiamo il modo in cui vivono gli altri, che è l’unica cosa da fare».

La grande menzogna (la bolla) comincia in America con l’abitudine a un’abbondanza sempre più ampia e fittizia: comprarsi un’abitazione senza avere i soldi era la stessa cosa che comprarsi un impero senza possedere capacità e mezzi. Così è avvenuto, secondo Bacevich, che cita lo storico Charles Maier, il passaggio degli Stati Uniti dall’Impero della Produzione all’Impero dei Consumi. Ci fu un momento in cui i politici sentirono scricchiolare il Titanic: accadde il 15 luglio ’79, quando Jimmy Carter fece un discorso sullo stile di vita che doveva cambiare, dipendere meno dal petrolio, risparmiare più che consumare. La risposta fu il discorso di candidatura di Reagan, il 13 novembre ’79, che venne eletto promettendo ben altro: prodigalità e primato imperiale sarebbero continuati, e anche deficit e sprechi. La maggioranza aveva scelto un cambiamento che assicurava, con altri metodi economici, un Impero dei Consumi ancor più smisurato.

La vittoria di Obama non significa per forza abbandono dell’inganno. La storia di Carter dimostra che denunciare il simulacro e l’insolvenza è avventura scabrosa. Ma il disastro odierno è vasto, e l’appello ripetuto al cambiamento lascerà tracce nelle menti, così come lasceranno tracce la speranza rimessa in moto da Obama, il senso che l’impossibile può divenire possibile, che il difficile va tentato: tutte cose cui la maggioranza silenziosa, oscillando fatalisticamente fra rassegnazione e presunzione, non era abituata. Oggi il vizio fatalista si stempera, e assieme a esso forse l’egoismo di chi non vuol dar soldi al bene comune: è il motivo per cui Paul Krugman chiede a Obama di «non pensare in piccolo», di osare l’assistenza sanitaria per tutti che l’America non possiede. Sarà costoso: non di più, tuttavia, delle somme abnormi spese in guerre fallite o impantanate.

La fede di Obama nell’eccezionalismo Usa è intensa, e ha le sue giustificazioni ma anche i suoi tranelli. Solo lì, è vero, un meticcio ha dimostrato di poter divenire capo dello Stato («un incrocio come me», ha scherzato venerdì coi giornalisti, paragonandosi al cane bastardo che vuol comprare). Ma la presunzione imperiale non è da lui denunciata e nei discorsi manca l’appello alla sobrietà dei consumi, anche se la dipendenza energetica è il suo cruccio. Al Gore è più sensibile all’appello, e sarà importante vedere se nella futura amministrazione avrà uno spazio. Il nuovo presidente ha criticato sin da principio l’intervento in Iraq, ma non sembra riconoscere che la guerra è uno strumento forse inadeguato: le guerre di Bush hanno provocato caos anziché ordine, non solo in Iraq ma in Afghanistan e Pakistan. Il risultato che dopo sette anni tarda a venire in Afghanistan inficia alle radici la scelta di militarizzare la lotta al terrore.

L’Europa è figlia dell’Impero dei Consumi. Non ha il vizio dell’indebitamento né la mania di grandezza, avendo abbattuto dentro di sé la bestia nazionalista, ma da quel modello d’impero è affascinata, e anch’essa ha trovato il modo di profittarne ricavandone sicurezza e autoinganni. Quel che rischia, oggi, è di esser trascinata nel gorgo, e di restare afasica il giorno in cui Washington dovesse cambiar politica sul serio. Dovrà trovarle dentro di sé, le parole per dire e fare quel che vuole, senza attendere un alleato intento a curare le proprie storture.

Dice ancora Bacevich che i grandi americani sono di rado ascoltati, perché dicono cose realiste e per questo sgradite. Non sarebbe male che quella tradizione rivivesse. Che Obama riscoprisse il realismo di Reinhold Niebuhr, il teologo profeta che nel secondo dopoguerra mise in guardia contro l’eccezionalismo e contro «il sogno di manipolare la storia, nato da una peculiare combinazione di arroganza e narcisismo: una minaccia potenzialmente mortale per gli Stati Uniti». Che consigliò ai Figli della Luce di non credersi votati alla luce, di non rispondere ai «figli di questo mondo» e al loro cinismo con la follia dell’immaginazione, il sentimentalismo e la stupidità. Niebuhr era un cristiano nemico del messianesimo politico: dopo anni di ubriacatura fondamentalista, l’America e anche l’Europa hanno bisogno di questa disintossicazione.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Abu Ghraib a Genova
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2008, 10:43:01 pm
17 Novembre 2008


Abu Ghraib a Genova

di Barbara Spinelli - da La Stampa


Non è stato inutile il processo al massacro nella scuola Diaz, avvenuto il 21 luglio 2001 a Genova durante il vertice G8, così come non è stato inutile il processo alle violenze nella caserma di Bolzaneto. All’epoca si sostenne che non era accaduto nulla, che la polizia aveva agito normalmente contro i giovani inermi. Ora non lo si può dire più e alcuni colpevoli son stati condannati, anche se a pene lievi e forse destinate a esser cancellate da condoni e prescrizioni. Lo scandalo c’è stato, l’infamia fu consumata. Nel diritto italiano mancano le parole per dirlo, ma nel mondo questi comportamenti hanno un nome non controverso: si chiamano tortura, trattamenti inumani e degradanti. Il fatto che l’Italia non abbia ancora accolto il reato di tortura nel proprio ordinamento, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu dell’84, non cambia la sostanza del delitto.

Nessuno nega ormai che a Bolzaneto e alla Diaz giovani donne e uomini furono spogliati, minacciati di stupro, pestati. Che a Bolzaneto un poliziotto spezzò la mano d’un ragazzo, divaricandogli le dita, e il ricucimento dell’arto avvenne in infermeria senza anestesia. Che gli studenti furono costretti a stare ore nella posizione del cigno, gambe allargate, braccia in alto, faccia al muro. Che donne con mestruazioni dovettero mostrare le perdite di sangue davanti agli sghignazzi delle forze dell’ordine. Che dovettero defecare davanti a poliziotti eccitati.

Queste cose son successe nel 2001 in Italia esattamente come - poco dopo - a Abu Ghraib. Quando succedono c’è un salto di qualità, si entra in una zona crepuscolare, altra. Si smette di dire «il crimine può accadere», è già accaduto.
Clausewitz, che studiò le guerre napoleoniche, scrisse nel 1832: «Una volta abbattute le barriere del possibile, che prima esistevano per così dire solo nell’inconscio, è estremamente difficile rialzarle». Si rivelò vero per il genocidio ebraico. È vero per le torture a Genova, a Abu Ghraib, a Guantanamo.

I massimi responsabili non hanno pagato, perché, dice la sentenza, mancavano le prove. Non c’era inoltre un «grande disegno», anche se il pubblico ministero Enrico Zucca sostiene di non aver mai menzionato disegni. Tuttavia i capi sono sempre responsabili quando un poliziotto loro subalterno commette delitti, senza necessariamente esser colpevoli. Questa responsabilità è occultata, anche se si dovrà leggere la sentenza per esserne sicuri. La guida della polizia era affidata allora a Gianni De Gennaro: sostituito nel 2007, poi capo gabinetto di Amato al Viminale, poi - con Berlusconi - promosso a supercommissario ai rifiuti di Napoli e a direttore del Cesis riformato (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza). Il suo silenzio sul G8 pesa. Così come pesa lo stupido giubilo della destra. Non c’è niente da giubilare, quando le barriere del possibile precipitano. L’effetto del precipizio è squassante per lo Stato, la polizia, i cittadini. Tanto più oggi, che i giovani ricominciano l’impegno politico come i giovani lo ricominciarono dopo anni di apatia al vertice del G8 di Genova.

Il questore Vincenzo Canterini ha scritto una lettera ai suoi uomini, venerdì, in cui non pare consapevole di questa frana di prestigio e credibilità. Ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova, parla con risentimento, annunciando che lui continuerà a portare il casco, non si sa bene per quale missione. È d’accordo con il proprio vice, Michelangelo Fournier, anch’egli condannato a due anni: alla Diaz avvenne una «macelleria messicana», dice a la Repubblica. Ma i suoi poliziotti non sono colpevoli; sono «martiri civili». La lettera è minacciosa: «Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l’illusione di avere vinto, e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere». Rimettiamoci il casco, incita.

Visto che di lettere si parla, vale la pena citare una lettera che fece storia, nel ’68 francese, quando le violenze furono più gravi e lunghe che a Genova. È il messaggio inviato da Maurice Grimaud, prefetto di Parigi, ai propri subordinati. Grimaud ebbe un comportamento decisivo: oggi gli storici concordano sul fatto che senza di lui, il ’68 sarebbe finito in bagno di sangue, generando terroristi di tipo tedesco o italiano. Invece, nulla. Grimaud cercò di capire le dimensioni profonde e mondiali del movimento, invitando i poliziotti, il reticente ministro dell’Interno Fouchet e lo stesso De Gaulle a tenerne conto (intervista di Grimaud a Liaison, giornale della prefettura, 4-08). Capì che insidiati erano l’onore e dunque l’affidabilità delle forze dell’ordine, dei funzionari pubblici, infine dello Stato. Sentendo che nei commissariati serpeggiava odio (c’era stata la guerra d’Algeria) prese la penna, il 29 maggio ’68, e scrisse un messaggio personale a circa 20 mila poliziotti.

È una lettera che andrebbe letta alle forze dell’ordine e nelle università, non solo in Francia. In apertura Grimaud invita a discutere il tema, cruciale ma schivato, dell’eccesso nell’impiego della violenza: «Se non ci spieghiamo molto chiaramente e molto francamente su questo punto, vinceremo forse la battaglia della strada ma perderemo qualcosa di assai più prezioso, cui voi tenete come me: la nostra reputazione». Grimaud non nega che la polizia è ingiustamente umiliata dagli studenti, ma il suo linguaggio e il suo ordine sono inequivocabili: «Colpire un manifestante caduto a terra è colpire se stessi, e apparire in una luce che intacca l’intera funzione poliziesca. Ancor più grave è colpire i manifestanti dopo l’arresto e quando sono condotti nei locali di polizia per essere interrogati. (...) Sia chiaro a tutti e ripetetelo attorno a voi: ogni volta che viene commessa una violenza illegittima contro un manifestante, decine di manifestanti desidereranno vendicarsi. L’escalation è senza limiti». Comunque il prefetto si dichiara corresponsabile, qualsiasi cosa avvenga: «Nell’esercizio delle responsabilità, non mi separerò dalla polizia». L’autocontrollo è un dovere del servitore dello Stato: «Quando date la prova del vostro sangue freddo e del vostro coraggio, coloro che vi stanno davanti saranno obbligati ad ammirarvi anche quando non lo diranno».

Esiste dunque la possibilità di servire lo Stato senza infangarsi. Per la coscienza dei francesi l’esempio Grimaud conta e spiega forse, senza giustificarle, certe reticenze a estradare nostri ex terroristi. Anche in Italia esistono esempi simili, di servizio dello Stato e non della contingenza politica. Il prefetto di Roma Carlo Mosca era uno di questi. Ragionando come Grimaud, egli difese i Rom («Io non prendo le impronte a bambini») e poco dopo il diritto studentesco a manifestare. Nonostante buoni risultati (censimento degli insediamenti Rom; calo dei reati a Roma dal gennaio 2008; violenza degli stadi circoscritta) Berlusconi lo ha silurato, lo stesso giorno del verdetto di Genova.

Quando cade la barriera del possibile il crimine si ripete. I vigili di Parma che hanno sfregiato il giovane originario del Ghana, Emmanuel Bonsu Foster, lo testimoniano (che sia un immigrato regolare è irrilevante, è turpitudine anche con gli irregolari). Lo testimonia la prostituta nigeriana scaraventata in manette sul pavimento d’un commissariato, a Parma in agosto. A Genova hanno condannato i manovali (le «mele marce» di Bush) e due capi, Canterini e Fournier. Non basta: né per rialzare le barriere, né per correggere e riabilitare la polizia. Lo storico Marco Revelli, l’ex Presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il giornalisti Giuseppe D’Avanzo e Riccardo Barenghi hanno detto l’essenziale, su come la democrazia esca sfigurata da simili prove. Solo i cinici e i rassegnati immaginano che sia troppo tardi per cominciare a far bene le cose.


da www.arturoparisi.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La crisi come occasione
Inserito da: Admin - Dicembre 07, 2008, 11:02:12 am
7/12/2008
 
La crisi come occasione
 
BARBARA SPINELLI
 

La parola crisi è tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: più che una parola, è albero dai rami incessanti. In greco antico significa un gran numero di cose tra cui: separazione, scelta, giudizio. Il verbo, krino, vuol dire anche decidere. In medicina si parla di giorno critico o di giorni critici: per Ippocrate (e per Galeno nel secondo secolo dC) è l’ora in cui la malattia si decide: o precipita nella morte o s’affaccia alla ripresa. È il punto di passaggio, di svolta. Il termine riapparve nei sommovimenti enormi del ’700: nella rivoluzione francese, in quella industriale. La vera crisi, per Burckhardt, non cambia solo i regimi: scompone i fondamenti della società, come avvenne nelle migrazioni germaniche. Quel che la caratterizza è la straordinaria accelerazione del tempo: «Il processo mondiale d’un tratto cade in preda a una terribile rapidità: sviluppi che solitamente mettono secoli a crescere, passano in mesi e settimane come fantasmi in fuga» (Jacob Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale).

Il concetto di crisi fu evocato con affanno sempre più frequente dopo il primo conflitto mondiale. Lo storico Reinhart Koselleck la chiama «cataratta degli eventi» e sottolinea il suo volto ambiguo: è una condanna, ma anche un’occasione che ci trasforma. Nel Vangelo di Giovanni (5, 24) Gesù la raffigura come temibile: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita». Nella versione greca, andare incontro al giudizio è letteralmente «entrare nella krisis», nel processo. Al tempo stesso crisi è intelletto all’opera, che redime: «L’uomo che non ha alcuna krisis non è in grado di giudicare nulla», scrive Johann Heinrich Zedler nell’Universal-Lexikon del 1737.

Anche la crisi che traversiamo oggi è «vera crisi»: momento di decisione, climax d’un male, e se ne abbiamo coscienza, occasione. Uscirne è possibile, purché non manchi la diagnosi: secondo Galeno, i giorni critici sono valutabili solo se l’inizio del male è definito con precisione.
Gli economisti non bastano a tale scopo, e ancor meno i politici. Spesso vedono le cose più da vicino i letterati, i filosofi, gli storici, i teologi, i medici. Se la società è un corpo - dagli esordi è la tesi dei filosofi - questi sono i suoi giorni critici: può morire o guarire, mutando forma e maniere d’esistere.

Pietro Citati individua la radice del male nella passione dei consumi: frenesia che descrive con parole deliziose, ironiche, sgomente, evocando la telecamera americana che nel 1952 riprese una massaia che s’aggirava nel supermercato (Repubblica, 3 dicembre 2008). La camera registra i movimenti delle sue palpebre ed ecco d’un tratto i battiti crollano davanti agli scaffali, fino a raggiungere la media di quattordici al minuto, da trentadue che erano: «Una media subumana, come quella dei pesci; tutte le signore precipitavano in una forma di trance ipnoide. Molte erano così ipnotizzate, che a volte incontravano vecchi amici e conoscenti senza riconoscerli e salutarli». Sono decenni che nuotiamo come pesci, gli occhi sbarrati, consumando senza fiutare la crisi: scriteriati. Questo ci ha cambiati profondamente. In America ha distrutto il risparmio.

Ovunque, politici e responsabili finanziari sbigottiscono davanti all’incanto spezzato (alla bolla scoppiata). Vorrebbero che la stoffa di cui è fatto - l’illusione - non si strappasse mai: perché le campagne elettorali son cucite con quei fili, vivono della chimera d’un progresso ineluttabile, senza costi. L’America dopo il Vietnam respingeva le guerre: le voleva «a zero morti». Poi ricominciò a volerle, ma «a zero tasse». Importante nell’ipnosi è accaparrare sempre più, anche se mancano i mezzi: l’ipnosi, restringendo la coscienza, è il contrario della crisi. In America finanza e politica estera sono «entrate nella crisi» simultaneamente. Il 7 agosto inizia la guerra georgiana, e pure i ciechi scoprono che Washington non può alcunché: ha aizzato Saakashvili, ma senza mezzi per sostenerlo. Esattamente un mese dopo, fra il 7 e il 16 settembre, scoppia la bolla finanziaria (salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, poi bancarotta di Lehman Brothers, poi salvataggio di Aig). Per decenni si è sentito dire: ci sono compagnie troppo grosse per fallire. Era menzogna: non erano troppo grandi né Lehman, né l’impero Usa. Le bolle esistono nella finanza, in politica, nelle teste. Sono i giorni critici della nostra mente.

La trance ipnoide ha stravolto modi di vivere, di convivere con l’altro in casa e nel mondo. Ci ha chiusi nella sfiducia. Lo storico Andrew Bacevich lega tutte queste esperienze, e racconta come dall’impero della produzione l’America sia passata, ancor prima di Reagan, all’impero dei consumi (The Limits of Power, Metropolitan Books 2008). Nel tragitto si son perse (specie in America) nozioni fondanti: la nozione del debito, che nella nostra cultura non è senza colpa ed è divenuto un fine positivo in sé, incondizionato. La nozione della fiducia, senza cui ogni debito degrada. La nozione del limite. Il Padre nostro dice, in Luca 11, 2-4: «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore». In ebraico peccato e debito sono un’unica parola. La poetessa Margaret Atwood ricorda come il concetto di debito - essenziale nel romanzo dell’800: Emma Bovary si suicida perché un creditore non ripagato minaccia di rivelare il suo adulterio - sia oggi vanificato (Payback: Debt and the Shadow Side of Wealth, Toronto 2008). Soprattutto in America, le banche spingono all’indebitamento, più che a prudenza e risparmio. Scrive Zygmunt Bauman che un debitore che vuol restituire puntualmente (che «pensa al dopo») è sospetto: è «l’incubo dei prestatori». Non è «di alcuna utilità», perché il debito riciclato è fonte prima del loro profitto costante.

Ma il debito sconnesso da fiducia non è pungolato solo da banche o Wall Street. È un ottundersi generale dei cervelli, è l’ebete pensare positivo che il governante invoca con linguaggio sempre più pubblicitario, sempre meno politico. Main Street - che poi siamo noi, cittadini e consumatori - è vittima tutt’altro che innocente di Wall Street. Come nel Grande Crollo del ’29 descritto da John K. Galbraith, siamo affetti da una follia seminale (seminal lunacy) che accomuna potenti e milioni d’impotenti. Per questo è così vacuo il politico che incita a ricominciare i consumi come se niente fosse. Il suo dichiarare, i linguisti lo definiscono performativo: basta dire «la crisi non c’è», e la crisi smette di essere (le dichiarazioni performative sono predilette da Berlusconi). I politici sono responsabili, avendo ceduto a un mercato senza regole. Ora intervengono, ma senza curare la fonte del male. La crisi, cioè la svolta trasformatrice, è rinviata.

Naturalmente hanno le loro ragioni: il crollo dei consumi farà male. Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia, ricorda che comporterà disoccupazione dilatata, ulteriori cadute dei redditi e del valore delle case, aumento dei debiti, credito scarso. Ma qualcosa di non negativo può nascerne: un rapporto col debito più realistico e leale, una fiducia riscoperta, un consumo adattato alle possibilità (New York Times, 28 novembre).
Crisi vuol dire decidere, a occhi non sbarrati come la massaia del ’52 ma aperti: sul peggio sempre possibile, sulle bugie del pensare positivo, sulla duplice responsabilità verso la Terra che roviniamo, e verso i figli cui addossiamo i nostri debiti. Terra e figli sono i nostri discendenti: ignorarli perché i loro tempi son più lunghi dei nostri e perché non abiteremo il loro mondo (un mondo con meno petrolio, meno automobili) è senza dignità e chiude speranze altrui. Crisi è sottoporsi al giudizio, al processo. È ora che il processo cominci.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il fardello dell'uomo israeliano
Inserito da: Admin - Gennaio 11, 2009, 05:08:41 pm
11/1/2009
 
Il fardello dell'uomo israeliano
 
BARBARA SPINELLI
 

Non molto tempo prima dell’offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud Olmert pose a se stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza precedenti. Una domanda non concernente i valori e la morale, ma la pura utilità.

Era il 29 settembre, e in un’intervista a Yedioth Ahronoth denunciò quarant’anni di cecità: quella d’Israele e la propria. Disse che era arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva mutare natura e scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o cercando la pace coi vicini.

Non negò le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invitò i connazionali a concentrarsi sul «proprio fardello di colpa». Il fardello consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: «Gli sforzi di un primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere il paese più forte, più forte, più forte, con l’obiettivo di vincere una guerra?».

Aggiunse che personalmente non ne poteva più di leggere i rapporti dei propri generali: «Possibile che non abbiano imparato assolutamente nulla? Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il controllo dei territori e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte cose senza valore». L’unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a un’unica condizione: liquidando le colonie, restituendo «quasi tutti se non tutti i territori», dando ai palestinesi «l’equivalente di quel che Israele terrà per sé». Alla Siria andava reso il Golan, ai palestinesi parte di Gerusalemme. Così parlò il primo ministro d’Israele, non un preconcetto nemico dello Stato ebraico e del suo popolo.

Da queste parole sembra passato un tempo enorme e oggi non sono che fumo e fame di vento, come nel Qohèlet. Allora l’opportunità era imperativa, vicina. Nemmeno tre mesi dopo, la guerra è decretata «senza alternative». Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su La Stampa, ha invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il pensiero militarizzato si riaccende e il dissenso si dirada. Non restano che Segev, Gideon Levy, Yossi Sarid. Perfino Yehoshua considera vana una reazione proporzionata ai missili di Hamas «perché la capacità di sopportazione e resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani». La domanda gelida di Olmert, a settembre, era la seguente e resta valida: «Che faremo, dopo aver vinto una guerra? Pagheremo prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire all’avversario: cominciamo un negoziato».

Secondo Olmert, Israele era a un bivio: «Per quarant’anni abbiamo rifiutato di guardare la realtà con occhi aperti (...). Abbiamo perso il senso delle proporzioni».
Non poche cose s’intuiscono, anche se ai giornalisti è vietato il teatro di guerra. Quel paesaggio che da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei reporter, è praticamente tutta Gaza: non più di 40 chilometri di lunghezza, 9,7 chilometri di profondità. Con 360 chilometri quadrati, Gaza è più piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi.

Inevitabile che in un lembo sì minuscolo i civili abbattuti siano tanti (metà degli uccisi, secondo alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti israeliani non persistano nella cecità, quando negano che la loro guerra sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle città del Sud, da anni e malgrado il ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005, generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti non sono molti. Ma ci sono cose non dette, in chi giustamente s’indigna: cose che questi ultimi nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non è vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler penalizzare i civili.

Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito Hamas e i missili si sposteranno altrove, e che in quei luoghi non resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo dicono essi stessi, ai giornalisti: «Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole, moschee, sappiamo che non Hamas sarà colpito, ma noi». La domanda è tremenda: come spiegare agli abitanti di Gaza la differenza con rappresaglie che, come a Marzabotto, sacrificarono centinaia di civili al posto di introvabili partigiani?
Secondo: non è vero che non esistessero alternative all’attacco aereo e terrestre. Se la tregua con Hamas non ha funzionato, è perché mai iniziò veramente. Perché i coloni avevano evacuato la Striscia ma Israele manteneva il controllo dei cieli, del mare, dei confini. Il cessate il fuoco negoziato a giugno prevedeva la fine del lancio di missili palestinesi ma anche la rimozione del blocco di Gaza, imputabile a Israele. I missili son diminuiti, anche se non scomparsi: ne cadevano a centinaia tra maggio e giugno, ne son caduti meno di 20 nei quattro mesi successivi. Nulla invece è accaduto per il blocco.

Questo è il «fardello di colpe» israeliane, non piccolo, e ancora una volta la geografia aiuta a capire. Dice il governo d’Israele che dal 2005 Gaza appartiene ai palestinesi, ma che non è servito a nulla. È falso anche questo, perché Gaza essendo priva di autonomia non è messa alla prova. Non le manca solo il controllo dell’aria, del mare. Ci sono sei punti di passaggio che dovrebbero consentire il transito di cibo, acqua, elettricità, uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord, i valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l’Egitto il valico Rafah) e tutti sono chiusi. Per una briciola come Gaza è impossibile vivere senza rapporti coll’esterno, ed essi sono bloccati da quando Hamas ha vinto le elezioni e rotto con Fatah. Anche in tal caso un’intera popolazione paga per i politici, e quando il cardinale Martino parla di campo di concentramento (altri parlano di prigione a cielo aperto) non s’allontana dai fatti. I tunnel servono a contrabbandare armi, è vero. Ma anche a trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo è lì perché cacciatovi dall’esercito israeliano nel ’48.
La punizione è parola chiave, in numerose guerre israeliane. Ma la punizione en masse dei civili non punisce in realtà nessuno, e accresce ire omicide nei contemporanei e nei discendenti. È una sorta di vendetta esibita. È guerra terapeutica che libera da inibizioni morali, guerra fatta per roteare gli occhi, scrive Yossi Sarid (Haaretz, 9 gennaio). È non solo feroce, ma vana. I missili di Hamas continuano a colpire e hanno addirittura allungato la gittata: ormai colpiscono Beer Sheva (36 chilometri dalla centrale atomica di Dimona) e la base di Tel Nof (27 chilometri da Tel Aviv).

Gaza e Cisgiordania sono più che mai interdipendenti. Quel che accade in Cisgiordania ha pesato amaramente su Gaza, e pesa ancora. In questo caso sì: non c’è alternativa alla decolonizzazione e al ritiro. Anche Israele, come tanti imperi, deve passare di qui. Deve smettere di separare i teatri d’azione: di edificare nuove colonie ogni volta che negozia o ogni volta che guerreggia su altri fronti, in Libano o a Gaza. È quello che teme anche oggi Dror Etkes, coordinatore dell’associazione israeliana Yesh Din (volontari per i diritti umani): «Posso certificare che proprio in queste ore stanno spianando terre in Cisgiordania per una nuova colonia presso Etz Efraim, e per un avamposto presso Kedumim». In un libro di Idith Zertal e Akiva Eldar (Lords of the Land, New York 2007) è scritto che la pace è irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non solo i cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si spoglia dell’ossessione delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert stesso ha denunciato poche settimane fa.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se Obama parlasse con il nemico
Inserito da: Admin - Gennaio 18, 2009, 07:45:44 pm
18/1/2009
 
Se Obama parlasse con il nemico
 
BARBARA SPINELLI

 
Le grandi speranze riaccese da Obama, alla vigilia della cerimonia inaugurale di martedì che lo insedierà alla Presidenza, somigliano non poco alle Grandi Speranze che accompagnano Pip, il protagonista del romanzo di Charles Dickens. Solo in apparenza il romanzo racconta una promessa di palingenesi personale, sociale: quel che narra è in realtà un faticoso apprendistato, un addestramento alla realtà. Pip, come Obama, deve imparare a camminare da solo, e soprattutto evitare d’esser «tirato su per mano» da tutori invadenti, paternalisti. Pip è figlio d’operai, ha scarpe grosse, mani brutte. La sua vita cambia quando uno sconosciuto benefattore gli lascia i suoi beni dandogli, appunto, Great Expectations. Ma il cambiamento vero dipende da lui, da quel che farà della donazione.

Come ha scritto Kissinger sull’Herald Tribune: la magica ascesa di Obama «definisce un’opportunità, non una politica».
Il mondo che Obama eredita gli s’accampa davanti pieno di rovine, e profondamente equivoco. Anche quello di Bush si nutriva infatti di Grandi Aspettative. Ma erano promesse immateriali, capziose, che non hanno insegnato nulla all’America e anzi l’hanno corrotta, sostituendo alla realtà l’ideologia. È un mondo che ha prodotto una «mescolanza letale di arroganza e ignoranza», scrivono Robert Malley e Hussein Agha sul New York Review of Books del 15 gennaio, nel descrivere la strategia Usa in Medio Oriente. C’è del miracolismo anche nell’attesa di Obama, rafforzato dal fatto che egli è il primo Presidente nero e che corona una storia dentro la storia nazionale, che lo collega non solo a Abramo Lincoln ma a Martin Luther King. Il suo apprendistato sarà duro perché dovrà rispondere alle Great Expectations e al tempo stesso non divenir ostaggio di chi pretende d’averlo fatto re, «tirandolo su per mano». Percepito come messia, egli deve al tempo stesso spezzare i messianesimi che da secoli catturano le menti americane.

L’apprendistato non può avvenire dunque che in solitudine, sotto forma di una vasta disintossicazione che salvi la speranza ma sappia anche spegnerla quando è irrealistica. Sono tante e svariate le sostanze tossiche di cui toccherà depurare l’organismo, e come in medicina urgono terapie radicali: dalla somministrazione di antidoti alla trasfusione del sangue all’inalazione di ossigeno. In politica occorre cambiare i paradigmi, come usano dire gli esperti in finanza; congedarsi dalle illusioni d’onnipotenza e dalle ideologie che dominano la politica estera, militare, climatica. Così poliedrico è il cambiamento richiesto che il paragone con la trasfusione sanguigna non è azzardato.

Le sostanze tossiche non hanno avvelenato solo gli otto anni di Bush. Sono decenni che lo Stato americano fabbrica bolle, ipnotizzato dal miraggio d’una forza autosufficiente e universalmente egemonica. In economia ha immaginato di poter vivere indebitandosi smisuratamente, consumando senza criterio, e fidandosi d’un mercato che magicamente si autoregola; in politica estera e militare ha creduto di poter modellare il pianeta secondo una propria idea del bene e del male, e non secondo l’utilità considerata opportuna dal maggior numero di soggetti. È qui che l’arroganza s’è unita all’ignoranza, impedendo agli Usa di considerare gli interessi di altri Paesi e di nuovi potentati locali; di riconoscere i propri limiti oltre che i limiti, in genere, dello Stato-nazione alle prese con mali e sfide che non è più in grado di padroneggiare da solo.

La stoffa della bolla è antica perché risale all’idea dell’America «faro sulla collina», votata a civilizzare il mondo, dotata di incorrotta supremazia morale e politica. Il continuo parlare di carote e bastoni è parte di questa presunzione, umiliante per i popoli destinatari: nessuno - tranne forse Al Qaeda - parlerebbe così dei rapporti con Washington. Non è vero che Bush s’è disinteressato al Medio Oriente, all’Iran, all’Asia, all’Europa. Secondo Malley e Agha se n’è interessato fin troppo, diminuendo ad esempio in Israele il senso della propria responsabilità, dei confini geografici, del limite: i progressi, Israele tende a compierli quando Washington latita, e a mediare sono magari gli europei o i turchi. Lo stesso dicasi per la Russia: i cui ricatti o soprusi (nel Caucaso, sul gas) sono possibili perché l’America promette un fiancheggiamento e una presenza - in Georgia, Ucraina - del tutto ingannevoli.

È il motivo per cui i realisti, in Israele, chiedono oggi a Obama di cominciare finalmente a parlare con le forze generatrici dei conflitti, anche se nemiche mortali d’Israele come Hamas, Hezbollah, Iran. («Vada avanti per la sua strada, Presidente, non ascolti nessuna lobby», scrive Yossi Sarid su Haaretz). In un importante articolo sul New York Review of Books, tre autori (William Luers, Thomas Pickering, Jim Walsh) sostengono che l’Europa dovrebbe costruire con Teheran un consorzio, favorito da Obama, che produca uranio arricchito in Iran (la formula multinazionale ha il vantaggio di implicare controlli multinazionali). Obama, intanto, dovrebbe avviare con Teheran colloqui senza precondizioni, dopo le presidenziali iraniane di giugno, tenendo conto degli interessi di ambedue: l’Iran è essenziale per pacificare l’Iraq e anche l’Afghanistan, essendo ostile ai talebani sunniti. Le sanzioni non rischiano di fallire: già son fallite. Così come son fallite le guerre di Bush: perché hanno generato caos nel mondo invece di stabilità, soddisfacendo solo nel brevissimo periodo il desiderio Usa di dominarlo.

I neocon che hanno scommesso su Bush hanno condotto per anni una personale e accanita guerra contro la realtà, creando miti a ripetizione. Un episodio lo prova, raccontato anni fa dal giornalista Ron Suskind. Nel 2002, prima della guerra irachena, un consigliere di Bush (era Karl Rove) gli disse: «Il mondo funziona ormai in modo completamente diverso da come immaginano illuministi e empiristi. Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservatori studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora» (New York Times, 17-10-04). La reality-based community viveva di fatti, mentre chi vive nello show mistificatorio li trascende, fino a quando la realtà si vendica.

La rottura con la realtà si è rivelata contagiosa: sin d’ora e nei prossimi anni converrà ricordarlo. La chimera dello Stato-nazione autosufficiente, la prepotenza congiunta all’ignoranza, il rifiuto di negoziare, la predilezione del breve termine rispetto al lungo, l’abitudine a violare la legalità internazionale: sono veleni di cui deve disintossicarsi l’amministrazione americana ma anche l’Europa, il mondo. Tanto più prezioso è l’annuncio di Obama: rispetterà le convenzioni internazionali sulla tortura e i prigionieri di guerra; chiuderà Guantanamo.

Sono i civili a pagare infatti chimere e menzogne. Pagano in economia, perché il fondamentalismo del laissez-faire ha colpito la gente comune e non solo Wall Street. Pagano a Gaza e nel Sud d’Israele, col sangue, la morte o il terrore. Pagano in Europa, dove milioni di cittadini gelano perché i nazionalismi russo e ucraino non sono imbrigliati da accordi multilaterali.

Ha scritto lo storico Andrew Bacevich che i grandi americani sono di rado ascoltati in patria, perché dicono cose realiste e per questo sgradite, poco trascinanti (The Limits of Power: The End of American Exceptionalism, New York 2008). Fa parte della disintossicazione riscoprire quella tradizione. È nella solitudine che Obama potrà ritrovare il realismo di Reinhold Niebuhr, il teologo profeta che nel secondo dopoguerra denunciò l’eccezionalismo americano e «il sogno di manipolare la storia, nato da una peculiare combinazione di arroganza e narcisismo: una minaccia potenzialmente mortale per gli Stati Uniti».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Obama e la maestà della legge
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2009, 11:09:04 am
25/1/2009
 
Obama e la maestà della legge
 
BARBARA SPINELLI
 

Sin dal primo giorno del proprio mandato, Barack Obama ha fatto capire qual è la sua idea di emergenza, e cosa significa nella storia delle democrazie liberali. I dizionari spiegano che l’emergenza è una situazione di pericolo o crisi inaspettata, nella quale le pubbliche autorità si mettono in allarme e assumono poteri speciali. Per Carl Schmitt, che negli Anni 20 e 30 teorizzò la superiorità del potere assoluto sullo stato di diritto, l’eccezione è «più interessante» del «caso normale»: quest’ultimo è fatto di procedure ripetitive, che intralciano la capacità decisionale del vero sovrano. La vera autorità «non ha bisogno della legge per creare legge». Essa crea proprie leggi, piegando procedure e costituzioni al proprio buon volere e al mondo nuovo che promette: le sue leggi, di volta in volta ad personam o ad hoc, instaurano lo stato di pericolo e sospendono routine normative ritenute inani. Al posto della fiducia si inocula nel popolo la paura. Nel continente della libertà si dilata lo spazio della necessità. Riprendendo Hobbes, Schmitt conclude che non la verità «fa la legge» ma l’autorità, rivelata e temprata dalla situazione limite (Grenzfall).

Precisamente questo è accaduto nei due mandati dell’amministrazione Bush, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: la Costituzione è stata sottomessa alle esigenze del principe e all’accentramento del potere presidenziale. A dominare non era più l’imperio della legge (la rule of law) ma il sovrano e la contingente ideologia da esso incarnata. La prigione extraterritoriale di Guantanamo, dove non valgono le leggi costituzionali americane; le commissioni militari che senza garanzie giuridiche esaminano i detenuti; l’uso della tortura; l’abolizione dell’habeas corpus, ovvero del diritto (risalente al 1679) che ciascuno ha di conoscere i motivi della propria detenzione: queste le misure che hanno trasformato centinaia di prigionieri in animali cui è stato sequestrato il corpo, come direbbe Foucault.

Obama ha messo fine a tali arbitrii, che aboliscono l’equilibrio tra i poteri voluto dal pensiero liberale. Ed è importante che sia il suo primo gesto, perché qui è la vera urgenza dei giorni nostri, non solo negli Stati Uniti. La vera emergenza è l’idea stessa di un’emergenza continua, abbinata alla promessa di rottura col passato e al proliferare di leggi ad hoc: l’esempio statunitense ha rafforzato in molte democrazie questa mistificazione emergenziale-rivoluzionaria. È stata una loro regressione infantile, fondata sulla convinzione che la democrazia non avesse una storia lunga, fatta di norme e routine, ma fosse una pagina tutta bianca da colorare a piacimento. Il principe-bambino fa quel che crede, immaginandosi onnipotente. Ritorna allo stato precedente la separazione dei poteri di Montesquieu, quando il potere che s’espande abusivamente non è ancora fermato da altri poteri. In un passaggio chiave del discorso inaugurale, il 20 gennaio, Obama ha citato la prima lettera di Paolo ai Corinzi (13,11): «Rimaniamo una nazione giovane, ma come nelle parole della Scrittura, è venuto il tempo di metter da parte le cose infantili».

«Divenir uomo» consiste nel ritorno alla norma, nella scoperta del proprio limite, nell’abbandono della speciale arroganza unita a ignoranza che caratterizza l’infanzia. Non sarà facile, perché l’America resta ufficialmente in stato di guerra con il terrorismo, nonostante la volontà presidenziale di «tendere la mano a chi vuol aprire il proprio pugno». Anche se la guerra continua tuttavia, occorre restar fedeli alla Costituzione e alla separazione dei poteri. Occorre far capire al mondo che i prigionieri di Guantanamo saranno correttamente giudicati, che l’America non torturerà né a Guantanamo né in prigioni segrete sparse nel mondo. L’inverno dell’avversità cui ha accennato Obama esige la restaurazione della rule of law: «Noi respingiamo come falsa la scelta fra la nostra sicurezza e i nostri ideali».

È una presa di posizione al tempo stesso morale e pratica. La tortura di prigionieri privati di habeas corpus non ha facilitato la guerra al terrorismo, ma l’ha complicata e invalidata. I video di Abu Ghraib sono usati da Al Qaeda come efficacissimo mezzo di reclutamento. Neppure in stato d’estremo pericolo (la bomba a orologeria che può esser sventata ricorrendo alla tortura) le leggi d’eccezione sono utili. In Italia se ne discusse nell’estate 2006: ci furono intellettuali e editorialisti democratici che aprirono alla tortura, pensando che l’ineluttabile spirito dei tempi fosse ormai questo.

Sono tanti gli studi che sostengono che la tortura, oltre a essere immorale in ogni circostanza, è probabilmente inservibile. Essa rende più difficile la cooperazione internazionale, perché le confessioni estorte sono inutilizzabili da inquirenti e tribunali. Il giudice spagnolo Garzón è di quest’opinione, e ha inoltre accusato le autorità Usa di tener nascosti in prigioni segrete testimoni essenziali per chiarire l’attentato del 2004 a Madrid. Peter Clarke, ex capo della polizia antiterrorista inglese, ha detto all’Economist nel luglio scorso: «Ogni evidenza raccolta a Guantanamo è inammissibile». Un uomo umiliato, cui si infligge l’annegamento simulato (waterboarding), confessa ogni sorta di bugia. David Danzig in un articolo su Huffington Post del 22 gennaio ricorda come i maggiori successi siano stati raggiunti da un’«arte dell’interrogatorio» che rifiuta la violenza, e preferisce l’astuto colloquio con pentiti e perfino con combattenti: Saddam Hussein e al-Zarqawi, ex capo di Al Qaeda in Iraq, furono scovati così.

Non sarà semplice smantellare le tante leggi ad hoc create nell’emergenza terrorismo, in America ed Europa. Perché sono leggi che lavorano nel buio, aggirando perfino sentenze delle Corti Supreme come quella statunitense, che ha restituito ai prigionieri l’habeas corpus. Non è semplice perché ancora deve esser affrontata la questione fondamentale: è veramente guerra quella che viviamo? e se lo è come chiamare l’avversario? E se non è guerra cos’è? Nemmeno Obama ha la risposta, che pure gli toccherà dare senza attendere altri sette anni. E ancor meno sanno rispondere i governi europei, che adottano leggi emergenziali d’ogni tipo (sul terrorismo e sull’immigrazione) evitando furbescamente di dichiararsi nazioni in guerra. Siamo lontani, qui, dalle autocritiche americane. Tony Blair, che ha mimato ogni mossa e ogni disastro di Bush, ancora non è chiamato alla resa dei conti.
Ma qualcosa è cominciato, con una prontezza che fa onore a Obama. Qualcosa comincia a esser detto: che essere uomini adulti in democrazia vuol dire rispettare leggi antiche, messe alla prova in situazioni ben più difficili di quella presente. Che il sovrano capriccioso e falsamente decisionista ha un comportamento immaturo. Che le tradizioni giuridiche contano: quelle racchiuse nelle costituzioni e quelle iscritte in leggi internazionali che Bush ha sprezzato, come la convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri. L’ansia di innovare a tutti i costi può esser letale, in democrazia. Il mito della «rottura» si sfalda. «Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza», ha detto Obama ai connazionali. Non a caso martedì li ha apostrofati in maniera inedita: invece di My fellow Americans, li ha chiamati My fellow citizens.

La questione morale coincide con il ritorno alla cultura della legalità, in America come in Europa. È la più grande necessità del momento: non si restaurerà una duratura fiducia tra governati e governanti, senza riconversione all’imperio della legge. Non si risaneranno l’economia, la politica, il clima. L’alternativa è chiudersi in belle bolle e ignorare i fatti: anche la bolla è qualcosa di molto infantile, che brilla di tanti colori fino a quando (inaspettatamente per i bambini) esplode.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'ora della nostra tristezza
Inserito da: Admin - Febbraio 04, 2009, 11:03:26 am
4/2/2009
 
L'ora della nostra tristezza
 
BARBARA SPINELLI
 

Tutte le grida perentorie, che cingono come fasce di pietra Eluana e il suo viaggio nell’aldilà; tutti gli insulti, e le accuse di assassinio pronunciate da politici che non nomineremo per non appiattire quel che deve restare profondo: questo è triste, nelle ore in cui Eluana, assistita dalla legge, giace nella clinica che l’aiuterà a morire com’era nelle sue volontà, dopo diciassette anni di coma vegetativo permanente.

Tristezza è lo sgomento che irrompe quando ci si trova in una situazione senza uscita: la parola vien meno, a soccorrere non c’è che il balsamo del silenzio oppure quel sottile mormorio che si chiama amore ed è più forte, San Paolo lo sapeva, di ogni altra virtù: fede, speranza, dono della profezia e della lingua, conoscenza delle scienze, perfino sacrificio di sé, delle proprie ricchezze (1 Corinzi 13).

Quando s’affievoliscono fede e speranza, si può sempre ancora amare: in particolare il sofferente, il morente. Nel momento in cui non sai più guardare un altro essere con amore già sei nel biblico sheòl, scivoli nel nulla. Tristi son dunque le grida dei politici e anche dei vescovi: quando urlano all’omicidio.

E quando s’indignano con la magistratura e i medici, che hanno preso in mano il volere di Eluana per il semplice motivo che altra via non le era offerta. Non c’era una legge sul testamento biologico, non ci son state parole pudiche di comprensione, né una politica che tace invece d’infilarsi fin dentro la camera, privata, dov’è la soglia per entrare nel mondo o uscirne.

Non è la sola tristezza, che ci accompagna dal 2006, quando Welby ci parlò dal suo letto di non vita e non morte. C’è la tristezza di non potersi parlare gli uni con gli altri, di non poter guardare in faccia insieme il proliferare straordinario di paure, primordiali e moderne, legate alla morte. Quasi fin dalla nascita esse ci visitano: chi ha memoria dell’infanzia ricorda quei mesi, quegli anni, in cui il pensiero della morte d’un tratto ci attornia come acqua alta, in cui sembra inverosimile e atroce che i genitori possano morire, che anche noi passeremo di lì, che per ognuno verrà il turno. Il pensiero s’insinua come ladro nelle notti alte dei bambini, per poi lasciarli in pace qualche anno. Poi s’installa la paura del morire, più che della morte: naufragare in dolori insopportabili, o non riuscire a morire malgrado la fine sia lì accanto, ineludibile epilogo di mali incurabili. E infine la paura moderna: terribile, prossima al panico. La paura di non padroneggiare la vita e il morire, perché ambedue sono stati affidati a forze esterne. Il diritto al morire nasce dal dilemma fondamentale: chi è proprietario della morte? Come difendere gli espropriati: che siamo noi ma sono anche la natura e - per alcuni - Dio?

La scienza e la tecnologia medica hanno compiuto progressi che hanno stravolto il morire, essendo diventati i veri proprietari della soglia. Non si moriva così, restando per decenni nella vita-non vita, quando non esisteva il gigantesco potere che prolunga artificialmente la vita con tubi, macchine, farmaci. Non c’era bisogno di fissare limiti all’accanimento terapeutico o all’idratazione-alimentazione di pazienti che non patiscono più sete e fame. Non c’era il fossato scandalosamente enorme tra l’individuo cosciente, che può invocare la libertà di cura prevista dalla Costituzione (art. 32), e chi non ha più diritti essendo appeso alle macchine, e possiede una biografia uccisa in nome del diritto alla vita.

La stessa parola eutanasia andrebbe adattata alla straordinaria mutazione che viviamo, rinominata. Non si chiede la bella morte. Si chiede il permanere di un diritto prima della morte biologica, e il rispetto di questo diritto anche quando non c’è più coscienza. Questa strada è sottratta alla capacità dell’uomo di darsi sue leggi (di darsi auto-nomia), ma non è sottratta solo a lui. La proprietà passa a macchine che trasformano l’uomo in un mezzo, che si sorveglia e punisce allo stesso modo in cui son sorvegliati, nelle celle d’isolamento, i prigionieri. La prigione della tecnica che s’accanisce in nome di valori morali è terrorista: taglia le ali alla preparazione della morte, che è nostra intima e nobile aspirazione; tratta l’individuo non come fine ma come mezzo. Lo trasforma in uomo docile e utile per la politica, l’ideologia: quale che sia l’ideologia. Welby e Eluana dicono l’indisponibilità, assai meno prometeica delle macchine, all’esser docile, utile mezzo. È qui che insorge il panico: non solo di chi vuol staccare le sonde ma anche di chi, con amore eguale, non lo fa. La morte in sé non mette spavento: essa è terribile per chi sopravvive, Epicuro è saggio quando ricorda che «la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi». Il panico dell’espropriato insinua il sospetto: può accadere che quando ci sarà lei (la morte) anche noi ci saremo, ma morti-viventi.

È un panico cresciuto mostruosamente: per questo urge riprendersi la morte. Non è un diritto che spossessa la natura, il sacro. Se fossero loro ad agire, moriremmo senza respiratori. Quel che vediamo è il trionfo della tecnica umana sull’umanità, la natura, il divino. L’autonomia del morente restituisce naturalezza e sacralità a un’esperienza inalienabile, sia che si stacchi la sonda sia che il malato non voglia farlo. L’etica del morire è una difesa della vita, perché risponde all’estendersi del bio-potere con la forza, vitale, della responsabilità. Risponde con il testamento biologico, per evitare che il paziente senza coscienza sia ucciso in vita. Risponde col rifiuto dell’accanimento terapeutico e, se il corpo non sente più fame e sete, dell’alimentazione-idratazione forzata. Risponde anche al timore di chi - non meno solitario - mantiene la sonda.

Anche questa solitudine va ascoltata: anche la paura dell’eutanasia, della morte della persona accelerata non per amore, ma in nome di volontà collettive, politiche. È già accaduto nella storia, e se esiste un tabù sull’eutanasia non è senza ragione. Non se ne può parlare leggermente (neppure dell’aborto si può): è talmente incerto il confine con il crimine. Chi decide infatti se una vita debba considerarsi indegna d’esser vissuta? Il malato o la società, la legge? Se decide il collettivo, il rischio è grande che non avremo la bella morte ma la morte utile alla società, alla razza, alla nazione, o alle spese sanitarie. L’eutanasia può estendere il bio-potere anziché frenarlo. Può snaturare la missione del medico, che vedrebbe i propri poteri ingigantiti non solo nel bene ma anche nel male. Ogni medico diverrebbe per il paziente una sfinge, scrive Hans Jonas: obbedirà a Ippocrate, cercando di sanare e lenire, o mi ucciderà per una sua idea di pietà o convenienza?

Scrive la Bibbia che la parola divina sorprese Elia in modo inaspettato, sul monte Oreb. Il vento soffiava ma la parola non era nel vento. Sopravvenne un terremoto ma la parola non era nel terremoto. S’accese un fuoco ma il Signore non era nel fuoco. Infine apparve: era una voce di silenzio sottile. È a quel punto che Elia si prepara all’incontro: non con discorsi prolissi ma coprendosi il volto col mantello (1 Re 19,11). Forse la voce di silenzio sottile si sente a malapena perché viene da dentro, dalla nostra coscienza. Se solo si potesse parlare così delle questioni essenziali, del vivere e morire. Sforzandosi di capire il diverso, scoprendo quel che è comune nelle paure. Scoprendo l’aporia, che è la condizione dell’esistenza in cui manca la via d’uscita, il dubbio s’installa, e d’aiuto sono il senso del tragico o il mormorare sottile. Lì stiamo: non da una parte il popolo della vita e dall’altra la cultura della morte, da una parte i credenti dall’altra gli atei. Ma tutti egualmente confusi, sperduti, assetati, poveri di parole.

OPINIONI Analisi BARBARA SPINELLI 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il potere apparente della Chiesa
Inserito da: Admin - Febbraio 08, 2009, 06:26:37 pm
8/2/2009
 
Il potere apparente della Chiesa
 
BARBARA SPINELLI
 

Solo in apparenza c’è contraddizione fra l’enorme caduta di autorità manifestatasi ai vertici della Chiesa in occasione della riabilitazione dei vescovi lefebvriani e il potere non meno grande che il Vaticano ha esercitato, e sta esercitando, sul caso Englaro e sullo scontro tra istituzioni in Italia. Nel lungo periodo il primo caso finirà forse col pesare di più: i libri di storia racconteranno nei prossimi secoli quel che è accaduto nella Santa Sede, quando un Pontefice volle metter fine a uno scisma, tolse la scomunica ai vescovi di Lefebvre, e mostrò di non sapere bene quello che faceva. Mostrò di ignorare quel che la setta sostiene, e quel che un suo rappresentante, il vescovo Williamson, afferma sul genocidio nazista degli ebrei: genocidio che il vescovo nega («gli uccisi non furono 6 milioni e non morirono in camere a gas») e che non giustificherebbe il senso di colpa della Germania. Un papa tedesco inconsapevole di quel che Williamson divulga da anni fa specialmente impressione.

I libri di storia racconteranno com’è avvenuto il ravvedimento, non appena il cancelliere Angela Merkel gli ha chiesto d’esser «più chiaro»: i giornali tedeschi, impietosi, descrivono il suo cedimento alla politica, la sua caduta nel peccato (è un titolo della Süddeutsche Zeitung), la fine di un’infallibilità che è dogma della Chiesa dal 1870, per volontà di Pio IX. Il rapporto con il caso Eluana c’è perché anche quando esercita poteri d’influenza sproporzionati, nei rapporti con lo Stato italiano, la Chiesa pare agire come per istinto, senza calcolare a fondo le conseguenze: interferisce nelle leggi del potere civile, sorvola su sentenze passate in giudicato, disturba gravemente lo scabro equilibrio fra Stato italiano e Vaticano. Difende l’idea che lo Stato debba essere etico, e che solo il Vaticano possa dire l’etica. Dopo essersi rivelato impotente di fronte al mondo - impotente al punto di «piegarsi» sulla questione lefebvriana - è come se il Vaticano si prendesse una rivincita locale in Italia, esibendo una forza che tuttavia è più apparente che reale. È apparente perché le questioni morali poste dalla Chiesa sono usate dai politici per scopi a essa estranei.

Nell’interferire, la Chiesa non mostra autorità né autentica forza di persuasione. Mostra di possedere quel che viene prima del potere di governo (prima di quello che nella Chiesa è chiamato donum regiminis, un carisma da coniugare col «dono della contemplazione»): esibisce pre-potenza. Proprio questo accadde nel 1870: il Papa stava perdendo il potere temporale, e per questo accampò l’infallibilità spirituale. La prepotenza ecclesiastica verso Eluana e verso chi dissente dalla riabilitazione dei vescovi sembra avere tratti comuni. Ambedue i gesti hanno radici nella superficialità, e in una sorta di volontaria, diffusa incoscienza. Riconciliandosi con la setta, non mettendo subito alcune condizioni irrinunciabili e accennando enigmaticamente a una «comunione non ancora piena», il Papa ha trascurato molte altre cose, sostenute nelle confraternite da decenni. Gli scismatici non si limitavano a dire la messa in latino, volgendo le spalle ai fedeli. Si opponevano con veemenza alle aperture del Concilio Vaticano II, e soprattutto alla dichiarazione di Paolo VI sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra Aetate, 1965). Totale resta la loro opposizione al dialogo con chi crede e pensa in modo diverso.

Granitica la convinzione, contro cui insorge la dichiarazione di Paolo VI, che gli ebrei non convertiti siano gli uccisori di Cristo. Nostra Aetate non parla solo dell’ecumenismo cristiano. Parla di tutti i monoteismi (Ebraismo, Islam) e anche di religione indù e di buddismo. Apre a altri modi di credere, non ritenendo che la Chiesa romana sia unica depositaria della verità e della morale. Rispondendo a Alain Elkann, monsignor Tissier de Mallerais della confraternita San Pio X dice: «Noi non cambiamo le nostre posizioni ma abbiamo intenzione di convertire Roma, cioè di portare il Vaticano verso le nostre posizioni» (La Stampa, 1-2-09). L’atteggiamento che la Chiesa ha verso l’autonomia dello Stato di diritto in Italia non è molto diverso, nella sostanza, da alcune idee lefebvriane. Il diritto e la Costituzione tengono insieme, per vocazione, etiche e individui diversi. Il dubbio su questioni di vita e morte è in ciascuna persona, e proprio per questo si fa parlare la legge e si separa lo Stato dalle chiese.

È quello che permette allo Stato di non essere Stato etico, dunque ideologico. Nell’ignorare la necessità di questi vincoli il Vaticano non si differenzia in fondo da Berlusconi, oscurando quel che invece li divide eticamente. L’interesse o la morale del principe contano per loro più della legge, della costituzione. Il particolare, sotto forma di spirito animale dell’imprenditore-re o di convinzione etica del sacerdote-guida, non si limita a chiedere un suo spazio d’espressione e obbedienza (com’è giusto), ma esige che lo Stato rinunci a fare la laica sintesi di opinioni contrarie. La laicità non è un credo antitetico alla Chiesa, ma un metodo di sintesi. Su questi temi sembra esserci affinità della Chiesa con Berlusconi e perfino con i lefebvriani, favorevoli da sempre al cattolicesimo religione di Stato. I vertici del Vaticano si sono rivelati in queste settimane assai deboli e assai forti al tempo stesso. Deboli, perché per ben 14 giorni Benedetto XVI è apparso prima ignaro, poi male informato, infine - appena seppe quel che faceva - paralizzato.

Il cardinale Lehman ha accennato a errori di management e comunicazione, ma c’è qualcosa di più. Aspettare l’intervento della Merkel è stato distruttivo di un’autorità. Nei libri di storia alcuni parleranno di clamoroso fallimento di leadership. Una leadership così scossa, è cosa triste recuperarla su Eluana. La Chiesa ha solo aiutato un capo politico (Berlusconi) a disfarsi con fastidio di leggi e vincoli. Non si capisce come questo aiuti la Chiesa. Condannando Napolitano, la Chiesa non sceglie la maestà della legge e la vera sovranità: dice solo che le leggi di uno Stato pesano poco, e invece di usare la politica ne è usata in maniera indecente. La questione Englaro non divide religiosi e non religiosi, fautori della vita e della morte. Divide chi rispetta la legge e chi no; chi auspica rapporti di rispetto fra due Stati e chi ritiene che lo Stato vaticano possa legiferare al posto dell’italiano. Sono ministri del Vaticano che hanno attaccato Napolitano: dal cardinale Martino presidente del consiglio Pontificio Giustizia e Pace al cardinale Barragan, responsabile per la Sanità nello Stato della Chiesa.

Il loro dovere istituzionale sarebbe stato quello di tacere, come laicamente ha deciso di fare, unico e solitario nella maggioranza, Gianfranco Fini Presidente della Camera. Come difendere la Chiesa, ora che non ha più potere temporale e che vacilla? La questione sembrava risolta: non lo è. Non si tratta di seguire l’opinione dominante: sarebbe autodistruttivo, proprio in questi giorni il Papa ne ha fatto l’esperienza. Si tratta di ascoltare il diverso, di documentarsi su quel che dicono i tribunali e la scienza, come rammenta Beppino Englaro. Sull’accanimento terapeutico e l’alimentazione-idratazione artificiale si possono avere opinioni diverse e si hanno comunque dubbi, per questo urge una legge sul testamento biologico: non discussa precipitosamente tuttavia. Non perché una maggioranza, adoperando il povero corpo vivo-morto di Eluana, accresca i suoi poteri. Non annunciando che «Eluana può generare figli» come dice, impudicamente, Berlusconi. Prima d’annunciare e sparlare occorre informarsi, studiare, capire. È il dono di governo e contemplazione che manca tragicamente sia in chi conduce la Chiesa, sia in chi governa la Repubblica.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Due Stati due popoli? Illusione
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2009, 03:03:57 pm
15/2/2009 - IL VOTO IN ISRAELE
 
Due Stati due popoli? Illusione
 
BARBARA SPINELLI
 

Chi ha letto l’articolo di Gheddafi, il 21 gennaio sul New York Times, avrà ragionevolmente visto in esso una provocazione, e un’insultante confutazione dello Stato ebraico. Purtroppo le cose non stanno così, anche se l’insulto resta: quel che ha detto il Presidente libico - non ha più senso parlare di due Stati, israeliano e palestinese, in pace l’uno accanto all’altro - è una convinzione più diffusa di quel che si creda. La sostengono non solo fazioni palestinesi importanti, ma un certo numero di ebrei dentro e fuori Israele. Gheddafi dice a voce alta quel che molti pensano, anche senza desiderarlo. C’è da chiedersi se la destra israeliana che ha vinto alle urne (quella di Netanyahu e di Avigdor Lieberman, capo di Israel Beitenu, ovvero «Israele casa nostra») non abbia pensieri analoghi: che non confessa ma che impregnano i suoi piani d’azione.

La formula «due Stati-due popoli», che continua a esser sbandierata in Israele, a Washington, in Europa, non ha più radici vere nella realtà. È diventata una vana parola, che dà buona coscienza ma non suscita azioni. È come un treno che tutti immaginano in attesa alla stazione, e invece è già passato. Se in Israele si è affermata una destra ostile a negoziati con l’insieme dei partiti palestinesi, che non intende cedere territori e anzi accresce le colonie, significa che l’occupazione non è considerata quello che è: la più grande, l’autentica minaccia strategica per l’esistenza di Israele. In queste condizioni parlare di due Stati è ipocrisia.

Il piano implica la fine dell’occupazione e rari sono i politici israeliani che l’ammettono e ne traggono conseguenze.

È il motivo per cui alcuni auspicano che sia Netanyahu a guidare Israele. Lo ha scritto Gideon Levy su Haaretz, già prima del voto: la sua speranza è che finalmente si cominci a dire il vero, e Netanyahu può farlo. Che s’abbandonino espressioni eufemistiche come processo di pace o due Stati-due popoli. Con Netanyahu le cose diverrebbero più chiare, il dislivello tra verbo e azione meno nebbioso. Il capo del Likud è d’accordo con Lieberman: non vuole ridurre le colonie, e anzi difende il loro «aumento naturale». Non parla di Stato palestinese ma di Pace Economica (basta riempire le pance dei palestinesi per moderarli). L’idea non è nuova: la sostenne il ministro della Difesa Moshe Dayan dopo la guerra del ’67, e negli Anni 70 la riprese il laburista Peres. La prima intifada nell’87 la stritolò, rivelando a chi non voleva vedere che i sogni palestinesi non erano economici. Il fatto che sia oggi riproposta è qualcosa su cui vale la pena meditare, perché rivela un malessere israeliano tuttora irrisolto e pernicioso.

Il malessere è certo acuito da chiusure aggressive di arabi e palestinesi, come scrive lo scrittore Yehoshua (La Stampa, 14-2). Ma in buona parte è interno, è frutto dell’incapacità israeliana di rispondere alla domanda: cosa vogliamo essere? che Stato abbiamo in mente, di fatto? Uno Stato ebraico, democratico, e che al contempo mantenga il controllo su zone dove i palestinesi sono in maggioranza? Qui nascono i mali, spiegati bene dallo storico Gershom Gorenberg (The Accidental Empire, New York 2006): le tre aspirazioni sono in realtà incompatibili fra loro. Non è possibile che lo Stato resti al tempo stesso ebraico e democratico, se l’occupazione permane: gli ebrei sono minoritari nei territori, e lo saranno (forse già lo sono) nell’insieme geografico che amministrano. Estesa alla Cisgiordania, la democrazia israeliana non è più ebraica. Oppure rimane ebraica, ma smette d’esser democrazia. Di questo converrà cominciare a discutere: in Israele, in America, in Europa e nella diaspora, non contentandosi d’additare spauracchi come Gheddafi. Gorenberg invita la diaspora a condannare l’occupazione. L’indeterminatezza sulla forma-Stato è tipica degli imperi instabili e minaccia gli ebrei dentro Israele e fuori.

Il piano due Stati-due popoli è il solo orizzonte augurabile. Ma quel che è accaduto in 41 anni ha forgiato una realtà che lo rende impraticabile: tale d’altronde era lo scopo, esplicito, di chi favorì l’Impero Accidentale (da Sharon a Peres). Basta guardare la carta geografica per constatarlo: la Cisgiordania è coperta da una miriade di colonie, sparse come polvere, inconciliabili con ogni continuità territoriale palestinese. E non esistono solo colonie, abitate da uomini armati che infrangono il monopolio della violenza legale. Ovunque, nella Westbank, ci sono strade riservate solo a israeliani o percorribili dai palestinesi a condizioni capestro.

Le ultime cifre sul numero dei coloni, fornite da un rapporto per il ministero della Difesa, sono le seguenti: in Cisgiordania 290.000 in 120 insediamenti, più decine di avamposti militari. Sulle alture del Golan 16.000 in 32 insediamenti. Nelle aree annesse di Gerusalemme Est 180.000. Gaza fu evacuata da Sharon nel 2005 (9000 israeliani in 21 insediamenti) ma senza che la colonizzazione in Cisgiordania diminuisse. Anzi, aumentò: le organizzazioni non governative testimoniano come ogni mossa israeliana, diplomatica o bellica, s’accompagni a un aumento di colonie e avamposti. Questi ultimi sono chiamati illegali, ma ogni insediamento lo è. Ogni insediamento nasce dal groviglio mentale seguito alla guerra del ’67: groviglio che ha frantumato il concetto di confini e di Stato. Gideon Levy su Haaretz ricorda come il duello Begin-Peres nell’81 fosse una gara fra chi garantiva più colonie. I coloni pesano enormemente sui governi israeliani. Il laburista Barak aumentava le colonie, mentre sotto la guida di Clinton negoziava con Arafat. Lo stesso Barak, poco prima del voto del 10 febbraio, ha promesso al Consiglio dei coloni (Consiglio Yesha) di non smantellare l’avamposto Migron, nonostante le intese del 2001 con Washington. I coloni di Migron comunque potranno spostarsi nell’insediamento Adam presso Gerusalemme: altra colonia che doveva esser smantellata.

L’occupazione dunque continua, anche se i governi israeliani evitano la parola annessione. Evitandola tengono tuttavia in piedi il groviglio mentale, a proposito di nazione e confini. Se parlassero di annessione, dovrebbero infatti riconoscere che la natura dello Stato muta sostanzialmente, e che Israele è a un bivio. Se vuol preservare l’ebraicità diventa Stato di apartheid. Se vuol restare democratico, dovrà ammettere che i palestinesi son titolari di diritti coerenti con i numeri.

Secondo Gorenberg, è la colonizzazione successiva alla guerra dei Sei Giorni che ha distrutto l’idea di Stato nata nel ’48: «Il processo di consolidamento, necessario a un nuovo Stato, fu sconvolto. Una generazione che aveva costruito lo Stato cominciò senza volerlo a togliere pietre essenziali alla sua struttura»: le colonie ravvivarono l’anarchia pionieristica della conquista, lo spirito messianico dell’organizzazione Gush Emunim contaminò i laici e in particolare gli immigranti della diaspora russa stile Lieberman, infastiditi dai vincoli della vita locale. Lo stesso spirito spinge la destra a sospettare gli arabi d’Israele (20 per cento della popolazione): arabi cui Lieberman vuole imporre doveri di lealtà anche bellica allo Stato ebraico, in cambio del diritto di cittadinanza.

Chi rispetta i fatti, dovrà dire quel che vuole. Se vuole la sopravvivenza della nazione nata nel ’48, non potrà non definire la propria idea di Stato e agire di conseguenza. Non potrà non vedere che verrà il giorno (sta già venendo) in cui i palestinesi chiederanno che la situazione resti quella che è (una Grande Israele) ma che diventi democratica: facendo corrispondere a ogni uomo un voto, come nella legge della democrazia. Quel giorno gli ebrei saranno una minoranza: lo Stato non sarà più ebraico. Nascondere a se stessi questa realtà non serve a evitarla. Serve a renderla più vicina e minacciosa.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Lo Stato e le regole
Inserito da: Admin - Marzo 01, 2009, 10:43:03 am
1/3/2009
 
Lo Stato e le regole
 

BARBARA SPINELLI
 
La maggior presenza dello Stato nell’economia, resa necessaria dalla rovina finanziaria, restituisce ai poteri pubblici molti spazi che essi avevano ceduto o perso nell’ultimo trentennio. Restituisce allo Stato una forza inaspettata, vasta, benefica nell’immediato ma anche colma di rischi perché potenzialmente invadente, minacciosa non solo per l’economia ma per gli equilibri della democrazia.

Il fatto è che mancano, in buona parte dell’Occidente, classi politiche all’altezza di una svolta così profonda, anche se temporanea. Se si esclude Obama, giunto al potere in coincidenza con il crollo finanziario, numerosi politici che oggi governano le democrazie son figli dell’epoca che ha visto gli spazi della politica restringersi, e quelli del mercato allargarsi smisuratamente. I pericoli di uno Stato prevaricatore non diminuiscono ma aumentano, se il delicato passaggio è gestito da una generazione che per decenni s’è fidata del mercato più che della politica, abituandosi non a servire lo Stato ma a servirsi di esso, e mostrando un’acuta allergia alle regole. Nelle loro mani, lo Stato rinsaldato potrebbe divenire un Leviatano temibile.

Per tutti costoro, il Grande Crollo rischia di somigliare a quello che per Bush fu, nel 2001, la Grande Scossa dell’11 settembre.

Un’occasione non per consolidare la democrazia che si pretendeva tutelare, ma per accentrare il potere, per accentuare l’unilateralismo, per estendere l’ingerenza nel privato del cittadino, per distruggere l’equilibrio dei poteri sino a violare norme costituzionali come l’habeas corpus, che è il diritto di chi è arrestato a sapere perché il suo corpo viene sequestrato. Proprio dai neo-liberisti venne il più potente attacco alle libertà individuali: un’aggressione che la crisi economica può riprodurre, mescolando proditoriamente, come allora, politica dei valori, della paura, degli interessi particolari, del nazionalismo. Proprio da loro venne l’idolatria di una concorrenza sganciata dalla cooperazione. Dal caos d’un mercato senza briglie sono fuoriusciti governanti che hanno edificato la propria forza, oltre che sulla propria ricchezza, sul rifiuto esplicito delle leggi, costituzionali o internazionali. Che hanno spregiato la politica classica chiamandola inutile teatro. In Italia si parla di teatrino: i paesi feroci adorano i diminutivi.

In molti casi sarà questa generazione politica a gestire il ritorno dello Stato, e proprio questo turba. Dirigenti che aborrivano la politica e le istituzioni, che erano avvezzi a servirsene, che sono andati al potere da privati per privatizzare il pubblico, si trovano ora al volante di Stati dilatati, e tenderanno a comportarsi come ieri. Continueranno ad agire fuori dalle regole, a crearsi spazi dove gli spiriti animali del mercato non son temperati né dal senso razionale del limite, né dalla fiducia nel diverso. Con la politica dei valori e della paura si plasmerà la società. La guerra al Grande Crollo diverrebbe una variazione ben poco armoniosa della Guerra al Terrore.

Tale è infatti il potere, se non controbilanciato: cresce senza misura. Lord Acton diceva che naturalmente «tende a corrompere», e «quando è assoluto, corrompe assolutamente». Ciò è tanto più vero per chi lascia nel vago i fini che col governo della cosa pubblica vuol raggiungere, e tende a profittare del momento per accrescere un potere fatto di forza, muscoli, influenza sulle menti, sulla società, sull’informazione, addirittura sul comportamento etico di ciascuno. La vocazione ad accentrare e privatizzare il potere mal tollera le regole, i contropoteri, financo l’opposizione. In Italia si finge addirittura un’unità nazionale che nessun esito elettorale ha sancito. In Germania la Grande Coalizione è nata nelle urne. Da noi strega e corrode le menti, delegittimando chi vorrebbe, classicamente, fare opposizione.

Eppure solo uno spazio pubblico aperto a opinioni diverse permette di sventare i pericoli di uno Stato straripante: uno spazio nel quale a un potere si contrapponga un altro potere, alla maggioranza faccia fronte la minoranza, con la calma che nasce da una lunga storia della democrazia. A questo compito non sono preparate né le destre, influenzate per decenni dal fondamentalismo del mercato, né le sinistre immerse nello sforzo di tagliare le proprie radici stataliste. Ambedue sono figlie del neo-liberismo e del caos che ha generato. Ambedue dovranno affrontare la crisi ripensando il potere, i suoi fini, i suoi limiti.

C’è bisogno di un potere calmo, non rivoluzionario, per diminuire i rischi di uno Stato troppo forte, nocivo all’economia come ai cittadini. Chi sa i rischi dello strapotere non solo accetta ma favorisce la moltiplicazione di contropoteri, di controlli nazionali, europei, se possibile mondiali. Ma può farlo a due condizioni: deve dire i fini del potere politico, e sapere cosa significa senso dello Stato.

Un potere che si proponga fini alti non passa il tempo a criticare il politicamente corretto e gli ideali di giustizia sociale della sinistra. Attività simili perdono ogni senso: valevano quando si credeva che il mercato si regolasse da solo. Lottando contro il politicamente corretto, i fondamentalisti del mercato hanno scoperchiato tabù ma hanno anche finito con lo svilire i fini della politica: fini come la convivenza tra diversi, l’accoglienza dello straniero, la protezione dei bisognosi. Il potere - che dovrebbe essere un mezzo - è divenuto un fine in sé: nichilisticamente, sostiene Gustavo Zagrebelsky.

Non meno importante è la seconda condizione: che concerne il senso dello Stato, delle istituzioni. Un senso che non combacia sempre con lo Stato-nazione. Oggi, il senso dello Stato tocca averlo sia nazionalmente, sia in Europa: e non per ideologia sovrannazionale, come scrive sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia. L’Europa federale già esiste in numerosi campi (frontiere, moneta, commercio, concorrenza, agricoltura, spazi giuridici crescenti). Siccome nessuna mente, neanche la più fine, può dire il domani, nessuno può escludere che in futuro il senso delle istituzioni diventi senso dell’istituzione-Europa. Jean Monnet lo sosteneva agli esordi dell’unione: tutto sta a creare istituzioni comuni, perché «solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge»: «Niente esiste senza le persone, niente dura senza le istituzioni». Nell’odierna crisi finanziaria è evidente: ogni Stato si difende da solo, minacciando col protezionismo l’Europa e se stesso contemporaneamente. Non esiste il sacrificio degli interessi «nazionali» sull’altare europeo, perché i due interessi coincidono più che mai. D’altronde gli europei lo intuiscono: molti irlandesi già si son pentiti del no al Trattato di Lisbona, molti Stati euroscettici sull’orlo della bancarotta riscoprono l’Unione.

In Italia cominciano a farsi sentire voci, anche a destra, che vogliono liberarsi dalla rivoluzione neo-liberista e neo-nazionalista contro le tavole delle leggi. Tremonti invoca regole mondiali e discipline europee, contro il caos del mercatismo. Gianfranco Fini si muove nello stesso senso. Giuseppe Pisanu, ex ministro dell’Interno, mette in guardia il governo, in un’intervista a Metropoli, contro una politica che ignora le regole, e contro lo Stato che si fa invadente, repressivo. Invita quest’ultimo a «governare con sapienza l’immigrazione», a non punirla attizzando cupi risentimenti negli immigrati, a non spezzare «l’unitarietà e l’efficienza del nostro sistema di sicurezza» con le ronde private.

Lo Stato diventa sempre più forte e proprio per questo sono importanti la costituzione, le regole, l’Europa. Solo custodendole si può dire, come Obama giovedì al Parlamento: lo Stato interverrà nell’economia senza danneggiarla ma non rinuncerà a dire la sua, e non mollerà: We are not quitters.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - I valori rifugio
Inserito da: Admin - Marzo 08, 2009, 09:23:00 am
8/3/2009
 
I valori rifugio
 
BARBARA SPINELLI
 

C’è sempre il sospetto, quando si parla con frequenza assillante di un bene o una virtù, che i tempi in cui se ne parla siano specialmente vuoti: che quel bene si assottigli, e in particolare il bene comune. Che le virtù si faccian rare: in particolare quelle esercitate nella sfera pubblica, presidiate da istituzioni e costituzioni durevoli ma discusse. Sono i tempi in cui con più fervore garriscono le bandiere dei valori, come ebbe a scrivere Carl Schmitt nel breve saggio del 1960 intitolato La Tirannia dei Valori (Adelphi, 2008). Salvare i valori da questi sbandieramenti è urgente, perché è pur sempre in nome di principi e valori che la stortura andrà corretta.

Tempi simili son dichiarati cinici, nichilisti. In genere son colorati di nero. Enzo Bianchi, in un testo scritto su La Stampa dopo la morte di Eluana, li chiama tempi cattivi, da cui usciamo non concordi ma più divisi (15-2-09). Tempi in cui il vociare attorno ai valori si dilata, invadendo lo spazio più intimo dell’uomo «al solo fine del potere», e distruggendo i valori stessi. Tempi in cui il sale perde il suo sapore e però diventa molto salato, corrosivo. Può accadere addirittura che s’unisca al salace, producendo strane misture di gossip, lascivia e moralismo. Negli Ultimi Giorni dell’Umanità, Karl Kraus descriveva l’eccitata vigilia della Guerra ’14-’18 come epoca di valori tanto più gridati, quanto più fatui. I giornalisti, tramutati in vati, erano ingredienti decisivi di quest’epoca enfatica, violenta e cieca.

Non è diversa la crisi che viviamo, e di sicuro s’aggraverà man mano che lo sconquasso finanziario ci toccherà da vicino. Come custodire in tali condizioni il potere, quando governi e politici sono ingabbiati nella dura necessità di un precipizio che controllano a mala pena o non controllano affatto, essendosi affidati alle illusorie forze degli Stati-nazione? Possono dire, con Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori». È quello che fa il presidente del Consiglio in Italia: prima negando la crisi, poi accusando i media d’ingigantirla evocando tragedie, sempre usando i valori come diversivi. I valori sono già oggi e diverranno sempre più lo strumento per governare con magniloquenza e distrarre l’attenzione da sfide vere, mal comprese e mal spiegate. Prendono il posto del mistero che ci oltrepassa, s’impongono con rigide gerarchie: ci sono valori superiori, e poi più giù valori inferiori o perfino disvalori. Al disastro dell’impotenza, a una politica incapace di reinventare linee divisorie, si replica con ferree graduatorie: ogni schieramento pretende d’esser custode dei valori supremi, relegando l’avversario nelle terre dei disvalori. Facendo garrire i valori, nessun mistero ci oltrepassa: invece della crisi, si parla d’altro.

Non sono in questione solo la morte e la vita, come nel caso Englaro. I valori in blocco, cioè l’insieme di virtù e beni, vengono tramutati in espediente, in trucco che distrae. La giustizia, la libertà, l’eguaglianza, la vita, la pace, l’autonomia, il benessere dei più, la moderazione del dialogo politico non sono in sé squalificati: restano beni essenziali, per la costituzione e il cittadino. Ma nello stesso momento in cui sono adoperati a fini di potere si snaturano, trasformandosi in mezzi. Il potere, innalzato a fine, non li serve ma se ne serve per affermarsi e negare l’avversario.

I valori come assillo che finisce col distruggere quel che si vuol restaurare non sono una novità. Apparvero nell’800, in risposta a un nichilismo ritenuto letale per i valori supremi e addirittura per Dio. Oggi tornano in auge, come strumento di lotta all’avversario, deturpando parole e abolendo antiche distinzioni. Secondo Kant ad esempio, sono le cose ad avere un valore (le si fanno valere sulla base d’un prezzo, sono scambiabili) mentre le persone, se considerate fini e non mezzi, hanno una dignità che non si paga ma si rispetta. Basti pensare al termine valore-rifugio: in economia funziona, nell’etica no. Anche la Chiesa si presta a un’operazione che assolutizzando i valori li incattivisce, e non è un caso che il Concilio Vaticano II - con il suo desiderio di vedere la realtà da più punti di vista - sia considerato da tanti un impedimento. Ci sono parole di Giovanni XXIII difficilmente immaginabili oggi: «Qualcuno dice che il Papa è troppo ottimista, che non vede che il bene, che prende tutte le cose da quella parte lì, del bene: ma già, io non so distaccarmi naturalmente, a mio modo, dal nostro Signore, il quale pure non ha fatto che diffondere intorno a sé il bene, la letizia, la pace, l’incoraggiamento». L’arroganza dei valori è da anni prerogativa della destra, ma non sempre fu così. Anche quando si chiamavano virtù, c’era chi non dissociava valori e violenza. Nella Rivoluzione francese Robespierre diceva: «Il terrore è funesto, senza virtù. La virtù è impotente, senza terrore».

I valori degradati a mezzi cambiano il linguaggio, e ci cambiano sfociando nella svalutazione - o trasvalutazione - dei valori. Fin quando sono fini, essi devono costantemente confrontarsi con valori non meno possenti, se vogliono generare regole condivise da chi - pur discordando - deve pur sempre convivere. Se vogliono evitare l’antinomia, che è lo scontro fra norme egualmente primarie ma diverse. Per proteggere il fine, devono scendere a patti. Le costituzioni sono lo sforzo tenace, acribico, di conciliare leggi morali in conflitto tra loro ma egualmente preziose, da preservare una per una (per esempio l’eguaglianza e la libertà, il diritto alla vita e il diritto a dominare la propria morte). Quando invece i valori sono espedienti, possono divenire prevaricatori, visto che il fine è il potere di chi li maneggia: qui è la loro possibile tirannia. Se i valori sono un fine, i mezzi vanno adattati alla loro molteplicità. Se cessano di esserlo, lo scontro si fa feroce e il valore vincente assurge a valore non solo supremo ma unico. Forse per questo esistono pensatori e filosofi non minori che diffidano della parola valore, preferendo parlare di principi, beni o norme.

La crisi economica che traversiamo è tragica, checché ne dica il presidente del Consiglio, proprio perché il politico per padroneggiarla converte i fini in mezzi e viceversa. Perché svaluta valori o li assolutizza, capricciosamente servendosene. La crisi attualizza più che mai quel che Marx scriveva nel Manifesto: «La borghesia non salva nessun altro legame fra le singole persone che non sia il nudo interesse, il "puro rendiconto".(...) Tutto quel che è solido evapora, tutto ciò che è sacro è sconsacrato, e alla fine l’uomo è costretto a guardare con freddo spirito le sue reali condizioni di vita e le relazioni con i suoi simili».

Il valore unico, come il pensiero unico, taglia le ali a altri valori e non preservandoli crea squilibri. Prefigura alternativamente o guerre di tutti contro tutti, o estesi conformismi. Assolutizza perfino i modi del conversare democratico. La scorsa settimana ne abbiamo avuto un esempio. Venuto da fuori, straniero al comune sentire come i persiani delle Lettere di Montesquieu o il bambino di Andersen che scopre il re nudo, un allenatore di calcio (José Mourinho, dell’Inter) ha denunciato la «grandissima manipolazione dell’opinione pubblica», la «prostituzione intellettuale» di tanti giornali, il «pensare onesto» che in Italia fatica a guardare i fatti e s’abbarbica a idee preconfezionate. Ad ascoltarlo c’era da trasecolare: Mourinho sembrava parlasse non del calcio, ma dell’Italia tutta. Subito è stato zittito in nome dei sacrosanti «toni bassi»: quest’altro valore supremo, usato come mezzo per non affrontare il merito di una questione e azzittire avversari o magistrati. Toni bassi abbandonati senza pudore, ogni volta che fa comodo al capriccio dei potenti.
 
 da lastampa.it
 
 


Titolo: BARBARA SPINELLI - Habeas vultus
Inserito da: Admin - Marzo 15, 2009, 09:48:58 am
15/3/2009 - QUEI ROMENI
 
Habeas vultus
 
BARBARA SPINELLI
 

E’ davvero singolare che chi s’indigna per la messa a nudo dei politici attraverso le intercettazioni, e addirittura parla di complicità dei giornali in turpi linciaggi, non trovi le parole per protestare contro l’uso che viene fatto dei volti di due romeni, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, arrestati il 17 febbraio per lo stupro di una minorenne nel parco della Caffarella. Quei volti ci si accampano davanti a ogni telegiornale, e hanno qualcosa di cocciuto, invasivo, conturbante: da ormai un mese ci fissano incessanti, nonostante il Tribunale del Riesame abbia invalidato l’accusa dal 10 marzo, e le analisi del Dna abbiano scagionato i loro proprietari già il 5 marzo. Se ne son viste tante, di gogne: questa è gogna di due scagionati.

Parliamo di proprietari di due volti perché la faccia ci appartiene, è parte del nostro corpo inalienabile. Così come esiste dal Medioevo un habeas corpus, che è il divieto di sequestrare il corpo in assenza di imputazioni chiare, esiste in molti codici quello che potremmo chiamare l’habeas vultus, l’habeas facies: il diritto alla tua immagine anche se sei indagato (articolo 10, codice civile). L’abuso in genere non avviene per gli italiani sospetti di violenza sessuale. Per i romeni è diventata norma, anche se non ce ne accorgiamo più.

Il loro viso è sequestrato, strappato con violenza inaudita, e consegnato senza pudore ai circhi che amano le messe a morte del reietto.

Habeas facies è un diritto che non ha statuto ma è in fondo anteriore all’habeas corpus. In alcune religioni (ebraismo, islam) il volto è sacro al punto da non dover essere ritratto. Vale per esso, ancor più, quello che Giorgio Agamben scrisse anni fa sulle impronte digitali: «Ciò che qui è in questione è la nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato. Questa non riguarda più la partecipazione libera e attiva alla dimensione pubblica, ma l’iscrizione e la schedatura dell’elemento più privato e incomunicabile: la vita biologica dei corpi. Ai dispositivi mediatici che controllano e manipolano la parola pubblica, corrispondono i dispositivi tecnologici che iscrivono e identificano la nuda vita: tra questi due estremi - una parola senza corpo e un corpo senza parola - lo spazio di quella che un tempo si chiamava politica è sempre più esiguo e ristretto» (Repubblica, 8 gennaio 2004). Agamben aggiunge: «L’esperienza insegna che pratiche riservate inizialmente agli stranieri vengono poi estese a tutti».

Il pericolo dunque riguarda tutti. Quando si comincia a denudare lo straniero, ricorrendo al verbo o all’occhio del video, è il cruento rito del linciaggio che s’installa, si banalizza, e l’abitudine inevitabilmente colpirà ciascuno di noi. Lo ha scritto Riccardo Barenghi il 3 marzo su questo giornale («Alla fine, quanti di noi italiani finiranno nella stessa situazione?») quasi parafrasando le parole del pastore antinazista Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari - e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici \. Poi un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Il linciaggio ha inizio con una svolta linguistica, cui ci si abbandona non senza voluttà perché il linciaggio presuppone la muta ardente e la muta non parla ma scaraventa slogan, non dà nomi all’uomo ma lo copre con sopra-nomi, epiteti che per sempre inchiodano l’individuo a quel che esso ha presumibilmente compiuto di mirabile o criminoso. Racz diventa «faccia da pugile». Isztoika riceve un diminutivo - «biondino» - che s’accosta, feroce, al diminutivo che assillante evoca le vittime (i «Fidanzatini»). Sono predati non solo i volti e i nomi ma quel che i sospetti, ignorando telecamere, dicono in commissariato. Bruno Vespa sostiene che le intercettazioni «sono una schifezza» e rovinano la persona, ma non esita a esibire una, due, tre volte il video dell’interrogatorio in cui il romeno confessa quel che ritratterà, trasformando la stanza del commissariato in sacrificale teatro circense come per inoculare nello spettatore la domanda: possibile mai che Isztoika sia innocente? Lo stesso fa l’Ansa, che più di altri dovrebbe dominarsi e tuttavia magnifica gli investigatori perché hanno condotto «un’indagine all’antica: decine di interrogatori di persone che corrispondevano alle caratteristiche fisiche delle belve» (il corsivo è mio).

Avvenuta la svolta linguistica il danno è fatto, quale che sia il risultato delle indagini, e i sospettati girano con quel bagaglio di nomignoli, slogan. Rita Bernardini, deputato radicale del Pd, evoca il bieco caso di Gino Girolimoni, il fotografo che negli Anni 20 fu accusato di omicidi di bambine e poi scagionato («Il fascismo dell’epoca trovò il capro espiatorio per rasserenare la cittadinanza di allora e dimostrare che lo Stato era più che efficiente e presente»). Ancor oggi, c’è chi associa Girolimoni all’epiteto di mostro. Damiano Damiani nel ’72 ne fece un film, Girolimoni - Il mostro di Roma, con Nino Manfredi nella parte della belva. Non riuscendo più trovare un posto, Girolimoni perse il patrimonio che aveva e cercò di sopravvivere aggiustando scarpe e biciclette a San Lorenzo e al Testaccio. Morì nel ’61, poverissimo. Ai funerali, nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, vennero rari amici. Tra questi il commissario Giuseppe Dosi, che aveva smontato le prove contro l’accusato: azione avversata da tutti i colleghi, e che Dosi pagò con la reclusione a Regina Coeli e l’internamento per 17 mesi in manicomio criminale. Fu reintegrato nella polizia solo dopo la caduta del fascismo.

Anche se scagionata, infatti, la belva resta tale: più che mai impura, impaura. La sua vita è spezzata. Così come spezzati sono tanti romeni immigrati che l’evento contamina. Guido Ruotolo, su questo quotidiano, fa parlare la giornalista Alina Harhya, che lavora per Realitatea Tv: «Ma da voi non vale la presunzione d’innocenza? Le forze di polizia non dovrebbero garantire il diritto? E invece viene organizzata una conferenza stampa in questura e si distribuiscono le foto, i dati personali, dei presunti colpevoli. Non ce l’ho con la stampa italiana, sia chiaro. Però questo è un fatto. Qui da voi si fa la rivoluzione se un politico viene ripreso in manette e invece nessuno protesta quando si sbatte il mostro romeno in prima pagina» (La Stampa, 3 marzo). Ancora non sappiamo di cosa siano responsabili Isztoika e Racz, ma i motivi per cui restano in carcere appaiono oggi insussistenti e, se i romeni saranno scagionati del tutto, le loro sciagure s’estenderanno ulteriormente: proprio come accadde a Girolimoni, mai risarcito dallo Stato che l’aveva devastato.

La polizia di Stato può sbagliare: è umano. Ma se sbagliando demolisce una vita e un volto, non bastano le parole. Se la comunità intera s’assiepa affamata attorno al capro espiatorio, occorre risarcire molto concretamente. Iniziative cittadine dovrebbero reclamare che i falsi colpevoli non siano scaricati come spazzatura per strada. Nessun privato darà loro un lavoro: solo l’amministrazione pubblica può. Occorre che sia lei a riparare il danno che gli organi dello Stato hanno arrecato.

Se non si fa qualcosa per riparare avrà ragione Niemöl-ler: non avendo difeso romeni e zingari, verrà il nostro turno. Tutti ci tramuteremo in ronde - politici, giornalisti, cittadini comuni - per infine soccombere noi stessi. Le trasmissioni di Vespa sono già una prova di ronda. Le parole di Alessandra Mussolini (deputato Pdl) già nobilitano e banalizzano slogan razzisti («Certo, non è che possono andare in galera se non sono stati loro, ma non cambia niente: i veri colpevoli sono sempre romeni»). Saremo stati falsamente vigili sulla sicurezza: perché vigilare è il contrario dell’indifferenza, del sospetto, e dei pogrom.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il silenzio che manca in Vaticano
Inserito da: Admin - Marzo 22, 2009, 10:24:08 am
22/3/2009
 
Il silenzio che manca in Vaticano

 
BARBARA SPINELLI
 
C’è forse una parte di verità in quello che si dice delle ultime parole e azioni di Benedetto XVI: comunicare quel che pensa gli è particolarmente difficile. Sempre s’impantana, mal aiutato da chi lo circonda. Sempre è in agguato il passo falso, precipitoso, mal capito. Il pontefice stesso, nella lettera scritta ai vescovi dopo aver revocato la scomunica ai lefebvriani, enumera gli errori di gestione sfociati in disavventura imprevedibile. Confessa di non aver saputo nulla delle opinioni del vescovo Williamson sulla Shoah («Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema»). Ammette che portata e limiti della riconciliazione con gli scismatici «non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro». Poi tuttavia sono venuti altri gesti, e l’errore di gestione non basta più a spiegare. È venuta la scomunica ai medici che hanno fatto abortire una bambina in Brasile, stuprata e minacciata mortalmente perché gravida a 9 anni.

La scomunica, che colpisce anche la madre, è stata pronunciata da Don Sobrinho, arcivescovo di Olinda e Recife: il Vaticano l’ha approvata. Infine è venuta la frase del Papa sui profilattici, detta sull’aereo che lo portava in Africa: profilattici giudicati non solo insufficienti a proteggere dall’Aids - una verità evidente - ma perfino nocivi. C’è chi comincia a vedere patologie. Una quasi follia, dicono alcuni. L’ex premier francese Juppé parla di autismo. Sono spiegazioni che non aiutano a capire. C’è del metodo in questa follia. C’è il riaffiorare possente di un conservatorismo che ha seguaci e non è autistico. Sono più vicini al vero coloro che stanno tentando di resuscitare il Concilio Vaticano II, nel cinquantesimo anniversario del suo annuncio, e vedono nella disavventura papale qualcosa di più profondo: l’associazione Il Nostro 58, sorretta da Luigi Pedrazzi a Bologna, considera ad esempio la presente tempesta una prova spirituale.

Una prova per il Papa, per i cattolici, per la pòlis laica: l’occasione che riesumerà lo spirito conciliare o lo seppellirà. Non si è mai parlato tanto di Concilio come in queste settimane che sembrano svuotarlo. Le figure di Giovanni XXIII e Paolo VI risaltano più che mai. Chi legga l’ultimo libro di Alberto Melloni sul Papa buono capirà più profondamente quel che successe allora, che succede oggi. Capirà che quello straordinario Concilio è appena cominciato, e avversato oggi come allora. Quando Papa Roncalli lo annunciò, il 25 gennaio ’58 nella basilica di San Paolo, solo 24 cardinali su 74 aderirono (7 nella curia). Inutile invocare un Concilio Vaticano III se il secondo è ai primordi. Eppure son tante le parole papali che contraddicono errori, avventatezze. Il filosofo Giovanni Reale sul Corriere della Sera ne ricorda una: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Enciclica sull'Amore). Se in principio non c’è un dogma ideologico diventa inspiegabile la durezza vaticana sul fine vita, conclude Reale. Diventa inspiegabile anche la chiusura su profilattici e controllo delle nascite in Africa, dove Aids e sovrappopolazione sono flagelli. In realtà il Papa sostiene, nella lettera ai vescovi, che «il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini, e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento».

È un annuncio singolare, perché chi certifica la catastrofe? E il certificatore non tenderà a un potere fine a se stesso? Se Dio davvero scompare, tanto più indispensabile è l’autorità del suo vicario: una tentazione non del Papa forse - che nell’orizzonte nuovo pareva credere - ma di parte della Chiesa. L’auctoritas diventa più importante dell’incontro con Gesù: urge affermarla a ogni costo. Così come più importante diventa la gerarchia, rigida, astratta, dei valori. In un orizzonte vuoto non restano che astrazione e potere. L’arcivescovo brasiliano afferma il monopolio sui valori, innanzitutto: «La legge di Dio è superiore a quella degli uomini»; «L’aborto è molto più grave dello stupro. In un caso la vittima è adulta, nell’altro un innocente indifeso». E si è felicitato degli elogi del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi. Né Sobrinho né Re vedono l’uomo: né l’uno né l’altro vedono che la bambina ingravidata non è adulta. Non vedono l’essere umano, il legno storto di cui è fatto: proprio quello che invece vide Giovanni XXIII, alla vigilia del Concilio. Melloni ricorda l’ultima pagina del Giornale dell’Anima di Roncalli, scritta il 24 maggio ’63, pochi giorni prima di morire: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della chiesa cattolica. (...) Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio». Comprenderlo meglio era «riconoscere i segni dei tempi».

O come dice Melloni: indagare l’oggi. Vedere nell’uomo in quanto tale il vangelo che parla alla Chiesa, e «non semplicemente il destinatario del messaggio, o il protagonista di un rifiuto, ovvero - peggio ancora - il mendicante ferito di un “senso” di cui la Chiesa sarebbe custode indenne e necessariamente arrogante» (Papa Giovanni, Einaudi, 2009). Questi mesi erranti e maldestri sono una prova perché gran parte della Chiesa non pensa come il Papa: dà il primato alla libertà, alla coscienza, sul dogma. Indaga l’oggi, specie dove l’uomo è pericolante come in Africa o nelle periferie occidentali. Ricordiamo Suor Emmanuelle, che a 63 anni decise di vivere con gli straccivendoli nei suburbi del Cairo, e un giorno scrisse una lettera a Giovanni Paolo II in cui illustrò la necessità delle pillole per bambine continuamente ingravidate. Lo narra in un libro scritto prima di morire (J'ai 100 ans et je voudrais vous dire, Plon). Distribuiva profilattici senza teorizzare su di essi. Giovanni Paolo II non rispose alla lettera. La sintonia con Ratzinger era forte. Ma il silenzio ha un pregio inestimabile, è un’apertura infinita all’umano. Suor Emmanuelle gli fu grata: disse che il suo silenzio era un balsamo. È il silenzio che oggi manca in Vaticano. Il silenzio che pensa, ha sete di sapienza, ascolta. Che non vede orizzonti vuoti. Il Vangelo è sempre lì, va solo compreso meglio. Contiene una verità che sempre riaffiora, quella detta da Gesù a Nicodemo: «Lo spirito soffia dove vuole. Ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Giovanni 3,8). Soffia come il fato delle tragedie greche: innalzando gli impotenti, spezzando l’illusione della forza. Chi fa silenzio o è solitario lo lascia soffiare, afferrato dal mistero.

In Africa, il Papa ha accennato al «mito» della sua solitudine, dicendo che «gli viene da ridere», visto che ha tanti amici. Perché questo ridere? Come capire il dolore umano, senza solitudine? Cosa resta, se non l’ammirazione della forza (la forza numerica dei lefebvriani, evocata nella lettera del 12 marzo) e l’oblio di chi, impotente, incorre nell’anatema come il padre di Eluana, la madre della bambina brasiliana, i malati che si difendono come possono dall’Aids? Per questo quel che vive il Papa è prova e occasione. Prova per chi tuttora paventa gli aggiornamenti giovannei, e sembra voler affrettare la fine della Chiesa per rifarne una più pura. Prova per chi difende il Concilio come rottura e riscoperta di antichissima tradizione. La tradizione del rinascere dall’alto, dello spirito che soffia dove vuole: vicino a chi crede nei modi più diversi.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il coma dell'anima
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2009, 11:38:06 am
29/3/2009
 
Il coma dell'anima
 
BARBARA SPINELLI
 
Non è solo il corpo a esser sequestrato, dalla legge che il Senato ha approvato sul testamento biologico. Molte cose giuste sono state scritte sullo Stato espropriatore, ma la presa di possesso oltrepassa l’organico. È la vita a essere sequestrata, nel suo scabroso intreccio tra materia e spirito, corpo e anima. Più precisamente, è l’idea che da millenni ci facciamo del vivere bene, che non è mero vegetare ma vivere pensando, ragionando, capendo chi soffre. In questo viver bene, il pensiero della morte è, oltre che centrale, il più vitale dei pensieri. Non è il finale segmento della strada terrena, ma quel che le dà profondità, sapore. Per la filosofia antica, a cominciare da Platone, l’esistere saggio consiste proprio in questo: nel prepararsi alla morte, l’anima impara a esser «tutta raccolta in sé»; s’abitua a vivere «senza impacci», più liberamente sceglie la virtù.

Socrate parla nel Fedone di questo prepararsi e lo chiama esercizio di morte, melete thanatou: allenamento, meditazione. Un po’ più tardi, Seneca e Marco Aurelio diranno che ci si allena vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo: non per fatalismo ma per aguzzare l’intelligenza, la perfezione.

Posso vivere bene o male il mio giorno: ma se è l’ultimo il bene peserà di più e anche il male, non potendolo più riparare. Il testamento biologico doveva essere proprio questo: una preparazione del fine vita e un ripensare la vita stessa, un rammemorarla, un predisporre autonomamente la sua conclusione in caso di non-coscienza, senza ledere il prossimo e senza dipendere da tutori non scelti. Doveva essere un esercizio di morte: un atto del vivere bene.

La legge approvata in Senato, se non sarà cambiata dalla Camera, non lo permette. La Dichiarazione anticipata non è vincolante (articolo 7 della legge), e contro la nostra volontà dovremo esser nutriti e idratati artificialmente. La legge e lo Stato non si limitano a gestire al nostro posto i corpi, ma meditano, si esercitano, vivono insomma, al nostro posto. Chi si esercita a morire è sentinella - il verbo greco ha la stessa radice. Vivere bene è vigilare su di sé, darsi da soli una legge (questo è: auto-nomia). È lo Stato a divenire ora sentinella, non solo ai confini d’un territorio geografico ma alle frontiere stesse dell’essere. Diventa bio-potere, bio-politica: due parole che Michel Foucault coniò nei primi Anni 70, quando studiò la clinica e la metamorfosi della medicina. Il sovrano che decide della vita e della morte non lascia solo vivere ma «fa vivere»: complice della tecnica, della scienza, di una Chiesa sbandata, determina i cicli vitali. Beppino Englaro non ha torto quando dichiara: «Adesso lo Stato si crede Dio». Fini, parlando della legge ieri al Congresso Pdl, ha ammonito contro lo Stato etico e l’abbandono dello Stato laico.

Molto più del corpo è dunque in gioco. Sono in gioco l’essere dell’uomo e l’antichissima arte medica, già in mutazione secondo Foucault dalla fine del ’700. È quel che fa capire Umberto Veronesi, quando il 18 marzo dice in Senato: «La medicina tecnologica moderna è in grado di spostare il termine della vita al di là della morte naturale, introducendo una vita artificiale che permette agli organi del corpo umano di rimanere vitali, anche senza attività cerebrale, senza coscienza, senza pensiero, senza vista, udito, parola». Nutrimento e idratazione forzati dei comatosi non sono trattamenti terapeutici ma «forme di sostegno vitale», dice la legge, e anche questo è opinabile. Il trattamento forse non è terapeutico ma di sicuro è sanitario (Veronesi ha descritto crudamente l’inserimento di tubi nei corpi), e fa violenza anch’esso alla natura e a Dio. Foucault parla, a proposito della nascita della clinica, della fine della medicina aspettante e dell’avvento della medicina interventista, tecnologica. Il medico aspettante non rompe il rapporto con la natura. Spera di dominarla meglio, ma conosce il limite, non punta ad annullare la morte, la sua necessità. I rivoluzionari del ’700 crearono le cliniche non solo istituendo un nuovo clero - i medici pagati con i beni confiscati alla Chiesa - ma presumendo addirittura di abolire la malattia.

Quando lo Stato s’impadronisce dell’esercizio di morte non nega all’uomo solo la libertà. Gli toglie la responsabilità: quella di riconoscere la finitezza dell’essere. Per questo non è appropriato parlare esclusivamente di diritti calpestati. Calpestato è il senso del dovere che impregna il viver bene, se è vero che il pensiero della morte, per chi voglia redigere il più importante dei testamenti (quello che riguarda non gli averi, ma l’essere) è meditazione sul proprio presente e memoria di una vita fatta di emancipazioni.

Il contrario dell’esercizio di morte è l’indifferenza e dunque più fondamentalmente: la perdita di controllo su di sé, l’anticipato coma dell’anima. Per lo Stato che monopolizzando ogni cosa si sostituisce alla natura, il cittadino comatoso è l'ideale. Non contano l'uomo e i suoi modi scritti o verbali di allenarsi alla morte. Conta il corpo nudo, «gettato lontano» nelle cliniche, come scrive Rilke nel Malte Laurids Brigge. Contano il sovrano, e le macchine con cui esso piega la volontà delle persone. Quella che viene strappata all’uomo, in realtà, è la condizione di maggiorità (la sua Mündigkeit, direbbe Kant). Non a caso il sottosegretario Eugenia Roccella paragona il comatoso irreversibile, trafitto anche senza volerlo da sonde nutritive, a un neonato nutrito col biberon.

Chi immaginava un vero testamento biologico dovrà ricordarlo. Come quel neonato dovrà vedersi da ora in poi allo specchio, se la legge passerà: infantilizzato, dotato di diritti dell’infanzia ma gettato nella prigione del coma senza aver potuto sventare in tempo lo stato di minorità. Dovrà vedersi non come bamboccione ma addirittura come lattante, titolare di diritti ma privo di responsabilità.

La maggiore età è per Kant la facoltà che ciascuno possiede di determinare se stesso, di parlare e pensare per proprio conto in indipendenza e libertà, di sfuggire la minorità. È così comodo esser minorenni, e lusinghiero per chi ci vorrebbe poppanti: «A far sì che la stragrande maggioranza degli uomini (e con essi tutto il bel sesso) ritenga il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile, anche molto pericoloso, provvedono già quei tutori che si sono assunti con tanta benevolenza l’alta sorveglianza sopra costoro. Dopo averli in un primo tempo istupiditi come fossero animali domestici e aver accuratamente impedito che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori dal girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo mostrano a esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole» (Kant, Risposta alla domanda: cos'è l'Illuminismo?).

Chi aspira alla maggiorità si guarderà dall’esaltare valori supremi, che sempre hanno qualcosa di guerresco: abbassando ogni altro valore, il Valore Supremo diventa Unico. Il bello delle costituzioni è di ammettere le contraddizioni (c’è il valore della vita, ma anche il rispetto dell’autodeterminazione personale). Trovare un equilibrio tra valori significa non vederne più di supremi. È una delle forme del viver bene, e della laicità.
Vivere bene vuol dire anche, per chi auspica veri testamenti biologici, ascoltare punti di vista diversi (come fa la Costituzione). È vero che togliere cibo e acqua è rischioso eticamente: se mi affido a un medico, devo non temere - lo diceva il filosofo Jonas - che si trasformi in boia, servendo magari interessi estranei (i trapianti, il desiderio di sbarazzarsi dei vecchi in società senescenti). È vero che urge perfezionare le terapie del dolore, perché spesso più che morire temiamo il soffrire. Sono obiezioni sostanziali; vanno ascoltate: purché il malato non sia ridotto a lattante.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La crisi come una guerra
Inserito da: Admin - Aprile 05, 2009, 11:23:41 am
5/4/2009
 
La crisi come una guerra
 
BARBARA SPINELLI
 

Man mano che s’estende e s’aggrava, la crisi economica che traversiamo somiglia sempre più all’esperienza che l’uomo fa della guerra. È violenta, e suscita nel popolo violenza, ira. Chiude le porte dell’avvenire, troncando non solo le vite ma i progetti, le aspettative che oltrepassano l’immediato presente. Le sue due prime vittime sono il tempo lungo e la verità. Al pari dei generali, i governanti tendono a esecrare le cattive notizie che gli organismi internazionali diffondono ogni ora sulla ricchezza delle nazioni che scema, sulla disoccupazione che cresce. Le brutte notizie pubblicizzano i mali, aprono finestre che sarebbe preferibile tener chiuse, permettono alle lingue di sciogliersi, di sfatare menzogne dette per decenni sulle intrinseche virtù del mercato.

Nella sete di verità e nella sua divulgazione non si vede che disfattismo, questa passione triste che tenta il soldato in trincea. In parte per pigrizia, in parte per vigliaccheria, i governanti sembrano quasi voler curare il male con i mali che l’hanno scatenato: con l’illusionismo, con il nascondimento dei rischi, con il pensare-positivo che ignora i pericoli, con l’escamotage. Non con l’analisi psicologica ma con il coaching, l’incoraggiamento sbrigativo che ti riconforta scansando non tanto il pessimismo, ma il realismo. Non con lo sguardo proiettato sul domani, ma con l’istante che l’abolisce. Quel che diceva Samuel Johnson della guerra, in un articolo del 1758, s’adatta all’oggi in maniera impressionante: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia».

Il gruppo dei 20 Paesi riunitosi giovedì a Londra s’è sforzato di uscire dalle pigrizie, e anche di far luce su quel che tanti vorrebbero oscurare: ad esempio su alcuni paradisi fiscali, o sui conti bancari segreti. Ma il fastidio che la verità incute nei governanti resta intenso, specie in Europa. Sarkozy ha perso la pazienza qualche giorno fa, irritato dalle cifre pessimiste che circolano a Bruxelles. E il fastidio è forte nel governo italiano. L’Italia è più impreparata alla crisi di quanto il potere voglia far credere, ma il capo del governo è aggrappato al pensare-positivo come ci si aggrappa a una droga. Il contrario del pensare-positivo non è per lui altro che pensare-negativo: non è verità, necessità. Le colpe sono sempre di altri, e in particolare degli organismi internazionali che sfornano ogni giorno cifre più allarmiste: l’Ocse è invitata a «star zitta», i commissari europei «a lavorare piuttosto che far prediche ai governi» e «disturbarne» il lavoro. Così facendo Berlusconi ammette il disastro: chiede di non renderlo pubblico. Eppure la verità è rimedio essenziale, e chi comincia a dirla già compie metà del cammino, già si esercita a veder più lontano e più chiaro.

Solo se si conosce l’ampiezza del male e la sua natura, solo se si discerne l'enorme mutazione che sta avvenendo e se si guardano in faccia le violenze e i conflitti sociali che s'accompagneranno alla mutazione, si può pensare di uscire dal disastro non distrutti. La verità è un’etica e al tempo stesso un farmaco contro il pensare positivo o negativo: nelle tragedie, è il punto in cui l’eroe accecato o colpevole si trasforma grazie alla peripezia, al rovesciamento di cose che parevano avere un senso e d’un tratto ne hanno un altro. La medicina della verità, Kant la chiama pubblicità: che non è réclame ma è il dibattito fra opinioni diverse reso pubblico, la rinuncia del potere alla segretezza dispotica, le istituzioni comuni che prima ancora d'esser democratiche si fanno repubblicane, appartenenti alla sfera pubblica. Il rischiaramento dei Lumi e il sapere aude! (osa sapere!) che Kant invoca permettono all’uomo di diventare cittadino e alle nazioni di divenire cosmopolite: l’uno e le altre non più responsabili solo verso se stessi.
Non so cosa pensi Sergio Marchionne del grande crollo ma non è del tutto improbabile che la sua visione del futuro sia scabrosa, non ottimista: che veda un domani dove l’auto sarà un peso, costoso e dannoso per il pianeta. Che proprio questa visione l’abbia spinto a innovare radicalmente e conquistare l’America. La mutazione del mondo è la cosa più difficile da vedere, governare. È difficile per l’America, che fatica a smettere l’egemonia. Ma non è meno difficile per gli europei, che alla trasformazione rispondono concentrandosi su singoli duelli con Obama, e chiedendo che l’America ripari il riparabile visto che è stata lei a sfasciare. L’ascesa di nuove potenze come Cina e India è un’ulteriore verità che disturba il loro sonno dogmatico, e il mal dissimulato desiderio di ricominciare la storia di ieri: una storia in cui l’Unione europea brilla forse per intelligenza, ma non per capacità di guida e responsabilità mondiale. Quando Berlusconi dice che il vertice veramente importante sarà quello degli Otto Grandi alla Maddalena, quando i governanti europei parlano della crisi come di una burrasca passeggera, la presa di coscienza è rinviata e il rovesciamento tragico lontano.

La verità di cui si teme il disvelamento è che la piccola élite del G8 è sorpassata, non è neanche più élite. Le idee nuove sulla crisi sono venute non dall’Europa o dall’America ma dalla Cina, che con realismo vede il declino del dollaro e con questa visione attrae un numero crescente di Paesi: non solo il governo russo che per primo ha denunciato il pericolo del dollaro-moneta di riserva mondiale ma anche Indonesia, Filippine, Malaysia, Argentina, Venezuela. La Cina non solo è più inventiva: il racconto che fa del mondo - lo spiega bene lo storico Paul Kennedy sull’Herald Tribune del 2 aprile - fotografa il reale e le necessità del domani con fedeltà difficilmente confutabile.

Il racconto veritiero sul mondo che abitiamo - il filosofo Paul Ricoeur lo chiama la «narrativa» - è da tempo usato nelle terapie dei tossicodipendenti, per la ricostituzione di identità frantumate. È utile anche per la tossicodipendenza delle nostre società e dei loro governanti: aiuta a comprendere meglio le rivolte che si estendono, la questione sociale che si risveglia, Marx che secondo Paul Kennedy rinasce. È futile parlare di piagnoni o fannulloni: i tumulti di questi giorni a Londra e Strasburgo, ma ancor più i sequestri di manager o l’ira contro i ricchi che si moltiplicano in Francia, sono segni ominosi. Alle rivolte partecipano sempre più lavoratori - scrive il sociologo Carlo Trigilia che le analizza con lucidità - e a esse occorre replicare riconoscendo gli effetti sociali della crisi e dando ai minacciati più giustizia e protezione (Sole- 24 Ore, 2 aprile). Anche Obama ha parlato di violenza, vedendola come fenomeno della società-mondo, e sembra desideroso di opporre un suo racconto della crisi al racconto ostile che va gonfiandosi. Ha cominciato col descrivere il proprio Paese, denunciando la fede nel mercato che per anni l’ha cattivato e annunciando che l’America di domani non sarà più il Paese che era: «Voracemente consumatore», drogato dall’indebitamento, incapace di risparmiare. Un mercato ideale per tanti.

In un saggio scritto nel 1926 su Montesquieu, Paul Valéry racconta la Francia prima della rivoluzione e narra un Paese arguto ma smarrito: «Senza che nulla di visibile sia mutato (nelle istituzioni dell’epoca), esse non hanno più altro che la bella presenza. Il loro avvenire si è segretamente esaurito. Il corpo sociale perde dolcemente il domani. È l’ora del godimento e del consumo generalizzato». È un Settecento adorabile e tuttavia viziato, senza futuro. Non diverso da quello dipinto da Samuel Johnson: affetto da credulità, interesse miope, disamore della verità. Un mondo che precede le guerre, le rivoluzioni, e se tutto va bene le grandi trasformazioni.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La nostra infinita emergenza
Inserito da: Admin - Aprile 19, 2009, 05:12:30 pm
19/4/2009
 
La nostra infinita emergenza
 

BARBARA SPINELLI
 
Sono ormai anni che viviamo nell’emergenza, e quasi non ci accorgiamo che ogni mossa, ogni parola detta in pubblico, ogni sopracciglio intempestivamente inarcato, son sottoposti a speciali esami di idoneità, che mescolano etica e estetica, dover essere e presunto buon gusto. La mossa, la parola, il sopracciglio, devono adeguarsi all’ora del disastro: sia esso attentato terroristico o ciclone, tsunami o terremoto. Chi rompe le righe si copre di colpe, prestamente censurate. Vergogna e indecenza sono il marchio impresso sulla fronte di chi non ha tenuto conto del perentorio buon gusto. L’emergenza è diventata una seconda pelle delle democrazie, e per questo non ci accorgiamo quasi più dell’anormale convertito in normale: delle libertà che per l’occasione vengono sospese, dell’autonomia di giudizio che vien tramutata in lusso fuori luogo.

È un po’ come il corno che cresce d’improvviso sulla fronte di tutti i concittadini di Bérenger, protagonista dei Rinoceronti di Ionesco: arriva il momento in cui la protuberanza è talmente familiare ed estesa che chi non la possiede si sente un reietto, e lo è. Anche durante il terremoto in Abruzzo è stato così, e questo spiega lo scandalo assolutamente abnorme generato da una trasmissione televisiva - Anno Zero di Santoro - che era un po’ diversa dalle altre perché fondata sulla denuncia polemica: dell’organizzazione dei soccorsi, e soprattutto della secolare commistione fra affari, corruzione, malavita, edilizia.

Indecente è stata definita la trasmissione, perché questa non era ora di far scandalo: di «seminare zizzania con i morti ancora sotto le macerie, di descrivere l’Italia come il solito Paese di furbi, incapaci di rispettare ogni legge scritta e morale», ha scritto Aldo Grasso sul Corriere della Sera, l’11 aprile. Lo spazio smodato dato su giornali e telegiornali all’evento è esemplare, perché conferma una malattia democratica diffusa. Incapaci di dominare eventi più grandi di loro, le democrazie vivono sempre più di emergenze, ne hanno bisogno esistenziale. A partire dall’ora in cui è pronunciata la frase fatale: «Questo non è il momento», già è stato di eccezione. In tempi normali è proprio questa l’ora delle controversie. Se non nel mezzo del disastro, quando farne l’archeologia e denunciare?

Non così in stato d’eccezione, quando è il regnante a decretare natura e vincoli del momento. La sua sovranità è essenzialmente sulla vita e la morte, e il momento è dunque quello delle bare allineate, del supremo dolore, del lutto vissuto nell’unanime afflizione. Grazie a questo momento si crea un’unità magica, propizia all’intensificazione massima della sovranità. Viene mobilitato anche l’Ecclesiaste: «C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire». La Bibbia per la verità parla all’anima, ma nell’emergenza anima e politica si fondono. Assieme, esse giustificano lo stato d’eccezione che sempre esordisce con la soppressione, non si sa se davvero provvisoria, di libertà e abitudini alla critica vigenti in epoche di pace. Giorgio Agamben, che ha studiato tale materia, racconta come morte e lutto siano ingredienti dello stato d’eccezione sin da Roma antica: l’emergenza si chiamava iustitium, e in quei giorni veniva abolito il divieto di mettere a morte un cittadino senza ricorso a un giudizio popolare (Agamben, Lo Stato di eccezione, Torino 2003).

Stato d’eccezione o emergenza sono in realtà imbellimenti di quel che effettivamente accade, camuffano lo stato di guerra: per l’Oxford English Dictionary, sono suoi sinonimi, eufemismi. È in guerra che i comportamenti liberi, biasimatori, son ribattezzati disfattisti. Nell’emergenza guerra, disastro e morte richiedono un dover-essere e un dover-dire. È a questo punto che lo stato di eccezione si tramuta in regola, e il sistema giuridico politico in «macchina di morte». La morte fa tacere il popolo e al tempo stesso nutre il sovrano. È il grande correttore, regolatore: non dici cose scomposte davanti a una salma, anche se veritiere. Il potere usa la morte: diviene necrofago. L’uomo colpito da catastrofe è ridotto a vita nuda e quest’ultima sovrasta la vita buona, prerogativa di chi tramite la politica e la libera opinione esce dalla minorità. La nudità politica, scrive Hannah Arendt nelle Origini del Totalitarismo, può esistere anche senza diritti civili.

Il fenomeno non è nuovo, Agamben lo spiega molto bene. I giorni dello iustitium sono anche i giorni in cui si celebra il lutto del sovrano. Leggi e libertà non sono abolite ma sospese, perché l’essenza del potere (potere di vita e di morte) non appaia vuoto. Da allora ogni disastro, naturale o terrorista, è occasione di affermare tale essenza. Di mettere in scena non il morire o il multiforme soffrire dei cittadini, ma la possibile morte del sovrano e della stessa politica. L’unità si fa non attorno alle salme ma al sovrano, il quale dice: «Sono io in causa, e la vera posta in gioco è la dilazione della mia messa a morte, l’anticipazione rituale del lutto della mia persona».

Nella storia della democrazia c’è anche questo: l’eccezione che cessa d’esser tale, facendosi regola. Che non proclama più giorni di lutto, ma epoche. Tutto è guerra, in permanenza si tratta di riconfermare il sovrano unendo il mio col suo, la solidarietà emotiva di cui ho bisogno io e quella di cui necessita lui. L’idea che tale sia la guerra moderna nasce nel ’14-’18, ed è teorizzata da uno dei suoi protagonisti, Erich Ludendorff, nella Guerra Totale scritta nel 1935. Nella guerra democratica totale scompare la distinzione tra fronte e retrovia, militari e civili (Heimatfront è la fusione hitleriana - animista, dice Ludendorff - tra fronte e patria). Il governo delle emozioni permette di metter fra parentesi libertà e norme, e in questo ha le stesse funzioni della violenza fuori-legge. Il giornalista che aderisce agli imperativi di tale emergenza distrugge il proprio mestiere.

Nei disastri c’è chi soffre, chi governa, chi racconta (messaggero nella tragedia antica, giornalista oggi) e chi indaga rammentando. Ogni ambito ha un suo dover-essere, una sua autonomia. Se la priorità per il messaggero sono i sofferenti, si racconterà tutto quel che essi provano: gratitudine ma anche rabbia, sollievo per i soccorsi e ira suscitata da uno Stato complice di speculazioni edilizie. Chi ha letto Gomorra, ricorderà quel che Saviano scrive nel capitolo sul cemento armato, «petrolio del Sud», a pagina 235-236: «Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nel Mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni: appalti, cave, cemento, inerti, mattoni, impalcature, operai… L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero nel cemento non ha speranza alcuna. È il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile.… Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezza Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi e ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia... Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova».

L’emergenza, come la guerra, ha sue leggi speciali. Non sono le leggi della dittatura, perché la dittatura crea nuove leggi. Lo stato d’eccezione permanente è più insidioso: non instaura regolamenti nuovi, ma sospende leggi e libertà creando vuoto legale, anomia. L’Ecclesiaste a questo punto non è parola di Dio, ma decreto del sovrano che assieme al giornalista-messaggero invoca unanimismo. Il giornalista nega se stesso, quando consente a mettere sullo stesso piano gli abusi dell’edilizia e gli «abusi di libertà» di chi punta il dito su tali abusi: invece di vigilare, giustifica - per sé e i concittadini - lo stato d’eccezione.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il sequestro non è mai un gioco
Inserito da: Admin - Maggio 03, 2009, 12:00:11 pm
3/5/2009
 
Il sequestro non è mai un gioco

 
BARBARA SPINELLI
 
E’ dagli inizi di marzo che sugli schermi televisivi, in Francia, va in onda un peculiare e ripetuto spettacolo: il sequestro dei manager, ormai comunemente chiamato bossnapping. È accaduto allo stabilimento della Sony e a Caterpillar, a 3M e Continental, a Molex e in una filiale della Peugeot. Il sequestro può durare ore o giorni, e in genere è presentato quasi fosse una fiaba a lieto fine: gli operai che l’hanno organizzato sono soddisfatti per l’aumento di stipendio ottenuto o il licenziamento evitato, il boss esce dalla prigionia sotto i fischi non solo dei sequestratori ma della gente che sta da quelle parti. Poco fiabeschi sono tuttavia i volti dei sequestrati: lo sguardo è sperduto, i capelli spettinati, si vede che la paura li ha abitati e un male è stato commesso.

Per il sequestrato la piccola rivoluzione non è stata un pranzo di gala: fatto di serena cortesia. I sequestratori insistono su questa delicata serenità, si definiscono non maoisti ma pragmatici - volevamo solo esser riconosciuti, non c’era in noi risentimento - ma dal punto di vista del sequestrato il distinguo è insensato.

Dal loro punto di vista la violenza è stata inaudita: se ti chiudono in una stanza per strapparti concessioni non sai come andrà a finire e chi deciderà l’epilogo. La frontiera che separa il gioco dal processo e dall’esecuzione è labilissima. Jean Starobinski racconta come in un attimo si passò, nel ’700, dalle graziose altalene di Fragonard alla ghigliottina.

Questa labile frontiera svanisce, nei racconti dei carcerieri. Marx aveva detto che «la storia si ripete sempre due volte: la prima in tragedia, la seconda in farsa». E i carcerieri pur volendo esser seri usano scientemente il vocabolario della farsa giocosa. Dopo il sequestro di quattro dirigenti alla Scapa, un sindacalista ha dichiarato: «Li abbiamo solo trattenuti, non sequestrati. Il nostro atteggiamento era zen. I sequestrati potevano uscire dalla stanza a fumare, bere il caffè. La mattina gli portavamo il croissant, anche se ovviamente dalla fabbrica non potevano uscire». Ecco il peculiare, nelle rivolte di questi tempi di crisi: sono certo violente - come definire altrimenti una prigionia che esordisce con un cornetto ma non sai come finisce? - e però son presentate addirittura come zen. Nell’epoca di Mao la rivoluzione non era un pranzo di gala o un ricamo, ma un atto di violenza. Oggi è proprio questo: croissant, ricamo cortese. Tutto ciò sarebbe plausibile e non sinistro se non fosse per quei volti visti in televisione, impalliditi. Per loro non è stato ricamo ma violenza illegale, gioco che impaura. Prima ti danno il cornetto poi magari qualcuno perde la pazienza e non gioca. La storia che si ripete in farsa è una delle inanità dette da Marx. La violenza non è meno lesiva se la chiami farsa.

Tuttavia è l’elemento farsesco a esser sottolineato, con effetti insidiosi perché la leggerezza facilita il contagio. Oskar Lafontaine (ex ministro delle Finanze, oggi leader della sinistra radicale tedesca) è giunto fino a sollecitare l’imitazione, il 24 aprile: «Quando i lavoratori francesi in collera sequestrano i padroni, desidererei che accadesse anche qui». Più allarmato, Epifani teme le emulazioni e mette in guardia contro un sindacato che dovesse esser debole come in Francia, e tanto più corrivo. È la corrività diffusa che impressiona in Francia. Corrività estesa ai politici, che sembrano come confortati da quel che accade: non è lo Stato il Leviatano sotto tiro. Il Leviatano è l’astratto, inafferrabile Mercato.

Il sociologo Carlo Trigilia ha detto cose pertinenti in proposito. Ha scritto che il fenomeno francese deve suscitare più inquietudine vera, e perciò più azioni. Che bisogna riconoscere gli effetti sociali della crisi, esporli con maggiore trasparenza, e dare ai minacciati maggiore giustizia e sicurezza. Gli operai dopo decenni di latitanza tornano a lottare con mezzi illegali, e questo rende i sequestri un evento di grande rilievo (Il Sole-24 Ore, 2 aprile 2009)

Ma c’è qualcosa di più negli eventi francesi, ed è la scherzosa popolarità di cui godono, non solo in Francia, le violenze anti-manager. Specialmente premonitorio è il film Louise-Michel di Kervern e Delépine, adorato anche in Italia. La storia narra di lavoratori che un mattino s’accorgono che la fabbrica è delocalizzata. Sperduti ma battaglieri, decidono che la via a questo punto è una sola: buter le chef, far fuori il capo. Probabilmente ogni azione violenta comincia così, con una freddura buttata lì a casaccio. Tutto è buttato lì a casaccio e si trasforma in comica, nel film. Il killer ingaggiato è un asso di maldestra idiozia, e il pubblico ride: quasi troppo. La violenza è edulcorata, ordinaria: proprio così si fa epidemica.

Due cose colpiscono innanzitutto nei bossnapping, rivelatrici ambedue dello spirito del tempo. In primo luogo: la distinzione che vien fatta tra legale e legittimo. Il sequestro è certo illegale, in Francia è punito severamente. Ma il legale s’appanna, completamente sommerso dalla categoria della legittimità come da quella, dichiarata superiore alle norme, dei valori. Può non esser legale il mio agire, ma il contesto e i valori lo rendono comprensibile e poi giustificato. La distinzione è antica vena francese: le mobilitazioni per Cesare Battisti o altri ex terroristi italiani hanno questa radice.

Il secondo aspetto riguarda la figura del ribelle. È una figura che s’è banalizzata, contaminando la politica oltre all’escluso. Ci sono leader che su tale caratteristica hanno edificato un carisma, meticolosamente coltivato. Sarkozy e Berlusconi si sono costruiti come ribelli, sovrapponendo spesso il legittimo al legale. In qualche modo son figli del ’68 che tanto esecrano, e della cultura Do It Yourself che secondo lo studioso Xavier Crettiez nasce dal ’68. La cultura DIY significa: fai le cose a modo tuo, null’altro ti servirà e tanto meno rispettare le leggi e il «teatro della politica». Quel che è legale, sono io a dirlo. Il mio scopo è realizzarmi, senza badare ad altri. Se sei licenziato trovati qualcosa da fare, dice Berlusconi. Trovati un marito ricco. La chiamano ribellione del futile: fuck off è il suo motto.

La banalizzazione della violenza spinge il politico e gli stessi manager a passarci sopra, illudendosi che la furia si spenga per stanchezza o noia. Quasi nessun sequestrato ha sporto denuncia e Sarkozy, che tiene a esser uomo forte, è imbarazzato. Lo è ancor più perché è sotto influenza dei sondaggi, e questi sono al momento univoci. Il più significativo è quello dell’istituto Csa, all’inizio di aprile. Quasi la metà dei francesi approva i sequestri, e la cosa impressionante è la divisione per età. È la generazione di mezzo - quella del ’68 - che antepone la legittimità alla legalità. I più favorevoli ai sequestri hanno tra 40 e 64 anni (la percentuale più alta, 52 per cento, è fra i 50 e 64. In questa generazione c’è il numero più basso di contrari). Tra i giovanissimi, invece (18-24 anni), i favorevoli ai sequestri sono il 38 per cento, e quelli che li giudicano inaccettabili sono la cifra più alta in tutte le età: 62.

Il nuovo ribelle esprime risentimento ma anche altre passioni. L’uomo in rivolta di Albert Camus lo descrive come qualcuno che in prima linea invoca riconoscimento: «Non difende solo un bene che non possiede e la cui privazione lo frustra. Chiede che sia riconosciuto qualcosa che possiede, e che per lui è più importante di quel che potrebbe invidiare»: il lavoro, uno statuto riconosciuto nella società. Quel che il ribelle moderno dimentica di Camus è il senso della misura che deve correggere il vitalismo ribellista. In Camus è scritto: «Per esser uomo, bisogna rifiutare di essere Dio»: una frase che suscitò l’ira di Sartre e Breton. Sartre ha oggi di nuovo seguaci, ma chi vede lontano resta pur sempre Camus.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il privato uccide la politica
Inserito da: Admin - Maggio 06, 2009, 06:01:05 pm
6/5/2009
 
Il privato uccide la politica
 

BARBARA SPINELLI
 
Sarebbe bello poter ignorare del tutto, forti della cecità del veggente, quel che accade o che è accaduto dentro il recinto di casa Berlusconi. Si vorrebbe dal politico la fuoriuscita dall’abitazione privata, il suo spostarsi nell’agorà dove il privato non entra ma vien pudicamente lasciato in anticamera, come il cappotto che attacchi al gancio quando ti metti al lavoro e non ti occupi solo di te. Si vorrebbe non sapere quasi nulla dell’uomo politico, se non quel che riguarda il bene comune, che appartiene alla res publica: nulla delle sue notti o delle sue vacanze, delle sue barche o delle sue tribali parentele, nulla neanche del suo credere o non credere in Dio. La Cosa Pubblica sarebbe bello che fosse uno spazio molto ristretto e non straripante: un piccolo lembo di terra dove l’umanità fa politica. Si esercita nel mestiere di cittadina votando o giudicando, governando o facendosi governare. A partire dal momento in cui diciamo che il privato è politico, abbiamo ucciso la politica. L’abbiamo dilatata oltre misura, e al tempo stesso l’abbiamo resa inafferrabile, illimitata, informe. Secoli di pensiero politico e filosofico hanno cercato di delimitare l’ambito in cui l’uomo è animale politico, per salvaguardare qualche pezzetto almeno di indistruttibile intimità. La fatica non è finita. La privatizzazione della politica - e della guerra, della pace - è una nave con vele gonfiate di nuovo da forti venti. Quel che il sovrano fa nella camera da letto o nelle camere da letto è affare della nazione.

Il politico che oggi si lamenta di questa degradazione farebbe bene a meditare quello che ha fatto e come l’ha fatto, perché si giungesse a tale baratro e perché le pareti della sua personale dimora smettessero di esser fatte di pietre e si trasformassero in lastre di vetro, trasparenti al mondo. Sarkozy soffrì la messa in scena del proprio divorzio da Cécilia, e s’indispettì con la stampa famelica. Aveva ragione, la stampa davvero è famelica: chiacchiere e gossip sono diventate il pane quotidiano che mastica e che fanno masticare. Ma questa fame fu lui a provocarla, facendo politica coi suoi matrimoni, le sue gite in yacht, i suoi occhiali Ray-Ban. Fu lui a orchestrare, quasi una piccante serie tv, la banalissima leggenda del suo matrimonio con Cécilia: prima idilliaco, poi infranto, poi salvato, infine spezzato. I rotocalchi che imitano l’americano People s’impossessarono del melodramma, e i giornali seri si misero al passo. I francesi, che amano i neologismi, inventarono la parola pipolisation: la politica sommersa dallo spirito people, quando non sa bene quel che deve fare e che può. L’obiettivo di Sarkozy era di affascinare la provincia più che la capitale, l’elettore assetato di storielle più che di storia. Funzionò il tempo della campagna elettorale ma poi la tanto encomiata nuova trasparenza inciampò. Con Carla Bruni la golosità di giornali e pubblico continuò, ma l’Eliseo si fece più sommesso.

L’imperatore che si mette in scena nudo sarà nudo sempre e necessariamente dovrà sopportarne gli infortuni. È spogliato in partenza, prima ancora che il bambino lo scorga e dica: «È nudo». In un blog (ghostwritersondemand.splinder.com) si legge del «raro horrorshow» che da qualche giorno va in onda in Italia: «Come se il re, nudo, mostrasse di non avere un sesso (o di averne tre, tutti diversi, o di essere tutto un solo, gigantesco sesso indistinto)». Così successe anche a Clinton, quando il gorgo dell’intimità parve risucchiarlo assieme a Monica Lewinsky. Sia pure molto diversa, la pubblicità data alla conversione religiosa di Tony Blair ha le stesse caratteristiche della politica che s’affaccia incongruamente sull’intimo. Son tutte cose che non riguardano l’agorà, a meno di non sapere più in cosa precisamente consista lo spazio separato di conversazione cittadina che secondo Aristotele fonda la civiltà e che i barbari non possiedono.

Clinton, Sarkozy e Berlusconi hanno coltivato invece queste cose, come le coltivavano i monarchi dell’ancien régime le cui teste erano destinate alla ghigliottina prima ancora che venissero tagliate. Goethe ebbe parole giuste, quando descrisse l’inanità di chi portava la corona senza sapere quel che portava: «Perché mai, come con una scopa, un tale re viene spazzato via? Fossero stati veri re, tutti sarebbero ancora indenni». Quel che accadeva dentro le regali mura casalinghe, nell’ancien régime, invadeva ormai ogni interstizio: i tic e i vezzi di Luigi XVI, le peripezie sentimentali di Maria Antonietta, il ridicolo villaggio che la regina fece edificare accanto a Versailles, per imitare la bucolica vita dei contadinelli e contestare i pubblici fasti della corte. Da quel villaggio finto con le sue graziose altalene si passò nel giro d’un attimo alla ghigliottina.

Berlusconi è entrato in politica assumendo in pieno la fusione tra privato e pubblico: nella vita personale come in quella degli interessi aziendali. Vide che l’aria dei tempi era questa, ed era aria possente a destra e a sinistra. Aveva radici in molte culture e anche in quella degli Anni Sessanta, nel grande rimescolamento di generi e nella grande fusione tra ribellione politica e personale che animò lungamente i movimenti contestatori, le donne femministe, e tanti giovani che correvano trafelati e proclamavano che il privato era pubblico e il pubblico privato. Berlusconi fiutò quel vento, ci costruì sopra un suo distorto immaginario televisivo, e cominciò la politica come i monarchi descritti da Goethe: mettendo in scena vistosamente la propria famiglia, il proprio giaciglio, perfino il proprio personale mausoleo. Ecco la famiglia perfetta, diceva, e sulla famiglia si gettò anche ideologicamente, trasformandola in supremo valore italiano e in colonna d’un nuovo ordine morale. Non importavano le contraddizioni personali, né i valori che cozzavano contro la pratica: non contano d’altronde mai, nella volontà di potenza che si sfrena. Una volta privatizzata la politica, per forza di cose il privato diveniva kitsch: immagine politico-pubblicitaria che imbellisce la realtà, nanetto nel giardino, cupola di vetro con la neve che scende su minuscole fate.

Berlusconi è il più grande privatizzatore della politica in Occidente. Altri si son ritratti inorriditi dopo aver suscitato lo spettro, come avvenne a Sarkozy e a Clinton. Lui no, il privato è come l’avesse divorato e forse addirittura non c’è mai stato posto nella sua mente per l’idea di pubblico. Non è questione solo della sua famiglia. Anche quando governa preferisce il recinto personale ai luoghi delle istituzioni: è nel recinto che riunisce ministri, convoca oppositori, nomina dirigenti Rai. Praticamente tutto si cucina a Palazzo Grazioli. È significativo che la dimora romana del Premier si sia metamorfizzata in Palazzo per eccellenza.

C’è qualcosa di smodato nello spazio che occupa il divorzio dei Berlusconi: un oltrepassare i limiti che distrugge ed è autodistruzione. C’è un ribellismo ibrido, che mescola passioni anticonformiste mal vissute e un più profondo, mimetico conformismo. Da qualche giorno gli italiani son completamente stregati dalla fiction che gli si snoda davanti. Se li guardi per strada o nei caffè o nelle stazioni, vedi occhi inchiodati sulle pagine (anzi le paginate) che narrano la leggenda sui giornali. Vengono in mente i rotocalchi inventati da Edilio Rusconi subito dopo l’ultima guerra - Oggi, poi Gente - che snocciolavano le storie delle famiglie reali agli albori della Repubblica. Erano re da ghigliottina anche quelli, il minimalismo delle storie era totale, ma la gente ne era stregata. Siamo ancora lì.
 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'Europa sparita
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2009, 11:33:25 am
10/5/2009
 
L'Europa sparita
 
BARBARA SPINELLI
 

Delle molte questioni su cui voteremo a giugno ce n’è una, continuamente citata, di cui non si parla praticamente mai: l’Europa e il suo Parlamento. Al massimo si dice che le urne non vanno disertate, che certi candidati sono incompetenti. Ma cosa significhi il voto che avverrà in 27 Paesi dell’Unione, cosa sia l’Europa in questo momento di crisi e mutazione: nulla se ne sa e quel che regna è silenzio o nascondimento, escamotage. L’italiano sa qualcosa sulle amministrative, qualcosa sul referendum, ma dell’Europa visto che non se ne parla non sa che idea farsene. Per il singolo resta una realtà un po’ astratta, che non gli appartiene veramente. Se l’affluenza sarà bassa sentiremo dire che l’Unione «è lontana dai cittadini», di nuovo.

Invece l’Europa ci è enormemente vicina, è la metà almeno della nostra esistenza. Già da decenni ha trasformato la nostra cittadinanza, che non è più una soltanto. Ogni italiano è al contempo cittadino europeo, e se ancora non pensa europeo già vive come tale.

Abbiamo una sola moneta, son cadute le frontiere interne all’Unione, e anche il diritto è comune in tante cose: più della metà delle decisioni che determinano la nostra vita quotidiana non sono prese nello spazio nazionale, ma in quello europeo.

Lo studioso Ulrich Beck scrive: «Nelle società etichettate come "nazionali" non c’è più un solo angolo libero dall’Europa» (Lo sguardo cosmopolita, Carocci 2005). Di fatto siamo già cittadini con varie identità, non per ideologia ma perché ci muoviamo in una doppia o tripla realtà (nazionale e cosmopolitica-europea).

Viviamo europeo schivando il pensare europeo, tuttavia. Di questa grande menzogna (che Beck chiama nazionalismo metodologico) sono responsabili le classi dirigenti di ogni Paese membro. La realtà che viviamo la eludono non solo i governi ma sindacati, imprenditori, intellettuali, giornalisti. Tutti costoro distinguono l’interesse nazionale dall’europeo, come se l’Europa non fosse, oggi, il luogo dove viene massimizzato sia l’interesse vero delle nazioni, sia quello del singolo cittadino che ha bisogno d'esser tutelato in ambedue le sfere pubbliche. Che in ambedue i casi ha bisogno di interlocutori forti, dunque di avere anche in Europa un governo funzionante: imputabile, censurabile come in patria. Le sfere pubbliche cui apparteniamo sono ormai multiple: comunali, nazionali, europee, mondiali. Si può ignorarlo - proprio in questi giorni il governo l’ha ignorato, respingendo 227 migranti in mare senza dar loro la possibilità (prescritta dalla Convenzione di Ginevra) di chiedere asilo, ma l’ignoranza è scusa debole e spesso pretestuosa.

La menzogna nazionalista non cade dal cielo: nasce accampando ragioni poco nobili che pretendono d’esser realistiche pur non essendolo affatto. Qui è l’escamotage, la realtà fatta sparire cambiando le carte in tavola: il trucco serve a fingere una sovranità nazionale assoluta, a nascondere il fatto che essa è parzialmente delegata ormai a una nuova res publica, parallela alla nazione. La menzogna sabota il pensare europeo ma non sventa la costante, cocciuta ribellione della realtà. I cittadini lo sanno: le situazioni cambiano a seconda dei Paesi, e gli Stati-nazione mantengono ampia egemonia legislativa in settori chiave. Ma gran parte della legislazione nazionale è oggi di origine europea (consumatori, ambiente, mercato interno ecc).

L’Europa non è un organo internazionale che alcuni utopisticamente vorrebbero federale, dotato di costituzione. I più grandi studiosi sostengono che è un’istituzione da tempo costituzionalizzata, visto che soggetti del suo ordinamento non sono solo gli Stati (come nei trattati inter-nazionali) ma anche i cittadini. E i cittadini lo sono molto concretamente: a partire dai primi Anni 60, il diritto europeo ha il primato sulla legislazione nazionale e si applica immediatamente. L’Unione è incompiuta, non ha gli attributi basilari del costituzionalismo, ma questo non le vieta d’essere fin d’ora costituzionalizzata, sostiene il giurista Joseph Weiler (La Costituzione dell'Europa, Mulino 2003).

Certo l’Unione è gracile, spesso afona: abbarbicati al diritto di veto, gli Stati le impediscono di governare. Certo il suo Parlamento dovrebbe avere più poteri, nonostante ne abbia già parecchi (l’accettazione o rifiuto della Commissione, ad esempio). Alcuni dubitano che sappia fronteggiare l’odierna crisi economica, il che è giusto, e aggiungono che le regole di Maastricht son datate, intralciando un rilancio simile a quello di Obama perché troppo severe sui deficit pubblici. Quest’ultima critica non tiene conto d’un fatto: se l’America avesse rispettato regole come le nostre, vigilando sull’indebitamento eccessivo pur di salvaguardare lo Stato sociale, una catastrofe così vasta non l’avrebbe conosciuta.

L’europeizzazione del nostro quotidiano è un’evidenza, che intacca profondamente gli Stati-nazione e le loro sovranità presunte. Ma anche la menzogna intacca, la crisi ne ha dato la prova: limitandosi al coordinamento, i ministri dell’Unione hanno evitato azioni comuni che avrebbero salvaguardato assai meglio gli interessi nazionali e delle persone. Non hanno pensato europeo. Il coordinamento è fra Stati, non è un agire comune, e quel che Jean Monnet disse nel ‘40 vale tuttora: «Il coordinamento è un metodo che favorisce la discussione, ma non sfocia in decisione. È espressione del potere nazionale, non creerà mai l’unità». La menzogna nazionalista delle élite è questa, secondo Beck: «Esse deplorano la burocrazia europea senza volto, ovvero il congedo dalla democrazia, e quindi partono dall’assunto totalmente irreale secondo cui ci sarebbe un ritorno all’idillio nazional-statale». Un ritorno irrealistico, anche se travestito da Realpolitik. Prendiamo Andrea Ronchi, ministro delle politiche europee: ogni volta che parla, è per dire che «ci sono eurocrati» rovinosi per l’Europa. È falso: rovinosi sono gli Stati-nazione. Numerosissime decisioni eurocratiche lamentate dai governi son prese da loro stessi, nei Consigli dei ministri. Ronchi non dice il vero, con l’aggravante che forse neppure lo sa. L’immaginario nazionale resta ficcato nelle menti perfino quando la realtà lo smentisce: «Diventa uno spettro sentimentale, un’abitudine retorica in cui gli impauriti e i confusi cercano un rifugio e un futuro» (Lo sguardo cosmopolita, p. 225).

La svolta non può che venire dal cittadino, se comincia a ragionare cosmopoliticamente. Se vota partiti e uomini che vogliono più Unione, non meno. Il disastro climatico è tema essenziale in Italia, perché ha confermato quanto la destra sia allergica all’Europa. Lo dimostra la mozione sul clima che il Senato ha approvato il 18 marzo, criticata da Marzio Galeotto sul sito La Voce e da Mario Tozzi su La Stampa. Una mozione che il ministro Prestigiacomo definisce legittima anche se non vincolante, ma che pur sempre chiede al governo di non accettare gli ideologici piani dell’Unione (emissioni gas serra ridotte del 20 per cento, utilizzazione di energie alternative pari al 20 per cento del fabbisogno, riduzione del 20 per cento della richiesta di energia entro il 2020).

Oggi il pensare europeo è debole ovunque, soprattutto a destra ma anche a sinistra. Non stupisce, perché il salto è impervio. Si tratta nientemeno di consentire a una seconda conquista della laicità, nella storia d’Europa. Prima venne la separazione della politica dalla religione. Adesso s’impone l’atto laico numero 2: la separazione fra Stato e nazione. Senza demolire lo Stato, ma facendo combaciare la nazione con le sue sfere pubbliche molteplici. Sarà un atto non meno decisivo della caduta del Muro, e anche qui varrà quel che Gorbaciov disse al cieco regime comunista tedesco, nell’ottobre ‘89: «Chi arriva in ritardo, la vita lo punirà».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Immigrati urla e silenzi
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2009, 02:48:59 pm
17/5/2009
 
Immigrati urla e silenzi
 
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Nel dichiarare guerra agli immigrati clandestini e alla tratta di esseri umani, il governo è sicuro di una cosa: dalla sua parte ha un gran numero di italiani, almeno due su tre. Ne è sicura la Lega, assai presente nel territorio. Ne è sicuro Berlusconi, che scruta in quotidiani sondaggi l’umore degli elettori. Non ci sono solo i sondaggi, d’altronde: indagini e libri (per esempio quello di Marzio Barbagli, Immigrazione e sicurezza in Italia, Mulino 2008) confermano che la paura - in particolare la paura della crescente criminalità tra gli immigrati - è oggi un sentimento diffuso, che il politico non può ignorare. A questo sentimento possente tuttavia i governanti non solo si adeguano: lo dilatano, l’infiammano con informazioni monche, infine lo usano. È quello che Ilvo Diamanti chiama la metamorfosi della realtà in iperrealtà.

Negli ultimi vent'anni l’iperrealismo ha caratterizzato tre guerre, fondate tutte sulla paura: la guerra al terrorismo mondiale, alla droga e alla tratta di esseri umani. Le ultime due son condotte contro mafie internazionali e italiane (la tratta di migranti procura ormai più guadagni del commercio d’armi) i cui rapporti col terrorismo non sono da escludere. Sono lotte necessarie, ma non sempre il modo è adeguato: contro il terrorismo e i cartelli della droga, la guerra non ha avuto i risultati promessi.

George Lakoff, professore di linguistica, disse nel 2004 che la parola guerra - contro il terrore - era «usata non per ridurre la paura ma per crearla». La guerra alla tratta di uomini rischia insuccessi simili. Le tre guerre in corso sono spesso usate dal potere politico, che nutrendosene le rinfocola.

Roberto Saviano lo spiega da anni, con inchieste circostanziate: ci sono forme di lotta alla clandestinità votate alla sconfitta, perché trascurano la malavita italiana che di tale traffico vive. Ed è il silenzio di politici e dei giornali sulle nostre mafie a trasformare l’immigrato in falso bersaglio, oltre che in capro espiatorio. Lo scrittore lo ha ripetuto in occasione dei respingimenti in mare di fuggitivi. Le paure hanno motivo d’esistere, ma per combatterle occorrerebbe andare alle radici del male, denunciare i rapporti tra mafie straniere e italiane: le prime non esisterebbero senza le seconde, e comunque la malavita viaggia poco sui barconi. Saviano dice un’altra verità: se ci mettessimo a osservare le condotte dei migranti, la paura si complicherebbe, verrebbe controbilanciata da analisi e sentimenti diversi. Una paura che si complica è già meno infiammabile, strumentalizzabile.

Saviano elenca precise azioni di immigrati nel Sud Italia. Negli ultimi anni, alcune insurrezioni contro camorra e ’ndrangheta sono venute non dagli italiani, ormai rassegnati, ma da loro. È successo a Castelvolturno il 19 settembre 2008, dopo la strage di sei immigrati africani da parte della camorra. È successo a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, dopo l’uccisione di lavoratori ivoriani uccisi perché ribelli alla ’ndrangheta, il 12 dicembre 2008. Ma esistono altri casi, memorabili. Il 28 agosto 2006, all’Argentario, una ragazza dell’Honduras, Iris Palacios Cruz, annega nel salvare una bambina italiana che custodiva. L’11 agosto 2007 un muratore bosniaco, Dragan Cigan, annega nel mare di Cortellazzo dopo aver salvato due bambini (i genitori dei bambini lasciano la spiaggia senza aspettare che il suo corpo sia ritrovato). Il 10 marzo 2008 una clandestina moldava, Victoria Gojan, salva la vita a un’anziana cui badava. Lunedì scorso, due anziani coniugi sono massacrati a martellate alla stazione di Palermo, nessun passante reagisce tranne due nigeriani, Kennedy Anetor e John Paul, che acciuffano il colpevole: erano giunti poche settimane fa con un barcone a Lampedusa. Può accadere che l’immigrato inoculi nella nostra cultura un’umanità e un senso di rivolta che negli italiani sono al momento attutiti (Saviano, la Repubblica 13 maggio 2009).

Questo significa che in ogni immigrato ci sono più anime: la peggiore e la migliore. Proprio come negli italiani: siamo ospitali e xenofobi, aperti al diverso e al tempo stesso ancestralmente chiusi. Sono anni che gli italiani ammirano simultaneamente persone diverse come Berlusconi e Ciampi. Oggi ammirano Napolitano; anche quando critica il «diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia». Son rari i popoli che hanno di se stessi un’opinione così beffarda come gli italiani, ma son rari anche i popoli che raccontano, su di sé, favole così imbellite e ignare della propria storia. L’uso che viene fatto della loro paura consolida queste favole. Nel nostro Dna c’è la cultura dell’inclusione, dicono i giornali; non c’è xenofobia né razzismo. Gli italiani non si credono capaci dei vizi che possiedono: il nemico è sempre fuori. Non vivono propriamente nella menzogna ma in una specie di bolla: in un’illusione che consola, tranquillizza, e non per forza nasce da mala fede. Nasce per celare insicurezze, debolezze. Nasce soprattutto perché il cittadino è molto male informato, e la mala informazione è una delle principali sciagure italiane. È vero, la criminalità tra gli immigrati cresce, ma cresce in un clima di legalità debole, di mafie dominanti, di degrado urbano. Un clima che esisteva prima che l’immigrazione s’estendesse, spiega Barbagli. Se la malavita italiana svanisse, quella dei clandestini diminuirebbe.

La menzogna viene piuttosto dai governanti, e in genere dalla classe dirigente: che non è fatta solo di politici ma di chiunque influenzi la popolazione, giornalisti in prima linea. Tutti hanno contribuito alla bolla d’illusioni, al sentire della gente di cui parla Bossi. Tutti son responsabili di una realtà davanti alla quale ora ci si inchina: che vien considerata irrefutabile, immutabile, come se essa non fosse fatta delle idee soggettive che vi abbiamo messo dentro, oltre che di oggettività. I fatti sono reali, ma se vengono sistematicamente manipolati (omessi, nascosti, distorti) la realtà ne risente, ed è così che se ne crea una parallela. La realtà dei fatti è che ogni mafia, le nostre e le straniere, si ciba di morte, di illegalità, di clandestinità. La realtà è un’Italia multietnica da anni. Il pericolo non è solo l’iperrealtà: è la manipolazione e la mala informazione.

Per questo è un po’ incongruo accusare di snobismo o elitismo chi denuncia le attuali politiche anti-immigrazione. Quando si vive in una realtà manipolata, chi si oppone non dice semplicemente no: si esercita ed esercita a vedere i fatti da più lati, non solo da uno. Rifiuta di considerare, hegelianamente, che «ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale». Che ciò che è popolare è giusto, e ciò che è impopolare ingiusto o cervellotico. Bucare la bolla vuol dire fare emergere il reale, cercare le verità cui gli italiani aspirano anche quando s’impaurano rintanandosi. Accettare le loro illusioni aiuta poco: esalta la loro parte rinunciataria, lusinga le loro risposte provvisorie, non li spinge a interrogarsi e interrogare.

Lo sguardo straniero sull’Italia è prezioso, in tempi di bolle: ogni articolo che viene da fuori erode la mala informazione. Non che gli altri europei siano migliori: nelle periferie francesi e inglesi l’esclusione è semmai più feroce. Ma ci sono parole che lo straniero dice con meno rassegnazione, meno cinismo. Ci sono domande e moniti che tengono svegli. Per esempio quando Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, ci chiede come mai accettiamo tante cose, dette da Berlusconi, manifestamente false. O quando Perry Anderson chiede come mai l’auto-ironia italiana non abbia prodotto una discussione sul passato vasta come in Germania (London Review of Books, 12-3-09). O quando l’Onu ci rammenta le leggi internazionali che stiamo violando.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - I perdenti che vivono di sconfitte
Inserito da: Admin - Maggio 24, 2009, 11:35:53 am
24/5/2009
 
I perdenti che vivono di sconfitte
 
BARBARA SPINELLI
 
Hans Magnus Enzensberger, scrittore tedesco, li chiama i perdenti radicali. Sono coloro che non si guardano intorno e non cercano di capire come il mondo si disfa e si rifà, quando sono alle prese con traumi sociali, ma vivono le calamità come una specie di giudizio universale anticipato. Non hanno altra misura che se stessi: sono loro le uniche grandi vittime, loro gli umiliati e gli offesi. La solidarietà con popoli o persone che soffrono più di loro è inesistente. Potrebbero anche non essere perdenti in modo radicale, potrebbero sforzarsi di vedere quel che in ogni crisi è opportunità, mutazione. Ma la scelta che hanno fatto di essere perdenti ha qualcosa di definitivo, di fatale. La realtà ha poco peso in quel che dicono e che pretendono di vedere.

C’era un po’ di tutto questo nei tumulti della scorsa settimana a Torino: prima al Lingotto, quando alcuni appartenenti ai Comitati di base hanno contestato e malmenato il sindacalista Rinaldini, segretario della Fiom; poi il 18 e 19 maggio, quando due-trecento violenti hanno rovinato la manifestazione dell’Onda e scatenato, come avevano promesso, una guerriglia urbana davanti al Castello del Valentino dove si svolgeva il G-8 dei rettori. L’uso del nome G-8 è stato una provocazione stupida, certo: dopo gli eventi del 2001 a Genova, la sigla evoca un potere che agisce impunemente con inaudita violenza. Ma una sigla errata non giustifica le armi scelte nei tumulti torinesi: gli spintoni brutali al Lingotto e poi, al G-8 universitario, i sassi, le spranghe, i fumogeni, i caschi e le mazze, gli estintori, le auto e i bidoni incendiati.

La storia non si ripete mai eguale a se stessa e nessun movimento ripete le gesta anteriori. Non è nemmeno vero che la tragedia si ripete in farsa, come diceva Marx. La storia è capriccio inopinato e anche quello che dopo chiamiamo tragedia non era all’inizio che gioco, parola. Rudi Dutschke non era affatto un terrorista, ma fu lui, nel febbraio 1966, ad auspicare la guerriglia urbana nelle democrazie. Spesso le tragedie cominciano con discorsi che tollerano, incitano: i romanzi di Dostoevskij - i Demoni, i Fratelli Karamazov - narrano precisamente questo. Uno parla con leggerezza, poi arriva il perdente radicale e passa all’atto cruento. Per questo è giustificato quel che ha scritto Luigi La Spina, il 20 maggio su La Stampa: la memoria di passate violenze «può essere un incubo, ma anche un vaccino».

La crisi economica che stiamo vivendo è una prova, ben più grave per milioni di persone di quel che conobbe la generazione del ’68 o ’77: non a caso i tumulti tendono ovunque a moltiplicarsi (periferie in rivolta, sequestri di manager). Per questo converrà studiarne le radici, e comunque non sottovalutarli. Ma occorrerà farlo evitando se possibile le scorciatoie, che sono due. La prima consiste nel concentrarsi esclusivamente sull’ordine pubblico, reprimendo ogni scontento come se il legame tra scontento e terrorismo fosse automatico. È la via militarizzata, simile alla guerra mondiale al terrore: il male è combattuto solo con le armi. Non meno insidiosa tuttavia è la seconda scorciatoia. È la via che psicologizza, socio-analizza: che condona piccole violenze, e tratta gli estremisti come fossero bambini, non cittadini maggiorenni. Essa rinuncia a indicare il limite invalicabile delle proteste, e s’accomoda - soprattutto in Italia - con una cultura dell’illegalità diffusa sin nei vertici dello Stato. La gioventù è un soffio scottante che viene e che va: basta fidarsi della biologia. La psicologia ha fatto molti danni nell’ultimo secolo e mezzo.

I politici e le classi dirigenti non sono incolpevoli, in questa faccenda. Se si accumulano tante incomprensioni, se piccoli ma numerosi gruppi sono attratti dalla violenza e faticano a guardare il mondo come cambia, è anche perché sono rari i responsabili che esplorano e dicono quel che davvero sta accadendo. I più cercano di nascondere gli scombussolamenti che la crisi porta con sé: il rischio che nella vita di ciascuno si dilata, i risparmi e i salari che scemano, la vasta trasformazione dei costumi che s’imporrà. Gian Enrico Rusconi spiega le differenze che esistono, ad esempio, fra italiani e tedeschi: ci sono sciagure anche in Germania, ma minore tensione sociale. Questo perché il cittadino è meglio informato, da politici e stampa. Diversamente dai governanti italiani, i tedeschi «non hanno mai diffuso ottimismo di maniera» (La Stampa, 17-5).

vIn Italia e a Torino quel che infiamma gli spiriti è da qualche tempo la Fiat. Quanti impieghi saranno sacrificati per salvare l’industria dandole l’indispensabile dimensione transnazionale? E lo Stato che fa, per proteggere il lavoro italiano? Il caso è emblematico perché rivela tre pericoli al tempo stesso: lo stacco dalla realtà, il nazional-protezionismo, e il nuovo potere dello Stato in questa crisi (uno Stato intrusivo più che spendaccione, scrive Martin Wolf sul Financial Times). Occultare la realtà vuol dire aspettare che «tutto torni come prima, meglio di prima» (Berlusconi, 17-5). Vuol dire ignorare quel che nella crisi dell’auto non è episodico. L’auto ha conosciuto un’espansione straordinaria grazie al petrolio abbondante e poco caro, e all’indifferenza verso il clima devastato. Tante scelte sono legate a quell’epoca - i Suv, il fenomeno delle città residenziali periferiche, i suburbia americani dai quali ci si muove essenzialmente con automobili - e son destinate a diminuire o sparire (è la tesi di James Kunstler, nel libro The Long Emergency uscito nel 2006).

Oggi siamo a un bivio, e il risparmio energetico voluto da Obama lo attesta: ogni auto nuova deve avere un motore capace di fare 35,5 miglia per ogni gallone (57,1 chilometri con 3,8 litri). Un mutamento che può incoraggiare la reinvenzione dell’industria ma che sarà costoso per tutti: consumatori, imprese, operai, politici bisognosi di popolarità. Quel che dice Sergio Marchionne è difficilmente confutabile: si producono troppe auto nel mondo (95 milioni) per un pianeta che va tutelato. 20 milioni sono di troppo. I manifestanti al Lingotto scandivano, lunedì: «Marchionne, tu vvò fà l'americano», occultando anch’essi la realtà. Se si vuol aggiustare il clima, occorre dire queste verità e trarne conclusioni. Secondo alcuni studiosi, bisogna uscire dal mondo auto-industriale: puntando sul trasporto pubblico e su veicoli che risparmino energia drasticamente. Lo scrive l’economista Emma Rothschild in un saggio sul New York Review of Books del 26 febbraio, nel quale è criticata la vista corta di produttori e governi. Lo scrive l’analista Max Fraser il 13 maggio su The Nation. Fraser cita le parole di una sindacalista americana, Dianne Feeley, ex lavoratrice alla Ford: «Salvare l’industria dell’auto così com’è non ci darà impieghi, non ci metterà sulla buona strada per il clima, non aiuterà le nostre città. La strategia deve concentrarsi su come salvare la classe operaia e le nostre comunità».

Marchionne dice un’altra cosa importante: l’America ha più mezzi di noi europei, pur traversando una crisi maggiore. Ha un governo unitario, sindacati che cooperano. L’Europa non è a questo punto: qui è lotta di ogni nazione contro le altre, qui non si pensa in grande (geograficamente, industrialmente, politicamente). Non stupisce che sia così anche dentro le società, come spiega bene lo storico Marco Revelli: al classico conflitto verticale - tra lavoratori e impresa - si sta sostituendo il conflitto orizzontale: lavoratori contro lavoratori, nazioni contro nazioni. Ogni scheggia mira a farsi vedere, «come in un reality show» (La Stampa, 18-5).

Il perdente radicale vive di scontri orizzontali e reality show. Vive di sconfitte, che teme ma segretamente agogna. Esattamente come i mercati, i perdenti radicali «si scatenano quando sentono odore del sangue».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Vacuità della politica
Inserito da: Admin - Maggio 31, 2009, 09:31:48 am
31/5/2009
 
Vacuità della politica
 
BARBARA SPINELLI
 
Non è la prima volta che il presidente del Consiglio s’indigna per il trattamento che gli riservano i magistrati che lo processano, o i giornalisti che indagano sulla spregiudicatezza con cui mescola condotte private e pubbliche. S’indigna a tal punto che le due figure - il magistrato, il giornalista - sono equiparate a quella del delinquente: è avvenuto giovedì all’assemblea della Confesercenti. Le tre categorie sono assimilate a loro volta all’opposizione politica. Le accuse che vengono loro rivolte sono essenzialmente due. Primo, l’offesa al popolo sovrano, al consenso che esso ha dato alle urne e che imperturbato rinnova nei sondaggi. Secondo, la natura pretestuosa di tali attacchi antidemocratici: il primato dato alla forma sulla sostanza, ai problemi finti degli italiani su quelli veri, allo show sulla realtà, al gossip sulla politica del leader.

L’accusa va presa sul serio, perché il premier ha costruito il proprio carisma sulla maestria dello show e non ha concorrenti in materia. In particolare sa abbandonarlo, se serve, e presentare l’avversario come vero manipolatore della società dello spettacolo. Come ha scritto Carlo Galli, «il suo vero potere è sul linguaggio e sull’immaginario»: qui è l’egemonia che dagli Anni 80 esercita sul senso comune degli italiani, e che l’opposizione non ha imparato a scalfire (la Repubblica 25 maggio).
Ma qualcosa si va scheggiando, in questo perfetto potere d’influenza, come accade agli apprendisti stregoni che non dominano più interamente i golem fabbricati.

Il gossip, lo show, il privato che fagocita il pubblico, i problemi veri semplificati fino a divenire non-problemi, dunque falsi problemi: questi i golem, e tutti provengono dalle officine del berlusconismo. Sono la stoffa della sua ascesa, gli ingredienti della sua egemonia culturale in Italia. Quel che succede oggi è una nemesi: il problema finto divora quello vero, show e gossip colpiscono chi li ha messi sul trono. All’estero la condanna è dura. Non da oggi, certo: l’Economist lo giudicò «inadatto a governare» il 28 aprile 2001, sono passati anni e Berlusconi resta forte. Ma lo sguardo esterno stavolta s’accanisce, perché finzioni e non-verità si accumulano.

Il fatto è che nel frattempo il mondo è cambiato, attorno a lui. Berlusconi è figlio di un’epoca di vacuità della politica: il mercato la scavalcava impunemente, ignorando ogni regola; l’imprenditore-speculatore sembrava più lungimirante e realista del politico di professione. Il liberalismo dogmatico regnò per decenni, e Berlusconi fu una sua escrescenza. Ma questo mondo giace oggi davanti a noi, squassato dalla crisi divampata nel 2008. La regola e la norma tornano a essere importanti, il realismo dei boss della finanza è screditato, la domanda di politica cresce. È quel che Fini presagisce: senza dirlo si esercita in toni presidenziali, conscio del prestigio miracolosamente sopravvissuto del Colle. La crisi del 2007-2008 è sfociata in America nella sconfitta di Bush, ma quel che Pierluigi Bersani ha detto in una recente conferenza è verosimile: «Il capitalismo non finisce, ma finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione. E non finisce perché c’è Obama, ma c’è Obama perché finisce».

Questo spiega come mai Berlusconi - a seguito della sentenza Mills che lo indica come corruttore di testimoni e della vicenda Noemi in cui appare come boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne - irrita più che mai chi ci guarda da fuori. Un’irritazione che si accentua di fronte ai troppi nascondimenti della verità: nel caso Mills la verità di sentenze che non sono tutte di assoluzione ma anche di prescrizione o assenza di prove; nel caso Noemi la verità di incontri poco chiari. Non dimentichiamolo: quando si incolpano le bolle, finanziarie o politiche, è di menzogne e sortilegi che si parla.

Quel che finisce, attorno a noi, è la negligenza dell’imperio della legge, della rule of law. Non tramonta solo il dogma del mercato onnisciente ma la figura del sovrano-boss, eletto per stare sopra le leggi, i magistrati, le costituzioni, le istituzioni. La fusione tra il suo interesse-piacere privato e il suo agire pubblico diventa un male non più minore ma maggiore, perché nelle democrazie c’è sete di regole e istituzioni, dopo lo sfascio, e non di favole ottimiste ma di realtà e verità. C’è bisogno di gesti fattivi e antiburocratici come la presenza in Abruzzo o a Napoli sui rifiuti, ma c’è anche bisogno di cose che durino più di una legislatura e non siano bolle. È utile osservare l’America, oggi: l’immenso sforzo pedagogico che sta compiendo Obama, per convincere i cittadini che il breve termine è letale, che la Costituzione e le norme devono durare più dei politici.

Deve poter durare il sistema di checks and balances innanzitutto: l’equilibrio tra poteri egualmente forti e indipendenti. Il presidente americano sta riconquistando l’egemonia della parola, con linguaggio semplice e vera passione pedagogica. Il suo discorso su Guantanamo e terrorismo, il 21 maggio, lo conferma: «Nel nostro sistema di pesi e contrappesi, ci deve essere sempre qualcuno che controlli il controllore. \ Tratterò sempre il Congresso e la giustizia come rami del governo di eguale rango». Berlusconi va oggi controcorrente: all’estero non ha altra sponda se non quella di Putin, figura tipica di politico-boss.

Tuttavia la società italiana gli crede ancora, e questo consenso varrà la pena studiarlo, con la stessa umile immedesimazione mostrata da Obama. Varrà la pena studiare perché gli italiani somigliano tanto ai russi, come se anch’essi avessero alle spalle regimi disastrosi. Perché tanta sfiducia verso le regole, lo Stato, la res publica. Non esiste una congenita debolezza morale degli italiani, e dunque occorre capire come mai la politica è così profondamente sprezzata, il conflitto così radicalmente temuto. La tesi esposta più di vent’anni fa dallo studioso Carlo Marletti è tuttora valida: è vero che da noi esiste un «eccesso di pluralismo e complessità che le istituzioni legali non semplificano» adeguatamente. E che al loro posto si sono installate auto-organizzazioni informali, claniche o familiste, che non sono arcaiche ma si sono adattate alla modernità meglio di altre. Marletti spiega come lo sviluppo industriale si sia mescolato alla criminalità organizzata e come si siano creati, in assenza di uno Stato che semplifichi la complessità, meccanismi di semplificazione sostitutivi, solidaristico-clientelari, «di tipo nero o sommerso» (Marletti, Media e politica, Franco Angeli, 1984).

Berlusconi prometteva questa fuga nella semplificazione deviante, meno ingarbugliata che ai tempi della Dc. Secondo il filosofo Václav Belohradsky, essa è basata sul prevalere dei fini personali o corporativi sui mezzi che sono le norme prescritte a chi vuol realizzare tali fini. Tra i due elementi è saltata ogni coerenza ed è il motivo per cui l’Italia vive nell’anomia sociale, come fosse fuori-legge.

In Italia accade questo: le mete del singolo sono tutto, le norme nulla. La legalità vale per gli altri (i clandestini), non per noi, scrive Carlo Galli. Per noi le leggi sono d’impedimento: quelle italiane e anche quelle dell’Unione Europea, come ha ripetuto Berlusconi alla Confesercenti. L’opposizione potrebbe ripartire da qui: dalle norme pericolosamente sprezzate, dall’Europa che il governo finge di poter aggirare senza rischi, dalla sovranità nazionale che esso finge di possedere, a cominciare dal clima. La commistione privato-pubblico ha condotto a tutto questo, non è solo la storia di un padre, di una moglie mortificata, dei loro figli. I più preveggenti dicono: dopo la crisi il mondo non sarà più eguale. Berlusconi promette di conservarlo: anche questo è bolla, ed è spinta rivoluzionaria che si sta esaurendo

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Dove porta l'odio dell'altro
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2009, 05:30:32 pm
6/6/2009
 
Dove porta l'odio dell'altro
 
BARBARA SPINELLI
 

Tra il discorso di giovedì all’Università del Cairo e la commemorazione dello sbarco in Normandia che avrà luogo oggi in Francia, Barack Obama ha scelto la sosta a Buchenwald, il campo di morte dove tra il 1937 e il 1945 furono rinchiusi 250 mila esseri umani provenienti da cinquanta Paesi diversi.

Morirono uccisi in 56 mila: 11 mila ebrei, gran parte del gruppo dirigente comunista a partire dal suo capo Ernst Thälmann, centinaia di soldati russi, e omosessuali, Rom, Sinti, uomini malati ritenuti «inabili al lavoro». Il Cairo, Buchenwald, la Normandia: tre luoghi e tre date si intrecciano, compongono insieme una storia e un tempo più vasto. Il passato dà pienezza al presente, il Ventesimo Secolo parla al Ventunesimo conferendogli profondità. In ambedue i secoli c’è sete di liberazione, in ambedue è questione di edificare un dopoguerra. Il 6 giugno 1944 in Normandia l’Europa fu liberata dal nazismo, l’11 febbraio 1945 furono i superstiti di Buchenwald a salvarsi. Oggi tocca uscire da un’altra guerra, prima che precipiti in ennesimi orrori e distruzioni: tocca, come ha detto al Cairo il Presidente, metter fine all’infausta guerra tra civiltà. La criminalizzazione dell’Islam deve finire, perché il rischio è grande di punire la diversità nel diverso, e di considerare la diversità un pericolo. Tutte e tre le tappe - Il Cairo, Buchenwald, la Normandia - narrano la difficile edificazione di un dopoguerra meno buio, fondato sulla memoria viva del passato.

Nel suo discorso a Buchenwald Obama ha sottolineato la centralità della memoria, perché non esiste ricominciamento che possa farne a meno. Soprattutto quando si è messi a cospetto di orrori talmente dolorosi che nello spettatore «subentra il mutismo, l’incapacità di proferire verbo» (accadde allo zio Charlie Payne, soldato che partecipò alla liberazione del campo: «per mesi», tornato in America, si chiuse nel silenzio). Eisenhower ne ebbe coscienza, quando vedendo il drappello di scheletri viventi accanto alle baracche disse a sè stesso e decise: bisogna che tutti vedano in immagine quel che sto guardando (tutti: tedeschi, giornalisti, soldati e deputati americani) altrimenti verrà il giorno in cui l’impensabile diverrà un’opinione.

Anche questa decisione ha voluto rammentare Obama, e anche in questo caso le tre tappe del suo viaggio si incrociano e quasi si fondono. Non si inizia una nuova relazione tra Islam e Occidente negando quel che è accaduto durante il nazismo. Non ci si mette a fabbricare un dopoguerra «raccontando menzogne sulla nostra storia». Obama sarà intransigente con lo Stato israeliano, giovedì ha definito «intollerabile» la vita dei palestinesi che vivono in terre di occupazione e ha chiesto al governo di Gerusalemme di smettere subito gli insediamenti, ma tutto questo ha senso se si riconosce quel che gli ebrei hanno sofferto e come avvenne la distruzione dell’ebraismo in Europa. Se si tocca con mano la verità storica come lui ha fatto ieri con Angela Merkel. A Buchenwald, è una guerra giusta che il Presidente Usa ricorda: l'ultima, forse, che gli americani considerino unanimemente tale. Tutti i conflitti successivi - Corea, Vietnam, Iraq - furono contestati.

Obama ha una propensione, forte, a connettere storie e tempi disparati; a creare mosaici molto ramificati, cosmopoliti. Anche la scelta di Buchenwald e di Dresda è colma di significati. Buchenwald fu innanzitutto massacro del diverso. Elie Wiesel, che ha accompagnato il Presidente assieme a un altro ex detenuto di Buchenwald, Bertrand Herz, ha usato ieri un’immagine tremenda: «Il primo esperimento di globalizzazione è stato fatto a Buchenwald, con il solo scopo di diminuire l’umanità degli esseri umani». Ma il luogo dove Hitler decretò la «distruzione attraverso il lavoro» fu anche qualcos’altro: fu simbolo della resistenza, perché i detenuti alla fine si organizzarono e presero il controllo del Lager. Quando i comandanti del campo si resero conto che le truppe Usa si stavano avvicinando, tentarono un’evacuazione dei detenuti (le «marce della morte») e i prigionieri salvarono centinaia di bambini e detenuti nascondendoli. Poi contattarono via radio i militari statunitensi e facilitarono il loro arrivo, l’11 aprile 1945.

Anche la visita di Dresda è significativa: è un esempio luminoso della politica della memoria in Germania, proprio perché evoca la vendetta atroce che si abbatté su di essa (Dresda subì un bombardamento alleato che fece 35 mila morti). Buchenwald simboleggia infine l’altro totalitarismo del ’900: il campo infatti non fu chiuso nel ’45, trovandosi prima in zona sovietica e poi in Germania comunista. Restò aperto fino al 1950: i morti per sevizie furono 7 mila.

Ricominciare la storia è ricordare dove può condurre l’odio dell’altro, e sapere che sempre può riaccendersi trasformandosi: oggi prende le forme, ha detto Obama, «del razzismo, dell’antisemitismo, dell’omofobia, della xenofobia, del sessismo».

Le parole sono importanti per Obama, il suo viaggio in Medio Oriente ed Europa lo dimostra. E proprio perché sono importanti, non si può stravolgerle con bugie e revisionismi. A Ahmadinejad il Presidente ha offerto giovedì il dialogo, giungendo fino a confessare il coinvolgimento americano nella liquidazione violenta di Mohammed Mossadeq (il primo ministro entrato in conflitto con lo Scià negli Anni 50: «Gli Usa svolsero un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano eletto democraticamente», ha ammesso al Cairo), ma gli ha anche detto: ecco, prima di qualsiasi dialogo è a Buchenwald che devi mentalmente venire, sono queste pietre che devi toccare come le sto toccando io. Altrimenti ogni parola è infangata, e il dono della lingua dato agli umani è insensato. Altrimenti succede come ai nazisti, che fabbricarono un mostro presso Weimar, la città di Goethe e Schiller, e sul cancello del Lager scrissero, a grandi lettere, A OGNUNO IL SUO - JEDEM DAS SEINE, mostrando come uno dei più nobili precetti del diritto romano possa pervertirsi e divenire il più cinico e mortifero segno di odio.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Incapaci di pensare europeo
Inserito da: Admin - Giugno 07, 2009, 11:58:56 am
7/6/2009
 
Incapaci di pensare europeo
 
BARBARA SPINELLI
 
Possiamo già prevedere le parole che verranno dette, in molte capitali del continente, subito dopo le elezioni europee: è mancato, ancora una volta, quel che viene chiamato spirito o comune sentire europeo. In ogni Stato si vota su temi nazionali, ogni elettore tende a giudicare il proprio governo o la propria opposizione, non quello che le istituzioni europee hanno fatto o faranno. Alcuni vedranno confermata una loro persistente convinzione: non esiste un popolo - un demos - dell’Unione. L’Europa intesa come comune governo, affiancato ai governi nazionali, è un’utopia nata nell’ultima guerra che ha fatto naufragio anche se gli elementi statuali dell’edificio comunitario sono ormai inconfutabili.

Tutti questi ragionamenti hanno un difetto. La realtà, continuano a vederla attraverso l’unica lente che conoscono: quella dello Stato-nazione. Ogni giorno i fatti dimostrano che la lente è inadatta, senza tuttavia intaccare la monotona routine. È come se nella pittura fossimo rimasti alle figure bidimensionali, ricusando la prospettiva di Piero della Francesca. La vecchia lente garantisce all’osservatore comodità, sforzo minimo, potere: perché abbandonarla?

Eppure i fatti sono chiari: più della metà delle decisioni che determinano la nostra vita quotidiana non sono più prese nello spazio nazionale, ma in quello europeo; e l’Europa è imprescindibile non solo dove c’è stato trasferimento di sovranità (moneta, commercio, frontiere) ma anche in materie gelosamente custodite dagli Stati come clima, energia, immigrazione, politica estera. Infine non è vero che lo Stato, per funzionare, deve avere prima una nazione, un demos. Antonio Padoa-Schioppa, studioso di diritto europeo, ha ricordato, il 7 maggio a un convegno della Regione Lombardia, che solo nella mente dei giuristi ottocenteschi lo Stato coincide esclusivamente con la nazione: «L’analisi storica mostra che in Paesi come Francia, Inghilterra, Spagna l’identità nazionale si è formata dopo la nascita degli Stati, non prima».

Detto questo, è innegabile che lo spirito europeo sia oggi in declino: lo certifica l’astensionismo elettorale, in aumento dalla prima elezione diretta del Parlamento di Strasburgo nel 1979. Allora era il 63% a votare, oggi non più del 30-40. Particolarmente bassa è la partecipazione degli europei dell’Est, entrati da poco nell’Unione. Il fatto è che anche dove c’è spirito europeo, esso non produce affluenza alle urne né demos. Avviene anzi il contrario, e in questo il comportamento dell’Est è emblematico. Lo spirito europeo, qui, è vivo. Risale ai tempi totalitari, quando il Centro Europa, come disse nel 1983 Milan Kundera, fu «sequestrato a Est» malgrado il suo cuore e la sua storia fossero a Ovest. I cittadini bulgari, scrive il giornalista Ivo Indjev, sono tra i più europeisti nell’Unione. Tuttavia pare si asterranno in massa. Così in altre zone o ambienti dove lo spirito europeo, pur radicato, non si traduce in impegno elettorale pratico.

Lo spirito dunque non basta. Il sentire europeo può essere intenso, ma non implica, automaticamente, pensare europeo. Pensare è un’altra cosa, come spiega bene il Programma per l’Europa Politica elaborato dall’associazione Impresa Domani (Idom): un’autentica politica europea non nascerà «dalla sommatoria di debolezze nazionali», ma dovrà essere «il frutto del pensare europeo». E pensare non significa esser sensibili, ma «porsi immediatamente l’obiettivo del passaggio dei poteri a quelle istituzioni dove soltanto può formarsi un pensiero politico europeo». Non significa neppure «avere un’idea del mondo, ma avere un programma per il governo del mondo». Altrimenti abbiamo il paradosso bulgaro: più ti senti europeo, meno agisci. Non è l’unico paradosso di queste elezioni. Egualmente pernicioso è il paradosso d’un Parlamento che ha sempre più poteri (può sfiduciare la Commissione, il suo parere è vincolante su molte leggi), e nonostante ciò l’astensione cresce. Anche qui c’è discrepanza: più potere, meno pensiero.

I poveri cittadini non sono responsabili in prima linea di questi paradossi. Quando possono, reclamano un’Europa potenza. Sono responsabili gli Stati, le amministrazioni, i partiti, i giornali. Sono loro a monopolizzare l’informazione europea, a farsi impigrire dalle vecchie lenti. Negli Stati la politica è mutata radicalmente: le battaglie sono personalizzate, i partiti selezionano ormai grandi oratori, grandi caratteri. Solo le istituzioni europee rimangono immobili. Se avessero innovato, oggi voteremmo anche in Europa forti personalità, censurando i malgoverni. Ogni schieramento avrebbe un candidato alla presidenza della Commissione, e i partiti si organizzerebbero come partiti europei giudicando la scorsa legislatura. Non mancano d’altronde eccellenti candidati in pectore. Chi denuncia l’ignavia o l’opportunismo del presidente della Commissione Barroso, ad esempio, avrebbe potuto schierare europeisti come Guy Verhofstadt ex premier belga, o Pascal Lamy direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio. Una vasta coalizione impedisce tali progressi, e di essa fanno parte Stati e giornali, partiti di sinistra e di destra. Scrive ancora l’Idom: «Essere un partito europeo è avere un programma sull’Europa, un’organizzazione su base sovrannazionale, e proporre propri candidati per le istituzioni dell’Unione».

I veri utopisti sono coloro che s’illudono, credendo che lo Stato resti sovrano assoluto come immaginava nel secolo scorso Carl Schmitt. Parafrasando Keynes, «sono generalmente schiavi di qualche giurista o politologo defunto». Si definiscono realisti, ma sono abitudinari e senza inventiva. I fatti non li smuovono, staccarsi dalla routine li strema. Tra sentire e pensare usano dare il primato non al pensiero difficile ma al consolatorio, inerte sentimentalismo.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se Marx seduce la destra
Inserito da: Admin - Giugno 14, 2009, 12:24:16 pm
14/6/2009
 
Se Marx seduce la destra
 
Barbara Spinelli

Anche le destre - forse soprattutto le destre - guardano d’un tratto a Karl Marx in altro modo: l’odierna crisi economica somiglia non poco al «continuo stravolgimento dei rapporti consolidati», alla «continua evaporazione di quel che è solido», descritti dal filosofo nel 1848. Il padre del comunismo fantasticò il riscatto di una sola classe, e fu funesto, ma la descrizione era realista, tutt’altro che fantasiosa. È vero che la borghesia tende a rispondere alle crisi «provocando crisi sempre più generalizzate, più distruttive, e riducendo i mezzi necessari a prevenirle». È vero che «la moderna società borghese è come l’apprendista stregone, incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate». È vero che essa «ha spietatamente strappato tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia piccolo-borghese. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli». È vero infine che il capitalismo sormonta spesso i mali coi veleni che li scatenano: tra essi, «l’epidemia della sovrapproduzione». Il Capitale è di moda da qualche tempo.

A prima vista può apparire stupefacente quel che è accaduto alle elezioni europee. Marx e Keynes tornano in auge, ma per le sinistre socialiste o radicali è catastrofe: sono crollate in 16 paesi su 27, con punte massime in Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna. Al momento sono come istupidite, e non sapendo spiegare a se stesse il disastro si rifugiano nella denegazione. Il capo dei socialdemocratici tedeschi Müntefering fa finta di nulla e giudica assurdo l’esito, «visto che abbiamo spiegato così bene l’Europa sociale». I compagni francesi balbettano. Franceschini, in Italia, emette il verdetto, consolatorio e falso: «Abbiamo perso perché il vento della destra soffia così forte in Europa».

In realtà non ha vinto un vento di destra ma un vento ben contraddittorio: il vento di una destra pragmatica, spregiudicata, non più ideologica, che pur di mantenere il potere agguanta ogni utensile a disposizione. Soprattutto gli utensili della socialdemocrazia: lo Stato che protegge i deboli, e se necessario governa estesamente l’economia. Quel che la destra ha fatto in pochi mesi è impressionante: è stata lei a chiudere l’era Thatcher, sorpassando una sinistra paralizzata dai complessi di colpa, allergica a una conflittualità di cui si vergogna, ammaliata per 13 anni dal Nuovo Labour di Blair e dal suo mimetismo thatcheriano. Senza patemi la destra europea ha smesso l’antistatalismo, la lotta alla spesa pubblica, il dogma delle privatizzazioni. Con sotterfugi linguistici esalta perfino il Welfare: dice «stabilizzatori automatici» per non dire Stato Provvidenza. Uomini come Tremonti scoprono l’anticapitalismo, chiamandolo anti-mercatismo. Qualche tempo fa, in una manifestazione della sinistra estrema a Parigi, ho incontrato un militante che mi ha detto: «Beati voi che avete Tremonti!».

Niente vento di destra dunque, ma un’usurpazione più o meno cinica di idee socialdemocratiche e anche marxiste che devasta le sinistre classiche. Se in Europa si riapre la questione sociale saranno Sarkozy, Tremonti, Angela Merkel a gestirla, nazionalizzando o stampando moneta. Essenziale è traversare il torrente con ogni mezzo, e sperare che si torni allo status quo ante senza mutare il modo di sviluppo produttivistico. Marx e Keynes sono usati non per cambiare modello, ma per perpetuarlo con l’ambulanza del Welfare. È un modello che socialisti e sindacati condividono, quando accusano la destra di ultraliberismo o si limitano a chiedere aumenti salariali e tutela dei posti fissi. Per questo sono oggi ombre di se stessi.

Le elezioni europee non dicono tuttavia solo questo. Le sinistre defraudate sono aggrappate allo status quo ma nuove forze emergono, che pensano la crisi con sguardo più profondo e lungo. Che seguono con estrema attenzione Obama e presentono, in quel che annuncia, la possibilità di una trasformazione, di un ricominciamento. È il caso dei Verdi in Francia, Germania, Inghilterra, Svezia, Belgio, Grecia, Finlandia. È il caso dei liberali-legalitari di Di Pietro, e perfino di forze inedite come i Pirati in Svezia. Quattro consapevolezze accomunano questi gruppi. Primo, la crisi presente è tettonica, e non si esaurisce nella questione sociale. Secondo: il capitalismo di Stato che ovunque risorge accresce i poteri dello Stato censore sulle libertà cittadine. Terzo: la corruzione che ha accompagnato la crisi può perdurare, perché le urgenze governative sono altre. Quarto: il ricominciamento dovrà accadere in Europa, non negli Stati-nazione.

Daniel Cohn-Bendit è precursore in questo campo, e il suo successo è significativo. La questione sociale non è negata, ma egli la vede in connessione stretta con il clima: dunque con una crescita alternativa, e come ha detto Obama al vertice dei G-20, con un «mercato dei consumi meno vorace». A suo avviso sia la destra che la sinistra difendono lo status quo: la crescita dei consumi e di vecchie produzioni, la lotta sul clima rinviata al dopo-crisi, come nei desideri di governanti e imprenditori italiani. «È come se le sinistre avessero nel computer un software inadatto», dice: un «software produttivistico» sorpassato e nocivo. Il carisma del leader verde non è senza legami con quello di Di Pietro, De Magistris, Arlacchi. Anche i francesi di Europa-Ecologia hanno schierato giudici: Eva Joly, numero due nella lista, ha indagato sulla corruzione dei potenti (incriminando il faccendiere Tapie o - nell’affare Elf - l’ex ministro degli Esteri Roland Dumas) ed è esperta in delinquenza finanziaria internazionale. Anche lei è cittadina d’Europa: come Cohn-Bendit è franco-tedesco, lei è franco-norvegese.

Infine c’è il Partito dei Pirati: una formazione che ha raccolto il 7 per cento ed è il terzo partito svedese per numero di iscritti. La sua battaglia per il libero e completo accesso a internet è emblematico segno dei tempi: con il dissesto dei giornali e l’estendersi del capitalismo di Stato, si è visto negli ultimi giorni quanto sia prezioso lo spazio internet e dei blog. È prezioso in Francia, dove la Corte costituzionale ha appena invalidato una legge che vieta lo scaricamento di programmi, affermando che solo il giudice può emettere sanzioni e non l’autorità amministrativa. È prezioso in Italia, dove la libertà internet è minacciata dalla nuova legge sulle intercettazioni: lo spiega molto bene Giuseppe Giulietti sul quotidiano online per la libertà d’espressione (Articolo21.info).

L’impotenza dello Stato-nazione accelera le cose. Sono cresciuti i partiti concentrati sull’Europa, per respingerla o approvarla. I Verdi sono i soli, nel voto di giugno, ad aver appreso la dimensione sovranazionale delle politiche europee. Cohn-Bendit è l’unico ad aver parlato in nome d’un partito non nazionale: il che vuol dire che non siamo giunti, con la crisi delle sinistre tradizionali e del modello produttivistico, alla fine del progetto europeo pensato dai fondatori. Sono sfibrate le forze dimentiche dell’Europa, non quelle che investono su essa e reinventano. L’analisi di Cohn-Bendit è giusta: «Una forza politica moderna deve avere oggi dimensioni europee. E la crisi della socialdemocrazia la si risolverà solo formulando, contro le alternative nazionali, alternative europee. È qui che il socialismo ha fallito: aveva davanti a sé un boulevard in Europa, e ha dato risposte solo sul piano nazionale».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La politica dell'intimità
Inserito da: Admin - Giugno 23, 2009, 02:32:24 pm
23/6/2009
 
La politica dell'intimità
 

BARBARA SPINELLI
 
Non son pochi, in Italia, gli esasperati di quel che sta avvenendo nel Paese: fuori casa l’attenzione delle democrazie si concentra sulla crisi economica, sui meno protetti che ne patiranno, su governi che per decenni hanno omesso di vigilare, sui rapporti di forza che mutano nel mondo, mentre da noi i giornali si riempiono di storie laide che hanno il premier come protagonista e i suoi patemi, i suoi impulsi, le sue libertine sregolatezze come trama. Si vorrebbe parlare d’altro, ma quest’altro è introvabile.

L’altro è il bene pubblico, è lo spazio dove il cittadino scopre il mondo esterno e vi si adatta, ma precisamente questo spazio si è liquefatto. Il casalingo soverchia ogni cosa, il privato inghiotte il pubblico, perfino il tempo è deformato. Si vorrebbe avere un’idea del nostro oggi, si vorrebbe pensare il domani, ma un solo presente e un solo futuro occupano la scena: il presente e il futuro del leader, il destino della sua personalità, della sua dimora privata, delle sue donne, del suo corpo, delle sue emozioni. È come se vivessimo in pantofole, senza mai infilare le scarpe per uscire all’aperto. Il leader politico è il primo a vivere nel chiuso, dando l’esempio: quel che conta è la sua vestaglia, la sua toilette, la sua camera da letto. È da quasi un ventennio che l’Italia è ammaliata da questo modello casalingo, edificato sulla negazione dello spazio pubblico e delle sue istituzioni. Chi ha forgiato tale modello è irritato, perché il golem che ha fabbricato si scaglia ora contro di lui: rivelando com’è avvenuta la messa a morte della cultura pubblica, denunciando un regime che ha strappato la tenda divisoria tra privato e pubblico.

Questa tenda, non sono i giornali che l’hanno strappata ma il presidente del Consiglio. Il mondo che per decenni ha voluto, trasformato in show, è un mondo dove scompare il corpo durevole della regalità - il corpo mistico che secondo Kantorowicz incarna le istituzioni che non muoiono - e non resta che il corpo del re deperibile, sublimato in un presente eterno. Nasce il tal modo la politica del corpo, il fotoromanzo che eroicizza il capo: Marco Belpoliti ha scritto su questo un libro importante, Il corpo del Capo (Guanda 2009). I giornali non possono ignorare la forma che il potere ha assunto in Italia, perché la forma s’è fatta sostanza. Se l’attore premia sull’azione, se la personalità è tutto, la sostanza della politica cambia. Berlusconi agisce, ma le emozioni messe in scena occultano l’agire oppure lo simulano se non c’è. Il consenso stesso non si forma attorno alle politiche, ma alla personalità. Tanto più essenziale è indagare la forma di simile dominio, svelandone le non più segrete pornografie.

È un potere che, mettendo il privato in cima a tutto, punta a saccheggiare e abolire la cultura pubblica. La strategia è moderna, se non rivoluzionaria. Più volte, negli ultimi due secoli, le avanguardie si sono ribellate alla separazione tra privato e pubblico, tra personalità e azione, in nome dell’anticonformismo e dell’originalità. Il romanticismo esaltò la soggettività radicale, in polemica con il primato che la cultura classica dava all’opera. Nella seconda metà del ’900 il modernismo architettonico progetta quartieri residenziali senza più piazze dove s’incontra il diverso, e uffici open space dove le pareti divisorie diventano trasparenti. La tirannide dell’intimità descritta da Richard Sennett nel 1974 comincia così: con la politica personalizzata, con la comunità casalinga o clanica opposta alla società, alla res publica. L’intimità è tirannica perché i muri trasparenti separano anziché unire: per sfuggire allo sguardo che ti spia, non resta che il silenzio. Nell’open space «siamo tutti visibili e isolati» (Sennett, Il declino dell’uomo pubblico, Bruno Mondadori 2006). Di questa cultura Berlusconi è artefice, utilizzatore finale, e infine vittima.

Si potrebbe anche parlare d’altro: di cose serie. Ma è difficile, quando il governo che oggi invoca la sacralità del bene pubblico è guidato da chi ha fatto saltare ogni barriera tra pubblico e privato. Berlusconi vorrebbe ora riagguantare il corpo mistico del re, ma non può farlo senza ricorrere al vocabolario con cui l’ha distrutto. Non può parlare di crisi economica, visto che s’ostina a annegarla nell’esaltazione ottimistica del carattere e a rifiutare ogni cifra veritiera. Nelle Considerazioni finali all’assemblea della Banca d’Italia, Mario Draghi aveva parlato di 1,6 milioni di lavoratori che perdendo il lavoro resterebbero senza sostegno. Berlusconi ha replicato: «I dati sono falsi». Difficile parlare della sostanza, quando essa è nulla e l’illusionista tutto.

Quando scoppiano le crisi la tirannide dell’intimità vacilla, è inevitabile. È a questo punto che il leader torna al carisma che lo portò inizialmente al potere. Fu una sua forza, negli Anni 90, sedurre con lo spettacolo della personalità e lo svuotamento dello spazio pubblico: il suo carisma è sempre quello e non smette di apparire anticonformista, a molti. È il carisma del politico deciso a mimetizzarsi con il piccolo uomo che si fa da solo una carriera, che fatica a esser cittadino; che si sente minacciato da poteri forti, impersonali. Sennett dice che il leader carismatico di questo tipo, modernamente svincolato dalla religione, diventa un «impresario del risentimento» e dell’invidia sociale. La lettera che Deborah Bergamini - ex segretaria di Berlusconi, ex dirigente Rai, oggi deputata Pdl - ha scritto il 18 giugno sul Corriere della Sera è significativa. Il leader del Pdl è eguagliato a Catilina: un aureo parvenu, un piccolo uomo che sogna di esser grande ed è umiliato da magistrati e establishment: «Gli optimates che armarono le azioni di Cicerone erano i rappresentanti di una classe senatoriale gelosa custode di privilegi politici ed economici; gli optimates che violentano le regole di oggi sono potentati senza patria, politici mediocri e polverosi intellettuali. Il potere non accetta gli imprevisti e spesso i grandi riformatori si presentano all’appuntamento senza bussare. Questo li rende inaccettabili».

La politica del corpo è essenziale per i moderni Catilina, perché consente di rovesciare la favola di Andersen. Non è l’imperatore a trovarsi nudo, ma il cittadino che a forza di imitarlo perde il senso della società ed è gettato nella solitudine. Scrive Belpoliti: «Siamo noi ad apparire nudi, non l’imperatore \, il re è nudo, ma ci convince che siamo noi a non avere i vestiti. Un capolavoro di rovesciamento dello sguardo. Questo è il glamour».

In realtà Berlusconi è stato sempre l’imperatore nudo. Sulla nudità ha costruito la propria ascesa. È in continuo strip-tease psicologico, come scrive Sennett dell’uomo pubblico in declino. Il problema non è più lui, né il suo show: anche se imbalsamato nel presente, lo spettacolo per sua natura finisce. Il problema siamo noi, cittadini spogliati di cittadinanza. È la destra, che dovrà uscire un giorno dall’ubriacatura di molti anni. Le soubrette, le escort che ottengono seggi parlamentari o dicasteri. Un ministro, Michela Brambilla, che fa il saluto romano e resta ministro. La corruzione impunita. Tutto questo è forma che imprigiona l’Italia e che incide sulla sostanza. Il consenso basato sul risentimento e sulla preminenza del privato è uno dei più formidabili ostacoli alle riforme. Lo spazio pubblico cancellato rinvia l’ora delle responsabilità nell’animo dei cittadini. Un ricominciamento è necessario, a sinistra ma soprattutto a destra visto che è quest’ultima ad avere la maggioranza. Fini dice: «È a rischio la fiducia dei cittadini nelle istituzioni». In realtà non è a rischio. La sfiducia c’è già, il capo della destra non ha mai cessato di nutrirla e ancora se ne nutre.

 
da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'Apocalisse maschera del potere
Inserito da: Admin - Giugno 28, 2009, 05:17:20 pm
28/6/2009
 
L'Apocalisse maschera del potere
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Ci sono abitudini simili a bende sugli occhi, che impediscono di vedere. O simili a guinzagli, che accorciano il pensiero annodandolo al conformismo. Il nostro sguardo sull’Iran è prigioniero di queste bende e questi guinzagli, fin dai tempi dello Scià e poi anche dopo la rivoluzione di Khomeini. L’Iran lo identifichiamo ormai da trent’anni con il turbante, con il Corano, con la violenza in nome di Dio, con la religione che s’intreccia alla politica e l’inghiotte. Quando i suoi dirigenti si ergono contro il mondo esterno o contro il proprio popolo, subito tendiamo a scorgere la mano e la mente d’un clero retrogrado. Il suo establishment usiamo chiamarlo religioso, nell’élite sacerdotale ci ostiniamo a non vedere altro che integralismo.

È dagli Anni 50 che le amministrazioni americane sbagliano politica in Persia, suscitando sistematicamente le soluzioni peggiori e trascinando negli errori anche l’Europa. Tanto più urgente è congedarsi da bende e guinzagli, e cominciare a guardare quel che veramente sta succedendo in Iran.

Da quando si sono svolte le elezioni, il 12 giugno, sui tetti delle case si aggirano giovani assetati di libertà che gridano nella notte «Allah Akbar», Dio è grande, aggiungendo immediatamente dopo: «A morte il dittatore», proprio come nel 1979. Sono cittadini che di giorno hanno sfilato per strada contro i brogli elettorali: che hanno smesso la paura, e rischiano la vita parlando con frequenza di sacrificio di sé. Anche Mir Hossein Mousavi, il loro leader, annuncia che resisterà «fino al martirio».

A Qom, che è una delle città sacre dell’Islam sciita ­ di qui partì la rivoluzione khomeinista ­ vive una classe sacerdotale che nella stragrande maggioranza avversa il presidente. Non più di tre, quattro ayatollah lo sostengono, anche se i loro uomini occupano i principali centri di potere (Pasdaran, servizi, giustizia). I massimi teologi del Seminario di Qom hanno scritto una lettera aperta, dopo il voto, in cui dichiarano i risultati «nulli e non avvenuti». Viene da Qom ed è figlio di un ayatollah il presidente del Parlamento Larjiani, ostile a Ahmadinejad. Si è rinchiuso a Qom il numero due dello Stato, l’ayatollah Rafsanjani, per verificare se sia possibile mettere in piedi una maggioranza di religiosi, nel Consiglio degli esperti che presiede, capace di destabilizzare e forse spodestare la Guida suprema, l’ayatollah Khamenei che ancora difende la legittimità di Ahmadinejad.

Il Consiglio degli esperti nomina la Guida suprema a vita, ma può destituirla se essa non mostra saggezza. Sembra che Rafsanjani abbia già convinto 40 capi religiosi, sugli 86 che compongono il Consiglio. Nella città religiosa di Mashhad, molti sacerdoti musulmani hanno partecipato alle manifestazioni contro il regime. Non trascurabile è infine il simbolo della resistenza: verde è il colore dell’Islam. Questo significa che non siamo di fronte a una sollevazione contro lo Stato religioso. Per il momento, siamo di fronte a un’insurrezione fatta in nome dell’Islam contro un gruppo dirigente considerato blasfemo e nemico del clero.

Ahmadinejad ha questo vizio blasfemo, agli occhi della maggioranza dei sacerdoti tradizionali e di grandissima parte della popolazione. In lui non si percepisce un leader integralista, ma un dittatore che ha motivazioni tutt’altro che religiose. Il suo potere è innanzitutto militare, e nel frattempo è anche divenuto economico. Le sue parole d’ordine sono improntate a un nazionalismo radicale, estraneo alla spiritualità. Il corrispondente della Frankfurter Allgemeine, Rainer Hermann, è un fine conoscitore del paese e parla di «svolta pakistana»: sotto la presidenza Ahmadinejad, negli ultimi quattro anni, avrebbe preso il potere un’élite che nella sostanza è laica, e che usa la religione non solo per abbattere ogni forma di democrazia ma per distruggere il clero tradizionale. L’uso della religione è sin da principio politico, in Ahmadinejad.

Fedele alle dottrine apocalittiche dell’ayatollah Mesbah Yazdi, il presidente si dice convinto che l’era dell’ultimo Imam ­ il dodicesimo Imam messianico, il Mahdi occultato da Dio per oltre 1100 anni ­ stia per riaprirsi, con il ritorno del Mahdi. Tutte le apocalissi, anche quelle ebraiche e cristiane, sono rivelazioni che presuppongono tempi torbidi, in cui il male s’intensifica. Anche per la scuola Hakkani, che Yazdi dirige e cui appartengono gli Hezbollah iraniani, il male va massimizzato per produrre il Bene finale. L’ayatollah ha insegnato a Ahmadinejad l’uso del messianesimo a fini politici, non teologici. I politici messianici in genere parlano di Apocalisse non perché credono nella Rivelazione, ma perché nell’Apocalisse il dialogo con Dio è diretto (nell’Apocalisse di Giovanni scompaiono i templi) e il capopopolo non ha più bisogno del clero come intermediario. L’apocalisse serve a escludere il clero dalla politica e forse anche la religione.

Il segno più evidente della svolta laico-pakistana di Ahmadinejad è la militarizzazione del regime. I guardiani della rivoluzione, i Pasdaran, dipendono da lui oltre che da Khamenei. E i picchiatori delle milizie Basiji non sono nati nel fervore religioso ma nel fervore della guerra di otto anni tra Iran e Iraq. I Basiji erano i bambini o i giovanissimi che in quella terribile guerra, tra il 1980 e il 1988, venivano gettati, inermi, nei campi minati dal nemico: perirono in migliaia. Secondo alcuni storici (tra cui lo specialista Hussein Hassan) Ahmadinejad fu il giovane istruttore di quei martiri forzati. Il suo disegno: rompere il singolare equilibrio di poteri tra sovranità popolare-democratica, sovranità religiosa e sovranità militarizzata che caratterizza l’Iran. Un equilibrio ripetutamente violato ma che rispecchia la storia del paese, sempre oscillante fra il costituzionalismo democratico affermatosi nel 1906 e la brama mai spenta di Stato assoluto. Il potere di Ahmadinejad e dei Guardiani è ormai più forte ­ anche presso i più poveri del paese ­ di quello dei Mullah, i sacerdoti che fecero la rivoluzione.

Quel che è avvenuto sotto Ahmadinejad è una sorta di colpo di Stato modernista, che ha intronizzato l’élite formatasi nella guerra contro l’Iraq. È il potere di quest’élite che Ahmadinejad protegge, e esso non coincide con il potere religioso. Tra molti esempi si può citare la decisione di togliere al clero la gestione dei pellegrinaggi e di affidarla al ministero del Turismo: una misura che ha profondamente umiliato i religiosi. L’apocalisse è strumento di lotta molto terreno: nella conferenza stampa dopo le elezioni, Ahmadinejad ha ripetuto la formula d’obbligo che impone di parlare «in nome di Allah il Misericordioso», ma subito dopo ha rotto la tradizione invocando il dodicesimo Imam. Le milizie Basiji da qualche tempo si son tagliate la barba: è un altro segno di ribellione ai Mullah. Nella campagna elettorale, Mousavi si è presentato con il verde dell’Islam e del movimento riformatore. Ahmadinejad con la bandiera nazionale.

È dunque il nazionalismo militarizzato, il regime che oggi vacilla e sta riducendo al silenzio i riformatori. È il nazionalismo che si è abbarbicato all’atomica, e fatica a negoziare su di essa. Ma l’atomica è al tempo stesso la risposta dell’Iran intero ai tanti errori di valutazione dell’Occidente e alla cecità delle amministrazioni Usa, che mai hanno capito le riforme di cui questo paese aveva bisogno (non lo capirono con il Premier Mossadeq, che spodestarono nel 1953 per tutelare lo Scià e le vie del petrolio; non lo capirono quando minacciarono Teheran nonostante al governo ci fossero riformatori come Rafsanjani o Khatami). La sfida atomica iraniana non verrà meno, il giorno in cui vincessero i riformatori. Ma almeno non sarà al servizio del più tremendo dei nazionalismi: quello che sceglie come maschera l’Apocalisse.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - E ancora fuggiamo dalla Grande Madre
Inserito da: Admin - Luglio 05, 2009, 05:58:53 pm
5/7/2009
 
E ancora fuggiamo dalla Grande Madre
 
BARBARA SPINELLI
 

La fuga dall’Africa ha inizio centomila anni fa, quando un primo drappello di uomini varca l’istmo di Suez e si spande nel mondo. Lo storico John Reader sostiene che non erano più di cinquanta, su un milione di uomini. L’homo sapiens aveva mosso i primi passi nel continente nero, e per evolvere aveva avuto bisogno di quel clima impervio, scottante, dove insetti, parassiti, batteri minacciavano l’uomo dopo averlo addestrato al peggio. Per i primi fuggitivi il nomadismo non era la soluzione. Quel che il filosofo Deleuze dirà nel Novecento - «Nulla è più immobile di un nomade» - era per loro tragica evidenza. Il clima di umidità e batteri era stato fonte ieri di vita, oggi di morte. Per questo il drappello preferì l’esodo al nomadismo. L’aumento straordinario della demografia comincia allora, ma fuori dall’Africa: i fuggitivi si riproducono, gli antenati dell’uomo stagnano.

In realtà fuggiamo tuttora dall’Africa: per istinto ci rifiutiamo di vederla, conoscerla. La grande madre dell’umanità attira e respinge, il matricidio è incessante. Il continente ha una sua storia, sue tradizioni, ma chi lo fugge continua a trattarlo come uno specchio, in cui non vede che se stesso. Anche oggi è così. L’Africa è l’unico continente che ha bisogno della globalizzazione come del pane, che da oltre un decennio ha preso a crescere e a cercare forme di governo meno caotiche, e tuttavia insistiamo a guardarla con le lenti della storia europea. È il dizionario dei nostri luoghi comuni: la maggior parte delle sue caratteristiche sono invenzioni dell’Europa che dal XV secolo l’ha colonizzata. Un tempo breve, se paragonato alla storia dell’uomo eretto iniziata in quelle terre 3,5 milioni di anni fa. Un tempo brevissimo, se contempliamo il periodo in cui gli europei si spartirono l’Africa sbranandola: appena vent’anni, alla fine dell’800. Ma sono vent’anni decisivi; le prigioni mentali europee e africane si formano in quell’era di conquista-spartizione. La chiamarono Scramble for Africa: e in effetti fu una corsa ai primi posti, una «sgomitata» che travolse e mutò popoli. L’Africa divenne un’invenzione europea. Nel frattempo sappiamo che tra le invenzioni spicca il tribalismo. Certo i clan sono essenziali in Africa, ma contrariamente a quel che si pensa non esiste una congenita vocazione a dividersi in tribù impermeabili, identitarie. Gli europei idolatravano lo Stato-nazione assolutamente sovrano e in Africa cercarono qualcosa di equivalente, non trovando regni monolitici ma fragili staterelli. L’equivalente dello Stato ottocentesco (coscienza identitaria esasperata, chiusura al diverso) erano le tribù, che la Corsa all’Africa ossificò. Fu la monarchia belga a lacerare il Ruanda in tribù hutu e tutsi, attizzando un odio che sfocerà nel genocidio del 1994. Furono gli inglesi a esaltare le diversità fra etnie Shona e Ndbele, per meglio dominare lo Zimbabwe (Rhodesia). Il ritorno al tribalismo, di cui il continente nero è accusato, è ritorno all’invenzione europea dell’Africa. È un’invenzione dell’Ottocento, questo secolo europeo non meno terribile del Novecento. Gli esseri umani trattati come cose, la crudeltà sadica, i genocidi: la prova generale viene fatta nello Scramble for Africa. Sono orrori di cui si parla meno perché avvenuti lì. L’Africa è la palestra dove l’occidentale ha collaudato e anticipato gli stermini, i campi di concentramento. La Germania imperiale collauda il genocidio nell’Africa tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia), annientando gli indigeni Herero e Nama fra il 1904 e il 1907. Tre quarti degli Herero e metà dei Nama perirono nei Lager o nei deserti, dove il generale Lothar von Trotha li scacciò avendo avvelenato, prima, tutti i pozzi. L’ordine di liquidazione (Vernichtungsbefehl) è emanato da Trotha nel 1904. Poi vi furono i massacri e i campi nel Regno del Congo, per volontà di Leopoldo II del Belgio, re dell’orrore. Nel 1906, gli inglesi ordinano l’«annientamento» di un villaggio contadino ribellatosi in Nigeria (2000 uomini, donne, bambini uccisi). Nel costruire l’immensa ferrovia dall’Atlantico a Brazzaville nel Congo, i francesi provocano la morte di 17.000 forzati neri.

Non sono solo gli Occidentali a fuggire l’Africa, per vergogna di sé o indifferenza. Anche l’Africa fatica a liberarsi dagli stereotipi che la definiscono, a ritrovare se stessa, a vedersi protagonista responsabile e non solo vittima, a darsi una storia. L’invenzione europea del tribalismo, l’ha interiorizzata come fosse sua. Il sogno di creare Stati accentrati, coltivato negli anni dell’indipendenza, impedisce le cooperazioni transfrontaliere che scongiurerebbero tante guerre in apparenza civili, in realtà regionali. La storia della schiavitù è ricordata come inferno coloniale - e senz’altro lo fu: 13 milioni di africani furono trapiantati fra il XV e XIX secolo - non come una cultura servile sorta in Africa per far fronte alla scarsa natalità. Sono trascurate perfino le più originali invenzioni del continente: prime fra tutte le Commissioni per la verità e la giustizia in Sud Africa, che hanno inaugurato inedite, esemplari politiche della memoria.

Ma lo stereotipo più resistente è quello secondo cui l’Africa è senza storia, in fondo maledetta. Lo ha formulato Hegel all’inizio dell’800, nella Filosofia della Storia Universale: «L’Africa non è un continente storico, non ha movimento né sviluppo». Ancora nel 1963, in una conferenza a Oxford, lo storico Trevor-Roper ne ripete la stupida arroganza: «Forse in futuro ci sarà una storia africana. Ma al momento non ce n’è: esiste solo una storia degli europei in Africa. Il resto è tenebra, e la tenebra non è soggetto di storia». La storia dell’Africa esiste se comincia a vedere l’uomo dietro le tribù, ad aprirsi all’altro che non ci somiglia. Se occidentali e africani smettono l’idolo del vecchio Stato sovrano. L’aspirazione di tanti africani a forme politiche meno accentrate è un’emancipazione dall’immagine che noi ci facciano di loro, e che loro hanno finito col farsi di sé.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Chi rompe la tregua paga
Inserito da: Admin - Luglio 12, 2009, 04:45:13 pm
12/7/2009
 
Chi rompe la tregua paga
 
 
BARBARA SPINELLI
 
La tregua che è stata invocata nei giorni scorsi, per proteggere da aggressioni l’immagine dell’Italia durante il G8, introduce nella politica democratica un’esigenza di immobile quiete su cui vale la pena riflettere. Presa in prestito dal vocabolario guerresco, tregua significa sospensione delle operazioni belliche, concordata di volta in volta per stanchezza, timore del pericolo, subitanee emergenze. Fino alla rivoluzione francese, scrive Clausewitz, le guerre erano fatte soprattutto di pause: l’ozio assorbiva i nove decimi del tempo trascorso in armi.

Era «come se i lottatori stessero allacciati per ore senza fare alcun movimento». Le battaglie smettono quest’usanza quando si fa più possente il pensiero dello scopo per il quale si guerreggia, giacché solo tale pensiero può vincere la «pesantezza morale» del combattente. Ma la tregua non è solo «pesantezza, irresolutezza propria all’uomo». L’etimologia dice qualcos’altro: perché ci sia tregua efficace occorre che i lottatori siano leali, che la sospensione sia un patto, che non sia unilaterale. L’etimologia, germanica, rimanda all’inglese true-vero, e al tedesco treu-leale, fiducioso.

Verità, fiducia, lealtà, patto: sono gli ingredienti essenziali della tregua, specie quando dal teatro di guerra ci si sposta a quello di pace, e quando il concetto si applica alla selezione dei governanti migliori che avviene in democrazia. Un prorompente atto terrorista, una calamità naturale, possono comportare la sospensione della conflittualità propria alle democrazie.

Non per questo vengono sospese la ricerca di verità, la pubblicità data all’azione dei politici, il contrasto fra partiti, l’informazione indipendente. Altrimenti la tregua politica altro non è che continuazione della guerra con altri mezzi, e per essa vale quel che Samuel Johnson usava dire dei conflitti armati, nel 1758: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia». Se sostituiamo la parola tregua a guerra, vediamo che i rischi sono gli stessi.

Quando ha chiesto una tregua, il 29 giugno, il presidente Napolitano non pensava certo a questo sacrificio della verità. Ma il rischio è grande che i governanti l’intendano in tal modo: usando il Colle, rompendo unilateralmente la tregua come ha subito fatto Berlusconi aggredendo oppositori e giornali. Il conflitto maggioranza-opposizione, le inchieste giornalistiche o della magistratura sul capo del governo, sono automaticamente bollate come poco patriottiche, fedifraghe, addirittura eversive. Questo in nome di uno stato di emergenza trasformato in condizione cronica anziché occasionale, necessitante la sospensione di quel che dalla Grecia antica distingue la democrazia: la parresia, il libero esprimersi, la contestazione del potere e dell’opinione dominante, il domandare dialogico.

Significativa è l’allergia del potente alle domande, non solo quelle di Repubblica ma ogni sorta di quesiti: netto è stato il rifiuto di Berlusconi di permettere domande ai giornalisti, il primo giorno del G8. Sulla scia dell’11 settembre 2001 Bush reclamò simile tregua, che non migliorò la reputazione dell’America ma la devastò. Washington si gettò in una guerra sbagliata, in Iraq, senza che opinione pubblica e giornali muovessero un dito. La recente storia Usa dimostra che la democrazia guadagna ben poco dalle tregue politiche, quando i governi possono tutto e l’equilibrio dei poteri è violato. Il vantaggio delle tregue è la coesione nazionale: falsa tuttavia, se passiva. Lo svantaggio è la libertà immolata. Tanto più grave lo svantaggio, se l’emergenza è un mero vertice internazionale.

Ripensare la tregua e le sue condizioni può servire, perché la tendenza è forte, in chi governa, a prolungare emergenze e sospensioni della parresia, rendendole permanenti. Purtroppo la tendenza finisce con l’estendersi all’opposizione, alla stampa, e anche qui vale la descrizione di Clausewitz sul cessate il fuoco: che spesso interviene non perché la tregua sia necessaria, ma perché nell’uomo che rinvia decisioni c’è pavidità. Perché dilaga «l’imperfezione delle conoscenze, delle facoltà di giudizio». Perché, soprattutto, opposizione e giornali non hanno un «chiaro pensiero dello scopo» per cui si oppongono, analizzano, interrogano. Sono le occasioni in cui la tregua non è un patto di verità ma una variante dell’illusionismo e della menzogna.

Ma c’è una condizione supplementare, affinché la tregua si fondi su verità e fiducia. La condizione è che la memoria resti viva, e non solo il ricordo del passato ma la memoria del presente, meno facile di quel che sembri perché essa presuppone un legame tra i frammenti dell’oggi e aborre la fissazione su uno solo di essi: l’ultimo della serie. È la memoria di cui parla Primo Levi, quando descrive la tregua nei campi. Nel Lager, simbolo della condizione umana, esistono remissioni, «tregue». Ma esse sono chimere se non s’accompagnano alla memoria di quel che ineluttabilmente avverrà al risveglio, quando risuonerà il «comando dell’alba»: l’urlo in polacco - wstawac - che intima di alzarsi.

Meditare attorno all’idea di tregua è fecondo perché aiuta a capire come deve organizzarsi, in Italia e altrove, la parresia greca che i latini traducevano con libertas. Parresia è letteralmente parlare con libertà: un compito che politici e stampa condividono col medico, che non deve dire tutto alla rinfusa ma andare all’essenza e fare sintesi. Galeno, medico del primo secolo dopo Cristo, scriveva che «non si può guarire senza sapere di cosa si deve guarire»: il malato ha diritto alla verità, detta «senza ostilità ma senza indulgenza». La tregua anche in Italia ha senso se non si sacrifica il vero. Se non è solo la stampa estera a indagare sulla nostra singolare apatia etica.

Il mondo dell’informazione non è estraneo a tale apatia, incomprensibile all’opinione straniera e da essa biasimata. Il difetto, il più delle volte, è lo sguardo corto: uno sguardo che non collega i fatti, che sempre si fissa sull’ultimissimo evento, che non scava con la memoria né nel passato né nel presente. L’influenza della mafia sulla politica, i cedimenti di quest’ultima, il conflitto d’interesse che consente al privato di manomettere il pubblico, l’impunità reclamata dai massimi capi politici, infine la lunga storia italiana di stragi e corruzioni su cui mai c’è stata chiarezza: c’è un nesso fra queste cose, ma l’ultimo scandalo da noi scaccia il precedente e ogni evento (buono o cattivo) cancella il resto.

Lo scandalo delle ragazze a Palazzo Grazioli cancella la corruzione di Mills, le minorenni di Berlusconi obnubilano la mafia, le dieci domande di Repubblica cancellano innumerevoli altri quesiti. Anche l’opposizione si nutre di amnesia: i successi di Prodi (aiuti allo sviluppo, clima, liberalizzazioni, infrastrutture, accordo vantaggioso per Alitalia) sprofondano nell’oblio, se ne ha vergogna. Non stupisce che perfino fatti secondari siano mal raccontati, come fossero schegge insensate: ad esempio l’assenza dal programma G8 di Carla Sarkozy, giunta all’Aquila il giorno dopo il vertice. I giornali arzigogolano su una persona che ha voluto far l’originale, differenziarsi. Nessuno rammenta l’appello di 13.000 donne italiane - presumibilmente ascoltato da Carla - perché le first ladies non venissero al G8.

L’Italia come tutti i paesi è una tela, non un’accozzaglia caotica di episodi. Se non ricordiamo questo quadro non solo le tregue saranno basate su contro-verità. Si faticherà anche a ricominciare i normali conflitti e il parlare franco, finita la tregua. Sotto gli occhi della stampa mondiale appariremo come i lottatori di Clausewitz: allacciati ininterrottamente l’uno all’altro, senza fare alcun movimento.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La strana guerra
Inserito da: Admin - Agosto 17, 2009, 12:05:09 pm
17/8/2009
 
La strana guerra
 
BARBARA SPINELLI
 
Sappiamo poco della campagna elettorale in Afghanistan, che giovedì si concluderà con la riconferma del presidente Hamid Karzai o con la sua sostituzione. Non conosciamo altro, del Paese dove siamo schierati da quasi otto anni, che gli spostamenti dei nostri soldati e il colore delle loro tute, le terribili minacce che «insorti e talebani» fanno pesare sui militari occidentali e l’aumento delle truppe americane deciso da Obama. A malapena sappiamo quanti sono stati colpiti negli ultimi attentati: se non ci sono italiani la notizia è data verso la fine dei telegiornali, sempre che sia data.

Una singolare pigrizia assale i reporter, abituati a enumerare insorti locali e scaramucce circoscritte senza chiedersi quel che si nasconde dietro più diffuse insurrezioni e prove di forza. Le campagne elettorali dei rivali di Karzai, la profondissima corruzione che quest’ultimo ha inoculato nello Stato al punto da renderlo fatiscente, le inquietudini che vanno dilatandosi nella vasta regione attorno all’Afghanistan (Pakistan e India, Iran, Russia e anche Arabia Saudita): per i giornalisti come per i governi occidentali tutto questo è terra ignota, frequentata solo da qualche incaponito studioso.

E’ come se le guerre mondiali in Europa fossero state raccontate da un unico cronista, distaccato magari sull’orlo della Marna e incapace di alzare lo sguardo oltre la propria trincea e vedere il continente intero in preda a caos e violenza. Per questo è importante fare il punto, oggi, sulla strana guerra che viene combattuta in buona parte dell’Asia centrale, con ramificazioni politiche e strategiche nel Sud asiatico, nelle nazioni limitrofe della Russia meridionale, nel Kashmir, nel Golfo Persico. Drôle de guerre venne chiamato il preludio mortifero che precedette, fra il 1939 e il ’40, la caduta in Europa della linea Maginot e l’occupazione nazista della Francia: strana perché era guerra dichiarata e tuttavia non-guerra, perché nessuno ci credette sino in fondo e vi si preparò con mezzi e animi adeguati. Tanta incuria non poteva che sfociare, scrisse lo storico Marc Bloch che narrò in diretta la sopraffazione della Francia, in una altrettanto Strana disfatta.

È la stessa disfatta che oggi incombe sull’Afghanistan: simile è lo sguardo incollato sul proprio posto di battaglia; simile la cecità al luogo, che è spazio più vasto e stratificato del posto e include storia, cultura, consuetudini che alternano le inimicizie agli scambi. Simile infine il vocabolario: le parole ripetute tali e quali a dispetto della loro insensatezza crescente, e evidente. Quasi otto anni sono passati così, fingendo un’universale guerra contro il terrorismo e poi perdendo per strada tutto: obiettivi bellici e calcolo preciso dei mezzi per raggiungerli, sguardo alto e interesse vero a questa zona del pianeta che è oggi invelenita non solo perché Bin Laden e i suoi luogotenenti vi hanno eletto dimora.

Fanno impressione soprattutto gli Stati europei, che partecipano dal 2001 allo sforzo ma che neppure una volta hanno messo in questione la strategia generale e le decisioni statunitensi nell’insieme dell’Asia centrale, e dunque non esclusivamente a Kabul ma anche in Pakistan, India, Iran, Arabia Saudita. Non hanno mai spinto l’alleato-guida a riesaminare a fondo gli errori commessi, a soffermarsi sulla natura di un’insurrezione che non scema, a valutare i rapporti sempre più tortuosi e meno solidali fra insorti e talebani, fra talebani afghani e pakistani, fra talebani, capi tribù e Al Qaeda. Hanno ignorato sistematicamente il caos che s’inaspriva lungo il confine col Pakistan: le paure antiche di Islamabad e quelle di Teheran, il peso dell’India e della Russia nel conflitto e la maniera in cui tutte queste paure s’incrociano in terra afghana, tenendola in uno stato di bollore che tanti, troppi, vogliono perpetuare anziché raffreddare.

Non ci sono stati neppure dibattiti parlamentari, nel vecchio continente: in Germania, il paese che più esita a parlare di guerra e ha distaccato 4.050 soldati praticamente disarmati, non se ne è discusso neppure una volta dal 2001, né in commissione esteri né in commissione difesa. L’Inghilterra comincia a pensarci adesso, perché molti soldati male equipaggiati cadono. Perfino la Francia, che vanitosamente dice di far di testa sua, tace e s’accoda. Il silenzio italiano fa tanto rumore quanto più è vacuo, come accade di frequente: quella che conducono i soldati italiani non si sa se sia guerra, né si conosce il codice che regna nel teatro delle operazioni, se il codice militare di pace o quello militare di guerra. Il ministro La Russa vorrebbe chiarimenti che nessuno gli dà e nessuno discute, in pubblico o in Parlamento. Problemi analoghi li conobbe anche Arturo Parisi, ministro della Difesa nel governo Prodi.

Come nella follia di Amleto, c’è del metodo anche nell’ignoranza cieca dell’Occidente, ed è con metodica ignoranza che gli europei aderiscono, da anni ormai, alle mutevoli scelte americane in Afghanistan. Hanno condiviso il rifiuto netto di trattare con insorti e talebani locali, senza mai studiare l’evoluzione degli uni o degli altri e senza accorgersi che gli insorti non coincidono sempre con i talebani e che i talebani hanno spesso rapporti tesi con Al Qaeda. Presto scopriranno che la trattativa è invece cosa buona, e forse tutto l’Occidente comincerà fervidamente a patteggiare con bande armate che hanno voluto non meno fervidamente, ma senza riuscirvi, sterminare.

Rischiano di farlo alla cieca anche in questo caso, ragionando con testa fredda ma misconoscendo, come in passato, gli ingarbugliati tormenti della regione. I tormenti dell’Iran, che teme paradossalmente ambedue le cose: l’insediamento statunitense in un paese contiguo - motivato dall’eternarsi della guerra ai talebani - e però anche un patteggiamento con i talebani, che restituirebbe legittimità a forze fondamentaliste sunnite, legate a Pakistan e Arabia Saudita, esecrate da Teheran sin dalla fine dell’occupazione sovietica. Anche russi e pakistani sono nel tormento: i primi temono l’influenza dei talebani sui musulmani del Caucaso, i secondi paventano la nascita di un nazionalismo afghano, nella comunità talebana pashtun, animato da smanie irredentiste verso l’etnia pashtun in Pakistan.

Gli europei sono restati passivi anche dopo l’uscita di scena di Bush, quando Obama ha cambiato rotta e ha scelto di estendere l’attenzione al Pakistan e all’estrema sua fragilità statale, non fissandosi su Kabul. Anche qui, i governanti europei hanno omesso di chiedere all’amministrazione Usa il perché della svolta e il come, vietando a se stessi di sapere se l’estensione dell’impegno Usa avverrà con le sole armi o con una più accorta politica che annodi fili tra Afghanistan, Iran, Pakistan, India, Russia. In alcuni momenti è parso addirittura che quel che importava al fronte euro-americano fosse una dimostrazione di forza e prestigio autoreferenziale, più che l’interesse autentico ai destini di una zona divenuta cruciale nel mondo: non son mancati politici che hanno cominciato a dire che l’obiettivo recondito ma più vero era la sopravvivenza dell’Alleanza atlantica, la sua tenuta o il suo naufragio dopo il venir meno dell’Urss nel 1989-90. In realtà la Nato ha perso ogni senso, da quando non ha più missioni politiche chiare e strutture adatte ai bisogni. È solo una tecnica per assemblare truppe, e quando la tecnica diventa scopo la follia è vicina.

Peccati di omissione, incongruenza dei vocabolari, incapacità di meditare gli errori e quindi di correggerli. A pochi giorni dal voto afghano, l’Occidente ha grandi compiti di fronte a sé, se vuol mobilitare le menti e non solo gli eserciti.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Una guerra fatta di errori
Inserito da: Admin - Agosto 20, 2009, 05:26:14 pm
20/8/2009
 
Una guerra fatta di errori
 
BARBARA SPINELLI
 
Vale in particolare per le guerre, e più che mai per le guerre che non riescono a finire e periclitano, la regola semplice secondo cui l’errore è maestro, e il lavorio della memoria un giudice severo. Così per il conflitto in Afghanistan, che il governo Usa ha iniziato dopo l’11 settembre, che ha visto un’ampia coalizione di Stati solidarizzare con Washington contro Al Qaeda, e che tuttavia sta andando in avaria. Così per l’Iraq, dove il conflitto continua a produrre morte e la sua fine è un inganno. Nate per portare democrazia e luce, le nuove guerre antiterrorismo hanno generato notte, nebbia, e quel mostro che promettevano di combattere: lo stato fallito, il failed state di cui il terrorismo si ciba.

Questo ci dicono gli autori dell’attentato di ieri a Baghdad: le vostre guerre sono morti che camminano. L’11 settembre è l’eterno vostro presente, nell’Iraq che avete abbandonato e anche in Afghanistan dove vi credete ancora forti perché domani si vota sotto la vostra protezione.

Nelle guerre accade che sia il nemico a dirci la stoffa di cui è fatto il principale nostro errore, e alla vigilia del voto afghano Baghdad ineluttabilmente diventa specchio di Kabul. Il conflitto ha dato agli afghani una costituzione che mette fine al predominio assoluto dei sunniti sugli sciiti, ha emancipato le donne e gli uomini dalla sfrenatezza ideologico-religiosa dei talebani, ma non ha creato uno Stato autorevole, imparziale, in grado di monopolizzare la violenza legale. Per sopravvivere, Karzai ha accettato il dilagare della corruzione e si è circondato di signori della guerra colpevoli di eccidi e malversazioni: piccoli capetti spesso appoggiati dalle truppe Usa che ne hanno bisogno. Tanti nel suo paese lo considerano una marionetta della Casa Bianca. I bei vestiti etnici che sfoggia sono confezionati da rinomati sarti occidentali. Le elezioni di oggi mostreranno se esiste un’alternativa all’esperimento Karzai, e a uno Stato corrotto che prolunga la guerra.

Tra i vizi che hanno guastato l’operazione afghana c’è innanzitutto l’incostanza americana: la fatua volubilità con cui Bush ha ballonzolato, ubriaco, da un teatro di guerra all’altro - in Afghanistan il 7 ottobre 2001, in Iraq il 20 marzo 2003 - senza stabilizzarne alla fine nessuno. Ma di questo spreco di forze e intelligenza sono stati protagonisti anche gli europei, che mai hanno messo in discussione obiettivi e strategie. Siamo ancora molto lontani da una politica comune del continente: da anni i singoli paesi dell’Unione seguono le mosse della Casa Bianca e sono in attesa che qualcosa cambi: non in Afghanistan, ma in America. Abbiamo visto in un precedente articolo quanto deleteria sia questa pigrizia della mente, quanto ipocrita l’impegno militare di Stati europei che si schierano con zelo ma si guardano dall’equipaggiare adeguatamente i propri soldati.

Tanto più scandaloso è il silenzio che copre gli errori commessi in quasi otto anni di battaglia: un silenzio indolente, di cui son responsabili i dirigenti Usa, che questa guerra l’hanno voluta e diretta, ma che rende del tutto vacua anche la presenza europea. Che contribuisce all’insabbiarsi dei combattimenti ma paralizza la politica nell’intera zona asiatica, divenuta cruciale per il mondo come cruciali furono i Balcani quando precipitarono gli imperi austro-ungarico e ottomano. Vediamo dunque di ripercorrere alcuni errori più vistosi, che gli esperti hanno più volte denunciato lungo gli anni, senza essere in genere ascoltati.

Il primo, madornale, è l’ossessivo parlare di guerra al fondamentalismo islamico, che inevitabilmente rimanda all’idea di una civiltà moderna cui tocca difendersi da un Islam retrivo e tradizionalista. In una lettera al Corriere della Sera, il ministro degli Esteri Frattini ripete questo luogo comune: «Il motivo per il quale siamo impegnati in quel Paese \ è fondamentalmente uno: difendere la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dell’Occidente di fronte alla minaccia del terrorismo globale. \ Una minaccia “esistenziale” \ L’Afghanistan è stato e resta il principale incubatore della rete terroristica che fa capo ad Al Qaeda».

La realtà raccontata da esperti e storici come Barnett Rubin o Ahmed Rashid è completamente diversa, e narra di una strana guerra in trompe-l’oeil, i cui veri bersagli non sono mai quelli visibili e ufficiali. Il santuario di Al Qaeda è oggi in Pakistan, e proprio questa consapevolezza ha spinto Obama a mutare rotta, a guardare ben oltre Kabul: se si resta in Afghanistan non è per esportare la democrazia o sgominare i talebani, ma per evitare che la talebanizzazione del paese acceleri il crollo del Pakistan: vera potenza chiave perché molto popolosa e armata dell’atomica.

Neppure al Pakistan quel che interessa è davvero l’Afghanistan. Se gli serve controllare Kabul, è a causa di un’unica grande ossessione, potente soprattutto tra i militari: l’ossessione dell’India, che da anni minaccia di divenire alleata stabile di Kabul e di stringere in una morsa Islamabad (da un lato tramite il Kashmir musulmano, dall’altro tramite l’Afghanistan). L’Afghanistan ancora non ha riconosciuto il confine col Pakistan (la linea Durant, fissata nel 1893 dai britannici), né è stato spinto a farlo dagli Stati Uniti. Ignorare le ansie del Pakistan significa accettare una sua non recondita tentazione: quella di impedire che lo stemperarsi della guerra occidentale al terrorismo metta fine all’importanza strategica che Islamabad ha per l’Occidente.

Non è l’unico errore americano. Non meno esiziale è stata la decisione di rinunciare all’assistenza che l’Iran presieduto da Khatami offrì dopo l’11 settembre 2001. Fu proprio nel periodo più tumultuoso del Presidente riformatore, quando l’ala dura del khomeinismo andava agguerrendosi, che Bush pronunciò il discorso sull’Asse del Male (era il 29 gennaio 2002), includendo Teheran fra i nemici esistenziali delle democrazie. Preoccupata dall’integralismo sunnita dei talebani, Teheran continuò tuttavia a cooperare, fino a quando Bush non tese un insano nuovo agguato: nel maggio 2005 proibì a Karzai di stringere con Teheran un patto di non aggressione, che vietava attacchi militari all’Iran a partire dall’Afghanistan. Poche settimane dopo, il 3 agosto, Ahmadinejad veniva eletto Presidente: l’aiuto di Bush, secondo lo storico Rubin, fu decisivo. Ancora una volta, un mortifero fondamentalismo nazionalista nacque come Golem fabbricato dall’Occidente.

Viene infine l’errore dei vocabolari: intrisi di propaganda e smemoratezza storica, ignari dei fatti reali. La propaganda dice che siamo in guerra contro un Islam retrogrado, integralista: tale è il nemico esistenziale, mondialmente ramificato, della civiltà democratica. Anche in questo caso si parla a vanvera, ignorando la durata lunga della storia afghana: che non è la storia di un paese fagocitato per tradizione dall’integralismo. Il fondamentalismo regressivo, contro cui pretendiamo combattere, è frutto della politica di potenza che è stata fatta sulla pelle dei questo paese, nell’800 e poi di nuovo nella seconda metà del ’900. Prima degli Anni ’70 la tradizione afghana era laica, e Kabul era una città musulmana culturalmente aperta, sveglissima. L’ascesa dei talebani, scrive il filosofo sloveno Slavoj Zizek, «non esprime una profonda deriva tradizionalista» ma è stata «la conseguenza del fatto che il paese venne risucchiato dal gorgo della politica internazionale» (Zizek, Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi 2002).

Ultimo errore: l’equivoco della guerra in corso. Equivoco in ragione della sua natura anfibia, per metà bellica per metà umanitaria, per metà scontro armato per metà «missione di ricostruzione». In realtà, questo è un conflitto di tipo nuovo, su cui vale la pena meditare. È un conflitto che estromette ogni figura terza, tipo Croce Rossa, visto che gli occidentali fanno ambedue le cose: la guerra e l’umanitario. «La guerra è presentata quasi come un mezzo per garantire la consegna degli aiuti umanitari», scrive ancora Zizek. Una delle parti in conflitto si assume il ruolo della Croce Rossa, mescolando il soldato che uccide con il ricostruttore di scuole, ed esponendo alla stessa inimicizia insurrezionale militari e civili. È forse il lato più osceno delle guerre odierne. È il motivo per cui la nostra propaganda non è così distante dallo slogan che il partito totalitario affigge sui muri, nel romanzo 1984 di Orwell: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza».

 da lastampa.it
 


Titolo: BARBARA SPINELLI - La coscienza orfana della legge
Inserito da: Admin - Agosto 30, 2009, 08:49:57 am
30/8/2009


La coscienza orfana della legge

Barbara Spinelli
   

Stando a un sondaggio di SkyTg24, sono molti gli italiani convinti che i cinque eritrei sopravvissuti alla morte nel Mediterraneo vadano processati per reato di immigrazione clandestina: il 71 per cento. Su quel barcone sono periti 73 fuggiaschi, tra il 18 e il 20 agosto, eppure non sembra esserci emozione di fronte al naufragio ma solo famelica ansia di allontanare gli alieni dalle nostre terre, con ogni mezzo. Erano uomini di troppo i sommersi, e lo sono anche i salvati. I ministri di Berlusconi ne approfittano per ricordare che i respingimenti funzionano, che si fan rari gli intrepidi che tentano le traversate: nessuno porta il lutto per i sommersi né immagina quel che hanno vissuto i salvati. Se ci son colpe, è l’Europa a commetterle. La miseria del mondo non può addensarsi sul Sud del continente. Non siamo buoni al punto da esser fessi: questo fanno capire Maroni, Calderoli, e gli italiani sembrano sostenerli.

Ma forse l’opinione pubblica li sostiene perché scandalosamente male informata, non solo su quello che accade nel mondo ma su quello che succede in Italia, nell’anima d’ognuno di noi. Gli italiani non sono informati, e ancor meno formati, da guide morali alla testa del paese. Non conoscono l’insipienza di un’Unione europea incapace di darsi regolamenti vincolanti e rispettosi dei diritti, riguardo agli immigrati irregolari. Non sanno quel che prescrivono le convenzioni internazionali, la Costituzione, e le antiche leggi del mare che obbligano al salvataggio del naufrago anche in acque territoriali straniere (Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, cap 11 e 12; Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sul diritto del mare, cap 98, 1 e 18,2).

Abbiamo parlato di emozione, ma non è l’unico istinto a far difetto. Quel che è profondamente incrinato, se non spezzato, è il rapporto che gli italiani - cominciando da chi oggi pretende di governarli - hanno con la legge. Quale che sia la legge, nazionale o internazionale, essa è vista come qualcosa di esterno al singolo, allontanata dalla nostra coscienza. È come se la coscienza nazionale e dell’individuo avesse preso le sembianze e il lessico di un’azienda. Nelle aziende si usa esternalizzare a imprese terze la gestione di alcune operazioni che non fanno parte del core business. Così la coscienza: dal suo core business, dalla sua principale attività, il senso della legge viene scacciato in terre aliene.

Questo allontanamento non è in verità nuovo. Piero Calamandrei lo smascherò, il 30 marzo 1956, quando pronunciò a Palermo la sua ultima arringa in tribunale, in difesa di Danilo Dolci e della sua protesta (sciopero della fame contro i pescherecci contrabbandieri tollerati dal governo; sterramento gratuito di una strada abbandonata presso Palermo, da parte di gruppi di disoccupati). Narrando la «maledizione secolare» dell’Italia disse: «Il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e soffocare sotto carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami».

Quel che è cambiato, dal ‘56, è che nel frattempo non sono solo i poveri a farsi un’idea soffocante della legalità, della giustizia, dello Stato di diritto. Se Berlusconi è tanto popolare, se a Nord la Lega è oggi il primo partito operaio, vuol dire che anche i ricchi si sentono gabbati e schiacciati da ogni sorta di regole: legali, costituzionali, internazionali. Che l’esteriorizzazione della legge è ormai una patologia diffusa, intensificata da una ostilità senza precedente alla stampa veramente libera. Se si esclude il dramma degli immigrati, la legalità e la battaglia alla corruzione non sono prioritarie neppure per alti esponenti della Chiesa, che pur di ottenere favori e pubblicità accettano di compromettersi. Di qui la sensazione che siamo male informati anche su quel che succede nei nostri animi. Una coscienza che delocalizza la legge è vuota, è pelle senza corpo. Neppure le riforme economiche riescono, in queste condizioni. Diceva ancora Calamandrei che democrazia è innanzitutto «fiducia del popolo nelle sue leggi»: leggi che il popolo sente «come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall'alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro, non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così» (i corsivi sono miei).

La legge del mare violata più volte negli ultimi anni è una delle nostre leggi: plurisecolare, fu codificata fra il ‘700 e il ‘900. Lo stesso dicasi per le condotte private che l’uomo pubblico deve avere per divenire modello oltre che capo o dirigente. All’inizio, tutte queste erano leggi non scritte, ataviche. Una sorta di permanente stato di eccezione ha sospeso anche le leggi che Antigone difende contro i decreti d’emergenza di Creonte. «Antigone obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire», dice Calamandrei. Oggi tali leggi sono scritte, proprio perché si è riconosciuto che oltre a portare ordine sono anche annunciatrici dell’avvenire.

La maledizione antica si è fatta più spavalda, nei 15 anni passati. Non solo manca la fierezza della legge. C’è una sorta di fierezza dell’illegalità, ci sono tabù di civiltà fatti cadere con spocchia. Il degrado non è avvenuto con lo sdoganamento di Alleanza Nazionale, come si credette nei primi anni ‘90, ma con lo sdoganamento delle idee, degli atti, delle parole della Lega. E di questo affrancamento non è responsabile solo Berlusconi. È responsabile anche la sinistra, incurante dei principi quando è in gioco il potere (D’Alema parlò dei leghisti come di una «costola della sinistra», negli anni ‘90). Lo è ancor più da quando il Nord leghista si è ulteriormente disinibito. In ben 17 comuni del Veneto, il Partito democratico governa oggi con la Lega, senza rimorsi.

È lunga ormai la lista delle devianze leghiste, e quasi ci meravigliamo che all’estero non ci si abitui come ci siamo abituati noi. Ma come abituarsi a quanto sentito in coincidenza con l’ecatombe di agosto! Una pagina Facebook di militanti della Lega Nord con sede a Mirano, cui sono legati da «amicizia» oltre 400 persone, ha esibito qualche giorno fa la scritta: «Immigrati clandestini: torturali! E’ legittima difesa». Tra gli amici citati: Bossi e il figlio Renzo, Cota capogruppo della Lega alla Camera, Boso ex parlamentare leghista. Lo stesso Renzo Bossi ha ideato un gioco di gran successo, sulla pagina di Facebook della Lega. S’intitola: «Rimbalza il clandestino». Più barche affondi, con un clic preciso e deciso, più punti vinci. Soprattutto se i barconi son grandi e i profughi molti.

Tuttavia c’è un’immensa ansia di redenzione in Italia - e in particolare di redenzione attraverso la Legge - che si esprime in vari modi e ha i suoi protagonisti solitari, cocciuti, impavidi. Il desiderio di redenzione è passione civile, non solo religiosa. Ne furono pervasi scrittori del ‘900 come Walter Benjamin e Hermann Broch, durante il nazismo. In Italia ne ebbero sete uomini come Borsellino, Falcone, Ambrosoli, Pasolini, e oggi Roberto Saviano. È strano come i loro vocabolari si somiglino. Borsellino sognava il «fresco profumo di libertà», contro «il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, della complicità».

E altri sognarono aria pulita e uno Stato riformato. Checché ne dicano i sondaggi non c’è italiano, credo, che non aneli a quell’aria pulita e a quel fresco profumo.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le dicerie contro la verità
Inserito da: Admin - Settembre 06, 2009, 12:19:35 pm
6/9/2009
 
Le dicerie contro la verità
 
 
BARBARA SPINELLI
 
Una guerra mentale è in corso in Italia, condotta dall’esecutivo per tacitare, intimidendola, il controllo esercitato dalla stampa e per neutralizzare ogni sorta di contropotere. Nei confronti della stampa assistiamo a vere rese dei conti, e per capire quanto sta accadendo è più che mai urgente distinguere tra due attività: la diffusione di dicerie, e l’accertamento dei fatti. La guerra non ha come soli protagonisti l’élite politica e giornalistica: ogni cittadino - se vuol restar cittadino - è chiamato a distinguere l’opinione dal fatto, la calunnia dal disvelamento di reati. L’offensiva di Berlusconi contro la stampa libera è predisposta per accentrare ancor più il potere esecutivo ma è al contempo guerra mentale, per conquistare il cervello degli italiani e creare in essi uno stato confusionale diffuso.

All’origine del dispositivo bellico c’è una sensazione di debolezza acuta: l’esecutivo ha l’impressione di non poter fare politica senza un’opinione pubblica che non solo approvi i suoi programmi ma esalti il capo considerandolo legibus solutus, non soggetto alla legge.

Manuel Castells, studioso dell’informazione, si sofferma sui metodi delle guerre mentali nei media. Il termine fu coniato a proposito del conflitto in Vietnam da Paul Vallely, analista di Fox News: «Se perdemmo la guerra - così Vallely - non è perché fummo sconfitti sul campo ma per la guerra psicologica dei media», e perché il potere non seppe contrapporre una sua «guerra mentale» (Castells, Comunicazione e potere, Università Bocconi 2009).

È simile la guerra mentale di Berlusconi, e simili sono gli strumenti, da lui maneggiati con perizia e risorse sovrabbondanti prima ancora di entrare in politica: sin dall’inizio la sua battaglia fu di trasformare i mezzi televisivi d’informazione in mezzi di distrazione, infotainment, gossip. «Per questo è così importante - prosegue Castells - che i magnati dei media non diventino leader politici, come nel caso di Berlusconi». Per questo è legittima la domanda del direttore di Famiglia Cristiana, don Sciortino: «Quello che accade non riguarda solo il giornalismo. Quando in un Paese è in discussione la funzione del giornalismo, la sua libertà di esprimersi, di criticare o di commentare le azioni di un potere che non è solo potere di governo, ma pervasivo controllo del sistema mediatico, possiamo parlare di vera democrazia?».

La guerra mentale ha fini e mezzi specifici. Il fine è il pensiero dell’uomo della strada («questa creatura mitologica che ha rimpiazzato la cittadinanza nel mondo mediatico», scrive Castells). Il mezzo è la confusione dei concetti, il caos nell’uso delle parole. Si parla molto, in questi giorni, di killeraggio o imbarbarimento generale: concetti perversi oltre che diseducativi, perché escogitati per rendere appunto confondibili, in un magma indistinto, i due comportamenti radicalmente diversi che sono la diceria e l’accertamento dei fatti. Tutti sarebbero killer: il giornalista che interroga criticamente il Premier (rapporti di suoi collaboratori con la mafia, corruzione di testimoni e magistrati, coinvolgimento in giri di prostituzione) e quello che costringe alle dimissioni il direttore dell’Avvenire Dino Boffo, usando veline anonime. Proviamo dunque a distinguere quel che viene confuso.

Una cosa è la diceria. Nella Russia di Putin si chiama kompromat, materiale che compromette e può anche spedirti in Siberia. È la calunnia che insinua fabbricando prove, e mira a distruggere il carattere dell’avversario politico (character assassination, in inglese). In genere la diceria ha come obiettivo la vita privata del politico, non il suo programma o la cura che egli ha della repubblica e dei suoi vincoli.

Altra cosa è l’indagine sui comportamenti dei politici (comprese le massime cariche dello Stato) e sulla verità dei fatti. L’oggetto della ricerca sono condotte che hanno rilevanza pubblica. Da questi comportamenti può derivare un carattere personale più o meno ostico, ma il bersaglio non è il carattere.

Ambedue i procedimenti, è vero, si propongono di indebolire chi è preso di mira, di delegittimare il leader. Sono ambedue guerre mentali, volendo persuadere chi l’uomo della strada, chi il cittadino, ma il funzionamento della democrazia è influenzato in modi ben diversi dai due operati.

La democrazia accetta il conflitto, esige e stimola la ricerca del vero, anche se il vero è scomodo per il potente. E l’accetta continuativamente, non solo il giorno del voto, perché democrazia non è Unzione dell’Eletto ma un arcipelago di poteri che si frenano l’un l’altro affinché nessuno commetta abusi. Questo gioco di equilibri è garantito dalle costituzioni e da poteri autonomi, tra cui campeggiano la stampa e la televisione. È in tale ambito che la differenza fra accertamento dei fatti e calunnia diventa cruciale. La verità sul comportamento del politico è il fine di chi esercita un contropotere, e l’effetto che si vuol ottenere è la correttezza e l’autolimitazione del potere. Non vuol distruggere, ma correggere. Può darsi che la verità si riveli falsa. È per questo che il cercatore del vero raduna prove, fatti, sentenze di tribunale.

La diceria vuole non salvaguardare ma abolire l’equilibrio dei poteri: personalizzando-privatizzando la politica, accentrando tutti i poteri. La sua guerra mentale è distruttiva: nella testa degli elettori, dei telespettatori, dei lettori, va lacerato tutto quel che li lega alle norme costituzionali, alla politica, allo Stato, alle istituzioni, ai giornali, alla chiesa stessa. È uno strumento antico, è l’anti-Stato teorizzato nelle stagioni terroriste. Fruga, non cerca. La diceria ha un rapporto singolare con la verità, non più fine ma mezzo di scambio utile a sganciare il principe dalle leggi: se tu dici una verità amara su di me, io ne dirò una peggiore su di te. Da tempi immemorabili la calunnia viene usata in tempi di torbidi, non quando lo Stato è forte ma quando vacilla (Rivoluzione francese, uscita dal Terrore nel Termidoro).

Se tutto è diffamazione privata, anche la ricerca della verità pubblica scade al rango di diceria, di assassinio di carattere. Perfino chi condanna l’attacco al direttore dell’Avvenire, perfino chi chiede più prudenza alla Chiesa (un direttore gay è ricattabile se dirige il quotidiano della Cei, scrive Vittorio Messori sul Corriere della Sera), dimentica che la parola chiave nella questione Boffo non è l’omosessualità, ma le minacce a un privato cittadino: un decreto penale di condanna, nel 2004, lo giudicò colpevole di molestie telefoniche, nei confronti di una giovane donna, durate 6 mesi. L’omosessualità non c’entra niente: quel che conta è un comportamento (l’intimidazione) di rilevanza pubblica. Patteggiamenti o risarcimenti aboliscono la pena, non il fatto.

La cosa più grave per i giornalisti sarebbe reagire all’offensiva contro alcuni giornali e reti televisive dividendosi. Accusandosi l’un l’altro di temerarietà o codardia, a seconda. Sostiene Berlusconi che alle dieci domande risponderebbe, se fossero altri giornali a porle. Dicendo questo, egli ammette che domandare è lecito e che rispondere è doveroso. Motivo di più perché tutti continuino a porre domande al premier.

Ricordiamo quel che accadrebbe in Francia e Germania, in simili circostanze. In entrambi i paesi è ben raro che i giornalisti si aggrediscano l’un l’altro (tranne in presenza di reati). Ma se una o più testate sono attaccate per la determinazione con cui indagano sui potenti, tutta la professione fa quadrato. È come se valesse, non scritta, una legge simile all'articolo 5 del Patto Atlantico: «Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse... sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti». Fare lo stesso in Italia aiuterebbe a preservare l’arcipelago di poteri di cui è fatta la democrazia.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il paese della vista corta
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2009, 12:17:11 pm
13/9/2009

Il paese della vista corta
   
BARBARA SPINELLI


La lezione forse più importante degli ultimi anni di crisi economica è l’inconsistenza, la vuotezza del tempo breve. Per chi gioca in borsa il tempo è un attimo. Così per il politico, quando si nutre di sondaggi al punto di fabbricarseli. Per il giornalista, l’imprenditore, il sindacalista, le generazioni future sono nulla, l’immediato è tutto anche se serve a preservare un potere ormai finto.

Già nell’800 Jacob Burckhardt scriveva che l’indebitarsi dello Stato («La più grande, miserabile ridicolaggine del XIX secolo») era un «dissipare in anticipo il patrimonio delle future generazioni: una superbia senza cuore». Non rattrappisce solo il tempo, come la pelle di zigrino di Balzac. Il rattrappimento colpisce anche lo spazio. Tempo breve e spazio corto eclissano artificialmente le più vaste realtà che sono la nazione, l’Europa, il mondo. L’artificio sta ovunque sbriciolandosi perché ha prodotto danni enormi.

Non la crisi è mentale, come dissero gli avversari di Obama e come ripete Berlusconi. È mentale l’illusorio ottimismo consumistico di cui la crisi è stata la nemesi. Citiamo l’Italia perché da noi questa genealogia mentale della crisi persiste, con molteplici rami. Perché il tempo breve qui celebra i suoi fasti, e più che altrove è malato il rapporto col tempo: passato, presente, dunque futuro. Inutile commemorare 150 anni di storia italiana, se di questa malattia non si discute. Ambedue, tempo e luogo, sono pilastri delle storie nazionali e da noi pericolano. Quando Berlusconi vanta i tanti anni a Palazzo Chigi, quando imprime il suo marchio sull’anniversario dell’unità («Credo sinceramente di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia avuto in 150 anni della sua storia») parla di una cosa apparentemente essenziale: del tempo lungo. Ma è tempo lungo fittizio, centocinquant’anni di storia sono un’emanazione luminescente e plastificata della sua persona e vengono d’un colpo vanificati. Il suo vero tempo è il governare giorno per giorno, come denunciato giovedì da Gianfranco Fini a Gubbio. Lo stesso avvenne in vari paesi sviluppati, prima della crisi: la furia dell’attimo borsistico era la regola, e da essa nascevano i chimerici incanti chiamati bolle.

La mancanza di visione del domani viene spesso identificata con un accidioso attardarsi sul passato. In realtà è il culto idolatrico dell’istante che crea immobilità, se è vero che l’istante nel momento stesso in cui arriva cessa d’esistere. Questo gioco col tempo fabbricato, che lusinga l’artefice e perciò è idolatrico, è una patologia non solo dell’Italia ma in Italia specialmente acuta; è il «chi me lo fa fare» che ricorre nei film di Fellini. Mai meditato a fondo, il passato viene insabbiato, anche giudiziariamente, e le ferite restano aperte. La patologia dell’Italia plasmata da 30 anni di tv berlusconiana è metodica distruzione del tempo. Quando se ne è afflitti accade che una sola cosa resti: l’inalterabile gelatina degli stereotipi. Gli stereotipi sono oggi, dice il Times, la nostra maledizione.

Come si sopprime il tempo? Trasformando la storia lunga in una successione di verbali scoppi rivoluzionari senza seguito, e il leader in prestigiatore carismatico onnipotente. La soppressione del tempo è compiuta da un re che non si cura delle istituzioni, fiero della propria corona ma ignaro di come i regni durino solo se si distingue tra corpo deperibile del monarca e permanere eterno della Corona. Un re che maschera il vuoto dietro il villaggio che Potemkin, amante di Caterina II, allestì lungo il Dnepr, per gabbare la regina (ieri illudeva la cartapesta, oggi lo schermo che gli spagnoli chiamano caja tonta: scatola tonta). Eros e Priapo imperversano come nel saggio di Gadda e sfociano nel sottotitolo gaddiano: «Da furore a cenere». Eros e Priapo vuol dire che il corpo del re è tutto, e il regno niente. Nelle democrazie parlamentari l’equivalente del Regno e della Corona è il senso delle istituzioni, dello Stato, della Costituzione.

La soppressione del tempo accade con la complicità di molti, perché sono molti, in tutti i partiti, ad aver interiorizzato il pensar breve, anzi brevissimo. Non mancano le eccezioni, e grazie alla crisi c’è chi tenta un cambio di rotta. Può apparire paradossale, ma due persone diverse come Obama e Fini allungano lo sguardo, provano a restaurare il tempo. Pur impensierito dal voto di metà mandato, Obama non smette d’insistere sui disastri dei tempi brevi, sull’obbligo di «costruire il futuro». È significativo che Fini abbia dato vita a una Fondazione che usa parole analoghe, «Fare futuro», e che i tempi lunghi siano un suo pensiero dominante.

Società e classi dirigenti riluttano a questo apprendistato. Soprattutto in Italia, Obama è dato per spacciato (i giornali già annunciano il «naufragio della riforma sanitaria») come si dava per spacciato ogni giorno Prodi. Alla furia borsistica dell’istante Obama risponde, nel discorso alle Camere del 9 settembre: «Troppi hanno usato \ come occasione per assicurarsi punti di vantaggio nel breve periodo, anche se così facendo derubano il paese dell’opportunità di risolvere una sfida di lungo termine». E conclude: «Non è quello che ci proponevamo di fare venendo qui. Non siamo venuti qui per aver paura del futuro».

L’uccisione del tempo ha i suoi conformisti, anche tra chi critica il governo. Anch’essi accumulano vantaggi brevi, trascurano l’arduo durare. Il caso Fini è così importante perché svela la permanenza, ben oltre la destra, dello sguardo tattico, corto. Non sono solo i giornali del premier a scagliarsi contro il presidente della Camera. Una più ampia platea reputa velleitarie le sue parole e proposte: perché le giudica prive di immediati consensi. Quante «divisioni» ha Fini? vien chiesto: è vista corta anche questa. Fini e FareFuturo sono minoritari a destra perché guardano oltre, lontano. Qui è la loro forza, che per molti è debolezza. Sono tanti a difendere uno status quo che garantisce popolarità e profitti, subito.

Anche l’Unione Europea fu pensata con sguardo lungo, e derisa da chi lo aveva corto. È l’inerte saldezza dei vecchi ordini, descritta da Machiavelli nel Principe: «E debbesi considerare, come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché l’introduttore ha per nemici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene, e tepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbono bene». L’ordine vecchio rincuora, ma è dal nuovo che verranno i benefici.

Tempo lungo e spazio vasto (lo spazio della nazione, dell’Europa, del mondo) sono le due grandi vittime di chi guarda corto, e con l’accetta abbrevia, rimpicciolisce. Il sindaco di un paesino del Bergamasco, il leghista Aldegano, ritiene che la targa di Peppino Impastato nella biblioteca comunale non interessi nessuno da quelle parti e vada tolta, negando con ciò che mafia e illegalità siano fatti nazionali. Antonio Rapisarda sul sito FareFuturo scrive che simili offese toponomastiche rinchiudono il divenire collettivo «tra le strade del piccolo rione». Non diversa la reazione del premier alla riapertura delle indagini sulla morte di Borsellino e sul patto Stato-mafia: «È follia pura», ha detto l’8 settembre, che le Procure di Palermo e Milano «ricomincino a guardare i fatti del ’92, ’93, ’94». I magistrati sperperano soldi dei contribuenti, «cospirano come tori inferociti».

Non è cospirazione e non è spregio dei contribuenti accendere la luce su quegli anni. Sono gli anni in cui Dell’Utri «promise alla mafia precisi vantaggi in campo politico» (sentenza di primo grado), e nacque Forza Italia. Gli anni in cui ci accorgemmo che era vinta la battaglia contro il terrorismo ma non contro la mafia (Gian Carlo Caselli, Le due guerre, Melampo 2009). Gli italiani non sono solo consumatori-contribuenti ma cittadini con diritto di sapere il tempo da cui vengono e quello verso cui vanno. Giacché tutti viviamo il tempo come il duca di Guermantes in Proust: siamo «appollaiati» sul passato come «su viventi trampoli che aumentano senza sosta» e, certo, per questo siamo malfermi. Difficile camminare su trabiccoli «più alti di campanili». Ma difficile anche - senza trampoli - guardare alto e vedere lontano.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Una guerra che va ripensata
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2009, 06:27:05 pm
20/9/2009

Una guerra che va ripensata
   
BARBARA SPINELLI


E’ stato detto, subito dopo l’attentato a Kabul che ha ucciso sei soldati italiani, che quando si vivono lutti così grandi non son decenti le polemiche e neppure le analisi politiche. Invece è proprio nell’ora del lutto e della pietà che urge il pensiero profondo, come è nelle tenebre che più si aspira alla luce. Neanche la polemica è fuor di posto, non fosse altro perché la guerra stessa è pólemos, controversia, e sulle controversie si dibatte, specie se sanguinose. Parlarne non è offendere i morti ma onorare una missione su cui certamente anch’essi si sono interrogati.

Molte guerre, a cominciare dal ‘14-18, avrebbero evitato il decadere in inutili stragi, se fossero state ridiscusse nel momento in cui cominciavano a divenire non solo sanguinarie - ogni guerra lo è - ma assurde e addirittura, come disse Benedetto XV nel 1917, inutili.
Iniziata nel 2001 come offensiva contro lo Stato talebano che ospitava Bin Laden, la guerra in Afghanistan è giunta a questa temperatura critica, dopo 8 anni. È una temperatura che non migliora estendendo la lotta al Pakistan o aumentando soldati, come nelle prime mosse di Obama. Migliora solo a condizione che la guerra non continui così: inerte, vuota di pensiero, indiscussa, indiscutibile. Non migliora se Obama continua a definirla «necessaria», dunque votata all’immutabilità perché da essa dipenderebbero le nostre vite. Se non ora che fa più morti e non dà frutti, quando metterla in discussione? Quando esaminare i suoi difetti maggiori, che sono la vista breve, la pigrizia mentale, l’occhio fisso su Kabul anziché su un’intera regione malata? Gli europei sanno per esperienza che le inutili stragi nascono dalla paura reciproca dei nazionalismi in un più vasto continente. Eppure, proprio l’Europa è singolarmente afasica sull’Afghanistan.

In Asia centrale accade qualcosa che gli europei conoscono. Il Pakistan ha un’enorme paura dell’India, il suo confine con l’Afghanistan ancora non è riconosciuto da Kabul, e l’alleanza afghano-indiana è per esso un incubo. Per questo Islamabad vuole non solo controllare Kabul, ma prolungare una guerra che tiene l’America in zona. L’Iran teme il ritorno dei talebani sunniti ma anche il perennizzarsi di basi Usa al proprio fianco Est. La Russia teme di legittimare con negoziati il terrorismo musulmano. Pensare la guerra vuol dire considerare la geografia e la storia di questi vari elementi. È quello che non è stato fatto. Bush è andato a Kabul come se sulle mappe fosse scritto: qui ci sono i leoni, hic sunt leones. E la guerra prosegue in un paese di cui non si vedono gli uomini: simile all’Africa senza storia descritta da Hegel.

Conoscere chi combattiamo significa meditare sugli avversari e su noi stessi: su come l’Occidente può sventare le minacce, sui mezzi - non obbligatoriamente militari - per promuovere una pace continentale che non si limiti all’area afghana. In particolare, significa capire chi sono gli insorti che si moltiplicano contro gli occupanti occidentali: cosa li muove, dopo l’iniziale benvenuto del 2001, e come oggi si dividono. Loro ci studiano, meticolosi. Noi ignoriamo abissalmente l’Afghanistan, persuasi di combattere un monolite nominato Al Qaeda. Sul terreno è da tempo che le cose non stanno così: gli insorti non sono tutti talebani, i talebani afghani e pakistani sono diversi, tutti hanno rapporti complessi o inesistenti con Al Qaeda. Non hanno agende politiche globali, ma nazionali se non tribali. Marc Sageman, ex agente Cia e studioso di terrorismo, è convinto: se la guerra è insensata, è perché Al Qaeda non è più lì e s’è indebolita: «Se Obama vuol tutelare l’America, non deve fare la guerra in Afghanistan. Gli insorti afghani e pakistani non viaggiano»: viaggia chi mette bombe in Occidente (intervista a Rémy Ourdan, Le Monde, 9 settembre 2009). Non è neppure detto che un governo con talebani ospiterebbe oggi Al Qaeda.

Esistono ormai studi minuziosi sull’insurrezione, che confermano queste analisi. Essi constatano invariabilmente un fatto: così come è stata condotta, la guerra fa solo danni perché il vero nemico non è più lì ma in Waziristan (Pakistan), e perché gli insorti non coincidono con Al Qaeda anche quando ricorrono a metodi terroristi. È un’insurrezione con molte radici, secondo Thomas Ruttig, consigliere dell’Onu e dell’Unione Europea, professore all’Università Humboldt di Berlino e all’Università di Kabul. Una serie di fattori spiega il suo dilatarsi negli anni: gli errori fatti all’inizio da Bush, che ha abbattuto Kabul lasciando un vuoto nelle aree rurali; l’omertosa complicità coi signori della guerra più corrotti e legati al traffico di droga; i ripetuti bombardamenti contro i civili; la corruzione infine del governo Karzai, divenuta più che palese nelle elezioni di agosto (Thomas Ruttig, The Other Side, Afghanistan Analysts Network, luglio 2009).

Irresponsabilmente ciechi, Washington e alleati hanno fatto propria la strategia di Karzai, e dei signori della guerra con cui Karzai si è alleato prima del voto: ogni insorto, ogni oppositore, è chiamato talebano terrorista. Ignorata è la sete di giustizia, tanto che nei territori controllati dai talebani le corti islamiche sono considerate più eque. Trascurate e minimizzate sono le sfaccettature dell’insurrezione, e la sua metamorfosi in guerra civile. Se si parla di Vietnam non è per il numero di morti (in Vietnam furono molti di più). È perché si ripete il fatale errore che consiste nell’entrare nelle guerre altrui. Perché resta del tutto inascoltata l’autocritica di McNamara, architetto della guerra vietnamita, che nel ’95 ammise in un’intervista: «Quella che combattemmo - e non ce ne rendemmo conto - era una guerra civile. Certo, esistevano influenze sovietiche e cinesi. Senza dubbio, i comunisti volevano controllare il Sud Vietnam. Ma fondamentalmente era una guerra civile. Non puoi vincere una guerra civile con truppe esterne, soprattutto quando la struttura politica del paese è dissolta». Il «problema non fu la stampa. Fu che l’America era nel posto sbagliato con la tattica sbagliata». Il male non fu discutere troppo la guerra, ma troppo poco.

La metamorfosi dell’insurrezione ha dato forza ai talebani, rilegittimandoli e diversificandoli. Oggi ci sono i radicali ma anche i cosiddetti talebani anti-corruzione, ostili a Karzai e ai suoi legami col crimine. Ci sono i talebani per necessità (forced Talebans), entrati in insurrezione quando i bombardamenti occidentali hanno colpito assiduamente i civili. Il nucleo centrale talebano è a sua volta eclettico, contraddittorio. I talebani moderati non sono inventati: l’ultima volta che si manifestarono (trenta dirigenti, nel 2005) proposero un piano in sette punti che nessun occidentale esaminò seriamente.

Il fronte anti-Karzai è per forza divenuto un possente fronte anti-occidentale, viste le cecità e acquiescenze Usa e Nato. Resta, nei più, il timore di un ritorno dei talebani e dell’abbandono di una costituzione che ha dato garanzie alle minoranze e alle donne. Ma i vincoli di un fronte variegato hanno attenuato l’integralismo religioso, pur non mutando le opinioni talebane sulla democrazia parlamentare. Non è vero dunque che in Afghanistan combattiamo in primis contro il fanatismo: l’ideologia religiosa non è attraente per la maggioranza degli insorti, specie fra non pashtun, sciiti, donne. Risultato: nel 2003 i talebani controllavano 30 distretti su 364. Alla fine del 2008 ne controllavano 164. Gli attacchi sono aumentati del 60 per cento tra ottobre 2008 e aprile 2009, e nuovi fronti si sono aperti a Nord-Ovest, in zone difficili per i talebani.

In Europa e nei rapporti con la Russia, Obama sta mostrando intelligenza, senso della storia. Ha studiato le paure della Russia, dell’Iran, e ha studiato anche l’Unione Europea, mettendo fine alle divisioni letali che Bush aveva attizzato fra paesi fondatori e Stati dell’Est riluttanti a condivisioni esplicite di sovranità. Ha deciso di rinunciare allo scudo antimissile per promuovere la pace nel continente, non per congelare dissidi, paure, nazionalismi. Quest’intelligente prudenza, ancora deve mostrarla in Asia centrale. Non può che cominciarla aprendo, sull’Afghanistan, la vera discussione che in Vietnam mancò.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Barak Obama e il fardello dell'uomo diverso
Inserito da: Admin - Ottobre 11, 2009, 10:12:06 am
11/10/2009

Barak Obama e il fardello dell'uomo diverso
   
BARBARA SPINELLI


Adesso Barack Obama andrà in giro per il mondo con quel peso: che lo premia in anticipo, lo lega, lo segna. Il comitato di Oslo non premia un’azione, una carriera compiuta. Premia forze impalpabili eppure decisive come la parola, la speranza suscitata, l’attesa che somiglia a un’enorme sete, il valore attribuito da un leader all’imperio della legge e della Costituzione, più forte di ogni convenienza. Ricompensa uno stile, un essere nel mondo che non è in sintonia con il predominio americano e la sua dismisura, la sua hybris nazionale. Siamo abituati a pensare che la speranza sia poco più di uno scintillio ineffabile, essendo fatta di cose non avvenute, malferme.

Siamo abituati a pensare che la parola, diversamente dall’atto, sia fame di vento. Che ripensare la politica e le sue routine sia vano. Non è così. Abbiamo solo dimenticato che la parola è tutto nei testi sacri che fondano le civiltà, compresa la nostra. Per il Siracide, nella Bibbia, «meglio scivolare sul pavimento che con la lingua», e «un uomo senza grazia è pari a un discorso inopportuno».

Da ora Obama porta questo fardello. Deve ancor più dar senso alla parola, e in primo luogo tenerla. Lui stesso è parso colto da tremore, all’annuncio. Era serio davanti al microfono, come Buster Keaton che non ride mai. Faceva pensare a quei profeti o sentinelle turbati dall’appello, che ammutoliscono o «hanno un gran bue sulla lingua», come nella Bibbia o nell’Agamennone di Eschilo. Ha detto: «Onestamente non credo di meritarlo», intendendo che ancora non è divenuto quello che pure già è - una transformative figure. La notizia lo ha «sorpreso e reso umile», nel Nobel vede non una gratificazione ma una «chiamata all’azione». I premi mettono sempre spavento. Se non lo mettono, più che chiamare lusingano.

La parola che già oggi fa di Obama una figura trasformativa concerne questioni essenziali: la coscienza che la solitaria superpotenza americana è un’impotenza, se non cerca la cooperazione col mondo; l’ascolto dell’altro e la mano tesa giudicati indispensabili, purché a essi non si opponga il pugno che non s’apre. E ancora: inutile provare a fermare gli Stati aspiranti all’atomica, quando il nucleare è l’unico passaporto di potenza e quando i Grandi non cominciano da se stessi, riducendo i loro esorbitanti arsenali. Anche questo cambiamento ha risonanze bibliche. Dice ancora il Siracide: «Quando un empio maledice un avversario, maledice la propria psiche». Inferni e assi del male non sono fuori: vedere anche in se stessi il male che suscita caos è inizio di conversione e guarigione.

Obama non fa discorsi facili, è un comunicatore ma non un semplificatore: il suo discorso sulla razza, a Philadelphia il 18 marzo 2008, il discorso al Cairo del 4 giugno 2009 e quello del 17 maggio 2009 all’università cattolica di Notre Dame in Indiana, il discorso infine su clima, disarmo nucleare e multilateralismo, all’Onu il 23 settembre, non sono lisci, non hanno due colori, uno puro e uno impuro. Neppure la chiusura di Guantanamo è facile e ancor meno la rinuncia agli antimissili in Est Europa, che mette fine alla strategia del divide et impera nel Vecchio Continente e sicuramente urta il complesso militare-industriale Usa. Sono discorsi che educano alla complessità, e a vedere le cose da più punti di vista, non uno solo.

I cambiamenti decisivi esordiscono così: dalla parola e dallo sguardo su di sé. Non eravamo avvezzi a questo con i presidenti Bush, con Reagan e Clinton. Paziente, ostinato, Obama tenta di far capire che la potenza Usa non ha il destino manifesto che la mette sopra le altre e ne fa un’eccezione, «città sulla collina» come nel messianesimo politico teorizzato nell’800. Il punto da cui parte è il precipizio: il declino della supremazia Usa dopo la fine dell’Urss, in politica ed economia; il dominio non solo contestato ma inefficace. Come gli europei presero atto che la hybris nazionalista aveva prodotto mostri, e dopo il ’45 escogitarono l’Unione per recuperare in Europa le perdute sovranità nazionali, Obama scopre che sovrano è chi può far seguire l’azione alla parola, non opera da solo, calcola le conseguenze di quel che fa. A cominciare dalla guerre: quella finita in Iraq, e quella che stenta a finire in Afghanistan. Anche qui il Nobel è fardello. Difficile l’escalation chiesta dai militari, con un sacco sì ingombrante da trascinare.

Ma c’è anche qualcosa di conturbante nel Nobel, di ominoso. Il premio è come dato in grande fretta, come se non vi fosse molto tempo e occorresse lanciare un segnale subito. A circondare Obama infatti non ci sono solo attese, speranze. C’è, sempre più acuta, un’immensa fragilità, se non un pericolo che incombe. Thomas Friedman ha scritto un articolo impaurente, il 29 settembre sul New York Times. Racconta di un clima in America che non tollera l’intruso, che trama tribali ordalie: che ricorda, tenebroso, l’atmosfera in Israele prima dell’omicidio di Yitzhak Rabin. Rabin aveva preso il Nobel con Arafat e Peres, nel ’94. L’anno successivo, il 4 novembre, il colono estremista Ygal Amir l’uccise ma alle sue spalle c’era un’opposizione che lo demonizzava da tempo, Netanyahu in testa con il Likud e molti rabbini.

Lo stesso sta avvenendo in America. Nei manifesti ostili e in numerosi discorsi dell’opposizione e di giornalisti astiosi, Obama appare come un alieno comunista, ma secondo l’analista Philip Kennicott è altra la colpa che gli viene imputata: non il socialismo ma il suo essere afro-americano, meticcio, dunque antiamericano (Washington Post 6-8-09). Su Facebook è apparso un sondaggio che chiede se Obama debba o no essere ucciso. Con risposte a scelta tra «sì-no-forse» e «sì, se taglia la sanità».

Tutto questo il Presidente nero non l’ignora. Sappiamo che l’ha messo in conto fin dalla candidatura. Ciononostante insiste: nel voler trasformare il proprio paese, nel dire che da una specie di conversione urge ricominciare. Per questo la parola è tanto importante: perché disturba, scavando. Chi a Oslo ricompensa questa cocciutaggine sembra anche tremare per la sua vita. Chi dice che il premio giunge troppo presto non sa quel che dice e che accade, è cieco alla campagna di odio disseminata negli Stati Uniti.

Obama impersona l’America complicata, che diffida di sé. Non la nazione di Bush che si compiace nel parlar perentorio e approssimativo, ma l’America della grande contorta letteratura, della musica, del cinema, che ragiona sottile e resuscita le parole di John Quincy Adams, il segretario di Stato che nel 1821 dice: «L’America non si avventura nel mondo in cerca di mostri da abbattere. Essa auspica la libertà, l’indipendenza di tutti. È campionessa solo della propria libertà, indipendenza. Si batte per grandi cause con la compostezza della sua parola e la benigna simpatia del suo esempio. (...) Potrebbe divenire dittatore del mondo: non sarebbe più padrona del proprio spirito».

Obama dice spesso che la sua ascesa è frutto di americani come Reinhold Niebuhr, un autore che stima per aver raccomandato al paese non il messianesimo politico ma l’umile consapevolezza dei propri limiti. Solo una cultura di questo genere poteva permeare le svolte del Presidente. Solo in un’America simile, la discendente di un’adolescente schiava nera stuprata da un padrone bianco poteva divenire first lady degli Stati Uniti.

I gesti e la parole possono molto. Creano storie e cammini nuovi. Willy Brandt che il 7 dicembre 1970 cade d’un tratto in ginocchio di fronte al memoriale del ghetto distrutto di Varsavia non aveva ancora riconosciuto la linea Oder-Neisse tra Germania e Polonia. Quel gesto cambiò tutto, prima che lo scabro itinerario cominciasse. Così Obama a Philadelphia, al Cairo, a Notre Dame, all'Onu.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il grande sacco dell'Italia
Inserito da: Admin - Ottobre 11, 2009, 10:22:33 am
4/10/2009

Il grande sacco dell'Italia


Barbara Spinelli.

   
Lo chiamano nubifragio, quello che ha ucciso decine di persone nei villaggi del Messinese e gettato nel fango le loro case, e invece la natura matrigna non c’entra. Non è lei a tradire, ingannare. C’entra invece lo Stato matrigno, e c’entrano le opere pubbliche, le infrastrutture, gli amministratori matrigni. È a loro e non alla natura che occorre rivolgersi con la domanda che Leopardi lancia alla natura: «Perché non rendi poi/Quel che prometti allor?/ perché di tanto/ Inganni i figli tuoi?». È l'Italia che vediamo piano piano autodistruggersi, e non solo nel modo in cui si governa ma nel suo stesso fisico stare in piedi, nel suo esser terra, fiumi, colline, modi di abitare. Si va sgretolando davanti ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni. Che ciascuno di noi accetta - per noia, per fretta, per indolente fatalismo - di fare di carta.

E’ essenziale leggere Gomorra per capire l’estensione del dominio del male ma basta mettere in fila i tanti disastri visti in televisione, e il cittadino non si sottrarrà all’impressione di un Paese dove perfino la terra frana a causa di questo lungo dominio.

Inutile dividere i mali italiani in compartimenti stagni: la morte della politica da una parte, l’informazione ammaestrata o corriva dall’altra, le speculazioni edilizie da un’altra ancora. Tutte queste cose sono ormai legate, fanno un unico grumo di misfatti e peccati d'omissione che mescola vizi antichi e nuovi. È l’illegalità che uccide l’Italia politica e anche quella fisica, la sua stima di sé, la sua speranza, con tutti i vizi che all’illegalità s’accompagnano: la menzogna che il politico dice all’elettore e quella che ciascuno dice a se stesso, il silenzio di molte classi dirigenti su abusivismo e piani regolatori rimaneggiati, il territorio che infine soccombe. Nella recente storia non sono caduti uccisi solo eroici servitori della Repubblica, che hanno voluto metter fine all’anti-Stato che mina la nazione dagli Anni 60. Muoiono alla fine gli uomini comuni, en masse: abbattuti dalla menzogna, dall’abusivismo, dalla disinvoltura con cui si costruiscono case, scuole, ospedali con materiali di scarto. Non da oggi ma da decenni, destre e sinistre confuse.

Il servizio pubblicato ieri su La Stampa da Francesco La Licata è tremendo. Non è solo Giampilieri che l’abusivismo ha colpito, perché le fondamenta del villaggio erano inaridite da disboscamenti irrazionali e poggiavano «su creta incerta, massacrata dalla furia della corsa al cemento» - in particolare dal cemento «allungato», che le mafie usano per guadagnare molto e presto, senza pensare al domani: l’ingordigia delle mafie e soprattutto l’impunità di cui esse godono nella penisola minacciano opere pubbliche di mezza Sicilia (gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo, il commissariato di polizia che si sta costruendo a Castelvetrano). La terra trema in Italia e il gran traditore non è la natura ma l’omertà di un’intera società. Omertà è una parola etimologicamente incerta: pare provenga da umirtà, e sia dunque una versione succube, perversa dell’umiltà. L’abbiamo sentito dire quando ci fu il disastro abruzzese e lo stesso vale per Messina: in Giappone o in Germania non ci sarebbero tanti morti, in presenza di intemperie. Giampilieri non è un’eccezione che conferma buone regole ma è la nostra regola.

È diventata la nostra regola perché tutto, appunto, si tiene: la cultura dell’illegalità che si tollera e l’abusivismo che si accetta sperando di trarne, individualmente, qualche vantaggio immediato. Perché tutto trema in contemporanea: terra e politica, senso dello Stato e maestà della legge. Perché intere regioni (non solo a Sud) sfuggono al controllo dei poteri pubblici, intrise di mafia e omertà. E perché l’informazione non circola, non aiuta le autorità municipali, regionali, nazionali a correggersi, essendo inascoltata e dando solo fastidio. L’informazione indipendente irrita quando denuncia lo svilimento dello Stato che nasce dalle condotte private di un presidente del Consiglio. Irrita quando ricorda che il ponte di Messina è una sfarzosa e temeraria tenda su infrastrutture siciliane degradate. Allo stesso modo danno fastidio, e non solo all’attuale governo, le indagini di Legambiente o della magistratura. La Licata spiega come non manchino indagini e moniti che da anni denunciano la criminalità edilizia, i brogli sui piani regolatori, la cementificazione fatta di molta sabbia e poco ferro: sono a rischio di crollo trenta capannoni dell’area industriale di Partinico, sono sotto inchiesta la Calcestruzzi Spa e la Calcestruzzi Mazara Spa. In un Paese dove la legalità non ha buon nome è ovvio che l’informazione in sé fa paura, quando porta chiarezza.

Dipende da ciascun cittadino far sì che queste abitudini cessino. Finché penseremo che i disastri sono naturali, non faremo nulla e sprofonderemo. È un po' come nella Dolce vita di Fellini. Nella campagna romana, una famiglia aristocratica possiede una villa del '500 caduta a pezzi e nessuno l’aggiusta. Il capofamiglia s’aggira sconsolato fra le rovine, sogna di mettere un pilastro qui, una trave lì. Si lamenta col figlio che non fa nulla per riparare, che bighellona a Roma stanco di tutto. «Ma cosa vuoi che faccia, papà?», replica quest’ultimo, stomacato. È la cinica, accidiosa risposta che l’italiano continua a dare a se stesso, ai propri padri e anche ai propri figli.

L’indebolirsi della politica e la non volontà di governare il territorio li tocchiamo con mano e hanno ormai un loro teatrale, quasi macabro rituale. L’Italia è divenuta massima esperta in funerali, opere misericordiose, messe riparatrici, offerte di miracoli stile padre Pio. Tutta l’attenzione si concentra, spasmodica, compiaciuta, sulla nostra inclinazione a piangere, a ricevere le stigmate da impersonali forze esterne, a ripartire da zero nella convinzione (falsamente umile, ancora una volta) che da zero comunque si ricomincia sempre. Come vi sentite lì all’addiaccio? avete voglia di ricostruire? forza di credere, sopportare? così fruga l’inviato tv, il microfono brandito come una croce davanti ai flagellanti, e le lacrime sono assai domandate. L’occhio della telecamera punta su ricostruzione e espiazione, più che sul crimine che viene trattato alla stregua di fatalità. Importante è vivere serenamente il disastro, più che evitarlo cercandone con rabbia le cause. Anche il politico agisce così: non lo interessa la stortura, ma l’anelito alla lacrima e alle esequie teletrasmesse. Simbolo del disastro riparato più che prevenuto, la Protezione Civile è oggi un immenso lazzaretto, un potere divoratore di soldi e non controllato.

Di fronte a tanta catastrofe viene in mente il grido di Rosaria Costa, la vedova di un agente di scorta morto con Giovanni Falcone a Capaci. La giovane prese la parola il giorno dei funerali di Stato, il 25 maggio 1992 nella chiesa di San Domenico a Palermo, e disse: «Mi rivolgo agli uomini della mafia, vi perdono ma voi vi dovete mettere in ginocchio, dovete avere il coraggio di cambiare». D'un tratto la voce si rompe e grida: «Ma voi non cambiate, io lo so che voi non cambiate». Nulla può cambiare se l’impunità continua. Se l’informazione non circola, non esce dai recinti di Internet, di Legambiente, delle associazioni volontarie antimafia. Se la gente non smette di ascoltare solo messe funebri. Mario Calabresi ha scritto ai lettori indignati di questo giornale, ieri, che il «grande sacco dell’Italia» è avvenuto e avviene perché esiste un terreno fertile a disposizione di mafie e criminalità: non c’è politica seria se al primo posto non sarà messo il ripristino della legalità. Legalità e parola libera sono il farmaco di cui c'è bisogno, Falcone ne era convinto quando diceva: «Chi tace e piega la testa muore ogni volta che lo fa. Chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola». Per questo tutto si tiene: la manifestazione di ieri sulla stampa indipendente e l’indignazione per il disastro di Messina.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Telecom France, la battaglia dei suicidi
Inserito da: Admin - Ottobre 18, 2009, 05:21:36 pm
18/10/2009

Telecom France, la battaglia dei suicidi
   
BARBARA SPINELLI


Venticinque persone che si suicidano alla Telecom francese in un anno e mezzo: è sconvolgente perché somiglia a un’ecatombe, a una guerra inconfessata. I profitti dell’azienda sono altissimi, la semi-privatizzazione del 2004 è stata un successo, ed ecco: l’operazione è riuscita, ma i morti sono tanti. Non siamo di fronte all’immolazione d’un capro espiatorio: il capro stesso tende il collo, si considera degno di olocausto. Un divario così grande fra utili dell’impresa e sofferenza umana riguarda la società, non semplicemente la psiche di individui che fanno harakiri, il più delle volte dimostrativamente nel posto di lavoro. Che non riescono a traversare indenni la nuova mobilità, i licenziamenti sempre incombenti, l’ansia che recide tranquillità e speranza, l’organizzazione del lavoro fondata sulla nuova cultura della valutazione, tutta protesa a cifrare come a scuola risultati, ritmi lavorativi, comportamenti psichici, su base quantitativa e mai qualitativa: «Una cultura di morte e per la morte», scrive Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera del 17 ottobre.

Strano come negli ultimi due-tre anni la morte volontaria abbia messo radici in una terra di rivoluzioni, di regicidi. Il fenomeno si è rivelato più tenace dei sequestri di manager. Oltre ai suicidi in Telecom vanno ricordati quelli al centro Guyancourt di Renault nel 2006-2009 (4 suicidi, l’ultimo in ottobre), nella fabbrica Peugeot-Citroën di Mulhouse (6 suicidi nel 2007), nel gruppo Electricité de France (3 suicidi in 6 mesi, nel 2007).

I dati parlano di 500 suicidi l’anno per lavoro, ma gli esperti sono convinti che il numero sia assai più alto.

A Telecom i sindacati sono presenti, altrove c’è deserto sindacale e la notizia s’insabbia.

Bisognerebbe fare una raccolta delle lettere che alcuni hanno lasciato, prima di uccidersi, come si fa con le lettere dei condannati a morte. Aiuterebbe molti a capire, a rettificare parole, certezze, a vedere un’emergenza sociale dietro le intimità di una psiche. Il lavoro occupa l’intera mente dei suicidi, e l’intera esistenza. Illuminante e terribile è la lettera di Michel D, il quadro dirigente che si è tolto la vita il 14 luglio scorso. È indirizzata ai familiari e a tutti i colleghi: «Mi uccido a causa del mio lavoro a France Telecom. È l'unico motivo. Urgenza permanente, sovraccarico di lavoro, assenza di formazione, disorganizzazione totale dell’azienda: questo mi ha completamente disorganizzato e perturbato. Sono diventato un relitto, meglio farla finita». E in un post scriptum: «So che molte persone diranno che esistono altre cause (sono solo, non sposato, senza bambini). Alcuni insinueranno che non accettavo d’invecchiare. Ma no, con tutto questo mi sono arrangiato abbastanza bene. L’unica causa è il lavoro».

I rapporti degli esperti (psichiatri, medici del lavoro, sociologi, mobilitati nell’ultimo anno) individuano nel lavoro l’epicentro del terremoto suicida. Jean-Claude Delgenes, fondatore della società Technologia che studia questi casi, elenca numerosi motivi ma su uno insiste, in particolare. Il male è nella parola, dice: nella parola che perisce prima della persona, cancellando ogni legame sociale. Il flusso dell’informazione si dissecca, e il singolo si sente solo, minacciato da declassamento, controllato da troppi occhi che «lo assillano moralmente e lo spingono a lasciare l’azienda per esaurimento». La Telecom è un caso speciale, perché per oltre mezzo secolo è stata un grande servizio pubblico: il 65% degli impiegati sono tuttora funzionari dello Stato. La maggior parte dei suicidi avviene tra loro e nelle classi alte: quadri e ingegneri di 48-50 anni, sconvolti dall’avvento di cellulari e internet.

L’assenza di parola è malefica, quando non circola più e si allontana come un Dio dichiarato morto: non viene data a chi forse si salverebbe parlando, non viene ascoltata quando stentatamente è detta dal sofferente, non è scambiata tra colleghi. Qui è il crimine, e tutti sono responsabili di un’afasia proliferante e contagiosa: i manager ma anche i sindacati, i politici che non illustrano i costi della crisi e i mezzi di comunicazione. Un mondo sta finendo - il lavoro fisso, il sindacato forte che arginava le disperazioni - e l’enorme mutazione è occultata, sottovalutata.

Ivan du Roy, giornalista a Témoignage chrétien e autore di un libro sui suicidi a Telecom, ricorda che non fu diverso l’affare dell'amianto: ci vollero decenni per riconoscere che i tumori nascevano in fabbrica. Lo stesso accadrà per il nesso lavoro-suicidio (Du Roy, Orange stressé: Le management par le stress à France Telecom, Parigi 2009). Gli amministratori della compagnia hanno esitato a lungo, prima di ammettere che qualcosa non andava, a cominciare dai vocabolari. Il management attraverso la paura, denunciato da Michel D, è qualcosa che non vogliono afferrare. Per mesi, il presidente Lombard ha parlato di «moda dei suicidi».

Questo linguaggio sprezzante è mortifero, soprattutto in un’azienda che è stata servizio pubblico dove il lavoro significava fierezza, prestigio. È un linguaggio sfrontato nato dal fondamentalismo anti-statalista. Mette in luce gli ingiusti privilegi di certi lavoratori ma fa loro mancare quello che più li motiva e li aiuta: il riconoscimento, la stima di sé. La parola d’ordine è, in Francia: Il faut secouer le cocotier - bisogna scuotere l’albero di cocco. Un’espressione perfida che richiama l’usanza, osservata in alcune etnie polinesiane nell’800, di eliminare fisicamente i vecchi quando non erano più capaci di arrampicarsi sugli alberi e raccogliere il cocco. Usato oggi, il termine significa: bisogna eliminare gli improduttivi. In Italia un ministro usa vocaboli simili (fannulloni, parassiti) senza sapere che la storia di certe parole è tragica, proprio quando esse diventano popolarissime.

I sindacati sono specialmente in causa, perché spetta a loro incanalare le ribellioni, educare al nuovo, e dare ai lavoratori non illusioni ma verità. Il suicidio smaschera la loro inconsistenza, essendo una rivolta strozzata subito. Il ribelle, lo dice l'etimologia, ricomincia sempre la guerra (re-bellum). Il suo linguaggio (militanza, mobilitazione) è militare. Il suicida grida, muto, che la guerra è finita: è infinitamente stanco di storia. Come l’Amleto europeo che Valéry descrive dopo il 14-18, «pensa alla noia di ricominciare il passato, alla follia di voler sempre innovare. Barcolla fra due baratri, perché due pericoli incessantemente minacciano il mondo: l’ordine e il disordine».

Non è vero che troppa informazione è deleteria, come dicono molti governanti. La maggior parte dei suicidi lamentano di non esser mai informati, su crisi e ristrutturazioni: né dai manager, né dai sindacati, né dai politici. Sentono solo parole offensive nei loro confronti. Sentono «un’agitazione permanente chiamata pomposamente innovazione», scrivono il 28 settembre i firmatari di una lettera aperta al presidente Telecom. Invitati ossessivamente a pensare positivo, nulla li prepara psicologicamente a tempi duri, al lavoro che ridiventa necessità e pena.

Non meno responsabile è la professione giornalistica. Da tempo ormai le pagine economiche dei giornali sono monopolizzate da articoli su imprese, finanza. I servizi sul lavoro sono pressoché scomparsi. Il capo della Confindustria si esibisce quasi fosse un ministro, pur essendo rappresentante di un sindacato come altri. Lo studioso Michael Massing scrive che la stampa Usa non si occupa praticamente più dei problemi sociali (New York Review of Books, 1-12-05). Il New York Times ha 60 reporter che seguono il business, e uno che segue il lavoro.

Il respiro breve, il tempo corto: sono mali che non affliggono solo la finanza ma anche il lavoro. Tutto deve esser ottenuto subito. Chi regna è il cliente: una giusta rivalutazione del consumatore, che rischia tuttavia di ributtare il produttore nel nulla («Je suis nul - Sono nullo, sarò licenziato», dice un altro suicida nell'ultima lettera). Tutto questo è moderno e tragico al tempo stesso. Sfocia in un brave new world dove mai sfuggi al sorvegliante. Dove ti ordinano di pensare positivo, e se pensi negativo ti eliminano come i vecchi che non sanno più inerpicarsi sull’albero di cocco.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Piccolo mondo antico
Inserito da: Admin - Ottobre 25, 2009, 04:23:39 pm
25/10/2009

Piccolo mondo antico
   
BARBARA SPINELLI


Il ministro dell’Economia ha dato un’occasione al Pd, che oggi affronterà le primarie e sceglierà una guida nuova. Difendendo il valore del posto fisso, presentandolo come la cosa calda anelata quando gela, affermando che nel modello europeo non si può organizzare un progetto di vita e di famiglia se il posto è variabile, incerto, Tremonti ha evocato un ingrediente essenziale del socialismo: ha evocato la stoffa dei suoi miti, delle sue mobilitazioni. Alcuni dicono addirittura che il ministro abbia astutamente rubato alla sinistra un tema che dovrebbe figurare nei suoi programmi, lasciandola sgomenta e muta. Si è appropriato della questione sociale, facendosi interprete del mondo che soffre una degradazione del lavoro destinata ad acutizzarsi.

La realtà è non poco diversa tuttavia, e la vera occasione per gli eredi del socialismo e del cattolicesimo sociale è di penetrare tale realtà.

Di dire il volto che ha oggi la questione sociale, di costruire su essa un nuovo corpo di dottrine, di sfatare le illusioni. Un primo passo importante l’ha fatto Franceschini, intervistato dal Sole - 24 Ore del 22 ottobre: «Alla retorica di Tremonti, io oppongo i fatti. E i fatti dicono che la flessibilità fa parte delle società moderne. Piuttosto il governo non fa nulla per arginare la precarietà. Lancio la sfida al ministro dell’Economia e chiedo di agire su due fronti. Primo: togliere convenienza economica ai contratti precari (...). Secondo: riforma degli ammortizzatori. Insisto: basta con la logica delle deroghe, servono protezioni sociali per l’operaio che perde il posto, per l’artigiano e per i giovani con contratti flessibili».

L’errore è forse quello denunciato da Kant: si parla di valore, quando si dovrebbe parlare di dignità. Si riempie di valore qualcosa che non ha rapporti con il reale ma con ricordi, nostalgie. Su una cosa Tremonti non ha torto: contrariamente a ciò che è stato detto nei giorni scorsi, anche a destra, il posto fisso non è un male, un fossile. Troppo facile liquidare così un mito che occupa le menti di tante persone in bilico, ed è quella «goccia del passato vivente» che secondo Simone Weil va conservata gelosamente e portata nel futuro, perché non cresca lo sradicamento del lavoro. Il lavoro stabile è quella goccia ­ più del posto fisso ­ ed è ovvio che nell’immaginario resti un bene: come potrebbe non essere così?

È un bene, tuttavia, riservato a sempre meno esseri umani. I lavoratori instabili e precari sono quasi 4 milioni (il 15 per cento degli occupati).

Fra il gennaio 2008 e il gennaio 2009, solo il 23 per cento delle assunzioni si è concretizzato in un contratto a tempo indeterminato, e di questi contratti solo il 3 per cento si è stabilizzato (al Sud l’1,7).

L’economista Tito Boeri spiega come nel mercato del lavoro si assuma «quasi solo con contratti temporanei: 4 nuovi rapporti di lavoro su 5 vengono istituiti fissando una data di scadenza, spesso molto breve. La percentuale sarebbe ancora più alta se si tenesse conto che molti contratti formalmente a tempo indeterminato per le badanti sono in realtà contratti che possono essere interrotti da un momento all’altro» (Repubblica, 22-10). Con questo dualismo urge fare i conti: non esaltando un mondo a scapito dell’altro, ma conferendo dignità a chiunque lavori, stabilmente o precariamente, e senza cercare il calduccio nei bei tempi o valori che furono. Questi non tornano, ma la questione della dignità resta. Facendo l’elogio del passato Tremonti non solo proclama l’ovvio (lui stesso l’ammette: «Ho detto una cosa scontata: come che tra stare al caldo e stare al freddo, preferisco stare al caldo»). Enuncia banalità inutili perché irrealizzabili, ha scritto su questo giornale Federico Geremicca.

Ma non è solo una banalità. La frase di Tremonti occulta il vero ed è deleteria, beffarda. Attribuendo un’inimitabile virtù di stabilità al posto fisso, inoltre, fissa valori supremi che per forza declassano altri valori, facendone dei disvalori. Il posto precario che tanti giovani devono scegliere al posto dell’inattività è condannato e dannato, non consentendo di «organizzare progetti di vita e di famiglia». La preminenza data al posto fisso sfocia «nell’esclusione degli outsider, di quelli che il posto non lo hanno», e ai quali non si offre «una società aperta ma l’arroccamento degli insider», scrive l’economista Franco Bruni (La Stampa, 21-10). Essendo in fondo senza interesse, il lavoro instabile non ha interessi da far valere né rappresentanze da costruirsi. Disperazione e rimpianto sono la sua sorte. In Italia, a differenza della Francia, chi lavora nella precarietà non ha protezioni se si ammala, se aspetta un figlio. Non ha diritti concernenti ferie, licenziamenti, pensione. Dichiarare il posto fisso come «la base di una vita dignitosa» è un crudele memento per coloro cui si dice: tu questa base non puoi averla, anche se lavori, perché non sei parte del piccolo mondo antico. È nell’Inferno che Dante lo apprende: «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria». Non è neanche vero che Tremonti difende l’esistente. Le sue parole feriscono perché illudono, fingendo un esistente che non c’è. Somigliano alle case vendute con delittuosi imbrogli a chi non ha soldi per comprarle: sono parole subprime.

Sono l’ennesima bolla, fatta di vento che presto si sgonfia.

Negare la realtà è perpetuare una pigrizia mentale che lusinga i privilegiati e lascia scoperti gli sfavoriti, trasformando questi ultimi (la maggioranza dei giovani) in perdenti. Che li contagia con l’indolenza, non svegliandoli a una nuova cultura del lavoro: una cultura egualmente calda, che dia stabilità all’attività lavorativa, quale che sia la sua forma. La sinistra ha una funzione essenziale nella formazione di questa cultura, perché tradizionalmente rappresenta i lavoratori, i miseri. Quando smette di farlo ­ quando nel contempo dimentica anche gli imperativi della moralità pubblica ­ il vuoto è stato sempre riempito da destre populiste.

La sinistra e i sindacati devono ricominciare la storia, anziché impigrirsi e riecheggiare astratti rimpianti: devono capire che la questione sociale si sta ripresentando impetuosa, ma con vesti diverse. Che siamo di fronte a un passaggio storico non dissimile da quello descritto da Luigi Einaudi nel 1897, quando gli scioperi colpirono l’industria tessile del Biellese. La nascita delle fabbriche nella prima metà dell’800 aveva suscitato bisogni nuovi, per chi aveva dolorosamente vissuto la fine del tessile lavorato in famiglia, col telaio a mano installato in casa. Aveva, proprio come dice Tremonti del lavoro instabile, distrutto progetti di vita e famiglie, tanto che Simone Weil sognava, ancora nel 1949, l’abolizione delle grandi fabbriche. Garantire protezioni al lavoro discontinuo oltre che al posto fisso è un compito grande e arduo per le sinistre. Non basta che il Pd cessi di essere un partito leggero e vada nelle fabbriche che chiudono, come suggerito da Epifani sul Fatto di venerdì. Non è solo in fabbrica che la sinistra ritroverà coloro che, pur lavorando, soffrono la perduta dignità, ma nelle professioni intellettuali, negli uffici, nella pubblica amministrazione, nella ricerca.

Diceva ancora Einaudi: «Perché l’equilibrio duri, è necessario che esso sia minacciato a ogni istante di non durare (...). Bisogna che nessuna forza legale intervenga a cristallizzare le forze, ad impedire alle forze nuove di farsi innanzi contro alle forze antiche, contro ai beati possidentes» (Le lotte del lavoro, Einaudi 1972). Tremonti ha il merito di aver visto l’aggravarsi dello squilibrio. Da qui bisogna partire, perché esso susciti nuove rotte di pensiero, di azione. Perché gli anni eroici del movimento operaio siano la goccia del passato vivente che porteremo nel futuro.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le parole per battere la mafia
Inserito da: Admin - Ottobre 26, 2009, 09:40:17 am
26/10/2009 - LE IDEE

Le parole per battere la mafia
   
L'intervento agli stati generali di Libera: è il momento di dire quello che conosciamo

BARBARA SPINELLI


Da anni ci interroghiamo su questo male che non viene estirpato, la mafia: in particolare sulla lunga storia di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con poteri occulti che mediano fra due potenze facendone entità paragonabili. Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero valere le parole di Montesquieu: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere».

Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di farci domande. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre 1974 a proposito delle trame eversive italiane, che in realtà: noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se non abbiamo tutte le prove e gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite, prolungandosi fino al 2004. Sappiamo che viviamo ancor oggi - con le leggi che ostacolano la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale che premia l’evasione - sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il sangue che mafia, camorra, ’ndrangheta hanno versato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città: sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando davanti a noi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia - sì, noi l’abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare la malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze - anche quelle che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione - per conoscere le responsabilità di politici che, per aver conquistato e mantenuto il potere grazie alla malavita, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.

Tutte queste cose, come avviene nei paesi che vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di denunciare, di testimoniare, e non solo di testimoniare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire un’Italia diversa: tra i primi l’associazione Libera, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori della guerra russa contro i ceceni.

Sono i medici dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice. Nella sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate, che comanda: «Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta».

Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo alla complicità, al delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nell’infrangere il segreto, nel far letteralmente parlare le pietre e il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che esso vien conosciuto e la guarigione può iniziare. Per questo l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma, prima di esser aiutata a divenire civica, essa deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti. I medici di cui ho parlato - medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate - combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre oscuri patti fra Stato e mafia, lascia senza protezione le loro vittime. I medici danno alle cose un nome, e su questa base agiscono.

C’è un modo di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, don Giuseppe Puglisi, don Giuseppe Diana e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando fu invasa da Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide con la geografia; quel che rappresento è «una certa idea della Francia», che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide di entrare in resistenza e sperare in un mutamento.

La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni, l’abitare che diventa aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case avviene con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato dalle mafie. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è dalla debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe bisogno di sperare: «Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza».

Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: una cultura della legalità, una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo decentemente. Per ora abbiamo una certa idea dell’Italia, della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che accade da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e l’agire diventa non solo necessario ma possibile. Anche questo Paolo lo spiega bene, quando elenca le tappe della speranza. Prima viene l’afflizione, la conoscenza del dolore. L’afflizione produce la pazienza, e questa a sua volta la virtù provata. È sul suolo della virtù provata che nasce la speranza, e a questo punto la prospettiva cambia. A questo punto sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la prova dell’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva - già qui, ora - di un futuro possibile. Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa non dimenticabile: «Se essi sono morti (parlava di Falcone, Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa». Per questo corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - America terra desolata
Inserito da: Admin - Novembre 01, 2009, 10:30:38 am
1/11/2009 - SPECIALE OBAMA UN ANNO DOPO

America terra desolata
   
BARBARA SPINELLI


C’è allarme, da qualche tempo, su Obama e il suo cambiamento. Aumentano gli scontenti, specie nella sua base. Crescono campagne d’odio, in un partito repubblicano divenuto semi-fascista. Si moltiplicano le accuse di scarsa fermezza, sveltezza. Il cambiamento promesso il giorno dell’elezione, il 4 novembre 2008, ancora non si vede del tutto. Spesso pare smentito: su sicurezza e libertà, il Presidente è sospettato di proseguire, intimidito, alcuni costumi di Bush. Ciascuna di queste accuse ha una sua ragion d’essere. Ma tutte sembrano come cieche, incapaci di vedere la profondità della crisi americana e la tenace volontà con cui il Presidente l’affronta, non schivando pericoli e ostacoli ma andando ogni volta lì dove le loro radici sono più potenti, per studiarle e smontarle. Quel che i critici non vedono è al tempo stesso la forza delle resistenze al cambiamento, i mali troppo antichi per esser sveltamente sanati, e il mutamento già avvenuto del clima mondiale. È come fossero impermeabili alla pedagogia della verità inaugurata da Obama sin dal primo giorno: «La strada è lunga e ripida, disseminata di sconfitte e inciampi. Non arriveremo alla meta in un anno, e forse neppure in quattro».

Obama si trova a guidare un paese che è, da molti punti di vista, la terra desolata di T.S. Eliot: un cumulo di immagini infrante. È sempre ancora il paese più inventivo, e «la sua influenza resterà molto grande rispetto alla modestia della sua condotta», dice Kissinger. Ma la caduta, non solo economica, è tangibile. La Cina che diventa il primo creditore degli Stati Uniti, il dollaro che diffonde instabilità perché riflette la crisi di una sola nazione pur restando moneta mondiale, son segni di un equilibrio internazionale che si ricostruisce su basi diverse - un po’ come in Europa prima del ’14 - con l'America che non è più l’unica, la più sana, la più esemplare delle potenze. Le guerre di Bush contro il terrore volgono al fallimento, non solo in Iraq da cui Obama s’è ritirato. L’esitazione del Presidente sull’aumento di truppe in Afghanistan è segno di serietà: l’appoggio al regime corrotto di Karzai ha avuto come risultato la conquista talebana di oltre metà Afghanistan, e un’insurrezione antiamericana ormai disgiunta da taleban e Al Qaeda. Senza Obama, Karzai non sarebbe stato costretto a rifare le elezioni che aveva truccato.

Viene poi il disastro mentale, culturale: il disastro di un nazionalismo che ha radici secolari, e più volte è divenuto malattia acuta, apocalittica convinzione d'esser sempre nel bene trionfante. L’ideologia messianico-affaristica di Bush non è che l’apice di un'onda lunga, che risale alla seconda metà dell’800, e che vede nell’America una nazione eletta a guidare il mondo, la lucente città sulla collina che redime e rieduca la terra peccaminosa perché tale è il suo destino manifesto. Obama fa i conti anche con questa tradizione, che ha avuto come epigono farsesco Bush jr. e s’è impersonata in Wilson nel ’14-18, in Reagan negli Anni 80. Anche qui non siamo che agli inizi, e Obama ha cominciato l'opera con un’ambizione più grande ancora di quella di Roosevelt, prima del ’39. Allora Washington rispose al collasso economico con il protezionismo, l’isolazionismo. Obama affronta ambedue i collassi, e proprio nel momento in cui cura il paese apre al mondo. Stabilisce un nesso fra le due crisi - sul piano interno una democrazia parlamentare corrosa dalle lobby e un potere esecutivo screditato da continue trasgressioni della legge e della costituzione; sul piano esterno il tracollo del prestigio Usa - e con atti e parole mostra di volerle combattere confutando certezze fin qui incrollabili.

Prima certezza messa in questione: quella di esser nel giusto, sempre. Una certezza smisuratamente dilatata dopo la guerra fredda. Sicure d’aver vinto grazie alla loro egemonia culturale, economica, politica, tre amministrazioni hanno dimenticato una verità elementare: è molto più facile per il vinto imparare dalle sconfitte, che per il vincitore apprendere dalla vittoria. Vincitrice, l’America ha smesso nell’89 di pensare, senza costruire il dopo. Negli anni dello scontro con l’Urss era stata la guida del mondo libero. Caduta l’Urss ha voluto divenire guida del mondo, quello libero e quello da liberare: potenza che non tollera rivali, persuasa d'esser sempre, sola, nel giusto. I neo-conservatori hanno perfino vagheggiato la replica dell’impero romano. Le abitudini della guerra fredda, che avevano favorito la sconfitta dell'avversario, son divenute vizi che frenano ogni capacità di capire il mondo e ridisegnarlo. Anche qui, il clima è mutato e risultati si vedono: in Iran, Iraq, nei discorsi sull’Islam, negli impegni su disarmo nucleare e clima, nel taglio ad alcune spese militari.

Obama è figlio dei movimenti civili che infransero il mito nazionalista del faro di libertà. È l’erede di chi lottò contro la guerra in Vietnam e l’odio razziale. Anche per questo suscita repulsioni così violente, non per quello che fa ma per quello che è e dice: sul rispetto dell’altro, del diverso. Per come ha commentato, mercoledì, la legge contro i crimini fondati sull’orientamento sessuale.

Il tempo della delusione forse verrà, se deve. Ma in una battaglia appena iniziata è insensato dar per scontata la disfatta, trasformare la speranza in vizio, e decretare già ora che il Presidente non si libererà da quella che lo storico Anders Stephanson chiama la «sovranità globale», la chimerica predestinazione americana al bene (Destino manifesto, Feltrinelli 2004). Sino a oggi, in fondo, l’America non aveva vissuto quel che l'Europa ha sperimentato nel ’45: la scoperta inorridita di sé, della propria insolenza nazionalista, e la svolta che rappresentò l'abbandono - tramite l’Europa unita - della sovranità assoluta degli Stati. Anche se non ha davanti a sé città annientate, l'America conosce un tracollo mentale non diverso.

Ma è un bivio difficile, perché antichi sono i mali, e lenta la cura. La coalizione di interessi che blocca il cambiamento è portentosa. Perché non continuare a spendere e arricchirsi come in passato, lasciando i deboli a terra, visto che comunque resteremo i primi nel mondo e che non si vedono in giro città rase al suolo? Questa la doppia presunzione, interna e mondiale, che ha visto nascere una superpotenza solitaria con i piedi d'argilla, perché dotata di un modello sociale che lascia più di 30 milioni di americani senza protezione sanitaria. Resistono le lobby, le assicurazioni private, e quello che Eisenhower chiamava il complesso militare-industriale. Per questo è già un progresso grande: la riforma sanitaria è difficile, per quarant’anni è stata impossibile, e tuttavia Obama la farà. Smettere le guerre e tornare al multilateralismo è lento, eppure qualcosa già si muove.

Molto dipende da come son vissute in casa le mutazioni, e questo non vale solo per l'America. Lo vediamo anche in Italia: i cambiamenti sono visti come qualcosa che spetta ai governi, non al cittadino che dopo il voto si scopre responsabile. Le società non sono traversate da grandi movimenti civili. L'America di Johnson abolì la segregazione razziale perché spinto da una corrente vasta che mai si scoraggiò. Obama non ha alle spalle simili movimenti ma una società più inerte, atomizzata, capricciosa.

Anche l’Europa può molto. Può mostrare che il suo modello di sovranità condivisa è la via. Anche per questo è un bene che la candidatura di Blair alla presidenza stia tramontando. Non tanto perché ha partecipato alla guerra in Iraq, ma perché l’Inghilterra è l’unica nazione importante, in Europa, che non ha rinunciato al mito, menzognero ormai anche per gli Stati Uniti, della sovranità assoluta. È un bene che Helmut Schmidt, il grande vecchio, abbia detto il vero: sarebbe pericoloso se un antieuropeo, per di più carismatico, diventasse il nostro portavoce in un’America che sta cambiando.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Quel muro che cadde sulla sinistra
Inserito da: Admin - Novembre 08, 2009, 10:21:51 am
8/11/2009

Quel muro che cadde sulla sinistra
   
BARBARA SPINELLI

Il muro di Berlino cadde sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Voi sapete bene che il giorno del Signore arriverà come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dirà “Pace e sicurezza”, improvvisa piomberà su di essi la rovina, allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non scamperanno». Per alcuni nel partito comunista italiano fu proprio così: Alessandro Natta, che fino all’88 aveva guidato il Pci, confidò a Claudio Petruccioli (era il 10 novembre, poche ore dopo la notte fatale) che «Hitler aveva vinto».

Fu in quei giorni che il suo successore, Achille Occhetto, cominciò a parlare, alla Bolognina, della Cosa: non riuscì ancora a darle un nome, ma sentì che per scampare bisognava subito inventarsi un partito nuovo e soprattutto un nome che facesse dimenticare il passato con i suoi tanti pensieri falsi, le sue doppie verità, le sue volontarie impotenze. Per molti militanti fu una scossa, perché il passato non lo dismetti in una notte alla maniera in cui Stalin dismetteva storie e compagni, cancellandone le tracce.

Perché il nuovo non puoi definirlo una Cosa, solo perché hai paura di usare parole tragicamente disonorate come progetto, ideologia, meta. Non solo: se i vertici cambiarono così prontamente strada, vuol dire che per decenni avevano nascosto alla base il vero: se avessero parlato prima, non avrebbero permesso che l’Italia restasse senza alternanza per quasi mezzo secolo.

Da allora sono passati vent’anni, e gli eredi del Pci ancora soffrono quel congedo precipitoso, quel vocabolario che d’un colpo si svuota. Ci sono parole che lasciano l’impronta anche se son nebbia, e un destino simile toccò alla Cosa. Al posto dell’idea del mondo, comparve questo sostantivo che è un annuncio, un guscio che si promette di riempire: «un nome generico - scrive il Devoto - che riceve determinazione solo dal contesto del discorso». Tutto da allora è stato futuro appeso a un contesto indeterminato: anche le primarie, cui si era chiamati a aderire senza saper bene a cosa si aderisse. Anche la speranza di coniugare le due forze fondatrici della repubblica: il socialismo e il cattolicesimo, dimenticando (lo storico Giuseppe Galasso l’ha ricordato il 30 agosto sul Corriere della Sera) il terzo incomodo che è la tradizione laica, liberale, radicale. Riesaminando l’ultimo ventennio, Arturo Parisi parla del controllo che le nomenclature dell’ex Pci hanno finito con l’acquisire sull’Ulivo, e del patto stretto da esse con i falsi innovatori dello stesso partito. I candidati segretari regionali provenienti dai Ds erano nelle ultime primarie il 75 per cento del totale, facendo «coincidere la geografia elettorale del Pd con i confini del voto comunista» e sconfiggendo l’Ulivo (intervista a Gianfranco Brunelli, Il Regno 16/2009).

Forza indispensabile della sinistra ma non bene identificata, l’ex Pci l’ingombra con il peso, non leggero, di una storia ripudiata. Sono anni che espia, fino all’eccesso, un passato di cui tuttavia non vuol parlare. Il centrismo, i toni bassi, la tregua fra i poli, la politica senza contrapposizioni: siamo in un paese dove il principale partito di sinistra, vergognandosi del passato, non fa vera opposizione per tema di somigliare a quel che era. Dallo spirito dell’89 ha appreso poco. Lo stato di diritto, l’onestà delle élite, la scoperta del conflitto sale della democrazia: la liberazione dell’89 ha preso da noi la forma di Mani Pulite, senza lambire la politica. Inutile prendersela con i magistrati, se l’ansia di rigenerazione hanno finito con l’esprimerla solo loro. Bersani ha preso atto, ieri, che dialogo è ormai una «parola malata e ambigua».

L’espugnazione dell’Ulivo e del Pd non crea identità. Anche il socialismo italiano fu espugnato così: usurpandolo, non integrandolo e cercando di capire l’altrui tracollo oltre che il proprio. Anche per il socialismo italiano la caduta del Muro spuntò infatti come un ladro notturno. Le metamorfosi del Pci sono una storia di crudele appropriazione, ma il socialismo è non meno colpevole di questo furto di vocaboli e identità. Non è mai riuscito a divenire dominante, come nel resto d’Europa. E quando con Craxi volle disputare la rappresentanza della sinistra al Pci non seppe trarne le conseguenze: continuò nei suoi doppi giochi, prospettò l’unità delle sinistre senza rinunciare a spartire potere, non si rinnovò moralmente ma degradò sino a divenire il simbolo della corruttela italiana.

In un lucido saggio sull’Italia, lo storico Perry Anderson descrive un partito socialista che ingenera il berlusconismo, spiegando come questi sia erede dell’ultimo Psi più che della Dc (London Review of Books, 21-3-02). La spregiudicatezza di Craxi è un tratto speciale e irripetibile della nostra cultura. Altrove lo spregiudicato è figura settecentesca che combatte pregiudizi, dogmi: non coincide con l’uomo senza scrupoli. Da noi i due tratti si confondono, e spregiudicatezza è encomiabile virtù di chi sprezza le regole, la legge, l’etica, nella certezza che il potere renda tutto lecito se non legale. L’intera classe dirigente ne è responsabile, e non stupisce che da decenni l’agenda della politica sia dettata da Berlusconi.

Occhetto sperava forse in una svolta autentica. Sperava in una carovana che viaggiando associasse forze diverse, e temeva la caserma anelata da Massimo D’Alema. Un timore che si rivelò giustificato, ma che non vede il solo D’Alema sul banco degli imputati. Questi fu almeno chiaro: l’Ulivo non gli piacque mai. Più colpevoli furono i falsi innovatori, che promettevano senza mantenere: che non hanno esitato, come Veltroni, a distruggere l’ultimo governo Prodi. Ciononostante è D’Alema la persona chiave del ventennio. In qualche modo è restato quel che era, senza più dogmi ma con inalterata volontà di potenza. Dei comunisti ha la stessa insofferenza verso il dissenso, lo stesso fastidio freddo verso la stampa indipendente. Sono sue e non di Berlusconi frasi come: «I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». La morte temporanea dell’Unità, nel 2000, lo testimonia. Michele Serra parlò di delitto perfetto su la Repubblica: «La fine dell’Unità, forse più ancora della Bolognina, illumina lo sconquasso identitario della sinistra italiana. Ne racconta le insicurezze, i complessi di inferiorità, l’incerto e poco lineare incedere verso una modernità spesso vissuta da praticoni».

Vivere la modernità da praticoni è l’abbandono dell’ideologia, in nome dell’antidogmatismo. Il fatto che le ideologie totalitarie siano perite, non significa che un partito possa solo vivere di volontà di potenza, e su essa fabbricare inciuci. Che possa continuare a ricevere il colore da discorsi effimeri. Dotarsi di un’ideologia vuol dire avere un sistema coerente di immagini, metafore, princìpi etici. Vuol dire pensare un diverso rapporto con gli stranieri, la natura, il lavoro che muta, l’immaginario. A differenza della politica quotidiana, l’ideologia ha una durata non breve ma media, e la durata non è imperfezione. È perché non aveva idee sull’informazione di massa e sulla società di immigrazione che la sinistra fu travolta da Berlusconi. Che non seppe adottare, subito, una legge sul conflitto d’interesse. Che giunse sino a chiamare la Lega una propria costola.

Perry Anderson ritiene che la nostra sinistra sia invertebrata. Una Cosa appunto, senza scheletro: un metamorfo, come nel film di Carpenter. Il suo sogno ricorrente è quello d’un paese normale: un’altra Cosa - imprecisa, mimetica - che dall’89 cattura gli spiriti. La sinistra invertebrata ha corteggiato Clinton, Blair, Schröder, tessendo elogi del moderatismo, del centrismo. Vita normale, per la sinistra, ha significato sin qui smobilitazione ideologica, conformismo: il nuovo ancora lo si aspetta.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Fini e il male minore
Inserito da: Admin - Novembre 15, 2009, 10:30:18 am
15/11/2009

Fini e il male minore
   
BARBARA SPINELLI


Da quando ricopre la terza carica dello Stato, Gianfranco Fini ha un’aspirazione che lo domina, costante: quella a esser statista oltre che uomo politico, e a scorgere nelle trasgressioni istituzionali di Berlusconi pericoli che lui, anche se solitario, vuol diminuire o combattere. Il suo magistero, come quello di Napolitano, è delicato: egli rappresenta la nazione, non può esser presidente di parte. Ma Fini ha osato molto, ultimamente, fino a praticare quella che Albert Hirschman chiama l’autosovversione: esprimendosi su temi essenziali come l’immigrazione, i diritti civili, il testamento biologico, la laicità.

Il libro che ha appena pubblicato (Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Rizzoli) conferma una volontà precisa, e il desiderio di pensare la democrazia italiana nel tempo lungo, prendendo congedo dai dizionari delle «parole neoideologiche» e dei luoghi comuni («Il caso di Eluana Englaro ci ha dimostrato in modo eclatante che la politica italiana tende ancora a presentarsi, nei momenti di più aspro confronto, non secondo le linee contemporanee del “fare”, ma secondo le linee novecentesche dell’ “essere”, vale a dire le linee in definitiva rassicuranti, ma immobili, dell’ “identità”»).

Proprio perché ha deciso di scandagliare nuovi mari, vorrei porre al presidente una domanda di fondo, attorno a un assioma apparentemente importante che lo guida: se sia giusto, nonché utile, perseguire sistematicamente il Male Minore, nella resistenza al degrado delle istituzioni democratiche. Se davvero la situazione sia così degradata e povera di alternative, da imporre questa classifica dei mali, basata sulle categorie economiche del più e del meno.
 
Nelle dittature la ricerca del male minore è spesso la sola via, anche se non necessariamente la più feconda.

Spesso è un camuffamento per iniziare i recalcitranti; solo di rado ingenera i casi Schindler, che accettò il nazismo salvando 1100 ebrei. Ma nella democrazia? L’economia dei mali è usanza antica, ma ha senso farne un assioma?

L’interrogativo si pone perché tutta la politica italiana, da anni, ruota attorno a questo concetto. L’hanno interiorizzato le opposizioni, svariati giornali, anche la Chiesa. Lo difendono i centristi (nuovi o vecchi): spesso moderati per non-scelta, per calcolo breve, per conformistica aderenza all’opinione dominante. L’ultimo esempio di politica del male minore è quello di Fini nell’incontro col presidente del Consiglio del 10 novembre: per evitare il peggio ­ la prescrizione rapida, cui Berlusconi assillato dai processi Mills e Mediaset teneva molto ­ il presidente della Camera gli ha concesso il processo breve, che è una prescrizione camuffata e accorcia i procedimenti con l’eccezione di alcuni reati (non i più gravi d’altronde, essendo escluso anche il reato di clandestinità: «una semplice contravvenzione punibile con banale ammenda», commenta Giulia Bongiorno, deputato, vicina a Fini).

La giustizia lenta affligge gli italiani, ma il rimedio non consiste nel dichiarare che il processo si estingue automaticamente dopo tre gradi di giudizio per la durata complessiva di 6 anni, bensì nell’introdurre preliminarmente le riforme che consentono di abbattere i tempi. Riforme da applicare a monte, senza toccare i processi pendenti. Non si tratta di troncare i processi, ma di accelerarne il corso. Dichiarare estinto un processo perché dopo due anni non c’è sentenza di primo grado è di una gravità estrema. In certi casi, soprattutto per reati delicati con rogatorie internazionali, due anni davvero non bastano. Scansare il male maggiore è buona cosa, ma quello minore ­ ambiguo, sdrucciolevole ­ non è detto dia frutti.

Classificare i mali e le colpe è attività millenaria, in teologia e filosofia. Cominciò il cristianesimo nel IV secolo a graduarli, con Agostino, introducendo nella valutazione il calcolo economico (il filosofo Foucault parla di teologia economica). C’erano colpe più o meno nefaste, e alcune erano talmente nefaste che in assenza di alternative la Chiesa tollerava mali minori. Nell’«economia del male», sosteneva Agostino, meglio le prostitute che l’adulterio; meglio uccidere l’aggressore prima che egli uccida l’innocente. La guerra, se proporzionata e volta al bene, divenne giusta. Il fine comunque rimaneva determinante, e il fine era il perfezionamento e l’imprescindibile trasformazione dell’uomo cui esso conduce.

Secolarizzandosi, tuttavia il male minore non punta più alla perfezione-trasformazione, ma all’ottimizzazione dell’esistente e del male.

Cessa d’essere tappa d’un cammino accorto, si fa consustanziale alla democrazia, addirittura suo sinonimo. Lo descrive con maestria Hannah Arendt, negli Anni 50 e 60, con ragionamenti che sono ripresi oggi da Eyal Weizman, l’architetto israeliano direttore del Centre for Research Architecture a Londra, in un eccellente libricino intitolato Male Minore (Nottetempo 09). Marco Belpoliti l’ha recensito su La Stampa il 28-8-09.

Accade a ciascuno di cercare il male minore, nella vita individuale e pubblica. È il momento in cui urge, tatticamente, scongiurare il precipizio nel peggio. In politica spingono in questo senso la prudenza, l’astuzia.
Ma il male minore rischia di installarsi, di divenire concetto stanziale anziché nomade: non ambivalente paradosso ma via aurea, con esiti e danni collaterali che possono esser devastanti, non subito ma nel lungo periodo. A forza di mitigare l’iniquità agendo dal suo interno, in effetti, sorgono insidie che la Arendt spiega bene: «Lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori in politica ci hanno invariabilmente condotti ai primi».

«Ossessionati dai mali assoluti» (Shoah, Gulag) ci abituiamo a non vedere il nesso, stretto, tra male maggiore e minore.

La mente stessa muta, quando il male minore si cristallizza in norma.

Chi l’adotta tende a scordarsi, dopo, che in fin dei conti ha optato per un male. Nella memoria, l’opzione si trasfigura e si naturalizza, in politica, trasformando l’eccezione in regola: «Una misura meno brutale ­ scrive Weizman ­ è anche una misura facilmente naturalizzabile, accettabile, tollerabile. Quando misure eccezionali vengono normalizzate, possono venire applicate più frequentemente». E applicandole con crescente frequenza, «qualsiasi senso dell’orrore verso il male si perde», non solo nei politici ma nell’insieme della nazione.

Quando Fini sceglie un piccolo male per evitare al peggio, è pur sempre nel male che resta, anche se forse a disagio: con effetti infausti sul futuro cui tiene tanto. Una successione di piccoli mali finisce infatti col produrre un male grande raggiunto cumulativamente, non fosse altro perché è impossibile calcolare l’estensione dei loro guasti.

Fini e Napolitano vengono da esperienze non dissimili. Ambedue hanno accostato i mali assoluti, avendone condivise le ideologie, e con coraggio ne sono usciti. Ambedue hanno scoperto le virtù del moderatismo pragmatico, del male minore.

Ma il male minore è una trappola, se il suo essere anfibio e la miopia del pragmatismo son taciuti. Il male assoluto, paradossalmente, attenua la vigilanza: «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente d’aver scelto a favore del male», dice la Arendt. Dimentica che l’eroe delle tragedie greche è sempre alle prese con un dilemma: con due mali più o meno terribili, con le due corna del toro infuriato. La via di Robert Pirsig, evocata da Weizman, è non privilegiare un corno piuttosto che l’altro, ma prendere il toro per le corna (Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi 1981). Il che significa: disobbedire, rifiutare il miserando gioco della torre.

Oppure: «Si può gettar sabbia negli occhi del toro; si può tentare di addormentare il toro con una ninna nanna; e infine ci si può rifiutare di scendere nell’arena».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Chi vogliamo essere
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2009, 10:36:24 am
22/11/2009

Chi vogliamo essere
   
BARBARA SPINELLI


Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? La domanda, antica, può produrre pensiero profondo oppure ottusità, veggenza oppure cieco affanno.

Ci sono momenti della storia in cui la domanda secerne veleni, chiusura all’altro. Uno di questi momenti fu la vigilia delle prima guerra mondiale: nella Montagna incantata, Thomas Mann parla di Tempi nervosi. Anche oggi è uno di questi momenti. La fabbricazione di un’identità con ferree e univoche radici è piena di zelo in Francia, Inghilterra, e nervosamente, astiosamente, in Italia. In Italia un partito xenofobo è al governo e addirittura promette «Natali bianchi», liberati dagli immigrati che saranno scacciati ­ parola del sindaco di Coccaglio, presso Brescia ­ profittando dei permessi di soggiorno in scadenza. Come in certi film tedeschi (Heimat, Il Nastro bianco) è un villaggio-microcosmo che genera mostri. Genera anche irrazionalità, come ha spiegato un medico del lavoro di Bologna, Vito Totire, in una bellissima lettera inviata il 19 novembre al direttore della Stampa: non sono gli italiani a compiere oggi le bonifiche dell’amianto, «ma gli immigrati, per pochi euro, in condizioni di sicurezza incomparabilmente migliori di quelle di anni fa ma non del tutto immuni da rischi».

In Francia un collettivo sta preparando un giorno di sciopero, intitolato «24 ore senza di noi»: quel giorno gli immigrati resteranno a casa, per mostrare cosa accadrebbe se smettessero di lavorare e consumare.

Ma non sono solo economiche, le ragioni per cui l’immigrato è prezioso, indispensabile. Specialmente in Italia ha una funzione più segreta, più vera. Gli immigrati anticipano la risposta alle tre antiche domande, prefigurando quel che saranno in avvenire i cittadini italiani. Sono un po’ i nostri posteri, che contribuiranno a forgiare la futura identità dell’Europa e delle sue nazioni. Saremo quel che diverremo con loro, mescolando la nostra cultura alla loro. D’altronde le radici d’Europa son fatte da Atene, Gerusalemme, Roma, Bisanzio-Costantinopoli. Il culmine della civiltà fu raggiunto dalla res publica romana: un impasto meticcio di molte lealtà.

Gli immigrati, nostri posteri, sono proprio per questo scomodi. Perché entrando nelle nostre case ci porgono uno specchio in cui scorgiamo quel che siamo, il senso del diritto e della giustizia che stiamo perdendo. Esistono comportamenti civici che l’immigrato, accostandosi all’Europa con meno stanchezza storica, fa propri con una naturalezza ignota a tanti italiani.

Gli esempi si moltiplicano, e quasi non ci accorgiamo che la nostra stanchezza è rifiuto di preparare il futuro, e generalmente conduce al collasso delle civiltà. Il regista Francis Ford Coppola, intervistato per La Stampa da Raffaella Silipo e Bruno Ventavoli (19-11) descrive il possibile collasso: «Amo l’Italia ma mi rende triste. Perché è un paese in cui i padri divorano i figli, si prendono tutto senza lasciar nulla e i giovani devono andarsene per avere un’opportunità».

È significativo che lo dica un italo-americano, nipote di nostri emigranti. Che evochi, con l’immagine dello sbranamento cannibalico, una crudeltà radicale verso il prossimo: la crudeltà del padre che usurpa figli e futuro, convinto che fuori dal suo recinto non c’è mondo. Anche Stefano Cucchi, il ragazzo pestato a morte il 16 ottobre nei sotterranei di un tribunale a Roma, è un figlio sbranato. In alcune parti d’Italia la vita non vale nulla, uccisa dall’apatia ambientale più ancora che dalla lama. Anche qui, come nei lavori pericolosi, l’immigrato agisce spesso al nostro posto, con funzione vicaria. Nel caso di Cucchi c’è un unico testimone, anche se parla confuso: un immigrato detenuto del Ghana, addirittura clandestino, che rischia tutto rivelando la verità.

Allo stesso modo sono immigrati africani a insorgere contro camorra e ’ndrangheta. Prima a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, dopo una carneficina che uccise sei cittadini del Togo, Liberia, Ghana. Poi il 12 dicembre 2008 a Rosarno, presso Reggio Calabria, dopo il ferimento di due ivoriani. Regolari o clandestini, gli immigrati hanno una fede nello Stato di diritto che gli italiani, per paura, rassegnazione, sembrano aver smarrito. Roberto Saviano rese loro omaggio: «Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti. (...) Nessun italiano scende in strada». (Repubblica, 13-5-2009).

Ci sono video che dicono queste cose inconfutabilmente. Il video che ritrae l’indifferenza di decine di passanti quando venne ucciso, il 26 maggio, il musicista rumeno Petru Birlandeanu, nella stazione cumana di Montesanto. Il video che mostra l’assassinio di Mariano Bacioterracino, lo svaligiatore di banche ucciso l’11 maggio da un camorrista a Napoli. Anche qui i passanti son lì e fanno finta di niente. Difficile non esser d’accordo con Coppola: l’Italia mette tristezza, e a volte in tanto buio non ci sono che gli immigrati a emanare un po’ di luce.

Ai potenti non piacciono i film noir sull’Italia. Roberto Maroni, ad esempio, ha criticato la diffusione del video su Bacioterracino, predisposta dal procuratore di Napoli Lepore con l’intento di «scuotere la popolazione che per sei mesi non si era mossa». Insensibile alla pedagogia civica del video, il ministro s’indigna: «Hanno dato l’idea di una città, Napoli, ben diversa dalla realtà». D’altronde fu sempre così, nella storia della mafia.

Nel 1893, quando in un treno che lo portava a Palermo fu ucciso Emanuele Notarbartolo, un uomo onesto che combatteva la mafia nel Banco di Sicilia, il senatore mandante fu infine assolto perché non si voleva trasmettere un’immagine ignobile della Sicilia e dell’Italia. Durante il fascismo, il prefetto Mori combatté una battaglia che molti ­ nel regime, nei giornali ­ interpretarono come denigrazione della patria. Cesare Mori fu allontanato perché non imbelliva la nostra identità ma l’anneriva per risanarla.

Dice ancora Coppola che un film come Gomorra l’infastidisce. Non racconta una storia, tutto è freddo, terribile: «E’ spaventoso vedere Napoli rappresentata con tanto realismo. Quei delinquenti non sono più esseri umani». È vero, il film non è fascinoso e chiaro come il Padrino. È inferno, caos. Ma è tanto più reale. Viene in mente Salamov, il detenuto dei Gulag, quando critica il crimine troppo imbellito da Dostoevskij, «falsificato dietro una maschera romantica» (Salamov, Nel Lager non ci sono colpevoli, Theoria 1992).

Tra Dostoevskij e Salamov c’è stato il Gulag, che solo una «scrittura simile allo schiaffo» può narrare. Tra Coppola e Gomorra c’è il filmato che ritrae Bacioterracino atterrato senza schianto. È ancora Saviano a scrivere: «Il video decostruisce l’immaginario cinematografico dell’agguato. Non ci sono braccia tese a impugnare armi, non ci sono urla di minaccia, non c’è nessuno che sbraita e si dispera mentre all’impazzata interi caricatori vengono riversati sulla vittima inerme. Niente di tutto questo. La morte è fin troppo banale per essere credibile. L’esecuzione è un gesto immediato, semplice, poco interessante, persino stupido. Ma è la banalità della scena, quella assurda serenità che la circonda e che sembra ovattarla e relegarla al piano dell’irrealtà, che mette in dubbio l’umanità dei presenti. Dopo aver visto queste immagini è difficile trovare giustificazioni per chi ritiene certi argomenti diffamatori per Napoli e per il Sud».

Le tre domande dell’inizio restano. Impossibile rispondere, se la realtà del nostro divenire non la guardiamo assieme agli immigrati. Se non vediamo che non solo per loro, anche per noi e forse specialmente per noi valgono i versi di Rilke: «Ogni cupa svolta del mondo ha tali diseredati, cui non appartiene il passato né ancora il futuro più prossimo. Poiché anche il più prossimo è lontano per l’uomo».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'ipocrisia infinita
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2009, 02:48:55 pm
29/11/2009

L'ipocrisia infinita
   
BARBARA SPINELLI


Da qualche tempo son molti i politici italiani che pretendono d’aver abbandonato ogni falsità, d’aver infine compiuto l’intrepido gesto che sfata le ipocrisie, d’aver imboccato la via stretta della verità. Dopo parecchio vagare ammettono che in questione non è più l’agire del governo ma il privato destino d’un presidente del Consiglio che non è protetto da processi pendenti, e che potrebbe essere indagato per concorso in stragi mafiose.

Sentono che la terra trema sotto Palazzo Chigi e dicono, come Casini, che è inane sfasciare la giustizia pur di sbrigare un caso singolo: meglio «eliminare le ipocrisie» e riconoscere che serve una legge, la decisiva, per «salvaguardare Berlusconi». La Corte Costituzionale gli ha negato l’immunità, ma egli ha pur sempre vinto le elezioni e deve poter governare: diamogli dunque lo scudo che cerca, visto che alternative non ci sono.

Nella sostanza è il discorso di Berlusconi che vince: la magistratura impedisce alla democrazia di funzionare, quindi è eversiva. È in atto una guerra civile, insinua: uno spettro che in Italia tacita in special modo gli ex comunisti.

Le cose potrebbero tuttavia non stare così, e ci si può chiedere se uscendo da un’ipocrisia non si entri in un nuovo gioco mascherato, che vela anziché svelare. Chi ha detto che l’unica via sia lo scudo immunitario?

L’altra via stretta è la possibilità che Berlusconi si difenda non dai processi ma nei processi, come Andreotti. O la possibilità che il ceto politico tragga le conseguenze, allontanando un leader non condannato ma debilitato da troppi processi e congetture. È accaduto per molti dirigenti in molte democrazie occidentali. Quel che sorprende in Italia è che quest’alternativa, se si esclude Di Pietro, nessuno la propone: subito è detta sovversiva. Essa non presuppone il governo dei giudici, o addirittura dei pentiti. La decisione spetta alla politica, e se questa tace o s’accuccia, c’è solo la voce dei magistrati, per quanto sommessa, a esser udita. L’altra cosa sorprendente è che la tesi sul contrasto tra voto popolare e legalità intimidisca più l’opposizione che la destra.

Su questo giornale, il 23 novembre, c’è stata una presa di posizione forte, di Fabio Granata che è vicepresidente della Commissione antimafia e fedele di Fini, contro chi scredita i processi di mafia. Intervistato da Guido Ruotolo, Granata denuncia il «berlusconismo che rischia di cancellare la nostra identità: quella di chi crede nei valori della legalità, dell’antimafia, della giustizia, del senso dello Stato». Nel Pdl, egli è «guardato come un appestato», «accusato di essere giustizialista».

Ciononostante resiste: «Ho visto la gente impazzita di rabbia e dolore ai funerali di Paolo Borsellino, che (...) faceva parte della famiglia missina. Quella enorme e disperata domanda di giustizia l’ho tenuta nel cuore e per questo non potrei non sostenere chi dal ’92 cerca irriducibilmente di affermarla. Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Vito Ciancimino. Liberare l’Italia dalle mafie dovrebbe rappresentare il primo punto all’ordine del giorno dell’azione di qualsiasi governo». Granata non ritiene colpevoli Berlusconi e Dell’Utri ma approva le inchieste di Palermo, Caltanissetta, Firenze (le procure che investigano sulle stragi del ’92-’93). Loda il «lavoro tenace» del giudice Antonio Ingroia (il procuratore aggiunto di Palermo che indaga sul patto Stato-mafia): «Lo ricordo perfettamente accanto a Paolo Borsellino, quel giorno alla sala mortuaria per riconoscere il corpo maciullato di Falcone».

La cosa strana non è che queste parole vengano da destra. Borsellino era vicino alla destra, e quest’ultima ha una lunga tradizione di lotta alla mafia, a causa del senso dello Stato acuto (a volte sfrenato) che la anima.

Ci fu l’attività di Cesare Mori in Sicilia, fra il 1924 e il ’29: attività peraltro ostacolata da dignitari fascisti che temettero il suo assedio.

Apparteneva alla destra storica il senatore Leopoldo Franchetti, il primo che perlustrò il fenomeno mafioso, scrivendo nel 1876 un rapporto sulle Condizioni politiche e amministrative della Sicilia: un classico sulla malavita. Apparteneva alla destra storica Emanuele Notarbartolo, il direttore del Banco di Sicilia che volle far pulizia e fu ucciso dalla mafia il 1° febbraio 1893. Il mandante era un senatore mafioso, processato e poi assolto.

Strano è il cedimento-fatalismo dell’opposizione, al centro e nel Pd.

Ambedue vedono la legislatura divorata dai guai giudiziari d’un singolo, ma nell’essenza si dichiarano imbelli. È come se ritenessero del tutto impensabile una contromossa della politica che non sia l’accomodamento, o come diceva Gaetano Mosca nel 1900: il «lasciar andare, la fiaccona». Come se dicessero: il leader non può governare e il dilemma si risolve non ricongiungendo democrazia e legalità, ma disgiungendole. Fondando il primato della politica non su atti trasformativi, ma tutelativi.

Forse senza rendersene conto, il Pd interiorizza l’alternativa democrazia-legalità. Martedì a Ballarò Luciano Violante ne è parso prigioniero: da una parte la democrazia, dall’altra la legalità. Ha mancato di ricordare che le due cose o sono sinonimi, oppure non si ha né democrazia né legalità. Voleva probabilmente dire che non sono i giudici a far cadere un governo, tanto meno i pentiti. Ha finito col dire che non è neppure la politica (partiti, parlamento) a poterlo fare. Torna a galla l’idea leninista secondo cui la democrazia sostanziale può confliggere con quella legale. È una fortuna che Napolitano abbia detto in modo chiaro, venerdì, che spetta invece a politica e parlamento sanare i presenti squilibri.

Tutto questo avviene forse perché le indagini su politica-mafia sono a una svolta. Si accumulano verbali sempre più sinistri, che legano Berlusconi e Dell’Utri alle stragi. Ce n’è uno in particolare, quello del pentito Romeo, secondo cui nei primi ’90 «c’era un politico di Milano (il nome fattogli dal pentito Spatuzza è Berlusconi) che aveva detto a Giuseppe Graviano (un capomafia) di continuare a mettere le bombe», indicando perfino «i siti artistici dove metterle». I verbali non inducono ancora la magistratura a aprire un’indagine, ma la loro portata è oltremodo conturbante. Un sospetto malefico pesa sul presidente del Consiglio: che oltre al conflitto di interessi economici, ne esista un altro che lo espone a minacce di pentiti e carcerati mafiosi.

Il governo in realtà sostiene ben altro: la sua lotta alla mafia sarebbe dura; secondo alcuni, è sotto pressione proprio per questo. Nell’agosto scorso Berlusconi ha affermato di voler «passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia». Né mancano dati promettenti: la legge del carcere duro inasprita (legge 41 bis), i beni mafiosi sequestrati, un gran numero di capi malavitosi arrestati.

Al contempo tuttavia son favoriti i colletti bianchi che fanno affari con la mafia. C’è lo scudo fiscale, che chiede all’evasore una restituzione minima di quel che dovrebbe (il 5 per cento), e in cambio gli consente, restando anonimo, di cancellare reati come il riciclaggio di denaro sporco (lo spiega il giudice Scarpinato sul Fatto del 15-11-09). C’è la legge sulle intercettazioni, che ostacola le inchieste sulla mafia. C’è il Comune di Fondi, in mano alle destre: tuttora non sciolto, malgrado la collusione con la mafia sia certificata da oltre un anno. Contestata da don Ciotti, c’è una legge che mette in vendita parte dei beni confiscati alla mafia, col pericolo che prestanome incensurati li riacquistino. C’è infine il processo breve: un processo morto, per i colletti bianchi collusi.

La svolta secerne sospetti a raggiera. Quelli che Franchetti chiamava i facinorosi della classe media (amministratori, politici) potrebbero aver l’impressione che il cuore dello Stato sia nelle loro mani. È sospettato il presidente del Senato Schifani, per rapporti con i fratelli Graviano e assistenza giuridica al costruttore Lo Sicco, oggi in galera per mafia. È indagato Nicola Cosentino, sottosegretario al Tesoro, per concorso esterno in associazione camorristica. Ambedue restano al loro posto, sotto gli occhi non tanto dei magistrati quanto della mafia, esperta in ricatti. Che sia l’ora della politica è evidente. Le democrazie vivono e muoiono nel funzionare o non funzionare del comportamento politico, non di quello giudiziario.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La nuova guerra mondiale
Inserito da: Admin - Dicembre 06, 2009, 11:22:04 am
6/12/2009

La nuova guerra mondiale
   
BARBARA SPINELLI


Gli scienziati più preveggenti, quando descrivono l’evoluzione possibile dello sconquasso climatico, parlano di guerra. Guerre tra Stati, per metter le mani su acqua, combustibili, metalli scarseggianti. E poi una guerra più enorme, mai vista, nella quale siamo già immersi come responsabili e vittime. Una guerra che impone revisioni radicali: nel modo in cui viviamo, pensiamo, diciamo; nell’idea che ci facciamo della democrazia, dell’economia. Michel Serres, il filosofo francese che insegna a Stanford, parla di guerra mondiale, un termine apparentemente noto ma che per lui significa tutt’altro: questa volta il conflitto è mondiale perché ha per protagonisti l’umanità e il nostro pianeta, il mondo. Un conflitto anomalo, non tra Stati. L’immagine evocata da Serres è quella dei due uomini di Goya che lottano fino allo stremo.

Inutile domandarsi chi avrà la meglio, nel mortale accapigliamento. I volti striati di sangue, i duellanti hanno i piedi conficcati nelle sabbie mobili. Non ci sono vincitori, se non le sabbie mobili che inghiottiranno l’uno e l’altro indistintamente.

Il vertice sul clima che comincia domani a Copenhagen è un consiglio di guerra che ha questa pintura negra, sullo sfondo. Forse il primo consiglio, perché al vertice di Kyoto nel ’97 erano ancora molti i riluttanti, tra cui i primi avvelenatori che sono America e Cina. Quella fase è superata.

Riluttanti e negazionisti si fanno rari, e la verità del collasso nessuno la mette più in causa. Obama sarà presente al vertice. Pechino, indocile per anni, scopre di essere al tempo stesso colpevole e vittima dello sfascio annunciato.

È come se entrassimo in un altro mondo con gli strumenti mentali del vecchio, inconsapevoli per impreparazione indolente al rischio della sconfitta. Ci inoltriamo pensando che lo scontro sarà tra popoli e Stati, come in passato; che potremo barricarci in fortezze; che potremo fare il morto, come nella guerra fredda, scegliendo la non-azione. Ora invece si tratta di agire, di metterci nella pelle d’un futuro forse non scontato ma di certo plausibile, dicono gli scienziati. Nel ’36, prima dell’ultima guerra, Churchill disse che le procrastinazioni e le mezze misure erano fallite; il tempo delle conseguenze (period of consequences) era iniziato.

Anche oggi entriamo in un’epoca dove l’inazione produce conseguenze, battaglie regressive esiziali: come il divieto svizzero di costruire minareti, il muro tra Stati Uniti e Messico, la cortina che i soldati indiani presidiano lungo il Bangladesh, per evitare che popolazioni minacciate dal clima riparino negli slum di Calcutta, Delhi, Mumbai.

Ripensare la democrazia e perfino i tempi moderni, con i loro dosaggi di necessità e libertà, è ineluttabile. Perché grande è la tentazione di dire: nell’emergenza ricorreremo all’autoritarismo. Perché una parte della popolazione mondiale patisce l’inquinamento dei ricchi, e si sentirà legittimata a esigere non solo aiuto ma accoglienza. Già ora, ci sono terre che cominciano a sprofondare nei mari: il Bangladesh, le Maldive. Nel Pacifico, le isole di Tuvalu scompariranno entro il 2040. Nel 2002, il premier Talake annunciò che avrebbe portato gli Usa davanti alla Corte internazionale di giustizia, per emissione spropositata di gas serra.

Tra le cose da ripensare c’è la paura. Siamo stati educati da Roosevelt a diffidarne: «L’unica cosa da temere è la paura stessa». Ma in fondo la paura è salvezza, se non è politica che paralizza spezzando le resistenze. È la convinzione del filosofo Hans Jonas: «La paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, poiché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici» (Il principio responsabilità, Einaudi 2009).

Sono tante, le paure. Paura di perdere un modo di vita, e il diritto del singolo di produrre e consumare quanto desidera. Paura di rinunciare alla massima libertà moderna ­ la tutela delle condotte private dallo Stato ­ in nome di nuovi limiti e obblighi che solo l’autoritario pugno statale sembra poter inculcare. Infine: paura di immensi spaesamenti, di esser sommersi da un’umanità espiantata e dislocata dallo squasso terrestre.

Sono paure comprensibili. Tra gli effetti più funesti del dissesto climatico ci sono infatti gli esodi immani. Fin d’ora il popolo del Bangladesh (160 milioni) fugge terre inondate o non più coltivabili perché salate. Se il mare dovesse alzarsi d’un metro, perché si sciolgono i ghiacci sull’Himalaya e in Groenlandia, un terzo del Paese s’inabisserebbe e i rifugiati sarebbero 40 milioni, dice la Banca Mondiale. Già oggi migliaia di africani scappano da deserti dilatati. Gli scienziati danno cifre impressionanti. Se temperatura e mari superano certe soglie, i fuoriusciti saranno miliardi. Quel che dimentichiamo è che i più (72 per cento, secondo l’Onu) non vanno in Occidente ma in altri Paesi poveri. Gli sfollati asiatici e africani cadono poi nelle mani delle mafie, il cui potere sugli Stati e sul mondo crescerà. Ma è inane combattere solo le mafie. All’origine c’è l’esodo, e dell’esodo gli occidentali ricchi sono i primi colpevoli, con la loro lunga storia di industrializzazione.

La piaga degli esuli ambientali è scritta nel nostro futuro e non la cureremo erigendo muri e distruggendo la globalizzazione, ma approfondendola. Sono i rifugiati climatici, e non hanno lo statuto dato ai profughi politici nel ’900. Alieni, non hanno diritti e questo è imprevidenza oltre che scandalo. Sono apolidi di un nuovo tipo, inascoltabili perché non i dittatori li perseguitano ma la natura. Lo scandalo è attutito solo se lo si governa: con apposite agenzie Onu, con convenzioni sui rifugiati estese agli esuli climatici. L’alternativa è un pianeta urlante di tumulti e risentimento.

La paura secerne anche chiusura smagata, cuore indurito: la frana dell’altro non mi riguarda, separarmene mi salverà. Nessuno però scampa se si prosciuga il lago del Ciad (di cui vivono 20 milioni di persone), o se sono inondati i grandi delta del Gange, del Nilo, del Mekong. La paura di Jonas è fertile: «Bisogna appropriarsi della paura trasformandola nel dovere di agire. La responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando apprensione».

Al disastro non siamo preparati, e questo ci rende così ignari della democrazia: delle sue fragilità, e delle sue virtù. Solo la democrazia educa tramite l’informazione indipendente, e solo un cittadino informato è responsabile. Solo in democrazia le catastrofi non sfociano in selezioni etniche o sociali. Non è più democrazia, quando l’America trascura New Orleans colpita da Katrina perché abitata da afro-americani. Non è democratica l’Europa centrale che nelle alluvioni sacrifica impassibilmente i concittadini Rom.

Dobbiamo imparare a trattare la Terra come la casa, l’automobile. Non è sicuro ma plausibile che l’incendio le distruggerà, e la paura che ne abbiamo ci spinge a sottoscrivere una polizza d’assicurazione. Lo stesso urge fare con la terra, l’acqua, i mari, le foreste di cui è fatto il pianeta. Nell’immediato potremmo proteggerci asserragliandoci, ma alla lunga perderemo ancor più perché i sacrifici cresceranno. Alla lunga, solo le sabbie mobili della pittura nera saranno vincitrici.

È pensare il futuro, il compito. Lo dice Machiavelli nel Principe, che sopravvivono solo le civiltà che prevedono discosto, lontano, come i Romani antichi: «Li quali, non solamente hanno ad avere riguardo alli scandali presenti, ma a’ futuri, et a quelli con ogni industria ovviare; perché, prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare; ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata incurabile».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il legno storto dell'umanità
Inserito da: Admin - Dicembre 11, 2009, 04:45:17 pm
11/12/2009

Il legno storto dell'umanità
   
BARBARA SPINELLI


Barack Obama non ha nascosto il padre spirituale di cui si sente figlio e erede, ieri a Oslo ricevendo il premio Nobel della pace: se non ci fosse stato prima di lui Martin Luther King, a battersi per i diritti dei neri e a ricevere nel 1964 lo stesso premio, lui non sarebbe alla testa degli Usa.

Se sono qui è in conseguenza diretta del lavoro che King svolse un’intera vita. Sono la viva testimonianza della forza morale della non violenza». Il Presidente ha parlato anche della purezza dell’indignazione che le guerre, sempre, suscitano nell’animo umano: «Non c’è nulla di debole, nulla di passivo, nulla d’ingenuo, nel credo e nell’esistenza di uomini come Gandhi e King».

Ma pace e guerra sono immerse nella storia, e di quest’ultima lo statista deve tener conto. Deve esser cosciente che la storia non è lineare e progressista, non conferma la perfezione umana, non produce pace universale con mezzi sempre pacifici, non è gravida di guerre che mettono fine a tutte le guerre. Non è neppure una storia di rivoluzioni che cambiano la stoffa di cui è fatto l’essere umano, rendendolo infine buono, mite, ed estromettendo con un gesto volitivo il male dalla terra. Sogni simili furono alla base delle guerre sante ­ quelle cristiane di ieri, quelle di chi pretende oggi di combattere in nome dell’Islam ­ e sempre precipitarono in disastri, tanto più devastanti quanto più predicavano l’amore: «Le crociate ci ricordano che nessuna Guerra santa può mai essere guerra giusta».

Dopo anni di visioni apocalittiche del mondo ­ l’umanità va piegata sotto il giogo di un’unica verità straboccante, va condotta anche contro voglia verso nuove rive dell’essere ­ l’America di Obama ripensa il passato, riscopre il concetto di guerra giusta che il cristianesimo teorizzò nel IV secolo, fa propria infine la visione, kantiana, di un mondo non perfetto ma fallibile e perfettibile, che ha diritto a non esser piegato ma illuminato.

È di Kant l’idea che nessuno sulla terra ha in mano la perfezione: «Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto». Obama sembra pensare al legno storto di cui sono fatti uomini e nazioni, quando invita a non illudersi («Il male esiste nel mondo»), e giunge alla conclusione che neppure chi dirige gli uomini, quale che sia il regime in cui si trova, possiede le chiavi appropriate del presente e futuro. Perché il perfezionamento funzioni occorre che le istituzioni prendano il posto degli uomini e dei politici, perché solo le istituzioni hanno continuità nel tempo, edificano nel lungo periodo, non dipendono né dai sondaggi né dal voto. Creare istituzioni internazionali che tengano a freno le guerre, che le prevengano, che ne disciplinino le regole evitando straripamenti destinati a mietere più vittime tra i civili che tra i guerrieri, fu la grande lezione appresa nelle due ultime guerre mondiali.

Anche le guerre giuste infatti degenerano, non rappresentano la soluzione del dramma. La guerra fra nazioni, condotta nella persuasione che la forza fondi il diritto, fu teorizzata da Thomas Hobbes nel XVII secolo ma era già invisa a Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Anche qui è Kant che prende il sopravvento, con la sua Repubblica cosmopolita resa forte dal diritto, contro la seduzione che Hobbes ha esercitato sulle menti americane per decenni.

Obama è immerso ancor oggi in due guerre ­ una che ha deciso di finire in Iraq, l’altra che intende inasprire in Afghanistan ma finendola nel 2011 ­ e può apparire singolare che riceva fin d’ora il premio della pace. Tuttavia i cambiamenti ci sono, visibili. La sua non sembra essere la guerra della superpotenza che non tollera concorrenti e agisce senza curarsi del parere altrui, come nelle metafore marziane dei neo-conservatori statunitensi. Non è neppure la «guerra infinita» contro il terrorismo annunciata da Bush figlio, e del tutto svanita è l’idea che solo in tal modo ­ con una sorta di palingenetica Guerra Santa ­ il male sarà estirpato (un libro pubblicato nel 2004 da Richard Perle e David Frum aveva precisamente questo titolo: La fine del male, in italiano Estirpare il male. Come vincere la guerra contro il terrore). Evocando indirettamente quel che dissero Agostino e Tommaso d’Aquino sulla guerra giusta, Obama fissa le regole: l’offensiva deve essere l’ultima risorsa, deve esser proporzionata all’aggressione, non deve far vittime civili esorbitanti. E promette fedeltà alle istituzioni, alle convenzioni internazionali, alle norme etiche che Bush jr aveva ignorato nel corso delle sue guerre.

Tuttavia Obama non si accontenta di questi limiti, che sono stati fissati alle condotte belliche. Forse è l’umiltà che lo anima, forse il cammino ancora aleatorio che sta percorrendo: fatto sta che non è una certezza univoca che lo guida, ma la consapevolezza del dilemma tra pace e guerra.

Obama non sceglie la guerra giusta contro il sogno che mette fine alle guerre e le rifiuta. Vive dentro la contraddizione, considera egualmente valide ambedue le verità, accetta l’esistenza di un conflitto fra verità che non è sanabile. È vero, le guerre a volte sono non solo necessarie ma moralmente giustificate: non si poteva abbattere Hitler o il Giappone imperiale senza le armi. Non si può abbattere Al Qaeda senza le armi, probabilmente. Ma non meno vero è quello che dicevano King e Gandhi. «La guerra in sé non è mai gloriosa ­ conclude Obama ­ e mai dobbiamo strombazzarla come tale. (...) Per quanto giustificata, la guerra è garanzia sicura di umana tragedia».

La via di uscita dal dilemma è il paradosso: bisogna sapersi riconciliare col nemico, lasciargli fino all’ultimo una porta aperta, anche se può venire il momento in cui occorre la resa dei conti militare. Non bisogna respingere guerre che si ritengono giuste, anche se esse spargono comunque sofferenza. Pensare per paradossi la guerra e la pace comporta, secondo il Presidente, una «continua espansione della nostra immaginazione morale».

Non mancano le trappole, per chi vive sì vasti dilemmi nelle vesti di Presidente e comandante in capo della potenza americana. Se si affronta l’Iran e la sua aspirazione all’atomica, non si può continuare nell’attuale finzione, e nascondere a se stessi ­ come fa Obama ­ che all’origine di tanti terremoti medio orientali c’è un non detto, che nessuno osa scoperchiare: l’esistenza in quella parte del mondo di una potenza atomica ­ lo Stato d’Israele ­ che non si dichiara tale e però incita un’intera regione al risentimento costante e al riarmo. L’altra trappola è racchiusa nella stessa umanizzazione delle guerre. La storia degli ultimi decenni ha visto molti conflitti seminare devastazioni del tutto sproporzionate fra i civili, proprio perché a puntellarli c’era una vasta rete di soccorso umanitario. Una guerra che avviene in simultanea con l’attivarsi degli organismi umanitari ­ è la tesi del filosofo Slavoj Zizek, o dell’architetto israeliano Eyal Weizman ­ rischia di separare ogni distinzione fra guerriero e soccorritore-infermiere: prolungando indefinitamente le attività belliche, rendendole più efficienti.

Sono trappole che possono divenire perverse, e rendere ingiusto quel che inizialmente era o appariva giusto. Se non sono riconosciute come insidie reali rischiano di dar ragione alle parole, citate ieri da Obama, di Luther King: «La violenza non genera una pace permanente. Non risolve nessun problema sociale: ne crea solo di nuovi e più complicati».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le istituzioni più forti degli uomini
Inserito da: Admin - Dicembre 13, 2009, 10:07:41 am
13/12/2009

Le istituzioni più forti degli uomini
   
BARBARA SPINELLI


Non è escluso che dal grande chiasso che regna ai vertici del governo nasca, taciturno ma testardo, un attaccamento più intenso degli italiani alle istituzioni e alla carta costituzionale su cui poggiano le istituzioni. Il politico che se ne sente ingabbiato e vuole liberarsene continuerà magari a esser applaudito, per la spavalderia che esibisce e per il ruolo di vittima che recita. Ma in parallelo con questo consenso, fatto di adorazione e indolenza, è probabile che si rafforzi proprio la pianta che il leader vorrebbe disseccare: la pianta, rara in Italia, che quando attecchisce dà come frutto il senso delle leggi e dello Stato. C’è qualcosa nel chiasso della presente legislatura che ricorda i dipinti dell’espressionismo tedesco, durante la Repubblica di Weimar: volti stravolti da eccitazioni, maschere che sogghignano, città sghembe che urlano senza più ordine. Kurt Tucholsky scrisse che il precipizio «spettrale» cominciava con l’uomo che mette l’Io in primo piano (politico o scrittore, giornalista o imprenditore).

Hitler era un uomo così, e l’Io che accampava era la sua persona e qualcosa di più nascosto, torbido: l’Io della nazione, del Popolo illimitatamente sovrano. «L’Io di per sé non esiste», scrive Tucholsky fin dal 1931: «Quest’uomo non esiste; in realtà egli è solo il chiasso, che produce». Il frastuono coesiste da tempo con il rispetto italiano delle istituzioni, a ben vedere. La seduzione e il carisma di Berlusconi hanno alcune qualità inossidabili, ma non meno incorruttibili sono stati, lungo gli anni, l’ammirativa affezione per i garanti della Costituzione e l’adesione dei cittadini all’equilibrio fra i poteri. Sono stati molto popolari Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi. Lo è Giorgio Napolitano. Anche l’adesione agli organismi di garanzia non scema, come dimostrano i sondaggi favorevoli al Csm e alla Consulta. La lezione sulla Costituzione che Scalfaro tenne nel 2008 all’Auditorium di Roma riscosse un successo vasto.

È una conferenza che andrebbe riascoltata: la maniera in cui l’ex Presidente racconta la scrittura intellettualmente elettrizzante della Carta, le visioni profetiche che essa contiene, fa rivivere un testo che non è affatto vecchio e che in pieno frastuono non andrebbe modificato. Ricordo in particolare il passaggio sui diritti della persona: per la prima volta in Italia, dice Scalfaro, lo Stato non li concede né si limita a garantirli, ma li riconosce. I diritti precedono i governi e le Carte, e davanti a essi gli uni e le altre «si inchinano». Ricordo anche quel che disse a proposito del referendum del 2006 sulla riforma costituzionale del governo Berlusconi. Gli italiani dissero no non solo alla devoluzione ma anche, con forte maggioranza (più del 60 per cento), a un Premier dotato di poteri esorbitanti, compreso quello che scioglie le Camere e che la Carta affida al Capo dello Stato. Istituzioni e carte costituzionali hanno questo, di specialmente prezioso: durano più degli uomini, dei governi, delle campagne elettorali, dei sondaggi.

Sono lì come una tavola fatta di pietra, conferiscono stabilità a quel che nell’alternarsi democratico delle maggioranze necessariamente è votato all’instabilità. È significativo che non solo le nazioni uscite dalla dittatura si siano messe come prima cosa a riscrivere le Carte, ma che anche l’edificio europeo abbia anteposto la permanenza delle istituzioni all’impermanenza degli uomini, dopo le guerre del ’900. Jean Monnet, che dell’Europa fu uno degli artefici, venerava in particolar modo le istituzioni. Citando il filosofo svizzero Henri Frédéric Amiel scrive nelle Memorie: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente» (Cittadino d’Europa, Guida 2007, i corsivi sono miei).

Questo vuol dire che grazie alle istituzioni non cambia la natura dell’uomo (missione impossibile e, se tentata, deleteria) ma il suo comportamento: il progresso di cui è capace l’uomo vive e si trasmette solo attraverso le istituzioni che egli sa darsi. Per alcuni, le istituzioni e le costituzioni hanno una forza così potente - la forza del Decalogo - da sostituire identità controverse come la nazione o l’identità etnica. Non sono Habermas e le sinistre ad aver inventato il concetto, non a caso tedesco, di patriottismo costituzionale. Lo coniò negli Anni 70 un conservatore, Dolf Sternberger: per l’allievo di Hannah Arendt, il patriottismo costituzionale era «una sorta di amicizia per lo Stato» (Staatsfreundschaft): amicizia che Weimar non aveva posseduto a sufficienza. L’adesione italiana alle istituzioni e alla Costituzione ha radici più forti che ai tempi di Weimar. Ha una resilienza a quell’epoca sconosciuta. Uomini come Scalfaro e Ciampi, nella Germania di allora, non avrebbero avuto la popolarità che hanno oggi in Italia.

Per Sternberger, il patriottismo costituzionale era l’unica identità possibile per un paese ridotto a mezza nazione dal nazionalismo etnico, la dittatura e la guerra. Una condizione che si diffonde, con la mondializzazione: tutte le nazioni hanno, nel globo, sovranità dimezzate. L’altro concetto formulato da Sternberger è quello di democrazia agguerrita. Alle violazioni delle leggi e agli abusi d’un singolo potere, la democrazia deve rispondere anche con la forza. In guerra si difende con le armi; in pace con le istituzioni, le leggi, le corti, perché queste si decompongono meno rapidamente e facilmente di un uomo o una maggioranza. Le istituzioni nascono quando l’uomo scopre il male, fuori e dentro di sé. Quando il politico, spinto esclusivamente da volontà di potenza, mostra di non tollerare confini e non riconosce, sopra di sé o al proprio fianco, poteri che frenino i suoi abusi. Quando smette, dice Ciampi, di essere compos sui: pienamente padrone di sé (intervista al Corriere della Sera, 11-12-09).

Limiti e contrappesi sono necessari anche quando l’espansione della volontà di potenza s’incarna nel popolo e nelle sue maggioranze: il popolo non ha innocenza e anch’esso può divenire despota, insofferente ai limiti. La democrazia che gli attribuisce sovranità assoluta non è già più democrazia. Anche questa è una lezione del Novecento: comunismo, fascismo e nazismo sono state escrescenze della democrazia, e tutte son partite dall’idea che il popolo-sovrano sia compos sui per natura. L’idea che l’uomo sia naturalmente buono è di Rousseau, e tende a squalificare sia il controllo esterno delle istituzioni sia il controllo interiore della coscienza, scriveva nel 1924 un altro filosofo conservatore, Irving Babbitt: «Con la scomparsa di questo controllo, la volontà popolare diventa solo un altro nome dell’impulso popolare» (Babbitt, Democracy and Leadership, 1924). Quel che avvince gli italiani, negli ultimi capi di Stato, è l’attitudine o comunque l’aspirazione a fissare uno standard, a farsi custodi non notarili ma perfezionisti della Costituzione.

Nel dizionario Battaglia, lo standard è «la norma riconosciuta o il criterio o l’insieme di norme o di criteri a cui devono fare riferimento o a cui si devono uniformare attività, servizi, comportamenti, metodi operativi o di lavorazione, e in base ai quali sono valutati». Quando vengono meno gli standard i popoli tendono a guardare non verso l’alto ma verso il basso, e il chiasso che ne esce si fa spettrale come nelle parole di Tucholsky.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'incontro fra l'uomo e l'occasione
Inserito da: Admin - Dicembre 24, 2009, 09:51:47 am
24/12/2009

L'incontro fra l'uomo e l'occasione
   
BARBARA SPINELLI


Non sono pochi coloro che si domandano, quando perdono la fiducia di poter cambiare il mondo: come si rinasce? E ancora: possibile che non esistano politici forti come Churchill o Luigi Einaudi, capaci di spiegare i mali che incombono senza occultarli, d'indicare la rotta senza temere l'impopolarità? Sono due domande diverse, perché la prima riguarda la responsabilità dell'individuo mentre la seconda concerne la selezione del leader. Ma tutte e due hanno in comune l'angoscia del presente e il desiderio di migliorare la pòlis: di renderla meno tenebrosa, opaca. Di uscire da qualcosa che somiglia a una prigione, dietro le cui inferriate l'occhio stanco s'abitua a vedere poco spazio, poche novità, poco futuro.

Non è la prima volta che l'uomo ha avuto quest'impressione di cadere, oggi così intensa: questo senso di grandi occasioni per sempre perdute. Eppure la storia insegna che proprio in quei momenti la mente si sveglia, ricomincia: che proprio allora ridiventiamo uomini che agiscono, che prendono iniziative. Alla vigilia della prima guerra mondiale alcuni spiriti vigili intravidero il collasso, dietro la chimera del dolce commercio mondiale e della belle époque. Altri spiriti profetici ritennero che il mondo andava reinventato, dopo l'atomica gettata su Hiroshima. Ogni collasso si presenta come morte delle cose e al tempo stesso come possibile rinascita, come nuovo inizio e iniziazione. Pensare la pòlis era questo, già per Agostino: «Perché ci fosse un cominciamento fu creato l'uomo. Per introdurre nel mondo la facoltà del dare inizio: la libertà».

Oggi, di fronte a mutamenti climatici che insidiano il pianeta, siamo a un bivio simile: ancora una volta, è da noi che dipende la facoltà di dare inizio, escogitando un nuovo rapporto dell'uomo con la natura, con l'economia, con la crescita. Possiamo annientare la terra oppure provare a custodirla. Possiamo cercare di informarci sui pericoli o accettare spiegazioni che vengono dall'alto. Possiamo cominciare a vedere il pianeta come una persona: con inviolabili diritti alla vita. In uno dei suoi più sublimi romanzi, Joseph Conrad narra l'incontro - fondativo - dell'uomo con l'Occasione. Nella prima giovinezza Lord Jim perde l'Occasione, consegna al naufragio la nave affidatagli: per accidia, ignoranza volontaria, impreparazione. Tutta la sua vita diventa a questo punto anelito d'incrociare di nuovo l'Occasione, senza mancarla.

In fondo le nazioni riunite la scorsa settimana a Copenhagen hanno vissuto un'esperienza analoga. Hanno mancato l'occasione, in modo clamoroso perché le sciagure non erano loro ignote. La sfida era limpida, e tuttavia il fallimento è stato totale: nessun impegno vincolante, nessuna parola chiara detta ai popoli. Perfino l'accordo del '97 a Kyoto fu più serio di questo. Come quando Lord Jim diserta la nave, hanno vinto tutte le forze dell'animo che impediscono di rinascere, di ripartire: la forza di inerzia e l'accidia, la vista corta, la non responsabilità e l'accontentarsi triste. Lasciare il pianeta così com'è è molto più che accumulare debiti per le generazioni future. È condannare a morte i nipoti e la terra che lasceremo in eredità.

Vale la pena ricominciare? Fernando Pessoa ha ragione: «Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola». Tutto, anche il Mare di Tenebre che ci aspetta oltre il fatidico Capo Bojador: perché a quel mare «Dio diede il pericolo e l'abisso, ma è in lui che fece rispecchiare il cielo». Si tratta solo di sapere come, di intuire nella figura della Catastrofe la presenza dell'Occasione, del libero initium di Sant'Agostino. Vorrei ricordare qui un preciso momento storico, in cui l'Occasione si presentò - appunto - sotto forma di morte dell'umanità. Accadde quando l'America di Truman sganciò l'atomica su Hiroshima, il 6 agosto 1945. Ho guardato il New York Times di allora, per capire l'epifanico incontro dell'uomo con la sua Occasione. Ci fu orrore, e al contempo subitaneo risveglio delle menti.

Il giorno dopo il disastro, il 7 agosto, il New York Times scrive che per governare una scoperta scientifica così atrocemente ambigua, gravida «di immensi benefici e di impensabili annientamenti», occorreva «creare subito, senza rinvii, un mutamento mentale e le necessarie istituzioni nazionali e mondiali». Il 12 settembre '45 Hanson Baldwin, esperto militare del quotidiano, sostiene che il mondo è a una svolta: «Nella mente di molti stranieri e di tanti americani, l'atomica non è solo uno straordinario successo scientifico. Segna la fine della leadership morale americana».

Anche allora l'occasione fu persa: a poco servì l'allarme dei profeti, e quel che venne non fu il governo mondiale dei pericoli ma la mortale gara atomica Usa-Urss. È a questo punto che Robert Oppenheimer, che pure aveva fabbricato la bomba, tenta di resuscitare l'Occasione. Quel che propone alla potenza americana dei primi Anni 50 è una politica del candore, della trasparenza. Candore nei negoziati internazionali, nella comunicazione col popolo, nei colloqui fra scienziati. L'atomica aveva non solo squilibrato i poteri nel mondo, ma minacciava ogni leadership morale e la natura stessa della democrazia. Compito essenziale del leader era dire la verità, con candore: i pericoli e disastri bisognava che la gente li vedesse nitidi davanti a sé, che non venissero nascosti alla vista e alla coscienza del mondo. L'umanità doveva rendersi conto che camminava sull'orlo di baratri, guardandoci dentro. Non piacque a nessuno, la proposta di Oppenheimer. In America, i falchi lo denunciarono per filosovietismo alla commissione McCarthy. La bomba doveva restare indiscussa, avvolta da tenebre.

Ma l'ingiunzione etica e politica di Oppenheimer serve anche oggi. La paura del futuro che traspare nei commenti del '45 sul New York Times; l'immediata richiesta di azione, che la paura secerne quand'è feconda; la consapevolezza che i veri attacchi alla democrazia vengono dalla manipolazione dell'informazione, e da giornali conformisti che occultano la verità. Questo abbiamo appreso, da fallimenti e cadute. Lord Jim insegna che solo chi ha perduto grandi occasioni sa risvegliarne di nuove, riconoscerne l'aspetto, trasformarle in meta di un'intera esistenza.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se questi sono uomini
Inserito da: Admin - Gennaio 10, 2010, 10:42:50 am
10/1/2010

Se questi sono uomini
   
BARBARA SPINELLI


Il futuro in cui siamo già immersi comincia nella piana di Gioia Tauro: a Rosarno in provincia di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia urbana è ancora in corso), come a Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la ’ndrangheta ha voluto intimidire i magistrati con un attentato alla procura generale. Il futuro comincia a Rosarno perché i principali problemi della nostra civiltà si addensano qui: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli occidentali, generatrici non di ordine ma di caos); le vaste paure che s’insediano come nebbie, intossicando la vita degli immigrati e dei locali; le cruente cacce al diverso; il dilagare di una mafia esperta in controllo mondializzato.

A ciò si aggiunga l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani. Si aggiunga l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità monoculturale da ritrovare.

E la menzogna di chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già praticamente vinto le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film in bianco e nero», come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che perde il controllo del territorio e il monopolio della violenza: i neri a Rosarno combattono contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e armate di fucili. Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono associate, dal ministro Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina che si promette di azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando in Francia s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse che il fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non creduto.

Non era menzogna invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il senso di schifo di cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi industrie (ormai dei privilegiati) e del tutto afasico sull’intreccio mafia, immigrati, sfruttamento. Il massimo della spudoratezza è raggiunto quando i nostri ministri citano Zapatero o Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero i nostri. Quasi che non esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere malavitoso. Le rivolte di questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e lo rivelano. È la conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello Mangano, scritto sui ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il titolo è: Gli africani salveranno Rosarno - E, probabilmente, anche l’Italia (Terrelibere.org 2009).

Le rivolte odierne hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici e da molti giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a un’ennesima aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di carabina, giovedì) sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla ’ndrangheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo più Stato, più giustizia, più legalità. Contribuirono alle indagini dei magistrati con coraggio, rompendo l’omertà e rischiando molto.

Denunciarono gli aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da permessi di soggiorno. È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse l’Italia, come scrive anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno si erano ribellati gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, rispondendo a una sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.

Quel che è accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto basta vedere come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella piana di Gioia Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2008 ha un titolo ominoso: «Una stagione all’inferno», come il poema di Rimbaud. Difficile descrivere altrimenti gli africani che vivono in stabilimenti industriali abbandonati, come la cartiera «La Rognetta» a Rosarno, o l’oleificio dismesso presso Gioia Tauro. Dentro l’oblò del silos per l’olio: giacigli di stracci. Tutt’intorno, fuochi e soprattutto rifiuti, montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre, esseri umani che si costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari. Vedere simili paesaggi ricorda Gaza, gli slum pachistani: non è vita primitiva ma l’osceno connubio tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e apartheid. Un africano dice sorridendo a Medici senza Frontiere: «Tra l’una e le quattro di notte inutile provare a dormire. Troppo freddo».

Ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza verso i clandestini. Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci, consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno di 16-18 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le condizioni in cui vivono clandestini o regolari.

Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video, impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck. Scritto nel ’39 durante la Grande depressione, il libro Furore poteva sperare, almeno, nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.

Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i poliziotti, spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere solo punitiva, che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni continueranno. Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove solidarietà. Non è vero neppure che i liberal e la Chiesa sono retrogradi, come scrive Angelo Panebianco sul Corriere. Pensare in grande l’integrazione è preparare oggi il futuro.

Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.

Anche questa è menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella ­ curiosa, accogliente, porosa ­ che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio Stella (Negri Froci Giudei - L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si scoprirà che la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella disinvoltura con cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non uomo.

L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera inventandone una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le sommosse antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in Calabria, da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti comunisti uccisi dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Catastrofe non solo naturale
Inserito da: Admin - Gennaio 17, 2010, 10:27:19 pm
17/1/2010

Catastrofe non solo naturale
   
BARBARA SPINELLI

Le immagini di Haiti devastata non dicono per intero il disastro, come quasi sempre accade nelle grandi calamità naturali. Dicono il punto terminale di una storia lunga, accorciandola e sforbiciandola d’imperio.

Ritraggono la tragedia ignorando le tragedie già avvenute: tremando, la terra le inuma ancor più profondamente. Raffigurano in modi sconnessi lo sguardo di un bambino salvato, struggente di bellezza, e il fulgore ­ tremendo ­ dei machete impugnati da superstiti a caccia di cibi, acqua, medicine. Orrore, bellezza, empatia, discordia: sono frammenti caotici di un tutto inafferrabile. Sono istantanee, e ogni istantanea è la punta di iceberg che restano inesplorati. Vediamo solo questa punta, commossi da eventi estremi. Facendo uno sforzo sentiamo l’odore di morte, descritto dai reporter. La base dell’iceberg, quel che viene prima del sisma, s’inabissa sotto le macerie con i morti. È il terribile destino di parole come umanità, soccorsi umanitari, guerre umanitarie: parole cui si ricorre in simili emergenze e che cancellano la storia, eclissano le responsabilità dei grandi e dei piccoli, dei singoli e delle autorità pubbliche. Parole che narrano una catastrofe solo naturale, non anche umana e politica. Per questo è così prezioso il giornalismo scritto. La televisione mostra solo un pezzetto di realtà, più o meno bene (i telegiornali italiani meno bene della Bbc).

Twitter cattura l’urlo di Munch. Solo lo scritto ha la respirazione lenta della storia. Solo lui può dire quel che era prima del punto terminale, e come possa succedere che l’acme sia questo e non un altro, se possibile meno esiziale.

Le fotografie delle catastrofi sono sempre in qualche modo taroccate. Ci viene «rifilata» una realtà, contorta magari inconsciamente. Privilegiando un riquadro e trascurandone altri falsifichiamo l’immagine, come ben spiegato in un blog attento alle manipolazioni visive (G.O.D., Ghostwritersondemand): ci lamentiamo dei trucchi, «ma siamo noi i grandi rifilatori». Noi che aggiustiamo le foto dei cataclismi, i reportage, trasformando individui e popoli in nuda umanità indistinta alle prese con la natura e sconnessa dalla pòlis. Foto e telecamere mostrano la mano che soccorre, non quella che ha distrutto e aumentato la vulnerabilità d’un Paese. Denunciano la natura matrigna della natura, non della politica; l’eclisse di Dio, non dell’uomo imputabile. Basta leggere su La Stampa i due articoli scritti da Lucia Annunziata, il 14 e 16 gennaio, per scoprire dietro l’Ultimo istante e l’Ultimo uomo una miserabile storia fabbricata dai politici.

Qualcosa in realtà l’intuiamo, osservando i filmati trasmessi dai Caraibi. Sembra di vedere il bastimento di schiavi neri in fuga dall’Africa, che dopo essersi ammutinati sequestrano ­ nel racconto di Melville ­ il comandante Benito Cereno e si autogovernano con crudeli leggi del taglione: la nave si chiama San Dominick, ai nostri tempi Haiti. E proprio a Haiti Melville pensava: il primo luogo dove gli schiavi neri si liberarono negli Anni 90 del Settecento, inneggiando sotto la guida del leggendario Toussaint L’Ouverture alla rivoluzione francese. Pensava alla grandezza delle rivoluzioni e alle rovine che provocano quando perpetuano il tumulto e non si danno leggi stabili. Haiti somiglia a quella nave, divenuta isola.

Anche a Port-au-Prince, come nel naviglio San Dominick, regna l’anomia che secerne despoti. Chi guarda il dramma nei Caraibi non vede autorità locali, che tengano ordine. Non vede poliziotti né ministri haitiani, ma solo potentati e organizzazioni esterni. L’assenza di immagini parla più di quelle esibite, anche qui.

La storia occultata sotto la punta dell’iceberg eccola: è un inarrestabile sanguinario regolamento di conti fra cleptocrazie e fra mafie che oggi usano l’isola per i traffici di droga. È fatta di un’emancipazione gloriosamente iniziata e mai finita, perché sempre ha preferito le dittature generate dall’anarchia rivoluzionaria alle istituzioni che durano. I geologi dicono che identici terremoti, in Paesi ben amministrati, non seminano morte sì vasta. Lo sostiene la sismologa Kate Hutton: vent’anni fa, un terremoto di eguale forza colpì il Sud di San Francisco. Fece 63 morti, non 100-200.000 come a Haiti.

La mano dello Stato non si vede a Port-au-Prince perché non c’era neanche prima, se mai c’è stata. È il motivo per cui sono nate baraccopoli così cadenti e indifese a Port-au-Prince, scrive la scrittrice Amy Wilentz: se i morti son tanti è perché l’agricoltura, degradata, ha spinto migliaia di contadini a inurbarsi negli slum di quella che veniva chiamata Perla delle Antille. I terremotati abruzzesi lo sanno, pur non avendo subito un sisma analogo. Se le case non fossero state costruite con la sabbia, se lo Stato avesse contrastato le speculazioni mafiose, il sisma sarebbe stato diverso: cataclismi dello stesso tipo in Giappone non fanno morti.

Anche dietro la mano internazionale che corre in aiuto, anche dietro quella di Obama, c’è una lunga storia di peccati di omissione e di inani interventismi. Scrive il quotidiano Independent che occorre una «politica globale delle catastrofi». Ma anche questi appelli sono foto che ci rifiliamo a vicenda. Il disfarsi di Haiti rivela ed esige di più: rivela che aiuti umanitari e allo sviluppo vanno ripensati, perché fallimentari, e organizzati prima dei cataclismi. Fallimentari furono in primis gli interventi stabilizzatori americani, specialmente di Clinton. Washington tutto ha fatto, impossessandosi nella sostanza dell’isola, tranne rafforzare il suo Stato, le sue infrastrutture: ha installato dittatori, poi li ha cacciati, poi re-insediati (è il caso del sacerdote-presidente Aristide, negli Anni 90) senza mai scommettere sulle capacità locali di rendere l’isola meno vulnerabile ai ricorrenti sismi e uragani (con case meno cadenti, quartieri meno malavitosi, politiche del territorio più affidabili). Da un secolo, Washington «manda alternativamente nell’isola marines e spedizioni di aiuti umanitari - senza mai salvarla. (....) Haiti è un neo purulento sul volto di due delle più luminose pagine di storia del nostro mondo: la rivoluzione francese e quella americana» (Lucia Annunziata, La Stampa 14-1-10).

Lo strazio umanitario ha questo di peculiare: cancella ogni errore, di governi locali o di potenze esterne o di mafie. Mette in scena un male interamente naturale, che fa tabula rasa della storia. Non a caso lo chiamano Apocalisse: parola da evitare, perché nell’Apocalisse non c’è più modo di correggersi. O gli danno il nome di male assoluto, estirpandolo dalla catena storica delle causalità e fantasticando globali empatie umane che oltrepassano la politica. Il racconto di Kleist sul terremoto del Cile racconta il naufragare di leggi e responsabilità. Quando l’uomo è solo di fronte alla natura non resta che il fato, e «tremendo appare l’Essere che regna sopra le nubi»: «Pareva che tutti gli animi fossero riconciliati, dopo che v’era rintronato il colpo spaventoso. Nella memoria non sapevano risalire più in là di esso».

Impietoso, Kleist racconta come la memoria si vendichi, nel mondo non immaginario ma reale. Basta un attimo e la riconciliazione si spezza, proprio come a Haiti: nel mondo reale ci sono i tumulti, i machete, le guerre per il cibo, l’assenza di polizia locale e di Stato.

L’umanitario fa parte della modernità rivoluzionaria come la fotografia e la Tv. Il suo sguardo si fissa sull’ultimo attimo: «Nella memoria non risale più in là». Urge invece risalire, far politica ricordando: anche su scala mondiale. Dice Kafka che bisogna «inoltrarsi nel buio con la scrittura, come se il buio fosse un tunnel». L’immagine fotografica livella ogni cosa, del tutto ignara che ogni buio è un tunnel, anche quando a prima vista pare piatto.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La memoria inutile
Inserito da: Admin - Gennaio 24, 2010, 03:44:19 pm
24/1/2010

La memoria inutile
   
BARBARA SPINELLI

La memoria, che in Italia non è mai diventata musica di fondo della politica come nelle nazioni che con tenacia hanno lavorato sul proprio passato (parliamo in modo speciale della Germania, ma l’esame di coscienza fu approfondito anche in Sud Africa, unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione), è raramente trattata, dalla nostra classe dirigente, come qualcosa che aiuta a capire perché un male è nato, perché si perpetua mutando le forme, perché i rimedi non l’hanno curato ma anzi aggravato. La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare, perché asservita a questa o quella forza politica oltre che a effimere contingenze.
Emiplegica, perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza.

Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno scuro che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico. Verso la storia, parecchi politici e giornalisti hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro, essendo troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirla in prima persona, fingendo olimpiche distanze che non possiedono. Il direttore del Tg1, nel celebrare i dieci anni della morte di Craxi, accampa precisamente tale pretesa: «È arrivato il momento ­ dice ­ di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia».

Il ricordo degli anni di Bettino Craxi non è l’unico esempio di memoria tradita. Anche il terrorismo italiano è ricordato con metodi poco corretti, anche la storia del fascismo o di Salò. A partire dal momento in cui la memoria è maneggiata alla stregua di domestica, quel che finisce col prevalere è una visione dei mali italiani radicalmente distorta. Il male che la coscienza impone di esaminare non fu un male in sé: in fondo, lo divenne perché vinto dalla Storia. In molti casi fu perfino nobile, non meno del suo avversario. Il conflitto non è fra ragione e torto, fra giustizia e crimine, ma fra chi ha vinto e chi ha perso. In Italia si è ragionato così su Salò, e anche sul terrorismo. Prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, Toni Negri sostenne che il terrorismo era «superato perché vinto», e per questo non era più «di attualità». La lotta armata di per sé non era condannabile.

Lo stesso accade per la memoria di Craxi. La sua battaglia politica è considerata grande e bella, se non fosse per Mani Pulite che gli strappò la vittoria e macchiò questa compatta bellezza. Ovvio, in queste condizioni, che le colpe siano tutte esterne al soggetto («L’inferno, sono gli altri», dice Sartre) come spesso succede nella memoria dei vinti che non guardano dentro di sé, perché inebriati dall’esperienza della vittima. La memoria selettiva e ancillare ci restituisce in tal modo un Craxi grande statista, soprattutto un modernizzatore, il cui nobile progetto fallì a causa, essenzialmente, dei magistrati. Per riscoprirlo è raccomandato non solo di separare la politica dai fatti di corruzione, ma di estromettere i fatti di corruzione lasciando che resti, del leader, solo la luce. Le inchieste giudiziarie cadono nelle ombre del corpo politico emiplegico. Nietzsche parlava di memoria antiquaria, che ammobilia «con pietà o furia collezionista» un nido familiare chiuso, impenetrabile dall’esterno, conservatore del passato.

Altra cosa la memoria critica, che guarisce trasformandoci: memoria faticosa, perché gli uomini tendono a «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui si deriva».

Senza dubbio il leader socialista fu un politico con encomiabili progetti iniziali: unificare le sinistre, rafforzando la componente socialista dell’unione e banalizzando, alla maniera di Mitterrand, l’ingresso dei comunisti nel governo; liberare sinistre e sindacati da formule errate come la scala mobile; legare il Psi al dissenso nei paesi comunisti. La sua opera di modernizzatore fu, secondo molti, la sua più grande virtù. Modernizzazione che tuttavia riuscì solo in parte. Che fu a un certo punto abbandonata, autonomamente. Che si spezzò non solo perché fortemente avversata dai comunisti ma perché Craxi smise di volerla, prepararla, attuarla.

L’azione di Craxi fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l’aiuto di potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa. Il motto degli esordi craxiani fu: primum vivere, prima di tutto urge vivere e sopravvivere. In un’intervista a Eugenio Scalfari, il 3-5-90 su Repubblica, Craxi non nasconde la crisi abissale della democrazia e dei partiti: la società italiana si era irrobustita per conto proprio, dice, mentre il ceto politico era restato una chiusa corporazione, incapace di rinnovarsi. E a Scalfari che gli chiede perché, Craxi replica: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi».

In fondo non sono diversi i due discorsi tenuti alla Camera durante Mani Pulite, il 3 luglio ’92 e il 9 aprile ’93. Due discorsi che descrivono la corruzione di un intero sistema politico. Questo dice la chiamata di correo del ’92: «Tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Non credo che ci sia nessuno in quest’aula (...) che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alzò, e l’atto mancato resta la vergogna dei politici e di una classe dirigente. Una vergogna che in assenza di memoria critica s’è estesa. A Scalfari, Craxi aveva detto: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi». Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti.

La modernizzazione di Craxi fallì dunque molto prima di Mani Pulite, a causa del malaffare in cui i partiti, compreso il suo, nuotavano. Fallì perché il Pci si oppose per anni all’alternanza, preferendo compromessi con la Dc che preservavano lo status quo. Fallì per l’immobilità in cui Craxi stesso sprofondò: il primum vivere divenne brama del vivere per vivere, di arraffare frammenti del presente e del potere, di non progettare più nulla.

Il socialismo italiano naufragò per colpa dei socialisti, non dei magistrati: e naufragò perché più di altri aveva suscitato sì vaste attese.

Perfino alcuni successi del capo socialista andrebbero narrati in maniera meno edulcorata, censurata. Sigonella non fu un atto di autonomia verso l’America, ma la misera messa in libertà d’un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva ucciso proditoriamente, sull’Achille Lauro, un anziano americano in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo. Anche in economia Craxi non fu modernizzatore. Lo spiega bene Salvatore Bragantini, sul Corriere del 14 gennaio: sotto la guida sua e dei successori «il nostro debito pubblico è volato dal 60% al 120% del Pil; (...). Nell’escalation del debito ebbe il suo bel peso l’aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti, scoperte grazie a Mani Pulite».

Oggi, censurare tanta parte del passato è utile soprattutto a Berlusconi e alla sua offensiva contro la giustizia. Se il duello è tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente la guerra. Oggi ci si difenderà dai processi, ma restando al potere anziché fuggendo come latitanti. Stefania Craxi lo ha detto chiaramente, il 3 gennaio alla televisione: «La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono». A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci libererebbe.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La strana disfatta
Inserito da: Admin - Gennaio 31, 2010, 08:21:52 am
31/1/2010

La strana disfatta
   
BARBARA SPINELLI

Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel 2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati /Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso».

La sete di negoziare col nemico fino a ieri equiparato al male assoluto è vasta e si estende; anche quando viene dissimulata o perfino negata. È anche una via obbligata e necessaria, quando la vittoria si fa difficile: con chi trattare, se non con l’avversario? Non è la trattativa in sé a colpire negativamente, ma l’impressionante vuoto nelle teste, l’afasia del linguaggio, la presunzione che la disfatta sia una vittoria. Colpisce infine la cecità su una guerra antiterrorista che complessivamente è in stato di degenerazione: quasi dieci anni dopo l’assalto alle Torri di New York, Stati Uniti ed europei hanno praticamente perso dappertutto. Il pericolo terrorista s’è spostato in Pakistan e Yemen, e non smette di nuotare nell’azzurro liquido del mondo-web. Blair è costretto a giustificare la guerra irachena davanti alla Commissione Chilcot, a Londra, e a sventolare bugie come fossero bandiere. Un’analoga commissione, il 12 gennaio in Olanda, ha già definito illegale la partecipazione all’offensiva in Iraq.

Così sfila davanti al nostro sguardo una generazione di politici europei (nel Regno Unito Blair, in Olanda Balkenende, in Italia Berlusconi) che senza tema di contraddirsi dice, oggi, quel che ancor ieri considerava eretico.

Era eretico patteggiare col nemico, ma ora si può, si deve, è cosa buona e bella. La svolta era nell’aria da mesi, ma ora s’è fatta urgente per varie ragioni. Sono gli stessi militari favorevoli all’aumento di truppe a far capire che la guerra, essendo invincibile, è in pratica finita: primo fra tutti il generale McChrystal, che tanto ha influito sulle scelte di Obama.

In un’intervista di domenica scorsa al Financial Times, auspica anch’egli i negoziati e dichiara, perentorio: «Come soldato, il mio personale sentimento è che di guerreggiare ne abbiamo abbastanza. Non puoi fare alcun progresso politico, fin tanto che guerreggi». Karl Eikenberry, ambasciatore Usa in Afghanistan, disse precisamente questo, in due cablogrammi inviati nel mese di novembre al Dipartimento di Stato: la guerra non era vincibile, e l’aumento di soldati un rischio anziché un’opportunità. Pubblicati dal New York Times il 26 gennaio, i due promemoria parlano chiaro: Karzai «non è un partner strategico adeguato», disinteressato com’è a «erigere un governo e una sovranità». L’unica cosa che Karzai vuole è una «guerra senza fine al terrore» (la guerra che Bush aveva promesso), grazie alla quale Kabul riceve soldi e non deve ricostruirsi come Stato funzionante e non corrotto.

A questa ragione se ne aggiunge un’altra, non meno decisiva: la defezione del Pakistan, senza il quale la sconfitta è certa. Le forze talebane legate al terrorismo hanno infatti lì le loro basi, non in Afghanistan. E le notizie che giungono da Islamabad sono devastanti. Il 21 gennaio, durante una visita del ministro della Difesa Robert Gates, il governo pakistano ha annunciato la sospensione ­ per almeno un anno ­ di ogni operazione antiterrorista nel Waziristan del Nord: nella zona, cioè, dove son rifugiati i talebani più duri (la rete Haqqani, responsabile dell’attacco del 18 gennaio al palazzo presidenziale di Kabul).

La terza ragione è la persona di Karzai. Già screditato dai brogli elettorali, il Presidente è profondamente esecrato dalla propria popolazione. Lo dice l’agenzia Onu che si occupa di droga e corruzione (Unodc), in un rapporto del 19 gennaio: il 59 per cento degli intervistati giudica la «disonestà pubblica e la corruzione» più preoccupante ancora dell’insicurezza (54 per cento) o della disoccupazione (52 per cento). Nel 2009, i cittadini afghani hanno dovuto pagare tangenti a funzionari dello Stato per un totale di 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente di quel che hanno ricavato dal traffico di oppio, il 23 per cento della ricchezza nazionale). Corruzione in Afghanistan vuol dire Karzai, e Karzai vuol dire forze alleate, non solo americane ma dei partecipanti alla missione (in ordine decrescente Inghilterra, Germania, Francia, Italia, ecc). Ovvio che tutti costoro siano visti come occupanti.

Anche questa guerra, come è successo per la crisi economica, è stata una bolla gonfiata da frettolose supposizioni, menzogne ideologiche, che infine s’è scontrata con la realtà ed è scoppiata. Era una bolla speculativa anche il linguaggio che l’accompagnava, e che contagiò tanti politici e intellettuali d’Europa. Fu dipinta come riedizione della guerra mondiale contro Hitler, e chi obiettava era subito tacciato di appeasement, di accomodamento col terrorismo islamico nel quale s’incarnava in questo secolo il male assoluto. Un male più che mai mostruoso, perché riviveva anche da morto come uno zombi: per questo Bush e Cheney dissero che la guerra sarebbe durata generazioni. Lo storico Marc Bloch scrisse sull’invasione nazista della Francia un libro essenziale: si intitola La Strana Disfatta, perché la guerra fu condotta con le menti e le armi del conflitto precedente, ignorando incomprensibilmente il tempo presente. Proprio questo è accaduto in Afghanistan, con la variante che Hitler è stavolta invitato a tornare al potere.

Obama non ha cambiato strategia, ma da qualche tempo ha smesso di parlare di guerra necessaria (o «esistenziale», come diceva Frattini pochi mesi fa, senza ben sapere quel che diceva). Nel discorso del 2 dicembre, il Presidente Usa ha addirittura fissato il giorno in cui le operazioni finiranno: nel 2011 si torna a casa, non si attende la vittoria come di solito succede nelle guerre. Tutti vogliono tornare a casa, pur continuando a parlare di guerra giusta. Per questo la disfatta è così strana; per questo è così surreale il silenzio che avviluppa i negoziati con i talebani.

È strana, la disfatta, non solo perché è una ritirata mal confessata. È soprattutto una strage di parole: solenni, di breve durata, ma dure a morire. Dopo 9 anni, molti morti e crudeli torture inflitte nelle prigioni di Bagram e Guantanamo, ecco l’arcinemico talebano trasformato in interlocutore meritevole di un Fondo internazionale di aiuti. Ecco Karzai che guida le danze della riconciliazione, da noi trattato come il sovrano che non è. In fondo non è interamente sua la colpa. Lui propone patti espliciti col nemico; Holbrooke usa eufemismi, e il patto lo chiama «reintegrazione». Reintegrazione fa più fine, e ha il pregio di essere una parola talmente grigia da passare inosservata.

Così deve concludersi una guerra cominciata per motivi tutt’altro che ignobili, combattuta comunque con coraggio, proseguita malamente, culminata infine nell’ipocrisia. Parafrasando l’epilogo triste che Eliot riserva agli uomini impagliati, è questo il modo in cui finisce la grande guerra al terrore. Finisce non con uno schianto, ma un flebile lamento: Not with a bang, but a whimper.

DA lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Europa, castello di bugie
Inserito da: Admin - Febbraio 07, 2010, 06:38:06 pm
7/2/2010

Europa, castello di bugie
   
BARBARA SPINELLI

In un mondo che sta mutando in profondità e a ritmi rapidissimi, l’Europa ha una reputazione forse immeritata ma non lontana dalla realtà.
Appare come potenza addormentata, che non partecipa alla storia del presente, capace solo di adombrarsi quando è trascurata e non consultata. Non l’ha svegliata la fine della guerra fredda. Non sono bastate a destarla le vicissitudini di un dominio americano sul mondo che da unipolare che era dopo l’89, si è infranto prima in guerre fallimentari, poi nella crisi finanziaria del 2008.

Crisi che perdura, che ha accelerato l’emergere di nuove potenze (Cina, India, Brasile), che ha scalfito il primato non solo dell’America ma dell’Occidente.
Questi eventi erano occasioni straordinarie di risveglio, che gli europei tuttavia hanno sistematicamente mancato. La tendenza a ripetere lo stesso errore significa che c’è del metodo, nella loro follia: più precisamente, c’è l’abitudine a vivere in illusioni che son dure a morire e scambiate con la realtà. Non si spiega altrimenti il malcontento imbronciato con cui i governi hanno reagito alla sfida che lunedì è venuta da Washington: Obama non avrebbe intenzione, dopo esperienze deludenti, di recarsi al vertice euro-americano di Madrid convocato in aprile dalla presidenza spagnola dell’Unione. Come bambini schiaffeggiati, gli europei fanno il muso: Obama ­ si dicono tutti allibiti ­ ci tratta come se non esistessimo. Avevamo tanto sperato in lui ed ecco che si disinteressa all’Europa: è segno che il suo mito è finito, fallito. «C’era una volta Obama», scrivono i commentatori ignorando, in unisono con i governi, la bolla di menzogne in cui l’Europa vive.

Se non fossero ignari è il contrario che scriverebbero: «C’era una volta l’Europa», prima che il sonno la sommergesse. Dovrebbero ringraziare Obama, che denunciando la malattia invita il continente a divenire la potenza che non vuol essere. Ma il risveglio è difficile, in Paesi che di bugie lusinghiere si nutrono: sull’economia, sull’America, su se stessi. Delle molte chimere che dominano in Europa a due anni dalla crisi, quella che riguarda l’America non è l’unica ma è tra le più nefaste.

La malattia europea è oggi fatta di cecità. Cosa non capiamo, precisamente, della crisi? Non ne capiamo la natura perché chiudiamo gli occhi alle mutazioni che essa suscita, sia economiche sia politiche. Non vediamo il mondo post-americano, post-atlantico, che sta emergendo: mondo di cui Obama è espressione. È questa incomprensione che ci rende, agli occhi statunitensi, poco interessanti: noi stessi siamo incapaci di curiosità, di un interessamento che vada oltre l’utile immediato. Lo spiega con lucidità un opuscolo scritto nel novembre scorso da Jeremy Shapiro e Nick Witney per il Council of Foreign Relations creato in Europa dalla Fondazione Soros.

L’avvento di Obama nasce dalla coscienza di questo mondo post-americano.
Nuove potenze salgono grazie alla crisi, non più occidentali. Vecchie industrie faticano a sopravvivere e innovare, in continenti ricchi destinati comunque a crescere di meno.
La potenza americana non dismette la propria forza, ma la sua leadership è deteriorata. Chi denuncia il declino di Obama non vede che il declino oltrepassa la sua persona ed è un fenomeno che proprio lui si trova a dover governare. Il suo presunto disinteresse all’Europa nasce da qui: il Presidente constata che questa consapevolezza non esiste in Europa. Che da noi regna una nostalgia della perduta stabilità atlantica, della vecchia indiscussa egemonia Usa. I vertici istituzionalizzati Europa-Usa sono manifestazioni, ai suoi occhi, di quest’immobile rimpianto: sono luoghi dove non si discutono le cose essenziali, per il semplice fatto che l’Europa come soggetto non vuole esistere. Luoghi dove sulla sostanza prevale il processo, caro agli europei: i lunghi elenchi di temi, il parlare che elude l’agire.

Deluso dal precedente vertice di Praga, Obama teme che anche la riunione di Zapatero finisca in un processo di Madrid.
Il fastidio del Presidente dice qualcosa di importante su di noi, più che su di lui. Dice la nostra incapacità di proposte, e di difendere interessi e convinzioni con un’unica voce governante, non con relazioni bilaterali privilegiate. Dice l’immensa paura europea d’un conflitto con Washington: conflitto vissuto alla stregua d’una colpa anche da finti riottosi come la Francia. Dice la stasi di un continente che non sa entrare nell’era post-americana, né riconoscere come l’Europa non sia più cruciale per la sicurezza Usa. Dipende dagli europei se Obama ricorre a gesti indisponenti per dire, ai sordi volontari, verità ineludibili: la guerra fredda è finita; alla vecchia alleanza atlantica tenete più voi che noi.

La minaccia americana di snobbare l’Europa potrebbe essere un’occasione preziosa, per smettere le illusioni e costruirsi un destino. Se è vero che Obama è stanco dell’Europa proteiforme che gli si accampa davanti con una sfilata di rappresentanti in competizione fra loro, vuol dire che urge un’unità più stretta, anche più antagonista. In una lettera a Van Rompuy, il Presidente che guiderà il Consiglio europeo nei prossimi tre anni e che per giovedì ha convocato un vertice d’urgenza, il liberale Guy Verhofstadt dice allarmato che è l’ora di accelerare l’integrazione, e di guardare in faccia il mondo che muta: un mondo in cui la forza appartiene alle Unioni vaste e non agli inutilizzabili Stati-nazione.

Non vedere il mondo post-americano va di pari passo con la cecità fronte a uno sconquasso che non è solo economico ma politico. Non c’è praticamente governo europeo che dica ai propri elettori il vero stato delle cose: che spieghi come la crisi sarà lunga, come nulla sarà come prima perché proprio quel prima ha condotto al disastro. Vediamo in questi giorni come il nascondimento della verità contamini anche i discorsi sulla crisi dell’auto.
È così anche nei rapporti con l’America. Shapiro e Witney sono espliciti: non è colpa degli Stati Uniti ma degli europei, se la discussione s’insabbia. All’origine c’è l’affastellarsi di quattro grandi illusioni.

L’illusione di poter ricavare qualcosa da rapporti bilaterali o dalla Nato, piuttosto che dalla nascita d’un rapporto Unione-Usa. L’illusione che l’Europa resti cruciale per la sicurezza Usa. L’illusione che gli europei possano affermarsi considerando l’armonia atlantica un fine in sé, un feticcio, quando proprio di dispute c’è bisogno perché l’America ascolti.
L’illusione infine che l’America veda nell’Europa un’intelligenza superiore, anche se inattiva. È l’illusione ­ scrivono gli autori ­ che ebbero i Greci nell’impero romano, fino a quando si accorsero che Cicerone li chiamava, spregiativamente, graeculi.

Alla base di queste chimere c’è quella riguardante lo Stato-nazione.
«Dopo l’attentato alle Torri e la crisi del settembre 2008 ­ scrive Verhofstadt ­ è nato un nuovo ordine mondiale, impietoso con le (ormai sorpassate) illusioni nazionali di gran parte degli Stati europei». I fatti lo confermano: nelle politiche già comunitarie (commercio, concorrenza, moneta) l’Europa è potente, udibile, ascoltata. Non lo è affatto nei settori che gli Stati custodiscono con sovranità che sono simulacri. Verhofstadt è convinto che, se l’Unione avesse avuto un unico leader, al vertice di Copenhagen sul clima la catastrofe sarebbe stata minore.

Il rapporto con l’America è analizzato severamente da chi oggi chiede più Unione: l’Europa è accusata di voler sempre compiacere e sempre ingraziarsi Washington, con relazioni privilegiate da cui ci si aspettano ricompense che ­ Blair lo sa ­ non giungono mai. Difendere i propri interessi col muso duro, agire indipendentemente in Medio Oriente, meditare sulla guerra afghana senza farne un capitolo dei rapporti euro-americani: questo è ricominciare la storia.

Il sonno è confortevole, pensano gli europei. Meglio aspettare che la tempesta passi: «Calati juncu ca passa la china», càlati giunco ché passa la piena, dice il motto mafioso fatto proprio dai governi dell’Unione. Sarkozy ha ostentato indifferenza, giovedì, dopo un incontro con Angela Merkel: «Dov’è il dramma se Obama non viene?». Il guaio è che il dramma persiste, anche se il giunco si piega. L’Europa rischia l’irrilevanza. Rischia di essere un continente messo fuori gioco in irresistibile declino. È quello che accadrà, se non si sveglia in tempo.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - La sete di verità
Inserito da: Admin - Febbraio 14, 2010, 09:07:45 am
14/2/2010

La sete di verità
   
BARBARA SPINELLI


Non credo che gli studenti dell’Aquila chiedano menzogne e illusioni, quando gridano a Bertolaso e alla politica, ai magistrati e ai giornali: «Diteci che non è vero!». In realtà aspirano a quel che nella giustizia è essenziale. Esigono verdetti, ma ricordano che i processi si fanno innanzitutto per tutelare l’innocente. Chi non s’è macchiato di reati vuol sapere che non pagherà per altri in tribunale, che la colpa di alcuni non si farà collettiva. Solo se esistono responsabilità individuali anziché collettive la politica non perde senso, il bene cui si tiene non è cenere interrata. Quel che viene rifiutato è una cosa pubblica ridotta ­ lo dicono gli indagati nell’affare Bertolaso ­ a sistema gelatinoso, a una cosca che non tollera intrusioni, controlli. L’allarme è grande perché quel che vacilla è la ragion d’essere più antica della politica: la protezione dei cittadini inermi dai disastri.

Per questo lo scandalo della Protezione civile, colmo di simboli primordiali, scotta tanto. Per questo urge sapere presto chi ha colpe, chi no. Il potere dello Stato, in fondo, esiste per difendere i cittadini dalla paura, dai pericoli della natura, dalle aggressioni belliche. È chiamato Leviatano perché ha questo potere di vita e di morte, ma se protegge male non è Leviatano. Con le proprie mani porterà la propria testa alla ghigliottina. Quando decapitarono i monarchi Goethe, che non amava le agitazioni rivoluzionarie, scrisse: «Fossero stati veri re, non sarebbero stati spazzati via come con una scopa».
Ma soprattutto vogliono sapere, gli studenti, che non è vero quel che gli studiosi dicono da anni e che i giudici per le indagini preliminari a Firenze ripetono quasi testualmente.

Che «viviamo una disarmante esperienza del peggio», scriveva il rapporto del Censis del 2007, aggiungendo che la nostra non era una società «ma una poltiglia cui si potrebbe sostituire il termine di mucillagine»: un «insieme inconcludente di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega».

Nell’ordinanza del gip, il servizio pubblico e la Protezione civile sono descritti dagli stessi indagati con vocaboli simili: un sistema gelatinoso, fatto di gente che «ruba tutto il rubabile», che confonde pubblico e privato, che in nome dell’efficienza cerca soldi e favori per sé. Un indagato dice, accennando ai lavori per il G8 della Maddalena: «C’abbiamo la patente per uccidere, cioè possiamo piglià tutto quello che ci pare». Due imprenditori sprofondano nella sguaiataggine, nei minuti stessi in cui la terra abruzzese trema. Esordisce al telefono tale Gagliardi: «Qui bisogna partire in quarta subito, non è che c’è un terremoto al giorno». Il collega Piscitelli dice che lo sa. E ride. Al che Gagliardi: «... (lo dico ) così per dire per carità... poveracci». Piscitelli: «Va buò ciao». Gagliardi: «O no?». Piscitelli: «Eh certo... io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro al letto». Gagliardi: «Io pure...». Diteci che non è vero è domanda di verità, è non rassegnazione al salmo 14: «Tutti sono corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno».

Bertolaso e gli uomini del suo dipartimento avranno modo di difendersi, distinguendo tra vero e falso. Comunque sono già ora chiamati a condotte probe: in particolare Bertolaso, perché chi presiede un’istituzione è responsabile dei propri uomini, non può degradarli a mele marce tirandosi fuori. È solo indagato, ma l’opacità estrema della Protezione civile fa tutt’uno con l’opacità del modo berlusconiano di governare. Egli ha il peso, decisivo, che Carl Schmitt attribuisce a chi ha accesso al Leviatano. È il potere dell’anticamera del potente, «del corridoio che conduce alla sua anima. Non esiste nessun potere senza questa anticamera e senza questo corridoio» (Schmitt, Dialogo sul Potere, Il Melangolo 1990).

Il corridoio non è di per sé malefico, ma in Italia è oggi colmo di insidie: tanta è la gelatina che regna indisturbata ai vertici. Nel caso specifico, il potere indiretto di chi sta in anticamera diventa speculare a quello diretto, tende a farsi anch’esso assoluto, a non rispondere a autorità superiori, a considerare i magistrati come «dipendenti pubblici» da irreggimentare perché non eletti (l’espressione è del presidente del Consiglio). Chi oggi è in simili corridoi rischia di diventare parte di un preciso disegno: disegno che distrugge la politica, tramutando la cosa pubblica in privata. Che ostentatamente governa a partire dal proprio domicilio, trasformando Palazzo Grazioli in succedaneo di Palazzo Chigi. Che estende i territori italiani sottratti alla legge. Alle regioni ampiamente controllate dalla mafia, s’aggiungono ambiti sempre più vasti, legalmente svincolati dall’imperio della legge. È inevitabile, quando l’emergenza si eternizza e si espande smisuratamente, comprendendo settori per nulla emergenziali. L’immensa Protezione civile si accentra a Palazzo Grazioli ed è messa in condizione (soprattutto se diverrà società per azioni) di eludere la rule of law. Si politicizza e si privatizza al massimo, simultaneamente.

Bertolaso è a un bivio. Avendo dimostrato non comuni capacità di proteggere i cittadini, può prendere le distanze e salvare un’opera. Nei giorni scorsi ha detto, veemente: «Sono pronto a dare la vita per convincere gli italiani che non li ho ingannati». Non gli si chiede tanto. Si spera però che non si lasci contaminare. Proprio perché possiede un’aura di Medico-senza-frontiere, Bertolaso ha molto da perdere, dalla contiguità con la gelatina di cui è fatto Palazzo Grazioli. Se ha errato, il suo errore sarà giudicato immorale, e l’immorale distingue perfettamente il bene dal male. Solo dimettendosi Bertolaso eviterà che il corridoio verso il potente diventi, come nelle parole di Schmitt, una letale «scala di servizio».

Possono essere due, i motivi di una dimissione. O si perde la fiducia dei vertici, o la richiesta nasce nella coscienza. È difficilmente pensabile che Bertolaso non abbia orecchie per questa seconda voce, vedendo la degenerazione dell’opera che dirige da anni.
Un aiuto autentico dall’alto non gli verrà, perché Berlusconi non gli somiglia: più che un immorale, lui è un a-morale. Non è Nixon pienamente conscio del male commesso che si confessa, nel 1977, al giornalista David Frost. Il film di Ron Howard lo descrive bene: la colpa lo corrode. Non così Berlusconi, ignaro di corrosioni. Egli non sa cosa sia la morale, e neppure cosa sia l’ideologia. Sventolerà l’una o l’altra, se servirà per deturpare istituzioni e contropoteri. Se non fosse a-morale non avrebbe osannato agli inizi di Mani Pulite, scatenando contro gli indagati il fuoco delle sue televisioni (lo ricordò prima di morire il tesoriere indagato della Dc, Severino Citaristi).

L’argomento che usano sia Berlusconi che Bertolaso è l’efficienza.
Dice il primo: «Se un’opera è fatta bene al cento per cento e poi c’è l’1 per cento discutibile, quell’1 va messo da parte». Non è chiaro chi decida le percentuali, tuttavia. E come possa ben operare, alla lunga, una poltiglia dove si mescolano Grandi Eventi e disastri; spasso e dolore; show, morte e risate. La sindrome di impunità che regna nell’anticamera del potere, i costi maggiorati senza controllo, le imprese che si sbrigano male pur di lucrare sulla fretta: questo non è efficienza. Dalla corruzione non scaturisce efficienza.

In un editoriale sul Corriere del 30 gennaio, Sergio Romano dice una cosa assai giusta, su Blair, Sarkozy e Schröder. Denuncia la propensione a mescolare pubblico e privato, a edificare carriere «sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica», e conclude: «Il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia (...). La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera». Se giornalisti prestigiosi come lui dicessero le stesse cose sull’Italia di oggi, e l’avessero detta molti anni fa, forse gli studenti dell’Aquila si sentirebbero meno soli, meno scoraggiati, meno impotenti.
Poveri magari, ma non poveracci.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le dieci domande al Pd
Inserito da: Admin - Febbraio 21, 2010, 09:09:20 am
21/2/2010

Le dieci domande al Pd
   
BARBARA SPINELLI

Durerà il tempo della campagna elettorale, la nuova retorica di Berlusconi sulle norme anti-corruzione da applicare a politici e servitori dello Stato, ma l’opposizione farebbe male a sottovalutarne la forza. Sono norme in parte già affossate e poco credibili, visto che di corrotti che hanno fatto carriera ce ne sono molti nel Pdl. Non solo: sono regole contraddette dallo zelo con cui Berlusconi ha respinto, per tema di creare precedenti, le dimissioni di Bertolaso responsabile di scarso controllo sulla corruttela nella Protezione civile e di Cosentino indagato per contatti con la camorra. Falso ardimento è infine il divieto di candidarsi a chi è stato condannato in via definitiva: in Italia le condanne definitive possono giungere dopo quindici anni, sempre che non siano prima prescritte come nel caso di Berlusconi stesso. Resta che il premier sa fiutare lo spirito del tempo e subito appropriarsene, come già fece agli esordi di Mani Pulite quando contribuì (con le sue televisioni, spalleggiato da Lega e missini) ad affossare la prima Repubblica. Solo dopo denunciò i non più utili magistrati.

Questa capacità di fiutare il secolo, e di cambiar casacca appena gli conviene, disorienta ogni volta la sinistra e conferma ­ su quest’ultima ­ due cose: la debole preparazione al dopo-Berlusconi, e l’influenza inconfessata, ma profonda, che il leader Pdl esercita sugli animi dell’opposizione. Il calcolo brevissimo tende a prevalere sui tempi lunghi, il presente assolutizzato oscura il futuro, la frase subito popolare premia sul dire-vero. Lo si vede in modo speciale a proposito di temi fondamentali per il cittadino e reciprocamente dipendenti: sulla giustizia, e sulla crisi economica che da tre anni tormenta il mondo. La corruzione dilagante non aiuta affatto la crescita ma l’ostacola, isolando l’Italia.

Su giustizia e corruzione, l’opposizione ha spesso paura della propria ombra e stenta ad attaccare: quasi temesse di sfigurare, di cadere in tentazione riesumando la morale di Berlinguer, di non esser abbastanza collaborativa e al tempo stesso scaltra. È grande merito di Bersani aver abbandonato la linea che consisteva nel prendere le distanze da un Ulivo che pure fece vincere Prodi due volte. Lavorando sodo, il nuovo leader del Pd è riuscito in pochi mesi a conquistare la fiducia di soggetti disparati come Di Pietro, Bonino, in parte Casini. Ma una consistente strategia anti-corruzione ancora manca, e il rischio grottesco corso oggi dal partito ­ scrive Marco Travaglio sul Fatto ­ è di «regalare al premier più imputato della storia la battaglia, almeno mediatica, delle liste pulite». Per mesi Di Pietro fu ritenuto un sovversivo, dalla sinistra, e ora se ne elogia il moderatismo a causa del veto tolto al candidato per il governo della Campania. Un candidato, il sindaco di Salerno De Luca, forse ingiustamente accusato ma pur sempre rinviato a giudizio per truffa aggravata e falso.

Tanto più importante è chiedersi se l’opposizione sia preparata a gestire il dopo-Berlusconi meglio di come abbia gestito il quasi ventennio dominato dal capo di Mediaset. Se sia mentalmente pronta non per le prossime regionali ma per il giorno in cui, finita l’eccezione berlusconiana, si tratterà di prendere durevolmente il comando, di ricostruire, di riportare il potere pubblico da Palazzo Grazioli a Palazzo Chigi. Le dieci domande che l’istituto Open Democracy ha rivolto al centro-sinistra sono preziose.
Formulate il 12 febbraio, assieme all’Open University inglese in un convegno a Birmingham, esse implorano questo prepararsi non più rinviabile.

Enrico Letta ha raccolto la sfida, il 14 febbraio su La Stampa, ma alcune risposte non sono all’altezza del «terremoto» che secondo Open Democracy scoppierà quando Berlusconi uscirà di scena, e ci si accorgerà come egli abbia in realtà prolungato una lunga storia italiana di immobilità, di scandali, di collusione con la mafia, proprio mentre fingeva di mutarla alle radici. Alcune insufficienze dell’opposizione sono evidenti.

Innanzitutto, non esiste ancora traccia di un’autentica riflessione sugli errori degli ultimi quindici anni. Il questionario inglese domanda ad esempio perché la sinistra, quando ha governato, non legiferò sul conflitto di interessi (né abolì le leggi ad personam, aggiungiamo noi). Letta per rassicurare replica: «È un errore da non ripetere. Punto!». Proprio quell’interiezione tuttavia (Punto!) rassicura poco. Sapere che ha errato non spiega né aiuta, se non si dice oggi che cosa precisamente si farà domani. Se si schiva il racconto di uno sbaglio così sistematico: c’era del metodo, in quella follia. Allo stesso modo, appare elusiva la risposta alla sesta domanda del questionario (si introdurranno serie riforme del sistema politico: su numero dei parlamentari, su immunità, su costi della politica?). Letta fa promesse su bicameralismo imperfetto e riduzione dei parlamentari, ma su immunità e finanziamento della politica tace in maniera allarmante.

È qui che la giustizia si collega alla crisi economica. Negli anni che abbiamo alle spalle, il centro-sinistra ha mostrato di sottovalutare più cose di Berlusconi: le leggi speciali; la predilezione per un’informazione ­ soprattutto televisiva ­ asservita; l’incapacità di riformare l’economia, liberandola davvero dalla tutela dello Stato. L’uso dei diminutivi, così cari agli italiani che nascondono ferocie o minimizzano pericoli, accomuna D’Alema che auspica una «leggina ad personam» per limitare i danni, e Berlusconi che, tenero, chiama birbantelli i corrotti della Protezione civile. Evidentemente c’è del metodo anche in simili sottovalutazioni. Il metodo di chi, senza magari volerlo, ha interiorizzato parecchie patologie berlusconiane, compresa la vocazione a spartirsi la Rai e a non dire la verità sull’economia.

Bersani non ha torto, nel sostenere che la crisi è stata a lungo e demagogicamente negata dal governo. Ma a giudicare dalla posizione assunta sulle difficoltà dell’auto ­ difficoltà globali, non solo nazionali ­ si direbbe che anch’egli la neghi, quando rifiuta, senza azzardare spiegazioni, la chiusura di una fabbrica, a Termini Imerese, che lavora in perdita da anni. Per l’opposizione questa era l’occasione, grande, di dire il vero agli italiani; di guardare lontano nel tempo; di far parlare i fatti: nell’auto si produce più di quel che si vende, e la tendenza diverrà forse duratura nel mondo; la sua età d’oro è legata all’energia poco cara, a mercati più ristretti, al lavoro che implicava viaggi e ancora non includeva il telelavoro. Ci fu un tempo in cui gli americani costruirono i suburbia, gli agglomerati urbani da dove ci si muoveva con automobili divoratrici di benzina, lontani dalle città. L’età d’oro è in crisi. Alcuni (l’urbanista James Kunstler, assieme a molti altri) prevedono addirittura il lento morire dei suburbia.

Naturalmente esistono rimedi, che non consistono tuttavia solo nel produrre macchine meno costose energeticamente. Le industrie dell’auto, scrive il giornalista Max Fraser, potrebbero partecipare all’ampliamento, essenziale, dei trasporti comuni (treni, autobus): un po’ come avvenne quando l’auto si rinvigorì, nella seconda guerra mondiale, costruendo aerei e carri armati per Roosevelt (Fraser, The Nation, 1-6-09).

Sulla giustizia come in economia, urge non solo parlare di futuro ma pensarlo, e farlo. Dice Carlo Federico Grosso, in un’intervista a Beatrice Borromei sul Fatto: «Mani Pulite non è servita a nulla, il codice penale non basta più per combattere la corruzione». Il giudice non basta perché arriva dopo i reati. Ma neppure la politica basta, se continua ad arrivare tardi su tutti i fronti, economia compresa. Chi dice che la colpa è della società e non della politica ha una strana visione marxista del mondo: Stato e politica non sono che sovrastrutture, e solo la società, uscendo dalla congenita sua corruzione, può acquisire la liberatrice coscienza della propria alienazione.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - “L’impero di Berlusconi scricchiola”.
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2010, 09:31:12 am
“L’impero di Berlusconi scricchiola”.

Intervista a Barbara Spinelli

di Wanda Marra, da Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2010


“Qualcosa si sta muovendo. Ci sono degli scricchiolii nell’impero berlusconiano. E la cosa che mi impressiona di più è che questo avvenga proprio nel mondo creato da Berlusconi, nel mondo dell’immagine. E quindi a Sanremo e nello “show” dell’Aquila. Siamo vicini al “tipping point”, un concetto usato da un filosofo americano, dal filosofo Malcolm Gladwell, che fa riferimento al punto di non ritorno: le cose vengono spostate sempre di più vicino all’orlo del tavolo, e a un certo punto cadono”. Barbara Spinelli, giornalista, tra le massime opinioniste italiane, afferma che sì, è possibile che in questo momento gli stessi elementi che hanno contribuito a costruire il potere di Berlusconi, si rivolgano contro di lui. E che da questo punto di vista è significativa l’aggressione all’inviata all’Aquila del Tg1, Maria Luisa Busi, come la rivolta degli orchestrali a Sanremo contro il televoto.

Quali sono gli elementi che potrebbero minare di più l’impero di Berlusconi?
La vicenda di Bertolaso è stata molto importante, perché riguarda la protezione dei cittadini. La stessa parola “protezione” è alle origini del potere di Berlusconi: lui era l’antipolitica che proprio aggirando le regole prometteva protezione ai cittadini. Il fatto stesso che questa non funzioni, non faccia quello che dovrebbe fare, risveglia i cittadini dal sogno. Senza contare che parlare di “tipping point” significa che prima c’erano state già una serie di vicende che avevano minato il potere del premier.

Quali?
I processi di mafia, le rivelazioni di Ciancimino, le escort. E alla fine, gli italiani non possono tollerare le risate degli imprenditori durante il terremoto dell’Aquila. La protesta contro il Tg1 nasce proprio contro la telenovela del telegiornale, che racconta una realtà che all’Aquila è diversa. Importante anche il fatto che l’invasione del centro della città da parte degli sfollati domenica non ha riguardato solo pochi. Come è significativa la rivolta degli orchestrali contro il televoto. Siamo nell’ultima o penultima scena del Truman Show, quando il protagonista si accorge di non essere nella vita reale, ma in un set, dove è tutto finto, è tutta una bolla. L’antipolitica di Berlusconi è una bolla. E sta scoppiando come è scoppiata la bolla finanziaria.

Lo scandalo Bertolaso può incidere più di altri, visto che il Capo della Protezione civile era in qualche modo un’emanazione di Berlusconi?
Bertolaso era una specie di controfigura di Berlusconi, l’uomo del fare che agli italiani piaceva. La sua caduta (perché anche se si rivelerà innocente, di caduta si tratta) è fondamentale.

Ma se dovesse pensare a una goccia che fa traboccare il vaso?
Mi viene in mente un esempio. Quando fu rieletto Bush in America per il secondo mandato, tutti si meravigliarono perché gli elementi del fallimento esistevano già. C’era già stata la questione delle fantomatiche armi di distruzione di massa in Iraq. Per gli americani il “tipping point” è stato l’uragano Katrina, la distruzione di New Orleans e la fallimentare risposta della Fema, l’Agenzia federale per il management dell’emergenza, istituzione che si è poi rivelata piena di raccomandati . Tutte cose che la stampa indipendente denunciò. Così potrebbe accadere anche in Italia per gli scandali legati al terremoto. E spero che la stampa faccia la sua parte.

A proposito di stampa. Ieri è apparso in prima pagina su Il Giornale un articolo di Marcello Veneziani, che parla di questione morale, degrado dei poteri e dei partiti, pazienza finita da parte degli italiani. Non le sembra un po’ singolare?
Penso che faccia parte di una strategia di fumo negli occhi, come l’annuncio di misure anticorruzione, che faticano però a realizzarsi. Il ladro di polli difficilmente fa regole funzionanti. Si tratta sempre del tentativo di sbandierare uno lo show, mentre in realtà si fa tutt’altro: Berlusconi ha respinto le dimissioni di Bertolaso e quelle di Cosentino. Detto questo, non dimentichiamo che nell’arte dello show resta un maestro: eventuali misure anti-corruzione disorienteranno non pochi elettori.

Fini in questi giorni continua a ribadire che il Pdl è un partito senz’anima e che va costruito. Potrebbe dare la spallata al premier?
Non lo ammetterebbe mai al momento, ma in fondo non aspetta altro. Sono mesi che si prepara al dopo Berlusconi, e quel che è certo è che la battaglia per la successione si è aperta. Anche perché i due politici usciti dalle intercettazioni, Verdini e Letta, sono rispettivamente l’uomo macchina del Pdl e il candidato alla Presidenza della Repubblica, che è chiaramente ora agli occhi di tutti un politico che sulla Protezione Civile ha detto non poche contro-verità.

Secondo lei gli effetti di questi scricchiolii si vedranno sulle Regionali?
Istintivamente direi di sì. Le elezioni potrebbero non andar bene per Berlusconi. Ma bisogna vedere quanto gli italiani saranno disorientati e quanto astensionismo ci sarà.

L’opposizione avrebbe dovuto fare di più?
Si sarebbe certamente dovuta battere di più contro la corruzione. Ma io penso che la spallata a Berlusconi potrà venire solo da destra.

(23 febbraio 2010)
http://temi.repubblica.it/micromega-online/limpero-di-berlusconi-scricchiola-intervista-a-barbara-spinelli/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Annozero e la degenerazione del giornalismo italiano
Inserito da: Admin - Febbraio 27, 2010, 10:59:38 am
Annozero e la degenerazione del giornalismo italiano

di Barbara Spinelli, da il Fatto Quotidiano, 26 febbraio 2010


Caro direttore,
se questi fossero tempi meno bui – i tempi vagheggiati da Michael Oakeshott per esempio, dove al dibattito si preferisce la conversazione – si potrebbe leggere con una certa delizia lo scambio epistolare fra Michele Santoro e Marco Travaglio apparso nei giorni scorsi sul Fatto.
Ma questi sono tempi bui e certe controversie fra giornalisti non procurano speciale godimento. In tempi bui si urla, e l’urlo mal si concilia col diletto. Lo scambio di lettere è tuttavia benefico, sia per chi fa informazione sia per chi la consuma. Finalmente nasce una discussione sul giornalismo italiano, e il fatto che essa si concentri sui talk-show – e in particolare sul modo in cui il 18 febbraio s’è scatenata un’aggressione personale a Travaglio da parte di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale – non cambia l’oggetto in esame: l’avvento dei talk-show, cioè della parola giornalistica tramutata in spettacolo o circo, ha infatti effetti capitali sul giornalismo (scritto o parlato) e sul suo presente disfacimento.

COMPLICITÀ AMICISTICA

Mi sia consentita una premessa: penso che tra i giornalisti non dovrebbe esistere alcun tipo di propedeutica complicità amicistica. L’uso molto italiano di darsi subito del tu fra “colleghi” ha qualcosa di corporativo, di falso, anche di insidioso. È nei collettivi ideologici che scatta, automatico, l’abbraccio del Tu. Così come è incongruo parlare di amor di patria invece che di rispetto, ritengo incongrua l’amicizia preliminare fra colleghi. Amore e amicizia appartengono alla privata sfera delle scelte non obbligatorie, non consanguinee. Tuttavia il giornalismo è un mestiere che crea una sorta di comunità, specie quando si occupa della politica nazionale e dunque è più vicino al potere: di questo vale la pena conversare. Il rischio è che il giornalista prenda gusto alla contesa politica, fino a identificarsi con la figura stessa del politico. Difficile, a questo punto, che egli ricordi la professione peculiare che esercita, e i doveri primari che ha verso il lettore o lo spettatore. Quel che tenderà a dimenticare è che il suo mestiere è sì animato, come quello del politico, da volontà di potenza e dal “piacere acre della gara” (Eugenio Scalfari lo descrive bene nel nono capitolo del libro L’uomo che non credeva in Dio) ma fondamentalmente è cosa diversa. Contrariamente a quel che si crede è un’attività più scabrosa, proprio perché il giornalista non si sottopone al vaglio delle urne, non è rispedito a casa a intervalli regolari, e questo non gli dà il prezioso senso del limite, della propria mortalità. La censura, nella migliore delle ipotesi, viene solo dal lettore, che può smettere di comprare un determinato giornale, di guardare un determinato show, di leggere un determinato autore. Ma il vero polso della situazione il giornalista non ce l’ha. Se la censura lo colpisce , chi ha in mano l’accetta non è l’utente (l’unico che paghi quel che vede o legge) ma il padrone: un padrone più che gelatinoso in Italia, in quanto non editore puro ma industriale annodato al potere politico, quando non dipendente da esso. Pur non dandosi reciprocamente del tu, i giornalisti sono dunque legati da qualcosa. Da cosa, esattamente? In parte dalla consapevolezza di questa diversità di vocazione: praticanti e professionisti del mestiere, tutti dovrebbero sapere che il loro potere è altro dal politico. Non è antagonista – perché l’antagonismo presuppone un comune spazio di contesa– ma semplicemente altro. Al tempo stesso, sono legati da un rapporto molto specifico con i fatti, che vanno rispettati per quel che sono evitando che sfumino in opinioni. È il motivo per cui più volte mi sono chiesta, nel 2009, come mai sia mancata una solidarietà, fra giornalisti, con Repubblica e le sue Dieci Domande. L’undicesima domanda, non detta, era implicitamente rivolta a noi del mestiere: si possono fare domande al politico, che concernono il suo apparato di potere e più precisamente la sua maniera di creare consenso? L’indipendenza del giornalista non è differente dal potere terzo della magistratura, indispensabile all’ordinamento dei checks and balances senza il quale la democrazia scade in dittatura maggioritaria. Non a caso il giornalismo indipendente è dispositivo centrale nelle democrazie ed è chiamato Quarto Potere.

Rivedendo il passaggio di Annozero in cui è andata in scena l’aggressione a Travaglio, quel che mi ha colpito è appunto questo: il giornalista che attaccava non sembrava un giornalista, l’osmosi con le fattezze del politico era totale. Porro non si occupava del tema in discussione (la corruttela della Protezione civile, le responsabilità politiche di Bertolaso), ma del giornalista che su questo tema riferiva e denunciava. Quest’ultimo riferiva fatti (non ancora suffragati ma pur sempre elencati in ordinanze della magistratura inquirente), mentre Porro sembrava a essi affatto indifferente. Di qui l’impressione di un attacco subdolo, oltre che scorretto. Scorretto perché il giornalista che riassumeva i fatti veniva aggredito come se avesse esposto un’opinione, opinabile come tutte le opinioni. Subdolo perché Travaglio veniva attaccato personalmente, in piena coscienza che quest’ultimo non poteva improvvisamente dirottare la trasmissione e scagionarsi di fronte al pubblico (lo ha già fatto a suo tempo su Repubblica e sul suo blog).

Siamo in campagna elettorale (son 16 anni che dura: quasi una generazione) e quel che lo spettatore ha visto è l’azzannarsi tra due professionisti dell’informazione: giacché questo avviene, quando il giornalista abbandona il rapporto con i fatti e, durante una competizione elettorale, entra anch’egli in campagna. Se così stanno le cose, non conta quello che viene riferito sull’indagata Protezione civile. Non conta nemmeno la domanda posta nel corso di Annozero dal direttore di Libero Maurizio Belpietro (forse è stato teso un agguato a Bertolaso?). Altre cose contano, in trasmissioni del genere (Annozero, Ballarò, Porta a Porta): d’un tratto dall’ombra esce un missile, e tira fuori il presunto affaire delle frequentazioni di Travaglio. Un’affaire su cui è stata fatta chiarezza, ma che serve a disorientare lo spettatore-elettore. Che vuole, un giornalista come Porro? Non il Pulitzer evidentemente, perché nessun vincitore di simili premi (da Art Buchwald a Maureen Dowd, da James Risen o Anthony Lewis) passerebbe il tempo denigrando un altro giornalista. Vuol dimostrare a una parte politica di essere suo fedele palafreniere e propagandista.

NOIA E ZAPPING

Per far ciò ha stravolto il mestiere. Un mestiere che il più grande maestro di tutti noi scrivani di giornali, Walter Lippmann, ci ha insegnato fin dall’inizio del secolo scorso. La libertà, così scrisse a quel tempo, non è quella di rendere il giornalista responsabile verso l’opinione sociale prevalente: “Più importante di tutto il resto è rendere l’opinione sempre più responsabile verso i fatti”. E ancora: “Non esiste libertà in una comunità cui manchi l’informazione attraverso la quale può scoprire e smascherare la menzogna”. Non solo: veramente in gioco non è in fondo la libertà di opinione, e il male non consiste tanto nel sopprimere una particolare idea. “Quel che è davvero mortale è sopprimere le notizie (news)” (Lippmann, Liberty and the News, 1920). Per questo è così bello il motto della Bbc: Put the news first,in primo piano metti le notizie, i fatti, i testimoni. Porro cade nel mortale tranello. Non diversamente dall’imprenditore Berlusconi, scende anche lui in campo, annebbiando le frontiere tra arti e tra mestieri.

Scrive Santoro a Travaglio che l’intero suo “gioco” ha un obiettivo: non diventare “noioso”, altrimenti“ il pubblico più infedele cambia canale”. Non prendersela con le aggressioni ma rispondere con l’ironia, sapendo che una trasmissione di successo non è fatta solo di fan. Sul set ha detto: “Ogni volta che volete insultare Travaglio insultate me, perché a me non me ne frega niente”. Certo ogni trasmissione corre il rischio che il pubblico annoiato da monotonie cambi canale. Ma corre anche il rischio che il canale lo cambi proprio perché il programma di Santoro è un ring che “mette in gioco non solo nozioni ma emozioni, (...) passioni anche viscerali”.

Anch’egli, a suo modo, non distingue tra opinioni e notizie, e quando parla di fan – in questo è simile a Vespa – non sembra intendere i fan delle news. C’è infine nella lettera un passaggio sul quale dissento profondamente: è vero, una trasmissione non può farsi paladina di una sola verità, deve sempre strusciarsi contro idee contrarie, senza “stilare la lista dei buoni e dei cattivi”. Ma quel che è falso, quel che fa male e fa soffrire, non è un’opinione bensì un fatto, e il fatto a differenza dell’opinione non puoi relativizzarlo. È Popper a insegnarlo, che esecrava le verità assolutizzate. A mio parere, questo dovrebbe guidare il giornalista: non la ricerca dell’idea vera – queste verità sì che sono sfuggenti, come afferma Santoro – ma l’individuazione del male concreto, fattuale, che può scaturire dalle contro-verità. Difficilmente confutabili, mali di tal genere non sono sfuggenti.

Ovvio che in nessun paese democratico il giornalismo è perfetto. Ma in Italia è singolarmente imperfetto. Senza una informazione indipendente, connessa ai fatti e ai loro testimoni, non esiste funzionamento democratico, e l’aggressione che essa subisce è uno dei punti che maggiormente definisce la non-democrazia di Berlusconi. Alterare l’informazione prendendo possesso dei media vuol dire disinformare metodicamente i cittadini, che voteranno senza sapere per chi votano e per cosa.

Il vero attacco alla sovranità del popolo, sbandierata dal presidente del Consiglio, è qui.

LEZIONE AMERICANA

Prendiamo l’esperienza degli Stati Uniti. Il giornalismo americano, nei primi anni delle guerre di Bush jr, commise errori enormi, di infedeltà ai fatti e di fedeltà al potere politico. I reporter detti embedded dormivano nello stesso letto dei potenti. Ma poi è venuta l’ora della presa di coscienza, dell’ammenda anche se non confessata. I giornalisti hanno scoperto che il loro essere embedded li aveva allontanati dalla realtà. Che importanti verità fattuali, dette agli esordi da giornalisti come Seymour Hersch o testimoni come Hans Blix, non erano state ascoltate. Certo può capitare di sbagliarsi, a Travaglio come a Hersch e a tanti altri giornalisti d’investigazione. Penso anche che in Annozero, Travaglio abbia goduto di un diritto che tutti dovrebbero avere ma non hanno: quello di dire i suoi testi senza essere interrotto. Il modo in cui oltre alle sue indagini minuzio se paga anche questo diritto (dovuto a indubbio talento) non è per questo meno scandaloso, ed è sintomatico di un giornalismo in crisi degenerativa.

In America, la presa di coscienza è avvenuta durante l’uragano Katrina, nel 2005, ed è stata un ciclone anch’essa, che ha messo in luce l’inettitudine, lo sprezzo della povera gente (soprattutto nera), l’arroganza-corruzione del governo e della sua Protezione civile (la Fema, ovvero Agenzia federale per il Management dell’Emergenza). Per il giornalismo americano, è stata un’ora grande di verità, di introspezione, e di ripresa. Spero che quel momento venga anche in Italia. Che scopriremo anche noi le parole di Joseph Pulitzer: “Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema”

26 febbraio 2010


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il vecchio che torna
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2010, 08:18:37 pm
28/2/2010

Il vecchio che torna
   
BARBARA SPINELLI

E’scritto nel Qohélet, poema biblico di massima saggezza, che «ciò che è, già è stato. Ciò che sarà, già è». Si applica atrocemente all’Italia, e manda in rovina le parole che da 17 anni ci accompagnano, sempre più insipide: Transizione, Seconda Repubblica, Nuovo, Miracolo, Riforma. Oppure: politica del fare, dell’efficienza. Nell’intervista a Fabio Martini, Rino Formica, ex uomo di Craxi, constata un «collasso dello Stato.

Snervato nei suoi gangli vitali. Con un’aggravante: nell’opinione pubblica cresce un disgusto senza reazione, si attendono fatalisticamente nuovi eventi ancora più squalificanti, il perpetuarsi di un’Italia regno degli amici, delle spintarelle, delle percentuali».

L’avvento del Nuovo, promesso dopo lo svelamento di Tangentopoli nei primi Anni 90, era dunque un pasticciaccio, un maledetto imbroglio. Non: «Ecco, faccio nuove tutte le cose», ma: «Faccio tutte le cose vecchie». Non siamo in mezzo al guado, il viaggio non è mai iniziato. Come nell’Angelo sterminatore di Buñuel, per uscire dalla stanza-prigione bisogna ripercorrere gli esordi, capire come si è entrati nell’imbroglio e ci si è rimasti.

Mani Pulite nacque e crebbe come evento davvero inedito, per l’Italia, in simultanea con la battaglia condotta a Palermo contro i patti della politica con mafia e camorra: una pantera la mafia, una volpe la camorra, disse Falcone a Giovanni Marino di Repubblica, quattro giorni prima di essere ucciso. Figlie, l’una e l’altra, di «un’omertà che si è trasformata in memoria storica di uno Stato che non ti garantisce». È significativo che l’unico commento di Silvio Berlusconi sul marciume che torna a galla sia: «Il male principale della democrazia in Italia è la giustizia politicizzata». Non è il marciume, ma il dito che lo indica. Non è il fare che si svela malaffare, il predominio dell’opaco sul trasparente, il familismo amorale che torna, la ’ndrangheta che non fidandosi più di nessun mediatore entra in Parlamento. Il capo del governo è un avatar della Prima Repubblica: pur travestendosi, pur conquistando folle e voti, «fa vecchie tutte le cose». La sua rivoluzione, come accade nelle rivoluzioni giacobine, ha raccattato il potere a terra per salvarlo. Il presidente della Consulta Francesco Amirante ha detto in pratica questo, giovedì: sono i giacobini e non i democratici a idealizzare la sovranità assoluta dell’elettore. Le costituzioni esistono perché del popolo non ci si fida del tutto, e la Consulta rappresenta un «popolo trascendente» che guardando lontano frena se stesso.

Quando nacquero le due battaglie ­ Mani Pulite a Milano, l’antimafia a Palermo ­ si capì che tutto in Italia si teneva: l’intreccio tra politica e affari a Nord, tra politica e mafia a Sud. Le due città divennero simbolo dell’Italia peggiore e migliore, ambedue sperarono molto prima di disperare, ambedue scoprirono di portare dentro di sé la «memoria storica di uno Stato che non ti garantisce». Dicono che Tangentopoli oggi è diversa, anche se il cittadino non vede grandi differenze. Per alcuni è peggio («Noi non abbiamo mai scardinato lo Stato», assicura Formica), visto che allora si rubava per i partiti e ora si ruba per sé. Come se rubare per la politica fosse un’attenuante, e non l’obbrobrio che ha distrutto il senso delle istituzioni e dello Stato, aprendo strade ancor più larghe alle ruberie del tempo presente.

Dicono anche che l’Italia è congenitamente votata alla corruzione. Anche questo è falso, perché l’Italia con Mani Pulite cominciò a sperare veramente in una rigenerazione. Enorme fu la partecipazione ai funerali di Falcone, il 25 maggio ’92. Ci fu il movimento dei lenzuoli, speculare a Mani Pulite. Nel suo bel libro L’Italia del tempo presente, Paul Ginsborg cita un documento stilato in una veglia di preghiera nella chiesa palermitana di San Giuseppe ai Teatini, il 13 giugno 1992, dopo l’eccidio di Falcone. Il documento s’intitolava «L’Impegno», e oggi dovrebbero leggerlo e rileggerlo gli studenti, gli imprenditori, i servitori dello Stato, i politici, per mostrare che l’Italia ha qualcos’altro nelle ossa, oltre alla melma. Se torna a corrompersi, è anche perché ai vertici manca l’esempio. «Entri nella mafia se ti senti, e sei, nessuno mischiato con niente», dice il linguaggio malavitoso.

Vale la pena ricordare alcuni brani, dell’Impegno palermitano: «Ci impegniamo a educare i nostri figli nel rispetto degli altri, al senso del dovere e al senso di giustizia. Ci impegniamo a non adeguarci al malcostume corrente, prestandovi tacito consenso perché “così fan tutti”. Ci impegniamo a rinunziare ai privilegi che possano derivare da conoscenze e aiuti “qualificati”. Ci impegniamo a non vendere il nostro voto elettorale per nessun compenso. Ci impegniamo a resistere, nel diritto, alle sopraffazioni mafiose...». Questo fu, ed è, il Nuovo. Anche Milano, atavicamente maldisposta verso lo Stato, sentì sorgere in sé un ricominciamento. Corrado Stajano la descrive non più piegata sui propri affari privati ma «infiammata di un entusiasmo liberatorio», nel febbraio ’92, grata ai magistrati che ne scoperchiavano il malaffare. Da allora «si è indurita, non ha saputo discutere le cause vicine e lontane di una corruzione che ha macchiato tutti i partiti politici e tutti gli strati sociali (...), non ha saputo fare i conti con se stessa. Ha cancellato quel che è successo. O meglio, ha preferito dirsi che nulla è successo» (Stajano, La città degli untori, Garzanti 2009).

Fu da quel vuoto che balzò fuori la figura di Berlusconi, agguerritissimo addomesticatore di istinti, creatore di mondi e show consolanti. Lui sapeva la forza di certi gusti, aveva addirittura forgiato nuovi stili di vita a Milano-2, lontano dalla pazza folla cittadina, aveva creato addirittura una televisione per le new town e da lì partì, promettendo nel ’94 un «nuovo miracolo italiano». Un miracolo non per fermare i comunisti, ma quel popolo dei lenzuoli e dell’entusiasmo liberatorio che minacciava mafie e vecchi-nuovi padroni del vapore. Si continuò a rubare, senza neanche più fingere passioni politiche. La Lega smise gli osanna a Mani Pulite perché rivalutare le istituzioni voleva dire contribuire di tasca propria al bene comune, e solo gli imbecilli lo fanno.

Non si aprì l’era della trasparenza, della riforma dello Stato. Se ne parla di continuo ma il verbo è performativo, come dicono i linguisti: basta dire e il fare già c’è. Paradossalmente, nell’era di Berlusconi tutto si decide nelle aule di giustizia: non è da escludere che proprio questo egli voglia, per avere un nemico esistenziale.

Forse il Nuovo non è venuto perché debellare la corruzione è «impresa titanica», come sostiene Luca di Montezemolo: perché coinvolge non solo i politici ma un’intera classe dirigente. Forse per questo siamo immobili non in mezzo al guado, ma penzolanti nel vuoto come nel ’92, sfiduciati e però assetati di ricominciare. Difficile credere che non esista anche questa sete, accanto al disgusto fatalista. La sete rispuntata dopo il fascismo, quando Luigi Einaudi disse, il 27 luglio ’47: «Esiste in questo nostro vecchio continente un vuoto ideale spaventoso».

Mi ha colpito una frase, detta all’Aquila domenica scorsa da un manifestante delle chiavi, il direttore dell’Accademia delle Belle Arti Eugenio Carlomagno: «Chiusi nelle case antisismiche, nei moduli abitativi provvisori, abbiamo capito che non sapevamo dove andare: non c’è un teatro, non c’è una biblioteca, non ci sono più i bar del centro. Ci siamo accorti di essere persone che debbono solo comprare cibo al supermercato, mangiare e guardare la televisione. Abbiamo detto basta». Non è ancora L’Impegno della chiesa palermitana, ma si ricomincia anche così: uscendo dal privato delle new town, spegnendo le tv del Truman Show, riprendendosi la pòlis.

Riscoprendo che la politica può fare la differenza, non in peggio ma in meglio, e che a quel punto potremo edificare la memoria di uno Stato che ti garantisca.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il governo, la forma e la sostanza
Inserito da: Admin - Marzo 07, 2010, 08:13:06 am
7/3/2010

Il governo, la forma e la sostanza
   

BARBARA SPINELLI

Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli: sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo spregio delle forme, tanto fieramente vantato.

Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo, alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.
Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida un’amplissima sovranità.

E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.

Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo ancor più pertinente il termine partitocrazia.

Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia, una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.

Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957, Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per corruzione.

Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli. Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è, esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.

Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria. Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno. Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».

La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il Fatto 10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).

Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante, in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di “mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea senza più indignazione.

Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo (con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».

Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte
all’intrico delle liste, si augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza prevalga sulla forma».

Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.

Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare, nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta senza risposta.

Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, sognare non ci è dato.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Vaticano il male nascosto
Inserito da: Admin - Marzo 14, 2010, 09:12:02 am
14/3/2010

Vaticano il male nascosto

BARBARA SPINELLI

Nel raccontare lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Stevenson descrive la doppia presenza, nell’essere umano, del bene e del male. Le due forze si affrontano, e se alla fine è la parte malvagia a vincere non è perché l’eccelsa viene travolta. Il duello non è fra eccelso e abietto, ma fra l’impeto ardente del male e l’inerzia, la scarsa ambizione, l’energia spenta della parte ritenuta buona. Il male trabocca in Jekyll perché Jekyll è un uomo onorato ma mediocre. Perché non ha combattuto il male ma lo ha semplicemente nascosto (di qui il nome Hyde). Così i crimini di pedofilia di tanti uomini di Chiesa: per decenni sono stati nascosti, più che combattuti. A volte sono stati anche protetti: il prete pedofilo che fu spostato nel 1980 da Essen a Monaco, quando Ratzinger era arcivescovo di Monaco e Freising, fu di fatto immunizzato. Non venne allontanato dalle mansioni ecclesiastiche neppure quando, nell’86, un tribunale lo condannò per abuso di minorenni.

Ancor oggi cura le anime in una comunità bavarese, nonostante l’offensiva contro la pedofilia iniziata nel frattempo da Ratzinger divenuto Papa. Il prete bavarese non è un caso unico, dicono le cronache da mesi e anni. Se il male s’estende dall’Irlanda alla Germania, all’Austria, all’Olanda, è perché i sosia malvagi di tanti sacerdoti erano più forti e vitali di una Chiesa inerte. Così vasto è l’evento, che nessun commento pare all’altezza. Non mancano parole di contrizione, dolore. Spesso il male è deplorato, ma non la sua radice. Non la mediocrità, che ha consentito all’infamia di sopraffare e le ha risposto con l’occultamento anziché con la verità. In Germania si promettono tavole rotonde: questo sotterfugio dell’astuzia politica che trasforma fatti e misfatti in dibattiti di idee. Il più mediocre dei sotterfugi, e il più lontano dalla conversione. Sono simili stratagemmi a colpire, più ancora di crimini che non sono nuovi, in comunità che cercano il male fuori e non dentro di sé. Quel che veramente disorienta, nella reazione di tanti prelati, è il tono con cui il male viene discusso: allarmato, sì, ma non sconvolto.

A volte domina la sociologia, altre la psicologia, sempre il metro politico dell’autorità. Mai la domanda su un bene a tal punto privo di sale da farsi sommergere; sul divario tra il dire e l’agire; su una difesa di valori etici così rigida da secernere non-valori; sulla parola del Vangelo infine, ridotta a muta ombra. In Luca, Gesù descrive ai discepoli i re delle nazioni, detti benefattori, e prescrive: «Voi, però, non così. Ma chi tra voi è il più grande diventi il più piccolo, e chi governa diventi come colui che serve». «Voi, invece, così come qualsiasi politico»: tale la via che per il momento sembra prescelta. La via di padre Federico Lombardi ad esempio, portavoce vaticano, che il 9 marzo dichiara: «Certamente quanto compiuto in certi ambienti religiosi è particolarmente riprovevole, data la responsabilità educativa e morale degli uomini di Chiesa. Ma chi è obiettivo e informato sa che la questione è molto più ampia, e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa falsa la prospettiva». La reazione è da politico, non da Figlio della Luce. Sono i politici a diluire i misfatti nella forza dei numeri, delle percentuali, dell’Altro più colpevole.

Citando un’inchiesta del governo austriaco padre Lombardi ricorda: «17 casi di molestie o violenze ascrivibili a religiosi cattolici, 510 in altri ambienti. Non sarebbe giusto, innanzitutto per le vittime, che ci si occupasse almeno un poco anche di loro?». È il numero che conta, quasi più del male. Anche se il disastro fa soffrire specialmente chi lo patisce, incolpevole, dentro la Chiesa. Non meno mediocre è il dibattito di idee sulla stampa vaticana e ai vertici della Chiesa. Ha cominciato l’arcivescovo di Vienna Schönborn, a evocare la questione del celibato (poi s’è corretto: l’ignominia non nasce qui). Non ci sarebbero violenze a bambini, forse, se il sacerdote non fosse condannato a deserti sentimentali. Evocata in questo contesto, la questione molto seria del celibato è usata per psicologizzare, dunque minimizzare. Si ricorderà la proposta di Cesa, segretario Udc, quando nel 2007 si scoprì che il deputato Cosimo Mele frequentava prostitute e droga in un hotel romano. Cesa suggerì stipendi più alti ai deputati, per aiutarli a fuggire le tentazioni trasferendo le mogli a Roma.

Forse ancora più improprio l’accenno alle donne, presentate come panacea in prima pagina dell’Osservatore Romano, in un commento di Lucetta Scaraffia dell’11 marzo. Ecco l’ora di «recepire la rivoluzione femminile», e «ampliare il ruolo delle donne» nel governo ecclesiale. Anche qui l’esigenza è seria: nella cristianità, le donne hanno testimoniato spiritualità altissima. Non è tuttavia la spiritualità quel che interessa l’autore, né l’amore o l’ascesi (parole assenti nel commento). È la capacità femminile di controllare la sessualità e l’istinto omertoso del prete maschio: «Nelle dolorose e vergognose situazioni in cui vengono alla luce molestie e abusi sessuali da parte di ecclesiastici su giovani a loro affidati, possiamo ipotizzare che una maggiore presenza femminile non subordinata avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti. Le donne infatti (...) sarebbero per natura più portate alla difesa dei giovani in caso di abusi sessuali, evitando alla Chiesa il grave danno che questi colpevoli atteggiamenti le hanno procurato».

Leggendo queste parole, viene in mente il film di John Patrick Shanley «Il Dubbio». Suora Aloysius, che dirige nel Bronx una scuola cattolica, è divorata da un sospetto, sul comportamento del carismatico padre Flynn: i suoi comportamenti verso un allievo sarebbero impuri. Non si saprà se il padre abbia davvero peccato, e se la suora-inquisitrice dubiti alla fine del proprio dubbio. Certo è che la donna occhiuta agisce proprio come consigliato sull’Osservatore Romano: con la mera sua presenza, la sorella «squarcia il velo di omertà maschile», convinta di esser «per natura più portata alla difesa dei giovani» abusati sessualmente. Non ha verticalità spirituale, non soffre per i Piccoli: vive l’orizzontalità di un rapporto di potere che la tramuta in poliziotto feroce. Le donne-Torquemada sono frequenti, nelle storie totalitarie. Nelle tavole rotonde, la parola di Gesù si spegne. La stessa suora Aloysius l’ammette: «Nel combattere il male, ci si deve allontanare da Dio».

Di tutto si discute ­ dei rapporti di forza tra uomo e donna, di sociologia, di psicologia ­ ma non della persona di Cristo. Tanto più prezioso un libro appena pubblicato da Carocci, a cura di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri. Il Vangelo basta dice precisamente questo: in fondo non c’è bisogno d’altro che della Scrittura. Secondo Paolo Giannoni, teologo e eremita camaldolese, il Vangelo non ignora la serietà del male e del peccato. Decide anzi di «toccarlo», di non averne paura, per meglio rivelarlo. Gesù stesso diventa maledizione, toccando l’impuro: «Si contamina e diventa carne offesa dal peccato, dalla malattia e dalla morte. Diventa il maledetto».

Tornare al Vangelo non è, secondo gli autori, darsi una morale, e leggi nascostamente trasgredite. «La Chiesa non è un’agenzia di etica». Gli autori consigliano la pazienza di Cristo: la fatica di sciogliere i nodi, la non precipitosa ma lenta, meditata separazione del grano buono dalla zizzania, come nella parabola di Matteo. («L’insegnamento della parabola originaria è totalmente evaporato: ciò che rimane sul terreno è il cadavere della parabola di Gesù, ormai irrimediabilmente corrotto», scrive don Giuseppe Ruggieri). È il moltiplicarsi sfrenato di leggi autoritarie che fa dimenticare Gesù: i nuovi farisei commettono reati o li coprono. Da fraternità, la Chiesa immaginata da numerosi suoi reggenti scade in confraternita che esclude, in setta recintata. Tutte queste cose, il Concilio Vaticano II le aveva cominciate a dire: il suo dire sapeva di sale. Averlo abbandonato lascia la Chiesa davanti a parabole corrotte e a una miriade di Mr. Hyde. Incapace di tenerli a bada, perché troppo abituata a nasconderli. Incapace di vincerne l’energia, perché portata a disperare nella trasformazione e nel miglioramento dell’«incongruo miscuglio» che il vecchio Jekyll è diventato.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il colore della democrazia
Inserito da: Admin - Marzo 21, 2010, 11:07:35 am
21/3/2010

Il colore della democrazia
   
BARBARA SPINELLI

L’8 marzo scorso, forse per rassicurare gli italiani, il Presidente della Repubblica ha fatto alcune considerazioni singolari, sul coraggio e la politica. Ha detto che «in un contesto degradato, di diffusa illegalità, essere ragazzi e ragazze perbene richiede talvolta sacrifici e coraggio»: in questi casi estremi sì, «è bello che ci sia» questa virtù. Ma in una democrazia rispettabile come la nostra, «per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio». Profonda è infatti negli italiani «la condivisione di quel patrimonio di valori e principi che si racchiude nella Costituzione». Legge e senso dello Stato sono nostre doti naturali: il che esclude il degrado della legalità. I toni bassi sono lo spartito di sì armoniosa disposizione.

Il fatto è che non siamo in una democrazia rispettabile, e forse il Presidente pecca di ottimismo non solo sull’Italia ma in genere sullo stato di salute delle democrazie. Certo, non s’erge un totalitarismo sterminatore.
Ma Napolitano avrà forse visto il terribile esperimento mostrato alla televisione francese, qualche giorno fa. Il documentario si intitola Il Gioco della morte, e mette in scena un gioco a premi in cui i candidati, per vincere, ricevono l’ingiunzione di infliggere all’avversario che sbaglia i quiz una scarica elettrica sempre più intensa, fino al massimo voltaggio che uccide.
La vittima è un attore che grida per finta, ma i candidati non lo sanno. Il risultato è impaurente: l’81 per cento obbedisce, spostando la manopola sui 460 volt che danno la morte. Solo nove persone si fermano, udendo i primi gemiti del colpito. Sette rinunciano, poi svengono.

Difficile dopo aver visto il Gioco dire che siamo democrazie rispettabili, dove legge e Costituzioni sono interiorizzate. Quel che nell’uomo è connaturato, in dittatura come in democrazia, non è la legge ma l’abitudine a «non pensarci», l’istinto di gregge, e in primis il conformismo. Il «contesto degradato» è nostro orizzonte permanente. È quello che Camus chiama l’assurdo: il mondo non solo non ha senso ma neppure sente bisogno di senso, ricorda Paolo Flores d’Arcais in un saggio sullo scrittore della rivolta (Albert Camus filosofo del futuro, Codice ed., 2010).

Coraggioso è chi invece «si dà pensiero», chi s’interroga sul male e per ciò stesso diventa, in patria, spaesato. Flores conclude: «Venire al mondo equivale a far nascere un dover essere». In effetti sono tanti e giornalieri, gli atti di coraggio di cui si può dire: vale la pena.
È coraggioso chi in gran parte d’Italia non paga pizzi alle mafie. Sono coraggiosi il poliziotto o il giudice che resistono alle pressioni della malavita o della politica. Soprattutto il servitore dello Stato è chiamato al coraggio, in un’Italia unificata dalla lingua ma non dal senso dello Stato. Coraggioso è chiunque sia classe dirigente, e con il proprio agire, scrivere, fare informazione, influenza l’opinione con la verità. Non so se sia bello, dire no. È comunque necessario, specie in Italia dove paure e conformismo hanno radici possenti. Il coraggio, siamo avvezzi a vederlo come gesto di eccezionale purezza mentre è gesto di chi ­ fu Borsellino a dirlo ­ in cuor suo lo sa: «È normale che esista la paura. In ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio». Così come c’è un male banale, esiste la banalità quotidiana del coraggio.

Forse bisogna tornare alle fonti antiche, per ritrovare questa virtù.
Nella Repubblica, Platone spiega come il coraggio (andreia) sia necessario in ogni evenienza, estrema e non. Esso consiste nella capacità (dell’individuo, della città) di farsi un’opinione su ciò che è temibile o non lo è, e di «salvare tale opinione». L’opinione da preservare, sulla natura delle cose temibili, «è la legge e impiantarla in noi attraverso l’educazione», e il coraggio la conserva «in ogni circostanza: nel dolore, nel piacere, nel desiderio, nel timore» (429,c-d). La metafora usata da Platone è quella del colore. Immaginate una stoffa, dice: per darle un indelebile colore rosso dovrete partire dal bianco, e sapere che il colore più resistente si stinge, se viene a contatto con i detersivi delle passioni.

Il colore della democrazia è la resistenza a questo svanire di tinte, a questo loro espianto dal cuore (il cuore è la sede del coraggio). Compito dei cittadini e dei custodi della repubblica è «assorbire in sé, come una tintura, le leggi, affinché grazie all’educazione ricevuta e alla propria natura essi mantengano indelebile l’opinione sulle cose pericolose, senza permettere che la tintura sia cancellata da quei saponi così efficaci a cancellare: dal piacere, più efficace di qualsiasi soda; dal dolore, dal timore e dal desiderio, più forti di qualsiasi sapone» (430,a-b).

In Italia la democrazia è stinta più efficacemente perché le leggi e i custodi ci sono, ma l’innesto è meno scontato di quanto si creda. Berlusconi lavora a tale espianto da anni, e ora lo ammette senza più remore: alla legalità contrappone la legittimità che le urne conferiscono al capo. I custodi delle leggi li giudica usurpatori oltre che infidi. Legittimo è solo il capo, e questo gli consente di dire: «La legge è ciò che decido io». I contropoteri cesseranno di insidiarlo solo quando pesi e contrappesi si fonderanno: quando, eletto dal popolo, conquisterà il Quirinale.

Se la democrazia fosse rispettabile non ci sarebbe un capo che s’indigna perché scopre d’esser stato intercettato mentre ordina di censurare programmi televisivi sgraditi, e i cittadini, forti di indelebili tinture, gli direbbero: le tue telefonate non sono private come le nostre, le intercettazioni sono a volte eccessive ma chiamare l’autorità garante dell’informazione o il direttore di un telegiornale Rai, per imprimere loro una linea, è radicalmente diverso. Ognuno ha diritto alla privacy, e anche noi abbiamo criticato gli eccessi delle intercettazioni. Ma l’abuso di potere che esse rivelano è in genere ben più impaurente del cannocchiale che lo smaschera. Schifani dice: «È preoccupante la fuga di notizie» e di fatto lo riconosce: sono le notizie a inquietarlo. Anche dire questa semplice verità è coraggio quotidiano.

L’intervento sui programmi televisivi si fa specialmente sinistro alla luce di show come Il Gioco della morte. Non dimentichiamo che un esperimento simile si fece nel luglio 1961 all’università di Yale, guidato dallo psicologo Stanley Milgram. A ordinare gli elettroshock, allora, c’erano autorevoli biologi in camice grigio. Oggi l’autorità si fa giocosa, è una bella valletta a intimare, suadente: «Alzi il voltaggio!». Il pubblico applaude, ride. A opporsi è stato un misero 20 per cento, mentre il 35 s’oppose nel caso Milgram. Ne consegue che la televisione ha più potere di scienziati in camice, sulle menti: il coraggio diminuisce, il conformismo aumenta. Philip Zimbardo, organizzatore di test analoghi a Stanford nel 1971, racconta come nessuno di coloro che rifiutarono di infliggere i 460 volt chiese a Milgram di fermare l’esperimento, o di visitare l’urlante vittima degli elettroshock.
Questo significa che la televisione non è più solo una caja tonta, una scatola tonta, come dicono in Spagna. È una cassa da morto, che trasforma lo studio televisivo in Colosseo di sangue: lugubri, le risate sono le stesse.

Ci sono sere a RaiUno in cui prima viene un notiziario menzognero (che dà per assolto Mills, che presenta il giurista Hans Kelsen come critico ante litteram della legalità), poi seguono programmi dai nomi ominosi: Affari Tuoi, I Raccomandati, in un crescendo di catodiche manipolazioni.

Presto vedremo, in Tv, la morte in diretta sotto forma di varietà. Kierkegaard dice in Aut-Aut che l’ultimo ad apparire, alla fine del mondo, sarà il Buffone: «Accadde in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripeté l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Temi veri e non veri
Inserito da: Admin - Marzo 28, 2010, 07:25:13 pm
28/3/2010

Temi veri e non veri
   
BARBARA SPINELLI

E’ diffusa l’opinione, anzi la certezza, che la campagna elettorale appena conclusa sia stata molto brutta: lo ripetono le principali cariche dello Stato, oltre a politici e giornalisti di varia provenienza. I veri temi non sarebbero stati affrontati: quelli che inquietano il cittadino localmente, nelle regioni o nei comuni in cui si vota. Sarebbero stati confiscati da temi non solo falsi ma fuorvianti: l’informazione televisiva, la battaglia su legalità e corruzione.

La Lega in particolare, che ha mostrato in queste settimane la forza del suo insediamento territoriale, vede confermata una tesi difesa da anni: se la democrazia italiana non funziona, è perché la politica e i mezzi d’informazione vedono la realtà attraverso una lente deformante, e non si sono adattati al sistema nuovo, non più centralizzato, del potere. In un sistema federale, competenze e poteri si disseminano, e quando si vota nelle regioni o nei comuni è di regioni e comuni che si deve parlare, non di argomenti generali come informazione e imperio della legge.

Questa forte convinzione potrebbe essere premiata dagli elettori: è probabile che il Nord ad esempio, compreso il Piemonte, condivida il disgusto verso lo spazio che nella campagna hanno preso questioni politiche generali, giudicate importanti a Roma ma non fuori Roma. Le questioni specifiche di cui si sarebbe dovuto parlare (sanità, lavoro, trasporti, effetti della crisi) sarebbero state confiscate da un tutto che col particolare non ha nulla a che fare e che a esso è fondamentalmente disinteressato. L’intera campagna non sarebbe che un immane escamotage, un trucco astratto e furioso usato per eludere le faccende veramente concrete.

Stupisce che analogo fastidio non sia stato suscitato dall’irruzione di temi considerati localmente decisivi dalla Chiesa, come aborto e fine-vita.
Anche se comprensibili, constatazioni così desolate non sono tuttavia giuste, né pertinenti. La perentorietà del lamento somiglia troppo, inoltre, a un ritornello: e sempre i ritornelli hanno un modo di ripetere l’identico che trasforma le verità in pensieri non chiarificatori ma martellati per diffondere conformismi. Il ritornello dice, in sostanza: «In Italia non si riesce più a parlare d’altro» se non di Annozero, di informazione più o meno indipendente, di legge più o meno osservata da governanti e governati. Un fossato si sarebbe aperto ­ intollerabile ­ fra discorsi autentici e discorsi avulsi come l’informazione o la legge. Anche i giornali non si sentono a posto con la coscienza quando non «parlano d’altro».
Il fatto è che quest’altro di cui si vorrebbe non parlare e che addirittura crea rimorsi ha invece rapporti strettissimi con i problemi locali, e non è affatto estraneo al vissuto di ciascuno di noi: cittadino dello Stato o cittadino che chiede i conti a governi regionali o comunali.
Non esiste, la famosa divaricazione tra mali veri e non veri: o si sanano tutti e due insieme, o tutti e due degenereranno infettandosi a vicenda.

Vediamo l’informazione, in primo luogo televisiva visto che i dati lo confermano: sia localmente che nazionalmente, gli italiani si informano soprattutto alla televisione, cosa che spiega d’altronde il rifiuto, più che quindicennale, opposto dal Presidente del consiglio a ogni limitazione del suo potere catodico. Non si tratta di sapere se con la tv si vincono o si perdono le elezioni. In questione è la società: la facoltà che le viene data di formarsi un giudizio conoscendo i fatti, la sua cultura della legalità, della tolleranza, della mente libera da slogan, ritornelli. Impossibile acquisire tale cultura se il cittadino non è bene informato. Se viene tenuto in una sorta di Kindergarten, davanti al quale si recitano giuramenti, e si ripetono aggettivi o parole («una grande grande grande grande riforma») come si fa con i bambini e le filastrocche.

In vari articoli scritti sul sito della Voce, Michele Polo, economista della Bocconi, denuncia questa infantilizzazione e respinge l’accusa, che gli viene rivolta, di sprezzare snobisticamente gli elettori, ritenendoli influenzabili e incapaci di giudizio: «Oggi gran parte dei cittadini si forma una opinione sui fatti principali e sull’operare della politica non già attraverso una esperienza diretta e personale, ma mediante i mezzi di informazione. In Italia, con un ruolo preponderante della televisione». A essere pericolante è il giudizio informato attorno a fatti non tenuti nascosti, ma resi pubblici. E che l’Italia sia più a rischio di altri lo si evince da dati precisi: «Tra le peculiarità italiane ­ scrive Polo ­ c’è una bassa abitudine alla lettura, che fa dei telegiornali di gran lunga la principale fonte di informazione. I due principali telegiornali serali, Tg1 e Tg5, raccolgono in media 6,4 e 5,3 milioni di telespettatori, mentre gli spettatori dei telegiornali sulle sei reti sono circa 19 milioni. I primi 5 quotidiani (Corriere, Repubblica, Sole 24 ore, Stampa, Messaggero) arrivano a circa due milioni di copie, corrispondenti a circa sei milioni di lettori.
In una recente indagine del Censis sulle elezioni europee del 2009 emerge come il 69 per cento degli elettori ha fatto ricorso ai telegiornali per formarsi una opinione in vista del voto, il 30 per cento ai programmi televisivi di approfondimento, il 25 per cento si è affidato ai giornali, il 5 per cento alla radio e solo un coraggioso drappello del 2 per cento ha utilizzato Internet». Proprio Tg1 e Tg5 sono accusate d’aver privilegiato enormemente il Pdl, nella campagna elettorale.

La legalità è il secondo tema apparentemente non essenziale ma invece essenzialissimo a qualsivoglia livello: locale, nazionale, europeo, mondiale. Sono tante le cose che da noi non funzionano per la corruttela epidemica, per l’evasione fiscale che s’estende, per l’impunità di colletti bianchi collusi con le mafie. Chi è fuori da simili «giri» (come li chiama Gustavo Zagrebelsky su Repubblica) non sa come ricominciare vite lavorative, imprese malferme, speranze. È per aiutare gli esclusi e gli onesti che legalità e magistratura vanno difese. L’illegalità alimenta la disuguaglianza sociale e viceversa, l’usura e le estorsioni crescono con la crisi economica e l’accrescono, gli immensi costi dell’illegalità sono pagati da ogni cittadino, come ben illustrato dal giudice Gratteri, impegnato nella lotta alla ’ndrangheta. In alcune regioni del Sud mafia e ’ndrangheta si sostituiscono allo Stato, inerte se non corrivo: ci sono «paesi in cui il mafioso è tutto. Amministra la giustizia nel nome della violenza e offre servizi che lo Stato non è in grado di garantire». Il male oltrepassa da tempo il Sud: «Ormai le mafie hanno aggredito ogni lembo del territorio nazionale» (Nicola Gratteri, La Malapianta, Mondadori 2009)

Parlare di rispetto della legge non è dunque avulso. Né parlare di intercettazioni. Se già valesse la legge che le restringe, mai sarebbero stati arrestati tanti malavitosi. Un limite si dovrà stabilire, alla pubblicità data alle intercettazioni concernenti fatti privati, ma oltre tale limite la pubblicità è giusta: anch’essa ci informa e ci fa giudicare meglio. Anche qui, il cittadino informato è la priorità assoluta: se non avessero letto le intercettazioni sui giornali, tanti ignorerebbero le corruttele italiane e quel che esse ci costano.

Legalità e informazione sono vere emergenze, ed è positivo che abbiano occupato il centro della campagna elettorale. Troppo pericoloso ignorarle in tempi di crisi, come si è visto in Grecia. Un regime corrotto, che truccava le cifre, che allontanava lo Stato dai cittadini, che parlava sempre d’altro: così si è scivolati nella quasi bancarotta. È probabile che anche su questo l’Unione europea sarà più vigile. Onestà delle cifre, lotta alla corruzione, restaurazione del senso dello Stato diverranno criteri base della ripresa greca, così come furono criteri non irrilevanti per i paesi corrotti dal comunismo che entrarono nell’Unione, o per l’Italia che nei primi Anni 90, alla vigilia del Trattato di Maastricht e dell’euro, fu invitata da Kohl a frenare il dilagare delle proprie mafie.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Sarkozy l'autoipnosi è fallita
Inserito da: Admin - Aprile 11, 2010, 11:15:48 am
11/4/2010

Sarkozy l'autoipnosi è fallita

BARBARA SPINELLI

C’è un metodo in Francia - lo chiamano metodo Coué - che s’adatta molto bene ai tempi che traversiamo: tempi di glorie politiche forti ma illusorie, di autosuggestioni, di esorbitante fiducia in sé, di bolle. È successo nella finanza con la crisi del 2007-2009, succede nella vita degli individui, succede spesso in politica. Nicolas Sarkozy, che da astro glorioso che era (in Francia ed Europa) è divenuto un presidente che inciampa e cade di continuo, è figlio del pensare positivo propagandato nella seconda metà dell’800 da Emile Coué, il farmacista che fondò in Lorena una scuola di psicologia applicata. La dottrina è semplice: all’essere umano basta convincersi di essere un grande, di acciuffare lesto il successo, di riuscire in quel che più brama (il potere, di solito) e tutto procederà alla meraviglia. Avrà successo, sarà un astro. L’immaginazione della grandezza, più ancora della volontà, esaudirà il desiderio.

Il magico motto che i pazienti del farmacista-psicologo dovevano ripetere venti volte a voce alta, la mattina e la sera, era: «Ogni giorno, da tutti i punti di vista, sto sempre meglio».
È la formula che spiega l’ascesa di Sarkozy, ma anche la sua odierna caduta, in particolare dopo le regionali di marzo. D’un tratto c’è dramma all’Eliseo, ogni parola è fatta per ferire il presidente, per deprimerlo. È significativo che ad abbatterlo, nei sondaggi e nell’umore, sia in questi giorni il veleno dei rumori sulla sua vita privata: proprio lui, che ha costruito la propria figura sulla fusione tra pubblico e intimo, ne paga adesso il prezzo. Il rumore sulla crisi del matrimonio pare lo terrorizzi: «Lo ha gettato in stato di trance», dicono i collaboratori. Comunque lo indispone più del necessario, del normale. È dovuta scendere personalmente in campo Carla Bruni, mercoledì in un’intervista alla radio, per calmare la bufera e in primo luogo lui, lo sposo abituato a vivere nella bolla dell’ottimismo che d’un colpo vede la bolla scoppiargli davanti al naso. Inattesa portavoce dell’Eliseo, è spettato a lei correggere l’aria mefitica del Palazzo: fitta di rabbia, vendetta, paranoie.

Il consigliere di Sarkozy, Pierre Charon, è giunto fino a denunciare complotti, orditi non si sa da chi. Forse da un’altra donna, Rachida Dati, l’ex ministro della Giustizia non più gradita al presidente. Forse dalla finanza mondiale. Il rumore è un «atto di destabilizzazione», come il terrorismo o la speculazione monetaria. Più gentilmente fredda, meno agitata, Carla constata che «la rumeur è sempre esistita ed è inerente all’essere umano». La vasta paura del rumore è un sintomo. Ne nasconde altre, che vanno dilatandosi e che un adepto del pensare positivo fatica ad ammettere. C’è la discesa nei sondaggi, ominosa per Sarkozy che si nutre copiosamente di sondaggi. C’è la paura di non riuscire la rottura annunciata: specie quella, ardua, delle pensioni. C’è la paura che chissà, visto l’esito delle regionali, Martine Aubry o altri candidati socialisti potrebbero vincere le presidenziali del 2012.

C’è la paura che la dissidenza nel proprio partito s’estenda: ieri è stata la volta di Alain Juppé, ex premier, candidato potenziale alla successione del capo. Paura, smarrimento, nervosismo che si riacutizza: il pensare positivo che esaltò Sarkozy secerne oggi queste passioni tristi. Il metodo Coué, auto-ipnotico, sta fallendo. Sta dimostrandosi, come già nell’800, un placebo. Lo spettacolo e i sondaggi, due ingredienti essenziali dell’autosuggestione, si ritorcono contro l’ipnotizzato. Un giornale scrive, a proposito del presidente e della sua smodata scommessa sulla telecomunicazione: «Chi zappa col telecomando viene zappato», scacciato via dallo schermo per noia o sazietà. L’iper-potenza che dominava all’Eliseo, agile, svelta, vittoriosa (ci fu chi parlò di un Kennedy, di un felice intruso apparso nei compunti saloni presidenziali) è divenuta iper-impotenza, scrive il settimanale Marianne.

Con più di quarant’anni di ritardo, la storia sembra dar ragione a Guy Debord e alle sue tesi sulla Società dello Spettacolo: «La vita intera delle società (...) si annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto quello che era direttamente vissuto s’è ritirato nella rappresentazione. Lo spettacolo non è un supplemento del mondo reale, una sua decorazione.
È il cuore dell’irrealismo della società reale». Sarkozy aveva fabbricato la propria scalata sullo spettacolo, sull’ubiquità della propria immagine. Figlio del ’68 e della televisione, aveva trasformato in piano d’azione l’amaro verdetto di Debord: «Gli spettatori non trovano quello che desiderano. Desiderano quello che trovano». In questo pseudomondo vive il capo dello Stato, dove vince chi recita 40 volte al giorno l’identico mantra, fino a crederci. Erano altrettante promesse-mantra la rottura, l’apertura alle idee di sinistra, soprattutto le riforme, questa parola martellata come si fa coi verbi difficili nei nidi d’infanzia (così Berlusconi che proclama «grandi, grandi, grandi, grandi riforme»).

In parte la rottura è avvenuta: non regna più, all’Eliseo, l’atmosfera arcana dei tempi di De Gaulle e Mitterrand, il linguaggio ampolloso che piacque tanto ai francesi e dopo la guerra li persuase d’esser vincitori. Già Giscard ruppe con una verbosità fattasi indigesta. Invece delle riforme resta poco, e quel che resta ha cominciato a irritare non poco i francesi: il famoso scudo fiscale, che fissava un limite del 50 per cento alle tasse sui redditi, ha privilegiato i più ricchi e non ha fermato la fuga di capitali all’estero. La televisione pubblica, cui è stata vietata la pubblicità, è asservita all’esecutivo. Un mestiere chiave, quello degli insegnanti, è stato umiliato con discorsi sprezzanti e tagli, cavalcando un malumore che sembrava diffuso ed era invece una foto istantanea del Paese, scambiata per storia lunga.

La vista corta ha reso Sarkozy cieco alle sofferenze che s’affastellavano e anche muto, perché per dire qualcosa avrebbe dovuto pensare negativo. Sofferenze come quelle manifestatesi nei suicidi alla Telecom (46 fra il 2008 e oggi), oltre che alla Renault. Collere come quelle esplose in questi giorni nelle regioni occidentali colpite da Xynthia, la tempesta. Senza alcuna consultazione locale, lo Stato ha deciso di demolire 1510 case. Una decisione forse inevitabile sul piano tecnico, ma attuata da uno Stato che resta prevaricatore e lontano, contrariamente ai giuramenti di Sarkozy.
Ma è soprattutto il respiro affannato e nervoso che lo ha logorato, l’origine vera della destabilizzazione è qui. Lo hanno consumato i tempi che s’accorciano, l’attitudine a essere non l’uomo della provvidenza ma l’Uomo del Presente: di tutti i presenti, man mano che vengono e passano.

Era liberista in economia, poi è sopraggiunta la crisi e ora è per il modello sociale francese. La verità di lungo periodo non l’ha tuttavia detta mai, sulla grandeur nazionale sfatata ogni giorno dai fatti del mondo. Il «gran dibattito sull’identità nazionale», da lui avventatamente inaugurato nel 2009, conferma il respiro breve, la corsa frettolosa ai consensi ambigui: l’iniziativa ha dato le ali non al suo partito, non all’Eliseo, ma all’estrema destra. L’Uomo del Presente era inoltre ricco di parole, non di azioni: i francesi non l’hanno stavolta tollerato. Hanno avuto la reazione di Camus: «Ho orrore di coloro le cui parole vanno più lontano delle azioni». Lo scrittore lo scrisse in una lettera del 1946, su violenza e marxismo. Vale anche per la dolce violenza del moderno coaching e del pensare positivo. Il politico che vive nella bolla o che segretamente si sente un «illegittimo» (Sarkozy lo confessò al filosofo Michel Onfray, in un’intervista del marzo 2007) ha bisogno di autostima, subito. Istericamente anela all’immediatezza: il coaching che lo allena presto, senza lunghe analisi psicologiche o politiche, è il fatale metodo Coué cui si aggrappa e si condanna.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il dovere del verbo
Inserito da: Admin - Aprile 18, 2010, 10:19:58 pm
18/4/2010

Il dovere del verbo

BARBARA SPINELLI

Un filo neanche molto sottile lega l’offensiva del presidente del Consiglio contro La piovra e Gomorra, e il divario crescente che lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è costituito dal parlar-vero, sui mali italiani: da quello che Melville chiama, meditando in Moby Dick sul ruolo profetico, il dovere del verbo. Non è la prima volta che Berlusconi attacca La piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se trovo quelli che hanno fatto 9 serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo»).

L’assalto non era impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano Gomorra. Ha detto testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana risulterebbe la sesta al mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c’è stato un supporto promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra...». Se fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di chi fa vedere.

Allo stesso modo gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi economica mondiale, e infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire una destra conservatrice ma non populista, non xenofoba, con un forte senso della legge e soprattutto dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che alimenta, a Sud come a Nord, la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come alle critiche concrete del presidente della Camera, giovedì, Berlusconi rispondesse, macchinalmente, con slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto bene». Lo scisma della destra a Sud è disastroso e la Lega prevarica, osservava il primo, e lui replicava che a Sud la destra vince e che la Lega gli ubbidisce.

Vivo all’estero da tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio, presso i cittadini e i politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi lo denuncia, a voce alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la morte. Le sale si riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio, Tabucchi, descrivendo il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei cinema, Gomorra e Il divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno che Saviano visitò il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero scortarlo loro: per entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta antimafia di giudici e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un crimine fattosi globale. Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice americano Richard Martin disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza Connection, senza Falcone. La mafia Usa fu combattuta da un trio composto da Falcone, Martin e Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di Manhattan. I metodi italiani antimafia sono un esempio mondiale. Non è con fiabe edificanti che correggiamo la storia. Fuori Italia, è a causa di Berlusconi che abbiamo problemi. Continuamente dobbiamo spiegare il suo successo, la sua malia, e non tanto lui quanto noi stessi.

Dice Saviano nella lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che «accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al Paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto piuttosto per isolare» chi esplora tale potere. Senza narrazione veridica, niente riscatto: «È l’unica strada per dimostrare che siamo il Paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan». Berlusconi non l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in nome di tutti gli italiani. Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo per due omicidi, appartenenza alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio omertoso che esaltò come modello di virtù. L’arma principe contro le mafie - i pentiti, che lo Stato deve tutelare - veniva spuntata.

Infatti è stata spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca la battaglia alla ’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito gettato sui pentiti - quindi su chi parla - non esisteva nel contrasto al terrorismo, ragion per cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo 2009). Sono arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme alle mafie.

Anche per questo, perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara come prima. Ma dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che silenzia: probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto politica-mafia, sotto la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci protegge da una condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali della ’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva: «Molti di loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli italiani, non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra (il primo film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni). La piovra ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui tedeschi, nel 1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla collaborazione, Notte e nebbia. Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel Ventre di Napoli s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio.

Parlare vero è anche una barriera contro la degradazione della politica, contro i suoi vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere del verbo si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica gli serve per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in un’intervista a Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo ha ripetuto giovedì, al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come finirà il conflitto Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due visioni della destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il dovere del verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica comincia, o ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola.

È vero: Fini ha inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile, prima che con le azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come l’immigrazione, la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza, che mancano le politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va? Sono quattro gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare su molti che la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non avere «radici nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono».

Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia, crisi, sul parto così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male non imbellito da telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei chewing-gum masticati, e che diventano - la formula è di Sabina Guzzanti - armi di distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie grandezze e i propri uomini di valore.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il rasoio di Nick Clegg
Inserito da: Admin - Aprile 25, 2010, 05:59:43 pm
25/4/2010

Il rasoio di Nick Clegg

BARBARA SPINELLI

Quel che sta accadendo nel Regno Unito è una storia importante perché in essa ci siamo anche noi, e l’Europa, e l’America. È la storia di una grande illusione che s’infrange, e del fascino che hanno esercitato, specie in Italia, persone come Margaret Thatcher e Tony Blair. È la storia di un terzo uomo, che in queste ore sta infiammando il suo Paese e ha deciso di far scoppiare la bolla inglese.

Molte ragioni spiegano l’ascesa di Nick Clegg, il candidato liberal-democratico che scompiglia l’Inghilterra alla vigilia delle elezioni del 6 maggio. Lo scompiglio è dovuto in parte alla crisi del 2007-2009: ovunque, essa sovverte pronostici, calcoli, abitudini. In Gran Bretagna, demolisce certezze decennali: un laburismo chiamato «nuovo», che per 13 anni è vissuto del modello Thatcher; un partito conservatore che è figlio dello stesso modello, pur esibendo la maschera modernista di David Cameron.

Ma ci sono motivi più antichi, profondi. Quel che scricchiola, per la prima volta, è l’identità postbellica dell’Inghilterra, è il suo rapporto con l’Europa e l’America. Su questi e altri temi, il linguaggio di Clegg è come un vento forte e insolito: ha toni eretici, e per i connazionali più che blasfemi. Per certi versi, la sua ascesa somiglia a quella di Obama.

Nell’immobile firmamento delle certezze britanniche è apparso un guastafeste, che dice verità scomode: come Al Gore sul clima, come Obama sulla razza. Clegg non ha la straordinaria scaltrezza di Obama né la sua eloquenza, ma anch’egli è un outsider. È un europeista: il che vuol dire, per gli inglesi, un alieno. Quando sulla Manica scende la nebbia, non è convinto che il continente sia «tagliato fuori», come titolò un giornale nel 1940. È convinto che sia Londra a tagliarsi fuori con le proprie mani. Tanti inglesi sembrano aver sete di verità, sconveniente o no. Migliaia di giovani potenzialmente astensionisti stanno correndo a registrarsi per il voto. I giornali parlano di cleggmania.

Le verità di Clegg è altamente sgradita da laburisti e conservatori, perché non solo spezza un duopolio ma svela le menzogne di cui esso si nutre. Svela la bolla della potenza inglese, innanzitutto, con disinvoltura iconoclastica. In sostanza dice questo, agli elettori e a noi europei: le potenze vincitrici dalla seconda guerra mondiale sono in declino, perché la vittoria stessa le ha ossificate, ingabbiandole nell’illusione. Sia America che Inghilterra hanno dormito su quegli allori, persuase che la loro supremazia mondiale fosse imperitura e che ancora esistesse la sovranità assoluta dello Stato-nazione. Ambedue hanno una storia imperiale alle spalle, che complica il congedo dal nazionalismo occultandone le insidie.
La megalomania inglese ha assunto proporzioni grottesche, secondo Clegg. In un articolo scritto sul Guardian il 19 novembre 2002, la profanazione del tempio è stata radicale. Il Regno Unito è accusato di arroganza nazionalista, il suo disprezzo per l’Europa e soprattutto per i tedeschi è ridicolizzato. L’articolo conclude: «Tutte le nazioni hanno una croce da portare, e nessun Paese più della Germania, con le sue memorie del nazismo. Ma la croce inglese è ancora più insidiosa. Un mal riposto senso di superiorità, sostenuto da illusioni di grandeur e da una tenace ossessione dell’ultima guerra, è qualcosa di cui ci si libera molto più difficilmente. Abbiamo bisogno di essere rimessi al nostro posto». I giornali vicini alla destra, imbestialiti, ritirano fuori l’articolo e accusano Clegg di tradimento.

Eppure la storia lo conferma: ricostruirsi e ripartire è spesso più arduo per i vittoriosi che per i vinti. I secondi hanno di fronte a sé una montagna, devono riesaminare se stessi, agguerrirsi per uscire dalla prova vivi e liberi. I primi non hanno davanti a sé che pianure verdi, apparentemente eterne, ignare di baratri. L’Inghilterra è in caduta libera da decenni, ma infinita è la fatica di aprire gli occhi. L’operazione di Clegg è quella di Buñuel nel Chien Andalou: nel cielo una nube solca la bianca luna, ed ecco la camera si sposta su una pupilla femminile tagliata dal rasoio, perché l’occhio infine veda (il film esce nel 1929, anno della grande crisi).

Anche il rasoio di Clegg è affilato: smaschera la chimera inglese, la stoffa di cui è fatta, le condotte drogate che secerne. Hanno questo fondamento chimerico le relazioni privilegiate con l’America, il desiderio di ostacolare l’unità in Europa come se ancora fossimo agli inizi del ’900. Margaret Thatcher e Blair sono stati i due campioni della grande illusione, e le elezioni del 6 maggio sono in realtà un giudizio su di loro, sui falsi miti che hanno fabbricato in trent’anni. Ambedue hanno creduto nella sovranità inviolata della nazione, coltivando con l’America quella relazione speciale che era la linfa vitale del mito. Clegg sconcerta perché annuncia che l’imperatore, nudo, non è più prediletto ma «asservito alla potenza Usa» (Daily Telegraph, 29-1-2010). Negli anni di Blair, «l’Inghilterra ha agito come un passivo Stato satellite»: ha partecipato all’illegale guerra in Iraq, ha «vergognosamente taciuto» sulle torture a Guantanamo, sulla deportazione dei sospetti di terrorismo nelle prigioni segrete all’estero (l’eufemismo usato è extraordinary rendition, consegna straordinaria), sulla guerra israeliana a Gaza, sull’obsoleta atomica inglese. Non si è accorta che Obama punta su Londra solo se essa rafforza l’unione nel vecchio continente, «in modo che l’America possa parlare all’Europa come a un unico soggetto». La preminenza globale americana ha ceduto il passo a un mondo in cui contano Cina e India, nuove superpotenze dell’Oriente, e ciò rende Britannia ancora più piccola. Nel secondo dibattito televisivo, giovedì scorso, Clegg ha difeso l’Unione europea perché «size does matter», la dimensione geografica non è irrilevante in una terra che cambia.

Il vincitore inglese che riposa sugli allori non vede neppure le difficoltà crescenti della propria democrazia. Non solo la sua atomica è obsoleta ma anche il suo bipartitismo, che ha finito col perpetuare status quo e chimere, nascondendo le mutazioni avvenute dentro casa oltre che fuori. Sono anni che gli inglesi hanno smesso di concentrarsi sul duopolio, scegliendo una moltitudine di partiti d’altro colore o l’astensione. È quello che rende non solo ingiusta ma inefficace la loro legge elettorale, rigidamente maggioritaria. Secondo il presente sistema (lo stesso che vorrebbe introdurre Berlusconi in Italia, per l’elezione del Presidente della Repubblica) il partito che prende più voti si conquista una smisurata maggioranza, senza dover negoziare alcunché con altre forze rappresentative.

Tutto va bene se altre forze non esistono, come nell’Inghilterra degli Anni 50. Allora, solo il 2 per cento degli elettori sceglieva partiti estranei a conservatori e laburisti. La snodata società odierna non si esprime più così. Nelle elezioni locali del 2009 il 40 per cento degli elettori ha votato partiti diversi, fuori dal duopolio, e nelle ultime politiche 6 milioni hanno preferito i liberali. Tanto più assurde diventano le vecchie regole: il Labour ha ottenuto un’enorme maggioranza parlamentare con poco più del 22 per cento dei voti. I liberali, con un quarto di elettori, hanno meritato solo 10 deputati. È il motivo per cui Clegg ha poche possibilità. Ma può disturbare parecchio: Gordon Brown ha già assicurato una mini-riforma del sistema elettorale, e le urne potrebbero incoronare un premier che senza liberali non sarà in grado di governare.

La maledizione che grava sui vincitori delle guerre è questa, sempre. Arriva il giorno in cui il piedistallo sul quale troneggiano vacilla, e il trono stesso si rivela finto. Il modello economico della Thatcher è fallito. Quello del Nuovo Labour pure, a meno che Brown non lo resusciti, magari non stavolta ma la prossima. Blair ha creato questo marasma (la pace in Irlanda è probabilmente l’unico suo successo politico). Ha distrutto la socialdemocrazia e i suoi principi, per consegnare l’una e gli altri ai liberali e al loro terzo uomo.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il rasoio di Nick Clegg
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2010, 10:18:38 am
25/4/2010

Il rasoio di Nick Clegg

Barbara Spinelli

Quel che sta accadendo nel Regno Unito è una storia importante perché in essa ci siamo anche noi, e l’Europa, e l’America. È la storia di una grande illusione che s’infrange, e del fascino che hanno esercitato, specie in Italia, persone come Margaret Thatcher e Tony Blair.
È la storia di un terzo uomo, che in queste ore sta infiammando il suo Paese e ha deciso di far scoppiare la bolla inglese.

Molte ragioni spiegano l’ascesa di Nick Clegg, il candidato liberal-democratico che scompiglia l’Inghilterra alla vigilia delle elezioni del 6 maggio. Lo scompiglio è dovuto in parte alla crisi del 2007-2009: ovunque, essa sovverte pronostici, calcoli, abitudini.
In Gran Bretagna, demolisce certezze decennali: un laburismo chiamato «nuovo», che per 13 anni è vissuto del modello Thatcher; un partito conservatore che è figlio dello stesso modello, pur esibendo la maschera modernista di David Cameron.

Ma ci sono motivi più antichi, profondi. Quel che scricchiola, per la prima volta, è l’identità postbellica dell’Inghilterra, è il suo rapporto con l’Europa e l’America. Su questi e altri temi, il linguaggio di Clegg è come un vento forte e insolito: ha toni eretici, e per i connazionali più che blasfemi. Per certi versi, la sua ascesa somiglia a quella di Obama.

Nell’immobile firmamento delle certezze britanniche è apparso un guastafeste, che dice verità scomode: come Al Gore sul clima, come Obama sulla razza. Clegg non ha la straordinaria scaltrezza di Obama né la sua eloquenza, ma anch’egli è un outsider. È un europeista: il che vuol dire, per gli inglesi, un alieno. Quando sulla Manica scende la nebbia, non è convinto che il continente sia «tagliato fuori», come titolò un giornale nel 1940. È convinto che sia Londra a tagliarsi fuori con le proprie mani. Tanti inglesi sembrano aver sete di verità, sconveniente o no. Migliaia di giovani potenzialmente astensionisti stanno correndo a registrarsi per il voto. I giornali parlano di cleggmania.

Le verità di Clegg è altamente sgradita da laburisti e conservatori, perché non solo spezza un duopolio ma svela le menzogne di cui esso si nutre. Svela la bolla della potenza inglese, innanzitutto, con disinvoltura iconoclastica. In sostanza dice questo, agli elettori e a noi europei: le potenze vincitrici dalla seconda guerra mondiale sono in declino, perché la vittoria stessa le ha ossificate, ingabbiandole nell’illusione. Sia America che Inghilterra hanno dormito su quegli allori, persuase che la loro supremazia mondiale fosse imperitura e che ancora esistesse la sovranità assoluta dello Stato-nazione. Ambedue hanno una storia imperiale alle spalle, che complica il congedo dal nazionalismo occultandone le insidie.
La megalomania inglese ha assunto proporzioni grottesche, secondo Clegg. In un articolo scritto sul Guardian il 19 novembre 2002, la profanazione del tempio è stata radicale. Il Regno Unito è accusato di arroganza nazionalista, il suo disprezzo per l’Europa e soprattutto per i tedeschi è ridicolizzato. L’articolo conclude: «Tutte le nazioni hanno una croce da portare, e nessun Paese più della Germania, con le sue memorie del nazismo. Ma la croce inglese è ancora più insidiosa. Un mal riposto senso di superiorità, sostenuto da illusioni di grandeur e da una tenace ossessione dell’ultima guerra, è qualcosa di cui ci si libera molto più difficilmente. Abbiamo bisogno di essere rimessi al nostro posto». I giornali vicini alla destra, imbestialiti, ritirano fuori l’articolo e accusano Clegg di tradimento.

Eppure la storia lo conferma: ricostruirsi e ripartire è spesso più arduo per i vittoriosi che per i vinti. I secondi hanno di fronte a sé una montagna, devono riesaminare se stessi, agguerrirsi per uscire dalla prova vivi e liberi. I primi non hanno davanti a sé che pianure verdi, apparentemente eterne, ignare di baratri. L’Inghilterra è in caduta libera da decenni, ma infinita è la fatica di aprire gli occhi. L’operazione di Clegg è quella di Buñuel nel Chien Andalou: nel cielo una nube solca la bianca luna, ed ecco la camera si sposta su una pupilla femminile tagliata dal rasoio, perché l’occhio infine veda (il film esce nel 1929, anno della grande crisi).

Anche il rasoio di Clegg è affilato: smaschera la chimera inglese, la stoffa di cui è fatta, le condotte drogate che secerne. Hanno questo fondamento chimerico le relazioni privilegiate con l’America, il desiderio di ostacolare l’unità in Europa come se ancora fossimo agli inizi del ’900. Margaret Thatcher e Blair sono stati i due campioni della grande illusione, e le elezioni del 6 maggio sono in realtà un giudizio su di loro, sui falsi miti che hanno fabbricato in trent’anni. Ambedue hanno creduto nella sovranità inviolata della nazione, coltivando con l’America quella relazione speciale che era la linfa vitale del mito. Clegg sconcerta perché annuncia che l’imperatore, nudo, non è più prediletto ma «asservito alla potenza Usa» (Daily Telegraph, 29-1-2010). Negli anni di Blair, «l’Inghilterra ha agito come un passivo Stato satellite»: ha partecipato all’illegale guerra in Iraq, ha «vergognosamente taciuto» sulle torture a Guantanamo, sulla deportazione dei sospetti di terrorismo nelle prigioni segrete all’estero (l’eufemismo usato è extraordinary rendition, consegna straordinaria), sulla guerra israeliana a Gaza, sull’obsoleta atomica inglese. Non si è accorta che Obama punta su Londra solo se essa rafforza l’unione nel vecchio continente, «in modo che l’America possa parlare all’Europa come a un unico soggetto». La preminenza globale americana ha ceduto il passo a un mondo in cui contano Cina e India, nuove superpotenze dell’Oriente, e ciò rende Britannia ancora più piccola. Nel secondo dibattito televisivo, giovedì scorso, Clegg ha difeso l’Unione europea perché «size does matter», la dimensione geografica non è irrilevante in una terra che cambia.

Il vincitore inglese che riposa sugli allori non vede neppure le difficoltà crescenti della propria democrazia. Non solo la sua atomica è obsoleta ma anche il suo bipartitismo, che ha finito col perpetuare status quo e chimere, nascondendo le mutazioni avvenute dentro casa oltre che fuori. Sono anni che gli inglesi hanno smesso di concentrarsi sul duopolio, scegliendo una moltitudine di partiti d’altro colore o l’astensione. È quello che rende non solo ingiusta ma inefficace la loro legge elettorale, rigidamente maggioritaria. Secondo il presente sistema (lo stesso che vorrebbe introdurre Berlusconi in Italia, per l’elezione del Presidente della Repubblica) il partito che prende più voti si conquista una smisurata maggioranza, senza dover negoziare alcunché con altre forze rappresentative.

Tutto va bene se altre forze non esistono, come nell’Inghilterra degli Anni 50. Allora, solo il 2 per cento degli elettori sceglieva partiti estranei a conservatori e laburisti. La snodata società odierna non si esprime più così. Nelle elezioni locali del 2009 il 40 per cento degli elettori ha votato partiti diversi, fuori dal duopolio, e nelle ultime politiche 6 milioni hanno preferito i liberali. Tanto più assurde diventano le vecchie regole: il Labour ha ottenuto un’enorme maggioranza parlamentare con poco più del 22 per cento dei voti. I liberali, con un quarto di elettori, hanno meritato solo 10 deputati. È il motivo per cui Clegg ha poche possibilità. Ma può disturbare parecchio: Gordon Brown ha già assicurato una mini-riforma del sistema elettorale, e le urne potrebbero incoronare un premier che senza liberali non sarà in grado di governare.

La maledizione che grava sui vincitori delle guerre è questa, sempre. Arriva il giorno in cui il piedistallo sul quale troneggiano vacilla, e il trono stesso si rivela finto. Il modello economico della Thatcher è fallito. Quello del Nuovo Labour pure, a meno che Brown non lo resusciti, magari non stavolta ma la prossima. Blair ha creato questo marasma (la pace in Irlanda è probabilmente l’unico suo successo politico). Ha distrutto la socialdemocrazia e i suoi principi, per consegnare l’una e gli altri ai liberali e al loro terzo uomo.

da lastampa.it


Titolo: BARBARA SPINELLI - Malinconie tedesche
Inserito da: Admin - Maggio 03, 2010, 08:52:16 am
3/5/2010

Malinconie tedesche
   
BARBARA SPINELLI

Con il passare delle settimane, si è diffusa un’opinione malevola sulla Germania di Angela Merkel e sul suo modo di affrontare la crisi greca. Se ci sono state tante esitanti lentezze nel decidere, se l’aiuto di cui Atene ha bisogno è passato in due settimane da 45 miliardi di euro a oltre 100, se altri Paesi barcollano (Portogallo, Spagna) è perché il governo tedesco non sarebbe capace né di sguardo lungo, né di mosse rapide. Perché dipenderebbe dai sondaggi d’opinione, e si sentirebbe molto più minacciato dall’imminente voto in Renania-Westphalia che dal crollo di Atene e perfino d’Europa. Angela Merkel non avrebbe la stoffa di un grande leader che trascina, convince i connazionali, pensa in grande come seppero farlo Adenauer, Brandt, Kohl.

Impaurita dalla crisi, e dalla prospettiva di finire nel gorgo assieme ai più deboli dell’Unione, il Cancelliere ha infine preso la decisione di soccorrere Atene e di prendere in mano il destino dell’euro. Ma lo ha fatto con fatica, quasi a malincuore, pensando e dicendo che in fondo fu sbagliato imbarcare nell’euro Paesi poco affidabili. Una sorta di malinconia minaccia di sommergere i governanti tedeschi, fatta di paura dell’impopolarità, di diffidenza istintiva verso il mondo esterno, e di quella singolare forma d’orgoglio che li spinge a rifiutare, in Europa, l’esercizio di una guida politica decisa. Il cancelliere Schmidt lo ripeteva spesso, con l’altezzosa modestia che lo caratterizzava: «Geopoliticamente pesiamo e vogliamo pesare quanto la Svizzera». La storia della doppia crisi greca ed europea è, al contempo, la storia della difficile uscita della Germania dalla malinconia. Della lenta, insicura gestazione di un Paese che accetta di guidare l’uscita dalla crisi ricominciando a credere nell’Europa.

Non è un’impresa semplice, perché la malinconia ha radici possenti e antiche. In parte è un’accidia comune a molti europei: di continuo, l’Unione li costringe a toccare con mano il doppio limite che essa fissa alla sovranità degli Stati e alla sovranità del voto popolare, quindi alle democrazie nazionali. In parte è un’accidia specifica che suscita nei tedeschi il desiderio di ritrarsi, di occuparsi prioritariamente dell’ordine in casa propria. Non tutte le critiche mosse alla Merkel sono errate, in questo quadro. Spesse volte il breve termine e i sondaggi sono per lei più importanti della visione lunga: due terzi dei tedeschi osteggiano i salvataggi di Paesi in difficoltà, e questo conta nel suo giudizio. A ciò si aggiunga un senso di superiorità morale mal dissimulato: nei giornali come nei discorsi politici, i Paesi deficitari sono chiamati peccatori, e peccato è il nome dato all’indisciplina di bilancio. Intanto cresce in Germania la stanchezza d’Europa: non è irrilevante che il Cancelliere, provenendo dall’Est tedesco, sogni come altri europei orientali (come il ceco Vaclav Klaus ad esempio) una sovranità nazionale che si condivide avaramente. Alcuni difetti tedeschi sono difetti di molti politici europei: la fiducia nei mercati e nelle agenzie di rating non pare diminuita, malgrado la crisi del 2007-2009. Altri difetti sono tedeschi: fra questi la nostalgia del marco, non estinta.

Ma la Germania è anche un Paese che ha appreso l’arte di uscire dai malesseri scommettendo prima di altri sull’Europa e sulla limitazione delle sovranità. I suoi politici più sapienti hanno sempre saputo che nessuno spleen nazionale è superabile, se non si va alle sue radici e non lo si combatte con la costruzione europea. Non stupisce che chi in questi giorni ha più lavorato in questa direzione sia un uomo politico che contribuì alla nascita dell’euro, dopo la caduta del Muro: Wolfgang Schäuble, per anni considerato il delfino di Kohl, oggi ministro delle Finanze, medita da decenni sulle paure tedesche e su come queste paure possono, attraverso l’Unione, equilibrarsi e calmarsi.

Vale dunque la pena risalire indietro nel tempo, se si vuol capire la Germania, e rievocare il cammino della moneta unica. Un cammino iniziato prima della riunificazione. L’appello del partito democristiano all’unione monetaria risale al 1984. Nel 1988, il deputato Cdu Gero Pfennig annuncia: «I francesi hanno cominciato una trattativa con noi: la sicurezza militare contro la sicurezza monetaria». Dopo l’89 il progetto si affina, e se l’euro vede la luce lo si deve a Kohl e al francese Mitterrand: alla loro tenacia, alla resistenza che ambedue oppongono a tutti coloro che temono il sacrificio delle monete nazionali.

Il sacrificio era duro soprattutto per la Germania, uscita dall’ultima guerra con una sovranità dimezzata, con un Paese diviso, con lo sguardo del mondo puntato non sempre benevolmente sulla sua nascente democrazia. Il marco era divenuto lungo gli anni l’equivalente della bandiera classica, che i tedeschi non potevano e non volevano più sventolare con la baldanza di prima. Il patriottismo si condensò nell’icona del marco. Un patriottismo non autarchico, ma assai fiero della propria forza.

Si può dunque immaginare cosa rappresentò, per la nazione tedesca, rinunciare nel 1999 alla sovranità monetaria. La riunificazione divenne legittima grazie a questa rinuncia, e Mitterrand non esitò a presentarla come laccio che imbrigliava il nuovo colosso tedesco. Una visione che la classe dirigente tedesca accettò, ma a denti stretti. Una parte della socialdemocrazia scalpitava. La Banca centrale tedesca resistette fino all’ultimo.

È il motivo per cui i più europeisti in Germania, da Kohl a Schäuble, puntarono sulla moneta unica ma vollero completarla con un potere politico europeo. L’euro non doveva essere che un inizio: proprio perché la rinuncia al marco era stata una tribolazione, e perché in caso di crisi future avrebbe potuto suscitare nei tedeschi risentimenti e disillusioni, i governanti tedeschi si aspettavano dall’amicizia con Mitterrand qualcosa di più fortemente europeo: una democratizzazione delle sue istituzioni, un potere più vasto dell’Unione. Il massaggio era chiaro: una moneta senza Stato poteva affermarsi, ma alla lunga non avrebbe dato né pace ai tedeschi, né stabilità all’Europa. L’euro aveva un difetto grave: era visto come un armonioso approdo finale. Quello che allora pareva impensabile - la bancarotta di uno Stato - non era contemplato, così come non era contemplato l’esplodere nei tedeschi del risentimento. La moneta senza politica fa oggi fallimento.

Fu in quell’epoca, nel 1994, che Schäuble elaborò un piano assieme a Karl Lamers, consigliere di politica estera. In esso si preconizzava l’istituzione, accanto all’euro, di un’unione politica ristretta e potente. In particolare, Berlino proponeva a Parigi la messa in comune delle forze militari, in modo che anche la spada, oltre che la moneta, divenisse sovrannazionale. «In nessun caso siamo disposti ad accettare che la nave più lenta arresti lo sviluppo dell’Unione», disse Kohl in difesa del piano. Nel testo Schäuble scriveva: «Difendere se stessi è il nocciolo duro di qualsiasi sovranità. Questo deve valere per gli Stati dell’Unione europea: solo in comunità essi possono mantenere la propria sovranità».

Il piano Schäuble-Lamers fallì per colpa della Francia. La risposta di Balladur, premier conservatore di Mitterrand, fu negativa. Sarkozy, allora portavoce del governo, accusò i tedeschi di «inaudita brutalità» verso i Paesi non invitati nel «nucleo stretto». Non era la prima volta che Parigi bloccava sul nascere un progresso decisivo dell’Unione. Era già accaduto quando venne affossata, nel 1954, la Comunità europea di difesa.

Qui hanno la loro radice le nuove ansie della Germania, le sue nuove diffidenze verso l’Europa. Qui la forza frenante che s’impersona nella sua Corte Costituzionale. Qui la scarsa leadership europea che esercita Angela Merkel. Perché la vecchia scommessa di Schäuble riprenda il suo cammino occorre non solo che la Germania ricominci a pensare l’Unione, ma che tutta l’Europa - Parigi in testa - ripensi se stessa e le difficoltà tedesche. Le grandi crisi sono l’occasione perché questo possa accadere.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7294&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - Atene e Roma società del ricatto
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2010, 09:03:32 am
9/5/2010

Atene e Roma società del ricatto

BARBARA SPINELLI

Ci vorranno non mesi ma anni, perché la Grecia trovi la forza, in se stessa, di assumere il fardello molto pesante di sacrifici che il primo ministro George Papandreou ha presentato giovedì alle camere. Molti demoni dovrà combattere, molte tribolazioni le si accamperanno davanti man mano che si snoderà la via stretta del risanamento, e in cuor loro i greci l’hanno appreso, in queste settimane di prova: non sono tutti esterni, i demoni; non vengono tutti dal mercato o dalle agenzie di rating le minacce, i sospetti, gli assalti. I mali della Grecia sono in massima parte interni: sono parte della sua storia, dell’uso che è stato fatto di essa, delle memorie paralizzanti che l’impacchettano. Se la resistenza ad accettare la nuova austerità è così vasta, se il coraggio di Papandreou fatica a imporsi, è perché dietro di lui c’è un paese smagato, disunito, radicalmente sfiduciato.

È una sfiducia che ha radici antiche e che risale all’impero ottomano, ma che non ha vissuto una catarsi nel dopoguerra. Lo Stato non ha tratto vigore dalla resistenza al nazifascismo, supinamente ha accettato per decenni di essere una guarnigione della Nato, ha consentito alla dilatazione di un potere militare abnorme: un potere che gli Stati Uniti hanno sfruttato a piacimento, nella guerra fredda. Fin dal dopoguerra Washington ha appoggiato costantemente le destre, non esitando a distruggere le energie della Resistenza e ad appoggiare la dittatura dei colonnelli fra il ’67 e il ’74. L’ingresso greco in Europa e nell’Euro non ha coinciso con uno Stato redento, e oggi i frutti avvelenati di quell’occasione mancata si toccano con mano. Nel giorno del grande esame ­ lo Stato in bancarotta ­ non c’è quella che Leopardi chiama una società stretta, addomesticatrice di egoismi e interessi particolari. Sono scettici e disillusi soprattutto i giovani, che hanno visto degradarsi ai vertici il senso dello Stato, dilagare una corruzione senza limiti, estendersi l’impunità di politici e partiti complici nella difesa dello status quo.

I manifestanti ateniesi domandano questo, in sostanza: come fidarsi di uno Stato che non si è limitato a truccare bilanci ma ha tragicamente fallito la propria rigenerazione? Il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papachelas, afferma che per uscire dal marasma servono misure non solo economiche, ma politiche, civili. Quel che urge recuperare non è l’identità offesa della Nazione, come reclamano alcuni, ma la dirittura e l’equità dello Stato: «La sola vera cura è un emendamento costituzionale ­ concordato fra i politici ­ che annulli l’immunità di cui godono ministri e parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari a 200, l’invio di farabutti ed evasori fiscali davanti alle corti o in carcere». Se la crisi vuol essere catarsi, devono emendarsi le scelte economiche ma anche le usanze della politica. Sullo stesso giornale, Nikos Xydakis chiede una «rinascita antropologica».

È il motivo per cui sono tante le somiglianze tra Grecia e Italia, e degne di esser studiate. Negli ultimi giorni si è parlato di un rischio Italia, oltre che spagnolo e portoghese: in genere a torto, per quanto riguarda la nostra economia, il risparmio delle famiglie, la salute delle banche, il deficit dello Stato. Finanziariamente, Roma non vacilla come Atene. È vero anche che la Resistenza non è stata svilita e soppressa con l’aiuto delle forze alleate, come nella guerra civile greca. Nella nostra storia antica e recente abbiamo potuto contare su uomini e istituzioni profondamente fedeli alla res publica, e non siamo stati tormentati, come in Grecia, da una casta militare potenzialmente sovversiva. Ma se si guarda alla fiducia che i cittadini hanno nell’imperio della legge e nella cosa pubblica, le affinità sono impressionanti. Esiste anche in Italia una fondamentale diffidenza verso lo Stato, la legge. Alcune regioni a Sud sono dominate da mafie che di tale miscredenza si nutrono da un secolo. Esiste a Nord e a Milano un disprezzo delle istituzioni pubbliche, del civismo, della legalità, non meno annoso e intenso. Anche qui lo sforzo di rinascere tarda a mobilitarsi. Tarda a nascere una destra autentica, che con Fini fabbrichi futuro e riempia il temibile vuoto. Tarda a sinistra un rapporto non intimidito con il conflitto.

Anche l’anniversario dell’unità d’Italia, lo prepariamo dolendoci più della scarsa identità comune che dell’incultura dello Stato. Si può certo vivacchiare senza cultura dello Stato, della legalità: sia i greci che gli italiani lo fanno da decenni. Ma quando arriva l’ora della prova, l’assenza di fiducia rischia di divenire un fatale cappio al collo per chi impone sacrifici. La gente semplicemente non segue, si sparpaglia, si scinde in mille corporazioni ingovernabili. Per aderire a sacrifici, la società deve pur sempre riconoscersi nello Stato risanatore: nella sua affidabilità, nella sua vocazione a mantenere la parola data, nella rettitudine dei suoi servitori. È la ragione per cui Daniel Cohn-Bendit, intervistato giovedì da la Repubblica, invita a riflettere sulla società e lo Stato ellenico, oltre che sull’economia: «Uno Stato in cui in Grecia non s’identifica nessuno o quasi nessuno. È sempre stato lo Stato degli altri, lo Stato dei ricchi e dei potenti, ognuno lo ha strumentalizzato per sé. È sempre apparso lo Stato dei corrotti, e la gente ha partecipato alla corruzione. Adesso bisogna cambiare tutto questo, ma ci vuole tempo».

Il deputato europeo ammira Papandreou, e critica chi confonde i manifestanti ateniesi con i pochi estremisti che il 5 maggio hanno provocato la morte di tre impiegati della Marfin Egnatia Bank. Il lettore, ascoltando queste parole, avrà legittimamente l’impressione di sentir narrata anche l’Italia: la nascita di uno Stato contaminato dalla corruzione fin dall’inizio della Repubblica, il peso esercitato da potentati esterni interessati all’esistenza di uno Stato parallelo e incontrollato, i patti stretti dalla politica con l’illegalità e la malavita, la magra incidenza che ha avuto Mani Pulite nell’ultimo ventennio, l’impunità dei politici, la magistratura sabotata. Non diversamente dalla Grecia, l’Italia è decaduta fra il dopoguerra e oggi perché piano piano si è creato, fra i partiti, un pericoloso consenso in difesa dello status quo: status quo fondato sulla svalutazione dello Stato, della legalità. Viene in mente, più che attuale, l’allarme lanciato il 22 febbraio ‘98 dal giudice Gherardo Colombo, in un’intervista a Giuseppe D’Avanzo sul Corriere: il male, disse, era in Italia la diffusa società del ricatto, non affermatasi di recente ma fin da quando gli americani, pur di esser facilitati nello sbarco in Sicilia, chiesero aiuto alla mafia.

È in quegli anni che «si è stabilito un rapporto di "quieto vivere" con questa organizzazione criminale, che ha caratterizzato decenni della nostra storia. (...) Il compromesso in Italia è stato sempre opaco e occulto. (...) Negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica è una storia di accordi sottobanco e patti occulti». La democrazia degenera così, secondo l’ex magistrato di Mani Pulite: non a causa di una conflittualità troppo accesa e dai toni troppo alti, che sono anzi il suo sale. Le «nuove regole della Repubblica vanno organizzate non attorno al conflitto, ma attorno al compromesso». È quest’ultimo che va imbrigliato, assai più del conflitto. È straordinario come la crisi metta in luce proprio questa verità, apparentemente paradossale: se usciremo dalla crisi rinnovati, se sapremo radunare le forze in caso di tracolli, è perché avremo smosso gli opachi patti dello status quo. Non se difenderemo una democrazia fondata sulla discussione, la critica, il disvelarsi del nascosto e del sommerso. La crisi ha questo, di catartico. Porta alla luce difetti di fondo, politici e culturali più che finanziari. Suona il campanello: la ricreazione è finita. Dà nuovo senso ai tentativi di rigenerazione, anche quelli insabbiati e morti. La strada stretta consiste nel riconoscerlo.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7322&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - Chi azzoppa i custodi della democrazia
Inserito da: Admin - Maggio 23, 2010, 05:30:46 pm
23/5/2010

Chi azzoppa i custodi della democrazia

BARBARA SPINELLI

Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore.

Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi. Nella sua descrizione degli Stati Uniti, Tocqueville chiama i guardiani i «particolari potenti»: sono la stampa, le associazioni, i légistes ovvero i giuristi. In loro assenza «non c'è più nulla tra il sovrano e l’individuo»: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.

Queste mura sono in via di dissoluzione in Italia, da anni. Ma nelle ultime settimane l’erosione ha preso la forma di un concitato giro di vite: un grande allarme s’è creato attorno alla corruzione dilagante, seguito da un grande tentativo di mettere corruzione e malavita al riparo dai custodi della democrazia. È un dramma in tre atti, che vorremmo sottoporre all'attenzione del lettore.

Il primo atto risale al 17 febbraio, quando la Corte dei Conti constata, in apertura dell’anno giudiziario 2010, l’enorme aumento del malaffare. La denuncia del presidente della Corte e del procuratore generale, Tullio Lazzaro e Mario Ristuccia, è grave: «Una sorta di ombra e nebbia sovrasta e avvolge il tessuto più vitale e operoso del Paese», opponendo una «pervicace resistenza a qualsiasi intervento volto ad assicurare la trasparenza e l’integrità» nelle amministrazioni pubbliche. I «necessari anticorpi interni non vengono attivati», ed è la ragione per cui la cura della patologia è «lasciata al solo contrasto giudiziale, per sua natura susseguente e repressivo». Le conseguenze, nefaste, indicate da Lazzaro: «Il Codice Penale non basta più, la denuncia non basta più. Ci vuole un ritorno all'etica da parte di tutti. Che io, purtroppo, non vedo».

Qui cominciano gli atti decisivi del dramma. Quel che va in scena è la controffensiva d’un governo che si sente asserragliato più che responsabilizzato: che a parole annuncia misure anti-corruzione, e nei fatti predispone un’autentica tenda protettiva, tale da coprire il crimine, sottraendolo agli occhi dei cittadini e della legge con tecniche di occultamento sempre più perverse, garantendo a chi lo commette impunità sempre più vaste. Nel secondo e terzo atto del dramma il crimine viene avvolto, ancora una volta, «nella nebbia e nell’ombra».

Il secondo atto fa seguito alla condanna in appello dei capi-poliziotti che la notte del 21 luglio 2001 assalirono la scuola Diaz a Genova, durante un vertice G8, massacrando 60 ragazzi inermi. «Nessuno sa che siamo qua, vi ammazziamo tutti», gridavano i picchiatori, quando invece i superiori sapevano. I fatti erano raccontati nella sentenza di primo grado, ma le condanne non coinvolsero gli alti gradi della polizia. In appello sono condannati anch’essi. Ebbene, cosa fa la politica? Assolve i condannati, li trafuga in una nuvola come gli dei omerici facevano con i propri eroi, e li lascia indisturbati al loro posto. Francesco Gratteri, capo della Direzione generale dell’anticrimine ed ex direttore del Servizio Centrale Operativo, è condannato a 4 anni e resta dov’è in attesa della Cassazione. Lo stesso succede a Giovanni Luperi, oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (ex Sisde), condannato a quattro anni. Vincenzo Canterini fu promosso questore nel 2005: aveva guidato la Celere contro la Diaz.

Il terzo e cruciale atto dell’operazione trafugamento del crimine è la legge sulle intercettazioni. Ancor oggi si spera che essa non passi, grazie alla resistenza congiunta di editori, stampa, magistrati, deputati finiani, Quirinale. Grazie anche all’intervento del sottosegretario americano alla Giustizia Breuer, che evocando la lotta antimafia di Falcone ha indirettamente smascherato la natura di una legge che sembra patteggiata con la malavita. Fino all’ultimo tuttavia, e per l’ennesima volta nell’ultimo quindicennio, Berlusconi tenterà di imbavagliare magistrati, mezzi d’informazione. Se la legge sarà approvata, i magistrati faticheranno sempre più a snidare reati, a istruire processi.

Potranno usare le intercettazioni solo in condizioni proibitive, e per una durata non superiore a 75 giorni (se stanno per accertare un reato al settantaquattresimo giorno, peggio per loro). Sarà proibito intercettare politici e preti senza avvisare le loro istituzioni: un privilegio incostituzionale, davanti alla legge. Non meno gravemente è colpita la stampa (quando riferisce su inchieste giudiziarie prima dei processi) per la sanzione che può colpire giornalisti e editori. Questi ultimi, intimiditi da alte multe, diverranno i veri direttori d’ogni cronista. Il direttore responsabile perderà prestigio, peso. Bersaglio dell’operazione è non solo la stampa ma il cittadino. Si dice che il suffragio universale è sacro e al tempo stesso si toglie, a chi vota, l’arma essenziale: la conoscenza, i Lumi indispensabili per capire la politica e dunque esercitare la propria vigile sovranità.

Ci sono eventi storici che solo la letteratura spiega fino in fondo e anche in Italia è così. Proviamo a leggere Il Rinoceronte di Eugène Ionesco e vedremo descritto, limpido, lo strano mondo in cui dai primi Anni 90 anni viviamo: un mondo che tutela il crimine, allontanandolo dalla scena e rendendolo sia invisibile, sia impunibile. Un mondo dove i custodi della democrazia sono neutralizzati e il popolo, bendato perché disinformato, vive e vota dopo esser mutato interiormente. Un regime simile ci trasforma ineluttabilmente nelle bestie a quattro zampe descritte dal drammaturgo. In principio passa un rinoceronte: è bizzarro, ma passa. Poi piano piano tutti si trasformano. Perfino il filosofo diventa prima un po’ verde, poi le mani raggrinziscono, poi sulla fronte gli cresce il corno.

La mutazione genetica di cui ha parlato Sergio Rizzo sul Corriere del 6 maggio avviene quando cadono le categorie umane classiche: il confine fra lecito e illecito, bene e male («il Male! Parola vuota!», dice Dudard a Berenger, nel Rinoceronte). In questione non resta che lo «stato d’animo». Come per Denis Verdini: indagato per concorso in corruzione, il coordinatore del Pdl non si dimette come Scajola perché, assicura, «non ho questa mentalità».

Chi ha desiderio di cedere, nel dramma di Ionesco, lo fa perché il rinoceronte gli appare più naturale dell’uomo, perché «possiede una specie di candore», perché emette un barrito incomprensibile ma sonoro, trascinante. Cedere è attraente, come spiega Dudard a Berenger. È questione di mentalità, appunto: «Io mi limito a constatare i fatti e a prenderne atto. E poi, dal momento che la cosa esiste, ci sarà bene una spiegazione (...) Se ce la prendessimo con tutto quello che succede, non vivremmo più. Dal momento che è così, non può essere altrimenti». E conclude, cercando di convincere l’amico ribelle: «Lei vede tutto nero... Dobbiamo imporci a priori un atteggiamento favorevole o, per lo meno, l’obiettività, l’ampiezza di vedute proprie di una mente scientifica. Tutto ha una logica: comprendere vuol dire giustificare». Chi guarda il notiziario del Tg1 in questi giorni avrà conferma della mutazione genetica. Niente sui capi-poliziotti della Diaz che mantengono la carica disonorando uno dei più importanti corpi dello Stato. Quasi niente sulle intercettazioni controverse. Fortuna che la ribellione non manca. Fortuna che al Tg1 c’è Maria Luisa Busi, che toglie la firma e non vuol essere rinoceronte.

Berenger è l’unico a resistere, a non avere la tollerante «ampiezza di vedute» consigliata dai falsi amici. Alla fine è solo, in una città di rinoceronti. Non ha ceduto alla forza che ti trasforma: la stanchezza infinita che ti può assalire, il «bisogno di lasciarsi andare», il fatale conformismo. Il pragmatismo di chi dice: meglio, se si vuol sopravviver quieti, tenere i due piedi ben piantati in terra. Anzi, i quattro piedi.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7389&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - La grande disillusione
Inserito da: Admin - Maggio 30, 2010, 05:34:20 pm
30/5/2010

La grande disillusione

BARBARA SPINELLI

A prima vista, si direbbe che due siano ormai le visioni della crisi divampata nel 2007, e dei modi di sormontarla in Italia. Da una parte c’è il film proiettato dal presidente del Consiglio per anni: la crisi è un fulmine, che non turba il cielo sereno sopra le nostre teste. La chiamano crisi, ma non è tale. Sono i giornali, le istituzioni internazionali, ad angosciarci con le loro aritmetiche cupe. Dovrebbero tacere, lasciar fare i governi. Ben diversa la visione di Tremonti, che usa metafore tutt’altro che confortanti: «La situazione non è bella. Siamo alpinisti aggrappati a una parete verticale, non possiamo traccheggiare». Tremonti vede il disastro ma anch’egli proietta un suo film, quando paragona il marasma a un videogioco. Sullo schermo irrompe un mostro, dal nulla: o lo uccidi o perisci. Non c’è sguardo lungo. Abbatti l’orco, e passi al successivo. Non c’è tempo per traccheggiare ma neppure, molto, per pensare. Inoltre il videogame puoi spegnerlo.
Così muore il reality show che Berlusconi manda in onda sin da principio: un mondo finto, chiuso. Una sorta di quartiere sigillato, inaccessibile alle ambasce delle metropoli, simile a Milano-2 costruita negli Anni 70.

In America i quartieri sono chiamati gated community, comunità corazzate da grossi cancelli, che proteggono da incursioni esterne e spesso sono dotate di circuiti televisivi stile Mediaset o Tg1, dispensatori di distrazioni. Il reality non dice il reale; lo fa. La negazione della crisi, fino all’allarme di Tremonti, è stata un ingrediente base del film berlusconiano. Anche la negazione dei mostri nascosti (mafia, suoi patti con l’anti-Stato) è ingrediente di rilievo.

Per questo non è appropriato parlare, a proposito della manovra, di sacrifici. Quello che urge da noi non sono sacrifici, ma un’autentica disintossicazione, unita a non meno urgenti operazioni verità sulla democrazia minacciata. Si tratta di uscire dallo show, di entrare nella realtà, di vederla. Si tratta di rompere con gli usi e costumi vigenti dietro le comunità transennate: il vivere alla giornata, il non guardare lontano, il non voler sapere la verità sullo Stato e su se stessi. Il compito affidatoci è una gigantesca disillusione, più che una rinuncia ai beni che avevamo. Il disilluso possedeva vizi, oltre che beni: volontariamente scelse d’illudersi. Anche Manovra è parola sciapa, che implica un guidatore e masse di guidati. Meglio parlare di un comune, benefico risvegliarsi.

In fondo l’esperienza è simile a quella traversata dal cattolicesimo, dopo lo scandalo della pedofilia. Il clero ha coperto reati atroci, e ora s’accinge a punirli. Ma il compito del risanamento spetta all’intera Chiesa, e la Chiesa non si riduce alla gerarchia: per definizione, è il popolo riunito dei fedeli. Lo spiega magistralmente, sul sito del Regno, il vicedirettore della rivista Gianfranco Brunelli. Perché l’istituzione riacquisti credibilità, deve pensarsi come parte del popolo di Dio, incorporare le vittime, parlare con loro più che a loro: non c’è esclusivamente il clero, da curare. Guarire significa concepire la Chiesa «non solo come istituzione ma come popolo di Dio»: giacché «Dio è delle vittime. Dio è nelle vittime. Là egli si è fatto sentire. Là la Chiesa lo può vedere in maniera privilegiata, poiché là sempre egli manifesta il suo Spirito (Matteo 25)».

Da secoli la Chiesa ispira regni e repubbliche, e oggi come ieri la teologia aiuta a capire, soprattutto in democrazia, il farsi della politica. Lo squasso economico mette quest’ultima a dura prova, e il rimedio anche qui non consiste nel salvare gerarchie e caste ma l’intero popolo della politica: composto di governati e governanti, fondato su sofisticati equilibri fra vari poteri che si bilanciano.

L’Italia economicamente sta meglio della Grecia (grazie al governo Prodi, essenzialmente), ma in molte cose i Paesi si somigliano. Atene è precipitata perché una classe di governanti, per anni, proiettò chimere: visse senza guardar lontano, fino a truccare - in casa, in Europa - le cifre del proprio bilancio. Lo fece per immunizzare caste, politici. Non pensò (qui è la somiglianza) che in custodia aveva tutto il popolo della politica, e in primis i poveri, le vittime, i contribuenti che pagano per gli evasori, i meno organizzati e garantiti. Epifani che annuncia scioperi anti-manovra ha comportamenti immodesti e suicidi: cos’ha dato il sindacato agli italiani, quando bocciò la vendita di Alitalia a Air France, se non più licenziati e fardelli più grevi sulle spalle dei contribuenti?

Degli aspetti tecnici della manovra si sa poco, ma ci sono elementi che fanno impressione: alcune misure sono spudoratamente copiate dal governo Prodi, abbattuto due anni fa. Restano memorabili gli insulti a Visco, stratega agguerrito dell’anti-evasione: fu dipinto come vampiro, nei videogame dell’attuale maggioranza. Ora le sue misure (tracciabilità dei redditi) sono riesumate, e Tremonti non può dar torto a quel che Visco scrive sul sito della Voce: «Se si ritiene che la riduzione dell’evasione sia utile, andrebbero reintrodotte integralmente le misure varate dal governo Prodi e subito abrogate dal governo Berlusconi».

Ma le similitudini tra Grecia e Italia sono innanzitutto politiche. In ambedue i casi, il rigore riesce a due condizioni: se la tecnica è buona, e se la democrazia ha le virtù raccomandate dall’Ocse alla finanza: correttezza, integrità, trasparenza. Per imporre rigore, infatti, i governi devono avere la legittimità etica di chi non tratta il «popolo della politica» come mezzo, ma come fine.

Sulla prima condizione si può sospendere il giudizio. Ma la seconda condizione di sicuro in Italia manca. Questo è un governo che ha passato più tempo a proteggere premier e politici dai processi, che a far politica per gli italiani. Questo è un governo cui l’ex presidente Ciampi chiede solennemente la verità sui pericoli corsi dalla democrazia nelle stragi inaugurate dall’eccidio di Falcone e Borsellino (Repubblica, 29 maggio). Questi sono giorni in cui il partito fondato da Berlusconi è sospettato di un patto con la mafia, che dopo Tangentopoli avrebbe convogliato su Forza Italia i voti di vaste aree del Sud in cambio di favori e promesse.

La crisi, come a Atene, disvela i trucchi ottimisti del film berlusconiano ma anche i suoi scantinati tenebrosi. L’evento fondamentale dei giorni scorsi è stato il discorso di Piero Grasso, mercoledì a Firenze nella commemorazione della strage dei Georgofili. Il procuratore nazionale antimafia non cita Berlusconi e Dell’Utri - non ha le prove - ma dice cose gravi: «Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», e le stragi del ’92-93 volevano causare disordine per dare «la possibilità a un’entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste». Grasso in genere è uomo prudente. Nel ’98, con altri magistrati, archiviò l’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri ritenuti mandanti occulti del terrore mafioso.

Il procuratore disse queste verità già allora. Per motivi non chiari, il verbale rimase però nascosto. Lo dissotterrano Lo Bianco e Sandra Rizza, in un libro che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere («L’agenda nera»). Se Grasso torna a parlarne oggi è perché ha deciso di abbandonare le autocensure. In parte perché nuovi pentiti testimoniano. In parte perché, grazie alla crisi, il Truman Show berlusconiano si sfalda. Può darsi che la bolla sopravviva un po’, come nel film di Peter Weir. Ma il «popolo della politica» difficilmente si farà persuadere ancora da miraggi e occultamenti dell’incantatore di Palazzo Grazioli. Questo non è tempo di mostri che irrompono nel videogame. Ci sono mostri da stanare, non visibili perché non programmati per esserlo. È vero: «La situazione non è bella». Che diventi, almeno, vera.

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Titolo: BARBARA SPINELLI - La patria dell'oblio collettivo
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2010, 09:42:43 am
6/6/2010

La patria dell'oblio collettivo

BARBARA SPINELLI

Vorrei tornare sulle parole di Piero Grasso a proposito di mafia e politica, dette il 26 maggio a Firenze davanti alle vittime della strage dei Georgofili. L’intervista rilasciata a Francesco La Licata dal Procuratore nazionale Antimafia chiarisce infatti alcuni punti essenziali, e pone quesiti alla classe politica e a tutti noi.

La domanda che formula, implicita ma ineludibile, è questa: come funziona la memoria collettiva in Italia?

Come vengono sormontati i lutti, e vissuti i fatti tragici, i mancati appuntamenti con la giustizia?


In questo giornale ho cercato prime risposte, evocando la richiesta, formulata il 7-8-98, di archiviazione dell’indagine su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma, Firenze e Milano nel ’93-’94: richiesta firmata da Grasso assieme a quattro magistrati, e accolta poi dal gip di Firenze. Nella richiesta era chiaro il nesso fra Cosa nostra e il soggetto politico nato dopo Tangentopoli (Forza Italia), ma mancavano prove di un’«intesa preliminare». Quell’atto mi parve più esplicito di quanto detto dal procuratore il 26 maggio, e su tale differenza mi sono interrogata. Ma l’interrogativo, più che Grasso, concerne in realtà i politici, e tramite loro l’Italia intera: giornalisti, elettori, ministri ed ex ministri di destra e sinistra.

Per chiarezza, vorremmo citare i principali passaggi della richiesta di archiviazione e confrontarli con quello che Grasso afferma oggi. Nella richiesta (da me impropriamente chiamata «verbale», domenica scorsa) è scritto: «Molteplici (sono) gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima e in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata». E ancora: il rapporto tra i capimafia e gli indagati (Berlusconi e Dell’Utri, citati come autore-1 e autore-2 e rappresentanti il nuovo «soggetto politico imprenditoriale» in contatto con Cosa nostra) «non ha mai cessato di dimensionarsi (almeno in parte) sulle esigenze di Cosa nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale». Il testo firmato da Grasso è inedito, ma gli argomenti che esso contiene appaiono in documenti che la classe politica conosce bene: il decreto di archiviazione dell’inchiesta di Firenze, e quello che archivia la successiva inchiesta di Caltanissetta su Berlusconi, Dell’Utri e le stragi di Capaci e via D’Amelio (3-5-02). Il testo è pubblicato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in un libro, «L’agenda nera», che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere.

Ha ragione dunque il procuratore a dire che nella sostanza non c’è nulla di nuovo in quello che ha ricordato giorni fa a Firenze («Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», per creare disordine e dare «la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste»). Secondo alcuni il procuratore avrebbe oggi alzato il tiro, ma non è vero: semmai dice meno cose, su Forza Italia. Ed ecco la conclusione cui giunge nell’intervista: «L’idea che io mi sono fatto di quel terribile momento storico del ‘92 e del ‘93, molto prima dello scorso 26 maggio, era rintracciabile in moltissimi interventi pubblici, oltre che in tre libri pubblicati dal 2001 al 2009. Ritenevo e ritengo ancora quella ricostruzione storica una sorta di patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito».

Proprio qui tuttavia è il punto che duole. L’osceno italiano di cui parla spesso Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, e cioè il potere reale esercitato «fuori scena», di nascosto, esclude l’esistenza di un «patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito». A differenza dell’America, o della Germania che di continuo rivanga il proprio passato nazista, l’Italia non ha una memoria collettiva che archivi stabilmente la verità e la renda a tutti visibile. Da noi la memoria storica si dissipa, frantumando e seppellendo fatti, esperienze, sentenze. E di questo seppellimento sono responsabili i politici, per primi.

Senza voler fare congetture, si può constatare che Grasso forse dice meno di quel che sottoscrisse nel ‘98, anche se dice pur sempre molto. Sono i politici a parlare più forte di quanto parlarono tra il ‘98 e oggi.

Sono i politici ad allarmarsi giustamente per le sue parole, a chiedere più verità, come se non avessero già potuto allarmarsi in occasione dei tanti atti giudiziari riguardanti quello che Grasso chiama «il nostro 11 Settembre: dall’Addaura, a Capaci, a via D’Amelio, fino alle stragi di Roma, Firenze, Milano e a quella mancata dello stadio Olimpico di Roma». Non sono i giudici ad aver dimenticato le deposizioni di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’inchiesta sui «mandanti esterni» delle stragi del ‘93, davanti alla commissione nazionale Antimafia il 2-7-02. Nella lettera ritrovata dopo la sua morte, Chelazzi si lamenta con i suoi uffici e scrive: «Mi chiamate alle riunioni solo per dare conto di ciò che sto facendo, quasi che fosse un dibattito».

È così che la memoria fallisce. Che l’osceno resta fuori scena, ostacolato solo dalle intercettazioni. Atti giudiziari e libri vengono sepolti nei ricordi perché sono trasformati in opinioni, per definizione sempre opinabili. Il vissuto viene trasferito nel mondo del dibattito e le sentenze diventano congetture calunniose. È quello che permette a Giuliano Ferrara, sul Foglio del 31 maggio, di squalificare le parole di Grasso definendole «ipotesi e ragionamenti» dotati di «uno sfondo politico e nessun avallo giudiziario». Il patrimonio della memoria collettiva, lungi dall’esser «definitivamente acquisito», è permanentemente cestinato.

I politici partecipano allo svuotamento della memoria usandola quando torna utile, gettandola quando non conviene più. Lo stesso allarme di oggi, non è detto che durerà. È come se nella mente avessero non un patrimonio, ma un palinsesto: un rotolo di carta su cui si scrive un testo, per poi raschiarlo via e sostituirlo con un altro che lascia, del passato, flebilissime tracce. L’intervista di Violante al Foglio, l’1 giugno, è significativa: in essa si dichiara che è arrivato il momento di «capire senza rimestare», di «mettere ordine» tra fatti forse non legati. Manca ogni polemica con il pesante attacco a Grasso, sferrato il giorno prima dal quotidiano.

Dice Ferrara che «non si convive inerti con un’accusa di stragismo a chi governa». Può darsi, ma l’Italia ha dimestichezze antiche con l’inerzia. Se non le avesse, non dimenticherebbe sistematicamente i drammi vissuti, e come ne è uscita. Non dimenticherebbe che del terrorismo si liberò grazie ai pentiti. Che tanti crimini sono sventati grazie alle intercettazioni. Come ha detto una volta Pietro Ichino a proposito dei ritardi della sinistra sul diritto di lavoro, in Italia «si chiudono le questioni in un cassetto gettando la chiave». È il vizio di tanti suoi responsabili (nella politica, nell’informazione) pronti a convertirsi ripetutamente. Pronti al trasformismo, a voltar gabbana. Chi non sta al gioco, chi nel giornalismo ha memoria lunga e buoni archivi, viene considerato uno sbirro, o un rimestatore, o, come Saviano, un idolo da azzittire e abbattere. Occorre una politica più attiva e meno immemore, se davvero si vuole che i giudici non esercitino quello che vien chiamato potere di supplenza.

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Titolo: BARBARA SPINELLI - I politici non vogliono sapere
Inserito da: Admin - Giugno 07, 2010, 09:29:12 am
I politici non vogliono sapere

di Barbara Spinelli,
la Stampa, 6 giugno 2010

Vorrei tornare sulle parole di Piero Grasso a proposito di mafia e politica, dette il 26 maggio a Firenze davanti alle vittime della strage dei Georgofili. L’intervista rilasciata a Francesco La Licata dal Procuratore nazionale Antimafia chiarisce infatti alcuni punti essenziali, e pone quesiti alla classe politica e a tutti noi. La domanda che formula, implicita ma ineludibile, è questa: come funziona la memoria collettiva in Italia? Come vengono sormontati i lutti, e vissuti i fatti tragici, i mancati appuntamenti con la giustizia?

In questo giornale ho cercato prime risposte, evocando la richiesta, formulata il 7-8-98, di archiviazione dell’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi a Roma, Firenze e Milano nel ‘93-94: richiesta firmata da Grasso assieme a quattro magistrati, e accolta poi dal gip di Firenze. Nella richiesta era chiaro il nesso fra Cosa Nostra e il soggetto politico nato dopo Tangentopoli (Forza Italia), ma mancavano prove di un’”intesa preliminare”. Quell’atto mi parve più esplicito di quanto detto dal procuratore il 26 maggio, e su tale differenza mi sono interrogata. Ma l’interrogativo, più che Grasso, concerne in realtà i politici, e tramite loro l’Italia intera: giornalisti, elettori, ministri ed ex ministri di destra e sinistra.

Per chiarezza, vorremmo citare i principali passaggi della richiesta di archiviazione e confrontarli con quello che Grasso afferma oggi. Nella richiesta (da me impropriamente chiamata “verbale”, domenica scorsa) è scritto: “Molteplici (sono) gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima e in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”.

E ancora: il rapporto tra i capimafia e gli indagati (Berlusconi e Dell'Utri, citati come autore-1 e autore-2 e rappresentanti il nuovo “soggetto politico imprenditoriale” in contatto con Cosa Nostra) “non ha mai cessato di dimensionarsi (almeno in parte) sulle esigenze di Cosa Nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale”. Il testo firmato da Grasso è inedito, ma gli argomenti che esso contiene appaiono in documenti che la classe politica conosce bene: il decreto di archiviazione dell’inchiesta di Firenze, e quello che archivia la successiva inchiesta di Caltanissetta su Berlusconi, Dell’Utri e le stragi di Capaci e via d’Amelio (3-5-02).

Il testo sottoscritto da Grasso è pubblicato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in un libro, “L’agenda nera”, che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere. Un ulteriore dato, che comprova come la politica conosca da tempo l’essenziale: nel 2001 il deputato Giuseppe Lumia, lasciando la presidenza della commissione antimafia, lasciò anche le carte dell'inchiesta sui rapporti tra mafia, Berlusconi e Dell'Utri (mafia e riciclaggio) che gli erano state inviate dalla procura di Palermo.

Ha ragione dunque il procuratore a dire che nella sostanza non c’è nulla di nuovo in quello che ha ricordato giorni fa a Firenze (“Cosa Nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione”, per creare disordine e dare “la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull'ordine pubblico, ha inteso agevolare l'avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste”).

Secondo alcuni il procuratore avrebbe oggi alzato il tiro, ma non è vero: semmai dice meno cose, su Forza Italia. Ed ecco la conclusione cui giunge nell’intervista: «L’idea che io mi sono fatto di quel terribile momento storico del ’92 e del ’93, molto prima dello scorso 26 maggio, era rintracciabile in moltissimi interventi pubblici, oltre che in tre libri pubblicati dal 2001 al 2009. Ritenevo e ritengo ancora quella ricostruzione storica una sorta di patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito».

Proprio qui tuttavia è il punto che duole. L’osceno italiano di cui parla spesso Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, e cioè il potere reale esercitato “fuori scena”, di nascosto, esclude l’esistenza di un “patrimonio della memoria collettiva definitivamente acquisito”. A differenza dell’America, o della Germania che di continuo rivanga il proprio passato nazista, l’Italia non ha una memoria collettiva che archivi stabilmente la verità e la renda a tutti visibile. Da noi la memoria storica si dissipa, frantumando e seppellendo fatti, esperienze, sentenze. E di questo seppellimento sono responsabili i politici, per primi. Senza voler fare congetture, si può constatare che Grasso forse dice meno di quel che sottoscrisse nel ‘98, anche se dice pur sempre molto. Sono i politici a parlare più forte di quanto parlarono tra il ‘98 e oggi.

Sono i politici ad allarmarsi giustamente per le sue parole, a chiedere più verità, come se non avessero già potuto allarmarsi in occasione dei tanti atti giudiziari riguardanti quello che Grasso chiama “il nostro 11 Settembre: dall’Addaura, a Capaci, a via D’Amelio, fino alle stragi di Roma, Firenze, Milano e a quella mancata dello stadio Olimpico di Roma”. Non sono i giudici ad aver dimenticato le deposizioni di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’inchiesta sui “mandanti esterni” delle stragi del ’93 , davanti alla commissione nazionale Antimafia il 2-7-02. Nella lettera ritrovata dopo la sua morte, Chelazzi si lamenta con i suoi uffici e scrive: “Mi chiamate alle riunioni solo per dare conto di ciò che sto facendo, quasi che fosse un dibattito”.

È così che la memoria fallisce. Che l’osceno resta fuori scena, ostacolato solo dalle intercettazioni. Atti giudiziari e libri vengono sepolti nei ricordi perché sono trasformati in opinioni, per definizione sempre opinabili. Il vissuto viene trasferito nel mondo del dibattito e le sentenze diventano congetture calunniose.

È quello che permette a Giuliano Ferrara, sul Foglio del 31 maggio, di squalificare le parole di Grasso definendole “ipotesi e ragionamenti” dotati di ”uno sfondo politico e nessun avallo giudiziario”. Il patrimonio della memoria collettiva, lungi dall’esser “definitivamente acquisito”, è permanentemente cestinato.

I politici partecipano allo svuotamento della memoria usandola quando torna utile, gettandola quando non conviene più. Lo stesso allarme di oggi, non è detto che durerà. È come se nella mente avessero non un patrimonio, ma un palinsesto: un rotolo di carta su cui si scrive un testo, per poi raschiarlo via e sostituirlo con un altro che lascia, del passato, flebilissime tracce. L’intervista di Violante al Foglio, l’1 giugno, è significativa: in essa si dichiara che è arrivato il momento di “capire senza rimestare”, di “mettere ordine” tra fatti forse non legati.

Manca ogni polemica con il pesante attacco a Grasso, sferrato il giorno prima dal quotidiano.
Dice Ferrara che “non si convive inerti con un’accusa di stragismo a chi governa”. Può darsi, ma l’Italia ha dimestichezze antiche con l’inerzia. Se non le avesse, non dimenticherebbe sistematicamente i drammi vissuti, e come ne è uscita. Non dimenticherebbe che del terrorismo si liberò grazie ai pentiti. Che tanti crimini sono sventati grazie alle intercettazioni.

Come ha detto una volta Pietro Ichino a proposito dei ritardi della sinistra sul diritto di lavoro, in Italia “si chiudono le questioni in un cassetto gettando la chiave”. È il vizio di tanti suoi responsabili (nella politica, nell’informazione) pronti a convertirsi ripetutamente. Pronti al trasformismo, a voltar gabbana. Chi non sta al gioco, chi nel giornalismo ha memoria lunga e buoni archivi, viene considerato uno sbirro, o un rimestatore, o, come Saviano, un idolo da azzittire e abbattere. Occorre una politica più attiva e meno immemore, se davvero si vuole che i giudici non esercitino quello che vien chiamato potere di supplenza.

(6 giugno 2010)
http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-politici-non-vogliono-sapere/?h=2


Titolo: BARBARA SPINELLI - Con la crisi democrazie a rischio
Inserito da: Admin - Giugno 20, 2010, 08:02:04 am
20/6/2010

Con la crisi democrazie a rischio
   
BARBARA SPINELLI

In un incontro a porte chiuse con i sindacati europei, l’11 giugno, il presidente della Commissione Barroso avrebbe espresso grande inquietudine sul futuro democratico di Paesi minacciati dalla bancarotta come Grecia, Spagna e Portogallo. Secondo il Daily Mail, avrebbe parlato addirittura di possibili tumulti e colpi di Stato. La Commissione europea ha smentito le parole attribuite al proprio Presidente, ma l’allarme non è inverosimile e molti lo condividono.

Al momento, per esempio, l’ansia è intensa in Grecia, dove il governo Papandreou sta attuando un piano risanatore che comporterà vaste fatiche e rinunce. L’ho potuto constatare di persona, parlando qualche settimana fa con il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papahelas: «Le misure di austerità, inevitabili e necessarie, sono irrealizzabili senza una democrazia funzionante e una classe politica incorrotta. Ambedue le cose mancano in Grecia, a causa di una storia postbellica caratterizzata da profonda sfiducia verso lo Stato e da una cultura della legalità inesistente». Papahelas non parla di colpi di Stato - l’esperienza, disastrosa, già è stata fatta a Atene fra il ’67 e il ’74 - ma di movimenti populisti, nazionalisti, «anelanti a falsi Messia».

La tentazione che potrebbe farsi strada è quella di considerare la democrazia come un lusso che ci si può permettere in tempi di prosperità, e che bisogna sospendere nelle epoche d’emergenza che sono le crisi. Apparentemente il regime democratico resterebbe al suo posto: la sua natura liberatoria verrebbe anzi esaltata. Ma resterebbe sotto forma impoverita, stravolta: il popolo governerebbe eleggendo il governo, ma tra un voto e l'altro non avrebbe strumenti per vigilare sulle libertà dei governanti. La democrazia verrebbe sconnessa dalla legalità, dai controlli esercitati da istituzioni indipendenti, dalle Costituzioni: tutti questi strumenti degraderebbero a ammennicoli dispensabili, e la libertà sarebbe quella dei governanti.

Gli italiani sanno che l’allergia alla legalità e ai controlli è un fenomeno diffuso anche da noi, oltre che in Grecia. Sanno anche, se guardano in se stessi, che il bavaglio protettore dell’illegalità è qualcosa che molti si mettono davanti alla bocca con le proprie mani, prima che intervengano leggi apposite. In questi giorni si discute delle intercettazioni: converrebbe non dimenticare che una legge assai simile (la legge Mastella) fu approvata quasi all’unanimità dalla Camera, nell’aprile 2007. Che un uomo di sinistra come D’Alema disse, a proposito di giornali da multare: «Voi parlate di multe di 3 mila euro(...) Li dobbiamo chiudere, quei giornali» (Repubblica, 29-07-06).

La crisi in cui viviamo da tre anni mostra una realtà ben diversa. Se si fonda su una educazione complessa alla legalità e non è plebiscitaria (cioè messianica), la democrazia è parte della soluzione, non del problema. La bolla scoppiata nel 2007 era fatta di illusioni tossiche, di un’avidità sfrenata di ricchezza, e anche della mancanza di controlli su illusioni e avidità. Uscirne comporta sicuramente sacrifici ma è in primo luogo una disintossicazione, un ristabilire freni e controlli. Tali rimedi sono possibili solo quando la democrazia coincide con uno Stato di diritto solido, con istituzioni e leggi in cui il cittadino creda. In Grecia, questi ingredienti democratici sono da ricostituire in parallelo con il risanamento delle finanze pubbliche e i sacrifici, e forse prima. Anche in America, non è con un laissez-faire accentuato che si sormontano le difficoltà ma con più stretti controlli sui trasgressori.

È il motivo per cui Grecia e Stati Uniti concentrano l’attenzione sui due elementi che indeboliscono simultaneamente economia e democrazia: da una parte l’impunità di chi interpreta il laissez-faire come licenza di arricchirsi senza regole, dall’altra l’impotenza dello Stato di fronte alle forze del mercato. Abolire l’impunità e restituire credibilità allo Stato sono giudicati componenti essenziali sia della democrazia, sia della prosperità. Difficile ritrovare la prosperità se intere regioni o intere attività economiche sono dominate da forze che sprezzano la legalità, che si organizzano in mafie, o che immaginano di annidarsi in chiuse identità micronazionaliste. La storia dell’Europa dell’Est e della Russia confermano che senza libertà di parola e senza un indiscusso imperio della legge viene meno il controllo, e che senza controllo proliferano gli affaristi e i mafiosi.

In Grecia, la lotta all’impunità è fattore indispensabile della ripresa, ci ha spiegato Papahelas: «La cura vera consiste nell’approvazione, da parte di tutti i politici, di un emendamento costituzionale che annulli l’immunità garantita a ministri o parlamentari passati e presenti, e che porti davanti alle corti o in prigione i truffatori e gli evasori fiscali.

Si tratta di imbarcarsi in un nuovo capitolo della storia: economico, culturale e antropologico». In America vediamo con i nostri occhi quanto sia importante il controllo sulle condotte devianti di chi si sottrae alle regole: l’audizione al Congresso dell’amministratore delegato di British Petroleum, Tony Hayward, è severissima e trasmessa da tutte le tv. Dice ancora Papahelas: «Il vecchio paradigma - quello di uno Stato senza leggi, in cui regnano ruberie e nepotismi - sta precipitando».

Impunità e allergia alla cultura del controllo (esercitato da istituzioni e da mezzi d’informazione) sono radicate anche in Italia, e anche qui la democrazia è vicina al precipizio. Le innumerevoli leggi varate a protezione di singole persone o gruppi di persone, l’arroccamento identitario-etnico di regioni a Nord e a Sud del Paese: questi i mali principali. La stessa proposta di rivedere l’articolo 41 della Costituzione contiene i germi di un’illusione: l’illusione che l’economia ripartirà, se solo si possono iniziare attività senza controlli preventivi. L’illusione che l’eliminazione di tali controlli sia un bene in sé, anche in Paesi privi di cultura della legalità.

La costruzione dell’Europa non è estranea alla degradazione dello stato di diritto in numerosi Paesi membri. Non tanto perché essa ha sottratto agli Stati considerevoli sovranità (sono sovranità chimeriche, nella mondializzazione) ma perché ha ritardato l’ora della verità: quella in cui occorre reagire alla crisi di legittimità con una rifondazione del senso dello Stato, e non con una sua dissoluzione. Se i politici fanno promesse elettorali non mantenibili, se si conducono come dirigenti non imputabili, è inevitabile che i cittadini e i mercati stessi traggano le loro conclusioni non credendo più in nulla: né nell’Europa, né nei propri Stati, né nei piani di risanamento economico.

Non è un caso che si moltiplichino in Europa le condanne della legge italiana sulle intercettazioni (appello dei liberal-democratici del Parlamento europeo, firmato da Guy Verhofstadt, appello dell’Osce e di Reporter senza frontiere). Un’informazione e una giustizia imbavagliate o dissuase minano la democrazia. Reagiscono alla crisi proteggendo il vecchio paradigma dell’avidità senza briglie. Conservano uno status quo che ha già causato catastrofi nell’economia e nelle finanze.

L’esplosione della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico è stata paragonata a una guerra. Anche la crisi è una specie di guerra. Se ne può uscire alla maniera di Putin: rafforzando quello che a Mosca viene chiamato il potere verticale, imbrigliando giudici e giornalisti, consentendo a mafie e a segreti ricattatori di agire nell’invisibilità, nell’impunità. Oppure se ne può uscire come l’Europa democratica del dopoguerra: con istituzioni forti, con uno Stato sociale reinventato, con la messa in comune delle vecchie sovranità, con un nuovo patto fra cittadini e autorità pubblica.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7498&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il futuro ha bisogno di alternative
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2010, 09:27:28 am
27/6/2010

Il futuro ha bisogno di alternative

BARBARA SPINELLI

D’un tratto, come se la crisi economica cominciata nel 2007 non fosse passata da queste parti, è riapparsa nei vocabolari un’espressione molto usata negli Anni 80: «Non c’è alternativa». L’acronimo inglese, Tina (There is no alternative), caratterizzò i governi di Margaret Thatcher, e la fiducia che a quei tempi si nutriva nelle virtù indiscutibilmente razionali delle forze di mercato. Queste ultime non andavano regolate: si regolavano da sole, a condizione di esser lasciate senza briglie. Il dogma del mercato mise a tacere dissensi e recriminazioni spesso irragionevoli, ma finì col congelare il pensiero e le sue risorse multiformi. Il fallimento del comunismo accentuò questi vizi di immobilità, perché ogni idea diversa era considerata a questo punto una messa in questione radicale dell’economia di mercato. La stessa parola alternativa era in anticipo screditata, proscritta. Chi aveva l’ardire di pensare o immaginare alternative era accusato di avvelenare e addirittura sovvertire il grande idolo dei fondamentalisti che era il tempo presente.

La fiducia nel dogma ha trovato nel 2007 la pietra su cui è inciampata, e cadendo ha trascinato con sé le sicurezze che credeva di possedere, compresa la sicurezza che le forze di mercato non avessero mai bisogno di briglie politiche. Quel che è mancato e che manca, tuttavia, è un ricominciamento del pensare: troppo a lungo congelata, la mente avanza ancora a tastoni e nel buio acchiappa con le mani le parole che trova, senza sapere se appartengano al mondo nuovo o al vecchio.

Tra queste parole c’è l’acronimo della Thatcher, riutilizzato da governi, imprenditori ed economisti nelle più svariate occasioni: nel caso di Pomigliano, come nelle discussioni sui piani di rigore che i Paesi industriali si apprestano a varare. Non vengono riutilizzate senza ragione, perché non poche misure e decisioni sono obbligate, difficilmente confutabili: è vero, ad esempio, che in un’economia internazionalizzata si possono produrre automobili solo in fabbriche dove i costi di lavoro siano abbastanza bassi e la produttività abbastanza alta da poter competere con le produzioni in Europa orientale o Asia. Da questo punto di vista non c’è alternativa, in effetti. Se si vogliono fabbricare automobili in Italia o in Francia o in Germania, bisogna per forza adottare nuove condizioni di lavoro: grosso modo, quelle indicate dal piano Marchionne.

Essendo un momento di verità, la crisi consiglia tuttavia prudenza, quando si esprimono certezze razionali così granitiche, impermeabili alle controversie e alle alternative. Soprattutto, essa insegna ad aguzzare lo sguardo, e anche ad allungarlo e differenziarlo. Una cosa che è senza alternativa nel breve termine, può rivelarsi del tutto sterile e più che bisognosa di alternative se esaminata con lo sguardo, molto più lungo, delle generazioni che verranno e di quelli che saranno i loro bisogni, le loro domande, i loro stili di vita. Una produzione che sembra oggi vitale e prioritaria può essere, nel lungo termine, non così centrale come lo è stato fino a oggi.

È questo il momento in cui il dogma del mercato tende a divenire l’ortodossia del tempo presente, dell’hic et nunc. L’automobile è un prodotto essenziale della nostra esistenza, oggi. Ma non è detto che lo sarà sempre allo stesso modo, che i modi di vita e le abitudini degli uomini non subiranno metamorfosi anche profonde. Il clima che si degrada rapidamente, il costo del petrolio, la scarsità delle risorse: tutti questi elementi non garantiscono all’automobile il posto cruciale che ha avuto per gran parte del ’900, e non saranno gli aumenti della produttività e le più severe condizioni di lavoro in fabbrica a migliorarne le sorti. Un’auto resta un’auto, anche se consumerà meno energia, e sulla terra ce ne sono troppe. Nell’immediato non c’è alternativa a costruire auto in un certo modo a Pomigliano. Nel medio-lungo periodo l’enorme numero di veicoli programmati non troverà forse acquirenti.

Gli studiosi dibattono la questione da anni. Lo stesso Sergio Marchionne ha più volte fatto capire, in passato, che la domanda di automobili sta declinando in maniera strutturale, indipendentemente dalle crisi congiunturali. Già si studiano possibili riconversioni, alternative, che vanno ben al di là delle automobili a basso consumo. I piani alternativi non mancano e tutti raccomandano di investire nei trasporti comuni più che nell’auto individuale, nelle rotaie più che in ragnatele sempre più invasive di strade asfaltate, nei motori destinati a produrre energie alternative più che in motori che dilapidano risorse in diminuzione al servizio del singolo individuo. «I trasporti pubblici e le energie rinnovabili saranno il fulcro industriale della prossima generazione nell’economia globale», afferma Robert Pollin, economista all’università del Massachusetts. Secondo alcuni autori (James Kunstler è il più pessimista, nel suo libro intitolato The Long Emergency) il declino dell’auto diverrà visibile quando non sarà più conveniente costruire, in epoca di petrolio raro e caro, le città satelliti lontane dai centri-città e dai luoghi di lavoro (i suburbia).

Il modo di vita e di convivenza dei terrestri è in mutazione: a causa del clima, del diradarsi di risorse del pianeta, di catastrofi come quella nel Golfo del Messico. Muteranno bisogni, aspirazioni, influenzando sempre più i mercati. È una prospettiva alla quale conviene pensare, fin d’ora, cominciando a costruire le fabbriche e i lavori che saranno necessari nel mondo futuro. Anche mondo futuro è un concetto in metamorfosi costante: non è qualcosa che ideologicamente viene sovrapposto alla realtà, sostituendola alla maniera di un villaggio Potemkin che prima inganna e poi delude. È una realtà che molto semplicemente succederà, e sulla quale tuttavia potremo incidere con una condotta o con l’altra. L’unico vero problema è che le forze che saranno protagoniste di nuovi stili di vita e nuovi consumi esistono in maniera flebile, non dispongono di lobby per far ascoltare la propria voce, non hanno possenti rappresentanze. Non l’hanno soprattutto nei sindacati e nei partiti di sinistra, il più delle volte sordi alle esigenze di chi non ha il posto fisso, di chi vive in condizioni di mobilità continua, di chi non è protetto da reti di sicurezza ed è già attore di nuovi stili di vita e di consumi. Ma c’è arretratezza anche nel mondo degli imprenditori, dove a dominare sono spesso forze gelose del posto occupato dalle produzioni classiche: forze timorose del futuro, e delle conversioni mentali e produttive che il futuro comporta.

Vale la pena dunque pensare le alternative, e abbandonare le parole-mantra di Margaret Thatcher. E vale la pena pensare il mondo contraddittoriamente, tenendo sempre presenti i due sentieri che abbiamo davanti. Il sentiero del qui e ora, con i suoi stati di necessità non eludibili. E il sentiero del domani e dopodomani, con i suoi non meno eludibili vincoli energetici e climatici. Può darsi che nell’immediato sia corretto ricordare che non esistono alternative. Ma di alternative c’è un enorme bisogno per il futuro, ed è un bene che vengano pensate, vagliate, scartate, non domani ma già oggi.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7524&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - Angela Merkel una borghese piccola piccola
Inserito da: Admin - Luglio 04, 2010, 06:24:15 pm
4/7/2010

Angela Merkel una borghese piccola piccola
   
BARBARA SPINELLI

Joachim Gauck era l’uomo del momento giusto, per la successione di Horst Köhler alla presidenza della Repubblica in Germania. Per aver conosciuto la paura quando era un pastore dissidente nella Germania comunista, sapeva quel che significa pensare con la propria testa, resistere, imboccare la stretta via della solitudine. Assieme a Havel, Gauck è uno dei rari dissidenti che non solo ha combattuto il totalitarismo comunista ma ha saputo guardare dentro se stesso, e intuire quello che può fare, di ogni uomo, un conformista o un ideologo, a seconda delle necessità e delle circostanze. Per dieci anni, fra il 1990 e il 2000, aveva diretto un’istituzione essenziale per la riunificazione tedesca e la rinascita della democrazia in Germania Est: l’autorità che archivia e mette a disposizione del pubblico gli atti della Stasi (servizi di sicurezza e spionaggio dell’Est). Ho conosciuto Gauck personalmente, prima e dopo l’89, e non lo ricordo alla ricerca di facili consensi. La tempesta della Ddr lo aveva fatto crescere, la più complessa tempesta della democrazia non l’aveva rovinato. Ambedue gli hanno dato speciali antenne, e uno speciale senso dell’umorismo. Nella breve campagna presidenziale parlava molto della crisi economica, e della paura che tornava ad affliggere gli animi («Sì, là fuori c’è da aver paura!»). Ed evocava l’insurrezione che nell’89 aveva infranto a Berlino muri e paure («Anche i tedeschi sono dunque capaci di far rivoluzioni!»).
Probabilmente sono questi i motivi per cui i tedeschi, se avessero potuto eleggere direttamente il capo dello Stato, lo avrebbero senza esitazione votato in massa. La Germania, capace di forza inaudita ma non di rivoluzioni, aveva un nuovo simbolo. Anche la stampa lo favoriva, anche i presidenti che più hanno lasciato tracce di sé, come Richard von Weizsäcker e Roman Herzog, avevano chiesto che sul nome di Gauck si formasse una vasta maggioranza, e che comunque i deputati votassero in piena libertà, senza badare alle discipline di apparati e schieramenti.

È strano come la partitocrazia e il pensiero corto abbiano infine avuto il sopravvento, lasciando cadere una personalità come Gauck e aprendo la strada alla nomina di un uomo certo onesto ma non eccezionale come Christian Wulff, ex presidente democristiano della Bassa Sassonia. È strano come sia stata un’altra cittadina dell’Est, Angela Merkel, a incaponirsi e battersi perché venisse affossato il candidato più apprezzato dai tedeschi e dalle loro teste pensanti. Ancor più strano è l’ignominioso connubio che si è creato, al momento del voto in Parlamento, fra il Cancelliere e la Linke, la formazione che raggruppa i fuoriusciti socialdemocratici di Lafontaine e l’ex partito comunista dell’Est. Un connubio non nuovo nella storia, che l’Italia dei governi Prodi ha conosciuto bene.

Solo in apparenza tuttavia l’affossamento di Gauck è una storia di stranezze e anomalie. Sono decenni che l’Europa non riesce a selezionare personaggi di spicco, e questa paralisi dell’immaginazione ha, almeno in Germania, radici al tempo stesso molto antiche e molto tedesche. Da un lato è il fastidio suscitato in ogni potente da personalità troppo forti, che non rientrano nei parametri partitici e sono una minaccia per lo status quo e i discorsi dominanti: in linguaggio moderno, non s’iscrivono del tutto né a destra né a sinistra.

Appartengono non ai partiti, ma alle grandi occasioni. Nel quinto libro delle sue Storie, Erodoto sintetizza in una metafora l’arte di governo che il tiranno di Mileto, Trasibulo, insegna al giovane tiranno di Corinto: fai come se ti trovassi in un campo di grano - dice - taglia le spighe troppo alte!

Ma è anche una storia tedesca quella che abbiamo davanti, e per esser precisi una storia tedesco orientale. Difficile dire chi sia stato più stupido, ottuso, miope: se Angela Merkel o la Linke, che fino all’ultimo si è rifiutata di spostare il proprio voto su Gauck. Fatto sta che entrambi gli attori sono eredi della vecchia Germania comunista: un Paese che non ha avuto la possibilità di mutare e ripensare la propria storia, dopo la caduta del nazismo; che ha mantenuto e congelato il vecchio rapporto tedesco con l’autorità. In particolare, ha preservato quella meschinità pedante e filistea che opportunisticamente cerca rifugio in un suo nido protetto, pur di non correre pericoli personali e non osare il coraggio e l’isolamento.

È lo spirito piccolo borghese che i tedeschi attribuiscono allo Spiesser: lo Spiesser non osa mai nulla d’ardito ma per convenienza si adatta, non cerca la verità ma si contenta di bugie, di frasi fatte, se necessario di dogmi indiscussi. Per parlare con Gauck, può divenire al tempo stesso un conformista e un ideologo, per paura o tornaconto.
La Merkel non ha una vita di dissidente alle spalle, e lo si vede. Il suo respiro e il suo sguardo sono corti e il raggio dei suoi interessi breve e egocentrico. Il momento che traversa è pieno di imprevisti precipizi, e rifugiarsi nel nido è la cosa che preferisce, se mantenere il potere è a questo prezzo. Meglio occuparsi di elezioni locali, piuttosto che pensare responsabilmente alla Grecia e al destino dell’Europa e dell’euro. Meglio far fuori un possibile concorrente come Wulff e promuoverlo a capo dello Stato, piuttosto che dare alla Germania un grande presidente. Meglio correre in Sudafrica e godere della vittoria tedesca ai quarti di finale, piuttosto che correre per una bella vittoria nel mestiere politico che è il suo. Lo Spiesser non pensa mai in grande, ma sempre in piccolissimo. Tina Hildebrandt e Elisabeth Niejahr sulla Zeit scrivono che la Merkel è incapace sia di imboccare la strada del coraggio sia di imboccare la strada della paura: l'unica cosa che sa fare è non imboccare strada alcuna. Günter Bannas sulla Frankfurter Allgemeine scrive che la Merkel segue il vento, non avendo una propria consistenza: «L’euro non sarebbe mai nato, se fosse stata lei cancelliere negli anni di Kohl. Mai avrebbe avuto il coraggio, che ebbe Gerhard Schröder nel suo partito, di imporre la riforma dello stato sociale e del diritto del lavoro che va sotto il nome di Agenda 2010».

Eppure la Merkel avrebbe trionfato, se avesse avuto un po’ d’immaginazione e non si fosse annidata nelle sue sparagnine aritmetiche di potere. È vero, erano stati i socialdemocratici e i Verdi a proporre la candidatura Gauck, aggiudicandosi per primi la mossa migliore e più inventiva. Ma Gauck è uomo difficilmente classificabile, e la Merkel avrebbe potuto metterci sopra il suo stampiglio, trasformando l’ex dissidente in un figlio dell’era Kohl: figlio riottoso, perché incontrollabile quando Kohl cadde in disgrazia, ma pur sempre figlio. La Merkel sarebbe divenuta di nuovo popolare, e avrebbe acquisito un’indipendenza verso il partito che ora, dopo la faticosa elezione di Wulff, ha finito col perdere. Ha scelto l’apparato contro il bene comune, la partitocrazia contro il parere di gran parte dell’opinione pubblica. Anche in questo è stata spiessig.

L’Europa barcollante ha oggi una persona così, alla propria testa. Ha una Germania che economicamente si trova a esser guida dell’Unione, ma che politicamente non sa pensare che in piccolo, assediata da conformismi e da calcoli avari. In realtà sono molti oggi i piccoli personaggi, in Europa. Le spighe più alte non mancano (l’ex premier belga Guy Verhofstadt, il tedesco Cohn-Bendit) ma la preoccupazione dei potenti è di reciderle se solo oltrepassano un poco la media. Quanto alla sinistra tedesca, la sua strada si fa impervia. Assieme ai Verdi, i socialdemocratici hanno dato prova di grandezza e fantasia, proponendo un personaggio per loro non comodo come Gauck. Ma l’alleanza con le sinistre postcomuniste, e con la loro radicale stupidità, diventa sempre più difficile ed è un regalo del tutto immeritato ai democristiani e alle destre

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Titolo: BARBARA SPINELLI - La Francia contro i suoi re
Inserito da: Admin - Luglio 11, 2010, 08:11:31 am
11/7/2010

La Francia contro i suoi re
   
BARBARA SPINELLI

Nei film più neri di Claude Chabrol, sono personaggi di infima origine - una governante analfabeta, una postina, una spogliarellista, un maestro alla deriva - a scombussolare d’un tratto i finti equilibri dell’alta borghesia precipitandola nell’orrore o nella morte. Nel Buio nella mente, la governante analfabeta Sophie governa perfettamente la villa, ma l’umiliazione l’ha come prosciugata e i suoi sogni li sfama trangugiando cioccolata e Tv. I tenutari della villa sono serviti con la massima meticolosità fino al momento in cui ogni cosa barcolla e si rovescia: il padrone frana nella soggezione; il servo insorge e si fa padrone dell’universo. L’ignorante-analfabeta ha come un occhio in più; il colto e ricco borghese si scopre cieco. Non ha visto che la storia, quando i rapporti di potere s’immiseriscono, sono i domestici a farla.

È quello che sta succedendo in Francia, con lo scandalo Bettencourt. Un maggiordomo trattato senza rispetto registra in segreto le conversazioni private della padrona, e porta alla luce storie abiette di corruzione politica e di evasione fiscale. Una contabile-governante, anch’essa maltrattata e licenziata, decide di rivelare alla polizia e ai giornalisti le bustarelle molto voluminose che Liliane Bettencourt, multimiliardaria ereditiera dell’Oréal, distribuiva a deputati e ministri. La repubblica monarchica trema, i clandestini intrecci tra politica e affari vengono smascherati. Lasciando la magione a Neuilly-sur-Seine, il maggiordomo Pascal riferisce di «un’atmosfera divenuta malsana».

Claire, la contabile, racconta l’arroganza dell’amante di Liliane, François-Marie Banier, e del suo manager finanziario Patrice de Maistre. Come in un classico film noir, i reietti riscrivono la trama.

Un’alta borghesia che si arrocca e si squilibra, uno Stato che domina a tal punto l’economia da servirsene senza scrupolo, un’osmosi tra servizio del pubblico e servizio del privato che caratterizza le élite (il passaggio assicurato da un ambito all’altro si chiama pantouflage), la rivolta infine della gente comune, delle petites gens: sono tutti elementi di una storia molto francese, costellata di ricchezze spudoratamente dissimulate e di conseguenti regicidi. Ma tante sono le somiglianze con quello che accade altrove, in Italia o in Grecia, e ovunque si assiste allo stesso spettacolo: una crisi economica che rende improvvisamente intollerabili la disuguaglianza di ricchezze e quella di fronte alla legge, una classe dirigente che difende i privilegi acquisiti reclamando l’impunità, una stampa e una magistratura che diventano essenziali garanti delle uguaglianze da restaurare e del diritto di sapere. Gérard Davet, su Le Monde, scrive che per i piccoli, gli emarginati, il giornalista è qualcuno che «parla in loro nome».

Yves Mény, che per sette anni è stato presidente dell’Istituto universitario europeo di Firenze e ha scritto libri fondamentali sulla corruzione e il populismo, scorge in quel che sta avvenendo un tratto particolarmente latino, oltre che francese. Tipicamente francese è il cumulo dei mandati: il parlamentare che mantiene un mandato locale è una pratica corrente. Tipicamente francese è anche la vicenda del ministro del Lavoro Eric Woerth: tesoriere del partito quando era ministro del Bilancio e ancor oggi, è sospettato di aver coperto l’evasione fiscale di Liliane Bettencourt e di aver ottenuto dalla padrona dell’Oréal somme illegali per il candidato presidenziale Sarkozy nel 2007. Ma la lunga permanenza in Italia spinge Mény a andare più a fondo, a vedere una più vasta e ramificata cultura dell’illegalità nell’Europa latina, fatta di criminosi conflitti d’interesse, di classi politiche incapaci di correggersi, di scarse difese immunitarie.

Nei paesi anglosassoni la separazione tra politica e affari è forse ancor meno netta, ma proprio per questo si escogitano antidoti che non si trovano in paesi come la Francia o l’Italia. È significativo, ad esempio, che non esista in francese (e nemmeno in italiano) il termine accountability: la cultura del render conto, dunque della legalità, che deve animare chi dirige il paese e senza la quale è impossibile si instauri fiducia fra cittadini e Stato, fra piccoli e grandi, fra meno abbienti e grandi fortune. Mény ricorda il ruolo essenziale che nelle democrazie funzionanti svolgono i due poteri di controllo e vigilanza che sono la stampa e la magistratura, l’opinione pubblica non disinformata e il rispetto non selettivo della legge. Le sentinelle che aiutano a sorvegliare sono chiamate nei paesi anglosassoni i whistleblower, letteralmente coloro che, dall’interno di un’azienda o una struttura di potere, suonano l’allarme in caso di trasgressioni ai vertici. La funzione ha precisi statuti e garanzie in America del Nord.

In tempi di crisi democratica grave la funzione del whistleblower fa riferimento all’opinione pubblica, attraverso i giornali che l’informano e la educano se possibile alla vigilanza. È il motivo per cui è contro la stampa indipendente che si scatena il risentimento di classi politiche o imprenditoriali assetate di impunità e esenzioni: perché il potere che essa impersona, se esercitato con spirito di indipendenza, è del tutto diverso dal potere dei governi, dei politici, dei partiti. Nel mirino del potere politico francese, in queste settimane, è un giornale online, Mediapart, diretto da un giornalista di investigazione che per anni ha lavorato a Le Monde, Edwy Plenel. Plenel già indispose enormemente Mitterrand, a metà degli Anni 80. Per aver indagato sul ruolo del Presidente socialista nello scandalo di Greenpeace (una nave dell’organizzazione diretta a Mururoa venne affondata con la dinamite dai servizi segreti francesi, nel 1985, causando la morte di un fotografo portoghese). Ora il suo giornale online è accusato di fascismo, di populismo, di speculare sulla crisi della democrazia, addirittura di affossarla.

Quel che colpisce è il timore reverenziale che molti illuminati hanno verso le pratiche occulte e la corruzione di una parte del potere francese. Anche qui, come in Italia, virtuoso è chi chiude possibilmente tutti e due gli occhi, chi invoca toni bassi e silenzio, chi preserva equilibri considerati troppo fragili per essere scossi, chi se la prende più con le sentinelle che suonano l’allarme che con i trasgressori. Centristi classici come Michel Rocard a sinistra e Simone Weil a destra hanno scritto un editoriale indignato su Le Monde, il 4 luglio, prendendosela con la stampa che denigra, denuncia, minaccia addirittura la repubblica asservendola e umiliandola. Analisi fini e approfondite le fanno alcuni isolati e la magistratura: è stato il tribunale di Parigi, l’1 luglio, a difendere la pubblicazione su Mediapart delle registrazioni del maggiordomo, statuendo che esistono casi «di interesse pubblico che mettono in primo piano il diritto all’informazione, e in secondo piano il diritto alla privacy».

Yves Mény sostiene che marasmi simili sono possibili perché nell’Europa latina è la cultura cattolica a dominare. La cultura cattolica assolve, stabilisce regole severe, ma non mette in moto né sconvolge la coscienza. Il politico o l’amministratore non possiedono un proprio intimo codice etico: solo il codice penale può fermarli, se la magistratura ha la necessaria indipendenza, e questo diminuisce drasticamente le difese immunitarie dalla malattia della corruzione. Solo verso l’elettore il politico si sente responsabile, ed è il suffragio universale a decidere della buona o cattiva reputazione del leader. È così che l’atmosfera nei palazzi di Francia diventa malsana, indignando i reietti di Chabrol e spingendo cittadini, giornalisti, magistrati a «fare Stato» al posto di chi lo sgoverna.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7578&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - Tra D’Alema e soci il solito fratricidio
Inserito da: Admin - Agosto 07, 2010, 10:26:48 pm
Barbara Spinelli: “Tra D’Alema e soci il solito fratricidio”

Secondo la scrittrice ed editorialista de La Stampa, il Pd deve favorire la creazione di un governo di transizione prima del voto, altrimenti Berlusconi potrebbe vincere di nuovo.


Barbara Spinelli, scrittrice ed editorialista de La Stampa, spiega: “Siamo all’ultimo atto. O forse solo all’ultima scena di uno dei tanti atti della tragedia berlusconiana”. Comunque non è un gran bello spettacolo. E il sipario non sembra chiudersi.

I titoli di coda per ora si fanno attendere.
Siamo alla fine della maggioranza parlamentare del premier. L’uscita di Fini dal Pdl può trasformarsi nell’ultimo atto dell’avventura berlusconiana. Si tratta di capire come gestirlo. Può essere l’ultimo atto, ma può anche essere l’ultima scena di uno degli atti di cui è composto il dramma del signore di Arcore. Da questa situazione, che senza dubbio è di fine regno, in realtà Berlusconi ha la possibilità di uscire restando in sella e pesando sulla vita politica italiana in modo molto più forte di quanto immaginiamo.

Accadrebbe se si andasse alle urne con questa legge elettorale?
È molto probabile che se le elezioni non saranno davvero libere il premier vinca ancora e che aspiri tra qualche anno al Quirinale. Bisogna trasformare quest’ultima scena in ultimo atto. Il rischio è andare subito al voto con un regime che ha trasformato le elezioni in un evento non democratico. Sono completamente d’accordo con Flores d’Arcais quando dice che prima vanno sciolti i nodi del sistema elettorale e del monopolio televisivo.

Una parte del Pd, la Finocchiaro ma non solo, dice di non temere le elezioni ‘qui e ora’.
Anche Di Pietro e Vendola: dimostrano però di sottovalutare la natura del regime in cui ci troviamo. Di fare dell’antiberlusconismo senza aver capito cosa significhi davvero il berlusconismo.

Che vuol dire?
Il berlusconismo non è una persona che abusa del proprio potere. È un sistema ormai molto definito di leggi, equilibri istituzionali, rapporti con la Costituzione. È un paesaggio dell’informazione desolato e uniforme. Il problema non è affrontare le urne con questa persona, ma con questo regime. È come se nell’89 – quando sono caduti i regimi comunisti – si fosse andati a votare senza creare nuove Costituzioni, senza un pluralismo politico e nuovi giornali. Noi siamo avvantaggiati, perché una Carta fondamentale ce l’abbiamo già, ma consultare ora gli elettori è una fortissima sottovalutazione del pericolo.

Questione morale: Berlusconi che intima a Fini di fare luce sull’appartamento di Montecarlo non è come quel proverbio in cui lo straccio dice al cencio ‘sei pieno di polvere’?
Certo, è l’affermazione del ‘tutti rubano, quindi nessuno ruba’. È il marcio che c’è non soltanto nella classe politica italiana, ma anche nell’opinione pubblica. Il premier reagisce in questo modo perché Fini ha rotto sulla legalità. Un tema che si riteneva fosse del tutto irrilevante dal punto di vista degli equilibri politici e del funzionamento dello Stato.

Perché Fini non ha spiegato?
Forse gli conveniva e gli converrebbe. Ma visti gli scandali fasulli sollevati in passato dai giornali di Berlusconi (per distruggere Prodi, o Boffo) forse fa bene a ribadire la sua fiducia nella magistratura e a non dire altro.

Questa storia di Montecarlo nasce da un’inchiesta del quotidiano della famiglia Berlusconi. Uscita, esattamente nel momento della rottura tra Fini e Berlusconi, a puntate, particolari e retroscena somministrati con il contagocce. Minaccia, avvertimento, tentativo di ‘condizionamento’?
È più di una minaccia, è l’uso politico dell’informazione. Non voglio dare un giudizio su questa vicenda, perché il modo in cui il Giornale e Libero usano i dossier ha dimostrato la poca credibilità di questi quotidiani.

Berlusconi potrebbe avere problemi di numeri al Senato. Riuscirà a tenere in piedi il governo con qualche equilibrismo o farà la fine di Prodi?
No, alla lunga non potrà. E penso che lui non lo vorrà.

Fini, Casini, Rutelli: anatomia del Terzo polo.
Tendo ad accoglierlo positivamente come inizio di un’alleanza più vasta, che si unisce per traghettare l’Italia verso il dopo B. Mi piace anche l’immagine usata da Casini, ‘area di responsabilità istituzionale’: di essa può benissimo far parte tutta l’opposizione attuale. Lo scopo è creare le condizioni per elezioni veramente democratiche.

Però l’opposizione sembra divisa e confusa: non sarebbe il momento per dare una linea forte, comprensibile agli elettori e condivisa all’interno?
Sono stati colti tutti alla sprovvista: e ci metto Pd, Vendola, Di Pietro. Non credo che Bersani abbia ragione quando dice che il merito di questa situazione sia del Pd e non di Fini. Io penso che sia Fini a sceneggiare il possibile ultimo atto del berlusconismo. Bersani fa giuste analisi: bisogna uscire da questo pantano, predisporre una nuova legge elettorale con un governo di transizione. Mi stupisce il fatto che dica tutto questo alla leggera, che non stia elaborando una strategia concreta: obiettivi, alleanze, strade.

Parole in libertà?
Sembra quasi di sì. Per esempio: buttare lì il nome di Tremonti ha creato problemi dentro il Pd e a Tremonti stesso. Una candidatura possibile – che a me non piace molto, ma può forse servire a disfarsi del presente regime – viene semplicemente bruciata prima di averla negoziata. Imperdonabile leggerezza.

D’Alema ha già bocciato Vendola: è il peccato originale del Pd non riuscire a vedere oltre il proprio naso?
È la solita logica del fratricidio. E il non voler vedere che Vendola ha tutti i numeri per diventare un leader. Ha linguaggio, freschezza, libertà dagli apparati. Un personaggio così è preziosissimo da coltivare e persuadere. Uno di cui il centrosinistra ha bisogno, non nell’ora in cui si deve uscire dal berlusconismo, forse, ma in futuro sì. È grottesco liquidarlo così, per di più da parte di D’Alema che da 15 anni ha regolarmente fatto accordi con Berlusconi.

Il Partito democratico ha votato Vietti alla vicepresidenza del Csm e lanciato Tremonti come ipotetico premier. Ma gli elettori del Pd vogliono davvero uno che ha contribuito alla depenalizzazione del falso in bilancio a Palazzo dei Marescialli e l’uomo dello scudo fiscale a Palazzo Chigi?
Si ritorna alla questione della legalità, un tema che soltanto una parte del Pd sente come prioritario. Non a caso chi rompe tutto su questa questione è Fini non la sinistra. Questo tema è stato considerato “antiberlusconismo” e il Pd ha sempre detto che nuoceva alla sinistra.

Da destra si urla contro il giustizialismo tutte le volte che si pone un problema che ha a che fare con la giustizia e il rapporto tra i poteri. Ma la legalità non è un totem, è uno strumento.
La legalità è uno strumento essenziale che permette alla democrazia di funzionare e ai poteri di dialogare correttamente. Se i poteri non hanno autonomie garantite la democrazia non c’è più.

Facciamo una previsione. Elezioni subito o governo di salute pubblica?
Io spero, l’ho già detto, in un esecutivo che riscriva il “porcellum” e l’assetto dell’informazione televisiva. Al di là di quello che auspico, la previsione è un azzardo perché dipende dell’estensione e dalla forza della nuova ‘area di responsabilità istituzionale’. E dall’intelligenza del Partito democratico che, per favore, aiuti a creare questo governo di transizione, senza cercare di regolare per l’ennesima volta i conti tra le correnti del Pd. Che abbia un’idea chiara, magari ce la tenga nascosta, ma la porti avanti seriamente e con rigore. Non da pecioni, bruciando in anticipo gli eventuali candidati.

Da Il Fatto Quotidiano del 7 agosto 2010
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/07/spinelli-d%E2%80%99alema-e-soci-il-solito-fratricidio/48341/


Titolo: BARBARA SPINELLI - La sinistra tiene il passo di Fini
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2010, 09:44:06 am
8/8/2010

La sinistra tiene il passo di Fini
   
BARBARA SPINELLI


Alla fine, la rottura fra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera è avvenuta sull’elemento che più caratterizza il regime autoritario di Berlusconi: il rapporto del leader con la legalità, quindi con l’etica pubblica. È ormai più di un decennio che il tema era divenuto quasi tabù, affrontato da pochi custodi della democrazia e della separazione dei poteri.

Agli italiani la legalità non interessa, ci si ostinava a dire, né interessano la giustizia violata, la corruzione più perniciosa che è quella dei magistrati, l’obbligo di obbedienza alle leggi, il patto tra cittadini che fonda tale obbedienza. Anche per la sinistra, nostalgica spesso di una democrazia sostanziale più che legale, tutti questi temi sono stati per lungo tempo sovrastruttura, così come sovrastruttura era il senso dello Stato e della sua autonomia.

Fini ha ignorato vecchie culture e nuovo spirito dei tempi e ha guardato più lontano. Ha intuito che uscire dalla crisi economica significa, ovunque nel mondo, uscita dal malgoverno, dai costi enormi della corruzione, dall’imbarbarimento del senso dello Stato. Ha visto che il presente governo e il partito che aveva fondato con Berlusconi erano colmi di personaggi indagati e spesso compromessi con la malavita. Ha visto che per difendere la sua visione privatistica della politica, Berlusconi moltiplicava le offese alla magistratura, alla stampa indipendente, alla Costituzione, all’idea di un bene comune non appropriabile da privati. E ha costretto il premier a uscire allo scoperto: lasciando che fosse quest’ultimo a rompere sulla legalità, sul senso dello Stato, sull’informazione libera, ha provocato un’ammissione indiretta delle volontà autoritarie che animano il capo del governo e i suoi amici più fedeli.

In qualche modo, Berlusconi ha chiesto a Fini e ad alcuni finiani particolarmente intransigenti (Fabio Granata) di scegliere la cultura dell’illegalità contro la cultura della legalità che il presidente della Camera andava difendendo con forza. Non solo: più sottilmente ed essenzialmente, ha chiesto loro di scegliere tra democrazia oligarchica e autoritaria e democrazia rappresentativa. Il capo del governo infatti non si limita a anteporre la sovranità del popolo elettore alla separazione dei poteri e a quello che chiama il «teatrino della politica politicante». La stessa sovranità popolare è distorta in maniera micidiale, a partire dal momento in cui essa si forgia su mezzi di informazione (la tv) che il capo-popolo controlla in toto. La dichiarazione contro Fini dell’ufficio di presidenza del Pdl, il 29 luglio, erge i disvalori come proprio non segreto emblema quando afferma: «Le sue posizioni (sulla legalità) sono assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà».

La sinistra non ha avuto né il coraggio né l’anticonformismo del presidente della Camera. Fino all’ultimo ha congelato la presa di coscienza italiana sulle questioni delle legge e della giustizia, ripetendo con pudibonda monotonia che «l’antiberlusconismo non giova al centrosinistra». E per antiberlusconismo intendeva proprio questo: combattere il Cavaliere sul terreno dell’etica pubblica, della legalità, della formazione dell’opinione pubblica attraverso i media. I problemi erano sempre altri: quasi mai erano la tenuta dello Stato di diritto, l’informazione televisiva manipolata, la corruzione stessa. C’erano sempre «questioni più gravi» da affrontare, più urgenti e più alte, prima di scendere nei piani bassi della legalità.

L’incapacità congenita della sinistra di vietare a chi fa politica un conflitto d’interessi, specie nell’informazione, nasce da qui ed è destinata a divenire il vecchio rimorso e il vizio assurdo della sua storia. In fondo, venendo anch’egli da una cultura totalitaria, Fini ha fatto in questo campo più passi avanti di quanti ne abbiano fatto tanti uomini dell’ex Pci (lo svantaggio di tempi così rapidi è che le sue truppe sono labili).

Questo parlar d'altro, di cose che si presumono più alte e nobili, è la stoffa di cui è fatto oggi lo spirito dei tempi, non solo in Italia. Uno spirito che contagia anche le gerarchie ecclesiastiche (non giornali come Famiglia Cristiana), oltre che molti moderati e uomini della sinistra operaista. È lo stesso Zeitgeist che in Francia, in pieno scandalo delle tangenti versate illegalmente da Liliane Bettencourt alla destra, spinge politici di rilievo a far propria l’indignazione dell’ex premier Raffarin contro la stampa troppo intemperante: «I francesi e i mezzi di comunicazione sono incapaci di appassionarsi per i grandi temi». Chi chiude gli occhi davanti al marcio che può manifestarsi nella politica sempre vorrebbe che i cittadini non vedessero la bestia, dietro l’angelo e i suoi grandi temi.

Invece l’imperio della legge fa proprio questo: rivela all’uomo la sua bestialità, gli toglie le prerogative dell’angelo. Nel descrivere il Decalogo mosaico, che della Legge è essenza e simbolo, Thomas Mann parla di «quintessenza della decenza umana» (La Legge, 1944). Alla stessa maniera, la quintessenza dell’esperienza berlusconiana è il rapporto distorto e irato con la legge e i poteri che la presidiano: un male italiano che non è nato con lui, ma che lui ha acutizzato. Un male che conviene finalmente guardare in faccia, perché è da qui che toccherà ricominciare se si vuol costruire meglio l’Italia. Se si vuol dar vita a un’opinione pubblica veramente informata, perché munita degli strumenti necessari alla formazione della propria sovranità democratica.

Per questo la dissociazione di Fini dai disvalori del Popolo della Libertà non è una frattura del bipolarismo, né tanto meno un ritorno a vecchi intrugli consociativi. È il primo atto di un’uscita dall’era di Berlusconi, da una seconda Repubblica che non ha riaggiustato la prima ma ne ha esasperato monumentalmente i vizi: ed è un atto che per forza di cose deve essere governato da un arco di partiti molto largo. Il termine giusto lo ha trovato Casini: si tratta di creare un’«area di responsabilità istituzionale», non diversamente dal modo di operare di chi predispose il congedo dal fascismo. Nell’inverno scorso, lo stesso Casini parlò di Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale che nel 1943 associò tutti gli oppositori al regime mussoliniano. Spetta a quest’area preparare elezioni davvero libere, dunque creare le basi perché le principali infermità della repubblica berlusconiana siano sanate. In seguito, il bipolarismo potrà ricostituirsi su basi differenti.

In effetti, Berlusconi non è una persona che ha semplicemente abusato del potere. Le sue leggi, le nomine che ha fatto, il conflitto d’interessi di cui si è avvalso: tutto questo ha creato un’altra Italia, e quando si parla di regime è di essa che si parla. Un’Italia dove vigono speciali leggi che proteggono l’impunità. Un’Italia dove è colpito il braccio armato della malavita anziché il suo braccio politico, e dove i pentiti di mafia sono screditati e mal protetti come mai lo furono i pentiti di terrorismo. Un’Italia in cui la sovranità popolare non potendosi formare viene violata, perché un unico uomo controlla le informazioni televisive e perché il 70 per cento dei cittadini si fa un’opinione solo guardando la tv, non informandosi su giornali o Internet.

Un governo che non curasse in anticipo questi mali (informazione televisiva, legge elettorale che non premi sproporzionatamente un quarto dell’elettorato, soluzione del conflitto d'interessi) e che andasse alle urne sotto la guida di Berlusconi non ci darebbe elezioni libere, ma elezioni coerenti con questo regime e da esso contaminate.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7689&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'impotente grandezza del Cavaliere
Inserito da: Admin - Agosto 15, 2010, 04:26:50 pm
15/8/2010

L'impotente grandezza del Cavaliere
   
BARBARA SPINELLI

E’ venuta l’ora di analizzare la morte di quella che è stata chiamata, in gran fretta e proditoriamente, Seconda Repubblica. Doveva essere qualcosa che somigliava alla quinta repubblica di De Gaulle, inaugurata alla fine degli Anni 50: un sistema che restituisse alla politica la nobiltà, lo sguardo lungo, l’efficacia che il predominio di fazioni e partiti le aveva tolto. Doveva, partendo dalla simultanea svolta avvenuta a Nord con Mani Pulite e a Sud con l’offensiva contro la mafia di Falcone e Borsellino, rigenerare un ceto politico corrotto da anni di democrazia senza alternanza, di poteri paralleli e illegali. Le forze che dopo il ’45 avevano ricostruito il Paese gli avevano dato una Costituzione vigile sulla democrazia, ma antichi mali, non curati, si erano incancreniti: il rapporto degli italiani e dei politici con lo Stato in primo luogo, e la maleducazione civile, lo sprezzo della legalità, del bene comune. Tutti questi mali sopravvissero alla Prima Repubblica, e per questo anche la seconda sta morendo.

Quel che mancò, nei primi Anni ’90, fu la rigenerazione delle classi dirigenti. La politica abdicò, accettò di farsi screditare, e forze estranee ad essa se ne appropriarono. Furono queste ultime ad annunciare l’avvento del Nuovo: nuovi uomini, non prigionieri dei vecchi partiti; nuova attitudine manageriale al comando; nuova fermezza nel decidere. La Seconda Repubblica è stata innanzitutto un sistema di dominio il cui scopo era di radicare quest’immagine del potere nelle menti di italiani stanchi di lungaggini, assetati di efficacia. Altri obiettivi non esistevano, se non la libertà del leader da ogni vincolo. Il conflitto d’interessi non era un ostacolo: sanciva tale libertà. Ovvio che la rigenerazione dello Stato e della legalità divenne non solo impossibile ma esecrata. Mani Pulite e Falcone-Borsellino erano escrescenze di una Prima Repubblica caduta per motivi che restando arcani non insegnavano nulla se non più furbizia e più menzogne.

I dati lo confermarono presto, dopo Tangentopoli: la corruzione non solo era ripresa, ma s’era inasprita fino ad assumere, oggi, proporzioni enormi. L’impunità dei dirigenti s’estese. L’informazione televisiva, ieri lottizzata, è ora monopolizzata da una persona. La Seconda Repubblica era nata, ma affatto diversa dal racconto che se ne faceva. Ha dato vita al bipolarismo, ma un bipolarismo tra due concezioni dello Stato e della legge, non fra due politiche. In sedici anni ha creato un sistema che salvaguarda i difetti del regime precedente, distruggendo le forze e gli anticorpi che nonostante tutto esso ancora possedeva. Non c’è dunque una sola Seconda Repubblica. Ce n’è una cui tendevano i veri riformatori. E ce n’è un’altra, effettiva, che usurpando il linguaggio dei riformatori ha installato un regime che confonde la crisi della politica con l’inutilità della politica, e mette il potere esecutivo al riparo da ogni controllo. Che non ha corretto nulla se non l’immagine del leader, e l’uso democratico di frenare il potere eccessivo con altri poteri.

Questa Seconda Repubblica non è falsa a causa del predominio di una persona (Berlusconi). È falsa perché ha dato agli italiani, contemporaneamente, un uomo forte e uno Stato disarticolato, con poteri di controllo indeboliti se non neutralizzati. Per poteri di controllo s’intende la magistratura, la stampa indipendente, il Capo dello Stato che incarna il legame con la Costituzione, la Costituzione stessa. Quando si parla di regime non si parla di un uomo, ma di questa ben organizzata disarticolazione.

Gli italiani hanno avuto quel che non chiedevano. Non la politica rinobilitata, ma il suo discredito. Non una giustizia più rapida, ma una giustizia celere con i deboli, impotente e interminabile con i forti: una giustizia giudicata usurpatrice se giudica i potenti, come usurpatrice è giudicata la stampa indipendente. La Prima Repubblica aveva anticorpi che l’affossarono; la Seconda forse ne ha ma di meno, sicché neppure ricorre all’ipocrisia: Berlusconi non esita a rompere con Fini che chiede il rispetto della legalità, non esita a definire golpista il potere del Quirinale di sciogliere il Parlamento. L’interiorizzazione dell’illegalità non potrebbe essere più esplicita e impudente.

Tuttavia anche la Seconda Repubblica sta morendo. Perché non c’è leader che alla lunga possa vivere d’immagine, senza esserlo. Perché non basta inoculare nelle menti lo sprezzo della politica, per aggiustarla. Quando Berlusconi incolpa il «teatrino della politica», sa di che parla perché tutto in lui è teatrale. Hannah Arendt spiega bene come simili teatranti si adoperino a «defattualizzare la realtà» (memorabile il saggio sulla guerra in Vietnam, New York Review of Books 18-11-’71). Un «enorme sforzo fu dispiegato», scrisse quando i Pentagon Papers rivelarono l’inutile disastro della guerra, per «dimostrare l’impotenza della grandezza». Egualmente impotente è la grandezza del Premier italiano: proprio come leader ha fallito, incapace di tener unite la ampie maggioranze di cui disponeva.

Se si vuole analizzare la fine della Seconda Repubblica, bisogna fare quel che non si è fatto: capire perché la Prima cadde, e come. Riconoscere i mali che sopravvissero nella Seconda, e anche certe virtù che nella distruzione vennero spazzate via. La Prima Repubblica infatti non fu solo storia criminale. Fu anche partecipazione all’Unione europea. Fu la tendenza ad aggirare magari la Costituzione, non a demolirla. Fu Mani Pulite e l’opera di Falcone e Borsellino. Fu l’incorruttibile lealtà istituzionale di Vincenzo Bianchi, il generale della Guardia di Finanza morto l’altro ieri a Civitavecchia: nell’81, su incarico dei magistrati Turone e Colombo, l’allora colonnello scoprì a Castiglion Fibocchi, una fabbrica di Gelli, la lista dei 972 affiliati alla P-2. Fu, infine, la capacità di resistere alla grave sfida delle Br. Basti pensare al ruolo decisivo che i pentiti svolsero nell’anti-terrorismo, al colpo mortale inferto dalle prime deposizioni di Patrizio Peci nell’80. Il giudice Giancarlo Caselli ricorda, nel libro scritto con il figlio Stefano (Le Due Guerre, 2009), gli esordi della Seconda Repubblica, quella raccontata come nuova: come prima cosa, nella lotta alla mafia e ai suoi legami con la politica, vengono mozzati l’uso e la protezione dei pentiti. Meritevole non è più chi parla ma chi omertosamente tace, come Mangano.

Rimeditare la fine della Prima Repubblica significa svelare la vera natura della Seconda. Non è detto che si riesca, tanto vasta è la manipolazione, lo spin di chi guida il regime. Tutti ne sono prigionieri: anche la stampa, quando accetta di mettere sullo stesso piano le vicende monegasche di Fini e quelle di Berlusconi e dei suoi. Quando denuncia la politica fatta a colpi di dossier sui mali altrui. Il risultato, lo spiega Michele Brambilla su La Stampa, è di «attribuire a ciascuna vicenda un valore equivalente a tutte le altre». È una trappola in cui Fini, che ha rotto sulla legalità, rischia di cadere. Da giorni, i suoi uomini invocano una tregua, e tanti reclamano la fine di «contrapposizioni dannose»: se Berlusconi con i suoi giornali smette gli attacchi al presidente della Camera, anche i finiani smetteranno l’offensiva su illegalità e corruzione. La rottura non servirebbe ad altro che a rendere gli scandali tutti eguali: la vendita di una casa di An e la corruzione di magistrati, l’uso privato del denaro pubblico, il monopolio televisivo. La tregua, presentata come progresso, sarebbe il fallimento del Presidente della Camera, non di Berlusconi. Non la casa a Montecarlo rischia di squalificare Fini, ma la rinuncia alla battaglia sulla legalità, e a una Repubblica che cessi di definirsi nuova solo perché viene «defattualizzata» e abusivamente chiamata Seconda.

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Titolo: BARBARA SPINELLI - Zingari le radici dell'odio
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2010, 09:07:34 am
29/8/2010

Zingari le radici dell'odio

BARBARA SPINELLI

E’ utile ricordare come fu possibile, appena sette-otto decenni fa, la distruzione degli zingari nei campi tedeschi. Non fu un piano di sterminio accanitamente premeditato, in origine non nacque nella mente di Hitler. Nel libro Mein Kampf si parla di ebrei, non di zingari. La distruzione (in lingua rom Poràjmos, il «grande divoramento») ha le sue radici nella volontà tenace, insistente, delle campagne e delle periferie urbane tedesche: un fiume di ripugnanza possente, antico, che la democrazia di Weimar non arginò ma assecondò. Chi ha visto il film di Michael Haneke Il nastro bianco sa come prendono forma i furori che accecano la mente, escludono il diverso, infine l’eliminano perché sia fatta igiene nella famiglia, nel villaggio, nella nazione. Anche l’antisemitismo ha radici simili, tutti i genocidi sono favoriti da silenziosi consensi. Ma l’odio dei Rom e dei Sinti (zingari è dal secolo scorso nome spregiativo) riscuote consensi particolarmente vasti. È un odio che ancor oggi s’esprime liberamente, nessun vero tabù lo vieta: in parte perché è sepolto nelle cantine degli animi, dove vive indisturbato; in parte perché è un’avversione non del tutto razziale; in parte perché il loro genocidio non ha generato l’interdizione sacra tipica del tabù.

A differenza di quello che accadde per gli ebrei, nel dopoguerra non si innalzò in Europa una diga fatta di vergogna di sé, di memoria che sta all’erta. Si cominciò a parlare tardi degli zingari, i libri che narrano la loro sorte sono sufficienti ma non molti. E’ strano come Sarkozy, figlio di un ungherese, non abbia ricordo, quando decide l’espulsione dei rom, di quel che essi patirono in Europa orientale. È strano che non ricordi quel che patiscono ancor oggi nei Paesi da cui fuggono, perché l’Est europeo è uscito dalle dittature denunciando il totalitarismo comunista ma non i nazionalismi etnici, non l’ideologia che mette il cittadino purosangue al di sopra della persona: in Romania, Bulgaria, Ungheria, i rom sono trattati, nonostante il genocidio, come sotto-persone. Rimpatriarli spesso è condannarli ancor più. È anche un’ipocrisia, perché come cittadini europei i rom possono tornare in Francia o Italia senza visti. Spesso vengono chiamati romeni. Sarebbe bene sapere che i Rom sono detestati dalla maggioranza dei Romeni. Ovunque, la crisi economica li trasforma in capri espiatori. Il più delle volte non è la razza a svegliare esecrazione. È il modo di vivere itinerante. L’Unione, allargandosi nel 2004 e 2007, ha accolto anche questa comunità speciale, per vocazione non sedentaria, originaria dell’India, insediatasi nel nostro continente cinque-sei secoli fa, ripetutamente perseguitata.

Una direttiva europea restringe la libera circolazione se l’ordine pubblico è turbato, ma la direttiva vale per i singoli e comunque decadrà nel dicembre 2013. Non è chiaro chi oggi abbia ricominciato questa storia di esclusioni, di muri che separando i nomadi dal cittadino «normale» impedisce loro di divenire sedentari se vogliono, di trovar lavori, di non cadere nelle mani di mafie. È probabile che Berlusconi e Bossi abbiano svolto un ruolo d’avanguardia: un ruolo di «modello per l’Europa», ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Cei (La Stampa, 22 agosto). Molti governi dell’Est si sono sentiti legittimati dall’Italia, Paese fondatore dell’Unione. Ora Sarkozy si fa megafono del fiume d’esecrazione. La parola che ha ripetuto più volte, parlando di immigrati, di rom e di delinquenza a Grenoble, era «guerra». Nello stesso discorso, il Presidente ha annunciato che il cittadino di origine straniera colpevole di delitti perderà la nazionalità francese (la parola décheance, revoca, rimanda a déchet, pattume). La democrazia non ci protegge da simili deviazioni, proprio perché la volontà del popolo è il suo cardine. Giuliano Amato lo spiega bene, in un articolo sul Sole-24 Ore del 22 agosto: ci sono momenti, e la crisi economica è uno di questi, in cui può crearsi un conflitto mortale fra i due imperativi democratici che sono l’esigenza del consenso e quella di preservare la propria civiltà.

Il leader democratico ansioso di raccogliere immediati consensi vince forse alle urne, ma non salva necessariamente la civiltà («Non a caso nell’assetto istituzionale delle democrazie si distingue fra istituzioni maggioritarie elettive, nelle quali prevalgono le ragioni del consenso, e istituzioni non maggioritarie di garanzia, in primo luogo le corti, nelle quali dovrebbero prevalere le ragioni della civiltà codificate proprio in quei diritti a cui le maggioranze sono meno sensibili»). Sono rari, nei moderni Stati-nazione, i leader che sappiano tener conto di ambedue gli imperativi, e nei momenti critici anteporre le esigenze della civiltà a quelle del consenso. Quando Obama si dichiara non contrario alla costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero difende la costituzione laica e la storia americana lunga, non la storia tra un sondaggio e l’altro. Il consenso sente di doverselo creare a partire da qui, sapendo che può anche perderlo. In genere, quando i governanti esaltano ogni minuto la sovranità e le emozioni del popolo non è il popolo a governare: sono le oligarchie, i poteri segreti, le mafie. Anche la nostra Costituzione ha lo sguardo lungo, e non a caso dà la preminenza alla persona, più ancora che al cittadino. Tutti gli articoli che concernono i diritti fondamentali (libertà, divieto della violenza, inviolabilità del domicilio, responsabilità penale, diritto alla salute) parlano non di cittadini ma di persone o individui, e precedono la Costituzione stessa.

Il nomadismo è una forma di vita che tende a scomparire, ma resta una forma della vita umana. Il non aver fissa dimora, il vivere in roulotte, il muoversi in carovane («in orde», era scritto nei decreti d’espulsione ai tempi di Weimar e di Hitler): tutto ciò è parte della cultura dei Rom e Sinti. Lo è anche la scelta di adottare la religione dei Paesi in cui vivono: è l’integrazione che prediligono da secoli. Come tutti i cittadini anch’essi delinquono, specie se vessati. I più sono cittadini plurisecolari dei Paesi in cui girovagano o si sedentarizzano. Da noi, l’80 per cento dei Rom sono italiani. Non sono mancate le proteste contro la politica francese (700 rimpatri entro settembre): nell’Onu, nell’Unione europea. Hanno protestato anche importanti leader della destra: primo fra tutti Dominique de Villepin, secondo cui oggi esiste sulla bandiera una «macchia di vergogna». Resta tuttavia il fatto che i Rom non hanno un Elie Wiesel, che in loro nome trasformi il divieto di odio in tabù. Possono contare solo sulla Chiesa, memore della parabola del Samaritano e della storia d’Europa. L’Europa e le costituzioni postbelliche sono state escogitate per evitare simili ricadute, sempre possibili quando il nazionalismo etnico di tipo ottocentesco riprende il sopravvento. Le strutture imperiali erano più propizie alla diversità, e il compito di uscire dalle gabbie etniche e restaurare autorità superiori a quelle degli Stati sovrani spetta al potere superiore che in tanti ambiti giuridici oggi s’incarna nell’Unione.

È l’Europa che deve ripensare lo statuto dei Rom: permettendo loro di continuare a viaggiare, di trovar lavoro, di difendersi dalle mafie, di rispettare la legge e l’ordine. Nel quindicesimo secolo, quando migrarono in Europa, gli zingari avevano una protezione-salvacondotto universale, non nazionale o locale: la protezione del Papa e quella dell’Imperatore. Solo una protezione di natura universale può garantire «le legittime diversità umane» cui ha accennato Benedetto XVI nell’Angelus pronunciato in francese il 22 agosto. Oggi i Rom hanno la protezione del Papa. Quella dell’Imperatore (della politica) è crudelmente latitante.

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Titolo: BARBARA SPINELLI - L'America e le trappole del risentimento
Inserito da: Admin - Settembre 12, 2010, 08:42:50 am
12/9/2010

L'America e le trappole del risentimento

BARBARA SPINELLI

Nove anni sono passati dall’attentato di Al Qaeda contro il Trade Center di New York, e quello che si diceva allora resta vero: da quel giorno la storia è mutata, la convivenza con i nostri dissimili si è incattivita, nelle menti ha messo radice una passione allo stesso tempo molto antica e moderna, il risentimento. Una passione solo in parte legata agli attentati: poche settimane dopo, l’economista Paul Krugman scrisse che il maledetto imbroglio dell’Enron, rivelato nell’ottobre 2001, aveva incrinato il mondo ben più radicalmente dell’11 settembre.

Altre compagnie erano in passato fallite, ma il crollo della mitica Enron fu un trauma: «L’11 Settembre ci ha insegnato molte cose sul wahabismo, ma non molte sull’americanismo». Nel primo caso gli americani erano vittime, nel secondo perpetratori (New York Times, 29-2-02). Il Paese aveva a lungo ingannato se stesso, immaginando che l’impresa fosse fondata sull’onestà contabile, non bisognosa di vigilanze. L’era del lassismo e della deregolamentazione finì in concomitanza con l’11 Settembre, assai prima che divampasse, nel 2007, la grande crisi. Una crisi delle illusioni, in America ed Europa, non importata dall’estero.

Il risentimento nasce in questi sottofondi melmosi, dove i pericoli interni s’intrecciano agli esterni e vengono da questi ultimi mascherati. Due guerre hanno accentuato il mascheramento (quella in Afghanistan è la più lunga nella storia Usa): lo sguardo fisso sul wahabismo ha permesso di trascurare lo sguardo su di sé, sull’americanismo.

La passione vendicatrice è antica perché rimanda alle pratiche del capro espiatorio: in tempi di malcontento, addita il diverso come responsabile dei mali patiti. René Girard spiega bene, nel libro sulla Violenza e il Sacro, come il gruppo disorientato ritrovi l’unità grazie alla designazione delle vittima sacrificale. I testi sacri sono colmi di riti simili, nonostante la cesura del cristianesimo, e nella modernità il capro prende forme diverse: dell’ebreo, dello zingaro, infine del musulmano. Ritenuto colpevole d’ogni angustia, egli ci consente di stare uniti e conciliare l’inconciliabile: la società aperta e l’intolleranza, il costo delle guerre, i consumi alti e le tasse basse.

Tanto più violento si è infiammato il rancore in America appena si è cominciato a parlare della costruzione di una moschea presso Ground Zero a New York: non una vera moschea in realtà, ma un centro studi musulmano che aspira a costruire ponti e conterrebbe cappelle ebraiche e cristiane (il nome è Cordoba House, in memoria dell’Islam andaluso del X secolo. Obama in nome della tolleranza laica l’ha approvato). L’acme della protesta è stato raggiunto in una città della Florida, quando un pastore evangelista, Terry Jones, ha annunciato di voler rompere il tabù, nell’anniversario dell’11 Settembre, organizzando il rogo di copie del Corano. Una decisione che ha allarmato politici dell’intero pianeta, e che solo all’ultimo, ieri mattina, è stata cancellata.

Ma c’è qualcosa di più sommerso in simili episodi, di inconfessato. Al torbido intreccio fra le due paure - quella del terrorismo islamico, quella della crisi economica - si aggiunge un risentimento insopprimibile, atavico, verso il primo Presidente nero nella storia americana che è Obama. Il rogo del Corano è un rogo per procura del monarca ritenuto usurpatore, straniero. Girard stesso ricorda come anche il monarca, avendo natura sacra, possa divenire capro espiatorio: non re-sacerdote che officia, ma vittima in sospeso, che il popolo si riserva di sacrificare (l’unità e la guarigione di Tebe esigono il sacrificio di Edipo; l’unità della Francia è restaurata dall’esecuzione di Luigi XVI e Maria Antonietta).

Anche nel caso di Obama l’elemento religioso-rituale pesa enormemente. Non dimentichiamo che il 31 per cento degli americani è tuttora convinto che Obama sia musulmano: una percentuale più alta che ai tempi dell’elezione. Una porzione egualmente grande pensa che comunque non sia americano, o che sia socialista o nazista. E la crisi ha dilatato questo sentimento, secernendo una fobia verso l’Islam che subito dopo l’11 Settembre non esisteva. Scrive Roger Cohen sul New York Times che solo una scintilla separa il risentimento dall’insurrezione: appena un decennio separò in Germania il rogo dei libri nel ‘33 dai forni crematori.

Ma il risentimento è un fenomeno moderno, sempre più diffuso anche in Italia, Francia, Olanda, Svizzera, Inghilterra. Ovunque ritroviamo il desiderio, fieramente esibito come politicamente scorretto, di rompere i tabù civilizzatori ereditati dall’ultima guerra. Poi ci sono i sondaggi: non sono loro, in nome dell’orda, a dire oggi che re Obama è vittima in sospeso? La Lega e Bossi sono stati i rompighiaccio. È seguita l’Olanda di Geert Wilders, la Svizzera ostile ai minareti, la xenofobia del partito Vlaams Belang in Belgio.

Ora trema anche la Germania, la nazione dove il tabù era più forte. Un esponente non minore della Banca centrale, il socialdemocratico Thilo Sarrazin, ha riscosso un successo imprevisto con un libro uscito di recente (Deutschland schafft sich ab - La Germania distrugge se stessa). Scrive che l’Islam la sta sommergendo; che esistono etnie votate a mai assimilarsi. Parla di genetica, a proposito degli ebrei, per spiegare la loro intelligenza. Licenziato dalla Bundesbank e redarguito dalla Merkel, Sarrazin resta un idolo: l’80 per cento dei tedeschi lo approva.

Alexander Stille narra la genesi di queste nuove destre, in un articolo sulla polarizzazione americana della politica (Repubblica, 28-8-10). Racconta come questa destra trasgressiva e animata da risentimento non consideri mai i fatti ma metta al primo posto la coesione del gruppo, il giudizio dell’orda impermeabile a ogni confronto. Il tea party è un movimento di questa natura, e somiglia a tanti movimenti in Europa e alle destre nate in Italia nell’ultimo ventennio: è compatto, mentalmente predisposto alle ordalie, monade senza finestre che non si nutre di realtà ma di fantasmi. Strutturato come gregge, è autoritario e dipendente da capi-pastori carismatici.

La strategia adottata con successo dai capi-pastori potremmo chiamarla strategia della nicchia: è quest’ultima che va conquistata, più che il popolo nella sua varietà, e il braccio operativo sono i nuovi media come le televisioni berlusconiane, la rete Fox News in America, gli interstizi di Internet. Quel che conta non è raggiungere un pubblico più vasto e plurale possibile, come nei vecchi giornali nazionali. «Captare il 5 o il 10% del mercato è già un successone», scrive Stille e anche per i politici delle nuove destre americane è così: «Perdono seggi sicuri, ma in compenso raggiungono una compattezza e una coesione politica a volte invidiabili per un partito democratico viceversa sempre più diviso».

In questo il risentimento è molto moderno. È la risposta di nicchia al mondo fattosi ampio, alla democrazia imprevedibile del suffragio universale. È la triste passione di chi si trincera nel piccolo gruppo che ti cattiva e ti incattivisce. È il ressentiment descritto da Nietzsche nella Genealogia della Morale (1887): «Mentre l’uomo nobile vive davanti a se stesso con fiducia e apertura (...) l’uomo del ressentiment non è né onesto, né ingenuo, né vero con se stesso. La sua anima è strabica, il suo spirito ama i nascondigli, le vie oblique, le scappatoie; tutto ciò che è nascosto gli appare come il suo mondo, la sua sicurezza, il suo balsamo. È un esperto in fatto di silenzio, di non-oblio, di attesa, di provvisoria diminuzione di sé, di umiliazione». Nella nicchia (televisiva, giornalistica, aziendale, partitica) si compiace di sé. Talmente ferreo è il suo giudizio sulle cose del mondo, che nessun fatto lo destabilizzerà.

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Titolo: BARBARA SPINELLI - I nemici del diritto europeo
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2010, 02:22:01 pm
17/9/2010

I nemici del diritto europeo

BARBARA SPINELLI

In un’intervista concessa al Figaro, Silvio Berlusconi ha preso ufficialmente le difese di Sarkozy, sull’espulsione dei Rom che divide il governo francese dall’Unione, e ha detto una cosa significativa, che probabilmente ha ripetuto ieri al vertice europeo di Bruxelles e che vale la pena esaminare. Credendo di comportarsi da uomo saggio, esperto in prudenza e tatto, ha criticato le parole pronunciate dal commissario alla Giustizia contro Parigi spiegando che «la signora Reding avrebbe fatto meglio a trattare la questione in privato con i dirigenti francesi, prima di esprimersi pubblicamente come ha fatto». Ha lasciato poi intendere che l’Italia conosce problemi simili a quelli francesi e che anch’egli, come Sarkozy, non tollererà ingerenze esterne nella politica italiana.

Non è la prima volta che il presidente del Consiglio si mostra infastidito quando le istituzioni europee rendono pubblici i loro pensieri, le loro inquietudini, le loro regole.

Il fastidio si è più volte tramutato in collera, durante la crisi economica iniziata nel 2007, e l’invito a privatizzare la politica europea, che oggi torna a formulare chiedendo che le dispute tra Stati e Unione avvengano nelle tacite camere delle cancellerie, indica una visione precisa dell’Europa, della sua influenza sugli Stati che la compongono, del diritto sovrannazionale da essa esercitato. Quella che viene negata, nella sostanza, è la preminenza di tale diritto - con le sue direttive, con la Carta dei diritti fondamentali incorporata nel Trattato di Lisbona - sulle condotte e le leggi degli Stati nazione. È il nòmos europeo, il diritto europeo, che tanto disagio suscita nei singoli governi, e che pur rimanendo legale viene corroso, delegittimato, creando conflitti gravi tra legalità formale e legittimità sostanziale.

Tutto questo viene corroso in nome di sovranità nazionali che certo non scompaiono, ma che in alcuni ambiti appartengono al superiore potere comunitario. Il nòmos europeo non è formalmente confutato (non potrebbe esserlo) ma in cambio si vorrebbe vederlo camuffato, occultato, come Tartuffe che nella commedia di Molière implora, per nascondere le proprie libidini: «Coprite quel seno, ché io non devo vederlo. Simili oggetti feriscono le anime, e fanno sorgere pensieri colpevoli». Il silenzio omertoso, le trattative segrete fra Bruxelles e gli Stati, il rifiuto di uno spazio dove pubblicamente siano discussi drammi come quello dei Rom, popolo ormai comunitario a tutti gli effetti: come nella Francia di Molière e Luigi XIV, esiste oggi in Europa una «cabala di devoti» nazionalisti secondo cui il diritto europeo è valido ma va dissimulato, come il bel seno della servetta Dorine. Quel che i devoti vogliono a tutti i costi tenere in piedi è la finzione di Stati assolutamente sovrani, liberi di decidere come meglio loro piace senza interferenze di Bruxelles. Sono gli stessi devoti che vituperano, quando fa loro comodo, il «deficit democratico» d’Europa e delle sue burocrazie taciturne e scostanti.

L’ipocrita messinscena è una specialità francese, fin dal dopoguerra, e Sarkozy la perpetua. È la finzione di uno Stato che si sente talmente superiore, dal punto di vista etico, da non sopportare alcun tipo d’ingerenza. «In quanto patria dei diritti dell’uomo non riceviamo lezioni da nessuno» ammoniscono in questi giorni, sussiegosi, i ministri di Sarkozy; in particolare Pierre Lellouche, segretario di Stato agli Affari europei, secondo cui la Francia «è un grande Paese sovrano che non è consentito trattare come un ragazzino». Berlusconi e la Lega sono ben felici di nascondersi, in cerca di tutele, dietro tanta regale sicumera.

Ma c’è qualcosa di più nella vicenda dei Rom, che il fronte franco-italiano rivela. Di quest’Europa troppo schietta e comunicativa nel parlare e ammonire, né i governanti francesi né quelli italiani sembrano ricordare la ragion d’essere, sempre che la conoscano. Quel che evidentemente hanno dimenticato, è che nel dopoguerra la Comunità nacque proprio per questo: per creare un nuovo diritto sovrannazionale, grazie al quale gli Stati non possono più compiere misfatti nel chiuso delle piccole patrie sovrane. Per vietare discriminazioni di popoli giudicati estranei alle piccole patrie, per fede o etnia o scelta di vita: per sostituire parte delle vecchie norme nazionali con norme più vaste, plurali, di stile imperiale.

Non stupisce che Viviane Reding, commissario democristiano, abbia denunciato martedì il pericolo di un ritorno al passato, alle persecuzioni di ebrei e zingari durante l’ultima guerra. Sono parole forti di cui si è scusata e che molti hanno giudicato eccessive, ma che restano un memento ineludibile: memento di come l’Unione si fece dopo il ’45, e perché. L’Europa è la promessa, fatta da ciascuno a se stesso, che alcune cose non si faranno più, grazie alla messa in comune delle sovranità nazionali sino a ieri assolute. Non ha senso altrimenti istituire giorni che commemorano i genocidi. La frase che ingiunge «Mai più!» è pura menzogna se non vale qui, ora, come impegno continuamente rinnovabile e per tutte le etnie o religioni.

Da quando l’Unione si è estesa a Est, dove vive il maggior numero di Rom, il diritto europeo tutela anche queste genti, nomadi o sedentarie che siano. La direttiva europea 2004-38, concernente la libera circolazione nella Comunità, stipula che nessun cittadino dell’Unione può esser espulso dal territorio in cui si trova, a meno che «non sussistano ragioni di ordine pubblico, di sicurezza e di salute pubblica»: ragioni valutabili «caso per caso», mai applicabili a un’etnia. Se l’Unione aprirà contro Parigi una procedura d’infrazione, è perché riterrà violata questa legge. Una circolare governativa francese del 5 agosto parla di «espulsione dei Rom», e rappresenta già un’infrazione. In gran fretta, nel frattempo, è stata riscritta.

Ieri a Bruxelles l’Europa si è divisa sui Rom: alcuni parlano di «scontri violenti» fra Barroso e Sarkozy. Anche se la Germania non è innocente (numerose sono le espulsioni di Rom verso il Kosovo), il cancelliere Merkel difende la Commissione, e il suo diritto a imporre superiori leggi e valori. Lo stesso fa il governo belga. Gli innocenti sono rari, ma l’unico a sostenere esplicitamente l’Eliseo, sul Figaro di ieri, è il governo di Roma. È anche l’unico a far propria l’immagine che Sarkozy si fa della Commissione: quando invita la lussemburghese Reding ad accogliere i Rom nel suo Paese, l’Eliseo tratta la Commissione come assemblea composta di rappresentanti nazionali, non di rappresentanti l’interesse comune europeo.

Può darsi che la linea del silenzio omertoso finisca col passare. Il presidente della Commissione Barroso ha una fierezza istituzionale discontinua, e ci sono governi (Spagna, Repubblica Ceca) gelosi della propria sovranità. Resta che il patto del silenzio è stato provvidenzialmente rotto, che su questioni essenziali si dibatte in pubblico: che esiste, sui Rom come a suo tempo sull’Austria di Haider, un’agorà europea. L’esecutivo di Barroso avrebbe obbedito alla politica privatizzata, se il Parlamento europeo non avesse condannato le pratiche d’espulsione con voce alta, il 9 settembre. Diceva uno dei grandi federalisti, Mario Albertini, che la vera Unione sarebbe nata il giorno in cui il federalismo sarebbe «sceso al livello della lotta politica di ogni giorno (... affinché) l’uomo della strada sappia che, come c’è il socialista, il democristiano e il liberale, così c’è anche il federalista europeo». È quello che sta succedendo dall’inizio di quest’estate, grazie ai Rom e alla lotta politica che essi hanno suscitato attorno alla ragion d’essere dell’Europa.

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Titolo: BARBARA SPINELLI - Il baratto sulla legalità
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2010, 11:32:50 am
26/9/2010

Il baratto sulla legalità

BARBARA SPINELLI

È opinione diffusa che legalità e morale pubblica non siano, per gli italiani, imperativi essenziali.
In parte perché la loro memoria sarebbe corta oltre che selettiva: i misfatti dei politici evaporano presto, l’esempio che viene dall’alto manca, e di rado le sentenze giudiziarie sfuggono al destino d’esser subito degradate a pareri, opinabili come ogni parere.
Non solo: esponendo la «sua verità», ieri in un video, Fini ha denunciato la confusione tra affari piccoli come la casa di Monaco e affari ben più criminosi, condannando la stampa usata dai politici «come manganello» per liquidare l’avversario.

L’esempio, lui vuole darlo: «Se dovesse emergere che mio cognato è proprietario, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera. Non per personali responsabilità, ma perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe». È il venir meno di tale etica che crea nei cittadini cinico disorientamento.

L’operazione Mani Pulite suscitò grandi speranze, ma anch’essa fu breve e, soprattutto, non aiutò a restaurare la cultura della legalità. Sfociò anzi in un’accentuazione della corruzione.

Al punto che ci furono magistrati, come Gherardo Colombo, che abbandonarono il mestiere e ricominciarono da zero, insegnando ai giovani quel che era stato sradicato dai cervelli: il senso della legge, la Costituzione. Il magistrato che aveva indagato sulla P2 e sull’assassinio di Ambrosoli constatò due cose. Primo: «Tra prescrizioni, leggi modificate, abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti». Secondo: «Lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità quando l’illegalità sia particolarmente diffusa e non esistano interventi che in altri campi vadano nella stessa direzione. Diventa una spirale, crea sfiducia e disillusione».

Le intuizioni che Colombo confidava il 17 marzo 2007 a Luigi Ferrarella, sul Corriere, s’inverano più che mai in questi giorni. Lo scandalo della casa di Montecarlo sommerge più pesanti misfatti, come la corruzione di magistrati, testimoni, parlamentari, e a nulla servono gli strumenti di giustizia visto che la politica non intende far pulizia da sola in casa propria, senza attendere l’ultimo grado dei processi. Non si dà per vinta neanche quando le inchieste sono fondate: il 22 settembre una maggioranza di deputati è giunta a usurpare il potere giudiziario, definendo «non decisive ai fini della colpevolezza di Cosentino» le intercettazioni che confermano la sua complicità con i camorristi casalesi.

La stessa rottura dentro la destra tende a farsi opaca, equivoca: sembrava che la legalità fosse il punto dirimente ma forse non era vero, forse non era che parvenza: fame di vento, come nel Qohelet biblico. Sembrava che Fini avesse puntato il dito sull’anomia che caratterizza l’odierno regime, e invece c’è il rischio che anche quest’intuito («Il garantismo non può essere impunità», ha detto ieri) sia involucro senza sostanza.

Quando fu cacciato dal Pdl, il 29 luglio, si ebbe l’impressione che qualcosa di nuovo nascesse: una destra la cui bussola è il rispetto della legge, la costituzione, la separazione dei poteri. Sembrò addirittura che Fini fosse più ardito della sinistra, mai entusiasta su questi fronti. Sul periodico online della Fondazione FareFuturo, da lui presieduta, Filippo Rossi parlò perfino di vergogna, il 19 agosto: «Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima. Per non aver saputo e voluto alzare la testa».

Da quel giorno sono passate poche settimane, e la vergogna quasi è svanita. Oppure era vergogna, sì, ma di che? non del conflitto d’interessi per anni accettato, non delle 40 leggi ad personam, non della foga calunniatrice esibita dal finiano Bocchino contro Prodi durante l’affare Telekom-Serbia, non dell’abitudine all’illegalità che ha spinto Berlusconi a disfarsi di Fini. Se la rieducazione alla legalità stesse davvero a cuore alla destra finiana o a Casini, non assisteremmo allo spettacolo singolare che si sta recitando: non una battaglia che restituisce maestà alla legge, ma un negoziato-scambio attorno allo scudo costituzionale che proteggerebbe Berlusconi dalla giustizia: un lodo che comunque infrangerebbe quell’articolo 3 della Costituzione che prescrive la legge eguale per tutti. Il negoziato tra Pdl e la finiana Giulia Bongiorno è completamente surreale. Ciascuno sa che Berlusconi, prima di far politica e dopo, ha ignorato la legge: arricchendosi con soldi non puliti, ospitando il mafioso Mangano a Arcore e chiamandolo eroe, sfuggendo più volte alla giustizia.

Quel che i finiani dicono da settimane è che la battaglia legalitaria cesserebbe, se solo finissero le calunnie contro il Presidente della Camera diffuse da giornali tributari di Palazzo Grazioli (Giornale, Libero). In queste ore le calunnie si sono moltiplicate, con la pubblicazione di un documento pescato nei Caraibi che rivela come la casa di Monaco sia stata acquistata dal cognato di Fini, ed è per questo che i finiani hanno smesso le trattative sullo scudo. Più che una trattativa è un baratto - io ti do il lodo, tu cessi il linciaggio - ma in politica e nei Tg gli eufemismi abbondano: è tregua sulla giustizia, quella di cui si parla.
In realtà il baratto non avrebbe dovuto neppure cominciare. Così accade quando la democrazia funziona, e l’eccezione italiana conferma l’anestesia delle sue classi dirigenti, rese insensibili all’infrazione etica e ai suoi camuffamenti verbali. Ma in fondo, la minaccia di rompere è ancora più assurda. Perché avviare trattative, se basta un giornale per stroncarle? Perché interromperle, dando a credere che i metodi di Berlusconi sono una deludentissima sorpresa? Se tutto è scambiabile, perché perorare la morale («La legge è eguale per tutti. Non si deroga solo perché si appartiene al ceto politico», ha detto venerdì Fini)? Perché promettere un sì al governo, mercoledì, se - così ancora Fini - «questo è un momento buio della democrazia»? Come fidarsi di chi imputò a Prodi i rifiuti napoletani, e oggi che i rifiuti tornano dichiara con Bertolaso: «C’è qualcosa che non mi torna»?

Può darsi che il divario fra parole e azioni sia prudenza: meglio aspettare l’ora in cui il premier sbaglierà i conti, perderà la maggioranza. Resta il disagio procurato da una verità subordinata alle convenienze. Resta il dubbio che l’obiettivo non sia restaurare il senso della legge, ma proteggere l’uno e/o l’altro contendente.

Difficile in queste condizioni che gli italiani riscoprano la legalità. Quel che scorgono è una lotta tra boss che si minacciano, si ricattano. Le parole di Rossi nell’editoriale di FareFuturo sulla vergogna perdono peso: la testa s’alza o s’abbassa, a seconda. Si vota per le intercettazioni a Cosentino, e intanto si preparano scudi immunitari. Si celebrano i veri eroi Borsellino e Falcone, e non si protesta per l’indegno silenzio del premier sull’assassinio camorristico del sindaco Vassallo a Pollica.

Gli italiani sono meno colpevoli di quanto si creda. Nei sondaggi non vengono mai rivolte giuste domande (per esempio: approvate il politico tutelato se delinque?). Mal informati, mal interrogati, mal trattati, per forza hanno idee torbide sulla legge. Oggi non vedono battaglie per una democrazia pulita. Vedono, per tornare alle parole di Colombo, che la «società del ricatto» dilaga. Che «la giustizia è l’unica sede nella quale si pensa che debbano essere accertate le responsabilità. Oggi, chiunque dica al mattino una cosa e la sera il contrario, è irresponsabile di entrambe le dichiarazioni».

Molti stanno firmando una lettera di Giuseppe D’Avanzo al premier, in cui gli si chiede di rinunciare esemplarmente allo scudo. Non stupisce che i firmatari siano oltre 105.000. Stupisce che non siano di più: vuol dire che sono ancora tanti, i legalitari che si nutrono di vento.

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Titolo: BARBARA SPINELLI - La forza degli sconfitti
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2010, 05:02:15 pm
3/10/2010
 
La forza degli sconfitti
 
BARBARA SPINELLI
 
Non molti mesi fa, quando Angela Merkel fu catturata da calcoli politici talmente piccoli e brevi da perdere di vista l’interesse del proprio stesso Paese al salvataggio europeo della Grecia, il filosofo Jürgen Habermas scrisse un articolo importante sulla Zeit, il 20 maggio, in cui la mise in guardia da una paura comune a tanti europei: «Il timore delle armi di distruzione di massa che sono i tabloid popolari non vi fa vedere le armi di distruzione di massa dei mercati finanziari».

È una paura introversa, nazionalista, che rischia soprattutto di vanificare quello che per mezzo secolo è stato in Germania il principale punto di forza, appreso secondo il filosofo grazie all’Olocausto: un’attitudine popolare diffusa a mutare mentalità, ad assumersene le «fatiche infinite», a riconoscere che esistono necessità che generano nuove libertà. La Repubblica Federale nacque con queste qualità. Edificò con Parigi l’Europa, forte delle istituzioni federali che perfezionò in patria e che facilitarono un pensiero post-nazionale.
Si accinse all’immane impresa dell’unificazione, di cui oggi celebra il decimo anniversario, e che ebbe costi altissimi: in 10 anni, più di 1.500 miliardi di euro. Come scrive Bernd Ulrich sulla Zeit del 30 settembre, l’unificazione smosse anche le sicumere della vecchia Repubblica di Bonn, immettendo in essa «16 milioni di punti interrogativi».

Questo adattamento tedesco alla sovranità ridotta (a una «costellazione postnazionale», dice Habermas) ha vissuto ripetute stasi, ma ora sta rivenendo in superficie, potente. Spinto dagli eventi, e dalla consapevolezza che Berlino con le sole proprie virtù non si salva né in Europa né nel mondo, il governo tedesco ha scelto ancora una volta l’Europa: non solo ha consentito al salvataggio della Grecia, ma con tenacia vuole adesso che l’Unione si dia nuove regole per affrontare crisi future. Come scrive Beda Romano, sono le stesse antiche virtù - costanza, tenacia, pazienza - che oggi spiegano l’inattesa ripresa dell’economia tedesca, il realismo ineguagliato dei sindacati, infine la scelta di «impegnarsi in prima fila per il futuro dell’Europa» chiedendo norme più severe e federali per frenare i deficit pubblici (Il Sole - 24 Ore, 1-10-10).

Di qui l’appoggio tedesco alla riforma, proposta il 29 settembre dall’esecutivo europeo, del Patto di stabilità: una riforma che toglie agli Stati il potere di bloccare le sanzioni con una maggioranza di due terzi, creando una disciplina automatica gestita dall’Unione, trasformata di fatto in governo economico. Ancora una volta dunque la Germania è pronta a mutare, e a dare un’impronta europea alla propria leadership economica: purché tuttavia gli alleati colgano l’occasione, scorgendo in essa un’occasione non tedesca ma di tutti.

La storia dimostra che tale condizione è essenziale, perché la paziente costanza tedesca non è affatto continuativa. La preferenza per una costellazione postnazionale si è attenuata quando il Paese, riunificandosi, ha riacquisito parte della sovranità. La sua scommessa europea si è fatta più scettica, egoista: lo slancio di Adenauer e Brandt, di Schmidt e Kohl, si è appannato.
Ma è un appannamento non dovuto solo al computo di tornaconti nazionali male intesi: il computo di chi vede nell’Europa un «interesse esterno», estraneo a quello interno. La regressione tedesca si manifesta ogni qual volta gli alleati (Parigi in primis) si mostrano prigionieri della chimera della sovranità, e si convincono che il suo limite sia un’opzione anziché un fatto.

Quando Kohl trattò con Mitterrand l’unità tedesca offrì la rinuncia al marco in cambio di un’unione politica europea, e non l’ottenne. Non l’ottenne né da Parigi né dagli Stati dell’Est, appena usciti dall’incubo della sovranità limitata teorizzata da Brezhnev nel ’68. Seguirono anni in cui egemone dell’Unione divenne Blair. Oggi non è più così, ma gli animi rimangono riottosi: altre proposte di Berlino sono state respinte, durante la crisi greca, a cominciare dal Fondo monetario europeo e dalla revisione dei trattati.

Resta che la crisi ha messo fine allo stallo europeo, nonostante i cavalieri inesistenti delle sovranità nazionali e le loro armi distruttive. Gli stessi veleni delle dispute tedesche sulla Grecia (i tabloid che invitavano a non pagare per i peccaminosi; la certezza che l’autarchica disciplina fosse un bastevole scudo) hanno prodotto, omeopaticamente, quello di cui l’Europa ha più bisogno: una grande contesa sulla natura dell’Unione.

D’un tratto negli Stati, e specialmente in Germania, si è iniziato a parlare delle condotte degli alleati come di condotte di concittadini di un’unica pòlis. Nello stesso momento in cui si riconosceva che malato non era l’euro ma i singoli deficit pubblici, economie e bilanci cominciavano a esser dibattuti come affare interno europeo.

La necessità della globalizzazione apriva nuovi spazi di libertà, inventiva. Sulla Frankfurter Allgemeine, Klaus-Dieter Frankenberger scrisse, il 26 agosto: «La crisi dell’euro, che è in realtà crisi dei debiti pubblici, può infine riesumare quel che restò incompiuto o fallì alla nascita dell’euro: l’unione politica». Secondo il grande storico Heinrich August Winkler, il neo-nazionalismo tedesco può grazie a tale crisi esser superato: «Nel giro d’una notte, essa risvegliò negli europei la coscienza che nel frattempo era nata qualcosa come una politica interna europea». Quando l’età pensionabile, i salari degli statali, le linee sindacali, la disciplina di bilancio, il debito pubblico d’un singolo diventano oggetti di disputa in altri Stati dell’Unione, quel che si crea è, anche se all’inizio distorto, spazio pubblico europeo: «Al progetto Europa, la crisi offre l’occasione insperata: esso deve esser di nuovo legittimato; non può più essere un progetto di élite» (Frankfurter Allgemeine, 13-8-10).

La Germania ha un vantaggio rispetto a altri europei. Ha una storia maledetta: non mascherabile, falsificabile, come nella Francia postbellica di De Gaulle, nell’Italia delle amnesie, nella Grecia succube per decenni del potere militare Usa. La sconfitta le ha insegnato a vedere le sciagure delle sovranità nazionali totali. Anche la sconfitta dello Stato comunista l’ha aiutata, perché i tedeschi dell’Est sono entrati nell’Ovest tedesco iniettandovi una predisposizione ai mutamenti mentali, ai sacrifici dello status quo, che i connazionali ricchi stavano smarrendo.

Naturalmente, la tentazione di regredire esiste: nello stesso momento in cui apre all’Europa, ad esempio, Berlino torna a chiedere per se stessa (e non per l’Unione) un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Lo stesso Joschka Fischer fu incostante, come ministro degli Esteri: nel famoso discorso all’Università Humboldt, il 12 maggio 2000 a Berlino, propose una Costituzione europea prima dell’allargamento. Poi fece marcia indietro, sulla scia dell’11 settembre, preferendo a istituzioni più forti un allargamento alla Turchia che desse all’Unione dimensioni geografiche più grandi. I criteri di Copenhagen, che impongono ai Paesi candidati non solo disciplina economica ma sovranità delegate e un riconoscimento della superiore autorità dell’Unione - ricorda Winkler - si persero per strada. È il motivo per cui l’allargamento ha funzionato male, e rischia di degenerare se il rafforzamento delle istituzioni non torna a esser prioritario.

Se a un certo punto scemano costanza e tenacia, è perché la crisi è una lama a doppio taglio: può produrre presa di coscienza ma anche nuove illusioni, e l’infausta passione dell’impazienza descritta da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito: «L’impazienza esige l’impossibile, cioè il raggiungimento del fine ma senza i mezzi». Nell’Unione, l’impazienza ti fa credere che basta invocare l’Europa, senza darle i mezzi per esistere.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7907&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il giornalismo davanti a un incrocio
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2010, 09:38:26 am
10/10/2010

Il giornalismo davanti a un incrocio

BARBARA SPINELLI

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.

I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.

La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040.

Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles).

Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).

Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.

Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.

Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».

Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.

Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.

Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).

Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7937&ID_sezione=&sezione=


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'italia del sottosuolo
Inserito da: Admin - Novembre 17, 2010, 09:08:33 am
IL COMMENTO

L'italia del sottosuolo

di BARBARA SPINELLI


Sono settimane ormai che l'annuncio è nell'aria: il governo Berlusconi sta finendo, anzi è già finito. Il suo regno, la sua epoca, sono morti. È sempre lì sul palcoscenico, come nelle opere liriche dove le regine ci mettono un sacco di tempo a fare quel che cantano, ma il sipario dovrà pur cadere. Anche i giornali stranieri assistono al funerale, nei modi con cui da sempre osservano l'Italia: il feeling, scrive l'Economist, la sensazione, è che la commedia sia finita. Burlesquoni è un brutto scherzo di ieri.

In realtà c'è poco da ridere, e il ventennio che abbiamo alle spalle è infinitamente più serio. Non siamo all'epilogo dei Pagliacci, e non basta un feeling per spodestare chi è sul trono non grazie a sentimenti ma a una macchina di guerra ben oleata. Per uscire dalla storia lunga che abbiamo vissuto  -  non 16 anni, ma un quarto di secolo che ha visto poteri nati antipolitici assumere poi il comando  -  bisogna, di questo potere, averne capito la forza, la stoffa, gli ingredienti. Non è un clown che si congeda, né l'antropologia dell'uomo solitario aiuta a capire. I misteri di un'opera sono nell'opera, non nell'autore, Proust lo sapeva: "Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nella società, nei nostri vizi". Sicché è l'opera che va guardata in faccia, per liberarsene senza rompersi ancora una volta le ossa.
Chi vagheggia governi tecnici o elezioni subito, a sinistra, parla di regime ma ne sottovaluta le risorse, la penetrazione dei cervelli.

Un regime fondato sull'antipolitica - o meglio sulla sostituzione della politica con poteri estranei o ostili alla politica, anche malavitosi - può esser superato solo da chi è stato detronizzato. Nessun tecnico potrà resuscitare le istituzioni offese. Può farlo solo la politica, e solo se essa si dà del tempo prima del voto. Capire il regime vuol dire liberare quello che esso ha calpestato, e quindi non solo mutare la legge elettorale. Non è quest'ultima a rendere anomala l'Italia: se così fosse, basterebbe un gesto breve, secco. Quel che l'ha resa anomala è l'ascesa irresistibile di un uomo che fa politica come magnate mediatico. Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto d'interessi, ma grazie ad esso. Il conflitto non è sabbia ma olio del suo ingranaggio, droga del suo carisma. La porcata più vera, anche se tabuizzata, è qui. La privatizzazione della politica e dei suoi simboli (non si governa più a Palazzo Chigi ma nel privato di Palazzo Grazioli) è divenuta la caratteristica dell'Italia.

Proviamo allora a esaminare i passati decenni, oltre l'avventura iniziata nel '94. L'avventura è il risultato di un'opera vasta, finanziata torbidamente e cominciata con l'idea di una nuova pòlis, un'altra civiltà. Un progetto - è Confalonieri a dirlo - che "ha contribuito a cambiare il clima grigio e penitenziale degli anni '70, ed è stato un elemento di liberazione. Ha portato più America e più consumi, più allegria e meno bigottismo". Più America, consumi, allegria: la civiltà-modello per l'Italia divenne Milano2, una gated community abitata da consumatori ansiosi di proteggersi dal brutto mondo esterno, di sentirsi più liberi che cittadini. E al suo centro una televisione a circuito chiuso, che intrattenendo distrae, occulta, manipola: nel '74 si chiama Milano-2, diverrà l'impero Mediaset. Quando andrà al potere, il Cavaliere controllerà tutte le reti: le personali e le pubbliche.
Tutto questo non è senza conseguenze: cadendo, il Premier non lascia dietro di sé una società sbriciolata. Il paese in briciole è stato da principio sua forza, sua linfa. Non si tratta di profittare di subitanei sbriciolamenti, ma di far capire agli italiani che su questo sfaldamento Berlusconi ha edificato la sua politica. Che su questo ha costruito: sul maciullamento delle menti, non sull'individualismo. Su un'Italia che somiglia all'Uomo del sottosuolo di Dostojevski: un'Italia che rifiuta di vedere la realtà; che "segue i propri capricci prendendoli per interessi"; che giudica intollerabile che 2+2 faccia 4. Un'Italia che "vive un freddo e disperato stato di mezza disperazione e mezza fede, contenta di rintanarsi nel sottosuolo". Un'Italia arrabbiata contro chiunque vorrebbe illuminarla (la stampa, o Marchionne, o i magistrati) così come l'America arrabbiata del Tea Party il cui ossessivo bersaglio è la stampa indipendente.

Correggendo solo la legge elettorale si banalizza la patologia. Altre misure s'impongono, che permettano agli italiani di comprendere quanto sono stati intossicati. Esse riguardano il controllo di Berlusconi sull'informazione e il conflitto d'interessi. La profonda diffidenza verso una società bene informata (per Kant è l'essenza dei Lumi) caratterizza il suo regime. "Non leggete i giornali!" - "Non guardate certi programmi Tv!": ripete. Gli italiani devono restare nel sottosuolo, eternamente incattiviti. Altro che allegria. È sulla loro parte oscura, triste, che scommette. Qualsiasi governo che non si proponga di portar luce, di riequilibrare il mercato dell'informazione, fallirà.

Per questo è importante un governo di alleanza costituzionale che raggiusti le istituzioni prima del voto, e un ruolo prioritario è riservato non solo a Fini ma alle opposizioni. Fini farà cadere il Premier ma l'intransigenza sul conflitto d'interessi spetta alla sinistra, nonostante gli ostacoli esistenti nel suo stesso seno. Del regime, infatti, il Pd non è incolpevole. Fu lui a consolidarlo con un patto preciso: la conquista di suoi spazi nella Rai, in cambio del potere mediatico del Cavaliere. Tutti hanno rovinato la tv, pur sapendo che il 69,3 per cento degli italiani decide come votare guardandola (dati Censis).

A partire dal momento in cui fu data a Berlusconi l'assicurazione che l'impero non sarebbe stato toccato, si è rinunciato a considerare anomali la sua ascesa, il conflitto d'interessi. E i responsabili sono tanti, a sinistra, cominciando da D'Alema quando assicurò, visitando Mediaset nel '96: "Non ci sarà nessun Day After, avremo la serenità per trovare intese. Mediaset è un patrimonio di tutta l'Italia". La verità l'ha detta Luciano Violante, il giorno che si discusse la legge Frattini sul conflitto d'interessi alla Camera, il 28-2-02: "L'on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena  -  non adesso, nel '94 quando ci fu il cambio di governo  -  che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l'on. Letta... Voi ci avete accusato nonostante non avessimo fatto la legge sul conflitto d'interessi e dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni... Durante i governi di centrosinistra il fatturato Mediaset è aumentato di 25 volte!". Il programma dell'Ulivo promise di eliminare conflitto e duopolio tv, nel '96. Non successe nulla. Nel luglio '96, la legge Maccanico ignorò la sentenza della Consulta (Fininvest deve scendere da tre a due tv). Lo stesso dicasi per l'indipendenza Rai. È il centrosinistra che blocca, nell'ultimo governo Prodi, i piani che la sganciano dal potere partitico. A luglio Bersani ha presentato un disegno di legge che chiede alla politica di "fare un passo indietro". Non è detto che nel Pd tutti lo sostengano. Una BBC italiana è invisa a tanti.

Se davvero si vuol uscire dall'anomalia, è all'idea di Sylos Labini che urge tornare: all'ineleggibilità di chi è titolare di una concessione pubblica, secondo la legge del 30 marzo '57. D'altronde non fu Sylos a dire che l'ineleggibilità è la sola soluzione. Il primo fu Confalonieri, il 25-6-2000 in un'intervista a Curzio Maltese sulla Repubblica. Sostiene Confalonieri che l'Italia, non essendo l'Inghilterra della Magna Charta, non può permettersi di applicare le proprie leggi. Forse perché il paese è sprezzato molto. Forse perché c'è chi lo ritiene incapace di uscire dal sottosuolo, dopo una generazione.

(17 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/17/news/spinelli_crisi-9191608/


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'osceno normalizzato
Inserito da: Admin - Novembre 25, 2010, 12:24:45 am
IL COMMENTO

L'osceno normalizzato

di BARBARA SPINELLI


Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l'ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980.
Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola.
Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell'Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s'è fatto banale e scuote poco gli animi.

Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi  -  futuro Premier  -  aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent'anni, almeno fino al '92. Dell'Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell'incontro a Milano della primavera '74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest'ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d'un "uomo di garanzia".

La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell'87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s'aggiunga il "regalo" a Riina (5 milioni) per "aggiustare la situazione delle antenne televisive" in Sicilia. Fu Dell'Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l'allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe "finito sotto i ponti o in galera per mafia" (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell'Utri, in un'intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: "A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera".

C'è dell'osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano.
Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell'Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: "Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (...) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (...) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale".

Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l'influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.

Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio.
Non sei nessuno se non ti ricattano. L'1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell'economia: "Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d'indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un'afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni".

In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell'illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco.
È l'atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: "Se non vi adeguate ve li scateno contro". Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l'ordigno infine non funzionerà: l'atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il "ciarpame senza pudore" del Cavaliere, e le "guerre per bande" orchestrate da Cosentino.
Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all'astio che suscita per il solo fatto che impersona un'Italia che ama molto le persone oneste, l'antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.

Questa normalizzazione dell'osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l'apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi.
C'è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l'assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre '92 - condividendo le opinioni del ministro dell'Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all'ombra di un patto.

Il patto non è obbligatoriamente formale. L'universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch'essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell'osceno. Osceno è l'accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per "concorso esterno in associazione mafiosa". Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.

Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s'intesero con la Mafia per liberare l'Italia. L'accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l'effetto di rendere "antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d'influenza". Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere.
Non qualcosa "di sinistra", ma di ben più essenziale: l'era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.

Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con "vocazione maggioritaria", ma l'essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l'anima, ma l'Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il '45 e la Costituzione.

Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre '44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: "È un mostro col capo d'idra. Non crediate d'averlo ucciso".

(24 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/11/24/news/spinelli_osceno_normalizzato-9439047/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Chi ha paura della glasnost
Inserito da: Admin - Dicembre 01, 2010, 06:12:41 pm
L'ANALISI

Chi ha paura della glasnost

di BARBARA SPINELLI


SOLO chi ha un'idea cupa dell'informazione indipendente, e paventa persecuzioni non appena se la trova davanti, e per di più nulla sa della rivoluzione in corso nell'universo dei blog, può parlare, come il ministro Frattini, di un 11 settembre della diplomazia scatenato da WikiLeaks contro il mondo bello, composto e civile nel quale siamo supposti vivere. Solo chi fantastica planetarie offensive contro le notizie che da tempo circolano senza confini può credere che al caos comunicativo si debba rispondere, come negli attentati del 2001, con una bellicosa e "compatta alleanza: senza commentare, senza retrocedere sul metodo della diplomazia, senza lasciarsi andare a crisi di sfiducia".

WikiLeaks non è una cellula terrorista e il suo fondatore, Julian Assange, è magari indagato per violenza privata ma comunque non è un uomo che  -  la fine osservazione è del ministro  -  "vuol distruggere il mondo". Alla mutazione mediatica nata prima di lui non si replica con un globale schieramento, per "continuare a far vivere un metodo della diplomazia" che ha fatto disastri.

Mettere insieme in una battaglia contro Internet Roma e Mosca, Berlino e Kabul prefigura il Brave New World di Huxley, fatto di gente china e sedata dalla droga, il "soma" che rilassandoti uccide ogni critica. Più che un'utopia: una distopia.

Il mostro tanto temuto è la glasnost che d'un tratto irrompe in una zona politica non solo opaca ma sommamente inefficace: la
diplomazia, il più chiuso dei recinti, dove il segreto, non sempre immotivatamente, è re. La glasnost è una corrente sotterranea potente, non un breve tumulto come fu Al Qaeda, e l'unica cosa da dire è: la politica ancora non sa fronteggiarla, organizzandosi in modo da disgiungere il segreto indispensabile dal superfluo. Se quello necessario viene alla luce è sua colpa, non di WikiLeaks. In realtà i 250.000 cabli non sono affatto top secret. Sono consultabili da ben 3 milioni di funzionari americani, e disponibili in siti interni al ministero della difesa Usa (Siprnet). Nella globale ragnatela Internet le fughe di notizie (i leaks) sono inevitabili. Scrive Simon Jenkins, sul Guardian: "Un segreto elettronico è una contraddizione in termini".

Nei paesi democratici, dove l'informazione indipendente esiste, il diplomatico è alle prese con una trasparenza non di rado ostacolata come in Italia, ma tangibile. Non è cancellata dalle ghignanti foto di gruppo dei vertici internazionali, che s'accampano monotoni su giornali e tv. Gli ambasciatori a Roma o Parigi raccontano quel che leggono nei giornali più liberi, che apprendono dai blog, che ascoltano da chi non nasconde il vero.

Si dice: "Ce n'è per tutti", nei dispacci. Per il Cancelliere tedesco, il regno britannico, l'Eliseo, oltre che per Roma. Nulla di più falso. Se la Merkel appare "refrattaria al rischio e poco creativa", Berlusconi "suscita a Washington sfiducia profonda": è "vanitoso, stanco da troppi festini, incapace come moderno leader europeo". Inoltre "sembra il portavoce di Putin in Europa". Un abisso separa i due leader. Resta che nelle democrazie le rivelazioni non sono fulmini che squarciano cieli tersi, neanche da noi. I diplomatici Usa comunicano quello che da 16 anni gli italiani hanno sotto gli occhi, sempre che non se li bendino per vivere in bolle illusorie e ingurgitare "soma televisivo". Sanno dei festini in dimore private spacciate per pubbliche. Sanno che Berlusconi coltiva con Putin rapporti personali torbidi, lucrosi, di cui non rende conto né all'Europa né al popolo che pure tanto s'affanna a definire sovrano. Non c'è bisogno di WikiLeaks per conoscere la pasta di cui son fatti i governanti, per capire lo scredito internazionale che non da oggi li colpisce, per allontanarli dal potere che democraticamente hanno occupato, e poco democraticamente esercitato.

Non così lì dove non c'è democrazia e nelle aree di crisi, nonostante le verità siano in larga parte note anche qui, a chi voglia davvero sapere. Non c'è praticamente notizia che i blog non dicano da anni (Tom Dispatch, Antiwar. com, Commondreams, Counterpunch, e in Italia, nel 2005-2010, Contropagina di Franco Continolo).

L'altra cosa che va detta è che gli ambasciatori che divulgano informative non sono sempre di qualità eccellente, e forse anche questo, in America, crea imbarazzo. Nelle aree critiche  -  Italia compresa, dove gli equilibri democratici vacillano  -  non hanno idee meticolosamente maturate, né si azzardano in analitici suggerimenti e prognosi. Fotografano l'esistente, sono figli essi stessi di Internet, tagliano e incollano schegge di verità senza osare approfondimenti. Nulla hanno in comune, ad esempio, con l'immensa ricerca in cui si sobbarcò George Kennan nel '44-46, lavorando per la missione Usa a Mosca. Il "lungo telegramma", che inviò nel febbraio '46 al Segretario di Stato James Bynes, descrive la natura oscura del sistema sovietico: le sue forze, le fragilità, il suo nevrotico bisogno di un mondo ostile. Ne scaturì l'articolo scritto nel luglio '47 su Foreign Affairs, firmato X: fondamento di una politica (il containment) che per decenni pervase la guerra fredda senza infiammarla.

Nulla di analogo nei dispacci odierni, ma messaggi raccogliticci, frammentari, pericolosi infine per le fonti, nei paesi a rischio. Non la forza americana è esposta alla luce, ma la sua inconsistenza. Non un impero nudo, ma una finzione d'impero che addirittura usa i propri diplomatici  -  colmo di insipienza e mala educazione da parte di Hillary Clinton  -  come spie all'Onu. L'occhio Usa non scruta il lontano ma l'oggi, sposando non pochi luoghi comuni locali. La glasnost online sbugiarda questo modo di scrutare, e non è male che avvenga. Fa vedere l'impotenza, l'approssimazione, l'inefficacia americana. Inefficacia pur sempre limitata, perché i dispacci non paiono contaminati dai conformismi di tanti commentatori italiani: difficile trovare accenni, nei cabli, alla "rivoluzione liberale" o all'epifanico ruolo di Berlusconi nelle crisi mondiali.

Il vero scandalo è lo spavento che tutto questo suscita, lo sbigottimento davanti a notizie spesso banali, solo a tratti rivelatrici (è il caso, forse, del nesso stretto Nord Corea-Iran), l'imperizia Usa nel tutelare confidenze e confidenti. Ora si vorrebbe fare come se nulla fosse, "tener viva la diplomazia" così com'è: ottusamente arcana, lontana dallo sguardo dei cittadini. Ma quale diplomazia? Nel caso italiano una diplomazia chiamata commerciale dal governo perché essenzialmente fa affari, e all'estero riscuote in realtà "sfiducia profonda".

Dicono che Berlusconi si sia fatto una gran risata, non appena letti i dispacci. Forse ha capito più cose di Frattini, perché lui la diplomazia classica l'ha già distrutta. E non solo la diplomazia ma l'informazione indipendente, e in Europa la solidarietà energetica. Forse ride delle banalità diffuse da WikiLeaks. Forse intuisce che se si parlerà molto di festini, poco si parlerà di conflitto d'interessi, controllo dei media, mafia. È il limite di Assange, enorme: avrà minato la fiducia nella diplomazia Usa, senza dare informazioni autenticamente nuove (la più calzante parodia del cosiddetto 11 settembre di Assange l'ho trovata su un sito di cinefili 1).

Resta la sfida alla stampa: sfida al tempo stesso ominosa e straordinariamente promettente. È vero: nel medio-lungo periodo crescerà il numero di chi si informerà su Internet, più che sui giornali cartacei. Ma da quest'avventura la stampa esce come attore principe, insostituibile: messa di fronte ai 250 milioni di parole sparse come polvere sugli schermi WikiLeaks, è lei a fare la selezione, a stabilire gerarchie, a rendere intelligibile quello che altrimenti resta inintelligibile caos, ad assumersi responsabilità civili contattando le autorità politiche e nascondendo il nome di fonti esposte dai leaks a massimi rischi. Alla rivoluzione mediatica ci si prepara combinando quel che è flusso (Internet) e quel che argina il flusso dandogli ordine (i giornali scritti). L'unica cosa che non si può fare è ignorare la sfida, negare la rivoluzione, opporle sante alleanze conservatrici del vecchio.

Immagino che non fu diversa l'alleanza anti-Gutenberg quando nel XV secolo apparve la stampa, e anche allora vi fu chi, con le parole di quei tempi, parlò di un 11 settembre contro gli establishment: politici e culturali, delle chiese e degli imperi.
 

(01 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/01/news/spinelli_wikileaks_glasnost-9708009/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Gioventù bruciata
Inserito da: Admin - Dicembre 08, 2010, 12:30:24 pm
Gioventù bruciata

di BARBARA SPINELLI


Ha ragione Mario Adinolfi a ricordare che è cosa insultante oltre che menzognera, parlare di giovani senza futuro o d'una sola generazione depredata. Un trentasettenne precario non è più giovane, e il fatto che gli tocchi pregare per essere riconosciuto (questa l'etimologia di precario) è lo scandalo che vien mascherato chiamandolo giovane. Una catena di generazioni fatica a preparare prima l'età matura, poi l'anziana. I nati dopo il '70 sono la metà degli italiani: 28 milioni 150.000, non più solo figli ma padri che della vita attiva non conoscono che contratti brevi o niente contratti. Che s'imbarcano in lavori low cost o addirittura gratuiti, come denunciato da Michele Boldrin, professore di economia alla Washington University di St Louis (Il Fatto, 11 novembre).

Lavorare gratis è una pratica in espansione, per chi non ha forze e soldi per fuggire all'estero. È una regressione, nei rapporti sociali e nel riconoscimento reciproco fra l'Italia che ha un posto e l'Italia che ha semplici attività, menzionata di rado. I giovani fanno questa scelta volontariamente, consapevoli d'essere immersi nella Necessità: dare il proprio tempo senza salario li rende visibili, consente di "accumulare punti". Alla fine del tunnel, chissà, il riconoscimento verrà e avrà gli occhi di un lavoro decentemente pagato. Lo sfruttamento s'è fatto banale: è un'usanza dettata dal principe (un bando dell'autorità). È la morale del tempo presente.

Se questa è la realtà, si può capire come la riforma Gelmini sia solo una miccia  -  così Ilvo Diamanti, lunedì su Repubblica  -  che ha acceso risentimenti acuti, non limitati all'istruzione che pure è "crocevia nella vita" d'ognuno. Analoghe micce anti-riforme si moltiplicano, a occidente, ma cruciali non sono le riforme, così come per Heidegger l'essenza della tecnica non è la tecnica ma quel che essa disvela, provoca. Nella rivolta dei giovani francesi la pensione è un pretesto: essi sanno che il paese invecchia, che i soldi dello Stato sociale non bastano. Se protestano con tanto accanimento è perché qualcos'altro è in gioco: il disagio, più radicale, riguarda l'esistere stesso; il perché e il come si vive l'oggi e si pensa, tremando e temendo, il futuro.

In tutti i paesi industrializzati il futuro è programmato penosamente. Adinolfi lo spiega bene nella rivista Week, iniziata il 25 novembre. Basandosi su ricerche dell'Istat e del Center for Research on Pensions and Welfare Policies (Torino), Adinolfi fornisce cifre cupe sulla metà d'Italia che vive il precariato. Al momento, chi va in pensione o sta andandoci è sicuro di ottenere circa il 95 per cento della media dei compensi degli ultimi anni.
Non così il precario nato dopo il '70: la percentuale crolla dal 95 al 36. Fra 20 anni, quando andrà in pensione, riceverà  -  se avrà lavorato 32 anni su 40  -  340 euro al mese. Duro in tali condizioni fabbricare futuro, generare figli che non potremo sostenere e non ci sosterranno, impoveriti anch'essi.

I rivoltosi vedono questo, guardandosi allo specchio: uno scenario che mette spavento. Che ti porta a dire, visto che a nulla è servito il titolo di studio: non resta che farmi menare dalla polizia. Esibisco la mia bile nera, come gli eroi di Moby Dick che è uno dei miei libri-vessillo. Non mi resta, come in Gioventù Bruciata di Nicholas Ray, che il chicken run. Il chicken run è la gara mortale che James Dean ingaggia coi compagni: vince chi guida l'auto sino all'orlo del burrone, tentando di saltar fuori in extremis. Chi fugge la prova è un pollo, un vile. È significativo che a costoro si neghi oggi perfino il diritto a morire, quando sei attaccato a un tubo senz'averlo deciso.

Il chicken run che impregna il tumulto è argomento tabù. Se ne ragiona molto sul Web  -  l'agora di queste generazioni  -  ma poco sui giornali. C'è una complicità tacita, che impedisce alla verità d'esser disvelata. Non ne parlano gli imprenditori, che del lavoro precario o gratuito profittano; e neanche i sindacati, tutori dei pensionati. Nella Cgil, il 53 per cento degli iscritti aderisce al Sindacato dei pensionati italiani (Spi). Se la crisi dice qualcosa  -  sulla crescita che nei paesi sviluppati s'abbasserà stabilmente, sul clima da proteggere, sullo Stato impoverito  -  questo qualcosa dovrà implicare nuove distribuzioni fiscali, e anche una mutazione di linguaggio. Riformismo, accordi bipartisan: sono vocaboli inani, se usati solo per dissimulare tagli. Tutti hanno rovinato l'istruzione, il patto bipartisan già esiste (da Luigi Berlinguer a Mussi, Moratti, Gelmini). L'accordo non va cercato tra partiti ma tra l'Italia che è nello Stato sociale e quella che ne cascherà fuori. Non di patti bipartisan c'è bisogno, ma di dirigenti (politici, imprenditori, sindacati, accademici) che queste cose le guardino in faccia.

Anche il popolo del disagio ha sue responsabilità. È un punto su cui Boldrin insiste crudamente: "Cosa volete fare, ragazzi e ragazze? A favore di cosa siete scesi in piazza, oltre che contro il ddl Gelmini? Perché è questa, non altra, la questione che dovete avere il coraggio d'affrontare". Il risentimento è comprensibile, ma il tema del merito sollevato dalla riforma resta. E che significa rottamare un ceto politico, se non invocare palingenetiche facce giovani? Perché difendere lo status quo universitario, finito in marasma? È come desiderare la crescita squilibrata che nel 2007 causò la crisi economica nel mondo.

Si disserta spesso in Italia della sindrome Peter Pan, che ti reclude nei focolari paterni o materni: secondo l'Istat, il 68 per cento vive coi genitori sino a 35 anni. Lo stesso succede in paesi cattolici dove la famiglia sostituisce il Welfare: Spagna, Irlanda. Ma la vista psicologica è corta, occulta le cause strutturali. Scrive Vincent Venus, direttore del Giovani Federalisti Europei a Berlino, che questa è una generazione diversa: ricorda gli anni '40. Non una conflagrazione militare le ha aperto gli occhi; ma la crisi del lavoro, del pianeta, dell'economia, è un'esperienza interiore di guerra: "È una sfida, quella odierna, che i nostri genitori hanno ignorato. Il compito è talmente vasto che somiglia a quello della generazione postbellica. Unica differenza: non si tratta solo di ricostruire la società, in Europa, ma di mantenere in vita il Welfare". Pur rispettando i conti, oggi esistono cose da preservare: la solidarietà sociale, il lavoro, il pianeta. La distruzione non è più creativa.

Fu così anche nel 1942, quando il Welfare prese la forma di un piano comune di lotta al bisogno: il piano di William Beveridge. "È proprio adesso, con la guerra che tende a eliminare ogni genere di limitazioni e differenze, che si presenta l'occasione. (...) Un periodo rivoluzionario nella storia del mondo è il momento più opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi" (Beveridge, La libertà solidale, Donzelli 2010).

Molti si domandano come mai il malcontento non sia esploso prima di Berlusconi, visti gli errori della sinistra. Domanda sensata, ma vista parziale. Lo spirito dei tempi modellato da Berlusconi e dalle sue Tv ha dilatato al contempo i risentimenti dei dannati e lo sprezzo dei salvati, sostituendo lo Stato sociale con la compassione o l'ignoranza. Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, ha detto in Tv: "Se un uomo a 37 anni non può pagarsi il mutuo è colpa sua: vuol dire che è un fallito". Nemmeno gli avversari del '68 usavano aggettivi simili.

Negli italiani è stata svegliata nell'ultimo decennio, e nutrita, ingigantita, la parte peggiore. È come quando, nel febbraio 1932, il socialdemocratico Kurt Schumacher denunciò l'attacco di Goebbels ai socialdemocratici-partito dei disertori: "Tutta la propaganda nazionalsocialista è un costante appello alla brutta canaglia interiore (Schweinehund) che abita ciascun uomo".
 

(08 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/08/news/giovent_bruciata-9950478/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il profeta delle illusioni
Inserito da: Admin - Dicembre 15, 2010, 05:24:07 pm
L'ANALISI

Il profeta delle illusioni

di BARBARA SPINELLI


C'E' CHI DIRA' che l'iniziativa di sfiduciare Berlusconi era votata a fallire: non solo formalmente ma nella sostanza. Perché non esisteva una maggioranza alternativa, perché né Fini né Casini hanno avuto la prudenza di perseguire un obiettivo limpido, e hanno tremato davanti a una parola: ribaltone. Parola che solo per la propaganda berlusconiana è un peccato che grida vendetta al cospetto della Costituzione. Hanno interiorizzato l'accusa di tradimento, e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a un'alleanza parlamentare diversa. Hanno ignorato l'articolo 67 della Costituzione, che pure parla chiaro: a partire dal momento in cui è eletto, ogni deputato è libero da vincoli di mandato e rappresenta l'insieme degli italiani. Non manca chi già celebra i funerali per Fini, convinto che la sua scommessa sia naufragata e che al dissidente non resti che rincantucciarsi e pentirsi.

 Per chi vede le cose in questo modo Berlusconi ha certo vinto, anche se per 3 voti alla Camera e spettacolarmente indebolito. Il Premier ha avuto acume, nel comprendere che la sfiducia era una distruzione mal cucita, un tumulto più che una rivoluzione, simile al tumulto scoppiato ieri nelle strade di Roma. Neppure lontanamente gli oppositori si sono avvicinati alla sfiducia costruttiva della Costituzione tedesca, che impone a chi abbatte il Premier di presentarne subito un altro.

 A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui il capo del governo ha infranto l'etica pubblica, esasperando lo sporco
spettacolo del mercato dei voti. Il mese in più concesso da Napolitano, lui l'ha usato ricorrendo a  compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l'hanno sprecato senza neanche denunciare i reati (se si esclude Di Pietro). Eugenio Scalfari ha dovuto spiegare con laconica precisione, domenica, quel che dovrebbe esser ovvio e non lo è: non è la stessa cosa cambiar campo per convinzione o opportunismo, e cambiarlo perché ti assicurano stipendi fasulli, mutui pagati, poltrone.

Ma forse le cose non stanno così, e la vittoria del Cavaliere è  in larga misura apparente. Non solo ha una maggioranza esile, ma è ora alle prese con due partiti di destra (Udc e Fli) che ufficialmente militano nell'opposizione. Il colpo finale è mancato ma la crisi continua, come un torrente che ogni tanto s'insabbia ma non cessa di scorrere. Quel che c'è, dietro l'apparenza, è la difficile ma visibile caduta del berlusconismo: caduta gestita da uomini che nel '94 lo magnificarono, lo legittimarono. È un Termidoro, attuato come nella Francia rivoluzionaria quando furono i vecchi amici di Robespierre a preparare il parricidio. Non solo le rivoluzioni terminano spesso così ma anche i regimi autoritari: in Italia, la fine di Mussolini fu decretata prima da Dino Grandi, gerarca fascista, poi dal maresciallo Badoglio, che il 25 luglio 1943 fu incaricato dal re di formare un governo tecnico pur essendo stato membro del partito fascista, responsabile dell'uso di gas nella guerra d'Etiopia, firmatario del Manifesto della Razza nel '38.

Un'uscita dal berlusconismo organizzata dal centro-destra non è necessariamente una maledizione, e comunque non è il tracollo di Fini. Domenica il presidente della Camera ha detto a Lucia Annunziata che dopo il voto di fiducia passerà all'opposizione: se le parole non sono vento, la sua battaglia non è finita. Sta per cominciare, per lui e per chiunque a destra voglia emanciparsi dall'anomalia di un boss televisivo divenuto boss politico, ancor oggi sospettato di oscuri investimenti in paradisi fiscali delle Antille. Il successo non è garantito e se si andrà alle elezioni, Berlusconi può perfino arrestare il proprio declino e candidarsi al Colle.

 Non è garantita neppure la condotta del Vaticano, che ha pesato non poco in questi giorni, facendo capire che la sua preferenza va a un patto Berlusconi-Casini che isoli Fini, ritenuto troppo laico. A Berlusconi, che manipola i timori della Chiesa e promette addirittura di creare un Partito popolare italiano, Casini ha risposto seccamente, alla Camera: "La Chiesa si serve per convinzione, non per usi strumentali".

 Resta che il futuro di una destra civile, laica o confessionale, si sta preparando ora.

È il motivo per cui non è malsano che la battaglia avvenga in un primo tempo dentro la destra. Sono evitati anni di inciuci, che rischiano di logorare la sinistra e non ricostruirebbero l'Italia, la legalità, le istituzioni. Il Pd sarebbe polverizzato, se la successione di Berlusconi fosse finta. Un governo stile Comitato di liberazione nazionale (Cln) sarebbe stato l'ideale, ma tutti avrebbero dovuto interiorizzarlo e l'interiorizzazione non c'è stata. Anche tra il '43 e il '44 fu lento il cammino che dai due governi Badoglio condusse prima al riconoscimento del Cln, poi al governo Bonomi, poi nel '46 all'elezione dell'assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.

Oggi non abbiamo alle spalle una guerra perduta, e questo complica le cose. Abbiamo di fronte una guerra d'altro genere  -  il rischio di uno Stato in bancarotta - e ne capiremo i pericoli solo se ci cadrà addosso. L'impreparazione del governo a un crollo economico e a pesanti misure di rigore diverrebbe palese. Anche la natura dei due regimi è diversa: esplicitamente dittatoriale quello di Mussolini, più insidiosamente autoritario quello di Berlusconi. Il suo potere d'insidia non è diminuito, soprattutto quando nuota nel mare delle campagne elettorali o quando mina le istituzioni. Subito dopo la fiducia, ieri, ha anticipato un giudizio di Napolitano ("Il Quirinale vuole un governo solido") come se al Colle ci fosse già lui e non chi parla per conto proprio.

L'opposizione del Pd è a questo punto decisiva, se non allenta la propria tensione e non considera una disfatta la battaglia condotta per un governo vasto di responsabilità istituzionale. Anche se incerte, le due destre d'opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere svolte cruciali. Un Termidoro fatto a destra è un vantaggio in ogni circostanza. Se il governo dovesse estendersi a Casini e Fini e riporterà l'equilibrio istituzionale che essi chiedono, la sinistra potrà dire di aver partecipato, con la sua pressione, alla restaurazione della legalità repubblicana. Il giorno del voto, potrà ricordare di aver agito non per ottenere poltrone, ma nell'interesse del Paese. Se la destra antiberlusconiana non si emanciperà, se inghiottirà nuove leggi ad personam, la sinistra potrà dire di aver avuto, sin dall'inizio, ragione. Con la sua costanza, avrà contribuito alla fine al berlusconismo. Potrà influenzare anche la natura, più o meno laica, della destra futura. Potrà prendere le nuove destre d'opposizione alla lettera ed esigere riforme della Rai, pluralismo dell'informazione, autonomia della magistratura, lotta all'evasione fiscale, leggi definitive sul conflitto d'interessi. Per questo il duello parlamentare di questi giorni è stato tutt'altro che ridicolo o provinciale.

I partiti di oggi non hanno la tenacia dei padri costituenti: proprio perché il passaggio è meno epocale, i compiti sono più ardui. Ma non sono diversi, se si pensa allo stato di rovina delle istituzioni. L'unico pericolo è cadere nello scoramento. È farsi ammaliare ancora una volta dal pernicioso pensiero positivo di Berlusconi. Quando le civiltà si cullano in simili illusioni ottimistiche la loro fine è prossima. Lo sapeva Machiavelli, quando scriveva che con i tiranni occorre scegliere: bisogna "o vezzeggiarli o spegnerli; perché si vendicano delle leggieri offese, ma delle gravi non possono". Lo sapeva Isaia, quando diceva dei figli bugiardi che si cullano nell'ozio: "Sono pronti a dire ai veggenti: 'Non abbiate visionì e ai profeti: 'Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni'".

 Il profeta d'illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo.
 

(15 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/12/15/news/il_profeta_delle_illusioni-10213097/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il sermone della decenza
Inserito da: Admin - Gennaio 19, 2011, 12:16:47 pm
IL COMMENTO

Il sermone della decenza

di BARBARA SPINELLI

Dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, anche a chi vorrebbe parlar d'altro e tapparsi le orecchie, anche a chi non vede l'enormità della vergogna che colpisce una delle massime cariche dello Stato, che una cosa è ormai del tutto improponibile: che il presidente del Consiglio resti dov'è senza neppure presentarsi al Tribunale, e che addirittura pretenda di candidarsi in future elezioni come premier. Molti lo pensano da tempo, da quando per evitare condanne il capo di Fininvest considerò la politica come un sotterfugio.

Non un piano nobile dove si sale ma uno scantinato in cui si "scende", si traffica, ci si acquatta meglio. La stessa ascesa al Colle resta, nei suoi sogni, una discesa in sotterranei sempre più inviolabili. Molti sono convinti che i suoi rapporti con la malavita, la stretta complicità con chi in due gradi di giudizio è stato condannato per concorso in associazione mafiosa (Dell'Utri), il contatto con un uomo  -  Mangano  -  che si faceva chiamare stalliere ed era il ricattatore distaccato da Cosa Nostra a Arcore  -  erano già motivi sufficienti per precludergli un luogo, il comando politico, che si suppone occupato da chi ha avuto una vita rispettosa della legge.

Ma adesso l'impegno a fermare quest'uomo infinitamente ricattabile perché incapace di controllare la sua sessualità deve esser esplicitamente preso dai responsabili politici tutti, dalla classe dirigente in senso lato, e non solo detto a mezza voce. È una specie di sermone
che deve essere pronunciato, solenne come i giuramenti che costellano la vita dei popoli. Un sermone che non deleghi per l'ennesima volta il giudizio morale e civile alla magistratura. Che pur rispettando la presunzione d'innocenza, certifichi l'esistenza di un ceto politico determinato a considerare l'evidenza dello scandalo e a trarne le conseguenze prima ancora che i tribunali si pronuncino. Ci sono reati complessi da districare, per i giudici. Questo non vieta, anzi impone alla politica di delimitare in piena autonomia la dignità o non dignità dei potenti.

Non è più solo questione del conflitto di interessi, che grazie alla legge del 1957 avrebbe sin dall'inizio potuto vietare l'accesso a responsabilità politiche di un titolare di pubbliche concessioni (specie televisive). Chi è sospettato d'aver pagato prostitute o ragazze minorenni, d'aver indotto  -  sfruttando il proprio potere  -  un pubblico ufficiale a fare cose illecite, chi è talmente impaurito dall'arresto di Ruby dal presentarla in questura come nipote di Mubarak, chi ha avuto rapporti con mafiosi e corrotto testimoni o giudici, deve trovare chiuse le porte della politica, anche se i Tribunali ancora tacciono o se vi son state prescrizioni. Attorno a lui deve essere eretto una sorta di alto muro, che impersoni la legge, la riluttanza interiore d'un popolo a farsi rappresentare da un individuo dal losco passato e dal losco presente. Tra Berlusconi e la politica questo muro non è stato mai eretto, nemmeno dall'opposizione quando governava. Se non ora, quando?

È così da millenni, nella nostra civiltà: una società ha anticorpi che espellono le cellule malate, o non li ha e decade. L'ostracismo fu un prodotto della democrazia ateniese, nel VI secolo a. C. Eraclito scrive: "Combattere a difesa della legge è necessario, per il popolo, proprio come a difesa delle mura". Berlusconi non avrebbe dovuto divenire premier, e non perché si disprezzi il popolo che lo ha eletto: non avrebbe dovuto neanche potersi candidare. Comunque, oggi, non può restare o tornare in luoghi del comando che hanno una loro sacralità: non può, se la coerenza non è una quisquilia, nemmeno presentarsi come patrono del proprio successore. Non è un monarca che va in pensione.

Gli italiani più restii a vedere lo sanno, altrimenti non avrebbero acclamato in simultanea, da 16 anni, Berlusconi e tre capi dello Stato. È segno che in un angolo della coscienza, sognano quel decalogo che nelle parole di Thomas Mann "altro non è che la quintessenza dell'umana decenza": il non rubare, il non pronunciare il nome di Dio invano, il non dire il falso, il non sbandierare valori senza rispettarli, il non adulterare ciò che è chiaro e puro confondendolo con il torbido e l'impuro. È come se i padri costituenti avessero presentito tutto questo, vietando plebisciti di capi di governo o di Stato: come se condividessero la diffidenza di Piero Calamandrei per l'inclinazione italiana alla "putrefazione morale, all'indifferenza, alla sistematica vigliaccheria".

La responsabilità del sermone è dunque per intero nelle mani dei parlamentari, liberi per legge da vincolo di mandato. Così come è in mano ai contro-poteri che costituzionalmente limitano il dominio d'uno solo (parlamento, magistratura, stampa). Contro-poteri su cui la sovranità popolare non ha il primato, se è vero che essa viene "esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art 1).

Già una volta, nella "chiamata di correo" di Craxi, i politici caddero nel baratro, degradando se stessi. Fu il buco nero di Tangentopoli, e spiega come mai ancora abitiamo un girone dantesco fatto di menzogna e omertosi sortilegi. Il buco nero sono le parole di Craxi in Parlamento, il 3 luglio '92: "Nessun partito è in grado di scagliare la prima pietra. (...) Ciò che bisogna dire, e che tutti del resto sanno, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia (...) criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi, i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro".

Difficile dimenticare il silenzio che seguì: nessun deputato si alzò, e ancor oggi la nostra storia stenta a non essere storia criminale. Ancor oggi si vorrebbe sapere perché i deputati che si ritenevano onesti rimasero appiccicati alla poltrona. Craxi pagò appropriatamente, perché le sentenze erano passate in giudicato e la legge è legge, ma pagò per molti: anche per Berlusconi, che con il suo aiuto costruì il proprio apparato di persuasione televisiva e profittò del crollo della Prima Repubblica sostituendola con un suo privato giro di corrotti e corruttori.

I deputati rischiano di restar seduti anche oggi, come allora: per schiavitù volontaria, o peggio. Il sermone oggi necessario deve essere un impegno a che simili ignominie non si ripetano. Proprio perché il conflitto d'interessi è sorpassato, e siamo di fronte a un conflitto fra decenza e oscenità, fra servizio dello Stato e servizio dei propri comodi, fra libertinaggio innocente e libertinaggio commisto a reati. Da molto tempo, c'è chi ha smesso di parlare di Palazzo Chigi: preferisce parlare di palazzo Grazioli come sede dell'esecutivo, e fa bene. Che si salvi, almeno, l'aura associata ai luoghi italiani del potere.

Domenica scorsa, Berlusconi ha fatto dichiarazioni singolari, oltre che ridicole. Definendo gravissima, inaccettabile, illegale, l'intromissione dei magistrati nella vita degli italiani ha detto: "Perché quello che i cittadini di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro. Questo è un principio valido per tutti, e deve valere per tutti. Anche per me". L'uguaglianza fra cittadini equivale per lui alla libertà di fare quel che si vuole, in casa: anche un reato, magari. Non riguarda certo l'uguaglianza di fronte alla legge. L'antinomia stride, e offende. Siamo ben lontani dall'ingiunzione di Eraclito, se tutto diventa lecito nelle mura domestiche, e non appena succede qualcosa di criminoso l'uguaglianza cessa d'un colpo, e comincia l'età dei porci di Orwell, in cui tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

(19 gennaio 2011) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2011/01/19/news/sermone_decenza-11384885/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La fattoria degli italiani
Inserito da: Admin - Febbraio 16, 2011, 04:53:15 pm
L'ANALISI

La fattoria degli italiani

di BARBARA SPINELLI


DICE il presidente del Consiglio che un golpe morale è in atto contro di lui, e che a cospirare sono le procure, i giornali, le donne che domenica hanno manifestato contro un premier giudicato indegno della carica che ricopre.

Dice ancora, anticipando quella che sarà la sua strategia difensiva: "Io sono un uomo separato e sono libero di fare quel che voglio a casa mia. Vogliono farmi dimettere e basta". Sventola la bandiera della libertà, grida al lupo indicando il Tribunale di Milano che ieri l'ha rinviato a giudizio con rito immediato per concussione e prostituzione minorile, ma in questo suo sventolare c'è qualcosa che non va. Pur occupando il potere, non cessa di presentarsi come uomo privato, nella cui vita nessuno può interferire. S'identifica addirittura col piccolo mugnaio di Federico II, che ai soprusi del despota replicò: "C'è pur sempre un giudice a Berlino". Al tempo stesso, nella qualità di uomo pubblico, accampa diritti a un'impunità che nessun cittadino o mugnaio possiede.

Difficile sottrarsi al dubbio che si mimetizzi nella folla, diventandone il megafono, per meglio centralizzare un comando che non tollera contropoteri. Nella Fattoria degli Italiani cui anela, tutti sono eguali ma ce n'è uno, lui, più uguale degli altri. Tutti devono rispondere dei propri atti davanti alla legge ma non lui né la sua cerchia, che vive nella crepuscolare terra di nessuno dove pubblico e privato si confondono. Quando vuol nascondersi si rifugia nel privato, reclamandone l'inviolabilità. Quando passa al contrattacco cinge la corona e decreta: il mio corpo coincide con il re e non si tocca. Non si tocca neppure quello della mia corte, che condivide i miei privilegi finché mi resta fedele. Tutto sta a muoversi di continuo da una casella all'altra. Giolitti diceva di Mussolini: "Il fascismo è come una trottola, se si ferma cade".

Non è questo, d'altronde, il motivo per cui volle scendere in politica, fra il '92 e il '94, come si scende in uno scantinato per sfuggire il giudizio della pòlis? Non è, la sua, un'ininterrotta battaglia contro l'obbligatorietà dell'azione penale, sancita dalla Costituzione nell'articolo 112? Le parole che Fedele Confalonieri disse nel 2000 a Repubblica ("La verità è che se non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l'accusa di mafia") lui non le ha mai smentite. Il presidente di Mediaset aggiunse anni dopo su La Stampa: "Trattare non gli piace. Gli riesce difficile prendere atto che la democrazia pone dei freni. Le leggi ad personam le fa per proteggersi. Se non fai la legge ad personam vai dentro". Confalonieri non parla solo del capo ma della sua cerchia ("Noi saremmo in galera"). Ambedue sono unti dalle urne.

È da questi scantinati che sgorgano le parole fatali escogitate anche oggi per confondere le menti: la democrazia concepita come libertà di ciascuno (Premier compreso) di fare quel che desidera; l'accusa di moralismo rivolta a chi respinge tali idee; l'allergia a ogni freno che fermi l'arbitrio del capo. Questa commedia degli errori (il privato è pubblico, il pubblico è privato, sono io a decidere cos'è morale, democratico, lecito) ha la forza dell'inafferrabilità perché continuamente gioca con le funzioni, le definizioni, piegandole a proprio piacimento. Non c'è parola detta nello spazio pubblico che non venga subito trasformata in flatus vocis, in nominalistica emissione di suono che si sperde fra altri suoni sino a divenire inaudibile scheggia di un dibattito dove ogni fumo pesa tranne la non fumosa verità dei fatti, e dei reati.

È quel che accade da anni, ogni volta che vengon poste questioni concrete che riguardano la separazione fra Stato-Chiesa, o la domanda di giustizia uguale per tutti, o l'etica richiesta a chi esercita funzioni pubbliche e non è quindi la copia esatta del comune cittadino, avendo secondo la Costituzione speciali doveri di "disciplina e onore" (art. 54). È qui che s'alza la nebbia: trasformando il concreto in astratto, sottomettendo ogni questione alle preferenze di chi, detenendo il potere politico e quello dell'informazione, decide dove finisce l'arbitrio, dove inizia la legge. A questo serve lo storpiamento di vocaboli come morale, laicità, giustizia. Serve a uccidere la laicità, soprannominata laicista. A soffocare la giustizia, detta giustizialismo se applicata con rigore. La morale è il freno più infame, e per svalutarla riceve il timbro di moralismo. Se potesse, Berlusconi si scaglierebbe contro il Decalogo, chiamandolo decalogismo. Già è accaduto. Hitler già se la prese con "il Dio del Sinai e i suoi insopportabili Non devi". Non c'è tabù che non sia esecrato dai poteri assoluti.

A questo deturpamento delle parole si dà il nome di liberalismo, con disinvoltura. Un liberalismo talmente sfrondato che neppure il tronco sopravvive: ridotto al diritto di fare quel che piace, senza ingerenze; impoverito da un laisser faire che già tanti mali ha fatto all'economia di mercato. Un liberalismo che s'inventa una storia breve, invece della lunga che ha sotto i piedi, e nulla sa del pensiero repubblicano da cui discende, secondo il quale sovrano, anche in democrazia, non è il popolo con le sue effimere passioni ma la legge che dura.

A queste condizioni la pòlis è ordinata: che sia abitata da cittadini partecipi perché bene informati, che non faccia degenerare la libertà in sopraffazione dei forti sui deboli. Che tutti si assoggettino alla legge e riconoscano l'utilità pubblica delle virtù private. Per pensatori liberali come Locke, Tocqueville, John Stuart Mill, non c'è libertà, se l'autorità suprema non è la legge. La nostra Costituzione dice la stessa cosa. Il popolo è sovrano, nell'articolo 1, ma nell'articolo 54 "tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi".

Quando Berlusconi decreta che la sua condizione di indagato è decisa solo dalle urne dice qualcosa di affatto indigesto per i liberali, perché la sovranità popolare senza separazione dei poteri e sottomissione alla legge di ciascuno (popolo, governi, chiese) è la volontà della maggioranza, e di poteri che pretendendo rappresentare un tutto diventano paralleli, rivali dello Stato. Tocqueville li riteneva letali, in democrazia: "Esiste una sorta di libertà corrotta, il cui uso è comune agli animali e all'uomo, e che consiste nel fare tutto quel che piace. Questa libertà è nemica di ogni autorità: sopporta con impazienza ogni regola. Con essa, diventiamo inferiori a noi stessi, nemici della verità e della pace". Sono anni che discutiamo di questo in Italia: se la legge abbia ancora un significato, se la morale pubblica sia una bussola o una contingenza. È ora di deciderlo e chiudere la discussione.

Il bersaglio di chi si ribella a simili vincoli è la morale (per i poteri ecclesiastici è la laicità), descritta come sovversiva, giacobina. Ma anche qui l'equivoco è palese: nello stesso momento in cui si atteggiano a anticonformisti minoritari, i ribelli si riscoprono giacobini tutori di valori morali non negoziabili, e con tutta la forza della maggioranza negano al singolo la libertà di morire naturalmente, non attaccato alle macchine. Tanto più grave il silenzio della Chiesa sull'etica pubblica. In fondo questa dovrebbe essere l'occasione di far vedere che il suo spazio nella pòlis non è paragonabile a quello di cricche e cose nostre. Se vuol rinascere, la Chiesa non può non rompere con Berlusconi, a meno di non divenire anch'essa potere sfrenato e parallelo. L'appello di Bagnasco a "più trasparenza" è tardivo e inadeguato.

Ezio Mauro ha giustamente difeso la breve vita del partito d'azione, soprattutto torinese. È vero, c'era un forte afflato morale nell'azionismo: forse si spense per questo, lasciandoci tuttavia in eredità il pensare onesto di Norberto Bobbio, Vittorio Foa. Senza gli azionisti non avremmo la Costituzione che abbiamo, la sua benefica laicità, la sua versatilità. Chi li bolla come moralisti teme come la peste che rinasca un'alleanza fra sinistra e liberali, in difesa dell'etica pubblica. Il mondo cui aspira l'antimoralista è la Fattoria degli Animali, dove non la legge comanda ma un unico capo, circondato da cerchie di bravi che a nessuno rispondono se non a lui.   

(16 febbraio 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'agorà araba
Inserito da: Admin - Marzo 02, 2011, 03:06:15 pm
L'ANALISI

L'agorà araba

di BARBARA SPINELLI

Strane e nuove cose stanno accadendo nei paesi arabi. Strane e nuove anche per quel che dicono di noi, democrazie assestate ma incapaci di ricordare come nacquero, di chiedersi se ancora sono all'altezza delle promesse d'origine. Tutti i paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s'accoppia a quest'inettitudine, radicale, di interrogare se stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio, anche da noi, fosse di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge: quella del capo. Una l'opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pezzi oltre il Mediterraneo, ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi.

Tocqueville spiega bene, nei libri sulla Rivoluzione francese, le insidie delle prese della Bastiglia. Il Re fu sostituito da un potere solitario, illimitato, più efficace della Corona. Quello del Popolo, uno e indivisibile. Un solo valore venne eretto a valore supremo, non negoziabile: quello della Ragione. L'Uno è il fulcro del pensiero monistico, e surrettiziamente ci addestra a pensare contro la democrazia. Fino a due non riusciamo a contare. La stabilità è l'idolo cui sacrifichiamo le primordiali aspirazioni democratiche. Forse è il motivo per cui i governanti europei, e gli italiani in sommo grado, faticano a capire i paesi arabi o l'Iran. Stentano a osservarli,
a parlarne: non ne hanno il vocabolario, pur essendo i padri dei dizionari democratici disseppelliti oltre il Mediterraneo anche per noi.

Cantileniamo il ritornello della primavera dei popoli, e non sappiamo più quel che accade, quando un popolo s'appropria del proprio destino. Quel che urge costruire, una volta distrutto il trono. Eppure basta guardare: non si riducono a questo, per ora, le rivoluzioni arabe. Non è un Popolo che si solleva, monolitico grumo di passioni che conquista il potere. Quel che vediamo sono le molteplici aspirazioni, il proliferare e differenziarsi di progetti, il bisogno  - inaugurale in democrazia -  di un regime regolato in modo da favorire tale differenziazione. Non il dominio del popolo è la meta ma la possibilità della disputa, la concordia nutrita di discordia.

Due sono le caratteristiche delle rivoluzioni arabe, che possono finir male o bene ma sono comunque esperienze della democrazia ai suoi albori. In primo luogo la scoperta dell'altro, del diverso, non più sotto forma del nemico che si odia o cui ci si assoggetta: dunque la scoperta di sé, di quel che io posso fare per sortire dal marasma. È significativo che la prima scintilla delle rivolte sia stata il suicidio del tunisino Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, il 4 gennaio. Il gesto ha annullato d'un colpo anni di suicidi-omicidi terroristi, e per la prima volta l'arabo insorge cominciando da sé. La seconda caratteristica è la scoperta di quanto sia prezioso, perché ci sia democrazia, lo spazio pubblico dove le varie idee s'incrociano, s'oppongono, sfociano in delibera. Nella Grecia antica si chiamava agorà: la piazza dove i privati s'incontrano, diventano cittadini che accudiscono la cosa pubblica oltre che la propria famiglia. Dove democraticamente decidono. Si decide votando a maggioranza, ma l'esistenza dell'agorà è il preambolo che dà spazio, dignità, legittimità al diverso.

Chi ha seguito su internet i tumulti arabi avrà visto le discussioni sterminate attorno a ogni articolo, appello. In assenza di un'agorà ufficiale (di una res publica), gli arabi scelgono internet e cellulari per parlarsi l'un l'altro come mai prima d'ora, per manifestare contro gli autocrati da cui erano manipolati, non governati. Il primo atto della democrazia è uscire di casa, contrariamente a quel che dice Berlusconi secondo cui la famiglia privata ti insegna tutto, e fuori s'aggirano scuri professori della scuola di Stato che inculcano nozioni devianti. Ha scritto Robert Malley sul Washington Post che Al-Jazeera è divenuta un attore politico di primo piano "perché riflette e articola il sentimento popolare. È diventata il nuovo Nasser. Il leader del mondo arabo è una rete televisiva".

Ma internet e Tv sono gli strumenti, non la stoffa delle democrazie nascenti. Altrimenti potremmo dire che anche da noi le Tv commerciali sono state levatrici di democrazia. Quel che le reti sociali arabe suscitano è la pluralità di opinioni e notizie, non l'emergere dell'etere privatizzato italiano; non la Tv a circuito chiuso di Milano 2 che s'estende alla nazione ed è emblema del quartiere sbarrato che gli americani chiamano gated community. Al-Jazeera e social network arabi abbattono i recinti, aprono finestre. Le aprono a quel che le nostre democrazie inventarono, quando nacquero anch'esse nel tumulto: la pluralità di idee, la separazione dei poteri, la convinzione che il potere tende a estendersi, se altri poteri non lo fermano e controbilanciano. Le apre infine alla laicità, tappa essenziale delle democrazie d'occidente. Naturalmente è possibile che i Fratelli musulmani, più organizzati dei manifestanti, abbiano il sopravvento. Ma gli ingredienti iniziali delle rivolte non sono in genere confessionali. Può darsi che le cerchie autocratiche si limitino a spostar pedine. Ma gli insorgenti, come si vede in Tunisia, sgamano presto e non tollerano gattopardi che fingono cambiamenti. Un esempio significativo è il documento pubblicato il 24 gennaio sul sito del giornale Yawm al-Sâbì ("Il settimo giorno"): un manifesto in 22 punti in cui si chiede la separazione tra religione e Stato, la dignità delle donne, il diritto di ogni cittadino (comprese donne, cristiani) di accedere alle massime cariche, tra cui la Presidenza. Il documento è firmato da una ventina di teologi e imam egiziani, ed è stato ripreso prima da Asia News e poi da più di 12.400 siti arabi. Ne parla da giorni Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e professore in Libano e al Pontificio Istituto Orientale di Roma. Secondo Samir, i firmatari del proclama non sono soli: "Questo desiderio di operare una distinzione tra religione e Stato è un sentimento comune. La religione è una cosa buona in sé e non vogliamo ostacolarla, purché rimanga nel suo ambito, come una cosa piuttosto privata, che non entra nelle leggi dello Stato. Invece i diritti umani, questi sì! (...) E se la legge religiosa va contro i diritti umani, allora preferiamo i diritti umani anziché la sharia" (www. zenit. org). In Italia parole simili sono eresia, perché tutt'altro è lo spettacolo cui assistiamo: una regressione della laicità, della separazione dei poteri, della democrazia. Non stupisce che Berlusconi abbia difeso in principio i dittatori, temendo di disturbarli: non è la storia araba, ma la storia delle nostre democrazie che non arriva a interiorizzare. Metà del mondo entra in contatto con la democrazia, con le tesi di Montesquieu sul potere frenato da altri poteri, ma lui è fermo, a presidio dell'Uno e l'Indivisibile, in polemica costante con ogni potere di controllo (magistratura, Consulta, Quirinale). Mai come in queste settimane il suo esperimento è apparso superato: espressione di una democrazia impigrita, chiusa. Anche la sua idea di televisione non è agorà, inclusione del diverso. È un'opinione sola che grida dallo schermo della "scatola tonta" e ha l'impudicizia di presentarsi come Radio Londra armata contro tiranni. Non siamo certo gli unici ad arrancare dietro la primavera araba senza sapere perché arranchiamo: dimentichi dei patti coi tiranni, dei profughi respinti ai nostri confini e consegnati ai campi di concentramento libici, dell'Arabia tramutata in terra d'affari. Il ministro degli Esteri francese Michéle Alliot-Marie ha reagito all'inizio come Frattini, Berlusconi. Ma in Francia son bastati due mesi, e domenica il ministro ha dovuto dimettersi, spinto dal suo stesso partito.

Il discorso sui valori, caro al Premier quando inveisce contro la scuola pubblica, o contro l'adozione da parte di single o gay, o contro il diritto del morente a decidere se farsi o non farsi tenere in vita, è frutto di questo monismo non democratico. È una visione gradita alla Chiesa, che può ottenere potere (non in omaggio ai Vangeli ma a una sacralizzazione della stabilità degna del Grande Inquisitore) spartendolo alla maniera dell'Islam radicale: agli imam le moschee, i soldi, la signoria sulle anime; agli autocrati l'imperio politico inconfutato. L'orizzonte è quello dell'agorà negata: che trasforma l'inquilino della comunità protetta non in cittadino, ma in consumatore appeso alla scatola tonta, incapace di uscire e scoprire la Città.

(02 marzo 2011) © Riproduzione riservata
da - www.repubblica.it/esteri


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il dovere della paura
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2011, 06:10:36 pm
L'ANALISI

Il dovere della paura

di BARBARA SPINELLI

Ci sono momenti così, nella storia degli uomini: dove si reagisce con l'emozione oltre che con la razionalità, perché l'emozione sveglia, incita a stare all'erta. Già in Eschilo, la passione e il patire sono fonti d'apprendimento. È il caso del Giappone da quando, venerdì, lo tsunami s'è aggiunto al terremoto e non solo ha spazzato case, vite, villaggi, ma ha causato l'esplosione di quattro reattori nucleari a Fukushima.

All'orrore spuntato dal sottosuolo e dal mare s'aggiunge ora una pioggia radioattiva che spinge chi abita presso le centrali a fuggire o barricarsi in casa. Ci sono momenti in cui si apre una fessura nel mondo, e non solo in quello fisico ma in quello mentale, sicché occorre ricorrere ai più diversi espedienti: all'intelligenza razionale, alla discussione pubblica, ma anche alla paura, questa passione giudicata troppo triste per servire da rimedio.

Non a caso, quando sollecita la responsabilità per il futuro della terra, il filosofo Hans Jonas parla di paura euristica: non la paura che paralizza l'azione o è usata dai dittatori, ma quella che cerca di capire, di scoprire (questo significa euristica). Che è generatrice di curiosità, prevede il male con apprensione, fa domande, sprona a rettificare quanto pensato e fatto sinora. Jonas evoca addirittura il dovere della paura: "Diventa necessario il "fiuto" di un'euristica della paura che non si limiti a scoprire e raffigurare il nuovo oggetto, ma renda noto il particolare interesse etico che ne risulta" (Il principio di responsabilità, Einaudi '90).

Alla luce del principio di responsabilità appaiono completamente inani i governi - come l'italiano, il francese - che screditano questa paura, e in tal modo negano la gravità del momento e l'urgenza di correggere i piani nucleari. Obama e Angela Merkel dicono ben altro: "Non si può fare come se nulla fosse". Non così il ministro dell'energia Eric Besson, o il ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani. Per Besson nulla cambia, neanche le centrali invecchiate come quelle giapponesi: nella conferenza stampa di sabato ha evitato il termine "catastrofe", preferendo il meno allarmante "incidente grave". Stesso atteggiamento in Romani, che ha invitato l'altro ieri a "non farsi prendere dalla paura", senza sapere di che parlava. Non sono i soli: anche i governanti giapponesi hanno a lungo minimizzato, prendendo per buone le assicurazioni dei gestori delle centrali (Tepco, Tokyo Electric Power Corporation). La stessa Tepco che più volte è stata indagata (specie nel 2002-3) per il non rispetto delle norme anti-sismiche.

Apocalisse è vocabolo che s'espande come un virus, dall'inizio del cataclisma. Ma apocalisse è altra cosa, ha legami con la religione: è rivelazione di un piano divino, è l'omega che si ricongiunge all'alfa, è il cerchio terrestre che chiudendosi si schiude all'oltrevita. I colpiti sono innocenti, ma per qualche motivo Dio vuole che la storia terrestre s'esaurisca così, stroncando il libero arbitrio d'ognuno. Per questo conviene dismettere questa parola molto scabrosa, che sigilla gli occhi a quel che accade qui, ora; in terra, in mare. Eventi simili non sono la fine del mondo, pur preludendo forse a essa. Sono piuttosto la fine di un mondo: di certezze, di assiomi cocciutamente coltivati.

In Giappone, per vie misteriose, suscitano ricordi funesti, che hanno radici profondissime nella sua cultura recente. Il collasso delle centrali nucleari rimanda al trauma mai sopito di Hiroshima e Nagasaki, quando Washington diede a Tokyo questa lezione di inaudita violenza. La terra che ti squassa, la solitudine dell'uomo in tanto scompiglio, la natura maligna, la morte nucleare che incombe: nelle teste nipponiche è incubo magari dissimulato ma è sempre lì, in agguato. Lo dicono i volti che ci fissano in queste ore: impietriti, più che impassibili. Lo vediamo nei corpi che d'un tratto s'immobilizzano, come morissero in piedi.

Non è vero che i giapponesi hanno paure più calme, controllate delle nostre. Il loro urlo non è quello di Munch ma è pur sempre urlo. Sappiamo dalla Bibbia quanto possa esser afono l'agnello, e il grido del Giappone è colmo di interrogativi atterriti: perché le autorità hanno permesso che centrali vecchie quarant'anni sopravvivessero? Perché non hanno previsto che anche dal mare poteva venire il mostro? Perché sono così evasive? Perché proprio Tokyo, che ha già vissuto la sventura e se la porta dentro come assillo, s'è fidata della tecnologia, non è corsa in tempo ai ripari?

Ci sono grandi disastri che hanno quest'effetto: di sconvolgere non solo le vite ma vasti castelli di teorie filosofiche ritenute sicure. L'Europa ha conosciuto ore analoghe: accadde nel terremoto di Lisbona, l'1 novembre 1755, e tutte le teorie si scardinarono. Anche quella fu fenditura d'un mondo: fondato sull'euforia tecnologica, sull'ottimismo, religioso o no. La modernità iniziava, e già inciampava. Ventidue anni prima, Alexander Pope aveva scritto un poema intitolato Saggio sull'Uomo. Il verso ricorrente era: "What ever is, is right": tutto quel che esiste è bene. Ma ecco che si apre la crepa di Lisbona, sulla liscia pelle del pensare positivo. Voltaire, Kleist, Kant sono turbati e scoprono che non è più possibile consolarsi con Pope e le teodicee di Leibniz. Non è più possibile dire a se stessi, come Pangloss nel Candide di Voltaire: avanziamo "nel migliore dei mondi possibili".

Cadde anche l'illusione, cara alle chiese, sul dolore salvifico: non esiste una felix culpa, ma un male che ti prende di sorpresa, ingiusto. In presenza del disastro o del crimine sono più opportuni la sapienza di Kleist, le ricerche di Kant sulle origini dei terremoti (Kant è il primo a scoprire la "rabbia del mare"), lo sguardo di Voltaire: "Elementi, animali, umani, tutto è in guerra. Occorre confessarlo: il male è sulla terra". Ansioso di conforto, Rousseau scrisse incongruenze, in una lettera a Voltaire del 1756: "Non sempre una morte prematura è un male reale (...). Di tanti uomini schiacciati sotto le rovine di Lisbona, parecchi senza dubbio hanno evitato disgrazie più grandi, e (...) non è detto che uno solo di quegli sventurati abbia sofferto più che se, seguendo il corso naturale delle cose, avesse dovuto attendere in lunghe angosce la morte che lo ha colto invece di sorpresa". Ma anch'egli pone domande che solo l'emozione accende: non è stata edificata male Lisbona, con le sue case alte 6-7 piani? Non è l'uomo il colpevole, più della natura? Candide soffre il terremoto e conclude: "Bisogna coltivare (meglio) il proprio giardino", dunque la terra, perché questo tocca all'uomo. All'uomo descritto da Kant dopo il 1755: "legno storto", "mai più grande dell'uomo".

Il Giappone non ha alle spalle i settecenteschi ottimismi europei. Dopo Hiroshima si è risollevato con non poche rimozioni, ma con traumi indelebili. Cinema e letteratura narrano questi traumi, e una paura niente affatto calma. Su queste ramificazioni del pessimismo s'è rovesciato lo tsunami, e Jonas aiuta più di Voltaire. I giapponesi sapevano già che "il male è sulla terra", e quel che può soccorrerli è la paura che scoperchia, che scopre. La stessa paura che affiora da decenni, sotto forma di fantasmi, nel suo cinema, nella sua letteratura. In questi giorni guardi la tv, e sembra di vedere la città su cui s'abbatte l'indicibile cataclisma raccontato nel film Kairo, di Kiyoshi Kurosawa: strade e autobus vuoti, fughe verso il nulla, e in cielo, a distanza ravvicinata, un immenso aereo-avvoltoio (nell'Apocalisse griderebbe: "guai! guai!") che vola verso lo schianto.

Rivedere Kairo fa capire lo squasso mentale nipponico e anche il nostro. Il Giappone ha dietro di sé un'epoca che è stata chiamata Decennio perduto, fra il 1991 e il 2000, e s'è poi prolungata in Decenni perduti. Il film di Kurosawa risale a quegli anni (2001) e non è cinema dell'orrore ma - all'ombra dello tsunami - visione iperrealistica. Kairo vuol dire circuito: ma è un cerchio senza alfa e omega. Il fenomeno narrato da Kurosawa è quello di intere generazioni che si barricano in casa fino a divenire ombre davanti ai computer (le statistiche parlano di almeno un milione di drop-out). Il fenomeno si chiama Hikikomori: è un ritrarsi, confinarsi nella solitudine. Nasce da insicurezze esasperate dalla crisi, dal futuro amputato. Sulle pareti delle case, nel film, si stagliano informi ombre color carbone. Gridano "Aiutami!", nel momento in cui i giovani morenti lasciano in eredità quest'effigie di sé.

È la silhouette annerita dell'uomo accanto alla scala che apparve impressa su un muro di Hiroshima nel '45. L'incubo si stende sull'uomo, spaventandolo incessantemente. Viene da lontano, va lontano. Solo spaventandoci unisce il passato al presente; e ci tiene svegli, forse.

(16 marzo 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/esteri


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il crimine dell'indifferenza
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2011, 11:37:10 am
IL COMMENTO

Il crimine dell'indifferenza

di BARBARA SPINELLI

NON è mai cosa semplice giustificare una guerra, per chi è mandato al fronte ma anche per chi ha l'incarico di iniziarla, di deciderne i fini e la fine. Non è facile neanche per chi, sui giornali, cerca di dire la verità della guerra, le sue insidie. La più grande tentazione è di rifugiarsi nei luoghi comuni, nelle frasi fatte, nelle menzogne. Frasi del tipo: nessuna guerra è buona; nessun politico ragionevole s'impantana in paesi lontani; nessuna guerra, infine, va chiamata guerra. Il governo italiano è specialista di quest'ultima menzogna: la più ipocrita. Né si limita a mentire: un presidente del Consiglio che si dice "addolorato per Gheddafi" senza sentir dolore per le sue vittime non sa la storia che fa, né perché la fa.

A questi luoghi comuni sono affezionati sia gli avversari incondizionati delle guerre, sia i governi che le guerre le fanno senza pensarle, o pensandone i moventi (petrolio e gas libici) senza dirli. I luoghi comuni sempre rispondono al primo istinto, più facile. Memorabile fu quel che disse il premier Chamberlain, nel '38, quando Hitler volle prendersi la Cecoslovacchia: "Un paese lontano, dei cui popoli non sappiamo nulla". Sono frasi che circolano, immemori, da secoli. Perché combattere per Bengasi? Siamo usciti dal colonialismo dimenticando che la tattica di Mussolini in Libia (far terra bruciata) è imitata da Gheddafi nel suo Paese. Frasi simili possono esser dette solo da chi immagina che il proprio interesse (personale,
nazionale) sia disgiunto dal mondo. Non c'è solo la banalità del male. Esiste anche la banalità dell'indifferenza a quel che succede fuori casa. Lo scrittore Hermann Broch parlò, agli esordi del nazismo, di crimine dell'indifferenza.

L'Onu nacque per arginare questo crimine, nel dopo guerra. La Carta delle Nazioni unite garantisce la sovranità degli Stati, nel capitolo 1,7, ma nello stesso paragrafo stabilisce che il principio di non ingerenza "non pregiudica l'applicazione di misure coercitive a norma del capitolo 7": capitolo che chiede al Consiglio di sicurezza di accertare "l'esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione", e gli consente (se l'aggressore non è dissuaso) di "intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite" (articoli 39 e 42 del capitolo 7).

Le Nazioni Unite hanno commesso innumerevoli errori in passato, ma i peccati maggiori sono stati di omissione, non di interventismo: basti pensare al genocidio in Ruanda, cui Kofi Annan, allora responsabile delle operazioni militari Onu, restò indifferente nel '94. Nonostante ciò l'Onu è l'unico organismo multinazionale che possediamo, la sola risposta ai luoghi comuni di cui il nazionalismo è impregnato. La sua Carta non è diversa dalle Costituzioni pluraliste dei paesi usciti dal nazifascismo come l'Italia e la Germania. Non è lontana, pur mancando di autorevolezza sovranazionale, dallo spirito dell'Unione europea: l'assoluta sovranità non è inviolabile, se gli Stati deragliano. D'altronde l'Onu ha imparato qualcosa dal Ruanda. Nel 2005, su iniziativa dello stesso Kofi Annan, ha approvato il principio della "Responsabilità di proteggere" le popolazioni minacciate dai propri regimi (Responsibility to Protect, detto anche RtoP), anche se è imperativa l'approvazione del Consiglio di sicurezza. È il principio invocato in questi giorni a proposito della Libia.

A partire dal momento in cui questa responsabilità viene codificata, lo spazio delle ipocrisie si restringe e più intensamente ancora le ragioni della guerra vanno meditate: specie nei Paesi arabi, dove spesso dominano tribù anziché Stati moderni. Anche questo è difficile: dai tempi di Samuel Johnson sappiamo che "la prima vittima delle guerre è la verità", e quest'antica saggezza va riscoperta. Se l'Italia "non è in guerra", cosa fanno i nostri caccia nei cieli libici? Pattugliano per far scena, senza difendersi se attaccati, addolorati anch'essi per Gheddafi? È questo, ministro Frattini, quel che dice agli aviatori? Frattini riterrà la domanda incongrua, e lo si può capire. È lo stesso ministro che il 17 gennaio, in un'intervista al Corriere, definì Gheddafi un modello di democrazia per il mondo arabo: un mese dopo la Libia esplodeva. Come mai la maggioranza non l'ha estromesso dal governo, come i gollisti hanno fatto col ministro degli esteri Michéle Alliot-Marie?

Ma forse c'è un motivo, per cui le parole vane si moltiplicano. In parte nascono da vecchi riflessi, impermeabili all'esperienza. In parte sono frutto di una confusione mentale profonda: l'Onu è di continuo invocata, ma quando agisce e l'America di Obama sceglie la via multilaterale molti perdono la bussola. In parte è l'Onu, prigioniera dei protagonismi nazionali, a evitare parole chiare. Di qui le tante ambiguità della risoluzione sulla Libia: un testo che vuol accontentare tutti e in realtà non sa quello che vuole, né quello che non vuole. Perfino sulla questione cruciale regna il buio: non si vuol spodestare Gheddafi, e però non pochi chiedono proprio questo. Il primo a tentennare è Obama: stavolta non vuole cambi di regime alla Bush, ma il risultato è che ciascuno nell'amministrazione dice la sua come in un giardino d'infanzia. Il 18 marzo il Presidente annuncia che "il cambiamento nella regione non sarà e non può esser imposto dagli Usa né da alcuna potenza straniera: in ultima istanza, sono i popoli del mondo arabo a doverlo compiere". Tre giorni dopo, il 21 marzo in Cile, ripete che la missione è proteggere i civili ma aggiunge: "La politica degli Stati Uniti ritiene necessario che Gheddafi se ne vada: tale politica sarà sostenuta da mezzi aggiuntivi". Ben altro aveva detto domenica il capo di stato maggiore Michael Mullen: l'obiettivo è di "limitare o eliminare le capacità del dittatore di uccidere il proprio popolo e di sostenere lo sforzo umanitario", non di provocare un cambio di regime. Per lui, Gheddafi può anche restare al potere.

Non è l'unica ambiguità: gli interventisti proclamano di non volere occupazioni né attacchi terrestri, ma nutrono parecchi dubbi in proposito. Anche perché con la sola aviazione e gli spazi aerei interdetti si ottiene poco, o peggio ancora: in Bosnia-Erzegovina, la no-fly zone fra il '93 e il '95 non impedì il massacro di 8000-10000 musulmani bosniaci a Srebrenica, città sotto tutela dell'Onu.

Non meno equivoco è il ritardo con cui l'Onu interviene. Il divieto di sorvolo poteva essere imposto prima, quando Gheddafi non aveva ancora riconquistato città e creato una spartizione di fatto della Libia. Uno dei difetti dei cieli interdetti è la scelta dei tempi. Le no-fly zone in Iraq (1991-2002) furono istituite dopo che a Nord l'orrore era già avvenuto (3.000-4.000 villaggi curdi distrutti da Saddam con armi chimiche, nell'88, più di 1 milione di morti), e nel Sud il divieto restò inascoltato.

L'Europa non solo è inesistente, ma pericolosa nella sua frantumazione: la scommessa fatta da Obama sulla sua autonomia è fallita, e non per sua colpa. Uno dei motivi per cui Lega araba è incollerita pur volendo l'intervento è la fretta di Sarkozy, che ha fatto partire i propri aerei senza mai consultare gli arabi. Non basta qualche aereo del Qatar per riempire il vuoto, abissale, di politica. Sarkozy interventista pensa ai suoi casi elettorali non meno della Merkel anti-interventista: di qui il litigio sulla guida o non guida della Nato. Quanto all'Italia, vale la pena ricordare quel che scriveva oltre un secolo fa lo scrittore Carlo Dossi, consigliere di Crispi: "La politica internazionale attuale dell'Italia non è che politica di rimorchio. L'Italia governativa non ha più propria opinione, né ardisce mai d'iniziare un affare o un'impresa, anche se vantaggiosa. Essa si accosta sempre al parere altrui. E neppure osa aderirvi schiettamente. Piglia busse, tace e ubbidisce".

Ancora non sappiamo se il mondo arabo sia scosso da tumulti, da clan rivoltosi, o da rivoluzioni che edificano nuovi Stati. Una cosa però già la sappiamo: una vera discussione sulla democrazia è in corso, e a questa discussione gli occidentali non partecipano, per ignoranza o disprezzo. La settimana scorsa, la Bbc ha diffuso un dibattito organizzato dalla Fondazione Qatar (il Doha Debate) in cui una platea di giovani arabi discuteva dell'Egitto. La maggioranza ha votato una mozione in cui si chiede di non indire subito le elezioni, perché la democrazia "non si esaurisce nelle urne": è fatta di infrastrutture democratiche, di costituzioni garanti delle minoranze, di separazione dei poteri. Ha detto Marwa Sharafeldine, attivista democratica egiziana: "La democrazia fast-food può solo creare indigestioni". Non lascia spazio che ai ricchi, agli organizzati come i fondamentalisti islamici.

Pensando all'Italia, ho avuto l'impressione che anche noi avremmo bisogno di partecipare a questa conversazione mondiale, cominciata in ben sedici Paesi arabi. Forse impareremmo qualcosa sulle nostre democrazie fast-food: dove regnano i clan, le cerchie di amici, e i capipopolo che si sentono in tale fusione col popolo da ritenersi, come Gheddafi, politicamente immortali.

 

(23 marzo 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/esteri


Titolo: BARBARA SPINELLI - Operazione banalità
Inserito da: Admin - Aprile 06, 2011, 03:54:11 pm
IL COMMENTO

Operazione banalità

di BARBARA SPINELLI


OGGI si apre a Milano il processo Ruby, e qualcosa di strano sta accadendo, nonostante l'ora sia grave e parecchio miserabile. Un presidente del Consiglio è incriminato per aver abusato del proprio potere, costringendo la questura a rilasciare una ladruncola che gli stava a cuore e non esitando a spacciarla per la nipote di Mubarak. Pende anche l'accusa di favoreggiamento di prostituzione minorile, perché Karima El Mahroug (Ruby) frequentava festini a Arcore, prima della maggiore età. E li frequentava assieme a ragazze che si prostituivano in cambio di soldi, gioielli, appartamenti, carriere. Le prove sono tali che è stato scelto il rito abbreviato. Un dramma insomma, per un uomo che addirittura anela al Quirinale: e tale resta anche se la Consulta approvasse il parere espresso dalla maggioranza dei deputati, secondo cui il premier non è giudicabile da tribunali ordinari. Un'esperienza non invidiabile, quantomeno, e chiunque si sarebbe aspettato dall'imputato, in ore così cupe, un atteggiamento adatto alla circostanza: i latini lo chiamavano gravitas, virtù di chi governa (lo è ancora, nell'articolo 54 della Costituzione). Da sempre, la calamità personale è la verifica dell'attitudine al comando.

Ma nel mondo di Silvio Berlusconi non è così. Se solo proviamo a penetrarlo, vedremo che è un mondo parallelo, in tutto somigliante all'allestimento, al casting, al linguaggio delle televisioni commerciali. La realtà sfuma in irrealtà e viceversa, i protagonisti non parlano
ma recitano copioni preconfezionati, il pubblico plaudente è esibito come popolo, qualche comparsa emette fandonie. Questo è il premier, specie in questi giorni: una comparsa buffonesca, che sghignazza su quel che fra poco, anzi oggi, sta per accadergli. L'Italia intera è un suo villaggio Potemkin, fatto di cartapesta colorata per occultare detriti e rovine.

Nel villaggio lui è re, e ride ininterrottamente, di tutti e anche di sé. Il sipario del processo sta per alzarsi ed eccolo che il 2 aprile racconta una delle sue lunghe barzellette. Il pubblico batte le mani, e quest'euforia non è il capitolo meno sinistro del copione. Se Karima ha un nomignolo possiamo darlo anche all'autore della sceneggiatura: chiamiamolo Ubu Re, perché come nel dramma di Alfred Jarry prende il potere per "mangiare più salsicce, comprarsi ombrelli, far soldi"; perché promuove i corrotti, elargisce denaro perché glielo consiglia Mamma Ubu, annienta i nobili e soprattutto i magistrati, condannati a vivere delle multe comminate e dei beni dei condannati a morte.

Le barzellette sul caso Ruby mancano furiosamente di sottigliezza, non di furbizia. Sono pornografia allo stato puro, e la pornografia, si sa, cancella l'oggetto del desiderio facendolo vedere così da vicino che pare troppo vero per esser vero. Succede sempre, con l'osceno: quel che ammalia è il reale in eccesso, è l'iper-realtà (la parte del corpo è ingrandita come da una lente). "L'unico vero fantasma della pornografia non è il sesso ma è la realtà stessa, assorbita in qualcosa che non è reale, ma iper-reale", scrive Baudrillard sulla seduzione. Berlusconi non nasconde nulla di quel che fa ma anzi ne dilata i dettagli, li rende derisori, li evoca anche nei momenti in cui uno magari penserebbe ad altro. Di continuo siamo trascinati nel suo set-universo parallelo dove il reale si dissolve e l'assedio svanisce: perché se è derisorio lui quanto più lo saranno magistrati e giornalisti!

Ha un suo sogno ridicolo e non sottile, l'uomo Berlusconi, ma c'è del metodo e anche una cinica conoscenza delle cose, nel suo architettare villaggi finti: c'è la rappresentazione di una gioventù scombussolata da lavori senza futuro, e di un'Italia ridanciana, indifferente alle leggi perché dalle leggi non protetta. Un'Italia con la quale Ubu s'identifica, e che s'identifica con Ubu. Basta divenire padrone delle parole e delle leggi, per storcere gli eventi e capovolgerli. Risultato: quello di oggi non è un processo per concussione e minorenni prostituite. È un monumentale processo al desiderio, alla simpatia, alla leggerezza, alle risate. L'ironia, la più eccelsa delle arti, è usata come arma micidiale che sminuzza i fatti e li rende irriconoscibili. Niente mi minaccia, se ci rido sopra. Niente m'insidia, se come Napoleone m'impossesso dei sogni di soldati ed elettori. È il sotterfugio offerto sin dall'inizio dalle sue tv, tramite le quali conquistò le menti e l'etere. Lui ri-crea un mondo ma frantumato, e nel frammento vivi bene perché non vedi il tutto, non connetti i fatti tra loro sicché li scordi presto. Robin Lakoff, denunciando i nuovi demagoghi delle destre americane, parla di agenda dell'ignoranza.

Chi non dimentica il tutto, il contesto, è lui, il capo che sui falsi paesaggi ha idee ben chiare. Deve essere un paesaggio di emergenza e caos perenni, dove chi comanda si traveste da vittima, dove il potere continuamente deve essere espugnato, mai esercitato. Il Parlamento merita castighi, perché il leader sia solo davanti al popolo (davvero il premier ha sgradito gli insulti di La Russa al presidente della Camera?). Magistratura e Consulta hanno fame di potere politico, e vanno evirate. La Costituzione è un laccio. La politica non è manovrare, ma rimestare e smistare possibili ricatti. Gheddafi era così: ostile alle istituzioni rappresentative, incarnando il popolo si pretendeva inamovibile. Formalmente non governava lui ma i Congressi popolari. Lui, dietro le quinte, era Papà Ubu.

Resta la stranezza, il mistero. Perché tanto ridacchiare, alla vigilia del processo Ruby e di altri procedimenti? Quale spettacolo sta mandando in onda, di cui noi non siamo che ignoranti comparse? Quali leggi e stratagemmi inventerà Ubu perché ogni processo si spenga? L'obiettivo è la negazione del reale, ma c'è un più di violenza, c'è una tattica bellica preventiva presa in prestito dallo Spirito dei Tempi. Tutto è annuncio preventivo, prima che il reale si avveri, ne abbiamo conferma proprio in questi giorni nella guerra di Libia: anche qui viviamo eventi senza conoscerli, che paiono escrescenze delle tv commerciali. Ci sono stati certamente massacri, da parte di Gheddafi. Ma quanti e dove? I cronisti dicono che ci sono stati, ma non visti perché mancavano le telecamere. La tv commerciale fa legge, prima ancora che le cose avvengano: "Lo dice la televisione", e performativamente il fatto esiste. In un blog intitolato Una Storia Noiosa 1 leggo: "Il fact finding/checking viene sostituito da immagini che non esistono, ma che se esistessero testimonierebbero indubitabilmente la realtà di questi fatti, di cui peraltro il giornalista non è testimone diretto. Vertiginoso. Nasce il genere del "reportage preventivo". Non so dire se siamo al funerale dell'immagine o al suo trionfo: l'immagine può permettersi di non esistere fisicamente, tanto tutti diamo per buono che rappresenterebbe fedelmente quella che già sappiamo essere la realtà".

Nel mondo di Berlusconi, la guerra al reale si fa preventiva. Più precisamente, e in conformità al personaggio: si fa apotropaica (apotropaico è il gesto che allontana e annulla un'influenza maligna: per esempio, toccar ferro). Apotropaico è il modo in cui ha difeso, il 10 marzo, la riforma della giustizia: se si fosse fatta nel '92-93, Tangentopoli sarebbe proseguita indisturbata, non ci sarebbero state Mani Pulite né "l'invasione da parte della magistratura della politica e l'annullamento di un'intera classe dirigente".

Una risata vi seppellirà. Lo promette Berlusconi, forse dimenticando che furono gli anarchici dell'800 e la sinistra estrema nel '900 a coniare lo slogan. Fortuna che abbiamo Lao Tzu, che da 2.500 anni dice, della via saggia e giusta: "Quando un dotto di prim'ordine sente parlare della via, la segue rispettosamente. Quando un dotto di mezza levatura sente parlare della via, ora la mantiene ora la perde. Quando un dotto d'infimo ordine sente parlare della via, si fa una grande risata".
 

(06 aprile 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/04/06/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Lampedusa e la sovranità del panico
Inserito da: Admin - Aprile 08, 2011, 06:52:27 pm
IL COMMENTO

Lampedusa e la sovranità del panico

Da settimane in Italia si guarda a quel che accade in Libia e alla situazione a Lampedusa.

Ma la visuale è ristretta: il mondo è in mutazione e l'isola è divenuta l'emblema della nostra condizione di vittime

di BARBARA SPINELLI


SONO settimane che in Italia si guarda a quel che accade in Libia e alla guerra che stiamo conducendo attraverso un'unica lente: nient'altro è per noi visibile se non quello che potremmo patire noi, se i fuggitivi arabi e africani continueranno a imbarcarsi verso le nostre coste. Non si discute che di Lampedusa assediata, di città italiane più o meno restie all'accoglienza. Per la verità non si parla di rifugiati ma di invasori, come se la vera guerra fosse contro di noi.

Il trauma è nostro monopolio, il mondo è un altrove che impaura e minaccia: da un momento all'altro, il favore di cui gode l'operazione in Libia potrebbe precipitare. Sembriamo molto lucidi e pratici, ma questo restringersi della visuale ci rende completamente ciechi: l'altrove mediterraneo resta altrove, solo la nostra quiete di nazione arroccata e aggredita ci interessa. Già alcuni parlano di tsunami, ed ecco paesi e persone degradati ad acqua che irrompe.

Non ci interessa quel che fa Gheddafi (vagamente parliamo di massacri, in parte avvenuti in parte potenziali). Non ci interessano neanche gli insorti, le loro intenzioni. Il mondo è in mutazione ma noi siamo lì, chiusi in un recinto fatto di ignoranza volontaria: come se esistesse, oltre alla guerra preventiva, un non-voler sapere preventivo. Credevamo di aver spostato le nostre frontiere più in là, lungo le coste libiche, ben felici che a gestire l'immigrazione fosse il colonnello coi suoi Lager, invece nulla da fare. Il muro libico crolla e i detriti son
tutti a Lampedusa e la maggioranza stessa degenera in detrito: con Bossi che offre come soluzione lo slogan "föra di ball", con il Consiglio dei ministri che salta, con Berlusconi che di persona andrà nell'isola campeggiando - ancora una volta - come re taumaturgo.

Lampedusa è divenuta l'emblema della nostra condizione di vittime, il grido che lanciamo all'universo. Dice il governo che oggi arriveranno 4 navi per 10.000 posti, ma per tanti giorni non abbiamo visto che l'isolotto sommerso da grumi informi a malapena identificati con persone. Il fermo immagine sull'isola - il fotogramma che sospende il tempo creando stasi, ristagno - è l'arma di un governo che scientemente arresta la pellicola su questo dramma abbacinante. Lampedusa è agnello sacrificale, ha scritto su Repubblica Eugenio Scalfari. Tutte le colpe s'addensano nell'icona espiatoria, e non stupisce il vocabolario sacrificale che l'accompagna: esodo biblico, inferno, apocalisse. Sguainare la parola apocalisse è profittevole al capo politico, che pare più forte. Diventa il kathekon del mondo: trattiene i poveri mortali dal disastro. Così Lampedusa si tramuta in podio politico: Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale, già ci è andata, il 14 marzo, ben cosciente che l'Italia è oggi laboratorio delle destre estreme.

Giustamente il cardinale Martini mette in guardia contro l'uso dello spauracchio apocalittico: non ha detto, Gesù, che "fatti terrificanti" verranno ma "nemmeno un capello del vostro capo perirà"? La paura è comprensibile ma va affrontata, secondo Martini, con quattro virtù: resistenza, calma, serietà, dignità. È proprio quello che manca in Italia. Che manca, nonostante l'attività della Caritas, anche alla Chiesa: con gli innumerevoli alloggi che possiede, non pare sia decisa a offrirli per i fuggiaschi, stipati in condizioni non vivibili, privati ora anche di cibo. Chiara Saraceno ha spiegato bene il paradosso, domenica su Repubblica: questi alloggi, trasformati in alberghi, godono di sconti fiscali perché destinati "esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali". Perché non sono messi subito a disposizione?

Quando non c'è serietà le bugie dilagano, le immagini s'adeguano. Si adeguano nel caso della guerra libica, che non essendo chiamata guerra non può nemmeno esser pensata a fondo, con conoscenza di causa. Si adeguano nel descrivere l'Unione europea, su cui piovono accuse talvolta giuste ma nella sostanza menzognere, da parte di governanti che di tutto son capaci tranne di pedagogia delle crisi. Se non c'è una politica europea sull'emigrazione, è perché gli Stati vogliono mantenere per sé competenze che non sanno esercitare. È contro il proprio panico sovrano che dovrebbero inveire, non contro Bruxelles: contro l'ideologia del fare da sé, del "ghe pensi mi", che angustia l'Italia da quasi cent'anni. In teoria dovrebbe valere il principio di sussidiarietà (l'Unione decide sulle questioni di sua competenza che gli Stati non sanno risolvere), ma si esita ad applicarlo. Quanto all'immigrazione, il trattato di Lisbona prevede che l'Unione decida all'unanimità tra governi, senza la codecisione del Parlamento europeo, con l'eccezione di alcune materie in cui il trattato stesso prevede la procedura legislativa ordinaria: solo in queste materie (non sono le più importanti) si decide a maggioranza qualificata e dunque si agisce.

Ma la menzogna decisiva riguarda quel che l'Italia pensa di sé. Alla radice della cecità, c'è l'illusione di essere una nazione che ancora può scegliere tra essere multietnica o no. Che non deve nemmeno chiedersi se stia divenendo xenofoba. In realtà sono 30 anni che siamo un paese d'immigrazione, con punte massime negli ultimi dieci, e quando Berlusconi nel 2009 disse che "non saremo un paese multietnico", mentiva per evitare il ruolo di pedagogo delle crisi. Per negare che la convivenza col diverso si apprende faticosamente ma la si deve apprendere: attraverso una cultura della legalità, dello Stato, del rispetto. Il politico-pedagogo non finge patrie omogenee che rimpatriano alla svelta bestiame umano, ma governa una civiltà multietnica che da tempo non è più un'opzione ma un fatto.

Per capire il nostro vero stato di salute conviene leggere il rapporto, assai allarmato, che Human Rights Watch 1 ha pubblicato il 21 marzo sull'espandersi del razzismo in Italia. Condotta fra il dicembre 2009 e il dicembre 2010, l'inchiesta raccoglie una mole di testimonianze e mette in luce cose che sappiamo, ma dimentichiamo. Raramente il crimine razzista è denunciato come tale, nonostante la legge Mancino del '93 (articolo 3) lo consideri un'aggravante nei reati: la disposizione non è però inserita nel Codice penale. Raramente sono applicate leggi europee e internazionali per noi vincolanti. Infine, né polizia né magistratura sono formate per affrontare reati simili, e numerosissimi casi vengono archiviati, specie quando le violenze sono commesse da forze dell'ordine.

È la retorica che vince sui fatti, scrive ancora il rapporto, e la colpa è dei politici come dei media. Dei politici, che per primi "stigmatizzano le persone con stereotipi". Dei media, "a causa della monopolizzazione dell'editoria radio-televisiva esercitata da Berlusconi". Il rapporto non risparmia la sinistra, spesso tentata di equiparare immigrati e criminali.
Continuamente i politici chiedono che immigrati o fuggitivi si integrino nella nostra cultura, ma è ipocrisia. Primo perché ai fuggiaschi non vengono dati gli strumenti per interiorizzare la nostra civiltà, i suoi diritti e doveri. Secondo perché gli italiani stessi - mal informati, mal governati - ignorano la civiltà sbandierata. Basti un esempio. Il migrante privo di documento che è vittima di un reato può richiedere il rilascio di un permesso temporaneo, e rimanere nel paese per la durata del processo. L'autorizzazione è concessa per periodi rinnovabili di tre mesi, e revocata a processo finito se il caso è archiviato. Ma la regola di solito è ignorata, con effetti gravi: il reato non è denunciato per paura, la fiducia del migrante nello Stato frana, le mafie diventano rifugi.

Se questa è la cultura politica imperante non sorprende che la nostra politica estera sia così debole, anche in Libia. Non dimentichiamo che gli aiuti pubblici allo sviluppo, in Italia, sono crollati. Ristabiliti dal governo Prodi, da due anni scendono sempre più. In uno studio per l'Istituto affari internazionali, Iacopo Viciani fornisce dati probanti: nel bilancio di previsione per il 2011, la cooperazione allo sviluppo è tra le spese più decurtate, riducendo al minimo il peso italiano nel mondo. Gli stanziamenti per la cooperazione raggiungeranno nel 2011 il livello più basso, con una riduzione del 61% rispetto al minimo del '97. Si dirà che ciascuno taglia, in Europa. È falso: Londra, Stoccolma e Parigi aumentano gli aiuti malgrado la crisi.

Inutile andare a una guerra quando si conta così poco nella scelta delle sue già confuse finalità. I governi italiani non sono gli unici ad aver negoziato con Gheddafi, ma il patto stretto da Berlusconi ha qualcosa di scellerato. È grazie a esso che dal 2009 sono stati rimpatriati centinaia di africani giunti in Libia per arrivare in Europa. Senza distinguere tra profughi e migranti, i fuggitivi sono stati respinti in Libia ben sapendo cosa li aspettava: autentici campi di concentramento, dove regnavano tortura, stupri, fame.

Forse è il motivo per cui fatichiamo, non solo in Italia, ad analizzare questa guerra libica così opaca. A vedere le insidie di un movimento di insorti che non ha esitato, pare, a uccidere prigionieri africani sospettati di lavorare per Gheddafi. Molti libici fuggiranno anche dai successori del colonnello: dai ribelli che stiamo aiutando perché abbattano il Rais. Forse siamo semplicemente alla ricerca di nuovi carcerieri per gli immigrati che respingeremo.

(30 marzo 2011) © Riproduzione riservata
da - www.repubblica.it/politica/2011/03/30/news


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il tempo dei profeti
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2011, 06:39:05 pm
IL COMMENTO

Il tempo dei profeti

di BARBARA SPINELLI


Il Presidente Napolitano, che quando parla d'Europa usa veder lontano e ha sguardo profetico, ha fatto capire nel giorni scorsi quel che più le manca, oggi: il senso dell'emergenza, quando una crisi vasta s'abbatte su di essa non occasionalmente ma durevolmente; l'incapacità di cogliere queste occasioni per fare passi avanti nell'Unione anziché perdersi in "ritorsioni, dispetti, divisioni, separazioni". Son settimane che ci si sta disperdendo così, attorno all'arrivo in Italia di immigrati dal Sud del Mediterraneo. Numericamente l'afflusso è ben minore di quello conosciuto dagli europei nelle guerre balcaniche, ma i tempi sono cambiati. Lo sconquasso economico li ha resi più fragili, impauriti, rancorosi verso le istituzioni comunitarie e le sue leggi. Durante il conflitto in Kosovo la Germania accolse oltre 500mila profughi, e nessuno accusò l'Europa o si sentì solo come si sente Roma. Nessuno disse, come Berlusconi sabato a Lampedusa: "Se non fosse possibile arrivare a una visione comune, meglio dividersi". O come Maroni, ieri dopo il vertice europeo dei ministri dell'Interno che ha isolato l'Italia: "Mi chiedo se ha senso rimanere nell'Unione: meglio soli che male accompagnati". La sordità alle parole di Napolitano è totale.

La democrazia stessa, che contraddistingue gli Stati europei e spinge i governi a preoccuparsi più dell'applauso immediato che della politica più saggia, si trasforma da farmaco in veleno. Di qui la sensazione che l'Unione non sia
all'altezza: che viva le onde migratorie come emergenza temporanea, non come profonda mutazione. Governi e classi dirigenti sono schiavi del consenso democratico anziché esserne padroni e pedagoghi con visioni lunghe. Non a caso abbiamo parlato di spirito profetico a proposito di Napolitano. È la schiavitù del consenso a secernere dispetti, rancori, furberie. Tra le furberie che ci hanno isolato c'è la protezione temporanea eccezionale che il nostro governo ha concesso a 23.000 immigrati. La protezione è prevista dal Trattato di Schengen, ma solo per profughi scampati a guerre e persecuzioni: non vale per i tunisini, come ci hanno ricordato ieri la Commissione e gli Stati alleati. Non è violando le regole che l'Italia suscita solidarietà. Può solo acutizzare le diffidenze: un altro veleno che mina l'Unione.

Per questo vale la pena soffermarsi sul significato, in politica, dello spirito profetico. Vuol dire guardare a distanza, intuire le future insidie del presente, ma innanzitutto comporta un'operazione verità: è dire le cose come stanno, non come ce le raccontiamo e le raccontiamo per turlupinare, istupidire, e inacidire gli elettori. Di questo non è capace Berlusconi ma neanche gli altri Stati e le istituzioni europee: i primi perché sempre alle prese con scadenze elettorali, le seconde perché intimidite dalle resistenze nazionali. La lentezza con cui si risponde alle rivoluzioni arabe non è la causa ma l'effetto di questi mali.

La prima verità non detta è quasi banale, e concerne l'intervento in Libia e il nostro voler pesare sui presenti sconvolgimenti arabi e musulmani. Condotta con l'intento di apparire attivi, la guerra sta confermando il contrario: una grande immobilità e vuoto di idee. È un attivarsi magari sensato all'inizio, ma che mai ha calcolato le conseguenze (compresa un'eventuale vittoria di Gheddafi) sui paesi arabi-africani e sui nostri. Fra le conseguenze c'è l'esodo di popoli. Un esodo da assumere, se davvero vogliamo esserci in quel che lì si sta facendo. Invece siamo entrati in guerra senza pensarci, né prepararci.

La seconda verità, non meno cruciale, riguarda l'Europa e i suoi Stati. L'occultamento è in questo caso massiccio, ed è il motivo per cui il capro espiatorio della crisi migratoria non è l'Italia come gridano i nostri ministri ma  -  se non si inizia a parlar chiaro  -  l'Unione stessa. L'evidenza negata è che da quando vige il Trattato di Lisbona, molte cose sono cambiate nell'Unione. Le politiche di immigrazione erano in gran parte nazionali, prima del Trattato. Ora sono di competenza comunitaria, e la sovranità è passata all'Unione in quanto tale. Questo anche se agli Stati vengono lasciati, ambiguamente, ampli spazi di manovra, in particolare sul "volume degli ingressi da paesi terzi".

Risultato: l'Unione, anche perché guidata a Bruxelles da un Presidente debole, prono agli Stati, non sa che fare della propria sovranità. Non ha una politica verso i paesi arabi, di cooperazione e sviluppo. Tuttora non ha norme chiare sull'asilo, sull'integrazione dei migranti, né possiede il corpo comune di polizia di frontiera che aveva promesso. Ma soprattutto, non ha le risorse per tale politica perché gli Stati gliele negano, riducendo la sovranità delegata a una fodera senza spada. Per questo alcuni spiriti preveggenti (l'ex ministro socialista Vauzelle, il presidente del consiglio italiano del Movimento europeo Virgilio Dastoli) propongono una cooperazione euro-araba gestita da un'Autorità stile Ceca (la prima Comunità del carbone e dell'acciaio). Come allora viviamo una Grande Trasformazione, e Monnet resta un lume: "Gli uomini sono necessari al cambiamento, le istituzioni servono a farlo vivere".

Se il Trattato di Lisbona significasse qualcosa, non dovrebbero essere Berlusconi e Frattini a negoziare con Tunisia o Egitto, con Lega araba o Unione africana. Dovrebbero essere il commissario all'immigrazione Cecilia Malmström e il rappresentante della politica estera Catherine Ashton. Resta che per negoziare ci vogliono progetti, iniziative: e questi mancano perché mancano risorse comuni. La condotta dei governi europei è schizoide, e tanto più menzognera: gli Stati hanno avuto la preveggenza di delegare all'Europa una parte consistente di sovranità, su immigrazione e altre politiche, ma fanno finta di non averlo fatto, e ora accusano l'Europa come se gli attori del Mediterraneo fossero ancora Stati-nazione autosufficienti.
La terza operazione-verità, fondamentale, ha come oggetto l'immigrazione e il multiculturalismo. È forse il terreno dove il mentire è più diffuso, tra i governanti, essendo legato alla questione della democrazia, del consenso, della mancata pedagogia, degli annunci diseducativi. Risale all'ottobre scorso la dichiarazione di Angela Merkel, secondo cui il multiculturalismo ha fatto fallimento. Poco dopo, il 5 febbraio in una conferenza a Monaco sulla sicurezza, il premier britannico Cameron ha decretato la sconfitta di trent'anni di dottrina multiculturale. Il fatto è che il multiculturalismo non è una dottrina, un'opinione. È un mero dato di fatto: in nazioni da tempo multietniche come Francia Inghilterra o Germania, e adesso anche in Italia e nei paesi scandinavi. L'operazione verità non consiste nel proclamare fallito il multiculturalismo: se un dato di fatto esiste, fallisce solo se se estirpi o assimili forzatamente i diversi. Se fossero veritieri, i governi dovrebbero dire: il multiculturalismo c'è già, solo che noi  -  Stati sovrani per finta  -  non abbiamo saputo né sappiamo governarlo.

Dire la verità sull'immigrazione è essenziale per l'Europa perché solo in tal modo essa può osare e fare piani sul futuro. Urge cominciare a dire quanti immigrati saranno necessari nei prossimi 20 anni, e quali risorse dovranno esser mobilitate: sia per mitigare gli arrivi cooperando con i paesi africani o arabi, sia edificando politiche di inclusione per gli immigrati economici e per i profughi (la frontiera spesso è labile: la povertà inflitta è una forma di guerra).

Tutto questo costerà soldi, immaginazione, pensiero durevole. Comporterà, non per ultimo, un ripensamento della democrazia. Ci sono cose che non si possono fare perché maturano nei tempi lunghi e l'elettorato capisce solo i risultati immediati, spiega l'economista Raghuram Rajan in un articolo magistrale sulle crisi del debito (Project Syndacate, 9 aprile 2011). Il bisogno di immigrati che avremo fra qualche decennio in un'Europa che invecchia è, paradossalmente, quello che dà forza ai nazional-populisti: in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Ungheria, Svezia, Finlandia. Il dilemma delle democrazie è questo, oggi. Esso costringe governanti e governati a fare quel che non vogliono: smettere l'inganno delle sovranità nazionali, guardare alto e lontano, insomma pensare. E far politica, ma con lo spirito profetico che vede la possibile rovina (il "passo indietro" paventato da Napolitano) e la via d'uscita non meno possibile, se è vero che il futuro non cessa d'essere aperto.

(12 aprile 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/04/12/news/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il populismo che si nutre di ignoranza
Inserito da: Admin - Aprile 27, 2011, 02:41:49 pm
LE IDEE

Il populismo che si nutre di ignoranza

di BARBARA SPINELLI


QUANDO Obama vinse le elezioni, nel 2008, furono molti a esser convinti che una grande trasformazione fosse possibile, che con lui avremmo cominciato a capire meglio, e ad affrontare, un malessere delle democrazie che non è solo economico. La convinzione era forte in America e in Europa, nelle sinistre e in numerosi liberali. La crisi finanziaria iniziata nel 2007 sembrava aver aperto gli occhi, preparandoli a riconoscere la verità: il capitalismo non falliva. Ma uno scandaloso squilibrio si era creato lungo i decenni fra Stato e mercato. Il primo si era ristretto, il secondo si era dilatato nel più caotico e iniquo dei modi. Lo Stato ne usciva spezzato, screditato: da ricostruire, come dopo una guerra mondiale.

Le parole di Obama sulla convivenza tra culture e sulla riforma sanitaria annunciavano proprio questo: il ritorno dello Stato, nella qualità di riordinatore di un mercato impazzito, di garante di un bene pubblico minacciato da interessi privati lungamente dediti alla cultura dell'illegalità. Non era un'opinione ma un fatto: senza l'intervento degli Stati, le economie occidentali sarebbero precipitate. Un'economia non governata non è in grado di preservare lo Stato sociale riadattandolo, di tenere in piedi l'idea di un bene pubblico che tassa i cittadini in cambio di scuole, ospedali, trasporti, acqua, aria pulita, pensioni per tutti.

Quel che sta accadendo oggi non smentisce i fatti. Li occulta, li nega, con il risultato che i cittadini si sentono abbandonati, increduli, assetati di autorità che semplifichino le cose con la potenza del vituperio. Intervenendo per sanare il mercato, Stati e governi hanno adottato misure forse corrette ma il momento della verità l'hanno mancato, con il consenso delle opposizioni. Hanno mancato di dire che al mondo di ieri non torneremo, e che gli sforzi fatti oggi daranno frutti lentamente, perché lenta e lunga è stata la malattia capitalista. Di qui il dilagare di populismi di destra, in Europa e America, e la forza ipnotica che essi esercitano sulle opinioni pubbliche.

Prima ancora che la crisi finanziaria divenisse visibile fu l'Italia a negare i fatti, con Berlusconi e Lega. L'Italia è stato il laboratorio di forze che ovunque, oggi, sono in ascesa: in Belgio il Vlaams Belang (Interesse fiammingo), in Olanda il partito anti-islamico di Geert Wilders, in Ungheria il Fidesz, in Francia il Fronte di Marine Le Pen, in Finlandia i Veri Finlandesi.

 Il rifiuto dello straniero, la designazione dell'Islam come capro espiatorio, la chiusura delle frontiere mentali prima ancora che geografiche: i populismi odierni si riconoscono in tutto questo ma la xenofobia non è tutto, non spiega la natura profonda della loro seduzione. All'origine c'è una volontà ripetitiva, sistematica, di non sapere, non vedere la Grande Trasformazione in cui stiamo entrando comunque. C'è una strategia dell'ignoranza, come sostiene il professore di linguistica Robin Lakoff, un desiderio di fermare il tempo: "L'attrattiva dei populisti scaturisce da un affastellarsi di ignoranze: ignoranza della Costituzione, ignoranza dei benefici che nascono dall'unirsi in sindacato, ignoranza della scienza nel mondo moderno, ignoranza della propria ignoranza" (Huffington Post, 30 marzo 2011).

Il vero nemico dei nuovi populismi è la democrazia parlamentare, con il suo Stato sociale e la sua stampa indipendente. Di qui le incongrue ma efficaci offensive antistataliste contro Obama, nel preciso momento in cui l'economia ha più bisogno dello Stato. Di qui il diffuso fastidio per la stampa indipendente, quando più ci sarebbe bisogno di cittadini responsabili, quindi bene informati. A tutti costoro i populisti regalano illusioni, cioè il veleno stesso che quattro anni fa generò la crisi. Ai drogati si restituisce la droga. Cos'è d'altronde l'illusione, se non un gioco (un ludus) che dissolve la realtà nelle barzellette sconce quotidianamente distillate dal capo? Cos'è il fastidio per la stampa indipendente, se non strategia che azzera la conoscenza dei fatti? Meglio una barzelletta del potente che una notizia vera sul potente.

L'Italia è all'avanguardia anche in questo campo: la concentrazione dell'informazione televisiva nelle mani di uno solo è strumento principe dell'ignoranza militante, e distraente. In Ungheria l'odio per la stampa impregna il partito del premier Viktor Orbán: le nuove leggi varate dal governo prevedono un'autorità di controllo sui mezzi di comunicazione, composta di cinque esponenti nominati dal partito di maggioranza. All'autorità spetta di verificare se la stampa è "equilibrata e oggettiva", di decidere multe o chiusure di giornali o programmi tv, di imporre ai giornalisti la rivelazione delle fonti se sono in gioco "la sicurezza nazionale e l'ordine pubblico".

Anche lo straniero come capro espiatorio è gioco d'illusione, feroce, con la realtà multietnica in cui già da tempo viviamo. Il fenomeno non è nuovo. Negli anni '20-'30, la Germania pre-nazista esaltò il Blut und Boden, il sangue e la terra, come fonte di legittimazione politica ben più forte della democrazia. Oggi lo slogan è imbellito  -  si parla di radicamento territoriale, davanti a una sinistra intimidita e plaudente  -  ma la sostanza non cambia. La brama di radici, ancora una volta, impedisce il camminare dell'uomo e lo sguardo oltre la propria persona, il proprio recinto. Consanguineità e territorio divengono fonti di legittimazione più forti della Resistenza.

Helsinki ladrona, Roma ladrona, Washington ladrona: si capisce da questo slogan (lo stesso in Finlandia, Italia, America) come l'anti-statalismo sia centrale. Come la xenofobia sia il sintomo più che la causa del male. Vedendo che la crisi perdura, le popolazioni hanno cominciato a nutrire un'avversione radicale verso l'idea stessa di uno spazio pubblico dove la collettività, tassandosi, difende i più deboli, i più esposti. I populisti non temono di contraddirsi, anzi. D'un sol fiato si dicono antistatalisti e promettono uno Stato controllore, tutore dell'etnia pura, normalizzatore delle coscienze e delle conoscenze.

I sondaggi sul successo del Tea Party, il movimento neoliberista Usa, lo confermano. La molla decisiva non è il razzismo: è il rigetto della riforma sanitaria di Obama, del principio dell'etica pubblica. L'etica pubblica mette tutti davanti alla stessa legge, perché nessun interesse privato abbia la meglio. Lo Stato etico dei populisti impone il volere del più forte: Chiesa, lobby, etnia. Lo chiamano valore supremo, non negoziabile. In realtà è puro volere: suprema volontà di potenza.

Come mai le cose sono andate così? Come mai Obama può perdere le elezioni? In parte perché i governi hanno sottovalutato l'enorme forza del risentimento. In parte perché non hanno spiegato quel che significa, nel mondo globalizzato, salvare il bene pubblico. Ma è soprattutto la verità che hanno mancato: sono quattro anni che descrivono la crisi come superabile presto, il tempo d'arrivare alle prossime elezioni. Obama stesso ha omesso di spiegarla nella sua lunga durata: come qualcosa che trasformerà le senescenti società occidentali, che le obbligherà a crescere meno e integrare giovani immigrati, se non vorranno scaricare i propri anziani come il vecchio capofamiglia sulla sedia a rotelle che i nazisti gettano dalla finestra nel Pianista di Polanski. Per paura elettorale i governanti celano la verità, e ora pagano il prezzo.

Anche l'Europa ha la sua parte di colpe. Gli strumenti li avrebbe: può usare l'articolo 7 del Trattato di Lisbona, contro le infrazioni antidemocratiche in Italia o Ungheria. Può costruire una politica dell'immigrazione, avendone ormai la competenza. Se non lo fa, è perché non guarda ad altro che ai parametri economici. Perché è indifferente all'ethos pubblico. Perché quando esercita un potere, subito se ne pente. Perché dimentica che anch'essa è nata nella Resistenza.

Nel momento in cui la sua fonte di legittimazione politica è usurpata (al posto della Resistenza: il radicamento territoriale) l'Europa ammutolisce. Ha vergogna perfino delle cose non sbagliate che ha fatto: del comportamento che ebbe nel 2000, ad esempio, quando i neofascisti di Haider divennero determinanti nelle elezioni austriache del '99. Non mancarono certo gli errori: troppo presto si usò l'arma ultima delle sanzioni, presto abbandonate. Ma anche se disordinatamente, l'Unione almeno reagì, s'inalberò. L'Austria fu costretta a riaprire ferite tenute nascoste, a discutere colpe sempre negate, e il suo volto cambiò. Se l'Unione è così invisa ai populismi vuol dire che potrebbe far molto, se solo lo volesse.
 

(27 aprile 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/04/27/news/


Titolo: BARBARA SPINELLI - La menzogna come bandiera
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2011, 05:26:25 pm

IL COMMENTO

La menzogna come bandiera

di BARBARA SPINELLI


DUE mesi prima della marcia su Roma, l'8 agosto 1922, Luigi Einaudi prese la penna e disse quel che andava detto nelle ultime ore della democrazia. Disse alcune cose semplici, profetiche: che "è più facile sperare di risolvere con mezzi rapidi ed energici un problema complesso, che risolverlo in effetto". Che l'idea di sostituire il politico con uomini provenienti dalle industrie, dalla "vita vissuta", è favola perniciosa.

Nella favola i non-politici "trasporteranno al governo i metodi di azione che sono loro familiari; faranno marciare le ferrovie; licenzieranno gli inetti; incuteranno un sano terrore agli altri". Ma è una chimera, e la macchina s'incepperà: "Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori". Saranno audaci, ma il primo impulso di simili audaci è di semplificare quel che è complesso: "di tagliare i nodi gordiani, di mandare a spasso il giudice che non decide un processo in ventiquattro ore, di ordinare ai direttori delle banche di emissione di far scendere il cambio del dollaro a 10 lire e così via".

Gli italiani tuttavia erano attratti dalla chimera, allora come oggi. Il fatto è che si sentivano abbattuti, tristi: erano "come malati che non trovano tregua alle loro sofferenze da qualunque lato si voltino". La via della dittatura
pareva così rapida, e brillante, mentre com'era "noiosa, fastidiosa, minuta, la via della legalità costituzionale, sotto il maligno sguardo di giornali avversari e infidi"! È a questo punto che Einaudi, che nel '48 sarà il secondo Presidente della Repubblica, ricorda come esista una sola salvezza dall'errore e il disastro che è la dittatura: la discussione, essenza della democrazia. Al cittadino triste e malato ci si rivolge con fiducia, non trattandolo come un triste, un malato. Meglio informarlo bene e aiutarlo a discutere sul vero e il falso, piuttosto che dargli verità preconfezionate per sedarlo. Meglio una pluralità di poteri, che il potere apparentemente efficace di uno solo.

Sono saggezze che tanti italiani hanno difeso lungo il tempo, ma che si sfaldano quando viene meno la discussione libera. Si sfaldano da quasi un ventennio e spesso vien da pensare che siamo nella stasi più totale, ma non è così: ultimamente qualcosa si è incrinato ancor più vistosamente. Accusato di reati commessi prima e dopo essere entrato in politica, il premier ha smesso di presentare le leggi che si fa cucire sulla propria persona come utili per l'intero Paese. I suoi seguaci, politici o giornalisti, hanno cominciato a dire apertamente, senza remore, che sì, il Parlamento deve mobilitarsi per mettere il capo sopra la legge e le corti. Il capo è quel conta, e i suoi eventuali reati sono bazzecole, da non evocare. Di bene pubblico nessuno parla più, l'inganno si disfa e tutto ruota attorno a un privato che governando gode di meritati privilegi.

È cosa sana e buona, rispondere a un attacco giudiziario ad personam con leggi ad personam. Lo stesso Berlusconi ha citato il mitico mugnaio prussiano che nel '700 decise di veder riconosciute le proprie ragioni, e ai soprusi di Federico il Grande replicò: "C'è pur sempre un giudice a Berlino". Solo che Berlusconi non è un mugnaio, diffida d'ogni giudice, ed essendo Re assoluto pensa di non dover rispondere dei propri soprusi, di potersi fare giustizia da sé. Perfino l'apologo sulla giustizia del mugnaio è riuscito a riscrivere, trasformandolo in apologo dell'impunità.

Altra incrinatura visibile, da settimane, è nel linguaggio dei potenti. I giudici che indagano sui reati sono chiamati ufficialmente brigatisti (Berlusconi davanti alla stampa estera, 13 aprile). Il loro scopo è sovvertire lo Stato, violare la sovranità del popolo elettore. Egualmente eversore è chiunque dissenta: giornalisti, intellettuali, coi quali non si discute. È lunga la lista dei neo-terroristi, e in cima a tutti sta ora Asor Rosa. Probabilmente anche il cardinale Tettamanzi disarticola lo Stato, avendo detto domenica scorsa al Duomo che davvero paradossali sono questi giorni in cui tocca domandarsi: "Perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come "guerra" le loro azioni violente? Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?". Siamo, insomma, davanti a un salto di qualità importante, a qualcosa che somiglia a una vigilia: tanto esibiti, innalzati come stendardi, sono inganni e paradossi.

Il colmo, a mio parere, è stato raggiunto con l'elogio, da parte di un giornale del potere berlusconiano, del Grande Inquisitore di Dostoevskij (Il Foglio, 16-4). Nelle Lamentazioni che si recitano alla vigilia della Croce e della Resurrezione, Geremia parla di abominio, di panno immondo, e c'è un elemento di abominio nell'allegra difesa di una delle più nere leggende della letteratura. Come pretesto si è scelto il libro di Franco Cassano, L'Umiltà del Male (Laterza). La leggenda narra di Gesù che torna sulla Terra - con la sua mitezza, con i suoi messaggi di libertà - e per la seconda volta, quindici secoli dopo la sua morte, è giustiziato.

Ma il libro è stravolto, usato in difesa del nostro premier. L'Inquisitore non è forse santo ma di certo è più attento alle umane debolezze di quanto lo sia stato Cristo, perché sa quanto il male sia radicato nell'uomo e come difficile sia estirparlo e dare pace ai mortali infelici invece che tormento e angoscia. Sa che l'uomo non sopporta la libertà che Cristo gli ha dato: che la salvezza la troverà inginocchiandosi davanti all'autorità, commettendo le colpe che vuole ma col consenso delle gerarchie ecclesiastiche, le quali prenderanno su di sé il castigo patteggiando con Satana. Le parole che ho letto sabato sul quotidiano berlusconiano sono stupefacenti.

È scritto che il cardinale gesuita di Siviglia (l'Inquisitore), "impartisce (a Gesù) una lezione appassionata e tragica di umiltà del male e di teologia della storia e nella storia, spiegandogli che il suo aristocratismo etico, la sua bontà naturale e santa, non riesce a fare i conti, come riesce invece e bene la sua chiesa gerarchica, con la natura radicale del peccato umano". Gesù non ha la boria e la iattanza dei neopuritani che oggi avversano Berlusconi, ma in fondo appartiene anch'egli a una minoranza etica, che non ama gli uomini come li ama e li aiuta la Chiesa. Solo la Chiesa e l'Inquisitore amano davvero, perché tengono conto dei "bisogni umili delle maggioranze relativamente indifferenti, di coloro che non sono tra gli eletti, che per insicurezza chiedono protezione e sogni, magari anche rivolgendosi ad agenti del male, e che praticano la tutela del proprio interesse legittimo nelle forme e nei modi possibili alla creatura umana sofferente".

Se Gesù non diventa un brigatista, è solo perché nel momento decisivo (un momento musicale, vien definito) tace e bacia l'Inquisitore, a suo modo assoggettandosi. Così vengono distorti sia Gesù sia Dostoevskij: con il suo bacio, infatti, Gesù non s'assoggetta affatto; non accetta il parere dell'Inquisitore e i consigli di Satana. Il bacio è dato perché l'Inquisitore ha detto la verità, su se stesso e la Chiesa (la Chiesa gerarchica, non la Chiesa-popolo di Dio). Perché ancora una volta, come sempre ha fatto, Gesù restituisce all'uomo, compreso il malvagio, la piena libertà di scegliere, ragionando, tra il bene e il male. Dostoevskij almeno lo racconta così: il vecchio Inquisitore sussulta, "il bacio gli arde nel cuore" anche se resiste nella sua idea.

Non ho mai letto elogi simili del Grande Inquisitore, e mi domando cosa li renda possibili: oggi, qui in Italia. Forse perché siamo oltre la constatazione che l'umanità è fatta di un legno storto. La stortura non è constatata, ma incensata, addirittura cavalcata. Una sfiducia radicale negli uomini permette agli inquisitori odierni di trasformare il male e l'ingiustizia in vanti personali messi trionfalmente in mostra. L'uomo è malvagio. Inutile, assurdo, scommettere sulla sua libertà come fece Cristo, perché questa libertà la creatura umana vuole consegnarla, in cambio di protezione e sogni (di "felici canzoni infantili e cori e danze innocenti", scrive Dostoevskij) a chi usa le tre grandi forze necessarie al controllo delle coscienze: il miracolo, il mistero, l'autorità.

Per questo si giunge sino a sfoderare la menzogna come bandiera. Si dice senza temere smentite che Berlusconi è stato sempre assolto nei processi. È un falso: su 16 processi, solo 3 lo hanno assolto, gli altri o sono stati prescritti o è stato abolito il reato con leggi ad hoc. Si dice che i suoi processi iniziarono appena entrò in politica. È un falso: cominciarono prima, e fu colpa di tutta la classe politica accogliere chi era gravemente indagato. Da allora mentire è divenuto possibile, fino alle escrescenze odierne. Da allora la democrazia ha smesso di essere discussione e separazione dei poteri, intrisa com'è di paure, ricatti, silenzi inauditi. La macchina non ha funzionato, ma resta l'illusoria speranza in un audace, che infranga le leggi e permetta agli uomini deboli, inermi, di consegnargli la loro libertà in cambio di favole e favori.
 
(19 aprile 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/04/19/news/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il Mostro di Al Qaeda
Inserito da: Admin - Maggio 04, 2011, 05:08:41 pm
LE IDEE

Il Mostro di Al Qaeda

di BARBARA SPINELLI


FESTEGGIATA con grida di trionfo negli Stati Uniti, l'uccisione di Bin Laden crea nelle menti più sconcerto che chiarezza, più vertigine che sollievo. La storia che mette in scena somiglia ben poco a quel che effettivamente sta accadendo nel mondo: è parte di una guerra contro il terrore che gli occidentali non stanno vincendo in Afghanistan, e da cui vorrebbero uscire senza aver riparato nulla. È un'operazione che rivela la natura torbida, mortifera, dell'alleanza tra Usa e Pakistan: una potenza, quest'ultima, che usa il terrorismo contro Afghanistan e India, e che per anni (cinque, secondo Salman Rushdie) ha protetto Bin Laden. Che lo avrebbe custodito fino a permettergli di costruirsi, a Abbottabad, una casa-santuario a 800 metri dal primo centro d'addestramento militare pakistano.

Ma l'operazione nasconde due verità ancora più profonde, legate l'una all'altra. La prima verità è evidente: Bin Laden era già morto politicamente, vanificato dai diversi tumulti arabi, e la cruenza della sua esecuzione ritrae un Medio Oriente e un Islam artificiosi, datati, che ancora ruotano attorno a Washington. Il terrorismo potrebbe aumentare, anche se l'America, che ha visto migliaia di connazionali morire nelle Torri Gemelle, gioisce comprensibilmente per la giustizia-vendetta. Come in M  -  Il mostro di Düsseldorf l'assassino è stato punito, ma l'ultima scena manca: quella in cui una mano potente agguanta il colpevole, lo sottrae alla giustizia sommaria, lo porta in tribunale. La parola che sigilla
il film di Fritz Lang è: "In nome della legge". È la formula performativa che non s'è sentita, a Abbottabad. Con i nostri tripudi avremo forse contribuito alla trasfigurazione di M  -  il mostro di Al Qaeda.

Oltre che morto politicamente Bin Laden era divenuto irrilevante, prima di essere ucciso. La sue cellule gli sopravvivono, non avendo in realtà bisogno d'un capo per agire. Ma il suo desiderio di forgiare l'Islam mondiale era già condannato. Il mondo arabo e musulmano sembra aver imboccato una via, dal dicembre 2010, che rompe radicalmente con la visione che egli aveva dell'Islam, dell'indipendenza e dignità araba, della democrazia occidentale. La rivoluzione araba è cominciata con un evento, in Tunisia, che lui avrebbe ripudiato: la decisione di un giovane arabo di protestare contro il regime uccidendo se stesso, non seminando morte come un kamikaze, immaginando l'inferno fuori di sé.

Il terrorismo come metodo emancipatore non ha più spazio nelle cronache odierne, perché il suo obiettivo strategico è percepito da milioni di arabi come la radice stessa del male: come atto che espropria di potere il cittadino ordinario, che lo trasforma in uomo nudo, infantilizzato, mosso da paura. Seminando panico, l'atto terrorista congela l'emancipazione dal basso, proprio perché agisce in nome del popolo, non con il popolo. Gran parte dell'Islam non seguì questa via, dopo l'11 settembre, e meno che mai condivise il sogno di un califfato teocratico mondiale, che Bin Laden coltivava. Le sommosse arabe lo hanno ucciso prima degli americani, con le proprie forze e i propri martiri: in Tunisia, Egitto, Yemen, Siria, Marocco, Libia. Le piazze non si sono risvegliate grazie a lui, per il semplice motivo che Bin Laden non aveva scommesso sul loro risveglio ma sul loro sonno, e il più delle volte sulla loro morte (Al Qaeda ha ucciso più musulmani che non-musulmani, secondo uno studio pubblicato nel dicembre 2009 dal Combating Terrorism Center di West Point).

La seconda verità è strettamente connessa alla prima, e concerne le guerre americane ed europee posteriori all'11 settembre. Terrorismo e guerre imperiali al terrore sono stati in tutti questi anni fratelli gemelli, e insieme barcollano. Si sono nutriti a vicenda, fino ad assomigliarsi. La guerra al terrore che oggi vince una delle sue battaglie è la stessa che ha prodotto Guantanamo e Abu Ghraib: le prigioni senza processi, la tortura banalizzata. Una volta abbattute le frontiere del possibile, scrive Clausewitz, è difficilissimo rialzarle: e infatti Obama non ha avuto la forza di chiudere Guantanamo. Forse non ha neppure rinunciato alla tortura, come ha lasciato intendere il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley prima di dimettersi, il 13 marzo scorso. Lunedì, alla Bbc, Crowley non ha escluso che sia stata usata la tortura, per estrarre dai detenuti di Guantanamo informazioni sul rifugio di Bin Laden. Alla vigilia delle dimissioni aveva parlato di torture e maltrattamenti del soldato Manning (colpevole d'aver fornito documenti a WikiLeaks) inflitte nella prigione di Quantico in Virginia. Senza attendere il processo Obama ha detto, il 21 aprile: "Manning ha infranto la legge".

Fred Halliday, il compianto studioso del Medio Oriente, ha scritto nel 2004 che la nostra modernità ha al suo centro questa complicità fra terrorismo e esportazione della democrazia dall'esterno: "Ambedue hanno imposto con la forza le proprie politiche e le proprie visioni a popoli ritenuti incapaci di proteggere se stessi, proclamando le proprie virtù storiche mondiali, richiamandosi a progetti politici che solo loro hanno definito". Halliday concludeva: "Il terrorismo può essere sconfitto solo se quest'arroganza centrale (evidente nel colonialismo di ieri come nel terrorismo di oggi, ndr) viene superata" (Opendemocracy, 22-4-04).

Ambedue le violenze sui popoli (terrorismo e guerra al terrorismo) sono figlie di ideologie apocalittiche che della realtà non si curano. I popoli che dovevano esser "salvati" hanno dimostrato di voler vigilare su se stessi senza voce del Padrone. Anch'essi sono pronti a morire, ma senza glorificare la morte come i kamikaze. Senza quello che Unamuno chiamò, durante la guerra civile spagnola, il "grido necrofilo" di chi sceglieva come motto "Viva la muerte!". L'uccisione di Bin Laden è un'ennesima salvezza venuta da fuori, che chiude gli occhi.

Eppure è venuto il momento di aprire gli occhi, anche per gli europei che usano seguire l'America senza discutere. Di capire come mai la potenza Usa ha attratto su di sé tanto odio. Quel che è perverso nell'odio, infatti, è che esso nasconde sempre una dipendenza, una segreta ammirazione, un bisogno dell'altro, idolo o Satana. La guerra al terrorismo non comincia l'11 settembre 2011, così come la prima guerra mondiale non comincia con lo sparo a Sarajevo. Comincia nella guerra fredda, quando Washington decide di combattere l'espansione sovietica con ogni mezzo: aiutando regimi autoritari, e anche finanziando e aizzando il radicalismo islamico in Afghanistan.

Non dimentichiamolo, mentre ascoltiamo Obama che annuncia di aver voluto "consegnare Bin Laden alla giustizia" (bring to justice) nel preciso momento in cui invece lo faceva giustiziare. Durante la guerra sovietica in Afghanistan, Reagan chiamava i mujaheddin non jihadisti ma freedom fighters, combattenti per la libertà. Eppure si sapeva che erano terroristi e basta. In un'intervista al Nouvel Observateur, il 15-1-98, il consigliere per la sicurezza di Carter, Brzezinski, racconta come Washington aiutò i jihadisti contro il governo prosovietico di Kabul, nel luglio '79, sei mesi prima che l'Urss intervenisse. L'intervento del Cremlino fu scientemente forzato "per infliggergli un Vietnam" politico-militare. Brzezinski non rimpiange l'aiuto ai futuri terroristi, e al giornalista esterrefatto replica: "Cos'ha più peso nella storia del mondo? I Taliban o il collasso dell'impero sovietico? Qualche esagitato musulmano o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?".

Sono dichiarazioni simili a creare sconcerto, vertigine. Tanti morti - a New York, Madrid, Londra, e in Tanzania, Kenya, Indonesia, India, Pakistan - quanto pesano, nei Grandi Disegni delle potenze? Valgono l'esecuzione d'un sol uomo? Sono solo qualcosa di politicamente utile? Parole come quelle di Brzezinski erano ricorrenti nel comunismo: nelle democrazie sono veleno. E se così stanno le cose, perché ci hanno detto che la guerra contro qualche esagitato terrorista musulmano era la cruciale, l'infinita, la madre di tutte le guerre? Bin Laden era il mostro di Frankenstein che ci siamo fabbricati con le nostre mani: negli anni '70-'80 pedina di vasti giochi euro-russi, nel XXI secolo nemico esistenziale.

I giovani protagonisti delle sommosse arabe chiedono ben altro: non un nemico esistenziale (lo hanno avuto per decenni: erano l'America e Israele), ma costituzioni pluraliste, leggi uguali per tutti, separazione dei poteri. Non è detto che riescano: il dispotismo li minaccia, cominciando da quello integralista. Ma per difenderci dal demone di Frankenstein non possiamo sperare che in loro.
 

(04 maggio 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/esteri/2011/05/04/news/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Milano fra Berlusconi, Pisapia e Grillo
Inserito da: Admin - Maggio 15, 2011, 10:15:56 pm
Milano fra Berlusconi, Pisapia e Grillo

di Barbara Spinelli, la Repubblica, 11 maggio 2011


In molti comuni domenica prossima si voterà, ma la città decisiva sarà indubbiamente Milano. Lungo i secoli e gli anni sono tanti i nomi che le hanno dato: capitale politica in epoca napoleonica; capitale morale ai tempi della Fiera industriale, dopo l'unità d'Italia; capitale culturale nell'800; Milano "da bere" negli anni di Craxi.

Difficile trovare oggi la parola che squadri l'animo suo divenuto informe, come nella poesia di Montale. Ma qualche storta sillaba è sufficiente a descriverne la natura: almeno da quando perse l'indipendenza, all'inizio del '500, Milano ha sempre avversato lo Stato, forestiero o nazionale che fosse. Gli ha sempre opposto un'alleanza di interessi costituiti, ecclesiastici e non, che esecravano il bene comune e la stessa politica. Ha avuto sempre la vocazione a far prevalere la società civile sulla volontà generale, senza accorgersi che la società smette d'essere civile quand'è allergica alla politica e alle sue regole. Infine, ha sempre prodotto personaggi che da qui partirono, da questa cultura riottosa e egoista, per prendere Roma.

Nel '900, ben tre personaggi chiave della storia italiana iniziarono qui la corsa al potere: Mussolini, Craxi, e Berlusconi. Il loro decisionismo ("ghe pensi mi") è stato distruttivo più che costruttivo. È il motivo per cui l'elezione nella capitale lombarda è cruciale: l'avventura cominciata qui, qui potrebbe infrangersi. È quello che gran parte della sinistra di Beppe Grillo, e tanti cittadini tentati dall'astensione, faticano a comprendere: il duello non sarà tra il vincitore delle primarie a sinistra, l'avvocato Pisapia, e il sindaco Letizia Moratti. Sarà tra Pisapia e Berlusconi, fin dal primo turno e soprattutto al secondo, se il sindaco andrà in ballottaggio.

In quell'intervallo, Mattia Calise del Movimento a 5 stelle e Manfredo Palmeri di Futuro e Libertà avranno nelle mani una carta principe: se vorranno far qualcosa di utile per l'Italia, se smetteranno di metter sullo stesso piano il regime al governo e l'opposizione, dimostreranno di aver capito l'essenziale, e cioè l'anomalia di Berlusconi.
Il loro ruolo è importantissimo, perché sono anni che i cittadini contrari al presente regime fuggono nell'astensione (4 milioni di elettori perduti!) disgustati da un centro sinistra incapace di opporsi, e il Movimento di Grillo è, con il Sel di Vendola, rifugio e speranza. Regalare la vittoria a Berlusconi sarebbe ignorare la speranza, come già avvenuto nel 2010 quando il Piemonte fu offerto al leghista Cota.

Milano che resta berlusconiana è una vittoria determinante per il Presidente del Consiglio, mentre perderla è un preludio alla sua fine. Mussolini finì la sua traiettoria a Milano dove aveva programmato la marcia su Roma, anche se nel più disumano dei modi, impiccato a Piazzale Loreto. Anche la fine di Craxi si materializzò qui, con tangentopoli che ne scoperchiò la corruzione e lo travolse. Travolse in verità tutti i partiti della prima Repubblica tranne Msi e Pci, che a quella corruttela non partecipò visto che per decenni fu finanziato da Mosca. In Mani Pulite ci fu quest'ingiustizia (e ci fu un'usurpazione del socialismo da parte del Pci) ma essa non cancella i reati denunciati e condannati.

A questa verità si può obiettare che i programmi di Pisapia sono poco chiari, che l'opposizione è troppo transigente. Chiarissime, tuttavia, sono le manchevolezze della Moratti, che per Milano capitale della cultura e della morale non ha fatto quanto doveva né quanto aveva promesso. L'ha anzi imbastardita, culturalmente ed economicamente. L'atto più vergognoso è l'irresponsabile cecità con cui il sindaco (con Formigoni) si è gettata nell'Expo 2015. Le critiche dell'urbanista Stefano Boeri sono circostanziate: mancanza di trasparenza, scomparsa dei concorsi pubblici, gare per imprese in cui i progettisti hanno ruolo irrilevante.

Esemplare è la rinuncia al più promettente e duraturo dei progetti, approvato inizialmente da destra e sinistra: la costruzione della grande Biblioteca europea multimediale. Un progetto già compiutamente predisposto - ricorda Piero Ichino sulla sua Newsletter - "che potrebbe dare splendore e prestigio alla Milano di Expo 2015, ed è invece abbandonato dall'Amministrazione municipale, solo per un motivo di faziosità". L'architetto vincitore del Progetto internazionale bandito dal Comune di Milano è Peter Wilson, dello studio Boelles-Wilson di Münster, e il Progetto è stato approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 2009 e validato dal Politecnico di Milano. Più che faziosità, a me sembra che la minaccia al progetto venga da ignoranza, mentre è chiaro l'appetito delle lobby che vorrebbero accaparrarsi i terreni destinati alla Biblioteca. I lavori di preparazione già da tempo sono in corso - la Biblioteca digitale è quasi pronta - ma lo stanziamento per la costruzione ancora non c'è e il progetto non è tra le opere previste per l'Expo: un'omissione incomprensibile.

Negare l'esistenza di omissioni; non correggersi in tempo quando un misfatto viene alla luce; fare silenzio sulla sempre più agguerrita presenza della malavita in Lombardia: è la strategia nordista di Berlusconi e della Lega, nonostante la pretesa innocenza di quest'ultima. L'ex ministro Castelli, leghista, giunge sino a dire che c'è un solo modo per impedire l'infiltrazione della 'ndrangheta in Lombardia e Piemonte: escludere dagli appalti le imprese calabresi. Il giudice anti-ndrangheta Nicola Gratteri ha replicato che affermazioni simili "o provengono da chi non ha capito nulla, oppure siamo veramente messi male. Se vogliamo essere seri, tutti sanno perfettamente che la ndrangheta ha uomini cerniera a Milano, Bergamo, Brescia, Lecco, a disposizione delle famiglie mafiose per partecipare agli appalti. Sono lombardi, col certificato di nascita e residenza da cinque generazioni"'. E ancora: "È in atto una sorta di braccio di ferro, come a volere negare" l'evidenza.

Pignatone, Procuratore di Reggio Calabria, rincara: "Un cono d'ombra informativo ha impedito fin qui di cogliere non solo la diffusione dell'omertà e del silenzio in tante province lombarde (...) ma, ancora e di più, la presenza della 'ndrangheta in tanti settori dell'economia dell'Italia centrale e settentrionale, luogo ideale per investire, senza destare troppo l'attenzione, le somme ingentissime di cui le cosche dispongono" (Corriere della Sera, 24-3-11).

Berlusconi è il regista della strategia negazionista. Marco Alfieri spiega bene come, tramite i "lunedì di Arcore" l'imprenditore-Premier regni sulla città fin da quando costruì le new town attorno a essa (La peste di Milano, Feltrinelli). Il cavaliere sa che Milano è stata e resta un terreno fertile per la propaganda antipolitica, non da oggi ma da secoli. Che sono sempre stati pochi e non udibili gli avversari della vocazione anti-statale, anti-istituzionale, interessati a premiare il fare da sé sul fare comune. Forte della sua Milano, sotto lo sguardo benevolo della Lega e della rete di interessi che fa capo alla Compagnia delle opere, Berlusconi parla ormai senza remore, di quel che è pur sempre accaduto nella sua roccaforte, diciannove anni fa: il momento di riscossa, rappresentato da Mani Pulite. Nel 2008 ha detto che i magistrati milanesi "fecero scomparire nel '92 Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli, mettendo fine a 50 anni di progresso", e che per fermarli entrò in politica (in realtà vi entrò "per non finire in galera con l'accusa di mafia", disse Confalonieri nel 2000 a Repubblica, non smentito).

Presentando la sua epocale riforma della giustizia, nel marzo scorso, disse: "Se la riforma fosse stata fatta prima, probabilmente non ci sarebbe stata l'invasione della magistratura nella politica". La riforma è temuta da Gratteri: non a causa della responsabilità civile dei magistrati ("già esiste"), ma perché la polizia giudiziaria dipenderà dal potere politico anziché dalle procure. Eppure c'è chi a Milano vuol salvare il principio della responsabilità. Della giustizia che corregge le storture, anche se non tutte. C'è chi dice, nel movimento di Grillo, che l'opposizione è inane, ed è vero. È vero che non ha mai combattuto il conflitto d'interesse. Proprio di recente, il 28 aprile, avrebbe potuto mettere in minoranza Berlusconi sul Documento di economia e finanza, e ben 40 suoi deputati non erano in aula. Sui referendum di giugno (nucleare, acqua, legittimo impedimento, servizi pubblici locali) tende a tacere. Poco prima delle amministrative, Veltroni ha prospettato rese dei conti nel Pd: era il momento peggiore.

Ognuna di queste obiezioni ha ragione di esistere. L'opposizione ha fatto poco, contro l'anomalia berlusconiana. Ma dire che Pisapia e Berlusconi sono la stessa cosa è la più perniciosa e stupida delle banalizzazioni.

(11 maggio 2011)
da - temi.repubblica.it/micromega-online/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Propaganda tossica
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2011, 04:29:40 pm
IL COMMENTO

Propaganda tossica

di BARBARA SPINELLI

SOSTIENE Berlusconi: "Con la sinistra Milano diverrebbe una città islamica". O "diverrebbe Zingaropoli". O cadrebbe nelle mani violente dei centri sociali. O peggio ancora, senza più condizionale: "Sarà Stalingrado". La campagna del premier non potrebbe essere più tossica, menzognera. Ancora una volta, tenta la seduzione degli elettori immettendoli in una bolla d'inganni: non idilliaca stavolta ma cupa, sinistra. Nella sua retorica, idillio e fiele combaciano, l'insulto si fa incontinente. La bolla è chimerica anche quando non offre una vita al riparo da crisi e mutamenti (una sorta di Milano-2 allargata, tranquillizzata dal recinto che la protegge da incursioni straniere), perché il miraggio della vita in nero non è meno scollato dall'oggi.

Non ha rapporto con la crisi economica cominciata nel 2007, e dal premier sempre negata, né col disastro che colpisce ormai più generazioni - di ventenni, trentenni, perfino quarantenni - condannate a un precariato senza futuro in cui sperare. Non ha rapporto con quello che sta accadendo in tanti paesi, da Spagna a Islanda: l'onda di collera verso politici incapaci di dominare, spiegare, intuire quel che la stasi della crescita rende necessario nei paesi sviluppati: più competizione ma trasparente, più bisogno di veder riconosciuto il merito, più giustizia e dunque legalità. Gli indignados delle amministrative italiane, lo vedremo, hanno ritenuto che il Nuovo stesse in luoghi inesplorati della politica.

La chimera unita all'insulto ha come scopo quello di produrre allucinazioni, immagini distorte delle realtà vissute. È ancora peggio dell'illusione, perché l'allucinazione è una droga che ti mangia da dentro. I dizionari spiegano che è una percezione di sensazioni senza alcun oggetto esteriore che la faccia nascere. Chi è in preda all'allucinazione non vede il tempo scorrere o lo vede correre caoticamente, non è in grado di smascherare l'inganno che l'ha cattivato, e incattivito. Vive come il popolo imprigionato nei sotterranei del film di Kusturica: sulla superficie la terra è cambiata, il Muro è caduto. Underground, sottoterra, è sempre Stalin contro Hitler, e guerra fredda infinita. Il cattivato voterebbe perfino Jack lo Squartatore, se gli dicessero che in cambio non ci saranno Zingaropoli, centri sociali, Stalingrado.

Così nella propaganda di Berlusconi: nulla sulla superficie della terra conferma l'esistenza di orde di zingari che premono alle porte delle città con il coltello fra i denti, nulla fa pensare a Stalingrado (icona della seconda guerra mondiale e della guerra fredda), con le bandiere rosse sventolanti ovunque. Ma l'allucinato non se ne cura: sullo schermo vede proiettato non l'oggetto delle vere paure quotidiane ma una paura cosmica, così potente che oltrepassando la realtà cerca nemici fittizi per placarsi. Hai paura dell'inferno? chiede Berlusconi: non ci siamo che noi per tenerlo a bada, riscattarti, redimerti. Continua a spaventarti, perché lo spavento è la tua e quindi la mia forza. Solo noi, Uomini Nuovi, abbiamo la tenacia e la faccia di bronzo per sventare il caos. Hayek chiama tutto questo fatal conceit. È l'idea che "l'uomo sia capace di forgiare il mondo che gli sta intorno secondo i propri desideri". Accusava il comunismo, ma ogni ideologia monocratica si nutre della paura del diverso, è concezione fatale insidiata dall'errore.

Il fatto è che quelli che si presentano come Uomini Nuovi o non lo sono più, o non lo sono mai stati. Non lo è Berlusconi: affermando che Mani Pulite fu un atto sovversivo inteso a liquidare i partiti che avevano dato all'Italia benessere e progresso, si è dichiarato l'erede, se non la reincarnazione, del vecchio regime eroso da corruzione e patti mafiosi. La Lega è un caso diverso: quando nacquero le leghe, negli Anni 80, la novità c'era anche se colorata di populismo e razzismo d'altri tempi: vituperare Roma ladrona indicava desiderio di disfarsi delle partitocrazie rivelandone corruttele e doppi Stati.

Secondo la ricostruzione di Roberto Biorcio, professore di sociologia a Milano, la Lega contribuì in maniera decisiva non solo a Mani Pulite, ma al successo popolare delle inchieste giudiziarie (La rivincita del Nord, Laterza 2010). Accettare che si parli di quei magistrati e di quelli che oggi indagano su corruzione e mafia come di brigatisti, di un cancro, di gente antropologicamente diversa, è per la Lega un rinnegare se stessa. (Rinnegamento assente, invece, nella destra di Fini).
Progressivamente i leghisti si son trasformati in tutori di interessi particolari, bigotti, ostili al cambiamento, sia quando il nuovo si presenta come società non più omogenee, già multiculturali, sia quando si presenta come società della crisi, di giovani tagliati ormai fuori non solo dal lavoro ma anche dagli studi (2,1 milioni, secondo l'Istat). È quello che si fatica a capire, alla vigilia del ballottaggio di domenica prossima. Il Nuovo che berlusconiani e leghisti promettevano non ha dato risultati. Delle promesse non resta che una smorfia: altro non è la pernacchia di Bossi teletrasmessa lunedì. I votanti magari premieranno tale degenerazione ma credo che pochi lo faranno sperando alcunché.

Il primo turno ha mostrato quali possono essere i volti nuovi, dopo falsi inizi e tracolli della seconda Repubblica. Nuovi non solo rispetto a berlusconiani e leghisti, ma anche a una sinistra che per 17 anni ha sottovalutato l'anomalia di Berlusconi, legittimandone l'ascesa, il successo, l'intreccio (mai percepito davvero come conflitto) fra l'utile personale-aziendale e l'utile politico. Non è un caso che le novità appaiano nelle due città più inferme d'Italia: Milano e Napoli. Milano secolarmente allettata dall'estraneità al bene pubblico e allo Stato unitario. Napoli infiltrata dalla camorra, guastata da giunte di destra e di sinistra. L'appoggio dato per anni a Bassolino ha fatto un male incalcolabile al Pd, ed è grave che questi se ne sia accorto solo fra il primo e il secondo turno di queste elezioni.

Certo non sono ancora chiari, i programmi di Pisapia o De Magistris. Ancor meno lo erano quelli della Lega, nei primi Anni 90. Ma la rottura di continuità c'è, e assai meno equivoca di allora. Così come c'è rottura di continuità in Fini, che ha scelto di ricostruire una destra fondata sull'unità nazionale e la legalità. Quando Beppe Grillo dice che Pisapia e Moratti sono la stessa cosa è anch'egli parte del vecchio, pur respinto da tanti suoi elettori. Di un vecchio che trascura le mutazioni economiche nel loro insieme e non cerca la soluzioni adatte. Che tuona contro Marchionne senza provare a udirne gli argomenti, con la stessa foga con cui i sindacati difesero la vecchia Alitalia nel governo Prodi.

Il vecchio è un Paese malato non solo a causa di Berlusconi, ma di una classe dirigente che non affronta le cose come stanno, lavorando sull'armonizzazione tra necessità economiche, tutela dei diritti della persona, equità e legalità da resuscitare. Che non dice quel che andrebbe detto: una società che vuol guarire dovrà nascere dall'insieme di culture e religioni che ormai la compongono, e sentirsi responsabile di una gioventù minacciata, che la generazione del '68 ha sacrificato pur di attribuirsi buone pensioni. Se c'è una cosa che in Italia è mancata non è la concordia, ma un vero conflitto di generazioni. Ne aveva e ne ha bisogno, per non patire degli odierni ingiusti squilibri. Invece di un sano conflitto generazionale abbiamo avuto per quasi un ventennio il malsano, osceno conflitto d'interessi. E abbiamo, in fine corsa, la pernacchia di Bossi. L'appello del card. Bagnasco a destra e sinistra, perché smettano "risse inguardabili e noiose" e approvino il testamento biologico, è fuorviante. Un appello morale alla responsabilità non può sorvolare, oggi, sull'essenziale: la riscoperta del bene comune e della legalità, a Milano e Napoli.

Tre marce su Roma sono partite da Milano (Mussolini, Craxi, Berlusconi) e hanno portato o alla guerra o alla stasi. Forse è venuta l'ora di rompere la bolla, di capire che ripetere il passato è solo distruttivo. Non ha senso ripetere il '68, incurante della legalità e non ancora messo alla prova dall'immigrazione. Né ripetere il voto del '48, gridando al lupo comunista. Stalingrado è spettro del mondo di ieri, non di oggi. Del mondo che vive underground, convinto che nessun muro è ancora caduto.

(25 maggio 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/05/25/news/


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'ottimismo dell'intelligenza
Inserito da: Admin - Giugno 01, 2011, 06:13:39 pm
L'ANALISI

L'ottimismo dell'intelligenza

di BARBARA SPINELLI

SE NON ci fossero state persone come Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris, nelle due città malate d'Italia che sono Milano e Napoli, probabilmente non avremmo assistito in diretta alle fine politica di Berlusconi e della sua inaudita magia. Molti elementi hanno contato, e tra questi sicuramente la coalizione divenuta un garbuglio, la cocciuta scommessa di Gianfranco Fini su una nuova destra legalitaria, la smisurata insipienza di un premier che s'aggrappa follemente a Barack Obama come Michele Sindona s'aggrappò negli anni '70 agli amici americani.

Ma il vento più impetuoso viene da altrove, viene da dentro gli animi, è una forza che ha travolto tutti i copioni consueti.
Eravamo abituati a dire, con Gramsci, che quel che urge è il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Non è vero.
Quel che ha vinto, a Milano e Napoli, è l'ottimismo della ragione: lo sguardo chiaro, veggente, sui tanti segnali degli ultimi anni.
Il non possumus di Fini, le onde viola, la manifestazione delle donne il 13 febbraio, irradiatasi da Internet come virus ("Bastava non votarlo", diceva un cartello: è stato preso sul serio). Qualche giorno dopo, al festival di San Remo, il televoto scelse Roberto Vecchioni e anche quello fu un segno.

Alle nostre spalle, ci sono tanti sassolini bianchi che hanno finito col mostrare la via, come nella fiaba di Grimm. Li abbiamo messi noi, cittadini-elettori. Il castello che sembrava granitico, è il popolo sovrano che l'abbatte; lo stesso popolo che il premier
usa per affermare un potere illimitato. Un'immensa e tranquilla fiducia di potercela fare, un'intelligenza-conoscenza dell'Italia reale, una voglia di provare alleanze interamente centrate sull'etica pubblica e la legalità, un'estraneità profonda ai partiti dell'opposizione, alle loro élite: questi gli ingredienti che hanno fatto lievitare il pane che abbiamo mangiato lunedì. E il senso che sì, più di Gramsci valeva Pessoa: "Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola". Chi ha ottimismo della volontà, lasciando che la ragione si deprima e inebetisca, altro non gli resta che la volontà di potenza.

L'ottimismo dell'intelligenza apre lo sguardo ai segni  -  rendendo visibile l'invisibile  -  entra in sintonia con le mutazioni di una società, resuscita parole diradatesi per malinconia. È possibile ricostruire una Milano accogliente, capitale morale. È possibile strappare il Sud a mafia, 'ndrangheta, camorra, corona unita, cominciando dalla città-Babilonia che è Napoli. Non ci fa paura la paura. Luigi Bersani ha avuto la saggezza (dopo due sconfitte dei candidati Pd: alle primarie milanesi e nel primo turno a Napoli) di presentire che questa primavera italiana lui doveva assecondarla, aiutarla. Come scrive nel suo blog Pietro Ancona, già segretario della Cgil, Bersani s'è mostrato capace di buon senso: "Ha preferito vincere senza essere il protagonista principale, piuttosto che perdere essendolo". Anche questo è ottimismo dell'intelligenza.

Non siamo più invischiati in un Pd che corre da solo, che fa cadere Prodi presumendo di liberarsi della zavorra di Antonio Di Pietro o della sinistra radicale. Che per anni ha avuto come scopo essenziale quello di esser battezzato "riformista" dal finto sacerdote Berlusconi. Pisapia, Vendola, De Magistris guardano al potere senza più complessi: aspirano a prenderlo, con fiducia in sé, nel proprio ragionare, negli elettori. Gli stessi vizi della sinistra radicale (la riluttanza a governare, a pagare il prezzo che questo comporta) si fanno obsoleti e inutili. Crederci, non crederci: questo era il dilemma, se parafrasiamo Amleto. "Se sia più nobile sopportare gli oltraggi, i sassi, i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli". Sulla bilancia è stata la forza trasformatrice della verità a pesare: forza malinconica forse  -  disvelatrice di fatti e misfatti  -  ma non pessimista. I veri giustizialisti sono stati in questi anni coloro che più esecravano i magistrati. Fino a quando non si è condannati in terzo grado, tutto è permesso: gli insulti, le più immorali condotte pubbliche. Gli elettori delle amministrative restituiscono alla politica la sua vera ambizione: quella di agire e correggersi prima che intervenga il magistrato. Quella di non contar frottole, quando la crisi infuria.

C'è infine la crisi, che cambia il vento: un po' come in America quando vinse Obama. I candidati dell'opposizione non si sono accontentati più di dire: "Noi italiani siamo fatti così, c'è poco da fare". C'è invece, a cominciare da sé. Basta legger con cura i dati Istat sull'economia che barcolla, e la chimera dell'Italia immunizzata evapora. Basta scoprire come l'economia di intere regioni stagni, perché pervasa dall'illegalità, dallo sprezzo dello Stato. È molto significativo che a Napoli sia un uomo di legge ("malato di protagonismo", dicevano le sinistre fino a poco tempo fa) ad aver conquistato uno straordinario 65,4 per cento. Tutto quello che sappiamo dei disastri economici causati dalle mafie, o del peso ricattatorio esercitato a Napoli e Roma da persone come Cosentino, gli ottimisti dell'intelligenza l'hanno appreso da indagini giudiziarie preziose. I magistrati sono per Berlusconi brigatisti, cancri, uomini antropologicamente diversi. Ora è antropologicamente diversa gran parte d'Italia. Sarà interessante vedere se anch'essa sarà insultata: come la Consulta, la Costituzione, il Quirinale, la magistratura, l'informazione indipendente.

Nel berlusconiano impero dei segni, tanti s'erano installati: vassalli riottosi, ma pur sempre vassalli. Anche il Pd, quando faceva mancare i propri voti alla Camera; anche Casini, quando approvava la legge liberticida sul fine vita. Scoraggiamento e pessimismo li inchiodavano dov'erano. Un'altra Italia ha fatto scoppiare la bolla dei segni, con la spilla dei buoni argomenti, la mitezza dei candidati, anche con lo scherno: c'è stato un momento, fra i due turni, in cui ha fatto irruzione l'ironia e il banco di Berlusconi è saltato. È stato quando un utente twitter ha lanciato un appello alla Moratti: "Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi!". Al che il sindaco: "Nessuna tolleranza per le moschee abusive!". Era una bufala, né Sucate né Puppa esistono. Così come non esistono l'Italia berlusconiana, gli annunci miracolosi del premier. Un'esilarante fandonia ha scacciato la fandonia sempre meno allegra, sempre più cupa, del leader.

Prima o poi la ribellione doveva venire, connettersi al mondo reale. Un mondo dove i giovani, stando all'Istat, sono derubati di futuro: con tassi di disoccupazione superiori di 3,7 punti rispetto alla media europea; con un'emigrazione all'estero in aumento, perché il merito da noi non conta più. Quasi la metà dei giovani occupati è precaria. Quasi un quarto è Neet (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training). Ora si tratta di vedere cosa l'opposizione farà: come costruirà, dopo aver distrutto. Come si mobiliterà per il referendum su acqua, legittimo impedimento (legalità), nucleare. È un'impresa colossale, dopo anni di crisi negata. Il 24 maggio, la Corte dei Conti ha ammonito: per raggiungere un rapporto fra debito pubblico e Pil pari al 60% (per evitare la bancarotta greca, come chiesto dall'Europa), l'Italia dovrà ridurre il debito del 3% all'anno, pari oggi a circa 46 miliardi.

Per Berlusconi, è missione impossibile: a causa del governo infermo, e del populismo. Ma sinistra e altri oppositori ne sono capaci, dopo aver sostenuto in questi anni che Prodi cadde per colpa del rigore? Sono capaci di dire che le tasse non vanno diminuite, che nell'economia-mondo la crescita sarà debole, i sacrifici non comprimibili, l'equità tanto più indispensabile? La strada è impervia. Ma l'Italia forse ascolta oggi parole di verità, se chi le dice avrà l'ottimismo dell'intelligenza, oltre a quello della volontà.

(01 giugno 2011) © Riproduzione riservata
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Titolo: BARBARA SPINELLI - La forza dell'emozione
Inserito da: Admin - Giugno 08, 2011, 04:01:31 pm
L'OPINIONE

La forza dell'emozione

di BARBARA SPINELLI

Improvvisamente, come se per quasi vent'anni non avesse costruito il proprio potere sulla concitazione degli animi, Berlusconi invita alla calma, sul nucleare. È il perno della campagna contro i referendum: non si può decidere, "sull'onda dell'emozione" causata da Fukushima, con il necessario distacco. Lo spavento, ripetono i suoi ministri, "impedisce ogni discussione serena".
 
La parola chiave è serenità: serve a svilire alle radici il voto del 12-13 giugno. È serenamente che Berlusconi proclama, proprio mentre Germania e Svizzera annunciano la chiusura progressiva delle loro centrali: "Il nucleare è il futuro per tutto il mondo". È una delle sue tante contro-verità: la Germania cominciò a investire sulle energie alternative fin da Chernobyl, e il piano adottato il 6 giugno non si limita a programmare la chiusura di tutti gli impianti entro il 2022: la parte delle rinnovabili, di qui al 2020, passerà dal 17 per cento al 38, per raggiungere l'80 nel 2050. È emotività? Panico? Non sembra. È il calcolo razionale, freddo, di chi apprende dai disastri e non li nasconde né a sé né ai cittadini. È una presa di coscienza completamente assente nel governo italiano, aggrappato all'ipocrita nuovo dogma: "Non si può far politica con l'emozione".

Si può invece, e l'esempio tedesco mostra che si deve. La politica è una pasta il cui lievito è l'emozione che persevera, non c'è
svolta storica che non sia stata originata e nutrita da passioni tenaci, trasformatrici. L'emozione può iniettare nel cuore fatalismo ma può anche rimettere in moto quello che è immobile, aprire gli occhi quando hanno voglia di chiudersi, e tanto più disturba tanto più scuote, sveglia. Le catastrofi (naturali o fabbricate) hanno quest'effetto spaesante. D'altronde lo sconquasso giapponese non è il primo. C'è stato quello di Three Mile Island nel 1979; poi di Chernobyl nell'86. Berlusconi salta tre decenni, e censura il punto critico che è stato Fukushima, quando afferma che tutto il pianeta prosegue tranquillo la sua navigazione nucleare.

La serenità presentata d'un tratto come via aurea non ha nulla a vedere con le virtù della calma politica: con la paziente rettifica di errori, con la saggezza dell'imperturbabilità. È un invito al torpore, alla non conoscenza dei fatti, alla non vigilanza su presente e futuro. Sembra una rottura di continuità nell'arte comunicativa del premier ma ne è il prolungamento. Ancora una volta gioca con passioni oscure: con la tendenza viziosa degli umani a procrastinare, a nutrire rancore verso chi fa domande scomode, a non farsi carico di difficili correzioni concernenti l'energia, gli stili di vita, la terra che lasceremo alle prossime generazioni. L'emozione accesa da Fukushima obbliga a guardare in faccia i rischi, a studiarli. Lo stesso obbligo è racchiuso nel referendum sulla gestione privata dell'acqua, e in quello sulla legge non eguale per tutti. Di Pietro ha ragione: mettere sui referendum il cappello di destra o sinistra è un insulto agli elettori, chiamati a compiere scelte che dureranno ben più di una legislatura. È sminuire laforza che può avere l'emozione, quando non finisce in passività e rinuncia.

Anche lo spavento - la più intensa forse tra le emozioni - ha questa ambivalenza. Può schiacciare ma anche sollevare, rendere visibile quel che viene tenuto invisibile. La responsabilità per il futuro, su cui ha lungamente meditato il filosofo Hans Jonas, è imperniata sulle virtù costruttive - proprio perché perturbanti - che può avere la paura. Di fronte al clima degradato e al rapporto perverso che si crea fra le crescenti capacità tecnologiche dell'uomo e il potere, lo spavento è sentinella benefica: "Quando parliamo della paura che per natura fa parte della responsabilità non intendiamo la paura che dissuade dall'azione, ma quella che esorta a compierla".
Temere i pericoli significa pensare l'azione come anello di una catena di conseguenze: vicine e lontane, per il nucleare, l'acqua e anche la legge. Per paura ci nascondiamo, ma per paura si cerca anche la via d'uscita. Un affastellarsi di emozioni generò nel '700 i Lumi, che sono essenzialmente riscoperta del pensiero critico, rifiuto della piatta calma dei dogmi. Per Kant, illuminismo e modernità nascono con un atto di inaudito coraggio: Sapere aude! osa sapere! La filosofia comincia con la meraviglia e il dubbio, secondo Aristotele, perché chi prova queste emozioni riconosce di non sapere e, invece di gettare la spugna, osa.

La modernità, non come epoca ma come atteggiamento, è questo continuo osare, dunque farsi coraggio nel mezzo d'una paura. È ancora Jonas a parlare: "Al principio speranza contrapponiamo il principio responsabilità e non il principio paura. Ma la paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità, altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, perché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici".

La paura non è l'unica emozione trasformatrice. La malinconia possiede analoga energia, e anche lo sdegno per l'ingiustizia, il dolore per chi perisce nella violenza. Claudio Magris ha descritto con parole vere l'indifferenza con cui releghiamo negli scantinati della coscienza i cadaveri finiti a migliaia nel mare di Sicilia (Corriere della sera, 4-6-11). Sono parole vere perché disvelano quel che si cela nella tanto incensata serenità: l'assuefazione, la stanca abitudine, "l'incolmabile distanza fra chi soffre e muore e quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono esser troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo". Tuttavia in quei gorghi bisogna discendere, quei morti non vanno solo onorati ma ci intimano ad agire, a far politica alta.

Berlusconi ironizza spesso sulla tristezza. Sostiene che le sinistre ne sono irrimediabilmente afflitte, e paralizzate. Non sa che Ercole, il più forte, è archetipo della malinconia. In uno dei suoi racconti (Disordine e dolore precoce) Thomas Mann si spinge oltre, scrivendo a proposito della giustizia: "Non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia".

Emozionarsi è salare la vita e la politica, toglier loro l'insipido. Evocando i naufraghi dimenticati, Magris si ribella e scrive: "Il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più. A differenza di Cristo, non possiamo soffrire per tutti". Non siamo Cristo, ma possiamo avere un orientamento che ricorda le sue virtù, le sue indignazioni, il suo pathos. Herman Melville dice: Gesù vive secondo i tempi del cielo, per noi impraticabili; noi siamo orologi mentre lui è cronometro, costantemente orientato sul grande meridiano di Greenwich. Ricordare il cronometro significa avere a cuore i morti con spavento, perché spaventandoci cercheremo vie nuove. Nella Bibbia come nel Corano il cuore è sede della mente che ragiona.

È vero, per agire dobbiamo evitare che i disastri ci travolgano. Ma non è detto che la soluzione sia ignorarli, non commuoversi più. Il 15 aprile scorso, a Gaza, un giornalista e cooperante italiano, Vittorio Arrigoni, è stato strangolato (da estremisti salafiti, è stato detto). L'omicidio fu condannato dall'Onu, da Napolitano, dal governo. Ma alle sue esequie, il 24 aprile a Bulciago, non c'era un solo rappresentante dello Stato, generalmente così zelante nei funerali. L'unica corona di fiori fu inviata dal Manifesto. Piangere l'assassinio di Arrigoni era politicamente scorretto, non sereno. Ma onorare i morti è passione nobile; come la paura, la malinconia e non per ultima la vergogna: l'emozione sociale e trasformatrice per eccellenza. Lo riscopriamo alla vigilia dei referendum, ma lo sappiamo da quando Zeus, nell'Agamennone di Eschilo, indica la strada d'equilibrio: "Patire, è capire".

(08 giugno 2011) © Riproduzione riservata
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Titolo: BARBARA SPINELLI - L'irruzione del futuro
Inserito da: Admin - Giugno 15, 2011, 06:29:05 pm
IL COMMENTO

L'irruzione del futuro

di BARBARA SPINELLI

FORSE, dopo la perdita di Milano e Napoli, la sconfitta al referendum è la più avvilente nella storia di Berlusconi. Si era messo in testa che ignorandolo l'avrebbe ucciso, l'aveva definito "inutile", e il giorno del voto se n'era andato pure al mare, esemplarmente. Niente da fare: il quorum raggiunto e i quattro sì che trionfano non sono solo un colpo inferto alla guida del governo.

È una filosofia politica a franare, come la terra che d'improvviso si stacca dalla montagna e scivola. È un castello di parole, di chimere coltivate con perizia per anni. "Meno male che Silvio c'è", cantavano gli spot che il premier proiettava, squisita primizia, nei festini. Gli italiani non ci credono più, il mito sbrocca: sembra l'epilogo atroce dell'Invenzione di Morel, la realtà-non realtà di Bioy Casares. Per il berlusconismo, è qualcosa come un disastro climatico.

Tante cose precipitano, nel Paese che credeva di conoscere e che invece era un suo gioco di ombre: l'idea del popolo sovrano che unge la corona, e ungendola la sottrae alla legge. L'idea che il cittadino sia solo un consumatore, che ogni tanto sceglie i governi e poi per anni se ne sta muto davanti alla scatola tonta della tv. L'idea che non esistano beni pubblici ma solo privati: il calore dell'aria, l'acqua da bere, la legge uguale per tutti, la politica stessa. L'idea, più fondamentale ancora, che perfino il tempo appartenga al capo, e che un intero Paese sia schiavo
del presente senza pensare - seriamente, drammaticamente - al futuro. Più che idee, erano assiomi: verità astratte, non messe alla prova. Non avendo ottenuto prove, il popolo è uscito dai dogmi. Lo ha fatto da solo, senza molto leggere i giornali, gettando le proprie rabbie in rete. È una lezione per i politici, i partiti, i giornali, la tv. La fiamma del voto riduce una classe dirigente a mucchietto di cenere.

Pochi hanno visto quello che accadeva: il futuro che d'un tratto irrompe, la stoffa di cui è fatto il tempo lungo che gli italiani hanno cominciato a valutare. Erano abituati, gli elettori, a non votare più ai referendum. Questa volta sono accorsi in massa: a tal punto si sentono inascoltati, mal rappresentati, mal filmati. Nessuna canzoncina incantatrice li ha immobilizzati al punto di spegnerli. Berlusconi lo presentiva forse, dopo Milano e Napoli, ma come un automa è caduto nella trappola in cui cadde Craxi nel 1991 - andare al mare mentre si vota è un rozzo remake - e con le sue mani ha certificato la propria insignificanza. Impreparato, è stato sordo all'immenso interrogativo che gli elettori di domenica gli rivolgevano: se la sovranità del popolo è così cruciale come proclama da anni, se addirittura prevale sulla legge, la Costituzione, come mai il Cavaliere ha mostrato di temere tanto il referendum? Come spiegare la dismisura della contraddizione, che oggi lo punisce?

Il popolo incensato da Berlusconi, usato come scudo per proteggere i suoi interessi di manager privato, non è quello che si è espresso nelle urne. È quello, immaginario, che lui si proiettava sui suoi schermi casalinghi: un popolo divoratore di show, ammaliato dal successo del leader. Chi ha visto Videocracy ricorderà la radice oscena della seduzione, e le parole di Fabrizio Corona: "Io sono Robin Hood. Solo che tolgo ai ricchi, e dò a me stesso". Nel popolo azzurro la libertà è regina, ma è tutta al negativo: non è padronanza di sé ma libertà da ogni interferenza, ogni contropotere. Ha come fondamento la disumanizzazione di chiunque si opponga, di chiunque incarni un contropotere. Di volta in volta sono "antropologicamente diversi" i magistrati, i giornalisti indipendenti, la Consulta, il Quirinale. Ora è antropologicamente diverso anche il popolo elettore, a meno di non disfarsi di lui come Brecht consigliò al potere senza più consensi. Era un Golem, il popolo - idolo d'argilla che il demiurgo esibiva come proprio manufatto - e il Golem osa vivere di vita propria. Il premier lo aveva messo davanti allo sfarfallio di teleschermi che le nuove generazioni guardano appena, perché la scatola tonta ti connette col nulla. E quando ti connette con qualcuno - Santoro, Fazio, Saviano - ecco che questo qualcuno vien chiamato "micidiale" e fatto fuori.

Il popolo magari si ricrederà, ma per il momento ha abolito il Truman Show. Ha deciso di occuparsi lui dei beni pubblici, visto che il governo non ne ha cura. Non sa che farsene del partito dell'amore, perché nella crisi che traversa non chiede amore ai politici ma rispetto, non chiede miraggi ottimisti ma verità. Accampa diritti, ma non si limita a questo. Pensare il bene pubblico in tempi di precarietà e disoccupazione vuol dire scoprire il dovere, la responsabilità. Celentano lunedì sera ha detto che siamo disposti perfino ad avere un po' più freddo, in attesa di energie alternative al nucleare. Per questo si sfalda il dispositivo centrale del berlusconismo: la libertà da ogni vincolo è distruttiva per l'insieme della comunità. Era ammaliante, ma lo si è visto: perché simile libertà cresca, è indispensabile che il popolo sia tenuto ai margini della res publica.
Specialmente nei referendum, dove si vota non per i partiti ma per le politiche che essi faranno, il popolo prende in mano i tempi lunghi cui il governo non pensa, e gli rivolge la domanda cruciale: è al servizio del futuro, un presidente del Consiglio che ha paura dell'informazione indipendente, che ha paura di dover rispondere in tribunale, che elude la crisi iniziata nel 2007, che non medita la catastrofe di Fukushima e considera il no al nucleare un'effimera emozione? Pensa al domani o piuttosto a se stesso, chi sprezza la legalità pur di favorire piccole oligarchie, il cui interesse per le generazioni a venire è nullo? Ai referendum come nelle amministrative il tempo è tornato a essere lungo. Non a caso tanti dicono: si ricomincia a respirare.

La crisi ha insegnato anche questo: non è vero che il privato sia meglio del pubblico, che il mercato coi suoi spiriti animali s'aggiusti da sé, che la politica privatizzata sia la via. I privati non sono in grado di costruire strade, ferrovie, energia pulita per i nipoti. Vogliono profitti subito e a basso costo, senza badare alla qualità e alla durata. Berlusconi si presentò come il Nuovo ed era invece custode di un disordine naufragato nel 2007. Non era Roosevelt o Eisenhower, non ha edificato infrastrutture per le generazioni che verranno.

Ogni persona, dice Deleuze, è un "piccolo pacchetto di potere", e l'etica la costruisce su tale potere. Berlusconi pensava - forse pensa ancora - che questo potere fosse suo: che non fosse così diffuso in pacchetti. Pensava che il cittadino non avesse bisogno di verità; che il coraggio te lo dai nascondendola. Pensava (pensa) che il coraggio consista nel ridurre le tasse, e chi se ne importa se l'Italia precipita come la Grecia o se pagheranno i nipoti. Pensava che, bocciato il legittimo impedimento, puoi farti una prescrizione breve, come se il popolo non avesse proscritto ogni legge ad personam. Il Cavaliere ha eredi nel Pdl. Ma all'eredità come bene consegnato al futuro non ha mai badato, convinto che la crisi sia come la morte (e lui come la vita) per Epicuro: "Finché Silvio c'è, la crisi non esiste. Quando la crisi arriva, Silvio non c'è". Tanti ne sono convinti, e lo incitano a "tornare allo spirito del '94": dunque a mentire sulle tasse, di nuovo.

Chi lo incita sa quello che dice? Ha un'idea di quel che è successo fra il 1994 e il 2011? Rifare il '94 non è da servi liberi, ma da gente che ignora il mondo e ne inventa di falsi. Se fossero liberi e coraggiosi non sarebbero stupidi al punto di consigliare follie. Se insistono, vuol dire che sono servi soltanto. La loro retorica è così smisurata che neppure capiscono la nemesi, che s'è abbattuta sul loro padrone.

(15 giugno 2011) © Riproduzione riservata
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Titolo: BARBARA SPINELLI - Le verità oscurate della crisi
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2011, 12:20:14 pm
IL COMMENTO

Le verità oscurate della crisi

di BARBARA SPINELLI

MAN mano che si moltiplicano crisi e bancarotte degli Stati, crescono in Europa le rivolte degli indignati: in Grecia, Spagna, anche in Italia dove il tracollo è per ora solo temuto. I governi tendono a vedere il lato oscuro delle rivolte: il faticoso riconoscimento della realtà, la rabbia quasi cieca.

Ma la cecità spiega in piccola parte una ribellione che ha come bersaglio non solo i contenuti, ma le forme di comportamento (dunque l'etica) dei governi: l'abitudine a una vista sempre corta, abbarbicata al prossimo voto o sondaggio; la vocazione a nascondere conti squassati. A non dire la verità su immigrazione o deficit, ad accusare i giornali, le Banche centrali, l'Europa: tutti sospettati di spandere brutte notizie.

L'Italia in questo è all'avamposto. Da quando è tornato al governo, Berlusconi ripete lo stesso ritornello: lo squasso è nelle vostre teste disfattiste, noi ce la facciamo meglio di tanti paesi virtuosi. Lunedì ha detto d'un tratto, ai microfoni: "La crisi non è finita". Non ne aveva mai annunciato l'inizio. Come si spiega l'allarme dei mercati sulla nostra economia e sulla paralisi governativa, se le cose andavano nel migliore dei modi? Il governo se lo spiega probabilmente con le gag del ministro Brunetta: se milioni di precari sono "l'Italia peggiore", vuol dire che c'è del marcio in chi soffre la crisi invece di creare ricchezza.

Non dimentichiamo che una delle iniziative più trascinanti degli indignados spagnoli concerne l'informazione.
L'ha presa Antòn Losada, professore di Scienze politiche, e s'intitola "Sinpreguntasnocobertura" (senza domande niente copertura). Migliaia di giornalisti hanno aderito. Se una conferenza stampa non ammette quesiti scomodi sarà boicottata, e il potere resterà solo con i suoi barcollanti giuramenti. È segno che nelle rivolte c'è una domanda, possente, di verità e giustizia. Alla crisi non si risponde solo imponendo la cinghia più stretta, e instillando nel popolo paure incongrue. Si risponde con la trasparenza d'informazioni: sulle tasse che non si possono abbassare, sul calo demografico che solo l'immigrazione frenerà, sugli ingredienti della crescita che sono la giustizia, la legalità, il merito, il prezzo che possono pagare i più fortunati e ricchi.

Alle rivolte generate dalla crisi, i governanti italiani reagiscono con tagli che colpiscono tutti indiscriminatamente, e soprattutto con false promesse. Tremonti stesso, oggi considerato uomo del rigore, ha mal tollerato lungo gli anni i moniti della Banca d'Italia, permettendo che nella Lega e nella destra montasse l'irresponsabilità. In un editoriale di mercoledì sul giornale greco Kathimerini, il direttore Nikos Konstandaras parla del "fascino impossibile della solitudine": è l'illusione che la crisi non scoppierà, se gli Stati chiudono gli occhi all'Europa, al mondo, ai mercati. Certo, i mercati sono strane bestie: possono scatenarsi istericamente - hanno sete di sangue - e in questo non sono molto diversi dai militanti leghisti che reclamano meno tasse e secessione (verso quale paese del balocchi, dove non ti chiedono nulla ed è sempre domenica?). Hanno la vista corta, ma non anticipano del tutto a casaccio le catastrofi: scattano foto istantanee di governi istantanei, e ne traggono conclusioni. Accanto all'urna elettorale, sono un nostro secondo tribunale. Saranno loro, se non lo fanno altri, ad "aprire la crisi": quella vera, che screditerà Berlusconi, che sfiderà anche l'opposizione, e metterà a nudo la presente non-politica italiana.

Giacché non è politica nascondersi, fingersi Stati sovrani che decidono da soli, ignorare l'esistenza di uno spazio pubblico europeo verso cui siamo responsabili come verso la nazione. Esiste ormai una res publica che oltrepassa i nostri confini, che ha sue regole, e i cui dirigenti non sono emanazioni dei governi ma rispondono a geografie più vaste. Valga come esempio la nomina di Mario Draghi al vertice della Banca centrale europea. Una scelta ineccepibile, ma fatta nella più sgangherata e vecchia delle maniere. In cambio della nomina, Sarkozy ha chiesto che venisse liberato un posto per Parigi nell'esecutivo Bce e Berlusconi gli ha dato la testa di Lorenzo Bini Smaghi, come se quest'ultimo fosse un suo uomo, non un dirigente dell'Unione. Il mandato di Bini Smaghi, prescelto nel 2005 per otto anni, scade il 31-5-2013 e non può esser revocato né da Stati né da accordi tra Stati. Non è uno schiaffo a lui, ma alle istituzioni europee verso cui va la sua lealtà. Il caso crea peraltro un precedente ominoso: ogni governo potrà decidere da ora in poi di sottrarre mandati e regole alla giurisdizione europea.

La reazione di Bini Smaghi è stata rigorosa, da questo punto di vista. In un discorso tenuto in Vaticano su etica e affari, il 16 giugno, ha spiegato la ferita alle istituzioni europee con parole chiare e vere: "Non è un caso che i banchieri centrali abbiano adottato come loro protettore San Tommaso Moro, che con la sua indipendenza di giudizio e la ferma convinzione nella supremazia dell'interesse pubblico riuscì a resistere alle pressioni del Re Enrico VIII, del quale era stato il più stretto consigliere (...) fino ad essere costretto alle dimissioni, incarcerato e condannato a morte". Tommaso Moro volle servire Dio piuttosto che il re cui prima sottostava. L'interesse pubblico cui allude Bini Smaghi è quello, superiore agli Stati, dell'Unione: è solo quest'ultima a poterlo "dimettere". La violazione del Trattato di Maastricht, giustificata con la presunta "regola non scritta tra gli Stati", è palese. Anche Mario Monti, ex commissario europeo, ha mostrato irritazione: il governo, ha detto domenica a Lucia Annunziata, si è comportato in modo "dilettantesco" e "paradossale", disponendo di Bini Smaghi come di una propria pedina ("Le decisioni spettano a Bini Smaghi e alla sua coscienza. È sbagliato aspettarsi giuridicamente e moralmente che avrebbe dato le dimissioni, se non si è parlato prima con lui di questo tema").

Anche qui, sono mancati informazione trasparente e riconoscimento dello spazio pubblico europeo. Così come non c'è trasparenza sulle tasse che non si possono abbassare, sull'immigrazione di cui abbiamo bisogno, economicamente e demograficamente. È stato calcolato che i flussi migratori si eleveranno a 4,4 milioni nel 2011, che supereranno 8 milioni nel 2031 e 10 nel 2051: " Il valore finale - scrive l'economista Nicola Sartor - è inferiore di 8 milioni a quanto necessario, secondo l'Onu, a compensare la flessione della popolazione nazionale in età attiva" (Invecchiamento, immigrazione, economia, Il Mulino 2010).

Gran parte degli equivoci sono imputabili all'Unione: all'inerzia dei suoi dirigenti, succubi degli Stati. Ancora una volta, è il parlar vero che manca: è per un eccesso di false cortesie e per l'assurda deferenza verso i grandi Paesi che l'Europa è giunta alle odierne bancarotte, scrive Monti in un illuminante articolo sul Financial Times di ieri. Sono tante le politiche su cui l'Unione potrebbe far valere la sua parola: a cominciare dalle missioni di guerra, abusivamente dette "di pace". L'articolo 11 della nostra Costituzione, quello che ripudia la guerra, prevede limitazioni volontarie della sovranità nazionale e azioni congiunte con organi internazionali. Le guerre che sta consentendo andrebbero oggi ridiscusse dall'Europa, alla luce di una politica Usa che comincia a trattare unilateralmente con i talebani e a dubitare dell'utilità della Nato.

Una Commissione europea autonoma, conscia della propria autorità, reagirebbe a tutti questi eventi (caso Bini Smaghi, debiti sovrani, guerre) come ai tempi di Walter Hallstein. Il primo capo dell'esecutivo di Bruxelles non esitò a confutare De Gaulle, alla fine degli anni '60, in nome della nascente res publica europea. Fu un "perdente designato", scrive lo storico Corrado Malandrino in una bella biografia pubblicata dal Mulino: ma ci sono sconfitte che salvano, se le si vuol salvare, le istituzioni umiliate.

(22 giugno 2011) © Riproduzione riservata
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Titolo: BARBARA SPINELLI - Quando manca la coscienza
Inserito da: Admin - Luglio 06, 2011, 05:22:01 pm
L'ANALISI

Quando manca la coscienza

di BARBARA SPINELLI


VALE LA PENA meditare su cosa significhi precisamente partito degli onesti, visto che a proporlo è stato il nuovo segretario del Pdl.
Ossia della formazione che sin qui non aveva la rettitudine come stella polare. Può darsi che Alfano abbia emesso un mero suono, un flatus vocis senza rapporto alcuno con la realtà, ma i realisti che credono nella consistenza delle parole hanno tutto l'interesse a ripensare vocaboli come onestà, morale pubblica, virtù politica.

A meno di non essere incosciente, il ministro della Giustizia non può infatti ignorarlo: i passati diciassette anni non sono stati propriamente intrisi di probità (lui stesso ne è la prova vivente, avendo aiutato Berlusconi a inserire nella manovra economica un codicillo ad personam, che tutelando il premier dalla sentenza sul Lodo Mondadori nobilita a tutti gli effetti il concetto di insolvenza nel privato).

Alle spalle abbiamo un'epoca corrotta, molto simile al periodo dei torbidi che Mosca conobbe fra il XVI e il XVII secolo, prima che i Romanov salissero al trono e mettessero fine all'usurpazione di Boris Godunov.

Meditare sull'onestà dei politici significa che da quest'epoca usciremo - se ne usciremo - a condizione di capire in concreto cosa sia la morale pubblica, e come la sua cronica violazione abbia prodotto una propensione al vizio quasi naturale, che va ben oltre la disubbidienza alle leggi. Soprattutto, significa guardare al fenomeno Berlusconi come a qualcosa che è dentro, non fuori di noi: la cultura dell'illegalità,
i conflitti d'interesse vissuti non come imbarazzo ma come risorsa, non sono qualcosa che nasce con lui ma hanno radici più profonde, non ancora estirpate.

Sono un male italiano di cui il premier è il sintomo acutizzato: chiusa la parentesi non l'avremo curato ma solo preteso d'averlo fatto. L'inferno non sono gli altri, ogni giorno lo constatiamo: dal dramma dei rifiuti a Napoli alle vicende che scuotono il partito di Bersani e D'Alema.

Il fatto è che ci stiamo abituando a restringere la nozione di morale pubblica. L'assimiliamo a una condotta certamente cruciale  -  l'osservanza delle leggi, sorvegliata dai tribunali  -  ma del tutto insufficiente. Perché esistano partiti onesti, altri ingredienti sono indispensabili: più personali, meno palpabili, non sempre scritti. Attinenti alle virtù politiche, più che a un dover-essere codificato in norme scritte. Precedenti le stesse Costituzioni.

Di che c'è bisogno dunque, per metter fine alla leggerezza del vizio che riproduce sempre nuovi boiardi e nuovi disastri trasversali come la monnezza napoletana e la corruttela? Gli ingredienti mancanti sono sostanzialmente due: una memoria lunga della storia italiana, e un'idea chiara di quelle che devono essere le virtù politiche a prescindere dalle norme scritte nel codice penale.

La memoria, in primo luogo. Non si parla qui di un semplice rammemorare. Le celebrazioni ci inondano e forse anche ci svuotano; esistono date che evochi continuamente proprio perché sono stelle morte. Per memoria intendo la correlazione stretta, e vincolante, tra ieri e oggi: ogni atto passato (come ogni omissione) ha effetti sul presente e come tale andrebbe analizzato. Diveniamo responsabili verso il futuro perché lo siamo del passato, di come abbiamo o non abbiamo agito. Il ragionamento di Tocqueville sull'individuo democratico vale anche per le sue azioni, specialmente politiche: la "catena aristocratica delle generazioni" viene spezzata, e lascia ogni anello per conto suo. Così come avviene per l'individuo, l'atto  -  sconnesso dalla vasta trama dei tempi  -  "non deve più nulla a nessuno, si abitua a considerarsi sempre isolatamente (...) Ciascuno smarrisce le tracce delle idee dei suoi antenati o non se ne preoccupa affatto. Ogni nuova generazione è un nuovo popolo (...) La democrazia non solo fa dimenticare a ogni uomo (a ogni azione) i suoi avi, ma gli nasconde i suoi discendenti e lo separa dai suoi contemporanei: lo riconduce incessantemente a se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del suo cuore".

La citazione si applica perfettamente alla calamità napoletana. Sono settimane che i leghisti sbraitano, negando la solidarietà con una città che precipita. Se la memoria funzionasse, non potrebbero. Dovrebbero dire, a se stessi e agli italiani, la verità: se Napoli e la Campania sono diventate un'immensa mefitica discarica di rifiuti tossici e non tossici, è perché il Nord da vent'anni ha perpetuato quello che Tommaso Sodano, ex senatore e oggi vice di de Magistris, chiama lo "stupro del Sud": una "specie di guerra etnica, giocata con l'arma del rifiuto, alimentata dalla camorra, ma anche da una catena di falsificazione e di enti di controllo assenti". Il Nord è responsabile di quanto avviene a Sud, quali che siano le colpe delle amministrazioni campane. La sua industrializzazione ha prodotto rifiuti tossici smaltiti senza trattamento nel Sud, sancendo con la connivenza di clan camorristi la morte del Mezzogiorno, e avvelenando uomini, animali, fiumi, piantagioni (Tommaso Sodano, La Peste, Rizzoli 2010).

Il secondo ingrediente, essenziale, è la virtù personale del politico. Indipendentemente dal codice penale, essa dovrebbe escludere frequentazioni di mafiosi, connivenze con personaggi come Cosentino, assuefazione infine alla droga che è il conflitto d'interessi. Piano piano cominciamo a capire come mai, sul conflitto d'interessi berlusconiano, la sinistra non ha mai fatto nulla, anche quando governava: il conflitto era droga anche per lei. Come definire altrimenti il caso Franco Pronzato? Ecco infatti un uomo, vicinissimo ai vertici Pd, che nello stesso momento in cui agiva nel consiglio d'amministrazione dell'Enac (Ente nazionale per l'aviazione civile), era coordinatore nazionale del trasporto aereo nel Pd. Pronzato ha percepito tangenti sulla rotta Roma-Isola d'Elba e il suo corruttore, Morichini, ha fatto favori finanziari a D'Alema. "L'incarico pubblico assegnato senza neppure mascherare la sua finalità lottizzatoria viene notato ora solo perché Pronzato va in carcere", ha scritto Gad Lerner su Repubblica (30 giugno).

Lo scandalo esiste solo quando la magistratura interviene: qui è il male italiano che precede Berlusconi, e per questo è urgente pensare la morale pubblica. Il mondo si rimette nei cardini così: individuando il punto dove la legge non arriva, e però cominciano le indecenze, le cattive frequentazioni, la triviale leggerezza del politico. Non tutte le condotte sono perseguibili penalmente (il doppio incarico di Pronzato non è illegale) ma politicamente non denotano né probità né prudenza: due virtù fra loro legate. Si parla di giustizialismo, del potere dei giudici sulla politica. Se questo accade, è perché la morale pubblica ha come unico recinto la magistratura, e non anche la coscienza.

Borsellino ha detto, in proposito, cose che restano una bussola: "La magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire: ci sono sospetti, anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica (...) Però siccome dalle indagini sono emersi fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi". Se le conseguenze non sono state tratte, "è perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza". (La presenza di grossi sospetti) "dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto i partiti politici, non soltanto a essere onesti ma a apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche non costituenti reati". Era questo il fresco profumo di libertà che augurava all'Italia, prima d'esser ammazzato. Non era flatus vocis, il suo, anche se è stato preso per tale da un'intera classe politica.

Dopo Berlusconi, la morale pubblica sarà da reinventare: non uscirà come Afrodite dalle acque. S'imporranno farmaci forti, perché gli italiani osino fidarsi del Politico. Oggi non si fidano: i No-Tav pacifisti di Val di Susa dicono questo. Possiamo sprezzarli, possiamo denunciare la sindrome Nimby (Not In My Backyard, "non nel mio cortile"). Ma non senza dire, prima, che tutti soffrono la stessa sindrome, a cominciare dal Nord di Bossi.

(06 luglio 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/07/06/news/quando_manca_la_coscienza-18725419/


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'irruzione della realtà
Inserito da: Admin - Agosto 10, 2011, 11:35:56 am
IL COMMENTO

L'irruzione della realtà

di BARBARA SPINELLI

NON HA AFFATTO torto Berlusconi, quando dice che non riesce a fare tutto quel che desidera, imbrigliato com'è da poteri che sfuggono al suo controllo: il potere della giustizia e dei giornali, della Costituzione nazionale e di quella europea, dei mercati finanziari e delle agenzie di rating. Tutto gli sta stretto, l'intralcia: la democrazia con le sue istituzioni plurali, i mercati finanziari e l'Europa che d'un tratto gli strappano la corona e lo scettro che immaginava di possedere. Il presidente del Consiglio non ha torto ma non sa la storia che vive: così come non comprende quel che significhi democrazia - al di là del momento magico in cui il popolo elegge governi e parlamenti - oggi non comprende l'enorme mutazione economica cui viene dato il nome, eufemistico, di crisi.

Quel che l'intralcia non è una forza esterna: è l'interiore non-forza del suo animo. È con la realtà che gli tocca fare i conti, dopo averla ignorata o imbellita per anni. La sua favola era già malandata ma ora si spezza, come accadde per bolle speculative nel 2007. I mercati intuiscono questo ritardo mentale, quando scommettono sull'insolvenza italiana. Sono come i rivoltosi che in questi giorni stanno incendiando Londra: agiscono istericamente, perché quel che li muove è l'istinto del gregge spaventato. Ma se l'istinto si scatena con tanto impeto è perché i mercati non scorgono, al timone del bastimento Italia, un uomo con la capacità di comando e l'intelligenza della realtà. Svelto a capire e cambiare, Umberto Bossi - lo stesso Bossi che dieci anni fa inveiva contro la "burocrazia apolide" dell'Europa-superstato - ha dichiarato lunedì: "Per tanto tempo il Paese ha speso più di quanto poteva, e un bel giorno la realtà ha preso il treno ed è venuta a trovarci. Dobbiamo andare dietro all'Europa e fare le riforme. La Bce ci condiziona positivamente".

Non basta che il capo del governo dica, come ha detto il 4 agosto: "Sono un tycoon, so come ci si muove nei mercati del mondo". Il comandante deve salvare non solo questo o quel tycoon nella tormenta, ma portare a riva nave ed equipaggio, dunque l'intera nazione. Il comandante che supera la prova, come nei romanzi di Conrad, non è quello che messo alla prova dal tifone o dalla malattia dei marinai commenta: "Il tifone sta sbagliando, noi stiamo benissimo e lo eviteremo". È quello che traversa il tifone, e esplorando la crisi finanziaria scopre quel che essa racchiude: la metamorfosi, dolorosa, dello sviluppo cui siamo abituati. Una sotterranea redistribuzione delle risorse dagli Stati di antica industrializzazione alle potenze emergenti. Una crescita che nei paesi ricchi rallenterà durevolmente, e dovrà mutare natura. Il parto del nuovo modello di sviluppo è pieno di doglie, ma la politica è imbelle di fronte alle sue fatiche, e i governi sono impreparati a dire la verità ai popoli. Così come l'Euro è fragile perché non è sorretto da uno Stato europeo, così l'Italia è più che mai fragile, oggi, perché sorretta da un tycoon senza senso dello Stato.
Questa fragilità viene descritta, da quando Berlusconi ha precipitosamente cambiato rotta, come un "commissariamento", una messa sotto tutela da parte di poteri esterni, lontani. Anche questa, tuttavia, è una descrizione colma di insidie, è una benda attorno agli occhi che impedisce di guardare in faccia la verità dei fatti. Gridare al commissariamento significa ignorare che la moneta unica è nata per creare in Europa uno spazio comune, una pòlis allargata, all'interno della quale ogni cosa era destinata a mutare: i comportamenti, gli obblighi, soprattutto l'idea di sovranità nazionale.

Lo ha spiegato con acutezza Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, in una conferenza a Poros dell'8 luglio scorso: di fatto, l'unione monetaria "è già un'unione politica", con tutte le conseguenze che essa richiede. Quel che fai all'interno della tua nazione ha effetti sulle altre, e viceversa. La piccola Grecia rappresenta solo il 2 per cento delle ricchezze prodotte in Eurolandia, ma la sua crisi coinvolge tutti gli Stati, compresi i più virtuosi.
Il guaio, spiega Bini Smaghi, è che le classi dirigenti nazionali (governi, mezzi di comunicazione, accademici) ancora non se ne rendono conto: "L'unione monetaria implica un livello di unione politica molto più alto di quanto pensino molti commentatori, politici, accademici, cittadini. (...) Il modello istituzionale va adattato al fatto che l'unione monetaria è in realtà un'unione politica". La sovranità politica, gli Stati la recuperano solo se cominciano a sentirsi responsabili, nelle loro azioni, di un bene pubblico che copre lo spazio di Eurolandia, e non solo il cortile di casa. Se danno a Eurolandia gli strumenti, i metodi di decisione, le risorse per funzionare. Se favoriscono, con un discorso di verità, la nascita di un'agorà europea, di un'opinione pubblica che sia in grado di pensare se stessa dentro la nazione, dentro l'Europa, e dentro il mondo. Se questo non avviene vuol dire che il destino delle nostre economie e della nostra civiltà sarà stato messo nelle mani dei mercati. Inutile, a quel punto, scalmanarsi e dire che sbagliano.

Per questo è così fuorviante parlare di commissariamento. Non siamo commissariati, non perdiamo sovranità, per il semplice motivo che un certo tipo di sovranità è già perduta. L'Euro, l'abbiamo visto, fu inventato per questo: perché solo attraverso un'unione di forze i politici nazionali possono ridivenire sovrani, anche se non più assoluti. Il fatto che i politici e le opinioni pubbliche non digeriscano questa nuova realtà non significa che essa non esista. Significa che sono ciechi; che i tifoni li osservano inforcando gli occhiali nazionalisti di ieri.

Berlusconi non è il solo a scaricare su poteri esterni le responsabilità, sminuendo la propria forza e quella dell'Unione europea. Tutti gli Stati fingono di possedere le vecchie sovranità, di poter agire da sé: per questo s'aggrappano all'unanimità, in tante decisioni che prendono in Europa, rendendo quest'ultima così lenta ad agire o addirittura vietandole di agire. Non dimentichiamo che Francia e Germania furono le prime, nel 2003, a rifiutare le discipline del Patto di stabilità, e le sanzioni che esso comporta. Furono le prime ad assimilare tale autodisciplina a un umiliante commissariamento. Fu un precedente ominoso, che ancor oggi frena i tentativi degli Stati europei di sorvegliarsi l'un l'altro con il tempismo, la severità, l'imparzialità necessari.

Se gli Stati furono così indulgenti con Parigi e Berlino perché non lo sono anche con Roma e Madrid? Forse i primi hanno speciali privilegi? In un recente articolo sul Financial Times (20-6-11), Mario Monti ha denunciato la deferenza e gentilezza che regna tra gli Stati di Eurolandia: una deferenza paralizzante, che tranquillizza lo spazio d'un mattino. Vissuto come un disonore, il commissariamento non riesce ad imporsi per quello che è: un intervento dell'Unione politica di cui siamo parte, una risposta alla crisi-mutazione dell'economia, della politica, delle democrazie.
Se la politica avesse questa capacità di risposta, già ora si accingerebbe a rifondare le proprie istituzioni, nazionali e sovranazionali. Non lascerebbe sola la Banca centrale, a dettare la linea e a spiegarla. I governi abbandonerebbero l'anacronismo del voto all'unanimità, che perpetua la finzione della loro assoluta sovranità. Metterebbero a disposizione dell'Europa politica le risorse di cui ha bisogno, per una crescita diversa e comune. Ridursi all'ultimo minuto, cambiare rotta solo perché Francoforte lo impone: questo sì è decapitare politicamente gli Stati. L'Europa è un'unione di forze, e tutte e due le parole vanno prese alla lettera: l'unione, e la forza intelligente di chi la tiene in piedi.

(10 agosto 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/08/10/news/irruzione_realt-20245426/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Mostrateci la lettera di Trichet
Inserito da: Admin - Agosto 17, 2011, 04:44:15 pm
L'EDITORIALE

Mostrateci la lettera di Trichet

di BARBARA SPINELLI

C'È stato un uso molto improprio, della lettera che la Banca centrale europea ha inviato al governo italiano, la mattina del 5 agosto, per arginare la formidabile inconsistenza del discorso tenuto da Berlusconi il giorno prima in Parlamento. Qualcuno ha deciso di far trapelare notizie sulla missiva, e volutamente ha corso il rischio di trasformare l'Italia in un paese sotto tutela, che da solo non sa e non vuole prendere decisioni impopolari.

Questo qualcuno è Palazzo Chigi, la fuga di notizie parte da qui, e anche la leggenda dell'Italia commissariata ha avuto evidentemente il suo avallo. Non tiene neanche un minuto la scusa del governo, secondo cui non spetta al destinatario ma al mittente pubblicare le lettere. Qui non si tratta di un'epistola privata, ma di un messaggio agli italiani tutti.

Non è stato dunque Trichet ma Berlusconi a trasformare il carteggio in qualcosa di torbido. Faceva parte dei suoi calcoli la natura non trasparente, dunque non discutibile, che esso ha assunto. Solo così poteva nascere la leggenda del commissariamento: dall'alto dell'Olimpo di Francoforte era sceso - perentorio, inoppugnabile, violento perché inaspettato - il responso cui toccava assoggettarsi anche se il cuore "grondava sangue". Siamo vassalli (servi, in latino), ma esser vassalli ha i suoi vantaggi: consente di scaricare ogni responsabilità sull'imperatore lontano, senza compromettersi. L'imperatore è una potenza arcana, non meno oscura dei mercati: oggi gli ubbidiamo ma domani chissà, l'arbitrio non può durare indefinitamente.

Tanto oscuro e lontano è il responso che il pronunciamento s'apparenta a mania folle, come accade agli oracoli divini. Per questo è conveniente che si sappia della lettera ma che nessuno la legga, anche se essa contiene passaggi dettagliati che riguardano ciascuno di noi. Per esempio, pare che i firmatari (Trichet e Draghi, per la Banca d'Italia) raccomandino misure che il governo per ora respinge, come l'aumento dell'Iva o la revisione profonda delle pensioni di invalidità. E che la crescita non sia affatto trascurata (sblocco consigliato di 15 miliardi di investimenti per le infrastrutture dei concessionari di opere pubbliche).

Certo, le cose potevano andare in altro modo e non è detto che la trasparenza sia utile sempre, specie nel mezzo di una crisi finanziaria. La Banca centrale scrive spesso lettere analoghe, a doppia firma di Trichet e del Governatore della Banca centrale del paese destinatario: alla Grecia, all'Irlanda, al Portogallo, a Cipro, alla Spagna, oltre che all'Italia. Le missive sono confidenziali, per non eccitare i mercati e rispettare i governi. Ben altro è successo da noi, ed è la fisionomia ibrida del carteggio (riservato e non) che rende il suo uso improprio e anche scandaloso. Una lettera di tal genere, che incide così profondamente sulla vita degli italiani, o è segreta dall'inizio o va diramata e letta, pena l'umiliazione. Una volta che c'è stata fuga di notizie, il suo carattere muta. Diventa una lettera indirizzata a ciascuno di noi: governo e opposizione; industriali, sindacati, giornalisti e lettori.
Si chiedono sacrifici rilevanti, che toccano le presenti e future generazioni. Si formulano suggerimenti sul da fare. Se i governanti hanno in poche ore cambiato rotta, tramutandosi nei burattini e zombi eterodiretti descritti da Scalfari nell'editoriale del 7 agosto, questo non significa che tutti dobbiamo essere zombi imbambolati. Pubblicare la lettera non è questione di forma ma di dignità: la nostra.

La trasparenza, dopo la fuga di notizie, è obbligo democratico. È dovuta a noi e alla Banca centrale, che sta agendo in supplenza di un governo europeo purtroppo inesistente (così come il Quirinale agisce colmando l'assenza di governo a Roma). Dobbiamo capire che il vuoto di potere politico non è un bene, in Europa, e alla lunga minaccia l'indipendenza stessa della Banca centrale. Dobbiamo anche poter contestare le linee di Francoforte, perché chi ha detto che Trichet abbia ragione su tutto? Se il continente è malato di populismo è perché la democrazia rappresentativa è guasta: sempre più decisioni sono prese non da rappresentanti eletti ma da tecnici che non rispondono a un governo sovranazionale. A Berlusconi farà comodo; all'Italia e all'Europa no.
Visto che l'Euro è un'unione non solo monetaria ma già politica, dev'essere chiaro che delle iniziative comunitarie si deve poter discutere, tra cittadini e politici. Quando nascerà, altrimenti, l'agorà europea, la pubblica piazza dove i popoli di Eurolandia si parlano e si esaminano l'un altro?

L'ingerenza della Banca centrale è benvenuta. Non è equiparabile al parere di Stati che in passato rifiutarono per se stessi l'intromissione (Germania e Francia, nel 2003). Gli occhi italiani si son dovuti aprire a forza, perché Trichet e Draghi sono stati ultimativi: non vi aiuteremo se non vi correggete subito, senza più rinvii. Quel che ha detto Tremonti l'11 agosto davanti alle Commissioni di Affari costituzionali e Bilancio della Camera e del Senato ("La crisi ha preso un corso diverso, non ancora finito e non ancora prevedibile") è falso. La verità l'aveva a disposizione, se avesse voluto.

Contrariamente a quel che si crede, il commissariamento non è una perdita di sovranità. È un'autodisciplina che esercitiamo attraverso la Banca centrale, non imposta da fuori. Un'autodisciplina resa possibile da Stati forti, democrazie solide, non da istituzioni invertebrate. Per questo grazie all'Europa gli Stati recuperano la sovranità perduta. L'Italia ha una missione grande, davanti a sé. Spetta a noi (governi, cittadini più o meno influenti) vedere che c'è un nesso fra democrazia plurale, economia, stabilità sociale. Che c'è un nesso tra opinione bene informata e disponibilità ai sacrifici. Che restaurare la legalità è compito prioritario, in un paese dove il Sud è paralizzato economicamente dalle mafie. Il fatto che la manovra abolisca uno strumento che controlla il tragitto dei rifiuti dai cassonetti ai centri di smaltimento (il Sistri, Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti ) è assai sospetto: speriamo che il ministro Prestigiacomo abolisca questo regalo alle mafie.
C'è una frase che non si può più dire ed è: "Non c'è alternativa". La pronunciò Margaret Thatcher, e anni dopo si rivelò un inganno. Usare la lettera come oggetto anfibio (pubblico e non pubblico) è una colpa, perché permette ai governi e alle opposizioni di dire: "È l'Europa che dispone, io mi piego ma il mio cuore gronda sangue". Non è vero che altre strade sono precluse. È l'assenza di alternative, di libera discussione, che suscita sommosse popolari e risposte populiste

Uno studio condotto a Londra dal Centro di ricerca sulla politica economica (Cepr) sul rapporto austerità e tumulti-proteste popolari, mostra che il popolo si rivolta contro i tagli indiscriminati di servizi pubblici, ma non rigetta l'aumento di tasse. Lo studio, citato su questo giornale da Tito Boeri, copre gli anni 1919-2009. Non solo: il buon funzionamento di democrazia e stampa facilita la stabilità sociale, quando la spesa pubblica scende troppo. Gli esecutivi "non sottoposti a controlli severi" (il sogno di Berlusconi) accrescono l'instabilità. Una forte penetrazione dei media è di aiuto: più informata, la gente discute; non rompe vetrine come in Inghilterra.
Altre cose i governi possono fare, per riconquistare margini di manovra. Possono favorire crescita, equità. La Germania, ad esempio, ha fatto scelte fondamentali sulle energie alternative sin dal 2000. In pieno rigore, non ha ridotto gli investimenti nella ricerca ma li ha spettacolarmente aumentati (per il 2012 del 10 per cento, toccando la cifra record di 12, 8 miliardi di euro). Non è vero che si può solo tagliare alla maniera di Tremonti, proteggendo ricchi ed evasori. Dovremo crescere meno in Occidente, ma potremo farlo diversamente se capiremo che si cresce non solo consumando, ma esportando verso le economie emergenti. È la via che Berlino segue da anni. Non ha cominciato perché spinta dall'isteria dei mercati, e per questo oggi riesce nell'impossibile: ridurre la crescita, ma salvando occupazione e stato sociale.

(17 agosto 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/economia/2011/08/17/news/mostrateci_la_lettera_di_trichet-20539861/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - I sovrani della crisi
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2011, 10:11:00 am
IL COMMENTO

I sovrani della crisi

di BARBARA SPINELLI

IL PRESIDENTE Napolitano ha detto una cosa essenziale, domenica a Rimini, e niente affatto ovvia: che nella crisi che traversiamo il linguaggio di verità è un'arma fondamentale. E che se la politica sta fallendo è perché quest'arma l'ha volontariamente ignorata per anni. Per questo siamo "immersi in un angoscioso presente, nell'ansia del giorno dopo": un popolo tenuto nel buio non vede che buio. A destra la crisi è stata minimizzata, sdrammatizzata, spezzando nell'animo degli italiani la capacità di guardarla in faccia con coraggio e intelligenza. Prioritario era difendere, a ogni costo, l'operato del governo: "anche attraverso semplificazioni propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea". Ma la sinistra non è meno responsabile: nella battaglia contro Berlusconi non c'era spazio per l'analisi della crisi, delle mutazioni che impone, dei privilegi che mette in questione. L'obiettivo degli uni e degli altri era il potere fine a se stesso. Non importa quel che fai, con il potere: importa solo possederlo, o riconquistarlo. Attaccarsi al potere in questo modo è la via più sicura per perderlo, e perdere la democrazia.

Il linguaggio della verità è la rivoluzione più urgente da fare: esso ci farebbe vedere i pericoli che corriamo, quando accusiamo solo la casta politica e non le mille caste che usano il denaro pubblico a fini privati e hanno un interesse nello status quo. Chi ci tiene all'oscuro lo fa con la nostra complicità, tutti abbiamo accettato di essere consumatori ciechi anziché cittadini vedenti. Se cominciamo a voler guardare e sapere, vedremo quel che accade: a governare le nostre esistenze non c'è oggi la politica, con la sua capacità di dominio intelligente sugli interessi. Non c'è il sovrano eletto, con un mandato a termine. Sovrani sono poteri non eletti, come gli speculatori di borsa o le agenzie di rating che storcono le nostre vite e sono i nuovi tribunali delle democrazie. O sono poteri che potrebbero rappresentarci - l'Unione europea, la sua Banca centrale - ma che non hanno vera autorità perché i vecchi Stati-nazione gliela negano.

Il trono democratico nazionale è vuoto, e ancora non esiste il trono europeo. I piccoli vertici Merkel-Sarkozy sono ridicoli, fingono di fare l'Europa e non le danno né istituzioni né risorse perché essa diventi potenza. Vogliono un'Europa a propria immagine e somiglianza: un simulacro di potere, un'ombra che cammina, come in Macbeth, un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena e del quale non si ode più nulla. È come fossimo immersi, oltre che in un angoscioso presente, in un quadro di Magritte: sulla tela c'è il sovrano democratico, c'è l'Europa. Ma la didascalia dice, come sotto la pipa disegnata dal pittore: "Questo non è un sovrano. Questa non è Europa".

Gli effetti dell'impostura pittorica sono visibili a chiunque usi gli occhi. Il quadro è in realtà occupato da forze oscure, opache, che si fanno scudo del trono dipinto. Da una parte la forza dei mercati. Dall'altra le sommosse che esplodono ai margini e fin dentro le metropoli. Disinformate da anni, cullate in sogni di crescita, di consumi, di lavoro rettamente remunerato, le società imbestialiscono pur di farsi vedere, sentire, temere.

Le due forze (speculatori e agenzie di rating; ammutinati delle periferie urbane abbandonate) hanno istinti simili, di branco che s'avventa. Tra i due caos nessun mediatore ma, appunto, l'immagine tradita di Magritte. Il luogo della politica è deserto, afono. Un magistrato esperto di criminalità urbana, Michel Marrus, scrive su Le Monde del 21 agosto che le sommosse inglesi o francesi potremmo vederle, in Tv, commentate con le parole del crac finanziario. Stessa terminologia, stesso registro di distruzione, sfascio, guerra: "gli spiriti si abituano a uno stato permanente di sommossa". Stessa propensione all'illegalità infine, anche se gli Stati combattono l'una e non l'altra. Le agenzie di rating agiscono torbidamente, e impunemente. Non dimentichiamo che la crisi è cominciata con un loro reato: furono loro a regalare ottimi voti (la famosa "tripla A") a titoli tossici che contenevano crediti non esigibili.

L'economista Michael Hudson spiega bene, in un articolo sul sito Counterpunch, la loro degenerazione delinquenziale: da quando non sono più pagate dai risparmiatori-investitori, ma dagli Stati, le imprese, le banche che emettono titoli di debito, le agenzie hanno favorito chi le finanziava. Quando giudicano i debiti sovrani, la ricetta del risanamento è sempre la stessa e in linea con gli interessi delle banche creditrici: distruggere il contratto sociale e privatizzare i servizi pubblici a prezzi stracciati. William Harrington, ex presidente di Moody's, ha testimoniato nei giorni scorsi davanti alla Consob americana (Sec) l'esistenza di gravi conflitti d'interesse: sistematicamente, Moody's promuove compagnie e banche da cui è finanziata.

I politici italiani non sono i soli, a fuggire il linguaggio della verità. Fuggono i governanti tedeschi, quando nascondono al popolo i costi di una bancarotta del Sud Europa. Fugge l'America di Obama, quando finge una leadership globale che non ha più. S'inginocchiano tutte le democrazie a una sommossa permanente che è repressa, dunque non regolata, quando viene dalla società. Che è subita quando la scatenano i mercati. Hans Tietmeyer, ex governatore della Banca centrale tedesca, disse nel 1998 che accanto al plebiscito delle urne esiste il "permanente plebiscito dei mercati mondiali". Esiste ormai anche il plebiscito dei tumulti urbani, e anche qui la politica risponde autodecapitandosi. Le sommosse sono "pura criminalità", afferma David Cameron: la colpa è dei genitori, della caduta dei valori, delle psicologie. Mai dello Stato, che può replicare togliendo sussidi alle famiglie disastrate dei riottosi, censurando Internet, chiedendo ai giudici pene non commisurate ai reati. Neanche un attimo la politica è sfiorata dal dubbio che i giovani delle sommosse siano figli dei suoi errori, della sua latitanza.

Fra pochi giorni celebreremo il decimo anniversario dell'11 settembre, e scopriremo che siamo tuttora impelagati nei luoghi comuni di allora. Si parlerà ancora una volta di atti nichilisti, credendo di svelare le vere radici del male. Nulla è svelato, invece. Si descrive la modalità dei tumulti, non la loro radice. Dire che le rivolte sono nichiliste è una tautologia: è come dire che la politica muore perché è morta.

Andare alle radici significa, per la politica, ripensare le proprie responsabilità, non indulgere a discorsi psicologici sui valori decaduti. Significa guardare le sommosse urbane e dire a se stessi, con il coraggio che ebbe Rossana Rossanda nel '78 di fronte ai terroristi: "Sembra di sfogliare il nostro album di famiglia". In Italia significa fare i conti con la cultura dell'illegalità, del bene pubblico depredato. Non ne siamo ancora capaci, in piena crisi. Il solo contratto sociale considerato sacrosanto, in questi giorni, è quello con il mondo del crimine. Non si vogliono colpire gli evasori fiscali, cui Berlusconi e Tremonti permisero, nel 2009, un rientro del denaro rubato a costi irrisori, inimmaginabili in altri paesi occidentali. E il contratto con il contribuente onesto, con il giovane in cerca di lavoro, con l'elettore cui fu promessa una rivoluzione del merito? Non c'è da stupirsi per le sommosse. C'è da stupirsi che durino solo sei notti.

I politici sono frenetici in queste settimane. Soprattutto in Italia, corrono pazzamente qua e là. Ma attenzione: si muovono inamovibilmente, come nei sogni. Come quando la Regina Rossa dice ad Alice: nel mondo oltre lo specchio puoi correre a precipizio, senza che nulla cambi: "Qui ti tocca correre più forte che puoi, per restare nello stesso posto".

(24 agosto 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/08/24/news/sovrani_crisi-20799299/?ref=HREC1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'altrove del narcisista
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2011, 05:22:40 pm
COMMENTO

L'altrove del narcisista

di BARBARA SPINELLI

FORSE, se vogliamo capire un poco quel che accade in Italia, bisogna pensare alle guerre, ai tabù che esse infrangono. Clausewitz, ad esempio, diceva che le guerre napoleoniche avevano "abbattuto le barriere del possibile, prima giacenti solo nell'inconscio", e che risollevarle era "estremamente difficile". Non dissimile è quel che ci sta succedendo.

Un capo di governo ci s'accampa davanti, e passa il tempo a distribuire soldi perché cali il silenzio su verità che lo riguardano. Non qualche soldo, ma tanti e sfacciati. Sfacciati perché la stessa persona dice che verseremo "lacrime e sangue", per riparare una crisi che per anni ha occultato, non sentendosene responsabile. Mentre noi faticosamente contiamo quello che pagheremo, lui sta lì, in un narcisistico altrove, e dice che i soldi li elargisce a persone bisognose, disperate, a lui care: i coniugi Tarantini, Lele Mora, Marcello dell'Utri, e parecchi altri.

Abbondano i diminutivi, i vezzeggiativi, nelle intercettazioni sempre più nauseabonde che leggiamo: si parla di regalini, noccioline, problemini. I diminutivi sono spesso sospetti, nella lingua italiana: nascondono infamie. Nel caso specifico nascondono la cosa più infame, che è il ricatto: sto zitto e ti sono amico, ma a condizione che paghi. Amico? Piuttosto "complice in crudeltà", come diceva La Boétie nella Servitù Volontaria. Dice la moglie di Tarantini, sul mensile di 20.000 euro che il premier elargì per anni ai coniugi che spedivano escort a Palazzo Grazioli: "Ci servivano tutti quei soldi perché abbiamo un tenore di vita alto". Dovevano andare a Cortina, precisa. Chissà perché: dovevano. Questa è la disperazione che Berlusconi incrocia passeggiando. Uno sciopero, immagino non gli dica nulla su chi dispera.

Ricattare un uomo è peggio di sfruttarlo. È conoscerne i misfatti e racimolando prove guadagnarci. Le conversazioni fra Tarantini e il faccendiere Lavitola sono istruttive: il premier va "tenuto sulla corda"; messo "con le spalle al muro"; "in ginocchio". È insultare il bisogno chiamarli bisognosi. La giustizia accerterà, ma già sappiamo parecchio: il premier è ricattabile, non padrone di sé. È una marionetta, manovrata da burattinai nell'ombra. Si è avuta quest'impressione, netta, quando Dell'Utri commentò, il 29-6-2010, la sentenza che lo condannò in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Ancora una volta glorificò Mangano, il tutore-stalliere distaccato a Arcore dalla mafia che mai nominò Berlusconi. Poi aggiunse, singolare postilla: "Io non l'avrei fatto. Forse non avrei resistito a quello cui ha resistito lui". La frase non era buttata lì; pareva un pizzino: "Stai in guardia, posso parlare, io non sono un eroe".

Uno che accetta d'esser ricattabile pensa di dominare ma è dominato; sproloquia di un Paese che ama ma lo considera "di merda". La guerra distorce gli animi a tal punto. Come può governare, se è ostaggio di uomini e donne che lo spremono? Come, se la sua vulnerabilità al ricatto diventa un male banale, un'ordinaria abitudine omertosa, e questo nell'ora in cui dagli italiani si esige una ripresa, morale oltre che economica, e una solidarietà con i poveri, i giovani derubati di pensione e futuro, i precari che la Banca d'Italia chiede di tutelare (comunicazione al Parlamento del vicedirettore Ignazio Visco, 30-8-11) e che la manovra ignora? Non è solo Berlusconi, il sequestrato. La cultura estorsiva secerne i suoi habitués, per contaminazione. Fra essi potrebbe esserci Tremonti, il così imprudente, così stupidamente spavaldo uomo-chiave della crisi.
Gli stava vicino un ometto tracotante e avido, Marco Milanese: ma proditoriamente. Accusato di associazione a delinquere, corruzione, rivelazione di segreto, si spera che il Parlamento ne autorizzi l'arresto. Milanese aveva anche dato al ministro un appartamento al centro di Roma che Tremonti pagava in parte e senza fattura. Il perché resta oscuro. Il ministro ha detto che la Guardia di finanza lo spiava: cosa strana per chi della Gdf è capo. Più la faccenda s'annebbia, più cresce il sospetto che anch'egli sia ricattato da un "complice in crudeltà".

Ma c'è di più: la debolezza di Berlusconi accresce negli italiani il disprezzo, l'odio della politica. Proprio lui, che entrò in scena vituperando i politici di professione ed esaltando meriti e competenze, incarna ora la politica quando si fa putrescente. La sua è una profezia che si autoavvera: aveva dipinto la separatezza teatrale del politico, e l'immagine s'è fatta iper-realtà. Al posto dei partiti le cerchie, le cosche: più che mai i cittadini sono tenuti all'oscuro. Per questo è così vitale raccogliere le firme per abolire tramite referendum la legge elettorale che ha potenziato le cosche. Disse ancora Dell'Utri, nel 2010, che mai avrebbe voluto fare il ministro: "Voglio scegliere i ministri". Ecco lo scopo delle cosche: scegliere, ma dietro le quinte. Berlusconi accusa tutti, di debilitare il premier: costituzione, Parlamento, oppositori, giornali. Non accusato è solo chi amichevolmente lo irretisce in permanenti ricatti.

Non si creda che basti toglierlo di scena perché tutto torni a posto. Che basti sostituirlo con altri spregiatori della politica, magari invischiati come lui in conflitti d'interesse. Se tante barriere sono cadute, abbassando la soglia del fattibile, è perché da 17 anni la sinistra ingoia i conflitti d'interessi, e si irrita quando qualche stravagante parla di questione morale. Perché anch'essa custodisce sue cerchie. Altrimenti avrebbe capito un po' prima che a Milano e Napoli montava una rivolta della decenza che infine ha incensato, ma di cui non fu l'iniziatrice. Altrimenti si getterebbe ora nella raccolta di firme sulla legge elettorale. Altrimenti elogerebbe ogni giorno l'opera di Visco e Prodi contro l'evasione fiscale. Il male di Berlusconi contagia: è "dentro di noi", come scrisse Max Picard di Hitler nel '46. Come spiegare in altro modo l'incuria, l'impreparazione, davanti ai tanti scandali che assillano il Pd: da Tedesco a Pronzato e Penati?

Certo la sinistra non è Berlusconi: rispetta la giustizia, e non è poco. Ma una cosa rischia di accomunarli: il virus viene riconosciuto solo quando i magistrati lo scoperchiano, non è debellato in anticipo da anticorpi presenti nei partiti. Le condotte di Penati non erano ignote. Fin dal 2005 fu sospettato d'aver acquistato a caro prezzo azioni dell'autostrada Serravalle, quand'era Presidente della provincia a Milano, nonostante la società fosse già pubblica: per ottenere forse dall'imprenditore Gavio, cui comprò le azioni, contributi alla scalata di Bnl. Poi vennero le tangenti per l'ex Area Falck di Sesto San Giovanni. Nel 2007 il giornalista Gianni Barbacetto scrisse su questo un libro (I compagni che sbagliano). Prudenza avrebbe consigliato l'allontanamento da Penati. Invece niente. Passano soli due anni, e nel 2009 Bersani nomina proprio Penati capo della sua segreteria. Era "l'uomo del Nord", scrive Nando Dalla Chiesa sul Fatto, e il Nord s'espugna con i figli del berlusconismo.

Si racconta che un giorno i discepoli di Confucio gli chiesero: "Quale sarà la prima mossa, come imperatore della Cina?". Rispose: "Comincerei col fissare il senso delle parole". È quello di cui abbiamo bisogno anche noi, è la via aurea che s'imbocca quando - finite le guerre - urge rialzare le barriere del fattibile. Rimettere ordine nelle parole è anche smettere gli smorti totem che ci assillano: parole come riformismo, o centrismo. Ormai sappiamo che riformista è chi si accredita conservando lo status quo, facendo favori a gruppi d'interesse, Chiesa compresa. Liberare l'Italia da mafie e ricatti non è considerato riformista. Sbarazzarsi di Berlusconi servirà a poco, in queste condizioni. Gli elettori sono disgustati dalla politica come nel '93-'94. Cercheranno un nuovo Berlusconi.

(07 settembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/09/07/news/altrove_narcisista-21323755/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le nostre metamorfosi
Inserito da: Admin - Settembre 12, 2011, 03:53:47 pm
L'ANALISI

Le nostre metamorfosi

di BARBARA SPINELLI

Giovedì, in una discussione su La7 che ha fatto seguito al film di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, "Silvio Forever", il direttore del Foglio ha detto una cosa importante.
Ha detto che, grazie agli anni che portano l'impronta di Berlusconi, l'Italia avrebbe vissuto una "liberazione psicologica". Si è sbarazzata di vecchie incrostazioni moraliste, di una democrazia con troppe regole, di tendenze micragnose, formalistiche. L'ora dei consuntivi sta arrivando, e nella valutazione dei diciassette anni passati c'è anche questo giudizio sull'avventura berlusconiana, imperturbabilmente positivo: quali che siano i loro esiti, vi sono fenomeni grandiosamente anomali che fanno magnifica la storia, in Italia e altrove.

È significativo che negli stessi giorni si celebri il decimo anniversario dell'11 settembre, perché anche qui fu un fenomeno prodigiosamente anomalo a trasfigurare la storia.
I rivoluzionari amano questi prodigi, sia quando li incensano sia quando li demonizzano, perché il Grande Fenomeno fa tabula rasa, crea nuove classi dirigenti, interrompe quel che nella democrazia è lento e monotono, formalistico e incastonato in regole. Il tempo d'un tratto s'arresta, il rivoluzionario prova l'estasi dell'istante liberatorio.
Il musicista Karlheinz Stockhausen s'estasiò, il 16 settembre 2001, davanti alla "più grandiosa opera d'arte nella storia cosmica".

Nella discussione diretta da Enrico Mentana, spiccava la figura di Eugenio Scalfari.
L'anomalia berlusconiana non gli appariva affatto grandiosa. Il giudizio era gelido, non magato neppure nelle pieghe, allergico all'inconcreto. Faceva impressione la sua presenza perché lo sguardo sul presente era ben più lungo dello sguardo dei colleghi. Il fenomeno Berlusconi (ma avrebbe potuto parlare anche dell'11 settembre, o della crisi economica) non era descritto come un botto improvviso, che fa piazza pulita e crea nuovi mondi. S'iscriveva in una storia lunga, che ancora ci tocca esplorare e che lui scruta dai tempi della prima repubblica con penna precisa.

Mi sono chiesta come mai un giornalista con tanti anni di vita e d'esperienza sembrasse non solo il più acuto osservatore del presente, ma il più giovane.

La chiave penso sia la sua curiosità. Il curioso, lo dice l'etimologia, ha cura di quel che a prima vista pare enigmatico.
Non gli basta vedere la pelle delle cose, ha brama di investigare, di tuffarsi molto a fondo, immergendosi con la testa come la balena narrata da Melville. Non si accontenta, e in genere usa poco questo tiepido aggettivo: contento. Il suo modo d'essere gli consente di intuire, nelle parole e negli eventi, quel che è altro dalla parola o dall'evento subito percepibili. Heidegger scrive cose simili, sulla tecnica: "L'essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico. Non apprenderemo mai la nostra relazione con la sua essenza, fino a quando rappresenteremo e praticheremo solo la tecnica. Sempre rimarremo, non liberi, incatenati alla tecnica: sia che l'approviamo con entusiasmo, sia che la neghiamo".

Nel raccontare l'epoca che abbiamo alle spalle, Scalfari ragionava allo stesso modo: "La questione davvero importante non è Berlusconi.
È come l'Italia abbia potuto sopportare un personaggio così per 17 anni. Chi siamo noi è la questione". L'essenza di Berlusconi non è Berlusconi, così come l'essenza dell'11 settembre non è l'11 settembre ma la risposta che all'attentato venne data e la torpida genealogia dell'accadimento. In Italia l'essenza è la misteriosa, sempre ambigua metamorfosi dell'uomo e del suo mondo: il mondo che egli crea e quello che da fuori lo pigia e lo mette alla prova. Che lo spaventa anche, inducendolo a bendarsi gli occhi e seguire chimere per non vedere i precipizi verso cui sta correndo.

Se cito Scalfari a proposito dei bilanci che si stanno facendo (del berlusconismo, dell'11 settembre) è perché la metamorfosi è parte centrale del suo ultimo libro (Scuote l'anima mia Eros, Einaudi 2011) e perché i concetti di cui il testo è disseminato aiutano a capire la crisi che viviamo: la metamorfosi in primis ma anche la guerra fra gli istinti, l'amore di sé e dell'altro, la morte che impronta la vita e dunque viene prima della vita. E l'avarizia infine, una parola che mi ha colpito perché stranamente si è diradata nel dialogo fra le persone. Nel libro è evocata almeno tre volte. Una prima volta quando l'autore s'interroga sul segno ("più lieve della traccia che una lepre fuggitiva lascia sulla neve") che resta delle singole vicende umane. Proprio perché la nostra è una "piccola vita circondata dal sonno", scrive citando Shakespeare: "Non dilapidatela, non difendetela con avarizia (...) Vivetela con intensa passione, con speranza ed allegria". Queste cose si imparano nell'adolescenza, quando sei in trasformazione e provi a cambiare in meglio il tuo Io. S'imparano anche in vecchiaia: se vissuta bene, è anch'essa metamorfosi. Ricordo il bellissimo disegno di Goya, al Prado. Un vecchio cammina appoggiato a due faticosi bastoni e sotto è scritto: Aùn aprendo, Ancora sto imparando.

Il secondo accenno all'avarizia è quando i mortali sono descritti come centauri, metà bestie metà uomini, sempre esposti al sopravvento del cavallo. L'avarizia di sé è figlia di questo rachitismo spirituale: dimentichi quel che fa dell'uomo un uomo, sei sopraffatto, rattrappisci. C'è infine un terzo passaggio, in cui ingeneroso è chi crede in una sola verità, e diviene avaro di sé.

L'avaro somiglia molto all'incurioso, che si fascia gli occhi per paura di disperdere quel che ammonticchia per sé. Anch'egli non ha cura dell'altro. Quando gli va incontro, è uno specchio che cerca: dunque vede solo se stesso. Giustamente è stato evocato, nella discussione, il narcisismo che affligge Berlusconi e l'Italia che l'ha scelto come modello. L'avaro incurioso vede l'Uno (la propria verità); al Due non arriva. Quando erano più sferzanti, i critici americani di G. W. Bush lo chiamavano incurious.

Non che sia mancata, subito dopo l'11 settembre, la sete di sapere. "Perché ci odiano?", ripetevano sgomenti i politici Usa.
Ma la domanda non era mai rivolta a se stessi, il male assurdo era sempre fuori. Anche Berlusconi chiede, di continuo: "Perché mi odiano?", come se la sua persona fosse satanicamente osteggiata per motivi estranei a quel che lui è e fa. Anche qui è elusa la vera domanda: come avviene la seduzione? Cosa ha prodotto? E in America: come è potuto accadere che la guerra totale al terrore, lanciata caoticamente nel 2001, stia accelerando il crollo della potenza americana?
Dice Scalfari che gli italiani hanno un terzo istinto, oltre a quello buono e cattivo: un istinto anarcoide, antipolitico. Credo non sia un vizio solo italiano: penso alle civiltà suicide descritte da Jared Diamond nel libro Collasso, agli abitanti dell'isola di Pasqua, allo spirito anarcoide con cui distrussero tutti gli alberi fino a non poter costruire una sola barca per andare a pescare e nutrirsi.

In Italia come in America, l'evento cui abbiamo assistito è la morte della politica, il trionfo di poteri paralleli e sommersi che nemmeno Obama riesce a frenare. E la storia di questo trionfo è molto più lunga dei dieci anni che ci separano dall'11 settembre, o dei diciassette che ci separano dal Berlusconi politico. Negli Stati Uniti la dismisura, la hybris, culminò nel Progetto per il nuovo secolo americano, che i neoconservatori scrissero nel '97, in collaborazione con l'industria militare: finita la guerra fredda l'America doveva trasformarsi in unica superpotenza, senza più rivali. L'orrore omicida dell'11 settembre permise al progetto di affermarsi. In Italia la hybris è radicata nella storia della P2, che ebbe il Premier tra i suoi affiliati. I fenomeni grandiosamente anomali hanno tutto un pedigree, e non solo: hanno effetti - sulla vita dei cittadini e sul futuro - che il giudizio finale deve incorporare. L'effetto in America è stato il collasso del potere mondiale. Quanto all'Italia, cosa ha prodotto la talentuosa conquista berlusconiana dei consensi? È ancora Scalfari che parla: "Il risultato lo si vede: siamo ridotti in mutande".

Ascoltiamo quel che disse della P2 Tina Anselmi, il 9 gennaio '86 in una Camera semivuota: "Ciò che dobbiamo chiederci è se accanto alla politica ufficiale, gestita nei modi e nelle forme che l'ordinamento consente, possa esistere una politica sommersa. Se (...) possa esistere un versante occulto, nel quale programmi e azioni destinate a incidere nella vita della collettività vengono elaborati al di fuori, non dico di ogni controllo ma della stessa conoscenza dell'opinione pubblica (...) Se sia possibile coltivare l'illusione di una correzione del sistema democratico attraverso meccanismi compensativi che, operando in maniera occulta o riservata, sarebbero in grado di assicurargli la necessaria stabilità" (Anna Vinci, La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, Chiarelettere 2011).

Sotto forme diverse (P2, P3, P4) la politica sommersa continua.

Chi siamo noi è la questione. È la sola che conti. Non si tratta di dividersi tra benpensanti e malpensanti. Qui c'è bisogno di pensanti, tout court. Di trasformatori, consapevoli con Nietzsche che "Noi, cercatori della conoscenza, siamo a noi stessi degli sconosciuti, per il semplice motivo che non ci siamo mai cercati".

(12 settembre 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/09/12/news/spinelli_commento-21534343/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Lo strano silenzio della Chiesa
Inserito da: Admin - Settembre 21, 2011, 11:43:39 pm
IL COMMENTO

Lo strano silenzio della Chiesa

di BARBARA SPINELLI

IL SOSTEGNO che i vertici della Chiesa continuano a dare a Berlusconi è non solo uno scandalo, ma sta sfiorando l'incomprensibile.
Che altro deve fare il capo di governo, perché i custodi del cattolicesimo dicano la nuda parola: "Ora basta"? Qualcosa succede nel loro animo quando leggono le telefonate di un Premier che traffica favori, nomine, affari, con canaglie e strozzini? Non sono sufficienti le accuse di aver prostituito minorenni, di svilire la carica dimenticando la disciplina e l'onore cui la Costituzione obbliga gli uomini di Stato? Non basta il plauso a Dell'Utri, quando questi chiamò eroe un mafioso, Vittorio Mangano? Cosa occorre ancora alla Chiesa, perché si erga e proclami che questa persona, proprio perché imperterrita si millanta cristiana, è pietra di scandalo e arreca danno immenso ai fedeli, e allo Stato democratico unitario che tanti laici cattolici hanno contribuito a costruire?

Un tempo si usava la scomunica: neanche molto tempo fa, nel '49, fu scomunicato il comunismo (il fascismo no, eppure gli italiani soffrirono il secondo, non il primo). Se Berlusconi non è uomo di buona volontà, e tutto fa supporre che non lo sia, la Chiesa usi il verbo. Ha a suo fianco la lettera di Paolo ai Corinzi: "Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di
fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!".

Anche l'omissione è complicità. Sta accadendo l'intollerabile dal punto di vista morale, in politica, e i vertici della Chiesa tacciono: dunque consentono. Si può scegliere l'afonia, certo, o il grido inarticolato di disgusto: sono moti umani, ma che bisogno c'è allora di essere papa o vescovo? (avete visto, in Vaticano, Habemus Papam?). Dicono che parole inequivocabili son state dette: "desertificazione valoriale", "società dei forti e dei furbi", "cultura della seduzione". Ma sono analisi: manca la sintesi, e le analisi stesse son fiacche. D'un sol fiato vengono condannati gli eccessi dei magistrati, pareggiando ignominiosamente le condanne. Da troppo tempo questo è, per tanti laici cattolici scandalizzati ma non uditi, incomprensibile. Quasi che il ritardo nella presa di coscienza fosse ormai connaturato nella Chiesa. Quasi che l'espiazione (penso ai mea culpa di Giovanni Paolo II, nobili ma pur sempre tardivi) fosse più pura e santa che semplicemente non fare il male: qui, nell'ora che ci si spalanca davanti.

Un gesto simile a quello di Cristo nel tempio, un no inconfondibile, allontanerebbe Berlusconi dal potere in un attimo. Alcuni veramente prezzolati resterebbero nel clan. Ma la maggior parte non potrebbero mangiare insieme a lui, senza doversi ogni minuto giustificare.
Non è necessario che l'espulsione sia resa subito pubblica, anche se lo sapete, uomini di Chiesa: c'è un contagio, del male e del malaffare. Forse basterebbe che un alto prelato vada da Berlusconi, minacci l'arma ultima, la renda nota a tutti. Questa è l'ora della parresia, del parlar chiaro: la raccomanda il Vangelo, nelle ore cruciali.

Sarebbe un'interferenza non promettente per il futuro, lo so. Ma l'interferenza è una prassi non disdegnata in Vaticano, e poi non dimentichiamolo: già l'Italia è governata da podestà stranieri in questa crisi (Mario Monti l'ha scritto sul Corriere: "Le decisioni principali sono prese da un "governo tecnico sopranazionale"), e Berlusconi d'altronde vuole che sia così per non assumersi responsabilità. Resta che gli alleati europei possono poco. E una maggioranza che destituisca Berlusconi ancora non c'è in Parlamento.
Lo stesso Napolitano può poco, ma la sua calma è d'aiuto, nel mezzo del fragore di chi teme chissà quali marasmi quando il Premier cadrà.
Il marasma postberlusconiano è fantasia cupa e furba, piace a chi Berlusconi ce l'ha ormai nelle vene. Il marasma, quello vero, è Berlusconi che non governa la crisi ma si occupa di come evitare i propri processi: tanti processi, sì, perché di tanti reati è sospettato. L'Italia è un battello ebbro, il capitano è un simulacro. Non ci sono congiure di magistrati, per indebolire la carica. Il trono è già vuoto. Il pubblico ministero, organo dello Stato che rappresenta l'interesse pubblico, deve per legge esercitare l'azione penale, ogni qualvolta abbia notizia di un reato, e in molte indagini Berlusconi è centrale: come corruttore o vittima-complice di ricatti.

Gli italiani non possono permettersi un timoniere così. Se sono economicamente declassati, la colpa è essenzialmente sua. Berlusconi non farà passi indietro, gli oppositori si ridicolizzano implorandolo senza mai cambiare copione. Oppure vuole qualcosa in cambio, e anche questo sarebbe vituperio dell'Italia. Il salvacondotto proposto da Buttiglione oltraggia la Costituzione. Casini lo ha smentito: "Sarebbe tecnicamente e giuridicamente impossibile perché siamo in uno Stato di diritto".

Perché la Chiesa non dice basta? Si dice "impressionata" dalle cifre dell'evasione fiscale, ma la vecchia domanda di Prodi resta intatta: "Perché, quando vado a messa, questo tema non è mai toccato nelle omelie? Eppure ha una forte carica etica" (Famiglia cristiana, 5-8-07). E come si spiega tanta indulgenza verso Berlusconi, mentre Prodi fu accusato di voler essere cristiano adulto? Pare che sia la paura, ad attanagliare i vertici ecclesiastici: paura di perdere esenzioni fiscali, sovvenzioni. Berlusconi garantisce tutto questo ma da mercante, e mercanti sono quelli che con lui mercanteggiano, di quelli che Cristo cacciò dal tempio rovesciandone i banchi. E siete proprio sicuri di perdere privilegi? Tra gli oppositori vi sono persone a sufficienza, purtroppo, che non ve li toglieranno. Paura di un cristianesimo che in Italia sarebbe saldamente ancorato a destra? Non è vero. Non posso credere che lo spauracchio agitato da Berlusconi (un regime ateo-comunista)abbia ancora presa. Oppure sì? Penso che la Chiesa sia alle prese con la terza e più grande tentazione. Alcuni la chiamano satanica, perché di essa narra il Vangelo, quando enumera le prove cui Cristo fu sottoposto: la prova della ricchezza, del regno sui mondi: "Tutte queste cose ti darò, se prostrandoti mi adorerai". La Chiesa sa la replica di Gesù.

Il Papa ha detto cose importanti sulla crisi. Che agli uomini vengon date pietre al posto del pane (Ancona, 11 settembre). La soluzione spetta a politici che arginino i mercati con la loro autorevolezza. Non saranno mai autorevoli, se ignorano la quintessenza della decenza umana che è il Decalogo. Ma neanche la Chiesa lo sarà. Diceva Ilario di Poitiers all'imperatore Costanzo, nel IV secolo dC: "Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro".

(21 settembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/09/21/news/silenzio_chiesa-21976172/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Riconquistare il futuro
Inserito da: Admin - Ottobre 08, 2011, 11:24:35 am
IL COMMENTO

Riconquistare il futuro

di BARBARA SPINELLI

UN ASPETTO impressionante, nella crisi che traversiamo, è l'impreparazione dei popoli. Non è l'impreparazione di chi si sente riparato. La crisi, inasprendo ineguaglianze divenute smisurate lungo gli anni, pesa sui popoli da tempo. Ma questa volta gli animi sono impauriti, disorientati, come se mancasse loro una bussola che indichi dove sta, veramente, il Nord. Nei Paesi più colpiti, come la Grecia, la disperazione può sfociare in guerra civile: come può sdebitarsi una nazione così sprofondata nella recessione, senza sfasciarsi? Nei Paesi che stanno meglio, come la Germania, cresce un isolazionismo antieuropeo non meno intirizzito. In Italia il disorientamento è diverso: la democrazia è talmente guastata, il legame sociale talmente liso, l'opinione talmente disinformata, che ciascuno scorge nella crisi qualcosa che concerne gli altri, mai se stesso.

Anche se diversi, i popoli hanno però questo, in comune: non sanno la storia che fanno. Vivono come in una caverna: fuori c'è un aperto da cui dipendono - l'Europa, il mondo - ma di cui non sanno nulla. Non vedono il futuro, sempre aperto visto che lo scriviamo noi. Non vedono che il futuro è ormai cosmopolitico nei fatti, non nella teoria. La cosa che più temono è cambiare ottica. Ogni novità appare ominosa, mai si presenta come occasione d'imparare la vita all'aperto. Come in Balzac, gli impauriti accettano che il passato domini il presente, e del presente diventano i proscritti.

Questa impreparazione non è tuttavia priva di speranze, in Italia. Basta una cifra - 1 milione 200 mila che condannano la legge elettorale - e subito si capisce come il popolo voglia riprendersi il futuro, partecipare al suo farsi. Come sia disgustato da politici che usano il popolo, che gli tolgono sovranità nell'attimo in cui ne magnificano il primato. L'essenza del populismo è questo bluff. Nei quattro ultimi referendum c'è sete non solo di verità ma di società maggiorenne, e non stupisce che tanti partiti li abbiano avversati o vissuti passivamente.

È stato difficile, trovare i banchetti per affossare il Porcellum: indicazioni assenti, orari fasulli, reticenze nelle sedi del Pd. Se fosse stato facile, forse avrebbero votato 3-4 milioni. Cosa dicono infatti i referendum? Dicono che sì, i popoli sono impreparati, ma perché qualcuno li vuole così: incavernati, frammentati, dunque malleabili. Dicono che la formazione dell'opinione pubblica - ingrediente fondamentale in democrazia - è stata guastata dal dominio politico sulle tv. I firmatari del referendum giudicano che la politica, come organizzatrice del bene comune, non fa il suo mestiere ma protegge poteri e ricchezze di clan.

Paul Krugman spiega bene come tali poteri si nutrano di dottrine economiche "completamente divorziate dalla realtà", fondate sulla menzogna: la menzogna secondo cui non c'è crescita se vengono tassati i ricchi, e quella secondo cui la crisi nasce da troppi regolamenti e non, come i fatti dimostrano, da assenza di regole (New York Times, 29-9-11). Le parole di Napolitano, venerdì a Napoli, smascherano questo fallimento: non sono parole politiche, quelle che promettono mini-Stati padani, ma "grida che si levano dai prati". Così come è grida la difesa di una legge elettorale nella quale "conta soprattutto mantenere buoni rapporti con il partito che ti nomina, non con gli elettori".

In questo la crisi economica somiglia alla guerra che Samuel Johnson descrive nel '700: le sue "maggiori calamità sono la diminuzione dell'amore della verità, e la falsità dettata dall'interesse e incoraggiata dalla credulità". Questo fanno i moderni pretendenti politici: invece di guidare incoraggiano la credulità, assecondano gli interessi di chi vuol conservare privilegi e ineguaglianze che la deregolamentazione liberista ha creato.

Ma soprattutto di Europa i politici non sanno parlare, in nessun Paese dell'Unione: la evocano sempre come nostro obbligo, mai come nostra opportunità. Denunciano sempre la sua inconsistenza, senza chiarire che se l'Europa è debole è perché i governi la mantengono in questo stato, non affidandole poteri e aggrappandosi al proprio diritto di veto. Loro compito sarebbe di far capire come stiano davvero le cose, di smettere le illusioni di cui nutrono se stessi e gli altri. È perché i politici non sono all'altezza - la politica è nulla, senza pedagogia delle crisi - che i popoli s'immobilizzano. Il populismo lusingandoli li sfrutta, per occultare quel che accade: una crisi che rovina non solo l'economia, ma quel che tiene unite le società e dunque la democrazia. Una diserzione delle classi dirigenti, restie a spiegare come solo in un governo europeo ritroveremo la padronanza (la sovranità) che tutti stiamo perdendo, governati e governanti. Secondo alcuni, il populismo è il marchio del XXI secolo. Orfano di alfabeto, proscritto dal presente: ecco il popolo-Golem che i populisti plasmano. Ora i popoli gli si rivoltano contro. Erano consumatori, anziché cittadini. Costretti d'un colpo a consumare meno, sgomenti, si riscoprono cittadini.

La paura può divorare l'anima, la storia non essendo progressista lo testimonia. Ma può anche aguzzare la vista. Nell'800, una prima previdenza pubblica nacque perché il socialismo incuteva spavento. Bismarck, in Germania, fu il primo a creare lo Stato che protegge i deboli e l'interesse generale, trasformando la paura di perdere il passato in costruzione del futuro. Così la destra storica in Italia. Le prime norme a tutela del lavoro, della vecchiaia, dell'invalidità, degli infortuni vennero dal liberale Giolitti. La destra di oggi non somiglia in niente a quella di ieri. Va detto che l'Italia, pur anomala, non è un caso isolato. È venditrice di illusioni perfino la Germania, sono populisti Sarkozy e Cameron, per non parlare di governi liberticidi o corrotti come Ungheria o Bulgaria. Se oggi i governanti volessero ritentare la via di Bismarck, dovrebbero abituare i popoli a pensare che da soli non ce la faranno. Ogni giorno constatiamo che la statura conta, nella globalizzazione: sei forte se rappresenti non uno staterello (la Padania ad esempio) ma se competi con le grandezze demografiche della Cina, dell'India, del Brasile, degli Usa, della Russia.

Inizialmente il populismo sorge come risposta democratica alle oligarchie. Un laccio stringe il capo al suo popolo, e questo laccio, simbolo della sovranità popolare, comanda su tutto, non tollerando né istituzioni intermedie né autorità sovranazionali. Il populismo semplifica, quando per uscire dalla crisi urge complicare, differenziare i poteri. Si parla spesso di una ricaduta nel Trattato di Westfalia, che consacrò gli Stati sovrani assoluti. Si dimentica che l'Europa nel 1648 era in ascesa, mentre oggi precipita frantumandosi. Due guerre mondiali l'hanno emarginata storicamente, e resuscitare Westfalia è grottesco oltre che pericoloso.

L'Italia è in questo un laboratorio. Il deserto tra leader e popolo non resta vuoto, viene occupato da nuove oligarchie: più mafiose di prima, indifferenti al bene comune. Al posto del legame sociale s'insedia l'identità (etnica, religiosa, sessuale) fondata sul rigetto dell'altro. Le liste di politici gay, apparse in rete giorni fa, è un episodio da Ultimi Giorni dell'Umanità. In una democrazia decente i giornali le ignorano. Se non lo fanno è perché il populismo è l'aria che tutti respiriamo. La crisi diventa occasione se si dice la verità. Bisogna cominciare a dire che in Occidente non riusciremo a crescere come ieri. Secondo gli esperti, ci vorranno 40-50 anni perché i salari dei Paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Russia) raggiungano i nostri. Il nostro futuro sarà fatto di meno consumi. Non di crescita zero, purché sia un crescere diverso. Fu inventata per questo l'Europa unita. Perché non aveva più senso, costruire il futuro facendosi governare dalle menzogne sul passato.

(05 ottobre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/10/05/news/riconquistare_futuro-22715579/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il potere in maschera
Inserito da: Admin - Ottobre 18, 2011, 04:46:52 pm
IL COMMENTO

Il potere in maschera

di BARBARA SPINELLI

Che l'Italia fosse un campione anomalo nel novero delle democrazie lo si sapeva già. Ce ne accorgiamo ogni volta che qualche straniero, di sinistra o destra, ci guarda sbigottito - o meglio ci squadra - e dice: "Non è Berlusconi, il rebus. Il rebus siete voi che non sapete metterlo da parte". Tutto questo è noto, e spesso capita di pensare che il fondo sia davvero stato raggiunto, che più giù non si possa scendere.

Invece si può, tutti sappiamo che il fondo, per definizione, può esser senza fondo. C'è sempre ancora un precipizio in agguato, e incessanti sono i bassifondi se con le tue forze non ne esci, magari tirandoti su per i capelli. L'ultimo precipizio lo abbiamo vissuto tra sabato e lunedì.

Una manifestazione organizzata in più di 900 città del mondo, indignata contro i governi che non sanno dominare la crisi economica senza distruggere le società, degenera a Roma, solo a Roma, per colpa di qualche centinaio di black bloc che in tutta calma hanno potuto preparare un attacco bellico congegnato alla perfezione, condurlo impunemente per ore, ottenere infine quel che volevano: rovinare una protesta importante, e fare in modo che l'attenzione di tutti - telegiornali, stampa, politici - si concentrasse sulla città messa a ferro e fuoco, sul cosiddetto inferno, anziché su quel che il movimento voleva dire a proposito della crisi e delle abnormi diseguaglianze che produce fra classi e generazioni. Il primo precipizio è questo: torna la questione
sociale, e subito è declassata a questione militare, di ordine pubblico.

Il secondo precipizio è la pubblicazione, ieri su Repubblica, di un colloquio telefonico 1 avvenuto nell'ottobre 2009 fra Berlusconi e tale signor Valter Lavitola, detto anche faccendiere o giornalista: un opaco personaggio che il capo del governo tratta come confidente, che la segretaria del premier tranquillizza con deferenza. Nessuno può dirgli di no, perché sempre dice: "Mi manda il Capo". Lo si tocca con mano, il potere - malavitosamente sommerso - che ha sul premier e dunque sulla Politica. È a lui che Berlusconi dice la frase, inaudita: "Siamo in una situazione per cui o io lascio oppure facciamo la rivoluzione, ma vera... Portiamo in piazza milioni di persone, cacciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica e cose di questo genere". E riferendosi alla sentenza della Consulta che gli ha appena negato l'impunità: "Hai visto la Corte costituzionale? ha detto che io conto esattamente come i ministri".

Lavitola non è un eletto, né (suppongo) una gran mente. Ma un'autorità la possiede, se è a lui che il premier confida il proposito di ricorrere al golpe che disarticola lo Stato. È una vecchia tentazione che da sempre apparenta il suo dire a quello dei brigatisti, e per questo la parola prediletta è rivoluzione: contro i magistrati che indagano su possibili suoi reati (già prima che entrasse in politica) o contro i giornali da accerchiare, con forze di polizia o magari usando le ronde inventate dai leghisti. Sono due precipizi - il sequestro di una manifestazione ad opera dei black bloc, l'appello berlusconiano al golpe rivoluzionario - che hanno in comune non poche cose: il linguaggio bellico, le questioni sociali prima ignorate poi dirottate. E non l'esercizio ma la presa del potere; non la piazza democratica ascoltata come a Madrid o New York ma distrutta. Anche l'attacco dei Nerovestiti era inteso ad assediare i giornali su cui scriviamo. A storcere i titoli di prima pagina del giorno dopo, a imporci bavagli.

La guerra fa precisamente questo, specie se rivoluzionaria. Nazionalizza le esistenze, le frantuma separandole in due tronconi: da una parte gli individui spaventati che si rifugiano nel chiuso casalingo; dall'altra la società declassata, chiamata a compattarsi contro il nemico. Scompare la vita civile, e con essa lo spazio di discussione democratica, l'agorà. Tra il Capo militare e la folla: il nulla. È la morte della politica.
Dovremmo aprire gli occhi su queste cateratte; su questo alveo fiumano che digrada da anni ininterrottamente. Dovremmo non stancarci mai di vedere nel conflitto d'interessi il male che ci guasta interiormente, e non accettarlo mai più: quale che sia il manager che con la scusa della politica annientata si farà forte della propria estraneità alla politica. Dovremmo dirla meglio, la melmosa contiguità fra i due atti di guerra: le telefonate in cui Berlusconi si affida a un buio trafficante aggirando tutti i poteri visibili, e i black bloc che sequestrano i manifestanti ferendone le esasperate speranze. Tra le somiglianze ce n'è una, che più di tutte colpisce: ambedue i poteri sono occulti. Ambedue sono incappucciati.

È dagli inizi degli anni '80 che andiamo avanti così, con uno Stato parallelo, subacqueo, che decide sull'Italia. Peggio: è dalla fine degli anni '70, quando i 967 affiliati-incappucciati della loggia massonica P2 idearono il "Piano di Rinascita". Il Paese che oggi abitiamo è frutto di quel Piano, è la rivoluzione berlusconiana pronta a far fuori palazzi di giustizia e giornali. Sono anni che il capo di Fininvest promette la democrazia sostanziale anziché legale (parlavano così le destre pre-fasciste nell'Europa del primo dopoguerra) e sostiene che la sovranità del popolo prevale su tutto. Non è vero: la res publica non è stata in mano al popolo elettore, neanche quando il leader era forte. Sin da principio era in mano a poteri mascherati, a personaggi che il Capo andava a scovare all'incrocio con mafie che di nascosto ricattano, minacciano, non si conoscono l'un l'altra, come nei Piani della P2.

Non a caso è sotto il suo regno che nasce una legge elettorale che esautora l'elettore, polverizzando la sovranità del popolo. Non spetta a quest'ultimo scegliere i propri rappresentanti - lo ha ricordato anche il capo dello Stato, il 30 settembre - ma ai cacicchi dei partiti e a clan invisibili. Se ne è avuta la prova nei giorni scorsi, quando Berlusconi ha chiamato i suoi parlamentari a dargli la fiducia: "Senza di me - ha detto - nessuno di voi ha un futuro". Singolare dichiarazione: non era il popolo sovrano a determinare il futuro, nella sua vulgata? Basta una frase così, non tanto egolatrica quanto clanicamente allusiva, per screditare un politico a vita.

La sensazione di piombare sempre più in basso aumenta anche a causa dell'opposizione: del suo attonito silenzio - anche - di fronte alla manifestazione democratica deturpata. D'improvviso non c'è stato più nessuno a difendere gli indignati italiani, e gli incappucciati hanno vinto. Non è rimasto che Mario Draghi, a mostrare passione politica e a dire le parole che aiutano: "I giovani hanno ragione a essere indignati (...) Se la prendono con la finanza come capro espiatorio, li capisco, hanno aspettato tanto: noi all'età loro non l'abbiamo fatto". E proprio perché ha capito, ha commentato amaramente ("È un gran peccato") la manifestazione truffata. Nessun politico italiano ha parlato con tanta chiarezza.

La minaccia alla nostra democrazia viene dagli incappucciati: d'ogni tipo. Vale la pena riascoltare quel che disse Norberto Bobbio, poco dopo la conclusione dell'inchiesta presieduta da Tina Anselmi sulle attività della P2. Il testo s'intitolava significativamente "Il potere in maschera": lo stesso potere che oggi pare circondarci d'ogni parte. Ecco quel che diceva, che tuttora ci dice: "Molte sono le promesse non mantenute dalla democrazia reale rispetto alla democrazia ideale. E la graduale sostituzione della rappresentanza degli interessi alla rappresentanza politica è una di queste. Ma rientra insieme con altre nel capitolo generale delle cosiddette trasformazioni della Democrazia. Il potere occulto no. Non trasforma la Democrazia, la perverte. Non la colpisce più o meno gravemente in uno dei suoi organi vitali, la uccide. Lo Stato invisibile è l'antitesi radicale della Democrazia".

(18 ottobre 2011) © Riproduzione riservata
DA - http://www.repubblica.it/politica/2011/10/18/news/il_potere_in_maschera-23405377/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Lo sberleffo della verità
Inserito da: Admin - Ottobre 26, 2011, 04:48:21 pm
L'EDITORIALE

Lo sberleffo della verità

di BARBARA SPINELLI

Chi frequenta i summit delle istituzioni europee, e ne conosce le deferenze opportuniste, le verità lente a dirsi, le cerimoniose capricciosità, non dimenticherà facilmente quel che è successo domenica, nella conferenza stampa di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel a Bruxelles. Un giornalista li interroga sulla credibilità di Berlusconi, ed ecco che d'improvviso scoppia un'ennesima bolla, fatta sin qui di illusioni e non-detti: una delle tante, nei quattro anni di crisi che abbiamo alle spalle. La bolla di uno Stato-subprime: debitore di seconda categoria, poco affidabile. Alcuni giudicano disdicevole la sbirciata complice che si sono lanciati l'un l'altro Sarkozy e la Merkel, e umiliante quell'attimo muto, terribile, che ha preceduto l'erompere inaudito della risata, subito echeggiata dai giornalisti presenti. È vero, è stata umiliazione e anche qualcosa di più: un atto di sfiducia che non avanza più mascherata, che si esibisce senza pudori sapendo il consenso mondiale di cui gode. Un assassinio politico in diretta.

È difficile ricordare episodi simili, nella storia dell'Unione, e non stupisce che gli autori stessi dell'incredibile gag siano quasi spaventati da quel che hanno fatto. Fonti governative tedesche si sono preoccupate ieri d'attenuare il colpo: "Le allusioni italiane sul sorriso scambiato ieri in conferenza stampa tra Merkel e Sarkozy sono basate su un equivoco". Ma colpo resta, quel che abbiamo visto domenica: e poco importa se sarà stato un attimo, se lo strappo sarà ricucito e  -  parola di Montale  -  "come s'uno schermo s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto". Per un attimo, è come se i dirigenti dei due motori d'Europa  -  Francia e Germania  -  avessero smesso di credere nelle virtù della diplomazia, della pazienza, e solennemente avessero bocciato un primo ministro nel più crudele dei modi, perché altra via non c'è. Sembra uno sfogo incontrollato ma c'è del metodo, nello sfogo: non è nelle istituzioni italiane che si cessa di credere, ma in chi governa. Dopo lo scoppio ilare Sarkozy s'è fatto serio, ha evocato il colloquio tra lui, la Merkel e Berlusconi, ed è stato chiarissimo: "La nostra fiducia, la riponiamo nel senso di responsabilità dell'insieme delle autorità italiane: politiche, finanziarie e economiche". Angela Merkel ha aggiunto: "La fiducia non nasce solo dalla costruzione d'un ombrello salva-Stati. È di prospettive chiare che c'è bisogno". Sono giorni che il Cancelliere non interpella Palazzo Grazioli per ottenere assicurazioni (che legittimità può avere, una sede governativa privata?) ma il Quirinale.

Il messaggio non potrebbe essere più netto, e ultimativo ("vi diamo tre giorni"). E c'è in esso del metodo perché ogni parola è pesata: è sulle istituzioni italiane che gli europei fanno affidamento, non sulla persona Berlusconi. Spetta all'insieme delle autorità italiane, politiche, finanziarie ed economiche mostrare il senso di responsabilità che il premier evidentemente non possiede. Può sembrare un insulto  -  un capo di Stato o di governo non dovrebbe ridacchiare in pubblico di un collega  -  ma la crisi che traversiamo è talmente vasta, e funesta per tutti i cittadini d'Europa, che il galateo diplomatico per forza si sfalda. Non sono due leader arroganti a sbeffeggiare l'alleato; è il disastro europeo che può nascere dal vuoto politico italiano che secerne l'inaudito incidente. Un disastro che Berlusconi ancor oggi elude, quando dopo il vertice proclama: "Non c'è stato e non c'è rischio Italia". L'occultamento dura dal 2007-2008 ("Non c'è crisi. Siamo i primi in Europa") con effetti catastrofici su quel popolo che il premier s'ostina a chiamare sovrano.

La cosa triste nell'Unione europea è la sua impotenza, quando un paese membro azzoppa la propria democrazia e con false informazioni frena l'insorgere  -  nei singoli cittadini  -  della responsabilità. Bisogna essere democratici, per poter entrare nell'Unione. Non bisogna necessariamente esserlo, per restarvi. C'è un articolo del trattato di Lisbona (il numero 7) che prevede sanzioni quando uno Stato si discosta dalla democrazia: ma nessuno, neanche l'opposizione in Italia, ha mai osato fare appello a esso. L'unico espediente dell'Unione, quando vuol render manifesta un'incompatibilità non solo economica e finanziaria con Stati devianti, è di conseguenza la peer pressure, la pressione dei pari grado. E la pressione non sembra in grado di secernere altro che il sogghigno. Solo quando è in gioco l'economia, pare efficace.

Ma è un sogghigno che va analizzato, perché spesso ridendo diciamo cose molto vere. Dichiarandosi fiduciosi nell'insieme delle autorità italiane, i colleghi dell'Unione scommettono proprio su quella pluralità di poteri che Berlusconi continua a contestare, e a questi poteri si rivolgono: spetta a voi risolvere il rebus Berlusconi, e mostrare un senso di responsabilità che metta fine allo sberleffo mondiale scatenato da Palazzo Grazioli. È un appello, non recondito, alle forze responsabili della maggioranza: che sfiducino loro il premier, prima delle elezioni perché non c'è più tempo. Che mandino ai prossimi vertici europei un capo di governo di cui nessuno ridacchi più.

Si ricorda spesso il Gran Consiglio fascista, che il 25 luglio '43 mise in minoranza Mussolini grazie alla mozione di Dino Grandi. Ma non c'è bisogno di risalire tanto indietro. Anche l'Unione delle democrazie postbelliche conobbe casi simili. Il 20 novembre 1990, Margaret Thatcher cadde in seguito a un voto interno del suo partito, prima delle elezioni, e anche lei fu messa da parte per incompatibilità con l'Europa comunitaria. Due giorni dopo il Gran Consiglio conservatore, il premier si dimise e lasciò in lacrime Downing Street. Che l'Europa e i mercati avessero decretato la sua fuoriuscita era stato confermato, il primo novembre, dalle dimissioni di Geoffrey Howe, il vice primo ministro più aperto all'Unione e all'euro. Michael Heseltine, conservatore, fu il Dino Grandi della situazione.

Berlusconi non può più andare a Bruxelles, dopo un episodio del genere. Perché trascina verso il basso non solo l'Italia, ma l'intera zona euro. Un primo monito è venuto da Mario Monti, non un semplice pretendente al trono ma un conoscitore-frequentatore delle istituzioni europee: "Sarebbe opportuno che quanti hanno dato il loro sostegno al governo Berlusconi (...) prendessero maggiore consapevolezza della realtà internazionale che rischia di travolgerci, di trasformare l'Italia da Stato fondatore in Stato affondatore dell'Unione europea" (Corriere della Sera, 16 ottobre 2011).

Berlusconi non può presentarsi a Bruxelles, e l'Europa non può concedersi l'anomalia italiana: è la lezione dello sberleffo, che solo in apparenza è irridente ma la cui sostanza è spaventosamente seria. È come quando ride una persona che piange. Nessuna cosa detta da Berlusconi ha più peso né senso, tanto trasuda incultura delle cose europee. Anche la sua insistenza sulle dimissioni di Bini Smaghi, membro della Bce, ha qualcosa di intollerabilmente ottuso, agli occhi non solo del diretto interessato ma di tutta la Bce. Bini Smaghi deve andarsene, "essendo stato nominato dal governo senza passare attraverso alcun tipo d'elezione o concorso". Sono frasi come queste, di una rozzezza e insipienza senza limiti, che rendono velenosa la vicenda. Bini Smaghi non è, a Francoforte, un rappresentante dell'Italia ma di Eurolandia. La sua nomina, come quella di Draghi, prevede ben 3 votazioni (Eurogruppo, Parlamento europeo, Consiglio europeo) e il Trattato contiene regole precise per la rimozione dei membri del Comitato esecutivo Bce, che può avvenire solo per motivi gravi. Comunque non può esser decretata né da Berlusconi né da Sarkozy, in nome dei rispettivi Stati nazione.
La crisi strappa tanti veli, compreso questo. È il suo lato positivo: le regole diventano più importanti, non meno, man mano che lo sconquasso s'estende. Berlusconi le ignora del tutto, ed è un autentico miracolo che abbia alla fine nominato una personalità profondamente indipendente come Ignazio Visco alla testa di Banca d'Italia. Quanto a lui, non farà alcun passo indietro: chiederglielo è nenia un po' beota. Ma la pressione dei pari esercitata a Bruxelles può avvenire anche in Italia. Sempre che esistano uomini della destra davvero responsabili, che non usino questo nobile aggettivo per brigare, alla Scilipoti, prebende e notorietà.

(25 ottobre 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/10/25/news/lo_sberleffo_della_verit-23807720/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Pensare una cosa di sinistra
Inserito da: Admin - Novembre 01, 2011, 11:49:30 am
IL LIBRO

Pensare una cosa di sinistra

Dal Brasile alla Germania, le idee per cambiare la politica.

Il nuovo saggio di Federico Rampini è uno sguardo cosmopolita sui modelli alternativi per superare la crisi

di BARBARA SPINELLI

 
GIA' DA MOLTI ANNI Federico Rampini ci ha abituati a nomadizzare, con i libri su Cina, India, America. Ma questa volta si ferma, mescola le cose viste, ed estrae una sua sintesi. Questa volta il giornalista errante vuole influire sulla pòlis, e specialmente sulla provincia della pòlis che gli è vicina: la sinistra. Il suo ultimo libro è una lettera (Alla mia sinistra, Mondadori) e il nomade si trasforma in pedagogo, che insegna l'arte preziosa che ha appreso: lo sguardo cosmopolita. Il suo cosmopolitismo non nasce da una dottrina, da cui viene dedotta l'apertura, curiosa, al diverso. Nel suo cammino verso la condizione di cittadino del mondo, Rampini adotta il metodo induttivo. È esplorando realtà e fatti lontani che le lenti cosmopolite si impongono, come unico metodo per capire il presente: grazie a esse scopriamo che Italia, Europa, Occidente, sono frammenti d'un mosaico più vasto, e sorprendente. Chiusi nei recinti nazionali, crederemo di vedere, ma non vedremo. È una delle lezioni del libro. Il lettore sarà impressionato dalla mole di notizie sul miracolo economico di India, Cina, Brasile, o sulla globalizzazione che si fa caos cruento ai confini tra Messico e Stati Uniti (viene in mente l'atroce serie di morti in 2666 di Roberto Bolaño). La sua Cindia (Cina+India), il suo Brasile, la sua America, ci pare di conoscerli un po' anche noi, quando chiudiamo il libro: di penetrarne splendori e miserie.

Vediamo un capitalismo che secerne al tempo stesso prodigi e degradi inauditi, in incessante movimento.
Vediamo meglio noi stessi, e come tuttora ci illudiamo di essere centro del mondo. Il bello del libro è che ne esci lettore in metamorfosi: una strana condizione, non dissimile dalla scoperta, nella pittura pre-rinascimentale, della prospettiva. È fatta di antinomie la prospettiva: di spazi scoperchiati. Siamo abituati a parlare di recessione, dopo il collasso del 2007-2008, ma non tutti la vivono così. Per un'enorme parte della terra (i Bric, cioè Brasile, Russia, India, Cina) la crisi non è Grande Contrazione. È nuovo inizio, promesso a milioni di reietti. È una formidabile "redistribuzione della speranza", scrive l'autore. Si accompagna a svolte geopolitiche di cui appena ci rendiamo conto: non si contraggono solo i nostri consumi, il nostro welfare. Si raggrinza l'America del Nord, come l'Europa dopo le guerre del '900. Sono passati appena dieci anni, da quando Washington si autoproclamò nuova Roma imperiale: la malinconia cattura ora anche lei, come catturò l'Europa. Gli spiriti animali del capitalismo, euforici, hanno traslocato in Brasile, Cina, India. Lì la Storia ricomincia.

C'è un interrogativo cruciale posto da Rampini: "Poteva andare altrimenti?" Erano fatali, in Occidente, il naufragio delle speranze e della politica, il predominio di anonimi poteri finanziari cui per decenni è stata concessa la sregolatezza, la frode degli impuniti, il baratro infine che ha risucchiato il nostro capitalismo? Non era affatto ineluttabile, tutto poteva andare diversamente se avessero prevalso la legge, l'etica pubblica. Chi ha visto il terribile film di Charles Ferguson sulla crisi, Inside Job, sa di che parliamo. Non era fatale che la sinistra s'insabbiasse nel mimetismo, cedesse al caos del mercato: soprattutto l'osannata sinistra riformista di Clinton, Blair, che facilitò l'egemonia della destra e la sua letale deregolamentazione.

Rampini non esita a parlare di plutocrazia: un termine forse troppo incandescente (fu usato dai fascismi contro la democrazia). Quel che è osceno, nel potere della ricchezza, è l'uso che se ne fa: la disuguaglianza patologica che ha prodotto, l'arroganza imperiale, l'assenza di limiti, dunque di morale. La crisi ha rivelato una corruzione mentale profonda delle élite, e il declino della morale occidentale è l'evento del secolo. Il 29 gennaio 2002, poco dopo l'11 settembre, Paul Krugman scrisse un memorabile articolo sul New York Times (The great divide): non era stato l'11 settembre a "cambiare ogni cosa". Il punto di svolta che smascherò il nostro marciume, lo ricorda anche Rampini, fu lo scandalo Enron, la gloriosa società legata a Bush e Dick Cheney, travolta il 2 dicembre 2001 dal falso in bilancio.

Tutto poteva andare diversamente: da quest'analisi autocritica urge partire. La storia non si fa con i se ma la coscienza storica sì. L'Europa sarebbe diversa, se fosse stato attuato il piano Delors su comuni investimenti, finanziati da euro-obbligazioni. Se l'euro non fosse restato senza Stato. Se qualcuno avesse voluto davvero "cambiare il gioco". Rampini riserva parole dure a quel che disse Tommaso Padoa-Schioppa, quand'era ministro dell'economia: "La tasse sono una cosa bellissima". Forse dimentica che bellissima per lui non era l'azione del pagare, ma l'idea che il consumatore si sentisse contribuente a beni comuni (strade, scuole, trasporti): frasi del genere, eretiche, "cambiano il gioco". Rampini stesso denuncia la rivolta americana del Tea Party contro statalismo e fisco. È la conferma che spesso votiamo contro noi stessi: "Per un'illusione ottica sconcertante, o un miraggio collettivo, il 16 per cento degli americani è persuaso di appartenere all'1 per cento dei più ricchi (...). L'idea che qualunque intralcio alla libertà di mercato ci rende tutti un po' più poveri, e prigionieri di uno Stato oppressivo, ha una forza irresistibile nella cultura di massa americana".
Se le cose potevano andare diversamente ieri, tanto più oggi. La scoperta della prospettiva (di un pianeta non più dominato dall'occidente) aiuta a escogitare modi di vivere diversi, adatti alla Grande Contrazione. Modi cui Rampini dedica il bel capitolo finale: basati sulla sottrazione, non sull'addizione del superfluo. Sono vie percorribili e non tristi, contrariamente a quel che si disse quando Berlinguer o Carter parlarono (nel '77 e '79) di austerità. Proprio i paesi emergenti inventano oggi crescite ecologicamente vigili. Il Brasile escogita l'automobile di biofibre, o il bioetanolo ricavato da canna da zucchero. Per scoprire nuove idee basta guardare dove la speranza rinasce. Basta inforcare gli occhiali cosmopoliti.

Di una cosa l'autore è convinto: l'egemonia culturale, dopo la crisi petrolifera del '73, è la destra anti-Stato a conquistarla. E il fallimento non sembra intaccarla. È la vera sfida che la sinistra ha di fronte. Ma come nell'800 e '900, la socialdemocrazia è forse la soluzione. È socialdemocratico il Brasile di Lula. È socialdemocratico il modello tedesco, austero custode dello Stato sociale anche quando governano i democristiani: unica alternativa alla Cina, secondo Rampini. Tutto questo, Rampini lo scrive alla sinistra, perché non abbia paura di "cambiare il gioco". Perché apprenda la prospettiva. Perché non viva anch'essa, come i populisti, nella "menzogna permanente". Perché non diventi, come Obama, un soldato missing in action, che non dà più segno di vita: o perché morto in battaglia, o perché caduto in mano nemica, o perché disertore.

(01 novembre 2011) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2011/11/01/news/libro_rampini-24215198/?ref=HREC1-10


Titolo: BARBARA SPINELLI - Serve più Europa
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2011, 09:14:06 am
Serve più Europa

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 2 novembre 2011


Da quando hanno cominciato a protestare, gli indignati hanno denunciato via via l'ottimismo illusionista dei governi, le istituzioni internazionali spesso indifferenti ai vincoli democratici, infine la Banca centrale europea: nostro salvagente, ma salvagente riluttante a tramutarsi in prestatore di ultima istanza. Le denunce possono convincere o no, ma dietro c'è una domanda cruciale, cui non si sfugge.

La domanda è comune agli indignati e alle forze che in queste ore, più che mai, mostrano di non credere in Stati come Grecia e Italia, non escludendo funeste bancarotte: chi comanda, nell'emergenza che viviamo? E se davvero la crisi prelude a una mutazione radicale delle società, se davvero Roma o Atene s'inabissano: quali poteri decideranno il da farsi, combinando o non combinando i sacrifici con la giustizia sociale che fonda le nostre democrazie? Chi controlla i controllori?

Davanti a questo bivio stiamo, e la domanda è cruciale perché pone al tempo stesso la questione della sovranità e della democrazia. E perché è una domanda che in Italia sale dal Quirinale stesso, che giudica il vuoto politico ormai non più tollerabile. La risposta che dà Berlusconi - colpevole è l'euro, "moneta strana che non ha convinto nessuno" - è non solo becera. È nichilista, perché scaricare le responsabilità su Francoforte significa perpetuare la truffa illusionista e non capire il tracollo del proprio ventennio: ventennio che si chiude con una sorta di sconfitta bellica simile a quella che travolse Mussolini. Quando il Premier gioca allo sfascio attaccando l'euro, e poi fa come se avesse detto il contrario, mostra che la cacofonia affligge non tanto la sua maggioranza quanto la sua testa, e quel che la testa gli fa dire. Con cortesia gelida, Mario Monti gli ha ricordato in una lettera aperta sul Corriere che "anche le parole non sorvegliate hanno un costo", pagato da noi tutti.

Altri giocano allo sfascio, più o meno scompostamente. C'è chi, come il Premier greco, indice un referendum spericolatissimo sull'austerità, presentandolo come democrazia. C'è chi accarezza l'idea di sospenderla, la democrazia, persuaso in segreto che la via sia quella di Donoso Cortés, il politico spagnolo dell'800 che preferiva l'autoritarismo alla sempre titubante clase discutidora. Chi parla di governi italiani di salute nazionale indica la soluzione (il Quirinale stesso fa sapere che "servono larghe intese"), ma esiste il rischio di curare i mali col veleno che li ha creati. Non abbiamo bisogno che al governo vada un outsider infastidito dalla politica, magari con nuovi conflitti d'interesse: l'esperimento è già stato fatto, dopo Mani Pulite, dall'imprenditore di Arcore. Credo che l'Italia abbia sete di veri politici, di servitori dello Stato come Monti che è stato per anni civil servant in Europa, allo stesso modo in cui per liberarsi da Tangentopoli ebbe bisogno di Ciampi, del suo senso della res publica. Il nostro risanamento non può avvenire in due tempi: prima la democrazia sospesa, poi il ritorno al confronto politico normale.

Se ben governata, la catastrofe italiana può infatti riservare sorprese non distruttive, e fornire una risposta alla doppia domanda di indignati (e mercati) su sovranità vera e democrazia. Tutto verte attorno al termine commissariamento, vissuto come un'onta da gran parte della nostra classe dirigente. In un articolo pubblicato il 28 ottobre sul Sole 24 ore, dopo l'accordo di Bruxelles e la lettera d'intenti italiana, Beda Romano ha scritto un importante articolo, che punta il dito sulla frase più rivelatrice del comunicato finale del vertice Ue: "Invitiamo la Commissione a fornire una valutazione dettagliata delle misure e a monitorarne l'attuazione, e le autorità italiane a fornire tempestivamente tutte le informazioni necessarie per tale valutazione".

Il passaggio equivale a un commissariamento solo se restiamo convinti che gli Stati nazione siano ancora capaci di comando, nell'emergenza. Ma il comunicato può esser letto in modo radicalmente diverso: come primo segno di una riduzione delle sovranità nazionali, non negativa anche se vissuta - in Italia - dolorosamente e non democraticamente. "L'Italia è diventata all'improvviso un banco di prova per l'intera unione monetaria", scrive Romano, e, lungi dall'essere commissariata, potrebbe essere "il battistrada di una nuova Europa".

Non per questo però il dramma s'attenua. L'esperimento che trasforma l'Italia in embrione di governo europeo nasce con vizi gravi: affronta la questione della sovranità, non della democrazia. È uno dei punti salienti del discorso, lucido, che Napolitano ha tenuto a Bruges il 26 ottobre: una nuova Europa sta forse nascendo, non solo economica ma politica, dotata di una "sovranità europea condivisa", ma alla metamorfosi dell'Unione potranno contribuire in maniera inventiva solo Stati non disfatti, ridotti a cavie, tentati dall'antipolitica, ma che stiano in piedi agendo da protagonisti su ambedue i piani: apprendendo la cultura della stabilità, e spingendo i partner dell'Unione a fare più Europa, a dotare il bilancio comunitario di più mezzi, a osare la messa in comune dei debiti con gli eurobond, a riprendere il sentiero dell'Europa sociale. Anche nel quadro di un avanzamento dell'Unione, ha detto Napolitano lunedì, "restano affidate inderogabili funzioni agli Stati nazionali, e decisivo resta il loro concorso al perseguimento delle stesse politiche comuni europee". Come concorrere, se lo Stato naufraga?

La cessione di sovranità non può iniziare profittando di un legno marcio, oltre che storto. Altrimenti il battistrada diverrà spauracchio. La Francia farà simili passi? E la Germania, il cui nuovo nazionalismo Habermas giudica severamente, cederà infine sovranità? Si ritorna così alla prima domanda: se l'Italia è apripista, chi comanderà la futura Europa delle sovranità condivise? Che volto avrà il governo sovranazionale: quello del Leviatano di Hobbes (l'autorità fa legge), oppure esisteranno regole cui l'auctoritas dovrà sottostare? Se il referendum greco minaccia l'euro, quale democrazia europea inventare, perché i cittadini non si sentano spodestati?

Disvelare i veri poteri e democratizzarli è il compito dei partiti europei. Un compito arduo in Italia, perché doppio: si tratta di allontanare Berlusconi, che evidentemente crea sfiducia ovunque, e di lavorare, in Europa, per un salto di qualità federale. Nicola Zingaretti, nel manifesto scritto il 27 ottobre sul Foglio, fa proprio questo: è l'unico, a me pare, ad auspicare una battaglia simultanea in Italia e Europa. Quel che propone, in sintonia con Napolitano, è lanciare subito "una campagna per l'elezione diretta del presidente dell'Unione europea", per rispondere alla richiesta di un nuovo spazio politico. I politici italiani di destra e sinistra sono accusati di aver "abdicato alla missione per la quale fu intrapreso il cammino dell'unità (il cui simbolo vincente è stato senz'altro Romano Prodi)" e d'aver rinunciato ad affiancare un'Unione politica democratica a quella economica. Alla domanda di indignati e mercati urge rispondere indicando con chiarezza quali sono i poteri e i contropoteri negli Stati e nell'Unione: "Nell'era della comunicazione globale le persone vogliono giustamente sapere chi decide e controllare direttamente l'iter delle scelte".

Anche la Banca centrale europea deve cambiare, secondo Zingaretti, e darsi nuovi poteri e missioni: "Bisogna dotare l'euro degli stessi strumenti di cui gode oggi il dollaro, ed evitare che l'assenza di strumenti difensivi flessibili nel sistema monetario esponga la nostra moneta alla speculazione". Non lo propone solo Krugman, spesso scettico verso l'euro. Anche europeisti come Paul De Grauwe, Charles Wyplosz, Jacques Delors, chiedono che sia consentito all'istituto di Francoforte di divenire una Banca centrale autentica, prestatrice di ultima istanza. Solo così, secondo Delors, le istituzioni europee saranno "non i pompieri, ma gli architetti dell'Europa" che verrà, se la vorremo.

(2 novembre 2011)
da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/serve-piu-europa/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Cala il sipario sul Truman Show
Inserito da: Admin - Novembre 13, 2011, 11:09:05 am
   
L'ANALISI

Cala il sipario sul Truman Show

di BARBARA SPINELLI

Ci sono due scene, nel fine regno di Berlusconi, che dicono la sua caduta con crudezza inaudita: più ancora del voto del rendiconto dello Stato che ha attestato, ieri, lo svanire della maggioranza. Ambedue le scene avvengono fuori Italia, trasmesse dal mezzo che Berlusconi per decenni ha brandito come scettro: la tv. La prima è il riso di Sarkozy e Merkel, quando una giornalista chiede se Roma sia affidabile. È l'equivalente del lancio di monete su Craxi: un'uccisione politica. La seconda scena è del 4 novembre, dopo il G20 a Cannes, e forse è quella che parla di più. Con volto tirato, stupito, il Premier ripete che di crisi non c'è traccia, che "per una moda passeggera" i mercati s'avventano sul nostro debito sovrano: "Noi siamo veramente un'economia forte, la terza economia europea, la settima economia del mondo... la vita in Italia è la vita di un Paese benestante, in tutte le occasioni questo si dimostra... i consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, con fatica si riesce a prenotare posti negli aerei, i posti di vacanza nei ponti sono assolutamente iperprenotati... ecco, non credo che voi vi accorgiate, andando a vivere in Italia, che l'Italia senta un qualche cosa che possa assomigliare a una forte crisi! Non mi sembra!"

Vale la pena soffermarsi su questa frase - su questo "non credo", "non mi sembra" - perché in pochi secondi apprendiamo quel che è stato, ed è, il berlusconismo: l'apparenza che usurpa il reale, e il vocabolario di tale usurpazione. Non è il linguaggio della politica, che anche quando s'ingarbuglia s'adatta astuto alle circostanze. Non è neanche il linguaggio di una classe: in questo caso, di un imprenditore sceso in politica perché messo alle strette dalla giustizia. È il linguaggio dello spot promozionale: insistente, sempre eguale a se stesso, sempre indirizzato al cittadino che di politica non vuol sapere, sempre pronto ad annusare il possibile cliente in chi sta appeso alla Tv.

Per il pubblicitario non c'è crisi, non ci sono precipizi, ma un mondo liscio, parallelo a quello - reale - che sta "là fuori". Nei disastri il pubblicitario c'è o non c'è a seconda delle convenienze: iper-presente all'Aquila, iper-latente in Liguria e a Genova. In pieno sfascio economico la réclame non smetterà di esibire sontuosi sofà, mogli che corrono ai centri benessere, lussuose automobili che una giovane coppia, piccata, non compra perché le ritiene, nientemeno, "troppo poco care". Ecco, il quasi ventennio Berlusconi è stato questo: uno show che dominava le menti anche se sporadicamente governava la sinistra. Un Truman Show, che alla fine beve il cervello stesso del suo demiurgo.

Ricordate il finale del film? È il risveglio che Eugenio Scalfari invoca nell'articolo di domenica. Truman, l'eroe in fuga, giunge ai limiti estremi di quello che crede essere il mondo ed è invece un immenso studio Tv. Col proprio veliero cozza contro una parete che s'erge all'orizzonte e simula, tutta dipinta d'azzurro, il cielo ai confini con le acque (lo spazio azzurro dei fan di Berlusconi, nel sito Pdl). Dalla cabina di regia è interpellato dal capo della Grande Manipolazione, Christof, e Truman che ha scoperto la verità gli chiede: "E io chi sono?" - "Tu sei la star" - "Non c'era niente di vero..." - "Tu, eri vero. Per questo era così bello guardarti. Ascoltami Truman, là fuori non troverai più verità di quanta ne esista nel mondo che ho creato per te: le stesse ipocrisie, gli stessi inganni, ma nel mio mondo, tu non hai niente da temere... Io ti conosco meglio di te stesso. Tu hai paura. Per questo non puoi andar via". La sfera di cristallo s'infrange quando Truman scoppia a ridere, recita la frase-spot che ripeteva nel finto villaggio, e esce dallo show: "Caso mai non vi rivedessi... Buon pomeriggio, buona sera e buona notte! Già...".

Accade così il risveglio ma non sarà facile, perché quasi tutti hanno concorso alla costruzione della sfera con nuvole, notti, cieli finti. Perché tanti si sono abituati alle frasi-spot, all'infantile ecolalia. Anche la sinistra ha concorso, fin da quando permise che un proprietario di reti tv si candidasse a premier. Non dimentichiamo come finirono i governi Prodi, affossati da chi pretendeva sostenerli e parve ignaro che il tycoon perdeva magari il governo ma non il potere. L'ultimo esecutivo di sinistra, nel 2006-2008, fu considerato fallimentare dagli stessi alleati di Prodi perché troppo rigoroso in economia, troppo preoccupato di sincronizzare i tempi italiani con l'orologio europeo. Chi nomina ancora in pubblico Vincenzo Visco, dipinto dalla destra come Dracula assetato di sangue perché in lotta con l'evasione fiscale? Eppure Tremonti ha dovuto riesumare non poche sue misure: oggi l'evasore è ritratto come insetto parassita, parola che Visco non usò.

L'altro giorno, intervistato da Lilli Gruber a 8½, Enrico Letta è stato evasivo sull'austerità. Senza Berlusconi, ha detto, noi "non abbiamo davanti un tempo di drammi quanto alle misure da prendere. L'Italia è un Paese che ha fondamentali assolutamente solidi, forti. Ha imprenditori, ha lavoratori, ha ricchezze, ha patrimoni. L'Italia ha tante, tante, tante possibilità di farcela! Noi non siamo la Grecia! Siamo proprietari delle nostre case, proprietari in buona parte del nostro debito pubblico. L'Italia ha la ricchezza!" Che dovremo fare, caduto questo governo? Ci salveremo "facendo scelte che indichino la terra promessa. Perché ci sono una serie di importanti riforme che non sono fatte solo per sacrificarsi: ma per cambiare ed essere migliori!". Tutto questo è vago, e non così diverso, in fondo, da quanto detto dal Premier a Cannes. Perfino certi suoi tic verbali sono ripresi: l'ubiquo avverbio "assolutamente", o le infantilizzanti parole a raffica (tante tante tante possibilità, riecheggianti la grande grande grande riforma giudiziaria). Non è vero quello che si legge in queste ore: "Berlusconi non esiste".
Centro e sinistre si stanno dimostrando responsabili, ma non è evidente che abbiano, della crisi, una visione davvero chiara. Che siano pronti ad affrontare il tema destinato per volontà del Premier a sovrastare la campagna elettorale: l'Europa. Nell'attacco il centrosinistra è bravo. Molto meno nel contrattacco. Continuerà a denunciare il commissariamento, o lavorerà su misure più eque ma per noi necessarie? E come replicherà allo spot di Berlusconi, secondo cui è colpa dell'euro se stiamo male? Possibile che nessuno gli ricordi che al governo c'era lui, quando l'euro fu introdotto nel 2002 e i prezzi s'impennarono senza trasparenza né controllo alcuno? Dovrebbe far riflettere il fatto che il dibattito interno al Pd, o la battaglia europea su una vera Banca centrale, prestatrice di ultima istanza, avvengano soprattutto sul Foglio.

Uscire dal Truman Show significa rifare le istituzioni italiane, oggi sfatte. Non è chiaro se la sinistra darà alla Rai l'indipendenza dai partiti che possiede la Bbc. Se lotterà in Europa per trasformarla in qualcosa di più democratico e sovranazionale. Se riempirà di contenuti i discorsi sull'etica pubblica, combattendo corruzione, cricche, mafie. Se vorrà la legge elettorale reclamata dai cittadini, e candiderà parlamentari debitori verso gli elettori, non i partiti. Se contrasterà l'inadeguatezza e i fallimenti della seconda repubblica senza proporre tutti i mali della prima. Promettono male, i posti nelle liste di centro sinistra garantiti ai transfughi Pdl.

Non so cosa intendesse Prodi, quando domenica su Repubblica ha detto che "Bersani è una persona eccellente, di grandi capacità, ma non riesce a "uscire"". A me pare che parlasse di un'uscita dal deserto del reale: dal Truman Show. Berlusconi scimmiotta Mao: "Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente". Siamo sicuri che non lo scimmiotti anche la sinistra? I sogni utopici, dice Slavoj Žižek, eliminano il "rumore di fondo": cioè la realtà. Siamo sicuri che questo rumore sapremo udirlo, capirlo, restituirgli uno spazio?

(09 novembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/11/09/news/editoriale_spinelli-24695067/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La scommessa di un tecnico
Inserito da: Admin - Novembre 16, 2011, 11:42:12 am
IL COMMENTO

La scommessa di un tecnico

di BARBARA SPINELLI

NEL GIRO di pochi giorni è accaduto qualcosa di importante, sia in Italia sia in Grecia, che ci obbliga a inforcare nuovi occhiali, di tipo bifocale, fatti per vedere quel che accade in Italia e simultaneamente in Europa, quel che s'è guastato e va riparato qui da noi e lì. Anche il tempo dovremo imparare a guardarlo con lenti bifocali, combinando la veduta ampia e la corta. Italia e Grecia non sono comparabili, perché la nostra svolta mette fine a un lungo esperimento populista, quello berlusconiano. Ma Roma e Atene hanno in comune due cose non trascurabili. In ambedue, la politica è stata per decenni sinonimo di corruzione e realtà occultata, e per questo è degenerata. In ambedue, si sta tentando una via inconsueta: lo scettro passa a uomini considerati tecnocrati, ma che non sono affatto nuovi alla politica.

I due tecnici sanno perfettamente la dedizione speciale (la vocazione) che ci si aspetta dal professionista politico, ed è con la massima naturalezza che Monti, intervistato, ha detto che "operazioni così grandi" - riordinare la nostra economia - "richiedono politica, più che tecnica". Sia lui che Papademos non sono nuovi alla politica, solo che l'hanno fatta a un altro livello: quello europeo. La res publica italiana, che è lo spazio cui la nostra democrazia è avvezza, ha come complemento, ormai, una res publica europea: una cosa pubblica, con suoi organi di governo e controllo democratico, che influisce sulle nostre vite non meno dei governi nazionali.
Che fa di ciascuno di noi, anche se non lo percepiamo, cittadini europei oltre che italiani.

Mario Monti è stato per 9 anni nel governo europeo che è la Commissione di Bruxelles: lì si è occupato prima di mercato interno poi di concorrenza, e ha condotto battaglie molto dure, molto politiche, contro gli abusi di posizione dominante e il capitalismo senza regole. Cos'è stata, la sua cocciuta battaglia contro Microsoft o la fusione General Electric-Honeywell, se non governo dell'economia? Lucas Papademos è stato per 8 anni vicepresidente della Banca centrale europea, e ha visto il ruolo della Bce farsi cruciale. L'uno e l'altro hanno fatto politica piena, se politica è governo della vita pubblica e dei suoi conflitti in nome di cittadini (o nazioni) associati.
Parlare di un potere di tecnocrati e banchieri centrali che avrebbe usurpato il trono del politico vuol dire ignorare coscientemente la realtà in cui viviamo, fatta non di evaporazione ma di differenziazione-moltiplicazione della sovranità politica. Siamo membri delle nazioni e al tempo stesso dell'Europa. La sovranità del popolo si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione italiana, ma anche di quella europea. La seconda Costituzione esiste di fatto - con le sue leggi preminenti sulle nazionali, con la sua Carta dei diritti inserita nel Trattato dunque giuridicamente vincolante - anche se gli Stati, vigliaccamente, si son rifiutati di dare al Trattato di Lisbona il nome di Costituzione. È per una sorta di ignoranza militante, strabica, che non scorgiamo quel che pure esiste. Un'ignoranza che paradossalmente affligge più i centristi che le forze estreme, di destra o sinistra. Queste ultime hanno visioni più apocalittiche e nazionaliste, ma spesso vedono più chiaro.

Anche l'accusa di scarsa democraticità nasce da ignoranza militante. Le istituzioni europee non sono del tutto democratiche, il Parlamento europeo non ha i poteri che dovrebbe avere. Ma ne ha molti. Dipende dai partiti accorgersene, e fare vera politica europea: trasformando le elezioni dei deputati di Strasburgo in autentica deliberazione comune, imponendo l'elezione diretta del Presidente della Commissione, suscitando un'agorà europea. Quanto alla democrazia italiana, non è credibile chi ritiene lesa la Costituzione perché caduto un governo non si va subito alle urne. La prassi degli ultimi 18 anni ha personalizzato le elezioni sino a diffondere un'idea storta della nostra democrazia: l'idea che il popolo scelga il leader una volta per tutte.

La personalizzazione è il riflesso della dottrina berlusconiana, non della Costituzione. Quando un Premier perde la maggioranza per governare, il Quirinale tenta di formare un altro esecutivo. Allo stesso modo è il Presidente del consiglio incaricato e non i clan partitici a proporre ministri al capo dello Stato (articolo 92 della Carta). Rifondare la democrazia è tornare alla Costituzione scritta, non a quella sfigurata da consuetudini e poteri più o meno occulti fin dai tempi della Prima repubblica.

Ma anche i due cosiddetti tecnici chiamati a guidare Italia e Grecia devono apprendere l'arte politica nella sua accezione ormai doppia, nazionale e (sempre più) europea. L'esperto economico ha spesso la tendenza a contemplare tabelline. Cambiare il mondo, creare istituzioni politiche, non è precisamente la cosa cui è abituato. Invece dovrà farlo - in Italia dovrà occuparsi di legge elettorale, di indipendenza Rai dai partiti - se è vero che la crisi è una grande trasformazione sociale, democratica, geopolitica. Anche l'euro fu progetto politico, voluto da statisti come Kohl e Mitterrand: tecnici e banchieri centrali, di rado rivoluzionari, erano contrari.

La scommessa di Monti e Papademos ha senso se assumono in pieno il rischio della politica, non solo in patria. Anche in Europa infatti urge il riscatto, oltre che a Roma o Atene. Anzi, a Roma e Atene è possibile solo se avviene anche in Europa. Non è ammissibile che a indicare la linea sia un leader nazionale (Merkel, Sarkozy) piuttosto che istituzioni comuni come Commissione, Parlamento europeo, Bce. Non è ammissibile che Berlino continui a opporsi a un'Europa più solidale, e a istituzioni o misure che accentuino l'unità: un governo federale, una Banca centrale prestatrice di ultima istanza, un Fondo salva-Stati sovranazionale, un ricorso agli eurobond.
Sono istituzioni e misure auspicate dai governi in difficoltà, ma anche da organi comunitari come la presidenza dell'Eurogruppo e il Parlamento europeo. D'altronde personalità tedesche di primo piano invocano simili rivoluzioni: tra esse il ministro del Tesoro Schäuble (intervista a Le Monde, 13-9). Il no tedesco forse s'attenuerebbe se gli Stati rinunciassero a parte della propria sovranità economica (avvenne quando Berlino accettò l'euro in cambio del Patto di stabilità): è una strada da tentare. Non è stato Monti, in un bell'articolo sul Financial Times del 20 giugno, a denunciare l'immobilizzante deferenza tra Stati dell'Unione? Speriamo che questa impavida capacità critica la dimostri anche da Premier, se scioglierà la riserva. Speriamo che anche in casa non sia troppo deferente. Non sarebbe stato promettente includere nel governo Gianni Letta, se questi non avesse garantito pubblicamente l'indipendenza dagli interessi personali  del capo. Ancor meno promettente la scelta, da parte di Papademos, di due ministri della destra più estremista, Makis Voridis e Adonis Georgiades.

Converrà esserne coscienti: finisce per il momento Berlusconi, non il berlusconismo. Non finisce l'estremismo del centro che lo caratterizza, e che si nutre e nutre l'elettorato di paura del nuovo. Non si ricomincia da zero, come se alle spalle non avessimo il quasi ventennio. La memoria da tener viva, e l'arte politica da reinventare, sono come l'amore del prossimo insegnato nel Vangelo. Cos'è l'amore del prossimo, chiede il dottore della Legge (l'equivalente del tecnocrate filisteo)? Gesù risponde con la parabola del Samaritano che si trasforma guardando il dolore che ha davanti (gli si spaccano le viscere, questa la compassione che prova) e conclude, rivolto all'esperto in leggi e teorie: "Và, e anche tu fà lo stesso". Anche in Italia è questa la via: "Và, e fà memoria. Và, con spirito profetico oltre che col tuo sapere tecnico, e fà politica".

(16 novembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/11/16/news/scommessa_tecnico-25078648/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - L’occasione Monti per sconfiggere il berlusconismo
Inserito da: Admin - Novembre 24, 2011, 06:35:59 pm
L’occasione Monti per sconfiggere il berlusconismo

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 23 novembre 2011


Nel presentare il proprio governo, il 16 novembre scorso, il nuovo premier Mario Monti ha raccontato come i dirigenti dei partiti abbiano preferito non entrare nell’esecutivo e ha aggiunto un’osservazione significativa, e perturbante. «Sono arrivato alla conclusione, nel corso delle consultazioni, che la non presenza di personalità politiche nel governo agevolerà, piuttosto che ostacolare, un solido radicamento del governo nel Parlamento e nelle forze politiche, perché toglierà un motivo di imbarazzo».

La frase turba perché con un certo candore rivela una verità oculatamente nascosta. Così come sono congegnati, così come agiscono da decenni, i partiti non sanno fare quel che prescrive la Costituzione: non sono un associarsi libero di cittadini che «concorre con metodo democratico a determinare la politica nazionale»; rappresentano più se stessi che i cittadini; e nel mezzo della crisi sono motivo d’imbarazzo. Il nuovo premier ama la retorica minimalista – la litote, l’eufemismo – ma quando spiega che le forze politiche non vogliono scottarsi perché «stanno uscendo da una fase di dialettica molto molto vivace tra loro» (e non senza asprezza aggiunge: «Spero, che stiano uscendo») snida crudamente la realtà.

È una realtà che dovrebbe inquietarci, dunque svegliarci: al momento, i partiti sono incapaci di radicare in Parlamento e in se stessi l’arte del governare. Sanno conquistare il potere, più che esercitarlo con una veduta lunga e soprattutto precisa del mondo. Sono come reclusi in un cerchio. È ingiusto che Monti deprezzi la nobile parola dialettica. Ma i partiti se lo meritano.

Questo significa che l’emergenza democratica in cui viviamo da quando s’è disfatto il vecchio sistema di partiti, nei primi anni ‘90, non finisce con Berlusconi: il berlusconismo continua, essendo qualcosa che è in noi, nato da storture mai raddrizzate perché tanti vi stanno comodi. Il berlusconismo irrompe quando la politica invece di ascoltare e incarnare i bisogni della società accudisce i propri affari, spesso bui. La dialettica, che dovrebbe essere ricerca dell’idea meno imprecisa, per forza degenera. È a quel punto che le lobby più potenti, constatando lo svanire di mediatori tra popolo e Stato, si mettono a governare direttamente, accentuando lo sradicamento evocato da Monti.

Questa volta, a differenza di quanto accadde nel ‘94, entrano in scena tecnici di grande perizia, e l’Età dei Torbidi con ministri inetti, eversivi, premiati perché asserviti al capo, è superata. Ma non tutto di quell’età è superato, e in particolare non il vizio maggiore: il conflitto d’interessi. Un vizio banalizzato, quando a governare non sono solo accademici e civil servants europei come Monti, ma banchieri che sino al giorno prima hanno protetto non la cosa pubblica bensì i profitti di aziende, banche. È il caso di Corrado Passera, che appena nominato ha lasciato Banca Intesa ma guida dicasteri e deleghe (sviluppo, infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni) legati rischiosamente ad attività di ieri. Sarà ardua la neutralità, quando si tratterà di favorire o no i treni degli amici Montezemolo e Della Valle, di favorire o no quell’Alitalia che lui stesso (con i sindacati) volle italiana, nel 2008, assecondando l’insania di Berlusconi e affossando l’accordo di Prodi e Padoa-Schioppa con Air France: l’italianità costò ai contribuenti 3-4 miliardi di euro, e molti disoccupati in più. Passera assicura: «I fatti dimostreranno» che conflitto d’interessi non c’è. Vedremo. Il male che Monti denunciò su La Stampa il 4-5-07 (il «potere occulto delle banche», la «confusione tra politica e affari») e tanto irritò Passera, per ora resta.

Alcuni dicono che la democrazia è sospesa, e qualcosa di vero c’è perché la Repubblica italiana non nacque come Repubblica di ottimati. Ma il grido di sdegno suona falso, e non solo perché la Costituzione non prevede l’elezione di un premier, caduto il quale si torna al voto. È falso perché preserva, occultandolo, uno dei nostri più grandi difetti: l’inattitudine a esplorare i propri storici fallimenti.

Se la democrazia viene affidata ai tecnici e alla loro neutralità ideologica, è perché politica e partiti hanno demandato responsabilità che erano loro, specie in tempi di crisi. Perché non hanno raccontato ai cittadini il mondo che muta, lo Stato nazione che ovunque vanta sovranità finte, l’Europa che sola ci permette di ritrovare sovranità. Perché non dicono che esiste ormai una res publica europea, con sue leggi, e che a essa urge lavorare, dandole un governo federale, un Parlamento più forte, una Banca Centrale vera. Non domani: oggi.

La situazione italiana ha una struttura tragica, che toccò l’acme quando fu scoperchiata Tangentopoli ma che è più antica. Ogni tragedia svela infatti una colpa originaria, per la quale son mancate espiazioni e che quindi tende a riprodursi, sempre più grave: non a caso non è mai un eroe singolo a macchiarsi di colpe ma un lignaggio (gli Atridi, per esempio). La colpa scardina la pòlis, semina flagelli che travolgono legalità e morale pubblica. Alla colpa segue la nemesi: tutta la pòlis la paga.

In Italia la scelleratezza comincia presto, dopo la Liberazione. Da allora siamo impigliati nel cortocircuito colpa-nemesi, senza produrre la catarsi: il momento della purificazione in cui – nelle Supplici di Eschilo – s’alza Pelasgo, capo di Argo, e dice: «Occorre un pensiero profondo che porti salvezza. Come un palombaro devo scendere giù nell’abisso, scrutando il fondo con occhio lucido e sobrio così che questa vicenda non rovini la città e per noi stessi si concluda felicemente». Lo sguardo del palombaro è la rivoluzione della decenza e della responsabilità che tocca ai partiti, e l’avvento di Monti mostra che l’anagrafe non c’entra. Sylos Labini che nel ‘94 vide i pericoli non era un ragazzo. Scrive Davide Susanetti, nel suo bel libro sulla tragedia greca, che il tuffo di Pelasgo implica una più netta visione dei diritti della realtà: «Per mutare non bisogna commuoversi, ma spostarsi fuori dall’incantesimo funesto del cerchio» che ci ingabbia (Catastrofi politiche, Carocci 2011).

Monti non è ancora la guarigione, visto che decontaminare spetta ai politici. Per ora, essi vogliono prendere voti come ieri: vendendo illusioni. Ma Monti è un possibile ponte tra nemesi e catarsi. Già il cambiamento di linguaggio conforta: sempre le catarsi cominciano medicando le parole. L’ironia del premier sull’espressione staccare la spina è stata un soffio di aria fresca nel tanfo che respiriamo. Altre parole purtroppo restano. Quando Passera dice che «sì, assolutamente» usciremo dalla crisi, usa il più fallace degli avverbi. Anche la parola blindare andrebbe bandita: nasce dal linguaggio militare tedesco (lo scopo è render l’avversario cieco, blind). Non è una bella dialettica.
Monti è l’occasione, il kairòs che se non cogliamo c’inabissa. Per i partiti, è l’occasione di mutare modi di pensare, rappresentare, in Italia e soprattutto in Europa. Di ricominciare la «lunga corsa» intrapresa dopo il ‘45. Di darsi un progetto, non più sostituito dall’Annuncio o l’Evento: quell’Evento, dice Giuseppe De Rita, «che scava la fossa in cui cadrà il giorno dopo».

Non c’è un solo partito che abbia idee sull’Europa da completare. Non ce n’è uno che dica il vero su clima, demografia, pensioni, disuguaglianza, crisi che riorganizza il mondo. Diciamo commissariamento, come se poteri europei fatali ci comandassero. In realtà siamo prede di forze lontane perché l’Europa politica non c’è. Monti denunciò a giugno l’eccessiva deferenza fra Stati dell’Unione. Speriamo non sia troppo deferente con Berlino. Che glielo ricordi: le austerità punitive imposte prima della solidarietà sovranazionale sono come le Riparazioni sfociate dopo il 14-18 nella fine della democrazia di Weimar.

Le patologie italiane permangono, nonostante i molti onest’uomini al governo. Il fatto che il partito più favorevole a Monti, l’Udc, sia invischiato nelle tangenti Enav-Finmeccanica, e si torni a parlare di «tritacarne mediatico», è nefasto. Il pensiero profondo che salva lo si acquisisce solo se si scende giù nell’abisso, scrutando il fondo. Scrutarlo con l’aiuto di un’informazione indipendente aiuterà chi pensa che non basti un Dio, per risollevarci e rimettere nei cardini il mondo.

(23 novembre 2011)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/loccasione-monti-per-sconfiggere-il-berlusconismo/


Titolo: BARBARA SPINELLI - La sovranità tedesca
Inserito da: Admin - Novembre 30, 2011, 11:37:26 am
COMMENTO

La sovranità tedesca

di BARBARA SPINELLI

Sta diventando uno dei luoghi comuni dei nostri tempi: l'idea che l'Europa, costretta a difendere con brutali austerità la sua moneta unica, sia incompatibile con la democrazia fin qui conosciuta. Uno dopo l'altro si consumano governi, partiti, e nuovi leader vanno al comando. Son detti tecnocrati: più semplicemente, sono uomini spinti ad apprendere presto, a caldo, una nuova arte della politica.
La vera questione non è l'assenza di democrazia, non è il famoso deficit democratico. Lo slogan è una magica litania, un mantra escogitato per scompigliare gli animi nascondendo loro la realtà: non la democrazia è minacciata, ma la sovranità che le nazioni europee pretendono di possedere. Tutte le nazioni, compresa quella che più di altre sembra padrona di sé e dell'Europa: la nazione tedesca.

L'esempio più lampante di questa confusione fra crisi della democrazia e crisi della sovranità è infatti la Germania di Angela Merkel, che grazie alla sua potenza sta mettendo a rischio con rigido dogmatismo non solo l'Euro, ma la Comunità nata nel dopoguerra.
È in nome della democrazia, della supremazia assoluta del popolo sovrano e dei vincoli impliciti in tale supremazia, che il Cancelliere si adopera perché non nasca una solidarietà attiva tra gli Stati della zona euro. Il dilemma, qui come altrove, non è oggi tra democrazia e tecnocrazia ma tra democrazia nazionale e democrazia europea.

Le iniziative tedesche degli ultimi anni (dalla sentenza della Corte costituzionale del 30 giugno 2009, da quella emessa già nel '93) mirano a questo: dare preminenza alle istituzioni rappresentative nazionali (in primis il Parlamento) e rifiutare un'Unione più solidale in nome del deficit democratico che essa implicherebbe. I populisti sono i primi a profittare di quest'emiplegico rapporto con la realtà, e ben contenti si appropriano del mantra dimenticando che la democrazia va oggi governata con tutto il corpo della politica: nazionale ed europeo. La professione di fede democratica è divenuta per i populismi di destra e sinistra un sotterfugio per svilire l'Unione europea. Per nobilitare passioni non nobili e occultare, appunto, i fatti che ci stanno davanti. Le chiusure tedesche hanno molto in comune con i populismi, che sequestrano la democrazia rattrappendola come una stoffa mal lavata.

La crisi sta mostrando che ben altro è il dilemma: non lo spegnersi democratico, non l'Europa delle élite. Quel che la crisi sta estraendo dall'ombra in cui è relegata, con la violenza di un forcipe, è l'incapacità degli Stati di capire che le sovranità hanno cessato da tempo di essere assolute, che ogni cittadino e ogni Stato è immerso ormai in una scena cosmopolitica cui Habermas dà il nome di "politica interna mondiale". Henrik Enderlein, un economista socialdemocratico che da tempo critica il nazionalismo del proprio governo, parla di inattitudine a riconoscere la "comunità di destino" europea, e a darle sostanza. Confondere la questione della democrazia con quella della sovranità nazionale significa schivare il compito più urgente: reinventare democrazia e politica nelle nazioni e in Europa, contemporaneamente.

Può stupire che proprio la Germania sia all'avanguardia in questo nascondimento del reale: il paese che con più vigore, dal dopoguerra, non solo consentì a drastiche deleghe di sovranità ma le invocò, sperando nell'Europa politica. Quella passione non è seppellita ma è entrata in un letargo intriso di esitazioni, lentezze, tentazioni populiste. Questa è l'emiplegia inasprita dalla Merkel: solo l'occhio nazionale vede, giudica. Solo le rappresentanze nazionali contano  - Corte costituzionale, Parlamento federale, Banca centrale tedesca -  a scapito di organi sovranazionali nati dal consenso di popoli e Stati come la Commissione, il Parlamento europeo, la Banca centrale di Francoforte.

Se così stanno le cose vuol dire che anche l'immagine della Germania-condottiera europea è affatto inappropriata: Berlino comanda, sì, ma non dirige. Il ministro degli Esteri Sikorski ha parlato chiaro ai tedeschi, lunedì a Berlino: "Sarò probabilmente il primo ministro polacco a dirlo: temo assai meno la potenza della Germania che la sua inattività. Siete divenuti nazione indispensabile in Europa: non potete fallire nella guida". È il peccato di nolitio, non volontà, che Berlino commette. Due forze la dominano, solo in apparenza dissimili: i sondaggi e la Bundesbank, un'istituzione mitizzata perché tutte le paure tedesche trovano in essa conforto, da oltre mezzo secolo. Anche in patria dunque la Merkel non è leader. Niente a vedere con Kohl, che assieme a Mitterrand creò la moneta unica e non esitò a contrastare l'allora governatore della Bundesbank, Tietmeyer. Niente a vedere con l'ex cancelliere Schmidt, che nel '96 scrisse una durissima lettera aperta a Tietmeyer, e accusò la Bundesbank di essere "uno Stato nello Stato".
Oggi sta accadendo esattamente quel che Schmidt paventava: se l'Europa vede in Berlino un gendarme arrogante, è a causa delle paure che la Bundesbank attizza in patria e fuori. In Germania mi dicono: è come se la politica tedesca avesse perso la battaglia condotta anni fa con i guardiani del Marco, e quegli stessi guardiani (quello Stato nello Stato) pilotassero la barca. Come se prendessero una rivincita, sfruttando la più profonda delle passioni tedesche: la paura.

Se davvero la Merkel ascoltasse la democrazia, oggi dovrebbe tener conto che la paura di un'Unione europea più stretta non è affatto dominante in Germania. Il Cancelliere è confortato da sondaggi, industriali, esperti. Ma altre forze, in casa ed Europa, gli resistono.
In casa, è criticato aspramente da socialdemocratici e Verdi. Secondo Sigmar Gabriel, capo della Spd, solo un governo economico europeo e gli eurobond eviteranno la rovina: la Merkel è paragonata a Brüning, il Cancelliere che aprì la via a Hitler con politiche deflazionistiche. Ma obiettano anche molti democristiani. Kohl per primo: il 24 agosto, ha detto che il Paese "ha perso il compasso, dilapidato il capitale di fiducia" in Europa. Werner Langen, presidente del gruppo Cdu/Csu al Parlamento europeo, dichiara che per fronteggiare l'odierna speculazione "la decisione spetta alla Bce (dunque alle istituzioni europee legittimate a farlo, ndr) che deve custodire la stabilità dei prezzi ma anche la messa in sicuro della liquidità sui mercati". Elmar Brok, esperto Cdu di politica europea, dice: "C'è qualcosa nella discussione tedesca sul ruolo della Bce che mi sfugge completamente".

Ancora più forte l'opposizione europea, e non solo di paesi contagiati come Italia o Grecia. Nei giorni scorsi, hanno preso le distanze da Berlino governi sin qui devoti alla Merkel: il ministro delle finanze olandese e finlandese chiedono ora quel che a Berlino è eresia: un "ruolo più attivo" della Bce. In sostanza, chiedono l'abbandono della dottrina tedesca della "casa in ordine", imperante in Germania da quasi un secolo: la dottrina secondo cui prima va ripulita la propria casa, e solo dopo scatta la solidarietà internazionale o sovranazionale.

In nome del popolo e dei sondaggi, dunque di una visione solo nazionale della democrazia, Angela Merkel sta minando l'Europa, la natura sovranazionale del suo ordine democratico. Il 23 novembre ha aggredito Barroso  -  definendo "inquietanti e sconvenienti" le sue proposte sugli eurobond - violando il diritto di proposta conferito dai Trattati all'esecutivo europeo. Dicono che il Cancelliere preferisce la tecnocrazia alla democrazia. Non è vero: abusando della democrazia, ne fa un'arma della paura. Schmidt denunciò proprio questo, nella lettera del '96, quando evocò la "monomaniaca ideologia deflazionistica della Banca centrale che negli anni '30-32 preparò l'avvento di Hitler". E quando denunciò le "ipocondriache paure tedesche di fronte all'innovazione".

(Domani il secondo articolo: la Germania ricostruirà l'Europa?)

(30 novembre 2011) © Riproduzione riservata

DA - http://www.repubblica.it/politica/2011/11/30/news/sovranit_tedesca-25821304/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Berlino salverà l'Europa? (2)
Inserito da: Admin - Dicembre 01, 2011, 10:56:13 am
IL COMMENTO

Berlino salverà l'Europa?

di BARBARA SPINELLI


DA QUANDO s'è inasprito l'attacco alla zona euro, il sociologo Ulrich Beck accusa la Germania di un peccato grave: l'euronazionalismo. Dimentica delle regole democratiche, spesso arrogante, Angela Merkel incarnerebbe "una versione europea del nazionalismo della Deutsche Mark", elevando a dogma continentale la propria cultura della stabilità. Per sua colpa i tecnocrati avrebbero soppiantato i politici europei.

Il veto opposto al referendum sull'austerità, annunciato e poi abbandonato dall'ex Premier Papandreou, testimonierebbe il divario apertosi fra Europa e democrazia. Sono molti gli indizi che sembrano dar ragione a Beck. La Merkel s'ostina a scartare proposte su un sostegno più attivo della Bce ai paesi in difficoltà, nonostante le obiezioni mosse nel suo stesso partito, nell'opposizione, perfino nel Comitato dei cinque Saggi (il Sachverständigenrat) incaricato di guidare i governi tedeschi nelle scelte economiche. Almeno due di loro, Peter Bofinger e Bert Rürup, si battono per una Bce più dinamica e per gli eurobond (non solo al fine di arginare la speculazione; anche per piani di rilancio che gli Stati non possono permettersi ma l'Unione sì). Romano Prodi ha detto, sul Messaggero: "È venuto ora il tempo che la Germania prenda una decisione su come vorrà utilizzare l'immenso potere raggiunto. Lo può usare a servizio di se stessa e dell'Unione europea, o contro se stessa e contro l'Europa". A Berlino, l'economista Henrik Enderlein non è meno duro: la Germania,
dice, non ha capito che "l'euro non poteva vivere a lungo senza una comune politica fiscale, economica. Che non era un punto d'arrivo dell'integrazione, ma un punto di partenza".

Eppure la Germania non è stata sempre così riluttante, almeno in teoria. L'idea che l'euro fosse arrischiato, senza unione politica, affiorò più volte in passato  -  nella stessa Bundesbank, nella Corte costituzionale  -  e proprio ora che urge avanzare Berlino si ritrae, come inorridita da un ramarro. Iniziare avventure nuove in politica è difficile, quando il popolo impaurito si fa calmare da posizioni che hanno il potere ansiolitico delle ortodossie o dei localismi. Meglio chiudersi in recinti, e dire tanti No.

Alcune denunce di Beck sono diffuse nelle sinistre europee (non la parte del suo discorso favorevole a un'Europa cittadina, sovranazionale), ma molti critici del neo-nazionalismo tedesco non le condividono. Il referendum greco è da questi ultimi disapprovato non perché troppo democratico, ma perché chiedendo ai cittadini di pronunciarsi solo sui tagli di spesa, rischiava di usare il popolo anziché illuminarlo. Nessun cittadino ama i tagli, specie quando i più ricchi sono risparmiati. Se oggi venisse posta la vera questione ai greci ("Volete restare nell'euro?") non è detto che la risposta sarebbe negativa.

Quel che spesso viene trascurato, è che la cultura tedesca della stabilità non è un mostro, anche se radicalmente imperfetta perché orfana di un'autentica scelta europea. È una cultura che ha fatto della Germania l'unica alternativa non spietata ai modelli cinese e americano: è fondata sulla valorizzazione dei sindacati, su misure concordi contro le delocalizzazioni, su salari alti (Federico Rampini lo spiega bene in Alla mia sinistra). Anche la questione demografica, Berlino l'ha affrontata con saggezza: l'abbandono del diritto del sangue, che vietava agli stranieri nati in Germania d'esser cittadini tedeschi (un diritto "folle o assurdo", secondo Napolitano, tuttora valido da noi) risale al 2000. Mario Monti, parlando al Senato il 17 novembre, ha difeso una cultura non esogena della stabilità: "Gli studi dei migliori centri di ricerca italiani avevano individuato le misure necessarie molto prima che esse venissero recepite nei documenti che abbiamo ricevuto dalle istituzioni europee".

I critici più seri del comportamento tedesco sanno queste cose, e sperano dunque che le regressioni siano reversibili. Le lentezze della Merkel sulla Grecia sono state sciagurate (l'anno e mezzo perduto ha scatenato l'odierno marasma) ma sono anche il segno che il male tedesco non è la volontà imperiale, ma l'incapacità di volere. All'ultimo minuto, Berlino non ha mollato Atene. È il motivo per cui non si può escludere una svolta, sia pur timida, al vertice dei capi di Stato o di governo dell'8-9 dicembre. A meno di crisi aggravata, il governo tedesco continuerà a respingere una gestione comune del debito, dunque gli eurobond. A escludere che la Banca centrale europea diventi prestatore di ultima istanza. Ma qualcosa forse si muove: è successo il 23 novembre, quando Berlino ha visto pericolare i propri titoli di Stato, e toccato con mano la realtà. Se l'euro finisce sarà rovina anche per lei, che di una moneta più debole del marco ha profittato esportando al massimo.

La presa di coscienza potrebbe prender forme diverse, più o meno stabili o dannose. Il Cancelliere promette cose "molto impressionanti", e tra queste cose potrebbe esserci il ritorno all'antica convinzione europeista, secondo la quale occorre un'unione federale  -  specie fra stati dell'euro  -  perché si possa mettere in comune sforzi, sacrifici. A queste condizioni sì, la solidarietà è accettata: la paura che i soldi siano sperperati si attenuerebbe. Quel che potrebbe ripetersi, è la scommessa fatta con l'euro. Già allora la moneta tedesca era la più forte, e per spingere Kohl a sacrificare il marco sovrano fu necessario dare qualcosa in cambio: nacque così il Patto di stabilità e crescita. Lo stesso andrebbe fatto ora, per convincere la Merkel e il suo popolo. Oggi tocca fare un passo avanti ulteriore: se si vuole un Fondo salva-Stati davvero potente, urge dare alla Germania la garanzia che esso non faciliterà il lassismo e servirà a mettere sotto controllo la politica fiscale ed economica degli stati, che dovranno quindi rinunciare alla loro sovranità in materia. Tali garanzie dovranno valere anche per Berlino. Dice Alfonso Iozzo, economista e federalista militante: "Jean Monnet direbbe oggi: istituiamo subito un Governo provvisorio dell'Eurozona dotato dei poteri  -  a carattere federale come nel caso della moneta  -  per gestire l'Unione Fiscale: un governo che assicuri la stabilità finanziaria dei paesi che avranno così rinunciato alla piena sovranità, e avvii un nuovo ciclo di sviluppo". Non si otterrà questo: ma questo dovrebbe essere l'obiettivo.

La questione della Banca centrale europea prestatore d'ultima istanza è più complessa. Le resistenze non vengono solo da Berlino, ma dalle autorità monetarie europee. La Bce, dicono a Francoforte, è prestatore di ultima istanza nei confronti delle banche, non degli Stati. L'articolo 123 del Trattato di Lisbona vieta a Bce e banche centrali nazionali di prestare direttamente fondi ai governi. Questo significa che esse possono acquistare titoli solo sul mercato secondario, oggi instabile. È quello che la Bce ha fatto in questi mesi, anche se in misura limitata e senza certezze di continuità. L'assenza di certezza dà l'impressione di una Banca non affidabile come la Federal Reserve. I suoi difetti non solo imputabili solo a Berlino, ma difetti restano. La Germania che guida l'Europa è a un incrocio di strade. Può fare o disfare l'Unione. La disfa più che mai, quando sogna un piccolo nucleo di paesi risparmiatori: armato magari di eurobond, isola degli happy few. Sarebbe la soluzione più micidiale: getterebbe nel caos gli stati che usano l'euro, ma fuori dal cerchio magico.

Forse al prossimo vertice capiremo meglio dove voglia andare Berlino: se verso una spaccatura europea o un trattato più federale. Al centro, quella che Schmidt chiamava nel '96 l'"ipocondriaca paura tedesca del nuovo", unita ai timori che Berlino incute in Europa. Di questi timori il dispositivo centrale è la parola azzardo morale: quello che si corre quando i dilapidatori, perché assistiti o rassicurati, cessano di vigilare se stessi e disciplinarsi. Spetta alle istituzioni europee, e a tutti gli Stati, dimostrare che l'azzardo scema se accanto alla cultura della stabilità nasce una fiducia reciproca duratura, che solo l'unità politica dell'Europa può dare.

(01 dicembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/12/01/news/berlino_europa-25878903/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le lacrime e le parole
Inserito da: Admin - Dicembre 06, 2011, 05:18:15 pm
IL COMMENTO

Le lacrime e le parole

di BARBARA SPINELLI


TENDIAMO a dimenticare che in tutti i monoteismi, il cuore non è la sede di passioni o sentimenti sconnessi dalla ragione. Nelle tre Scritture, compresa la musulmana, il cuore è l'organo dove alloggiano la mente, la conoscenza, il distinguo.

Se il cuore di una persona trema, se quello del buon Samaritano addirittura si spacca alla vista del dolore altrui, vuol dire che alla radice delle emozioni forti, vere, c'è un sapere tecnico del mondo. Per questo il pianto del ministro Fornero, domenica quando Monti ha presentato alla stampa la manovra, ha qualcosa che scuote nel profondo.

Perché dietro le lacrime e il non riuscire più a sillabare, c'è una persona che sa quello di cui parla: in pochi attimi, abbiamo visto come il tecnico abbia più cuore (sempre in senso biblico) di tanti politici che oggi faticano a rinnovarsi. Pascal avrebbe detto probabilmente: il ministro non ha solo lo spirito geometrico, che analizza scientificamente, ma anche lo spirito di finezza, che valuta le conseguenze esistenziali di calcoli razionalmente esatti. Balbettavano anche i profeti, per esprit de finesse.

È significativo che il ministro si sia bloccato, domenica, su una precisa parola: sacrificio. La diciamo spesso, la pronunciano tanti politici, quasi non accorgendosi che il vocabolo non ha nulla di anodino ma è colmo di gravità, possiede una forza atavica e terribile, è il fondamento stesso delle civiltà: l'atto sacrificale può esser sanguinoso, nei miti o nelle tragedie greche, oppure quando la comunità s'incivilisce è il piccolo sacrificio di sé cui ciascuno consente per ottenere una convivenza solidale tra diversi.

Non saper proferire il verbo senza che il cuore ti si spacchi è come una rinascita, dopo un persistente disordine dei vocabolari. È come se il verbo si riprendesse lo spazio che era suo. Nella quarta sura del Corano è un peccato, "alterare le parole dai loro luoghi". Credo che l'incessante alterazione di concetti come sacrificio, riforma, bene comune, etica pubblica, abbia impedito al ministro del Lavoro  -  un segno dei tempi, quasi  -  di compitare una locuzione sistematicamente banalizzata, ridivenuta d'un colpo pietra incandescente. Riformare le pensioni e colpire privilegi travestiti da diritti è giusto, ma fa soffrire pur sempre.

Di qui forse la paralisi momentanea del verbo: al solo balenare della sacra parola, risorge la dimensione mitica del sacrificio, il terrore di vittimizzare qualcuno, la tragedia di dover  -  per salvare la pòlis  -  sgozzare il capro espiatorio, l'innocente.

Medicare le parole presuppone che si dica la verità ai cittadini, e anche questo sembra la missione che Monti dà a sé e ai partiti. Riportare nel loro luogo le parole significa molto più che usare correttamente i dizionari: significa rimettere al centro concetti come il tempo lungo, il bene comune, il patto fra generazioni.

Significa, non per ultimo: rendere evidente il doppio spazio  -  nazionale, europeo  -  che è oggi nostra cosmo-poli e più vasta res publica. Il presidente del Consiglio lo sa e con cura schiva il lessico localistico, pigro, in cui la politica s'è accomodata come in poltrona. Stupefacente è stato quando ha detto, il 17 novembre al Senato: "Se dovete fare una scelta  -  mi permetto di rivolgermi a tutti  -  ascoltate! non applaudite!".

L'applauso, il peana ipnotico (meno male che Silvio c'è), le grida da linciaggio: da decenni ci inondavano. Era la lingua delle tv commerciali, del mondo liscio che esse pubblicizzavano, confondendo réclame e realtà: illudendo la povera gente, rassicurando la fortunata o ricca. Erano grida di linciaggio perché anch'esse hanno come dispositivo centrale il sacrificio: ma sacrificio tribale, che esige il capro espiatorio su cui vien trasferita la colpa della collettività.

Erano capri gli immigrati, i fuggitivi che giungevano o morivano sui barconi. E anche, se si va più in profondità: erano i malati terminali che reclamano una morte senza interferenze dello Stato e di lobby religiose. La nostra scena pubblica è stata dominata, per decenni, dalla logica del sacrificio: solo che esso non coinvolgeva tutti, proprio perché nel lessico del potere svaniva l'idea di un bene disponibile per diversi interessi, credenze. Solo contava il diritto del più forte, che soppiantava la forza del diritto.

Ascoltare quello che effettivamente vien detto e fatto non ci apparteneva più. Anche il ministro Giarda si è presentato domenica come medico delle parole: "Son qui solo per correggere errori". Non ha esitato a correggere i colleghi, e ha avuto l'umiltà di dire: "Se avessimo più tempo, certo la nostra manovra sarebbe migliore".

Monti ha fatto capire che questa, "anche se siamo tecnici", è però politica piena: "L'esperienza è nuova per il sistema politico italiano. A noi piace esser cavie da questo punto di vista". Singolare frase, in un Paese dove a far da cavie sono di solito i cittadini. Ma frase coerente alla politica alta: dotata di una veduta lunga, indifferente alla popolarità breve.

Pensare i sacrifici non è semplice, perché gli italiani e gli europei da tempo si sacrificano, e tuttavia constatano disuguaglianze scandalose. Perché sacrificandosi deprimono oltre l'economia. Lo stesso Sarkozy, che campeggiò come Presidente che poteva abbassare le tasse ai ricchi visto che le cose andavano così bene, è oggi costretto ad ammettere che i francesi "stringono la cinghia da trent'anni".

Quel che è mancato, nel sacrificio cui i popoli hanno già consentito, è l'equità, l'abolizione della miseria, delle disuguaglianze. Forse  -  l'emozione dei potenti resta misteriosa  -  Elsa Fornero ha pianto perché le misure sono dure per chi ha pensioni grame. Se solo le pensioni sotto 936 euro saranno indicizzate all'inflazione, tante pensioni basse rattrappiranno come pelle di zigrino.

Si poteva fare diversamente forse, e non tutte le misure sono ardite. La lotta all'evasione fiscale iniziata dall'ultimo governo Prodi ricomincia, ma più blanda. La cruciale tracciabilità introdotta da Vincenzo Visco (1000 euro come soglia, da far scendere in due anni a 100) è fissata durevolmente a 1000. Oltre tale cifra è vietato accettare pagamenti in contanti, che sfuggono al fisco: una draconiana stretta anti-evasione è evitata. Né si può dire che tutto sia equo, e la crescita veramente garantita.

Il fatto è che si parla di decreto salva-Italia, ma si manca di chiarire come il decreto sia anche salva-Europa. Non è un'omissione irrilevante, perché il doppio compito spiega certe durezze del piano. Speriamo sia superata. Ogni azione italiana, infatti, è urgentissimo accompagnarla simultaneamente ad azioni in Europa: per smuovere anche lì incrostazioni, privilegi, dogmi.

Per dire che non si fa prima "ordine in casa" e poi l'Europa, come nella dottrina tedesca, ma che le due cose o le fai insieme, con un nuovo Trattato europeo più solidale e democratico, o ambedue naufragheranno.
 

(06 dicembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/12/06/news/le_lacrime_e_le_parole-26154641/


Titolo: BARBARA SPINELLI - “Chiesa e Ici, una questione morale”
Inserito da: Admin - Dicembre 09, 2011, 10:54:39 pm
Barbara Spinelli: “Chiesa e Ici, una questione morale”


È scandaloso che la Chiesa italiana chieda più equità nella manovra, e non sia sfiorata dal dubbio che anche lei debba contribuire ai sacrifici chiesti agli italiani, pagando come ciascuno l’Ici sugli immobili. Non dovrebbe neppure aspettare che il governo discuta la questione. Dovrebbe anticipare le mosse dell’esecutivo ed esigere – qui, subito – di essere tassata come lo sono tutti, di contribuire al risanamento italiano con una parte delle proprie ricchezze. Se non lo fa, non potrà esser chiamata Chiesa della povertà, Chiesa che assiste gli ultimi, i derelitti. Confermerà di essere una lobby come le altre, e anzi più potente delle altre: perché più ascoltata, perché – anche quando tace, proprio perché tace – più rumorosa.

Da quando la crisi si è acuita, molti personaggi facoltosi – in Italia, Usa, Francia – hanno chiesto di essere tassati di più, ritenendo di godere di privilegi non meritati e di dover alleviare le sofferenze dei concittadini. Non si sono sentite richieste simili dalle massime autorità ecclesiastiche, che di privilegi ne hanno molti e che in Italia influiscono sulle scelte politiche dei governi con un’insistenza e un’efficacia del tutto inusuali in altri paesi d’occidente. Così facendo, la Chiesa italiana conferma ancora una volta che il Samaritano straniero ha più compassione dei sacerdoti e leviti, che passano accanto al perseguitato e al ferito cambiando marciapiede.

Quanto al governo Monti, una cosa è chiara: tra le prove che aveva di fronte a sé ce n’era una essenziale, ed era quella della laicità. L’ha mancata, esonerando la Chiesa da una tassazione che è giusta solo se coinvolge in prima linea i più ricchi, più potenti e più organizzati. Anche pagare le tasse su immobili che la Chiesa usa a fini commerciali è una questione morale. È un brutto inizio, dal quale ci si possono attendere i peggiori compromessi su altri temi etici – testamento biologico in primis – che solo per una minoranza di italiani prefigurano valori non negoziabili.

(8 dicembre 2011)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/barbara-spinelli-chiesa-e-ici-una-questione-morale/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se l'Europa si scopre mortale
Inserito da: Admin - Dicembre 14, 2011, 06:55:15 pm
COMMENTO

Se l'Europa si scopre mortale

di BARBARA SPINELLI

SONO due anni che gli Stati europei vivono una crisi che somiglia a una guerra, di quelle che cambiano il mondo. La guerra non è conclusa e quel che imparammo nel '45, oggi l'apprendiamo con terribile lentezza. Allora tutti si gettarono in una grande corsa: per ricostruire, e anche ricostruirsi interiormente. Oggi si procede a fatica, e per anni è prevalsa l'inerzia o perfino la denegazione. Siamo vissuti come immersi nelle acque dell'ottimismo: avevamo l'Unione europea, avevamo la moneta unica come apogeo. Il disastro, ritenuto impossibile, non era calcolato.

Invece il disastro era non solo possibile ma dietro l'angolo, e per questo urge un risveglio analogo a quello postbellico degli europei e dei loro leader (Monnet, Adenauer, De Gasperi). Alcuni, come Paul Valéry, si svegliarono già prima, dopo il '14-'18: "Noialtri, civilizzazioni, sappiamo ora che siamo mortali. Il tempo del mondo finito comincia". Non dimentichiamo mai che da tale presa di coscienza nacquero due cose, non una: l'Europa, e il Welfare. La prima era un no ai nazionalismi, la seconda alle recessioni punitive che scaraventavano genti disperate nelle dittature. Oggi siamo a un bivio simile, e un primo parziale risveglio è iniziato al vertice dell'8-9 dicembre a Bruxelles.
Il tempo del mondo finito comincia con la consapevolezza che la moneta è davvero in pericolo, se non s'accompagna a un'unione economica-politica che leghi più strettamente i paesi dell'Euro. Se i governi non osano, finalmente, dire la verità ai confusi, spaventati
cittadini: le nostre sovranità nazionali sono troppo fatiscenti, per fronteggiare una mutazione mondiale che si manifesta con il caos dei mercati. Non possiamo più permetterci finti sovrani. Neanche possiamo permetterci di dire, come tanti cittadini mossi da giusta rabbia verso i sacrifici richiesti, che la colpa dei debiti eccessivi è imputabile all'1 per cento dei popoli. Da trent'anni l'elettore ha legittimato, votandoli, governi sperperatori, custodi di caste privilegiate.

Anche i politici tedeschi hanno mentito ai cittadini: un atavico impasto di ordine e paura ha abituato all'autodisciplina la nazione, ma anch'essa ha creduto nell'Euro inattaccabile. La Sueddeutsche Zeitung è severa con le sue élite: "Non si può salvare l'Euro tedesco, dando all'Euro europeo solo garanzie limitate". La cultura della stabilità è un bene (tutt'altro che imperiale) che Berlino ha disseminato in Europa; ma è mancata la coscienza che anche il suo piccolo mondo finiva, se cadeva l'Unione. Che anche la solidarietà sociale è un bene pubblico europeo, come la stabilità. Non si può fare l'Euro senza unione economico-politica, dicevano gli scettici tedeschi. Ora che l'unione si può fare s'imbronciano, e fanno come se l'Euro fosse un punto d'arrivo, non di partenza.

Il vertice di Bruxelles è stato giudicato negativamente da molti europeisti, ma potrebbe essere un ricominciamento. Non per la prima volta, i governi più consapevoli hanno deciso di isolare Londra, di tentare un'unione fiscale più compatta partendo da un gruppo ristretto di paesi: quelli dell'Euro, cui s'aggiungerà chi vorrà. La loro sovranità diminuisce, visto che compiti cruciali, di controllo preventivo e sanzione, sono delegati a organi sovranazionali come la Commissione, la Corte di giustizia, la Banca centrale che agirà come agente del Fondo salva-stati operativo nel luglio 2012, prima del previsto. Alcuni denunciano l'accordo intergovernativo: l'Europa comunitaria dei 27 sarebbe scavalcata, i conflitti col Trattato di Lisbona sicuri. Ma anche questo dobbiamo ricordare: l'Europa si è sempre perfezionata a scaglioni (Schengen, moneta unica). I cavilli giuridici si superano, se si vuole.

Un altro progresso è l'abbandono, sia pur stentato, del voto all'unanimità (il liberum veto che già una volta, nella Polonia del '700, fece morire una nazione). Il Fondo salva-Stati abbandonerà, in emergenza, il diritto di veto. E certo ci sono parole aspre, come l'automatismo delle sanzioni. Ma l'automatismo è benefico, non fosse altro perché mette fine a quella che Monti chiamò, tempo fa, "l'eccessiva deferenza fra stati dell'Unione". In un regime di deferenza i controllori giudicano i controllati, omertosamente si proteggono l'un l'altro. Nel trattato dell'eurozona, solo una maggioranza qualificata di stati potrà opporsi a sanzioni automatiche.

Un'ondata di sdegno si è levata ultimamente contro Berlino: per l'arroganza di certe condotte (Volker Kauder, deputato democristiano e uomo di fiducia della Merkel, ha detto: "L'Europa ora parla tedesco!"). Lo sdegno è stato utile, e soprattutto è servita l'insurrezione socialdemocratica. L'europeismo sta rimettendo radici nella sinistra tedesca, e il Pd farà bene a sostenerla in ogni modo. Il risultato è stato che la Merkel ha dovuto scuotersi dal sonno dogmatico che prescriveva di metter prima "la casa in ordine" e poi fare l'Europa: nei giorni precedenti il summit, sembra aver capito che nessuno stato da solo può salvare l'Europa. Che dare autorità alla Commissione, alla Corte di giustizia, alla Bce è infinitamente più efficace del grido accentratore di un solo Stato. Non a caso la Bce ha annunciato, forte dell'unione fiscale voluta dall'eurozona, che da ora in poi sosterrà le banche per periodi prolungati (tre anni), accettando come garanzie i titoli di Stato di scarsa qualità. Di fatto la Bce già è prestatore di ultima istanza, senza dirlo, assicurando liquidità alle banche, e quindi respiro a Stati e cittadini.

Nel suo discorso al congresso socialdemocratico, il 4 dicembre, Helmut Schmidt ha puntato il dito su contraddizioni europee non più sopportabili: non solo fra sovranità statali e moneta unica, ma anche fra regole del Trattato. Quest'ultimo vieta, ad esempio, il salvataggio europeo degli Stati. Ma è in conflitto con il principio di sussidiarietà che Schmidt riassume così: "Quando uno Stato da solo non riesce a regolare i propri problemi, l'Unione deve farsene carico". La stessa costituzione tedesca è tra le più ardite su questo punto: nell'Articolo Europeo aggiunto dopo la moneta unica (nr 23), è scritto che la Germania, "per realizzare l'Europa unita, può delegarle sovranità".
Val dunque la pena essere prudenti, quando si accusa la Germania. Chi si è opposto alla diminuzione del diritto di veto e difende prerogative degli Stati non è Berlino, ma Parigi. È a Parigi che occorre una rivoluzione europea, più che in Germania. Molte rigidità tedesche sono state inasprite, lungo un ventennio, dall'Eliseo. E i socialisti non sono meglio di Sarkozy. Hollande, candidato all'Eliseo, fonda la propria campagna sul diniego d'ogni ingerenza europea. Quanto all'attuale Presidente, l'intervista che pubblichiamo su Repubblica è pura ipocrisia: l'unione fiscale va bene perché il potere "torna ormai agli Stati (...) non s'organizza più attorno alla Bce e alla Commissione". Bugie siffatte confondono i cittadini, e pure i mercati.

Il nuovo ordine europeo è duro per i popoli. Il mondo cambia; ricchezze e speranze traslocano da Ovest a Est. Di fronte non abbiamo 1-2 anni, ma molti anni di bassa crescita. Tanto più duro è l'ordine se non si salva l'idea del Welfare, oltre che l'Euro. Se i mali scatenatori della crisi (diseguaglianze, privilegi, corruzione, agenzie di rating asservite alle lobby) ci vengono ripresentati addirittura come farmaci. Se l'Europa non comincia a pensare una nuova crescita, ecologica, e a darsi i mezzi (non l'odierno avaro bilancio) per scommettere tutti insieme sullo sviluppo oltre che sulla stabilità. Lo chiedeva il socialista Papandreou: mai fu ascoltato.

Le elezioni del Parlamento europeo, nel 2014, saranno una prova decisiva. Se la Commissione avrà più peso, è essenziale che il suo Presidente sia eletto dai popoli. È indispensabile che anche i deputati dell'Unione si sveglino: reclamando tasse sulle transazioni finanziarie, e una severa sorveglianza di banche, borse. Martin Schulz, futuro Presidente, è stato chiamato da Schmidt a una "rivolta del Parlamento europeo". È essenziale che nasca una vera agorà europea, che vinca l'ignoranza dei più e le ipocrisie dei pochi.

(14 dicembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/12/14/news/spinelli_europa-26573841/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Abolire la miseria
Inserito da: Admin - Dicembre 28, 2011, 05:58:29 pm
COMMENTO

Abolire la miseria

di BARBARA SPINELLI

CERTE volte dimentichiamo che il pensiero di unirsi in una Federazione, nato come progetto non utopico ma concreto nell'ultima guerra in Europa, non ha come obiettivo la semplice tregua d'armi fra Stati che per secoli si sono combattuti seminando morte. È un progetto che va alle radici di quei nostri delitti collettivi che sono stati i totalitarismi, le guerre. Che scruta le ragioni per cui gli individui possono immiserirsi al punto di disperare, anelare a uno strabiliante Redentore terreno, immaginare la salvezza schiacciando i propri simili: i deboli, in genere. Dicono che i motivi che spinsero gli europei a unirsi, negli anni '50, sono svaniti perché il compito è assolto: la guerra è oggi tra loro impensabile. Questo spiegherebbe come mai non esistono più statisti eroici come Monnet, De Gasperi, Adenauer: uomini marchiati dalla guerra di trent'anni della prima metà del '900.

Chi parla in questo modo trascura quello sguardo scrutante che i fondatori gettarono sulla questione della miseria, e l'estrema sua attualità. Trascura, anche, quel che l'Europa unita ha tentato di fare, per creare non solo istituzioni politiche ma sociali, economiche. Dai delitti del '900 siamo usciti, nel '46, con un patto di mutua assistenza fra cittadini.

È detto Welfare perché prese forma in Inghilterra grazie al piano concepito durante la guerra, su mandato del governo, da William Beveridge, uno dei fondatori della Federal Union: lo Stato del Benessere (meglio sarebbe
dire Bene-Vivere: il bene dell'Essere è cosa più scabrosa) dà sicurezza non aleatoria all'indigente, l'escluso, l'anziano, il paria. Per questo è una grave svista pensare che l'Europa abbia concluso la missione, e stia lì solo come arcigna guardiana dei conti in ordine. Esattamente come nel dopoguerra, sono richiesti Fondatori, Inventori: se la crisi odierna è una sorta di guerra, è urgente immaginare istituzioni durature perché i mali che stanno tornando (miseria, diseguaglianza) non trascinino ancora una volta le società in strapiombi di disperazione, risentimento, e quell'odio dell'altro che si disseta bramando capri espiatori (ieri gli ebrei, oggi gli immigrati e in prospettiva anche i vecchi che "muoiono così tardi").

Abolire la miseria: così s'intitolava lo splendido libro che l'economista Ernesto Rossi, autore con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni del Manifesto di Ventotene, scrisse in carcere nel '42 e pubblicò nel '46: "Bisogna unire tutte le nostre forze per combattere la miseria per le stesse ragioni per le quali è stato necessario in passato combattere il vaiolo e la peste: perché non ne resti infetto tutto il corpo sociale". La sfida oggi è identica, e sono le pubbliche istituzioni nazionali e europee a doversi assumere il compito. Affidarlo a chiese o filantropi vuol dire regredire a tempi in cui solo la carità era il soccorso. In molti paesi arabi sono gli estremismi musulmani a occuparsi del Welfare, confessionalizzandolo. Non è davvero il modello da imitare: gli Stati europei si sono sostituiti alle chiese fin dal '200, creando istituzioni laiche aperte a tutti. Anche l'Europa unitaria investe su organismi comuni perché  -  sono parole di Jean Monnet  -  "gli uomini sono necessari al cambiamento, ma le istituzioni servono a farlo vivere". E aggiunge, citando il filosofo svizzero Amiel: "L'esperienza d'ogni uomo ricomincia sempre; solo le istituzioni diventano più sagge: accumulano l'esperienza collettiva e da quest'esperienza e saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole vedranno cambiare non già la loro natura, ma trasformarsi gradualmente il loro comportamento". È laico anche questo: voler cambiare i comportamenti, non la natura dell'uomo.

È importante ricordare come nacque il Welfare, perché in Europa, Italia compresa, le campagne elettorali si svolgeranno su questi temi, e sul banco degli imputati ci sarà spesso la medicina stessa che dopo il '45 ci somministrammo sia per abolire le guerre, sia per abolire la miseria. Non è improbabile, ad esempio, che le destre italiane  -  non ancora emendate  -  tramutino l'Europa in bersaglio: da essa verrebbero quelle regole che ci impoveriscono e commissariandoci, ci umiliano. L'attacco al governo Monti, quando s'inasprirà, sfocerà in attacco all'Unione. È già chiaro negli slogan leghisti. Lo è nell'offensiva di Berlusconi contro le tasse: cioè contro il tributo che ciascuno (specie i ricchi) deve versare per preservare la pubblica salute.

Rifondare oggi l'Europa concentrandosi sulla lotta alla miseria significa capire perché l'Unione ci chiede certi comportamenti, e al tempo stesso inventare istituzioni aggiuntive che diano sicurezza all'esercito, in aumento, di disoccupati e precari. Significa comprendere che la battaglia al debito pubblico non è una mania né una mannaia: è il patto generazionale che l'Unione ci chiede di stringere, visto che gli Stati da soli non l'hanno fatto per timore delle urne. Il Trattato di Maastricht impone di non caricare le generazioni future di debiti contratti dalla presente generazione per procurarsi dei beni senza pagare le relative imposte, scrive Alfonso Iozzo, economista e federalista europeo, in un saggio sulla re-invenzione del Welfare ("Il Federalista", 1/2010).

Val la pena leggerlo, questo saggio, che poggia sulle solide basi di studi fatti da James Meade, Nobel dell'economia, sui modi di garantire redditi minimi di cittadinanza all'intera società. Il presupposto è estinguere il debito degli Stati, e trasformarlo in credito pubblico: in un patrimonio che lo Stato preveggente tiene per sé, dedicandolo non alle spese correnti ma al finanziamento del Welfare, questo bene non solo sminuito ma spesso inviso. Iozzo è convinto, come il liberal Meade, che la ricchezza delle nazioni o dell'Europa (il Pil) vada calcolata con nuovi metodi (Meade chiamava il suo Stato Agathopia, il Buon posto in cui vivere). Il criterio non è più la differenza fra quel che costano i beni prodotti e il reddito ricavato. È il patrimonio di cui dispone lo Stato, è la sua gestione: l'obiettivo è sapere se alle generazioni future verrà lasciato un capitale maggiore o minore di quello che noi abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti. Le leggi di Maastricht applicano tale metodo, prescrivendo come primo passo l'estinzione del debito pubblico.

Resta da compiere il secondo passo: la trasformazione del debito in un credito che protegga i cittadini in tempi di crisi. Non tutti hanno come patrimonio il petrolio norvegese, ma Oslo è un modello e ogni Stato ha l'acqua, l'aria, possibilmente nuove forme di energia: altrettanti beni pubblici consumati dall'individuo. Poiché petrolio e gas prima o poi finiranno, la Norvegia ha istituito con i ricavi energetici un Fondo pensione sottratto all'azzardo dei mercati. Solo il 4% del Fondo può essere annualmente usato per la spesa pubblica, lasciando ai cittadini un capitale a disposizione per il futuro, quando il patrimonio sarà esaurito (ogni norvegese è proprietario virtuale attraverso il Fondo di circa 100.000 euro, contro una quota del debito pubblico a carico di ogni italiano di 30.000 euro).

Avendo combattuto i debiti pubblici, l'Europa potrebbe escogitare iniziative simili, inducendo gli Stati a garantire nuova sicurezza sociale. Non solo; potrebbe far capire che nei costi vanno ormai incluse l'acqua sperperata, l'aria inquinata: beni non rinnovabili come il petrolio norvegese. Si parla molto di far ripartire la crescita. Ma essa non potrà esser quella di ieri, e questa verità va detta: perché i paesi industrializzati non correranno come Asia o Sudamerica; e perché la nostra crescita sarà d'avanguardia solo se ecologicamente sostenibile. Di qui l'importanza delle prossime elezioni: non solo quelle nazionali, ma quelle del Parlamento europeo nel 2014. Chi griderà contro le tasse e contro l'Europa troppo patrigna e severa promette un paese dei balocchi, dove è sempre domenica e sempre truffa. Meglio saperlo prima, che troppo tardi. Meglio ricominciare l'eroismo, di cui non cessa il bisogno.

(28 dicembre 2011) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2011/12/28/news/commento_spinelli-27290892/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il coraggio della verità
Inserito da: Admin - Gennaio 04, 2012, 07:48:47 pm
L'analisi

Il coraggio della verità

di BARBARA SPINELLI


Dire il vero: sulla gravità della crisi italiana, sulla nostra seconda cosa pubblica che è l'Europa, sui sacrifici, sul guastarsi dei partiti. Sembra essere una delle principali ambizioni di Monti, da quando è Presidente del Consiglio.

Basta questo, per smentire chi decreta  -  con l'aria di saperla lunga  -  che il Premier non è che un tecnico, ammesso a sostituire fugacemente il politico detronizzato. La deturpazione funesta delle parole, lo stratagemma d'illudere il popolo imbellendo la realtà e inventandosi, per decerebrarci, un'attualità del tutto sfasata rispetto a ciò che davvero è attuale, cioè urgente, emergente: per decenni ci eravamo assuefatti a questo, e abbiamo finito col chiamarlo "politica". È ora di restituire, a quest'ultima, il severo verbo vero che le si addice.

Ogni volta che Monti viene descritto come un tecnico, entrato per effrazione in un teatro non suo, c'è da avere i brividi. Vuol dire che i politici di ieri ritengono il Premier un impolitico, e il suo sapere scientifico qualcosa di superfluo, se non dannoso, nell'arte di governo. Che giudicano impolitica anche la vocazione a non nascondere quel che è doloroso, dunque profondamente attuale, nell'oggi che viviamo. Da poche settimane sentiamo parlare di Italia e Europa con accenti inediti (un primo assaggio, ma breve, si ebbe nell'ultimo governo Prodi). I cittadini per ora approvano, conoscono una sorta di sollievo.

Si sentono anche confortati, nel
loro rigetto cupo della politica? Può darsi, ma c'è un che di nefasto in questa visione duale: da una parte i politici, dall'altra un Premier che ha tutte le doti dello statista, che interiorizza al massimo la rappresentanza democratica, e tuttavia è percepito come tecnico, estraneo ai giochi nazionali. Essere impolitici in una democrazia smagliata ha le sue virtù: impolitico è chi non possiede le furbizie del professionista politico. Ma prima o poi le due figure vanno congiunte (già si congiungono nel Premier) per depurare la politica ed evitare che senza soluzione di continuità, senza memoria di quest'intermezzo, ci venga restituita domani la politica di ieri.

Le parole dette con franchezza, che Monti usa con metodo nelle conferenze stampa, hanno una lunga storia nella democrazia. Ne discussero i filosofi dell'antichità greca, e diedero al dire-tutto il nome di parresia: un vocabolo che torna negli Atti degli apostoli (Pietro e Giovanni rischiano la morte, pur di testimoniare il vero e la libera coscienza del cristiano). Chi parlava senza blandire o mimetizzarsi era chiamato parresiasta. Senza parresia, scrive Foucault, "siamo sottomessi alla follia e all'idiozia dei padroni": la pòlis ha bisogno di verità, per esistere e salvarsi.

Monti è all'altezza di tale compito? Per come tratta i giornalisti, per come li considera messaggeri dei cittadini  -  quasi il coro di antiche tragedie  -  si direbbe di sì. Non tutti i suoi ministri sono parresiasti: l'apprendimento del parlare-vero è lento, sempre scabroso. Si perdono privilegi, ci si espone alle critiche dei sofisti (gli economisti). Nella democrazia ateniese, secondo Socrate e Demostene, si rischiava la vita. Ha parlato-vero il ministro Fornero, quando tremò, il 4 dicembre in sala stampa, nell'annunciare i sacrifici: non perché volesse celarli, ma perché tremando li confermava penosamente veri.

Anche in Europa il Premier è parresiasta, come nessun collega dell'Unione: ai suoi pari come alla stampa, fa capire che c'è emergenza per tutti, che questa è l'attualità dentro cui i leader non guardano. In due occasioni ha osato bandire le deferenze  -  che già condannava da mesi. Prima è accaduto a Strasburgo, nel vertice del 24 novembre con la Merkel e Sarkozy, quando ha ricordato i peccati di chi oggi vitupera i dilapidatori del Sud: "Una buona parte della perduta credibilità del Patto di stabilità è stata dovuta al fatto che, quando Germania e Francia nel 2003 entrarono in conflitto col patto, i due governi dell'epoca, francese e tedesco, con la complicità del governo italiano che presiedeva il consiglio Ecofin (il governo Berlusconi, ndr), sono passati sopra queste deviazioni. Credo sia stato un grosso errore". Non solo: ha ricordato che fu proprio lui, commissario a Bruxelles, a battersi perché la Commissione denunciasse il Consiglio dei ministri di fronte alla Corte di giustizia, e a ottenerlo.

La seconda occasione è stata la conferenza stampa di fine anno. Aprendo un dialogo con Tobias Piller, corrispondente a Roma della Frankfurter allgemeine Zeitung, il Premier ha fatto una piccola lezione sui tempi lunghi e corti in politica, biasimando l'incapacità tedesca di ritrovare la veduta lunga del passato.
Ci vuole coraggio per firmare le proprie parole, parlando-vero. Chi lo possiede non ha la vita facile, deve esser cauto se non vuol ricadere nel parlar-falso. Alcuni barcollano, tra chi sta accanto a Monti. Per esempio il potente ministro Passera (responsabile dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture, dei Trasporti). Nei giorni scorsi è inciampato malamente, su un caso rievocato dalla stampa: segno che la parresia latita nei partiti, ma un po' anche nel governo.

Il caso è la mancata vendita di Alitalia e il suo presunto salvataggio: è una delle grandi menzogne dell'era Berlusconi, e su questa pietra Passera ha incespicato. Criticato da Milena Gabanelli e Giovanna Boursier (Corriere della Sera, 30-12) ha replicato: "L'operazione Nuova Alitalia fu del tutto trasparente e rispettosa delle regole, comprese quelle della concorrenza. Con capitali privati si sono salvati almeno 15 mila posti di lavoro ed è stato drasticamente ridotto l'onere che lo Stato avrebbe dovuto sostenere se fosse avvenuto l'inevitabile fallimento dell'intera vecchia Alitalia".

Ricordare è forse difficile per Passera, ma Monti certo sa come andarono le cose. È vero che l'operazione Fenice salvò posti di lavoro e ridusse, per lo Stato, i costi di una bancarotta. Ma il fallimento non era affatto inevitabile. Il governo Prodi aveva stretto un accordo con Air France, che fu sabotato  -  complici i sindacati  -  dall'alleanza fra Berlusconi e l'odierno ministro dello Sviluppo (allora amministratore delegato di Banca Intesa). Formalmente è vero che furono rispettate le regole della concorrenza. Ma solo perché il governo Berlusconi modificò con un decreto ad hoc le norme antitrust relative alla tratta Milano-Roma, consentendo a Alitalia-Air One di ottenere il monopolio su tale rotta.

Le cifre parlano chiaro, e un governo che dice il vero non può occultarle. Il piano francese prevedeva 2.120 licenziamenti. Nuova Alitalia, assorbendo la fallimentare Air One di cui Banca Intesa era creditrice, ne licenziò 7.000. L'integrazione con Air France sarebbe stata ben più benefica: minori costi per lo Stato (per i contribuenti), minori costi per azionisti e obbligazionisti Alitalia, nessun cambiamento "in corsa" delle regole per favorire cordate italiane, inserimento di Alitalia in una promettente rete internazionale.

In tempi di crisi, la parola del parresiasta si accosta a quella profetica, o del saggio. I tempi s'allungano, il futuro lontano è incorporato come compito nel presente, la scadenza elettorale non è il cannello d'imbuto che inchioda i governanti alla veduta corta ma è un uscire all'aperto di cittadini bene informati.

Milena Gabanelli e Giovanna Boursier hanno chiesto a Passera di liberarsi dei suoi ingombri. Ma alla domanda viene da aggiungere: guardi al Presidente del Consiglio, signor Ministro, al suo linguaggio. Esca non solo dai conflitti d'interesse, ma dalle tante bugie dette ai cittadini: la bugia su Alitalia l'hanno pagata gli italiani, come contribuenti e lavoratori. La pòlis ha bisogno di verità, sugli sbagli di ieri. La pòlis ha bisogno di verità, sugli sbagli di ieri. Un ministro del governo Prodi parlò-vero, all'inizio del 2008, quando disse che avevano "ripreso sopravvento gli impulsi di autodistruzione presenti nella società italiana e nella classe politica", e criticò proprio l'offensiva pregiudiziale di Passera contro l'accordo Air France. Passera è un tecnico, non meno di Monti. Non basta esser tecnici per liberarci della malapolitica che ci ha portati nella fossa.
 

(04 gennaio 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/01/04/news/coraggio_verit-27564844/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il coraggio della verità
Inserito da: Admin - Gennaio 07, 2012, 10:16:26 pm
L'analisi

Il coraggio della verità

di BARBARA SPINELLI


Dire il vero: sulla gravità della crisi italiana, sulla nostra seconda cosa pubblica che è l'Europa, sui sacrifici, sul guastarsi dei partiti. Sembra essere una delle principali ambizioni di Monti, da quando è Presidente del Consiglio.

Basta questo, per smentire chi decreta  -  con l'aria di saperla lunga  -  che il Premier non è che un tecnico, ammesso a sostituire fugacemente il politico detronizzato. La deturpazione funesta delle parole, lo stratagemma d'illudere il popolo imbellendo la realtà e inventandosi, per decerebrarci, un'attualità del tutto sfasata rispetto a ciò che davvero è attuale, cioè urgente, emergente: per decenni ci eravamo assuefatti a questo, e abbiamo finito col chiamarlo "politica". È ora di restituire, a quest'ultima, il severo verbo vero che le si addice.

Ogni volta che Monti viene descritto come un tecnico, entrato per effrazione in un teatro non suo, c'è da avere i brividi. Vuol dire che i politici di ieri ritengono il Premier un impolitico, e il suo sapere scientifico qualcosa di superfluo, se non dannoso, nell'arte di governo. Che giudicano impolitica anche la vocazione a non nascondere quel che è doloroso, dunque profondamente attuale, nell'oggi che viviamo. Da poche settimane sentiamo parlare di Italia e Europa con accenti inediti (un primo assaggio, ma breve, si ebbe nell'ultimo governo Prodi). I cittadini per ora approvano, conoscono una sorta di sollievo.

Si sentono anche confortati, nel
loro rigetto cupo della politica? Può darsi, ma c'è un che di nefasto in questa visione duale: da una parte i politici, dall'altra un Premier che ha tutte le doti dello statista, che interiorizza al massimo la rappresentanza democratica, e tuttavia è percepito come tecnico, estraneo ai giochi nazionali. Essere impolitici in una democrazia smagliata ha le sue virtù: impolitico è chi non possiede le furbizie del professionista politico. Ma prima o poi le due figure vanno congiunte (già si congiungono nel Premier) per depurare la politica ed evitare che senza soluzione di continuità, senza memoria di quest'intermezzo, ci venga restituita domani la politica di ieri.

Le parole dette con franchezza, che Monti usa con metodo nelle conferenze stampa, hanno una lunga storia nella democrazia. Ne discussero i filosofi dell'antichità greca, e diedero al dire-tutto il nome di parresia: un vocabolo che torna negli Atti degli apostoli (Pietro e Giovanni rischiano la morte, pur di testimoniare il vero e la libera coscienza del cristiano). Chi parlava senza blandire o mimetizzarsi era chiamato parresiasta. Senza parresia, scrive Foucault, "siamo sottomessi alla follia e all'idiozia dei padroni": la pòlis ha bisogno di verità, per esistere e salvarsi.

Monti è all'altezza di tale compito? Per come tratta i giornalisti, per come li considera messaggeri dei cittadini  -  quasi il coro di antiche tragedie  -  si direbbe di sì. Non tutti i suoi ministri sono parresiasti: l'apprendimento del parlare-vero è lento, sempre scabroso. Si perdono privilegi, ci si espone alle critiche dei sofisti (gli economisti). Nella democrazia ateniese, secondo Socrate e Demostene, si rischiava la vita. Ha parlato-vero il ministro Fornero, quando tremò, il 4 dicembre in sala stampa, nell'annunciare i sacrifici: non perché volesse celarli, ma perché tremando li confermava penosamente veri.

Anche in Europa il Premier è parresiasta, come nessun collega dell'Unione: ai suoi pari come alla stampa, fa capire che c'è emergenza per tutti, che questa è l'attualità dentro cui i leader non guardano. In due occasioni ha osato bandire le deferenze  -  che già condannava da mesi. Prima è accaduto a Strasburgo, nel vertice del 24 novembre con la Merkel e Sarkozy, quando ha ricordato i peccati di chi oggi vitupera i dilapidatori del Sud: "Una buona parte della perduta credibilità del Patto di stabilità è stata dovuta al fatto che, quando Germania e Francia nel 2003 entrarono in conflitto col patto, i due governi dell'epoca, francese e tedesco, con la complicità del governo italiano che presiedeva il consiglio Ecofin (il governo Berlusconi, ndr), sono passati sopra queste deviazioni. Credo sia stato un grosso errore". Non solo: ha ricordato che fu proprio lui, commissario a Bruxelles, a battersi perché la Commissione denunciasse il Consiglio dei ministri di fronte alla Corte di giustizia, e a ottenerlo.

La seconda occasione è stata la conferenza stampa di fine anno. Aprendo un dialogo con Tobias Piller, corrispondente a Roma della Frankfurter allgemeine Zeitung, il Premier ha fatto una piccola lezione sui tempi lunghi e corti in politica, biasimando l'incapacità tedesca di ritrovare la veduta lunga del passato.
Ci vuole coraggio per firmare le proprie parole, parlando-vero. Chi lo possiede non ha la vita facile, deve esser cauto se non vuol ricadere nel parlar-falso. Alcuni barcollano, tra chi sta accanto a Monti. Per esempio il potente ministro Passera (responsabile dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture, dei Trasporti). Nei giorni scorsi è inciampato malamente, su un caso rievocato dalla stampa: segno che la parresia latita nei partiti, ma un po' anche nel governo.

Il caso è la mancata vendita di Alitalia e il suo presunto salvataggio: è una delle grandi menzogne dell'era Berlusconi, e su questa pietra Passera ha incespicato. Criticato da Milena Gabanelli e Giovanna Boursier (Corriere della Sera, 30-12) ha replicato: "L'operazione Nuova Alitalia fu del tutto trasparente e rispettosa delle regole, comprese quelle della concorrenza. Con capitali privati si sono salvati almeno 15 mila posti di lavoro ed è stato drasticamente ridotto l'onere che lo Stato avrebbe dovuto sostenere se fosse avvenuto l'inevitabile fallimento dell'intera vecchia Alitalia".

Ricordare è forse difficile per Passera, ma Monti certo sa come andarono le cose. È vero che l'operazione Fenice salvò posti di lavoro e ridusse, per lo Stato, i costi di una bancarotta. Ma il fallimento non era affatto inevitabile. Il governo Prodi aveva stretto un accordo con Air France, che fu sabotato  -  complici i sindacati  -  dall'alleanza fra Berlusconi e l'odierno ministro dello Sviluppo (allora amministratore delegato di Banca Intesa). Formalmente è vero che furono rispettate le regole della concorrenza. Ma solo perché il governo Berlusconi modificò con un decreto ad hoc le norme antitrust relative alla tratta Milano-Roma, consentendo a Alitalia-Air One di ottenere il monopolio su tale rotta.

Le cifre parlano chiaro, e un governo che dice il vero non può occultarle. Il piano francese prevedeva 2.120 licenziamenti. Nuova Alitalia, assorbendo la fallimentare Air One di cui Banca Intesa era creditrice, ne licenziò 7.000. L'integrazione con Air France sarebbe stata ben più benefica: minori costi per lo Stato (per i contribuenti), minori costi per azionisti e obbligazionisti Alitalia, nessun cambiamento "in corsa" delle regole per favorire cordate italiane, inserimento di Alitalia in una promettente rete internazionale.

In tempi di crisi, la parola del parresiasta si accosta a quella profetica, o del saggio. I tempi s'allungano, il futuro lontano è incorporato come compito nel presente, la scadenza elettorale non è il cannello d'imbuto che inchioda i governanti alla veduta corta ma è un uscire all'aperto di cittadini bene informati.

Milena Gabanelli e Giovanna Boursier hanno chiesto a Passera di liberarsi dei suoi ingombri. Ma alla domanda viene da aggiungere: guardi al Presidente del Consiglio, signor Ministro, al suo linguaggio. Esca non solo dai conflitti d'interesse, ma dalle tante bugie dette ai cittadini: la bugia su Alitalia l'hanno pagata gli italiani, come contribuenti e lavoratori. La pòlis ha bisogno di verità, sugli sbagli di ieri. La pòlis ha bisogno di verità, sugli sbagli di ieri. Un ministro del governo Prodi parlò-vero, all'inizio del 2008, quando disse che avevano "ripreso sopravvento gli impulsi di autodistruzione presenti nella società italiana e nella classe politica", e criticò proprio l'offensiva pregiudiziale di Passera contro l'accordo Air France. Passera è un tecnico, non meno di Monti. Non basta esser tecnici per liberarci della malapolitica che ci ha portati nella fossa.
 

(04 gennaio 2012) © Riproduzione riservata

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Titolo: BARBARA SPINELLI - Come dare dignità al nostro futuro
Inserito da: Admin - Gennaio 11, 2012, 11:45:35 am
COMMENTO

Come dare dignità al nostro futuro

di BARBARA SPINELLI


DA QUANDO siamo rinchiusi come morti viventi nella recessione, è soprattutto sulle sciagure passate che riflettiamo, illuminati da economisti e raramente purtroppo da storici. È un rammemorare prezioso, perché delle depressioni di ieri apprendiamo i tempi lunghi, gli errori, gli esiti politici fatali, specie nella prima metà del secolo scorso. Anche sulle grandi riprese tuttavia conviene meditare: sulle rivoluzioni economiche che hanno aumentato e diffuso il benessere. In particolare, vale la pena ripensare la scintilla da cui partì la Rivoluzione industriale del XVIII secolo. È allora infatti che l'Europa comincia a crescere a raggiera, con impeto. Anche se costellata di iniziali fatiche, ingiustizie, ricordiamo quella rivoluzione come un'epoca d'oro, e forse proprio per questo l'evochiamo di rado. Dai tempi di Dante lo sappiamo: "Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria, e ciò sa 'l tuo dottore".

Il perché di quella scintilla, i fattori che la resero possibile, il nuovo vocabolario che ne scaturì, concernente in special modo la questione sociale: tutti questi elementi possono aiutarci a capire non solo la genesi di una crescita accelerata, ma a vedere nella crisi odierna una sfida, una trasformazione possibile. Se la ricchezza sta spostandosi dall'ovest all'est del mondo, se l'Occidente paga questo dislocamento con una Grande Contrazione (non solo del prodotto interno, anche di diritti accumulati negli anni del benessere)
vuol dire che siamo davanti a un incrocio simile dei sentieri.

Che urge in chi analizza il presente  -  i politici e anche gli economisti, intrappolati spesso nei loro modelli matematici  -  una prospettiva più lunga, un'attitudine a alzare l'occhio perché veda l'orizzonte, oltre che il proprio naso. La memoria storica e delle passioni umane sarà lievito di tanta impresa.

Chi voglia avventurarsi su questo sentiero apprenderà molte cose dall'ultimo libro di Deirdre McCloskey, storica ed economista all'Università dell'Illinois di Chicago (Bourgeois Dignity: Why Economics Can't Explain the Modern World, 2011). Come dice il titolo, la Rivoluzione Industriale  -  il Grande Fatto, lo chiama l'autrice  -  non è dovuta a fattori solo economici: le garanzie date ai diritti di proprietà, la scienza in espansione, la drastica riduzione dei costi dei trasporti, utile al commercio. I fattori tecnici sono cruciali, ma la scintilla decisiva non fu tecnica: fu una conversione di atteggiamenti verso le passioni della borghesia, e di due classi in prima linea, i commercianti e gli industriali delle manifatture. Fu perché venne loro data una dignità sociale mai posseduta, che la produzione industriale ricevette quella formidabile spinta. La rivoluzione francese aveva fatto della borghesia un protagonista politico, non ancora morale.

La ricchezza non era più un imbarazzo per il commerciante e l'industriale  -  l'Olanda del '600 fu precursore, basta vedere i dipinti del suo Secolo d'oro  -  e conquistarsela con le proprie mani cessò di essere un'attività non onorata. La rivoluzione della dignità borghese comincia in Nord Europa (McCloskey parla di "rendimento della dignità", dignity return), e quest'onore reso a manifatturieri e bottegai spinse a produrre e scommettere sul futuro. Se parliamo di rivoluzione, è perché in concomitanza declina  -  fino a svanire  -  il rendimento economico di classi non borghesi (le corporazioni di allora) che fin qui erano le sole a essere nobilitate moralmente: i guerrieri, gli aristocratici che vivevano di rendita, il clero.

Il problema, oggi, è sapere quali siano le classi, le attività, le passioni che devono ottenere dignità, affinché un nuovo Grande Fatto possa non solo prodursi ma radicarsi, contando sugli espedienti tecnici ma anche (come faceva Adam Smith) sullo studio delle passioni morali. Porsi questa domanda significa non solo dare spazio e voce a persone e occupazioni non sufficientemente onorate, ma decidere quale crescita vogliamo, diversa da quella iniziata con la Rivoluzione Industriale.

All'Europa, conviene investire nel suo nuovo e nel suo futuro, non in industrie migranti verso Asia o Sud America. L'industria dell'auto probabilmente tramonterà, da noi. Si parla in proposito di crescita sostenibile, ma questo sostenibile va raccontato, spiegato: se "lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni" (Rapporto Brundtland, 1987, Commissione Mondiale sull'Ambiente e lo Sviluppo) l'Unione deve scegliere produzioni che domani saranno d'avanguardia: energie alternative, trasporti cittadini comuni più che individuali, conoscenza, e in genere quello che viene detto "capitale umano" e più semplicemente possiamo chiamare persona umana. Deve investire prioritariamente su istruzione, ricerca, cultura, convivialità cittadina.

Per una svolta così importante, gli Stati europei non bastano: sono i superstiti stanchi della vecchia rivoluzione. Troppo enorme è lo sforzo che stanno facendo per mettere a posto i propri conti, e neanche sanno bene se servirà. Il nuovo Grande Fatto, solo l'Unione può generarlo, e per questo il dogma tedesco che predilige la "casa (nazionale) in ordine" ha un respiro così corto. Ma per riuscire, l'Europa va rivoluzionata. Per investire nel nuovo ha bisogno di poter spendere, dunque di un bilancio più forte. Per contare deve saper decidere senza che il liberum veto di Stati fatiscenti la blocchi.

Quali sono oggi le persone e le classi cui va restituita dignità, e una cittadinanza vera? Gli immigrati, senza i quali finanziare il Welfare è impossibile. I precari, che non riescono a mettere a frutto l'istruzione ricevuta e tribolano come apolidi in patria. I professori e ricercatori, che erano una classe nobile nell'800 (non dimentichiamo che in Francia, dopo la scuola obbligatoria e la separazione Stato-Chiesa, Charles Péguy li chiamò gli ussari neri della Repubblica) e sono oggi poco stimati, vessati, demotivati.

In sostanza, è al futuro che occorre dare dignità, preparandolo ora. Lo stesso dramma dei debiti sovrani muta di natura, in quest'ottica. In un saggio uscito sul suo blog, un giovane studioso di bolle finanziarie dell'università di Michigan, Noah Smith, ragiona così: il debito di uno Stato, di per sé non malvagio, lo diventa se lo scarichiamo sulle generazioni future per poter consumare adesso quel che desideriamo (http://noahpinionblog.blogspot.com). Quel che Smith propone è di grande interesse: "Nel mondo reale (non nei modelli matematici) la questione essenziale non è il debito, ma la scelta fra due ordini temporali (intertemporal choice). Importante non è quanto debito accumuliamo, ma se vogliamo spostare il consumo dal futuro al presente, anziché (come dovremmo, potremmo) dal presente al futuro".

Tutto dipende da come spendono i governi, e dagli investimenti che possibilmente insieme, in Europa, privilegeranno: spenderanno per consumare più oggi, o più domani? Lasciare che i consumi si spostino dal futuro al presente (dunque pesare sulle generazioni a venire) significa ridurre gli investimenti e consumare oggi. È il percorso contrario che va imboccato: investendo sulle produzioni utili nel futuro, consumabili in modi nuovi da figli e nipoti.

Anche questa è rivoluzione della dignità. È onorare chi viene, e non ha ancora voce né rappresentanza. È meno remunerativo nell'immediato, non porta voti ai partiti che vivono solo per il breve termine (cioè per i mercati) e ignorano il nuovo spazio pubblico che è l'Europa; ma nel lungo periodo apre speranze. È giudicare quello che abbiamo e facciamo  -  terra, clima, politica  -  alla luce delle parole di Alce Nero, il capo Sioux: "La terra non l'ereditiamo dai nostri padri, ma l'abbiamo in prestito dai nostri figli".

(11 gennaio 2012) © Riproduzione riservata

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Titolo: BARBARA SPINELLI - La linea d'ombra del comando
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2012, 10:19:11 am
IL COMMENTO

La linea d'ombra del comando

di BARBARA SPINELLI

CI VIENE spesso dalle esperienze di mare, perché il mare ha baratri imprevisti e quindi ferree leggi, la sapienza del comando. Quest'arte ruvida, che in democrazia è sempre guardata con un po' di diffidenza, quasi fosse arte legale ma non del tutto legittima. C'è diffidenza perché l'immaginario democratico è colmo di miraggi: là dove governa il popolo ognuno è idealmente padrone di sé, e fantastica di poter fare a meno del comando. Nella migliore delle ipotesi parliamo di responsabilità, che del comando è la logica conseguenza, in qualche modo l'ornamento. Ma la responsabilità è obbligo di ciascuno, governanti e governati. Il comandoha un ingrediente in più, un occhio in più: indispensabile. Ancora una volta dal mare, dunque, ci giunge in questi giorni un esempio di cosa sia questo mestiere che impaura ed è al contempo profondamente anelato: il mestiere di guidare gli uomini nelle situazioni-limite, quando tutto, salvezza o disastro, dipende da chi è al comando, sempre che qualcuno ci sia. L'esempio lo conosciamo ormai: ce l'ha dato Gregorio De Falco, capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno. Nella notte del 13 gennaio fu lui a intimare, al comandante Schettino, di tornare subito a bordo anziché cincischiare frasi sull'inaudita trasgressione appena commessa: l'abbandono del posto di comando sulla nave, prima del salvataggio di passeggeri e equipaggio. Un peccato imperdonabile in mare.

Difficile dimenticare il tono di quell'ingiunzione a rispettare le regole: incaponito, incorruttibile. Una voce analoga s'era udita a Capodanno, inattesa, quando le Guardie di finanza diedero la caccia agli evasori fiscali di Cortina, ricordando che la legge non solo esiste ma può essere applicata, per castigare chi vitupera lo Stato esattore e al tempo stesso ne profitta - le parole sono di Mario Monti - "mettendo le mani nelle tasche degli italiani onesti, che pagano le tasse". È come se da tempi immemorabili non avessimo ascoltato voci simili. Come se la chiamata che intima, stronca imperiosamente egoismi, tergiversazioni, fosse la cosa che più ci manca. Manca d'altronde non solo da noi ma anche fuori, in Europa, dove un marasma senza precedenti incancrenisce perché è assente, ai vertici dell'Unione, l'occhio in più che dia l'ordine di trasformare il coordinamento dei singoli soccorsi in salvataggio di tutti.

Ma in Italia la questione è incandescente, perché sono in tanti a reagire alla nuova severità dello Stato con la fuga o lo scompiglio. Non che sia mancata, per anni, la voce dei padroni. Ma non era intimazione, la loro: era intimidazione, al tempo stesso strillata e sterile. Abbiamo udito l'urlo di chi s'indigna e l'urlo di chi dall'alto dei propri scranni insulta, lancia ukase, grida menzogne per difendere gli interessi propri o dei propri clan. Per oltre un decennio abbiamo vissuto in mezzo a indistinte cacofonie: e vediamo in questi giorni, con le rivolte antistataliste che straripano, la potenza accumulata dalla cultura dell'urlo. L'intimazione stentorea di autorità emblematiche come il comandante di Livorno o le Guardie di finanza è di natura differente, ci sorprende come ladro di notte, come bisturi che ricuce ma resta pur sempre lama che offende. Abbiamo visto in de Falco un eroe ma non è un eroe. Il suo modo d'essere dovrebbe essere la normalità: è contro un muro di norme indiscusse che dovrebbero sbattere i battelli ebbri senza comando né legge che metaforicamente ci rappresentano. Che impazzano addosso alle coste per fare inchini a amici complici in irresponsabilità, e impunemente s'avvolgono nella propria incuria come in un manto.

Chi ha letto Joseph Conrad sa le grandezze e i segreti fardelli del comando. Quasi tutti i suoi romanzi ruotano attorno a questa vocazione, che mette alla prova e decide chi sei, se vali oppure no. Anche qui, niente di eroico. Ecco il protagonista di Tifone: "Il capitano MacWhirr, del piroscafo Nan-Shan, aveva, per quanto concerne l'aspetto esteriore, una fisionomia che rispecchiava fedelmente l'animo suo: non presentava alcuna distinta caratteristica di fermezza o di stupidità; non aveva caratteristiche pronunciate d'alcun tipo; era soltanto comune, insensibile e imperturbabile".

Il comando non è solo imperio della legge, rule of law. C'è un elemento aggiuntivo, che nasce dal carisma (la gravitas degli antichi latini) che il comandante possiede o non possiede. In democrazia è dura arte anche per questo, perché la gravitas ha qualcosa di aristocratico, di insensibile: la schiviamo, se possibile. Invece ce n'è bisogno, perché sempre possiamo incrociare una crisi, un'emergenza, ed è qui che servono le forze congiunte del comando, dell'imperio della legge e del carisma. Torniamo ancora a Conrad, quando narra la nostra Linea d'ombra: d'un colpo scorgiamo innanzi a noi "una linea d'ombra che ci avverte che la regione della prima giovinezza, anch'essa, la dobbiamo lasciare addietro". Il protagonista del racconto affronta a quel punto la massima prova esistenziale: l'esercizio del comando. Alcuni soccombono: è il caso di Lord Jim, che tutta la vita pagherà il prezzo - in dolore, rimpianto, vita d'angoscia - del peccato originale commesso quando abbandonò la nave. La linea d'ombra, in Italia, è come se non la scorgessimo mai. C'è qualcosa di ostinatamente minorenne, nel nostro rapporto con l'autorità, la legge, lo Stato.

Stentiamo a capire una cosa, dell'ordine dato in nome del bene pubblico: il comando è quello che ci protegge dall'esplosione dell'urlo scomposto, dal caos propizio allo Stato d'eccezione. Fu con l'urlo che Hitler s'affacciò al mondo: la democrazia di Weimar non era stata capace di comando. Kurt Tucholsky, scrittore veggente, descrisse fin dal '31 quel che nel futuro dittatore più spaventava: "Non l'uomo in sé, che non esiste. Ma il rumore, che egli scatena". Stentiamo a capire soprattutto in Italia, perché siamo da poco una nazione e ogni comune, ogni corporazione, usa urlare più che dirigere. Fellini descrisse questa cacofonia anarcoide - era il '79, dilagava il terrorismo - nell'apologo Prova d'Orchestra. Il tema cruciale era il comando: in che condizioni è esercitato, come degenera in urlo, e perché degenera.

L'Italia benpensante accolse il film con enorme diffidenza, sospettò nell'autore buie propensioni fascistoidi. Fellini le aveva messo davanti uno specchio, perché contemplasse i suoi vizi, e gli italiani voltarono la faccia sdegnati. Il film non perse mai da noi un odore di zolfo che altrove non ebbe. "Tutto è prova d'orchestra", disse il regista. E sulla pellicola capimmo perché la prova falliva: ogni violinista, flautista, clarinettista, pensava agli affari suoi, alcuni addirittura erano armati e ciascuno aveva a fianco un sindacalista tutore.

Qualcosa di simile accade a Monti, assalito da proteste quando si sforza di ammansire l'ego di corporazioni, lobby, clan semimafiosi (le grandi mafie suppongo siano in attesa: non ancora toccate, fanno quadrato attorno ai propri referenti, ne cercano di nuovi, sfruttano alla meglio i malcontenti di chi si sente ferito dal bisturi). Nonostante questo clima di sbandamento il Premier resta popolare, nell'Italia smarrita e infine conscia della crisi. Lo aiutano le virtù del comando: la gravitas, il rispetto meticoloso delle istituzioni, l'autorevolezza che accresce l'autorità dandole sostanza. Lo aiuta la vocazione a tenere i conti, e a chieder conto. Non dimentichiamo la fine del film di Fellini: il direttore d'orchestra che non ha saputo comandare esplode in urla scomposte, mescolando vocaboli italiani e parole d'ordine naziste. "Estrema pazienza e estrema cura", questo il comando secondo Conrad: oltrepassata la linea d'ombra, sempre possiamo mancare la prova, sottrarci al dovere di portare la nave sana e salva in porto. Ecco perché la via di Monti è così stretta.

(25 gennaio 2012) © Riproduzione riservata
da - http://www.repubblica.it/politica/2012/01/25/news/arte_comando-28714548/?ref=HREC1-6


Titolo: BARBARA SPINELLI - Perché i vecchi ci fanno paura
Inserito da: Admin - Febbraio 06, 2012, 08:50:28 am
Perché i vecchi ci fanno paura

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 1 febbraio 2012

Le ultime statistiche Istat sull'invecchiamento degli italiani erano prevedibili, ma vale la pena soffermarsi su di esse e pensarle sino in fondo. Non di rado i numeri sono una gabbia, e non è vero che "parlano da soli": siamo noi a farli parlare. Nel 2030, dicono, i vecchi saranno il doppio dei bambini. Non molto diverse sono le statistiche sugli immigrati: loro aumenteranno, gli italiani diminuiranno.

Tutto questo accadrà non in un domani lontano, ma fra poco. Sarà una crisi di civiltà, annunciano i giornali: una mutazione antropologica che non avremo voluto, ma che dovremo patire e chissà come ne usciremo. La mutazione fin d'ora la viviamo come disagio della civiltà, ma non a causa di questi numeri: a causa delle parole che usiamo per interpretarli, commentarli. Sono parole che salgono in noi come una nebbia, e tutte sono intrise di spavento, smarrimento: come fossimo una civiltà in preda a incursioni selvagge.

Nell'ultimo ventennio si è parlato dell'imbarbarimento dei nostri costumi, ma forse la barbarie l'abbiamo dentro. Forse i barbari siamo noi, a meno di non preparare il futuro con maggiore cura delle parole, innanzitutto, e con politiche di prudenza e giustizia che non si facciano irretire da cifre, da percentuali, dalle insidie che sempre son racchiuse nelle statistiche, specie demografiche. A meno di non fronteggiare e guardare in modo diverso la crisi, l'economia di scarsità che impone, e come ci siamo arrivati.

Ancora una volta tendiamo a pensare la crisi in maniera rivoluzionaria, concentrando forze e sguardi su uno soltanto dei nodi da sciogliere: una razza, una classe, un'età da tutelare a scapito di altre (ci aiuta nella disumanizzazione semplificatrice la parola "fascia": non siamo persone, ma strati).

Le rivoluzioni sono state più volte questo, e spesso son seguite dal Terrore. Conservatrici o progressiste, hanno sete di capri espiatori. La categoria su cui s'addensa oggi l'attenzione di governi e economisti è quella dei giovani, non c'è discorso o proclama che non evochi la loro condizione di sacrificati sull'altare d'un paese che invecchiando si disfa. I politici ne hanno la bocca piena, e non stupisce perché l'ingiustizia davvero va raddrizzata.

Ma non dimentichiamo che Stalin e Hitler inneggiavano ai giovani, e alla panacea del muscolo, dello sport. Kundera lo ricorda con maestria quando descrive la "lirica totalitaria della giovinezza", che diventa culto. Concentrarsi esclusivamente sui giovani vuol dire dare all'esistenza umana una sola identità e un solo tempo, non vedere in essa una collana fatta di molte fluide identità, tempi di vita, e nodi.

Forse è venuto il momento di ricostruire il tragitto che ci ha condotti a parlare in un certo modo, da decenni, dei vecchi che ci stanno accanto: di capire come mai, quasi senza accorgercene, adottiamo nei loro confronti gli stessi vocaboli usati - in Italia con speciale disinvoltura - per gli immigrati, cittadini europei compresi. Da tempo siamo come ammaliati dal loro numero che sale: la loro longevità ci sbigottisce, assume le fattezze di biblica piaga.

Accade di frequente, quando cominciamo a diffidare di una popolazione e la mente s'abitua a segregarla. In genere ricorriamo a metafore marine: i grandi vecchi in sovrannumero irromperanno come un'ondata, ci sommergeranno. A ottant'anni hanno davanti a sé più anni di vita? Dalle penne, inavvertitamente, escono strani aggettivi: "macabre" sono le statistiche che ne danno notizia. E usurpatrici le attività remunerate che tolgono ai giovani (anche questo è un argomento mutuato dall'eloquio leghista o del Fronte nazionale francese sugli immigrati). Accorta, il ministro Fornero dice: "Il lavoro non è una quantità fissa. È qualcosa che può crescere, può esser distribuito meglio". Si potrebbe dire anche degli anni di vita, del complesso corpo d'una società.

Forse è qui il maleficio di un invecchiare che intimidito si nasconde, si rifugia in svariati trucchi pur di fermare il tempo. Finché l'anziano appare giovane c'è salvezza. Meglio: finché è cliente, consumatore. L'unico modo di non veder spezzata l'appartenenza alla comunità è di non sottrarsi alle esigenze del mercato: d'impersonare un'inalterata domanda, correlata all'offerta.

Ogni volta che annunciamo che l'Italia sarà (è già) un paese di vecchi, manipoliamo il tempo, lo congeliamo, e questa è la vera crisi di civiltà, che imputiamo all'invasore esterno e poi automaticamente a paria interni, non dissimili dalle caste indiane: gli oppressi dovettero attendere Gandhi per sapersi cittadini. Paria in sanscrito significa spezzare. La collana si spezza a causa dello straniero, dell'immigrante nato in Italia, del malato, del povero. Infine dei grandi vecchi.

Se non corriamo ai ripari - Croce direbbe: "se non invigilo me stesso, e procuro di correggermi" - non potremo scansare la minaccia: a forza di considerare gli anziani un flagello, verrà il tempo (magari già inizia) in cui converrà sbarazzarsene. Costano troppo alla comunità, con tutti i farmaci che prendono, gli arnesi di cui necessitano. E chi pagherà se i giovani continuano a vivere vite precarie, impossibilitati anche numericamente a versar contributi per la spesa sanitaria di cui l'alta vecchiaia abbisogna?

A ciò s'aggiunga che questo avviene in un'epoca storica che disdegna lo Stato. Lo vuole smilzo, non esattore, inclusivo sì ma molto selettivo: quasi non avesse insegnato nulla la crisi del mercato senza briglie, incapace di invigilare spontaneamente se stesso, esplosa nel 2007. Per questo è ingiusto e anche miope, il no di Beppe Grillo alla cittadinanza per gli immigrati nati in Italia: affermare che il problema oggi è altro - per esempio, arrivare alla fine del mese - è pensare il brevissimo termine, non vedere lo spezzarsi dell'intera collana di civiltà, considerarla una "quantità fissa", fatalmente scarsa.

È scabroso parlare di queste cose, perché le utopie maltusiane - i freni brutali all'aumento di popolazione in assenza di guerre, carestie, epidemie - rischiano di realizzarsi. Descriverle è già un po' accettarle. Chi ha letto il racconto di Buzzati sull'eliminazione dei vecchi, nel Viaggio agli inferni del secolo (1966) ricorderà il malessere che procura: l'immaginaria città parallela - una sotterranea seconda Milano - può pian piano inverarsi, se non mutiamo le parole e gli atti che ne scaturiscono. Nella città nascosta (vi si accede varcando una porticina "che apre all'inferno"), ogni primavera si celebra un rito eccentrico, agghiacciante, detto "grande festa della pulizia".

La festa si chiama Entrümpelung, che in tedesco è repulisti generale di roba vecchia. Nel giorno della Entrümpelung "le famiglie hanno il diritto anzi il dovere di eliminare i pesi inutili. Perciò i vecchi vengono sbattuti fuori con le immondizie e i ferrivecchi". Nei mucchi d'immondezza, accanto a lampade passate di moda, antichi sci, vasi slabbrati, libri che nessuno ha letto, stinte bandiere nazionali, pitali, sacchi di patate marce, segatura, ci sono sacchi che ancora si muovono un poco, "per interni svogliati contorcimenti".

Contengono i vecchi. Un'abitante della città parallela dice: "Cosa vuole che sia? Uno di quelli. Un vecchio. Era ora, no?" Erculei inservienti comunali gettano la gentile zia Tussi dalla finestra. I nipoti non fiatano. Difficile non pensare al vecchio ebreo in sedia a rotelle scaraventato giù sul selciato, nel Pianista di Polanski.

La prima reazione è di dire: "Da noi non così!" (sono le parole di Gesù sui potenti del tempo). Ne siamo davvero sicuri? I numeri, quando ci figuriamo che parlino da soli togliendoci responsabilità, possono essere una maledizione. Rilke lo sapeva bene quando ingiungeva: "Alle risorse esauste, alle altre informi e mute della piena natura, alle somme indicibili, te stesso aggiungi, nel giubilo, e annienta il numero".

(1 febbraio 2012)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/perche-i-vecchi-ci-fanno-paura/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Un piano Marshall intra-europeo
Inserito da: Admin - Febbraio 21, 2012, 12:23:55 pm
Un piano Marshall intra-europeo

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 15 febbraio 2012

Sembrano passati cinquant'anni e invece ne sono passati solo cinque, da quando i capi d'Europa, riuniti a Berlino per commemorare i Trattati di Roma, firmarono una dichiarazione in cui è scritto che «noi, cittadini dell'Unione siamo, per la nostra felicità, uniti».
E ancora: «L'unificazione europea ci ha permesso di raggiungere pace e benessere... È stata fondamento di condivisione e superamento di contrasti... Aspiriamo al benessere e alla sicurezza, alla tolleranza e alla partecipazione, alla giustizia e alla solidarietà... L'Unione si fonda sulla parità, sull'unione solidale... sul giusto equilibrio di interessi tra Stati membri».

Era bello, pensare positivo e non prevedere nulla. È la stoffa di cui è fatta la crisi odierna. Ben altro campeggia davanti ai nostri occhi, con Atene che s'incendia e precipita nella punizione dell'impoverimento: non la felicità ma il sospetto reciproco, il bruto squilibrio d'interessi, l'intolleranza che dilaga in Italia, Ungheria, Danimarca, Olanda. E in Grecia non la pace ma la guerra civile, che non turba L'Europa ma è pur sempre ritorno della guerra, dei suoi vocabolari minatori. Nel difendere un'ennesima contrazione dei redditi, il premier Papademos ha brandito l'arma della paura, non della speranza: «Una bancarotta disordinata provocherebbe caos e esplosioni sociali. Lo Stato sarebbe incapace di pagare salari, pensioni, ospedali, scuole. L'importazione di beni basilari come medicine, petrolio, macchinari sarebbe problematica». Parafrasando Joyce: ecco Europa, un incubo dal quale non sappiamo svegliarci.

Potrebbero andare in altro modo le cose, se i responsabili europei riconoscessero che il male non è l'inadempienza ellenica. Se capissero, come scrive l'economista greco Yanis Varoufakis, che malata è l'eurozona, con o senza Atene. Certo Atene è stata «un paziente recalcitrante»: ma è stata usata per velare il vizio d'origine, che è il modo in cui l'eurozona «ha aggravato gli squilibri, non ha assorbito il collasso finanziario del 2008».

In Grecia e altrove la Germania è descritta come cerbero, istupidito dai propri trionfi: quasi avesse dimenticato la disastrosa politica di riparazione che le inflissero i vincitori dopo il '14-18. La sofferenza sociale dei tedeschi fu tale, che s'aggrapparono a Hitler. C'è del vero in quest'analisi – difesa nel '19 da Keynes – ma le menti tedesche sono più complesse e incorporano anche il ricordo del '45.
Il '45 seppellì l'era delle punizioni e aprì quella della fiducia, della cooperazione, creando Bretton Woods e l'Europa unita.

Angela Merkel deve essersi accorta che qualcosa sta andando molto storto se il 7 febbraio, in un incontro con gli studenti, ha confessato, in sostanza, che senza rifare l'Europa via d'uscita non c'è e il tesoro di fiducia svanisce. Non ha menzionato gli Stati uniti d'Europa, ma il suo progetto ha gli elementi tutti di una Federazione. L'Unione – ha detto – deve cambiar pelle. Gli Stati per primi dovranno farlo, e decidersi a un abbandono ben più vasto di sovranità: anche se per ciascuno, Berlino compresa, la scelta è «molto difficile». Così come difficili, ma non più rinviabili, sono l'abolizione del diritto di veto e l'estensione del voto a maggioranza. La Commissione di Bruxelles dovrà trasformarsi in autentico governo, con i nuovi poteri delegati, e «rispondere a un forte Parlamento europeo».

Ridimensionato, il Consiglio dei ministri sarebbe «una seconda Camera legislativa» – simile al Senato americano – e massima autorità diverrebbe la Corte di giustizia: «Vivremo meglio insieme se saremo pronti a trasferire le nostre competenze, per gradi, all'Europa». Che altro si prospetta, se non quegli Stati Uniti che Monti aveva escluso, nell'intervista alla Welt dell'11 gennaio? E come parlare di una Germania despota d'Europa, se vuol abbandonare le prevaricazioni del liberum veto?

Non solo. Senza esplicitamente nominarlo, il Cancelliere ha ricordato che Kohl vide subito i pericoli di una moneta senza Stato: «Oggi tocca creare l'unione politica che non fu fatta quando venne introdotto l'euro», senza curarsi delle «molte dispute» che torneranno a galla. Ci sono dispute più istruttive delle favole sulla felicità, perché non menzognere. Kohl, allora, chiese l'unione politica e la difesa comune: Mitterrand rispose no.

Può darsi che la Merkel parli al vento, un po' per volubilità un po' perché tutti tacciono. Comunque l'ostacolo oggi non è Berlino. Come ai tempi di Maastricht, chi blocca è la Francia, di destra e sinistra. È accaduto tante volte: nel '54 per la Comunità di difesa, nel 2005 per la Costituzione Ue. Tanto più essenziale sarà l'appoggio di Monti a questo timido, ma cocciuto ritorno del federalismo tedesco.

Creare un'Europa davvero sovranazionale non è un diversivo istituzionale. Già Monnet diceva che le istituzioni, più durevoli dei governi, sono indispensabili all'azione. Oggi lo sono più che mai, perché solo prevalendo sui veti nazionali l'Europa potrà fare quel che Berlino ancora respinge: affiancare alla cultura della stabilità, che pure è prezioso insegnamento tedesco, una sorta di piano Marshall intra-europeo, incentrato sulla crescita. Il patimento greco lo esige.

Ma lo esige ciascuno di noi, assieme ai greci. La loro sciagura infatti non è solo l'indisciplina: è un accanimento terapeutico che diventa unica strategia europea, indifferente all'ira e alle speranze dei popoli. I dati ellenici, terribili, sono così riassunti da Philomila Tsoukala, di origine greca, professore a Washington: l'aggiustamento fiscale è già avvenuto (6 punti di Pil in meno di un anno, in piena recessione). Salari e pensioni sono già ai minimi, e le entrate aumentano ma colpendo i salariati, non gli evasori. Centinaia di migliaia di piccole imprese sono naufragate, la disoccupazione giovanile è salita al 48%, una persona su tre è a rischio di povertà. I senzatetto sono 20.000 nel centro di Atene. «La pauperizzazione delle classi medie è tale, che aumenta il numero di chi non teme più il default, non avendo nulla da perdere». A ciò si aggiungano losche pressioni esercitate ultimamente su Atene, perché in cambio di aiuto comprasse armi tedesche e francesi. È vero, la sovranità è oggi fittizia. Ma non può risolversi nel ricatto dei forti, e nell'umiliazione dei declassati.

È il motivo per cui l'Europa deve farsi, con istituzioni rinnovate, promotrice di crescita. E ai cittadini va detta la verità: se siamo immersi in una guerra del debito (in Europa, Usa, Giappone) è perché i paesi in ascesa (Asia, America Latina) non sopportano più un Occidente che domina il mondo indebitandosi. Alla loro sfida urge rispondere con conti in ordine, ma anche con uno sviluppo diverso, senza il quale la concorrenza asiatica ci schiaccerà. È lo sviluppo cui pensava Jacques Delors, con il suo Piano del '93. Napolitano l'ha riproposto, venerdì a Helsinki: «Abbiamo bisogno di decisioni e iniziative comuni per la produttività e la competitività».

L'Europa può farlo, se oltre agli eurobond introdurrà una tassa sull'energia che emette biossido di carbonio (carbon tax), una tassa sulle transazioni finanziarie, un'Iva europea: purché i proventi vadano all'Unione, non agli Stati. È stato calcolato che i nuovi investimenti comuni – in energie alternative, ricerca, educazione, trasporti – genererebbero milioni di occupati e risparmi formidabili di spesa.

Divenire Stati Uniti d'Europa significa non copiare l'America, ma imparare da essa. Lo ricorda l'economista Marco Leonardi sul sito La Voce: subito dopo la guerre di indipendenza, e prima di avere una sola Banca centrale e un'unica moneta, il ministro del Tesoro Alexander Hamilton prese la decisione cruciale: l'assunzione dei debiti dei singoli stati da parte del governo nazionale.

Di un Hamilton ha bisogno l'Europa, che sommi più persone spavalde. Il loro contributo può essere grande e l'impresa vale la pena: perché solo nella pena riconosciamo l'inconsistenza, i costi, la catastrofe delle finte sovranità nazionali.

(15 febbraio 2012)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/un-piano-marshall-intra-europeo/


Titolo: BARBARA SPINELLI - La tentazione del muro
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2012, 11:47:32 am
IL COMMENTO

La tentazione del muro

di BARBARA SPINELLI

CON MOLTA, troppa facilità ci stiamo abituando a dire che la bancarotta greca non sarebbe poi la catastrofe paventata da anni. Il male, incurabile, basterebbe allontanarlo, asportando Atene dall'Eurozona come si fa con un'appendicectomia. Quel che conta è evitare il contagio, e non a caso il Fondo salva Stati si chiama d'un tratto Firewall, muro parafuoco che serve a proteggere i sistemi informatici dalle intrusioni: che salverà chi è ancora dentro (l'Italia, per esempio) da chi, nell'ignominia, sta cadendo fuori.

Come la linea Maginot che i francesi eressero per proteggersi dagli assalti tedeschi negli anni '20-'30, Firewall evoca gli universi chiusi della clinica e della guerra: il miraggio d'un muro inviolabile rassicura, anche se sappiamo bene come finì il fortilizio francese. Cadde d'un colpo. Lo storico Marc Bloch parlò di strana disfatta perché il tracollo era avvenuto negli animi, prima che lungo la Maginot: "nelle retroguardie della società civile e politica", prima che al fronte.
In realtà nessuno ci crede, al chimerico Firewall che abita le fantasie e fiacca la ragione. Altrimenti l'Unione non avrebbe deciso, ieri, un ennesimo importante prestito alla Grecia. Altrimenti non ci sarebbe chi pensa, allarmato, a una nuova architettura dell'Unione: più federale, dotata di un governo europeo cui gli Stati delegheranno sovranità crescenti. Ci stanno pensando Berlino e forse Roma, anche se Monti ha appena firmato una lettera
con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unico. Così le cose procedono lente, e il problema cruciale (le risorse di cui disporrà l'Unione, per un possente piano di investimenti) nessuno l'affronta. In parte la lentezza è dovuta a corti calcoli prudenziali: ogni leader ha le sue elezioni. In parte si vuol vedere l'esito del dramma ellenico, e qui comincia la parte più torbida della storia europea che si sta facendo.

Ci sono momenti in cui sembra che i governi forti aspettino la bancarotta greca, per costruire l'Unione che dicono di volere. È la tesi dell'economista Usa Kenneth Rogoff, intervistato da Spiegel: una volta espulsa Atene, gli Stati Uniti d'Europa si faranno prima del previsto, grazie alla crisi. C'è, nell'aria, odore di capri espiatori. Ma è proprio vero che l'autodafé della Grecia genererebbe la nuova Unione? E quale Europa nascerebbe, se svanirà la pressione della crisi greca? Per ora, una cosa pare certa: Atene è in tumulto, e a forza di piani a breve termine mina l'eurozona e l'idea stessa di un'Europa solidale nelle sciagure. Difficile che quest'ultima si costituisca in federazione, se il primo atto consisterà nel gettare a mare i Paesi che non ce la fanno. L'operazione Firewall non è indolore per la Grecia, ma neppure per l'Europa.

È quello che hanno scritto sull'Economist Mario Blejer e Guillermo Ortiz, ex banchieri centrali dell'Argentina e del Messico, in un appello in cui si ricorda agli europei il costo della bancarotta di Buenos Aires nel 2002, e la diversità tra quel fallimento e quello temuto in Grecia. L'Argentina conobbe in effetti sei anni di crescita dopo la svalutazione del peso e lo sganciamento dal dollaro, ma nel mondo non c'era la recessione odierna, il risanamento fu distribuito lungo una decina d'anni, e il peso esisteva ancora. Invece la dracma non c'è più, e ricrearla sarebbe un salasso terribile (i debiti greci sono in euro: come ripagarli con dracme svalutate?). Infine, aggiungono i banchieri centrali, s'è persa memoria della veduta breve del Fondo Monetario, e di un tracollo che fu "straziante" per gli argentini. La loro bancarotta era obbligata mentre non lo è per la Grecia, che è pur sempre nell'Unione: "Chi propone l'uscita di Atene dall'eurozona sottovaluta le conseguenze devastanti che avrebbe. L'esperienza argentina dovrebbe servire non come esempio, ma come deterrente contro ogni idea di fuoriuscita".

Un avvertimento simile viene in questi giorni da Lorenzo Bini Smaghi. Sul sito del Financial Times, il 16 febbraio, l'ex membro dell'esecutivo Bce fa capire, senza dirlo chiaramente, che così come l'Europa oggi è fatta, così come fa sgocciolare le sue imperfette misure, il male non sarà curato. Esiziale, comunque, è la falsa sicurezza che si ostenta di fronte a un possibile fallimento, simile a quella esibita ottusamente nel 2008 quando fallì la società Lehman Brothers: "Il contagio finanziario opera in modi inaspettati, specie dopo gravi traumi come il fallimento d'una grande istituzione finanziaria o d'un Paese".

Il trauma colpirebbe la Grecia, ma anche le istituzioni europee: esse dimostrerebbero infatti una strutturale "incapacità di risolvere i problemi". Di qui la convinzione che il modello Fondo Monetario sia migliore: la sua assistenza è egualmente condizionale, ma almeno è prevedibile e prolungata. Non così l'Europa, che tiene Atene sotto la minaccia di continuo fallimento: una minaccia che "sfinisce il sostegno politico di cui (la disciplina richiesta) ha bisogno, e alimenta l'instabilità sui mercati finanziari". Forse è tardi per cambiar metodo, ma "se si vuol evitare un disastro non è mai troppo tardi".

Il piano europeo non può essere solo tecnico, mi dice Bini Smaghi: "Cosa succederà della Grecia se c'è un default? Una crisi sociale e politica nel cuore dell'Europa, con la democrazia di quel Paese a rischio. Il fallimento non sarebbe solo tecnico ma anche politico, perché se c'è la povertà e un regime autoritario il fallimento dell'Europa diventerebbe ovvio. Quale modello potrebbe rappresentare l'Europa agli occhi del mondo se uno dei suoi membri torna indietro nella storia?".
Ma com'è fatta esattamente l'Europa, per stare così male? È l'economia che vacilla, o sono malate le sue classi politiche, la sua cultura? Tutte e tre le cose in realtà barcollano, e l'Europa che uscirà da questa prova sarà forte o degenererà a seconda del modo in cui i tre mali insieme - economia, cultura, politica - saranno curati.

Culturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant'anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni '20-'30, più che la ripresa cosmopolitica del '45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività. Le prime pagine dei giornali greci, da mesi, dipingono i governanti tedeschi come nazisti. Intanto Atene riesuma le riparazioni belliche che Berlino deve ancora pagare all'Europa occupata da Hitler. Dimenticata è la tappa del '45, quando si ridiede fiducia alla nazione tedesca e ci si accinse a unire l'Europa. Quella fiducia aveva un preciso significato, anche finanziario: la Germania non doveva più risarcire nella sua totalità le distruzioni naziste. La politica delle riparazioni, che era stata la sua maledizione nel primo dopoguerra e l'aveva gettata nella dittatura, non doveva più esistere (Israele costituì un caso a parte).

Proprio questo si rimette in discussione, ed è la ragione per cui assistiamo a un formidabile arretramento. Quel che si fece nel '45 verso la Germania, per motivi strategici e perché era mutata la cultura politica, non si è in grado di farlo con la Grecia. Gli errori commessi da Atene non sono crimini, e tuttavia urge espiare oltre che pagare. Son guardate con fastidio perfino le sue elezioni. La politica di riparazioni che le si infligge è feroce, crea ira, risentimento. E questo perché? Evidentemente non si vedono motivi strategici perché la Grecia resti in Europa: manca ogni visione del mondo, e la cultura non è più quella del '45-'50.

La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l'Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre? La scelta di un Presidente come Joachim Gauck, in Germania, è una buona notizia, perché la popolazione tedesca ha contribuito a questo clima di sospetti, anche se non sempre immotivati (perché assistere Paesi del Sud prigionieri volontari di una corruzione che a Nord si combatte?). L'Europa ha bisogno di popolazioni illuminate, non di capri espiatori, e Gauck che usa parlar-vero potrà aiutare. L'Europa ha bisogno di una crescita diversa, comune, non di anni e anni di recessione, di odi interni, di sospensioni della democrazia. Altrimenti la sua disfatta sarà di nuovo strana: nata nelle retroguardie civili, prima che nell'armata schierata lungo i muri anti-contagio.

(22 febbraio 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/02/22/news/tentazione_muro-30294783/?ref=HREC1-76


Titolo: BARBARA SPINELLI - Europa, la tentazione del muro
Inserito da: Admin - Febbraio 26, 2012, 06:15:15 pm
Europa, la tentazione del muro

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 22 febbraio 2012


Con molta, troppa facilità ci stiamo abituando a dire che la bancarotta greca non sarebbe poi la catastrofe paventata da anni. Il male, incurabile, basterebbe allontanarlo, asportando Atene dall'Eurozona come si fa con un'appendicectomia. Quel che conta è evitare il contagio, e non a caso il Fondo salva Stati si chiama d'un tratto Firewall, muro parafuoco che serve a proteggere i sistemi informatici dalle intrusioni: che salverà chi è ancora dentro (l'Italia, per esempio) da chi, nell'ignominia, sta cadendo fuori.

Come la linea Maginot che i francesi eressero per proteggersi dagli assalti tedeschi negli anni '20-'30, Firewall evoca gli universi chiusi della clinica e della guerra: il miraggio d'un muro inviolabile rassicura, anche se sappiamo bene come finì il fortilizio francese. Cadde d'un colpo. Lo storico Marc Bloch parlò di strana disfatta perché il tracollo era avvenuto negli animi, prima che lungo la Maginot: "nelle retroguardie della società civile e politica", prima che al fronte.

In realtà nessuno ci crede, al chimerico Firewall che abita le fantasie e fiacca la ragione. Altrimenti l'Unione non avrebbe deciso, ieri, un ennesimo importante prestito alla Grecia. Altrimenti non ci sarebbe chi pensa, allarmato, a una nuova architettura dell'Unione: più federale, dotata di un governo europeo cui gli Stati delegheranno sovranità crescenti. Ci stanno pensando Berlino e forse Roma, anche se Monti ha appena firmato una lettera con Cameron e altri europei in cui non si parla affatto di nuova Unione, ma di completare il mercato unico. Così le cose procedono lente, e il problema cruciale (le risorse di cui disporrà l'Unione, per un possente piano di investimenti) nessuno l'affronta. In parte la lentezza è dovuta a corti calcoli prudenziali: ogni leader ha le sue elezioni. In parte si vuol vedere l'esito del dramma ellenico, e qui comincia la parte più torbida della storia europea che si sta facendo.

Ci sono momenti in cui sembra che i governi forti aspettino la bancarotta greca, per costruire l'Unione che dicono di volere. È la tesi dell'economista Usa Kenneth Rogoff, intervistato da Spiegel: una volta espulsa Atene, gli Stati Uniti d'Europa si faranno prima del previsto, grazie alla crisi. C'è, nell'aria, odore di capri espiatori. Ma è proprio vero che l'autodafé della Grecia genererebbe la nuova Unione? E quale Europa nascerebbe, se svanirà la pressione della crisi greca? Per ora, una cosa pare certa: Atene è in tumulto, e a forza di piani a breve termine mina l'eurozona e l'idea stessa di un'Europa solidale nelle sciagure. Difficile che quest'ultima si costituisca in federazione, se il primo atto consisterà nel gettare a mare i Paesi che non ce la fanno. L'operazione Firewall non è indolore per la Grecia, ma neppure per l'Europa.

È quello che hanno scritto sull'Economist Mario Blejer e Guillermo Ortiz, ex banchieri centrali dell'Argentina e del Messico, in un appello in cui si ricorda agli europei il costo della bancarotta di Buenos Aires nel 2002, e la diversità tra quel fallimento e quello temuto in Grecia. L'Argentina conobbe in effetti sei anni di crescita dopo la svalutazione del peso e lo sganciamento dal dollaro, ma nel mondo non c'era la recessione odierna, il risanamento fu distribuito lungo una decina d'anni, e il peso esisteva ancora. Invece la dracma non c'è più, e ricrearla sarebbe un salasso terribile (i debiti greci sono in euro: come ripagarli con dracme svalutate?). Infine, aggiungono i banchieri centrali, s'è persa memoria della veduta breve del Fondo Monetario, e di un tracollo che fu "straziante" per gli argentini. La loro bancarotta era obbligata mentre non lo è per la Grecia, che è pur sempre nell'Unione: "Chi propone l'uscita di Atene dall'eurozona sottovaluta le conseguenze devastanti che avrebbe. L'esperienza argentina dovrebbe servire non come esempio, ma come deterrente contro ogni idea di fuoriuscita".

Un avvertimento simile viene in questi giorni da Lorenzo Bini Smaghi. Sul sito del Financial Times, il 16 febbraio, l'ex membro dell'esecutivo Bce fa capire, senza dirlo chiaramente, che così come l'Europa oggi è fatta, così come fa sgocciolare le sue imperfette misure, il male non sarà curato. Esiziale, comunque, è la falsa sicurezza che si ostenta di fronte a un possibile fallimento, simile a quella esibita ottusamente nel 2008 quando fallì la società Lehman Brothers: "Il contagio finanziario opera in modi inaspettati, specie dopo gravi traumi come il fallimento d'una grande istituzione finanziaria o d'un Paese".

Il trauma colpirebbe la Grecia, ma anche le istituzioni europee: esse dimostrerebbero infatti una strutturale "incapacità di risolvere i problemi". Di qui la convinzione che il modello Fondo Monetario sia migliore: la sua assistenza è egualmente condizionale, ma almeno è prevedibile e prolungata. Non così l'Europa, che tiene Atene sotto la minaccia di continuo fallimento: una minaccia che "sfinisce il sostegno politico di cui (la disciplina richiesta) ha bisogno, e alimenta l'instabilità sui mercati finanziari". Forse è tardi per cambiar metodo, ma "se si vuol evitare un disastro non è mai troppo tardi".

Il piano europeo non può essere solo tecnico, mi dice Bini Smaghi: "Cosa succederà della Grecia se c'è un default? Una crisi sociale e politica nel cuore dell'Europa, con la democrazia di quel Paese a rischio. Il fallimento non sarebbe solo tecnico ma anche politico, perché se c'è la povertà e un regime autoritario il fallimento dell'Europa diventerebbe ovvio. Quale modello potrebbe rappresentare l'Europa agli occhi del mondo se uno dei suoi membri torna indietro nella storia?".
Ma com'è fatta esattamente l'Europa, per stare così male? È l'economia che vacilla, o sono malate le sue classi politiche, la sua cultura? Tutte e tre le cose in realtà barcollano, e l'Europa che uscirà da questa prova sarà forte o degenererà a seconda del modo in cui i tre mali insieme - economia, cultura, politica - saranno curati.

Culturalmente, stiamo ricadendo indietro di novant'anni, nei rapporti fra europei. Ad ascoltare i cittadini, tornano in mente le chiusure nazionali degli anni '20-'30, più che la ripresa cosmopolitica del '45. Sta mettendo radici un risentimento, tra Stati europei, colmo di aggressività. Le prime pagine dei giornali greci, da mesi, dipingono i governanti tedeschi come nazisti. Intanto Atene riesuma le riparazioni belliche che Berlino deve ancora pagare all'Europa occupata da Hitler. Dimenticata è la tappa del '45, quando si ridiede fiducia alla nazione tedesca e ci si accinse a unire l'Europa. Quella fiducia aveva un preciso significato, anche finanziario: la Germania non doveva più risarcire nella sua totalità le distruzioni naziste. La politica delle riparazioni, che era stata la sua maledizione nel primo dopoguerra e l'aveva gettata nella dittatura, non doveva più esistere (Israele costituì un caso a parte).

Proprio questo si rimette in discussione, ed è la ragione per cui assistiamo a un formidabile arretramento. Quel che si fece nel '45 verso la Germania, per motivi strategici e perché era mutata la cultura politica, non si è in grado di farlo con la Grecia. Gli errori commessi da Atene non sono crimini, e tuttavia urge espiare oltre che pagare. Son guardate con fastidio perfino le sue elezioni. La politica di riparazioni che le si infligge è feroce, crea ira, risentimento. E questo perché? Evidentemente non si vedono motivi strategici perché la Grecia resti in Europa: manca ogni visione del mondo, e la cultura non è più quella del '45-'50.

La regressione ha effetti rovinosi sulla politica. Come può nascere l'Europa federale, se vince una cultura che ha poco a vedere con quello che gli europei appresero da due guerre? La scelta di un Presidente come Joachim Gauck, in Germania, è una buona notizia, perché la popolazione tedesca ha contribuito a questo clima di sospetti, anche se non sempre immotivati (perché assistere Paesi del Sud prigionieri volontari di una corruzione che a Nord si combatte?). L'Europa ha bisogno di popolazioni illuminate, non di capri espiatori, e Gauck che usa parlar-vero potrà aiutare. L'Europa ha bisogno di una crescita diversa, comune, non di anni e anni di recessione, di odi interni, di sospensioni della democrazia. Altrimenti la sua disfatta sarà di nuovo strana: nata nelle retroguardie civili, prima che nell'armata schierata lungo i muri anti-contagio.

(22 febbraio 2012)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/europa-la-tentazione-del-muro/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il welfare da salvare
Inserito da: Admin - Febbraio 29, 2012, 10:03:46 am
LE IDEE

Il welfare da salvare

di BARBARA SPINELLI

PARLANDO dell'austerità che si impone a Atene, e delle riforme strutturali necessarie al ritorno della crescita, il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi è ricorso a un'immagine forte. In un'intervista al Wall Street Journal, il 23 febbraio, ha detto che quel che si profila in Grecia è un Nuovo Mondo. L'immagine è forte, e singolare, perché di Nuovi Mondi nessuno osa più molto parlare: tanti ne sono stati promessi, e le cose non sono andate bene.

Generalmente quando si annunciano Nuovi Mondi se ne seppelliscono di vecchi, o perché falliti o perché malgovernati. Goethe, ad esempio, era convinto che la Rivoluzione francese non avrebbe spazzato via i monarchi come "vecchie scope", se questi fossero stati veri monarchi. Lo stesso si può dire oggi dell'Europa, che versa in condizioni ancora peggiori di quei re: la corona non l'ha persa; non l'ha mai pienamente avuta. Non esiste un impero europeo che governi il caos. Non esistono partiti europeisti che si battano contro l'impotente potenza dei nazionalismi, letale per l'Unione. Proviamo dunque a vederlo e pensarlo, il Nuovo Mondo proposto non solo a Atene ma a tutti noi.

È un mondo che abolirà il vecchio regime, e ci libererà dei sepolcri imbiancati dentro cui giacciono divinità ancora onorate, ma ormai finite: "All'esterno paiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume", di ipocrisia e iniquità. Tra questi sepolcri viene additato il Welfare: cioè
quel sistema di protezione universale dai rischi della malattia, del lavoro, della vecchiaia, conosciuto in Europa dopo il '45. "Lo Stato sociale è morto", annuncia il governatore della Bce, perché perde senso se non copre tutti i cittadini e se il lavoro resta duale: da una parte i giovani costretti alla flessibilità, dall'altra i protetti con salari basati sull'anzianità e non sulla produttività.

Naturalmente c'è del vero, nella denuncia del sepolcro-idolo. Lo Stato sociale fallisce, a partire dal momento in cui non mantiene più la parola. Ma perché dire che come promessa è morto, gone? Perché nessun accenno al fatto che, essendo un patrimonio essenziale dell'Europa, va riorganizzato, ma non ucciso? Possibile che debba emergere da un certificato di decesso il mirabile nuovo mondo che vedremo dopo austerità e liberalizzazioni? Il brave new world di Huxley - ricordiamocelo - è una distopia, un'utopia tutta negativa.

In realtà sono decenni che lo Stato sociale è sotto attacco, quasi fosse un lusso ormai insano. Più fondamentalmente è sotto attacco lo Stato: considerato esso stesso un rischio, da politici ed economisti abituati a nutrirsi di dottrine antistataliste. Su quel che accadrà di qui al Nuovo Mondo non ci si sofferma. Parole come povertà, penuria, declino demografico scompaiono, sostituite dal pulito, clinico eufemismo: "Ci sarà una contrazione".

Torna in auge perfino la famosa certezza esibita dalla Thatcher: "Non c'è alternativa". Anche quest'affermazione è leggermente stupefacente, perché l'univoca ideologia inglese e americana degli anni '80 è finita infelicemente. Il mercato-padrone, che da solo si equilibra, s'è infranto nel 2007-2008. Oppure no?

Quel che conta è sapere cosa muore, e cosa si mette nel vuoto che resta. Muore quel che gli europei appresero nella crisi degli anni '30, e in due guerre. La prima cosa che scoprirono fu l'unione europea, il No alle rovinose sovranità assolute degli Stati-nazione. La seconda fu il Welfare, il No alla povertà che aveva colpito le genti negli anni '30, gettandole nelle dittature e nelle guerre. Si tratta di due polizze d'assicurazione, offerte ai popoli per far fronte ai sinistri del passato, e tra esse c'è un nesso. Basti ricordare che il principale ideatore del Welfare, William Beveridge, fu anche militante dell'Europa federale.

Come si tiene insieme una società? Come si scongiurano le guerre, civili o tra Stati? La duplice risposta europea (Unione e Welfare) fu data per evitare che la questione della povertà divenisse di nuovo mortifera. Lo Stato sociale che Beveridge propose nel 1942 su richiesta di Churchill fu voluto all'inizio da un liberale e un conservatore. Toccò al Premier laburista Attlee, nel dopoguerra, metterlo in pratica. Come disse Churchill, l'aspirazione era di "proteggere l'individuo dalla culla alla tomba".

Secondo Michel Foucault, il Welfare nasce come patto di guerra. Alle persone "che avevano attraversato una crisi economica e sociale gravissima", i governanti dissero in sostanza: "Ora vi chiediamo di farvi uccidere, ma vi promettiamo che, una volta fatto questo, conserverete il posto di lavoro sino alla fine dei vostri giorni" (Foucault, Nascita della biopolitica). Cinque erano i "giganti" che Beveridge riteneva nemici della Ricostruzione postbellica: Bisogno, Malattia, Ignoranza, Squallore, Ozio. Tutti insieme andavano abbattuti.

Quali sono i giganti contro cui oggi combattiamo, per ricostruirci? A sentire chi ci governa non sono quelli evocati da Beveridge. Non sono il disgregarsi della convivenza civile, la miseria, il crollo della democrazia. Sono la non-attuazione dell'austerità, l'"immediata reazione negativa" dei mercati. Perfino il voto democratico si tramuta in rischio, e infatti si diffida delle elezioni greche di aprile, e forse anche delle italiane. L'unico gigante che impaura è l'ozio, la pigrizia figlia del Welfare. L'essere umano non è guardato con apprensione: è guatato con sospetto, e sul sospetto non si edificano polizze né patti.

Per la verità anche Foucault denunciò la "coppia infernale sicurezza sociale-dipendenza", negli anni '80. Di fronte a una "domanda infinita", s'ergeva (e andava riconosciuta) la finitudine del Welfare. La sua finitudine, i suoi limiti: non la sua morte. Nato come contrappeso a processi economici selvaggi, come correttivo degli effetti distruttori del mercato sulla società, era assurdo gettarlo via. Altrimenti crescita e benessere dipendevano solo da concorrenza e privatizzazioni: un'ennesima utopia, lo si era visto negli anni '30-40. La crisi di oggi ci riporta a quegli anni di presa di coscienza sull'orlo del disastro.

È il patto di guerra che stavolta manca, in Europa. È la memoria di quel che escogitarono uomini come Keynes, Beveridge, Roosevelt. È significativo che mentre l'Europa dimentica, l'America tenti - assai timidamente con Obama - di resuscitare Roosevelt e il New Deal.

Ci sono momenti nella vicenda europea dei debiti sovrani in cui si ha l'impressione, netta, che sulla pelle dei greci si stia compiendo un esperimento neo-liberista, una sorta di regolamento dei conti con Keynes, Beveridge, Roosevelt. Si vuol capire sin dove regge un paese, se impoverito e sfrondato di Stato sociale.

È la tesi di Michael Hudson, economista dell'Università di Missouri a Kansas City: "La crisi greca è usata come esperimento di laboratorio, per vedere fino a che punto la finanza può spingere verso il basso i salari e privatizzare il settore pubblico. È come nutrire sempre meno un cavallo per vedere se sarà più efficiente, fino a quando le gambe gli si piegano e muore".

Con decenni di ritardo, molti economisti e politici sembrano riesumare l'illusione del 1989, quando Francis Fukuyama dichiarò finita la Storia. I patti sociali del dopoguerra non servono, ora che è naufragato lo stimolo che fu il comunismo. Quel che prevale è una sorta di spirito anti-conciliare: allo stesso modo in cui la Chiesa disattende sovente la sua stessa dottrina sociale (meno in Europa, più in America), gli Stati affossano la giustizia sociale offerta in pegno nel buio della guerra.

Pensano di poter fare l'Europa così, sognando di sospendere lo Stato sociale e l'agorà democratica con le sue sempre possibili alternative. Non riusciranno, perché un'Europa siffatta è costruzione vana, dietro la quale non ci sono più comunità di uomini, ma cavalli dalle gambe spezzate.

(29 febbraio 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/02/29/news/salvare_welfare-30676091/?ref=HREC1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il male oscuro dell'Europa
Inserito da: Admin - Marzo 21, 2012, 04:58:30 pm
IL COMMENTO

Il male oscuro dell'Europa

di BARBARA SPINELLI


TUTTI ci stiamo trasformando, senza quasi accorgercene, in tecnici della crisi che traversiamo: strani bipedi in mutazione, sensibili a ogni curva economica tranne che alle curve dell'animo e del crimine. L'occhio è fisso sullo spread, scruta maniacalmente titoli di Stato e Bund, guata parametri trasgrediti e discipline finanziarie da restaurare al più presto. Fino a quando, un nefasto mattino, qualcosa di enorme ci fa sobbalzare sotto le coperte del letto e ci apre gli occhi: un male oscuro, che è secrezione della crisi non meno delle cifre di bilancio ma che incide sulla carne viva, spargendo sangue umano. La carneficina alla scuola ebraica di Tolosa è questo sparo nel deserto, che ci sveglia d'un colpo e ci immette in una nuova realtà, più vasta e più notturna.

Come in una gigantesca metamorfosi, siamo tramutati in animali umani costretti a vedere quello che da mesi, da anni, coltiviamo nel nostro seno senza curarcene. Il naufragio del sogno europeo, emblema di riconciliazione dopo secoli di guerre, e di vittoria sulle violenze di cui Europa è stata capace, partorisce mostri. Non stupisce che il mostro colpisca ancora una volta l'ebreo, capro espiatorio per eccellenza, modello di tutti i capri e di tutti i diversi che assillano le menti quando son catturate da allucinazioni di terrene apocalissi.

In tedesco usano la parola Amok (in indonesiano significa "uccisione-linciaggio in un impulso d'ira incontrollata"), e tale è stato l'attacco di lunedì alla scuola di Tolosa. Uno squilibrato, ma abbastanza freddo da uccidere serialmente, ammazza in 15 minuti il maestro Jonathan Sandler, due suoi figli di 4 e 5 anni (Gabriel e Arieh), una bambina di 7, Myriam. Chi cade preda dell'amok è imprevedibile e socialmente reietto, ma se ha potuto concepire il crimine (e spesso parlarne sul web) vuol dire che per lungo tempo non si è badato al pericolo, che l'ambiente da cui viene era privo di difese immunitarie. I massacri nelle scuole sono considerati episodi tipici del comportamento amok. Nella cultura malese l'assalto amok evoca lo stato di guerra, ma l'omicida seriale interiorizza la guerra.
La spedizione militare è condotta da individui che vivono nel nascosto, ed escono allo scoperto in una sorta di raptus.

Non dimentichiamo che il nazismo quando prese il sopravvento aveva caratteristiche affini, e assecondava la furia amok: "Marcia senza approdo, barcollamento senza ebbrezza, fede senza Dio", così lo scrittore socialdemocratico Konrad Heiden descriveva, nel 1936, la caduta di milioni di tedeschi nel nazismo e nell'"era dell'irresponsabilità". È nelle furie di quei tempi che hanno radice i contemporanei massacri palingenetici, e anche lo spavento stupefatto che scatenano. Non era stato detto, a proposito delle fobie annientatrici: "Mai più?". Invece tornano, perché un tabù infranto lo è per secoli ancora. Il piccolo racconto di Zweig (Amok è il titolo) racconta proprio questo: l'esplosione in mezzo a bonacce apparenti di una "follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun'altra intossicazione alcolica". Un torbido passato ha fatto del medico protagonista un mutante: nella solitudine si sente "come un ragno nella sua tela, immobile da mesi". Amok è scritto nei primi anni Venti: un'epoca non meno vacillante della nostra. Già prima del '14-18, Thomas Mann vedeva l'Europa sommersa da "nervosità estrema".

"L'amok è così  -  spiega Zweig nel racconto -  all'improvviso balza in piedi, afferra il pugnale e corre in strada... Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris (pugnale, in malese, ndr), e l'orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente... Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato... ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta. L'ossesso corre senza sentire... finché non lo ammazzano a fucilate come un cane rabbioso, oppure crolla da solo, sbavando". Ci furono opere profetiche, negli anni '20-'30: i film Metropolis e Dottor Mabuse di Fritz Lang, o il racconto di Zweig. Dove sono oggi opere che abbiano quell'orrida e precisa visione del presente?
Se fosse un caso isolato non ne parleremmo come di un fatto di cultura, colmo di presagi. Ma non è un evento isolato, solo criminale. Quest'odio del diverso (dell'ebreo o del musulmano o del Rom: tre figure di capro espiatorio) pervade da tempo l'Europa, mescolando storia criminale e storia politica. E ogni volta è una fucilata subitanea, che interrompe finte normalità. Fu così anche quando nella composta Norvegia scoppiò la demenza assassina del trentaduenne Behring Breivik, il 22 luglio 2011. L'attentato che compì a Oslo fece 8 morti.
Il secondo, nell'isola Utoya, uccise 69 ragazzi.

Fenomeni simili, non immediatamente mortiferi, esistono anche in politica e mimeticamente vengono imitati. Nell'America degli odii razziali, in prima linea: l'odio suscitato da Obama meteco tendiamo a sottovalutarlo, a scordarcene. Ma l'Europa è terreno non meno fertile per queste idrofobie umane, peggiori d'ogni intossicazione alcolica. Colpisce la loro banalizzazione, più ancora del delitto quando erompe. In Italia abbiamo la Lega, e banalizzati sono i suoi mai sconfessati incitamenti ai linciaggi. Nel dicembre 2007, il consigliere leghista Giorgio Bettio invita a "usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino".
Lo anticipa nel novembre 2003 il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, che menzionando un gruppo di clandestini sfrattati prorompe: "Peccato. Il forno crematorio di Santa Bona è chiuso". Il gioco di Renzo Bossi (vince chi spara su più barche d'immigrati) è stato tolto dal web ma senza autocritiche.

Com'è potuto succedere che gli italiani divenissero indifferenti a esternazioni di questa natura? Com'è possibile che l'Europa stessa guardi a quel che accade in Ungheria alzando appena le sopracciglia? Eppure il premier Viktor Orbán, trionfalmente eletto nell'aprile 2010, non potrebbe esser più chiaro di così. Il suo sogno è di creare un'isola prospera separata dal turbinio del mondo: una specie di autarchia nordcoreana. A questo scopo ha pervertito la costituzione, le leggi elettorali, l'alternanza democratica, scagliandosi al contempo contro l'etnicamente diverso. A questo scopo persegue una politica irredentista verso la diaspora ungherese in Europa. Il sacrificio di due terzi del territorio nazionale, imposto al Paese vinto dal trattato di Trianon del 1920, è definito "la più grande tragedia dell'Ungheria moderna". Ben più tragica dello sterminio di 400.000 ebrei e zigani nel 1944. Il vero scandalo dei tempi presenti è la punizione inflitta alla democrazia greca, e la non-punizione dell'Ungheria di Orbán. I parametri economici violati e gli spread troppo alti pesano infinitamente più dell'odio razzista, della banalizzazione del male che s'estende in Europa, della democrazia distrutta.

In due articoli sul Corriere della Sera, il 7 e 12 marzo, lo storico Ernesto Galli della Loggia ha difeso lo Stato-nazione oggi derubato di sovranità: lo descrive come "unico contenitore della democrazia", poiché senza di lui non c'è autogoverno dei popoli. È una verità molto discutibile, quantomeno. Lo Stato nazione è contenitore di ben altro, nella storia. Ha prodotto le moderne democrazie ma anche mali indicibili: nazionalismi, fobie verso le impurità etnico-religiose, guerre. Ha sprigionato odii razziali, che negli imperi europei (l'austro-ungarico, l'ottomano) non avevano spazio essendo questi ultimi fondati sulla mescolanza di etnie e lingue. La Shoah è figlia del trionfo dello Stato-nazione sugli imperi. Vale la pena ricordarlo, nell'ora in cui un fatto criminoso isolato, ma emblematico, forse ci risveglia un po'.

(21 marzo 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/03/21/news/male_oscuro_europa-31926808/?ref=HRER3-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'errore del bruco
Inserito da: Admin - Marzo 28, 2012, 03:25:16 pm
LE IDEE

L'errore del bruco

di BARBARA SPINELLI


C'È QUALCOSA che zoppica molto, nel giudizio che il Premier dà dell'Italia, della sua preparazione ad accettare le volontà del governo. Sostiene Mario Monti che "se il Paese non è pronto" lui se ne va, non sta aggrappato alla poltrona come i vecchi politici. Ma lo vede, il Paese? E sullo sfondo vede davvero l'Europa, come promette, o percepisce solo l'austerità sollecitata in agosto dall'Unione?

In realtà l'Italia sarebbe più che pronta, se solo le si dicesse la direzione in cui si va, l'Europa diversa che si vuol costruire, la democrazia da rifondare a casa ma anche fuori: lì dove si sta decidendo, ben poco democraticamente, la mutazione delle nostre economie, delle nostre tutele sociali, del lavoro.

È qui che manca prontezza: nei governi, non nei Paesi. Che manca il riformismo autentico: quello che non cambia le cose con rivoluzioni, ma le cambia pur sempre. La modifica dell'articolo 18 e altre misure d'austerità hanno senso se inserite in una mutazione al tempo stesso economica, democratica, geopolitica. Se non son parte di un New Deal nazionale ed europeo, secernono solo recessione, regressione, e quei chicchi di furore che secondo Steinbeck marchiarono la Depressione negli anni '30.

Al Premier vorrei domandare: è per un New Deal che sta a Palazzo Chigi, o per certificare che la crisi economico-democratica è gestibile da platoniche, oligarchiche Repubbliche di esperti-filosofi che la sanno più lunga? Una risposta a simili interrogativi
ci preparerebbe un po'. Non basta dire: noi abbiamo filosofie sui giovani e il futuro che nessuno possiede.

Urge quel che chiedono da tempo i federalisti; quel che il 10 marzo hanno invocato tanti cittadini e movimenti europei, in un appello (firmato anche da Jacques Delors) uscito in Italia e Germania: un'Europa politica, un'assemblea costituente che ne faciliti la metamorfosi. Incuriosisce che l'assemblea costituente attragga anche oppositori di sinistra (ne ha parlato Sabina Guzzanti, in Uno Due Tre Stella).

È segno che ovunque c'è oggi sete di un'agorà europea: di uno spazio di discussione-deliberazione su quel che deve divenire l'Unione, se non vuol degenerare in matrigna sorvegliante dei conti. È una sete ignota ai partiti, al governo, ai sindacati. La Cgil ad esempio non ha firmato l'appello federalista, ritenendolo troppo favorevole al Patto fiscale. Non vede che anche il fiscal compact è doppio: ha senso se è il gradino di una scala, è stasi in assenza di scala.

Nella stessa trappola può cadere Bersani, se condivide queste cecità. Senza un'Europa politica e democratica, che non si limiti a coordinare recessioni nazionali ma fabbrichi essa stessa crescita, il Pd è in un imbuto micidiale: come sabbia scivolosa, le sue forze si esauriranno. Per un partito vicino ai deboli e ai poveri, questi sono tempi bui. Gli mancano le parole, per dire quel che tocca comunque vivere, con o senza articolo 18: il taglio dei redditi, l'insicurezza del lavoro.

Per decenni i progressisti hanno parlato di riformismo senza approfondirlo, e ora la parola tocca ripensarla, non farla coincidere solo con austerità, ineguaglianza. "Nessun nemico a sinistra", era l'antico motto. Oggi a sinistra s'affollano partiti, movimenti, e puoi denunciare l'antipolitica ma gli elettori non se ne curano, delusi come sono. Tuttavia, proprio la trasmissione di Sabina Guzzanti conferma che c'è, tra i delusi, un residuo di speranza, una sete che si può dissetare, se si vuole. Una domanda che implora più Europa. Che nella corruzione di tutti i partiti fiuta la temibile morte della politica.

Il vero problema è che manca terribilmente l'aria, nelle stanze dove si riscrive il Welfare europeo (non sempre male d'altronde: nel piano Fornero ci sono molti progressi per i precari). Le stanze sono piccole, strette, e l'essenziale resta dietro la porta. L'essenziale è l'Europa: l'ossigeno che può venire da essa, se la trasformiamo in unione politica che governi quel che gli Stati non governano più. La dottrina tedesca che ingiunge "l'ordine in casa" prima di tentare forme politiche transnazionali è conficcata nelle menti: anche in quella di Monti. La crisi mostra l'inconsistenza degli Stati nazione, e nel nuovo mondo  -  già sovranazionale economicamente, ma non politicamente e democraticamente  -  le sinistre storiche sono in un vicolo cieco.

Dicono alcuni che la democrazia svanisce, nel presente squasso. Secondo Ernesto Galli della Loggia, solo lo Stato nazione può essere democratico: fuori di esso non esisterebbe un demos ma "individui sparpagliati, che semplicemente 'si conoscono'" (Corriere 12-3). Rotto il contenitore nazionale, la democrazia apocalitticamente muore. Dimentica, l'autore, che lo Stato nazione (a differenza degli imperi) ha creato democrazia ma anche nazionalismi, guerre, annientamenti di tutto ciò che il demos (popolo) riteneva impuro.

Il Partito democratico, ma anche lo strano governo dei Saggi, sembra dar ragione a questa tesi, per nulla controcorrente. È la tesi dominante invece  -  ha la forza dello status quo  -  ed è anche la più facile, perché inventare un diverso ordinamento europeo implica ingegno, fantasia, forti trasferimenti di sovranità, trasgressione di conformismi, e una mente cosmopolitica che le sinistre storiche professano sempre, osservano di rado.

Le torsioni del Pd, e dei socialisti in Francia, confermano l'infermità di partiti chiusi nelle case nazionali, che l'Unione la sognano soltanto. Quando esigono "più Europa" (al vertice parigino tra sinistre francesi, tedesche, italiane) non osano neppure parlare di governo federale: pudibondi, prediligono la vacua parola governance.
Solo attraverso un governo europeo eletto e controllato dai deputati europei, ritroveremo la sovranità che gli Stati hanno delegato non perché rinunciatari, ma perché non la possiedono più.

Solo in Europa possiamo fare quello che nazionalmente è infattibile: salvare il Welfare, dotare il potere sovranazionale di risorse per un'altra crescita, più competitiva e anche parsimoniosa perché fatta in comune. Concentrata su energie alternative, ricerca, istruzione, trasporti comuni che superino l'automobile individuale.

Il Pd ha più patemi delle destre, abituate a custodire i fittizi troni nazionali delegando le sovranità perdute a incontrollate lobby finanziarie (un'abitudine contratta nei rapporti con la Chiesa). Le sinistre hanno una visione più laica e ambiziosa della politica, e il loro disinteresse per l'Europa federale è inane: non ci sarà vero progresso, senza vera democrazia europea. Nei vertici di maggioranza con Monti di Europa politica non si parla: come se non fosse la prima emergenza, l'ossigeno che ci evita l'asfissia. Monti ritiene che "non c'è bisogno" di Stati Uniti d'Europa. I suoi ministri raccomandano, svogliati, "piccoli passi".

Come ricordano alcuni deputati, in un'interrogazione alla Camera presentata dal prodiano Sandro Gozzi, non è questa la linea fissata dal Parlamento. La mozione del 25 gennaio esige che il governo acceleri, in parallelo con Patto fiscale, un "processo costituente verso un'unione politica dei popoli europei", metta "al centro della riflessione politica europea le politiche dello sviluppo e della crescita", proponga il ricorso a eurobond e project bond come "strumenti innovativi di finanziamento allo sviluppo". Non s'intravvede prontezza governativa, in materia.

Ulrich Beck ha dato un nome all'indolenza dei politici nazionali. La chiama l'"errore del bruco". L'umanità-bruco vive la condizione della crisalide, "ma lamenta la propria scomparsa perché non presagisce la farfalla che sta per diventare". Non è la prima volta che accade, secondo lo scrittore Burkhard Müller che per primo ha usato la metafora del bruco (Süddeutsche Zeitung, 1-8-08). Nell'800 stava per finire la legna: nessuno presagiva il carbone fossile. Oggi accade lo stesso col petrolio, e anche con gli Stati nazione. Si aspetta che l'alternativa si materializzi da sola, mentre bisogna tirarla fuori dal pigro ventre del presente. Decenni di lavoro di movimenti cittadini hanno consentito ai tedeschi di uscire dal nucleare, ricorda Habermas. Anni di negoziati hanno prodotto un diritto del lavoro che non ha spaccato e umiliato i sindacati come da noi.

La sinistra può farcela. Purché lavori alla nascita della farfalla europea, e smetta le comode certezze di chi, apocalitticamente vivendo da bruco, ritiene morta le democrazia, una volta perduto il contenitore che fu lo Stato nazione.
 

(28 marzo 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/03/28/news/l_errore_del_bruco-32322979/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La perdita dell'olfatto
Inserito da: Admin - Aprile 18, 2012, 11:10:57 pm
COMMENTO

La perdita dell'olfatto

di BARBARA SPINELLI


QUANDO il fascismo stava per finire, nel novembre 1944, un giornalista americano che conosceva bene l'Italia, Herbert Matthews, scrisse un articolo molto scomodo, sul mensile Mercurio diretto da Alba De Céspedes. S'intitolava "Non lo avete ucciso", e ci ritraeva, noi italiani e i nostri nuovi politici, incapaci di uccidere la bestia da cui in massa eravamo stati sedotti. Una vera epurazione era impossibile, soprattutto delle menti, dei costumi.

Troppo vasti i consensi dati al tiranno, i trasformismi dell'ultima ora. Matthews racconta un episodio significativo di quegli anni. Quando il governo militare alleato volle epurare l'Università di Roma, una delegazione del Comitato di liberazione nazionale (Cln) chiese che la riorganizzazione fosse compiuta da due membri di ciascun partito: "In altre parole, una politica di partito doveva essere introdotta nel dominio dell'alta cultura: il che, mi sembra, è fascismo bello e buono". Il giornalista conclude che la lotta al fascismo doveva durare tutta la vita: "È un mostro col capo d'idra, dai molti aspetti, ma con un unico corpo. Non crediate di averlo ucciso".

L'idra è tra noi, anche oggi. Nasce allo stesso modo, è il frutto amaro e terribile di mali che tendono a ripetersi eguali a se stessi e non vengono curati: come se non si volesse curarli, come se si preferisse sempre di nuovo nasconderli, lasciarli imputridire, poi dimenticarli. È uno dei lati più scuri dell'Italia, questo barcollare imbambolato lungo un baratro, dentro il quale non si guarda perché guardarlo significa conoscere e capire quel che racchiude: la politica che non vuol rigenerarsi; i partiti che non apprendono dai propri errori e si trasformano in cerchie chiuse, a null'altro interessate se non alla perpetuazione del proprio potere; la carenza spaventosa di una classe dirigente meno irresponsabile, meno immemore di quel che è accaduto in Italia in più di mezzo secolo.

E tuttavia distinguere si può, si deve: altrimenti prepariamoci alle esequie della politica. Ci sono uomini e partiti che si sono opposti e s'oppongono alla degenerazione, e ce ne sono che coscientemente hanno scommesso sul degrado. C'è la Costituzione, che protegge la politica e chi ne ha vocazione: compresi i partiti, che al caos oppongono l'organizzazione. Il molle non è equiparabile al colluso con la mafia, il mediocre non è un criminale. La politica è oggi invisa, ma a lei spetta ricominciare la Storia. I movimenti antipolitici denunciano una malattia che senz'altro corrode dal di dentro la democrazia, ma non hanno la forza e neanche il desiderio di governare. Chi voglia governare non può che rinobilitarla, la politica.

Se questo non avviene, se i partiti si limitano a denunciare l'antipolitica, avranno mancato per indolenza e autoconservazione l'appuntamento con la verità. Non avranno compreso in tempo l'essenziale: sono le loro malattie a suscitare i pifferai-taumaturghi (l'ultimo è stato Berlusconi). Il paese rischia di morire di demagogia, dice Bersani, ma questa morte è un remake: vale la pena rifletterci sopra. Guardiamola allora, questa politica sempre tentata dai remake. Non è solo questione di corruzione finanziaria, o del denaro pubblico dato perché i partiti non siano prede di lobby e che tuttavia è solo in piccola parte speso per opere indispensabili (il resto andrebbe restituito ai cittadini: questo è depurarsi). La corruzione è più antica, ha radici nelle menti e in memorie striminzite. Matthews denuncia lottizzazioni partitiche già nel '44. Un'altra cosa che smaschera è il ruolo della mafia nella Liberazione. Anche quest'idra è tra noi.

È lunga, la lista dei mali via via occultati, e spesso scordati. L'Anti-Stato che presto cominciò a crearsi accanto a quello ufficiale, e divenne il marchio comune a tante eversioni: mafiose, brigatiste, della politica quando si fa sommersa. Un Anti-Stato raramente ammesso, combattuto debolmente. E le stragi, a Portella della Ginestra nel '47 e a partire dal '69: restate impunite, anonime. L'ultima infamia risale alla sentenza sull'eccidio di Brescia del '74, sabato scorso: tutti assolti. È un conforto che Monti abbia deciso che spetta allo Stato e non alle vittime pagare 38 anni di inchieste e processi: l'ammissione di responsabilità gli fa onore. Poi la P2: una "trasversale sacca di resistenza alla democrazia", secondo Tina Anselmi. Berlusconi, tessera 1816 della Loggia, entrò in politica per attuare il controllo dell'informazione e della magistratura previsto nel Piano di Rinascita democratica di Gelli. Le mazzette a politici e giornalisti si chiamano, nel Piano, "sollecitazioni".

È corruzione anche la sordità a quel che i cittadini invocano da decenni, nei referendum. Nel '91 votarono contro una legge elettorale che consentiva ai partiti di piazzare nelle liste i propri preferiti. Nel '93 chiesero l'abbandono del sistema proporzionale, che in Italia aveva dilatato la partitocrazia. Il 90.3 per cento votò nel '93 contro il finanziamento pubblico dei partiti. I referendum sono stati sprezzati, con sfacciataggine. Il finanziamento è ripreso sostituendo il vocabolo: ora si dice rimborso. Da noi si cambia così: migliorando i sinonimi, non le leggi e i costumi.

Ma soprattutto, sono spesso svilite le battaglie dell'Italia migliore (antimafia, anticorruzione). Bisogna cadere ammazzati come Ambrosoli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, per non finire nel niente. Le commemorazioni stesse sono subdole forme di oblio. Si celebra Ambrosoli, non la sua lotta contro Sindona, mafia, P2. Disse di lui Andreotti, legato a Sindona: "È una persona che se l'andava cercando". Fu ascoltato in silenzio, e non possiamo stupirci se l'ex democristiano Scajola, nel 2002, dirà parole quasi identiche su Marco Biagi, reo d'aver chiesto la scorta prima d'essere ucciso: "Era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza". Ci sono cose che, una volta dette, ti tolgono il diritto di rappresentare l'Italia.

Viene infine la dimenticanza pura, che dissolve come in un acido persone italiane eccelse. Tina Anselmi è un esempio. Gli italiani sanno qualcosa della straordinaria donna che guidò la commissione parlamentare sulla P2? È come fosse già morta, ed è commovente che alcuni amici la ricordino. Tra essi Anna Vinci, autrice di un libro di Chiarelettere sulla P2. Con Giuseppe Amari, la scrittrice ha appena pubblicato Le notti della democrazia, in cui la tenacia di Tina è paragonata a quella di Aung San Suu Kyi. Altro esempio: Federico Caffè, fautore solitario di un'economia alternativa ai trionfi liberisti, di rado nominato. Un mattino, il 15-4-87, si tolse di mezzo, scomparve come il fisico Majorana nel '38. Anosognosia è la condizione di chi soffre un male ma ne nega l'esistenza: è la patologia delle nostre teste senza memoria.

La letteratura è spesso più precisa dei cronisti. Nel numero citato di Mercurio è evocato il racconto che Moravia scrisse nel '44: L'Epidemia. Una malattia strana affligge il villaggio: gli abitanti cominciano a puzzare orribilmente, ma in assenza di cura l'odorato si corrompe e il puzzo vien presentato come profumo. Quindici anni dopo, Ionesco proporrà lo stesso apologo nei Rinoceronti. La malattia svanisce non perché sanata, ma perché negata: "Possiamo additare una particolarità di quella nazione come un effetto indubbio della pandemia: gli individui di quella nazione, tutti senza distinzione, mancano di olfatto". Non fanno più "differenza tra le immondizie e il resto".

Ecco cosa urge: ritrovare l'olfatto, anche se "è davvero un vantaggio" vivere senza. Altrimenti dovremo ammettere che preferiamo la melma e i pifferai che secerne, alla "bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità". Il profumo che Borsellino si augurò e ci augurò il 23 giugno '92, a Palermo, pochi giorni prima d'essere assassinato.

(18 aprile 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/04/18/news/commento_spinelli-33496616/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il new deal d’Europa
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2012, 12:06:31 pm
Il new deal d’Europa


di Barbara Spinelli, da Repubblica, 25 aprile 2012


L'Europa è talmente malmessa, che non può permettersi alla guida degli Stati uomini senza nuovi progetti sull'Unione, che proseguano con avaro nazionalismo i falsi movimenti di salvataggi inesistenti. Ha bisogno di pensare in grande il doppio sconquasso che l'assedia: la crisi che minaccia l'euro, e la crisi di rappresentanza politica che minaccia la democrazia. Questo il messaggio che domenica è venuto dal primo turno delle presidenziali francesi.
Il rigetto di Sarkozy, il successo della xenofobia antieuropea di Marine Le Pen, confermano che esiste ormai un tragico divario, non solo in Francia, fra la gestione contabile dei debiti pubblici e le passioni democratiche dei cittadini.

È finita l'epoca in cui l'economia determinava ogni cosa. È l'economia, stupido! disse nel '92 uno stratega di Clinton, sicuro che Bush padre non avrebbe vinto con i suoi discorsi sul dopo-guerra fredda. Per vent'anni le menti sono state prigioniere di quel motto fatale, cattivando gran parte delle sinistre europee, ed ecco che fa irruzione una questione che credevamo chiusa, morta: la questione sociale. Sarkozy è sorpassato al primo turno da Hollande e dal Fronte Blu-Marina di Pen per aver ignorato questa novità, pur visibile da tempo. Dalla Francia profonda gli giunge l'annuncio: È il sociale, stupido!

È il sociale come nel 1933-37, quando Roosevelt avviò il New Deal, in reazione alla Grande Depressione del '29, e non solo predispose ingenti piani di investimento ma corresse anche la democrazia americana: a fatica impose le sue proposte, avversato sia dalla Corte suprema, sia da singoli Stati che ritenevano violate le loro prerogative ed eccessivo l'intervento dello Stato federale. Lo stesso sta accadendo da noi. Pensare in grande, oggi, significa pensare europeo, non limitarsi a escogitare ombrelli temporanei che riparino dalle bancarotte gli Stati periferici. Alla Grande Contrazione dei redditi e dei diritti, e alla disperazione sociale che dilaga, si può rispondere solo con un New Deal, un Nuovo Patto che sia federale e sovra-statale come quello di Roosevelt.

François Hollande non ha forse la stoffa di Roosevelt (chi ha la stoffa di un grande, prima di provare?) e l'Europa federale ancora non c'è. Durante tutta la crisi Sarkozy ha impedito questo sviluppo, vantandosi d'aver riportato l'Europa nelle capitali, lontano da Bruxelles. Ma se Hollande la spuntasse, al secondo turno, qualcosa potrebbe cominciare a muoversi. Se le parole che ha detto pesano, l'immobile pigrizia di Merkel e Sarkozy un poco s'incrinerebbe. Non dimentichiamo che tanti Europei lo chiedono: i socialdemocratici e liberali tedeschi (che hanno appena iscritto la Federazione nel programma del partito), il Consiglio degli esperti economici in Germania, i governi polacco e spagnolo, e uomini come Cohn Bendit, Verhofstadt, infine Delors, secondo cui l'odierna politica «uccide l'Europa». Lo chiede anche Mario Monti.

La tesi di Hollande è che il Patto di bilancio franco-tedesco, approvato il 2 marzo da 25 Stati dell'Unione, è una tappa necessaria («Io accetto la disciplina», ha detto ai socialisti europei, in marzo a Parigi) ma fallimentare se non affiancata da una politica europea di investimenti e occupazione. Delors aggiunge: se non abbinata a un'Europa più federale e a un diverso modello di sviluppo.

L'iniziale idea di rinegoziare il Patto di bilancio è stata abbandonata, e la battaglia di Hollande ha ora altri obiettivi: non più la trasformazione dei debiti sovrani in debito comune, ma il potere dato alle istituzioni sovranazionali europee «di finanziare nuovi progetti di sviluppo». Il candidato chiede inoltre che nel Fiscal compact sia introdotta una clausola, perché i fondi per le regioni povere siano meglio usati e la Banca europea degli investimenti diventi più attiva.

Il Fondo salva-stati (Firewall, muro antincendio) è criticato con forza. L'ha criticato anche Robert Zoellick, Presidente uscente della Banca Mondiale, il 16 aprile in un articolo sul Financial Times: «L'agitazione sul Firewall distrae dalla questione fondamentale: che può fare l'Unione per aiutare Italia e Spagna ad attuare le riforme senza perdere il consenso politico? Invece d'azzuffarsi sul muro antincendio, gli Europei dovrebbero aggiungere almeno una frazione – circa 10 miliardi di euro – al capitale della Banca europea degli investimenti».

La vittoria di Hollande potrebbe mitigare le rigidità della Merkel, far da contrappeso a un dominio continentale di Berlino al contempo prepotente e abulico, che mai è stato sottoposto a vere sfide da Sarkozy, affamato di appoggi alle elezioni. Chi presagisce la fine dell'asse franco-tedesco con Hollande all'Eliseo non ha memoria nel cervello: Parigi e Berlino sono un tandem, per necessità.

Resta che il grosso dello sforzo toccherà alla Francia, più che mai. È qui che ci si aggrappa più accanitamente alla sovranità assoluta degli Stati. Per mezzo secolo Parigi ha fatto e disfatto l'Unione ben più capricciosamente della Germania. Il federalismo, antica vocazione tedesca, è inviso in Francia. Hollande denuncia il rigore senza crescita, non il tabù della sovranità nazionale. Delors è un'eccezione alla regola.

Il non-detto in Europa è che la crisi non è una buia manovra speculativa. Nasce da una dislocazione planetaria dell'economia. La verità taciuta dai governi è che la crescita di ieri da noi non tornerà: che converrà dipendere meno da vecchie industrie, non più competitive in Asia e America latina, e puntare su energie rinnovabili, ecologia, ricerca.
Un'altra verità occultata è l'organizzazione della ripresa. È per risparmiare soldi che il Nuovo Patto deve partire dall'Unione, non dagli Stati. Come ha detto Alfonso Iozzo, ex presidente della Cassa Depositi e Prestiti e federalista europeo, in una riunione romana di EuropEos a marzo: agli Stati incombe l'obbligo del rigore, «all'Europa lo sviluppo con un New Deal». I primi infatti «non possono più sostenere piani nazionalmente troppo costosi». Dice Passera che non possiamo aspettarci ideone dai governi. Ma di ideone c'è bisogno disperato - lo attesta il trionfo dei nazionalismi xenofobi europei - e il New Deal è una di esse.

Si dirà che mancano i soldi. Ma l'Europa può trovarli, accrescendo il proprio bilancio. Secondo i federalisti, l'aumento delle comuni risorse deve passare dall'1 per cento del prodotto interno lordo al 2. E deve poter essere usata la tassa sulle transazioni finanziarie, oggi solo annunciata, per sostenere i lavoratori colpiti dalla globalizzazione e i giovani esclusi dal lavoro.

L'Europa di Merkel e Sarkozy non ha sanato ma aggravato nell'Unione la sofferenza economica e democratica, accentuando populismi e chiusure nazionaliste. Perfino il trattato di Schengen è messo in causa, spiega Monica Frassoni, deputata europea dei Verdi, sul sito Linkiesta.it: è recente un appello inviato dai ministri dell'Interno di Francia e Germania al Presidente del Consiglio dei Ministri europeo, perché vengano reintrodotti i controlli alle frontiere nazionali contro i migranti illegali. Sarkozy spera di strappare voti a Marine Le Pen. Domenica abbiamo visto che l'originale, almeno per ora, è preferito alla copia.

Può darsi che manchino oggi leader come Roosevelt. Ma la constatazione s'è fatta stantia. Importante è smettere di dire che l'Europa funziona così com'è: che basta – l'ha detto Monti in gennaio alla Welt - la sussidiarietà (se i nodi non sono sciolti nazionalmente si passa al livello sovranazionale o regionale). La sussidiarietà è un metodo, che si usa ad hoc. Non è l'istituzione che dura nel tempo e «pensa tutto il giorno all‘Europa», invocata da Delors. Altrimenti l'Europa sarà la bella statua di Baudelaire: sogno di pietra troneggiante nell'azzurro, nemica di ogni movimento che scomponga le linee. «E mai piange, mai ride».

(26 aprile 2012)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-new-deal-deuropa/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Chi ha paura delle elezioni
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2012, 03:17:06 pm
   
LE IDEE

Chi ha paura delle elezioni

di BARBARA SPINELLI
 

TUTTI ricordiamo le parole che Roosevelt pronunciò il 4 marzo 1933, appena eletto. La crisi che s'accingeva a fronteggiare era simile alla nostra, e disse: "La sola cosa che dobbiamo temere è la paura stessa: l'indicibile, irragionevole, ingiustificato terrore che paralizza gli sforzi necessari per convertire una ritirata in avanzata". Dopo le elezioni in Francia, Italia, Grecia, potremmo applicare la frase ai timori suscitati in molte capitali dai verdetti delle urne.

"La sola cosa che l'Europa deve temere, oggi, è la paura che i tribunali elettorali suscitano nei governanti, nei partiti classici, in chiunque difenda lo status quo pensando che ogni sentiero che si biforca e tenta il nuovo sia una temibile devianza".

È con grande sospetto infatti che si guarda al nuovo Presidente socialista, e non solo quando in gioco è l'economia. Anche la sua politica estera è temuta: la volontà di uscire fin da quest'anno dall'Afghanistan, il rifiuto opposto nel 2009 quando Sarkozy decise di rientrare nel comando militare integrato della Nato. Ma il mutamento che maggiormente indispone e terrorizza è il rinegoziato del patto fiscale (fiscal compact) approvato a marzo da 25 Stati dell'Unione. È qui il nodo più difficile da sciogliere.

I capi d'Europa non troveranno salvezza che in simili mutamenti, ma cocciutamente rifiutano quel che li può salvare, considerandolo dinamite. Si sentono destabilizzati nelle loro certezze, e poco importa se
son certezze empiricamente confutate, se la Merkel dovrà retrocedere comunque, perché senza socialdemocratici il fiscal compact non passerà in Parlamento. Giungono sino a dire che la formidabile spinta a cambiare politica è antipolitica, o conservatrice.

In Grecia il partito d'estrema sinistra (Syriza, Coalizione radicale della sinistra) è divenuto il secondo partito, superando i socialisti del vecchio Pasok, e il suo leader, Alexis Tsipras, sta tentando di formare un governo. Anche lui è tacciato di antipolitica, eppure è un europeista che profetizza il precipizio nella povertà e nel risentimento degli anni '30, se Angela Merkel non capirà la speranza racchiusa nella rabbie popolari. "L'Europa ha disperatamente bisogno di un New Deal stile Roosevelt": non è disfattismo quello di Tsipras, ma ardente appello a un'Unione più forte.

Di questa paura del nuovo converrà liberarsi, in Europa e America, perché anch'essa è terrore irragionevole, non già volontà di ripensare gli errori ma, come la chiamava Tommaso d'Aquino, chiusa non-volontà, nolitio perfecta. Non è un magnifico status quo quello che Hollande vuol rimettere in questione, non è una stabilità radiosa, che avrebbe dato chissà quali buoni frutti. Le urne dicono questo: il bisogno di Europa, di una politica che salvi il continente dal naufragio della disperazione sociale e di una guerra di tutti contro tutti. Il continuo accenno alla Grecia come spauracchio - e capro espiatorio - agitato dai nostri governi a ogni piè sospinto, non è altro che ritorno al vecchio bellicoso equilibrio di potenze nazionali, tra Stati egemoni e Stati protettorati.

Hollande ha in mente non solo l'economia, ma anche l'inerte mutismo europeo su pace e guerra. In Afghanistan la guerra iniziata dall'Occidente sta finendo in catastrofe, come ha spiegato con efficacia il generale Fabio Mini sul Corriere della sera: "È una guerra che stiamo combattendo con onore al fianco degli americani fingendo di non vedere che l'hanno già perduta. Sono stati sconfitti sul campo di battaglia nel 2003, quando dovettero coinvolgere la Nato per l'incapacità di gestire la violenza dei talebani e la corruzione del governo che avevano instaurato. Sono sconfitti ogni giorno sul campo dell'etica militare per l'incapacità di gestire l'eccesso di potenza, la frustrazione e i comportamenti degli squilibrati".

Lo stesso vale per la Nato: strumento che dopo la guerra fredda ha subito modifiche radicali, imposte da Washington e mai seriamente discusse tra europei. Da alleanza difensiva puramente militare, la Nato è divenuta un organo eminentemente politico, che esporta democrazia senza riuscirci, secernendo caos e Stati deboli, dipendenti o riottosi. Non stupisce dunque il fastidio manifestato da Hollande verso la scelta che ha coinvolto Parigi in un comando militare dominato dalla declinante potenza Usa. È bene che un Paese europeo di prima importanza chieda di fermarsi, e si interroghi sul punto cui siamo arrivati: che critichi lo status quo mentale che è dietro le guerre occidentali e dietro alleanze surrettiziamente snaturate. L'Unione, la Nato, i nostri rapporti col nuovo mondo multipolare: la mutazione già è avvenuta; sono la politica e l'Europa a esser sordo-mute, non all'altezza.

Queste battaglie di politica estera, così come le battaglie per un'Europa che sappia resistere alle forze disgregatrici dei mercati, dovranno tuttavia partire da un'unione di forze, da istituzioni comuni che durino più dei governi e diano sicurezza ai cittadini tutti. Che non si limitino più a eseguire gli ordini degli Stati più forti, e di un'ortodossia che non tollera pensieri eretici. Per questo Hollande non va lasciato solo, alle prese con le paure che suscita a Berlino o nelle accademie. Sul tema pace-guerra, come sulle discipline di rigore, occorre che gli Europei si radunino e definiscano senza paura i loro interessi, e le lezioni che vogliono trarre dai voti dei giorni scorsi.

Cosa dicono in ultima istanza le urne, oltre al rifiuto dell'austerità? Dicono che un numero crescente di elettori, a destra e sinistra, cede al richiamo del nazionalismo, della xenofobia, dell'antipolitica perché, pur conoscendo i disastri del richiamo, non vede formarsi uno spazio pubblico, un'agorà europea, in cui vien disegnato un nuovo ordine mondiale. Perché vedono candidati spesso corrotti, oppure governanti ingabbiati in dottrine economiche calamitose e in un ordine mondiale obsoleto, somma caotica di vizi e impotenze nazionali. Non vedono un'Europa ambiziosa, che proponga un modello di pace mondiale e non sia il Leviatano di Hobbes: potere sganciato dalle leggi civili, in assenza del quale (questa la sua propaganda) la vita è destinata a esser "solitaria, povera, incattivita, brutale, e corta". Grillo in Italia non è insensibile a questi richiami, anche se tanti suoi candidati e amministratori non credo siano d'accordo.

La sera della vittoria, alla Bastiglia, Hollande ha annunciato che la Francia vuol divenire un modello in Europa. Ma il grande salto qualitativo lo compirà il giorno in cui, negoziando con i partner, comincerà a esigere che l'Europa in quanto tale divenga modello. Quando dirà: tornerete ad avere fiducia nell'Unione creata nel dopoguerra, perché le abbiamo dato una voce unica e un governo federale dotato di risorse sufficienti a rilanciare l'economia al posto degli Stati costretti al rigore.

La volontà di ripensare la questione pace-guerra ha senso solo se partirà dall'Unione, non da un Paese isolato. L'idea di Kohl, quando nacque l'euro, va ripresa, continuata. La Germania sacrificò il marco sovrano, sperando nell'Europa politica e nella difesa comune. Il no di Mitterrand scatenò nei tedeschi diffidenze che perdurano. Quella stortura va corretta. Non dimentichiamolo: il federalismo europeo è ben più inviso a Parigi che a Berlino.
Lo stesso si dica per le politiche, che non possiamo più delegare agli Usa, verso paesi arabi, Palestina, Russia. Occorre che l'Europa decida se vuol divenire potenza. Una potenza che non getti fuoribordo Atene, trattando i deboli come perdenti in guerra. La fierezza d'esser europei cresce solo così: risuscitando il modello sociale, l'ambizione politica degli inizi. Facendo di tutto perché i presenti tumulti popolari non siano un'occasione di regresso, ma si convertano in ripresa e ricominciamento.

(09 maggio 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2012/05/09/news/chi_ha_paura_delle_elezioni-34743637/?ref=HREC1-3


Titolo: BARBARA SPINELLI - La preghiera di Aiace
Inserito da: Admin - Maggio 16, 2012, 05:00:35 pm
IL COMMENTO

La preghiera di Aiace

di BARBARA SPINELLI

CI ABITUIAMO talmente presto ai luoghi comuni che non ne vediamo più le perversità, e li ripetiamo macchinalmente quasi fossero verità inconfutabili: la loro funzione, del resto, è di metterti in riga. Il pericolo di divenire come la Grecia, per esempio: è una parola d'ordine ormai, e ci trasforma tutti in storditi spettatori di un rito penitenziale, dove s'uccide il capro per il bene collettivo. Il diverso, il difforme, non ha spazio nella nostra pòlis, e se le nuove elezioni che sono state convocate non produrranno la maggioranza voluta dai partner, il destino ellenico è segnato.

Lo sguardo di chi pronuncia la terribile minaccia azzittisce ogni obiezione, divide il mondo fra Noi e Loro. Quante volte abbiamo sentito i governanti insinuare, tenebrosi: "Non vorrai, vero?, far la fine della Grecia"? La copertina del settimanale Spiegel condensa il rito castigatore in un'immagine, ed ecco il Partenone sgretolarsi, ecco Atene invitata a scomparire dalla nostra vista invece di divenire nostro comune problema, da risolvere insieme come accade nelle vere pòlis.

L'espulsione dall'eurozona non è ammessa dai Trattati ma può essere surrettiziamente intimata, facilitata. In realtà Atene già è caduta nella zona crepuscolare della non-Europa, già è lupo mannaro usato per spaventare i bambini. Chi ha visto la serie Twilight zone conosce l'incipit: "C'è una quinta dimensione oltre a quelle che l'uomo già conosce. È senza limiti come l'infinito e senza tempo come l'eternità. È la regione intermedia tra la luce e l'oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere". Lì sta la Grecia: lontana dalle vette luminose dell'eurozona, usata come clava contro altri.

L'editorialista di Kathimerini, Alexis Papahelas, ha detto prima delle elezioni: "Ci trasformeranno in capro espiatorio. Angela Merkel potrebbe punire la Grecia per meglio convincere il suo popolo ad aiutare paesi come Italia o Spagna". Il tracollo greco è "un'opportunità d'oro" per Berlino e la Bundesbank, secondo l'economista Yanis Varoufakis: nell'incontro di oggi tra la Merkel e Hollande, l'insolvenza delle Periferie europee (Grecia, e domani Spagna, Italia) "sarà usata per imporre a Parigi le idee tedesche su come debba funzionare il mondo". Agitare lo spauracchio ellenico è tanto più indispensabile, dopo la disfatta democristiana in Nord Reno-Westfalia e il trionfo di socialdemocratici e Verdi, pericolosamente vicini a Hollande. La speranza è che Berlino intuisca che la sua non è leadership, ma paura di cambiare paradigmi.

Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l'articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c'è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell'austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all'orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all'austerità e all'Unione, e Tsipras è dipinto come l'antieuropeista per eccellenza.

La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall'Euro, né dall'Unione. Chiede un'altra Europa, esattamente come Hollande. Sa che l'80 per cento dei greci vuol restare nella moneta unica, ma non così: non con politici nazionali ed europei che li hanno impoveriti ignorando le vere radici del male: la corruzione dei partiti dominanti, lo Stato e il servizio pubblico servi della politica, i ricchi risparmiati. Tsipras è la risposta a questi mali  -  l'Italia li conosce  -  e tuttavia nessuno vuol scottarsi interloquendo con lui. Neanche Hollande ha voluto incontrare il leader di Syriza, accorso a Parigi subito dopo il voto. E avete mai sentito le sinistre europee, che la solidarietà dicono d'averla nel sangue, solidarizzare con George Papandreou quando sostenne che solo europeizzando la crisi greca si sarebbe trovata la soluzione? Chi prese sul serio le parole che disse in dicembre ai Verdi tedeschi, dopo le dimissioni da Primo ministro? "Quello di cui abbiamo bisogno è di comunitarizzare il nostro debito, e anche i nostri investimenti: introducendo una tassa europea sulle transazioni finanziarie, e sulle energie che emettono biossido di carbonio. E abbiamo bisogno di eurobond per stimolare investimenti comuni". L'idea che espose resta ancor oggi la via aurea per uscire dalla crisi: "Agli Stati nazionali il rigore, all'Europa le necessarie politiche di crescita".

La parole di Papandreou, ascoltate solo dai Verdi, caddero nel vuoto: quasi fosse vergognoso oggi ascoltare un Greco. Quasi fosse senza conseguenze, l'ebete disinvoltura con cui vien tramutato in reietto il Paese dove la democrazia fu inaugurata, e le sue tragiche degenerazioni spietatamente analizzate. Sono le degenerazioni odierne: l'oligarchia, il regno dei mercati che è la plutocrazia, la libertà quando sprezza legge e giustizia. Naturalmente le filiazioni dall'antichità son sempre bastarde. Anche la nostra filiazione da Roma lo è. Ma se avessimo un po' di memoria capiremmo meglio l'animo greco. Capiremmo lo scrittore Nikos Dimou, quando nei suoi aforismi parla della sfortuna di esser greco: "Il popolo greco sente il peso terribile della propria eredità. Ha capito il livello sovrumano di perfezione cui son giunte le parole e le forme degli antichi. Questo ci schiaccia: più siamo fieri dei nostri antenati (senza conoscerli) più siamo inquieti per noi stessi". Ecco cos'è, il Greco: "un momento strano, insensato, tragico nella storia dell'umanità". Chi sproloquia di radici cristiane d'Europa dimentica le radici greche, e l'entusiasmo con cui Atene, finita la dittatura dei colonnelli nel 1974, fu accolta in Europa come paese simbolicamente cruciale.

Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d'un suo fallimento. Sarà un fallimento d'Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione. L'Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d'indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell'economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.

Le difficoltà greche sono state affrontate con quello che ci distrugge: con il ritorno alle finte sovranità assolute degli Stati nazione. È un modo per cadere tutti assieme fuori dall'Europa immaginata nel dopoguerra. Ci farà male, questa divaricazione creatasi fra Unione e democrazia, fra Noi e Loro. La loro morte sarebbe un po' la nostra, ma è un morire cui manca il conosci te stesso che Atene ci ha insegnato. Non è la morte greca che Aiace Telamonio invoca nell'Iliade: "Una nebbia nera ci avvolge tutti, uomini e cavalli. Libera i figli degli Achei da questo buio, padre Zeus, rendi agli occhi il vedere, e se li vuoi spenti, spegnili nella luce almeno".

(16 maggio 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/05/16/news/spinelli_commento-35233049/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Berlino-Parigi, la commedia degli errori
Inserito da: Admin - Giugno 15, 2012, 11:49:10 pm
IL COMMENTO

Berlino-Parigi, la commedia degli errori

di BARBARA SPINELLI


DA QUALCHE giorno si parla, non senza speranza, della proposta avanzata il 7 giugno da Angela Merkel alla televisione tedesca. Un'unione economica e politica dell'Europa, grazie alla quale la moneta unica potrà sormontare i propri squilibri, l'indebitamento degli Stati diverrà comune debito europeo, l'Unione potrà emettere eurobond garantiti solidalmente, sorvegliare le banche unificandole. L'obiettivo sarebbe una Federazione, ottenibile attraverso nuove graduali cessioni di sovranità nazionali: ancora in mano agli Stati, esse sono impotenti di fronte ai mercati. La terra promessa è bella, ma è tutt'altro che chiaro se il Cancelliere voglia, e presto, quel che annuncia. Se non stia guadagnando tempo, dunque perdendolo. Comunque, l'idea è di sfidare il suo principale interlocutore: il nuovo Presidente francese. Ricordi, la Francia, che se l'Europa non si fa la colpa è sua, non dei tedeschi. È da decenni che Parigi avversa cessioni di sovranità, e ora è messa davanti alle sue responsabilità. Né pare recedere: due ministri, degli Esteri e dell'Europa, votarono contro la Costituzione nel 2005.

La rigidità francese è certo corresponsabile del presente marasma - Hollande potrebbe prendere sul serio la Merkel, costringendola a fare quel che dice di volere - ma se ascoltiamo le parole del Cancelliere e soprattutto quelle di Schäuble, ministro del Tesoro, il piano somiglia molto a un villaggio Potemkin: un prodigio, ma di cartapesta. Di poteri rafforzati delle istituzioni
europee la Merkel parlò il 14 novembre 2011 (al congresso democristiano), e poi in una conferenza a Berlino il 7 febbraio, ma mai l'idea divenne formale proposta. Il più esplicito è stato Jens Weidmann, governatore della Bundesbank. Subito dopo l'elezione di Hollande, ha scelto la tribuna di Le Monde, il 25 maggio, per stuzzicare i francesi: mettere in comune i debiti, ha detto, è impossibile senza Federazione. "Perfino nei paesi che reclamano gli eurobond, come in Francia, non constato su questo tema né dibattito pubblico, né sostegno popolare a trasferimenti di sovranità".

Il fatto è che nella posizione tedesca c'è qualcosa di profondamente specioso, e insensatamente lento. Intervistato dall'Handelsblatt, il 5 giugno, Schäuble afferma che l'unione politica è un progetto di lungo termine. Prima bisogna vincere la crisi: ogni Stato con le sue forze, e con piani di austerità che pure hanno mostrato la loro inanità. Fanno male, i piani? Sfiniscono i popoli, e aumentano perversamente i debiti nazionali? Il ministro lo nega: quasi sembra considerare la sofferenza un prelibato ingrediente della rinascita europea. La domanda frana nei paesi indebitati? Niente affatto: "I programmi non diminuiscono il potere d'acquisto, siamo solo di fronte a crisi di adattamento". L'Unione crollerà? Anche questo viene negato: "I grandi scenari apocalittici non si sono mai inverati".

La negazione dei fatti, unita a un impressionante oblio storico (come si fa, in Europa, a dire che gli scenari apocalittici non si sono mai inverati?): sono gli elementi che impregnano oggi la posizione tedesca. Se questa appare così immobile, è perché un dogma la paralizza. È il dogma della "casa in ordine", in voga tra gli economisti tedeschi dagli anni '20: se ogni Stato fa ordine come si deve, la cooperazione internazionale funzionerà e a quel punto si penserà all'unione politica, all'unione bancaria per far fronte alla crisi spagnola, alle misure per l'Italia pericolante. Come spesso accade ai dogmi, essi contengono incongruenze logiche e un'abissale indifferenza al divenire storico.

Il difetto logico, spesso sconfinante nell'ottusità, è palese nel ragionare dei vertici tedeschi. Si riconosce che l'euro senza Stato è zoppo, si rievoca quel che Kohl disse a proposito dell'unione politica, necessario complemento della moneta unica. Per la Merkel come per Schäuble, tuttavia, l'unione ha senso dopo che gli Stati avranno aggiustato le finanze: non diventa lievito della ripresa, ma si aggiunge ex post, quasi un premio. Che significa, allora, dire che l'euro senza Stato è il vizio d'origine dell'unione monetaria? Se i rimedi ai vizi sono rinviati, vuol dire che non sono ritenuti farmaci cruciali. Cruciale è il giudizio dei mercati, non arginabili con un cambio di paradigma nella costruzione europea. Cruciale è il culto del dogma, impacchettato con carta europeista in modo da imbarazzare i francesi. È quel che Walter Benjamin, in un frammento del 1921, chiama religione del capitalismo: quest'ultimo diventa "puro culto", che non redime ma colpevolizza soltanto. Non a caso, dice Benjamin, Schuld ha in tedesco due significati: debito e colpa.

La smemoratezza storica non è meno funesta. Berlino dimentica non solo gli anni '20, quando le furono imposte riparazioni non sostenibili e il paese precipitò nel nazismo. Dimentica anche quel che fu il piano Marshall, nel dopoguerra. Charles Maier, storico a Harvard, spiega che il piano funzionò perché non era condizionato: le riforme sarebbero venute col tempo, grazie alla ripresa europea. Oggi toccherebbe alla Germania avere quell'atteggiamento, che legò riduzione dei debiti e rimborsi dei prestiti alla crescita ritrovata. Scrive Maier: "Gli europei dovrebbero ricordare il monito di George Marshall, nel '47: "Il paziente sprofonda, mentre i dottori deliberano"" (New York Times, 9-6-12).

Anche Obama, quando invita i tedeschi a crescere di più e fa capire che è in pericolo la sua rielezione, è privo di visione lunga. Il vissuto del dopoguerra, la leadership americana che incitò all'unificazione europea, è scordata. Solo ieri la Casa Bianca ha menzionato, auspicandola, l'unione del nostro continente. Gli uomini degli anni '50 che Jean Monnet cita nelle Memorie, (John McCloy, consigliere di molti Presidenti; Dean Acheson, segretario di Stato; David Bruce, ambasciatore Usa in Francia) è come fossero ignoti. Nè sembra dir qualcosa, a Obama e agli europei, la storia stessa dell'America: il passaggio dalla Confederazione di Stati sovrani alla Federazione che Hamilton (allora segretario al Tesoro) accelerò nel 1790 cominciando col mettere in comune i debiti accumulati durante la guerra d'indipendenza.

Il discorso che Thomas Sargent ha tenuto in occasione del premio Nobel per l'economia, nel dicembre 2011, evoca quell'esperienza a uso europeo. Fu la messa in comune dei debiti a tramutare la costituzione confederale in Federazione. Fu per rassicurare i creditori che venne conferito alla Federazione il potere di riscuotere tasse, dandole un bilancio comune non più fatiscente. Solo dopo, forti di una garanzia federale, gli Stati si prefissero nei propri ambiti il pareggio di bilancio, e nacque la moneta unica, e si fece strada l'idea di una Banca centrale.
Invece di preoccuparsi dei poteri forti, Monti ha una grande opportunità: preparare per il prossimo vertice Ue una controproposta europea, basata sul rilancio, la comunità delle banche, la parziale comunitarizzazione dei debiti, da presentare insieme ai governi che lo desiderano, Grecia in primis. I veri poteri forti non sono in Italia. Vale la pena prospettare - non in conferenze ma ai partner - un'unione politica vera.

Non un'unione di cartapesta, ma un piano che dia all'Unione le risorse necessarie, il diritto di tassare più in Europa e meno nelle nazioni (a cominciare dalla tassa sulle transazioni finanziarie e le emissioni di biossido di carbonio), e metta il bilancio federale sotto il controllo del Parlamento europeo, come suggerisce lo storico Maier. Oggi l'Unione dispone di risorse irrisorie (meno del 2 per cento del prodotto europeo), come l'America prima di Hamilton. Se la Merkel non ci sta, gli Stati favorevoli si contino, nel Consiglio europeo. Non succede il finimondo se Berlino è messa in minoranza. Accadde ai tempi dell'euro con la Thatcher. Il primo che in Europa farà votare su proposte serie passerà alla storia.

(13 giugno 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/06/13/news/berlino_parigi_errori-37089911/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Federazione zoppa
Inserito da: Admin - Luglio 01, 2012, 03:37:25 pm
IL COMMENTO

Federazione zoppa

di BARBARA SPINELLI


LA GRECIA ha votato, e forse la cosa che più colpisce è l'effetto che la campagna ha avuto su di noi e sui governi dell'Unione: non si era mai vista un'elezione nazionale che coinvolgesse a tal punto l'Europa intera, i suoi governi, le sue istituzioni.

Un primo segnale era venuto dalle presidenziali in Francia, all'inizio del 2012, quando si formò addirittura un fronte di Stati pro Sarkozy (Merkel lo guidava, secondo indiscrezioni dello Spiegel, con a fianco Monti, Cameron e Rajoy) ma questa volta l'europeizzazione d'un voto nazionale è stata palese, l'intervento è avvenuto senza più veli diplomatici. Angela Merkel ha annullato una visita all'estero, come se l'evento avvenisse in casa, e alla vigilia del voto ha fatto il suo comizio nell'agorà ellenica: "L'Europa non è disposta ad aiutare ancora i Greci, se non rispettano tali e quali gli accordi presi". Minacciando il caos, ha invitato a votare solo i partiti "che non metteranno in questione i memorandum voluti dall'Unione".

Di per sé non è male che la politica dei singoli Stati non sia più introversa, falsamente immunizzata da intromissioni che vengono chiamate straniere solo da chi s'incaponisce a inforcare gli occhiali delle sovranità nazionali assolute. La crisi ha definitivamente annientato sovranità logore sin dal dopoguerra, e logica vuole che non si parli di ingerenza, tantomeno straniera, in una comunità che sia pure parzialmente possiede il volto di una Federazione. Soprattutto non è male che ogni cittadino dell'Unione  -  in Italia, Spagna, Portogallo, Germania  -  senta che il verdetto democratico di Atene peserà su tutti noi, non diversamente dal peso crescente che avrà il voto nelle nostre nazioni.

Il guaio è che non è una Federazione compiuta ma zoppa, l'insieme di Stati che da giorni tremano per Atene. E quella che non dovrebbe essere ingerenza torna a essere intromissione di vecchio stampo, in tali condizioni. Hanno parlato capi di governo come la Merkel, ha pontificato il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, rivolgendosi direttamente all'elettore greco (in un'intervista minacciosa su Kathimerini, il 15 giugno, estesa a Corriere della Sera, El País, Público), e naturalmente si sono fatti sentire i mercati, con movimenti di panico non sempre irrazionali.

Hanno taciuto, attonite, le istituzioni comuni (Commissione, Parlamento europeo, Bce). Non è tipico di una Federazione  -  né di un'unione a metà strada fra Federazione e Confederazione di stati sovrani  -  che il capo del governo più potente imponga le sue convinzioni in nome dell'intera zona euro, come fosse un Presidente-garante eletto da tutti. Non è federale il comportamento di Weidmann, che si erge a portavoce di un organo comunitario (la Banca centrale presieduta da Mario Draghi) pur essendo un governatore come gli altri nell'eurosistema.

Ancor più ambigua, anzi asfissiante, è la filosofia che sorregge l'europeizzazione pur benefica delle politiche nazionali. Filosofia che potremmo riassumere così, ascoltando le parole dei più dogmatici in Germania: stare in Europa vuol dire non negoziare mai quel che nell'Unione, man mano, è stato mal fatto. L'idea stessa di rinegoziare un patto o una linea politica è equiparata a condotta fedifraga, e come tale viene stigmatizzata. Questa è forse l'essenza delle federazioni, per Weidmann, ma con la democrazia ha poco in comune. Quando una strada si rivela fallimentare (ed è visibilmente fallimentare in Grecia, avendo aumentato la sua povertà, dunque il suo debito) non dovrebbe esser lecito vietare il rinegoziato, cioè la discussione di tale linea e la sua correzione. Democrazia è anche questo: si prova, si sbaglia, si rettifica, secondo il metodo sperimentale del trial and error.

È quello che ha detto Angel Gurria, segretario generale dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo), alla vigilia del voto greco. Se il futuro governo greco, quale che sia, sceglierà di restare nella moneta unica, vorrà modificare i termini del salvataggio fissati da Unione e Fondo Monetario: "Se questa è la condizione per scongiurare che Atene esca dall'euro, occorre darle un'opportunità di ricontrattare i prossimi aiuti" (Kathimerini, 17-6-12).

Fa parte di un'ingerenza antiquata e zoppa non aver detto queste cose prima del voto. L'elettorato doveva provare paura, e la deterrenza ha funzionato alla stregua di una minaccia atomica. Ora che il leader della destra Samaras ha vinto, gli stessi tedeschi allentano le briglie: nulla si ridiscute, ma un po' di tempo bisogna darlo a Atene per ripagare i debiti ("Ora dobbiamo venire incontro ai greci e rilanciare la crescita", dice a Andrea Tarquini, su questo giornale, Karl Lamers, ex consigliere europeo di Kohl). Spiegel prospetta comuni emissioni di titoli del debito, anche se limitati e di breve durata (il nome è eurobond-light o euro-bill). Almeno per ora, tuttavia, Berlino risponde no anche a questo.

Quand'è che in democrazia ci si rimette in questione, pena lo sfascio della democrazia stessa? Quando la linea imboccata naufraga, o quando un piano si rivela non tanto difficile quanto impossibile. Troppo facilmente tendiamo a considerare sinonimi i due termini: l'unione e l'accordo su un unico itinerario ritenuto giusto.

Troppo facilmente il Syriza di Alexis Tsipras (e prima George Papandreou, quando voleva fare della questione greca una questione europea, attraverso un referendum sul cosiddetto salvataggio Ue) è stato trattato come partito anti-europeo, nonostante la sua richiesta fosse chiara: un cambio radicale di paradigma, nell'Unione, che non polverizzasse le periferie Sud accentuando diseguaglianze e squilibri. L'unione si cerca quando c'è disaccordo, non quando tutti fin da principio hanno già un'unica opinione: quella, ripetuta da anni come una litania, di Schäuble o della Merkel.

C'è unione se si trova un'uscita dai conflitti che non sia cruenta né impraticabile; se esistono istituzioni sovranazionali capaci di armonizzare idee diverse e di rispettare  -  lo dice Lamers  -  "le condizioni di partenza di ogni paese"; se viene evitata la via imperiale del paese che decide al posto di tutti quale sarà la via aurea, di qui all'eternità. Quest'attitudine ancora non esiste, nell'Eurozona imperfetta cui apparteniamo: un'Eurozona con una moneta, 17 politiche economiche nazionali, una Banca centrale intimidita, nessun bilancio consistente in comune. È stato un errore di Syriza non aver insistito su questi punti.

Abbiamo parlato di cosiddetto salvataggio perché alla Grecia non sono stati garantiti salvataggi, come spiega da mesi l'economista greco Yanis Varoufakis. Non si può continuare a chiamare salvataggio una politica punitiva che non ha prodotto neppure una recessione (la recessione contiene sempre un'opportunità di autocorrezione) ma una vera e propria depressione, che trasforma la Grecia in un grande emporio della miseria ed è "del tutto priva di prospettive di redenzione".

Per affrontare simili dilemmi non basta l'intromissione ansiosa dei capi delle singole nazioni. Non basta neppure per calmare i mercati, che meglio dei governi capiscono, istintivamente, come il male dell'Europa sia innanzitutto politico, non economico. Occorre che nasca una vera agorà democratica in Europa, forte al punto di divenire un contropotere, di imporre un piano di crescita e un'Europa politica. Che in nome di tutti e non solo della Germania parlino le istituzioni sovranazionali (Commissione, Banca centrale). Che parli il Parlamento europeo, troppo silenzioso in tutta questa vicenda. Che i politici nazionali imparino a inforcare occhiali cosmopoliti, oltre a quelli che fanno vedere (con quale miopia!) i soli affari nazionali. Tutto questo ancora manca. Non c'è da lamentarsi se sulla scena europea restano, unici mattatori, solo Angela Merkel e Jens Weidmann.

(19 giugno 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2012/06/19/news/federazione_zoppa-37484048/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La Germania davanti al bivio
Inserito da: Admin - Luglio 11, 2012, 10:13:32 am
L COMMENTO

La Germania davanti al bivio

di BARBARA SPINELLI

A VOLTE, quando critichiamo Angela Merkel, dimentichiamo quel che sta succedendo in Germania: l'astio che domina tanti commenti di cittadini e politici, contro un'Europa del Sud che sta divenendo loro estranea. L'esigenza democratica, che si mescola ambiguamente a un nuovo nazionalismo e che spinge i tedeschi a fidarsi quasi solo della Corte costituzionale: proprio ieri, la Corte ha iniziato l'esame degli impegni presi da Berlino a Bruxelles, per verificare la loro compatibilità con la sovranità del popolo e del Parlamento. Il Sud Europa non si stanca di ammonire Berlino, evocando l'espandersi di sentimenti antitedeschi. Ma conoscono poco i sentimenti antieuropei che si addensano in Germania.

Citiamo, fra gli epiteti usati dai frequentatori dei giornali sul web, i più significativi: gli italiani, greci, spagnoli, portoghesi sono scrocconi, parassiti, perfidi, svergognati. Puntando l'indice sul passato tedesco, sono soprattutto ricattatori. Sono "cani, e che abbaino pure alla loro altezza". Un lettore conclude: "Chi ha amici simili, non ha più bisogno di nemici". L'astio colpisce anche europeisti come gli ex cancellieri Schmidt e Kohl, i verdi Trittin e Roth, l'ex ministro degli Esteri Joschka Fischer ("un depravato morale"): sono "traditori del popolo", "odiatori della Germania".
Bastano queste citazioni per capire che sarà pieno di insidie, il cammino degli europei verso una progressiva messa in comune dei debiti. La parola solidarietà è vista come una trappola, tesa per costringere i tedeschi a svenarsi per espiare chissà quale colpa.

Questo clima va tenuto presente, quando si parla di scudo antispread o Fondi salva-stati, o si celebrano i progressi raggiunti ai vertici europei. È un clima incendiario, che le classi dirigenti tedesche non sanno evidentemente governare: il più delle volte lo lusingano, altre volte lo contrastano, ma avendone paura. Manca tragicamente la pedagogica capacità di spiegare le cose "nei dettagli": è l'accusa, pesante, che il Presidente Gauck ha rivolto sabato al governo. Né serve la politica dei piccoli passi: solo un salto qualitativo (Unione politica, potenziamento della Bce) creerebbe la scossa che calmerebbe gli animi oltre che i mercati. Le misure piccole sono vissute come una tortura della goccia cinese. Ma nessuno osa, e tra chi osa di meno nelle classi dirigenti ci sono gli economisti: una corporazione che ovunque ha mancato - salvo eccezioni - l'appuntamento con la crisi del 2007-2008.

Ben 172 economisti tedeschi, e non dei minori, hanno firmato giovedì un appello in cui intimano al governo di non cedere alle pressioni e ricusare le misure concordate al vertice del 28 giugno, troppo costose per Berlino. Pur non firmando, è d'accordo anche il governatore della Bundesbank Weidmann, ostile a scudi salva-spread e unione bancaria. Weidmann è membro di un'istituzione comunitaria (il Consiglio direttivo della Bce), e l'uscita è quantomeno anomala. All'appello dei 172 hanno risposto due contro-appelli, firmati tra gli altri da Peter Bofinger e Bert Rürup, membri del Consiglio degli esperti economici che nel 2011 suggerì una messa in comune parziale dei debiti: i 172 sono accusati di nazionalismo e incompetenza. Siamo, insomma, di fronte a un grande dibattito che lascerà tracce, non dissimile dalla disputa fra storici del 1986-87 attorno al passato nazista. Oggi è l'economia al centro, e il ruolo più o meno egemonico, o dominatore, che Berlino deve svolgere nell'Unione.

L'economia può sembrare un tema minore, ma per la storia tedesca non lo è affatto. Quando la Repubblica federale nacque dalle rovine della guerra, l'economia prese il posto della coscienza nazionale, statale, democratica. Quanto all'egemonia: molti invitano la Merkel a esercitarla  - - Obama per primo - ma Berlino tentenna. Non dubita del proprio modello economico, che giudica anzi l'unico valido, superiore a ogni altro. Quel che fatica a fare, è guidare con efficace magnanimità i paesi deboli dell'Unione, come fecero gli americani col Piano Marshall nel dopoguerra. Irretita in dogmi contabili, la Germania ricade nel passato: sa comandare, non ancora guidare.

Il dogma non è solo quello che impone di mettere la "casa in ordine" prima di creare unioni transnazionali (l'assioma non tiene, perché l'unione sovranazionale muta l'ordine casalingo). Dogmatico è il primato dell'economia, fonte pressoché unica dello Stato e della democrazia. Divenne tale soprattutto nel dopoguerra, quando ai tedeschi era negato il diritto di divenire Stato giuridico, ma ha radici lontane. È dai tempi dell'Unione doganale (il Zollverein del 1834 e 1866) che i tedeschi fanno dell'economia il sifone della comunità politica. L'Unione europea deve ricalcare quel modello, che peraltro fallì quando la Prussia inglobò la Confederazione tedesca del nord: prima viene l'economia, poi la politica, lo Stato, il consenso dei popoli. Come scrive Marco D'Eramo su Micromega, anche in Europa, come nello Zollverein, "è la moneta a "battere" lo Stato invece dello Stato a battere moneta". La Merkel e il ministro Schäuble nuotano contro una corrente forte e anche contro se stessi, quando implorano un'unione politica federale: non ascoltarli, come non fu ascoltato Kohl, è letale.

Il primato economico ha una storia nel pensiero tedesco che va esplorata, se non vogliamo che l'unità europea degeneri in guerra prima verbale, poi civile. Alle origini, c'è l'esperienza d'un paese vinto dalla guerra, dimezzato, che nell'economia vide un surrogato di sovranità statale. Gli artefici del nuovo Stato economico furono Ludwig Erhard e i cosiddetti ordoliberali, che negli anni fra le due guerre avevano osteggiato l'idea keynesiana che i mercati possano, debbano esser governati.

L'ordoliberalismo divenne il credo della Repubblica federale, la via per uscire dallo statalismo nazista. Vale la pena ricordare come ne parla Michel Foucault, nelle lezioni del 1978-79. Le parole-chiave furono quelle che Erhard, futuro Cancelliere e allora responsabile dell'amministrazione nella zona occupata dagli anglo-americani, pronunciò il 28 aprile '48: "Bisogna liberare l'economia dai vincoli statali (...) ed evitare sia l'anarchia sia lo Stato-termite. Solo uno Stato capace di stabilire al contempo la libertà e la responsabilità dei cittadini può legittimamente parlare in nome del popolo". Decaduto lo Stato, solo la libera economia poteva ricostituirlo. Un marco solido, una crescita forte, una bilancia dei pagamenti salda: divennero la sovranità sostitutiva della Germania. "La storia aveva detto no allo Stato tedesco, ma d'ora in poi sarà l'economia a consentirgli di affermarsi", e in più di dimenticare un nazismo che non "parlava in nome del popolo" (Foucault, Nascita della biopolitica, Feltrinelli 2005).

Mettere la casa in ordine, e soltanto dopo farsi Stato: il prototipo dello Zollverein fu ripreso da Erhard, e ora va applicato all'Europa. Gli Stati sono incitati a cedere sovranità, ma la costituzione europea sarà economica e di marca tedesca, o non sarà. È stupefacente la disinvoltura con cui un uomo intelligente come Thomas Schmid, vicino nel '68 a Fischer e Cohn-Bendit, confonda il comando con l'egemonia, nel carteggio con Ezio Mauro apparso il 28 giugno su Repubblica: "La Germania deve usare la sua forza per aiutare altri, deve diventare un amministratore e garante per la stabilità riconquistata di Stati oggi deboli (...) deve essere egemone, ma in modo amichevole".
Forse è qui uno dei nodi da sciogliere, nelle discussioni fra governi e fra economisti. L'operazione tedesca è singolare. Parla di Federazione, ma intanto tratta i paesi meridionali dell'Eurozona come se fossero nazioni dimezzate e vinte in guerra, i cui Stati hanno perduto non tanto consistenza, quanto legittimità. Come se tutti dovessero percorrere la via tedesca, pur venendo da storie così diverse.

(11 luglio 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/07/11/news/germania_bivio-38855029/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Tragici dilemmi che dividono l'Italia
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2012, 04:47:37 pm
L'analisi

Tragici dilemmi che dividono l'Italia

di BARBARA SPINELLI


Tra le molte maledizioni di cui soffre l'Italia, ce n'è una che a intervalli regolari la insidia: ogni scelta cruciale si presenta sotto forma di dilemma tragico, irrisolvibile. Nella Grecia classica si direbbe: di aporia. Uno scontro mortale tra principi egualmente forti, e spesso egualmente validi. Solo che da noi manca la catarsi, che snoda i nodi. I nostri grovigli, tendiamo a viverli come ineludibili fatalità.

Nel caso dell'acciaieria Ilva, il dilemma consiste nella scelta, inconcepibile in altri paesi europei, tra la morte di fame per il lavoro perduto e la morte per i tumori che la fabbrica ha continuato a espandere lungo gli anni, per inadempienza e corruzione. Nel caso della disoccupazione giovanile, il dilemma viene addirittura presentato come cruento gioco della torre.

Visto lo stato di necessità che traversiamo, chi buttare giù dagli spalti: la generazione dei 30-40 anni o quella successiva? Non so cosa abbia pensato il Presidente Monti, nell'intervista del 27 luglio a Sette, quando ha pronunciato, con la leggerezza dell'apatia, un verdetto anch'esso poco immaginabile altrove in Europa: "Esiste un aspetto di generazione perduta, purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni (...) ma più che attenuare il fenomeno con parole buone, credo che chi (...) partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla generazione perduta, ma soprattutto impegniamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre, di generazioni perdute".

Più grave ancora il dilemma  -  l'aporia tragica  -  che è all'origine della pubblica discussione attorno alle inchieste della magistratura di Palermo e Caltanissetta, e all'intervento del Presidente della Repubblica che ha deciso di sollevare un conflitto costituzionale nei confronti degli uffici giudiziari palermitani a seguito di telefonate intercettate con l'ex ministro dell'Interno Mancino, non ancora inquisito per falsa testimonianza.

Non credo che Napolitano voglia ostacolare le inchieste siciliane sulle trattative fra mafia e parti dello Stato: più volte ha assicurato anzi il contrario. Ma condivido il timore espresso su questo giornale da Gustavo Zagrebelsky: il rischio esiste che l'iniziativa presidenziale assuma "il significato d'un tassello, anzi del perno, di tutt'intera un'operazione di discredito, isolamento morale e intimidazione di magistrati che operano per portare luce su ciò che, in base a sentenze definitive, possiamo considerare la "trattativa" tra uomini delle istituzioni e uomini della mafia".

Se mi soffermo su questo caso è perché tra i nostri dilemmi mi pare il più significativo, e il più periodico. Tra le critiche rivolte agli inquirenti dell'antimafia ce n'è una, che ricorre da vent'anni: l'accusa di protagonismo. L'epiteto resiste a tutte le intemperie: chi ha letto il libro Le ultime parole di Falcone e Borsellino (Chiarelettere 2012), ne constaterà l'inossidabile natura, il suo ripetersi ossessivo.

Ecco un altro nostro nodo che non si snoda. I magistrati sono sospettati di intromettersi nella politica e di farla, invece di lavorare in silenzio e risparmiare ministri e deputati: usano rilasciare interviste, impartire lezioni, e soprattutto denunciare l'irresponsabile non-presenza dello Stato. Non da oggi, ma dagli anni del maxiprocesso istruito dal pool di Palermo. Né Falcone né Borsellino bramavano le luci della ribalta. Se si esponevano con tanta frequenza, con accuse così esplicite, è perché percepivano l'isolamento cui erano condannati, l'insabbiamento che minacciava l'operazione verità. Non accade dappertutto, che un magistrato definisca se stesso un morto che cammina.

Lo stesso accade oggi a Antonio Ingroia, quando rilascia interviste colme di inquietudine. O a Roberto Scarpinato, Procuratore generale di Caltanissetta: il culmine l'ha raggiunto il 19 luglio, anniversario della morte di Borsellino, quando ha letto una lettera immaginaria all'amico ucciso dalla mafia vent'anni fa. Una lettera dura per i politici che ogni anno commemorano la strage di via d'Amelio: "Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite  -  per usare le tue parole  -  emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà".

A causa di queste parole, il Consiglio superiore della magistratura presieduto da Napolitano ha aperto un fascicolo sul trasferimento d'ufficio del procuratore, rendendo perigliosa la sua nomina ai vertici della procura di Palermo. Lo stesso Csm ha attivato il procuratore generale della Cassazione, affinché verifichi se Scarpinato abbia utilizzato, nella lettera, parole censurabili con provvedimento punitivo. È il motivo per cui Zagrebelsky parla, rivolgendosi a Napolitano, di "eterogenesi dei fini": sollevando un conflitto di poteri con i giudici di Palermo, Napolitano si inserisce, non intenzionalmente, in un contesto che vede i magistrati siciliani fortemente screditati, in difficoltà.

Non fu sollevato lo stesso conflitto nel '93, quando il Presidente Scalfaro fu intercettato nell'ambito di un'inchiesta sulla Banca Popolare di Novara (la Procura di Milano depositò agli atti l'intercettazione, contrariamente alla telefonata Mancino-Napolitano). O quando nel 2009 fu intercettata una telefonata a Napolitano di Guido Bertolaso, indagato per gli appalti. L'intervento del Quirinale è legittimo, Scalfari ha ragione e Ingroia lo conferma. Così come sono comprensibili le preoccupazioni istituzionali espresse da Scalfari in una serie di articoli.

Ma è legittima anche la domanda: perché proprio oggi, e non prima? Cosa c'è di così allarmante nelle inchieste siciliane, da smuovere le pubbliche istituzioni e da dividere fra loro giornali seri? È segno della ricchezza di questo giornale il fatto che ambedue le inquietudini siano presenti e conversino tra loro civilmente.
Forse tutto questo accade perché siamo alla vigilia di elezioni. Perché i partiti temono l'avanzare del Movimento 5 stelle. Forse, più semplicemente, perché l'Italia fin dal dopoguerra passa da un dilemma emergenziale all'altro, e mai arriva a quella che Zagrebelsky chiama la tranquillità del diritto. Anche sull'antimafia l'aporia resta irrisolta, dunque tragica: o vuoi sapere finalmente come ha funzionato il tuo paese  -  se sulla base di compromessi con la malavita oppure no  -  o convivi con misteri italiani eternamente inconoscibili. O la morte della verità, o la morte della politica e delle sue istituzioni.

Il problema è sapere come mai non sia possibile uscire da simili emergenze, e ritrovare la tranquillità politica in cui ciascuno fa la sua parte, e non quella dell'altro. Come mai, per imporre l'austerità in tempi di crisi, da noi sia necessario annunciare che esiste, nientemeno, una generazione perduta. Come mai sia obbligatorio parlare di Grillo come di un "fascista del web". Come mai se critichi una mossa del Quirinale sei accusato (per quale malinteso o cortocircuito?) di voler abbattere Napolitano e Monti.

L'incapacità di stare responsabilmente al proprio posto  -  il politico per governare, il partito per fare programmi, il giudice per giudicare, il giornalista per scrutare e analizzare  -  è certamente all'origine dell'odierno sfacelo. È un'altra conseguenza non voluta delle azioni del Quirinale: il suo desiderio di blindare la carica (con quali conseguenze future?) influenza l'intera classe dirigente, di destra e sinistra, quasi che l'articolo 90 della Costituzione sull'irresponsabilità presidenziale divenisse prerogativa d'ogni politico. Segretamente, si direbbe che ciascuno, schivando il compito che gli compete, voglia Monti in eterno. Se qualcuno non è d'accordo, si fa una legge elettorale per impedirgli di sedere in Parlamento. Intanto si dibatte, all'infinito, su destra e sinistra. Sempre deliberatamente operando in modo che non venga mai l'ora delle responsabilità, dell'azione: della tranquillità del diritto e della politica.

(29 agosto 2012) © Riproduzione riservata

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Titolo: BARBARA SPINELLI - Tra libertà e responsabilità
Inserito da: Admin - Settembre 14, 2012, 10:27:50 pm
L'ANALISI

Tra libertà e responsabilità

di BARBARA SPINELLI

ANCORA una volta, come l'11 settembre 2001, il volto stupefatto dell'America s'è accampato davanti ai nostri occhi. L'ambasciatore Christopher Stevens era appena stato ucciso, e Hillary Clinton non si capacitava.

"Perché è potuto succedere tutto questo? Perché in un paese, la Libia, che abbiamo aiutato a liberare? In una città, Bengasi, che abbiamo salvato dalla distruzione?" Dall'attentato alle Torri sono passati undici anni, e l'angoscia resta muta, quasi l'occhio non vedesse che orrore e buio.

Ancora una volta si risponde con le armi o con i droni, ma la parola è lenta a venire. Ieri Hillary Clinton ha denunciato il video anti-Islam, ma l'attonimento iniziale è significativo. L'occidente lancia al mondo la sua domanda - Perché non ci amate? - e mai fornisce una risposta, mai lo sguardo smette d'appannarsi, disperatamente miope. Il male è nero, e il nero non è dicibile. C'è il rischio di giustificarlo, se provi a vederlo, a capirlo. C'è il rischio di sovvertire il bene di cui ti credi l'artefice: le rivoluzioni arabe, le primavere democratiche, la guerra senza screzi in Libia. Il dilemma è comprensibile: se fai "parlare" il male, gli dai diritto di parola e di esistenza.

Invece bisogna capirlo, il nemico: e studiarlo, osservarlo, anche quando lo combatti, proprio se lo vuoi combattere. È evidente che il video sul Corano è un pretesto, che dopo l'uccisione di Bin Laden si voleva punire l'America, nell'anniversario dell'11
settembre, e scommettere sul peggio: la disfatta elettorale di Obama. Cercare di capire è tutt'altra cosa che giustificare, e non è nemmeno restare neutrali. Nella sua Teoria del Partigiano, Carl Schmitt scrive una cosa su cui vale la pena riflettere, in questi giorni d'ira contro il filmato trasmesso da organizzazioni vicine a Terry Jones, il reverendo che invoca i roghi del Corano: "Il nemico è la forma che assume la nostra questione". Conoscerlo e misurarlo significa conoscere se stessi, la "questione su chi siamo".

Un video distruttore della figura di Maometto ha scatenato in vari paesi musulmani la furia di piccoli ma bene armati gruppi di estremisti. Furia divenuta sanguinaria, a Bengasi: non stupisce che abbia colpito un giusto, un ambasciatore che il Corano lo conosceva e lo rispettava. Anche i morti nel crollo delle Torri, nel 2001, erano innocenti - a loro modo giusti - delle malvagie politiche attribuite ai governi americani. Ma se vogliamo analizzare quello che chiamiamo nemico, e non ripetere sempre la stessa intontita domanda davanti alle telecamere, dobbiamo tentare qualche risposta, e cominciare a formulare quel che la violenza in Libia, Egitto, Yemen dice su di noi, sulle nostre illusioni, sulla "nostra questione".

La nostra questione è la forza prima infamante e infine incendiaria che può emanare da un video diffuso mondialmente su YouTube. Può emanare anche da vignette anti-islamiche, come si è visto in Danimarca nel 2005, o più recentemente da un libro, come quello scritto da Richard Millet in Francia (Langue fantôme - Lingua fantasma, Gallimard). Questa forza di offendere ha un nome sacro, sancito dalle leggi liberali e specialmente inviolabile nella cultura politica statunitense: si chiama libertà di opinione, di espressione, di pubblicazione.

È una libertà che non ammette limiti, che si fa forte dello spirito di tolleranza, che si inventa un Voltaire permissivo che non è mai esistito (non è sua la frase "Disapprovo quel che dite, ma lotterò fino alla morte perché possiate dirlo"). Voltaire difese dalla censura dei benpensanti testi e autori che esecrava: bisognava tuttavia che i testi contenessero qualcosa che per lui era una "verità, anche se triviale". Wikileaks e Assange per esempio portano alla luce fatti veri, e il loro diritto di parola va difeso: cosa che non accade. Non sputano bugie come quelle dette, solo per insultare, sul fondatore della religione musulmana.

La libertà d'opinione professata in democrazia diventa una questione nostra - interpella innanzitutto noi occidentali, dice qualcosa su di noi - quando si trasforma in forza sovranamente indifferente alle conseguenze di quel che viene detto, ignara del rapporto fra parola e azione, negatrice della propria responsabilità. Quest'ultima non ha come scudo leggi egualmente cogenti, e articoli inviolabili delle costituzioni liberali. La responsabilità per le conseguenze di quel che diciamo o scriviamo o filmiamo non è egualmente protetta. È l'uomo pensante che mette insieme quel che l'istinto bruto disgiunge: la libertà e la responsabilità, il diritto di dire qualsiasi cosa capiti e il dovere di non sprezzare e declassare persone e religioni diverse. Un dovere che nelle società liberali abbiamo comunque, con o senza reciprocità.

Gli autori del video non sentivano questo dovere pensante, erano solo sicuri della propria libertà e delle leggi che la tutelano. Che importa se dico che Muhammed era un pedofilo, o quant'altro? Importa invece molto, come Max Weber insegna a proposito della vocazione dell'intellettuale e del politico: chi esercita tali professioni deve saper combinare l'etica delle convinzioni e quella della responsabilità, senza far prevalere l'una sull'altra e sapendo che l'equilibrio fra le due è fragile e sempre scabroso.

La libertà senza confini pensa di essere puro convincimento, e per questo la sua energia desta spesso ammirazione. Ma quando viene meno la responsabilità anche la convinzione vacilla, perde la purezza cui pretende: diventa non solo irresponsabile, ma falsificatrice della realtà. È quel che viene da dire sulle convinzioni dello scrittore Millet. Il suo libro, che sta dividendo i francesi, contiene una riflessione sull'attentato di Breivik nell'isola norvegese di Utoya, il 22 luglio 2011 (69 morti, più otto uccisi a Oslo).

La convinzione di Millet è la seguente: Breivik è "il segno disperato, e disperante, del fatto che l'Europa ha sottostimato le devastazioni del multiculturalismo, e segnala anche la disfatta dello spirituale a vantaggio del denaro". I giovani uccisi nel meeting socialdemocratico incarnano un'Europa "uscita dalla Storia", perché islamizzata e contrassegnata dalla "conversione dell'individuo in piccolo-borghese meticciato, mondializzato, incolto e socialdemocratico - ossia la tipologia delle persone uccise da Breivik".

Contrariamente a Millet, non credo che l'eccidio di Utoya sia una catastrofe perché gli europei sono affetti dalle malattie elencate nel libro (più precisamente, nel brano che ha per titolo "Elogio letterario di Anders Breivik", apparso sul Foglio il 30 agosto): malattie cui l'autore dà il nome di nichilismo multiculturale, perdita di identità, islamizzazione, denatalità, irenica fraternità. Quel che è stato veramente tragico a Utoya, è più semplice e quasi indicibile. Perché i ragazzi presenti nella riunione socialdemocratica non hanno organizzato una difesa, a Utoya?  Perché non hanno escogitato espedienti, gettando sassi o tendendo tranelli, per limitare la furia di Breivik? Come mai sono andati come agnelli al macello? Alcuni di loro hanno reagito: tre adolescenti ceceni, abituati a una vita di guerriglia, hanno salvato ventitré ragazzi, prima gettando pietre poi nascondendoli in una grotta, e in Norvegia sono ricordati come eroi. Anche le vittime hanno responsabilità: questo è quasi indicibile. Il tremendo è che a volte, perché imprigionati o minacciati, hanno solo quella. Ecco un'altra questione nostra. Ma è diversa da quella di Millet o dei video anti-musulmani.

Lasciamo stare le false citazioni di Voltaire, quando parliamo di tolleranza. Voltaire non ha detto che bisogna esser tolleranti con gli intolleranti. Limitiamoci a constatare che la scelta è tragica (ci sono perle incomparabili nei pamphlet più antisemiti di Céline, non ve ne sono, pare, nel libro di Millet e tanto meno nei video contro il Corano) e che la frontiera tra libertà e responsabilità è un'esilissima linea. Ma una risposta dobbiamo cercarla, in noi stessi, se davanti alla violenza non vogliamo divenire sordomuti senza speranza.

(14 settembre 2012) © Riproduzione riservata

DA - http://www.repubblica.it/esteri/2012/09/14/news/libia_11_settembre-42510132/?ref=HRER3-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il Mediterraneo senza Europa
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2012, 04:58:06 pm
L COMMENTO

Il Mediterraneo senza Europa

di BARBARA SPINELLI


Scrive il narratore greco Petros Markaris che l'Europa vive una strana insidiosa stagione: del suo sconquasso non parlano che gli economisti, i banchieri centrali.

Con il risultato che la moneta unica diventa la sostanza stessa dell'Unione, non uno strumento ma la sua ragion d'essere, l'unica sua finalità: "L'unità dell'Ue è stata sostituita dall'unità dell'eurozona. Per questo il dibattito rimane così superficiale, come la maggior parte dei dirigenti europei, e unidimensionale, come il tradizionale discorso degli economisti". Priva di visione del mondo, l'Europa ha interessi senza passioni, e non può che dividersi tra creditori nobili e debitori plebei. "Stiamo correndo verso una sorta di guerra civile europea".

Come un improvviso sparo nel silenzio è giunto il nuovo sisma nei paesi musulmani, sotto forma di una vasta offensiva dell'integralismo musulmano contro l'Occidente e i suoi esecrabili video: la violenza s'addensa nel Mediterraneo, e l'Europa - in proprie casalinghe faccende affaccendata - d'un tratto s'accorge che fuori casa cadono bombe. S'era addormentata compiaciuta sulle primavere arabe, ed ecco irrompe l'inverno. Aveva immaginato che le liberazioni fossero sinonimo di libertà, e constata che le rivoluzioni son sempre precedute da scintille fondamentaliste (lo spiega bene Marco d'Eramo, sul Manifesto di ieri), prima di produrre istituzioni e costituzioni stabili. Come Calibano nella Tempesta di Shakespeare, i manifestanti ci gridano: "Mi avete
insegnato a parlare come voi: e quel che ho guadagnato è questo: ora so maledire. Vi roda la peste rossa per avermi insegnato la vostra lingua!".

L'Europa potrebbe dire e fare qualcosa, se non continuasse ad affidare i compiti all'America: non solo in Afghanistan, dove molti europei partecipano a una guerra persa, non solo in Iran, ma nel nostro Mediterraneo. È da noi che corrono i fuggitivi dell'Africa del Nord, quando non muoiono in mare con una frequenza tale, che c'è da sospettare una nostra volontaria incuria. L'Europa potrebbe agire se avesse una sua politica estera, capace di quel che l'America lontana non sa fare: dominare gli eventi, fissare nuove priorità, indicare una prospettiva che sia di cooperazione organizzata e non solo di parole o di atti bellici.

Ormai evocare la Federazione europea non è più un tabù: ma se ne parla per la moneta, o per dire nebulosamente che così saremo padroni del nostro destino. Ma per quale politica, che vada oltre l'ordine interno, si vuol fare l'Europa? Con quale idea del mondo, del rapporto occidente-Islam, dell'Iran, di Israele e Palestina, del conflitto fra religioni e dentro le religioni?

Più che una brutta scossa per l'Unione, l'inverno arabo rivela quel che siamo: senza idee né risorse, senza un comune governo per affrontare le crisi mondiali, e questo spiega il nostro silenzio, o l'inane balbettio dei rappresentanti europei. Difficile dire a cosa serva Catherine Ashton, che si fregia del pomposo titolo di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione. Nessuno sa cosa pensino 27 ministri degli Esteri, ibridi figuranti di un'Unione fatta di Stati non più sovrani e non ancora federali. Quanto ai popoli, non controllano in pratica più nulla: né l'economia, né il Mediterraneo, né le guerre mai discusse dall'Unione.
Per la storia che ha alle spalle (una storia di democrazie e Stati restaurati grazie all'unione delle proprie forze, dopo secoli di guerre religiose e ideologiche), l'Europa ha gli strumenti intellettuali e politici per divenire un alleato delle primavere arabe in bilico, e di paesi che faticano a coniugare l'autorità indiscussa dello Stato e la democrazia. E resta un punto di riferimento laico per i tanti - in Libia, Egitto, Tunisia - che vedono la democrazia o catturata dai Fratelli musulmani, o minacciata dai fondamentalisti salafiti.

La via di Jean Monnet, nel dopoguerra, fu la combinazione fra gli interessi e le passioni, dunque la messa in comune delle risorse (carbone e acciaio) che dividevano Germania e Francia. La Comunità del carbone e dell'acciaio (Ceca), fu nel 1951 l'embrione dell'Unione: gli Stati non si limitavano più a cooperare, ma riconoscevano in istituzioni sovranazionali un'autorità superiore alla propria. In seguito le istituzioni si sarebbero democratizzate, con l'elezione diretta di un Parlamento europeo sempre più influente. Così potrebbe avvenire tra Europa e Sud Mediterraneo, grazie a una Comunità non basata sul carbone e l'acciaio, ma sull'energia (o in futuro sull'acqua).

Un piano simile è stato proposto, nell'ottobre 2011, da due economisti di ispirazione federalista, Alfonso Iozzo e Antonio Mosconi. L'idea è che Washington non sia più in grado di garantire stabilità e democrazia, nel Mediterraneo e Medio Oriente. Di qui l'urgenza di una Comunità euromediterranea dell'energia: energia spesso potenziale, difficilmente valorizzabile senza aiuti finanziari e tecnologici europei: "Il principio di una Comunità tra eguali è essenziale e ricorda la rivoluzione realizzata dall'Eni di Enrico Mattei, che ruppe il monopolio delle "sette sorelle" petrolifere concedendo per la prima volta alla Persia la gestione in parità delle risorse petrolifere del paese". La nuova Comunità deve "riconoscere ai paesi associati la proprietà delle risorse energetiche e degli impianti, dando all'Europa diritti di utilizzazione su una quota dell'energia prodotta, per un periodo determinato con aumento progressivo della quota utilizzata localmente, in cambio delle tecnologie e degli investimenti effettuati". Si dirà che è solo una comunità di interessi. Lo si disse anche per la Ceca. In realtà l'ambizione politica è forte: sostituire il modello egemonico con un modello paritario e chiedere agli associati precisi impegni democratici, controllati da una comune Assemblea parlamentare.

Sostituire o affiancare il potere Usa nel Mediterraneo vuol dire prendere atto che quel modello non funziona: ha creduto di esportare democrazia con le guerre, creando Stati fallimentari e rafforzando Stati autoritari. Le democrazie (Israele compresa) hanno sostentato per anni i fondamentalisti (i talebani contro l'Urss, Hamas contro l'Olp) e volutamente ignorano una delle principali fonti delle crisi odierne: l'Arabia Saudita, finanziatrice dei partiti salafiti che minano le barcollanti, appena nate democrazie arabe.

Obama è alle prese con importanti insuccessi. Nonostante il discorso di apertura all'Islam tenuto nel 2009 al Cairo, il diritto della forza prevale spesso sulla forza del diritto, come per Bush. Abbiamo già citato l'Arabia Saudita, non meno pericolosa dell'Iran e tuttavia esente da obblighi speciali. Permane l'influenza della destra israeliana su Washington, con effetti nefasti sul Medio Oriente. Guantanamo non è stata chiusa come promesso (risale all'8 settembre la morte di un prigioniero, Adnan Latif, torturato per 10 anni senza processo, nonostante l'ingiunzione dei tribunali a rilasciarlo). L'Iraq è liberato, e nessuno protesta contro i pogrom polizieschi della popolazione gay, testimoniati in questi giorni da un documentario della Bbc. Le guerre scemano, ma sotto Obama l'uso di droni senza piloti è sistematico, in Pakistan, Somalia, Yemen: le uccisioni mirate in zone non belliche "distruggono 50 anni di legge internazionale", sostiene l'investigatore Onu Christof Heyns. La questione ci concerne. Obama risponderà all'attentato di Bengasi con droni che forse partiranno da Sigonella, e sul loro uso il governo italiano non potrà tacere.

Tocca all'Europa dare speranze al Mediterraneo, difendere le sue democrazie. Se si dà un governo, l'Unione avrà l'euro e una politica estera. Solo in tal caso il colpo di fucile che udiamo nei paesi arabi potrà svegliare, come nella poesia di Montale, un'Europa il cui cuore "ogni moto tiene a vile, raro è squassato da trasalimenti".

(19 settembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2012/09/19/news/mediterraneo_senza_europa-42818011/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La latitanza dei partiti
Inserito da: Admin - Ottobre 04, 2012, 03:43:36 pm
L'analisi

La latitanza dei partiti

di BARBARA SPINELLI

ANCORA non è chiaro se il presidente del Consiglio Monti contempli oppure no la possibilità di restare a Palazzo Chigi dopo le elezioni. A New York ha detto di sì, il 27 settembre. Ma tornato a Roma è stato più vago: "Lascerò il governo ad altri, nei prossimi mesi". Di certo, però, l'idea di un Monti-bis occupa le menti di molti partiti, e anche degli elettori, e il fatto che sia un'idea avvolta di mistero la rende perfino più insinuante. Monti c'è e non c'è, ha bravure tecniche e una ritrosia istintiva a schierarsi che gli dà una forza peculiare. Una forza non necessariamente positiva: mistero, miracolo, autorità refrattaria alla politica sono attributi del cesarismo. L'altro ieri ha specificato che la classica divisione destra-sinistra va sostituita da quella tra evasori e non evasori: l'estraneità alla politica e al suo progettare pare evidente.

È opinione diffusa che la dichiarazione di New York sia una risposta ai mercati, di nuovo innervositi dall'instabilità italiana. È per rassicurarli che Monti ha detto: "State tranquilli, se opportuno riprendo le redini io". Se le cose stanno così, non stupisce che abbia scelto come platea gli Stati Uniti e non l'Italia. Non da oggi infatti sono due, gli uditori e gli àmbiti territoriali (le constituency) cui gli aspiranti al comando devono rispondere: la constituency dei mercati e quella che democraticamente vota i candidati ai vertici degli Stati. Fin dal 1998, l'ex presidente
della Bundesbank, Hans Tietmeyer, parlò del "plebiscito permanente" (permanentes Plebiszit), che i mercati esercitano minuto dopo minuto sulle politiche nazionali, disciplinandole. A questo elettorato non nazionale ma transnazionale si è rivolto Monti, giovedì, convinto forse che il plebiscito di investitori planetari sia determinante e prioritario.

È come se il secondo plebiscito, affidato dalle costituzioni alla sovranità popolare, sbiadisse sino a svanire, rimosso dal primo. L'epoca che viviamo è per molti versi postcostituzionale (è il motivo per cui urge dare all'Unione una Costituzione vera, scritta dai parlamentari europei, non dai governi), e son simili epoche, secondo il filosofo Leo Strauss, che secernono fatalmente il cesarismo. D'altronde Monti lo disse in due occasioni, il 7 agosto e il 16 ottobre 2011 sul Corriere, nell'autunno di Berlusconi. La prima volta annunciò che il governo "aveva accettato, nella sostanza, un 'governo tecnico'". Formalmente la primazia della politica era intatta, ma "le decisioni principali sono prese da un governo tecnico sopranazionale" (un "potestà forestiero"). Due mesi dopo, descrivendo l'ira dei mercati e di Bruxelles, scrisse che l'Italia era "già oggetto di 'protettorato'". Europa, America, Asia erano persuase che a "far saltare l'eurozona" saremmo stati noi, non Atene. Grazie al proprio governo il pericolo sarebbe oggi sventato. Ogni giorno il ministro Grilli assicura che la nostra sovranità è ripristinata, che non dovremo chiedere aiuti all'Unione (che male ci sarebbe a chiederli, se l'Unione è solidale con Stati che comunque non sono più sovrani e se la sua ricetta è quella di Monti?).

L'indeterminatezza di Monti può nascere da un calcolo o da una ritrosia, come può nascere da calcolo o ritrosia il rifiuto di misurarsi con altri pretendenti nella competizione elettorale. Un rifiuto legittimo  -  il premier è senatore a vita  -  ma non del tutto congruo: un senatore a vita che governa deve poter essere giudicato dalle urne oltre che dai mercati. Il problema è che pochi gli ricordano che candidarsi e parlare di programmi e alleati è dovuto, in democrazia. Qui è il pericolo, ma anche il fascino, che il cesarismo postpolitico pare esercitare.
È una delle singolarità italiane su cui vale la pena riflettere. In Grecia, in Spagna, cittadini indignati denunciano con impeto quello che vivono come diktat non tanto esterno, quanto inconfutabile. In Italia le proteste si frammentano, i sindacati gridano, ma le piazze non si riempiono. Non è una sciagura, ma è una passività colma d'ira che ha qualcosa di malato ed è un'anomalia, nella cosiddetta periferia d'Europa. Sembra confermare quello che Luciano Canfora considerava, nel 2010, la questione cruciale dei nostri tempi: i governi europei hanno scelto la strada dell'abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore degli "esperti". Seguendo alla lettera Tietmeyer, prediligono di fatto il permanente plebiscito dei mercati (Critica della retorica democratica, Laterza).

Ma i primi responsabili del male non sono i mercati. Essi constatano il vuoto di politica, e lo riempiono con loro ansie, esigenze. Responsabili della diserzione sono i partiti, i politici che antepongono la sete di potere alla competenza. E responsabile è il popolo italiano, che a questo andazzo ventennale s'è assuefatto se non affezionato.

L'abdicazione dei partiti è ricorrente, palese. Se davvero volessero governare, se non fossero anch'essi attratti dalla passività, riconoscerebbero che i poteri dei mercati tendono a espandersi naturalmente (vale anche per i mercati quel che dice Montesquieu: "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere". Solo il politico può frenare l'abuso, correggere la vista corta di chi giudica solo il minuto, e contrapporre un potere legittimato democraticamente che duri un po' più a lungo di una seduta di borsa).

Ma i partiti vogliono veramente governare? Vogliono essere protagonisti, o preferiscono assegnare il compito a esperti e tecnici, pur di evitare il difficile o l'impopolare? Tutto fa pensare che un potere così rischioso non lo desiderino, né a destra né a sinistra. Se davvero ambissero a governare, e non solo a espugnare un ben remunerato spazietto, predisporrebbero alleanze durature. Ma soprattutto, approverebbero presto una legge elettorale che non distribuisca ai partiti poteri proporzionalmente spezzettati e quindi privi di responsabilità, ma che permetta la nascita di coalizioni dotate sia di potere sia di responsabilità. Difficile rintracciare questa volontà, debole in Bersani e ancor più in Renzi. Quest'ultimo vuol rifondare il Pd, e la volontà è meritoria e popolare, ma anch'egli s'inviluppa nell'indeterminatezza. Non dicendo con chi governerà, e ripetendo che Monti è il suo faro, cade nella trappola come i concorrenti o avversari. Ogni partito ha lo sguardo fisso su se stesso, pur sapendo perfettamente che da soli si naufraga. Se la legge elettorale non produrrà governi forti, ricadremo nella strana maggioranza di oggi: non una grande coalizione, ma un'accozzaglia di partiti che in solitudine insuperbiscono e in solitudine si corrompono tanto più facilmente.

Anche il popolo elettore tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri rappresentanti, nello Stato. Non mancano le ragioni, e Grillo non cade dal cielo. A tal punto inaffidabili si sono rivelati i partiti e la politica italiana, inviluppata non nel mistero soltanto ma nella corruzione. Il Movimento 5 stelle misura le febbri italiane, le diffidenze degli elettori, la sfiducia che essi hanno in se stessi, la delusione accesa da alternanze e alternative mancate. Da questo punto di vista è vero che l'Italia è più debole della Grecia. Anche Atene è appesantita da ruberie e lobby, ma almeno dopo un governo tecnico è tornata alla politica, ha potuto scegliere tra visioni opposte della crisi e delle terapie. In Italia no, tutte le istituzioni vacillano, e nell'inerzia si continua a implorare un Cesare postcostituzionale. È così da quando è finita la prima Repubblica. La seconda non è mai cominciata. Tutti questi anni sono passati nell'inane, fallito tentativo di uscire dalla prima.

(03 ottobre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/10/03/news/la_latitanza_dei_partiti-43746570/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Un Pantheon senza bussola
Inserito da: Admin - Novembre 14, 2012, 05:44:29 pm
IL COMMENTO

Un Pantheon senza bussola

di BARBARA SPINELLI


MOLTO presto si è capito, guardando il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra 1, che qualcosa di essenziale mancava. Che il palcoscenico occupato dagli attori era simile a una sfera, di cui potevi ammirare o non ammirare la superficie, ma privata di centro. Non abbiamo contemplato il vuoto. Non era assente la voglia di fare politica: anche se voglia parecchio neghittosa, perché restituire alla politica l'importanza perduta implicherebbe riconoscere peccati di omissione non indifferenti, passati e presenti. La bussola c'era, nella sua sferica forma: quel che l'occhio non percepiva era il perno che fissa l'ago magnetico, e che gli dà la sua linea di forza.

Cosa dovrebbe esserci, al centro di uno schieramento che dice di battersi per una sinistra progressista? Per forza una tradizione, una storia, un tempio, meglio ancora un Pantheon che contiene le tombe dei propri uomini illustri. L'ago magnetico non può che partire da lì, altrimenti si muove impazzito in ogni sorta di direzione, senza mai segnalare con chiarezza il Nord. Quando il centro è ovunque e da nessuna parte, sostituito dalle persone che parlano agli elettori (la persona Bersani, o Vendola, o Renzi, o Tabacci, o Puppato) vuol dire che dietro la loro divina genialità - la loro maschera - non esistono genealogie né memoria storica di sé.

Il momento rivelatore di questa perdita del centro è stato quello in cui i cinque candidati hanno elencato i loro monumenti ideali, gli uomini illustri del loro Pantheon, individuale o collettivo. Alcuni erano grandiosi: Papa Giovanni ad esempio, indicato da Luigi Bersani come un uomo che seppe operare "cambiamenti profondi, ma sempre rassicurando", mai seminando spavento. O il cardinale Martini, nominato come stella polare da Nichi Vendola. Due uomini di chiesa, cui si sono aggiunte personalità care a Renzi come Nelson Mandela e Lina, la famosa blogger tunisina.

Del tutto eclissati, nella più sorprendente delle maniere, sono d'un colpo gli uomini che della sinistra sono i veri padri fondatori, i veri aghi della bussola: compresi i padri che si sono aggiunti man mano che il progressismo italiano, senza dirlo ma nei fatti, ha cominciato una sua nuova strada, non più rivoluzionaria ma socialdemocratica. Due ecclesiastici, un eroe della lotta anti-apartheid, un blogger: è bello, ma somiglia molto a una decerebrazione. I centri nervosi del cervello vengono separati dai centri posti inferiormente, scrivono i bollettini medici: il lobotomizzato perde la capacità di movimenti volontari anche se riesce a mantenere la posizione eretta. È come se ci si vergognasse di dichiararsi eredi. Di avere alle spalle un testamento, dunque un'alleanza. Magari i candidati dicono perfino qualcosa di sinistra, ma questo qualcosa è piatto, non ha radici, fluttua come foglia sulle acque, si fa volutamente piccolo e insignificante. Come Bersani quando ha ammesso, qualche settimana fa: "Abbiamo qualche difettuccio, ma di meglio in giro non c'è".

Tutto questo è strano e inedito, se lo paragoniamo alla coscienza di sé che le sinistre hanno generalmente in Europa. Anche quando tradiscono. Soprattutto quando tradiscono. In Germania il pensiero della sinistra, e anche dei Verdi, va automaticamente a lanterne come Willy Brandt, o a resistenti come Kurt Schumacher. In Francia ci si divide su Mitterrand, ma tanto più vivo è l'attaccamento a Léon Blum e al suo Fronte popolare, o a Jean Jaurès, o al fondatore della scuola laica che fu Jules Ferry. Non così in Italia, anche se di figure memorabili ne abbiamo anche noi.

Berlinguer ad esempio: perché Bersani, figlio del Pci, salta un dirigente che vide con acume e sgomento, nell'81 parlando con Eugenio Scalfari, la trappola del consociativismo e del compromesso storico da lui stesso congegnata? "I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali".

Fu un grido di rivolta contro il proprio partito, un presentimento di possibili vie d'uscita. Un grido tuttora inascoltato, se solo consideriamo l'atteggiamento corrivo che i suoi eredi hanno avuto per quasi vent'anni verso Berlusconi. Il modello, sconfessato o tradito, si fa imbarazzante. Da questo punto di vista Bruno Tabacci è apparso il più libero di complessi: i suoi esempi - De Gasperi innanzitutto, su Marcora i dubbi sono leciti - hanno radici inconfutabili nella storia del cattolicesimo politico italiano.

Imbarazzo e vergogna di sé (anche Vendola ne è affetto) spiegano l'omissione di altri antenati, che assieme alla sinistra hanno lottato contro le degenerazioni economiche e le corruttele italiane: non appartenenti al Pci ma a formazioni come il Partito d'Azione o il socialismo. Sono tanti. Ma quando si perde il centro precipitano nell'oblio le vette di preveggenza e saggezza che furono Piero Calamandrei, Vittorio Foa, Federico Caffè, Sylos Labini. O, fortunatamente citata da Laura Puppato: Tina Anselmi, cancellata perché fece piena luce, troppa probabilmente, sulle trame della P2. Data addirittura per defunta dal giornalista Vittorio Feltri, recentemente davanti a una platea televisiva muta, egualmente decerebrata. In Italia evidentemente si muore anche da vivi. È la nostra specialità cinica e crudele. Leopardi la chiamava la nostra incompatibilità con gli slanci, i dolori, le speranze delle epoche romantiche vissute da altre nazioni europee.

Nel Pantheon sostitutivo ci sono due stranieri, come Mandela e la blogger Lina Ben Mhenni. Anche questo è bello e nobile, perché ci fa uscire dalla provincia. Ma la sinistra quando esce dalla provincia percorre grandi distanze, ha sogni di esotismo, e in questo Renzi è apparso più di altri vecchio. Se avesse citato Che Guevara sarebbe stato la stessa cosa. Perdere il centro vuol dire non far spazio all'Europa, e correre molto lontano restando qui, inchiodati dentro casa e nel presente. Vuol dire lasciare nel buio personaggi come Albert Camus, subito europeista dopo la guerra. O William Beveridge, ideatore di un piano del Welfare che dall'Inghilterra trasmigrò presto nel continente liberato: era un liberale profondamente influenzato dal socialismo della Fabian society, e militò con convinzione per l'unificazione dell'Europa.

Beveridge è punto di riferimento ineludibile per chiunque voglia resuscitare lo spirito di Ventotene (Vendola l'ha evocato, dunque vorrebbe forse riesumarlo) sapendo che l'idea d'Europa nacque in piena guerra fratricida dando al futuro tre obiettivi fondamentali: la federazione del continente, la democrazia, e lo Stato sociale.

Infine mancano riferimenti laici, accanto a quelli religiosi: come Ernesto Rossi, collocato oggi in un Pantheon per pochi aficionados, nonostante l'attualità delle sue battaglie europeiste e laiche. Assenti anche i martiri dell'antimafia, e tanti altri che non enumero solo perché lo spazio non basta.

Perdere il centro non significa naturalmente perdere le elezioni. Ma perdere la bussola sì, e con essa la memoria e la capacità di cercare, se non trovare, il Nord. Significa entrare nel futuro con tali e tanti complessi, tali e tante cautele, che il passo si fa claudicante. Mai spavaldo, come in chi discende da una lunga storia e pur facendo i conti con essa non si sente obbligato a dimenticarla.

(14 novembre 2012) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/primarie-pd/edizione2012/2012/11/14/news/pantheon_senza_bussola-46595769/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il fattore P e i re negligenti
Inserito da: Admin - Novembre 18, 2012, 03:15:21 pm
LE IDEE

Il fattore P e i re negligenti

di BARBARA SPINELLI


Esiste il fattore P (fattore Politica), come in guerra fredda esisteva, secondo la formula che Alberto Ronchey escogitò nel 1979, il fattore K, da kommunizm in russo. Il fattore K impedì all'Italia, per mezzo secolo, di darsi una democrazia compiuta. Troppo potente era il Pci, perché fossero ammesse vere alternanze. La democrazia, bloccata, s'incancrenì presto: assicurata l'immobile permanenza del trono, tutto era permesso. Il fattore P è più subdolo: quel che oggi si tende a escludere, ma senza dirlo, è la Politica tout court, intesa come dibattito fra visioni che si contrappongono perché la migliore sia votata, sperimentata, o respinta. Ovvio che se vien sottratta la politica-dibattito evapora anche la democrazia, che è sovranità del popolo ma, forse ancor più, controllo dei governati sui governanti. L'esclusione è subdola perché chi esce da questo schema subito è sospettato di antipolitica.

Se il fattore K nacque dalla guerra fredda, il fattore P è frutto insidioso della crisi economica, che alla guerra somiglia sempre più. La nazione in guerra non discute: si mobilita. La via d'uscita è univoca, e chi può tracciarla meglio dei tecnici, generali o economisti? Quel che accomuna le guerre e le grandi crisi è lo stato di ineluttabilità, che riduce le libere alternative. Il Regno della necessità si fa legge di natura, e s'installa a dispetto di smentite o disavventure.

La prevalenza del tecnico non è un fenomeno solo italiano: lo spiega Ralph Bollmann sul numero di settembre della rivista Merkur, esaminando il ruolo, "quasi sempre negativo", che gli esperti economici hanno avuto in Germania: a cominciare da Ludwig Erhard, Cancelliere dopo Adenauer, che fu ingegnoso negli anni dell'occupazione alleata, non dopo. Né è un fenomeno esclusivamente nazionale: l'Unione europea rischia analogo rattrappimento. Il tecnico Monti agisce politicamente, ma non senza una certa impazienza per la dialettica politica democratica, e per le sue lentezze parlamentari (intervista a Spiegel, 5-8-12).

Un fastidio simile lo spinge a difendere la tecnocrazia di Bruxelles, in un libro scritto con l'eurodeputata Sylvie Goulard (La democrazia in Europa, Rizzoli). Quel che si deduce dall'estratto apparso domenica su Repubblica è di grande interesse. Il libro chiede un'Unione più democratica, e a giusto titolo ricorda che se l'Europa non si fa, la colpa non è degli eurocrati ma dei governanti nazionali, della loro procrastinazione, imperizia, strapotere. Ma la tesi centrale, nel brano pubblicato, è un'altra: "A livello europeo, la richiesta di più "politica" risulta alquanto sconcertante. Da un lato perché essa mostra di ignorare il carattere intrinsecamente politico del progetto europeo sin dai suoi esordi (...). Dall'altro perché l'esperienza insegna che "più politica" tante volte significa meno rigore e più problemi: i giochi della politica minano la fiducia nelle istituzioni comuni; gli scambi di favori (...) possono portare ad accogliere nell'Eurozona uno Stato che non soddisfa del tutto i criteri richiesti, a chiudere un occhio su un deficit pubblico o ancora a ignorare una pericolosa bolla immobiliare".

I politici, secondo gli autori, non solo dissipano forze e tempo nel gioco della politica (l'incubo italiano è sempre quello: la contesa fra guelfi e ghibellini, la politica come gioco, o teatrino). Peccano soprattutto di imperizia, avendo ignorato le bolle finanziarie generatrici della crisi. Così come pecca il popolo, animato più da "pulsioni" che da ragionamenti. Ambedue, politici e popolo, eludono il solo farmaco che guarisca: i governi di unità nazionale, atti a "rassicurare gli investitori e i partner europei".

"Più politica tante volte significa meno rigore e più problemi": ecco la frase chiave, che tradisce impazienza di fronte alla politica-controversia. Un poco somiglia al disprezzo che Donoso Cortés nutriva, nell'800, per la clase discutidora dei Parlamenti borghesi. La guerra economica, in altre parole, meglio lasciarla ai periti tanto è complessa. Ma è proprio vero? Da quel che si sa, quasi nessun perito previde la crisi del 2007-2008. Perfino la regina d'Inghilterra se ne stupì, nel novembre 2008, in un incontro con eminenti economisti alla London School of Economics, e chiese: "Possibile che non abbiate visto venire nulla? Why did nobody notice it?". Chi aveva visto e suonato l'allarme fu per anni considerato uno stravagante, dentro e fuori le accademie. Quanto al governo tecnico italiano, sono tanti gli errori, troppi per non destare il sospetto che anche l'intenditore si districhi a fatica. Il problema non sono le battute, di cui Monti si rammarica. Dietro le battute ci sono sviste, calcoli mal fatti o fatti a tavolino, e marce indietro che denotano ragionamenti (e convinzioni) non sempre stabili. Ci sono le incessanti titubanze sugli esodati; i tagli di fondi (poi parzialmente ritirati) per i malati di Sla; la legge sulla corruzione, che lascia impuniti reati gravi quali il falso in bilancio e l'auto-riciclaggio; i tagli alla pubblica istruzione; l'aumento di ore di lavoro degli insegnanti a parità di stipendio, poi sconfessato; il pasticcio del tributo Imu per la Chiesa. I tecnici sono d'aiuto, in crisi e in guerra. Ma senza convinzioni civili forti rischiano di cadere anch'essi nella procrastinazione, nel disorientamento.

E i politici? I politici e i partiti continuano a delegare al tecnico i propri compiti. Scrive ancora Bollmann che gli unici esperti di politica restano pur sempre i politici.
Solo loro sanno trovare equilibri accettabili tra bisogni di cassa e bisogni del Paese, tra economia e Stato di diritto, tra nazione e mondo. Solo loro possono pensare nuovi modelli di sviluppo, attento al clima e alla tutela del bene pubblico. I tecnici sono il più delle volte, come diceva Friedrich Schlegel a proposito degli storici, "profeti volti all'indietro". Stabilizzano il presente, anche parlando del futuro. Di rado sono i fondatori di ordini nuovi, in casa e in Europa.

Il guaio è che i politici in Italia non vogliono esserlo. Sono affetti da nolitio, non-volontà. Temono, se rifiutano le unità nazionali, l'epiteto dell'antipolitico, del demagogo.
Sono anch'essi inorriditi dalle "pulsioni" del popolo (Grillo è pulsione). Somigliano ai re negligenti, che Dante colloca in un'aiuola fiorita dell'Antipurgatorio.
Mettendosi da parte, s'aggrappano al potere per il potere: terreno tra i più propizi per la corruzione morale. Se non fosse così, non si darebbero tanto da fare per fabbricare una legge elettorale che lascia in piedi tutte le storture della legge precedente tranne l'unico vantaggio che aveva: far uscire dalle urne una maggioranza chiara.

In guerra fredda, un tacito accordo (la conventio ad excludendum) allontanava il Pci dal potere. Oggi la conventio allontana la politica. È l'argomento di Ilvo Diamanti, su Repubblica di lunedì: Monti è stato designato in quanto tecnico non eletto. "Perché non deve rispondere ai cittadini delle sue scelte. Ha ottenuto la fiducia del Parlamento proprio perché non è un politico. Per questo si fanno largo progetti di legge elettorale con l'obiettivo di impedire a qualcuno di vincere davvero. Per costringere le principali forze politiche al compromesso. Come nella Prima Repubblica. Per riproporre Monti al governo".

Lo scenario non è diverso in Europa. "La richiesta di più politica risulta alquanto sconcertante", scrive Monti. Perché sconcertante? Quando la politica si autoesclude in quanto inesperta, non resta che la tecnocrazia e questo diventa un problema. La domanda di più politica, e di partiti che anche in Europa lavorino a un ordine nuovo, è più che giustificata in una crisi che corrode il progetto europeo degli esordi. Marx diceva che i governi moderni sono semplici comitati d'affari delle forze di mercato.
 
Oggi il caso pare aggravarsi. Per lungo tempo, l'eurocrazia fu un servizio tecnico degli Stati. Ora anche i governi nazionali sono servizi tecnici. Comitati d'affari nazionali d'un comitato d'affari europeo, in un circolo vizioso che solo il ritorno alla politica, dunque della speranza, può spezzare.

(17 novembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/11/17/news/fatto_p_re_negligenti-46821322/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il parlar-vero delle primarie
Inserito da: Admin - Novembre 28, 2012, 11:24:19 pm
Il parlar-vero delle primarie

di BARBARA SPINELLI


MOLTO dipende ora da quel che si farà, nel Pd e nel centrosinistra, del tesoro accumulato alle primarie di domenica, e di quel che esse rivelano: un'enorme domanda di democrazia, e un bisogno, possente, che la politica torni in primo piano. Che non si nasconda dietro governi tecnici come se non fosse capace, per incompetenza o neghittosità, di pesare con idee alternative sulla crisi e le sofferenze che ne discendono.

Non è detto che 3,1 milioni di elettori desiderino estromettere gli esperti, estranei ai partiti e allergici ai loro conflitti. Il voto è probabilmente spurio: in parte il popolo delle primarie vuole che partiti o movimenti ricomincino o comincino a governare, in parte è complice della sospensione della politica democratica classica, fatta di alternanze e ancor più di alternative alle ricette presenti. Resta che i cittadini si sono incaponiti nella loro domanda di politica, nella loro voglia di contare, e il voto l'hanno dato a candidati che per settimane si sono battuti non per guidare un partito, non per figurare meglio in Parlamento, ma per governare l'Italia in prima persona.

Le categorie che Albert Hirschmann teorizzò in un famoso saggio del 1970 sono più che mai attuali: alla strategia del tirarsi fuori (dell'exit), la cittadinanza antepone la presa di parola (il voice). Il voice è per natura partecipativo e "informativo" (cerca una spiegazione del declino incombente sulla Repubblica). L'exit prende atto del declino, non va oltre: è un ammonimento, necessario ma non sufficiente.

Quel che molti elettori sembrano chiedere è che le primarie non siano un Truman Show, un cinema che proietta il film illusorio di un'alternativa riservandosi poi di proporre governi tecnici appena differenti dall'attuale. Conviene sapere quel che si dice, quando si afferma che più di tre milioni desiderano contare. Se pensano di poter contare, vuol dire che prendono per vera la ripetuta promessa dei candidati: il prescelto andrà a Palazzo Chigi, non s'è presentato alla ribalta con l'intimo retropensiero di capovolgere poi quel che ha raccontato. Una così massiccia affluenza alle urne non è il rifiuto della rabbia cui viene dato il nome frettoloso e comodo di antipolitica. È una presa di parola che costruisce sulla premonizione del declino. Tra exit e voice ci sono più legami di quanto si immagini.

Non si può escludere, insomma, che gli elettori alle primarie rifiutino il protrarsi dello stato di emergenza e le maggioranze solo numeriche che dopo l'uscita di Berlusconi si sono installate al potere. Rivendica maggioranze politiche. Il quasi ventennio berlusconiano non può esser più grave di quello fascista, e dal fascismo si uscì con la politica e una Costituzione, oggi da ripristinare come sostengono Salvatore Settis e Gustavo Zagrebelsky. Se la democrazia fu bloccata per decenni, dopo il '45, non fu solo perché s'imponesse una lunga decompressione dopo Mussolini, ma anche e soprattutto perché era iniziata la guerra fredda e il Pci era troppo forte. Se ricominciare il normale conflitto democratico fu possibile allora, con l'Italia a pezzi, perché non oggi? Perché non usciamo da una guerra?

Se queste cose non vengono dette con precisione, e comunicate subito al centro con cui forse si governerà, vorrà dire che le primarie sono servite a poco, e che l'euforia è un po' chimerica. Non sarebbe d'altronde la prima volta che la volontà popolare cade nel vuoto. Ricordiamo i no al finanziamento pubblico dei partiti; a alleanze governative decise dopo il voto e non prima; a improvvisati mutamenti della Costituzione (respinti da 16 milioni, nel referendum del 2006). Ricordiamo il no a leggi elettorali che impediscono al cittadino di selezionare i propri rappresentanti, anche se non c'è stato referendum.

Non solo: se i finalisti delle primarie non saranno chiari su tali questioni, le stesse elezioni politiche rischieranno l'irrilevanza, qualora il verdetto venisse stravolto e gli elettori raggirati. Invocare il ritorno della politica equivale a chiedere che la politica ci sia e abiti a Palazzo Chigi, avvalendosi magari di Monti come ministro. Che la dialettica politica non sia sospesa in nome di una presunta nostra immaturità, e che possano esser messe alla prova altre linee politiche, se le agende dei governi precedenti non hanno dato risultati convincenti.

Solo a queste condizioni si possono usare le parole che circolavano domenica: bagno di democrazia, bella giornata. Solo a condizione di rompere il cielo di plastica che avvolge il Truman Show, e di dire ai votanti l'intera verità: sulle condizioni che saranno poste a futuri alleati, e sulla parola data (Bersani ha detto che torneremo alle urne, se Palazzo Chigi sarà negato al candidato con più voti).

Il compito di parlar-vero spetta sia a Bersani sia a Renzi. Nessuno dei due potrà dire una cosa in campagna, e poi accordarsi con chi esigerà che Monti resti perché mancheranno i numeri per governare senza Casini e le lobby montiane. Non dimentichiamo quel che Monti dice non oggi ma da anni: solo con sacre alleanze l'Italia uscirà dalla crisi; non con le alternanze che fondano la democrazia. Chissà se i votanti alle primarie sono tutti d'accordo con simili concezioni.

Ci sarà dunque bisogno non di euforia ma di fredda limpidezza, nel duello Bersani-Renzi. Limpidezza sulla natura delle primarie, che sono pur sempre una scelta fra candidati premier, non tra chi garantisce di rappresentare meglio di altri il Pd, nei negoziati che potrebbero riprodurre la soluzione Monti (magari spostata a sinistra) e quel che essa ha in fin dei conti significato: l'accantonamento dell'alternanza, la fine di un bipolarismo anche se imperfetto, e una linea economica che si sottrae, ritenendosi l'unica praticabile, al sì o al no delle urne.

L'unico candidato trasparente, su alternanza e alternativa, è Vendola: quel che chiede infatti è un'idea diversa di sviluppo e risanamento, e anche un'Europa più politica e davvero federale (il riferimento al Manifesto di Ventotene è esplicito). Le primarie sono un esercizio di stile, se Bersani e/o Renzi emargineranno non tanto la persona Vendola quanto il suo discorso di verità sulle nuove vie da tentare, quando i politici torneranno a governare. Se Bersani si occuperà solo degli elettori di Renzi (e viceversa) avremo primarie del Pd. Non di una coalizione di governo.

Si obietterà che l'alleanza Bersani-Vendola (o Renzi-Vendola) si svuoterà, in assenza di una maggioranza al Parlamento. Che non potrà fare a meno del centro, e di chi imporrà, perentoriamente, il Monti bis. Che sarà già un progresso, se il Monti bis rappresenterà il centro sinistra promettendo più equità. Forse è vero ma almeno lo si dica, alle primarie e alle politiche. E si dica subito a Casini, e alle liste montiane, che la loro forza non nasce dai numeri, ma da quella che Ezio Mauro chiama un'auto-unzione.

Non è detto che l'operazione verità riesca, perché il centrosinistra ha sorretto Monti e meditato poco su alternanze e alternative. Il marasma sociale non è quello della Grecia ma scuola e sanità sono in quasi bancarotta, dopo le ricette montiane. Quando nel pronto soccorso del San Giovanni Bosco a Torino c'è chi aspetta 4 giorni per essere accolto ("non ci sono posti") è già Grecia, e non è vero che il peggio è finito.

Neppure un minuto, Bersani e Renzi si sono battuti per inventare un'Europa che faccia crescita quando agli Stati tocca il rigore (dunque un governo politico dell'Unione, con risorse di bilancio consistenti). Del tutto confusa, infine, la battaglia per una legge elettorale che rappresenti i cittadini ma garantisca pur sempre alla coalizione vincente di governare. E non parliamo qui della lotta anti-mafia, assente nei discorsi, o della misera legge anticorruzione che discolpa reati come falso in bilancio e autoriciclaggio.

Dicono che la sinistra è troppo triste. Per anni fu lo slogan di Berlusconi, purtroppo ripreso da Renzi. Se le primarie vogliono essere un esercizio di verità, anche questo luogo comune va sfatato. Non c'è da stare allegri, con la crisi che traversiamo, con l'ambiente svenduto all'Ilva o i pronti soccorsi intasati. La tristezza registra la verità che viviamo. Anch'essa può dare l'euforia di cui c'è bisogno, e spingere al voice anziché all'exit.

FRATTAGLIE
Alle primarie 2005 Prodi fu eletto candidato Premier (4,5 milioni di voti) e lo divenne.
Monti stesso ha detto domenica: "Un altro governo tecnico sarebbe una sconfitta per la politica".

(28 novembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/speciali/politica/primarie-pd/edizione2012/2012/11/28/news/il_parlar-vero_delle_primarie-47589628/?ref=HRER3-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Lo spirito del tempo
Inserito da: Admin - Dicembre 12, 2012, 05:38:30 pm
Lo spirito del tempo

di BARBARA SPINELLI


L'EUROPA, cui ci siamo abituati a guardare come al Principe che ha il comando sulle nostre esistenze, sta manifestando preoccupazione, da giorni, per il ritorno di Berlusconi sulla scena italiana. È tutta stupita, come quando un'incattivita folata di vento ci sgomenta. I giornali europei titolano sul ritorno della mummia, sullo spirito maligno che di nuovo irrompe. Sono desolate anche le autorità comunitarie: "Berlusconi è il contrario della stabilità", deplora Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo.

Tanto stupore stupisce. Primo perché non è così vero che l'Unione comandi, e il suo Principe non si sa bene chi sia. Secondo perché i lamenti hanno qualcosa di ipocrita: se il fenomeno Berlusconi ha potuto nascere, e durare, è perché l'Europa della moneta unica lo ha covato, protetto. Una moneta priva di statualità comune, di politica, di fiato democratico, finisce col dare questi risultati. La sola cosa che non vien detta è quella che vorremmo udire, assieme ai compianti: la responsabilità che i vertici dell'Unione (Commissione, Consiglio dei ministri, Parlamento europeo) hanno per quello che succede in Italia, e in Grecia, in Ungheria, in Spagna.

Se in Italia può candidarsi per la sesta volta un boss televisivo che ha rovinato non poco la democrazia; se in Ungheria domina un Premier  -  Viktor Orbán  -  che sprezza la stampa libera, i diritti delle minoranze, l'Europa; se in Grecia i neonazisti di Alba Dorata hanno
toni euforici in Parlamento e alleati cruciali nell'integralismo cristiano-ortodosso e perfino nella polizia, vuol dire che c'è del marcio nelle singole democrazie, ma anche nell'acefalo regno dell'Unione. Che anche lì, dove si confezionano le ricette contro la crisi, il tempo è uscito fuori dai cardini, senza che nessuno s'adoperi a rimetterlo in sesto. Gli anni di recessione che stiamo traversando, e il rifiuto di vincerla reinventando democrazia e politica nella casa europea, spiegano come mai Berlusconi ci riprovi, e quel che lo motiva: non l'ambizione di tornare a governare, e neppure il calcolo egocentrico di chi si fa adorare da coorti di gregari che con lui pensano di ghermire posti, privilegi, soldi. Ma la decisione  -  fredda, tutt'altro che folle  -  di favorire in ogni modo, per l'interesse suo e degli accoliti, l'ingovernabilità dell'Italia. Chi parla di follia non vede il metodo, racchiuso nelle pieghe delle sue mosse. E non vede l'Europa, che consente il caos proprio quando pretende arginarlo.

Cosa serve a Berlusconi? Un mucchietto di voti decisivi, perché il partito vincente non possa durare e agire, senza di lui, poggiando su maggioranze certe alla Camera come al Senato, dove peserà il voto di un Nord (Lombardia in testa) che non da oggi ha disappreso il senso dello Stato. Così fu nell'ultimo governo Prodi, che aveva il governo ma non il potere: quello annidato nell'amministrazione e quello della comunicazione, restato nelle mani di Berlusconi. La guerra odierna non sarà diversa da quella di allora: guerra delle sue televisioni private, e di una Rai in buona parte assoggettata. Guerra contro l'autonomia dei magistrati, mal digerita anche a sinistra. Guerra di frasi fatte contro l'Europa (Che c'importa dello spread?). Guerra del Nord contro il Sud, se risuscita l'asse con la Lega. L'arte del governare gli manca ma non quella del bailamme, su cui costruire un bellicoso potere personale d'interdizione. La democrazia non funziona, senza magistrati e giornali indipendenti, e proprio questo lui vuole: che non funzioni. Se non teme una candidatura Monti, è perché non è detto che essa faciliti la governabilità.

Ma ecco, anche in questo campo l'Europa ha fallito, non meno degli Stati. La libera stampa è malmessa  -  in Italia, Ungheria, Grecia, dove vai in galera se pubblichi la lista degli evasori fiscali. Ma nessun dignitario dell'Unione, nessun leader democratico ha rammentato in questi anni che il monopolio esercitato da Berlusconi sull'informazione televisiva viola in maniera palese la Carta dei diritti sottoscritta nel 2007. È come se la Carta neanche esistesse, quando importano solo i conti in ordine.

Nessuno ricorda che la Carta non è un proclama: da quando vige il Trattato di Lisbona, nel 2009, i suoi articoli sono pienamente vincolanti, per le istituzioni comuni e gli Stati. Nel libro che ha scritto con l'eurodeputata Sylvie Goulard (La democrazia in Europa), Monti neppure menziona la Carta. Forse non ha orecchie per intendere quel che c'è di realistico (e per nulla comico), nell'ultimo monito di Grillo: "Attenzione alla rabbia degli italiani!". Forse non presentiva, mentre redigeva il libro, il ritorno di Berlusconi e il suo intonso imperio televisivo. Eppure parla chiaro, l'articolo 11 della Carta: "Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche". Niente è stato fatto, in Europa e negli Stati, perché tale legge vivesse, e perché la stabilità evocata da Schulz concernesse lo Stato di diritto accanto ai conti pubblici.

Il silenzio sulla libera stampa non è l'unico peccato di omissione delle autorità europee, nella crisi. Probabilmente era improrogabile, ridurre i debiti pubblici negli Stati del Sud. Ma l'azione disciplinatrice è stata fallimentare da tanti, troppi punti di vista. Non solo perché alimenta recessioni (due, in cinque anni) che aumentano i debiti anziché diminuirli. Ma perché non ha intuito, nella stratificazione dei deficit pubblici, una crisi politica della costruzione europea (una crisi sistemica). Perché l'occhio fissa lo spread, dimentico del nesso fatale tra disoccupazione, miseria, democrazia. Perché senza inquietudine accetta che si riproduca, nell'Unione, un distacco del Nord Europa dal Sud che tristemente echeggia le secessioni della Lega.

L'antieuropeismo che Lega e Grillo hanno captato, e che Berlusconi vuol monopolizzare, è una malattia mortale (una disperazione) che affligge in primis l'Europa, e in subordine le nazioni. È il frutto della sua letale indolenza, della sua mente striminzita, della cocciuta sua tendenza a rinviare la svolta che urge: l'unità politica, la comune gestione dei debiti, la consapevolezza  -  infine  -  che il rigore nazionale immiserirà le democrazie fino a sfinirle, se l'Unione non mobiliterà in proprio una crescita che sgravi i bilanci degli Stati.

L'ultimo Consiglio europeo ha toccato uno dei punti più bassi: nessun governo ha respinto la proposta di Van Rompuy, che presiede il Consiglio: la riduzione di 13 miliardi di euro delle comuni risorse (10% in meno) di qui al 2020. L'avviso non poteva essere più chiaro: l'Unione non farà nulla per la crescita, anche se un giorno mutualizzerà parte dei debiti. Di un suo potere impositivo (tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax: ambedue da versare all'Europa, non agli Stati) si è taciuto. Anche se alcune aperture esistono: da qualche settimana si parla di un bilancio specifico per l'euro-zona, quindi di mezzi accresciuti per una solidarietà maggiore fra Stati della moneta unica. Ma la data è incerta, né sappiamo quale Parlamento sovranazionale controllerà il bilancio parallelo.

Non sorprende che l'anti-Europa diventi spirito del tempo, nell'Unione. Che Berlusconi coltivi l'idea di accentuare il caos: condizionando chi governerà, destabilizzando, lucrando su un antieuropeismo popolare oltre che populista. Dilatando risentimenti che reclameranno poi un uomo forte. Un uomo che, come Orbán o i futuri imitatori di Berlusconi, scardinerà le costituzioni ma promettendo in cambio pane, come il Grande Inquisitore di Dostoevskij. È grave che il governo Monti non abbia varato fin dall'inizio un decreto sull'incandidabilità di condannati e corrotti. Che non abbia liberalizzato, dunque liberato, le televisioni. Che abbia trascurato, come la sinistra, la questione del conflitto d'interessi. Magari credeva, come l'Europa prima del 1914, che bastassero buone dottrine economiche, e il prestigio personale di cui godeva nell'economia-mondo, per metter fine alla rabbia dei popoli.

(12 dicembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/12/12/news/spirito_tempo-48567654/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Quando la società è orfana dello Stato
Inserito da: Admin - Dicembre 19, 2012, 05:32:24 pm
Quando la società è orfana dello Stato

di BARBARA SPINELLI


Mario Monti contro Silvio Berlusconi? Ancora una volta, quel che accade in Italia si decide a Milano: nelle sue istituzioni politiche, nelle sue università, nelle sue aziende, nelle personalità che di qui partono, a intervalli regolari, per conquistare Roma. "Milano è la chiave d'Italia", la clef d'Italie, diceva Margherita d'Austria, zia di Carlo V, quando la caduta del Ducato di Milano mise fine alle libertà dell'Italia nel Cinquecento.

Fu chiave e resta tale non tanto per la geografia, quanto per le virtù e i vizi che la città ha mostrato di possedere, prima dell'Unità e fino ai giorni nostri: virtù d'impegno civile, vizi di estraneità allo Stato. Sia Berlusconi che Monti di questa città sono figli, di qui son salpati per Roma: il primo poggiando sulle sue aziende e su Milano 2, il secondo sul vivaio di economisti della Bocconi. Monti si ritiene alternativo all'inventore di Forza Italia, e certo non ha ingombranti interessi privati da anteporre a quelli pubblici. Ha una levatura e un respiro europeo del tutto assenti nel Cavaliere. Ma è alternativo per davvero, ne ha la volontà, oppure è l'altra faccia d'una medaglia che non muta?

Per rispondere a questi interrogativi, e tentare un distinguo fra le due figure milanesi oggi dominanti l'Italia, è assai utile leggere il libro-pamphlet appena pubblicato da Franco Continolo, che per anni ha operato nel mercato finanziario e che la città la vede da vicino se non da dentro, come il dottor Tulp nella Lezione di anatomia di Rembrandt. Il titolo (Milano "clef d'Italie", edito da Lampi di Stampa) rimanda subito all'essenza: cioè al rapporto della città con lo Stato, la politica, l'Italia. Ed è un libro doppiamente prezioso, perché i punti di vista dell'autore s'intrecciano a quelli di storici e scrittori che lungo i secoli hanno analizzato proprio questo rapporto, e che meticolosamente vengono trascritti e inanellati come in una collana: da Pietro Verri a Manzoni, Croce, Chabod; da Rosario Romeo a Giorgio Rumi.

La tesi del libro è avvincente: pur nell'alternarsi di fasi di rinascita a più lunghe fasi di decadenza, "Milano bifronte" appare incapace di diventare pòlis, città-stato, formatrice di classe dirigente. Nell'800, dopo un periodo che Continolo chiama dell'incivilimento, la città, con l'insurrezione antiaustriaca delle Cinque Giornate (18-22 marzo 1848) diventa chiave del Risorgimento, e nei decenni successivi all'Unità può fregiarsi del titolo di capitale morale. La laicità dello Stato è centrale per gli innovatori ("Val più il dubbio d'un filosofo  -  così Cattaneo  -  che tutta la morta dottrina d'un mandarino e d'un frate"). Notiamo tuttavia che l'incivilimento, rappresentato da illuministi come Pietro Verri, Cesare Beccaria, Giandomenico Romagnosi, Alessandro Manzoni, Carlo Cattaneo, era stato avviato proprio dalla potenza occupante, l'Austria di Carlo VI, Maria Teresa, Giuseppe II. Fondamentale, per le implicazioni politiche e civili oltre che economiche, fu la riforma del catasto.

Con Bava Beccaris, il generale che guida la repressione violenta, sproporzionata, della sommossa del 6-9 maggio 1898, il fuoco dell'incivilimento risorgimentale si spegne, e la città cessa di essere capitale morale per ridivenire capitale della restaurazione e, non di rado, dell'eversione. Il suo essere capitale morale durò poco: fu un'eccezione alla regola. La sua storia è fatta essenzialmente di quest'eccezione. Dall'incivilimento si passa dunque all'imbarbarimento, al prevalere dell'interesse privato sul pubblico (è il modello ricchezza privata-miseria pubblica), al venir meno della passione che aveva animato la scelta cavouriana e unitaria del vecchio ceto patrizio, al riproporsi dell'alleanza fra potere politico e gerarchie ecclesiastiche.

Su questa fase di decadenza, durata per gran parte del '900, si sofferma Tommaso Padoa-Schioppa in una lettera del settembre 2009, pubblicata in apertura del libro, quasi un'epigrafe. Scrive Padoa-Schioppa: "Non è un'esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861, forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni più recenti". Le responsabilità milanesi non si limitano all'aver suscitato le "tre marce su Roma"  -  Mussolini, Craxi, Berlusconi  -  per "mettere un leader politico "decisionista" alla guida del Paese".

Un'intera classe imprenditoriale "ha lasciato che nel suo corpo prosperassero le cellule malate dei rapporti impropri con la politica e con le amministrazioni pubbliche, dei capitali sottratti all'impresa e portati fuori dall'Italia, dell'evasione e della corruzione fiscale, della manipolazione dell'informazione economica".
L'imbarbarimento, Continolo lo riassume nel concetto, caro allo storico Rumi, di società senza Stato. Lo Stato è vissuto come nemico invadente, estraneo ai pragmatici bisogni della borghesia imprenditoriale milanese. E di conseguenza sono nemici la politica, l'impegno civile, il Meridione.

Le pagine più terribili del libro evocano l'ostilità dei socialisti di Turati e dei repubblicani milanesi alle celebrazioni del XX Settembre. Basti citare un articolo de La Critica sociale, diretto da Turati, nel 25° anniversario della breccia di Porta Pia: "Il 20 settembre, simbolo del compimento dell'unità che ci ha disuniti, che ha sovrapposto un minuscolo sciame d'arpie all'immenso popolo degli squallidi lavoratori italiani, non può essere per questi che giorno di raccoglimento e di protesta". Lo sciame d'arpie impersonava il Sud. Lo spirito antimeridionale delle sinistre milanesi fu feroce, e favorì la connivenza con il conservatorismo cattolico.

Così veniamo all'oggi: alla quarta apparizione, nell'orizzonte della politica nazionale e romana, di un milanese di primo rango. Monti non viene da un'impresa come Berlusconi, ma da un'università, la Bocconi, che non è mai riuscita veramente a selezionare classe dirigente. È giunta l'ora in cui l'Ateneo si riscatta, in cui rivive la tradizione dell'incivilimento? È fondata, la fede di Umberto Ambrosoli nel senso di responsabilità rinato in Lombardia? In apparenza sì, ma molti dubbi restano da chiarire. La continuazione del governo Monti è reclamata a viva voce dai vertici ecclesiastici (Bagnasco, Ruini).

Riceve il sostegno di Comunione e Liberazione, che furbamente s'è congedata da Berlusconi. È difficile che con lui tali vertici siano disturbati da leggi sulle questioni dette etiche, cruciali per l'incivilimento e la laicità dell'Italia: nuove regole sul fine vita, rispetto della legge sull'aborto, unione matrimoniale o semi-matrimoniale fra omosessuali. È difficile che Monti difenda la neutralità laica dello Stato, attaccata aspramente dall'arcivescovo di Milano Angelo Scola il 6 dicembre a Sant'Ambrogio. Tanto decisivo è l'imprimatur del Vaticano, e della Dc europea: un imprimatur ingombrante, troppo, ma di buon grado accolto dal Premier.

La laicità è forse la prova nodale per Monti, in un paese dove la Chiesa s'intromette nella politica pesantemente. Dove l'egemonia ecclesiastica non è esercitata dagli eredi del Concilio ma  -  lo spiega il teologo Massimo Faggioli commentando l'omelia di Scola  -  dai creazionisti anti-Obama del cattolicesimo americano (Huffington Post, 7 dicembre). Sembra enorme, il divario fra Berlusconi e Monti. Ma ancora non sappiamo bene la visione che Monti ha del mondo: se auspichi la riscoperta del senso dello Stato, o se sia un fautore della società senza Stato, senza politica, senza contrapposizione fra partiti. Di una società che tramite i suoi manager, o banchieri, o economisti, "educhi il Parlamento" e la politica, e li sorpassi, come lui stesso ha auspicato il 5 agosto nell'intervista a Spiegel, infastidito dalle tante, lente procedure della democrazia.

(19 dicembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/12/19/news/quando_la_societ_orfana_dello_stato-49058428/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Moderatamente europeo
Inserito da: Admin - Dicembre 28, 2012, 11:54:46 pm
Moderatamente europeo

di BARBARA SPINELLI


Ancora non è chiaro cosa significhi, nelle parole di Monti, il centrismo radicale proposto come Agenda di una futura unità nazionale: un ordine nuovo, addirittura, dove le classiche divisioni fra destra e sinistra sfumerebbero. Non è chiaro cosa significhi in particolare per l'Europa: presentata come suo punto più forte. Punto forte, ma stranamente sfuggente.

Centrista, sì, ma radicale non tanto. Lo stesso titolo dell'Agenda tradisce l'assenza di un pensiero che si prefigga di curare alle radici i mali presenti. "Cambiare l'Italia, riformare l'Europa" promette cambi drastici negli Stati ma in Europa una diplomazia graduale, senza voli alti, senza i radicalismi prospettati in patria. Se Monti avesse voluto davvero volare alto, ed esser veramente progressista come annunciato domenica in conferenza stampa, avrebbe dato all'Agenda un titolo meno anfibio, più trascinante: non riformare, ma "cambiare l'Europa per cambiare l'Italia".

La formula prescelta è in profonda contraddizione con l'analisi cupa di una crisi che ha spinto e spinge l'Italia e tanti paesi su quello che troppo frequentemente, troppo ossessivamente, vien chiamato orlo del baratro. Una crisi che continua a esser vista come somma di politiche nazionali indisciplinate; mai come crisi - bivio necessario, presa di coscienza autocritica - del sistema Europa, moneta compresa. È come se contemplando un mosaico l'occhio fissasse un unico tassello, senza vedere l'insieme del disegno. I problemi che abbiamo, questo
dice l'Agenda, ciascuno ha da risolverli a casa dentro un contenitore - l'Unione - che essenzialmente funziona e al massimo va corretto qui e lì.

L'Agenda propone qualcosa di ardito, è vero: il prossimo Parlamento europeo dovrà avere un "ruolo costituente". Dunque c'è del guasto, nel Trattato di Lisbona: siamo sprovvisti di una Costituzione sovranazionale. Ma resta nella nebbia quel che debba essere la Costituzione a venire, e drammatica è l'assenza di analisi sul perché il Trattato vigente non sia all'altezza delle odierne difficoltà e del divario apertosi fra Nord e Sud Europa. Più precisamente, manca il riconoscimento che stiamo vivendo una crisi economica, politica, sociale dell'Unione intera (una crisi sistemica), che non si supera limitandosi a far bene, ciascuno per proprio conto, "i compiti a casa" come prescrive l'ortodossia tedesca. Nella storia americana, Alexander Hamilton ebbe a un certo punto questa presa di coscienza: decise che il potere sovranazionale si sarebbe fatto carico dei singoli debiti, e fece nascere dalla Confederazione di Stati semi-sovrani una Federazione, dotata di risorse tali da garantire, solidalmente, una più vera unità. È il momento Hamilton - non centrista-moderato ma radicale - che non si scorge né a Bruxelles, né nell'Agenda Monti.

Unici impegni concreti sono il pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico in Italia: dunque la nuda applicazione del Fiscal compact, del Patto di bilancio del marzo 2012, corredato fortunatamente da un reddito di sostentamento minimo e forme di patrimoniale. Certo, fare l'Europa è anche questo. Certo: è giunta l'ora di dire che la crescita di ieri non tornerà tale e quale ma dovrà mutare, in un'economia-mondo non più dominata dai vecchi paesi industrializzati. Quel che si nasconde, tuttavia, è che non esistono solo due linee: da una parte Monti, dall'altra i populismi antieuropei. Esistono due europeismi: quello conservatore dell'Agenda, e quello di chi vuol rifondare l'Unione, e perfino rivoluzionarla. Tra i sostenitori di tale linea ci sono i federalisti, i Verdi tedeschi che chiedono gli Stati Uniti d'Europa, molti parlamentari europei. Ma ci sono anche quelle sinistre (il primo fu Papandreou in Grecia, e il Syriza di Tsipras dice cose simili) secondo le quali le austerità sono socialmente sostenibili a condizione che l'Europa cambi volto drasticamente, e divenga il sovrano garante di un'unità federale, decisa a schivare il destino centrifugo della Confederazione jugoslava.

I fautori della Federazione (parola evitata da Monti) non si concentrano solo sulle istituzioni. Hanno uno sguardo ben diverso sulla crisi, su come cambia la vita dei cittadini. Hanno una visione più tragica, meno liberista-tecnocratica: non saranno il Fiscal compact e il rigore a sormontare i mali dell'ineguaglianza, della povertà, della disoccupazione, ma una crescita ripensata da capo, e la consapevolezza che le diseguaglianze crescenti sono la stoffa della crisi. L'Agenda è fedele al più ortodosso liberismo: tutto viene ancora una volta affidato al mercato, e l'assunto da cui si parte è che finanze sane vuol dire crescita, occupazione, Europa forte: non subito forse, ma di sicuro. Immutato, si ripete il vizio d'origine dell'Euro. Quanto all'Italia, ci si limita a dire che il rispetto riguadagnato in Europa dipenderà dalla sua credibilità, dalla sua capacità di convincere gli altri partner. Convincere di che? Non lo si dice.

L'idea alternativa a quella di Monti è di suddividere i compiti, visto che gli Stati, impoveriti, non possono stimolare sviluppo e uguaglianza. Se a questi tocca stringere la cinghia, che sia l'Unione a assumersi il compito di riavviare la crescita, di predisporre il New Deal concepito da Roosevelt per fronteggiare la crisi degli anni '30, o la Great Society proposta negli anni '60 da Johnson "per eliminare povertà e ingiustizia razziale". L'idea di un New Deal europeo circola dall'inizio della crisi greca, ma non sembra attrarre Monti. È un progetto preciso: aumentare le risorse del bilancio dell'Unione a sostegno di piani europei nella ricerca, nelle infrastrutture, nell'energia, nella tutela ambientale, nelle spese militari. Non mancano i calcoli, accurati, dei vasti risparmi ottenibili se le spese dei singoli Stati verranno accomunate.

Per tale svolta occorre tuttavia che il bilancio dell'Unione non sia striminzito come oggi (l'1% del pil. Nel bilancio Usa la quota è del 23). Che aumenti alla grande, grazie all'istituzione di due tasse, trasferite direttamente dal contribuente alle casse dell'Unione: la tassa sulle transazioni finanziarie e quella sull'emissione di diossido di carbonio. La carbon tax (gettito previsto: 50 miliardi di euro) segnalerebbe finalmente la volontà di far fronte a un disastro climatico già in corso, non ipotetico. Cosa ne pensa Monti? Sappiamo che vuol tassare le transazioni finanziarie, ma gli eventuali introiti già sono accaparrati dal Tesoro nazionale.

Perché l'Agenda vola così basso? Perché Monti è europeo, ma moderatamente. Perché, scrive Marco D'Eramo nel suo Breve lessico dell'ideologia italiana, la moderazione del centrista "è quella che modera le altrui aspettative e l'altrui livello di vita. Modera la nostra fiducia nel futuro" (Moderato sarà lei, Marco Bascetta e Marco D'Eramo, Manifestolibri 2008). E perché la sua dottrina dell'union sacrée è la fuga patriottico-centrista dalle contrapposizioni anche aspre che sono il lievito della democrazia dell'alternanza.

L'unione sacra che Monti preconizza da anni idoleggia l'unanimità: proprio quel che sempre in Europa produce accordi minimalisti. Non è un inevitabile espediente (come nella Germania citata dal Premier) ma il finale e migliore dei mondi possibili. Di qui la sua ostilità alla divisione destra-sinistra: un'avversione che come oggetto ha la divisione stessa, la pacifica lotta fra idee alternative. È significativa l'assenza di due vocaboli, nell'Agenda. Manca la parola democrazia (tranne un riferimento alle primavere arabe e alle riforme europee "democraticamente decise e controllate") e manca la laicità: separazione non meno cruciale in Italia.

Diceva Raymond Aron di Giscard d'Estaing, l'ispettore delle Finanze divenuto Presidente nel '74: "Quest'uomo non sa che la storia è tragica". Qualcosa di simile accade a Monti, e un esempio è il modo in cui pensa di risolvere la questione Vendola, espellendolo dall'union sacrée perché le sue idee "nobili in passato, sono perniciose oggi". Quel che il Premier non sa, è che Vendola impersona la questione sociale che fa ritorno in Occidente, assieme alla questione dei diritti e di un'altra Europa. Quel che pare ignorare, è che pernicioso non è Vendola.
È il malessere che egli denuncia. Della sua voce abbiamo massimo bisogno.

Non sono semplicemente idee, quelle bollate come perniciose. Sono il vissuto reale in Grecia, Italia, Spagna. Roosevelt lo capì: e aumentò ancor più le spese federali, investì enormemente sulla cultura, la scuola, la lotta alla povertà, l'assistenza sanitaria. Non c'è leader in Europa che possegga, oggi, quella volontà di guardare nelle pieghe del proprio continente e correggersi. Non sapere che la storia è tragica, oggi, è privare di catarsi e l'Italia, e l'Europa.

(27 dicembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2012/12/27/news/moderatamente_europeo-49496435/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Un'agenda per la sinistra
Inserito da: Admin - Gennaio 09, 2013, 05:20:28 pm
Un'agenda per la sinistra

di BARBARA SPINELLI

Forse per la sinistra è giunto il momento di togliere lo sguardo dall'Agenda Monti, di sottrarsi alla sua malia, di vedere le opportunità che sempre s'annidano nei disinganni. Che il premier non sia un uomo sopra le parti, la sinistra ormai lo sa, lo vede. L'incanto s'è rotto, Monti salendo in politica è sceso dal piedistallo dove era stato messo, e questo dovrebbe spingere le sinistre coalizzate a concentrare tutte le forze, le attenzioni, su quello che hanno da dire e offrire in proprio.

Da dire e offrire a proposito della crisi e dei modi di uscirne, del Welfare e dello Stato di diritto da salvaguardare, dell'Europa e di un mondo non più egemonizzato dalla potenza Usa ma non compiutamente multipolare.

Vero è che Monti coltiva sottilmente l'ambiguità: vorrebbe essere al tempo stesso uomo di parte e uomo estraneo alle parti. Vorrebbe entrare in politica guidando un centro liberista e contando umilmente le proprie forze, e al tempo stesso ignorare i numeri, imporsi come premier futuro anche se la sinistra raccoglierà più voti. L'umiltà si mescola all'hybris, alla dismisura, e la malia continua. Lui l'alimenta con ragionamenti intelligenti, insidiosi e assai disinvolti. Il voto, il popolo sovrano, le tradizioni democratiche: ai suoi occhi pesano relativamente, se l'approdo ha da essere comunque un Monti bis.

Tanto più dovrebbero contare - il voto, il popolo sovrano - agli occhi di chi vuol salvare quel che la democrazia esige: il contrapporsi di programmi diversi su come saranno governate, e con quale visione della crisi, l'Italia e l'Europa. Uscire dall'emergenza unanimistica è l'imperativo più urgente, se in Italia ha da ritornare la politica, e l'opera di disinganno comincia da qui: con la rinascita di una destra e una sinistra. È un disinganno duro per Monti, che congedandosi dalle proprie malie vorrebbe salvarne una, almeno: quella dell'emergenza. L'emergenza come lui ambiguamente la racconta è al contempo finita e infinita: finita grazie al suo governo, infinita essendo che domani ci sarà ancora bisogno di lui, uomo provvidenziale chiamato a fronteggiare uno stato di pericolosità pubblica che non scema.

Sono ambiguità che vale la pena smantellare, se si vuol uscire dal mito antidemocratico di un centrismo che regna immobile, senza confrontarsi con idee alternative né con alternanze di governo, perché al di fuori del proprio perimetro non conosce altro che "ali estreme", da tagliare o silenziare. Una sorta di repubblica moderatamente radicale, che ricorda la Restaurazione del regno nella Francia dell'800: "Nazionalizzare il monarca e monarchizzare la nazione", tale era il suo motto.

A simili equivoci, Partito democratico e Sel hanno un modo di rispondere: mettendo in risalto quel che è differente e nuovo nelle proprie agende. Pensando se stessi a prescindere dal centro con cui toccherà negoziare, se l'ascesa di Monti ci restituirà camere ingovernabili. Sentimenti gemelli come l'illusione o la disillusione sono rischiosi, in politica. Meglio trattare Monti come normale rivale, puntare sulla sua umiltà più che sulla sua hybris, e contrapporre alla sua forza la propria, nel duello. Ha detto il premier: "Spero che Bersani convinca, ma non vinca". È una scommessa sull'ingovernabilità dell'Italia, che però fotografa la realtà: infatti Bersani convince, senza dar l'impressione di voler vincere. Purtroppo la sua agenda somiglia parecchio a quella di Monti, come rammenta Eugenio Scalfari. Nelle prossime settimane converrà dire in che cosa le sinistre dissomigliano dalla destra, e dal centro. Converrà anche rivedere alcuni successi di Monti. È vero: a Bruxelles fu ottimo commissario alla concorrenza, quando s'accapigliò con Microsoft. Non risulta che abbia combattuto con pari vigore l'assenza di concorrenza nell'informazione televisiva italiana. La lotta all'evasione c'è, ma non all'altezza dei proclami. Nel 2012 gli introiti (6,4 miliardi) sono aumentati di mezzo miliardo rispetto al 2011: appena un centesimo dell'evasione annua (120 miliardi).

Le politiche di rigore sono il primo punto da discutere. In Europa non esiste solo la linea Monti, o Merkel. Lo stesso Fondo Monetario, con insistenza crescente, sta rivedendo strategie troppo cocciutamente difese. La tesi, esposta una prima volta nell'ottobre scorso, è che un errore grave è stato compiuto, dai neo-liberisti intenti a salvare l'euro. L'errore consiste nell'aver creduto che il rigore non avrebbe compresso oltre misura sviluppo e occupazione. Olivier Blanchard, direttore dell'ufficio studi del Fondo, conferma in un rapporto dell'inizio 2013 che i calcoli sono stati sbagliati (almeno nel breve termine, ma il breve termine è tempo lungo per le società): i tagli alla spesa pubblica hanno avuto effetti depressivi - sulla domanda interna, sulla crescita, sullo stesso debito pubblico - molto più ampi del previsto. Sul Washington Post del 3 gennaio, Howard Schneider parla di mea culpa dei vertici Fmi, e di una "tempesta nei circoli econometrici": degli economisti che, con Monti, basano le previsioni su modelli matematici. Stefano Fassina, responsabile economico del Pd tanto vituperato da Monti, ha richiamato l'attenzione sulla svolta del Fondo sin dal 12 ottobre 2012. Chi, nel suo partito, riprende i suoi argomenti per meglio confutare l'Agenda Monti?

In Europa Fassina non è solo. Sono inquieti i portoghesi: il Presidente Cavaco Silva vuole che la Corte costituzionale si pronunci sui piani di austerità, visto che "esistono fondati dubbi sulla giustizia nella distribuzione dei sacrifici tra i cittadini". È irritato il governo irlandese, costretto a sacrifici (per rifinanziare le proprie banche) non più chiesti, oggi, a Madrid. Il primo a dissentire dalla trojka (Unione europea, Bce, Fmi) fu George Papandreou in Grecia: disse che la crisi era politica più che finanziaria, e poteva esser vinta solo se l'Europa cambiava alle radici, evitando che le discipline nei singoli paesi accentuassero povertà e disuguaglianza. Fu silenziato, divenne un paria. In Europa lo ascoltarono solo i Verdi.

Costruire un'Europa diversa è la principale discriminante, oggi, fra progressisti e liberisti. Non è vero che centro e sinistre difendono la Federazione in egual modo. Monti non pronuncia la parola, nell'Agenda. Mentre la pronunciano Vendola e Bersani, che chiedono gli Stati Uniti d'Europa e un governo federale dell'eurozona. Volere la Federazione non è battaglia marginale: significa dare all'Unione i mezzi politici e finanziari per contrastare la crisi non solo nella solidarietà, ma predisponendo piani comuni di rilancio finanziati da comuni risorse.
Al momento vincono i minimalisti: il bilancio non ha da crescere, ordina Londra, imitata da Germania, Olanda, Finlandia, Svezia. L'Italia difende le spese che ci sono destinate, senza esigere incrementi di bilancio.
Anche in politica estera la posizione può divenire discriminante. Si tratta di dare all'Europa nuovi compiti, non più dipendenti dalla potenza americana in declino: soprattutto nel Sud Mediterraneo, dove le primavere democratiche non sono finite ma stanno appena ora cominciando.
Si parla molto di credibilità italiana all'estero, e di sicuro oggi la nostra voce è meno svilita. Ma voce per dire che, sul mondo?

Ci sono alcuni punti infine, nell'Agenda Monti e nelle decisioni del premier, che non sono affatto di destra: fra questi il reddito minimo, o la decisione di escludere dalla propria lista gli inquisiti, oltre ai condannati. Una sinistra che voglia non solo convincere, ma vincere, non può limitarsi a criticare il rivale-avversario. Che si mostri ancora più progressista di lui, che non gli lasci l'esclusiva delle politiche buone. Che aggiunga alle proprie agende quel che Monti visibilmente omette: la difesa strenua della laicità e dei diritti, compreso il diritto di cittadinanza degli immigrati nati in Italia. Se non lo fa, vuol dire che è ancora preda delle malie del premier e dei suoi incantamenti.

(09 gennaio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/01/09/news/agenda_sinistra-50162721/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Silvio il nostalgico
Inserito da: Admin - Gennaio 31, 2013, 10:59:13 am
Silvio il nostalgico
   
di Barbara Spinelli, da Repubblica, 30 gennaio 2013

Fece bene quando uccise Matteotti, incarcerò gli oppositori? Quando inviò l’esercito in Etiopia, ordinandogli di usare i gas asfissianti a scopo di sterminio? Quando entrò in guerra accanto a Hitler, e non per evitare una vittoria tedesca troppo vasta ma convinto da sempre che urgeva vendicare l’oltraggio del ’14-18? Oppure fece bene perché seppe governare accentrando tutti i poteri, reintroducendo la pena di morte, soggiogando l’amministrazione della giustizia? Quando si incontra un politico provocatore, che consapevolmente sceglie il giorno in cui si ricorda la Shoah per inquinare il consenso antifascista da cui è scaturita la Costituzione, è sempre la seconda domanda quella che conta, che aiuta a capire, e la seconda domanda purtroppo è mancata.

Ma in fondo quel che vorremmo sapere lo sappiamo già, perché Berlusconi non è caduto dal cielo: né oggi né nel ’94. Perché quel consenso è stato gracile sempre, a dispetto delle commemorazioni, e lui quest’oscurità italiana la sa, l’attizza, ne fa tesoro. Non aveva mai parlato in questo modo del fascismo, ma sul Regime, e sulla Resistenza, ha già detto in passato cose sufficienti. Ha già detto che Mussolini «non ha ammazzato nessuno; mandava la gente a far vacanza al confino» (settembre 2003). Ha già detto che la Costituzione fu scritta «sotto l’influsso di una fine di una dittatura, e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello» (7-2-2009). Che è congegnata in modo da rallentare le decisioni dei governi, e dilatare proditoriamente il potere giudiziario. Il suo giudizio sull’autonomia della magistratura non è senza rapporto con il suo sguardo su Mussolini ed è chiaro da tempo: l’autonomia è patologica, e i magistrati fedeli ai dettati della Carta sono «mentalmente disturbati, antropologicamente diversi ». Affinché non ci fossero equivoci sulle sue preferenze aveva decretato, il 26 gennaio 2004: «Il fascismo è stato meno odioso dell’odierna burocrazia dei magistrati che usano la violenza in nome della giustizia».

Berlusconi non è il primo né l’unico in Europa a rompere il consenso costituzionale che ha visto rinascere le democrazie nel continente, e le ha spinte a unirsi in una semi-federazione. Da quando quest’ultima si è allargata a Est, molti Stati che avevano patito l’impero sovietico sono giunti a conclusioni simili: il comunismo era il vero nemico, più delle dittature di destra. Ricordo dissidenti di rilievo, negli anni del golpe di Jaruzelski in Polonia, che ne erano convinti. Alcuni erano sedotti da Pinochet: spietato con gli oppositori, ma paladino di dottrine liberiste, filo- occidentali, che avevano resuscitato l’economia cilena. Le attese del-l’Est erano economiche più che politiche. La regressione fascistoide di Viktor Orbán e del partito Fidesz in Ungheria (a suo tempo un partito di dissidenti libertari oltre che liberisti) mette in pratica quel fascino di Pinochet. Orbán è uno dei vicepresidenti del Partito popolare europeo: una formazione che è andata sempre più corrompendosi, da quando ha accolto – dimenticando De Gasperi o Adenauer – capi politici come il Premier ungherese o l’ex Premier italiano.

L’Europa unita non ha l’ardire di dare il nome di costituzione alle proprie leggi fondamentali, ma la sua Carta dei diritti e il Trattato di Lisbona hanno valore costituzionale (se costituzionali sono le leggi che tengono insieme i cittadini). Quando l’articolo 2 del Trattato dice che «l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani», comprese le minoranze, è evidente il riferimento alle dittature d’Europa. Quando la Carta dei diritti, non meno vincolante giuridicamente del Trattato, afferma che saranno rispettati «i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali (…) e dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali », è lo spirito della Resistenza che convoca e suggella. Berlusconi non riconosce le tradizioni costituzionali italiane, e di conseguenza neppure quelle dell’Unione europea. Si dice «migliore amico di Israele», e questa è per lui la patente antifascista decisiva: Israele dovrebbe essere il primo a negargliela.

Al pari di Orbán, e di molte destre europee, l’ex Premier usa far leva sulla democrazia, per sgretolarla dal di dentro. Un’operazione tanto più facile, in un paese dove il confine fra estrema destra e conservatori è sempre più labile. Non esiste da noi una forte destra repubblicana come in Germania, né esiste la tradizione gollista che per anni, in Francia, ha rifiutato ogni patto con Le Pen. L’Italia politica onorò fino all’ultimo il generale Rodolfo Graziani, condottiero della guerra d’Etiopia, e negli anni ’80-90 giocò a riabilitare il fascismo e a declassare l’antifascismo, comunista o azionista. Disinformata, gran parte del suo popolo s’è confusa, smarrita. Una vera politica della memoria – così la chiamano in Germania – da noi non c’è mai stata. È mancata soprattutto a destra: l’unica forza in grado di capire e curare efficacemente le proprie escrescenze estremiste. Da sola, la sinistra non le placa: le attizza.

L’idea che Berlusconi si fa della democrazia ha acuito questa confusione. A suo parere è la sovranità del popolo, e lei sola, a garantire la democraticità di uno Stato. A che serve tutta un’impalcatura di leggi, di contrappesi? Se il popolo (in realtà non tutto: la maggioranza) premia partiti e persone che avversano la Carta o violano la legge, la Costituzione e la giustizia dovranno sottomettersi: tale è il verdetto delle urne. E assoluta è la sovranità dell’eletto; nessun potere può esistere accanto a lui o sopra. Precisamente contro questa perversione della sovranità democratica fu inventata l’Unione europea, dopo secoli di guerre tra assoluti sovrani nazionali. Sia detto per inciso: l’invenzione nacque proprio in quell’isola di detenzione, a Ventotene, ribattezzata dieci anni fa luogo di vacanza.

Da quando ha fatto irruzione nella vita politica italiana, Berlusconi ha scelto l’anticomunismo come arma prediletta. Era appena finita la guerra fredda, e non poche destre europee si ritrovarono d’un tratto orfane del nemico esistenziale. Meglio tenere in vita il morto, pensò il fondatore di Forza Italia: serviva a guadagnar voti, additando pericoli totalitari non esistenti, e a bloccare il doppio risanamento civile che Falcone e Borsellino avevano iniziato in Sicilia contro la mafia, e che Mani Pulite tentò a Nord. Fu rapido, il cortocircuito. Berlusconi associò magistrati e comunisti, e ambedue vennero accusati di sovversione antidemocratica.

I dispotismi europei del secolo scorso sono nati con gli stessi metodi, falsificando la storia e attizzando i risentimenti che le grandi crisi economiche, mal governate, suscitano sempre nei popoli immiseriti. Berlusconi scimmiotta Mussolini in piena coscienza: nessuna delle sue parole è – come sembra credere Mario Monti – una malaccorta «battuta infelice ». In cuor suo sa perfettamente che in tempi bui cresce la sete dell’uomo forte, delle dittature. Se la destra e il centro non vedono all’orizzonte nient’altro che sbadate follie, vuol dire che non sono del tutto preparate a un’argomentazione seria sul pericolo che incombe: in Grecia, o in Ungheria, o in Italia. Che hanno dimenticato come ci sia sempre del metodo nelle follie, e come la preparazione sia tutto, in politica come nella vita di ciascuno.

(30 gennaio 2013)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/silvio-il-nostalgico/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se anche Keynes è un estremista
Inserito da: Admin - Febbraio 06, 2013, 05:51:45 pm
Se anche Keynes è un estremista

di BARBARA SPINELLI

I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell'Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: "Non salvateci più!", e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell'Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno.

A differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell'800 dall'industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l'astrattezza di chi immagina "che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa". Non diversa l'accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che "l'economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone".

Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall'esito della guerra fredda.

Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell'avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l'Unione infine tra Europei negli anni '50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s'allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po'.

È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni '70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni '80: "Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico". Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l'Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell'89.

È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell'Italia dell'ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l'irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine dell'Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s'inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: "Ma stiamo scherzando?", quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l'hanno persa anch'essi, nelle accademie e dappertutto?

In realtà non è affatto vero che l'hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale  -  la povertà, la disoccupazione di massa  -  non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre.

È un fallimento non riuscire ad ascoltare e integrare le sinistre che in tantissime forme (anche limitandosi a combattere illegalità e corruzione politica) segnalano il ritorno non di una dottrina ma di un ben tangibile impoverimento. Prodi aveva visto giusto quando scommise sulla loro responsabilizzazione, e li immise nel governo. Fu abbattuto dalla propaganda televisiva di Berlusconi, ma la sua domanda non perde valore: come fronteggiare le crisi se non si coinvolge il malcontento, compreso quello morale? Ancor più oggi, nella recessione europea che perdura: difficile sormontarla senza il rispetto, e se possibile il consenso, dei nuovi dannati della terra. Forse abbiamo un'idea falsa delle modernità. Moderno non è chi sbandiera un'idea d'avanguardia. È, molto semplicemente, la storia che ci è contemporanea: che succede nei modi del tempo presente. Se la questione sociale ricompare, questa è modernità e moderni tornano a essere il sindacalismo, la socialdemocrazia, che per antico mestiere tentano di drizzare le storture capitaliste  -  con il welfare, la protezione dei più deboli. Sono correzioni, queste sì riformatrici, che non hanno distrutto, ma vivificato e potenziato il capitalismo. È la più moderna delle risposte, oggi come nel dopoguerra quando le democrazie del continente si unirono.

Non a caso viene dal più forte sindacato d'Europa, il Dgb tedesco, una delle più innovative proposte anti-crisi: un piano Marshall per l'Europa, gestito dall'Unione, simile al New Deal di Roosevelt negli anni '30. Dicono che i vecchi rimedi keynesiani  -  welfare, cura del bene pubblico  -  accrescono l'irresponsabilità individuale e degli Stati, assuefacendoli all'assistenza. Paventato è l'azzardo morale: bestia nera per chi oggi esige duro rigore. L'economista Albert Hirschman ha spiegato come le retoriche reazionarie abbiano tentato, dal '700-800, di bloccare ogni progresso civile o sociale (Retoriche dell'intransigenza, Il Mulino). Fra gli argomenti prediletti ve ne sono due, che nonostante le smentite restano attualissimi: la tesi della perversità, e della messa a repentaglio. Ogni passo avanti (suffragio universale, welfare, diritti individuali) perfidamente produce regresso, o mette a rischio conquiste precedenti. "Questo ucciderà quello", così Victor Hugo narra l'avvento del libro stampato che uccise le cattedrali. Oggi si direbbe: welfare o redditi minimi garantiti creano irresponsabilità. Quanto ai matrimoni gay, è la cattedrale dell'unione uomo-donna a soccombere, chissà perché.

Non è scritto da nessuna parte che la storia vada fatalmente in tale direzione. In astratto magari sì, ma se smettiamo di dissertare di "capitale umano" e parliamo di persone, forse l'azzardo morale diventa una scommessa vincente, come vincente dimostrò di essere nei secoli passati.

(06 febbraio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/02/06/news/spinelli_keynes-52040796/?ref=HRER3-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il miracolo del nulla alle spalle
Inserito da: Admin - Febbraio 13, 2013, 05:29:03 pm
Il miracolo del nulla alle spalle

di BARBARA SPINELLI


NESSUNO può escludere che anche il Conclave da cui uscirà il nuovo Papa ci stupirà. Ma sorprese come quella di lunedì difficilmente si ripetono. Il gesto di Benedetto XVI ha la potenza e la debolezza di un atto solitario, non del tutto consequenziale, comunque extra-ordinario. Alcuni l'hanno chiamato rivoluzionario, ma le rivoluzioni rovesciano ordini esistenti, politici o ecclesiastici, e neanche loro hanno la virtù della stabilità: sempre secernono controrivoluzioni, Termidori, perfino restaurazioni. Tuttavia hanno un'immediata vocazione a divenire l'anno-zero di una Storia in mutazione: nascono nuove istituzioni, nuovi sovrani, che della rivoluzione sono figli anche quando la disconoscono. Convocare il Concilio Vaticano II fu una rivoluzione, non meno contrastata di altre.

Non così le dimissioni del Papa. Ogni parola della sua dichiarazione ha un peso particolarissimo: è piombo e insieme calamita, preme e magnetizza, è forte della propria debolezza. Non perché dia inizio a mutazioni subito visibili dell'istituzione Chiesa: la svolta c'è ma è tettonica, avviene sotto la crosta terrestre, chi l'imprime non necessariamente l'ha voluta e la vuole. È quello che la rende così strana, sconcertante. Lunedì abbiamo visto il Pontefice ritrarsi come il protagonista dell'Habemus Papam di Nanni Moretti. Ma attorno a lui non s'accampavano che volti imperturbati, senza increspature.

Angelo Scola, sapendosi possibile successore, si concedeva a fedeli e giornalisti e già sopiva, troncava. Antiche abitudini erano lì, pronte a cancellare le rughe: "È per il bene della Chiesa... State tranquilli... Dio ci guida...". Pareva un assai ordinario democristiano. Anche questo non escludiamo: che la svolta tettonica venga presto minimizzata, sommersa. Quante volte diremo, negli anni futuri: quel che accade vanifica il graffio che fu la Grande Rinuncia. Polverizza la laicizzazione della Chiesa che il graffio in qualche modo e magari involontariamente presagiva.

È inevitabile che le acque si richiudano, sopra il folle volo che ha sigillato la navigazione papale: il folle volo di quel "le mie forze non sono più adatte", vires meas ingravescente aetate non aptas. È fatale che la faglia sia ricucita, proprio perché intravista sotto forma di inaudito scoppio di verità. Forse ciascuno di noi si dirà, come Montale negli Ossi di Seppia: ho visto anch'io, andando in un'aria di vetro, "compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco". Ma siccome non dura, il vuoto, presentiremo anche il seguito: "Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto / Alberi case colli per l'inganno consueto. /Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto / Tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto". L'inganno consueto è l'ipocrisia dei "sepolcri imbiancati" da scribi e farisei, nel Vangelo di Matteo.

Come potrebbe essere diversamente, se teniamo a mente la storia e le opere di questo Papa? È facile parlare di svolte, ma quella vera, che toglie al Vaticano il potere temporale e gli restituisce l'enorme suo peso spirituale, ancora non è avvenuta. Non avvenne dopo la rivoluzione francese della laicità, cui la Chiesa rispose con l'assolutismo, e infine con il dogma dell'infallibilità. Non a caso il cardinale Martini denunciava un ritardo di 200 anni. Il potere temporale sopravvive mutando forme, come Proteo. Oggi la forma è quella dei valori non negoziabili, o supremi. E delle leggi naturali, di cui la Chiesa si erige a custode: come se esistesse un quid che trasforma la legge  -  il nòmos sempre rinegoziato  -  in physis immodificabile dall'uomo (la nascita, la morte, il matrimonio infine fra uomo e donna: un sacramento, per i cattolici, solo a partire dal 1439). Oppure il potere temporale s'afferma nella battaglia sulle radici cristiane d'Occidente e d'Europa, con effetti tragici sui cristiani in Medio Oriente.

Non è stata proficua questa lotta in favore della legge di natura o delle radici cristiane, per il trono petrino. La Chiesa precipita in Europa (nel solo ultimo anno: mille preti in meno, unitamente a un clero sempre più anziano). E perduta la Spagna non le rimane che l'Italia, ultimo bastione dove la laicità, chiamata laicismo per degradarla a dottrina, a credo, non ha da entrare. Per questo è difficile vedere nella rinuncia papale una laicizzazione della Chiesa di Roma.

Resta l'inaudito delle dimissioni, e di quelle parole che uscivano lente, come da un respirare ingombrato da commozione o stanchezza. Resta l'immagine di una solitudine che desta ammirazione ma inquieta, anche. Un ultimo volo della nave di Ulisse, forse: di chi nel suo legno, solo, si getta per l'alto mare aperto. Un presentimento di pericoli non detti. Una serietà al tempo stesso molto spericolata, molto romantica, molto tedesca. Un Papa italiano non oserebbe questo: il nostro non è un Paese romantico.

Non sarà una rivoluzione, ma nulla sarà più come prima: una mossa simile, per la prima volta del tutto libera, non forzata da nemici esterni o interni, desacralizza per forza di cose il papato. Se ci si può normalmente ritirare e non essere più Papa, vuol dire che non c'è più identificazione totale e perenne, tra la persona e la funzione. Sommamente conservatore, Benedetto XVI inaspettatamente innova, quasi avesse intuito le insidie stesse del sacro. La desacralizzazione toglie il coperchio sul santo, sul vero. L'ammissione di estrema umanità, di fallibilità, è immersione-immedesimazione nella kènosis che svuota. Il sacro copre, non disvela. Protegge l'idolo, e le vaste cupole, e le così sfarzose, troppo imponenti mitre dei vescovi. Quel che l'atto papale lascia in eredità è il mistero di Nicodemo e del vento così come glielo racconta Gesù nella clandestinità d'un incontro notturno: non sappiamo da dove venga né dove vada, ma può darsi che ti faccia rinascere dall'alto.

Non appropriato (forse inelegante) è stato a mio parere il commento del cardinale di Cracovia Stanislaw Dziwisz. Citando Giovanni Paolo II, di cui fu segretario personale, ha stabilito, lunedì: "Dalla croce non si scende". Chi, e con quale autorità può dire una cosa del genere? Ammettere di "non farcela", fisicamente o esistenzialmente, non è meno eroico del martirio-testimonianza di Giovanni Paolo II. È un umanissimo grido d'impotenza, uno scendere i gradini del potere che sortisce l'effetto contrario: innalza. Enzo Bianchi dice che è un dono: "Una volta cessato l'esercizio del ministero, un altro può continuarlo e la persona che lo ha esercitato in precedenza scompare, diminuisce, si ritira". È quanto fece Giovanni Battista. Forse chissà, questo Papa si è sentito, nel maturare la scelta di diminuirsi, più che mai vicino al Battista.

L'invito a non scendere dalla croce non lo si rivolge neanche a Dio, se è vero che perfino Lui, prima del consummatum est, grida, si torce, e ha sete, e recita il salmo disperato di chi si sente abbandonato dal Padre che prometteva onnipotenza. Proprio Ratzinger, che sembrava impersonare il potere papale più arcigno, confessa di essersi trovato nella condizione più umana che si possa immaginare: quella della solitudine della coscienza, sola di fronte al Padre eterno, senza alcuna autorità terrena che potesse dirgli cosa doveva fare, e dove andava il vento.

(13 febbraio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2013/02/13/news/il_miracolo_del_nulla_alle_spalle-52512900/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il vecchio paese degli spiccioli
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2013, 12:11:11 pm
Il vecchio paese degli spiccioli
   
di Barbara Spinelli, da Repubblica, 15 febbraio 2013

È un'Europa vecchia e svuotata, quella che ha visto i suoi leader accordarsi su un bilancio striminzito, figlio di dogmi rigoristi pieni di sonno, emanazione di un'Unione dove gli interessi degli Stati duellano senza produrre neanche l'ombra di un interesse generale

È un'Europa rattrappita ("il mondo è divenuto così malvagio, che gli scriccioli predano dove le aquile non osano appollaiarsi", come in Shakespeare), e non a caso il rigetto nelle sue genti cresce. Il conciliabolo tra i finti suoi sovrani non poteva che finire così. Per la prima volta nella storia dell'Unione è prevista una diminuzione delle risorse comuni, come se la crisi semplicemente non ci fosse: un taglio di 34 miliardi di euro, rispetto al bilancio previsionale 2007-2013, e come tetto invalicabile meno dell'1 per cento della ricchezza prodotta. Questo chiedeva l'inglese Cameron, complice la Merkel e alcuni paesi nordici, e l'ha ottenuto: il Guardian registra il suo trionfo. Inutile tacciare di infantilismo chi, come Bersani, si adira. Le cifre parlano chiaro, i fatti hanno più forza delle propagande elettorali.

Sono cifre e fatti che hanno ormai una storia, una genealogia. Fino a quando l'Europa sarà una Confederazione di Stati abbarbicati a sovranità assolute (maschere utili in campagna elettorale, ma pur sempre maschere) le grandi scelte saranno intergovernative, dunque unanimi, e l'intesa difficilmente oserà vere scommesse sul futuro. La Confederazione, diceva Ernest Rossi, è fumo senza arrosto. Non è affare dottrinale, scegliere l'arrosto della Federazione. Se la crisi del debito ha lambito con tanta furia l'Unione e la sua moneta, dalla fine del 2009, è a causa di quest'architettura imprecisa, ignara dell'interesse generale, mantenuta in vita non solo da Stati potenti ma anche dai piccoli che esistono gonfiando le proprie taglie.

Cifre e fatti parlano da soli, per chi voglia esplorare le radici autentiche dei mali presenti. L'Europa non sta peggio degli Stati Uniti, né del Giappone. Se nella zona euro il debito inghiotte l'88 per cento della ricchezza prodotta, ben più alto è quello americano, giapponese: fino all'anno scorso, rispettivamente il 100% e il 226% del Pil. Ma nei due paesi non è in gioco, ogni volta, la vita o la morte della moneta, o della federazione, o dello Stato. In Europa invece sì, e questo vuol dire che la sua crisi è politica prima che economica. Dietro yen e dollaro ci sono Stati centrali che magari allarmano i mercati, ma non trasformano questi ultimi in padroni assoluti.

Dietro il dollaro, c'è un bilancio federale che copre il 22,8 per cento del Pil: capace non solo di annunciare ma di realizzare politiche di sostegno, in congiunzione con una Banca centrale sicura di avere di fronte a sé un interlocutore politico. L'1 per cento fissato come limite insormontabile nell'Unione, nessuno lo dice ma è una beffa. Non solo pesa pochissimo sui cittadini (si calcola che il costo è di 70 centesimi al giorno: più o meno un caffè al bar ogni mattina. Il 2 per cento reclamato dai più arditi costerebbe un caffè e cornetto). Neanche politicamente può funzionare, se permane il metodo, anch'esso datato, dei contributi versati dagli Stati: quando c'è crisi, è fatale che i negoziati degenerino nelle fiere della taccagneria che sono i vertici intergovernativi.

Occorre che l'Unione acquisisca un potere impositivo proprio, come Washington o Tokyo. Che l'Europa chieda direttamente al cittadino di finanziare l'avventura, perché solo in tal modo rende il secondo partecipe, e la prima appetibile e controllabile. È così che le democrazie nascono e diventano indipendenti, attive nel mondo: legando indissolubilmente tassazione e rappresentanza parlamentare. L'alternativa c'è e si chiama "giusto ritorno": lo reclamò negli anni '80 Margaret Thatcher, ed è oggi vizio ben condiviso.

Lo vediamo da anni: ogni capo di governo esige di ridurre i propri contributi o di ricevere in cambio giuste restituzioni, come se l'Europa non trascendesse mai la somma dei Ventisette. Quando il capo torna a casa dai conciliaboli ha in mano un trionfo personale, e un fallimento europeo. È il caso di Monti. Nella sostanza, venerdì, ha venduto per un piatto di lenticchie la linea più audace che pure gli era stata chiesta dal Parlamento: bloccare, minacciando il veto, un bilancio decurtato che condanna l'Europa all'irrilevanza. È per non perdere questo potere euforizzante ma sterile, che gli Stati s'ostinano a non affidare all'Unione poteri autonomi di imposizione: le tasse sulle transazioni finanziarie (Tobin tax) e l'imposta sulle emissioni di anidride carbonica (carbon tax), finita nei dimenticatoi nonostante l'effetto benefico che essa potrebbe avere su uno sviluppo diverso, meno inquinante per il clima.

Bastano le frasi ipocrite che suggellano i vertici (l'ultimo comunicato assicura che "il bilancio, guardando il futuro, ci farà uscire dalla crisi", e "dovrà essere un catalizzatore per la crescita e l'occupazione in tutta Europa") per svegliarci dal sonno dei dogmi. Merkel e Monti dicono che le elezioni nazionali non c'entrano, ma non è affatto vero. È per fingersi in patria sovrani possenti che difendono accordi fatti per screditare e abbassare l'Europa. Tra le righe fanno capire che un giorno si potranno correggere le cose: dopo le elezioni tedesche, comunque.

Ma i deputati europei hanno il potere e il diritto di reagire subito, e già lo fanno. Sorretti dal Presidente Martin Schulz, i capi dei principali gruppi del Parlamento (Daul del Ppe, il socialista Swoboda, il liberale Verhofstadt, i Verdi Cohn-Bendit e Harms) lo dicono in un comunicato: l'accordo "non rafforzerà ma indebolirà la competitività dell'economia europea, e non è nell'interesse prioritario dei cittadini europei". Non deve passare un "bilancio basato esclusivamente su priorità del passato", indifferente a promesse del futuro come ricerca, energie alternative, trasporti: "Non accetteremo un bilancio di austerità per sette anni".

Perché l'accordo sia bocciato dal Parlamento europeo, non c'è bisogno di aspettare le elezioni tedesche né una nuova Costituzione europea, anche se l'urgenza di quest'ultima è massima. Fin d'ora, la legge è inequivocabile: il bilancio pluriennale è deliberato all'unanimità dal Consiglio dei ministri "previa approvazione del Parlamento europeo", prescrive l'articolo 312 del Trattato di Lisbona.

Questo significa che noi cittadini possiamo esigere dal nostro Parlamento a Strasburgo che voti contro l'accordo (e che nelle elezioni europee del 2014 dia battaglia sul bilancio). E possiamo chiedere ai governi di fare meglio quei "compiti a casa" che sono loro assegnati dai cittadini oltre che dalla Bce, e non concernono solo il rigore contabile casalingo ma gli investimenti dell'Unione e al contempo la sua visione d'un mondo in mutazione.

Non è detto che Schulz, meno coraggioso del previsto, abbia l'ardire di dire No. Vale la pena incalzarlo, e ricordargli l'appello personale che gli rivolse Helmut Schmidt, al congresso socialdemocratico del dicembre 2011: che promuovesse, appena eletto presidente dell'Assemblea, un'"insurrezione del Parlamento europeo" contro la sudditanza dei governi ai mercati. Essenzialmente, è quello che ha scritto su questo giornale Ulrich Beck, il 25 novembre 2012, sulla rabbia dei popoli contro l'Unione e le sue trojke. La questione sociale è diventata una questione non più nazionale ma europea, e "per il futuro sarà decisivo che questa convinzione si affermi. In effetti, se i movimenti di protesta prendessero a cuore l'imperativo cosmopolitico, cioè cooperassero in tutta Europa al di là delle frontiere e si impegnassero assieme non per meno Europa, ma per un'altra Europa, si creerebbe una nuova situazione". Una situazione che Beck chiama Primavera europea.

(15 febbraio 2013)



Titolo: BARBARA SPINELLI - La lunga marcia nelle istituzioni
Inserito da: Admin - Marzo 06, 2013, 12:24:06 pm
La lunga marcia nelle istituzioni

di BARBARA SPINELLI


Nessuno può dire di cosa parleranno Bersani e Grillo, se mai si parleranno. Tante voci, tante forze impaurite sono coalizzate contro questo tentativo  -  del tutto inedito, sgradito a chi resta appeso alle proprie abitudini  -  di immaginare non solo un'Italia ma un'Europa diversa, dove trovino spazio iniziative cittadine, proposte che circolano da anni nella società.

ad esempio, reddito di cittadinanza, leggi anti-corruzione, nuove definizioni del prodotto interno lordo, diritti civili non negoziati con la Chiesa. Sono le idee che un quarto degli italiani ha cercato in 5 Stelle. Non sappiamo se Bersani saprà udirle - e quanto sarà condizionato dalle riluttanze dentro il Pd - ma neppure sappiamo se Grillo e Casaleggio desiderino davvero farsi udire.

Quel che è certo, è che in queste ore comincia per il movimento di Grillo qualcosa che lui stesso non aveva previsto: comincia quella lunga marcia attraverso le istituzioni, che per forza porterà il M5S - forte ancor ieri della sua natura extraparlamentare - ad assumersi responsabilità nella Repubblica.

Di Lunga marcia attraverso le istituzioni parlò nel 1967 Rudi Dutschke, il leader degli extraparlamentari tedeschi che auspicava una democrazia diretta e che subì una campagna diffamatrice, ordita dall'editore Axel Springer, simile a quella inflitta oggi a Grillo. Ferito da una rivoltellata l'11 aprile '68, Dutschke non si riprese più: morì nel '79. Ma il suo appello a conquistare un'egemonia culturale
(una sovranità discorsiva, disse) facendo leva sulle istituzioni mise radici: il partito dei Verdi, nato grazie a lui, fu l'approdo di quella marcia.
Oggi siamo nel mezzo di una mutazione, i paesi industrializzati perdono forza e ricchezze, ma la sfida resta quella. Specie nel nostro continente, siamo immersi in una depressione da cui non usciremo senza radicali reinvenzioni, e la reinvenzione più grande riguarda l'Europa, che il '68 ignorava. L'Europa quindi non dovrebbe essere uno degli argomenti trattati da Bersani o da chi proverà dopo di lui con 5 Stelle: è il punto decisivo, da cui tutto il resto discende. Il tema è schivato da Grillo, come dal Pd.

L'idea-forza del suo Movimento è che di fronte all'impotenza degli Stati, i cittadini devono sollevarsi e dire: "Lo Stato siamo noi". Ma l'idea è troppo poco ambiziosa. Forse è venuta l'ora di mirare molto più in alto, e di affermare: "L'Europa siamo noi", cittadini inascoltati in casa e nell'Unione. Dobbiamo darci una vera costituzione europea, che inizi come quella americana: "Noi, il popolo....". Questo diceva l'appello di Daniel Cohn-Bendit e Ulrich Beck, il 3 maggio 2012 su Repubblica: se tanti s'indignano, se la crisi sgretola un'intera generazione, è perché "incombe una bancarotta degli Stati-nazione". L'Europa fatta dall'alto va riedificata dal basso. L'appello reclamava un "nuovo contratto fra Stati, Unione europea, strutture politiche nella società civile, mercato, previdenza sociale, sostenibilità ambientale".

Certamente ci sono, nelle 5 Stelle, avversari dell'Europa unita: considerata un'utopia, quando la sola chimera è la sovranità assoluta degli Stati. Ma essere scettici non è sinonimo di anti-europeismo. I federalisti stessi sono scettici, sull'Unione che non è all'altezza della crisi. Essere scettici - non contentarsi delle apparenze - è d'obbligo anche per chi esige oggi un'altra Europa. Per Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, il voto italiano segnala la voglia di rinnovare la politica, e un rifiuto dell'austerità e della mancanza di risposte europee: "L'Europa ha le sue responsabilità, non può permettersi di fare lo struzzo mettendo la testa sotto la sabbia. Deve chiedersi fino a che punto una strategia di solo rigore, senza forti misure per la crescita, abbia spinto in Italia a un voto di protesta" (Corriere, 1 marzo 2013).

La risposta non sarà il referendum di Grillo sull'euro: referendum online, riservato solo a chi padroneggia Internet (come superare il divario digitale fra chi accede e chi no, tra anziani e no?). Se M5S vuol marciare attraverso le istituzioni europee oltre che nazionali, non potrà fare a meno di pensare l'Unione da capo, come formidabile opportunità per recuperare la sovranità perduta dagli Stati-nazione. Non potrà non guardare la realtà: 6 Stati d'Europa sono di fatto "commissariati" dall'Unione e spesso dal Fondo monetario (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia, Cipro). Non è lontano il giorno in cui anche l'Italia, con un debito pubblico non riducibile tagliando solo i costi della politica, dovrà rivolgersi al Fondo salva-Stati, e negoziare il Protocollo d'Intesa previsto dalle sue regole.

Di questo dovrebbe parlare Grillo con le controparti: che faremo, se avremo bisogno del Fondo? Come operare perché l'Unione si accolli parte dei debiti (un piano esiste già, elaborato in Germania: il cosiddetto Fondo di redenzione) e imbocchi finalmente la via di Hamilton, quando accelerò la nascita in America di un potere federale forte, con poteri impositivi e un proprio bilancio, e su questa base assunse i debiti di Stati stremati dalla guerra d'indipendenza? Lo fece perché il paese usciva da una guerra, è vero. Ma l'Europa traversa una guerra, oggi, tra Stati e mercati.

È utile ripercorrere il tracollo greco. Quando si trovò sull'orlo del default, il Premier Papandreou scelse come consigliere Tommaso Padoa-Schioppa, ex ministro dell'economia nel secondo governo Prodi, e Padoa-Schioppa suggerì questo: sarà inevitabile ridurre il debito, ma come condizione chiedete che l'Europa si dia i mezzi per ri-crescere e sostenervi. La formula era: "Agli Stati il rigore - all'Europa lo sviluppo". Papandreou divenne un pariah, quando su quest'idea volle indire un referendum.

Joseph Stiglitz, il premio Nobel, ha scritto che il male non è negli Stati, ma nell'Unione restata a metà strada: "L'austerità è una strategia anti-crescita". L'Europa ha bisogno di un'unione bancaria vera, e di comuni risorse ben più consistenti del "minuscolo bilancio appena decurtato dagli avvocati dell'austerità". Grillo ammira Stiglitz. Ma per ascoltarlo non dovrà accettare di governare in qualche modo?

Si diceva nel '68 che l'immaginazione era andata al potere. Oggi deve andare al potere anche in Europa, perché lì si deciderà quel che saremo. Si dovrà decidere la politica estera e di difesa, che non potrà più dipendere dagli Usa. Si deciderà l'impoverimento o la ripresa. I militanti M5S sono addestrati a pensare assieme il globale e il locale. Manca loro il cruciale anello europeo. Lo fa capire un articolo pubblicato su Eurobull. com dal federalista Antonio Longo: lo Stato-nazione "non offre oggi che briciole". Non basterà combattere la corruzione, per una nuova crescita sostenibile. Solo uno sviluppo europeo potrà controbilanciare le austerità nazionali, perché "garantirebbe costi complessivi più bassi, maggiore efficienza grazie alle economie di scala e benefici per tutti". Solo la Federazione salverà l'Italia.

Chiunque parlerà con Grillo avrà davanti a sé qualcuno che esecra i partiti, ma spesso guarda lontano. Grillo vede arrivare banche statali molto plausibili. Invita a scommettere tutto sulla ricerca scientifica (intervista a New Scientist, 27-2-13). Malandata com'è, l'Europa non è nel suo campo visivo. Vale la pena che la faccia entrare. L'occasione è ora. Se torneremo alle urne, l'Italia impaurita sceglierebbe la destra forgiata da Berlusconi. Stesso disastro con un governo tecnico appoggiato dal Pdl (un governo di partiti camuffati): sarebbe l'esplicito riconoscimento che il malcostume, la frode, la compravendita del consenso in Parlamento non sono un crimine. Convaliderebbe l'idea più che mai incongrua che i politici siano "tutti eguali", "tutti ladri". Potrebbe ferire a morte la nostra democrazia, e con essa la cittadinanza attiva voluta da Grillo.

(06 marzo 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/03/06/news/lunga_marcia_istituzioni-53958893/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il Pilota Automatico nei palazzi del potere
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2013, 11:35:40 am
Il Pilota Automatico nei palazzi del potere

di BARBARA SPINELLI

SI E' CREATA d'improvviso quiete, il 7 marzo all'Eurotower di Francoforte, quando Mario Draghi ha parlato dell'Italia. Il Presidente della Bce ha il carisma dello statista che non conosce intranquillità, e quasi ironizza sull'"eccitazione dei politici e dei giornalisti" di fronte ai verdetti delle urne.

I giornalisti in sala stampa ridono, grati a chi li deride. Il messaggio è stato presto interpretato come un elogio della democrazia, imprevedibile di per sé: "I mercati sono stati meno impressionati dei politici e di voi giornalisti. Capiscono che viviamo in democrazia. Siamo 17 paesi, ognuno ha due turni elettorali, nazionali e regionali, il che fa 34 elezioni in 3-4 anni: penso sia questa la democrazia, a noi tutti assai cara". Ecco uno che dice pane al pane  -  è stato detto  -  e non si eccita per lo strepitoso successo di Grillo: qui da noi c'è crisi di nervi, ma non lontano, nell'Unione, tutto è come nel canto di Goethe sugli alberi che svettano verso il cielo notturno: " Su tutte le cime, è pace; in ogni chioma, senti appena un alito; tacciono gli uccellini nella selva. Aspetta, presto anche per te c'è pace" (pace sta per morte, nel poema).

Ma Draghi ha detto qualcosa di meno placido, sul voto italiano e le sorprese (brutte o belle) che la democrazia ci riserva, specie nei paesi debitori. Ha spiegato il perché di tanta quiete, ai vertici d'Europa. Ha parlato ai mercati, e a loro nome. Dopo essersi inchinato alla democrazia ha aggiunto, quasi en passant, che l'austerità continuerà tale e quale, divinamente indifferente a quel che mugghia nei bassi mondi. In altre parole: la democrazia può emettere le sentenze che vuole, ma nelle chiome dell'Unione e dei mercati se ne udirà appena l'alito. Perché non c'è da preoccuparsi? "Dovete considerare  -  così Draghi completa il ragionamento  -  che gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continueranno a procedere con il pilota automatico". Nulla turba "l'unità d'intenti dei governi".

L'intranquillità è d'obbligo invece, è anzi utile in epoche di crisi-trasformazione, e l'immagine del Pilota Automatico conviene pensarla, discuterla, in Italia e Spagna, Grecia, Portogallo. L'autopilota, com'è noto, è il dispositivo che fa avanzare il veicolo senza assistenza umana. È impersonale, non si cura del singolo e degli elettorati, ed è il contrario della democrazia. Molti arguiscono che Draghi prende magnanimamente atto del gioco d'azzardo racchiuso nell'urna: "È la democrazia, bellezza!". In effetti il governatore ha detto altro, facendosi paracleto dei nostri creditori, quindi dei mercati: "È il pilota automatico, bellezza!". Gli Stati possono osare, perfino inciampare, proprio perché sono ormai guidati da dispositivi esterni (trojke, Patti inviolabili), e nulla possono contro di essi. Di fatto, l'Italia è già commissariata, dunque calma e gesso, fatti giunco, la tempesta passerà. Dice passerà: non come, né se sarebbe forse meglio sostituire al dispositivo un governo fatto di uomini, e avere statisti europei con carisma non solo alla Bce.

In realtà viviamo da decenni in queste condizioni: fin dall'ascesa politica di un boss delle Tv che era ineleggibile (una legge del '57 poteva impedirlo, e l'appello di Micromega che lo rammenta ha raccolto oltre 180.000 firme). I parametri di Maastricht che regolano i deficit pubblici, e fecero nascere l'Euro nel 2002, spiegano la tenuta dell'Unione e al tempo stesso la sua strana impassibilità, che è segno sia di forza sia di immobilità. Da vent'anni esistono vincoli economici tali, nell'eurozona, che negli Stati si può temporaneamente giocare a far politica.

L'euro ci evita disastri non solo economici, ma senza Europa politica può sortire questi effetti. Ogni Stato diventa una specie di rione municipale, dove le più varie sperimentazioni (buone e non) diventano possibili: il pilota automatico le incanalerà. Il potere vero ha cambiato sede ed è una virtual machine che simula il politico. Quella macchina varrà la pena trasformarla in sovranità del popolo europeo, se non vogliamo che ci bombardi come un drone.

Ecco come stanno le cose, che i governi, i giornalisti, la Rete stessa fingono di non vedere. Ecco il momento che viviamo, e non è la prima volta che la letteratura lo racconta meglio dei politici. Chi non conosce il Saggio sulla Lucidità di José Saramago, corra a leggerlo (mirabile la traduzione di Rita Desti): perché descrive quel che ci sta accadendo, così come a suo tempo L'Uomo senza Qualità narrò l'impero austro-ungarico che tracollava nonostante le pompose Azioni Parallele decise a salvarlo.

Il romanzo apre sulle elezioni che si svolgono nella capitale d'un paese europeo (è Lisbona, esperta in terremoti). Anche qui, fenomenale sorpresa. Nonostante la boria dei 3 partiti dominanti (il Partito di destra, Pdd - il Partito di Mezzo, Pdm - il Partito di sinistra, Pds), gli elettori emettono il seguente inaudito verdetto, chiamato spregiativamente "biancoso": voti validi 25 per cento, Pdd 13, Pdm 9, Pds 2,5. Pochissimi voti nulli, pochissime astensioni. Le altre schede, più del 70 per cento: bianche.

Subito è catastrofe nei palazzi del potere, e una settimana dopo si ri-vota: i partiti cadono ancora, schede nulle più astenuti zero, schede bianche 83 per cento. Segue lo stato d'eccezione. A un certo punto il governo diserta la capitale, s'insedia altrove, accerchia la città per piegarne l'incaponita, incredibilmente mansueta riottosità. Tronfio, minaccioso, il Capo dello Stato interviene in Tv: "Vi parlo con il cuore in mano... ora siete una città senza legge... non avrete un governo... Prendete la severità dei miei avvertimenti non come una minaccia ma come un cauterio per l'infetta suppurazione politica che avete generato nel vostro seno". I giornalisti, che nulla avevano subodorato, "condannano con energica tinta d'indignazione civica la strana funesta perversione" cittadina.

I piloti automatici possono tuttavia schiantarsi, non hanno la stoffa degli alberi goethiani. E si schianteranno, se l'Europa non si trasformerà e subito: non quando gli Stati avranno fatto, come dicono i custodi dei dogmi, "i compiti a casa". Il voto italiano dice una gran voglia di cambiare, ma è una prima e disordinata tappa. La seconda sarà il rinnovo del Parlamento europeo fra solo un anno. È allora che toccherà mettere al posto del pilota automatico poteri sovrani legittimati democraticamente. Il Presidente della Commissione dovranno stavolta sceglierlo i cittadini europei, non gli Stati fatiscenti.

È il senso della lettera che Luigi Zanzi, federalista, docente di teoria della storia all'Università di Pavia, ha inviato a Monti, Bersani, Renzi, al M5S e a Napolitano e Draghi, subito dopo il voto italiano: dobbiamo "cogliere al volo l'occasione delle elezioni europee del 2014 per proporre al Popolo Europeo di votare un mandato al Parlamento europeo per la convocazione di un'Assemblea Costituente", che riformi le istituzioni comunitarie "in vista di uno Stato federale in Europa". Così i popoli verrebbero chiamati a "intervenire nel governo d'Europa e, finalmente, i grandi problemi politici potrebbero essere affrontati nella giusta dimensione continentale che essi richiedono".
La tragedia è che tutti i politici italiani (M5S compreso), fanno come se avessero tempo in abbondanza. Non ne hanno. La casa brucia, e noi stiamo qui a dissertare sul ruolo degli intellettuali. Ci inventiamo perfino un Grillo antisemita. Consideriamo la disperazione cui è giunta Atene: l'indecenza di una cura mortifera, gli ospedali impossibilitati a comprare medicine, l'ascesa d'un partito nazista, l'indifferenza dei mercati a questo sfascio. L'impoverimento deprime, senza redimere: è peggio di una recessione. Non per molto tempo Grillo riuscirà a incanalare le paure. A dare una mano per mettere uomini, al posto del caporalesco Pilota Automatico.

(13 marzo 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/03/13/news/spinelli_draghi-54438054/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se la politica torna all'agorà di Atene
Inserito da: Admin - Marzo 20, 2013, 06:43:26 pm
Se la politica torna all'agorà di Atene

di BARBARA SPINELLI


"Niente esperimenti!  -  Keine Experimente!": così Konrad Adenauer, Cancelliere dopo la disfatta di Hitler, si rivolse nel '57 ai cittadini tedeschi. Voleva tranquillarli, toglier loro ogni ghiribizzo  -  o grillo che dir si voglia. Nacque una democrazia solida, e tuttavia c'era un che di ottuso e impolitico nel monito: era rivolto a un popolo vinto, sedotto per anni dalla più orrenda delle sperimentazioni.
Nel fondo dell'animo tedesco, questa paura dell'esperimento non svanisce.

Oggi non è così, né in Italia né in Europa: la crisi ha smascherato Stati nazione impotenti, la democrazia è ovunque in frantumi. Politici e cittadini sono scollegati, con i primi chiusi nelle loro tane e i secondi che per farsi udire vogliono contare di più. A meno di non considerarci sconfitti di guerra, oggi è più che mai tempo di esperimenti, proprio nella sfera della democrazia. È tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati. Manuel Castells, uno dei massimi studiosi dell'informazione, scrive su La Vanguardia del 2 marzo: "O innovare o perire".

I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso, tra le varie crisi: dell'economia, dell'Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi. Tra governanti e governati c'è un deserto, e in mezzo campeggia un miraggio di rappresentanza: sono deboli i sindacati, spenti i partiti, e la stampa più che i lettori serve i potenti. Nel vuoto, però: una cittadinanza che vuole svegliarsi, sondare altre strade, ricominciare la democrazia.

Oggi l'Italia è a un bivio, scossa ma non vinta: il nuovo inizio invocato da Castells non genera un governo, i primi cambiamenti si fanno attendere. Intanto gli abitudinari gridano all'ingovernabilità. È dagli anni '70 che si esercitano ad averne paura, a non vedere le crepe che fendono la stabilità cui dicono di anelare.

In Europa abbiamo conosciuto un caso di ingovernabilità, spettacolare. È il caso dei belgi, che Grillo cita tra l'altro nel libro scritto con Dario Fo e Roberto Casaleggio (Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere 2013). Accadde in piena crisi del debito sovrano, dunque vale la pena farsi qualche idea su un evento che sorprese loro e noi.

Per 541 giorni il paese restò senza governo, fra il giugno 2010 e il novembre 2011. Ben presto si vide che non era semplice squasso tra Fiandre e Vallonia: a traballare era l'impianto stesso della democrazia rappresentativa. L'esperienza belga è istruttiva, per gli effetti negativi che ebbe ma anche per l'impeto di quelli trasformatori. Molti luoghi comuni si sfaldarono. Molte parole toccò ripescarle in soffitta: tra esse la parola riforma, che un tempo significava miglioramento (ma immediato: se no meglio la rivoluzione). Oggi vuol dire peggioramento. Il paese resse. L'ingovernabilità  -  lo stesso potrebbe valere per l'economia  -  fu letteralmente crisi: non stasi, ma occasione e svolta.

Il lato negativo è palese: in assenza di governo, il re decise che per gli affari correnti sarebbe rimasto il governo battuto alle urne di Yves Leterme, democristiano. L'ordinaria amministrazione presto si rivelò poco ordinaria. I poteri del governo s'estesero, e si parlò delle insidie degli affari correnti. L'amministrazione ordinaria servì a sventare quel che gli immobilisti considerano da sempre la mostruosa causa dell'ingovernabilità: il "sovraccarico" delle domande cittadine. Nei 18 mesi di stasi, il governo facente funzione regnò impassibile, forte di maggioranze obsolete. Approvò l'austero bilancio del 2011, gestì il semestre di presidenza europea nel 2010. Partecipò perfino alla guerra libica.

In Italia, sarebbe come prolungare Monti: un risultato non ottimo, per chi ha vinto alle urne promettendo di "innovare o perire". Gli Stati-nazione periclitano, l'Europa ancora non è una Federazione di solidarietà, e lo status quo è salvo. Il non-governo crea un potere inedito, più libero dal popolo sovrano: assai simile al pilota automatico che, secondo Draghi, protegge la stabilità dal "sovraccarico" di domande cittadine.

Ma l'esperienza belga produsse al contempo novità enormi. Cosciente che in gioco era la democrazia, la cittadinanza si mosse. Prese a sperimentare soluzioni antiche come l'agorà greca che delibera, o l'Azione Popolare auspicata da Salvatore Settis, che risale alle "actiones populares" del diritto romano: i cittadini possono far valere non un interesse proprio ma della comunità, ed essendo titolari della sovranità in democrazia, saranno loro a inventare agende centrate sul bene comune. Non c'è altra via, per battere l'antipolitica vera: il predominio dei mercati, e un'austerità che senza ridurre i debiti impoverisce e divide l'Europa.

Lo Stato siamo noi, dice M5S: è l'idea del movimento scaturito dal non-governo belga. G1000 è il nome che si diede, e nacque durante l'ingovernabilità su iniziativa di quattro persone (un esperto di economia sostenibile, un archeologo, un politologo, un'attrice). Il primo vertice dei 1000 fu convocato l'11 novembre 2011, nell'ex sito industriale Tour et Taxis a Bruxelles. Il Manifesto fondativo denuncia le faglie della democrazia rappresentativa e suggerisce rimedi. Non si tratta di distruggere rappresentanza o deleghe (i Mille estratti a sorte delegarono le proposte a 32 cittadini  -  il G32  -  come già aveva fatto l'Islanda per la riscrittura della Costituzione, prima discussa in rete poi affidata a un comitato di 25 rappresentanti).

Non si tratta neppure di "togliere lavoro ai partiti", scrive il Manifesto. Quel che deve finire è lo status quo: la partitocrazia e  -  in era Internet  -  il giornalismo tradizionale: "In tutti i campi l'innovazione è stimolata, salvo che in democrazia. Le imprese, gli scienziati, gli sportivi, gli artisti devono innovare, ma quando si tratta di organizzare la società facciamo ancora appello, nel 2011, all'800".

È uno dei primi esempi europei di democrazia deliberativa (il Brasile iniziò nei primi anni '90): Azione Popolare ha già una storia. Deliberare è discutere e poi decidere, e per il Manifesto del G1000 è più efficace dei referendum: "In un referendum ci si limita a votare, mentre in democrazia deliberativa bisogna anche parlare, ascoltare". Prende forma l'idea postmoderna dell'agire comunicativo, immaginato da Habermas nel 1981. Il fenomeno è continentale, non solo italiano. Avrà il suo peso, si spera, alle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014. Sarà scelto dai cittadini, si spera, il futuro capo della Commissione che siederà nella trojka dell'austerità.

È difficile sperimentare, ricominciare. Lo si vede in queste ore: Grillo ha biasimato i parlamentari 5Stelle favorevoli a Grasso, ma la successiva scelta di far decidere i suoi a maggioranza (e l'apertura a governi non partitici) innova profondamente, rispetto alla prassi di tutti i partiti di trasmettere a deputati e senatori l'indicazione su come si deve votare. È quello che Machiavelli consiglia a chi innova: "Vedere le cose più da presso", considerare "come i tempi e non gli uomini causano il disordine" (Discorsi, I-47). Anche la democrazia rappresentativa fu difficile, anche proporre nell'800 il suffragio universale. L'unica cosa impraticabile è dire no agli esperimenti, comportandosi come Adenauer da sconfitti. I veri esperimenti, quelli che usano le persone come mezzi e le Costituzioni come stracci, avvengono in Grecia, immiserita dall'austerità. O a Cipro, dove stabilità vuol dire defraudare i conti bancari dei cittadini, ricchi e no.
Che altro fare, se non sperimentare quel che la cittadinanza attiva chiede si provi. Continuare a considerare un "sovraccarico" le sue domande: questa è ingovernabilità. Se il nuovo Papa torna alle origini, chiamandosi Francesco, forse anche per la politica è ora di non confondere gli ultimi coi vinti. Di tornare all'agorà di Atene, all'Azione Popolare di Roma antica.

(20 marzo 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/03/20/news/se_la_politica_torna_all_agor_di_atene-54945857/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - I partiti al bivio di papa Francesco
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2013, 06:33:31 pm
I partiti al bivio di papa Francesco

di BARBARA SPINELLI


Nunc dimittis servum tuum: comincia così il cantico di Simeone, l'ebreo giusto, appena vede Gesù presentato al Tempio.
La prima parola che dice, rivolgendosi a Dio, è dimissione. Antiche consuetudini si sfanno, l'attesa messianica finisce perché il messia è lì, lo sta tenendo fra le braccia.

Si entra in un'altra orbita, un cammino affatto diverso inizia all'insegna di quella che Roland Barthes ha chiamato: disoccupazione di spazi, peregrinatio in stabilitate.

Oltre il Tevere, proprio questo sta accadendo nella Chiesa. Scossa dalla corruzione, orfana di luce, ridotta a lobby, la Chiesa tasta come cieca le vie e scopre che non ce ne sono due ma solo una, perché l'altra s'inabissa: la via è il trono vuoto, perché lo occupi chi sappia far proprio il nunc dimittis, spogliandosi di potere e di mitre maestose.

Un unico filo lega le dimissioni di Benedetto XVI il 10 febbraio e la nomina, il 13 marzo, di Papa Francesco: un mese, tutto all'insegna della "disoccupazione di spazi". È significativo che il nuovo Pontefice disdegni gli ori di cattedrali e paramenti. Il papato girava a vuoto, e il ricominciamento è possibile a condizione di mettere in questione se stessi, radicalmente. "Quaestio mihi factus sum", diceva Agostino: io stesso son divenuto per me problema, peso. Memore della semplicità oltre che della povertà di San Francesco, il Papa parla ai cristiani con parole inattese, non di padre pontificante ma di servo: "Pregate voi per me". Non si sa quali effetti sortirà questo mese di ostentato trono vuoto; si può solo intuire che per sopravvivere, la Chiesa doveva passare di qui.

È strano come certe parole in certi momenti colorino ogni pensiero, ogni dire. In queste ore sono come un metro, che permette di misurare la cecità della politica, delle sue istituzioni: in Italia e anche in Europa. La stasi di ambedue cos'altro è, se non incapacità di distinguere il bivio che hanno di fronte, e attaccamento alle inerti abitudini descritte da Beckett: "L'abitudine è un patto sottoscritto dall'individuo col suo ambiente. È la garanzia di una tacita inviolabilità, il parafulmine della sua esistenza. L'abitudine è il ceppo che incatena il cane al suo vomito". Si chiama anche routine: letteralmente vuol dire piccola via, ripetutamente percorsa quando non si osa la grande.

Imboccare viuzze significa non rinunciare al potere, starsene immobili, non tollerare l'incursione di sfide o giudizi: tenerselo stretto, il potere, come il Presidente del Senato che ritiene inammissibili le critiche d'un solo giornalista. In Germania Est si racconta che tale fu l'ordine che le autorità sovietiche diedero ai governanti comunisti, quando cadde il muro di Berlino: "Rientrate in voi stessi, fatevi di ghiaccio".

L'Italia fa questo, da anni: ha congelato Mani Pulite, e ogni chiarimento, correzione, pur d'evitare la trasformazione di sé. Anche il movimento Cinque Stelle, che pure ha vinto chiedendo una mutazione della società e dei partiti, è preda di una sorta di paralisi. Ilvo Diamanti ha spiegato, lunedì su Repubblica, l'impasse di una convivenza tra anime contrarie, innovative e conservatrici. L'uscita dal sistema prevale su ogni miglioramento concreto, ottenibile subito, svigorendo la forza stessa che fece nascere, attorno al bene pubblico, il movimento. È il rischio del M5S: occupare un trono-postazione, in attesa dei tempi in cui il Messia verrà col suo Regno. Non lo sfiora il sospetto che il Regno sia già qui, che l'attesa sia un escamotage. Che le vie non siano due ma una: rinunciare all'isolamento splendido del trono, aprire un varco, proporre a chiare lettere il nome di un suo papa Francesco. Altrimenti ti chiamerai movimento ma vecchio partito rimarrai: con le sue abitudini da recinto, con la sua sconnessione dalla cittadinanza attiva che ti ha fatto re.
Quel che urge non è la prorogatio dell'esistente  -  una delle tentazioni di Cinque Stelle  -  ma la declaratio con cui Benedetto XVI ha innovato, spogliandosi del proprio scanno: le forze che ho "non sono adatte a esercitare in modo adeguato il ministero". Alcuni hanno detto: "è la fine". Era un inizio invece, era rinuncia a parte di sé per far spazio al nuovo. Così per i politici: sono a un bivio, e chi serve i propri ideali diminuisce un po' se stesso, coglie il momento se si presenta. Apprende la destrezza astuta che prolunga il carisma: fin da subito mostra che entrare in un'altra orbita politica è possibile. E se non a Dio, chiede alla coscienza: "Dimettimi, esiliami dall'istinto abitudinario che mi abita".

Secondo l'economista Albert Hirschmann, è così che le istituzioni si riformano: mescolando l'energia ultimativa dell'uscita, dell'exit, al lievito della parola (voice), che sbalestra la politica da dentro. Proprio di quest'amalgama hanno bisogno gli italiani per superare la stasi, e l'Europa per vincere una crisi che rivela la propria cecità, compresa la cecità alla democrazia. Anche nell'Unione si tratta di indicare il trono vuoto, i sovrani finalmente politici e i parlamentari forti che devono riempirlo. Da quando l'Euro trema, l'Unione s'aggrappa alla viuzza di cure che la squilibrano, l'avvelenano. Sbagliamo bersaglio accusando i mercati-padroni: sono i politici a non essere padroni di sé. A non vedere che loro sono la quaestio, il problema e l'onere. Non è l'Euro traballante che viviamo ma un più vasto sisma. I politici l'occultano, passano il tempo disputando su dilemmi esistenziali: esiste l'Unione? siamo contro? per? In tempi prosperi la domanda serviva, ma oggi lo spettro che s'aggira e impaura è la crisi, non l'antieuropeismo che la crisi secerne. Oggi la disputa che conta, e però è elusa, deve concernere il da fare, le alternative da tentare, perché l'Unione funzioni e ritrovi l'idea originaria di una comunità di cittadini padrona di sé. Come l'Italia del dopo-voto, l'Europa è prigioniera di quella che gli inglesi chiamano politics (il gioco fra partiti, poteri) ed è impreparata alla policy, alla scelta fra molte opzioni di una linea: in economia, nella ridefinizione della statualità, anche in politica estera.

Il caso dei marò è stato rivelatore. Un governo d'Europa ha mostrato di non sapere cosa sia l'India, oggi: con i suoi tribunali, con una democrazia più che sessantenne. Ha reagito come la vecchia Europa colonialista, giocando a birilli con Nuova Delhi come Chamberlain quando disse dei cecoslovacchi invasi da Hitler: "È una nazione lontana di cui non sappiamo nulla". Così enorme è la svista, che l'esercito si ribella al timone politico. È bene che il ministro Terzi si sia dimesso. Lo stesso dovrebbe fare il capo di stato maggiore della Difesa, Luigi Binelli Mantelli: con inaudita prevaricazione, forte probabilmente dell'appoggio di Terzi, ha preteso sabato che "la farsa si concluda quanto prima, e i nostri fucilieri, funzionari in servizio di Stato, siano al più presto riconsegnati alla giurisdizione italiana". Nessun accenno al fatto che i marò sono pur sempre accusati d'aver ucciso due marinai indiani scambiati per pirati, e che all'India fu promesso di non tenerli in Italia.

È uno dei tanti casi di insipienza dei sovrani europei. L'Unione sta nel mondo con una propria moneta, ma solo con questa. Ha ricette economiche distruttive, e fuori casa oscilla tra annosi riflessi coloniali, dipendenza dagli Usa, fedeltà a una Nato che fa e prolunga guerre che gli Europei non decidono né discutono. Nel Mediterraneo, il nostro mare, non siamo udibili. Di altro si dibatte: Sei in Europa, o fuori? Mai vi fu, se non alla fine dell'impero romano, routine mentale più sterile.

Da questa paralisi si esce riconoscendo che il posto di comando è vacante, tutto sta a pronunciare il dimittis che prepara il nuovo. Non sarà facile, ma chi ha detto che debba esser facile edificare nuovi ordini politici, o spirituali. Chi ha detto che la soluzione sia quella impartita dai sovietici: chiudersi e farsi ghiaccio, per poi ricominciare come se nulla fosse le abitudini di ieri.

(27 marzo 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/03/27/news/partiti_al_bivio_di_papa_francesco-55434222/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Le oligarchie dei sapienti
Inserito da: Admin - Aprile 04, 2013, 11:58:26 pm
Le oligarchie dei sapienti

di BARBARA SPINELLI

CONVIENE stare attenti, quando si fanno paragoni con paesi europei che hanno governi introvabili per mesi. Il Belgio, spesso citato da Grillo, ha traversato nel 2010-2011 una lunga ingovernabilità (541 giorni) che diede frutti negativi e positivi. Negativa fu la non-dimissione del governo bocciato alle urne: per nulla diminuito, l'esecutivo prese decisioni cruciali (bilancio di austerità, guerra libica), ignorando il Parlamento.

Positivo fu l'insorgere di movimenti cittadini che diedero vita a nuove forme di democrazia deliberativa, correggendo dal basso l'atrofizzata, oligarchica democrazia rappresentativa.

Non meno fuorviante il modello olandese, caro agli uomini di Monti e sfociato nei due comitati di Saggi incaricati da Napolitano di negoziare punti d'accordo istituzionali ed economici fra destra, centro e sinistra. Due volte, nel 2010 e nel 2012, i Paesi Bassi ricorsero ai Facilitatori (Napolitano ricusa la parola Saggio), dopo voti dall'esito dubbio. Nel 2010, la regina nominò suoi "esploratori" sette volte. Il metodo funzionò male, ed ebbe come conseguenza un Parlamento esautorato, l'espandersi della partitocrazia (più precisamente: del male che andava combattuto), e una monarchia screditata.

Il 13 settembre 2012, la Costituzione olandese fu riformata, abolendo i poteri d'influenza del monarca - e delle sue camarille partitiche - nella formazione dei governi. Il futuro Presidente italiano farebbe bene a trarne insegnamento: incoraggiare inciuci
rigettati da gran parte dell'Italia estenua la forza della carica. Il Parlamento olandese fece sapere alla regina che i Sapienti erano in Parlamento, non nelle regali stanze. Napolitano si dice abbandonato dai partiti che pure ha assecondato.

Ma anche il secondo tentativo olandese, che nel 2012 facilitò una grande coalizione all'insegna di "Costruire Ponti", è un esempio bislacco. Se l'ingovernabilità ha dominato i Paesi Bassi così a lungo, è perché nel 2010 aveva fatto irruzione, rompendo gli appassiti equilibrismi fra destre e laburisti, un inedito soggetto politico: Geert Wilders, islamofobo e nazionalista. Le sue idee sono già ben radicate nella destra italiana (nella Lega, in parte del Pdl). Con Grillo hanno poco a che vedere. Una sinistra rinnovata può allearsi con 5 Stelle e approvare leggi democratiche essenziali; con personalità che somigliassero a Wilders no.

Obiettivo del modello olandese era estirpare Wilders, tramite un arco costituzionale comprendente il mondo di ieri. In Italia l'esigenza è tutt'altra: formare un governo che incorpori alcune richieste molto sensate di Grillo. Un'occasione purtroppo persa dal M5S, che per settimane si è rifiutato di proporre il nome di un Premier, finendo col propiziare l'odierna ricaduta nell'inciucio. Ma l'occasione potrebbe ripresentarsi. Bersani, formalmente ancora incaricato, potrebbe fermare la deriva del Pd. Così come si spera che sinistre e Cinque Stelle facciano un nome, per il Quirinale, che voli alto. Che ignori la logica escludente dei 10 Saggi e l'intesa sinistra-Berlusconi su cui lavorano.

I 10 Facilitatori scimmiottano l'Olanda, e l'obiettivo è escludere l'avulso, l'alieno Grillo/Wilders. A guidarli: l'istinto di sopravvivenza di un ordine politico ammaliato sin dagli anni '70 dalle larghe intese. Non dimentichiamo che di ingovernabilità si cominciò a discettare in quell'epoca. Oberato da un "sovraccarico" di domande, sociali e civili (da una cittadinanza indisciplinata e sprecona, scrisse Gianfranco Pasquino), il potere diede risposte neoconservatrici: la democrazia, per tranquillizzarsi, doveva ridurre tali domande. La politica si sarebbe difesa emancipandosi dalla società civile. Fu allora che la parola riforma degenerò: non significò più miglioramento, ma sacrifici e peggioramento.

È con la forza dell'inerzia che quest'ordine fa oggi quadrato contro Grillo, per neutralizzarlo e spegnerlo. Sbigottito dalla democrazia partecipata e dalle azioni popolari, il vecchio sistema si cura coi veleni che ha prodotto, indifferente alla vera nostra anomalia che è Berlusconi: anomalia che spiega Grillo e le sue rigidità. I veleni sono le cerchie di potenti, legati ai partiti e non all'elettore, e si sa che la democrazia, quando si moltiplicano le domande cittadine, secerne le sue ferree leggi delle oligarchie. "I grandi numeri producono il potere di piccoli numeri", disse tempo fa Gustavo Zagrebelsky: "L'oligarchia è l'élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica in res privata" (Repubblica, 5-3-11).

I nomi dei Saggi designati da Napolitano sono quasi tutti figli delle oligarchie (Onida e Rossi sono un'eccezione). L'esempio più ominoso è quello di Luciano Violante: passato ormai alla storia per aver ammesso, nel 2003 alla Camera, che il Pd non era sospettabile dal governo di destra visto che sin dall'inizio aveva favorito Berlusconi, al punto da infrangere una legge del 1957 sull'ineleggibilità dei titolari di concessioni pubbliche. Riportiamo le parole che disse, perché non tutti avranno visto il film di Sabina Guzzanti (Viva Zapatero!): "L'on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni, quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui, e lo sa l'on. Letta! (...) Voi ci avete accusato di regime, nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, (avessimo permesso) che il fatturato di Mediaset, durante il centrosinistra, aumentasse di 25 volte!". In altre parole: abbiamo patteggiato col diavolo dell'illegalità, ed ecco come ci ripagate!

Se così stanno le cose, è inane la protesta contro l'assenza di donne o giovani nei comitati. Forse che questi verrebbero nobilitati, se fosse cooptata una donna o un rottamatore? Difficile crederlo: il problema delle commissioni paracadutate dall'alto è la loro natura oligarchica, la loro dipendenza dall'ordine lottizzatore dei partiti, l'esclusione della cittadinanza che ha portato Grillo in Parlamento. Il male è quello che Adriano Olivetti (fondatore del Movimento Comunità, europeista) denunciò già nel 1959: "I sistemi congegnati e intrapresi dagli uomini della politica vorrebbero risanare la situazione e trovare la soluzione dall'alto, attraverso la macchina della burocrazia centrale, la penombra delle commissioni, e la potenza occulta degli apparati di partito".
L'ultimo atto di Napolitano è disperato, solitario e conservatore (ben più ardito e coraggioso il suo europeismo). Al Corriere, ieri, ha detto che altre strade non c'erano: le Commissioni dureranno poco, non indicheranno governi. Tuttavia, anche se i Saggi saranno rapidi, i nomi prescelti proteggono la vecchia partitocrazia e già prefigurano una coalizione. Non costruiscono ponti verso il nuovo. Premiata è quella che Zagrebelsky chiama l'accidia della democrazia: "sulla libertà morale, prevale il richiamo del gregge e la tendenza gregaria".

Oligarchie e greggi non sono tuttavia il ferreo destino della democrazia: sono solo una possibilità. Il Parlamento può aprirne altre, diverse: esigendo che subito siano istituite le commissioni parlamentari, senza attendere il nuovo governo, per deliberare su conflitto di interessi, legge elettorale, finanziamento dei partiti, reddito di cittadinanza, politica estera, austerità europea da rivedere. Subito può riunirsi la Giunta delle elezioni, per valutare se la legge sia stata rispettata quando Berlusconi fu ripetutamente eletto. Subito può chiedere che Monti agisca come deve: non come prospettato dal Quirinale ("d'intesa con le istituzioni europee e con l'essenziale contributo del nuovo Parlamento"), ma previa intesa col nuovo Parlamento e con il contributo di un'Europa da rifondare. Altre vie non s'intravvedono, sempre che si voglia smettere di trattare i cittadini come scolari spreconi e uscire dalla penombra delle commissioni.

(03 aprile 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/04/03/news/oligarchie_sapienti-55831185/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'Europa di Kubrick
Inserito da: Admin - Aprile 10, 2013, 06:42:54 pm
L'Europa di Kubrick

di BARBARA SPINELLI


Eyes wide shut: tale la postura dell'Europa, da quando è caduta nell'odierna crisi esistenziale. Vi è caduta con gli occhi spalancati dalla paura, dalla paralisi, ma sappiamo che se gli occhi li sbarri troppo è come se fossero chiusi.

È uno dei mali di cui soffre l'unità europea, quest'intreccio perverso tra visione e cecità: ne discendono le più convenienti mitologie, i più nefasti luoghi comuni. Tra questi vorremmo citarne uno: sempre più spesso, l'Europa è descritta come utopia, parente prossima di quei messianesimi politicio religiosi che fioriscono in tempi di guerre, di cattività, di esodo dei popoli. Il vocabolo ricorrente è sogno. I sogni hanno un nobile rango: dicono quel che tendiamo a occultare. Resta il loro legame col sonno, se non con l'ipnosi: ambedue antitetici alla veglia, all'attiva vigilanza.

Ebbene, l'Europa unita è qualcosa di radicalmente diverso da un sogno, e ancor meno è un'utopia, un'illusione di cui dovremmo liberarci per divenire realisti; o come usa dire: più moderati, pragmatici. La crisi cominciata nel 2007 ha disvelato quel che avrebbe dovuto esser chiaro molto prima, e che era chiaro ai padri fondatori: l'esaurirsi dei classici Stati nazione. La loro sovranità assoluta, codificata nel trattato di Westphalia nel 1648, s'è tramutata in ipostasi, quando in realtà non è stata che una parentesi storica: una parentesi che escluse progetti di segno assai diverso, confederali e federali, sostenuti già ai tempi di Enrico IV in Francia e poi da Rousseau o Kant. Gli effetti sulla vita degli europei furono mortiferi: questa constatazione, fatta a occhi ben aperti, diede vita, durante l'ultima guerra mondiale, non già al "sogno", ma al progetto concreto d'unificazione europea.

Nel frattempo tale sovranità assoluta - cioè la perfetta coincidenza fra il perimetro geografico d'un Paese e quello del potere statuale da esso esercitato - è divenuta un anacronismo non solo incongruo ma inconcludente, che decompone governi e Parlamenti. I nodi più ardui da sciogliere - una finanza mondiale sgovernata, il conflitto fra monete, il clima, le guerre, la convivenza tra religioni differenti - non sono più gestibili sul solo piano nazionale.

Tanto meno lo sono con l'emersione di nuove potenze economiche (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud-Africa). La loro domanda di energia, materie prime, beni alimentari, è in rapida crescita e quel che esse pretendono, oggi, è una diversa distribuzione delle risorse planetarie: inquiete per il loro rarefarsi, esigono la loro quota. Non è più tollerato che una minoranza di industrializzati perpetui tramite l'indebitamento il dominio sui mercati: è attraverso il debito infatti che i ricchi del pianeta s'accaparrano più risorse di quelle spettanti in base alla loro capacità produttiva. È il motivo per cui debiti che erano considerati solvibili non lo sono più: i BRICS non vogliono più rifinanziarli.

Il debito sovrano, in altre parole, non è più sovrano: va affrontato come incombenza mondiale, e per cominciare come compito continentale europeo. Pensare che i singoli Stati lo assolvano da soli, indebitandosi ancora di più, è non solo ingiusto mondialmente: è ridicolo e impraticabile. L'unità politica fra Europei è insomma la via più realistica, pragmatica, e la più promettente proprio dal punto di vista della sovranità: cioè dal punto di vista del monopolio della coesione civile, del bene pubblico, della forza. L'abbandono-dispersione del monopolio conduce all'irrilevanza del continente e al diktat dei più forti, mercati o Stati che siano.

I problemi da risolvere (per problemi intendo le crisi-svolte che aprono alla stasi o alla trasformazione) si manifestano dentro geografie diverse, ciascuna delle quali va governata. Non è più vero che il re è imperator nel suo regno: superiorem non recognoscens (ignaro di poteri sopra di sé), come nella formula del Medio Evo, quando l'impero era sfidato dai primi embrioni di Stati. La formula risale al XIII secolo, e nell'800-900 divenne dogma malefico. Oggi il singolo sovrano deve riconoscere autorità superiori: organi internazionali, e in Europa poteri federali e una Carta dei diritti che vincola Stati e cittadini.

Neanche la sovranità popolare è più quella sancita nell'articolo 1 della nostra Costituzione: non solo essa viene esercitata "nella forme e nei limiti della Costituzione" - dunque è divisibile - ma sempre più è scavalcata da convenzioni transnazionali (il Fiscal Compact è tra esse) che minacciano di corroderla e screditarla, se non nasce una potente sovranità popolare europea. I partiti non sono meno colpevoli degli Stati: nelle elezioni europee, è inesistente lo sforzo di vedere, oltre i propri Paesi, l'Europa e il mondo.
Questo significa che l'Unione va ripensata, oltre che rifatta: sapendo che solo lì recupereremo le sovranità perdute. Edificando un potere sovranazionale, e un Parlamento che possa controllarlo e eleggerne i rappresentanti. Le stesse Costituzioni esigeranno adattamenti alla nuova sovranità ritrovata solidalmente. Le discussioni della Corte costituzionale tedesca sono spesso dettate da chiusure nazionaliste, e tuttavia cercano di vedere e dominare mutazioni reali. È un peccato che discussioni analoghe non avvengano, con la stessa puntigliosa intensità, nelle Corti degli altri Stati dell'Unione.

Qui giungiamo al punto cruciale: all'astratto furore imputato a chi invoca gli Stati Uniti d'Europa. Tanto più astratto e fallimentare, vista la crescente disaffezione dei popoli. Disaffezione relativa, per la verità. Non è vero che tutti i referendum europei siano stati negativi, nella storia dell'Unione: la maggior parte non lo sono stati. Quanto all'euro, solo il 2 per cento dei cittadini (l'1 in Italia) vuole abbandonarlo.

Dove sta allora, oggi, l'utopia? Sta nella perpetuazione di sovranità nazionali fittizie: tenute in semi-vita da simulacri di poteri e da cittadini disinformati (le due cose vanno insieme: più spadroneggia lo status quo, più la realtà vien nascosta ai popoli). Machiavelli descrive con occhio profetico le disavventure delle grandi mutazioni: "Debbesi considerare come non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nimici tutti coloro che degli ordini vecchi fanno bene; ed ha tiepidi difensori tutti quelli che degli ordini nuovi farebbero bene. La qual tepidezza nasce parte per paura degli avversarii, che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità degli uomini, li quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza. Donde nasce che qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri difendono tiepidamente, in modo che insieme con loro si periclita".
Tepidezza, incredulità, paura: questi i sentimenti che impediscono la nascita di ordini nuovi. L'ordine vecchio è difeso con partigianeria, anche quando è manifestamente defunto. Quello nuovo con tiepidezza, anche quando è manifestamente necessario. Mi è sempre apparsa tiepida la formula di Gramsci, sull'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio la ragione deve essere ottimista (per ottimismo non intendo fede progressista, ma la non-rassegnazione di cui parla Pessoa: "Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola"). Ogni volta che udite parlare di Stati che si riprendono la sovranità, state sicuri: di fronte avete un illusionista che "dell'ordine vecchio fa bene": usandolo per dominare. I veri populisti, ingannatori di popoli, oggi sono loro.

Anche lo scetticismo è parola da usare cautamente: per rivalutare il suo antico significato. Il vero scettico non apre alcun credito all'apparenza, e non è pregiudizialmente avversario dell'unità europea ma si fa sottile e assai dubbioso osservatore dello Stato nazione. Non teme il nuovo ordine. Diffida del vecchio, ed è lo status quo che considera una chimera. Lì è il sonno - l'incubo - da cui vale la pena svegliarsi, se l'anima non è piccola. Il vero scettico non si contenta dell'Europa così com'è, perché ha capito che è un ibrido velenoso. Dunque quando incontriamo un antieuropeo dovremmo replicare, se vogliamo cambiare il mondo: sono io lo scettico, non tu che stai sdraiato nel falso ordine vecchio per timore del nuovo che già è cominciato.

L'articolo riproduce parte della lezione magistrale che Barbara Spinelli tiene oggi all'Università di Padova

 
(10 aprile 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/04/10/news/l_europa_di_kubrick-56316618/?ref=HRER1-1


Titolo: Paolo Flores d’Arcais e Barbara Spinelli - Cari parlamentari del Pd, M5S e Sel,
Inserito da: Admin - Aprile 16, 2013, 03:04:59 pm
La tentazione dell’inciucio: qualche dirigente Pd è ricattabile?
   

di Paolo Flores d’Arcais e Barbara Spinelli

Cari parlamentari del Pd, M5S e Sel,

ci rivolgiamo oggi soprattutto ai parlamentari del Pd e di Sel, perchè c’è qualcosa che non riusciamo proprio a capire. Estromettere Berlusconi dalla vita politica e dal potere (compreso il suo monopolio sulla televisione commerciale) non solo sarebbe sacrosanto secondo tutti i canoni delle democrazie liberali occidentali, ma sarebbe anche un vantaggio non da poco per il centro-sinistra. Ora, se una misura a portata di mano, che corrisponde sia all’interesse generale e all’etica di una democrazia sia all’interesse egoistico e di bottega di una forza politica, viene da quest’ultima rifiutata e anzi tale forza politica si muove in direzione opposta (mantenere il Caimano nei gangli decisivi del potere e della politica), l’interrogativo è d’obbligo: perché tanta assurdità?

Il masochismo è infatti comprensibile e accettabile come una delle tante e varie inclinazioni sessuali (in fatto di sesso, tra adulti consenzienti, “di tutto e di più” è l’unica norma liberale), ma in campo politico è un controsenso, oltretutto enigmatico. Nessuna forza politica e nessun singolo politico vuole il proprio male, ama danneggiarsi. Talvolta lo fa, ma per stupidità. Nel caso che stiamo esaminando, però (la possibilità di estromettere B. dalla politica e dal potere), neppure la stupidità può essere una spiegazione, perché è talmente evidente, anche al più stupido del genere “homo sapiens”, che la soluzione prospettata sarebbe di enorme vantaggio per il centro-sinistra, e carica di rischi invece la scelta opposta, che la spiegazione di tanto pervicace “masochismo” va cercato altrove.

Dove? L’unica spiegazione logica che resti, visto che ogni interesse generale, ogni valutazione etica, ogni interesse di bottega spinge nel senso della “estromissione”, è che una parte del gruppo dirigente Pd+Sel sia ricattabile. Ovviamente dei contenuti e ingredienti di tale “ricattabilità” nulla possiamo sapere e neppure immaginare, ma se non ci viene data una spiegazione più plausibile, quella della “ricattabilità” (anche solo mentale) resta l’unica in campo. In un dialogo di oltre dieci anni fa su MicroMega, Giuliano Ferrara spiegava a un allibito Piercamillo Davigo che la prima dote di un politico deve consistere nell’essere ricattabile. “Non ricattabile, vorrà dire”, insiste Davigo. No, proprio ricattabile, replicò a quel punto Ferrara, perché un politico non ricattabile non è affidabile.

Pd e Sel hanno da guadagnare un Perù dalla estromissione di Berlusconi dalla politica e dal potere (del resto perfino la destra “presentabile” che si fa chiamare “centro” ha analogo interesse). L’Italia, la sua democrazia, la convivenza civile, la considerazione del nostro Paese in Europa e nel mondo (sia presso l’opinione pubblica che presso gli establishment), ne trarrebbero un impareggiabile giovamento, e del resto in nessuna democrazia liberale sarebbe mai stata tollerata la presenza in politica di chi assommasse il potere mediatico di un Murdoch a quello economico di un emiro.

Perciò, se il Pd e Sel non operano sollecitamente per dichiarare Berlusconi ineleggibile, se non scelgono un Presidente della Repubblica che – in quanto Custode della Costituzione repubblicana e dei suoi valori – rifiuterà di sottomettersi alle pressioni di Berlusconi, alle cui esigenze resterà indifferente, dovranno spiegare ai loro elettori perchè mai preferiscano un comportamento che è scellerato secondo i parametri di una democrazia liberale e al tempo stesso masochista fin quasi al suicidio per Pd e Sel medesimi.

(11 aprile 2013)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-tentazione-dellinciucio-qualche-dirigente-pd-e-ricattabile/


Titolo: Appello di Barbara Spinelli, Michele Serra e altri
Inserito da: Admin - Aprile 18, 2013, 06:15:17 pm
“Il momento è ora, votate Rodotà”.

Appello di Barbara Spinelli, Michele Serra e altri

   
Chiediamo ai deputati e alla direzione del Partito Democratico di rompere ogni indugio e di votare fin dal primo scrutinio, per la Presidenza della Repubblica, Stefano Rodotà. Beppe Grillo ha annunciato che sarà lui il candidato del Movimento 5 Stelle, e allo stesso modo si è pronunciato Sel, organicamente legato al Pd e il cui parere non può in alcun modo esser trascurato dai Democratici. Stefano Rodotà è per la maggior parte degli italiani, e certamente per il vostro elettorato, un punto di riferimento ideale. Ha come bussola costante la Costituzione italiana e la Carta dei diritti europei, ha sempre avversato i compromessi con la corruzione, è uno dei più strenui difensori della libertà dell'informazione, compresa la libertà conquistata ed esercitata in rete. È un segno altamente positivo che il Movimento 5 Stelle l'abbia scelto come proprio candidato, ma Stefano Rodotà non è una sua invenzione. Il suo profilo è improntato a massima indipendenza, e le sue radici sono anche nella storia migliore della sinistra italiana. Non abbiate paura, votatelo con convinzione e fin da subito: sarete molto più credibili e forti se non tergiverserete, presi da timori di varia natura, e non accetterete in nessun caso candidati che dovessero nascere da un accordo con Berlusconi.

Ve lo chiediamo da cittadini, convinti che non sia ancora troppo tardi: non riconsegnate l'Italia al tragico ventennio dal quale cerchiamo faticosamente di uscire. Abbiate il coraggio di cominciare a costruire un futuro diverso. Il momento è ora.

Remo Bodei
Sandra Bonsanti
Roberta De Monticelli
Paolo Flores d'Arcais
Tomaso Montanari
Antonio Padoa Schioppa
Michele Serra
Salvatore Settis
Barbara Spinelli

(18 aprile 2013)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-momento-e-ora-votiamo-rodota-appello-di-spinelli-serra-settis-bodei-e-montanari/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il vero padrone è il Cavaliere
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2013, 11:04:33 pm
Il vero padrone è il Cavaliere

di BARBARA SPINELLI


Proprio nel momento in cui prometteva il "linguaggio sovversivo della verità", il nuovo presidente del Consiglio ha riscritto a modo suo, storcendolo non poco, il mito di David e Golia. Lo voleva usare come parabola delle larghe intese e della pacificazione, quando è una storia di guerra astuta e cruenta. Ha evocato la rinuncia alle armi del fanciullo-pastore. Quasi quest'ultimo prefigurasse un Cristo (falso, peraltro) che porge la guancia all'avversario e per questo rifiuta l'elmo di bronzo, la corazza, la spada - cui non è abituato - portando con sé solo cinque ciottoli lisci e la fionda.

In realtà David li porta per uccidere Golia, non per schivare il duello. Golia, il gigante filisteo alto sei cubiti e un palmo, cadrà a terra ferito dal primo ciottolo. Il colpo finale, la decapitazione, il giovane pastore l'assesta con la spada, che sguaina dal fodero dell'avversario atterrato. L'atto fa di lui il pretendente al trono di Saul.

Chi ha visto il dipinto di Caravaggio ricorderà la resa dei conti, l'inorridita testa amputata di Golia, che ancora grida. Difficilmente gli verranno in mente le grandi intese magnificate da Letta alle Camere, l'era delle contrapposizioni finite, un intero ventennio di abusi di potere rimosso. Golia non è spodestato (Machiavelli direbbe non è spento): anzi, con lui si vuole difendere la Repubblica dalle avversità. È un Golia riabilitato, perfino premiato.

Brandisce addirittura la spada, sull'Imu, per mostrare chi comanda in città. Nell'Antico Testamento, il gigante non è in predicato di divenire senatore a vita, o peggio presidente della Convenzione che ridisegnerà il regno e la sua costituzione. E Letta non è, come nel libro di Samuele, il temerario ragazzo che si getta nell'agone per "allontanare la vergogna da Israele": indifferente ai fratelli che, impauriti, l'accusano di "boria e malizia", trascinato dalla fede. Nessuna boria né malizia, in Letta che apre le porte a Golia. Ma la fede qual è, dov'è? Quale convinzione forte lo spinge a esautorare il Parlamento - e i cittadini rappresentati - affidando a un organo parallelo e separato la rifondazione della politica, della Costituzione, della giustizia? Come può pensare, se non in una logica di compromissione più che di compromesso, di assegnare la regia della nuova Bicamerale nientemeno che a Golia?

La fede, Letta la possiede su punti tutt'altro che irrilevanti. Fede in un'altra Europa, unita in una Federazione dove non dominino gli Stati più potenti: Monti non osò, non credendoci. Fede in politiche che riducano diseguaglianze e impoverimento creati dalle terapie anti-crisi. Due ministri, Emma Bonino e Fabrizio Saccomanni, sono competenti e determinati in ambedue i campi, soprattutto quello europeo.

È il linguaggio di verità sul patto con Berlusconi che manca. Gli italiani (compresi gli 11,5 milioni che si sono astenuti, per rassegnazione o rabbia) hanno condannato vent'anni e più di politica offesa da tornaconti partitocratici. Sono stati ignorati: la politica sarà rimaneggiata non dai loro rappresentanti ma da pochi cosiddetti saggi, di nuovo, che pretendono di sapere più degli altri per potere più degli altri.

Sarà verità sovversiva, dice Letta, e invece siamo tuttora immersi in quella che è stata chiamata - da quando Bush iniziò la guerra in Iraq - l'era della post-verità: degli eufemismi che imbelliscono i fatti, dei vocaboli contrari a quel che intendono. Ne citiamo solo due: la parola riforma, sinonimo ormai di tagli ai servizi pubblici; la responsabilità, per cui la compromissione è necessità naturale che esclude ogni alternativa. Giustamente, ieri, Ezio Mauro ha scritto: "L'abuso semantico e politico, dunque culturale, del concetto di governo di salute pubblica" non è vittoria della politica.

Non è vera questa storia della necessità: il patto Pd-Pdl, e l'eventuale elevazione di Berlusconi a Padre Costituente o senatore a vita (in sostanza: a futuro capo di Stato) non sono necessità, ma scelte discrezionali. Per questo abbiamo evocato la post-verità di Bush jr: l'offensiva in Iraq fu presentata come guerra di necessità, quando era di scelta. L'Europa acefala ne uscì a pezzi, la Nato si rivelò arnese di Washington. Speriamo che Bonino ne prenda atto: europeismo e atlantismo non sono più la stessa cosa.

Napolitano ci ha ammoniti severamente, il 24 aprile: "Confido che tutti cooperino - e quando dico tutti mi riferisco anche in particolare ai mezzi di informazione - a favorire il massimo di distensione piuttosto che il rinfocolare vecchie tensioni". Mi permetto di difendere non solo il diritto, ma l'utilità del rinfocolamento. Che altro opporre alla riaccesa torcia del berlusconismo, se non la fiamma della critica, del No. La democrazia è compromessa, l'etica della responsabilità abusata, quando dall'agenda Pd scompare, grazie ai 101 traditori di Prodi, ogni accenno al conflitto di interessi e al dominio berlusconiano sulle tv.

Solo la disputa tra idee contrarie, solo l'Uno che si apre al due, può un po' riavvicinare i cittadini allo Stato, alla politica. Solo se i media ridiventano quarto potere, libero da doveri di "cooperare"; se i partiti stessi smettono la perversa fratellanza con lo Stato. Solo se nasce, negli uni e negli altri, quella che Fabrizio Barca chiama "mobilitazione cognitiva": la diatriba diffusa, non riservata a cerchie, cricche, attorno a conoscenze e pareri contrastanti. Salvatore Settis lo ricorda, nell'intervista al Secolo XIX di domenica: 30.000 associazioni cittadine, oggi, rappresentano 5-6 milioni di persone. Non son poche. Il potere negativo del sovrano popolare non muore.

Proprio in questi giorni abbiamo avuto una prova, decisiva, dell'utilità della non-cooperazione con la ragion di Stato. Ne ha riferito Paul Krugman, in un articolo che dichiara defunta, almeno nelle accademie, l'Austerità (Repubblica, 27 aprile). È un dogma cui l'Europa è appesa da anni: se non cresciamo economicamente, è solo perché gli Stati sono troppo indebitati. A sfatare l'assioma: tre economisti non ortodossi dell'università di Massachusetts-Amherst (i professori Michael Ash e Robert Pollin, lo studente di dottorato Thomas Herndon) che hanno scoperto errori di computer (l'errore Excel) commessi nel 2010 dai due economisti di Harvard, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart. Il dogma ("i Paesi che si indebitano oltre il 90 per cento del Pil non possono crescere") è in pezzi.

Non si tratta solo di un errore Excel ma di un'ideologia, che mescola abilmente economia, politica, democrazia oligarchica: Krugman smaschera il "diffuso desiderio di trasformare l'economia in un racconto morale, in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l'inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza".

Così torniamo al governo necessario di Letta. Se le dispute e le tensioni vengono tacitate, sarà difficile sperimentare nuove vie, istituzionali e anche economiche. Cosa dice il ministro Saccomanni dell'errore Excel e della deduzione di Krugman ("Ciò che il più ricco 1 per cento della popolazione desidera, diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare")? Se l'agenda Monti non è rimessa in questione, se non si mobilitano conoscenze alternative, come superare la crisi? Se non credo nell'evidenza dei fatti scoperchiata dagli economisti dissidenti - si domanda alla fine Krugman - "Cosa sto facendo della mia vita"?

(01 maggio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/05/01/news/berlusconi_vero_padrone-57815770/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se la sinistra abbandona i diritti nel deserto
Inserito da: Admin - Maggio 08, 2013, 11:47:08 pm
   
Se la sinistra abbandona i diritti nel deserto

di BARBARA SPINELLI

C'ERA UNA volta Italia Bene Comune, ovvero Italia giusta: in mezzo a una crisi economica mai vista dopo il '45, la sinistra sembrò cercare la parola, che la squadrasse da ogni lato. Giustizia non era solo sociale. Comprendeva diritti che proprio in tempi di disagio la persona possa accampare. Che siano fondamentali: irrinunciabili come i primi 12 articoli della Costituzione. In fondo non basta chiamarli diritti: meglio parlare di autodeterminazione del cittadino, come dei popoli. Gli inglesi usano il termine empowerment: padronanza di sé. Nata da un accordo fra Pd e Sel, la Carta d'intenti di Italia Bene comune denunciava "i guasti del pericoloso bipolarismo etico" invalso per un ventennio.

I temi etici di cui tanto si parla da anni (la sovranità della persona sulla propria vita e la propria morte, la procreazione assistita, le unioni libere, i diritti delle coppie omosessuali, matrimonio e genitorialità compresi) sembravano ridefinire la sinistra, svegliarla. Erano presenti anche nei punti di Bersani (nr 2, 4, 7), quando il Pd fece credere, non credendoci, in un governo di svolta con 5 Stelle. Non era che fiato corto. D'un tratto, con le larghe intese, un patrimonio di progetti e idee evapora, come medusa si scioglie al sole. La pacificazione rende inoffensivo il bipolarismo etico, congelando l'etica. La guerra civile e ideologica italiana, assicura Berlusconi, è finita.
Senza che il Pd lo ammetta finisce tuttavia con un appeasement, non con grandi coalizioni. Storicamente appeasement è sottomissione: vince uno dei due contendenti - la destra legata agli integralismi della Chiesa - senza neanche speciali combattimenti. Finiscono nel cestino l'autodeterminazione, la costituzionalizzazione della persona descritte da Stefano Rodotà. La sinistra governante non è più sinistra. Vende l'anima, tradisce promesse fatte non ieri, ma qualche ora prima. Nel discorso di Enrico Letta alla Camera: non un accenno ai temi etici, all'esausta cultura della legalità e del diritto, all'antimafia. La questione morale posta da Berlinguer dopo il compromesso storico è sotterrata. Dal naufragio si salva la lotta alla violenza contro le donne: è il minimo sindacale. Tutto il resto è roba ustionante: "troppo divisiva".

Si dimentica facilmente che democrazia è il contrario di tutto questo: è divisione, scontro tra visioni del mondo, rifiuto di un regno della Necessità cui soccombano le libere alternative. È possibilità e obbligo di occuparsi delle questioni più controverse, senza paura: non avremmo mai avuto il suffragio universale, se avesse prevalso il timore di dividersi. Ce lo ordina la nostra Carta, che riconosce alla persona diritti spesso contraddittori e si cura di farli convivere. La Costituzione, disse Piero Calamandrei nel 1955, non fotografa le conquiste della Resistenza ma è un programma inconcluso. Per questo è polemica: contro il passato, nella parte dei diritti fondamentali, ma soprattutto contro il presente: "Dà un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l'ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione mette a disposizione dei cittadini italiani" (Discorso sulla Costituzione, Società di studi politici del Liceo classico Sannazzaro, 2011). Che facciamo: tumuliamo la Carta costituzionale perché divisiva?

I fautori odierni della pacificazione sanno quello che dicono e che fanno. Assieme ai temi etici, seppelliscono ogni progresso sulla laicità, obbediscono ai vertici ecclesiastici proprio quando la Chiesa muta, tergiversano su antimafia o diritto alla cittadinanza degli immigrati proprio quando il diritto del suolo s'espande nella multietnica Europa (il ministro Cécile Kyenge sa, immagino, con chi governa). Resuscitano rigidezze democristiane che non risuonano più nella società, né in tanti cattolici adulti, memori del Concilio e di dismesse battaglie legalitarie. I cittadini non avevano chiesto questo: non gli elettori di Italia Bene Comune o di M5S, non gli 11,5 milioni di astenuti. Pacificazione è sinonimo di oligarchica colonizzazione di un popolo in maggioranza ribelle, simile a quella di Roma conquistatrice dei Britanni in Tacito: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, là dove fanno il deserto lo chiamano pace.

Tacito non parla propriamente di deserto ma di genti ridotte alla solitudine. Tale è il cittadino, disoccupato o immiserito: i suicidi l'attestano. Nessuno più lo rappresenta nel rapporto con i mercati, lo Stato, le chiese, le mafie: né i partiti né i sindacati. Ogni giorno sentiamo tuonare contro 5 Stelle che vorrebbero insediare la democrazia diretta sopprimendo quella rappresentativa. Ma di quest'ultima non è che resti un granché.

La solitudine del cittadino è il danno collaterale della crisi, e non stupisce che altrove i democratici ripartano proprio da qui. Mancano i soldi per dare lavoro, e allora la sinistra si distingue facendosi araldo dei diritti della persona: le aperture di Obama e Hollande alle coppie gay non sono diversivi. Sono il permanente empowerment che secondo Amartya Sen coniuga democrazia e mercato, e dà alla persona la sovranità almeno sul proprio corpo.

Troppo disinvoltamente cruento è il continuo appello ai sacrifici: parola che specie i cristiani dovrebbero avversare. Il cittadino immerso nel disagio non è bestia da immolare, e i diritti civili servono precisamente a questo: a farlo sentire padrone di sé, malgrado la pressura.
La laicità, Rodotà lo spiega nel suo ultimo libro, non è solo tutela della res publica e della sua pluralità dalle ingerenze vaticane. È autonomia del singolo - in scelte che riguardano i suoi stili di vita, dunque anche di morire  -  da qualsiasi morale esterna: della Chiesa, del potere statale, di quello medico (Il diritto di avere diritti, Laterza 2012). L'uomo solo non è per forza impotente; e l'impotente  -  diceva Havel durante il comunismo  -  ha poteri che non sospetta. Berlusconi, dominus e beneficiario dell'odierno appeasement, non dice solo che la guerra è finita, inclusa quella morale. Dice che le decisioni cruciali concernenti le istituzioni, la Costituzione, i diritti, andrebbero discusse, se possibile sotto la sua guida, "nel chiuso di una stanza. Non possiamo tollerare veti alla mia persona imposti dai giornali".

Ben altro sarebbe intollerabile: che giornali e Rete accettino veti di occulti conciliaboli. Che la democrazia smetta d'essere polemica: all'aperto, non in una stanza. È sperabile che i giornalisti continuino le loro inchieste, difendendo la laica separatezza del Quarto Potere. Che denuncino la nomina del deputato Pdl Michaela Biancofiore, disgustata dai matrimoni gay, a sottosegretario alle Pari Opportunità: strafottenze simili le correggi, ma restano. O la scelta come rappresentante nell'Assemblea parlamentare Euromediterranea di Antonio D'Alì (Pdl), imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. O la carica di sottosegretario alla Pubblica amministrazione conferita a Gianfranco Micciché ("grazie a Berlusconi e Dell'Utri", ha detto al Corriere). Sono gesti che spiegano i silenzi sui diritti. C'è chi dice: moriremo democristiani. Non credo. Andreotti collaborò con la mafia, e a tutti insegnò il potere per il potere. Ma si difese nei processi, non li schivò. Non così Berlusconi, che spregia laicità e diritti ma della Dc è falso erede. Che ha abituato gli italiani a temere i tribunali, a disperare della giustizia. Difficile dimenticare le parole di Enrico Letta, il 30 novembre 2009 sul Corriere, quando definì inopportuna ma legittima la fuga di Berlusconi dai processi. La politica oggi ha poco a vedere con la Dc, e molto con la perdita di potere sovrano dei cittadini. Vale assai più per loro che per i governanti il detto di Andreotti: "Il potere logora chi non ce l'ha".

(08 maggio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/05/08/news/spinelli_pd-58295757/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La paura del popolo
Inserito da: Admin - Giugno 12, 2013, 05:41:44 pm
La paura del popolo

di BARBARA SPINELLI


Di tanto in tanto, quando si temono rivoluzioni o di fanno guerre, oppure nel mezzo di una crisi economica che trasforma le nostre esistenze, torna l'antica paura del suffragio universale. Del popolo che partecipa alla vita politica , che licenzia i governi inadempienti e ne sceglie di nuovi, che fa sentire la propria voce. È la paura che le classi alte, colte, ebbero già nella Grecia classica.

Aristotele paventava la degenerazione democratica, se sovrano fosse diventato il popolo e non la legge. Ancora più perentorio un libello anonimo (La Costituzione degli Ateniesi, attribuito a Senofonte) uscito nel V secolo aC: "In ogni parte del mondo gli elementi migliori sono avversari della democrazia (...). Nel popolo troviamo grandissima ignoranza e smoderatezza e malvagità. È la povertà soprattutto, che lo spinge ad azioni vergognose". Il dèmos respinge le persone per bene: "vuole essere libero e comandare, e del malgoverno gliene importa ben poco". Sotto il suo dominio tutte le procedure si rallentano, ed è il caos che oggi chiamiamo ingovernabilità.

L'orrore del populismo o dei democratici demagoghi ha queste radici, che Marco D'Eramo illustra con maestria in un saggio uscito il 16 maggio su Micromega. Ma è dopo la Rivoluzione francese, e in special modo quando comincia a estendersi gradualmente il diritto di voto, nella seconda parte dell'800, che fa apparizione un'offensiva ampia, e concitata, contro il suffragio universale. Inorridiscono i democratici stessi. Nei primi anni del '900, il giurista Gaetano Mosca vede già le plebi e le mafie del Sud distruggere istituzioni e buon governo. È diffusa l'idea che i migliori, e le migliori politiche, saranno travolti e annientati dal popolo elettore. Si formano chiuse oligarchie, con la scusa di tutelare il popolo dai suoi demoni.

È una paura che va a ondate, e non sempre l'oggetto che spaventa è esplicitamente indicato. Quella che oggi torna a dilagare pretende addirittura di salvare la democrazia, imbrigliandola e tagliando le ali estremiste (gli "opposti estremismi", spiega d'Eramo, diventano sinonimi di populismo). Ma gli elementi dell'annosa offensiva contro il suffragio universale sono tutti presenti, sotto traccia. Il popolo smoderato e incolto va vigilato, spiato: o perché chiede troppo, o perché rischia di avere troppi grilli per la testa. Sono aggirate anche le Costituzioni, fatte per proteggere i cittadini dai soprusi delle cerchie dominanti. Ovunque le democrazie sono alle prese con i danni collaterali di questa ferrea legge oligarchica.

Accade proprio in questi giorni in America, dove prosegue una guerra antiterrorista sempre più opaca, condotta senza che il popolo (e neppure gli alleati per la verità) possa dire la sua. Il culmine l'ha raggiunto Obama, che pure aveva criticato la torbida sconfinatezza delle guerre di Bush. Il 6 giugno, viene svelata un'immensa operazione di sorveglianza dei cittadini americani da parte dell'Agenzia di sicurezza nazionale: milioni di numeri telefonici e indirizzi mail, raccolti non in zone belliche ma in patria col consenso segreto di vari provider. Indignato, il New York Times commenta: "Il Presidente ha perso ogni credibilità" (poi per prudenza rettifica: "Ha perso ogni credibilità su tale questione").

Analogo orrore dei popoli è ravvivato dalla crisi economica, governata com'è da trojke e tecnici separati dai cittadini: anch'essa, come la guerra, va affidata a pochi che sanno (poche persone per bene, pochi migliori, direbbe lo Pseudo-Senofonte). Gli ottimati sapienti stanno come su una zattera, e non a caso il loro nome è "traghettatori". Sotto la scialuppa ribolle il popolo: forza infernale, miasma imprevedibile e contaminante. Infiltrato da meticci, demagoghi, gente colpevole due volte: sia quand'è sprecona, sia quando non consuma abbastanza. Sono invisi anche gli sradicati, o meglio chi pensa all'interesse generale oltre che locale: se vuoi lusingare un partito, oggi, digli che non è un meteco ma "ha un forte radicamento territoriale". Nei cervelli dei traghettatori s'aggira il fantasma, temuto come la peste dagli anni '70, dell'esplosione sociale e dell'ingovernabilità.

È in questa cornice che le parole si storcono, sino a dire il contrario di quel che professano. La riforma significava miglioramento delle condizioni dei cittadini, del loro potere di influire sulla politica. Furono grandi riforme il suffragio universale, e subito dopo l'introduzione del Welfare: ambedue malandate. Adesso il riformista escogita strategie per tenere al guinzaglio gli eccessi esigenti dei governati. Il proliferare in Italia di comitati di saggi (per cambiare la Costituzione, per il Presidenzialismo) è sintomo di un crescente scollamento di chi comanda dal popolo, e al tempo stesso dai suoi rappresentanti. Ci si adombra, quando il Parlamento è definito una tomba. Per fortuna non lo è. Ma un Parlamento fatto di nominati più che di veri eletti somiglia parecchio a un sepolcro imbiancato: e così resterà, finché non avremo diritto a una legge elettorale decente.

Tale è la paura del popolo-elettore, che per forza quest'ultimo si ritrae e fugge. Si esprime in vari modi (nei referendum, sul web, attraverso la stampa indipendente) ma ogni volta sbatte la testa contro un muro. Lo Stato ne diffida, al punto di spiare milioni di cittadini come in America. E i nemici peggiori diventano i reporter e le loro fonti, che gettano luce sulle malefatte dei governi. Nel 2010 fu il caso di Wikileaks. Oggi è il turno del Guardian e del Washington Post, che hanno scoperchiato il piano di sorveglianza-spionaggio (nome in codice: Prism) del popolo americano.

Non restano che loro, fra lo Stato-Panoptikon che ti tiene d'occhio e i cittadini mal informati. In inglese le gole profonde che narrano i misfatti si chiamano whistleblower: soffiano il fischietto, in presenza di violazioni gravi della legalità, e antepongono il dovere civico alla fedeltà aziendale. Ben più spregiativamente, politici e giornali benpensanti li definiscono spie, se non traditori. "Non chiamateli talpe!", chiede molto opportunamente Stefania Maurizi su Repubblica online di lunedì. Il soldato Bradley Manning, che smascherò tramite Wikileaks i crimini Usa nella guerra in Iraq, è da 3 anni in prigione. Ora è processato, rischia l'ergastolo.

Il whistleblower che ha rivelato il piano di sorveglianza voluto da Obama è Edward Snowden, 29 anni, ex assistente della Cia e della Nsa: è rifugiato a Hong Kong, e da lì fa sapere: "L'Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) ha costruito un'infrastruttura che intercetta praticamente tutto. Con la sua capacità, la vasta maggioranza delle comunicazioni umane è digerita automaticamente, senza definire bersagli chiari. Se volessi vedere le tue email o il telefono di tua moglie, devo solo usare le intercettazioni. Posso ottenere le tue email, password, tabulati telefonici, carte di credito. Non voglio vivere in una società che fa questo genere di cose. Non voglio vivere in un mondo in cui ogni cosa che faccio e dico è registrata. Non è una cosa che intendo appoggiare o tollerare".

Il popolo reagisce ai soprusi e all'indifferenza del potere in vari modi: impegnandosi in associazioni (ricordiamo i referendum italiani sul finanziamento dei partiti e sull'acqua, o il voto contro il Porcellum); oppure ritirandosi quando si accorge di non contare nulla. Altre volte smette di credere e diserta le urne, come alle amministrative di questi giorni. Ma sempre potrà sperare di avere, come alleati, i whistleblower che toglieranno il sigillo alle illegalità, alle cose nascoste o sporche della politica.

Ecco cosa produce lo sgomento causato dal dèmos. Il popolo stesso s'impaura, entra in secessione. La paura del suffragio universale non è mai finita, sempre ricomincia. Nacque nell'800, ma come nella ballata di Coleridge: "Dopo di allora, ad ora incerta  -  Quell'agonia ritorna".
 

(12 giugno 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2013/06/12/news/la_paura_del_popolo-60913900/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Salvate i soldati della libertà
Inserito da: Admin - Luglio 03, 2013, 11:55:26 pm

Salvate i soldati della libertà

di BARBARA SPINELLI


ALCUNI li chiamano talpe, o peggio spie. Altri evocano le gole profonde che negli anni ’70 permisero ai giornali di scoperchiare il Watergate.
Sono i tecnici dei servizi segreti o i soldati o gli impiegati che rivelano, sui giornali, le illegalità commesse dalle proprie strutture di comando, dunque dallo Stato.

Oggi tutti questi appellativi sono inappropriati. Non servono a indovinare uomini come Edward Snowden o Bradley Manning: le loro scelte di vita estreme, inaudite. Non spiegano la crepa che per loro tramite si sta aprendo in un rapporto euroamericano fondato sin qui su silenzi, sudditanze, smorte lealtà.

Continuare a chiamarli così significa non capire la rivoluzione che il datagate suscita ovunque nelle democrazie, non solo in America; e il colpo inferto a una superpotenza che si ritrova muta, rimpicciolita, davanti alla cyberguerra cinese. Già nel 2010 fu un terremoto: i tumulti arabi furono accelerati dai segreti che Manning e altri informatori rivelarono a Wikileaks sui corrotti regimi locali, oltre che sui crimini di guerra Usa. Ora è il nostro turno: senza Snowden, l’Europa non si scoprirebbe spiata dall’Agenzia nazionale di sicurezza americana (NSA), quasi fossimo avversari bellici. Perfino il ministro della Difesa Mario Mauro, conservatore, denuncia: «I rapporti tra alleati saranno compromessi, se le informazioni si riveleranno attendibili ».

In un’intervista su questo giornale a Andrea Tarquini, il direttore del settimanale Die Zeit Giovanni di Lorenzo è più esplicito: «Snowden ha voluto mostrare all’opinione pubblica come i servizi segreti possono mentire, e le reazioni positive dei tedeschi al suo tentativo sono un cambiamento fondamentale per il mondo libero. Un terzo dei cittadini si dice disposto a nascondere Snowden. Un terzo, fa un grande partito».

Chiamiamoli dunque con il nome che Snowden e Manning danno a se stessi: whistleblower, cioè coloro che lavorando per un servizio o una ditta non smettono di sentirsi cittadini democratici e soffiano il fischietto, come l’arbitro in una partita, se in casa scorgono misfatti. La costituzione è per loro più importante delle leggi d’appartenenza al gruppo.

Sono i cani da guardia delle democrazie, e somigliano ai rivoluzionari d’un tempo. Vogliono trasformare il mondo, rischiano tutto. Snowden dice: «Non volevo vivere in una società che fa questo tipo di cose. Dove ogni cosa io faccia o dica è registrata». Sono convinti che l’informazione, libera da ogni condizionamento, sia la sola arma dei cittadini quando il potere agisce, in nome del popolo e della sua sicurezza, contro il popolo e le sue libertà. Come i rivoluzionari sono ritenuti traditori, da svilire anche caratterialmente. Infatti sono liquidati come nerd: drogati da internet, narcisisti, impo-litici, asociali.

Ben altra la verità: le notizie date a Wikileaks usano entrare nella filiera «tradizionale», trovando sbocco su quotidiani ad ampia diffusione, attraverso articoli di giornalisti investigativi (è il caso di Glenn Greenwald del Guardian, cui Snowden s’è rivolto). Non sono rivelati, inoltre, i documenti altamente confidenziali. Siamo nell’ambito dell’atto di coscienza per il bene collettivo, non di gesti isolati di individui fuori controllo.

È utile conoscere il tragitto dei moderni whistleblower. Il soldato Manning a un certo punto non ce la fece più, e passò al fondatore di Wikileaks Assange documenti e video su occultati crimini americani: l’attacco aereo del 4 maggio 2009 a Granai in Afghanistan (fra 86 e 147 civili uccisi); il bombardamento del 12 luglio 2007 a Baghdad (11 civili uccisi, tra cui 3 inviati della Reuters. Il video s’intitola Collateral Murder,
assassinio collaterale). Accusato di alto tradimento è l’informatore, non i piloti che ridacchiando freddavano iracheni inermi. Arrestato e incarcerato nel maggio 2010, Manning è sotto processo dal 3 giugno scorso. Un «processo- linciaggio», nota lo scrittore Chris Hedges, visto che l’imputato non può fornire le prove decisive. I documenti che incolpano l’esercito Usa restano confidenziali; e gli è vietato invocare leggi internazionali superiori alla ragione di Stato (princìpi di Norimberga sul diritto a non rispettare gli ordini in presenza di crimini di guerra, Convenzione di Ginevra che proibisce attacchi ai civili).

Gli stessi rischi, se catturato, li corre Snowden, ex tecnico del NSA: ne è consapevole, come appunto i rivoluzionari. A differenza delle vecchie gole profonde, i whistleblower militano per un mondo migliore. Sono molto giovani: Snowden ha 30 anni, Manningne aveva 22 quando mostrò il video a Wikileaks. Sono indifferenti a chi bisbiglia smagato: «Spie ce ne sono state sempre». Non fanno soldi. Alcuni agiscono all’aperto: Snowden ha contattato Greenwald, che da anni scrive sul malefico dualismo libertà-sicurezza. Altri rimangono anonimi finché possono, come Manning. Daniel Ellsberg, il rivelatore dei Pentagon Papers che nel ’71 accelerò la fine dell’aggressione al Vietnam, può essere considerato il capostipite dei whistleblower. Per lui Snowden è un eroe. Quel che ci ha dato è la conoscenza: esiste un’Agenzia, che nel buio sorveglia milioni di cellulari e indirizzi mail in America e nel mondo.

È vero quello che dice il direttore della Zeit: il giudizio dei cittadini tedeschi su Snowden segnala mutamenti profondi, il cui centro è un nuovo tipo di informazione, che passa attraverso la stampa ma nasce in internet. Il giornalista Denver Nicks, autore di un libro su Manning,
sostiene che lo spartiacque fu il video Collateral Murder: «È l’inizio dell’era dell’informazione che esplode su se stessa ».

L’era dell’informazione sveglia il mondo libero, e non libero. Grazie a Snowden, e a giornalisti come Greenwald, l’Europa s’accorge di essere terra di conquista per l’America, trattata come Mosca trattava i paesi satelliti. Leggendo i rapporti dei servizi Usa pubblicati da Spiegel, i tedeschi scoprono di esser chiamati “alleati di terza classe”: non partner, ma infidi subordinati. La crisi dell’euro ha spinto Obama non a promuovere la federazione europea come l’America postbellica, ma a spiare i Paesi, le loro liti, le comuni istituzioni.

Indignarsi per l’intrusione imperiale non basta. Né basta rifiutare gli F-35. È su se stessa che l’Europa deve gettare uno sguardo indagatore, trasformatore, se vuol svegliarsi dal sonno che l’imprigiona in un atlantismo degenerato in dogma, e che la condanna a restare sempre minorenne. Un’Unione priva di una sua politica estera e di difesa, viziata per decenni dalla tutela americana: questo è sonno dogmatico. Come ipnotizzati, gli europei hanno partecipato alle guerre Usa anti-terrorismo senza mai domandarsi se avessero senso, se fossero vincibili.
Senza mai ridiscuterle con l’alleato. Senza chiedersi – oggi che regna Obama – se i droni che uccidono a sorpresa (i targeted killing in zone belligeranti e non: Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia) siano internazionalmente legali. Dogmaticamente digeriscono una Nato che serve solo gli Usa, quando serve. È stato necessario Snowden per capire che gli Usa offendono la legalità che pretendono insegnare al mondo, e screditano le democrazie tutte.

Il 4 luglio, tanti americani celebreranno la Dichiarazione d’indipendenza manifestando in difesa dell’articolo 4 della Costituzione, che vieta allo Stato di interferire nelle vite dei cittadini. Anche per l’Europa è ora di dichiarare l’indipendenza dall’alleato-segugio. Se avesse coraggio, esaudirebbe il desiderio di quel terzo di cittadini tedeschi che vuol offrire rifugio a Snowden, e protesterebbe contro il linciaggio giuridico di Manning.

Non troverà questo coraggio. Ma potrebbe accorgersi che i suoi cittadini, tutt’altro che minorenni male informati, la pensano diversamente. Orfani di una sinistra che trasforma il mondo, gli europei sono privi di propri whistleblower. È sperabile che ne avremo anche noi.


(03 luglio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2013/07/03/news/salvate_i_soldati_della_libert-62294029/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se la stabilità si trasforma in idolatria
Inserito da: Admin - Luglio 24, 2013, 03:43:52 pm

Se la stabilità si trasforma in  idolatria

di BARBARA SPINELLI


Stabilità: così spesso viene invocata e così febbrilmente, in Italia, che quasi non ci accorgiamo che è divenuta virtù teologale che assorbe ogni altra virtù: non mezzo, ma finalità ultima dell'agire politico. Non siamo i soli a subirne i ricatti: in tutta Europa, le ricette anticrisi l'assolutizzano.

Dicono che la Grecia è per fortuna lontana, invece ci sta vicina come la pelle. Quotidianamente vengono additati i nemici della stabilità politica, e piano piano ogni inquietudine, ogni opposizione, ogni giornale che amplifichi notizie poco gradite al comando son guardati con diffidenza. Il "rischio Italia" non c'è, ha detto il governatore Visco al vertice dei Venti, il 20 luglio, ma "resta il gran peso dell'instabilità politica e istituzionale, a frenare la crescita". Non ha specificato in cosa consista secondo lui l'instabilità, ma conosciamo le ragioni generalmente addotte: le divisioni tra partiti di governo (per infantilizzarli son chiamate litigiosità), gli attacchi al ministro Alfano responsabile delle deportazioni kazake, i subbugli che seguiranno un'eventuale condanna definitiva di Berlusconi per appropriazione indebita, frode fiscale, falso in bilancio (diritti Mediaset).

La stabilità assurge a valore supremo, non negoziabile, e se vogliamo custodirla dobbiamo disgiungerla da princìpi democratici essenziali come l'imperio della legge, la responsabilità del governante, la sua imputabilità: tutte cose che turbano. Viviamo nel regno della necessità e del sonno, non della libertà e del divenire. Non c'è alternativa alle larghe intese, da cui ci si attende nientemeno che la pace, o meglio la pacificazione. Cos'è stata ed è l'opposizione a Berlusconi? Guerra. Le critiche a Alfano? Guerra. L'Italia ha già vissuto epoche simili, a bassa intensità democratica: sin da quando fu necessario, nella Liberazione, far patti con la mafia. O nella guerra fredda, escludere i comunisti dal governo. Stesso clima negli anni della solidarietà nazionale contro il terrorismo, dell'emarginazione di Falcone e Borsellino durante le stragi di mafia. La storia dell'Italia postbellica è cronicamente all'insegna della stabilità idolatrata.

Il mito delle larghe intese è figlio di questa idolatria. Dalla convinzione, diffusa nei vari partiti, che i mali del Paese siano curabili solo se lo scontro politico s'attenua, fra destra e sinistra: se i contrari si fondono, ut unum sint. Si glorifica il compromesso storico, e sulla sua scia le grandi coalizioni, le strane maggioranze. È un mito che urge sfatare, e non solo perché il Pdl di Berlusconi non è comparabile alle destre europee. Più fondamentalmente, il mito è un inganno.

Le unità nazionali, anche in condizioni democratiche normali, sono sempre strade di ripiego, votate all'instabilità. Furono sempre malferme, le grandi coalizioni tedesche: le riforme decisive vennero fatte dalla sinistra o dalla destra quando governavano da sole. Furono labili e piene di disagio (di fibrillazioni: anche qui il termine è psico-medico) le coabitazioni francesi fra maggioranze presidenziali e parlamentari discordanti. Non è vero che i mali si medicano abolendo il conflitto fra blocchi contrapposti. In Europa e America, le unioni sacre immobilizzano la politica, e l'immobilità non è vera stabilità.

Anche di fronte a pericoli gravi (terrorismo, mafia, autoritarismo) non sono le larghe intese a garantire stabilità. Vale la pena ricordare la Grande Coalizione tentata prima dell'avvento di Hitler, nella Repubblica di Weimar. Fra il 1928 e il 1930 nacque un governo di socialdemocratici, Popolari tedeschi e bavaresi, Centro cattolico. Furono anni di tensioni indescrivibili, che accelerarono la fine della democrazia e che Hindenburg, Presidente, coscientemente usò per sfibrare i socialdemocratici, imporre un regime presidenziale (Präsidialregierung), cedere infine a Hitler (il partito nazista non supera il 2,6 per cento dei voti nel '28. Nel 1930 otterrà il 18,3, nel '33 il 43,9). L'ultimo governo parlamentare di Weimar, diretto dal socialdemocratico Hermann Müller, s'infranse su scogli che riecheggiano i nostri in maniera impressionante.

Un'austerità dettata dai vincitori della prima guerra mondiale, una disoccupazione che raggiunse 2,8 milioni nel marzo '29, e la coalizione che vacillò sull'acquisto di costosi armamenti (la Corazzata-A), e l'insanabile conflitto su tasse e sussidi ai senza lavoro: ecco i veleni che uccisero Weimar, e paiono riprodursi oggi in Italia. A quel tempo, fuori dai Palazzi del potere, rumoreggiavano i nazisti sempre più tracotanti, i comunisti sempre più costretti da Mosca a imbozzolarsi nella separatezza. Il movimento di Grillo imita quell'imbozzolamento.

Casaleggio non riceve ordini esterni ma è come se li ricevesse. Non si capisce altrimenti come mai d'un sol fiato profetizzi immani tumulti sociali, e respinga ogni futuro accordo tra 5Stelle e Pd. Le sue parole scoperchiano quel che è destabilizzante nelle larghe intese; ma le rendono più che mai ineludibili, fatali.

Come nella guerra la prima vittima è la verità, così nelle grandi coalizioni la prima vittima è il principio, autocorrettore, della responsabilità dei ministri, collettiva e individuale (art. 95 della Costituzione). Prioritario è durare: la sacrata stabilità è a questo prezzo. Il prezzo di una responsabilità triturata dai sofismi (è politica? o oggettiva?), di una Costituzione disattesa, o di una moratoria chiesta dalla destra sulle questioni etiche (leggi su omofobia o coppie gay: una promessa elettorale della sinistra). Difficile chiamare stabilità questo non strano, più che ovvio guazzabuglio.

Nella Fattoria degli animali, la casta trionfatrice dei maiali narrata da Orwell annuncia a un certo punto che tutti gli animali sono eguali, ma ce ne sono di più eguali degli altri. Nelle grandi coalizioni accade qualcosa di analogo. Anch'esse secernono una casta, pur di sfuggire ai partiti sottoscrittori delle intese, e i governanti assumono una postura singolare: si fanno prede di leggi deterministe, è come non possedessero il libero arbitrio e di conseguenza non fossero imputabili. Il leone che sbrana la gazzella agisce così: mosso dalla necessità della sopravvivenza, non deve render conto a nessuno, tribunale o popolo elettore.

Le unioni nazionali funzionano sempre male, ma se funzionano è perché ciascuno riconosce e rispetta i limiti che il partner non può valicare senza rinnegarsi. La grande coalizione di Weimar naufragò perché Hindenburg l'aveva suscitata col preciso intento di consumare i socialdemocratici. La morte della democrazia parlamentare era programmata dall'inizio; il governo presidenziale di Brüning, ultimo Cancelliere della Repubblica, era già da tempo concordato tra Centro cattolico e destre popolari.

I guai succedono quando l'abitudine alla non-responsabilità diventa tassello principale della stabilità, o governabilità. Enorme è il chiasso, ma ogni cosa stagna: è la stasi. Nessuno si avventuri a staccare spine, ammonisce Napolitano. Tantomeno si provi a irritare i mercati e le banche d'affari, che già l'hanno fatto sapere: non si fidano di Stati con Costituzioni nate nella Resistenza (rapporto di JP Morgan del 28-5-13). Per questo è interessante sapere quel che intenda la Banca d'Italia, quando nell'instabilità vede un freno alla crescita. Quale stabilità?

Ci sono momenti in cui si ha l'impressione che l'Italia abbia vissuto nel Regno della Necessità quasi sempre, tranne nel momento magico del Comitato di liberazione nazionale, della Costituzione repubblicana. I governanti che sono venuti dopo sono stati potenti stabilizzatori, più che responsabili. Quando parla al popolo, lo stabilizzatore gli dà poco rispettosamente del tu e d'istinto cade nel frasario del gangster: "Ti faccio un'offerta che non potrai rifiutare".

(24 luglio 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/07/24/news/se_la_stabilit_si_trasforma_in_idolatria-63577460/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'immobilità della politica
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2013, 11:11:47 am
L'immobilità della politica

di BARBARA SPINELLI


L'ha detto pure papa Francesco, il 25 luglio nella cattedrale di San Sebastiàn a Rio de Janeiro: meglio fare casino, hacer lio, che chiudersi dentro i recinti delle proprie parrocchie e immaginarsi potenti, anche se dentro già si è morti. Meglio "uscire fuori, per strada", e disturbare, e farsi valere, piuttosto che installarsi "nella comodità, nel clericalismo, nella mondanità, in tutto quello che è l'essere chiusi in noi stessi".

Ecco cos'è non la politica liquida che si sperde e che tanti decantano, ma la resilienza di una materia dura che resiste, e sotto gli urti rimbalza. "Le parrocchie, le scuole, le istituzioni sono fatte per uscire fuori (...). Se non lo fanno diventano una Ong e la Chiesa non può essere una Ong".

Se il signor Sposetti sapesse quel che dice, sul partito democratico di cui è tesoriere dal 2001, non sosterrebbe senza arrossire: "Sarà la fine di tutto, se i giudici condannano Berlusconi: il Pd non reggerà l'urto e salterà come un birillo". Saprebbe la differenza che c'è tra il resiliente e l'acqua che si chiude intatta sulla barca che affonda. Fra l'intelligenza e quella che lui stesso chiama la "fase fessa" del proprio partito e della democrazia italiana.

Qualche giorno fa l'aveva detto anche Obama: che il suo paese è tuttora malato di razzismo, che l'Unione americana non sarà mai perfetta ma meno imperfetta può divenire. Che il divenire è tutto. Che tra gli americani, e non solo tra i loro politici, deve iniziare un esame di coscienza, dopo la mancata condanna di chi nel febbraio 2012 ammazzò a bruciapelo un disarmato diciassettenne afro-americano, Trayvon Martin. Che deve infine cominciare una "conversazione sulla razza", in grado di vedere nell'Altro o nel Diverso "non il colore della pelle, ma il contenuto del suo carattere". Altrettanto in Germania: fin dal 1999, quando Schröder divenne Cancelliere, fu cambiata la legge sulla concessione della nazionalità, adottando lo ius soli accanto allo ius sanguinis cui per secoli i tedeschi erano rimasti aggrappati. Il governo socialdemocratico-verde capì che, nella globalizzazione, l'omogeneità etnica era divenuta bieco anacronismo.

Non così in Italia, dove in politica regnano le cerchie scostanti, i clan che fuggono l'aria aperta, inaccessibili e sordi al resto della cittadinanza e al mondo che muta. Vent'anni di diseducazione civica, di leggi infrante, di immunità, hanno asserragliato politici e partiti nelle cantine dei propri clericalismi: immobili, disattenti alla società dove "si fa casino", si disturba e si fa baccano.

Sono diocesi incapaci di correggersi, di entrare in quella che papa Bergoglio chiama l'onda della rivoluzione copernicana. Cos'è per lui rivoluzione? "Ci toglie dal centro e mette al centro Dio. Apparentemente sembra che non cambi nulla, ma nel più profondo di noi stessi cambia tutto. La nostra esistenza si trasforma, il nostro modo di pensare e di agire si rinnova, diventa il modo di pensare e di agire di Gesù, di Dio. Cari amici, la fede è rivoluzionaria e io oggi ti chiedo: sei disposto, sei disposta a entrare in quest'onda rivoluzionaria?". E dove nasce l'onda? "Nelle periferie esistenziali", dove l'indifferenza dilaga. E come mai s'è andata formando l'indifferenza? "Vedete, io penso che questa civiltà mondiale sia andata oltre i limiti, perché ha creato un tale culto del dio denaro, che siamo in presenza di una filosofia e di una prassi di esclusione dei due poli della vita (gli anziani, i giovani), che sono le promesse dei popoli". Sui giovani ha aggiunto: "Abbiamo una generazione che non ha esperienza della dignità guadagnata con il lavoro".

Di simile trasformazione avrebbe bisogno la politica, affetta dall'isterico ristagno che è la stasi: non del liquido Renzi, ma della dura e antica materia che fa fronte alle scosse. Non di un Tony Blair che s'assoggetti al culto del denaro, alle guerre di Bush jr., e vinca uccidendo la sinistra. La destra ha le sue impassibilità morali, e non stupisce. Ha da difendere privilegi, clan, impunità: in particolare quella del proprio padre-padrone, senza il quale teme di morire. Vivrà anche se il capo, condannato per frode fiscale, estromesso dal Senato, comanderà da fuori: mentre i Democratici no, cadono come birilli a forza d'inconsistenze e tradimenti.

Il Pd è cresciuto in questo clima e ne è stato contaminato (non è vero che è stato troppo antiberlusconiano: il ventennio è stato tutto all'insegna della compromissione) ma tanti elettori e alcuni aspiranti leader sentono che bisogna far casino se non si vuol restare fessi. Perché se il Pd insiste nell'autodistruzione e nell'immobilità, chi guiderà coalizioni diverse, se sarà necessario, e cosa andrà messo "al centro"?

Qualche sera fa, il 26 luglio a una festa dei Democratici a Cervia, il ministro Kyenge, già chiamata orango non da un leghista qualunque ma dal vicepresidente del Senato Calderoli, è stata fatta bersaglio di un lancio di banane. Nel Pd: breve indignazione, presto dimenticata. È stata breve anche con Calderoli. Nessuno ha avuto l'ardire di rispondere: non entreremo in Senato, i giorni in cui a presiedere sarà lui.

Non sono mancati, come è giusto, gli elogi della reazione ironica di Cécile Kyenge ("Che spreco di cibo! Uno schiaffo alla povertà"). "Non c'è miglior modo di contrastare chi si sente razza superiore, che farlo sentire un cretino e mostrarlo al mondo", scrive Alessandro Robecchi. Ma i provocatori fascisti hanno potuto fare irruzione senza problemi, e i servizi d'ordine che alzino barriere non esistono da tempo. L'ironia è ignominia per un partito che seppe resistere, in ore gravi della storia italiana. L'esclusione va combattuta, assieme al razzismo. E che si aspetta per una legge sull'omofobia? Anche qui ascoltiamo Bergoglio, sull'aereo di ritorno da Rio: "Le lobby tutte non son buone. Ma se una persona è gay, chi sono io per giudicarla?".

Basta un papa, per la rivoluzione copernicana che s'impone? Dante era convinto che occorresse il potere sovrano dell'imperatore, perché il pastore della Chiesa "rugumar può" - può ruminare le Scritture - ma non guidare laicamente la città dell'uomo. È una saggezza che vale ancora. Ma è difficile quando l'autorità laica non cura il bene pubblico ma solo i privilegi e il potere dei propri potentati. L'opposizione della dirigenza Pd a primarie aperte per la futura guida del Pd (e per la candidatura alla premiership) è segno di quest'otturazione di spazio, attorno a un centro che è stato tolto. Anche qui: meglio perdere e salvare la parrocchia, senza avventurarsi in alto mare alla ricerca non solo dei cari iscritti estinti ma degli elettori vivi.

Meglio il Regno della Necessità di Enrico Letta, che farà magari alcune leggi buone con alcuni buoni ministri ma è pur sempre figlio delle larghe intese che gli italiani non volevano. Né si può dire che Letta sia solo lì per fare una legge elettorale e risparmiarci immediati crolli economici. Il cantiere che ha messo in piedi prevede una vasta revisione della Costituzione. E con chi si trova a riformarla se non con un capo del Pdl per cui le larghe intese sono non un provisorium ma una pacificazione, dunque un appeasement, un salvacondotto. Come riscriverla se non con un Parlamento di nominati, che la Cassazione ha già dichiarato non legittimo, visto che potenzialmente incostituzionale è la legge elettorale da cui discende.

È una gran fortuna che il Vaticano non si intrometta nella città dell'uomo. Ma l'ipocrisia diminuirebbe un po', se la politica venisse scossa, rimessa al centro, e, parafrasando Bergoglio, qualcuno chiedesse di non farne un frullato, perché "c'è il frullato di arancia, c'è il frullato di mela, c'è il frullato di banana, ma per favore non bevete frullato di politica". Anche la politica è intera, come la fede, "e non si frulla".

(31 luglio 2013) © Riproduzione riservata


Titolo: BARBARA SPINELLI - Siria, il castigo e l’oblio
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2013, 04:35:52 pm
Siria, il castigo e l’oblio

di Barbara Spinelli, la Repubblica, 28 agosto 2013

Accusato di aver perpetrato un massacro con armi chimiche, mercoledì scorso in due sobborghi di Damasco, e di aver forse bombardato il proprio popolo col gas nervino, il Presidente siriano Bashar al-Assad si è rivolto all'America e ai governi europei con parole sprezzanti, colme di scherno.

Ha ricordato loro i disastri delle recenti guerre contro il terrorismo globale e ha detto: «È vero, le grandi potenze possono condurre le guerre. Ma possono vincerle?» Ecco il dilemma che sta di fronte agli Occidentali, nel momento in cui alzano la voce contro Damasco, denunciano l’«oscenità morale» delle armi chimiche contro cittadini inermi (le parole sono di John Kerry, segretario di Stato), e affilano i coltelli nella convinzione che un intervento punitivo sia a questo punto necessario, dunque legittimo. Il dilemma esiste perché sulle conseguenze di un’offensiva nessuno pare avere idee chiare. Neppure sull’obiettivo c’è per la verità chiarezza, il che inquieta ancor più: in nome di quale disegno aggredire Assad? Ed esistono prove credibili che quest’ultimo abbia usato i gas, oppure Kerry ha dedotto le sue certezze consultando, come ammesso lunedì, i social network?

È il motivo per cui, anche quando le prove spunteranno (ieri il portavoce di Obama le ha promesse fra breve), non è a una guerra che si pensa in America ma a un gesto simbolico, a un’affermazione di forza. Giusto per dire «Eccoci», e poi andarsene. Evitando, a parole, il cambio di regime a Damasco.

È quanto fa capire l’ex capo di Stato maggiore Usa, Jack Keane, che da mesi preconizza più decisivi interventi ma che li ritiene improbabili. Intervistato dalla Bbc, dopo le parole di Kerry, il generale ha specificato che un semplice segnale castigatore, un
colpo di avvertimento, lascerebbe le cose come stanno. «Il giorno dopo Assad ricomincerà i bombardamenti sulle popolazioni civili, con armi chimiche o senza. I rapporti di forza fra regime e ribelli nella sostanza non muteranno». La coalizione dei volonterosi che Obama sta provando a raggruppare avrà detto la sua, ma l'ultima parola molto probabilmente non sarà lei ad averla e il controllo su quel che accadrà dopo neppure.

Lo stesso Keane ha detto in passato che la Siria di Assad non è la Libia di Gheddafi. Dispone di armi più sofisticate, le sue truppe di terra e di aria combattono i ribelli con notevole successo da due anni. E ha alleati assai potenti: l’Iran, la Russia, e dietro le quinte la Cina che come sempre sta a guardare, gigante che aspetta infinitamente paziente che l’America si rompa un osso dopo l’altro. Neppure il paragone con il Kosovo è pertinente. È vero, siamo davanti a un disastro umanitario la cui oscenità è evidente. Ma l’osceno avviene per sua natura «fuori scena »: non è visibile come lo fu in Kosovo, e la sicurezza esibita da Kerry è quantomeno labile, per ora.

Gli ispettori dell’Onu sono lì per verificare, come a suo tempo tentarono di verificare in Iraq l’esistenza di armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein. A un certo punto l’America decise di entrare in guerra comunque, e gli ispettori vennero scaricati senza essere ascoltati. Hans Blix, che guidava il team dell’Onu, non cessa di evocare con amarezza la sordità dell’amministrazione Bush. Si parla di un’operazione simile al Kosovo perché cominciò allora la pratica della
coalizione dei volonterosi, architettata sotto la guida di Washington per aggirare il Consiglio di sicurezza Onu e quindi Mosca. Ma Milosevic era già vinto quando scattò l’offensiva, mentre Assad no.

Sabato, sul New York Times, è intervenuto con un articolo singolare lo studioso di storia militare Edward Luttwak, a suo tempo difensore delle guerre antiterroristiche. Oggi scrive che meglio stare a guardare la Siria da fuori, aspettando che i contendenti si scannino a vicenda. Meglio lo stallo, prolungato ma tenuto in stato di continua incandescenza: aiutando massicciamente i ribelli anti-Assad, ma smettendo l’aiuto non appena questi diventino troppo forti e stiano per vincere. Il ragionamento si finge astuto, prudente. In realtà è perverso, e palesemente sprovvisto di ambizione politica. «L’America perde in ambedue i casi», conclude Luttwak. Nessun occidentale, e men che meno Parigi e Londra, ha in questa vicenda ambizioni politiche, oltre che intellegibili obiettivi. E quanto bluffano poi Parigi e Londra? Sarebbero pronte a intervenire senza America e a fianco di Israele, ripetendo la rovinosa spedizione contro Nasser a Suez, che Eisenhower provvidenzialmente bloccò nel ’56?

Questo significa che la Siria è un vespaio prima ancora che scatti l’eventuale attacco euro-americano. La questione morale apertasi con l’uso del sarin è innegabile, ma la catastrofe umanitaria non la si può combattere come la si è combattuta in Kossovo, o peggio in Iraq. E non solo perché mancano prove inoppugnabili che attestino le responsabilità di Assad, non solo perché i più forti, tra i ribelli, sono al momento le milizie di Al Qaeda, e la scelta è tra la peste e il colera. Solo forze di interposizione Onu potrebbero proteggere i civili siriani da nuovi attacchi (sferrati da Assad o dai ribelli) e agire in nome del divieto di ricorrere a armi chimiche. La coalizione dei volonterosi è incompatibile con la via dell’Onu, e si propone altro. Cosa, precisamente? Forse per questo il ministro Bonino si mostra dubbiosa: «L'Italia non prenderebbe parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu».

L’analista Yagil Levy, studioso del peso esercitato dai militari nell’edificazione dello Stato israeliano, enumera le tre ragioni per cui la questione morale non può esser risolta da interventi militari (Haaretz 26-8). In primo luogo perché farebbe un gran numero di vittime e distruggerebbe le infrastrutture del Paese, come già accaduto in Kossovo e Libia. In secondo luogo perché non placherebbe la guerra fra regime e ribelli ma la acuirebbe. Terzo motivo, cruciale: l’intervento tenderebbe a «favorire un cambio di regime artificiale». Dipendente da aiuti esterni, il futuro potere sarebbe senza radici.

La storia delle guerre negli ultimi 14 anni (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia) conferma le inquietudini di Yagil Levy. Nessuna di esse ha creato nuovi ordini stabili, tutte sono finite in pantani diabolicamente gelatinosi, nei quali non si distinguono le persone fidate dalle inaffidabili. I costi in termini di vite umane, una volta sconfitto Gheddafi, sono già oggi enormi: i morti del dopo-guerra sono quasi equivalenti alla metà dei caduti prima dell’uccisione del rais.

Fanno bene le democrazie, fanno bene Parigi e Londra, a indignarsi per l’uso eventuale di gas. Ma l’indignazione morale suona falsa, quando non calcola le conseguenze delle proprie azioni e neanche sa bene chi sia il colpevole. Quando il passato non insegna nulla, e cadono nell’oblio le false prove date da Colin Powell contro Saddam, e sono senza peso le sconfitte cui sono andate incontro le guerre umanitarie lungo gli anni. Non si esportano la democrazia e la stabilità, quando a uno Stato fallimentare si sostituisce uno Stato ancora più sfasciato di prima.

Non si esporta neppure la morale, con attacchi simbolici che soddisfano solo l’orgoglio di chi li sferra e non aiutano i veramente minacciati. Se il pericolo in Medio Oriente è la degenerazione siriana, e al tempo stesso il potere esercitato nell’area dall’Iran o da Hezbollah in Libano, se è la fatiscenza del regno giordano, la rigidità di Israele, il ritorno in Egitto di un regime corrotto che si gloria di abbattere nel sangue l’integralismo dei Fratelli musulmani: se tale e così vasto è il nodo cui si pensa in America ed Europa, non è con un mortifero bel gesto contro Assad che lo si scioglierà.

(28 agosto 2013)


DA - http://temi.repubblica.it/micromega-online/siria-il-castigo-e-loblio/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il fascino della melma
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2013, 04:49:18 pm
   
Il fascino della melma

di BARBARA SPINELLI


Non è escluso che sarà la forza coercitiva della magistratura a destituire Berlusconi senatore: il 15 ottobre quando si applicherà la sentenza e il condannato sceglierà fra domiciliari e servizi sociali.

E il 19 ottobre quando la Corte d'appello fisserà la durata dell'interdizione dai pubblici uffici, da uno a tre anni. Solo quella forza emetterà parole in sintonia con gli atti. Vociante, ma in sostanza afona, la politica starà forse a guardare. Come sempre.

Se la politica perpetuerà l'inerzia, non resterà che lo scadenzario giudiziario, a disintossicare le istituzioni da chi ha frodato o corrotto. Assieme alla stampa indipendente, che però non è un potere dello Stato, la magistratura s'erge come torre eremitica, attorniata dal vasto deserto che è la politica. Quest'ultima si sarà nervosamente agitata, avrà senza fine gesticolato, prima a viso scoperto in Giunta, poi a viso coperto in aula, ma senza costrutto. Avrà abdicato, scrive Vladimiro Zagrebelsky in un magistrale articolo: avrà "trasferito potere e responsabilità ai giudici, salvo poi aggredirli per le conseguenze che ne derivano" (La Stampa, 11 settembre).

La vera patologia italiana è questa, ed è antica. È da quasi trent'anni (il pool antimafia nacque nell'84, sette anni prima di Mani Pulite) che la politica mostra di non possedere gli anticorpi necessari a espellere le sue cellule malate. O meglio non vuole attivarli: cocciuta, imperterrita. Sylos Labini spiegò bene, il 14 maggio 2002 su questo giornale, la natura del morbo. Lo chiamò immunodeficienza acquisita: "Il grado di civiltà di un paese, come lo stato di salute di una persona, dipende in primo luogo dagli anticorpi: quando diventano insufficienti, compare l'Aids". Aggiunse che "lo sviluppo del capitalismo moderno è sostenibile solo nel rispetto di regole severe", e che una democrazia muore se con tutte le sue componenti (giustizia, libera informazione, separazione dei poteri) non dà vita a un sistema di anticorpi.

Il fascino della melma. Difficile descrivere altrimenti la politica italiana, se ancor oggi i costumi sono quelli di trent'anni fa: incapacità di ripulire le proprie stanze prima che intervenga la mano del guardiano della legge (magistrato, polizia), e con perentorietà cogente spazzi i pavimenti, chiuda le porte da chiudere. È un'incapacità che i parlamentari rischiano di reiterare: e non tanto quelli che oggi voteranno nella Giunta delle immunità sulla decadenza di Berlusconi, ma soprattutto i senatori che sanciranno o no, in seduta plenaria, non visti, i decreti della Giunta.

La legge Severino è chiarissima, e più dura ancora delle imminenti decisioni giudiziarie: la decadenza dei condannati s'applica immediatamente, e non sarà "inferiore a sei anni, anche in assenza della pena accessoria" (interdizione). Proprio per questo si cincischia, ci si acquatta. Immobilizzare le larghe intese è il pensiero fisso di gran parte dei politici (Quirinale in testa): talmente fisso, totalizzante, che il ricordo del reato si perde per strada, con i precetti della legge Severino. Per questo sarebbe cosa buona se la politica agisse non solo presto, ma con voto palese. Non è astrusa la richiesta di 5 Stelle, dopo il tradimento dei 101 parlamentari Pd che hanno demolito Prodi.
Il disfacimento raggiunge l'acme quando si parla di grazia, o di commutazione della pena da detentiva a pecuniaria (solo il politico straricco può permetterselo). Tutto si confonde ed evapora, il delitto per primo, quando le parole vengono distorte dagli eufemismi che addolciscono il reale, o dai disfemismi che lo intenebrano: quando al posto di impunità si dice agibilità, o quando la giustizia è chiamata plotone di esecuzione. Daranno un altro nome anche alla grazia. La ribattezzeranno chissà come: stabilità, responsabilità, prudenza. Apparirà saggezza, graziare un pregiudicato che lasci il Senato prima che il Parlamento si pronunci. Senza ammettere alcunché, il frodatore sarà incensato come nobile e statista.

Poco importa a quel punto la domanda che ci rimarrà in mano, pacchetto mai spedito. Perché la grazia, se il reato è grave e il condannato s'ostina a negarlo, ritenendolo nient'altro che frutto di nefasti conflitti tra magistrati e politica? Come giustificare una clemenza verso chi ha non solo evaso il fisco ma corrotto magistrati (come è stato definitivamente sancito ieri dalla sentenza della Cassazione per il lodo Mondadori), e figura come uomo sospettato di scalare il potere prezzolando parlamentari? Il senatore De Gregorio ha ammesso di aver ricevuto da Berlusconi 3 milioni di euro (2 in nero) per passare dall'Idv alla destra e accelerare la caduta del governo Prodi nel 2008. In nome di che concedere la grazia, se non per premiare l'abdicazione della politica schermandola da poteri terzi?
La melma persistente ha i suoi vantaggi. Lasciare che siano i giudici e non il Parlamento sovrano a estromettere il condannato accolla alla magistratura l'intera, indivisa responsabilità. O meglio la colpa, secondo Vladimiro Zagrebelsky: "Il golpe giudiziario sarebbe denunziato, la soggezione della politica alla magistratura sarebbe lamentata (ad alta o a bassa voce, con lo stile di ciascuno), la Politica si terrebbe al riparo".

Il partito-Mediaset si propone precisamente questo, da quando nacque vent'anni fa: oggi urge salvare il soldato Berlusconi, ma lo scopo perseguito dal '93 è creare le basi di un'altra politica, finalmente messa al riparo da controlli esterni. Stabilità e governabilità, anelate dagli anni '70, furono nei '90 idoli di Forza Italia. Di qui l'assalto a una Costituzione ricca di anticorpi, troppo influenzata dalla Resistenza: "dalle temperie della guerra fredda", è scritto nella relazione introduttiva  -  firmata il 10 giugno da Letta, Quagliarello, Franceschini  -  alla legge sulla revisione della Carta. Non si tratta solo di neutralizzare la separazione tra potere esecutivo, legislativo, giudiziario. Si tratta di scaricare ogni onere sulla magistratura: in modo che sempre si sovraesponga, ma in solitudine; e più facilmente sia tramutabile in vittima espiatoria. I veri giustizialisti sono i demiurghi di questa strategia del ragno, che avviluppa la preda esaltandone il ruolo minaccioso.
Paolo Borsellino vide questo pericolo con disperata lucidità, quando operava nell'antimafia a Palermo. Quattro anni dopo l'istituzione del pool, il 26 gennaio '89 a Bassano del Grappa, indicò la patologia di una politica che non si emenda mai, a meno di non esser trascinata in giudizio: "Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell'ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia. C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Se il politico non sa giudicare se stesso, è "perché si nasconde dietro lo schermo della sentenza".

Siamo ancora a quel bivio, nonostante il sacrificio o l'onestà testarda di tanti servitori dello Stato. Il politico restio a giudicare se stesso non disdegna il primato dei calendari giudiziari: così può continuare a fingersi eletto del popolo senza accusare il Parlamento sovrano. Somiglia  -  tutti noi somigliamo  -  all'uomo di campagna di Kafka, appostato davanti alla porta della Legge. Per anni il guardiano gli nega l'accesso; anche se fa capire che potrebbe entrare, se davvero volesse. Poco prima di morire, con un filo di voce, l'uomo chiede perché nessuno, all'infuori di lui, ha tentato in tanti anni di farsi strada. Il guardiano urla, per farsi sentire dal morente: "Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta. A te solo era riservato l'ingresso. Adesso vado e la chiudo".

(18 settembre 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/politica/2013/09/18/news/il_fascino_della_melma-66769762/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Lo spirito della Costituzione
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2013, 05:16:40 pm
Lo spirito della Costituzione

di BARBARA SPINELLI

Forse è venuta l'ora di dire in termini chiari che l'imperatore è nudo: in Italia, e in tutti i Paesi dell'Unione europea immersi nella crisi. Non ha più scettro né manto.

E non è vero quello che i nostri capi di governo vanno dicendo: che saremmo in mano alla trojka di Bruxelles, se svanisse il bene molto equivoco di una stabilità politica che dipende dal condannato Berlusconi.

Quel condizionale  -  saremmo  -  va sostituito con l'indicativo. L'Italia non rischia commissariamenti se cade il governo Letta, così come non li rischiava quando caddero Berlusconi o Monti, perché da tempo siamo sotto tutela. I nostri imperatori sono oltre che nudi, finti. La stabilità tanto vantata, da salvare ad alti costi, è in realtà stasi sanguigna, imperio di un'oligarchia che fa capo non a un re ma a un reggente.

Nel vocabolario Treccani, reggente è colui che "esercita le funzioni della Corona in sostituzione del re, in via straordinaria e in determinati casi (incertezza su chi ha diritto al regno, incapacità giuridica o impedimento fisico del monarca)". Tanto più perniciosa una stabilità che dovesse scaturire dalla spaccatura, clamorosa ma forse provvisoria, del Pdl. Anche abbandonato dai suoi, Berlusconi non cesserà di influenzarli. Surrettiziamente, continuerà a esser lui la garanzia della nostra solvenza finanziaria e della nostra onestà: soprattutto se in extremis voterà la fiducia.

Monti d'altronde lo annunciò, il 16 ottobre 2011 sul Corriere, un mese prima di divenire Premier: "Siamo già oggetto di "protettorato": tedesco-francese e della Banca centrale europea". Il protettorato ha assunto fattezze più civili, ma protettorato resta. Inutile continuare a dire che siamo sull'orlo del commissariamento. Ci siamo dentro, come Atene, Lisbona, Dublino, Madrid. A forza di fissare l'abisso, l'abisso guarda dentro di noi e ci inghiotte. Se le cose non stessero così, non ci allarmeremmo: "Chi sarà capace di parlare con Draghi, dopo Monti e Letta?" In altre parole: chi amministrerà, conscio di non essere che un reggente?

Questo non vuol dire che i giochi siano fatti per sempre. Che subordinazione e reggenza siano fatali leggi della natura. Vuol dire però che tutto va mutato, a Roma e in Europa: i vocabolari mistificatori che usiamo, le politiche che ne discendono, il nostro sguardo sulle istituzioni, le Costituzioni. Dice lo scrittore austriaco Robert Menasse, dei monarchi europei: "Uno Stato nazionale non può più risolvere problemi da solo, la sovranità è già ceduta". Tanto più in Italia, le cui anomalie hanno dilatato la subalternità oltre misura. Non solo l'anomalia di Berlusconi. È anomalia anche governare con un partito estraneo alla cultura giuridica. È anomalia anche un Parlamento che con bradipica lentezza espelle (se espelle) un senatore condannato per frode fiscale, quando la legge ordina di farlo "immediatamente".

Senza fare chiarezza impossibile affrontare l'instabilità vera: il disfarsi delle democrazie, e in primis della nostra. Lo dice chi proprio per questo s'aggrappa alla Costituzione, e il 12 ottobre a Roma scenderà in piazza per difenderla. Se trema la democrazia, per forza tremerà la sua Carta fondativa. Cosa significa oggi avere governi di reggenza, ipocritamente sovrani? Significa che "il monarca tradizionale è in una condizione di incapacità giuridica, di impedimento fisico". Lo scettro è in mano a potenze esterne, e il reggente lo sa ma non lo dice.

Gli effetti già li vediamo, li viviamo. La nostra Repubblica si è fatta presidenziale, sotto Napolitano, e la metamorfosi non è stata decisa dal popolo sovrano: è avvenuta come se l'avesse dettata, motu proprio, la natura. L'antagonismo politico piano piano è stato bandito, bollato come populista secondo la già collaudata, emergenziale logica degli opposti estremismi. È populista Berlusconi, che entrò in politica per restaurare un'oligarchia corrotta dopo Mani Pulite. Sono definiti specularmente populisti Syriza in Grecia o i movimenti cittadini vicini a Grillo, che dell'era Mani Pulite sono figli.

Ne consegue l'impotenza crescente delle costituzioni nazionali, quasi ovunque in Europa. Il popolo di cittadini non può far valere bisogni e paure, quando è amministrato (non governato) da oligarchie che pretendono regalità che non hanno più. Quando un rapporto della JP Morgan (28 maggio '13) definisce infide le costituzioni nate dalla Resistenza, caratterizzate come sono "da esecutivi deboli verso i parlamenti; dai diritti dei lavoratori; dall'eccessiva licenza di protestare contro modifiche sgradite dello status quo". Nella storia francese, il periodo in cui Filippo d'Orleans amministrò al posto di Luigi XV si chiama reggenza ed è sinonimo di governi brevi, dediti a sanare bilanci. Orleanismo è predominio delle coterie: cioè delle consorterie, o cricche.

Perché, visto che siamo sotto tutela, battersi perché la Costituzione incompiuta si compia? Perché è il suo spirito che conta: i suoi articoli sono la confutazione vivente degli imperatori apparenti come dei commissariamenti fatali. Nelle costituzioni democratiche non è scritto che lo Stato-nazione è sovrano. Pienamente sovrani sono i cittadini, e ciascuno di essi deve contare ai vari livelli del potere: comunale, nazionale, ed europeo. La democrazia è oggi postnazionale: le elezioni europee del 22-25 maggio prossimo sono importanti come quelle nazionali, ma governi e partiti fanno lo gnorri.

Non è nemmeno scritto, nelle costituzioni, che una sola politica sia buona, e le vie diverse illegittime o populiste. La Carta sta lì a dirci le forme della democrazia che vogliamo, ma anche i suoi contenuti: l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; il lavoro, l'istruzione e la stampa libera come fondamenti; la tutela del patrimonio naturale e artistico; la separazione dei poteri; la protezione dei deboli, degli svantaggiati, di chi dissente.

Nelle crisi le Carte sono preziose perché aprono possibilità, non congelano i rapporti di potere esistenti. Consentono politiche alternative, non organizzano solo alternanze: né da noi né in Europa. Muoiono, se niente si muove. Oggi sono i nazionalisti a reclamare il nuovo (in Germania o in Austria, dove le destre estreme, antieuropee, hanno raccolto domenica il 30,8 % dei voti) ma perché la sinistra classica ha smesso da tempo di incarnare l'alternativa.

Prima del voto tedesco, su Spiegel online, il giornalista Wolfgang Munchau ha messo in relazione il declino socialdemocratico con il rifiuto di un'alternativa, nazionale e europea, all'austerità della Merkel. Risale agli anni '90 la rottura con Keynes, quando Schröder concepì la terza via: che non era affatto terza ma  -  come per Blair, per il Pd  -  adesione al mercato senza freni naufragato nel 2007-2008. Erano ancora keynesiani Brandt e il suo ministro del Tesoro Karl Schiller, nel '69. Lo fu anche Schmidt, negli anni '70. Solo l'estrema sinistra tedesca (la Linke) resta keynesiana.

Un'alternativa è possibile, se non se ne ha paura. Alexis Tsipras, capo di Syriza in Grecia, ha chiesto il 20 settembre al Forum Kreisky di Vienna un'Europa non frantumata dall'austerità, e una lotta "contro l'alleanza fra cleptocrazia ellenica e élite europee". Simile la lotta in Italia: il fronte costituzionalista di Rodotà e Landini, Zagrebelsky e Settis, dice questo. Quanto a Berlino, una maggioranza parlamentare alternativa alla Merkel esiste già (socialdemocratici, verdi, Linke), ma solo sulla carta. Da otto anni i socialdemocraticirinunciano a gettar ponti verso la Linke, a liberarla dal passato comunista.

Da noi l'alternativa potrebbe nascere se il Pd non proponesse solo reggenti, e scoprisse che per vent'anni la Carta è stata l'arcinemico della destra berlusconiana. Se dicendo il vero sul commissariamento, separasse la sovranità dei cittadini da quella degli Stati, e si battesse per una Costituzione che sarà compiuta quando i suoi princìpi s'estenderanno all'Europa.

(02 ottobre 2013)© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA REPUBBLICA.IT


Titolo: BARBARA SPINELLI - La legge di Antigone e le colpe dell'Europa
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2013, 04:42:44 pm
La legge di Antigone e le colpe dell'Europa

di BARBARA SPINELLI

INUTILE parlare di Europa madrepatria della democrazia, e proclamare nella sua Carta dei diritti che siamo "consapevoli del suo patrimonio spirituale e morale", dei suoi "valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà", quando tutto in noi pare spento: tutti i miti che fanno la nostra civiltà, assieme ai tabù che la sorreggono. E tra i primi forse il mito di Antigone, senza il quale non saremmo chi siamo. Oppure la solenne legge del mare, che obbliga a salvare il naufrago, quasi non esistesse peggiore sciagura delle acque che si chiudono mute sull'uomo. Il mare è senza generosità, scrive Conrad: inalterabile, impersona l'"irresponsabile coscienza del potere".

Sono uniti, i due miti, dalla convinzione che fu già di Sofocle: la norma superiore cui Antigone ubbidisce – fissata da dèi arcaici, precedenti gli abitanti dell’Olimpo – il re di Tebe non può violarla, accampando la convenienza politica e le proprie transeunti idee di stabilità. È norma insopprimibile, e Creonte che antepone il diritto del sovrano, il nomos despòtes, paga un alto prezzo. Così la legge del mare.

Quando sfoggia vergogna, l’Europa suol cantilenare, come dopo Auschwitz, una sua frase inane ma contrita: «Mai più!» Inane perché contempla il passato, non il presente. Ma almeno è contrita. Oggi nemmeno questo: il «mai più» neanche è pronunciato, la violazione è attribuita a cieca fatalità e si esibisce impudica. Un ministro – si chiama Angelino Alfano, già ignorò il diritto d’asilo nell’affare kazako – sta sul bordo del mare e dice che i 232 morti sottratti alle acque di Lampedusa non saranno gli ultimi: «Non c’è ragione per pensare e per sperare che sarà l’ultima volta».

Colpisce il divieto di pensare, più ancora di quello di sperare. Neanche pensare possiamo, che l’Europa sia qualcosa di diverso da un fortilizio militarizzato. Che stiamo lì per difendere non solo un muro di cinta, ma gli esseri umani che disarmati provano a valicarlo. Per il ministro, ben altra è la questione amletica: dobbiamo sapere «se l’Europa intenda difendere la frontiera tracciata dal trattato di Schengen. Uno Stato che non protegge la sua frontiera semplicemente non è. L’Europa deve scegliere se essere o non essere».
Quattro considerazioni, a questo punto.

Primo: l’Europa è sì davanti a un bivio esistenziale, ma non quello che con porte bronzee nega l’idea stessa del bivio. Deve decidere se vuol essere all’altezza delle norme che professa, e che da tempi immemorabili le prescrivono di accogliere i fuggitivi, i supplicanti, oltre che di tutelare i confini da assalti stranieri. Né l’emigrazione economica clandestina né la fuga da guerre o dittature (spesso sono la stessa cosa) sono equiparabili a attacchi esterni. Vengono equiparati invece, e per questo è lecito parlare di guerra nel Mediterraneo.

Il fuoriuscito stipato con i suoi nei barconi è trasformato in nemico. In homo sacer, come scrive Giorgio Agamben: vita nuda, soggetto non legale, bandito pur appartenendo agli Dèi: uccidibile. Entra in Europa e «vive in orbita», dice la lingua burocratica. La legge antichissima si spense, quando nel 2004 l’Unione creò Frontex (Agenzia che gestisce le frontiere esterne). Frontex coordina le misure di polizia, pattuglia coste, garantisce il rimpatrio dei clandestini. La protezione dei diritti umani è un obiettivo residuale, un ornamento.

Seconda considerazione: l’Europa ha sue responsabilità, ma l’Italia non ne ha di minori. Il reato di clandestinità, introdotto nel 2009 dal governo Berlusconi, definisce un crimine in sé l’esodo senza permessi anticipati. Di qui la parentela con la guerra: come se il clandestino fosse un combattente irregolare e specialmente insidioso, perché non combatte a viso scoperto, indossando l’uniforme, ma conduce una sorta di guerriglia che si confonde e confonde. Ecco la legge di Tebe che si sovrappone alla norma di Antigone. La sicurezza e la stabilità– quest’ultima è addirittura eretta da Enrico Letta a «valore assoluto » , nuovo non negoziabile articolo di fede – esigono sacrifici e morte. Il migrante, bollato, è un pericolo sociale. La Corte Costituzionale s’oppose (sentenza n. 78/2007), escludendo che lo stato d’irregolarità sia
sintomo presuntivo di pericolosità sociale; ma il reato appena ritoccato (scompare la pena detentiva) resta. Fin dal 2002 la legge Bossi-Fini preparò il terreno: ingiungendo il respingimento immediato del migrante (poco importa se restituito o no alle dittature cui scampava) e rendendo impraticabili le procedure di concessione di asilo.

Di qui il pervertirsi della norma instaurata prima ancora che Cristo nascesse – Soccorrere è un dovere, non soccorrere è un reato — iscritta nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati come nella Carta europea dei diritti fondamentali dell’Unione (art. 18). Non soccorrere è peccato di omissione, e più precisamente crimine di indifferenza. Che senso ha dire «mai più», se non vediamo che il delitto di clandestinità per forza incentiva l’omissione di soccorso. Chi aiuta il naufrago incorrerà in processi e pene per favoreggiamento del reato, e preferirà voltare lo sguardo altrove. È già successo. Nei paesi occupati dai nazisti, in Polonia ad esempio, chi tendeva la mano all’ebreo rischiava la morte.

Terza considerazione: parole come vergogna andrebbero abolite, nel lessico della politica. Nascono dall’emozione, dalla scossa introspettiva, non necessariamente osano l’aperto, l’agorà dove si disfano e si correggono le leggi positive. Dette dal Santo Padre hanno un senso, ma in politica conta l’azione, non l’emozionarsi e il compatire. Lo Stato sociale e la politica di asilo sono nati per sostituirsi alla carità, che è grandiosa e non si vanta e non si gonfia, ma è affidata al singolo o alla Chiesa.

Infine la quarta considerazione: le guerre da cui evadono i “migranti” il più delle volte ci vedono protagonisti. Le abbiamo attizzate noi, pretendendo di portare ordine e creando invece caos e Stati disfatti: in Africa orientale, Afghanistan, Iraq, Somalia e Eritrea, Siria. I confini siriani che scatenano conflitti, fu l’Europa coloniale a disegnarli. Gli esodi hanno a che vedere con noi.

Qualche tempo fa, in una trasmissione della radio tedesca (Südwestrundfunk, 26 giugno 2008, il titolo era: Guerra nel Mediterraneo), venne intervistato un alto dirigente della Guardia di Finanza italiana, Saverio Manozzi, arruolato nell’agenzia Frontex. Difficile dimenticare quello che ammise. Più che salvare, i guardiani delle mura erano chiamati alla caccia, alle retate: «Ho avuto a che fare con ordini secondo cui il respingimento consisteva nel salire a bordo dei barconi o delle navi, e nel portar via i viveri e il carburante affinché i transfughi non potessero continuare il viaggio, e facessero marcia indietro».

Salvataggi e aiuti sono considerati un azzardo morale, perché fomentano sempre nuovi immigrati. Meglio dissuaderli con l’arma ultima: quasi 20.0000 affogati nel Mediterraneo, dal 1988. Si muore anche appesi ai fili spinati di Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole sulle coste del Marocco. O nelle acque del fiume Evros, ai confini fra Turchia e Grecia. In Francia, respinti sono i Rom.

Di azzardo morale si parla molto in questi anni di crisi. È l’assillo dei moderni Creonte. Gli Stati indebitati dell’Unione non vanno troppo aiutati: la solidarietà (welfare compreso) incita i viziosi a rammollirsi, a peccare ancora e ancora. Se assicuri la casa dal fuoco, non baderai più ai fiammiferi che accendi: ti rilasserai. La logica della polizza assicurativa si fonda sul sospetto, non sulla promessa e il dover- essere di Antigone. Se cadi disteso per terra o nel fondo marino qualche colpa ce l’avrai. Come dice Kafka: stramazzando susciterai ribrezzo, paura, perché dal tuo corpo emanerà il «puzzo della verità ».

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/10/09/news/la_legge_di_antigone_e_le_colpe_dell_europa-68206321/?ref=HRER3-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Seppellire Priebke, ma ricordando tutto
Inserito da: Admin - Ottobre 17, 2013, 11:36:17 am
Seppellire Priebke, ma ricordando tutto

di BARBARA SPINELLI
16 ottobre 2013


Tutto sta a non dimenticare chi è stato, a seppellirlo nel silenzio, a fuggire le cerimonie vistose; ma seppellirlo si deve. È quanto si può dire su Erich Priebke, l'ufficiale delle SS che sotto gli ordini di Kappler, capo della Gestapo a Roma, si rese colpevole dei 335 morti delle Fosse Ardeatine.

Tutto sta a non prendere il suo colore, a non somigliargli: a fare l'impossibile - mescolare pietà e orrore - perché l'impossibile e il difficile sono sorte dell'uomo che pensa, conosce se stesso, non segue l'istinto. I vocabolari che usiamo sono colmi di emozione, di sdegno, anche di argomenti etico-politici, ma non hanno nulla a vedere col dilemma dei giorni scorsi: che fare, del corpo di chi fu tuo assassino? Come rispondere alla provocazione inaudita che è stata tutta la sua esistenza, visto che Priebke fino all'ultimo non s'è pentito, giungendo sino a chiamare "cucine" le camere a gas, nel testamento?

In mezzo a tanta ira meglio probabilmente non usare parole così intime, e abissali: pietà, amore. E forse aveva ragione Nietzsche quando ci riteneva capaci, sì, di amore del prossimo, "cioè di noi stessi": non però dell'incommensurabile lontano, della radicale alterità. Forse amore e pietà sono parole troppo calde, mentre qui ci vuole qualcosa che trattenga l'istinto, che lotti contro la primordiale inclinazione naturale, che sia più asciutta e più imperiosa perfino del senso di giustizia. Meglio la parola Legge. Che non necessariamente coincide con il giusto, o placa il dolore delle vittime.

Seppellire il nemico - come salvare il naufrago, o soccorrere la vedova e l'orfano: l'imperativo nasce da una cultura plurimillenaria, che oltrepassa l'ordine giuridico. Non a caso Antigone dà a quest'imperativo il nome di "legge non scritta", impartita dagli Dèi prescindendo dalle leggi della pòlis. Rispettare il corpo non più padrone di sé: dai tempi di Sofocle, prima che apparisse Cristo, è norma inviolabile. Il corpo stesso è pura incandescenza: non inumato esala miasma, contagio. Ricordiamo che nòmos, legge, è in origine la porzione di terra distribuita e assegnata. Compresa la porzione della tua tomba.

Tumulare il nemico non è amnesia, né amnistia. Il solo sospettarlo ci rende infinitamente sospetti: vuol dire
che tumulare e scordare tendono a congiungersi, sono nelle nostre corde: anche questo è orrore. La memoria dei misfatti sopravvive alla morte: sinistro è dubitarne. Oggi Roma celebra il 70° anniversario della deportazione degli ebrei dal ghetto, e non commemoreremo meglio se avremo vietato a Priebke la sua porzione di terra. Se l'avremo consegnato ai lefebvriani della Confraternita San Pio X di Albano Laziale, che l'useranno politicamente. Se il sindaco di Albano avrà resistito al passaggio della salma in città, e il carro funebre sarà stato assaltato. Nulla è cancellato di quel che Priebke fece, e mai rinnegò. È normale (dunque norma condivisa) che la città di Roma tremi, e fatichi a seppellire chi disseminò morti ignorando ogni legge morale. Ma è norma anche dire a se stessi: "tra noi non così", la tomba gli spetta proprio perché lui la negò.

Colpisce il decreto severo del vicariato, che regge la Diocesi romana: nessun funerale in chiese o cimiteri; solo preghiere in casa del defunto. È previsto dal rito delle esequie, è nel diritto canonico, e gli italiani si sentono capiti. Ma non è scelta risolutiva, perché riguarda il funerale, non il seppellimento. I lefebvriani ne hanno profittato. Perché non è all'altezza - vertiginosa, labirintica - della domanda di Antigone: che si fa del corpo nemico? E cos'è questa cosa che non parla più e tuttavia dice: il corpo? È adeguato alla legge non scritta, non restituirlo alla terra? La casistica cattolica è conforme agli atti di Gesù?

Né possiamo sorvolare lo scabroso, nascosto nelle pieghe dei decreti vicariali: lo sconcertante diniego opposto a altre sepolture, su cui varrà la pena meditare. Nel 2006, la stessa diocesi negò i funerali a Welby, reo di eutanasia e suicidio. Fu sorda alla domanda della moglie, credente e praticante. Il rifiuto dei funerali di Priebke è forse difendibile, ma se non s'accompagna a un ravvedimento su Welby tutto si confonde e pericola. In qualche modo i due dinieghi producono un grumo atroce, accomunano. La Chiesa non potrà uscirne se non con una conversione, separando Welby da Priebke. Che si faccia ammenda e la sua morte sia dopo sette anni onorata. Che siano sconfessate le parole di Ruini, allora vicario di Roma: la Chiesa poteva concedere il rito religioso, purché si potesse dire che erano mancati nel ribelle "piena avvertenza e deliberato consenso". Lo ha rammentato Adriano Prosperi su Repubblica: "Welby fino all'ultimo e con piena lucidità rifiutò di riconoscersi in quella religione che gli imponeva di vivere a forza, attaccato a una macchina". Il vicariato apparve a tanti, cattolici e non, "gelidamente crudele". Tanto più la scelta oggi, mischiata com'è col caso Welby.

C'è chi ha chiesto, per non sperdere il dolore inflitto da Priebke, che il corpo venisse cremato d'imperio e le ceneri gettate non in una fossa, ma "in una fogna". Questo è prendere il colore dei morti, mimetizzarsi col male. Questo è dare tutto il potere alle Erinni, che lavano il sangue col sangue: solo di giusta vendetta e cruenza è fatto il loro mondo. Perché ancora non regnano gli Dèi che prescrivono leggi più forti del diritto del sangue, e le Erinni ancora non sono tramutate. Son tramutate non allontanando il ricordo dell'ira, ma mettendole al centro della Città, nell'Areopago, a futura memoria, e chiamandole non più Vendicatrici ma Benevole, Eumenidi.

Per questo i vocabolari vanno usati con timore e pudore: tanto bollente è la traccia lasciata dalle Furie. Forse le parole più misurate sono state dette da chi ha proposto di seppellire Priebke fuori dalle mura di Roma. Oppure da quel veterano inglese, Harry Shindler: che "il boia Priebke venga seppellito nel cimitero tedesco di Pomezia. Sarà in compagnia dei suoi pari, visto che in quel cimitero ci sono soldati tedeschi che presero parte a parecchie stragi in Italia, come quella di Marzabotto. Sarà in buona compagnia".

Ricordo personalmente quel cimitero. Nei primi '60, gli allievi della scuola tedesca a Roma erano condotti regolarmente alla necropoli. Ancora non era cominciata la politica della memoria tedesca. Ne ho ricordo perché frequentavo quella scuola. In due, ci rifiutavamo di andare e s'accendevano discussioni. Non mi offendeva che i compagni ci andassero, ma come ci andavano: senza pensarci, dato che "era nel programma". Penso che lì il corpo di Priebke avrebbe il suo posto. Avrebbe il suo posto anche in Germania, forse: nella città natale di Henningsdorf. Su Wikipedia, Priebke è annoverato tra "i figli e le figlie della città". Sarebbe appropriato e decente che Henningsdorf si dicesse pronta a accogliere la salma, prima o poi. Senza attendere che l'Italia lo chieda. Quale che sia la soluzione, una cosa pare chiara: la crudeltà con cui Priebke infierì non giustifica che noi s'infierisca sulle sue spoglie. Non è nemmeno la legge del taglione, perché occhio per occhio ha un significato preciso e non c'è modo di pareggiare i suoi misfatti. Né è questione di perdonare. Solo gli uccisi potrebbero.

Al tempo stesso non possiamo dimenticare chi siamo, oggi. La nostra storia recente non edifica. Il corpo di Saddam Hussein mostrato in TV quando fu estratto dal buco dov'era nascosto fu un abominio. Così quello di Bin Laden gettato in mare e rimosso. E Gheddafi linciato sotto gli occhi plaudenti dell'occidente. Fermiamoci un momento, prima di esibire certezze morali. Restare umani non è cosa facile. Perché nell'umano abita con tutta naturalezza il disumano delle Erinni, e perché Priebke, come nel racconto di Borges, è "simbolo di una detestata zona" della nostra anima.

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/10/16/news/priebke_commento_spinelli-68697146/


Titolo: BARBARA SPINELLI - L’Europa reale fra ribelli e nazionalisti
Inserito da: Admin - Novembre 17, 2013, 06:18:45 pm
L’Europa reale fra ribelli e nazionalisti
   
di Barbara Spinelli, da Repubblica, 6 novembre 2013

Sono d’accordo con l’auspicio espresso domenica da Eugenio Scalfari: che l’Europa federale nasca, e la moneta unica si salvi.
In caso contrario avremo, al posto dell’Unione, tanti staterelli senza lode ma non senza infamia, non amici ma più che mai vassalli della potenza Usa. Torneremo alla casella di partenza: vinti dai nostri nazionalismi come nelle guerre mondiali del ’900.

Sono meno d’accordo con il giudizio severo sui movimenti di protesta che ovunque nascono contro l’Europa come oggi è fatta, e ho un’opinione assai meno perentoria su 5 Stelle. Chi ascolti Grillo con cura sarà certo colpito dalle sue incongruenze; specie quando indulge alla xenofobia, procacciatrice di voti. Ma non s’imbatterà nel nazionalismo, né in vero antieuropeismo. Populismo è un’ingiuriosa parola acchiappatutto che non spiega nulla. Come spesso nella nostra storia, è sotterfugio autoassolutorio di chiuse oligarchie: lo spiega Marco D’Eramo in uno dei migliori saggi usciti in Europa sul populismo come spauracchio (MicroMega 4-13). Serve a confondere l’effetto (la rabbia dei popoli, il suo uso) con la causa (l’Europa malfatta, malmessa). Letta fa la stessa confusione, nell’intervista alla Stampa di venerdì.

Qualche giorno fa Grillo ha detto sulla crisi dell’Unione cose sensate, che nessun nazionalista direbbe: un’Europa che si dotasse di strumenti finanziari (tra cui gli eurobond), e che mettesse in comune i debiti, potrebbe far molto per superare le difficoltà e salvare se stessa. Purtroppo c’è nel M5S chi propugna l’uscita dell’Italia dall’Euro, fantasticando di rimettere sul trono i re nazionali. Questo significa che Grillo esita a compiere scelte forti, quasi fosse già stanco all’idea di divenire un leader che educhi, unifichi. Non significa che i 5 Stelle siano assimilabili a Marine Le Pen, o ai neo-nazisti in Grecia e Ungheria. Anche se il protezionismo mentale li tenta, è difficile immaginare che un movimento nato dalla congiunzione di iniziative cittadine del tutto estranee al nazionalismo sfoci in destra estrema.

La questione di fondo è dunque un’altra. Non il nome interessa sapere, ma perché in Europa cresca un’umanità così infelice, disgustata. Chiamarla populista o reazionaria è fermarsi alle soglie del perché. La domanda sulle radici del grido è elusa. E la risposta è inservibile, se proteste e proposte tra loro tanto dissimili vengono espulse come grumo compatto che intasa chissà quale progresso.

Bollare un intrico di sdegni e rifiuti vuol dire ignorare che l’Europa di oggi distilla veleni cronici. Non basta dirla per farla, alla maniera performativa dei governi attuali. Vuol dire nascondere quel che pure è evidente: nazionalismo e conservazione sono vizi che affliggono i vertici stessi e le élite degli Stati dell’Unione. Anche qui vale la pena andare oltre le parole: se si esclude la Francia, Federazione non è più vocabolo tabù. Molti oggi l’invocano. Ma senza che al verbo seguano atti concreti: la messa in comune dei debiti, una crescita alimentata da eurobond e da risorse europee ben più consistenti di quelle odierne. E ancora: un Parlamento europeo con nuovi poteri, e una Costituzione comune che sia espressione dei cittadini. Un’Europa che sia per loro un rifugio in tempi di angoscia, e non il guscio che protegge un’endogamica oligarchia di potenti che si blindano a vicenda.

L’Europa così com’è non è minacciata dalla rabbia (di destra e sinistra) dei propri cittadini. È minacciata da governi restii a delegare sovranità nazionali non solo finte ma usurpate, visto che sovrani in democrazia sono i popoli. La crisi del 2007-2008 la tormenta smisuratamente a causa di tali storture. Un’austerità che accentua povertà e disuguaglianze, un Patto di stabilità (Fiscal Compact) che nessun Parlamento ha potuto discutere: l’Europa che si vuol ripulire dai populismi è questa. È la miseria greca; sono gli occhi che spiano il debole, come nei Salmi. È la corruzione dei governi, che si ciba di disuguaglianze e di falsa stabilità.

Il caso delle sinistre radicali in Grecia è esemplare. Il Syriza, una coalizione di movimenti cittadini e gruppi di sinistra, fu bollato come antieuropeo e populista, nelle due elezioni del maggio-giugno 2012. Le cancellerie europee si mobilitarono, dipingendo Syriza come orco da abbattere. Berlino minacciò di chiudere i rubinetti degli aiuti. Ma né Syriza né Alexis Tsipras che lo guida sono antieuropei. Chiedono un’altra Europa, sì, e questo atterrisce l’establishment.

Il 20 settembre, presentando il proprio programma al Kreisky Forum di Vienna, Tsipras ha sorpreso chi l’aveva infangato. Ha detto che l’architettura dell’euro e i piani di salvataggio hanno sfasciato l’Unione, invece di bendarne le ferite. Ha ricordato la crisi del ’29, i dogmi neoliberisti con cui fu gestita. Proprio come accade oggi, «i governi negarono l’architettura aberrante dei loro disegni, insistendo sull’austerità e sul mero rilancio dell’export». Ne risultò miseria, «e l’ascesa del fascismo in Sud Europa, del nazismo in Europa centrale e del nord». È il motivo per cui l’Unione va fatta da capo. Riprendendo le idee dei sindacati tedeschi, Syriza propone un Piano Marshall per l’Europa, un’autentica unione bancaria, un debito pubblico gestito centralmente dalla Banca centrale europea, e un massiccio programma di investimenti pubblici lanciato dall’Unione.

Ma Tsipras dice qualcosa di più: c’è un nesso che va denunciato, tra la crisi europea e le corrotte democrazie di Atene e di tanti Paesi del Sud. «La nostra cleptocrazia ha stretto una solida alleanza con le élite europee », e il connubio si nutre di menzogne sulle colpe greche o italiane, sui salari troppo alti e lo Stato troppo soccorrevole. Le menzogne «servono a trasferire la colpa delle debolezze nazionali dalle spalle dei cleptocrati a quelle del popolo che lavora duramente».

È un’alleanza che non ha più opposizione da quando la sinistra classica ha adottato, negli anni ’90, i dogmi neoliberisti. Gran parte della popolazione è rimasta così senza rappresentanza: smarrita, dismessa, punita da manovre recessive che paiono esercitazioni militari. È questa parte (una maggioranza, se contiamo anche gli astensionisti) che protesta contro l’Europa: a volte sognando un irreale ritorno alle monete e alle sovranità nazionali; a volte chiedendo invece un’altra Europa, che non dimentichi il grido dei poveri come seppe fare tra il dopoguerra e la fine degli anni ’70. Questo dice Tsipras. Cose simili, anche se più caoticamente, dice Grillo.

Se nulla si muove l’Europa sarà non più riparo, ma luogo che ti espone, ti denuda. Tenuto in piedi da élite di consanguinei –che campano di favori personali fatti e ricevuti senza che dubbio li sfiori (è il caso Cancellieri); che annunciano una ripresa smentita dai fatti – l’edificio somiglia sempre più all’Ufficio delle Lettere morte custodito da Bartleby lo scrivano, nel racconto di Herman Melville.

È sfogliando e gettando al macero migliaia di lettere spedite e mai recapitate che Bartleby matura il suo impallidito rifiuto, che a un certo punto lo indurrà a rispondere «Preferirei di no», con cadaverica tranquillità, a qualsiasi ordine o domanda. Ecco, l’Europa è oggi quell’Ufficio che ha trasformato il suo impiegato in un infelice: «Lettere morte! (…) Talvolta dalle pieghe del foglio il pallido impiegato estrae un anello: e il dito cui era destinato forse già imputridisce nella tomba; una banconota inviata con la più tempestiva delle carità: e colui che ne avrebbe ricevuto giovamento ormai non mangia più, non soffre più la fame; un perdono per coloro che morirono nello scoraggiamento; una speranza per quelli che morirono senza sperare; buone notizie per quelli che morirono soffocati da non alleviate calamità. Messaggere di vita, queste lettere precipitano nella morte. O Bartleby! O umanità!».

(6 novembre 2013) http://temi.repubblica.it/micromega-online/leuropa-reale-fra-ribelli-e-nazionalisti/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Processo alla Germania rimasta senza memoria
Inserito da: Admin - Novembre 18, 2013, 10:16:33 pm
Processo alla Germania rimasta senza memoria

Aperta un'inchiesta sui surplus tedeschi, l'Europa richiama il governo Merkel al principio di solidarietà. Quello che salvò i tedeschi dopo il 1945

di BARBARA SPINELLI

15 novembre 2013

Conviene sempre guardarsi indietro e riscoprire da dove veniamo, quando una crisi economica, politica, anche mentale, tende ad avvitarsi e incancrenire. Conviene sapere come e perché ebbe inizio l'unificazione europea, dopo una guerra che devastò il continente. Come la Germania fu riaccolta dalle democrazie, rilegittimata, e potendo rialzarsi conobbe una formidabile ascesa economica. Come infine quest'ascesa ha toccato l'acme, nella grande crisi degli ultimi anni. Una crisi che minaccia l'Unione, la sua moneta unica, e perfino la sua pace interna.

Cominciò dopo il '45 con la saggezza del vinto, e anche dei paesi vincitori. Il vinto fu saggio perché seppellì il morbo nazionalista, la dismisura del suo desiderio di dominio sull'Europa: ne scaturì quella che in Germania viene chiamata Gedächtnispolitik, politica della memoria. Le più svariate decisioni interne, e la grande apertura all'unificarsi dell'Europa, discendevano tutte dalla scelta, indefessa, di ricordare il passato, di farsi una nuova pelle, di abbandonare la sovranità nazionale assoluta che aveva distrutto gli Europei mettendo fine alla loro centralità mondiale.

Ma ci fu anche la saggezza dei vincitori. Le insanie del primo dopoguerra non si ripeterono. Se l'obiettivo era la pace duratura fra i popoli, e la lotta alla povertà che di tale pace era essenziale presupposto, le vecchie politiche punitive inflitte al vinto andavano bandite. Messo a tacere, emarginato, John Maynard Keynes aveva inveito contro la strategia del castigo fin dalle trattative di pace a Versailles, nel 1919. Fu ascoltato solo nel secondo dopoguerra: a partire dal '44-45 videro successivamente la luce gli accordi monetari di Bretton Woods, il Piano Marshall di aiuti all'Europa, la remissione dei debiti tedeschi nella Conferenza di Londra nel '53 e, in concomitanza, il formarsi della Comunità europea.

Di lì bisogna ripartire, davanti a quel bivio siamo di nuovo: ma smarriti, senza più la bussola di storiche lezioni. In Germania soprattutto la memoria sembra come impazzita. Resta più viva che altrove (incomparabilmente più che in Italia) ma fortemente manomessa, quasi fosse mutilata. I dodici anni del nazismo sono costantemente ricordati, ma non come si scivolò nell'orrore, non come al disastro dell'inflazione s'aggiunse quello della deflazione, non la sapienza con cui se ne uscì, dopo il '45.

Si scivolò nell'orrore per vari motivi (culturali, politici, psicologici) ma anche per condotte economiche folli. Alla crisi del '29, gli ultimi governi di Weimar sfiniti dal trauma inflazionistico e dalle riparazioni risposero - specie sotto il cancelliere Brüning, nel '30-32 -  con una pesante deflazione che impoverì ancor più la popolazione. Esattamente come accade oggi, i dottrinari dell'austerità puntarono tutto sull'esportazione, trascurando i consumi interni. Stremato, il paese che aveva dato aHitler il 18,3 per cento nel 1930 gliene diede il 33 nel '32 e il 43,9 nel '33, cadendo nelle mani del demagogo che prometteva lavoro, benessere e sangue. Deutschland über alles divenne il motto: la Germania sopra ogni cosa.

Tutto questo ebbe fine. Il primo Cancelliere del dopoguerra, Adenauer, scelse l'Europa e la pace con Francia di De Gaulle. Seguì, abbiamo visto, la lungimiranza dei vincitori: nel '53, ben 65 Stati consentirono al taglio dei debiti di guerra tedeschi (fra essi Italia e Grecia, paese-cavia delle odierne politiche di compressione dei redditi), permettendo ai tedeschi lo straordinario miracolo dei decenni successivi. Sulla genesi di quel miracolo è caduto l'oblio, e lo stesso oblio spiega il perché di una leadership tedesca che di fatto esiste, ma non viene assunta con lungimirante solidarietà, oltre che con esigente senso di responsabilità.

In realtà alcune dottrine economiche dei vecchi tempi persistevano, e persistono. In particolare la dottrina cui vien dato il nome di "casa in ordine": prima che scatti la cooperazione internazionale o sovranazionale, occorre che ogni paese metta a posto da solo i propri conti. Il cosiddetto ordoliberalismo aveva messo le radici fra le due guerre nella scuola di Friburgo, fu sposato dopo il '45 dal futuro cancelliere Erhard, e negli ultimi sei anni di crisi ha assunto le fattezze di un dogma. Sappiamo come i dogmi chiudano la mente alle alternative, nonché alle soluzioni. L'offensiva di gran parte delle élite tedesche contro la Banca centrale europea è l'effetto di questa dottrina, ancora sotterraneamente intrisa di nazionalismo.

Sono anni che a proposito dell'Europa ascoltiamo una leggenda che non ha più senso. L'Unione non sarebbe più quella degli esordi, quando la questione centrale, dopo il conflitto di trent'anni del 1914-1945, era per ogni cittadino la pace e la guerra, la dittatura e la democrazia. Ora non è più così, guerre e dittature non sarebbero più concepibili. Inane leggenda: anche la crisi è una sorta di guerra, e bellicoso è oggi il rapporto tra le nazioni europee, fondato com'è su reciproci sospetti, su risentimenti, sulla dialettica letale fra delitto e castigo, fra colpevolizzazione e espiazione. In tedesco Schuld significa colpa, e anche debito.

Della colpa del debito gli Stati europei devono lavarsi - sostiene Berlino - prima che intervenga l'Europa con solidali piani comuni di salvataggi, e innanzitutto investimenti. Anche se il boom delle esportazioni, provenienti negli ultimi sei anni dalla Germania, ha contribuito grandemente al formarsi di bolle finanziarie nella periferia Sud, in ragione di ingenti flussi di capitali non compensati da adeguate importazioni. Lo spiega bene l'economista Ulrich Schäfer, sulla Sueddeutsche Zeitung del 13 novembre: le critiche di questi giorni all'irresistibile export tedesco - della Commissione europea, del Fondo monetario, del Sud Europa - "sono giustificate", e grave è la sordità tedesca. È un boom che in Germania s'accompagna a bassi consumi, al precariato che cresce, a gracili importazioni: dunque a un'incuria verso l'Unione. Gli errori commessi negli anni '30 tendono a riprodursi.

Fare l'Europa resta un caposaldo della politica tedesca, ma spesso è più flatus vocis che realtà. Gli stessi accenni ripetuti a uno sviluppo federale dell'Unione sono spesso inconsistenti, anche se è vera la principale obiezione di Berlino: il cruciale ostacolo alla Federazione viene dalla Francia (destra e sinistra comprese), attaccata al dogma della sovranità politico-militare come la Germania è attaccata ai dogmi economici.

Uscire dall'impasse è possibile se la memoria si rimette in moto. Se ancora una volta i paesi vinti - schiacciati dal debito - vengono sorretti da una cooperazione internazionale che si attivi durante, non dopo i "compiti a casa". Se si opera perché i compiti mutino natura, e non si arrivi a guarire quando gran parte dei pazienti è già morta da tempo. È quel che Keynes temeva nel 1919. Lo stesso dovrebbe temere Berlino, oggi, per l'Unione che guida e non guida.

Come allora, l'Europa ha bisogno di un piano Marshall (lo propongono i sindacati in Germania) e di una conferenza sul debito delle periferie Sud, simile a quella che nel '53 cancellò generosamente i debiti tedeschi. Ha bisogno che finisca l'età dei dogmi e dei finti sovrani nazionali, a Berlino come a Parigi. Perché in quei dogmi è il suo male; è l'origine della sua presente prigionia nella smemoratezza e nel peccato di perfecta nolitio, di completa non-volontà. E ha bisogno di ripensare la pace e la guerra, sia dentro che fuori casa. Dentro casa ponendo termine alla semiguerra tra paesi santi e peccatori. Fuori casa smettendo di affidarsi a una pax americana che sta creando caos più che ordine, in una mondializzazione dove nessuno da solo si salverà. Ridivenire veramente Stati sovrani, nel nostro continente, è possibile solo se l'Europa la si fa sul serio.
© Riproduzione riservata 15 novembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2013/11/15/news/processo_alla_germania-71044181/?ref=HREC1-3


Titolo: BARBARA SPINELLI - Quel che resta del Ventennio
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2013, 07:05:01 pm
Quel che resta del Ventennio

di BARBARA SPINELLI
27 novembre 2013

La tentazione sarà grande, dopo il voto sulla decadenza di Berlusconi al Senato, di chiudere il ventennio mettendolo tra parentesi. È una tentazione che conosciamo bene: immaginando d'aver cancellato l'anomalia, si torna alla normalità come se mai l'anomalia - non fu che momentanea digressione - ci avesse abitati.

Nel 1944, non fu un italiano ma un giornalista americano, Herbert Matthews, a dire sulla rivista Mercurio di Alba de Céspedes: "Non l'avete ucciso!" Tutt'altro che morto, il fascismo avrebbe continuato a vivere dentro gli italiani. Non certo nelle forme di ieri ma in tanti modi di pensare, di agire.

L'infezione, "nostro mal du siècle", sarebbe durata a lungo: a ciascuno toccava "combatterlo per tutta la vita", dentro di sé. Lo stesso vale per la cosiddetta caduta di Berlusconi. È un sollievo sapere che non sarà più decisivo, in Parlamento e nel governo, ma il berlusconismo è sempre lì, e non sarà semplice disabituarsi a una droga che ha cattivato non solo politici e partiti, ma la società. Sylos Labini lo aveva detto, nell'ottobre 2004: "Non c'è un potere politico corrotto e una società civile sana". Fosse stata sana, la società avrebbe resistito subito all'ascesa del capopopolo, che fu invece irresistibile: "Siamo tutti immersi nella corruzione", avvertì Sylos. La servitù volontaria a dominatori stranieri e predatori ce l'abbiamo nel sangue dal Medioevo, anche se riscattata da Risorgimento e Resistenza. La stessa fine della guerra, l'8 settembre '43, fu disastrosamente ambigua: "Tutti a casa", disse Badoglio, ma senza rompere con Hitler, permettendogli di occupare mezza Italia. Tutte le nostre transizioni sono fangose doppiezze.

Dico cosiddetta caduta perché il berlusconismo continua, dopo la decadenza. Il che vuol dire: continua pure la battaglia di chi aspira a ricostruire, non solo stabilizzare la democrazia. Il ventennio dovrà essere finalmente giudicato: per come è nato, come ha potuto attecchire. Al pari di Mussolini non cadde dal cielo, non creò ma aggravò la crisi italiana. Nel '94 irruppe per corazzare la cultura di illegalità e corruzione della Dc, di Craxi, della P2, e debellare non già la Prima repubblica ma la rigenerazione (una sorta di Risorgimento, anche se trascurò la dipendenza del Pci dall'oro di Mosca) avviata a Milano da Mani Pulite, e poco prima a Palermo da Falcone e Borsellino.

Il berlusconismo resta innanzitutto come dispositivo del presente. Anche decaduto, assegnato ai servizi sociali, il leader di Forza Italia disporrà di due armi insalubri e temibili: un apparato mediatico immutato, e gli enormi (Sylos li definiva mostruosi) mezzi finanziari. Tanto più mostruosi in tempi di magra. Assente in Senato, parlerà con video trasmessi a reti unificate. E in campagna elettorale avrà a fianco la destra di Alfano: nessuno da quelle parti ha i suoi mezzi, la sua maestria. Monti contava su 15-16 punti, prima del voto a febbraio. Alfano solo su 8-9 punti. La scissione potrebbe favorire Berlusconi, e farlo vincere contro ogni nuova gioiosa macchina di guerra.

Ma ancora più fondamentale è l'eredità culturale e politica del ventennio: i suoi modi di pensare, d'agire, il mal du siècle che perdura. Senza uno spietato esame di coscienza non cesseranno d'intossicare l'Italia.
Il conflitto d'interessi in primis, e l'ibrido politica-affarismo: ambedue persistono, come modus vivendi della politica. La decadenza non li delegittima affatto. La famosa legge del '57 dichiara ineleggibili i titolari di importanti concessioni pubbliche (la Tv per esempio): marchiata di obsolescenza, cade nell'oblio. Sylos Labini sostenne che fu l'opposizione a inventare il trucco per aggirarla. Non fu smentito. L'onta non è lavata né pianta.

Altro lascito: la politica non distinta ma separata dalla morale, anzi contrapposta. È un'abitudine mentale ormai, un credo epidemico. Già Leopardi dice che gli italiani sono cinici proprio perché più astuti, smagati, meno romantici dei nordici. Non sono cambiati. Ci si aggrappa a Machiavelli, che disgiunse politica e morale. Ci si serve di lui, per dire che il fine giustifica i mezzi. Ma è un abuso che autorizza i peggiori nostri vizi: i mezzi divengono il fine (il potere per il potere) e lo storcono. Il falso machiavellismo vive a destra, a sinistra, al Quirinale. La questione morale, poco pragmatica, soffre spregio. Berlinguer la pose nel '77: nel Pd vien chiamata una sua devianza fuorviante.

Anche il mito della società civile è retaggio del ventennio: il popolo è meglio dei leader, i suoi responsi sovrastano legalmente i tribunali. Democraticamente sovrano, esso incarna la volontà generale, che non erra. Salvatore Settis critica l'ambiguità di questa formula-passe-partout: è un'"etichetta legittimante, che designa portatori di interessi il cui peso è proporzionale alla potenza economica, e non alla cura del bene comune; tipicamente, imprenditori e banchieri che per difendere interessi propri e altrui si degnano di scendere in politica", ritenendo inabili politici e partiti. Non solo: la società civile "viene spesso intesa non solo come diversa dallo Stato, ma come sua avversaria; quasi che lo Stato (identificato con i governi pro tempore) debba essere per sua natura il nemico del bene comune". (Azione popolare, Einaudi 2012, pp. 207, 212).

Così deturpata, la formula ha fatto proseliti: grazie all'uso oligarchico della società civile (o dei tecnici), la politica è vieppiù screditata, la cultura dell'amoralità o illegalità vieppiù accreditata. Il caso Cancellieri è emblematico: la mala educazione diventa attributo di un'élite invogliata per istinto a maneggiare la politica come forza, contro le regole. A creare artificiosi stati di eccezione permanente, coincidenze perfette fra necessità, assenza di alternative, stabilità.

Simile destino tocca alla laicità, non più tenuta a bada ma aborrita nel ventennio. Il pontificato di Francesco non aiuta, perché la Chiesa gode di un pregiudizio favorevole mai tanto diffuso, perfino su temi estranei alla promessa "conversione del papato". Difficilmente si faranno battaglie laiche, in un'Italia politica che mena vanto della dipendenza dal Vaticano. La nuova destra di Alfano è dominata da Comunione e Liberazione. Dai tempi di Prodi, i democratici evitano di smarcarsi sulla laicità. Tutti i leader del momento (Letta, Alfano, Renzi) vengono dalla Dc o dal Partito popolare. Diretto com'è da Napolitano, il Pd non ha modo di liberarsi del ventennio (a che pro le primarie quando è stato il Colle a dettare la linea sul caso Cancellieri?). Permane la vergogna d'esser stati anticapitalisti, antiamericani, anticlericali (l'ultima accusa è falsa da sessantasei anni: fu Togliatti ad accettare l'innesto nella Costituzione dei Patti Lateranensi di Mussolini).

Infine l'Europa. Nel discorso ai giovani di Forza Italia, Berlusconi ha cominciato la sua campagna antieuropea, deciso a svuotare Cinque Stelle. La ricostruzione della sua caduta nel 2011 è un concentrato di scaltrezza: sotto accusa l'Unione, la Germania, la Francia. Ancora una volta, con maestria demagogica, ha puntato il dito sul principale difetto italiano: la Serva Italia smascherata da Dante.

No, Berlusconi non l'abbiamo cancellato. Perché la società è guasta: "Siamo tutti immersi nella corruzione". Da un ventennio amorale, immorale, illegale, usciremo solo se guardando nello specchio vedremo noi stessi dietro il mostro. Altrimenti dovremo dire, parafrasando Remarque: niente di nuovo sul fronte italiano. La guerra civile ed emergenziale narrata da Berlusconi ha bloccato la nostra crescita civile oltre che economica, e perpetuato la "putrefazione morale" svelata da Piero Calamandrei. Un'intera generazione è stata immolata a finte stabilità. La decadenza di Berlusconi, se verrà, è un primo atto. Sarà vana, se non decadrà anche l'atroce giudizio di Calamandrei.

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/11/27/news/quel_che_resta_del_ventennio-72047505/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Perché le primarie non bastano
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2013, 11:54:16 pm
Perché le primarie non bastano

di BARBARA SPINELLI
04 dicembre 2013

Mancano pochi giorni alle primarie del Pd, ed ecco che nella sinistra tedesca si comincia a correre molto più rapidamente, più spavaldamente che in Italia. In gioco non è più soltanto la designazione del leader: pratica che s'è estesa in Europa, tranne nella destra italiana, senza però fermare il degrado dei partiti.

Nelle prossime settimane, i 475mila iscritti del partito socialdemocratico (Spd) voteranno sul programma di governo che i propri dirigenti hanno concordato con Angela Merkel, e il 14 dicembre emetteranno la loro sentenza: sì o no alla Grande Coalizione, sì o no alle singole politiche, sì o no a un'alleanza diversa da quella promessa in campagna elettorale. La sentenza sarà accolta se voteranno almeno 95.000 militanti (il 20% dei consultati).

Le nostre primarie sbiadiscono, di fronte a un salto di qualità che con vigore rimette al centro gli iscritti. La crisi dei partiti è riconosciuta, la loro personalizzazione è giudicata calamitosa. È sulla sostanza delle politiche che si vota, non su leader più o meno promettenti. È come se i socialdemocratici dicessero: sappiamo che c'è stato tradimento, che il piano negoziato con la Merkel non è quello che volevamo realizzare con i Verdi (giustamente Guido Rossi lo chiama piano non della Grande Coalizione ma della Grande Stagnazione. C'è il salario minimo, ma nessun progresso sull'Europa). Ma non ci appelleremo alla Necessità - dicono i vertici Spd - non celebreremo la Stabilità come valore assoluto. Potete dire no, siamo davanti a un bivio e non a un vuoto di alternative. Nel mare della Necessità, voi iscritti avete una libertà, e una responsabilità, che per anni vi avevamo negato.

Questa libertà, l'economista Amartya Sen la chiama capacitazione, empowerment. Specie in tempi di malessere economico e democratico, occorre dare ai cittadini il senso di avere un potere, tale da influenzare la politica: "La capacitazione è una sorta di libertà: la libertà sostanziale (...) di mettere in atto più stili di vita alternativi".

La socialdemocrazia sa perfettamente i rischi: fiuta il sì della base, ma non può esserne del tutto certa. La democrazia rappresentativa che vuol salvare potrebbe guastarsi ancor più. Se ha deciso di correre pericoli così vasti è perché ben maggiore gli è apparso il pericolo della stasi, delle cerchie partitiche sempre più lontane dalla base. Il voto sulla Grande Coalizione è un atto di consapevolezza, un conosci te stesso al contempo umile e astuto: se patteggiamo con chi abbiamo avversato senza consultare la base rischiamo il tracollo, l'illegittimità democratica. Accadde nella Grande Coalizione del 2005-2009: 23% di voti in meno, subito dopo. Non si violano impunemente i patti con l'elettore.

Dunque si torna alla prima fonte di legittimità che sono gli iscritti, troppo a lungo esautorati, dando loro nuovi diritti-poteri ma anche nuova voglia di far politica, di governare. Dice Sigmar Gabriel, presidente Spd: "L'intera responsabilità è nelle mani del singolo iscritto". Il partito deve rispondere alla base di quel che fa, e viceversa. Da promettenti che erano, i capi si fanno rispondenti.

Per questo le vicende tedesche sono così importanti per le nostre primarie. Dice Pippo Civati, pensando alla Spd: "Da noi abbiamo un partito ben diverso, che non si fa mai vivo con i suoi elettori". Il Pd declina, mentre Grillo sale. Non basta incoronare il capo, se non si sa bene cosa farà.

Non ammettere la crisi dei partiti, e in genere della democrazia rappresentativa, è la via più sicura per svilire ambedue. Come partito hai un potere dilatato al centro, più danaroso, ma in cambio immoli la fiducia degli elettori e le periferie. Lo spiega con nitida crudezza il politologo Piero Ignazi: il partito diventa un "cartello elettorale statocentrico" - parte dello Stato, non più controparte - ma perde legittimità scansando la società (Forza senza legittimità, Laterza 12). La forza persuasiva di ricostruttori come Fabrizio Barca (il suo candidato è Civati) nasce da analisi simili.

Adottare il conosci te stesso è colmo di insidie, non ignote alla Spd. Nella democrazia rappresentativa entrano elementi di democrazia diretta, e secondo alcuni la Costituzione ne soffre. Lo sostiene il giurista Christoph Degenhart, sul giornale Handelsblatt, e non è il solo: se gli iscritti possono disfare le politiche dei propri capi e parlamentari, cade un principio nodale della Carta: quello che vieta, in Germania e Italia, il vincolo di mandato. Barca ricorda tuttavia i dissensi tra i padri costituenti. Per Ruggero Grieco, l'esclusione di vincoli favoriva "il sorgere del malcostume politico".

Secondo Degenhart, il referendum prefigura un mandato imperativo, assente nella Carta: la base detterebbe legge ai rappresentanti. Non solo: anche il principio del popolo sovrano verrebbe eluso (art. 1 della nostra Costituzione. In Germania l'art. 20 include il "diritto alla resistenza" se la Carta è violata). Non sarebbe il popolo a decidere, ma infime sue porzioni. "La maggioranza vota i rappresentanti della politica, una minoranza vota sui contenuti" (Jasper von Altenbockum, Frankfurter Allgemeine 23-11).

A queste obiezioni, Gabriel replica segnalando il degrado della democrazia rappresentativa: il popolo sovrano non ha votato la Grande Coalizione (da noi non ha eletto le Larghe Intese). Consultare i militanti è forse l'unico modo per frenare la dilagante ripugnanza - in Germania si chiama Basta-Politik - per la politica e i partiti. Incostituzionale è escludere i corpi intermedi fra popolo e Stato (o governo): la vera sovranità apparterrà a ristrette élite di tecnici o parlamentari definiti Saggi. La Carta prescrive infine partiti democratici: anche quest'ordine va rispettato. "Il referendum farà scuola in Europa", aggiunge Gabriel.

L'ascesa del M5S è frutto di un deterioramento oligarchico della rappresentanza specialmente acuto. Accentuato da un Porcellum cui l'oligarca s'aggrappa. Immerso nella Basta-politik, Grillo esige come correttivo innesti di democrazia diretta e deliberativa. Poco chiaro resta l'orizzonte che propone, e se le ambiguità di una democrazia più referendaria siano percepite. Tutto dipende da come vengono poste le domande, nel nuovo ordinamento. Prendiamo il referendum sull'Europa, voluto o sognato da 5 Stelle. È un'uscita benefica dalla crisi della rappresentanza se i cittadini sono messi davanti a precisi propositi alternativi (nel caso della Grosse Koalition: salario minimo per tutti a partire dal 2017; età pensionabile che scende in alcuni casi da 65 a 63 anni). Non è benefica se la scelta è fra euro o non euro: sarebbe cadere da un guaio a un altro, dall'illusione tecnocratica a quella nazionalista, i cui disastri son noti.

Ben altra prospettiva se il referendum di M5S contenesse la domanda essenziale: "Visto che l'austerità europea non ha legittimità democratica, siete favorevoli o no a un'altra Europa, che mantenendo la moneta unica scelga come fondamento la solidarietà, gestisca insieme i debiti, abbia una Banca centrale prestatrice di ultima istanza, aumenti il bilancio comune per finanziare una collettiva ripresa ecosostenibile, si dia una vera costituzione democratica, non partecipi più supinamente a guerre esterne?". È la linea di Tsipras in Grecia, in vista delle elezioni europee di maggio, e in Italia di Virgilio Dastoli, presidente del Consiglio italiano del Movimento europeo. Allora sì varrebbe la pena indire un referendum: non solo in Italia ma nell'Unione. Non è la strada di 5 Stelle, ma quel che resta delle sinistre potrebbe imboccarla.

Grillo a parte, solo la sinistra riconosce, quando vuole, la forza ormai illegittima dei partiti. In Italia le destre sono mute, e altrove seguono arrancando. Enorme è la sua responsabilità, se mancherà l'occasione di reinventare sia la democrazia, sia l'Europa.
© Riproduzione riservata 04 dicembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/12/04/news/perch_le_primarie_non_bastano-72640115/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Renzi, Letta e i teorici dell’inciucio
Inserito da: Admin - Dicembre 13, 2013, 05:34:53 pm
Renzi, Letta e i teorici dell’inciucio
   
di Barbara Spinelli, da Repubblica, 11 dicembre 2013

Prima ancora che Matteo Renzi vincesse le primarie, era chiaro che la stabilità intesa come valore assoluto era una cornice vuota, senz’alcun dipinto dentro. Giaceva a terra, come il potere dei vecchi regimi che i rivoluzionari raccattano facilmente. Il nuovo segretario del Pd gli ha assestato il colpo di grazia, domenica a Firenze («ai teorici dell’inciucio diciamo: v’è andata male») e in un baleno il mondo di ieri è apparso ingrigito, obsoleto.

È così anche se Renzi non sarà che schiuma delle cose. Già da tempo in Europa son fallite le strategie anticrisi che come fondamento hanno scelto la sospensione della democrazia e dell’idea stessa di conflitto, sociale o politico. Anziché spegnersi, la crisi s’è acuita. Perfino il Wall Street Journal, in nome dei mercati, ha scritto il 24 novembre che i toni sempre bassi, i compromessi tra oligarchi, la pacificazione come dogma, prefigurano la «stabilità dei cimiteri». Continueranno a prefigurarla se Renzi non oserà un’autentica resa dei conti con Letta, e si consumerà in trattative, rinvii presto sgualciti, fiducie concesse avaramente, ma pur sempre concesse.

Il suo tempo è brevissimo, perché enorme è la forza d’inerzia dei vecchi regimi, anche se incartapecoriti. Possiedono l’energia del corpo che non cessa di gorgogliare anche dopo morto, come nell’Illustre Estinto di Pirandello: sottosegretari deputati e curiosi s’affollano nella camera ardente, e nel silenzio quasi sacro della scena può accadere l’inatteso: «Un improvviso borboglìo lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato? — Digestio post mortem, — sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch’era medico, appena poté rimettersi un po’ di fiato in corpo».

Il che vuol dire: nel ventre d’Italia tutto è ancora possibile, anche il borboglìo squacquerato che inneggia alla stabilità degli inciuci, e questo per il semplice fatto che il Paese vi sta rannicchiato da anni. Dante avrebbe detto, con i suoi magnifici neologismi: s’è in-ventrato nella stabilità oligarchica. Con linguaggio più moderno l’ultimo rapporto del Censis — presentato il 6 dicembre — usa metafore identiche. Narra un’Italia imbozzolata, senza «sale alchemico»: «sciapa, infelice », cerca riparo nella Reinfetazione.

Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis). È il dispositivo, al tempo stesso disciplinatore e rasserenante, che il pacificatore Napolitano coltiva da anni. Nella reinfetazione, scrive De Rita nel suo 47° rapporto, tutti i soggetti politici, i rappresentanti, le forze sociali, vivono «in stato di sospensione nelle responsabilità del Presidente della Repubblica». Vogliose, ma incapaci di «tornare a respirare».

Questo teorema avvizzisce d’un colpo: in realtà la reinfetazione «riduce la liberazione delle energie vitali. Implica il sottrarsi alle proprie responsabilità dei soggetti». Usa crisi e paure per salvaguardare il potere di poche, chiuse cerchie. Riduce e demonizza il conflitto, quando dovrebbe invece considerarlo sale della rinascita. Tradisce le speranze in Rodotà o Prodi. È probabile che gran parte degli elettori, votando Renzi e anche Civati (82%, insieme), più che un nuovo capopopolo abbia cercato precisamente questo: uscire dal ventre, chiudere l’era fetale, e fatale, cara a Napolitano. Riabilitare il conflitto, a cominciare da quello contro le larghe, strette, o larvate intese. Non sappiamo fino a che punto Renzi ne sia conscio. Se non lo è non gli basterà la veduta lunga consigliata da Fabrizio Barca. Entro un anno sarà sfinito.

Il rapporto del Censis non è stato il solo segno precursore. Non avremmo i sussulti odierni, senza la scossa di 5 Stelle. E anche la Corte costituzionale ci ha messo del suo, il 4 dicembre, abolendo un Porcellum carezzato per 8 anni dalla classe politica. È vero, nel gennaio 2012 proprio la Consulta bocciò il referendum col ritorno al Mattarellum chiesto da 1,2 milioni di cittadini. È innegabile, essa ci restituisce il grado zero della democrazia (la proporzionale). Ma mette i politici davanti alla verità e dice: volutamente avete preferito regole che hanno promosso i rappresentanti dei partiti anziché dei cittadini, allargando la faglia tra voi e loro, e questo lo dichiariamo illegittimo. Se non vi date da fare, avrete il proporzionale come nella Repubblica di Weimar. Una iattura? La questione è controversa, tra gli storici tedeschi: se Hitler vinse, sostengono molti, la colpa non fu solo del proporzionale.

Zagrebelsky ricorda giustamente che lo Stato continua, dopo la sentenza. Ma Stato non è sinonimo di governo. E il Parlamento attuale, pur non annullato, di fatto è «delegittimato dal punto di vista democratico»(Repubblica 8-12). Si è delegittimato lasciando che il gong, ogni volta, venisse suonato da fuori: da outsider come Grillo, i magistrati della Consulta, gli elettori dei referendum. Anche qui il Censis parla chiaro: la salvezza, anche economica, verrà dagli esterni. Dagli immigrati che si fanno imprenditori con più lena degli italiani, dalle donne che fondano aziende, persino dai giovani che fuggono all’estero e si riveleranno una risorsa. Tutti costoro, e tutti i movimenti cittadini di protesta, sono come un esercito straniero di liberazione: pronti ad approdare in Italia come le truppe anglo-americane in Sicilia e Calabria nel luglio e settembre ’43.

È uno sbarco generalizzato — Grillo ha dato il via, poi son venute la Consulta, le parole del Censis, le euforiche primarie — e per forza il popolo è «allo sbando», come l’8 settembre ’43 all’armistizio. Colpisce che l’espressione —Paese sbandato—appaia in tanti commenti di questi giorni. L’aveva usata Elena Aga Rossi, nel bel libro sulla fine della guerra (Una nazione allo sbando,2003). Furono anni di viltà, doppiezze furbesche: così affini agli anni presenti. Il governo Badoglio ordinò la resa agli alleati, ma senza rompere l’inciucio col socio nazista. Il giorno dopo fuggì col Re consegnando ai tedeschi due terzi dell’Italia, Roma compresa.

Seguì una reazione disperata del Paese, caotica. I più tornarono a casa senza battersi, e però la patria non morì: il 9 settembre nacque il Comitato di liberazione, e furono tanti i militari che rifiutando la doppiezza combatterono Hitler. Tuttavia il caos poteva esser risparmiato, se la rottura con il fascismo fosse stata netta. Se non fosse perdurata l’abitudine a restare nel suo ventre, a reinfetarsi. Ne nacquero film come Tutti a casa di Luigi Comencini, o ancor più Vita difficile di Dino Risi. Il protagonista di quest’ultimo — impersonato da Sordi — senza fine narra il nostro sperare e disperare, credere e sbandare. I suoi urli d’ira sulla litoranea di Viareggio, contro il Paese che ha tradito lui e la Resistenza, esplodono tali e quali in questi anni, questi giorni. Il voto a Renzi è l’ultimo della serie.

È una vittoria che molti (Renzi stesso, magari) vorrebbero usare a piacimento: per emarginare e silenziare le grida di cui è figlia. Troppo presto forse Enrico Letta ha detto: «Non è un voto contro di noi. È un argine contro il populismo e la deriva distruttiva, estremista» di Grillo, più che di Berlusconi. Il senso del voto è in mano a Renzi. Non mente quando dice: l’urlo dei Vday è altro dalle primarie. Ma nella sostanza è simile quel che muove ambedue: la rabbia, la sete di rigenerazione. Ignorarlo è rischioso, non solo per lui.

È rischioso anche per l’Europa, bisognosa di scosse simili. Non per scaricarla (lo Stato del tutto sovrano è imbroglio) ma per edificare, questo sì, una vera Comunità.

(11 dicembre 2013)

Da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/renzi-letta-e-i-teorici-dellinciucio/


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il vizio dell'8 settembre
Inserito da: Admin - Dicembre 13, 2013, 06:09:44 pm
Il vizio dell'8 settembre

di BARBARA SPINELLI
   
PRIMA ancora che Matteo Renzi vincesse le primarie, era chiaro che la stabilità intesa come valore assoluto era una cornice vuota, senz’alcun dipinto dentro. Giaceva a terra, come il potere dei vecchi regimi che i rivoluzionari raccattano facilmente. Il nuovo segretario del Pd gli ha assestato il colpo di grazia, domenica a Firenze («ai teorici dell’inciucio diciamo: v’è andata male») e in un baleno il mondo di ieri è apparso ingrigito, obsoleto.

È così anche se Renzi non sarà che schiuma delle cose. Già da tempo in Europa son fallite le strategie anticrisi che come fondamento hanno scelto la sospensione della democrazia e dell’idea stessa di conflitto, sociale o politico. Anziché spegnersi, la crisi s’è acuita. Perfino il Wall Street Journal, in nome dei mercati, ha scritto il 24 novembre che i toni sempre bassi, i compromessi tra oligarchi, la pacificazione come dogma, prefigurano la «stabilità dei cimiteri». Continueranno a prefigurarla se Renzi non oserà un’autentica resa dei conti con Letta, e si consumerà in trattative, rinvii presto sgualciti, fiducie concesse avaramente, ma pur sempre concesse.

Il suo tempo è brevissimo, perché enorme è la forza d’inerzia dei vecchi regimi, anche se incartapecoriti. Possiedono l’energia del corpo che non cessa di gorgogliare anche dopo morto, come nell’Illustre Estinto di Pirandello: sottosegretari deputati e curiosi s’affollano nella camera ardente, e nel silenzio quasi sacro della scena può accadere l’inatteso: «Un improvviso borboglìo lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrì tutti gli astanti. Che era stato? —
Digestio post mortem, — sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch’era medico, appena poté rimettersi un po’ di fiato in corpo».

Il che vuol dire: nel ventre d’Italia tutto è ancora possibile, anche il borboglìo squacquerato che inneggia alla stabilità degli inciuci, e questo per il semplice fatto che il Paese vi sta rannicchiato da anni. Dante avrebbe detto, con i suoi magnifici neologismi: s’è in-ventrato nella stabilità oligarchica. Con linguaggio più moderno l’ultimo rapporto del Censis — presentato il 6 dicembre — usa metafore identiche. Narra un’Italia imbozzolata, senza «sale alchemico»: «sciapa, infelice », cerca riparo nella Reinfetazione.

Reinfetazione è quando ti rifai feto: torni nella pancia, il cordone ombelicale ti tiene al guinzaglio. Finché non nasci, resti stabile tu e anche chi comanda: «Con annunci drammatici, decreti salvifici, complicate manovre, la classe dirigente si presenta come l’unica legittima titolare della gestione della crisi» (Censis). È il dispositivo, al tempo stesso disciplinatore e rasserenante, che il pacificatore Napolitano coltiva da anni. Nella reinfetazione, scrive De Rita nel suo 47° rapporto, tutti i soggetti politici, i rappresentanti, le forze sociali, vivono «in stato di sospensione nelle responsabilità del Presidente della Repubblica». Vogliose, ma incapaci di «tornare a respirare».

Questo teorema avvizzisce d’un colpo: in realtà la reinfetazione «riduce la liberazione delle energie vitali. Implica il sottrarsi alle proprie responsabilità dei soggetti». Usa crisi e paure per salvaguardare il potere di poche, chiuse cerchie. Riduce e demonizza il conflitto, quando dovrebbe invece considerarlo sale della rinascita. Tradisce le speranze in Rodotà o Prodi. È probabile che gran parte degli elettori, votando Renzi e anche Civati (82%, insieme), più che un nuovo capopopolo abbia cercato precisamente questo: uscire dal ventre, chiudere l’era fetale, e fatale, cara a Napolitano. Riabilitare il conflitto, a cominciare da quello contro le larghe, strette, o larvate intese. Non sappiamo fino a che punto Renzi ne sia conscio. Se non lo è non gli basterà la veduta lunga consigliata da Fabrizio Barca. Entro un anno sarà sfinito.

Il rapporto del Censis non è stato il solo segno precursore. Non avremmo i sussulti odierni, senza la scossa di 5 Stelle. E anche la Corte costituzionale ci ha messo del suo, il 4 dicembre, abolendo un Porcellum carezzato per 8 anni dalla classe politica. È vero, nel gennaio 2012 proprio la Consulta bocciò il referendum col ritorno al Mattarellum chiesto da 1,2 milioni di cittadini. È innegabile, essa ci restituisce il grado zero della democrazia (la proporzionale). Ma mette i politici davanti alla verità e dice: volutamente avete preferito regole che hanno promosso i rappresentanti dei partiti anziché dei cittadini, allargando la faglia tra voi e loro, e questo lo dichiariamo illegittimo. Se non vi date da fare, avrete il proporzionale come nella Repubblica di Weimar. Una iattura? La questione è controversa, tra gli storici tedeschi: se Hitler vinse, sostengono molti, la colpa non fu solo del proporzionale.

Zagrebelsky ricorda giustamente che lo Stato continua, dopo la sentenza. Ma Stato non è sinonimo di governo. E il Parlamento attuale, pur non annullato, di fatto è «delegittimato dal punto di vista democratico» (Repubblica 8-12). Si è delegittimato lasciando che il gong, ogni volta, venisse suonato da fuori: da outsider come Grillo, i magistrati della Consulta, gli elettori dei referendum. Anche qui il Censis parla chiaro: la salvezza, anche economica, verrà dagli esterni. Dagli immigrati che si fanno imprenditori con più lena degli italiani, dalle donne che fondano aziende, persino dai giovani che fuggono all’estero e si riveleranno una risorsa. Tutti costoro, e tutti i movimenti cittadini di protesta, sono come un esercito straniero di liberazione: pronti ad approdare in Italia come le truppe anglo-americane in Sicilia e Calabria nel luglio e settembre ’43.

È uno sbarco generalizzato — Grillo ha dato il via, poi son venute la Consulta, le parole del Censis, le euforiche primarie — e per forza il popolo è «allo sbando», come l’8 settembre ’43 all’armistizio. Colpisce che l’espressione — Paese sbandato—
appaia in tanti commenti di questi giorni. L’aveva usata Elena Aga Rossi, nel bel libro sulla fine della guerra (Una nazione allo sbando, 2003). Furono anni di viltà, doppiezze furbesche: così affini agli anni presenti. Il governo Badoglio ordinò la resa agli alleati, ma senza rompere l’inciucio col socio nazista. Il giorno dopo fuggì col Re consegnando ai tedeschi due terzi dell’Italia, Roma compresa.

Seguì una reazione disperata del Paese, caotica. I più tornarono a casa senza battersi, e però la patria non morì: il 9 settembre nacque il Comitato di liberazione, e furono tanti i militari che rifiutando la doppiezza combatterono Hitler. Tuttavia il caos poteva esser risparmiato, se la rottura con il fascismo fosse stata netta. Se non fosse perdurata l’abitudine a restare nel suo ventre, areinfetarsi. Ne nacquero film come Tutti a casa di Luigi Comencini, o ancor più Vita difficile di Dino Risi. Il protagonista di quest’ultimo — impersonato da Sordi — senza fine narra il nostro sperare e disperare, credere e sbandare. I suoi urli d’ira sulla litoranea di Viareggio, contro il Paese che ha tradito lui e la Resistenza, esplodono tali e quali in questi anni, questi giorni. Il voto a Renzi è l’ultimo della serie.

È una vittoria che molti (Renzi stesso, magari) vorrebbero usare a piacimento: per emarginare e silenziare le grida di cui è figlia. Troppo presto forse Enrico Letta ha detto: «Non è un voto contro di noi. È un argine contro il populismo e la deriva distruttiva, estremista» di Grillo, più che di Berlusconi. Il senso del voto è in mano a Renzi. Non mente quando dice: l’urlo dei Vday è altro dalle primarie. Ma nella sostanza è simile quel che muove ambedue: la rabbia, la sete di rigenerazione. Ignorarlo è rischioso, non solo per lui.

È rischioso anche per l’Europa, bisognosa di scosse simili. Non per scaricarla (lo Stato del tutto sovrano è imbroglio) ma per edificare, questo sì, una vera Comunità.

© Riproduzione riservata 11 dicembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/12/11/news/il_vizio_dell_8_settembre-73284143/?ref=HREC1-11


Titolo: BARBARA SPINELLI : risposta a Eugenio Scalfari sul M5S
Inserito da: Admin - Dicembre 16, 2013, 04:43:35 pm
Barbara Spinelli: risposta a Eugenio Scalfari sul M5S

di BARBARA SPINELLI
   
Sono stupita dalle parole che Eugenio Scalfari dedica non tanto e non solo alle mie idee sulla crisi italiana ma, direttamente, con una violenza di cui non lo credevo capace, alla mia persona.

Violento è infatti l'uso che fa di Altiero Spinelli, del quale nessuno di noi può appropriarsi: chi può dire come reagirebbe oggi, di fronte alle rovine d'Italia e dell'Europa da lui pensata nel carcere dove il fascismo l'aveva rinchiuso, e difesa sino all'ultimo nel Parlamento europeo? Non ne sono eredi né Scalfari, né il Presidente della Repubblica, e neppure io. Il miglior modo di rispettare i morti è non divorarli, il che vuol dire: non adoperarli per propri scopi politici o personali. Mi dispiace che Scalfari abbia derogato a questa regola aurea.

Quanto al Movimento 5 Stelle, io dico che va ascoltato: non è solo l'Italia peggiore che ha votato per lui a febbraio. Senza la sua scossa il discorso pubblico continuerebbe a ignorare la crisi dei partiti, i modi del loro finanziamento, l'abisso che li separa dalla loro base. Mettere M5S sullo stesso piano di Marine Le Pen o di Alba Dorata più che un errore è una controverità. È anche un gesto di intolleranza verso chi la pensa diversamente. In proposito vorrei dire un'ultima cosa: è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all'interno d'una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi.

---

Cara Barbara, come ti avevo promesso ieri, io ho già dimenticato le cose per me sgradevoli che ho ascoltato nella trasmissione di Travaglio e quelle che tu hai scritto su Grillo sul nostro giornale. L'unica cosa che non dimentico è il mio antico affetto nei tuoi confronti.
Eugenio Scalfari

© Riproduzione riservata 16 dicembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/12/16/news/spinelli_risposta_a_scalfari_su_m5s-73708579/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - I ribelli dei forconi e i luoghi della vita
Inserito da: Admin - Dicembre 18, 2013, 06:02:05 pm
I ribelli dei forconi e i luoghi della vita

di BARBARA SPINELLI
   
Fin qui abbiamo visto come in uno specchio, in maniera confusa, l'impoverirsi italiano: lo leggevamo nella scienza triste delle statistiche, delle percentuali. Ora lo vediamo faccia a faccia: è l'insurrezione formidabile, generalizzata, di chi patisce ricette economiche che piagano invece di risanare.

Non è insurrezione pura, anzi il contrario. Non è collera di operai ma dei più svariati mestieri, perché tutti precipitano, anche il ceto medio che s'immaginava scampato e tanto più si sgomenta. In molte regioni il movimento è agguantato dalle mani predatrici della destra estrema, o berlusconiana, o leghista.

Già sei anni fa, il Censis avvertì governi e politici: attenzione - disse - l'Italia è una "poltiglia" che ha smesso di sperare nel futuro, non potete far finta di niente. Prima ancora, fra il 2003 e il 2004, nacque la canzone che divenne emblema del sito di Grillo ed è oggi parola ricorrente del movimento 9 dicembre: "Non ce la faccio più!". Qualche mese fa sui muri di Atene comparve una scritta, contro l'Unione europea, che echeggia il nuovo antieuropeismo italiano: "Non salvateci più!".

È detta rivolta dei forconi, perché volutamente rimanda alle jacquerie contadine del '300. Neppure questa è una novità. La crisi frantuma la società, il vecchio scontro fra chi nella scala sociale stava sopra e chi sotto è soppiantato dall'atroce separazione tra chi sta dentro i castelli signorili e chi è fuori: escluso, non visto, non più rappresentato, ignaro della vecchia contrattazione perché il sindacato protegge i protetti, non chi è allo sbando. Hilary Mantel, scrittrice inglese, sostiene che gli inglesi son ricaduti nel Medio Evo: "La povertà è di nuovo equiparata a fallimento morale e debolezza, e l'assistenza pubblica anziché un diritto è un privilegio".

C'è di tutto, nel tumulto degli impoveriti: i piccoli commercianti che non rientrano dallo scoperto bancario, gli artigiani senza soldi per pagare le tasse e puniti dai tassi usurai praticati da Equitalia, i proletari giovanili del precariato, gli autotrasportatori, e il popolo delle partite Iva che usava evadere, che votava Lega, ed è ora sul lastrico. Non stupisce che nel movimento si attivino destre eversive come Forza Nuova o CasaPound. La Casa della Legalità a Genova sospetta infiltrazioni mafiose a Torino, Imperia, Ventimiglia, Savona. Alcuni inneggiano a governi militari, come in Grecia. Andrea Zunino, agricoltore, rappresenta solo se stesso ma si proclama leader e confessa, a Vera Schiavazzi su Repubblica, la sua ammirazione per la dittatura nazionalista e xenofoba del premier ungherese Orbàn. Si domanda, anche, come mai "5 o 6 tra i più ricchi del mondo siano ebrei".

Lo sguardo lungo della storia è utile, per ascoltare e capire la storia mentre si fa. Forse più dello sguardo degli economisti, disabituati a pensare l'uomo quando dice, nel sottosuolo, "non ne posso più". Jacques Le Goff, non a caso specialista del Medio Evo, denunciò già nel '97 la nefasta smemoratezza storica degli economisti: "Una lacuna tanto più disdicevole se si pensa che la maggior parte degli stessi economisti, che hanno acquisito nelle nostre società e presso i governi europei e mondiali un'autorità spesso eccessiva e a volte ingiustificata, non hanno una buona conoscenza della storia economica e, cosa ancor più grave, si preoccupano poco della dimensione storica".

Anche l'apparire di un personaggio come Pierre Poujade, negli anni '50 in Francia, sorprese le élite dominanti quando si mise alla testa di una vastissima rivolta di piccoli commercianti e artigiani fino allora trascurati. Anche quel movimento, effimero ma per alcuni anni possente, covava sporadici pensieri fascistoidi, antisemiti (il bersaglio era il premier Mendès France, "non autenticamente francese"). Gli intellettuali lo stigmatizzarono, da Roland Barthes a Maurice Duverger. Più fine e terribilmente attuale il giudizio che diede lo storico-geografo André Siegfried: figli reietti della deflazione, i poujadisti "si dibattono nel chiasso, con i gesti disordinati della gente che annega".

Qui si ferma tuttavia il paragone. Poujade spuntò nell'era della ricostruzione e del Piano Marshall, a partire dal 1953. Lottava contro le trasformazioni di una crescita forte: le prime catene di supermercati che bandivano i negozi tradizionali, e le tasse innanzitutto, che dopo la Liberazione misero fine a tanti vantaggi - penuria, prezzi alti, mercato nero - accumulati in guerra dal piccolo commercio. Ben altro clima oggi: c'è deflazione, ma senza trasformazioni e senza vere rappresentanze locali. È una discesa di tutti, tranne per i ricchissimi.

Forse per questo viene meno il mito della Piazza, caro a Poujade. La piazza romana divide i capi dell'odierno movimento, e i più temono infiltrazioni neofasciste. La parola che usano di più è "presidio". Importante non è sfilare davanti al centro del potere ma presidiare i propri territori, i "pochi metri quadrati di pavimento" di cui parla Kafka, su cui a malapena stanno diritti.

Ma, soprattutto, quel che manca oggi alla rivolta è un'egemonia culturale e politica che la interpreti e non la sfrutti elettoralmente. Il poujadismo fu all'inizio egemonizzato dai comunisti, che presto si ritrassero. Poi fu De Gaulle ad assorbirlo. La partitocrazia esecrata dai poujadisti fu lui a spegnerla, creando una repubblica presidenziale; e poté farlo perché nella Resistenza era stato uomo senza macchia, capace di incarnare il meglio e non il peggio della nazione, di redimerla e non di inchiodarla ai suoi vizi. Non così da noi: specie nell'ultimo trentennio.

Sono tante le colpe di chi ha lasciato gli impoveriti senza rappresentanza e senza futuro. "Troppo volgare è stato l'esodo della sinistra, di tutte le sinistre, dai luoghi della vita", scrive Marco Revelli sul Manifesto del 12 dicembre, e pare di riascoltare l'economista Federico Caffè quando deprecava il "mito della deflazione risanatrice" e l'indifferenza dei politici, degli economisti, degli stessi sindacati, a chi questo mito lo pagava immiserendosi.

Gli adoratori del mito fanno capire che non c'è niente da fare: altra medicina non esiste. Mario Monti quand'era premier invitò addirittura a rassegnarsi: una generazione è perduta. La realtà è ancora più cupa, se pensiamo che in Italia i Neet (le persone che non lavorano né studiano-Not in Education, Employment or Training) sono il 27% fra i 15 e i 35 anni, non fra i 16 e i 25 come si calcola in altre democrazie: vuol dire che stiamo parlando ormai di due generazioni perdute, non di una sola.

C'è da fare invece, se si aprono gli occhi su quel che accade nei luoghi della vita (sono questi i "presìdi"), e non si trasforma la rivolta in mero affare di ordine pubblico. Se la sinistra non lascia alle destre il monopolio su una disperazione in parte poujadista e regressiva, in parte assetata di giustizia e uguaglianza di diritti. Se si tira la gente verso l'alto e non il basso; verso l'Europa da cambiare e non verso la bugia dell'assoluta sovranità nazionale. È un insulto al movimento bollarlo come fascista, ma anche abbracciarlo con euforica, ipocrita, e finta acquiescenza. Senza linguaggio di verità, inutile sperare in un'egemonia culturale che aiuti a pensare chi insorge. È quel che tenta Paolo Ferrero, quando adotta il parlar-vero e dice al movimento: in fondo la vostra è una battaglia subalterna al liberismo che combattete; è dal liberismo che attingete i vostri slogan anti-statalisti, anti-tasse, anti-sindacato.

Non ha torto: molto accomuna i nuovi movimenti italiani al moderno tea party americano, oltre che al poujadismo di ieri. Meglio schiodarsi da simili modelli, se non si vuol restar prigionieri di un nazionalismo che vuol liquidare il Welfare, e che non aiuterà chi soffre la povertà e la perdita dei diritti.

© Riproduzione riservata 18 dicembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/12/18/news/analisi_forconi-73900412/?ref=HREC1-2


Titolo: BARBARA SPINELLI - I legislatori del futuro
Inserito da: Admin - Dicembre 24, 2013, 06:09:33 pm
I legislatori del futuro

di BARBARA SPINELLI
24 dicembre 2013
   
Sei anni sono passati dall'inizio della crisi, e tre sono gli stati d'animo di chi in Europa governa lo squasso o lo patisce. C'è chi si complimenta con se stesso, convinto che il peggio sia alle spalle: nei Paesi debitori le bilance di pagamento tornano in pareggio, l'intervento lobotomizzatore è riuscito, anche se il paziente intanto è stramazzato. Ci sono i catastrofisti, che ritengono euro e Unione un fiasco.

Di qui l'appello a riprendersi la sovranità monetaria sconsideratamente immolata. Infine ci sono gli europeisti insubordinati: essendo la crisi non finanziaria ma politica, è l'Unione che urge cambiare, subito e radicalmente.

I veri rivoluzionari sono gli ultimi, perché vogliono scalzare il potere delle inette oligarchie che l'hanno guastata e crearne un altro, non oligarchico. La questione della sovranità sequestrata non viene affatto negata, ma posta in altro modo: esigendo accanto alle malridotte sovranità statali una sovranità europea effettiva, solidale e quindi federale, dotata di una Banca centrale prestatrice di ultima istanza. Nietzsche li avrebbe chiamati i "legislatori del futuro", dediti a un "compito colossale" ma ineludibile: non contentarsi di constatare la crisi, ma "determinare il Dove e Perché" del cammino umano, fissando nuovi princìpi.

Sono gli unici in grado di adottare l'antica, nobile filosofia scettica: la realtà costituita è apparenza, e il compito colossale consiste nel confutarla col pensiero e gli atti. A ogni tesi corrisponde un'antitesi: il mondo non è senza alternative. Quest'ultimo è insensato oltre che menzognero, ragion per cui i rivoluzionari sono avversari dell'immobilismo, che professa l'Europa a parole. Quando sentono parlare di bicchiere mezzo pieno s'impazientano, perché un pochetto di vino va bene per i tempi tiepidi, non per i bollenti. Non a caso la parola greca skepsis significa ricerca, indagine: gli scettici si dissero "ricercatori", visto che tutte le questioni erano aperte.

Non stupisce che umori analoghi si manifestino a Atene, nei programmi di Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale ellenica ed europea. La Grecia infatti è stata non solo un Paese immiserito dal trattamento deflazionistico. L'hanno usata come cavia, come animale da esperimento biologico. Biologico alla lettera: quanto e come avrebbe resistito, viva, alla cura da cavallo? Non ha resistito. La bilancia dei pagamenti è risanata ma si è gonfiato un partito nazista, Alba Dorata. Dal paese-cavia giungono notizie costernanti: ai suicidi, s'aggiungono quest'inverno i morti carbonizzati da malconce stufe a legna, usate quando non hai soldi per l'elettricità (sito di Kostas Kallergis). Tra i legislatori del futuro non dimentichiamo i Verdi di Green Italia. Lista Tsipras e Verdi potrebbero unire gli sforzi, se non saranno esclusi dal Parlamento europeo che sarà eletto il 22-25 maggio.

La lotta non è tra europeisti e antieuropeisti (i poli sono tre, non due). È tra chi si compiace in pigri rinvii, chi fugge, e chi vuol scompigliare l'Unione disunita. Questo pensano i firmatari dell'appello di domenica sul Manifesto. Èurgente - dicono - un'inversione di tendenza, che affidialle istituzioni nazionali ecomunitarie il compito di realizzare politiche espansive, ealla Banca centrale europea una funzione prioritaria di stimolo alla crescita: "Ammesso che considerare il pareggio di bilancio un vincolo indiscutibile sia potuto apparire sin qui una scelta obbligata, mantenere tale atteggiamento costituirebbe d'ora in avanti un errore imperdonabile, ela responsabilità più grave che una classe dirigente possa assumersi al cospetto della società che ha il dovere di tutelare". Tra le firme: Stefano Rodotà, Luciano Canfora, Marcello De Cecco, Adriano Prosperi, Guido Rossi, Salvatore Settis.

C'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni: l'Europa così com'è - e forse le democrazie - non sono attrezzate per pensare e affrontare le crisi, se per crisi s'intende non un'effimera rottura di continuità ma un punto di svolta, un'occasione che ci trasforma. Crisi simili sono temute, perché minano oligarchie dominanti e ricette fondate su vecchie nozioni di Pil, oggi molto contestate. Come nella peste di Atene o nella guerra civile di Corcira (Corfù), narrate da Tucidide, la corruzione dilaga e gli uomini diventano "indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane" (alle costituzioni democratiche, oggi). Nessuno crede che otterrà giustizia e uguaglianza ("Nessuno sperava di restare in vita fino al momento della celebrazione del processo e della resa dei conti"). Quanto ai capi della fazioni di Corcira: "A parole servivano lo Stato; in realtà lo consideravano alla stregua del premio di una gara".

Quello che abbiamo visto in questi giorni a Lampedusa e a Roma - in centri sfacciatamente chiamati d'accoglienza - è rivelatore: uomini e donne denudati per ripulirli d'una scabbia contratta dopo l'ingresso nei recinti, e a Roma ribelli che si cuciono le bocche. Chi ha visto il film di Emanuele Crialese (Nuovomondo) ricorderà la vergogna di Ellis Island, presso la statua della libertà a New York: l'umiliazione dei controlli medici, fisici, mentali, cui i trapiantati erano sottoposti. Isola delle Lacrime, era chiamata. Il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini va oltre: denudare in pubblico un essere umano ricorda i Lager.

Se la crisi è paragonabile a una peste, se sconvolge costituzioni e democrazia, se secerne rabbie tanto vaste (la Lega parla di "euro criminale"), non bastano più i piccoli progressi di cui si felicitano i governanti. Esemplare è l'Unione Bancaria concordata il 18 dicembre a Bruxelles dai leader europei. È stata descritta come un "risultato storico". In realtà è un inganno, spiegano critici seri come Wolfgang Münchau e Guy Verhofstadt sul Financial Times, o Federico Fubini su Repubblica.

L'unione delle banche vedrà la luce solo fra 10 anni, come se la crisi non esistesse già adesso, e le somme che saranno allora a disposizione delle banche in difficoltà sono ridicole: appena 55 miliardi di euro, "quanto basta per un unico intervento di medie dimensioni (una sola banca, ndr), a fronte di bilanci bancari che in totale valgono 25 mila miliardi" (Fubini, 20-12). Anche l'economista Rony Hamaui, sul sito Voce. it, è esterrefatto: è bene che non siano i contribuenti ma i privati a pagare, ma la somma in cantiere è niente, "se pensiamo che i governi europei hanno mobilitato in questi anni risorse per oltre 4500 miliardi". Angela Merkel ha voluto quest'accordo al ribasso: la sua rielezione, e la coalizione con i socialdemocratici, sono non un progresso ma una regressione e una chiusura.

Non è la prima volta che l'Europa si trincera nell'ottusità, davanti a scosse gravi. Anche in politica estera è così. Parigi ad esempio chiede aiuti per gli interventi in Africa, ma si guarda dal condividere e discutere la sua politica estera con il resto dell'Unione, e con Berlino che lo domanda da quando nacque l'euro.

Purtroppo le dittature sembrano più equipaggiate delle democrazie, di fronte alle crisi e alle rivoluzioni. Vedono crisi e sovversioni in ogni angolo, il che le rende paradossalmente più mobili, guardinghe. La rapidità con cui Putin decide le sue mosse è significativa: sia quando profitta della sua ricchezza energetica per legare a sé l'Ucraina e vietarle l'associazione con l'Unione europea, sia quando scarcera i propri dissidenti: tardi ma al momento giusto.

La sete dell'uomo forte non meraviglia. È la sete dei catastrofisti, ma anche di chi difende lo status quo. Solo i legislatori del futuro resistono. Sanno che il futuro dovrà costruirsi sul rispetto delle Costituzioni, e su un'idea di bene pubblico che è stata l'Europa a inventare, per far fronte col Welfare alla triplice sciagura della povertà, della disuguaglianza, delle guerre civili.
© Riproduzione riservata 24 dicembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/12/24/news/i_legislatori_del_futuro-74379993/?ref=HRER1-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La lezione americana sulla crisi dell'auto
Inserito da: Admin - Gennaio 16, 2014, 04:47:41 pm
La lezione americana sulla crisi dell'auto

di BARBARA SPINELLI

Quando le crisi sono devastanti non si può fare a meno dello Stato, perché solo quest'ultimo è in grado di metter fine alla devastazione, solo il pubblico sa scommettere sul futuro senza pretendere l'immediato profitto cercato da cerchie sempre più ristrette di privati. Parlando con Ezio Mauro, nell'intervista del 10 gennaio, Sergio Marchionne dice questo, in sostanza, e l'ammissione è importante. Lo dice raccontando una storia di successo - la fusione tra Fiat e Chrysler - e tutte le fiabe sul mercato che guarisce senza Stato si sbriciolano.

Senza quasi accorgersene, l'amministratore delegato ridipinge anche l'immagine di se stesso: la figura thatcheriana dell'imprenditore che sfianca i sindacati più resistenti, promettendo un capitalismo che distruggendo crea, e poco importa se la società si disintegra. Si sbriciola anche quest'illusione, se c'è stata. Le Grandi Depressioni non sono redentrici; la Fabbrica Italia su cui giurò nell'estate 2012 è fallita.

La frase chiave nella narrazione di Marchionne mi è parsa la seguente: "La nostra fortuna è stata di poter trattare direttamente con il Tesoro (americano), con la task force del Presidente Obama: non con i creditori di Chrysler, come voleva la vecchia logica. Se no, oggi non saremmo qui". L'idea era di far rinascere Fiat "in forma completamente diversa", e solo lo Stato federale Usa poteva fronteggiare - mettendoci la faccia, e i soldi - una crisi depressiva che Marchionne definisce "spaventosa" ("I manager uscivano per strada con gli scatoloni perché le aziende chiudevano (...) non so se mi spiego"). In ogni grande svolta, specialmente quando spavento e cupidigia divorano i mercati, solo la forza pubblica possiede lo sguardo lungo, il dovere solidale, la temerarietà, di cui son sprovviste le vecchie logiche.

L'amministratore delegato non lo dice espressamente ma la vecchia logica è quella, tuttora spadroneggiante, del mercato che crolla e si rialza come Lazzaro, senza però che nessuno lo richiami in vita. Si rialza spontaneamente, come Marchionne forse immaginò per un certo tempo: tagliando i costi del lavoro, secernendo guerre tra poveri, e tra poveri e sindacati. La redenzione è mancata: non poteva venire dagli investitori, né dal "sistema digestivo delle banche che si era bloccato".

La crisi iniziata nel 2007-2008 ha mostrato quel che pure era evidente, dopo i disastri degli ultimi secoli e in particolare dopo la Depressione del '29. Il dogma del laissez-faire, dell'economia lasciata libera di farsi e disfarsi senza obblighi speciali, dello Stato che deve sottomettersi a questa benevola legge naturale e restringere al massimo la sua presenza, regolarmente s'è infranto contro il muro, smentito dai fatti. Obama ha "creduto" al progetto Fiat, e a un certo punto ha scavalcato gli spiriti animali del mercato (creditori, banche), incapaci di credere e digerire alcunché. Dice Marchionne che gli americani, a differenza degli europei e degli italiani, hanno una propensione, "quasi naturale", a incoraggiare i cambiamenti, la voglia di ripartire: ad "aprirsi al mondo e non chiudersi in casa, soprattutto quando intorno c'è tempesta".

Proprio la sua narrazione tuttavia cela una verità più profonda: questa propensione non è affatto naturale. Si risveglia quando la forza pubblica programma le mutazioni, dedica loro risorse. Quel che Baudelaire scrive a proposito del bello e della ragione vale anche per l'economia: tutte le azioni e i desideri del puro uomo naturale sono mortifere; tutto quel che è nobile e bello nasce dalla ragione e dal calcolo, dalla filosofia, dalle religioni e dall'artificio. Dal maquillage: da trucchi e belletti.

Così avvenne dopo la Grande Depressione, quando Roosevelt lanciò il suo New Deal, il patto contro la paura e la povertà. Il vecchio continente non fu da meno, e in fondo è ingiusto dire che noi europei, per cultura e storia, "siamo condizionati dal passato, e l'idea di chiuderlo per far nascere una cosa nuova ci spaventa". Fu cosa nuova pensare, nel mezzo dell'ultima guerra, due cose simultaneamente: l'unità economica e politica dell'Europa, e lo scudo contro povertà e depressioni che è il Welfare. William Beveridge, che del Welfare fu l'artefice, si batté per ambedue gli obiettivi.

L'Europa non è geneticamente meno innovativa degli Stati Uniti. Se ha perso questa capacità, se come un Politburo s'aggrappa alla linea dell'austerità quasi fosse una linea di partito, se lo Stato italiano è un motore che ingoia le ricette recessive senza muoversi, non vuol dire che ereditariamente siamo inadatti. Significa che non possediamo l'ambizione politica - dunque la corporatura geografica - su cui può contare Obama, che non a caso si richiama più volte a Roosevelt. Non dimentichiamo che l'assistenza sanitaria universale è invenzione europea. Che Obama non sa come imporla a una destra enormemente sospettosa verso lo Stato. Chiudere il passato è difficile per lui come per noi. Anche lì capita che "porti un'idea nuova e trovi subito dieci obiezioni", come Marchionne dice dell'Italia.

Non so cosa pensi Marchionne della crisi nata nel 2007, ma qui importa il suo racconto e il racconto conferma che all'origine del male c'è l'assoggettamento dei poteri pubblici alle forze spontanee del mercato, al "puro uomo naturale". Un assoggettamento che continua a dispetto dei traumi subiti, come se il rimedio all'intossicazione fosse il veleno stesso che l'ha causata.

Questo perché l'economia del laissez-faire resta un'ideologia, proprio come ai tempi in cui John Maynard Keynes ne denunciò le insidie, le menzogne. Il suo saggio del 1926 sulla "Fine del laissez-faire" andrebbe riletto ogni giorno dai Politburo europei e nazionali. Il liberismo del lasciar-fare è a suo parere un idolo appannato, un mostro letargico: sopravvive grazie all'inclinazione - perversa, comoda - a semplificare le complessità, a occultare le smentite. È una teoria darwinista, che seleziona il più forte e distrugge tutto quel che sta intorno: società, persone, Stati, democrazia. Chi vince, scrive Keynes, sono solo le giraffe col loro collo lunghissimo, che riescono a mangiare le ultime foglie rimaste in cima all'albero: gli animali col collo corto muoiono di fame. Il mercato lasciato a se stesso è quell'albero. Produce misantropia diffusa e diseguaglianze esiziali.

L'intervista di Marchionne è significativa perché avvalora la triste parabola delle giraffe: la recessione è alle spalle, ci dicono, la cima dell'albero è di nuovo piena di foglie, ma il prezzo è la sopravvivenza del più adatto. Anche la disuguaglianza è spaventosa, e spiega certe convergenze fra ideologi delusi del laissez-faire e i loro contestatori. Non è raro, ad esempio che il liberista Brunetta si dica d'accordo con Landini della Fiom, ancor ieri un eretico.

Non è detto che la svolta sia vicina. Non sappiamo se Marchionne ambisca sul serio a "dare forma e significato alla società del futuro". Se abbia ricordo del Piano Marshall da lui invocato nel giugno 2013: che creò coesione nazionale e stabilità, ma grazie a immensi investimenti pubblici in Europa. Se il "sogno di cooperazione industriale a livello mondiale" favorirà davvero la reintegrazione ("sempre che il mercato non crolli un'altra volta") di tutti i cassaintegrati Fiat.
Quel che resta, leggendo l'intervista, è l'amarezza per l'incapacità europea e italiana di attivarsi come Washington. L'Unione è divenuta una setta che riconosce i fatti solo se combaciano con le sue profezie e ideologie, scrive l'economista greco Yanis Varoufakis. Logica vorrebbe che fosse lei, per prima, a scommettere sulla "società del futuro". Dovrebbe metterci la faccia e i soldi, come Obama. Dovrebbe divenire una Federazione. Con la storia che ha potrebbe perfino riuscire meglio di Obama, prigioniero spesso delle destre antistataliste.

(15 gennaio 2014) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/economia/2014/01/15/news/la_lezione_americana_sulla_crisi_dell_auto-75969613/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - La fiaba moderna della Grande Trattativa
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2014, 06:55:51 pm
La fiaba moderna della Grande Trattativa

di BARBARA SPINELLI
   
DIFFICILE pensare che un politico accorto, abituato a vincere, usi le parole a casaccio. Che si spinga fino a dire, come Renzi dopo l’incontro con Berlusconi al Nazareno, che nel colloquio è emersa «profonda sintonia». Sintonia si ha quando il suono che emetti s’accorda perfettamente con un altro. Se poi è addirittura profonda, ogni incongruenza diventa schiuma delle cose. Schiuma la condanna giudiziaria del Cavaliere; schiuma l’imperio della legge.

Armonia regna. La Grande Trattativa può iniziare. Se fosse una fiaba, e non un pezzo emblematico di storia italiana, le incongruenze sarebbero normali: la montagna che scali è in realtà una pianura, i sassolini bianchi che raccogli nel bosco ti fanno dimenticare che la madre ti ha scacciato e gettato nella notte. Stoffa delle fiabe è anche il ripetersi del perturbante, che risbuca uguale a se stesso finché l’incanto si spezza.

Non così in politica, dove il perturbante stride: per alcuni insopportabile, per altri incomprensibile. Quando la politica prescinde così platealmente dalla giustizia, quest’ultima evapora. Negoziare non solo la legge elettorale ma anche la Costituzione con un pregiudicato è difficilmente giustificabile perché gli italiani si diranno: ma come, Berlusconi non era interdetto? incandidabile? Che ne è, della maestà della Legge?

La fiaba, dice Cristina Campo, è una professione di fede; è «incredulità nella onnipotenza del visibile». Non fidarti di quel che vedi, credi piuttosto nell’invisibile, nel sotterraneo. Non è successo nulla nei tribunali, Berlusconi s’è candidato alle europee e nessuno inarca il sopracciglio. Quel che hai visto al Nazareno, la favola lo rende possibile: la politica più che autonoma è sconnessa dalla giustizia, Berlusconi ha milioni di elettori e solo questo conta. Lui l’ha sempre preteso.
La sintonia affiorò subito, quando il manager entrò in politica col suo enorme conflitto di interessi e gli fu condonato. A più riprese fu poi protetto; in momenti critici Napolitano gli diede tempo per rialzarsi; ogni volta lo scettro gli fu restituito. Lo stesso accade oggi, sei mesi dopo la sentenza: il condannato s’accampa sugli schermi come cofondatore, addirittura, di nuove Costituzioni. «La pacificazione che non è riuscita a Letta è andata in porto con Renzi», si compiace Forza Italia.

La pacificazione copre punti cruciali, a cominciare dalla legge elettorale. Per Berlusconi l’Italia deve essere bipolare, perfino bipartitica: sempre ha detto che l’esecutivo non va imbrigliato. Solo di recente ha accettato, per convenienza, larghe intese. Renzi gli fa eco: l’accordo «garantisce la governabilità, il bipolarismo, ed elimina il ricatto dei partiti piccoli». La rappresentatività neanche è menzionata. Forza Italia recupererà Alfano, ma il Pd chi recupererà? Non solo: Berlusconi ha sempre voluto Camere di nominati, e con le liste boccate (sia pur piccole) i nominati torneranno. Forse Renzi ci ripenserà. Al momento, anch’egli sogna deputati controllabili. Ha tirato fuori il doppio turno: che evita gli inciuci, non i parlamenti blindati.

Una minoranza del Pd s’indigna («Mi sono vergognato », ha detto Fassina, e Cuperlo si è dimesso da Presidente). Ma anche qui regna l’infingimento fiabesco. Chi s’offende ha fatto le stesse cose, per vent’anni, senza vergogna in eccesso. Agì nell’identico modo Veltroni, quando nel gennaio 2008 proclamò a Orvieto che il Pd rompeva le alleanze e «correva da solo» contro Berlusconi. Meno di quattro mesi dopo il governo Prodi cadeva, Berlusconi saliva al trono. Né furono meno corrivi D’Alema, Violante, che ignorarono la legge sul conflitto d’interessi aprendo le porte al capo d’un impero televisivo. Dicono alcuni che Renzi può patteggiare, essendo «nato-dopo» questa storia di compromessi. Ma i nati-dopo sono responsabili della Storia (compresa la non elezione di Prodi e Rodotà al Quirinale, compreso il tradimento dei 101) anche se personalmente incolpevoli. Da quando guida il Pd, l’incolpevole risponde del passato, e di un’autocritica storica che tarda a venire.

Sostiene Renzi che tutto è diverso, oggi: la sintonia è semplice accordo, obbligato e «fatto alla luce del sole». La consolazione è magra. Berlusconi esce dalla notte ed entra nel giorno, con lui si rifanno leggi elettorali e anche costituzioni. Smetterà d’essere considerato un pregiudicato e dunque infido. Già ha smesso: è il senso simbolico-fatato della Grande Trattativa.

Conta a questo punto sapere l’oggetto del patto. Per alcuni è la salvezza del boss dai giudici, vil razza dannata. Più nel profondo, è la consacrazione di nuovi padri costituenti. Tra loro ha da esserci chi, anche se condannato, s’ostina a definire desueta la Costituzione del ’48. L’ha ribadito l’11 gennaio: «Abbiamo fiducia, con una legge elettorale che dia il premio di governabilità del 15%, di arrivare da soli ad avere la maggioranza in Parlamento, per poter fare quello di cui l’Italia ha bisogno dal 1948 a oggi». Il ’48, in altre parole, fu un inizio nefasto. Non si sa se la sintonia profonda copra anche questo. Renzi parla solo di Senato e regioni, ma quel che succederà dopo non è chiaro.

Chiaro è però l’approdo: l’Italia deve essere bipolare, bipartitica, e i governi non destabilizzabili da coalizioni insidiose. Un’ambizione legittima, se l’Italia politica fosse davvero divisa in due. Ma è divisa in tre: la crisi ha partorito Grillo. Semplificare quel che è complesso è la molla di Berlusconi, di Renzi, di Letta, anche del Colle. Il fine è un comando oligarchico, non prigioniero delle troppo frammentate volontà cittadine. La soglia elettorale dell’8 per cento per i partiti solitari è una mannaia. Grillo non temerà concorrenti.

Nel suo ultimo libro, Luciano Gallino dà un nome alla nuova Costituzione cui tanti tendono: la chiama costituzione di Davos. Il termine lo coniò in una riunione a Davos Renato Ruggiero, ex direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio: «Noi non stiamo più scrivendo le regole dell’interazione tra economie nazionali separate. Noi stiamo scrivendo la costituzione di una singola economia globale». Un obiettivo non riprovevole in sé (anche Kant l’immaginò), se lo scopo non fosse quello di «proteggere un’unica categoria di cittadini, l’investitore societario globale. Gli interessi di altre parti in causa — lavoratori, comunità, società civile e altri i cui diritti duramente conquistati vennero finalmente istituzionalizzati nelle società democratiche — sono stati esclusi» (Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, Einaudi 2013).

Non stupisce che 5 Stelle (o altri movimenti alternativi) disturbino i semplificatori. Sia pure caoticamente, la società civile — quella vera — s’interessa alla politica perché vede minacciati non interessi di parte ma il pubblico bene, come definito da Machiavelli: proprio il bene ignorato dalla costituzione di Davos.

Non stupisce nemmeno che nelle mappe raffiguranti l’odierno Parlamento, lo spicchio di 5 Stelle perda spesso il nome: è occupato da «Altri». Era così nelle mappe del decimo secolo. Dove cominciavano terre sconosciute, specie asiatiche, si scriveva: Hic abundant leones, qui abbondano i leoni. Questo forse intendeva il capo dello Stato, dopo le amministrative del ‘12, quando di Grillo disse: «Non vedo boom».

I leoni sono ora in Parlamento, e ci torneranno. Possono dire qualcosa, difendere la Costituzione del ’48, la legalità. È grave che non agiscano, lasciando che la Sintonia sia ancor più vasta. Il loro sbigottimento di fronte all’incontro che ha rilegittimato un politico condannato lo si può capire. È vero, «l’Italia è in preda alle allucinazioni e ai déjà-vu». Ma lo stato di stupore non è sufficiente. Alla lunga paralizza. La Grande Trattativa non è scongiurata: davanti a tanti volti trasecolati, può proseguire nei più imprevedibili dei modi.

© Riproduzione riservata 22 gennaio 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/01/22/news/la_fiaba_moderna_della_grande_trattativa-76602683/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Gli autodafé dei democratici
Inserito da: Admin - Febbraio 19, 2014, 10:55:44 am
Gli autodafé dei democratici

di BARBARA SPINELLI
   
Per il modo in cui è stata congegnata, per le doppiezze che l'hanno contraddistinta, per i regolamenti di conti con cui s'è conclusa, l'ascesa di Matteo Renzi alla guida del governo ha il sapore di certi cambi di guardia al Cremlino. Un esorbitante partito-Stato si fa macchina di potere, usa i propri uomini come pedine, li uccide politicamente se ingombrano, tradisce la parola data senza spiegazioni.

Il tutto avviene "a porte chiuse", come nel dramma claustrofobico di Sartre: lontano dal Parlamento, dalla prova elettorale che era stata assicurata, da una società che il partito-Stato non sa più ascoltare senza vedere, dietro ogni cittadino, l'inferno molesto di qualche populismo. La liquidazione di Enrico Letta è avvenuta in streaming, ma sostanzialmente fuori scena: secondo Carmelo Bene, questa è l'essenza dell'osceno. Non sarà forse così, Renzi riuscirà forse a realizzare quel che promette: un piano lavoro entro marzo, soprattutto. Ma l'inizio incoraggia poco. Per la terza volta, in un Parlamento di nominati, il Pd designa per Palazzo Chigi un nominato.

È già accaduto in passato: basti ricordare il sotterraneo lavorio contro il governo Prodi, nel '98. E più di recente, in aprile, il tradimento di 101 parlamentari Pd che avevano giurato di votare Prodi capo dello Stato e in un baleno l'affossarono. Colpisce la coazione a ripetere il gesto violento, e a scordare subito i traumi lasciati dalle coltellate. Una famosa giornalista francese, Françoise Giroud, scrisse una volta: "Ogni capo politico deve avere l'istinto dell'assassino". Il coltello non è più un incidente. S'è fatto istinto, tendenza innata.

La cosa straordinaria, e solo in apparenza paradossale, è che la macchina del Pd cresce in potenza, man mano che organizza autodafé e perde i contatti con la società. Già da tempo ha smesso di identificarsi con la sinistra: parola da cui fugge, quasi fosse un fuoco che scotta e incenerisce. Già da tempo non si preoccupa di parlare in nome degli oppressi, degli emarginati, ed è mossa da un solo obiettivo: il potere nello Stato, attraverso lo Stato. Letta ha preparato il terreno, ma non guidava il Pd. Ora è un capo-partito a ultimare la metamorfosi: l'abbandono della rappresentatività, la governabilità che diventa movente unico, l'oblio della sinistra e della sua storia.

Ovvio che l'istinto a tradire si tramuti in normalità. Può darsi che Renzi cambi l'Italia in meglio, che renda lo Stato addirittura più giusto. Che non si spenga in lui la memoria del consenso popolare ottenuto alle primarie. Ma il come ancora non lo sappiamo, la coalizione è quella di ieri, e la macchia della defenestrazione di Letta gli resta appiccicata al vestito. Difficile dimenticarla. Difficile dimenticare le parole carpite lunedì a Fabrizio Barca. Il quale grosso modo ha detto questo: "C'è chi mi vuole ministro dell'Economia. Ma per fare che? Per imporre una patrimoniale di 400 miliardi di euro, cosa che secondo me va fatta e però non è nei piani?".

Questo svanire della sinistra è un fenomeno europeo diffuso, ma in Italia è particolarmente accentuato. Nell'Unione sono ormai undici i Paesi governati da Grandi Coalizioni, in teoria non siamo molto diversi. Quel che è anomalo, nei connubi ideologici italiani, è il discredito profondissimo gettato sulla stessa parola sinistra, l'annebbiarsi della sua storia, del suo patrimonio, della sua vocazione alla rappresentanza. Altrove la sinistra classica, quella che dà voce ai deboli, possiede ancora uno spazio. Perfino laddove ha le tenebre alle spalle, come in Germania (la Linke è erede di un regime totalitario, nell'Est tedesco) non cancella d'un colpo quel che la lega alla società. Nel Congresso sull'Europa dello scorso fine settimana la Linke ha provato a cambiare la propria storia evolvendo, ha aperto all'Unione che esecrava. Ma il nome che porta non lo cambia.

Non così in Italia, dove la sinistra precipita dalle scale e si ritrova vocabolo non grato. È la vittoria postuma di Bettino Craxi ed è il lascito di Berlusconi, con cui il Pd di Renzi intende riformare la Costituzione. Della grande idea avanzata da Prodi negli anni Novanta - unire il solidarismo universalista cristiano e quello comunista - non resta che brace spenta.

La scomparsa della sinistra non significa tuttavia che siano scomparsi i mali che la giustificarono in passato: la questione sociale è di ritorno, la disuguaglianza di redditi e opportunità s'è estesa in questi anni di crisi, nessun Roosevelt è in vista che la freni. E la riduzione della disuguaglianza, secondo la classificazione di Norberto Bobbio, rimane il più antico e vivo retaggio della sinistra. È sperabile che il piano-lavoro di Renzi non sacrifichi per l'ennesima volta una lotta che deve essere di rottura, e non per motivi ideologici ma perché l'Italia è rotta da sofferenze e avvilimenti. Che non lasci il proprio elettorato inerme, senza rappresentanza, e non ascolti solo quegli economisti politici che Marx chiamava "bravi sicofanti del capitale", dediti "nell'interesse della cosiddetta ricchezza nazionale a cercare mezzi artificiosi per produrre la povertà delle masse".

Quel che sconcerta, nella presunta ansia modernista di Renzi, è la formidabile vecchiezza dei modelli prescelti: rifarsi oggi a Tony Blair vuol dire correre a ritroso nel tempo, mettere i piedi su orme che sette anni di crisi hanno coperto di sabbia. Se le disuguaglianze sono aumentate vertiginosamente, se si parla oggi di un 1% della popolazione che continua imperturbato ad arricchirsi e di un 99% di impoveriti (classi medie comprese), lo si deve alle destre più legate ai mercati ma anche alla Terza Via di Blair. Le ricette di Margaret Thatcher non morirono con il Nuovo Labour, e sopravvissero nella battaglia accanita contro un'Europa più unita e solidale. L'idea thatcheriana che "la società non esiste se non come concetto", che esistono "solo individui e famiglie con doveri e convinzioni", è interiorizzata dal Pd nel preciso momento in cui la realtà l'ha smentita e sconfitta.

L'homo novus di Firenze suscita grandi aspettative, ed è vero quel che dice: leadership non è una parolaccia. Ma fin dalla prime sue mosse, negoziando con il pregiudicato Berlusconi la legge elettorale, il leader ha fatto capire che la rappresentatività è un bene minore. Il suo Pd stenta a mediare fra società e Stato. È degenerato in "cartello elettorale stato-centrico", sostiene Piero Ignazi: è parte dello Stato anziché controparte; ha un potere che tanto più si dilata al centro, quanto più si sfilaccia il legame con gli iscritti, le periferie, la democrazia locale (Ignazi, Forza senza legittimità, Laterza 2012). Per questo l'odierno sviluppo partitocratico è solo in apparenza paradossale. Mandare in fumo l'eredità della sinistra - la lotta alla disuguaglianza, la difesa del bene pubblico - induce il Pd a trascurare l'arma principale evocata da Barca: la tassazione progressiva dei patrimoni più elevati (articolo 53 della Costituzione). L'economista Joseph Stiglitz fa calcoli più che plausibili, anche per l'Italia: "Se chi appartiene al primo 1 per cento incassa più del 20 per cento del reddito della nazione, un incremento del 10 per cento dell'imposta sul reddito (senza possibilità di sfuggirvi) potrebbe generare entrate pari a circa il 2 per cento del Pil del Paese".

Renzi punta sulla propria lontananza dai giochi partitici, sul successo che gli ha garantito la base. Ma quel che avviene nelle ultime ore rischia di vanificare la sua diversità: il Parlamento costretto a tacere sulle modalità bolsceviche della liquidazione di Letta, il cambio deciso "fuori scena", sono segnali nefasti. Torna alla ribalta la politica, ma impoverita democraticamente. Tornano i partiti; mentre i cittadini coi loro rappresentanti stanno a guardare. Come meravigliarsi che la società si radicalizzi, quando è la realtà a farsi sempre più radicale?

© Riproduzione riservata 19 febbraio 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/02/19/news/autodafe_democratici-79003360/?ref=HREA-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Ritorno all'Ottocento
Inserito da: Admin - Marzo 05, 2014, 06:26:10 pm
Ritorno all'Ottocento
di BARBARA SPINELLI

05 marzo 2014
   
In parte per monotonia abitudinaria, in parte per insipienza e immobilità mentale, continuiamo a parlare dell'intrico ucraino come di un tragico ritorno della guerra fredda. Ritorno tragico ma segretamente euforizzante.

Perché la routine è sempre di conforto per chi ha poche idee e conoscenza. Le parole sono le stesse, e così i duelli e comportamenti: come se solo la strada di ieri spiegasse l'oggi, e fornisse soluzioni.

È una strada fuorviante tuttavia: non aiuta a capire, a agire. Cancella la realtà e la storia ucraina e di Crimea, coprendole con un manto di frasi fuori posto. È sbagliato dire che metà dell'Ucraina - quella insorta in piazza a Kiev - vuole "entrare in Europa". Quale Europa? Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale - non denunciato a Occidente - forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel '39 collaborò con Hitler.

È sbagliato chiamare l'Est ucraino regioni secessioniste perché "abitate da filorussi ". Non sono filo- russi ma russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino). È mistificante accomunare Nato e Europa: se tanti sognano l'Unione, solo una minoranza aspira alla Nato (una minaccia, per il 40%). Sbagliato è infine il lessico della guerra fredda applicato ai rapporti euro-americani con Mosca, accompagnato dal refrain: è "nostra " vittoria, se Mosca è sconfitta.

Dal presente dramma bellicoso si uscirà con altri linguaggi, altre dicotomie. Con una politica - non ancora tentata - che cessi di identificare i successi democratici con la disfatta della Russia. Che integri quest'ultima senza trattarla come immutabile Stato ostile: con una diplomazia intransigente su punti nodali ma che "rispetti l'onore e la dignità dei singoli Stati, Mosca compresa", come scrive lo studioso russo-americano Andrej Tsygankov.
L'Ucraina è una regione più vitale per Mosca che per l'Occidente, e i suoi abitanti russi vanno rassicurati a ogni costo. È il solo modo per esser severi con Mosca e insieme rispettarla, coinvolgerla.

Siamo lontani dunque dalla guerra fredda. Che era complicata, ma aveva due elementi oggi assenti: una certa prevedibilità, garantita dalla dissuasione atomica; e la natura ideologica (oggi si usa l'orrendo aggettivo
valoriale) di un conflitto tra Est sovietizzato e liberal-democrazie. Grazie allo spauracchio dell'Urss, Europa e Usa formavano un "occidente " senza pecche, qualsiasi cosa facesse. L'Urss era nemico esistenziale: letteralmente, ci faceva esistere come blocco di idee oltre che di armi.

Questo schema è saltato, finita l'Urss, e l'Est è entrato nell'Unione. Mentre l'Urss crollava un alto dirigente sovietico, Georgij Arbatov, disse: "Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico ". Non aveva torto, se ancora viviamo quel lutto come orfani riottosi. Ma non è più l'antagonismo ideologico a spingerci. La Russia aspira a Riconquiste come la Nato e Washington. Fa guerre espansive in Cecenia mentre gli Usa, passivamente seguiti dall'Europa, fanno guerre illegali cominciando dall'Iraq e proseguendo con le uccisioni mirate tramite i droni. "Oggi la Russia di Putin e "l'Occidente" condividono un'identica visione basata sulla ricerca di profitto e di potere: in tutto tranne su un punto, e cioè a chi debbano andare profitto e potere", scrive Marco D'Eramo su Pagina 99 (25-2-14).

Questo significa che non la guerra fredda torna, ma il vecchio equilibrio tra potenze (balance of power) che regnava in Europa fino al '45: i Grandi Giochi dell'800, in Asia centrale o Balcani. Qui è la perversione odierna, obnubilata. Washington ha giocato per anni con l'idea di spostare la Nato a Est, fino ai confini russi. Più per mantenere in piedi l'ostilità del Cremlino che per aiutare davvero nazioni divenute indipendenti. L'Europa avrebbe potuto essere primo attore, perso il "nemico esistenziale". Non lo è diventata. È un corpo con tante piccole teste, alcune delle quali (Germania per prima) curano propri interessi economico-strategici da soli. Lo scandalo è che nel continente c'è ancora una pax americana opposta alla russa. Una pax europea neppure è pensata.

Eppure una pax simile potrebbe esistere. L'unità europea fu inventata proprio in risposta all'equilibrio delle potenze, per una pace che non fosse una tregua ma un ordine nuovo. L'ombrello Usa ha protetto un pezzo del continente, consentendogli di edificare l'Unione, ma ha viziato gli europei, abituandoli all'indolenza passiva, all'inattività irresponsabile, al mutismo. Finite le guerre fratricide, l'Europa occidentale s'è occupata di economia, pensando che pace-guerra non fosse più di attualità. Lo è invece, atrocemente.

Priva di visioni su una pace attiva, l'Europa cade in errori successivi fin dai tempi dell'allargamento. Allargamento che non definì la pax europea: i paesi dell'Est si liberarono, senza apprendere la libertà. Il poeta russo Brodsky lo disse subito: "La verità è che un uomo liberato non diventa per questo un uomo libero. La liberazione è solo un mezzo per raggiungere la libertà, non è un sinonimo della libertà (...) Se vogliamo svolgere il ruolo di uomini liberi, dobbiamo esser capaci di accettare o almeno imitare il comportamento di una persona libera che conosce lo scacco: una persona libera che fallisce non getta la pietra su nessuno". L'Est si liberò dalle alleanze con Mosca, ma quel che ritrovò, troppo spesso, fu il nazionalismo di prima.

Non a caso molti a Est si misero a difendere la sovranità degli Stati, senza esser contestati. E la "liberazione" criticata da Brodsky risvegliò ataviche passioni mono-etniche, intolleranti del diverso. Si aggravò lo status dei Rom: ridivenuti apolidi. Si riaccesero nazionalismi irredentisti, come nell'Ungheria di Orbán. Nata contro le degenerazioni nazionaliste, L'Europa ammutolì.

Kiev corre gli stessi rischi, proprio perché manca una pax europea che superi le sovranità statali assolute, e la loro fatale propensione bellicosa. Se tanti sono euro- fili ignorando la filosofia dell'Unione, è perché anche l'Unione l'ignora. Bussola resta l'America: lo Stato che meno d'ogni altro riconosce autorità sopra la propria. Oppure il nazionalismo russo. Tra Russia e Usa il rapporto è antagonistico, ma a parole. Nei fatti è un rapporto di
rivalità mimetica, di somiglianza inconfessata.

L'Ucraina è una nazione dalle molte etnie, con una storia terribile. Storia di russificazioni forzate, che in Crimea risalgono al '700: ma oggi i russi che sono lì vanno protetti. Storia di deportazioni in massa di tatari dalla Crimea, che pagarono la collaborazione col nazismo e tornarono negli anni '90. Storia di una carestia orchestrata da Stalin, e di patti con Hitler su cui non è iniziata alcuna autocritica (il collaborazionista Bandera è un mito, per le destre estreme che hanno pesato nei recenti tumulti). Uno dei più nefasti fallimenti della rivoluzione a Kiev è stata la decisione di abolire la tutela della lingua russa a Est: cosa che ha attizzato paure e risentimenti antichissimi dei cittadini russi, timorosi di trasformarsi in paria inascoltati dal mondo.

Tutte queste etnie convivevano, quando in Europa c'erano gli imperi. Pogrom e Shoah son figli dei nazionalismi. Oggi regnano due potenze dal comportamento imperialista (Usa, Russia), che però non sono imperi multietnici ma nazioni- Stato distruttivi come in passato. Se l'Europa non trova in sé la vocazione di essere impero senza imperialismo, via d'uscita non c'è. Se non trova il coraggio di dire che mai considererà "filo- europei" neonazisti che si gloriano di un passato russofobo che combatté i liberatori dell'Urss, le guerre nel continente son destinate a ripetersi. Le tante chiese ucraine lo hanno capito meglio degli Stati.

© Riproduzione riservata 05 marzo 2014

DA - http://www.repubblica.it/esteri/2014/03/05/news/ritorno_all_ottocento-80237388/?ref=HREC1-2


Titolo: BARBARA SPINELLI - L'Occidente e l'idea di nemico
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2014, 11:27:46 pm
L'Occidente e l'idea di nemico

di BARBARA SPINELLI
12 marzo 2014
   
MAN mano che viene disseppellito il linguaggio della guerra fredda, per giudicare l’Ucraina minacciata da Mosca e la possibile secessione della Crimea, anche la contrapposizione Est Ovest torna in vita. Sembrava sotterrata, quando l’Urss si sfaldò. Per qualche anno si parlò addirittura di un nuovo ordine mondiale, comprendente la Russia. Questa parentesi si chiude e la vecchia domanda si ripropone: cos’è l’Occidente e dov’è il suo confine? È costituito, come ieri, da un compatto blocco atlantico, incarnazione di una preminente moralità internazionale?

Per tentare qualche risposta è utile ricordare che l’Occidente ha una storia lunga ma nella guerra fredda fu essenzialmente definito dal nemico: l’Urss. Alla formula di Descartes (penso, dunque sono) si sostituì un motto meno cogitante, e soprattutto meno universalista: Ho un nemico, dunque sono.

Fu forse necessario, ma resta un motto insidioso. Oggi è solo insidioso, perché la Russia è governata da un autocrate con nostalgie imperiali (per Putin «la fine dell’Urss fu una catastrofe») ma non dispone di un’ideologia che seduca tanti popoli. Perso il credo comunista, in un mondo dove ambedue le parti lanciano guerre di aggressione, il nemico è capace di nuocere, non più di definirci.

Mosca ha oggi mire conquistatrici come la Russia che precedette la rivoluzione, e come tale andrebbe trattata: calibrando gli interessi, mettendola in guardia contro annessioni. Non a caso queste cose le dice Kissinger, paladino dell’ottocentesco equilibrio di potenze (balance of power): la Russia non deve tramutare Kiev in satellite; l’Ucraina «non deve diventare l’avamposto d’una parte contro l’altra, bensì fare da ponte tra le due»; e l’Occidente deve capire che «per la Russia, l’Ucraina non potrà mai essere un paese straniero. Il criterio non è l’assoluta soddisfazione (di tutti, ndr) ma un’insoddisfazione bilanciata» (Repubblica, 7 marzo). Così avrebbe potuto parlare Metternich, artefice della Santa Alleanza fra il 1815 e il 1848. E di Metternich Kissinger è grande stimatore. Naturalmente possiamo rifabbricare il nemico esistenziale, resuscitarlo quale era. Putin è consigliato da ideologi fautori di un’Eurasiaostile alle decadenze occidentali. Ma chi lo seguirà, se non costretto?

Farsi definire dal nemico ha avuto lati positivi non negabili. L’esistenza di un avversario dotato di messianiche promesse sociali ha spinto l’Europa, in primis, a competere proprio sulla promessa, e a dire: saremo noi i difensori di quell’uguaglianza e giustizia sociale che voi fingete; saremo noi la democrazia, la tolleranza, il diritto. Siamo noi a non lasciar soli i poveri e i derelitti.

Così fu, nei decenni del Welfare europeo: decenni in cui la disuguaglianza dei redditi diminuì sensibilmente. Esaurita la guerra fredda, si ebbe però il cambio di guardia: i neo-liberisti si sentirono vincitori planetari, e Tienanmen non li turbò ma anzi li convinse che il capitalismo cinese, grazie ai massacri, si radicava senza scosse.

L’antagonismo Est Ovest – se unito all’affermazione di primati morali – comporta per forza la ricomparsa dell’ideologia. È una ricomparsa artificiosa, ma ci sono artifici che hanno eccezionale potenza e offrono allettanti comodità: errori e colpe sbiadiscono; solo la Causa conta. Precorritrici furono le «guerre di civiltà » contro Al Qaeda, che hanno trasformato i terroristi in politici, con statuto di belligeranti. Così il Molosso russo rialzatosi. La sua pericolosità fa dimenticare la presenza nel governo ucraino di ministri neonazisti, e la legge che cancella il russo come seconda lingua in zone infuocate come l’Est e la Crimea.

Dalle insidie si esce con l’arte del distinguo: non è uniforme l’occidente, anche se l’Europa latita. Nel dopoguerra «far blocco» fu imperativo, visto che c’era accordo sull’essenza: l’imperio della legge, la democrazia, i diritti della persona. Nel frattempo le cose sono cambiate. L’Unione si sta disunendo, e anch’essa cade nell’equilibrio di potenze.

Ma la sua storia resta diversa, con effetti sull’idea stessa di occidente.

Da quando decise di unirsi, l’Europa diede a quest’idea connotati aggiuntivi e cruciali, che nella cultura Usa mancano. Lo Stato nazione cessava di essere un idolo, dopo i disastri che aveva provocato. Seguì un’autentica conversione politica, nata dalla conoscenza di sé: in particolare dell’hybris, della dismisura, che aveva marchiato gli idiotismi naziona-listi, questi succedanei delle guerre di religione. La presa di coscienza indusse i governi europei a riconoscere sopra di sé un’autorità superiore: una legge preminente, che ponesse limiti allo strapotere sovrano degli Stati. Non solo; nella mente dei fondatori, l’autorità europea aspira a essere tappa di una pacificazione mondiale, e riconosce la preminenza, sull’Europa stessa, di un diritto internazionale e di istituzioni che lo applichino. L’identificazione della filosofia europea con quella di Kant (federalismo di liberi Stati, costituzione civile mondiale) non è casuale ed è appropriata. A differenza dell’America, l’Europa unificata (anche se incompiuta) non si è data mai come compito quello coltivato più volte dagli Usa: un «destino manifesto». Il concetto nacque nella prima parte dell‘800: fu all’origine del soffocamento dei nativi americani e dell’annessione di gran parte delle terre occidentali. Alla fine dell‘800 giustificò l’espansione oltre il Nord America. Anche la recente esportazione della democrazia nel mondo è brutale Destino Manifesto.

Niente di questo nell’Europa uscita da tante guerre fratricide, ma piuttosto il bisogno di barriere che dominino l’innata protervia dell’uomo. L’Unione è un modello d’integrazione, ma non l’esporta con le armi né si erge a superpotenza. Nasce come Comunità che rompe con le dittature e gli imperialismi: grazie a essa Londra e Parigi hanno abbandonato le colonie (indipendenza dell’India nel ’47, del Marocco e della Tunisia nel ’56, dell’Algeria nel ’62). Pur sapendo che certi confini sono ingiusti, giura di non rimetterli in questione.

Non a caso l’Unione si è rifiutata di menzionare nei trattati le radici cristiane. Perché le radici sono molteplici, e perché l’Europa è un cammino più che un tempio. Disse una volta Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose: «La differenza tra gli uomini e i vegetali è che gli uomini non hanno radici. Hanno piedi».

Nei propositi iniziali, l’Europa è anche estranea al fascino delle ottocentesche Sante Alleanze. La Società delle Nazioni, creata nel 1919 e ossequiosa verso la completa sovranità degli Stati, sfociò in cataclisma. Sia Churchill che Luigi Einaudi la condannarono.

Per salvare l’Ucraina, e schivare al contempo il ritorno dei blocchi (uno monolitico a ovest, uno dispoticamente monolitico a est) non rimane che il modello federale europeo. Le frontiere non si toccano, e le etnie sono tutelate ma non gli irredentismi. Puntare su un’Ucraina occidentalizzata o avamposto Nato (o forzatamente orientalizzata) significa spaccarla, spartirsela. Sia Russia che America tendono alla spartizione, fedeli ai loro «destini manifesti». L’Europa no, e altra dovrebbe essere la sua via: la difesa dello stato di diritto e delle minoranze, ma in un’ottica cosmopolita, che rassicuri gli autoctoni e i tatari di Crimea e i russi che vivono in Ucraina.

Che l’Ovest sia fatto di dissidi, lo abbiamo riappreso il 6 febbraio: il Fuck Europe-Fottiti Europa, pronunciato dal viceministro Nuland, è stato un momento di verità. Se l’Europa non vuol più farsi umiliare, che alzi la voce, che auspichi un occidente diversificato, sottolineando quel che appartiene alla nostra storia: che risale a tempi antichi (all’idea dantesca di impero) e che sta prendendo forma da oltre sessant’anni.

© Riproduzione riservata 12 marzo 2014

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2014/03/12/news/l_occidente_e_l_idea_di_nemico-80786891/?ref=HREC1-4


Titolo: BARBARA SPINELLI - Il teatro degli inganni
Inserito da: Admin - Marzo 19, 2014, 12:01:14 pm
Il teatro degli inganni

di BARBARA SPINELLI

19 marzo 2014
   
È inutile accusare la tecnocrazia europea per le azioni mancate o sbagliate dell'Unione, come hanno fatto Renzi e Hollande a Parigi, quando sono i governi a fare e disfare l'Europa secondo le loro convenienze.

Ed è inadeguato presentarsi a Berlino come buon allievo, quando le mutazioni hanno da essere radicali. Il rischio è un inganno dei cittadini: dilaterà le loro mala voglie, i loro disorientamenti e repulsioni.

Come non sentirsi sbalestrati, se non beffati, da discorsi così contraddittori? A Parigi Renzi ha accusato gli eurocrati, poi a Berlino ha riconosciuto il primato tedesco, ricordando alla Merkel che non siamo "somari da mettere dietro la lavagna, ma un Paese fondatore che contribuisce a dare la linea". Chi detta legge, in ultima analisi: il tutore tedesco o l'eurocrazia? Chi ha l'ultima parola? Non dirlo a lettere chiare: questo è aggirare i popoli.

L'inganno è più che mai palese alla vigilia delle elezioni europee, che almeno sulla carta dovrebbero essere diverse dalle precedenti. Il trattato di Lisbona infatti è esplicito, e i deputati di Strasburgo l'hanno ribadito: il Presidente della Commissione sarà designato dal Consiglio europeo, ma "tenendo conto delle elezioni del Parlamento europeo" (art. 17). Quel che ci si accinge a fare è altra cosa. Ancora una volta, la decisione sarà presa a porte chiuse, senza dibattito pubblico preliminare, dai capi di Stato o di governo. Lo stesso Parlamento europeo è complice dell'inganno, col suo regolamento interno: la scelta delle nomine è a scrutinio segreto; non è prevista discussione pubblica.

Condotte simili non si limitano a ignorare i trattati: sono anche del tutto incompatibili con la trasparenza da essi ripetutamente evocata.

Riavremo dunque lo stesso occulto mercanteggiamento tra Stati che ha ammorbato l'Unione per decenni. Il Parlamento può certo accampare diritti - può sfiduciare il presidente dell'esecutivo e l'intero collegio - ma il rifiuto avviene dopo la nomina. È più complicato. Non a caso l'assemblea non s'è mai azzardata a sfiduciare la Commissione.

Se davvero credessero in quel che professano, Renzi, Hollande e la Merkel manderebbero in questi giorni ben altro messaggio ai cittadini refrattari che apparentemente li angustiano tanto. Direbbero: "Ci atterremo alle nuove regole, vi ascolteremo sempre più. Quindi rispetteremo il verdetto delle urne". Nessuno di loro osa dirlo. Il dominio che esercitano, nella qualità di sovrani che nominano eurocrati al loro servizio, non vogliono né dismetterlo né spartirlo. Vogliono usarla, la tecnocrazia, come alibi: se le cose vanno male la colpa è sua. Gli Stati hanno potere, non responsabilità.

La mistificazione è massima perché la colpa è interamente loro, se l'Unione è oggi un campo di discordie, di ingiustizie sociali asimmetriche. Sono gli Stati e i governi che hanno fatto propria la teoria, predicata ad alunni somari e non, dell'"ordine" o dei "compiti in casa". È la teoria tedesca dell'ordoliberalismo, nata nella Scuola di Friburgo tra le due guerre, che fissa quali debbano essere le priorità, perché i mercati operino senza ostacoli: prima va rassettata la "casa nazionale", e solo dopo verranno la cooperazione, la solidarietà, e comuni regole di uguaglianza sociale. Nelle sedi internazionali, e anche in quella sovranazionale europea, basta insomma "coordinare" le singole linee, esortarsi a vicenda. Il motivo: l'esperienza totalitaria legata a interventi eccessivi dello Stato (memorabile l'accusa rivolta dall'ordoliberista Wilhelm Röpke, negli anni '50, all'ideatore dello Stato sociale: "Quello che voi inglesi state preparando, con il piano Beveridge, è una forma di nazismo". Non meno anti-liberale fu giudicato il New Deal di Roosevelt).

L'illusione ordoliberista, tuttora diffusa ai vertici degli Stati, è che se ognuno lasciasse fare i mercati, mettendo magari la briglia alla democrazia e a leggi elettorali troppo rappresentative, l'ordine finirebbe col regnare nel mondo. La crisi ha mostrato che solo invertendo le priorità una soluzione è possibile. È dalla solidarietà che urge ripartire, dalla messa in comune di risorse, dopodiché ogni Stato avrà più forze per aggiustare i conti, spalleggiato da istituzioni e bilanci federali. Così gli Usa risolsero la crisi del debito dopo la guerra di indipendenza: mettendo in comune i debiti, passando dalla Confederazione alla Federazione, dandosi una Costituzione.

L'esatto contrario avviene nell'Unione. Sono ancora gli Stati che hanno deliberato, nel febbraio 2013, di congelare il comune bilancio e di impedire l'aumento delle risorse che permetterebbe piani comunitari di ripresa, e soprattutto la conversione della vecchia industrializzazione in sviluppo verde, sostenibile. Una delibera che il Parlamento s'è rifiutato di ratificare, un mese dopo. Ma alla fine la decisione è stata accettata, pur rinviando il dibattito al 2016.

Sono gli Stati che hanno inventato la trojka, organismo che comprende la Banca Centrale europea, la Commissione, e non si sa per quale complesso di inferiorità il Fondo Monetario, e che oggi controlla 4 Paesi (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro). Una trojka la cui sola bussola è la "casa in ordine". Sono infine gli Stati che hanno concordato il fiscal compact, che alcuni Paesi - tra cui l'Italia di Monti - hanno inopinatamente messo nella Costituzione nonostante nessuno l'avesse imposto.

Questo significa che viviamo nella menzogna, sull'Europa esistente e su quella da rifondare. Che chi ha in mano le scelte sono in realtà i mercati: non l'eurocrazia usata come alibi e non i finti Stati sovrani. Lo spiega bene Luciano Gallino, su la Repubblica del 15 marzo: non esiste stato di eccezione che consenta un'indifferenza così totale verso le sofferenze inflitte ai cittadini (Grecia in primis, e Italia, Spagna, Portogallo). Quanto al fiscal compact, si tratta, secondo Gallino, di eliminare dalla Costituzione le norme attuative, come proposto da Rodotà: "L'Italia non è in grado di trovare 50 miliardi di euro all'anno da tagliare (per 20 anni, ndr). Accadrà quello che è già accaduto altrove: tagli sanitari, bambini affamati, povertà" (intervista al Manifesto, 13-3).

Sono anni che Roma cerca di ingraziarsi Parigi, e forse qui è l'inganno più grande. I governi francesi, di destra o sinistra, hanno una responsabilità speciale: sin da quando, caduto il Muro, risposero sistematicamente no - in nome del mito sovrano gollista - all'unità politica e militare che Kohl chiese con insistenza per puntellare l'euro. Si denunciano le colpe tedesche, nella crisi, ma l'immobile insipienza francese è ancora più nefasta.

L'Europa, non dimentichiamolo, fu fatta grazie ai francesi Jean Monnet, Robert Schumann. Quel che fu creato lo si deve a Parigi. Ma anche quel che non fu fatto, e non si fa. A cominciare dall'unità militare, che consentirebbe all'Europa risparmi enormi: circa il 40%. Insieme si potrebbe valutare se sia sensato dotarsi degli F-35, e che tipo di pax europea vogliamo, autonoma da quella americana.

Uscire dalle menzogne è oggi l'emergenza. I cittadini, frastornati, faticano a capire che i governi, con le loro dissennatezze, sono più viziosi degli eurocrati. Che la Francia è un ostacolo non meno grande di Berlino, anche se governata dai socialisti (Sarkozy almeno ci provò: Hollande sull'Europa è muto). Che l'Unione ha bisogno di una

Costituzione vera, che inizi come negli Usa con le parole: "We, the people...": non con l'elenco dei governi firmatari. Altrimenti non avremo solo il predominio degli Stati più forti. Avremo quella che Gallino chiama la Costituzione di Davos: una costituzione non scritta, i cui governi, vittime di una sindrome da "corteggiamento del capitale", l'assecondano con strategie economiche incentrate sul taglio del Welfare e sui salvataggi bancari a carico dei contribuenti.

© Riproduzione riservata 19 marzo 2014

Da - http://www.repubblica.it/politica/2014/03/19/news/il_teatro_degli_inganni-81328834/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Se la Turchia è una potenza con l'immunità
Inserito da: Admin - Aprile 10, 2014, 12:16:33 pm
Se la Turchia è una potenza con l'immunità

di BARBARA SPINELLI
10 aprile 2014
   
Istituita nel 1949 per unire Europa e America nella guerra fredda, la Nato sta diventando uno strumento spesso pernicioso, che sopravvive nel disorientamento, implicato in conflitti armati fallimentari. Alla sua guida una potenza Usa poco disposta a immettersi in un mondo multipolare, impelagata costantemente in manovre torbide, abituata a suscitare spettri che poi non controlla.

Alcuni Stati membri  -  Turchia in testa  -  usano la Nato per dilatare nazionalismi e squilibri regionali senza mai doverne rispondere. Non incarnando più una linea chiara, l'Alleanza andrebbe sciolta e l'idea d'occidente ridiscussa sul serio: nessuno lo fa.

È quanto si evince dall'inchiesta, pubblicata ieri nel nostro giornale e come sempre accuratissima, condotta da Seymour Hersh sulla recente crisi siriana. Al centro dell'indagine: la guerra sventata per un pelo contro Damasco, nell'autunno scorso, e la maniera in cui l'amministrazione Usa ha rischiato di cadere in una trappola che si era confezionata con le proprie mani. Una trappola congegnata dal governo Erdogan, in congiunzione con regimi che l'occidente s' ostina a ritenere amici (Arabia Saudita, Qatar) e assecondata agli esordi dallo stesso Obama.

Tutti ricordiamo l'incidente che quasi trascinò America e Europa in un'ennesima guerra, nel 2013. All'origine, un micidiale attacco con armi chimiche (il sarin), il 21 agosto nelle periferie di Damasco, che fece centinaia di morti. Fu subito accusato il governo siriano, e Obama dichiarò che la Linea Rossa, da lui fissata il 20 agosto 2012, era stata sorpassata. L'intervento militare fu presentato come ineludibile, e il governo inglese e quello francese assentirono (il ministro Bonino annunciò che l'Italia non avrebbe partecipato, senza un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu).

Come in Iraq, mancavano tuttavia prove evidenti delle colpe di Assad. L'occidente e la Nato sono rapidi a parlare; lenti a comprendere gli intrichi regionali, oltre che a imparare da sbagli passati. Ubriacati dalle rivoluzioni arabe, non avevano calcolato le loro degenerazioni islamiche, bellicose. Avevano spento Gheddafi creando caos, e il disastro minacciava di ripetersi, amplificato, a Damasco. Inutilmente lo spionaggio americano aveva fornito le prove, sin dalla primavera del 2013, che l'esercito siriano non era l'unico a possedere il gas nervino. La Casa Bianca prima ignorò l'avvertimento, poi fu presa dai dubbi, poi cambiò di nuovo idea e presentò l'ipotesi dell'attacco siriano come un fatto incontrovertibile che giustificava la rappresaglia. Proprio come era avvenuto in Iraq, ai tempi di Bush jr. O in occasione dell'incidente del Golfo del Tonchino nel '64, quando Johnson s'inventò un'offensiva viet-cong per scatenare bombardamenti del Vietnam del Nord.

Hersch constata il barcollare nefasto dell'amministrazione Usa, in Siria. Ingenti quantitativi di gas nervino sono finiti nelle mani del Fronte Al-Nusra, la fazione jihadista presente nel movimento anti-Assad. Tra i principali fornitori c’era Erdogan (tramite l'azienda turca Zirve Export), e le consegne vennero organizzate all'inizio del 2012 in accordo con Arabia Saudita e Qatar, con l'assidua assistenza americana e dei servizi britannici. Si trattava di piegare l'Iran, alleato chiave di Damasco, e a questo scopo Washington consentì a incanalare armi chimiche in provenienza dagli arsenali di Gheddafi in Libia. Quando Washington cominciò a tergiversare, nel 2013, l'asse turco-saudita si diede un obiettivo preciso: "fabbricare" un attacco chimico di vaste proporzioni, attribuirlo a Assad, e mettere nell'angolo Obama stringendolo nella morsa della Linea Rossa.

Nell'ultima fase dell'operazione Obama tentò una marcia indietro, cercando di divincolarsi dall'accordo segretamente concluso con i tre "amici" dell'occidente: con la Turchia membro della Nato, e con Arabia Saudita e Qatar. Fu a quel punto che Erdogan, sentendosi abbandonato, ordì l'eccidio del 21 agosto. L'orrore causato dall'uso del sarin nei sobborghi di Damasco avrebbe indotto la Casa Bianca a rientrare nei ranghi e a proclamare infranta la Linea Rossa. Cosa che Obama fece, anche se ancora una volta, alla fine, tornò sui suoi passi: accolse la promessa siriana di smantellare le armi chimiche, accettò la mediazione di Putin, e fermò l'offensiva contro Damasco.

C'è qualcosa di marcio in occidente e nella Nato, se un paese membro può impunemente, addirittura tramite carneficine, portare l'Alleanza sul bordo della guerra. Se l'impunità impedisce che la verità venga alla luce: la verità di un'America incapace di imbrigliare le deviazioni violente di propri alleati, e l'uso che vien fatto della Nato come scudo, e come scusa. E c'è del marcio nell'Unione europea, che da anni tratta con Ankara senza mai indagare sulle sue condotte di potenza regionale irresponsabile. Erdogan ha vinto di nuovo le elezioni, il 30 marzo, e subito ha minacciato gli oppositori interni ed esterni senza tema d'esser redarguito: "Chi ha attaccato la Turchia è rimasto deluso, e da domani può essere che qualcuno scapperà. Noi però entreremo nei loro covi, e loro pagheranno il prezzo".

Questo significa che nessuna istituzione occidentale  -  Nato o Unione europea  -  è in grado di garantire un ordine nel mondo, come pretende. È vero piuttosto il contrario: ambedue stanno divenendo garanti del caos, e di manovre che mal-governano e neppure capiscono. Continuano a considerare Siria e Iran grandi nemici, e non si rendono conto che stanno invischiandosi in un Grande Gioco a fianco di alleati inaffidabili (Turchia, Arabia Saudita, Qatar), il cui primo interesse strategico è regolare i conti con l'Islam sciita.

La cosa più inquietante è la volubile incompetenza degli Stati Uniti, nel Grande Gioco. Solo in parte dominano la storia che fanno, divisi tra establishment militare, servizi, ideologi politici. Washington precipita spesso in imboscate di cui si libera a stento (quando si libera, ricade nel vecchio bipolarismo russo-americano). Lo si è visto in Iraq, Afghanistan, Libia. Appena due giorni prima dell'attacco che aveva programmato in Siria Obama chiese l'approvazione del Congresso, e fu il primo segno di un ritiro volontario dall'operazione turco-saudita, opportuno ma umiliante. Lo stesso era successo nell'ormai irrilevante Inghilterra: Cameron s' era già armato di tutto punto, e il 30 agosto 2013 il Parlamento votò contro e lo svestì.

L'accumularsi di simili incidenti dovrebbe spingere l'Europa a dotarsi di una comune politica estera e di difesa, che non sia al traino della sempre più fiacca, ingabbiata potenza Usa. Dal 2005 Bruxelles negozia con Ankara, rinviando continuamente l'ingesso nell'Unione, ma la questione decisiva non l'affronta: in Europa non si entra con un'intatta sovranità assoluta, e questo nessuno s'azzarda a dirlo a chi si candida all'adesione (analogo errore fu commesso nell'allargamento a Est). Non si entra neppure senza la memoria dei propri misfatti: nel caso turco, il genocidio degli armeni nel 1915-16. Non è una questione minore, visto che Erdogan non esita a produrre e distribuire nel mondo il gas nervino, e a provocare massacri pur di raggiungere -  sotto l'ombrello della Nato -  le proprie mire nazionaliste.

Il caso siriano e la trappola turco-saudita (originariamente turco-saudita-americana) confermano che l'ordine mondiale non può più essere affidato alla sola e imprevedibile leadership Usa. Il nuovo ordine ha da essere multipolare, e l'Europa dovrà, in esso, conquistarsi un suo spazio. L'attacco occidentale contro la Siria è stato cancellato all'ultimo minuto, ma casi simili possono riprodursi, e che le cose erano marce lo si saprà sempre troppo tardi. Troppo tardi si apprenderà che Occidente è parola piena di strepito, buoni propositi, vista corta, e anche inciviltà.

© Riproduzione riservata 10 aprile 2014
la Repubblica quotidiano digitale

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2014/04/10/news/se_la_turchia_una_potenza_con_l_immunit-83199550/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI. Risposta a Eugenio Scalfari sul M5S
Inserito da: Admin - Novembre 11, 2014, 05:45:33 pm
Barbara Spinelli: risposta a Eugenio Scalfari sul M5S

Di BARBARA SPINELLI
16 dicembre 2013
   
Sono stupita dalle parole che Eugenio Scalfari dedica non tanto e non solo alle mie idee sulla crisi italiana ma, direttamente, con una violenza di cui non lo credevo capace, alla mia persona.

Violento è infatti l'uso che fa di Altiero Spinelli, del quale nessuno di noi può appropriarsi: chi può dire come reagirebbe oggi, di fronte alle rovine d'Italia e dell'Europa da lui pensata nel carcere dove il fascismo l'aveva rinchiuso, e difesa sino all'ultimo nel Parlamento europeo? Non ne sono eredi né Scalfari, né il Presidente della Repubblica, e neppure io. Il miglior modo di rispettare i morti è non divorarli, il che vuol dire: non adoperarli per propri scopi politici o personali. Mi dispiace che Scalfari abbia derogato a questa regola aurea.

Quanto al Movimento 5 Stelle, io dico che va ascoltato: non è solo l'Italia peggiore che ha votato per lui a febbraio. Senza la sua scossa il discorso pubblico continuerebbe a ignorare la crisi dei partiti, i modi del loro finanziamento, l'abisso che li separa dalla loro base. Mettere M5S sullo stesso piano di Marine Le Pen o di Alba Dorata più che un errore è una controverità. È anche un gesto di intolleranza verso chi la pensa diversamente. In proposito vorrei dire un'ultima cosa: è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all'interno d'una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi.

---

Cara Barbara, come ti avevo promesso ieri, io ho già dimenticato le cose per me sgradevoli che ho ascoltato nella trasmissione di Travaglio e quelle che tu hai scritto su Grillo sul nostro giornale. L'unica cosa che non dimentico è il mio antico affetto nei tuoi confronti.
Eugenio Scalfari

Da - http://www.repubblica.it/politica/2013/12/16/news/spinelli_risposta_a_scalfari_su_m5s-73708579/?ref=search


Titolo: Barbara Spinelli Perché serve l’Onu
Inserito da: Admin - Aprile 25, 2015, 04:51:21 pm
Perché serve l’Onu
Di Barbara Spinelli

21 Aprile 2015

Settecento morti nel Mediterraneo nella notte tra sabato 18 aprile e domenica, a 60 miglia dalle coste libiche. È il più grande sterminio in mare dal dopoguerra, dopo i 366 morti del 2013 a Lampedusa. Inutile snocciolare i numeri delle scorse settimane, le percentuali in costante aumento: sempre giunge l’ora in cui il numero acceca la vista lunga, indica e al tempo stesso cancella le persone. Enumerare non serve più, se non chiamiamo a rispondere gli attori politici del dramma: la Commissione europea, gli Stati dell’Unione, l’Alto Commissariato Onu.

A tutti va ricordato che le normative sul soccorso dei naufraghi e sul non-respingimento sono divenute cogenti in contemporanea con l’unificazione europea, in memoria del mancato soccorso alle vittime dei genocidi nazisti. Sono la nostra comune legge europea.

A questi attori bisogna rivolgersi oggi con una preliminare e solenne domanda: smettete l’uso di parole altisonanti; passate all’azione; non reagite con blocchi navali che tengano lontani i fuggitivi dalle nostre case, come si tentò di tener lontani gli ebrei in fuga dal nazismo. Questo è un giorno di svolta. A partire da oggi occorre mettere la parola urgenza, al posto di emergenza. Bisogna dare alla realtà il nome che merita: siamo di fronte a crimini di guerra e sterminio in tempo di pace, commessi dall’Unione europea, dai suoi 28 Stati, dagli europarlamentari e anche dall’Alto Commissariato dell’Onu. Il crimine non è episodico ma ormai sistemico, e va messo sullo stesso piano delle guerre e delle carestie prolungate. Il Mar Mediterraneo non smette di riempirsi di morti dal 28 marzo 1997, quando, nel naufragio della Katër i Radës, 81 profughi albanesi perirono nel canale di Otranto. Lo sterminio dura da almeno 18 anni: più delle due guerre mondiali messe insieme, più della guerra in Vietnam. È indecenza parlare di “cimitero Mediterraneo”. Parliamo di fossa comune: non c’è lapide che riporti i nomi dei fuggitivi che abbiamo lasciato annegare.
 
Le azioni di urgenza che vanno intraprese devono essere, tutte, all’altezza di questo crimine, e della memoria del mancato soccorso nel secolo scorso. Non sono all’altezza le missioni diplomatiche o militari in Libia, dove per colpa dell’Unione, dei suoi governi, degli Stati Uniti, non c’è più interlocutore statale. Ancor meno lo sono i blocchi navali, gli aiuti alle dittature da cui scappano i richiedenti asilo, il silenzio sulla vasta destabilizzazione nel Mediterraneo – dalla Siria alla Palestina, dall'Egitto al Marocco – di cui l’Occidente è responsabile da anni.

Le azioni necessarie nell’immediato, eccole:
Urge togliere alle mafie e ai trafficanti il monopolio sulle vite e le morti dei fuggitivi, e di conseguenza predisporre vie legali di fuga presidiate dall’Unione europea e dall’Onu.

Urge finanziare interventi di ricerca e salvataggio, non solo lungo le coste europee ma anche in alto mare, come faceva Mare Nostrum e come ha l’ordine di non fare Triton. Questo, nella consapevolezza che la stabilizzazione del caos libico non è ottenibile nel breve-medio periodo.

Urge che gli Stati europei collaborino lealmente (art. 4 del Trattato dell’Unione), smentendo quanto dichiarato da Natasha Bertaud, portavoce della Commissione: «Al momento attuale, la Commissione non ha né il denaro né l’appoggio politico per predisporre un sistema di tutela delle frontiere, capace di impegnarsi in operazioni di search and rescue». Una frase che ha il cupo suono dell’omissione di soccorso: un reato contro la persona, nei nostri ordinamenti giuridici.

Occorre che l’Onu stessa si muova d’urgenza, e che il Consiglio di sicurezza fronteggi il dramma con una risoluzione. Se i crimini in mare somigliano a una guerra prolungata o a carestie nate dal tracollo degli Stati nei Paesi di transito o d’origine, non escludiamo interventi dei caschi blu. I soccorsi agli affamati e sfollati sono una prassi sperimentata delle Nazioni Unite. Va applicata oggi al Mediterraneo.

Occorre rivedere al più presto i regolamenti di Dublino. Con una sentenza del 21 dicembre 2011, la Corte di giustizia europea pone come condizione essenziale per procedere al trasferimento l’aver positivamente verificato se il migrante corra il rischio di essere sottoposto a trattamenti inumani. Si tratta di un vero e proprio obbligo di derogare ai criteri di competenza enumerati nelle norme di Dublino.

Con la medesima tempestività, occorre tener conto che i Paesi più esposti ai flussi migratori sono oggi in Sud Europa (Grecia, Italia, Cipro, Malta, Spagna): gli stessi a esser più colpiti, dopo la crisi del 2007-2008, da politiche di drastica riduzione delle spese sociali. Spese che includono l’assistenza e il salvataggio dei profughi. Il peso che ingiustamente grava sulle loro spalle va immediatamente alleviato.

Infine, la questione tempo. È dallo sterminio presso Lampedusa che Governi e Parlamenti in Europa preconizzano una cooperazione con i Paesi di origine e di transito, per “esternalizzare” le politiche di search and rescue e di asilo. Il Commissario Avramopoulos ha addirittura auspicato una “cooperazione con le dittature”, prospettando i respingimenti collettivi vietati dalla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei Rifugiati del ‘51 (art. 33) e dagli articoli 18 e 19 della Carta europea dei diritti fondamentali.

Non c’è tempo per costruire relazioni diplomatiche – nei cosiddetti processi di Rabat e Khartoum – perché i fuggitivi sono in mare qui e ora, e qui e ora vanno salvati: sia dalla morte, sia dalle mafie che fanno soldi sulla loro pelle e riempiono un vuoto di legalità che l’Unione deve colmare. Gli Stati europei e l’Onu si macchiano di crimini e vivono inoltre nell’illusione. Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR, parla chiaro: «Far morire le persone in mare non impedirà ai fuggitivi di cercare sempre di nuovo la salvezza» dalle guerre, dalla fame, dall’odio che oggi si scatena contro i cristiani o altre minoranze, e in futuro anche dai disastri climatici.

Il tempo delle parole e dei negoziati diplomatici è senza più alcun rapporto con l’urgenza che si impone. È adesso, subito, che bisogna organizzare un’operazione salvataggio dell’umanità in fuga verso l’Europa.
Barbara Spinelli è eurodeputato, gruppo GUE-Ngl

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-04-21/perche-serve-l-onu-072623.shtml?uuid=AB7yLrSD&p=2


Titolo: BARBARA SPINELLI - "La lista Tsipras è finita tutta colpa di Sel e Rc ma io...
Inserito da: Admin - Maggio 16, 2015, 04:23:59 pm
Barbara Spinelli: "La lista Tsipras è finita tutta colpa di Sel e Rc ma io non mi dimetterò"
 L'europarlamentare spiega il suo abbandono: i partiti predominavano non dovevamo lasciare la battaglia sul reddito di cittadinanza al M5S


Di SEBASTIANO MESSINA
13 maggio 2015
 
ROMA - Barbara Spinelli, la sua decisione di lasciare la lista in cui era stata eletta all'europarlamento, "L'Altra Europa con Tsipras", ha scatenato le polemiche. Il coordinatore di Sel, Fratoianni, la accusa di essere incoerente, rimproverandole di aver voluto tenere il seggio proprio per garantire la tenuta di quel progetto di cui oggi dichiara il fallimento. E sui social network c'è addirittura chi la accusa di tradimento. Come risponde?
"Io non trovo che ci siano né incoerenza né tradimento. Il motivo per cui, da tempo ormai, ho preso le distanze da "L'Altra Europa" è che secondo me è stata la lista ad abbandonare il progetto originario, che era quello di creare un insieme di forze della sinistra molto costruito dal basso, basato sull'associazionismo, sulla società civile. E soprattutto non dominato dai vecchi partiti della sinistra radicale. In questo anno e mezzo, piano piano ho avuto invece l'impressione di un predominio dei piccoli partiti che avevano promesso di sciogliersi ma non si sciolgono mai".

Cosa è successo? Siete in tre, a Strasburgo: non andavate più d'accordo?
"Gli altri deputati de "L'Altra Europa" sono al tempo stesso in un partito: Curzio Maltese, sia pure come indipendente, è entrato nel comitato direttivo di Sel, Eleonora Forenza è nella segreteria di Rifondazione. Io ero espressione solo della Lista, ma nel frattempo "L'Altra Europa" è stata monopolizzata da Sel e Rifondazione. Nell'assemblea del 18 aprile è stata resa nota una lettera aperta di buona parte dei militanti, firmata anche da me, che si sono dissociati e sono praticamente usciti da "L'Altra Europa". Tra questi: Luciano Gallino e Guido Viale".

Provo a mettermi nella testa di un elettore di sinistra, che forse si starà chiedendo: ma come, in Grecia ha vinto Tsipras, in Spagna il consenso di Podemos cresce, e in Italia la sinistra frana?
"Non si può dire che sia solo colpa della nostra lista se in Italia non c'è Tsipras né Podemos. Sicuramente c'è un difetto: "L'Altra Europa" si è rivelata un'aggregazione di mini-partiti, non è riuscita a rappresentare strati più ampi della società. Però in Italia c'è anche il Movimento 5 Stelle, che prende una gran parte dell'elettorato antigovernativo di sinistra".

Lei considera di sinistra il Movimento 5 Stelle?

"Nel Movimento 5 Stelle ci sono molte componenti. Una è senz'altro quella che fa importanti battaglie sociali che sono tradizionali della sinistra. La battaglia che stanno facendo i Cinquestelle sul reddito di cittadinanza è una battaglia che secondo me avrebbe dovuto fare "L'Altra Europa". Ma non l'ha fatta. Quando al Parlamento europeo il M5S ha fatto un'iniziativa sul reddito minimo, ho aderito".

Lei crede che ormai la sinistra fuori dal Pd sia condannata alla frammentazione?
"Non necessariamente. Io sono favorevole all'idea di Landini di una "coalizione sociale". È un progetto ancora timido, che deve strutturarsi, ma proprio la sua nascita segnala che l'esperienza della lista Tsipras è ormai superata. Sicuramente bisogna pensare a qualcosa che non sia un partito classico. Prima che Syriza diventasse un partito sono passati anni. Podemos non è un partito. Il M5S non è un partito. Il peso degli apparati deve ridursi al minimo, e lasciare spazio ai movimenti, alla società".

Ha letto i commenti su Facebook? Molti le chiedono: ma se hai lasciato la lista, perché non ti dimetti da europarlamentare?
"Perché in Europa continuo a battermi per le idee che ho difeso in campagna elettorale, per il programma che ho in parte scritto. Sono stata eletta dagli elettori, non dagli apparati ".

Sotto quale bandiera?
Ha detto che non intende fondare un altro partitino.
"L'Italia ha una nobile tradizione di indipendenti, soprattutto in Europa. Molti eurodeputati, tra cui mio padre, sono stati indipendenti di sinistra. O lo sono, come Sergio Cofferati. Lo sarò anch'io".

© Riproduzione riservata
13 maggio 2015

Da - http://www.repubblica.it/politica/2015/05/13/news/barbara_spinelli_la_lista_tsipras_e_finita_tutta_colpa_di_sel_e_rc_ma_io_non_mi_dimettero_-114230727/?ref=HRER2-1


Titolo: BARBARA SPINELLI - Così si salva la democrazia
Inserito da: Admin - Giugno 30, 2015, 06:34:55 pm
Così si salva la democrazia

Di BARBARA SPINELLI e ÉTIENNE BALIBAR

CARO direttore, chiediamo ai tre creditori della Grecia (Commissione, Banca centrale europea, Fondo Monetario internazionale) se sanno quello che fanno, quando applicano alla Grecia un'ennesima terapia dell'austerità e giudicano irricevibile ogni controproposta proveniente da Atene. Se sanno che la Grecia già dal 2009 è sottoposta a un accanimento terapeutico che ha ridotto i suoi salari del 37%, le pensioni in molti casi del 48%, il numero degli impiegati statali del 30%, la spesa per i consumi del 33%, il reddito complessivo del 27%, mentre la disoccupazione è salita al 27% e il debito pubblico al 180% del Pil.

Al di là di queste cifre, chiediamo loro se conoscono l'Europa che pretendono di difendere, quando invece fanno di tutto per disgregarla definitivamente, deturparne la vocazione, e seminare ripugnanza nei suoi popoli.

Ricordiamo loro che l'unità europea non è nata per favorire in prima linea la governabilità economica, e ancor meno per diventare un incubo contabile e cader preda di economisti che hanno sbagliato tutti i calcoli. È nata per opporre la democrazia costituzionale alle dittature che nel passato avevano spezzato l'Europa, e per creare fra le sue società una convivenza solidale che non avrebbe più permesso alla povertà di dividere il continente e precipitarlo nella disperazione sociale e nelle guerre. La cosiddetta governance economica non può esser vista come sola priorità, a meno di non frantumare il disegno politico europeo alle radici. Non può calpestare la volontà democratica espressa dai cittadini sovrani in regolari elezioni, umiliando un paese membro in difficoltà e giocando con il suo futuro. La resistenza del governo Tsipras alle nuove misure di austerità -  unitamente alla proposta di indire su di esse un referendum nazionale -  è la risposta al colpo di Stato postmoderno che le istituzioni europee e il Fondo Monetario stanno sperimentando oggi nei confronti della Grecia, domani verso altri Paesi membri.

Chiediamo al Fondo Monetario di smettere l'atteggiamento di malevola indifferenza democratica che caratterizza le sue ultime mosse, e di non gettare nel dimenticatoio il senso di responsabilità mostrato nel dopoguerra con gli accordi di Bretton Woods. Ma è soprattutto alle due istituzioni europee che fanno parte della trojka -  Commissione e Banca centrale europea -  che vorremmo ricordare il loro compito, che non coincide con le mansioni del Fmi ed è quello di rappresentare non gli Stati più forti e nemmeno una maggioranza di Stati, ma l'Unione nella sua interezza.

Chiediamo infine che il negoziato sia tolto una volta per tutte dalle mani dei tecnocrati che l'hanno fin qui condotto, per essere restituito ai politici eletti e ai capi di Stato o di governo. Costoro hanno voluto il trasferimento di poteri a una ristretta cerchia di apprendisti contabili che nulla sanno della storia europea e degli abissi che essa ha conosciuto. È ora che si riprendano quei poteri, e che ne rispondano personalmente.

Barbara Spinelli è europarlamentare indipendente del Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica. Étienne Balibar è un filosofo francese
(29 giugno 2015) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/dal-quotidiano/opinioni/2015/06/29/news/cosi_si_salva_la_democrazia-117907780/?ref=HREA-1