LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Admin - Marzo 11, 2008, 09:11:15 am



Titolo: Dario Di VICO.
Inserito da: Admin - Marzo 11, 2008, 09:11:15 am
DOPO IL LIBRO DI TREMONTI

E ora si parli di economia

di Dario Di Vico


Dopo una sbornia di due settimane ricche solo di candidature a porte girevoli, con gente uscita e gente entrata per un soffio, è bene che i partiti cambino passo. Che prendano a parlare di economia partendo magari dallo spunto più interessante di questo scorcio di stagione politica: il libro di Giulio Tremonti. Prima della provocazione dell’ex ministro sembrava che le ricette dei due principali partiti avessero un po’ lo stesso sapore. E tutto sommato non si trattava di una brutta novità. Che addirittura uno dei contendenti accusasse l’avversario di aver copiato i compiti, anche questa era un'assoluta primizia. Ma soprattutto l’indizio che le tendenze centripete all'interno dei due schieramenti stavano finalmente prendendo il sopravvento, scacciando la maledizione centrifuga che aveva visto in due legislature il primato delle forze estreme (la Lega prima e la sinistra radicale dopo) su quelle moderate e di stampo europeista.

Gli ottimisti ne avevano tratto la conseguenza che il nostro bipolarismo si stesse normalizzando, stesse seguendo la rotta degli altri sistemi basati sull'alternativa al potere tra due schieramenti guidati dalle mezzeali centriste. Poi è arrivato il pamphlet di Tremonti. Il più brillante degli intellettuali del centrodestra, l'uomo già designato per occupare la poltrona chiave di Via XX Settembre ha costruito con maestria un prodotto editoriale per proporsi come l'unico capace di dare un’anima a un partito come il Popolo della Libertà, che sembra trovare il suo collante più sull'imminenza del ritorno al potere che su una piattaforma politico- culturale innovativa. Con il libro che già qualcuno ha etichettato come «l’elogio della paura globale », Tremonti stoppa la conversione centripeta del nostro bipolarismo e sceglie per sé, per il governo nel quale lavorerà un posizionamento centrifugo. Indica al centrodestra italiano una strada diversa da quella percorsa dai grandi leader europei come Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.

Ma indicata anche da un no partisan come Jacques Attali. Si veda l’intervista rilasciata a Federico Fubini e pubblicata a pag. 6 nella quale sostiene che abbiamo già una rete di protezione più efficace dei dazi: l’euro. Il Popolo della Libertà resterebbe così l'unica consistente destra populista d'Europa e ridarebbe fiato al vecchio contenzioso italiano con la filosofia e le scelte della Ue. Tra i liberali che militano nell'area di centrodestra si è aperta un'ampia e sincera discussione sulla svolta tremontiana ma forse non è ragionando solo di scuole liberiste che si può trovare la chiave di questa novità. Non bisogna dimenticare che per il nostro Paese resta quasi intatto un deficit di affidabilità internazionale, testimoniato dallo spread tra i nostri Btp e i bund tedeschi tornato ai livelli degli anni 90 quando Hans Tietmeyer non ci voleva dentro l'euro. E non bisogna sottovalutare come nella business community anglosassone—e nei giornali tipo l'Economist che ne interpretano gli umori — rimanga forte il pregiudizio nei confronti di Silvio Berlusconi.

Questi elementi, se sommati, gettano un'ipoteca sulla campagna elettorale, come se il programma del Pdl fosse un mero esercizio di stile e i pamphlet dessero invece la vera misura di come si muoverà il nuovo governo del Cavaliere. Anche sul fronte opposto, quello del Pd, gli elementi di indeterminatezza sono ampi. Il programma presentato è sicuramente orientato in chiave modernista, rompe con la cultura del «tassa e spendi» che ha dominato negli ultimi due anni e fa propri i suggerimenti di intellettuali come lo storico Gianni Toniolo che chiedono al Pd di assumere un orientamento pro global e a favore della società aperta. Restano, è vero, ambiguità come quella che ha portato alla creazione nelle liste di strane coppie (il cigiellino Paolo Nerozzi usato come stopper su Pietro Ichino) ma l'incognita è un'altra. Veltroni non ha ancora indicato il suo Mr. Economia e non si tratta certo di un'amnesia. E' un limite intrinseco di un programma che serve più a riposizionare il partito che a governare, un manifesto che segnala l'abbandono della cultura «irista» ma non riesce a indicare una piattaforma incisiva per l'azione di un ipotetico governo di un nuovo centrosinistra.

Non c'è una vera indicazione contro i rischi di recessione, ci si limita ad assemblare istanze anche giuste ma poi si glissa sulle coperture finanziarie, ovvero sulla praticabilità hic et nunc di quelle stesse scelte. E' anch'esso un esercizio di stile. L'indicazione di un Mr. Economia probabilmente coprirebbe questo vuoto, non servirebbe solo a riempire una casella dell'organigramma ma indicherebbe a Bruxelles e ai mercati un volto e una politica. E' vero che chiedere in campagna elettorale a un leader di rinunciare alle proprie ambiguità può sembrare di proporgli un autogol ma l'affidabilità internazionale dell'Italia passa anche per questa cruna.

11 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: Dario Di Vico. L'Europa della fiducia
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2008, 11:27:48 am
CITTADINI E GLOBALIZZAZIONE

L'Europa della fiducia


di Dario Di Vico


Il protagonista del Forum Economia e Società Aperta è stato Jean-Claude Trichet. Il presidente della Bce ha pronunciato parole chiare sui rischi che corrono le economie europee ma soprattutto ha rivendicato il valore dell'Operazione Euro. Una lungimirante scelta di governo della globalizzazione, che «non ha cambiato solo noi, ma anche il mondo». Trichet rappresenta meglio di altri il profilo volitivo dell'Europa, la capacità delle sue istituzioni di reggere l'urto della crisi e le pressioni dei governi nazionali. Il presidente della Bce è arrivato a Milano sulla scia del successo ottenuto nel duello a distanza con Nicolas Sarkozy che voleva ridimensionarne l'autonomia e invece ha dovuto fare marcia indietro. L'autorevolezza dimostrata nella gestione dei tassi e la risposta immediata che Francoforte ha saputo dare alla crisi dei subprime sono ulteriori elementi che convalidano la percezione di un'Europa che coltiva nuove ambizioni.

Se la vicenda dell'euro dimostra che governare la globalizzazione non è una contraddizione in termini, l'intera costruzione comunitaria è un «caso di scuola » quanto a gestione della complessità e può rappresentare una bussola in una fase in cui c'è un palese vuoto di indirizzi. La crisi finanziaria, l'esplosione dei prezzi delle materie prime, la transizione degli Usa che stanno archiviando l'era Bush e attendono il successore, sono tutti avvenimenti che accentuano la sensazione di vivere in un mondo non governato, che corre senza freni verso un futuro oscuro. Questo vuoto, almeno parzialmente, l'Europa può riempirlo se gioca le sue carte con rinnovata motivazione, se si presenta come un'offerta dinamica e se ritrova la sinergia politica con quei governi che sovente l'hanno contraddetta. Vuoi difendendo i campioni nazionali, vuoi cedendo alla logica degli aiuti di Stato e mostrandosi incapaci di fronteggiare il divide et impera energetico di Putin.

Ma per riempire il vuoto di governance l'Europa è chiamata a riconquistare i suoi cittadini. Si avvicina il referendum irlandese sul Trattato di Lisbona e dalle urne potrebbe venir fuori un responso negativo. Non sarebbe una sciagura paragonabile al doppio no francese e olandese del 2005, ma comunque si tratterebbe di un nuovo stop. Una dimostrazione che le paure degli europei continuano a tener banco e le forze riformiste hanno forse sottovalutato il segnale della Bolkestein, la liberalizzazione dei servizi affondata dai parlamentari di Strasburgo. In quell'occasione il fantasma dell'idraulico polacco che insidiava i posti di lavoro degli artigiani francesi fu usato contro la modernizzazione, contro i consumatori e per legittimare lo status quo. E allora la domanda diventa: come possiamo evitare nuove Bolkestein? Ricostruendo un feeling con i propri elettori, viene da rispondere. Altrimenti le regole che nel frattempo, pur faticosamente, ci saremo dati, i trattati che avremo scritto, si infrangeranno sullo scoglio dell'incomprensione popolare. Per chi sostiene una globalizzazione dolce e governata c'è solo da aprire quei dossier che attendono risposte. Come evitare forme di concorrenza al ribasso tra lavoratori autoctoni e immigrati, come costruire un modello europeo che guidi la riforma dei welfare nazionali, come indirizzare un mercato del lavoro che non carichi tutta la flessibilità dal lato dei figli e non preservi la rendita di posizione dei padri. Di cose da fare ce n’è.

15 maggio 2008

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO INDUSTRIALI E GOVERNO. La fine dei tabù
Inserito da: Admin - Maggio 24, 2008, 01:11:49 am
INDUSTRIALI E GOVERNO

La fine dei tabù


di Dario Di Vico


Emma Marcegaglia ha avuto coraggio. La prima donna chiamata a guidare gli industriali ha fatto una scelta chiara: l'Italia non può restare ancora a lungo fuori dal nucleare. L'opzione della neopresidente è in perfetta continuità con la linea di modernizzazione della Confindustria degli ultimi anni, ma segnala un'accelerazione dovuta alle competenze specifiche della Marcegaglia in materia di energia. Mai, dunque, prima d'ora gli industriali si erano spesi così nettamente pro nucleare e un ruolo decisivo l'hanno giocato gli elettori che hanno insediato a Palazzo Chigi un governo decisamente incline ad abbattere uno degli ultimi tabù della politica italiana. Se c'era bisogno di una conferma l'annuncio del ministro Claudio Scajola, che ha fatto seguito alla relazione della Marcegaglia, l'ha abbondantemente fornita. Così come, al contrario, i primi commenti di Ermete Realacci hanno dato la prova che per il Pd non basta autoproclamarsi a vocazione maggioritaria per darsi una linea univoca e convincente.

Sarebbe interessante se in Italia, dopo il pronunciamento della Confindustria, si aprisse una riflessione sul nucleare che lasciasse da parte le vecchie e un po' consumate querelle tra industrialisti ed ecologisti, tra sostenitori della competitività di sistema e convinti assertori del rischio ambientale. Oggi il film è cambiato. Militano a favore di un rilancio del nucleare — e sarebbe provinciale non tenerne conto — considerazioni che attengono al proseguimento dei processi di globalizzazione e alla necessità di sottrarre i Paesi poveri al ricatto del continuo aumento dei prezzi del cibo. Proprio l'economista indiano Jagdish Bhagwati, citato ieri dalla Marcegaglia, sostiene che la limitazione del ricorso al biocarburanti, gli investimenti sul nucleare e l'accettazione dei cibi geneticamente modificati sono facce della stessa medaglia, di un intervento internazionale di carattere strutturale teso ad evitare un nuovo irreversibile gap tra i Paesi del G8 e le periferie del mondo. Ma il nucleare è una risposta anche alla impellente necessità di stabilizzare i prezzi delle materie prime energetiche e di dare maggiore forza negoziale all'Europa, oggi pesantemente sottoposta al vincolo politico e commerciale rappresentato dal gas russo. E se si cerca una via efficace per ridurre le emissioni di CO2 non si può scartare, anche in questo caso, l'opzione nucleare. Insomma sono in campo motivazioni geostrategiche, e persino ecologiche, che possono servire ad aggiornare il dibattito e a rimuovere vecchie idiosincrasie. È sicura la sinistra di essere insensibile a queste novità?

Le scelte da fare in materia di energia sono per la Marcegaglia una metafora della nuova fase che attraversa l'Italia. Alla politica, la Confindustria concreta e pragmatica disegnata dalla neopresidente chiede di non cadere più preda dei veti e delle minoranze «che tengono in scacco il Paese». Chiede di decidere. E non è certo casuale che uno degli applausi più caldi della platea abbia accompagnato l'invito a passare dalle parole ai fatti in materia di licenziamento dei fannulloni. A guardare la prontezza con la quale il governo si è mosso sul taglio fiscale per gli straordinari e l'abolizione dell'Ici, è assai probabile che avvenga.

P.S. In tema di tabù da violare non è il caso di mettere in agenda anche gli Ogm?


23 maggio 2008

da corriere.it


Titolo: Dario Di Vico Il coraggio e la fortuna
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2008, 06:50:01 pm
L’AUTUNNO DEL SINDACATO

Il coraggio e la fortuna


di Dario Di Vico


La saggezza popolare sostiene che la fortuna aiuta gli audaci. Ma l'Italia è anomala anche in questo. Almeno in un caso, quello del sindacato, la Dea bendata sembra andare in soccorso dei pavidi. Nonostante Cgil-Cisl-Uil vengano da anni di scelte rinviate e di coraggio archiviato hanno ora, in settembre o al massimo nelle settimane successive, la possibilità di ricominciare. Di chiudere la lunga stagione dei no e tornare al centro della scena politica. Il primo nodo riguarda il risanamento e la privatizzazione dell'Alitalia. Si discuta e si negozi la quantità e la gestione degli esuberi ma il salto che i sindacati devono fare è un altro: rinunciare al consociativismo aereo. Quello statuto materiale che ha fatto della compagnia di bandiera un' azienda extra-mercato dove non valgono le regole standard dell'industria privata e le rappresentanze non sono mai elette direttamente dai lavoratori. Per evitare di rompere questo schema il sindacato ha detto no in primavera all'offerta avanzata da Air France, ma ora il tempo è scaduto. Con la consueta lucidità Nicola Rossi ha fotografato così la situazione: «La richiesta Cgil di discutere il piano è irragionevole, spero che evitino nuovi errori».

La seconda scelta-chiave di questi giorni investe la riforma della contrattazione. Il paradosso di cui soffrono i lavoratori italiani è quello di avere il sindacato più forte d'Europa e le paghe più basse. Non può durare all'infinito. E' dunque più che legittimo aspettarsi che i vertici di Cgil-Cisl-Uil si chiudano in una stanza con i rappresentanti della Confindustria e ne escano con un'intesa che scambi incrementi di produttività con vantaggi salariali. Non è difficile. C'è un tavolo di negoziazione aperto, si tratta di tagliarsi i ponti alle spalle e capire, da parte del sindacato, che questa è l'ultima chance per tornare a contare qualcosa in materia di distribuzione del reddito.

Il terzo crocevia è rappresentato dalla «questione fannulloni». L'iniziativa tambureggiante del ministro Renato Brunetta ha aperto varchi tra gli assenteisti professionali. Il sindacato, invece, è stato reticente o è rimasto sulla difensiva (abbracciando il noto slogan: «Il problema è ben altro»). Eppure è facile individuare cosa si deve fare: definire d'intesa con il governo un codice di comportamento sperimentale che elimini le punte più sfacciate di assenteismo e crei i presupposti per costruire un nuovo sistema di sanzioni e incentivi.

Se Cgil-Cisl-Uil facessero queste cose, quasi d'incanto potrebbero recuperare il rapporto con l'opinione pubblica e si ritroverebbero protagonisti della transizione italiana verso il moderno. Se scegliessero questa strada farebbero un favore a se stessi prima che a Silvio Berlusconi. Non sarebbero conteggiati tra i «traditori» perché i governi cambiano e le rappresentanze sociali lavorano su tempi più lunghi. E comunque, restando pregiudizialmente pavido, il sindacato non aiuterebbe il Pd a uscire dal suo travaglio, perché la crisi d'identità dei democrat ha radici e articolazioni che poco hanno a che vedere con la privatizzazione dell'Alitalia, le regole della contrattazione e la lotta all'assenteismo. Ps.

C'è qualcuno nel sindacato che nutre il pur minimo dubbio su cosa avrebbe scelto in una situazione del genere Luciano Lama?

04 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO -
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2008, 12:55:49 pm
EDitoriale

La buona politica


di Dario Di Vico



Non facciamoci fuorviare dalle polemiche di giornata.

Dai fuochi d’artificio ad uso e consumo dei talk show. Dalla irrefrenabile corsa ad auto-intestarsi la vittoria. La verità è che se si è usciti da Ali-caos il merito è anche della buona politica. E’ la dimostrazione che quando si abbandona l’infausto metodo del dialogo sotto traccia, delle trattative opache e si percorre la strada maestra del confronto diretto tra governo e opposizione, le cose alla fine accadono.

Misurandosi a cielo aperto le soluzioni si avvicinano e non si allontanano. E la politica in qualche misura si rimette in sintonia, anche se per un solo momento e per di più in zona Cesarini, con il Paese reale. E’ ciò che è avvenuto negli ultimi giorni per il caso Alitalia ed è una lezione che non va dimenticata, anche se da domani dovessero riavere il sopravvento le risse e i regolamenti di conti. In un Paese a democrazia matura la lotta politica più intransigente può degnamente convivere con la ricerca, in singoli e specifici casi, di soluzioni comuni.

Ma proprio perché, almeno stavolta, la politica ha assolto ai suoi compiti «alti», bisogna tenere a mente che l’arrivo di Colaninno & C. sulla plancia di comando della compagnia non è un salvataggio qualsiasi, è una privatizzazione. La differenza non è da poco: dovrà cambiare il Dna dell’azienda, dovranno essere ridisegnati ruoli e prerogative. Le associazioni dei piloti difendono la dignità professionale dei propri aderenti ed è giusto. Ma non possono pretendere di continuare a condizionare la scelta (o la rimozione) degli amministratori delegati com’è avvenuto per circa 20 anni. Non possono nemmeno sperare che l’Anpac continui ad avere un doppio ruolo, da un lato sindacato e di conseguenza controparte del management e dall’altro consulente della stessa azienda per l’addestramento dei piloti.

Tutto ciò fa a pugni con le regole di un’impresa privata chiamata a competere sul mercato globale e che non potrà più contare sullo sfondamento dei bilanci. In un mercato altamente concorrenziale come il trasporto aereo non sarà più concepibile che un volo non parta o faccia ritardo perché non è arrivata in tempo una delle hostess. Una volta terminata la fase degli accordi sindacali la nuova Alitalia dovrà scegliere il partner internazionale. Anche in questo caso sarà bene ricordare che a farlo sarà un’azienda privata. Avrebbe poco senso che l’una o l’altra delle municipalità (o dei sindacati) cercasse di imporre dall’esterno il proprio candidato.

Di una rissa tra filo- francesi e filo-tedeschi possiamo farne tranquillamente a meno. Del resto il business dei voli oggi non consente errori. I margini di guadagno delle compagnie aeree si vanno drasticamente riducendo e il futuro non promette di meglio. Pur essendo un servizio, il trasporto aereo non dà ritorni come le telecomunicazioni o l’energia. Basta guardare i risultati delle altre compagnie per constatare che si guadagna — se va bene — come nel settore manifatturiero. E chi si distrae va fuori pista.

26 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Dario Di Vico Né sessantotto né ventinove
Inserito da: Admin - Novembre 18, 2008, 09:11:22 am
LA TRAPPOLA DELLE ANALOGIE

Né sessantotto né ventinove


di Dario Di Vico


Le analogie sono delle gran trappole. Attraggono perché sono facili da maneggiare e comunicano velocemente un pensiero di sintesi ma spesso portano fuori strada. Prendiamo il caso dell'Onda, delle manifestazioni studentesche contro i decreti Gelmini. La coreografia ricorda giocoforza l'evento-padre di tutte le contestazioni, il Sessantotto, e l'analogia in questo caso è facile, quasi una sinecura. Spinge al raffronto anche l'angoscia che attanaglia la sinistra: teme di restar vittima di un lungo ciclo di vittorie del centrodestra ed è quindi naturalmente portata a puntare sullo spariglio, a confidare che sulla ruota della politica esca un altro '68. Ma chi ha investito sul paragone tra ieri e oggi sembra destinato a restar deluso.

Non pare che l'Onda, a vedere anche il debole impatto dell'assemblea nazionale dei collettivi universitari conclusasi ieri alla Sapienza di Roma, abbia la stessa energia creativa del movimento di 40 anni fa. Né ci sono somiglianze tra la rottura anti-consociativa che la contestazione operò nei confronti dei poteri scolastici di allora e la pratica odierna che vede studenti-outsider e professori-insider marciare a braccetto contro il governo. Perché se è giusto sottolineare come il mondo della scuola sia una comunità di valori, è anche vero che dentro di essa prevale spesso una solidarietà di tipo corporativo, da «lobby della scuola». In quanto a differenze non va trascurata, poi, una considerazione di carattere squisitamente sociologico. Il '68 fu la manifestazione politica di un ampio processo di mobilità sociale che produsse in molte famiglie il primo laureato della casa, l'Onda invece si muove dentro una società ingessata, dove i meccanismi di casta sono vivi e vegeti e le liberalizzazioni ferme.

Anche l'altra analogia, in gran voga in questi mesi, quella tra la crisi finanziaria di oggi e il crollo del '29, è suggestiva quanto ingannevole. Sostengono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi nel loro pamphlet La crisi. Può la politica salvare il mondo? che le due situazioni non sono paragonabili. Il crac degli anni Trenta si trasformò in una tremenda e lunga depressione a causa di una clamorosa sequenza di errori di politica economica che andarono dal togliere liquidità alle banche (invece di rifornirle) all'introduzione di dazi per proteggere le industrie nazionali, da un controllo dirigistico delle contrattazioni salariali al ricorso incontrollato alla spesa pubblica.

È vero che l'opinione prevalente tra gli analisti stima il 2009 e forse anche il 2010 come anni caratterizzati da forte recessione, ma vale la pena ricordare un dato: dopo il '29 il Pil americano subì un calo record del 30% e un americano su quattro finì per perdere il posto di lavoro. Oggi invece anche le previsioni più autorevoli, come quelle diffuse dal Fmi per i prossimi dodici mesi, arrivano almeno per ora a pronosticare per l'economia Usa una performance negativa dello 0,7%, e per la zona euro dello 0,5%, risultati in parte bilanciati dallo sviluppo dei Paesi emergenti che continuerà a segnare +5,1%. È chiaro che l'ordine di grandezza è totalmente diverso da quello del 1929, concludono i due economisti. Ed è difficile dar loro torto.


17 novembre 2008

da corriere.it


Titolo: Dario Di Vico Parole e numeri
Inserito da: Admin - Marzo 04, 2009, 11:43:22 pm
Parole e numeri


di Dario Di Vico


Nei giorni scorsi con accenti e modalità differenti tra loro diversi esponenti delle opposizioni si sono pronunciati per una nuova riforma previdenziale. Lo ha sostenuto il segretario dell'Udc Pier Ferdinando Casini, lo hanno affermato due esponenti di spicco del Pd come Enrico Letta e Marco Follini ed è diventato un punto fermo delle proposte del Partito Radicale. La motivazione economica che i politici citati avanzano è quantomeno lineare: risparmiare risorse sul fronte della spesa pensionistica per poterle investire nella difesa dei redditi di lavoratori e precari a rischio- lavoro. Anche l'obiettivo politico dei Casini e dei Letta è trasparente. Rubare il tempo a un governo descritto come incerto e tentennante e cercare di fare un'operazione di agenda setting, imporre — almeno a livello di opinione pubblica — alcune priorità di una rinnovata politica economica anti-crisi.

Tutto bene, dunque? No, un rischio c'è ed è quello di restare al di qua del Rubicone, di mettere in campo una pur legittima operazione di propaganda, magari anticipando i tempi della competizione elettorale europea. Non sarebbe neanche una novità. Il tema della riforma delle pensioni è un topos di certa cattiva politica italiana che quando si è trovata all'opposizione ha invocato drastici interventi per la sostenibilità dei conti previdenziali e quando, magari subito dopo, si è trovata a gestire la cosa pubblica si è clamorosamente tirata indietro accampando le scuse le più singolari. Per uscire dalle nebbie della propaganda i riformisti dovrebbero fare un passo altrettanto lineare, indicare come e dove il bisturi della politica dei risparmi deve intervenire per rendere il sistema più equo nei confronti delle nuove generazioni. Se questo passo, da Casini fino ai radicali, venisse fatto assieme, l'operazione ne guadagnerebbe in termini di efficacia e credibilità e rappresenterebbe uno stimolo all'azione del governo.

Non si tratta di partire dall'anno zero. Il dibattito sui miglioramenti da introdurre nella legge Dini è sufficientemente ricco per alimentare simulazioni e proposte che potrebbero essere condivise anche da qualificati esponenti del centrodestra. In parecchi, ad esempio, concordano sull'utilità di accelerare il passaggio di tutti i lavoratori dal vecchio sistema a ripartizione al nuovo centrato sul metodo contributivo. Così come c'è un consenso ampio sulla necessità di equiparare l'età di pensionamento delle donne ai 65 anni previsti per gli uomini per rendere omogeneo il sistema italiano con le norme europee. Sono disposti Letta e gli altri a uscire allo scoperto su entrambi questi punti che potrebbero liberare risorse stimate attorno a 1,5 miliardi l'anno?

Il governo in materia di pensioni è stato cauto e a più riprese ha sottolineato, con qualche ragione, il rischio di aumentare «lo stress sociale», di aggiungere al panico da recessione l'angoscia da pensioni. Andrebbero però valutate le opportunità. Presentarsi ai mercati avendo saputo tener ferma la barra della spesa ma anche avendo accresciuto la sostenibilità del welfare può rappresentare, in tempo di aste dei titoli pubblici, un vantaggio competitivo.


04 marzo 2009
da corriere.it


Titolo: Dario Di Vico Pomigliano non somiglia a Detroit
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2009, 05:00:06 pm
Sindacati, percorsi invertiti

Pomigliano non somiglia a Detroit


Il mondo dell’industria e dei sindacati sembra destinato a camminare alla rovescia. Per effetto della Grande Crisi si gioca a continenti invertiti. Nella roccaforte del liberismo, nella patria degli animal spirits capitalistici, il sindacato dell’auto, la Uaw, si dichiara pronto a diventare azionista di riferimento di una delle Big Three, la Chrysler, in cambio di dolorosi tagli alle pensioni, alla sanità e agli stipendi.

L’America che lapida i Madoff e i Wa­goner, super finanzieri senza scrupoli e top manager senza idee, si affida invece ai Gettelfinger, pragmatici leader sinda­cali che hanno fatto accordi anche negli anni di George W. Bush e che oggi si rive­lano decisivi per salvare il patto di cittadi­nanza che lega la società americana e per onorare le promesse elettorali di Ba­rack Obama. Nella vecchia Europa, invece, il sinda­calismo si agita tanto senza concludere niente. Tiene la piazza con manifestazio­ni imponenti, che si rivelano frutto però più di una straordinaria forza organizza­tiva che di una reale sintonia con le an­sie e le aspettative più profonde del mon­do del lavoro. Il caso limite è quello fran­cese dove la deriva populista sembra aver preso la mano alle forze sindacali. I sequestri di manager rischiano di diven­tare un’abituale forma di lotta contro la crisi e nei servizi sono rispuntate agita­zioni in stile gatto selvaggio, come l’im­provvisa interruzione della fornitura di luce e gas alle famiglie decisa sabato scorso dai dipendenti dell’Edf e della Gaz de France per sostenere una richie­sta di aumento degli stipendi.

Dentro le confederazioni sindacali ita­liane la confusione è grande quanto il cielo. Come si può desumere da un infor­mato articolo di Bruno Ugolini pubblica­to sull’Unità, in casa Cgil è tempo di ma­novre pre-congressuali e il posiziona­mento dei suoi dirigenti sembra obbedi­re più a logiche di potere e di ricerca di alleanze interne che alla necessità di da­re chiare indicazioni alla base. La conse­guenza è che i segnali che arrivano in fabbrica e negli altri luoghi di lavoro so­no assai diversi tra loro. Non si firma con la Confindustria l’accordo-quadro che dopo anni di incredibili rinvii tenta di rinnovare e decentrare le relazioni in­dustriali e legarle agli incrementi di pro­duttività. Si minaccia esplicitamente di trasformare Pomigliano in una polverie­ra (da rendere necessario addirittura «l’intervento dell’esercito») se la Fiat do­vesse ristrutturare lo stabilimento. Poi, però, per evitare di restare spiazzati si finge di guardare con attenzione a ciò che succede a Detroit e al modello Chry­sler e si studiano caute aperture sull’azio­nariato dei dipendenti. Il risultato pro­dotto da tutte queste prese di posizione, contraddittorie tra loro, è la sovrapposi­zione delle parole d’ordine. Un sindacali­smo à la carte dove ognuno trova il suo piatto preferito ma i lavoratori restano a digiuno. Se si guarda con attenzione alle dina­miche politico-elettorali anche in questo caso la sensazione di disagio delle aree di forte tradizione sindacale e politica è lampante. Tutti i sondaggisti pronostica­no alle imminenti elezioni europee ed amministrative un’ulteriore emorragia di consensi «manifatturieri» dal Pd in di­rezione della Lega o del neonato operai­smo dipietrista. Nelle aree del Lombar­do- Veneto già saldamente controllate dal centro-destra ma, ed è questa la novi­tà, anche in Emilia e Toscana, nelle zone in cui la piccola industria è in grave soffe­renza per gli effetti della recessione.

Persino Giovanni Consorte, l’ex capo di Unipol, si può permettere di irridere Dario Franceschini annunciando che un «grande convegno nazionale sulla me­dia impresa» lo organizzerà lui. Chi pen­sava a un effetto Obama, a un automati­co trascinamento di voti per il centro-si­nistra italiano come riflesso della straor­dinaria performance dei democratici yankee, si deve giocoforza ricredere. Il consenso non è moneta elettronica che si possa trasferire con un clic da una sponda dell’Atlantico all’altra, lo si con­quista sul campo a casa propria. Per far­lo bisogna mettersi dalla parte delle solu­zioni, non solo da quella dei problemi.

Dario Di Vico

20 aprile 2009
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO.
Inserito da: Admin - Maggio 03, 2009, 05:32:50 pm
Il ministro del Welfare: la concorrenza Pdl-Lega avverrà sui voti dei delusi dal Pd

Sacconi e i «salotti borghesi»: nemici della piccola impresa

«Berlusconi ha risvegliato il popolo, la sinistra copi il Pci e torni a farlo»


ROMA — Parte canticchiando De Gregori («Viva l’Italia, l’Italia che lavora / l’Italia che si dispera e l’Italia che si innamora /l’Italia metà giardino e metà galera») ma i discorsi che Maurizio Sacconi fa in un soleggiato pomeriggio romano, appena conclusa la celebrazione del Primo Maggio al Quirinale, sono ambiziosi. Puntano a rileggere la storia politica italiana—almeno dagli anni Novanta ad oggi — e sferrano un pugno nello stomaco a quelle che chiama con una certa acredine «le borghesie elitarie e autoreferenziali che se vogliono comandare facciano un partito e si presentino alle elezioni».

La riflessione del ministro inizia da «quell’Italia interclassista che chiamo popolo», fatta di piccole e medie imprese, lavoratori autonomi e operai che non hanno perso la testa davanti alla Grande Crisi, hanno consentito che il Paese non subisse «né deindustrializzazione né rattrappimenti» e che ora stanno gradatamente «prendendo coscienza di sé», della propria forza. Non solo economica. «Berlusconi e il centrodestra hanno risvegliato il popolo e se ne sono giovati in termini elettorali, ma auspico—dice Sacconi— che anche la sinistra torni a praticare una visione nazional-popolare della politica, come il vecchio Pci. (Se non è un endorsement a Bersani, poco ci manca; ndr)». Perché se la lotta politica diventa dialettica tra forze autenticamente popolari «il futuro del Paese sarà più solido e non più condizionato dagli opportunismi della borghesia elitaria».

Sacconi sostiene di aver detto queste cose sia ai convegni degli imprenditori veneti e lombardi sia a quelli della Lega Coop e di aver constatato in entrambi i casi reazioni più che positive. Che volto ha questa borghesia e quali sono le figure che esprime? Sacconi dice di non amare le dietrologie e quindi «di non riferirsi a una loggia o a una cupola», bensì «a quei salotti che nella Prima Repubblica avevano come espressione politica il Pri e che successivamente sono riusciti ad affascinare una sinistra inibita dalla crisi del comunismo» rubandole l’anima. Questa borghesia ha acquistato peso negli Anni 90 con i governi tecnici anche se il ministro considera Carlo Azeglio Ciampi «la figura meno tipica di quegli ambienti». Pensa anche a coloro che tennero a battesimo l’esperienza di Alleanza Democratica e al ricco parterre dell’indipendentismo di sinistra. Racconta Sacconi: «Dall’87 al ’92 grazie alle deleghe concessemi da Amato e Carli mi sono occupato di regolazione dei mercati finanziari. Difesi la banca universale e sconfiggemmo quegli intellettuali borghesi che volevano separare l’investment banking dal credito commerciale. Erano i Cavazzuti, i Visco e gli Spaventa che ci volevano far fare l’errore che ha inguaiato i Paesi anglosassoni e che noi fortunatamente abbiamo evitato». Se dalle questioni della finanza si passa ad analizzare l’industria, la riflessione di Sacconi si appunta «sulle due facce del capitalismo italiano».

La prima corrisponde alle imprese dei distretti che hanno saputo via via crescere e diventare delle multinazionali tascabili non dando retta a quei borghesi che ripetevano che «la moda o il tessile erano settori maturi, da abbandonare ». L’altra faccia è quella, invece, «del capitalismo di relazione, parassitario, che campa di buona stampa e buoni rapporti e spesso è portato al compromesso con il sindacato più conservatore». Una borghesia boriosa che — errore tragico — ha sempre considerato «la piccola impresa un incidente di percorso e ha invitato a disboscarla, attraverso la clava fiscale, in nome della lotta al nanismo». In virtù di diverse polemiche che hanno visto Sacconi contrapposto alla Fiat è logico chiedergli se stia indicando Torino. «Non parlo della Fiat Auto — risponde —, che è una grande azienda di produzione, ce l’ho con i soloni che si sono autoproclamati avanguardia e che hanno ricoperto dentro il capitalismo un ruolo improprio».

Sacconi non riconosce alle élite dell’economia nemmeno la preveggente scelta pro-euro. «La moneta unica la dobbiamo ad Andreotti e De Michelis, rappresentanti politici di forze autenticamente popolari. E ne parlo con cognizione di causa, c’ero in quanto sottosegretario di Guido Carli. Piuttosto i guai sono arrivati quando si è entrati nell’Unione monetaria solo comprimendo i costi e i salari e non sostenendo invece la produttività del lavoro e la competitività». Il ministro non crede che nell’Italia di oggi si corrano rischi di deriva populista, anzi obietta che «l’accusa di populismo, di devianza » risuona proprio per impedire una riorganizzazione della politica a misura del nuovo blocco interclassista che ha come valori fondanti Dio, Patria e famiglia. A suo giudizio non è nemmeno vero che alcune fondamentali scelte di risanamento e di modernizzazione del Paese siano state rese possibili dal vincolo esterno rappresentato da Bruxelles e dal ruolo delle élite europeiste. «Il vincolo esterno è un dato oggettivo, non una cultura politica — replica Sacconi —. E non va confuso l’europeismo con l’esterofilia dei soliti noti. Non riconosco alla nostra borghesia nemmeno il valore del suo presunto cosmopolitismo».

Per il ministro, infatti, la vera internazionalizzazione la si trova nel coraggio del popolo degli imprenditori e dei loro operai e tecnici che prendono la valigetta e partono. «Conoscono più loro il mondo che i nostri intellettuali. In Cina ci vanno senza bisogno di leggere i sermoni dei grilli parlanti il cui cosmopolitismo inizia e finisce a Londra, nella City». Una ricognizione ad ampio raggio sulle classi dirigenti italiane di ieri e di oggi, su popolo ed élite non può però bypassare la funzione di supplenza che Bankitalia ha ricoperto nella transizione politica del nostro Paese e le eminenti figure che ha espresso. Sacconi non si sottrae: «Sono un estimatore della Banca d’Italia. Quando difesi la Banca Commerciale me la trovai a fianco. È stata la nostra Ena, il luogo della buona formazione delle élite e ho grande stima di Carli, Ciampi, Dini e Draghi». Ma — e c’è un «ma» — il ministro pensa che «si debba evitare che assuma qualsiasi ruolo improprio. La separazione tra Banca d’Italia e politica vale nei due sensi». Dopo questa requisitoria anti-establishment un dubbio però resta: non è che nasce tutto dalla preoccupazione del Pdl di contrastare efficacemente l’egemonia e l’avanzata leghista a Nord? «No — risponde Sacconi —. La competizione tra Lega e Pdl si muove già in un solco popolare condiviso. Anzi, la vera concorrenza si svolgerà sulla maggiore capacità di raccogliere il consenso dei settori popolari delusi dal Pd».

Dario Di Vico
03 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO -
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2009, 04:39:43 pm
PARTITE IVA, POLITICA E GRANDE IMPRESA

La diaspora dei piccoli


Quattro milioni di piccole aziende, otto milioni di partite Iva rappresentano per un Paese un patrimonio di imprenditorialità. Ma se questi signori, da quando aprono bottega fino a sera, hanno la percezione di lavorare «contro», c’è qualcosa che non va. Una soluzione è diventata un problema. La Crisi, finisca domani o tra un anno, ha avuto l’effetto perverso di moltiplicare gli outsider, di rendere più corta la coperta e di lasciare al freddo non solo precari e disoccupati ma anche artigiani, piccoli commercianti e professionisti. I Brambilla del terzo millennio.

Fortunatamente questa percezione non si tradurrà in blocchi stradali o ferroviari, in cortei violenti e nemmeno nel lancio di uova marce. La loro tradizione individualistica non prevede la mobilitazione collettiva, il conflitto crudo e le urla da talk show. Ma il silenzio deve preoccupare più di una protesta clamorosa. Nel silenzio i valori finiscono nel tritacarne, quelli tradizionali non reggono l’urto della secolarizzazione e quelli moderni sono considerati velleitari, buoni per le élite. E’ questo il significato della parola secessione. Ci si scinde dai progetti, dalla politica, da ogni maiuscola. L’unica ancora resta il territorio.

Ci sono motivazioni concrete dietro la diaspora. Gli studi di settore non convincono, le grandi aziende monopolizzano attenzioni e incentivi di Stato, il Ponte di Messina appare un gigantesco spreco, i leader sindacali con una dichiarazione sono ancora capaci di imporre il dietrofront a un ministro. E’ evidente che una situazione come questa pone domande ai grandi attori politici. L’80% dei micro- imprenditori e del popolo dell’Iva vota per Silvio Berlusconi e Umberto Bossi e considera l’attuale esecutivo come un governo amico. Eppure le piccole imprese chiudono. Così tra il centrodestra e i Brambilla resta un «non detto», una zona grigia che assume rilievo politico perché è il terreno privilegiato della competizione tra Pdl e Lega, il grande derby del Nord. Una conferma la si trova nell’intervista del senatore leghista Massimo Garavaglia sulla Padania di giovedì a proposito di partite Iva. Tratta il Pdl come il Pd e lo accusa di proteggere pubblico impiego e carrozzoni di Stato.

Per il centrosinistra la secessione è un invito perentorio a rialfabetizzarsi. Una volta gli intellettuali progressisti si vantavano di saper leggere prima e meglio i mutamenti della società. Oggi i maître à penser della sinistra sono fermi alla riproposizione dei conflitti del secolo scorso, sanno vivisezionare le parole di Veronica Berlusconi ma si fermano lì. Per loro lo choc è già pronto, saranno costretti a scrivere «Emilia verde e ceti medi». Se non si rialfabetizza, il Pd non solo perderà le elezioni ma subirà l’abbandono definitivo dei corpi intermedi. Le varie Legacoop o Cna se ne andranno nel «cartello dei piccoli» piuttosto che perder tempo. Il quadro non sarebbe completo se non parlassimo delle élite economiche. Perché stentano a riconoscere che c’è più assunzione di rischio e cultura del mercato in un piccolo imprenditore che in un grand commis? La concorrenza, la mitica concorrenza, non è forse il (duro) pane quotidiano dei Brambilla? E allora non si può compulsare il Financial Times e snobbare i piccoli, girandosi dall’altra parte se un pezzo di Nord rischia di deindustrializzarsi. La società aperta non è un club per soli ricchi, grandi e colti.

di Dario Di Vico

09 maggio 2009
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO.
Inserito da: Admin - Giugno 10, 2009, 03:52:55 pm
Il neolaburismo presidia il territorio. Anche contando sui 35 mila militanti

Sezioni in fabbrica, feste di partito, gazebo

La Lega adotta il modello che era del Pci

Strategia vincente del Carroccio.

L'ex leader cisl Pezzotta: l'operaio fa zapping tra Cgil, bocciofila e voto lumbard


Narrano le cronache leghiste della campagna elettorale che il Senatur Umberto Bossi, davanti ai picchetti degli operai della Saint Gobain Sekurit di Savigliano (Cuneo), schierati notte e giorno in difesa del posto di lavoro, si sia commosso. Non si è spinto a promettere - come fece Enrico Berlinguer nel 1980 davanti alla Fiat - di occupare la fabbrica assieme alle tute blu, ma ha pronunciato un altrettanto fatidico: «Non chiuderà». Soprattutto Bossi ha rassicurato i 250 dipendenti della multinazionale francese che ne avrebbe parlato direttamente con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. L'episodio di Savigliano non è l'unico: anche davanti alla Mvb-Manifattura, una fabbrica tessile di Zogno nella Val Brembana, i leghisti sono andati a portare la loro solidarietà agli operai in lotta. La capacità del Carroccio di essere presente sul territorio nei momenti topici evoca immediatamente il parallelo con il Pci degli anni d'oro e la capacità dei vecchi leader rossi di farsi vedere sempre e comunque vicino ai lavoratori.

A stare a sentire il senatore leghista Armando Valli quello che è nato nell'ultimo anno è «un laburismo leghista che spariglia le antiche divisioni di classe» e ha reso possibile l'impetuosa crescita elettorale del Carroccio estesasi dalle zone pedemontane fino in Emilia e in Toscana. Di recente la Lega ha aperto due sezioni di fabbrica, in due cattedrali dell'operaismo italiano, la Fiat Mirafiori di Torino e la Om di Brescia e i responsabili dell'una e dell'altra sostengono che a votare per Bossi, ormai con una certa regolarità, sono anche molti iscritti alla Fiom-Cgil. «Questa è la vera novità - sostiene l'ex segretario della Cisl Savino Pezzotta -. Il mondo in cui esisteva il Pci era rigidamente diviso in bianchi o rossi, dalla culla alla tomba i tuoi comportamenti erano segnati. Oggi è diverso, l'operaio può permettersi di essere opportunista, di fare zapping associativo. Può iscriversi alla Cgil, frequentare una bocciofila di parrocchia e votare per il centrodestra. Il tutto senza drammi». A dimostrazione della sua tesi Pezzotta porta il fatto che la Lega non spinga più di tanto l'organizzazione del Sin.pa., il suo sindacato.

In fondi i voti degli iscritti a Cgil-Cisl-Uil li prende lo stesso. «Le feste invece sì, quelle somigliano come una goccia d'acqua alle feste dell'Unità. Lo schema è collaudato e funziona sempre». Gianfranco Salmoiraghi è il responsabile organizzativo della Lega e non respinge il paragone con il Pci. Tutt'altro e non solo per quanto riguarda le feste di partito. «Tutto sommato le modalità organizzative sono le stesse. Il principio base è quello della presenza capillare. Loro erano una forza presente su tutto il territorio nazionale, noi non ancora». Le differenze le trova però nel tesseramento. Il Pci iscriveva intere famiglie e in più riprese ha superato il milione e mezzo di tagliandi. La Lega tessera solo i militanti, in tutto 35 mila a cui vanno aggiunti 110 mila sostenitori. «Limitando il tesseramento a chi partecipa direttamente all'attività di partito - dichiara Salmoiraghi - evitiamo che si creino i signori delle tessere e le correnti». Le sezioni del Carroccio sono 1.200 e fanno da punto di riferimento per qualsiasi problema si crei sul territorio. In qualche caso, come raccontano a Radio Padania, persino per questioni spicciole di condominio. Ma il vero tratto distintivo della presenza leghista sul territorio è rappresentato dai mitici gazebo bianchi. «Ogni sezione di paese li organizza almeno in una decina di occasioni l'anno. Sono funzionali, si vedono bene da lontano e nonostante che sia aperti creano un ambiente separato. Chi l'ha inventati? Ma Bossi, chi altro! Il guaio è che ce li hanno copiati tutti i partiti» si lamenta Salmoiraghi.

Il neolaburismo marca Carroccio ha il grosso vantaggio rispetto agli schemi della «vecchia sinistra» di poter essere dichiaratamente interclassista («tuteliamo operai e piccole imprese, è un nuovo sincretismo sociale» proclama Valli). Così i padani attirano una fetta di voto operaio ma soprattutto riescono a intercettare la simpatia di tutti quelli che in qualche misura si sentono gli outsider della società moderna e globalizzata. Siano piccoli imprenditori che rischiano di chiudere per la crisi, artigiani che fanno la coda per farsi ricevere dal direttore della banca, commercianti messi a dura prova dalla concorrenza delle grandi catene, partite Iva a caccia di lavori e lavoretti, persino pendolari che vedono ogni mattina i loro treni fermarsi per far passare i convogli ad alta velocità. La consonanza leghista - l'idem sentire - con il mondo dei piccoli è fortissima. «Il nostro movimento è schierato da sempre in difesa apertamente lobbistica delle piccole medie imprese» si vanta il senatore Massimo Garavaglia. Così si racconta che abbia simpatie per il Carroccio il presidente della Confapi Paolo Galassi, che l'Api di Brescia si sia spesa esplicitamente per il candidato lumbard alla Provincia e che il neopresidente della provincia di Cuneo, Gianna Gancia, sia un ex dirigente dell'Api.

Ma tra i sindaci, pardon borgomastri, del partito di Bossi partite Iva e microimprenditori sono presentissimi, dal commercialista al pasticcere. Per averne una riprova basta leggere le prime dichiarazioni rilasciate dagli eletti, tutte tese a rassicurare la costituency sociale che li ha fatti vincere. Il neopresidente della Provincia di Lodi, Pietro Foroni, che ha interrotto una tradizione di amministrazioni di sinistra che durava da 14 anni, ha subito dichiarato che «darà impulso» all'artigianato, all'agricoltura e alla piccola impresa. La priorità di Roberto Simonetti sono le infrastrutture per avvicinare le imprese biellesi alla Lombardia. Antonello Contiero va al ballottaggio a Rovigo con la parola d'ordine «mantenere il Consorzio agrario provinciale» e Massimo Sertori, eletto a Sondrio, punta a ridiscutere subito le concessioni idroelettriche della Valtellina perché si creino ricadute a favore del territorio.

Agli artigiani il partito di Bossi fornisce una lobby ma qualcosa di più, una bussola. La Lega, infatti, non è solo, «un partito di prossimità» come dice Pezzotta, ma è anche capace di fornire ai Piccoli un racconto del proprio tempo. Spiega loro che non è vero che la storia dei popoli la fanno solo i top manager e le top model, i frequent flyer e gli internet provider, ma la si costruisce anche nei bar e nelle trattorie di paese perché la cosa più moderna che c'è è ancora il consenso. Lo si fa battendosi, come si vantano i ministri leghisti, «contro l'invasione del riso cinese». Ma anche frequentando il reclamizzatissimo Campionato Italiano del Salame che si terrà tra pochi giorni a Brescia e che, salvo disguidi dell'ultim'ora, come annuncia La Padania, dovrebbe vedere «gli insaccati padani primi anche nel gusto». Con tanta voglia di esorcizzare le rivendite di kebab che spuntano come funghi ovunque.



Dario Di Vico
10 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO. Aggiungete subito un posto al tavolo.
Inserito da: Admin - Giugno 23, 2009, 02:37:34 pm
Il Carroccio si prepara ora alla corsa per il sindaco Zaccariotto, la bocconiana di San Donà che vuole espugnare la Serenissima

Le sfide della neo presidente della provincia di Venezia: futuro del petrolchimico e vertice locale di Confindustria

 
Aggiungete subito un posto al tavolo.
Con l’arrivo di Francesca Zaccariotto sulla poltrona di presidente della Provincia di Venezia, la Lega Nord avrà voce in capitolo (anche) sull’incertissimo futuro di Porto Marghera. La due volte sindaco di San Donà di Piave nel programma che ha stilato per le elezioni si è ben guardata dal dire una parola definitiva sul futuro del Petrolchimico, e Massimo Cacciari ha potuto platealmente accusarla addirittura di «non avere programmi». La Zaccariotto rappresenta il Veneto autentico, il contado che se non riesce ancora ad espugnare la città — Venezia centro ha votato ancora ieri in maggioranza per il rivale Davide Zoggia—ci va molto vicino e si prepara alla battaglia del prossimo anno, quando si dovrà eleggere il nuovo sindaco della Serenissima. «La squadra va costruita come si fa nelle aziende» ha detto la Zaccariotto facendo valere la sua formazione bocconiana e, del resto, San Donà è terra di piccole e medie imprese, di Veneto manifatturiero, sociologicamente e culturalmente assai diverso dalla patrizia e mondana Venezia. Anche in chilometri San Donà è più vicina a Treviso (appena 30) che alla città lagunare (40).

La vittoria della Zaccariotto e della Lega segna anche plasticamente la sconfitta delle classi dirigenti veneziane e l'avanzata di un pragmatismo leghista e popolare che si contrappone ai bizantinismi di una grande città famosa nel mondo ma perennemente alla ricerca del proprio futuro. Perché l'imprenditore trevigiano Fiorenzo Sartor, un self made man con in tasca il solo diploma di quinta elementare, prima è stato presentato urbi et orbi come il nuovo signore della chimica italiana e poi il suo tentativo di far ripartire Porto Marghera è stato miseramente affossato? E perché da settimane ormai l'Unione Industriali di Venezia non riesce ad eleggere il suo nuovo presidente e la querelle tra candidati va pericolosamente per le lunghe tra accuse reciproche e persino denunce ai probiviri? I maliziosi, che in Veneto abbondano, sostengono che tra queste due vicende c'è un nesso e rimandano tutto al destino del mitico Petrolchimico, la Mirafiori del Nord Est ancora di proprietà dell’Eni e che oggi presenta il suo salatissimo conto da pagare. Si arriva a stimare, infatti, tra diretti e indiretti che ballano all’incirca 5 mila posti di lavoro e nessuno ha idea di come fare a salvarli.

L'esistenza dell'impianto di Porto Marghera è legata a quello che gli addetti ai lavori chiamano il ciclo del cloro, una lavorazione che gli ambientalisti combattono con ogni loro forza e che i sindacati invece vorrebbero rilanciare. Una scelta difficile per le ricadute occupazionali e territoriali che preoccupano tutti a Venezia e che hanno visto però le autorità lagunari giocare a rimpiattino. La Lega Nord non ha mai preso una posizione netta ma a ben guardare come gli uomini del Carroccio si muovono sul territorio, in Veneto e non solo, se ne vedranno delle belle. Pur di sfondare in terra di tute blu e di post-comunisti, i leghisti e la Zaccariotto possono decidere di giocare allo spariglio. L’accusa che oggi la sinistra operaista della Rete 28 Aprile fa all’Eni e ai politici è quella che di voler smantellare ciò che resta della chimica per realizzare sull’area di Marghera, una delle più grandi aree d’Europa in via di smantellamento, una gigantesca speculazione «ad uso e consumo di logistica, servizi e nuovi spazi fieristico- espositivi».

Ed è proprio qui, almeno nel gossip lagunare, che la vicenda delle aree del Petrolchimico si congiunge alle baruffe sulla Confindustria locale. Il candidato che sembrava in dirittura d’arrivo risponde al nome di Enrico Marchi ed è il presidente degli aeroporti Save, l’uomo che rilanciato lo scalo di Venezia e che gode dell’amicizia del governatore Giancarlo Galan. A sostenerlo nella sua corsa al vertice sono i due colossi dell’energia, Eni ed Enel, entrambi più che interessati ai nuovi progetti di terziarizzazione di quella che diventerebbe l’ex area industriale di Marghera. E Marchi, una volta conquistata l’Unione Industriali, potrebbe tirar fuori i piani di sviluppo dell’aeroporto Marco Polo che custodisce gelosamente nei cassetti unendo l’utile (il business della Save) al dilettevole (la poltrona). Altrimenti, sostengono i dietrologi, che senso avrebbe per il gruppo Marchi, l’Eni e l’Enel impegnarsi tutti e tre appassionatamente per una presidenza come quella di Venezia, non considerata di primissimo rango in casa confindustriale? La cosa certa è che gli imprenditori veneti, con Andrea Tomat in testa, si sono messi di traverso, e all’insegna della resistenza contro i poteri forti hanno bloccato Marchi e messo in pista un nuovo candidato, Luca Marzotto.

Ma in questo epico duello, in cui il capitalismomanifatturiero nordestino si contrappone ai signori del terziario, che ruolo giocherà la Lega? Tutti se lo chiedono sin dalle prime ore successive all’exploit della Zaccariotto e nessuno, però, ha la risposta in tasca. A meno di non trovarla negli accenti con cui il ministro leghista (e trevigiano) Luca Zaia, teorico nel neolaburismo verde, ha salutato la vittoria di Venezia: «La Lega è sempre di più partito della gente e dei lavoratori, è il partito che raccoglie il consenso di ceti che chiedono amministratori concreti e di parola».

Dario Di Vico
23 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Re: Dario DI VICO. Coopeartigiani Deserto rosso dal Ticino a Trieste
Inserito da: Admin - Giugno 24, 2009, 04:34:28 pm
Coopeartigiani

Deserto rosso dal Ticino a Trieste

Lombardia e Nordest che producono il 34% del Pil diventano zona «no left»


Già dal nome si capisce che Ivan Malavasi fa parte dell'album di famiglia della sinistra. Iscritto per la prima volta al Pci nel 1967, quando aveva 19 anni, oggi è il presidente degli artigiani della Cna. Quegli artigiani che erano «rossi» e oggi «votano indifferentemente Pdl, Le­ga e Pd decidendo volta per volta». Dai sondaggi interni, che Malavasi e i suoi fanno di tanto in tanto, viene fuori, infat­ti, che il voto d’appartenenza non esiste più e gli artigiani della Cna non si sento­no in dovere di votare Pd. Anzi. A Varese tra i sette vice-presidenti della Cna me­no della metà vota centro-sinistra e grosso modo le stesse proporzioni si ri­trovano tra i membri del consiglio pro­vinciale.

La débâcle elettorale dei Democratici nel Lombardo-Veneto si spiega anche così con la diaspora dei «suoi» artigiani che segue la fascinazione leghista sulla classe operaia. Se non ci fossero le am­ministrazioni di Mantova, Padova e alla Provincia di Rovigo per i progressisti sa­rebbe un deserto politico, un’immensa zona no left dal Ticino a Trieste. «In que­ste terre oggi c’è disagio, quasi rabbia, verso la politica e la sinistra paga il prez­zo più salato per l’ormai cronica incapa­cità di interpretare bisogni e aspettative dei ceti produttivi» sostiene Malavasi. Lo scollamento si percepisce anche tra gli otto milioni di iscritti alla Lega Coop. Una volta il voto rosso andava in auto­matico, oggi non più. Il mondo della co­operazione si sente trascurato dal Pd e i dirigenti della Lega Coop hanno sotto­scritto con il governo la riforma del siste­ma contrattuale, quella avversata con ogni forza dalla Cgil e da tanti dirigenti del partito. Un’indagine realizzata in Ve­neto già qualche anno fa dalla Coop Adriatica è arrivata alla conclusione che il 40% dei soci coop potevano essere con­siderati elettori piuttosto fedeli del cen­tro- destra. Alle cooperative rosse ora ci si iscrive perché danno buoni servizi e offrono prezzi bassi ma poi la separazio­ne con le scelte politiche è nettissima.

Le organizzazioni economiche che rappresentavano il retroterra della sini­stra ora camminano per conto proprio, fanno e disfano le alleanze e non hanno bisogno di parenti ingombranti e per di più con le idee annebbiate. Le imprese di costruzioni della Lega Coop, come la Cmb di Carpi, sono apprezzate anche fuori dall’Emilia, in Lombardia per esem­pio, e sono presenti nei lavori per il Tea­tro alla Scala o per le infrastrutture di ter­ritorio. Nel mercato dell’interinale Lega Coop e Compagnia delle Opere hanno costruito una società comune, Obiettivo Lavoro. La grande crisi non ha spazzato via le coop abituate da sempre a fare da ammortizzatore sociale e così rinuncian­do agli utili e stringendo la cinghia sono riuscite ad evitare i licenziamenti di mas­sa. A Varese, dove pure opera la più com­patta Confartigianato d’Italia, attorno al­la Cna girano circa 5 mila imprese. «Più siamo distanti dalla politica più siamo credibili» sostiene il presidente provin­ciale Davide Parolo, titolare di un’autoffi­cina. La lontananza dai partiti è così pa­gante che Malavasi pensa che si debba dar vita ad una grande Federazione dei Piccoli che unisca tutte le rappresentan­ze dei piccoli imprenditori, degli artigia­ni, dei commercianti e della cooperazio­ne, anche se è evidente che scaverebbe un solco ancora più ampio con il Pd. Ognuno per la sua strada e addio al colla­teralismo. «La sinistra politica ha sba­gliato a snobbare i piccoli, è stato un er­rore storico privilegiare la Cgil, la Cisl o la Confindustria. La concertazione roma­na non rappresenta l’interesse genera­le » dichiara Laura Puppato, sindaco Pd (con partita Iva) di Montebelluna e neo-eletta al Parlamento europeo.

La Puppato è una delle poche eccezio­ni perché in quasi tutti gli altri distretti industriali il centro-destra prevale. Uno studio fatto lo scorso anno dalla Fonda­zione Edison ne aveva elencati ben 46 nei quali la coalizione capeggiata da Sil­vio Berlusconi aveva vinto. Anzi stravin­to, visto che in 33 casi la percentuale era stata fra il 73 e il 60%. L’unica eccezione del campione era rappresentata dal di­stretto delle piastrelle di Sassuolo (caro a Romano Prodi) dove il centro-destra alle politiche si era fermato al 43,4%. Ma ieri nonostante la costante presenza e at­tenzione di due ex ministri come Pierlui­gi Bersani ed Enrico Letta, il Comune ha cambiato di segno ed è passato alla de­stra. «Gli uomini e le donne del Pd non conoscono la realtà della piccola impre­sa, anzi la disprezzano e quando è l’ora delle urne sono ricambiati con eguale moneta» sostiene il deputato del Pd Ni­cola Rossi. «È inutile imbarcare i Cola­ninno e i Calearo quando tutti ricordano le scelte del ministro Visco, la rappresen­tazione di un fisco totalmente sordo. Ha abbassato l’aliquota dell’Ires e l’ha finan­ziata riducendo la deducibilità degli inte­ressi passivi. Una mazzata per le piccole imprese che si erano indebitate per fare investimenti. Al momento del voto non si dimentica».

Con il responso delle urne «è stata di­sarcionata anche la strategia imperniata sul ruolo degli amministratori come Chiamparino, Penati e Cacciari» com­menta Carlo Cerami, coordinatore lom­bardo della Fondazione Italianieuropei che sta per organizzare il 30 a Milano il primo appuntamento pubblico della si­nistra dopo il voto. Si parlerà del futuro delle banche italiane e saranno presenti i big del credito e dell’impresa. Ma così non rischiate di avvalorare la tesi leghi­sta che vi presenta come banco-centrici e filo-confindustriali? «Non sarà una passerella per banchieri, cercheremo di costruire un ponte tra finanza e territo­ri. Se imprese e credito non si parlano i piccoli vanno in ulteriore sofferenza» as­sicura Cerami, ma è cosciente del ri­schio. Il Pd nei grandi alberghi e la Lega per strada.

In termini di Pil la Lombardia e il Nord Est rappresentano 530 miliardi di euro, il 34% del Pil nazionale, una quota quasi interamente composta da ricchez­za prodotta dai privati. Su questa ma­cro- regione dal Ticino a Trieste sventola­no le bandiere del centro-destra che si considera tanto forte da poter mettere in calendario per il prossimo anno un derby tra Pdl e Lega per la supremazia in Lombardia e Veneto. Tanto la sinistra non prenderà palla comunque. L’egemo­nia della destra è così forte da reggere anche agli scossoni dello scontento dei piccoli imprenditori. La crisi, secondo i modelli della scienza politica, dovrebbe avvantaggiare le opposizioni, specie se di sinistra. Invece sta succedendo il con­trario, il Pdl non paga dazio e la Lega cre­sce sullo scontento degli operai che pre­sidiano i cancelli e dei commercianti che rischiano di chiudere.

Annota Rossi: «Chi si stupisce do­vrebbe sentir parlare in Parlamento i le­ghisti. Sui problemi della piccola im­presa sono preparatissimi. Pdl e Pd in­vece in questo si assomigliano, parla­no per sentito dire». Secondo Parolo (Cna) la rabbia dei piccoli imprendito­ri non segna ancora un divorzio dal centro-destra perché comunque «pen­sano che a palazzo Chigi ci sia un gover­no amico», nonostante che «sugli stu­di di settore il governo li abbia lasciati a terra». Ma la spiegazione più tran­chant viene da Nicola Rossi: «Non pro­muovo il governo, tutt’altro. Ma se un artigiano deve scegliere tra Sacconi e Damiano, tra Brunetta e Nicolais che pensate che faccia? Sacconi ha comun­que semplificato il regime di assunzio­ni e licenziamenti e Brunetta a modo suo sta lottando contro la pubblica am­ministrazione inefficiente. Il Nord a queste cose è attento».


Dario Di Vico
24 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO La finanza blasonata e il malessere degli artigiani
Inserito da: Admin - Luglio 14, 2009, 11:35:37 pm
L’analisi - La protesta dei piccoli

La finanza blasonata e il malessere degli artigiani

Le associazioni locali parlano apertamente del rischio di deindustrializzazione. La proposta per i comuni virtuosi


Che il presidente della Consob, Lamberto Cardia, tributasse un omaggio alle piccole e medie imprese definendole «trama fondamentale del tessuto imprenditoriale italiano » nessuno poteva prevederlo. Tantomeno si poteva indovinare che di fatto aprisse la sua relazione annuale denunciando il rischio di asfissia finanziaria che corrono artigiani e microimprenditori. I maliziosi leggeranno la sortita del presidente dell'authority di Borsa come un posizionamento personale filogovernativo e antibanchieri, ma la sostanza non cambia. I Piccoli sono entrati prepotentemente in agenda, non ci si può più girar dall’altra parte. E le iniziative sul territorio si susseguono vertiginosamente anche in pieno luglio. Sembra una corsa contro il tempo per evitare che queste siano, per molte aziende, le ultime ferie.

Venerdì 10 luglio a Treviso si è tenuta una riunione straordinaria dei gruppi dirigenti delle Unioni Industriali venete per fare il punto sui nodi aperti (il futuro di Porto Marghera e l'alta velocità) ma si è anche parlato del rischio deindustrializzazione. E il presidente degli imprenditori vicentini Roberto Zuccato ha dichiarato: «Fino a settembre teniamo, poi non sappiamo». Ieri a Cremona, Bergamo e Varese si sono tenute (vivaci) iniziative della Confapi aperte ai politici e alle autorità della zona. In un caso (Bergamo) ha partecipato anche il responsabile della Pastorale del Lavoro della Curia, don Francesco Poli e nell'altro (Cremona) persino il prefetto Tancredi Rocco di Clarafond. Giovedì prossimo a Busto Arsizio è prevista un'assemblea degli imprenditori del Basso Varesotto che si autodefiniscono «i contadini del tessile» e ce l'hanno contro i grandi delle griffe accusati di produrre fuori d'Italia. Per venerdì la Cna ha organizzato un giro nelle fabbriche padovane a rischio chiusura. Prosegue intanto la preparazione della manifestazione romana di Imprese che resistono (21 luglio) e l'ufficio studi più aggressivo d'Italia, la Cgia di Mestre, continua a fare a sportellate con l'Abi sulle statistiche dei prestiti. Oltre a mettere nel mirino gli istituti di credito i Piccoli avanzano varie proposte come quella di allentare il patto di stabilità per i Comuni virtuosi, una misura che da sola— secondo la Cna—sbloccherebbe 50 milioni di investimenti ma c'è anche grande attesa per il tavolo governo- Confindustria-Abi sulla moratoria dei debiti che dovrebbe iniziare i suoi lavori già giovedì 16 a Roma. E non è ancora chiaro in che modo e con quali prerogative potranno partecipare al negoziato le altre associazioni, da Confcommercio a Confartigianato.

Ma non è tutto. Le preoccupazioni dei Piccoli sono monitorate con grande attenzione anche dalla politica, in primo luogo dalla Lega Nord, che una volta si era definita «la lobby delle piccole imprese». Non è un caso che ieri il viceministro alle Infrastrutture, Roberto Castelli, abbia immediatamente plaudito alle parole di Cardia sottolineando come «il segnale che arriva dal territorio è sempre il più preciso e infallibile». Il messaggio è chiarissimo: i rappresentanti del Carroccio assistono preoccupati al ripetersi delle assemblee degli «artigiani ribelli», a cominciare da quelli di Jerago con Orago. Sotto osservazione c'è proprio la situazione di Varese dove, secondo stime avanzate dalla Confartigianato locale, il rischio chiusura riguarderebbe la ragguardevole cifra di 2 mila aziende. Varese non è solo una delle lande d'Italia a maggiore vocazione imprenditoriale, ma rappresenta anche il cuore politico della Lega Nord, da lì viene il fior fiore del gruppo dirigente, da Umberto Bossi a Roberto Maroni passando per Giancarlo Giorgetti. E dopo aver vinto le elezioni in quasi tutto il Nord veder chiudere le aziende nella roccaforte lumbard non sarebbe sicuramente un buon risultato. Anzi, potrebbe trasformarsi in un clamoroso autogol. Così tra i leghisti si parla di una iniziativa presa direttamente da Bossi, che ha in mente di organizzare per settembre un fitto calendario di incontri diretti sul territorio con gli artigiani, incontri ai quali vorrebbe far partecipare addirittura il ministro Giulio Tremonti.

Dario Di Vico
14 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO. E i redditi più bassi?
Inserito da: Admin - Luglio 17, 2009, 05:12:35 pm
E i redditi più bassi?


L’idea è interes­sante. Utilizza­re il rientro dei capitali fa­vorito dallo scudo fiscale per patrimonializzare le piccole e medie imprese, come ha proposto il mini­stro Giulio Tremonti, è una scelta che gode di un timing più che giusto. Può rivelarsi, infatti, uno strumento efficace a raf­forzare la struttura finan­ziaria delle aziende e di conseguenza a combatte­re con maggior chance di successo la paventata deindustrializzazione dei distretti. Anche chi ha avanzato negli ultimi gior­ni rilievi sulla scelta del governo di premiare con calcolata generosità il rientro dall'evasione, non potrà non riconoscere ex malo bonum , che l'occa­sione di far affluire quei capitali in direzione del si­stema produttivo è ghiot­ta. Del resto il messaggio che arriva agli imprendito­ri è corretto: investi nella tua azienda, sarai meno debole nei confronti delle regole di Basilea 2 e avrai agli occhi del sistema ban­cario un merito di credito più solido.

Con la scelta di ieri, che arriva poche ore dopo le misure (innovative) di re­visione del sistema previ­denziale, si va precisando la strategia di politica eco­nomica del governo nel­l’attesa dell'autunno. E' un approccio che rifugge dai roboanti piani di sti­molo e pare aver scelto in­vece la strada del mosai­co, fatto di piccole tessere tutte assai calibrate. Ma proprio in quella chiave pragmatica, che sta orien­tando l'azione dell'esecuti­vo, vale la pena riflettere se al puzzle di Tremonti non si possa aggiungere il tassello mancante: un in­tervento di sostegno ai redditi bassi. Misura che avrebbe politicamente il pregio di riequilibrare gli interventi, allargare la pla­tea dei beneficiari ed evita­re così un'asimmetria tut­ta a favore di evasori e im­prenditori.

C'è un dato che sfugge all'opinione pubblica. La copertura della cassa inte­grazione all'origine era al­l’incirca dell'80% rispetto al salario percepito, ma stiamo parlando del 1980. Oggi il valore si è abbassa­to fino a coprire solo il 43% della retribuzione lor­da. Lo stesso ragionamen­to vale per il sussidio di di­soccupazione. E' evidente che un provvedimento che rafforzi, a tranche op­pure parzialmente, la co­pertura salariale della cas­sa integrazione non può che essere socialmente gradito. Così come un so­stegno alle fasce basse del lavoro dipendente ottenu­to magari lavorando sulle detrazioni fiscali. Il costo di quest'operazione va ov­viamente modulato per­ché non risulti eccessiva­mente oneroso. Misure di questo tipo avrebbero l'effetto di rivi­talizzare la domanda inter­na: nel 2008 i consumi era­no scesi dello 0,9% e quest'anno è previsto un ulteriore calo attorno al 2%. Dal dopoguerra non era mai accaduto per due anni consecutivi. E’ la di­mostrazione di come le fa­sce di reddito più basse dei lavoratori dipendenti abbiano stretto la cinghia e non di un solo buco. Aiu­tarle a consumare di più avrebbe l'effetto di soste­nere la domanda di beni di largo consumo e dareb­be altro ossigeno a una fet­ta significativa del nostro sistema delle imprese

Dario Di Vico
17 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - L'autunno difficile e le riforme
Inserito da: Admin - Luglio 18, 2009, 09:55:10 am
Il commento

L'autunno difficile e le riforme

Sacconi e la svolta scandinava da non sprecare


C’è attesa per il faccia a faccia che vedrà oggi protagonisti a Chianciano il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il leader della Cgil Guglielmo Epifani. Dall'esito si capirà qualcosa di più sui contorni dell'ennesimo difficile autunno italiano. Ieri il ministro, commentando l'approvazione del Dpef, è stato— non a caso— attento a sottolineare il valore della pace sociale. E anche le prime dichiarazioni di Epifani sono parse improntate a cautela. Pur tacciando il Dpef di «conservatorismo », Epifani è stato politicamente attento a non bruciarsi i ponti dietro le spalle.

In attesa di capir meglio lo scenario che si apre, la novità è che il governo una mossa di merito sul tema della riforma previdenziale l’ha fatta. Un politico che qualche tempo fa conobbe una discreta popolarità ben oltre i confini del suo Paese era solito dire che ogni lunga marcia inizia con un piccolo passo. Ebbene quel passo, complice Bruxelles, comunque c’è stato. È chiaro a tutti che senza il vincolo esterno, l'urgenza di armonizzare la nostra normativa a quella europea, l'esecutivo avrebbe preferito aspettare tempi migliori. Perché, come più volte hanno sostenuto Tremonti e il ministro Maurizio Sacconi, di fronte alla profondità della crisi e agli obiettivi rischi di secco incremento della disoccupazione, aggiungere ulteriori elementi di tensione sindacale (o meglio di stress sociale) è ai limiti del masochismo.

Ma non c’era scelta e bisognava prendere in qualche modo l’iniziativa. Nel muoversi —e sta qui l’elemento di discontinuità più rilevante — il governo non ha fatto ricorso a misure tampone, anzi ha prefigurato un itinerario nuovo che prende a riferimento l’esperienza dei Paesi scandinavi. Il meccanismo messo a punto dai due ministri ha come presupposto due opzioni di fondo. La prima è quella di utilizzare i risparmi da previdenza dentro il perimetro del welfare (con il fondo per i non autosufficienti) in maniera da agevolare le relazioni con le confederazioni ed evitare che l’allungamento dell’età pensionistica delle donne suonasse come punitivo per l’intera platea delle fasce deboli. La seconda opzione parte dal riconoscere che il nostro sistema previdenziale ha un problema di sostenibilità nel medio periodo a causa del progressivo allungamento delle aspettative di vita.

E mette in campo per la prima volta un meccanismo di stabilizzazione automatica che farà salire l’età di ritiro dal lavoro in ragione dell’evoluzione demografica, sottraendo alla querelle politica e ai governi che si avvicenderanno la decisione di intervenire di volta in volta. Si potrebbe persino dire che si tratta di una soluzione bipartisan. Nei prossimi giorni ci sarà tempo e spazio per il dibattito tecnico sull’efficacia delle soluzioni introdotte ma di sicuro il dibattito sulle riforme non può ignorare la novità. Da diversi mesi si discute sull’ipotesi di utilizzare la crisi come occasione per rilanciare le riforme, per metter mano alle più rilevanti storture del sistema Italia.

Con l’assemblea di fine maggio anche la Confindustria ha fatto sua questa linea di intervento con Emma Marcegaglia e poi l’ha ribadita anche dal pronunciamento delle principali associazioni industriali del Nord. Ora il governo riconosce che pur con cautela si può battere la strada dell’innovazione. L’auspicio è che anche i sindacati colgano quest’opportunità e non si mettano di traverso. Il generoso appello alla Cgil rivolto ieri, proprio a Chianciano, dal segretario Cisl Raffaele Bonanni non va disperso.

Dario Di Vico
16 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO. Le proposte che mancano
Inserito da: Admin - Agosto 28, 2009, 05:54:03 pm
Le proposte che mancano


Come tutti gli intellettuali anche gli economisti hanno i loro vezzi. L’ultimo esempio riguarda la riflessione apertasi sulle caratteristiche della probabile ripresa dell’economia mondiale dopo lo shock dei mesi scorsi, dopo quella che chiamano la Grande Crisi. Si discetta tra gli economisti se si tratterà di un’uscita a V, veloce e vigorosa, oppure di un rilancio a W, destinato ad alternare per un periodo indefinito strappi di crescita e ricadute recessive. Oppure ancora di una ripresa a U, lenta e debole. È proprio quest’ultimo lo scenario giudicato più probabile per molti Paesi — pare di capire compreso il nostro — sia dal guru americano Nouriel Roubini sia dall’Economist. Nessuna illusione, dunque, su straordinari rimbalzi, ogni decimo di Pil in più dovremo guadagnarcelo con lacrime e sangue.

Un’uscita a U applicata al sistema Italia può determinare un nuovo handicap, distanziarci ulteriormente — se non altro sul piano temporale — rispetto ai nostri vicini europei. Come già segnalato dai dati di metà agosto riferiti allo sviluppo nell’eurozona, Francia e Germania si sono sorprendentemente rimesse a tirare. Un contributo è venuto dai sussidi governativi all’acquisto di auto che le amministrazioni di Parigi e Berlino hanno potuto distribuire con maggiore larghezza di mezzi. Ma, ed è questa la novità su cui riflettere, l’industria franco-tedesca sembra aver già avuto la capacità di approfittare della ripartenza delle economie asiatiche emergenti. La cruda verità per il sistema Italia è che dopo aver speso fiumi di parole sulla necessità di penetrare commercialmente sui principali mercati asiatici, vendiamo ancora poco, troppo poco, dalle parti di Pechino e di Shanghai. È vero che ogni tanto parte una spedizione di imprenditori ma negli anni scorsi si doveva fare di più per posizionare il prodotto italiano in funzione dei bisogni del ceto medio cinese.

Lo scenario a U trova conferma anche dalla profonda riorganizzazione della produzione mondiale in corso già oggi «dentro » la crisi e che pare catalogare l’Italia tra i paesi che potremmo eufemisticamente definire statici. Non solo non c’è traccia di investitori stranieri disposti nei prossimi mesi a scommettere sul Belpaese ma se si analizzano con attenzione le strategie della grande e media imprenditoria italiana emerge che in tanti stanno privilegiando il rafforzamento degli impianti delocalizzati e non certo gli investimenti sul suolo patrio.

In un contesto così aleatorio è sicuramente positivo che si sia aperta, grazie a un’intervista del ministro Maurizio Sacconi, un’ampia discussione sulla contrattazione decentrata e la detassazione degli aumenti. È positivo che anche in casa Cgil si scorgano segnali di ragionevolezza ma attenzione a non apparire strabici. In questo preciso momento, alla vigilia della riapertura delle fabbriche, ciò di cui soffre l’industria italiana è il taglio della domanda. Ciò che potrebbe spingere molti imprenditori a non riaprire è il silenzio dei fax e degli ordini, non il costo del lavoro. E allora anche il sindacato piuttosto che limitarsi a compilare elenchi delle aziende in crisi o ventilare un autunno all’insegna di «una, cento, mille Innse» farebbe bene a mettere in campo proposte coraggiose e innovative. In Germania ha funzionato, perché da noi non dovrebbe?

Dario Di Vico
27 agosto 2009
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Titolo: Dario DI VICO. A Nordest le «piccole» riaprono Ma i distretti restano al buio
Inserito da: Admin - Settembre 12, 2009, 11:34:15 pm
L’analisi -

Le aziende e gli effetti della moratoria con l’Abi. Ordini ridotti a uno-due mesi

A Nordest le «piccole» riaprono Ma i distretti restano al buio

A Vicenza (oro) e Manzano (sedie) la selezione resta dura


Alla fine fabbriche e capannoni del Nordest hanno riaperto. Si era temuto che già dalla prima settimana di settembre la deindustrializzazione italiana subisse un’accelerazione e ciò non è avvenuto. Il pericolo è stato scampato, o forse solo rinviato perché il portafoglio ordini per molte aziende non va al di là diun mese o due

È vero che qualche impresa, anche in Veneto, ha fatto ferie lunghissime e ria­prirà i battenti addirittura lunedì 14 ed è anche vero che ci sono stati casi — l’ultimo quello della conceria Vaianello di Montebello — di chiusure improvvi­se con lettera di licenziamento retroda­tata al 31 luglio. Ma fortunatamente so­no eccezioni, non la regola. I piccoli im­prenditori tengono botta, non voglio­no chiudere e mandare a casa i dipen­denti ai quali li lega un forte spirito co­munitario. Un effetto positivo sul mora­le lo ha avuto sicuramente l’avviso co­mune sulla moratoria dei debiti siglato dalle associazioni di categoria con l’Abi ai primi di agosto. In verità le potenzia­lità di quell’accordo si sono dispiegate ancora in minima parte e c’è stato persi­no qualcuno che dal fronte degli artigia­ni ha gridato all’imbroglio, al bluff. La Confindustria con Emma Marcegaglia ha manifestato le stesse perplessità e le banche hanno replicato duramente, ma è ancora presto per dare un giudi­zio fondato. Siamo ancora nella fase dell’implementazione.

Pericolo scampato o solo rinviato? I segnali negativi vengono da alcuni di­stretti industriali, pur ricchi di tradizio­ne. Oggi a Vicenza apre i battenti Choi­ce, la fiera dell’oro in un panorama di grande preoccupazione. Sono state mo­bilitate come testimonial anche Elisa­betta Canalis e Cristina Chiabotto ma la selezione darwiniana di orafi e gioiellie­ri è drastica. Sette anni fa nel solo Vi­centino erano attive circa 1.300 azien­de dell’oro, oggi ne sono rimaste in pi­sta 860 e le previsioni degli addetti ai lavori sentenziano che «supereranno la crisi solo 400 o 500». Il distretto dun­que cambierà faccia, non sarà più quel­lo di prima.

Qualcosa di molto simile sta accaden­do nell’Udinese, nel distretto della se­dia di Manzano: secondo i dati della Confartigianato locale più di cento aziende sono a rischio di imminente chiusura. La domanda mondiale di se­die di legno è in forte contrazione e le piccole imprese dovrebbero cambiar prodotto (ad esempio, i mobili da giar­dino tirano) ma ci vogliono risorse e professionalità che non tutti hanno. In più come denunciato dalla Confartigia­nato c’è difficoltà nel ricambio genera­zionale. I figli che avevano dubbi se in­traprendere o meno la strada dei padri per l’effetto-crisi cominciano a pensare a soluzioni professionali alternative.

Segnali tutt’altro che incoraggianti vengono anche dalle medio-grandi im­prese fortemente internazionalizzate. È il caso del gruppo Tecnica (1.200 dipen­denti, primo produttore mondiale di scarponi, famoso per i marchi Moon Boot e Nordica) che è segnalato in gra­ve difficoltà per il crollo della domanda estera che prima della crisi rappresenta­va l’80% dei ricavi. E quando gli ordini delle aziende medio-grandi comincia­no a scarseggiare la prima conseguen­za è il rientro delle lavorazioni terziste, mossa che si ripercuote sull’indotto con effetti devastanti.

Mentre le dinamiche di mercato se­gnalano morti e feriti è cominciata tra gli industriali e i banchieri di territorio una riflessione di carattere strategico. Visto che la crisi mette a nudo l’eccesso di capacità produttiva e dato per scon­tato che non si riuscirà a salvare tutto l’apparato industriale, non è il caso di evitare che la selezione avvenga in ma­niera casuale, magari solo perché gli operai della ditta X o Y salgono su una gru e minacciano di buttarsi giù? La pri­ma risposta riguarda il rafforzamento patrimoniale delle piccole e medie im­prese. Diversi accordi raggiunti tra le associazioni e le singole banche conten­gono già clausole di questo tipo. Se l’imprenditore mette mano al portafo­glio, magari vende la barca o la terza ca­sa e investe sulla sua azienda, gli istitu­ti di credito raddoppiano la posta e ac­compagnano lo sforzo del singolo indu­striale. Quanto invece alla possibilità che il governo lanci una sorta di Fondo Italia per la ricapitalizzazione delle Pmi, il presidente degli industriali vene­ti, Andrea Tomat, l’ha già bocciato bol­landola come «una nuova Gepi».

La seconda risposta si chiama aggre­gazione tra imprese. Se gli orafi di Vi­cenza si mettessero insieme probabil­mente riuscirebbero a salvare compe­tenze e occupazione ma in questo caso c’è da fare i conti con l’altra faccia del miracolo nordestino, l’individualismo esasperato. Che il presidente degli indu­striali Roberto Zuccato riassume con una vecchia barzelletta. Un imprendito­re trova la lampada di Aladino. Il Genio gli concede la possibilità di esprimere un desiderio ma lo avverte «qualunque cosa chiederai io ne darò il doppio al tuo vicino e concorrente». L’imprendi­tore ci pensa su e poi avanza la sua tre­menda richiesta: «Cavami un occhio!».

Dario Di Vico
12 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA

da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO. Gli italiani invisibili
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2009, 04:15:32 pm
LA RAPPRESENTANZA DI PROFESSIONISTI E «PICCOLI»

Gli italiani invisibili

Ottobre sarà un mese caldo per chi vuole ricucire con piccoli imprenditori e professionisti


Sembra incredibile ma nel Paese della concertazione oggi soffriamo di (poca) rappresentanza: è diventata un bene scarso. Complice la grande crisi scopriamo che interi pezzi della società sono diventati Invisibili. Non hanno santi in paradiso o lobby che li tutelino e le loro rivendicazioni non riescono nemmeno ad arrivare ai piani alti. È questa la condizione dei piccoli imprenditori costretti a far la fila in banca per chieder credito e non chiuder bottega, dei giovani licenziati dai grandi studi di avvocati e architetti che aprono la partita Iva per mancanza di alternative, dei consulenti del terziario avanzato che pagano all’Inps lauti contributi per pensioni che forse non matureranno.

Non c’è da stupirsi quindi se tra gli informatici e i designer dell’associazione Acta il primo partito sia diventato quello dell’astensione, se siano nati in diverse realtà territoriali comitati con il suggestivo nome di «Imprese che resistono » e se un gran conoscitore del mondo delle professioni come il sociologo Gian Paolo Prandstraller sentenzi: «Questo governo non vuole capire che senza le competenze dei professionisti non saremo mai un Paese avanzato ».

Che aria tiri qualcuno nel Palazzo ha cominciato a capirlo e sta giocando la carta della captatio benevolentiae. I convegni sulle Pmi non mancano, le banche stanno attente a fare una comunicazione «amica » verso i Brambilla, i politici locali preoccupati chiamano i ministri sul territorio a render conto della loro azione e persino i parlamentari milanesi del Pd cominciano ad alfabetizzarsi sui problemi delle partite Iva. Tutto dire. Ma non basta. La strategia del sorriso dura lo spazio di un convegno e invece servono soluzioni. Prendiamo, ad esempio, i conflitti di interesse che scuotono il mondo dell’industria. I piccoli sono stanchi di frequentare le associazioni per stringer mani e prender pacche sulla spalla, vogliono diventare partner industriali e non fornitori da tagliare alla prima occasione (magari per mandare il lavoro all’estero).

Il caso dell’obbligo di etichettatura made in Italy è esemplare: i «contadini del tessile» chiedono — con la sponda della Lega — totale trasparenza, non hanno remore ad attaccare gli stilisti e rendono faticosa la mediazione della Confindustria. Anche nell’industria aero-spaziale le piccole imprese non vogliono più che siano le grandi aziende di Stato, in primis la Finmeccanica, a fare il bello e cattivo tempo. Hanno premuto sulla politica e ottenuto dal ministero della Difesa l’apertura di un tavolo di confronto. Un primo passo che nel settore equivale a una piccola rivoluzione. Ma il conflitto più esplosivo riguarda gli incentivi per sostenere la domanda di beni di consumo. La Fiat li ha chiesti di nuovo e dovrebbe ottenerli ma il rischio di una sollevazione da parte degli altri settori è all’ordine del giorno. Dalla Federlegno alle associazioni industriali del Nord-est l’elenco è lungo.

Ottobre, comunque, sarà ❜❜ un mese «caldo» per la rappresentanza. La Lega si presenta come partito-società (anche in questo riecheggia il Pci) e scavalcando le associazioni degli artigiani ricerca il confronto diretto con i Piccoli. Le cinque organizzazioni del patto del Capranica (Confcommercio, Confesercenti, Cna, Confartigianato e Casartigiani) affrettano i tempi per lanciare la loro nuova iniziativa comune. Giuseppe De Rita, Aldo Bonomi e Paolo Feltrin stanno lavorando per scrivere addirittura una Carta dei Valori del nuovo soggetto di rappresentanza. La Confindustria replicherà a fine ottobre con un importante meeting a Mantova nel quale presenterà un progetto ambizioso: un piano per incentivare le aggregazioni delle piccole e medie imprese. Tanto attivismo organizzativo servirà a tamponare il credit crunch, la chiusura delle fabbriche e a reimpostare su basi nuove il rapporto con gli Invisibili? Molto dipenderà dalle scelte che le organizzazioni che si candidano a ricucire la società faranno. Si limiteranno a competere sul territorio per rubacchiarsi gli iscritti o dovendo scegliere tra gli Invisibili e la politica lenta staranno con i primi?

Sul versante dei professionisti la situazione è ancora più complessa. E la rappresentanza più fragile. Gli Ordini professionali attaccati negli scorsi anni per le loro chiusure e la non volontà di liberalizzare avevano mostrato una buona capacità difensiva. «Per quello che conosco al Nord, sono strumenti efficienti— sostiene Prandstraller— ma con la crisi tutto è destinato a cambiare. Perché stavolta penalizza più gli autonomi che i lavoratori dipendenti». A mettere in difficoltà gli Ordini è la frattura che si sta aprendo tra anziani e giovani perché chi paga il conto più salato sono i giovani avvocati, commercialisti o architetti che rischiano nei prossimi mesi di essere espulsi dalla professione. Senza avere strumenti di tutela che servano ad aiutarli a reggere il colpo e a fornir loro una seconda chance. Sono nate in questi anni numerose associazioni professionali spesso in polemica con gli Ordini ma per un motivo o per l'altro non sono riuscite ad avere la taglia necessaria per farsi ascoltare. La stessa considerazione vale per il Quinto Stato dei professional e consulenti milanesi. Il welfare per loro è una tassa aggiuntiva del 26%, non quella formidabile istituzione democratica che assicura a operai e impiegati, ai Visibili, cassa integrazione e buone pensioni.

Dario Di Vico

07 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Bossi alle aziende pubbliche: sostenete le piccole imprese
Inserito da: Admin - Ottobre 13, 2009, 09:32:01 am
L’incontro

Bossi alle aziende pubbliche: sostenete le piccole imprese

Vertice a Milano: le grandi affianchino le pmi

Tra il Carroccio e le aziende di Stato i rapporti non sono stati mai facili.

Del resto si trattava di due mondi lontanissimi tra loro e, anche antropologicamente, il boiardo e il lumbard hanno rappresentato polarità estreme.


Un caso che ha appassionato per lungo tempo gli addetti ai lavori è stato quello di Dario Fruscio, consigliere di amministrazione dell’Eni su indicazione leghista e in costante conflitto con i vertici del gruppo. Ora nell’anno di grazia 2009 siamo alla svolta.

I manager di Stato non solo sono invitati ai convegni ma viene chie­sto loro di darsi da fare per salvare il sancta sanctorum leghista, la pic­cola e media impresa. Venerdì scor­so ad aprire l’assemblea di Vergiate con Umberto Bossi e Giulio Tre­monti sul palco e gli artigiani ribel­li in platea era stato l’ingegner Giu­seppe Orsi, amministratore delega­to dell’Agusta Westland (gruppo Finmeccanica) che aveva fatto gli onori di casa ma aveva anche rica­pitolato puntigliosamente gli inve­stimenti della sua azienda e i rap­porti con l’indotto locale. Ieri matti­na a Milano, in una sorta di replica di Vergiate, i manager pubblici sul palco erano addirittura due: Nicolò Piazza, presidente di Invitalia e Giu­seppe Bono, amministratore dele­gato della Fincantieri. Una svolta in totale sintonia con Tremonti, che proprio ieri — non a caso — ha tirato una micidiale bordata con­tro le privatizzazioni.

E’ stato il duetto tra Bossi e Bono ad animare il convegno che questa volta vedeva in platea più nomenk­­latura di partito che artigiani. «Bo­no è un calabrese, un terrone, ma è bravo. È la dimostrazione che ogni tanto un’eccezione c’è». Il Se­natur era di ottimo umore e aveva voglia di scherzare ma la sensazio­ne che ha avuto il pubblico è che tra i due ci sia ormai una certa fa­miliarità.

Bossi ha ringraziato pub­blicamente il manager per avergli inviato le foto della cerimonia di consegna della Carnival Dream e poi rivolto ai presenti ha scandito in due diverse occasioni: «A Mon­falcone fanno le navi più belle del mondo». I bene informati racconta­no che ad aprire e successivamen­te a curare il dialogo tra due sia sta­ta l’onnipresente senatrice Rosi Mauro, a sua volta natia di San Pie­tro in Vernotico, provincia di Brin­disi.

Guai però a pensare che ieri al convegno milanese sulla piccola e media impresa sia andato in onda solo un inatteso siparietto, c’è pa­recchio di più. Bossi e suoi sono molto preoccupati per la tenuta del­le piccole aziende del Nord e per i riflessi politico-elettorali che una loro débacle può determinare alle prossime Regionali. Nelle province dove guidano l’amministrazione — si vedano i casi della provincia di Brescia o di Varese — gli uomini del Carroccio aprono i cordoni del­la borsa e vanno in soc­corso dei piccoli. Poi han­no in mente di organizza­re in più territori possibi­li un piccolo road show per far conoscere agli arti­giani tutte le facilitazioni di quella che chiamava «la finanza agevolata». E del resto commercialisti e tributaristi in casa le­ghista non mancano, a cominciare da Francesco Belsito, titolare di un av­viato studio, capo segre­teria del ministero della Semplificazione e consi­gliere di amministrazio­ne della Fincantieri.

Ma, e qui entrano in gioco le aziende pubbliche, Bossi sembra avere in testa una sorta di moral suasion nei loro confronti per evitare che taglino le forniture all’indotto e magari delocalizzino all’estero le produzioni. Da qui il test rappresentato dal dialogo rav­vicinato con Bono, al quale il Sena­tur durante il dibattito ha calda­mente raccomandato di sostenere le attività delle piccole aziende friu­lane che lavorano per Monfalcone. E Bono gli ha subito fatto eco di­chiarando che, a suo parere, «le piccole e medie sono forti quando c’è una grande impresa competiti­va e in grado di creare occasioni di sviluppo anche per loro».

Dario Di Vico

13 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Agenda fuori tempo
Inserito da: Admin - Ottobre 21, 2009, 09:28:01 am
Agenda fuori tempo


Ascanso di equivo­ci va detto subi­to: ne avremmo volentieri fatto a meno. L’animata discus­sione che nelle ultime 48 ore si è aperta sugli inne­gabili vantaggi del posto fisso (contrapposto all’ale­atorietà del mercato) e che ha coinvolto, con to­ni anche appassionati, il capo e i ministri del go­verno di centrodestra, i principali esponenti del­l’opposizione e i leader delle organizzazioni di rappresentanza, appare del tutto fuori tempo ri­spetto alla lenta evoluzio­ne della crisi. L’impressio­ne che un comune cittadi­no ne ricava è quella di avere a che fare con agen­de improvvisate che ser­vono di più ad «emozio­nare » gli elettorati che a delineare convinte strate­gie di governo. Quasi che la logica del talk show dettasse le regole.

È bene che la politica si occupi del popolo, orga­nizzi il monitoraggio del­la società, si chieda se gli elettori paghino o no le tasse, trovino oppure no lavoro, siano contenti del­le nostre università o pre­feriscano mandare i loro figli a studiare all’estero e via di questo passo. Ma ogni idea o programma (si può dire riforma?) che viene sottoposta al vaglio dell’opinione pubblica de­ve poi essere tradotto in leggi, normative e istituti che migliorino l’esisten­te. È sacrosanto, quindi, che il governo discuta del­l’occupazione e dei gua­sti provocati da una flessi­bilità corsara, ma fino a ieri la strada tracciata dal ministro Maurizio Sacco­ni — per altro in una logi­ca bipartisan — prevede­va il completamento del­le riforme Treu e Biagi con lo scopo di garantire la tutela del lavoro flessi­bile anche nei periodi di non impiego. Tutto ciò va rottamato?

L’occupazione in Italia finora ha retto grazie alla cassa integrazione, consi­derato a torto un ferro vec­chio e che invece ci ha per­messo di oltrepassare la fase più acuta della crisi. Ma attenzione: il grande freddo non è finito. Con uno di quei paradossi di cui è ricca la storia è ripar­tita prima l’economia di carta, simboleggiata dalle «famigerate» borse valo­ri, e invece quella reale è ancora lì, a leccarsi le feri­te. Non basta un conve­gno per spegnere le in­quietudini dei piccoli im­prenditori e artigiani, an­che di quelli del Varesotto che pure hanno votato in massa i partiti di governo e si spellano le mani per Umberto Bossi. Ma quan­te di quelle imprese so­pravvivranno al grande freddo? E si tratta di posti (fissi) che vengono can­cellati da un giorno all’al­tro e di territori che ri­schiano di veder azzerata la vocazione produttiva. C’è qualche ministro di­sposto a dir loro la verità e invitarli a rinunciare al­l’atavico individualismo e aggregarsi piuttosto che morire? La crisi, poi, non mette solo a repentaglio le micro-imprese, sta an­che falciando il già debo­le terziario italiano. Quan­ti sono gli Invisibili pro­fessionisti che non riesco­no più a mettere assieme uno stipendio decente e sono costretti però a paga­re i costi di un welfare di cui non usufruiranno mai? Troppi per partecipa­re a un talk show.

Dario Di Vico

21 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Ma dietro i numeri il ritardo dell'export
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2009, 09:55:17 pm
L’analisi


Ma dietro i numeri il ritardo dell'export


Il dato che viene dal superindicatore Ocse va incassato con tanta soddisfazione e un po’ di sollievo. L’analista più rigoroso sarà portato a sottolineare come il recupero previsto è sicuramente significativo (+17) e superiore a quelli degli altri Paesi ma nelle scorse rilevazioni l’Italia aveva fatto segnare un tracollo (-32), laddove gli altri erano incorsi in una caduta di proporzioni decisamente più modeste. A parità di numeri comunque l’Ocse ci dice che la nostra economia dovrebbe riprendersi con una velocità maggiore rispetto alla Germania e si tratta di una (piacevole) sorpresa. Passando dal terreno delle previsioni macroeconomiche alle scelte nazionali di politica economica c’è da osservare come il dibattito italiano sia quasi esclusivamente centrato sull’asse stimoli fiscali-debito. Discutiamo (e ci dividiamo) sull’opportunità o meno di tagliare l’Irap per favorire il rilancio del sistema delle imprese e rapportiamo quest’opzione ai rischi insiti al peggioramento dei nostri conti pubblici e del nostro rating.

Quella che manca, forse, è una seconda gamba del dibattito. Ammesso che a fine crisi il livello della domanda mondiale torni ai livelli precedenti, quella che cambierà radicalmente è la sua composizione. Non saranno più centrali i mercati americani ed europei — presidiati con sufficiente personalità dal made in Italy — ma quelli di Cina, India e Brasile nei quali, nonostante le tante parole spese al vento, l’industria italiana è in ritardo rispetto ai concorrenti. Da qui la necessità, da parte del sistema Italia, di varare un’operazione di riconversione dei prodotti e dei mercati in tempi che non possono essere lunghi. Qualche indizio positivo è venuto nei giorni scorsi dal monitor dei Distretti curato da Intesa Sanpaolo secondo il quale nel settore metalmeccanico, nei macchinari per l’imballaggio e nella meccanica strumentale l’export verso Pechino sta segnando un incremento. Ma è evidente che non può bastare e l’alternativa appare drastica: o ci muoviamo in fretta con politiche industriali e commerciali ad hoc oppure l’eccesso di capacità produttiva del made in Italy sarà pesante e ci costringerà volenti o nolenti a sacrificare una bella porzione di piccola e media impresa.

Dario Di Vico

07 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Partiti e banchieri, le condizioni degli artigiani ribelli
Inserito da: Admin - Novembre 11, 2009, 04:30:42 pm
L'ASSEMBLEA DI BESNATE

Partiti e banchieri, le condizioni degli artigiani ribelli

Le voci e le storie degli indipendenti

 
 di Dario Di Vico


Gli artigiani ribelli del Varesotto non smobi­litano né i loro comitati né i loro blog. L'Ocse ci invita tutti all'ottimismo ma per leggere l'evoluzione della crisi i piccoli imprenditori terzisti non hanno bisogno di modelli econo­metrici e super-indicatori. E così, come ormai fanno periodicamente da cinque mesi, anche lunedì sera in 250 hanno riempito il teatro par­rocchiale di Besnate per discutere (animata­mente) con politici e banchieri. Stavolta però rispetto a cinque mesi fa è come se avessero preso coscienza del proprio ruolo, per la prima volta hanno l'impressione di poter dire la loro e nessuno può zittirli. Luisa Cazzaro ha una pic­cola azienda metalmeccanica di dieci dipenden­ti, è tra le animatrici di Imprese che resistono Lombardia. Si alza dal suo posto e senza tanti fronzoli spara la bordata: «Le intenzioni dei po­litici e delle banche sono anche buone ma quando arrivano a noi, sul territorio, tutto si perde. Vince la burocrazia. Ma vi pare possibile che uno dei miei dipendenti in cassa integrazio­ne sia stato destinato dalla Regione a frequenta­re un corso di formazione per la gestione dello stress? Siamo matti?». Massimo Mazzucchelli è anche lui un piccolo della meccanica, ha orga­nizzato la serata di Besnate e dal palco spiega con grande lucidità la maturazione dei ribelli del Varesotto: «In questi mesi non solo abbia­mo portato avanti le nostre richieste, ma abbia­mo capito che bisogna dedicare una parte del nostro tempo alla vita pubblica, compresi i blog. Se rimaniamo soli e zitti non andiamo da nessuna parte».

Cosa sia successo al sistema produttivo in questi mesi, potrà sembrare biz­zarro, ma nessuno lo sa con certezza. Davide Galli della Confartigianato giura che «in pro­vincia di Varese già mille aziende hanno chiu­so e cento solo nell’autotrasporto». Per evita­re che altre mille chiudano i ribelli si aspetta­no il taglio dell’Irap, che i gruppi più grandi paghino i fornitori e che la moratoria dei debi­ti con le banche sia allargata. Di politici a Besnate (5.400 anime compre­si vecchi e bambini, 150 imprese e un mare di partite Iva che da sole fanno il 15% del bilan­cio del Comune) sul palco ce ne sono tre, il senatore leghista Massimo Garavaglia, l’asses­sore regionale del Pdl Raffaele Cattaneo e, sor­presa, per la prima volta un esponente il Pd, il deputato Daniele Marantelli. Si vede lontano un miglio che davanti alla sua gente Garava­glia è costretto a giocare in totale difesa del governo. Anche la moglie ha un’aziendina da queste parti e gli verrebbe da dire che l’Irap va tagliata non una ma due volte e che i Co­muni andrebbero lasciati liberi di spendere. La ragion politica lo porta invece a parlare di conti pubblici, di breve e lungo termine, di una finanziaria ancora aperta a miglioramen­ti ma tra tante cautele dà anche una notizia: i temutissimi studi di settore, tarati sulla cresci­ta e non sulla recessione, vanno considerati sospesi de facto. Poi Garavaglia elogia il mini­stro Luca Zaia per concedersi una battuta: «Noi che vogliamo la Padania, alla fine siamo quelli che si battono per salvare il made in Italy». Cattaneo vende (legittimamente) un po’ della sua merce di amministratore locale: la Regione ha lanciato i Formigoni bond e fi­nanzierà il made in Lombardy , farà partire le opere infrastrutturali e quanto ai corsi an­ti- stress promette un’inchiesta rigorosa. Ai ri­belli, poi, lancia un appello: «Non fate i Cobas della piccola impresa, state dentro le associa­zioni ». Marantelli incassa il risultato di aver riportato il Pd in pista e attacca il piano di sta­bilità che mette in crisi «i Comuni virtuosi». Assicura di aver firmato anche lui la proposta di legge sul made in Italy voluta dagli artigia­ni e spiega che a Vergiate, all’assemblea della Lega con i piccoli, lui avrebbe voluto fare del­le domande scomode a Tremonti ma non gli è stato concesso. Il clou della serata arriva con il botta e rispo­sta artigiani-banche.

Cinque mesi fa probabil­mente un banchiere non sarebbe nemmeno potuto entrare in un’assemblea dei ribelli, si sarebbe rischiato il parapiglia. Sul palco di Be­snate c’è invece Bruno Bossina, responsabile di IntesaSanPaolo per la Lombardia. Qualcu­no gli aveva comunque sconsigliato di venire ma lui sembra aver la calma necessaria per sciogliere i rebus. Spiega alla platea come la moratoria dei debiti sia un’occasione da non perdere e come ci voglia una «fase due» dei rapporti tra piccole imprese e banche. Prende i suoi applausi ma non può evitare il fuoco di fila degli interventi dalla platea. Ciascuno par­la della propria azienda, racconta le peripezie nelle filiali di paese e arrivano a sostenere co­me Giuseppe Marzotto, un piccolo dell’abbi­gliamento dal cognome decisamente impe­gnativo, che avrebbe le commesse per far la­vorare i suoi dipendenti ma la banca non gli finanzia l’attività ordinaria. «Con la Tassara di Zaleski invece vi comportate diversamen­te ». Il banchiere regge il colpo, replica alle ac­cuse e poi chiude con un colpo d’ala: «Scam­biamoci i biglietti da visita ed esaminerò i vo­stri casi uno per uno». Nel giro di trenta se­condi ne mette insieme una discreta collezio­ne.

ddivico@rcs.it

11 novembre 2009
http://www.corriere.it/economia/09_novembre_11/artigiani_divico_2_ed428eb2-ce8a-11de-9c90-00144f02aabc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Piccoli imprenditori e dipendenti: la crisi li unisce ma ...
Inserito da: Admin - Novembre 14, 2009, 10:56:08 am
L’analisi

Piccoli imprenditori e dipendenti: la crisi li unisce ma il sindacato lo sa?

Le iniziative della Cgil e della Cisl e la scelta di tenere separati i fronti


Mercoledì 11 novembre a Martina Franca, provincia di Taranto, gli operai delle aziende tessili che-rischiano-di-chiudere hanno manifestato in piazza. E hanno chiesto a gran voce controlli contro i container pieni di capi di abbigliamento che, secondo le loro denunce, in alcune aziende entrano cinesi ed escono italiani. La Cgil e la Cisl che hanno organizzato la manifestazione hanno scelto simbolicamente il giorno di San Martino, festa dedicata ai cappottari, gli imprenditori locali specializzati nel confezionare cappotti. La novità è che quest’anno, in virtù anche del comune richiamo a valori consolidati nella comunità, al comizio in piazza hanno partecipato anche numerosi imprenditori terzisti della zona, altrettanto preoccupati per il dilagare della contraffazione.

Nell’industria tessile la mobilitazione comune tra datori di lavoro e sindacati ha dei precedenti anche nel Centro Nord: a Carpi, Prato e Biella all’incirca un anno fa ci sono state iniziative in comune per chiedere al governo una politica di settore. Ieri la richiesta di una saldatura tra dipendenti e imprenditori è venuta da Paolo Galassi, presidente della Confapi, che ha osato dichiarare che «è finita la contrapposizione tra piccoli imprenditori e lavoratori, siamo tutti sulla stessa barca e a maggiore ragione con questa crisi».

Forse Galassi avrà gettato il cuore oltre l’ostacolo ma il suo richiamo contiene un messaggio che sarebbe sbagliato lasciare nella bottiglia. La distinzione tra i Piccoli e i lavoratori dipendenti si stempera vieppiù ogni giorno che passa. Oggi a Roma la Cgil manifesterà per le strade di Roma portando in piazza i lavoratori delle aziende in crisi.

A fine mese la Cisl darà vita a una mobilitazione in diverse città del Paese. Tutte iniziative più che legittime ma che recano però il segno della divisione, di un dispendio di motivazione.

E se invece avesse ragione Galassi?

Dario Di Vico

14 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Ma i "piccoli" di Como parlano di Cina, non di Irap
Inserito da: Admin - Novembre 20, 2009, 03:30:53 pm
20/11/2009

Ma i "piccoli" di Como parlano di Cina, non di Irap


La sorpresa dell'ospite la si può sintetizzare così: la parola di gran lunga più pronunciata in due ore di assemblea dai cento professionisti e industriali presenti in sala è «Cina» e non «Irap». A Como discutendo di crisi e professioni con il Gruppo dei Giovani - un organismo che riunisce undici organizzazioni della generazione pro.pro., dagli industriali ai commercialisti, dagli artigiani agli ingegneri, dagli architetti agli albergatori - si tocca con mano come la città lariana tema fortemente di diventare una seconda Prato.

«C'era una volta il tessile comasco» è il refrain di tanti interventi che segnalano una sorta di giro di boa, con la vecchia e gloriosa specializzazione dell'industria locale che non riesce più a tenere il passo dell'economia globale. «La Cina ci sta mangiando» dicono in tanti ed è uno slogan a doppia chiave. I pro.pro. leggono i giornali e sanno che la governance del mondo si sta indirizzando verso la formula G2 (Usa & Cina), ma vivono anche a Como e vedono i laboratori tessili cinesi crescere come funghi. La somma delle due tendenze produce una fastidiosa sensazione di accerchiamento.

Ci si domanda se tutto quello che sta avvenendo non poteva esser previsto ed è tutto sommato facile compilare un piccolo catalogo degli errori. Roberto Briccola, vice-presidente nazionale dei pellettieri, sostiene - ad esempio - che «la concertazione ha impoverito la nostra industria». Il sindacato ha impedito che «discutessimo seriamente di produttività e il risultato è che siamo più deboli davanti ai cinesi. Avremmo dovuto fabbricare prodotti vincenti a prezzi ragionevoli, ma non siamo stati capaci».

Arianna Minoretti, una giovane ingegnere, si alza per dire che «ci dovevamo pensare prima, dovevamo tutelare il prodotto italiano, ora è tardi e il made in Italy rischia di abdicare». Ed è lo stesso Briccola a dare alla platea una piccola notizia: anche lui andrà a produrre in Cina. «Spiegherò agli artigiani della Cna che lavorano per me perché lo faccio. Loro non sono più in grado di garantirmi condizioni competitive».

La platea ascolta e assorbe il colpo, magari non convivide ma capisce. Anche perché oltre ai cinesi c'è da fare i conti pure con i ticinesi. Sembra un calembour, eppure è la verità: un altro ingegnere e costruttore edile, Luca Guffanti, racconta come le autorità del Canton Ticino hanno lanciato il programma Copernico, incentivi e facilitazioni per chi investe sul loro territorio. E sarebbero tante le griffe italiane che hanno già abbracciato Copernico, «portano il marketing e la creatività di là» e tagliano il terziario in Italia.

Come può reagire una città come Como al rischio di rimanere senza la sua base industriale e non solo? «Svegliandosi» è la risposta che viene dalla platea. Spiega Andrea Tagliabue, presidente del Gruppo dei Giovani e organizzatore della serata: «Como è una bella addormentata che punta solo sulle bellezze del paesaggio. Varese e Lecco invece si muovono, rinnovano, le aziende cercano di salire di gamma e noi invece non sappiamo cosa fare da grandi».

L'argomento è di quelli destinati ad accendere qualsiasi platea. Si alza, infatti, subito dopo Federico Costa della Confartigianato: «Noi che facciamo rappresentanza delle imprese forse a questo punto dobbiamo fare un salto culturale. Metterci lo zaino in spalla e prenderci la responsabilità di costruire il nostro futuro». E' chiaro a tutti che, seppur in controluce, si sta parlando di politica ma c'è un sottile pudore che porta tutti a non nominare leader, partiti e coalizioni. A suo modo è una piccola e silenziosa secessione.

Dario Di Vico
da generazionepropro.corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - La svolta dei piccoli a Nord Est
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2009, 05:27:17 pm
Il laboratorio |

Al Cuoa imprenditori a scuola di sabato per capire come reinventare le proprie aziende

La svolta dei piccoli a Nord Est

Adesso studiano management

«Per il dopo-crisi copiamo la lezione giapponese»


Ci sono le aziende che chiudono, quel­le che resistono e quelle che pensano. E che addirittura scoprono che il manage­ment può rivelarsi una risorsa decisiva anche per i Piccoli. Per di più senza biso­gna di assumere e pagare dei manager. Chi l'ha detto che le tecniche più sofisti­cate sono adatte solo alle grandi impre­se? Perché anche le aziende manifatturie­re con meno di 50 dipendenti non posso­no farsi in casa la loro rivoluzione cultu­rale? A sostenere queste tesi sono gli in­dustriali del Nord Est tra i 40 e i 50 anni che frequentano con varia intensità la scuola di formazione del Cuoa di Altavil­la Vicentina.

Il bassanese Diego Caron è uno di lo­ro. Pensa che comunque vada a finire è assai improbabile che si torni ai volumi produttivi pre-crisi e ringrazia chi un an­no fa lo ha sconsigliato dal costruire un nuovo capannone di 3 mila metri qua­dri. Avrebbe perpetuato il vecchio modo di agire, quando la capacità di offerta ve­niva generosamente dilatata senza curar­si della domanda. Quando la voglia di fa­re considerava superfluo «il pensare».

La sua azienda metalmeccanica (tubi flessibili) si appresta a chiudere il 2009 a quota -40% di ricavi (i concorrenti sono addirittura a -70%!) e una dozzina dei 50 dipendenti sono in cassa integrazione ma Caron è tutt'altro che pessimista. L'obiettivo è prepararsi per la ripresa e perciò è diventato, parole sue, «un fanati­co della lean production», il modello dell'impresa anti-burocratica alla Toyota che cancella tutte le attività senza valore aggiunto. In omaggio alle teorie giappo­nesi, Caron ha ridisegnato l'organizzazio­ne aziendale azzerando costi e scorte e programmando un forte aumento di pro­duttività. «L'unica spesa che non ho ta­gliato è la formazione perché dobbiamo aumentare l'attenzione al cliente. Dovre­mo diventare un po' aziende manifattu­riere e un po' aziende di servizi». Il solo modo, aggiunge, per mettersi (almeno per qualche anno) al riparo dai terribili cinesi.

Il management snello sta incontrando un certo successo in tutto il Nord Est tra le piccole e medie imprese dei settori più vari. Nel «lean club» si segnalano le espe­rienze di un'azienda padovana che fab­brica mobili di design, la Lago e di un'im­presa, la Anodica Trevigiana, che forni­sce trattamenti termici. Poi c'è chi ha vo­luto fare due cose in una, accoppiare la lezione della Toyota con la creatività ita­liana: è il caso di Filippo Girardi, un im­prenditore quarantenne di prima genera­zione, che opera a Soave (provincia di Ve­rona) e che ha avuto un'idea semplice semplice.

Le batterie per auto come è noto sono tutte nere, ma perché - si è chiesto Girar­di della Midac - non proviamo a giocare sull'estetica e, visto che nei nuovi model­li di vettura le batterie non sono più na­scoste, non le facciamo a colori? Com­menta Paolo Gubitta, docente del Cuoa: «Non deve stupire che i Piccoli abbracci­no la filosofia giapponese. Anche loro ca­piscono che o programmano da soli la propria ristrutturazione post-crisi oppu­re gliela imporranno le aziende più gran­di. E saranno dolori». Gubitta sottolinea anche il nuovo approccio verso un mana­gement senza manager. «L'imprenditore investe su stesso. Va a scuola il sabato per capire come trasformare la sua picco­la azienda. Che nel pragmatico Nord Est nascesse un fenomeno di questo tipo era tutt'altro che scontato».

Imparate le più moderne teorie d'im­presa per tentare si salvarsi «le Piccole che pensano» si trovano di fronte a un altro bivio del dopo-crisi: individuali­smo o aggregazione. I piccoli della Con­findustria vicentina hanno deciso di spendersi per la seconda ipotesi fino a farne un cavallo di battaglia dell'associa­zione.

Si sono dati un anno «per arare il cam­po » e intanto stanno studiando le varie ipotesi di holding che circolano in que­ste settimane. L'opinione di Caron è che «si tratta di discorsi ormai maturi ma che sarà più facile rendere compiutamen­te operativi in presenza di un passaggio generazionale». Con la speranza che i fi­gli si rivelino meno individualisti dei pa­dri.

Dario Di Vico

22 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Piccole imprese, quello che serve
Inserito da: Admin - Novembre 24, 2009, 06:22:17 pm
FISCO, PAGAMENTI E BUROCRAZIA

Piccole imprese, quello che serve


L’opinione pub­blica italiana sta scoprendo, fi­nalmente, il va­lore delle «sue» piccole im­prese. Ora però deve batter­si per salvarle. I mesi che si aprono davanti a noi non so­no meno insidiosi degli ulti­mi, quando si è temuto il tra­collo. Fortunatamente la de­terminazione dei Piccoli è ri­masta pressoché intatta, la moratoria sui debiti qualche effetto positivo lo ha tra­smesso, più in generale è cresciuta l'attenzione per la sorte dei distretti e delle mi­cro- aziende. Ma i mercati no, quelli non hanno conces­so semaforo verde al salva­taggio. Il commercio inter­nazionale dà segni evidenti di ripresa in quei Paesi, i Bric, in cui siamo ancora re­lativamente presenti mentre i nostri mercati d'elezione non paiono in procinto di ri­partire e redistribuirci, co­me in passato, il dividendo della loro virtù. Per le azien­de — molte delle piccolissi­me — che lavorano in preva­lenza per il mercato domesti­co non arrivano notizie con­fortanti dal fronte consumi. Le città si sono addobbate per il Natale con qualche an­ticipo ma in pochi credono che vedremo negozi pieni e ressa alle vetrine.

Di fronte a queste incer­tezze i prossimi 100 giorni ci daranno molte risposte. E' difficile dire con esattez­za quante siano le aziende a rischio chiusura, si è detto un milione, si è corretto a 250 mila. Al di là del nume­ro, quella che non si intrave­de è una credibile strategia di contrasto, un program­ma coerente e snello di cose da fare. Come attesta la ri­cerca della Fondazione Nord Est, che oggi anticipia­mo, gli imprenditori la loro parte la stanno facendo: il 60% degli interpellati dichia­ra di aver subito vistosi cali del fatturato ma solo il 20% ha ridotto l'occupazione. Un dato straordinario che atte­sta il contributo delle Pmi al­la coesione sociale. Non so­lo: in un Paese immobile in cui si procede per linee oriz­zontali, per scambi tra caste e gruppi di pressione, la ri­cerca dimostra come le Pic­cole siano il luogo in cui la mobilità sociale, il famoso ascensore, funziona. Il 53,3% dei micro-imprendito­ri e degli artigiani prima di metter su bottega era un la­voratore dipendente. Non sappiamo però per quanto tempo ancora questi fattori di vitalità resteranno tali. Le comunità locali appaiono impaurite, conteggiano le perdite di occupazione, si chiedono se valga la pena o no coltivare ancora i propri simboli, siano una fiera o una scuola di specializzazio­ne. I casi positivi non man­cano, la capacità di reazione delle varie Jerago d'Italia è reale ma nei distretti si regi­stra anche tanto silenzio. E nella solitudine c'è il rischio che crescano l'ossessione e il rancore per i cinesi piglia­tutto. Da Prato a Como pas­sando per Martina Franca qualche indizio c'è.

Dicevamo programma per i 100 giorni per evitare una distruzione — per nulla creativa — di competenze e valori. Rispetto a tanti liberi­sti immaginari, i Piccoli avranno magari disertato qualche convegno però il mercato lo hanno sempre saggiato sulla loro pelle. Ma proprio perché le Pmi in Ita­lia sono cresciute a cespu­glio e mai hanno trovato in­terlocutori che le aiutassero a concepire una politica di sistema, la ricerca della Fon­dazione Nord Est ci mostra un tessuto di relazioni eco­nomiche fragile: il 77% ven­de prevalentemente nella Regione d'insediamento, il 67% è portato a vedere l'in­ternazionalizzazione come un rischio, la propensione individualistica non favori­sce un boom di aggregazio­ni, i rapporti con le banche, pur avendo superato la fase più polemica, restano ab­bondantemente sotto la so­glia delle necessità.

«Trop d’usines». Così titolava nei giorni scorsi il quotidiano Les Echos . «Troppe fabbriche» rischia dunque di essere il leit motiv dei prossimi mesi in Europa. La crisi ha palesato un eccesso di capacità produttiva che riguarda purtroppo tutti i settori, dalla siderurgia all’automotive, dal tessile persino fino alle energie rinnovabili. Ma se i programmi di ristrutturazione delle grandi imprese sono attentamente monitorati dalla politica e dal sistema bancario, per le Piccole lo scenario che si apre è quello della selezione darwiniana.

Che si può fare per impedirla?

Tagliare l’Irap in maniera che favorisca la piccola dimensione, estendere su tutto il territorio nazionale l’esempio delle regioni più avanzate (Lombardia) nella semplificazione burocratica, rateizzare i pagamenti della pubblica amministrazione ma soprattutto concepire una politica industriale per le pmi che, territorio per territorio, specializzazione per specializzazione, individui i passi avanti da fare. Se un distretto collassa le banche imbarcano sofferenze, allora non è meglio muoversi prima, riunire le comunità, incentivare le aggregazioni, studiare operazioni di riconversione, guidare i Piccoli a riposizionarsi sui mercati vincenti? Il mito dell’imprenditore con la valigetta che trova la strada di Marco Polo fa parte della narrazione più vitale dell’imprenditoria italiana, ma siamo sicuri che in tempi brevi e di fronte al cambio dei mercati possa rivelarsi ancora l’arma vincente? Una rappresentanza, un sistema creditizio e, sì, anche una politica, attenti al futuro non dovrebbero assolutamente distrarsi nei prossimi 100 giorni.

Dario Di Vico

24 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - La svolta dei ribelli di Vergiate «Adesso facciamo da soli»
Inserito da: Admin - Novembre 27, 2009, 11:11:28 am
Gli artigiani non chiamano più i ministri, ma gli specialisti di gestione aziendale

La svolta dei ribelli di Vergiate «Adesso facciamo da soli»

Alla scorsa assemblea Bossi e Tremonti, ora i professori della Bocconi


La politica? Stavolta no. Dall’as­semblea di Vergiate, con i ministri Umberto Bossi e Giulio Tremonti sul palco a rispondere alle domande de­gli artigiani di Varese, è passato un mese e mezzo, eppure sembra un se­colo. L’idea che le soluzioni potesse­ro venire dall’alto o da Roma, sem­mai c’era stata, oggi non trova cam­po. E votino Lega oppure no, i Piccoli di Varese che si sono riuniti mercole­dì sera nella sede della Cna vogliono discutere soprattutto di business, in­novazione e made in Italy . Non a ca­so l’organizzatore della serata, Piero Cassani — lo stesso di Bossi a Vergia­te —, ha chiamato un esperto di eco­nomia aziendale, il bocconiano Pao­lo Preti. E così quello che va in scena è quasi un seminario di politica indu­striale: ciascun artigiano si alza, rac­conta come chiuderà l’anno e analiz­za il suo caso. Gli altri ascoltano, fan­no qualche domanda e poi discutono liberamente. Fossimo a Milano, lo chiamerebbero workshop.

Lontani dalla politica gli artigiani restano però vicinissimi ai propri di­pendenti. Non ce n’è uno che coltivi l’idea di uscire dalla crisi licenzian­do, come invece è pratica corrente tra i più rinomati manager delle gran­di imprese. «Ho trenta addetti, que­st’anno ho perso il 50% del fatturato, ho messo in azienda 130 mila euro di tasca mia ma pur di non tagliare l’oc­cupazione abbiamo fatto i contratti di solidarietà» racconta Vito Tioli, cromatore. E aggiunge Raffaella Pre­stinoni, una giovane imprenditrice dell’abbigliamento: «Le persone a ca­sa non le lascio, una coscienza ce l’ho anch’io. A marzo del 2010 finiscono i soldi degli ammortizzatori sociali, che capita se noi molliamo?».

In sala ci sono tessili e meccanici in proporzioni uguali e il confronto tra i destini dei due settori ricorre spesso. Commenta Davide Parolo del­la Cna: «Noi del tessile abbiamo avu­to una morte lenta, mentre voi della meccanica non avete fatto a tempo nemmeno ad accorgervene». Tra i produttori di abbigliamento c’è però chi fa autocritica e sostiene che quel declino poteva essere evitato. «Sape­vamo che con la fine dei dazi sarebbe cambiato tutto. Dovevamo muoverci prima e non aspettare l’ultimo mo­mento ». Non la pensa così la Presti­noni: «Io faccio maglioni made in Italy al 100% ma al consumatore del­la qualità gliene frega sempre di me­no, guarda solo il prezzo. E delle vol­te mi domando chi me lo faccia fare di produrre a Varese quando tutto re­ma contro di me». Anche qui come a Como la doppia concorrenza con i ci­nesi, quelli in Asia e quelli sotto casa, tiene banco. Due giorni fa a Casorate Sempione la Polizia locale ha fatto ir­ruzione in una villa che ospitava una fabbrica-dormitorio che dava lavoro a 30 cinesi e dalla quale uscivano abi­ti con la scritta made in Italy. Com­menta la platea dei Piccoli: «La verità è che i controlli, almeno i controlli, dovrebbero farli con regolarità».

Chi possiede un marchio e può an­dare sul mercato con la sua identità è sicuramente in posizione migliore ri­spetto ai terzisti. E proprio per que­sto sta marciando un progetto per mettere assieme gli artigiani stampi­sti, farli dipendere meno dalle grandi imprese fino a proporsi direttamente sui mercati internazionali. Questa è una modalità di aggregazione che ai Piccoli piace, un modo per emanci­parsi. Niente da fare invece per le fu­sioni tra concorrenti. È ancora trop­po presto, dicono, questa generazio­ne di artigiani non ce la fa a compie­re il grande passo.

Si discute molto di innovazione e mercati esteri. Qualcuno si alza e de­nuncia: «Proprio per innovare mi so­no indebitato, è arrivata la crisi e so­no rimasto a metà. Chi glielo spiega ora alle banche che sono un innovato­re e che dovrebbero aiutarmi?». Molti per resistere alla crisi si sono stretti a difesa della loro nicchia, si sono iper-specializzati nel produrre un par­ticolare tipo di rulli o di tubi e così hanno allontanato il pericolo cinese. Ma anche loro sanno che il commer­cio mondiale sta cambiando e per i Piccoli affacciarsi sul mondo sarà doppiamente difficile perché stavolta non basterà vendere ai tedeschi biso­gnerà conquistare clienti in India e in Cina. Come vendere vasi a Samo. Ba­sterà prenotare un aereo e munirsi della mitica valigetta?

Dario Di Vico

27 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Se la finanza spegne il lavoro
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2009, 03:10:39 pm
IL CASO DI SAFILO E DI MOLTI ALTRI

Se la finanza spegne il lavoro

Un oscuro brac­cio di ferro tra gli olandesi del­la Hal e i posses­sori di obbligazioni sta bloccando il passaggio di mano e il salvataggio della Safilo, uno dei maggiori produttori mondiali di oc­chiali. Così l'azienda vene­ta rischia il fallimento mentre la vera discussio­ne da fare in questi giorni dovrebbe vertere sulle strategie industriali, sulle licenze, i brand, la rivisita­zione delle politiche com­merciali e distributive fin qui (malamente) seguite. E invece no, a decidere il futuro dell'azienda e degli 8 mila dipendenti (all'in­circa un terzo degli addet­ti Fiat Auto in Italia) sarà il tornaconto di un fondo straniero e/o quello di un gruppetto di investitori in­ternazionali.

Il caso Safilo precipita in un momento della Grande Crisi nel quale un po' tutti sono portati a sot­tolineare quanto sia velo­ce nei recuperi la finanza e quanto sia lenta l'econo­mia reale nel ripartire. Per carità, sarebbe da sciocchi rendersene conto solo og­gi, la novità però è che nel frattempo la sensibilità dell'opinione pubblica è mutata. Basta chiederlo a coloro che rilevano umori e orientamenti degli elet­tori. I finanzieri stile Gor­don Gekko del film «Wall Street» oggi appaiono fi­gure totalmente estranee allo spirito del tempo. Del resto più passano le settimane più diventa chiaro che l'uscita dalla crisi comporterà un dima­grimento forzoso della ca­pacità produttiva dell'in­dustria italiana. Forse ne­gli anni della crescita si è investito troppo e male, gettando il cuore oltre l'ostacolo e non si sono te­nuti nel debito conto i pro­fondi cambiamenti della domanda dovuti all'econo­mia globale. Ma, pur am­mettendo gli errori, non si può permettere che la selezione avvenga casual­mente, senza che nel frat­tempo siamo stati capaci di elaborare criteri che ci permettano di discernere se una azienda vada mes­sa in condizione di conti­nuare la sua attività oppu­re convenga lasciarla anda­re al suo destino. Prenden­dosi carico del solo futuro dei suoi addetti.

La finanza, per quanto egemonizzata da una cul­tura orientata al breve ter­mine, in passato ha sapu­to scommettere sui vinci­tori anche aspettando il giusto. Amazon non ha prodotto profitti nei pri­mi cinque anni, e senza gli gnomi che hanno cre­duto in Google o in Skype non ci saremmo giovati di alcune straordinarie inno­vazioni. Ma sono esempi di buona finanza bilancia­ti da una ricca casistica di segno contrario. Anche la debole ripresa italiana avrebbe bisogno di una finanza d'accompa­gnamento. Prendiamo an­cora una volta il destino dei distretti industriali, quelli che solo qualche an­no fa ci venivano invidiati da mezzo mondo. Quanto c'è da fare nelle Sassuolo e nelle Lumezzane d'Italia per innovare, per introdur­re nuovi strumenti di fi­nanziamento, per cercare soluzioni avanzate come le reti di impresa? Tanto, sicuramente tanto. In quanti ci stanno lavoran­do? In pochi, dannatamen­te in pochi. Ed è in questa contraddizione che la ri­flessione sul caso Safilo aggiunge una nota d'ama­ro. Ci dividiamo quasi quotidianamente tra otti­misti e pessimisti, basta un bollettino dell'Ocse più o meno sbilanciato nell'una o nell'altra dire­zione per accendere il falò delle dichiarazioni, ma non stiamo assolutamen­te costruendo il nostro fu­turo. Purtroppo sembra che non ci interessi.


Dario Di Vico
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28 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Il rilancio della domanda
Inserito da: Admin - Dicembre 22, 2009, 04:23:13 pm
Il rilancio della domanda

I mercati e la strada fiscale per aiutare i redditi


Stiamo come sistema-Paese facendo abbastanza per non trovarci spiazzati dal cambiamento di gerarchia dei mercati?
Stiamo aspettando anche noi il nostro Godot. Vuoi perché gran parte del sistema produttivo vive sulle esportazioni vuoi per i vincoli di finanza pubblica che ci hanno impedito significative manovre di stimulus, l'uscita dalla recessione per l'Italia è legata — più che per altre economie—alla ripartenza del commercio internazionale. Guai però a cullarsi nell'illusione di una sorta di automatismo: i nostri tradizionali partner commerciali riprendono a correre e per noi tornano a fiorire come per incanto ordini e commesse.

Purtroppo per l'industria italiana la mappa dell'interscambio globale sta cambiando ancor più velocemente di quanto pensassimo nel pre-crisi. L'editoriale dell'Economist di questa settimana lo sostiene con forza. La domanda nei Paesi ricchi resta debole mentre i Paesi emergenti, come Cina, India e Indonesia non hanno di fatto nemmeno conosciuto "la grande recessione" e ciò apre tutta un'altra serie di contraddizioni. Ma il cambio di scenario visto dall'Italia vede una domanda imporsi sulle altre: stiamo come sistema-Paese facendo abbastanza per non trovarci irrimediabilmente spiazzati dal cambiamento di gerarchia dei mercati? Senza aver nessuna voglia di far polemiche a basso costo la risposta è (purtroppo) no.

Bisogna andare in quei Paesi e occorre farlo sia come sistema sia come imprese, stavolta in forma più o meno associata tra loro. Il mito dell'imprenditore con la valigetta non è al passo con i tempi. Guardiamo, dunque, all'evoluzione della domanda internazionale ma non possiamo dimenticare chi vive — nell'industria e nei servizi—sui consumi interni. Come sostengono le organizzazioni di rappresentanza del commercio e dei servizi, per loro la crisi può rivelarsi molto più lunga e devastante. Scartata anche quest'anno l'idea di detassare le tredicesime resta però sul tappeto la necessità di aumentare, in un tempo che non sia indefinito, il reddito a disposizione delle famiglie.

Il ministro Giulio Tremonti nell' incontro che ha avuto la scorsa settimana con le parti sociali si è espresso in maniera ferocemente critica nei confronti dell'attuale sistema fiscale, a suo giudizio tarato sulla società italiana del Novecento e dunque arrivato al naturale capolinea. Il ministro ha riproposto il libro bianco elaborato nell'ormai lontano '94 e ha anche disposto che venisse ripubblicato sul sito del ministero dell'Economia. Pressoché negli stessi giorni il segretario del principale partito d'opposizione, Pier Luigi Bersani, incontrando le associazioni degli artigiani ha sostenuto l'abolizione degli studi di settore.

Senza voler fare sintesi o somme improprie tra i due pronunciamenti, è abbastanza evidente che — pur con percorsi differenti — governo e opposizione sono giunti a una conclusione simile. Va messa mano al sistema fiscale per renderlo più moderno, più snello e più equo. L'invito di chi queste vicende le osserva dall'esterno ma con una forte senso di preoccupazione circa il futuro del sistema produttivo italiano, la sua competitività e la capacità di imporsi di nuovo sui mercati internazionali, non può che essere uno: mettetevi al lavoro, ciascuno rispettando il proprio ruolo. Perché nel mondo post-crisi un Paese come l'Italia non potrà più permettersi di assomigliare agli scandinavi solo per i vizi (la tassazione alta) e non per le virtù (la qualità dei servizi pubblici).

Dario Di Vico

22 dicembre 2009
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da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Riforme contro l'evasione
Inserito da: Admin - Gennaio 31, 2010, 10:49:28 am
Riforme contro l'evasione

Il lavoro sui redditi degli italiani e le tasse versate che il Corriere ha portato avanti consente una riflessione pressoché inedita di sociologia tributaria. Fino al 2008, quindi in un ambiente pre-Grande Crisi, se lo Stato ha continuato a pagare gli stipendi, se ha tenuto fede alla tradizione del welfare europeo, se ha supportato con incentivi e aiuti l'azione delle grandi imprese, se in definitiva non ha dovuto alzare bandiera bianca stroncato dall'evasione fiscale, lo deve allo spirito civico di quattro milioni di connazionali. Sono loro - in magna pars lavoratori dipendenti - che, pur rappresentando solo il 10% dei contribuenti, versano oltre la metà delle tasse incassate dal Tesoro.

Accanto a questo macro-fenomeno i dati 2008 ci segnalano altre due novità minori: un maggior contributo da parte dei professionisti e i primi sintomi di una difficoltà dei ceti medi (che vivono di lavoro autonomo) a tenere le posizioni in termini di reddito. A ripagare la fedeltà fiscale dei lavoratori dipendenti non è arrivata una maggiore equità del prelievo, ma paradossalmente è stata la crisi. Vuoi psicologicamente vuoi nei fatti, il lavoro dipendente è stato colpito in maniera meno traumatica dal downsizing dell'economia. Ciò non è avvenuto in maniera uniforme: i dipendenti pubblici hanno usufruito di un ricovero totale, mentre operai e impiegati finiti in cassa integrazione hanno subito una decurtazione di salari e stipendi. Per entrambi un sollievo è venuto, però, dal drastico calo dell'inflazione che nel 2009 è rimasta ancorata allo 0,8%.

Sui lavoratori autonomi che presentano un tasso di infedeltà fiscale assai marcato - e in molti casi clamoroso - si è abbattuta la legge del contrappasso. La crisi del 2009 si è accanita sui loro redditi, tanto che le partite Iva sono diventate più simili a un refugium peccatorum che a uno strumento di mobilità sociale. In più si è fatta sentire la loro esclusione dal welfare. Passare ai rimedi non è facile. Politica e opinione pubblica però non possono sottrarsi, lo devono ai contribuenti onesti. Da qui la necessità di una riforma fiscale non di soli palliativi che corregga le evidenti asimmetrie del patto di cittadinanza. Ergo: pagare meno, pagare tutti. Ridurre il carico che pesa sui 4 milioni di «fedeli» e aumentare le entrate sul versante degli autonomi evasori. Per rendere credibile quest'operazione occorre anche formulare nuovi strumenti di integrazione rivolti ad artigiani, partite Iva e giovani professionisti. Quadrare il cerchio non sarà agevole ma di compiti facili la politica moderna purtroppo non ne avrà più.

Dario Di Vico

31 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Le scelte non rinviabili
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2010, 04:33:05 pm
IL GOVERNO E LE RIFORME NECESSARIE

Le scelte non rinviabili


Duole dirlo ma la ricreazione è f i n i t a . La campagna elettorale si è rivelata un’altra occasione perduta per migliorare il rapporto tra politica e società. La scaletta dei comizi è rimasta lontana mille miglia dall’agenda degli italiani. Si è inseguito il consenso a prescindere, mai si sono messi a confronto in maniera costruttiva problemi e soluzioni. Ai politologi l'ardua sentenza se sia ormai la regola delle democrazie post-moderne o se è stata l'ultima delle campagne condotte alla ricerca del consenso liquido. Certo è che dopo aver disquisito se fossimo entrati in una crisi pari al '29, al momento di prospettare agli elettori le possibili vie d’uscita si è preferito buttare la palla in corner. Duole sostenere che la festa è finita perché come conseguenza ci tocca vestire gli scomodi panni di Cassandra. La politica deve sapere che la crisi oggi ha il volto della «recessione umana» (copyright di Larry Summers): l'Italia si sta avvicinando ai 2 milioni di disoccupati strutturali e gli ultimi dati Istat sui consumi segnalano una forte contrazione persino degli acquisti di alimentari.

Le imprese, quelle che hanno resistito (e comunque la previsione di 2 mila aziende a rischio nel solo Varesotto, fatta 9 mesi fa, si è già avverata!) se la passano male, «la ripresa statistica» non l'hanno ancora vista e cresce di giorno in giorno l'area della concorrenza sleale. Il sommerso di origine asiatica sta lievitando e appena Polizia e Guardia di finanza accentuano i controlli trovano montagne di merci contraffatte e innumerevoli laboratori- dormitorio. Chiusi i seggi, spente le luci dei talk show post-elettorali, archiviate le immancabili risse della serie «urlo, ergo sum», bisognerà che la maggioranza metta in campo un’ipotesi di lavoro che vada oltre il giorno per giorno, che viva non del solo refrain sulle virtù del made in Italy. Se il governo non vuole chiamarle riforme, se per qualche motivo ha contratto una forma di idiosincrasia politico- lessicale, poco importa. Chiamiamole «interventi », «terapie» oppure coniamo un neologismo (siamo dei campioni), ma facciamo in fretta perché quelle «cose» non si possono rinviare all'infinito. Ci sono tutti i segni che l'Italia possa entrare in una lunga fase di stagnazione, fatta di disoccupazione alta, bassi consumi e crescente difficoltà dell'industria. A pagare il conto, forse più di altri, è uno dei mondi che più si rispecchia nel centro-destra. La piccola impresa, il lavoro autonomo, i professionisti, quel mondo che non è stato avaro di consensi dal '94 ad oggi verso Silvio Berlusconi, e che oggi chiede una forte discontinuità.

Si aspetta che il centrodestra liberi risorse dal giogo della spesa pubblica e pensa che il nodo delle pensioni vada affrontato. È proprio incredibile—e la maggioranza ha davanti a sé tre anni senza elezioni—un patto generazionale tra padri e figli che riequilibri le tutele e ripensi il sistema degli ammortizzatori sociali? È così ingenuo credere che si possa—passo dopo passo, per carità— avviare la riforma fiscale? Giustamente il governo vuole costruirla con un’ampia condivisione ma serve un timing stringente, altrimenti si finisce per contrapporre il meglio al bene. Finora gli italiani hanno affrontato la crisi con grande senso di responsabilità, le aziende si sono caricate la croce e i lavoratori hanno dato prova di maturità. La società è rimasta coesa anche quando la politica appariva rissaiola e inconcludente. Ma niente è per sempre.

Dario Di Vico

29 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO. Ma il 2002 è lontanissimo
Inserito da: Admin - Aprile 01, 2010, 11:02:08 pm
Il commento

Ma il 2002 è lontanissimo

Diciamolo senza timore. Di una nuova snervante battaglia sull’articolo 18 l’Italia del 2010 può farne a meno.
Ieri il presidente Giorgio Napolitano è intervenuto, sulla base dei poteri che la Costituzione gli riserva, per richiamare il legislatore a una più puntuale formulazione delle norme in materia di arbitrato.

Il sistema dei contrappesi che regola le democrazie lo prevede ed è bene che ciò avvenga, soprattutto in tempi in cui i cittadini sono portati a formulare cattivi pensieri sulla salute delle nostre istituzioni. Detto questo, non si può non condividere l’orientamento del governo che parte da un’esigenza difficilmente smentibile. Il contenzioso davanti ai giudici del lavoro ha assunto proporzioni abnormi contribuendo a creare un altro paradosso italiano: chi chiede giustizia finisce per aumentare il traffico e rendere più difficile la risoluzione dei casi già in esame.

Una causa di lavoro in Italia dura in media 4 anni e l’arretrato di pratiche si misura ormai nell’ordine dei milioni! Un record europeo. Nei cassetti dei tribunali giacciono non solo il contenzioso sui licenziamenti ma anche le controversie su decisioni aziendali minori (cambio di mansioni, voci della retribuzioni, mobilità interna) contestati dai dipendenti. Di conseguenza istituire l’arbitrato serve a ridurre l’ingorgo e a favorire non solo le imprese ma anche il lavoratore che ha maggiori possibilità di venire ascoltato e ottenere un giudizio finale. Tanto più se, come chiede anche Napolitano, si garantisce la volontarietà del ricorso all’arbitro.

Anche per questa serie di ragioni sarebbe un errore cavalcare impropriamente le osservazioni del Quirinale e dare vita a un replay del 2002, quando la Cgil di Sergio Cofferati condusse una strenua opposizione ai provvedimenti del governo in materia di ridefinizione dei rapporti di lavoro. Da allora sono passati 8 anni ma per il mercato del lavoro italiano è come se ne fossero passati almeno il doppio. Già a quei tempi l’articolo 18 riguardava una minoranza di lavoratori, quelli alle dipendenze delle aziende oltre i 15 dipendenti. Oggi l’occupazione nelle cattedrali operaie è calata drasticamente e forse anche per effetto di quello scontro politico-sindacale l’isola dei garantiti si è ristretta, mentre al contrario il mercato del lavoro si è balcanizzato con un inverosimile aumento delle tipologie contrattuali. È evidente come questa situazione non possa protrarsi all’infinito ed esiste sia in campo politico sia tra i giuslavoristi un’ampia riflessione sulle azioni più opportune per riunificare il mercato del lavoro. Si attende da parte del governo un progetto di revisione dello Statuto dei lavoratori, che tra l’altro sarebbe bene che intervenisse sulle forme di lavoro dipendente mascherato, a partire dalle partite Iva in mono-committenza. Da sinistra viene invece proposta l’adozione di un contratto unico per tutti i dipendenti con garanzie variabili nel tempo.

Tutte queste proposte sono degne di considerazione al netto della Grande Crisi e delle sue conseguenze, ma proprio perché non sappiamo ancora come andrà a finire e quale sarà il conto che la recessione ci farà pagare in termini di taglio dei posti di lavoro nel manifatturiero e nel terziario, ogni revival ideologico ci aiuta solo ad andare in fuorigioco.

Dario Di Vico

01 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - I pregiudizi sulla «società incivile»
Inserito da: Admin - Aprile 07, 2010, 09:32:13 am
IL VOTO DEI PICCOLI

I pregiudizi sulla «società incivile»


Davvero si può spiegare il successo della Lega come il frutto di un sapiente incastro di escamotage fiscali e concessioni clientelari, come sostiene appassionatamente l’economista Tito Boeri sulla «Repubblica» di domenica? Qualcuno davvero pensa che il consenso che le piccole imprese e le partite Iva hanno riversato sulle liste del Carroccio si possa motivare con i benefici che avrebbero ricevuto da «trasferimenti occulti di cui non si ha traccia» (e non si capisce dunque come se ne abbia notizia)? Quindi sociologi e giornalisti che si sono arrovellati per capire il funzionamento della macchina politica di Umberto Bossi hanno perso tempo.

La soluzione era facile facile: il Carroccio vince perché ha creato una greppia del Nord. Sia chiaro, e va detto con il massimo di onestà, fare i conti con i fenomeni politici e sociali dell’Italia 2010 non è facile, si lavora «dentro» una crisi di cui non conosciamo gli esiti, si rischia di continuo il contropiede e non bisogna mai pensare di poter catalogare tutti i comportamenti sociali con un unico registro. Ma tentare di spiegare i mutamenti di un Paese con una teoria delle «mance elettorali» è un esercizio che non porta lontano, si finisce solo per piegare la realtà al proprio credo accademico.

Sul fronte della piccola impresa gli ultimi 10 mesi sono stati densissimi. Abbiamo visto nascere associazioni spontanee come «Imprese che resistono» e «i Contadini del tessile», a Torino e Firenze sono stati organizzati per la prima volta cortei di strada, nel Varesotto si è andati avanti al ritmo di un’assemblea ogni due settimane, le organizzazioni degli artigiani e dei commercianti — i cinque del club di Capranica — hanno deciso di rompere gli indugi e unificare la loro rappresentanza. L’unico partito politico che ha capito cosa stesse capitando ed è corso ai ripari è stata la Lega, aiutata dal fatto che l’epicentro del protagonismo dei Piccoli fosse nelle sue terre d’elezione. Gli esponenti del Carroccio sapevano di dover fare i conti con un’enorme contraddizione: la propria base voleva la riforma fiscale subito e il governo, nella persona del nordista Giulio Tremonti, sosteneva invece che i tempi non fossero maturi. Dopo che Gianni Letta aveva annunciato all’assemblea della Cna l’imminente riduzione dell’Irap chi se non il ministro dell’Economia aveva convinto Silvio Berlusconi a fare marcia indietro?

Per capire quanto la Lega fosse preoccupata per questa contraddizione bastava in questi mesi seguire gli interventi pubblici e le contorsioni dei vari Calderoli, Giorgetti o Garavaglia, costretti a difendere la logica dell’odiata Maastricht e a perorare lo slittamento di qualsiasi taglio delle tasse. Dovendo caricarsi questo handicap la Lega ha pensato di giocare altre carte. Una mossa-chiave è stata spingere perché prima delle elezioni fosse approvata la legge sulla tutela del made in Italy, una norma sottoposta ora al vaglio delle autorità di Bruxelles, ma che ha avuto un alto valore simbolico grazie al suo promoter, Marco Reguzzoni, abile nel farne una bandiera leghista. Anche Prato per la Lega è diventato un simbolo. Le amministrazioni comunali rosse avevano per anni e anni sottovalutato la crescita del sommerso cinese in Toscana.

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha giocato in contropiede, è andato a Prato, ha rafforzato i blitz nei laboratori e ha costretto l’ambasciatore cinese in Italia a far buon viso a cattivo gioco. Di esempi così se ne potrebbero fare diversi (basta analizzare la campagna di Luca Zaia dall’hamburger McItaly agli Ogm) ma la sostanza non cambierebbe. La Lega ha capito per tempo che il mondo dei Piccoli era in rapido mutamento, che stava per nascere una nuova rappresentanza politico-sindacale che nel medio periodo avrebbe intaccato il suo monopolio e bisognava dunque rispondere per tempo accentuando i toni della propaganda politica. L’ha fatto e ha avuto ragione anche perché il Pdl si è via via allontanato dalla sua base sociale e il Pd non è mai entrato in partita. Anche in Veneto dove ha candidato Giuseppe Bortolussi, cantore delle partite Iva, il risultato è stato modesto. La sinistra in Italia è uno spazio culturale, non un’offerta politica.

La Lega, dunque, non è stata premiata perché ha presentato un’exit strategy dalla crisi, tutt’altro. Si è esibita come partito antropologico, capace di ascoltare e di trasformare le istanze del suo popolo in un racconto collettivo, in una proposta identitaria. Con la globalizzazione — è la tesi leghista — la modernità è come se avesse operato un’inversione a U, non marcia più a braccetto con lo sviluppo, anzi lo minaccia. Bisogna dunque rallentarla con ogni mezzo, proteggere le comunità, salvaguardare l’iniziativa individuale e ogni tipo di tradizione che può fare da argine, inclusa quella religiosa. L’Italia, dunque, come un grande museo no global. Tutto ciò scalda i cuori ma non è un programma per uscire dalla crisi e infatti i leghisti glissano non solo sulla riforma fiscale.

Sono tiepidi persino sulle aggregazioni e le reti di impresa, sanno poco o niente su cosa sta avvenendo con la bolla delle partite Iva diventate in parte lavoro dipendente mascherato, sul terziario balbettano e sono totalmente all’oscuro del contributo che può venire dal mondo delle professioni. Ma questo dibattito post-elettorale non ci parla solo della capacità politica della Lega e della paradossale debolezza programmatica, ci racconta anche dei ritardi delle nostre élite, forse le più spocchiose del G8 e le più disancorate dalla realtà. Visto che il voto ha smentito le loro tesi, ora hanno preso a sostenere che la società del Nord «è incivile» o addirittura assistita grazie alla Cassa integrazione in deroga. Ma non sanno che i tempi di pagamento della pubblica amministrazione si sono allungati all’inverosimile (con un record di 700 giorni!) e le amministrazioni sono debitrici nei confronti delle imprese per una cifra stimata in 60 miliardi? Che cosa avrebbero dovuto fare gli imprenditori dei distretti per sperare di non finire nelle liste nere compilate dai campioni del politicamente corretto?

La «società incivile» ha resistito alla crisi, non ha ridotto il personale, in qualche caso ha pagato con la vita il proprio impegno, ha dato vita a una partecipazione sindacale e associativa che non si vedeva da tempo, ora si muove per aggregare le aziende creando delle reti e intanto si batte per essere presente sui mercati emergenti. Se non vivono sul mercato loro, non so chi in Italia si possa vantare di farlo. E poi se le nostre élite erano così preoccupate del degrado civile del Paese perché nessuno di loro si è mai indignato quando in Toscana, nella civilissima Toscana, i cinesi si sono liberamente organizzati sfruttando come schiavi i loro connazionali?

Dario Di Vico

07 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Le condizioni per ripartire
Inserito da: Admin - Maggio 11, 2010, 02:03:56 pm
Le condizioni per ripartire

Il difficile viene adesso.
Rete Imprese Italia è nata appena ieri, ma il gruppo dirigente delle cinque organizzazioni dell’artigianato e del commercio che le hanno dato vita sa che purtroppo non avrà diritto a
un’infanzia spensierata. Tutt’altro.

Non siamo ancora usciti dalla più ampia recessione dal dopoguerra a oggi e il copione dell’economia globale ci impone, come in una gara di slalom, di affrontare un altro ostacolo, la crisi della finanza pubblica europea. Un’emergenza che sta scuotendo la costruzione comunitaria e che finirà per cambiare l’agenda della politica economica nazionale.

È possibile infatti che prima dell’estate il governo comunichi in anticipo la manovra prevista per il 2011, chiami il Parlamento a votare subito una correzione dei conti pubblici, rimandi ogni velleità di politiche espansive e metta le parti sociali di fronte alle proprie responsabilità. Nella lista nera europea dei Paesi indebitati abbiamo guadagnato in questi anni qualche posizione e non c’è dubbio che per mantenerla dobbiamo dimostrare il massimo della coerenza e del rigore. Anche perché è stato osservato che ogni qual volta i governanti italiani parlano di riforma fiscale lo spread tra i nostri Btp e i Bund tedeschi sale. Ma la necessità di non perdere il relativo vantaggio acquisito nei confronti di altri Paesi vuol dire che saremo costretti a rinviare sine die scelte come il fisco più leggero e il federalismo che corrispondono a quanto chiedono sia le piccole e medie imprese sia i territori?

Queste domande ieri nell’intervento che Carlo Sangalli ha fatto a nome della presidenza di Rete Imprese Italia sono rimaste sotto traccia. Per prudenza e per fair play. Chi le ha esplicitate è stato Giuseppe De Rita che ha sostenuto con forza le ragioni dell’economia reale e del nostro capitalismo di territorio, componente chiave della stessa identità italiana.
 
Con questa pressione fiscale, ha aggiunto, «non si fa ripartenza», per mettere gli imprenditori in condizione di battersi alla pari sui mercati internazionali c’è bisogno di maggiore libertà. Anche perché il dato (pessimo) sugli ordinativi delle piccole e medie imprese in aprile è un campanello d’allarme che non si può ignorare. Di conseguenza, la politica è chiamata ancora una volta a trovare una sintesi tra le ragioni del rigore e le esigenze della crescita, tra Maastricht e il Paese.

In questa chiave va segnalato il riemergere del tema del vincolo esterno, la predominanza degli impegni presi in sede europea che pone di nuovo in secondo piano le scelte formulate in ambito politico nazionale. Lungo tutti gli anni ' 90 la tesi del vincolo esterno servì a contenere il partito della spesa facile, riuscì a far capire agli italiani l’esigenza di adeguarsi agli standard europei, diede ai riformatori la forza per imporre cambiamenti che non avevano trovato sul piano elettorale i consensi necessari.

Stavolta è diverso.
Il vincolo esterno, «la canzone di Bruxelles», avrebbe come effetto il rinvio o il congelamento di provvedimenti largamente testati sul piano elettorale interno e che corrispondono pienamente alle richieste e agli interessi della constituency di centro-destra.

Un rischio, dunque.


Dario Di Vico

11 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Dario DI VICO - Sprechi e furbizie
Inserito da: Admin - Maggio 24, 2010, 03:52:49 pm
Sprechi e furbizie


La crisi della politica nel nostro Paese si manifesta prevalentemente in due modi. Il primo, sul fronte delle relazioni interne, appare come una preoccupante incapacità di mettere in connessione i problemi e le soluzioni. Il bipolarismo, che in linea teorica avrebbe dovuto conferire maggiore autorità e fluidità alle scelte amministrative della maggioranza di turno, si è dimostrato solo un nuovo contenitore del sistema dei partiti. Non un salto di paradigma. Nel merito della concreta esperienza italiana non è riuscito (ancora) a innestare quella marcia in più di cui i governi hanno bisogno per programmare i cambiamenti strutturali e per giovarsi di una solida base di consenso nei passaggi chiave della loro azione.

In una sequenza che potremmo definire ottimale dovrebbe esserci all’inizio l’ascolto della società, poi la necessaria mediazione degli interessi e infine la capacità di decidere senza se e senza ma. Purtroppo questo itinerario da noi si ferma sempre più sovente nella stazione intermedia e il treno non arriva a destinazione. I dossier ministeriali nel frattempo si accumulano e la burocrazia impera. Con la riforma de facto dei meccanismi della legge finanziaria pensavamo di aver compiuto un significativo passo in avanti (penso ai tempi in cui Montecitorio veniva trasformato per settimane e settimane in un suk dell’emendamento), invece dobbiamo ammettere che ci eravamo, almeno in parte, illusi. Lo testimoniano le cronache di queste ore con il governo diviso al suo interno, sottoposto all’azione delle lobby pubbliche e private, desideroso di accontentare tutti e non scontentare nessuno e, in definitiva, incapace di dire la verità ai suoi elettori. I segnali del decadimento di un progetto politico ci sono tutti. I troppi ministri che possono parlare a ruota libera e affollare la scena perché chi doveva essere protagonista ha scelto di lasciare spazio ai comprimari.

La resistenza delle burocrazie di Stato e dei grand commis che, come raccontano Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, si sentono in guerra per la difesa dei loro privilegi e si rivelano come il vero «partito della spesa». La seconda cartina di tornasole della crisi della politica risiede nelle relazioni esterne, nel rapporto tra gli orientamenti di un governo e il giudizio dei mercati finanziari, decisivo - se non altro - per il successo del collocamento dei titoli di Stato. L’interdipendenza delle economie ha ridotto il potere assoluto dei governi nazionali e i leader devono essere coscienti che nel loro Consiglio dei ministri siede un convitato di pietra. È dura da accettare per la cultura politica del centrodestra italiano ma è così. È evidente poi che il Paese che vanta il terzo debito pubblico del mondo resta comunque un sorvegliato speciale, nonostante che persino l’Economist abbia riconosciuto all’Italia di aver riguadagnato qualche posizione e di aver perso l’assegnazione di quello che nel rugby si chiama «il cucchiaio di legno», la beffa per l’ultimo posto.

Dobbiamo però essere intellettualmente onesti e ammettere che la crisi dell’eurozona ci ha colto impreparati: la percentuale di spesa pubblica improduttiva è ancora troppo alta, le entrate dello Stato appaiono rigide per l’incapacità di ridurre l’area dell’evasione fiscale, la produttività del lavoro è bassa rispetto ai Paesi partner, non troviamo da anni la strada per crescere a ritmo sostenuto pur avendo avuto al potere coalizioni di segno opposto. Per tutti questi motivi è assai difficile che l’Italia possa uscire del tutto dal radar della speculazione, almeno nel breve periodo. Roma non può ignorarlo. Anche perché per molti provvedimenti la manovra di rientro garantisce nell’immediato il solo effetto annuncio, per la traduzione delle misure in maggior gettito sonante bisognerà comunque attendere che le novità siano implementate e vadano a regime. Ci aspettano quindi giornate ancora difficili e non possiamo concedere ai nostri avversari alcun vantaggio. Tanto meno di presentarci in ordine sparso. Ps. Ma che fine ha fatto la riforma Brunetta?

Dario Di Vico

24 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_24/sprechi-e-furbizie-editoriale-dario-di-vico_3c06ee80-66f2-11df-a510-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La linea di frattura tra la politica e l’economia
Inserito da: Admin - Maggio 28, 2010, 08:35:31 am
MANOVRA E RIFORME

La linea di frattura tra la politica e l’economia


La proposta di riunire prima dell’estate una grande Assise dell’Italia delle imprese e del lavoro, avanzata ieri da Emma Marcegaglia, vale da sola un’intera relazione. Dietro quell’idea lanciata in un ambito «istituzionale» come è l’annuale assemblea degli imprenditori aderenti alla Confindustria, si intravedono molteplici riflessioni e una felice intuizione. C’è innanzitutto una visione moderna della rappresentanza degli interessi imprenditoriali che, in una fase di acuta crisi come quella che stiamo attraversando, si qualifica prima di tutto per la capacità di proposta e per come tende a far coincidere la difesa delle proprie legittime istanze con le esigenze generali del Paese. C’è poi una chiamata alle forze del lavoro — inclusa la riottosa Cgil — perché sappiano far fruttare il loro insediamento sociale, lo investano in scelte orientate alla soluzione dei problemi e non lo disperdano, invece, in iniziative di protesta sterile e senza sbocchi.

Ma c’è soprattutto la consapevolezza che la politica italiana ha le pile scariche. Potrà anche, come sta avvenendo lodevolmente in questi giorni, trovare la strada giusta per tamponare le falle, per evitare che la crisi dell’eurozona esploda e che travolga il nostro modello sociale, ma per le riforme strutturali (quelle che, per capirci, lasceremo in eredità ai nostri figli), per rilanciare stabilmente la crescita e l’occupazione, la politica appare senza idee, confusa, afona. E del resto quanto è avvenuto ieri in chiusura dell’assemblea confindustriale è una metafora illuminante della condizione di debolezza in cui versa la politica. Il presidente del Consiglio, grande ammaliatore di platee di industriali e non, più che proporre una sua ricetta di politica economica è andato sul palco cercando il colpo ad effetto. Voleva da giorni ingaggiare il presidente della Confindustria nella sua squadra di governo e non riuscendoci si è rivolto alla platea degli imprenditori presenti a Roma puntando a un plebiscito. Ma solo tre mani si sono alzate per chiedere a Emma Marcegaglia di cambiare opinione e tre mani per il più grande professionista del consenso che l’Italia repubblicana abbia conosciuto, per il premier- imprenditore che tante volte a Parma come a Vicenza non aveva faticato a portare i colleghi dalla sua parte, non possono che rappresentare una sconfitta.

Evidenziano una linea di frattura con le forze dell’economia che non sarà facile rimarginare, come testimoniano i ripetuti applausi degli industriali a tutti i passaggi in cui il loro presidente ha messo nel mirino le prebende e l’arroganza della politica. Per tutti questi motivi l’idea dell’Assise è una significativa novità. Ridisegna in epoca di grandi sconvolgimenti economici i rapporti politica-società, dimostra come fosse ingenua l’idea che una riforma tecnica del sistema politico potesse bastare per migliorare la qualità della nostra democrazia, scommette che un rafforzamento della rappresentanza finirà per produrre una nuova e persuasiva visione della modernità. Altro che «vecchi» corpi intermedi! Se l’Italia oggi non avesse le organizzazioni dell’impresa e del lavoro, le fondazioni bancarie e il volontariato, sarebbe ben poca cosa. Nei territori è ancora più evidente, la consistenza di queste realtà è tale da operare già in termini di supplenza nei confronti di un tessuto organizzativo dei partiti che definire fragile è un eufemismo. E la dimostrazione che il rilancio della rappresentanza è per Emma Marcegaglia lontanissimo da un’idea corporativa delle relazioni socio-politiche sta nell’abbinamento più volte sottolineato con il mercato e le liberalizzazioni.

C’è troppa allergia in giro verso la cultura di mercato, ha detto il presidente degli industriali e non ha torto. La Grande Crisi ha purtroppo scavato come una talpa e ha minato tra i politici ma anche tra i cittadini la fiducia nel merito, nell’apertura, nella concorrenza. Non è certo un caso che le forze politiche che si sono avvantaggiate in quest’ultimo scorcio sono quelle che più hanno sottolineato il valore delle tradizioni e delle protezioni. Non c’è da farne scandalo, bisogna prenderne atto serenamente e riprendere il cammino riformista, aggiornando però il vocabolario della modernità. Troppe parole suonano liberali all’orecchio di ristrette élite e darwiniste a quello dei Piccoli. Prendiamo le liberalizzazioni nella concreta realizzazione che hanno conosciuto in Italia. Dovevano essere uno straordinario fattore di crescita dell’economia e di moltiplicazione delle chance. Dovevano essere al servizio dei molti e abbattere i monopoli. Ma è andata davvero così? O hanno in tanti casi tradito il loro mandato e hanno gattopardescamente lasciato intatte le rendite di posizione? La percezione popolare ci dice questo e non possiamo non ripartire che da qui. Ps. È controproducente arruolare in toto il mondo delle professioni tra gli avversari del cambiamento, come ha fatto la Marcegaglia. Se non altro perché la crescita e l’occupazione «chiamano» il terziario. E c’è bisogno che qualcuno dall’altra parte ascolti.

Dario Di Vico

28 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_28/la_linea_di_frattura_di_vico_8408891a-6a16-11df-bd58-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il lavoro da salvare
Inserito da: Admin - Giugno 13, 2010, 11:11:59 pm
POMIGLIANO E LE DEROGHE AI CONTRATTI

Il lavoro da salvare

Appena si prospetta un vero quesito il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e Statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. È fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. Non capisce come la globalizzazione abbia allargato il campo di gioco e spinga a delocalizzare. Non sa che le divisioni tra lavoro dipendente e autonomo hanno molto meno senso di prima. Impedisce alle piccole imprese di crescere per non incamerare nuovi vincoli.
Fa finta, infine, di non vedere che in Italia operano centinaia e centinaia di lavoratori asiatici in condizioni di schiavitù.

Non bastassero questi palesi segni di senescenza le relazioni industriali centralizzate dimostrano di non essere attrezzate a far fronte alla nuova emergenza, la disoccupazione. Nei prossimi mesi conosceremo un po’ di ripresa, ma non avremo occupazione in più. Gli americani la chiamano jobless recovery, vuol dire che crescita e occupazione non sono più sinonimi. Hanno divorziato. I posti di lavoro persi non verranno recuperati e la ristrutturazione delle imprese, pur virtuosa, taglierà gli addetti.

A tutt’oggi nel dibattito politico-sindacale questa novità non è stata metabolizzata. Non vogliamo convincerci che è finito il tempo delle vacche grasse e che siamo chiamati a ridiscutere conquiste che davamo per acquisite sine die. Per evitare il tracollo bisognerà sperimentare soluzioni innovative. Magari estranee alla nostra tradizione, ma che intelligentemente «tradotte» possono salvaguardare la coesione sociale.

È questo il contesto nel quale va collocato il rebus di Pomigliano, la scelta che sta di fronte al sindacato di consentire una deroga ai «sacri principi». Se applicassimo il mero buon senso la questione sarebbe già risolta. Può permettersi il nostro Sud, quello che teme di diventare una delle periferie povere dell’Europa, di «rifiutare » un investimento di 700 milioni di euro e 5 mila posti di lavoro? Ovvio che no. Ma questa considerazione non è sufficiente a convincere la Fiom votata a difendere il mito del conflitto più che la massima occupazione. Però per questa via — e la preoccupazione attraversa la stessa Cgil—si finisce per scambiare i mezzi per i fini e non si tiene conto che impedire la delocalizzazione degli investimenti rafforzerebbe il sindacato agli occhi dei lavoratori. Toglierebbe, infatti, alle aziende qualsiasi alibi per comportamenti corsari e rimetterebbe al centro la qualità della manodopera e del prodotto made in Italy.

Chi difende i sacri confini della contrattazione nazionale come una trincea in cui combattere o morire, dimentica poi (incredibilmente) che la negoziazione a livello aziendale e settoriale non equivale alla morte del sindacato. Anzi. Se ne parla troppo poco ma sono stati raggiunti a livello decentrato molti accordi innovativi, numerose intese che guardano coraggiosamente al domani senza paura di «sporcarsi le mani», come si dice in gergo. E proprio in virtù di queste esperienze condivise il ministro Sacconi ha potuto annunciare a Santa Margherita Ligure che il nuovo Statuto dei lavori prevederà esplicitamente la possibilità di derogare alla legge 300 in presenza di un’intesa tra le parti. Una novità non da poco.

Dario Di Vico

13 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_13/editoriale-di-vico-lavoro-da-salvare_412afca2-76bb-11df-9f61-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Una buona partenza
Inserito da: Admin - Luglio 01, 2010, 11:54:19 am
Una buona partenza


Con la riunione di ieri del Consiglio dei ministri il governo ha pigiato l’acceleratore sul federalismo fiscale. Lo ha fatto per onorare la scadenza del 30 giugno prevista dalla legge delega e per riallacciare il dialogo con le Regioni virtuose. I maliziosi potranno sostenere che la scelta è anche figlia delle polemiche seguite al caso del neo ministro Aldo Brancher (ieri assente) e alla necessità dell’esecutivo di riprendere quel bandolo della matassa che sembrava sfuggito di mano al premier e non solo a lui. Ma la decisione di dedicare quasi un’intera seduta del consiglio al federalismo è anche una rassicurazione offerta alle inquietudini del popolo di Pontida, che si conferma come il vero proprietario della golden share della politica italiana. E non è certo un caso che, in assenza di Silvio Berlusconi impegnato in Brasile, a presiedere i lavori—dalle 18.40 come recita il comunicato ufficiale — sia stato Umberto Bossi. Potenza dei simboli.

Fermarsi però ad analizzare in chiave esclusivamente politicista la novità di ieri sarebbe un errore. Non va dimenticato, infatti, che dietro la riunione e la relazione del ministro Giulio Tremonti c’è un anno di duro lavoro della commissione Antonini. In questi dodici mesi, almeno dal punto di vista conoscitivo, la finanza pubblica ha fatto importanti passi in avanti. Tanto da stupire, caso mai, che un’indagine di quel tipo non fosse stata programmata in precedenza. Basti pensare che i documenti di bilancio delle 15 Regioni a statuto ordinario vengono redatti con criteri l’uno diverso dall’altro. E in qualche caso c’è il legittimo sospetto che questa singolare contabilità à la carte serva in realtà a nascondere tecniche di derivazione greca.

La relazione Tremonti ha messo un punto fermo sul metodo che si seguirà per determinare i cosiddetti costi standard, ovvero quanto dovrà spendere ciascuna Regione per remunerare la stessa prestazione o acquistare lo stesso bene. Si batterà la strada praticata con gli studi di settore che, nonostante una certa letteratura avversa e qualche critica improvvisata, rimangono comunque lo strumento con il quale lo Stato gestisce da anni l’incremento del gettito fiscale del lavoro autonomo. Il tutto in accordo con le associazioni di categoria e non in conflitto. Qualcosa del genere avverrà anche con gli enti locali chiamati a definire un percorso condiviso che alla fine però dovrà produrre risparmi di spesa. Servirà a cancellare le anomalie più scandalose. Dovrà dimostrare che il federalismo o si rivela un vantaggio in termini di sostenibilità dei bilanci o altrimenti è un tradimento. In questo modo la regola per gli amministratori diventa che solo se spendi di più (dello standard) sarai costretto, a tuo rischio e pericolo, ad aumentare le tasse. E al contrario se spendi di meno potrai addirittura ridurle.

Lo stesso Tremonti ha messo comunque le mani avanti dicendo che l'avvio del federalismo sarà scandito da ulteriori dieci tappe ed è realistico sottolinearlo anche due volte. Perché di fronte a cambiamenti così radicali del modo di far politica e di produrre consenso la legittima domanda di chiunque non voglia chiudere gli occhi suona così: abbiamo una classe politica locale, specie al Sud, disposta a rimettersi totalmente in gioco, a far segnare una così forte discontinuità nel modo di amministrare la cosa pubblica? E ancora: la selezione che avviene nei partiti è orientata a produrre una tipologia di nuovo ceto politico? È vero che gli scettici non hanno mai cambiato la realtà ma le domande giuste bisogna pur continuare a farsele

Dario di Vico

01 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_luglio_01/divico-buona-partenza_51299c3c-84ce-11df-a3c2-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La pigrizia di un sistema
Inserito da: Admin - Luglio 28, 2010, 06:40:04 pm
La pigrizia di un sistema


La tambureggiante iniziativa di Sergio Marchionne, dopo aver affrontato i temi della contrattazione sindacale e della localizzazione degli impianti, è giunta al nodo della rappresentanza. L’ipotesi di disdettare o, come sembra, di derogare al contratto è destinata ad esercitare un impatto dirompente sul sistema delle relazioni industriali e sulla stessa «costituzione economica» italiana, incardinata ancora sul binomio grande impresa-grande sindacato.

È evidente che quel format non tiene più, non fotografa un Paese che ha acquistato una maggiore articolazione delle competenze e del lavoro in virtù della presenza di quattro milioni e mezzo di imprese, otto milioni di partite Iva e due milioni di professionisti. Ora però la contestazione di quel format viene anche dall’interno, è la Fiat a picconarlo, forse definitivamente. Bisognava in qualche maniera presagirlo perché la figura e il curriculum di Marchionne segnavano una evidente discontinuità con i suoi predecessori e con la grande cultura industriale torinese del secolo scorso.
In linea di principio rimescolare le carte, porsi domande nuove, non può che far del bene a un sistema di regole e di valori divenuto anacronistico. Pensiamo ai bizantinismi di quei congressi sindacali che durano mesi e alla fine si concludono con l’approvazione di pasticciate e deludenti mozioni. Pensiamo anche a certi convegni confindustriali privi di indicazioni forti e retrocessi loro malgrado a test del gradimento del politico di turno. Molti di questi riti, di queste ipocrisie — e l’elenco potrebbe essere lungo — hanno fatto il loro tempo ma limitarsi a sostenere che oportet ut Marchionne eveniant, che è bene che le contraddizioni esplodano, non può bastare.

Per quello che i posti di lavoro nell’auto e nell’indotto rappresentano per un’Italia affamata di occupazione c’è bisogno anche di delineare una pars construens. I modernizzatori che vogliono lasciare il segno abbattono il vecchio ma contribuiscono ad edificare il nuovo. E francamente l’idea di una società totalmente liquida, in cui i decisori scelgono di volta in volta sulle convenienze del momento, non costituisce la ricetta vincente. In fondo non deve pensarlo neanche Marchionne, se ha imbarcato nell’operazione di rilancio di Detroit il sindacato Uaw direttamente come azionista. I soggetti della rappresentanza dunque contano e, se vogliono, possono spostare anche le montagne. Se poi dalle vicende dell’auto ci spostiamo a considerare più in generale l’evoluzione della competizione globale non è pensabile che alla sfida cinese— basata su un mix formidabile fatto di capitalismo illiberale, strenua difesa degli interessi nazionali, assenza di vincoli e diritti — si possa rispondere con società atomizzate, totalmente prive di un'idea sistemica. Sarebbe un suicidio.

È quindi più che legittimo chiedersi cosa c’è dietro la curva, cosa si deve attendere non solo il mondo delle tute blu ma anche l’intera industria della componentistica che— non va dimenticato — in Italia vale 3-4 volte il fatturato del solo settore automobilistico. Fortunatamente nella società italiana, complice la Grande Crisi, accanto alle pigrizie vanno registrate anche segnali di novità. La recessione ha mostrato come stia crescendo, principalmente nelle Pmi e nel Nord Est, una complicità tra aziende e lavoratori che già si è dimostrata una risorsa importante e sulla quale si può investire. Sperando che un giorno alla testa della Cgil arrivi un Lama delle piccole imprese. Conosco già l’obiezione. Il capo della Fiat un modello in verità lo sta indicando e l’obiettivo dell’operazione è creare in Italia un sindacato all’americana. Purtroppo però se per gli esseri umani i trapianti si sono dimostrati una straordinaria occasione di allungamento della vita, la stessa cosa non avviene per le società. L’innesto di una tradizione totalmente diversa assai difficilmente riesce a produrre risultati positivi, molto più spesso genera l’indistinto. Se proprio vogliamo cercare dei modelli, dei punti di riferimento, è evidente che dobbiamo guardare alla tradizione sindacale tedesca e a quel tipo di «complicità organizzata». Agli occhi di un manager globale, legato a un timing stringente di decisioni, queste potranno apparire digressioni ma le forze che più si sono battute per modernizzare, a cominciare da Cisl e Uil, hanno bisogno di capire. Alla peggio si può imparare a vivere senza la Fiat, ma non si può vivere senza sapere in quale direzione spingere.

Fortunatamente nella società italiana, complice la Grande Crisi, accanto alle pigrizie vanno registrate anche segnali di novità. La recessione ha mostrato come stia crescendo, principalmente nelle Pmi e nel Nord Est, una complicità tra aziende e lavoratori che già si è dimostrata una risorsa importante e sulla quale si può investire. Sperando che un giorno alla testa della Cgil arrivi un Lama delle piccole imprese. Conosco già l’obiezione. Il capo della Fiat un modello in verità lo sta indicando e l’obiettivo dell’operazione è creare in Italia un sindacato all’americana. Purtroppo però se per gli esseri umani i trapianti si sono dimostrati una straordinaria occasione di allungamento della vita, la stessa cosa non avviene per le società. L’innesto di una tradizione totalmente diversa assai difficilmente riesce a produrre risultati positivi, molto più spesso genera l’indistinto. Se proprio vogliamo cercare dei modelli, dei punti di riferimento, è evidente che dobbiamo guardare alla tradizione sindacale tedesca e a quel tipo di «complicità organizzata». Agli occhi di un manager globale, legato a un timing stringente di decisioni, queste potranno apparire digressioni ma le forze che più si sono battute per modernizzare, a cominciare da Cisl e Uil, hanno bisogno di capire. Alla peggio si può imparare a vivere senza la Fiat, ma non si può vivere senza sapere in quale direzione spingere.


Dario Di Vico

28 luglio 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_luglio_28/divico_0e24ac94-9a07-11df-8339-00144f02aabe.shtml



Titolo: Dario DI VICO - LO SVILUPPO ECONOMICO ANCORA SENZA GUIDA
Inserito da: Admin - Agosto 03, 2010, 06:50:43 pm

LO SVILUPPO ECONOMICO ANCORA SENZA GUIDA

La scomparsa di un ministro

Sono 90 giorni che Silvio Berlusconi ha l’interim del ministero dello Sviluppo economico. In meno tempo Jules Verne sosteneva che si potesse girare il mondo. Il governo invece ha solo girato intorno al problema senza risolverlo. Dimessosi Claudio Scajola, la maggioranza non è riuscita ancora a sostituirlo. Non è stata capace di pescare al suo interno o nella società civile una personalità che avesse physique du role e competenze, che godesse della stima degli industriali, che non fosse limitato nell’autonomia di giudizio da conflitti di interesse. E’ incredibile, ma pur vantando l’Italia tra i quattro e i cinque milioni di imprenditori le manca un Mister Industria!

Come si spiega tutto ciò? L’impressione è che la politica non abbia capito cosa sia successo in questi mesi e cosa ci aspetti in autunno. Grazie alla forza e al radicamento territoriale delle imprese abbiamo evitato la deindustrializzazione, siamo rimasti un grande Paese «offertista» dell’Europa. Dentro la recessione una fetta consistente delle aziende (comprese le piccole) si è nuovamente riorganizzata, ha rivoltato le fabbriche come fossero calzini, ha rivisitato la struttura dei costi e in più ha cominciato a pensare che non si poteva più accontentare dei «vecchi» clienti. Tutto ciò ha creato le premesse perché l’export italiano ripartisse e iniziasse a conquistare quote di mercato laddove prima eravamo presenti solo simbolicamente. In parallelo si è aperta una vera discussione sul made in Italy, sulle norme per tutelarlo e sulle scelte da fare per riposizionarlo sui mercati globali.

Intanto i nostri partner non stavano con le mani in mano. Segnatamente la Germania, che rispetto a noi ha un vantaggio eccezionale: la sua industria è complementare ai cinesi e non diretta concorrente. Solo per fare un esempio, la Volkswagen, che ha già 9 stabilimenti in Cina, sta progettando il decimo e l’undicesimo. Dunque, applaudiamo le nostre performance nell’export ma dobbiamo sapere che c’è bisogno di qualche riflessione in più, di chiarirsi le idee sul futuro del sistema produttivo, in sintesi di darsi una strategia. Se non altro perché sono molti i Paesi che hanno scelto come via d’uscita dalla recessione proprio l’accelerazione delle vendite all’estero e quindi non ci sarà abbastanza torta per tutti. Non chiamiamola «politica industriale » perché l’espressione evoca anatemi, ma di sicuro un governo—di qualsiasi orientamento — non può apparire afasico come nel caso Marchionne-Serbia.

Invece in questi grigi 90 giorni il ministero dello Sviluppo è stato prima privato della possibilità di spendere e poi si è tentato in diversi modi di spogliarlo delle sue prerogative tramite uno spezzatino delle deleghe a favore di altri dicasteri. Per poco non si è arrivati a teorizzare che un Paese industriale può andare avanti senza un ministero che si occupi di industria. Ora non sappiamo se bisognerà aspettare settembre per conoscere il nome del successore di Scajola ma i dossier che si stanno accumulando sulla scrivania richiedono una presenza incisiva. E’ di ieri il dato-choc sul calo delle immatricolazioni di nuove auto e altrettanto preoccupante si presenta il secondo semestre 2010 della siderurgia. Per chi lo avesse dimenticato, auto e siderurgia sono i settori in cui operano le (restanti) grandi imprese italiane.

Dario Di Vico

03 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_03/divico-scomparsa-ministro_15573fd4-9ebe-11df-ad0c-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Serve uno scatto
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2010, 10:42:33 am
I dati della crescita

Serve uno scatto


Commentando i dati Istat sul Pil il ministro Renato Brunetta ieri ha avuto il coraggio di indicare implicitamente un target: da qui al 2011 dobbiamo crescere a un ritmo del 2%. Ha poi aggiunto che il +1,1% fatto registrare nel secondo trimestre 2010 dimostra che siamo già sulla buona strada. E proprio così? O Brunetta pecca di generosità? Francamente è presto per dirlo, perché senza voler sottovalutare (anzi) il dato del Pil e quello ancora più incoraggiante relativo alla produzione industriale di giugno (+8,2% rispetto a un anno fa), possiamo sì affermare che stiamo uscendo dalla crisi, ma non possiamo ancora sostenere di esser guariti da quella malattia che ci ha visto crescere per anni al ritmo dello «zero e qualcosa ». La velocità è dunque decisiva e la prossima settimana, quando avremo dall’Eurostat il quadro riepilogativo dei nostri partner, potremo fare le dovute comparazioni. Oggi, in base ai dati resi noti, sappiamo che stiamo uscendo dalla recessione più velocemente degli spagnoli e più lentamente di inglesi e americani. Qualcosa vorrà pur dire. Se non altro si conferma una certa attitudine del mondo anglosassone a vivere cicli di caduta e risalita più ravvicinati e intensi.

E’ giudizio pressoché unanime che il merito della ripartenza dell’economia sia innanzitutto delle imprese esportatrici, di quelle che si sono saldamente rimesse nella scia dell’industria tedesca, di quelle che hanno cominciato a vendere nei Paesi emergenti e di quelle che, approfittando del dollaro forte dei mesi scorsi, sono riuscite a portare a casa qualche buona performance negli States. Ma a dimostrazione che la via della ripresa è lastricata di contraddizioni basta ragionare sull’andamento dell’euro. Nei mesi scorsi scendendo nei confronti del dollaro ha aiutato il made in Italy, adesso però per effetto delle politiche di risanamento dei governi della Ue la moneta comune è risalita e la tendenza è stata interpretata positivamente dai commentatori, che hanno visto allontanarsi l’ombra della speculazione. Per le nostre aziende però è ridiventato difficile vendere negli Usa.

La metafora dell’euro ci porta dritto al nodo irrisolto dello sviluppo italiano. Come conciliare le sacrosante politiche del rigore con una crescita sostenuta, come quella indicata da Brunetta? Molti sono convinti che la coesione sociale — bene che va tutelato specie in vista di una forte turbolenza politica autunnale—dipenda proprio dalla combinazione di quei fattori e non a caso gli stessi guardano con una certa apprensione alle decine di crisi aziendali irrisolte, alle numerose aziende «lungodegenti». Sulla scia di queste preoccupazioni una tendenza che va prendendo piede in ambienti assai diversi tra loro chiede un mix di interventi tra politica industriale e liberalizzazioni. Il ministro Giulio Tremonti, dal canto suo, ha di fatto risposto che in fondo un ministro dello Sviluppo economico non serve, «c’è già quello della Semplificazione ». E ha subito dopo aggiunto che l’unico capitolo di spesa che riaprirebbe riguarda la ricerca. Ma quest’ultima, come del resto la politica delle infrastrutture, tra i mille pregi ha un difetto non trascurabile: i risultati arrivano dopo anni. E l’Italia ha bisogno di riprendere a correre presto, molto presto. Dopo le ferie varrà la pena discuterne, con la stessa passione oggi riservata ad altre materie.

Dario Di Vico

07 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_07/serve-uno-scatto-editoriale-di-vico_d0b93d32-a1e2-11df-91b6-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Ma i pretori non ci salveranno
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2010, 05:42:11 pm
DOPO IL CASO DI MELFI

Ma i pretori non ci salveranno


D'accordo. Le sentenze vanno rispettate e dunque tutti in piedi per far passare il collegio giudicante. Ma a costo di essere politicamente scorretti, anche in agosto, va detta una semplice verità. Se i pretori del lavoro tornano ad essere, come in anni che pensavamo passati, i protagonisti delle relazioni industriali italiane le ragioni dell'economia sono destinate inevitabilmente a soccombere.

L'errore che la vicenda di Melfi e i commenti entusiasti di tutte le sinistre ci portano a fare è quello di discutere solo e prevalentemente di relazioni industriali («la cornice») mettendo in secondo piano il futuro dell'industria italiana («il quadro»). Eppure la coesione sociale che tutti auspichiamo dipende dal quadro, da fattori come i livelli occupazionali, le retribuzioni, l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, la competitività del made in Italy sui mercati stranieri, tutti legati alle scelte che da settembre sapremo fare in termini di politica industriale. Nessun pretore ci potrà venire in aiuto.

E allora partiamo dal quadro. Come ha sostenuto l'Istat solo una settimana fa la produttività nell'industria italiana ha addirittura innestato la retromarcia. Solo tra il 2007 e il 2009 è scesa del 2,7% e siamo comunque da anni il fanalino di coda dell'Ocse. Nel frattempo la Cina si avvia a diventare una potenza industriale presente non solo nelle produzioni low cost ma addirittura nei progetti innovativi per l'auto elettrica. E la Germania con lo spettacolare risveglio della Volkswagen ha dimostrato come la sinergia tra una solida cultura industriale del Paese e un sindacato accorto e intelligente possa dare risultati strepitosi. La competizione, dunque, si fa sempre più dura e non solo con sistemi a bassa intensità di diritti sindacali, come sono ancora quelli asiatici, ma anche con i cugini tedeschi. Del resto gli enormi investimenti di capitale di un'industria come quella dell'auto «rendono necessario il completo sfruttamento degli impianti e la loro flessibilità di fronte a un mercato sempre più difficile». Si tranquillizzino Maurizio Landini e Nichi Vendola, non sto usando frasi di Sergio Marchionne ma di Romano Prodi. Che in un articolo comparso sul Messaggero venerdì 6 agosto ha sostenuto come a Torino le automobili le sappiano ancora progettare molto bene ma non basta: vanno create le condizioni perché si possano fabbricare nel nostro Paese Italia e vendere in Europa. «La mancanza di accordo priverà l'Italia dell'ultimo residuo di industria automobilistica che ancora le rimane».

Ma allora perché con la Fiom non si riesce a discutere con costrutto di politica industriale e produttività? La verità è che in quel sindacato, sicuramente radicato in fabbrica, presente pressoché in tutta Italia e dotato di buone strutture di base, è prevalsa un'idea di supplenza nei confronti della politica. Orfano di una sinistra capace di tradurre in azioni concrete i valori del lavoro e spaventato dai meccanismi dell'economia globale, il gruppo dirigente della Fiom ha scelto la politica al posto dell'industria, la cornice invece del quadro. Si è fatto partito. La difesa ideologica del contratto nazionale è quanto meno singolare in un sindacato che non sarebbe certo penalizzato da uno sviluppo della contrattazione aziendale. I grandi sindacalisti della Cgil di un tempo a questo punto della vicenda italiana avrebbero sfidato imprenditori e politica sullo sviluppo e la produttività, la Fiom invece ha scelto la trincea. E davanti a un'economia sempre più interdipendente preferisce chiudere gli occhi e non vedere.

È però legittimo chiedersi se questa scelta sia utile a garantire più occasioni di lavoro, più reddito, più successi aziendali o invece non equivalga a un Aventino sindacale. Per quale motivo nelle aziende alimentari grazie a una disposizione prevista nel contratto sottoscritto anche dalla Cgil si può arrivare a 21 turni settimanali mentre a Pomigliano è uno scandalo contrattarne 18? E come mai nel recente passato anche i metalmeccanici discussero con la loro controparte di banca delle ore, ovvero di un calendario su base annuale che potesse rispondere alle esigenze di flessibilità delle aziende? Per carità, ogni proposta è opinabile e può essere sostituita con un'altra migliore, ma il terreno di gioco no. Non ce n'è un altro. Se si vuole salvare l'industria e il lavoro italiano bisogna sporcarsi le mani. Un sindacalista si dovrebbe sempre distinguere da un politico.

Dario Di Vico

11 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/economia/10_agosto_11/pretori-non-ci-salveranno-di-vico_85f828b8-a510-11df-80bf-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - IL NO AGLI OGM, FALSITÀ, IPOCRISIE
Inserito da: Admin - Agosto 25, 2010, 04:16:37 pm
IL NO AGLI OGM, FALSITÀ, IPOCRISIE

L’ideologia a tavola


Nel caotico dibattito attorno agli Ogm (organismi geneticamente modificati) si va facendo strada l’idea che se c’è un Paese a cui conviene restare rigidamente fuori dall’innovazione transgenica, questo è il nostro. Accanto ai «critici a prescindere» sta crescendo una corrente di pensiero che motiva il no con considerazioni di ordine commerciale. Chi ha la fortuna di avere in casa il lardo di Colonnata deve comunque tenersi lontano mille miglia dal Frankenstein food. Il posizionamento e la qualificazione del made in Italy risulterebbero rafforzati dal no agli Ogm, mentre al contrario la tipicità delle nostre produzioni verrebbe inquinata da un orientamento pro ricerca. È veramente così?

Oppure partendo da presupposti quantomeno generosi questa tesi è solo un diversivo? Come attestano gli ultimi dati Ocse, l’Italia ha ripreso a crescere, la maledizione vuole però che si tratti ancora una volta di sviluppo lento, +1,1% contro il 3,7% della Germania. È accaduto anche in passato durante l’ultimo e lungo ciclo positivo, continuiamo ad essere se va bene «il Paese un po’ meno » e il lento pede è alla base di molte delle nostre contraddizioni economico- sociali. Sembrerebbe dunque che la storia tenda a ripetersi, senonché questa volta c’è stata di mezzo la Grande Crisi e francamente non sappiamo come andrà a riorganizzarsi l’economia mondiale, che ruolo avranno i vecchi Paesi industriali e quale divisione internazionale del lavoro si determinerà. Sappiamo di sicuro che al tavolo si siederà accanto a noi il gigante cinese, ma nel complesso le incognite superano le costanti. Nell’attesa di vederci meglio, una cosa possiamo farla. Proporci di utilizzare in questa competizione tutte le carte che abbiamo, proprio tutte. Non possiamo pensare che mentre il mondo si gioca al tavolo del poker le quote dello sviluppo, noi organizziamo un tressette tra amici con in palio una consumazione al bar. Fuor di metafora, l’industria alimentare è parte integrante dello sforzo italiano per crescere di più.

Non si può pensare di preservarla dalla competizione più agguerrita, di metterla in dispensa, di tenerla da parte solo per noi. La tambureggiante offensiva dei prodotti taroccati con brand italofono — i vari Parmesan o Parmizan —, così come l’invasione padana del pomodoro cinese, dimostrano come l’economia globale non preveda prigionieri. C’è di buono che nella crisi l’industria alimentare italiana ha mostrato di saper interpretare il suo ruolo anticiclico e, se vivessimo in un Paese meno rissoso e in cui l’espressione politica industriale avesse libero corso, ripartiremmo proprio da qui. Con quale obiettivo? Facile: esportare, esportare, esportare. Più che in altri settori abbiamo una struttura dell’offerta complementare, accanto ai distretti conosciuti in tutto il mondo ci sono fortunatamente anche aziende multinazionali tutt’altro che statiche. Quella che ci manca, forse, è una visione sistemica, la capacità di combinare qualificazione del prodotto e volumi, prestigio dei produttori con efficienza logistica e distributiva. Guai a pensare che il made in Italy debba per forza restare taglia small per offrire buona qualità. Avendo alle spalle queste riflessioni si può affrontare il tema Ogm senza timore e senza arroccamenti.

Chiedendosi se una economia che punta ad essere protagonista nel grande mercato del cibo possa pregiudizialmente chiamarsi fuori dalla ricerca e dalla sperimentazione. L’ormai leggendario pomodoro di Pachino, sostengono i filo-Ogm, è nato in un laboratorio israeliano e poi piantato in Italia perché qui c’erano le condizioni ottimali per il successo della coltivazione. Purtroppo, però, invece di discutere attorno a casi concreti e risultanze obiettive gli ultimi giorni hanno fatto registrare uno scadimento della discussione. L’ingresso in campo delle «volanti verdi», che si fanno giustizia da sé distruggendo le coltivazioni sospette e gli esuberanti governatori, che in nome del «popolo sovrano e contadino» dimenticano il lessico della legalità, contribuiscono solo ad aumentare il tasso di ideologia, a ridurre il peso dell’argomentazione scientifica e a oscurare le ragioni dell’economia. Eppure, i bovini da latte che sono alla base delle nostre più qualificate produzioni casearie, già oggi usano soia importata e proveniente da allevamenti Ogm. Se chiudessimo le frontiere a soia e mais non saremmo più in grado di produrre quei formaggi e quei prosciutti nelle quantità necessarie. È quindi quantomeno ipocrita sostenere che ci conviene restare lontani dalla ricerca e anche l’idea di qualificare il made in Italy aggiungendo il bollino «Ogm free» è illusoria. Può servire per la pubblicità estiva di qualche catena di supermercati, ma in ambito internazionale non avrebbe campo. Passeremmo per bugiardi, traslocando dalla ragione al torto. Molto meglio riprendere a riflettere sulla centralità e il futuro della nostra industria agro-alimentare. E pazienza se, per una volta, anche gli economisti dovranno occuparsi di latte, pasta e cioccolata.

Dario Di Vico

24 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_24/l-ideologia-a-tavola-dario-di-vico_7e4a7870-af3b-11df-bad8-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Quel piccolo patto di Genova figlio della lezione di Marchionne
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2010, 04:11:43 pm
Ripartenze

Quel piccolo patto di Genova figlio della lezione di Marchionne

Emma Marcegaglia ha capito da tempo che il mondo dell'impresa e del lavoro, se continua a dividersi, rischia di rimanere completamente fuori dal gioco


Facciamo uso dell'antropologia positiva tanto cara al ministro Maurizio Sacconi e applaudiamo dunque il «piccolo patto di Genova». L'assemblea confindustriale sulla competitività convocata nella città ligure ha prodotto un risultato tutt'altro che disprezzabile, ha riaperto il dialogo tra i grandi imprenditori e la Cgil. Giorgio Cremaschi, dall'alto della sua carica (brezneviana) di presidente del comitato centrale della Fiom, l'ha già definita «una trappola», ma in realtà a dettare la svolta è stato soprattutto il buon senso.
Emma Marcegaglia ha capito da tempo che il mondo dell'impresa e del lavoro, se continua a dividersi, rischia - in questa tormentata stagione della vita politica italiana - di rimanere completamente fuori dal gioco, di condannarsi alla marginalità.

Ora sembra essersene convinto anche Guglielmo Epifani e, come da tradizione, il figliol prodigo è stato accolto a braccia aperte.
Siccome però non si può vivere a lungo di simboli il piccolo patto di Genova va tradotto in fatti concreti e saremmo ingenui se non vedessimo come restano ampie le distanze sia nell'analisi sia nelle proposte. Per ridurle bisognerà guardare in alto ovvero aiutare il Paese a prendere la strada della crescita e in parallelo guardare in basso, prendere come bussola gli operai e non le sigle sindacali. Perché, come ha avuto modo di sottolineare l'ex presidente Giorgio Fossa, «la crisi ha riavvicinato il lavoratore e l'imprenditore».

In fabbrica c'è voglia di soluzioni, non di conflitto. Proprio per evitare ambiguità d'ogni tipo, nel momento in cui si celebra il ritorno del figliol prodigo, va reso onore al coraggio politico di Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni e Sergio Marchionne. Per quel che riguarda i sindacalisti forse il miglior tributo è ricordare, come ha fatto Sergio Chiamparino nel suo recente libro, che nella storia sindacale italiana tante volte la Cgil è arrivata dopo. Non è una novità. Quanto al capo della Fiat anche quei borghesi che l'hanno demonizzato potranno a questo punto riconoscere d'aver sbagliato. Non è «un sovversivo», ha aiutato la Confindustria e l'intera opinione pubblica a capire che il mondo non sta ad aspettare l'Italia. E se vogliamo che le multinazionali non ci cancellino dai loro piani di investimento dobbiamo fare i conti con le nostre pigrizie.

Dario Di Vico

26 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/economia/10_settembre_26/quel-piccolo-patto-di-genova-figlio-della-lezione-di-marchionne-di-vico_b714d2fa-c961-11df-9f01-00144f02aabe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Come trattare con i cinesi
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2010, 11:14:16 pm
Come trattare con i cinesi


Il sindaco di Prato ha sbagliato non dichiarando il lutto cittadino per le tre donne cinesi vittime del nubifragio. Un gesto di sensibilità pubblica nei confronti della comunità asiatica sarebbe stato politicamente opportuno. E avrebbe assunto un rilievo maggiore per la concomitanza della tragedia pratese con la visita in Italia del premier Wen Jiabao.

Perché è inutile girarci intorno, l’effetto numero uno della globalizzazione per noi italiani è il palesarsi di una vera e propria questione cinese. Le nostre élite evitano accuratamente di riconoscerlo, sperano così di mascherare l’incapacità di dare risposte. La conseguenza, come a Prato, è dividerci tra chi spera di lucrare elettoralmente sul pericolo giallo e chi ha paura di litigare con i nuovi padroni del mondo. Siamo un Paese industriale, basato su imprese piccole, e in molti settori e lavorazioni siamo concorrenti diretti di Pechino. La capacità imprenditoriale e commerciale dei cinesi, unita all’assenza di qualsiasi regola laburista, li candida al monopolio dell’intero mercato italiano del low cost, dalle bancarelle rionali ai parrucchieri per signora che a Milano spopolano con tariffa a sei euro.

La minaccia cinese non è più solo concentrata nel tessile, si sta allargando velocemente al commercio e all’edilizia. E nei giorni scorsi ha fatto sensazione in Emilia che una ditta cinese con tanto di logo «Modena Machinery » si presentasse a una fiera specializzata di macchine per la ceramica. I tedeschi, a differenza nostra, sono riusciti ad essere complementari con l’offerta cinese, hanno costruito numerose fabbriche di auto in Asia ed esportano tecnologia a man bassa. Per loro la Cina è interamente un’occasione, per noi è metà un pericolo e metà un’opportunità che ancora non sappiamo cogliere.

La contraddizione sta qui: mentre temiamo che le nostre aziende chiudano davanti alla concorrenza sleale degli asiatici, sogniamo ad occhi aperti che la loro middle class (per McKinsey in 15 anni sarà composta da 270 milioni di persone) sostituisca il consumatore americano. E compri vestiti, piastrelle, vino, parmigiano, prosciutto e mobili made in Italy. Il guaio è che i due processi — la concorrenza in casa nostra e lo sbarco da loro — avvengono con una sfasatura temporale perché il sistema Italia è una tartaruga. La nostra industria manifatturiera per poter vendere in Cina ha bisogno di una strumentazione adeguata e di strategie commerciali non improvvisate. I pletorici enti di promozione all’estero dovevano essere riformati, ma chi sa come è andata a finire? Le banche italiane sono veramente in grado di seguire le aziende-clienti nei Paesi emergenti e di aiutarle a farsi largo in mercati nei quali tutti vogliono entrare? È mai possibile che la mano sinistra non sappia che cosa fa la destra, che le strutture incaricate di attrarre investimenti stranieri nella Penisola operino totalmente distanti da quelle che devono programmare lo sbarco italiano negli stessi Paesi? Senza rispondere a queste domande l’idea di diventare (addirittura) un partner privilegiato di Pechino è pura velleità. E non facciamo nemmeno passi in avanti nel governare i difficili rapporti con le comunità cinesi in Italia.

Dario Di Vico

07 ottobre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_07/divico_trattare_cinesi_25c518f4-d1d2-11df-93c4-00144f02aabc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Scomode verità
Inserito da: Admin - Ottobre 23, 2010, 06:32:03 pm
CURA INGLESE, MIOPIA ITALIANA

Scomode verità

L’annuncio dato dal premier inglese David Cameron ha turbato il Regno Unito. Mezzo milione di dipendenti pubblici in meno, in un Paese che ha privatizzato tutto il possibile, rappresentano una misura senza precedenti. Specie se abbinata a un taglio di 20 miliardi di euro dei trasferimenti per il welfare. Che cosa accadrebbe in Italia davanti a un annuncio simile? Se non con le stesse proporzioni, anche altri leader europei stanno indicando ai propri elettorati la fine della spesa facile e di uno stato sociale generoso. Quale che sia il loro profilo politico, quanti e quali siano gli errori che hanno commesso in passato, questi leader mettono a repentaglio popolarità e forse carriera politica. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel pensano che un’epoca stia volgendo al termine e cercano nuove strade. Potranno anche sbagliare nelle misure che propongono e nelle tattiche che adottano, ma per una volta la politica europea si mostra responsabile, non si nasconde, non partecipa al gioco dei sondaggi e dei talk show. Più di Sarkozy è significativo che la Merkel vada nella direzione di correggere le politiche della spesa. Dimostra che sono in ballo orientamenti di lungo termine e non scelte a breve. Perché sul piano della contingenza la Germania sembra uscire dalla crisi addirittura come Paese vincitore. Cresce a un ritmo superiore al 3%, i disoccupati sono scesi sotto la cifra simbolo di tre milioni e, come recitava una recente copertina di Der Spiegel, i tedeschi sono gli unici in grado di sfidare la Cina. Cameron e colleghi hanno scelto la responsabilità e intendono spiegare ai propri cittadini che se si vuol conservare quel modello che ha fatto dolce l’Europa bisogna lavorare sui correttivi. Profondi, ma pur sempre correttivi.

Nessuno sta indicando una fuoriuscita dalla storia del Continente e dalle sue virtù. Stanno dicendo che per riprendere la strada della crescita occorre una sosta ai box. Dolorosa, per carità, ma pur sempre finalizzata a una ripartenza. Se dall’Europa volgiamo lo sguardo alla politica italiana dobbiamo registrare, ahinoi, una sfasatura. Il discorso pubblico non è focalizzato sugli stessi temi. L’Italia sta uscendo lentamente, assai lentamente dalla crisi, ed è forte la convinzione di ricadere vittime di quella maledizione che nessun governo di destra o di sinistra è riuscito a esorcizzare: la crescita zero virgola. È vero che reggiamo grazie alla forza di tradizioni come la famiglia e i territori che fungono da grandi ammortizzatori sociali, ma fino a quando? La sussidiarietà quotidiana evita il tracollo del welfare statale, non è però un progetto a lungo termine. Può essere un formidabile compagno di viaggio di una buona politica, non il sostituto. Intanto non si hanno più notizie certe della riforma della pubblica amministrazione che, secondo il ministro Renato Brunetta, avrebbe garantito la riorganizzazione della macchina statale. Intanto le cronache dei Consigli dei ministri raccontano di recital dei responsabili di questo o quel dicastero che chiedono solo di poter spendere. Intanto nelle proposte dell’opposizione rimane forte la tentazione di eludere i vincoli di bilancio. Fatta la somma, non si può non avvertire la mancanza di una o più coscienze critiche, di autorità morali che, senza invadere il sacrosanto terreno dei partiti e della raccolta del consenso popolare, dicano al Paese alcune verità. Quelle scomode. Solo dopo un bagno di realtà si può pensare al secondo tempo, si può progettare la fine della maledizione italiana.

Dario Di Vico

22 ottobre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_22/divico_scomode_verita_9a1543e6-dd99-11df-a41e-00144f02aabc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Secessione silenziosa
Inserito da: Admin - Novembre 25, 2010, 04:39:49 pm
IL CASO LOMBARDIA, L’EURO E LE IMPRESE

Secessione silenziosa

Il copyright è dell’ex governatore Riccardo Illy che per primo parlò di «secessione dolce», di un processo lento e graduale di separazione, prima psicologica e poi politica. Illy si riferiva al sentimento delle popolazioni del Nord verso i destini del Paese, ma il suo ossimoro calza a pennello oggi per descrivere lo stato d’animo degli imprenditori italiani di fronte all’incancrenirsi della crisi politica. L’anticipo di federalismo richiesto da Emma Marcegaglia, al di là della valutazione tecnica sulla bontà e lo stato di avanzamento della legge 42, ha questa valenza. È la presa d’atto della divaricazione tra gli interessi e le aspettative del mondo delle imprese e le preoccupazioni/ priorità coltivate dai professionisti della politica. Sarà un caso, ma oggi il tavolo della concertazione non si riunisce nel palazzo del governo bensì nella sede dell’Associazione bancaria. Nessun politologo avrebbe mai immaginato un’analoga forma di secessione indolore.

Imprenditori e politici hanno, dunque, due agende qualitativamente diverse. In quella di chi si sforza di produrre ricchezza e occasioni di lavoro spiccano le inquietudini sul futuro di Eurolandia. Con tutti i faticosi adattamenti che la moneta unica ha richiesto — non ultimo compensare il rapporto squilibrato con il dollaro debole — le imprese sono coscienti che senza euro resteremmo disancorati, saremmo in balia delle nostre contraddizioni e pigrizie. C’è nel milieu politico sufficiente consapevolezza di questi rischi? Oppure prevale il batticuore per la scelta definitiva che farà in Parlamento uno dei rappresentanti degli italiani all’estero? È chiaro che l’export resta la carta più importante che possiamo giocarci per uscire dalla crisi, per entrare nei mercati emergenti, quelli che promettono di crescere di più. Ma nell’agenda politica di questa priorità non v’è traccia. Nei giorni scorsi il ministro Giulio Tremonti ha definito «folkloristiche» le nostre strutture di promozione all’estero. È da maleducati chiedere ai partiti della maggioranza di sospendere per un momento la compravendita di deputati e/o senatori e decidere cosa vogliamo fare dell’Ice e delle sue sette sorelle? O aspettiamo che tutti, proprio tutti, i nostri concorrenti abbiano nel frattempo conquistato le loro brave quote di mercato in India, Cina, Brasile e Sudafrica?

Parliamo, infine, della domanda interna. La maggior parte delle piccole imprese, che non hanno massa critica emuscoli per andare all’estero, opera sul mercato nazionale e non intravede alcuna prospettiva di crescita. Qualche calcolo, pur approssimativo, ci porta a dire che avremo uno stock di circa 13 milioni di famiglie con un reddito disponibile attorno ai 1.500 euro o poco più. I riflessi in termini di politiche sociali sono più che evidenti, mentre per le aziende italiane il rischio è chiudere per mancanza di clienti o essere stroncate dalla concorrenza sleale che si nutre di contraffazione e illegalità. Anche questo tema, purtroppo, resta fuori dall’agenda della politica e così il sentimento di estraneità si fa più forte. La secessione, a questo punto, può anche cambiar sapore, diventare più aspra. Non ci vuole molto, si chiude in Italia e si riapre al di là del confine. Nel Canton Ticino, in Carinzia o in Slovenia.

Dario Di Vico

25 novembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_novembre_25/seccessione-silenziosa-editoriale-dario-di-vico_26228548-f85b-11df-a985-00144f02aabc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Un copione da non ripetere
Inserito da: Admin - Dicembre 16, 2010, 09:56:56 pm
L'EDITORIALE

Un copione da non ripetere

La novità degli scontri che hanno devastato martedì pomeriggio il centro di Roma è che dopo tanto tempo si è rivista all'opera una vera «macchina della violenza». Per il livello di organizzazione, per la preparazione allo scontro, per l'assoluta determinazione mostrata dagli attaccanti, abbiamo assistito sgomenti a un salto di qualità.

È vero che in Italia si ripetono ormai con preoccupante frequenza le perfomance dei centri sociali e dell'area antagonista che per lo più hanno preso come bersaglio Raffaele Bonanni, ma martedì nella Capitale è accaduto qualcosa di diverso. Si è visto all'opera in piazza un professionismo della guerriglia che per massa critica e «competenze» non si improvvisa e che si era dato come obiettivo esplicito l'attacco ai luoghi simbolo delle nostre istituzioni repubblicane. Tocca agli inquirenti accertare se e come sia in atto un'ibridazione tra l'area antagonista dei centri sociali e gli addestratissimi ultrà del calcio, ma intanto non dobbiamo farci illusioni. È più che probabile che la macchina della violenza non si fermi al prototipo, che abbia voglia di stare in campo anche nei prossimi difficili mesi. Perché oltre al livello militare dello scontro colpisce come i facinorosi abbiano saputo modulare la loro azione in stretta relazione con ciò che via via avveniva a Montecitorio (la Scilipoti comedy). E mentre i soggetti politici, dopo l'esito del braccio di ferro parlamentare, stavano ricalibrando le rispettive strategie, la macchina della violenza ha rubato la scena a tutti e l'ha occupata per ore. Tanto che sui giornali di ieri le cronache degli scontri competevano in spazi con i resoconti sulla fiducia accordata dalle Camere al premier in carica.

Nel day after la domanda da farsi è che cosa possono fare le forze democratiche perché non si ripeta il drammatico copione degli anni 70 che insanguinò le nostre strade e le nostre vite. La risposta è netta: bisogna evitare che questa macchina si trasformi in un partito, che all'efficienza distruttiva dimostrata sul campo si cumuli una soggettività politica, una capacità di leggere l'evoluzione della crisi italiana e di trovare di volta in volta la chiave per ordire e legittimare nuovi assalti al cuore delle istituzioni. Per dirla chiara e tonda bisogna evitare che il Caimano prenda il posto del Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali di 40 anni fa, diventi il teorema, la giustificazione teorico-politica di un nuovo partitino armato. La sinistra che, con più o meno fortuna, si oppone a Silvio Berlusconi è quella che meno ha da guadagnare da un clima impastato di violenza politica e disordini di piazza. La storia recente lo dimostra ampiamente, quando lo scontro politico ha ceduto il passo a quello militare l'aggettivo che ha preso il sopravvento è stato sempre «torbido», un modo per segnalare strane connivenze e alleanze indicibili.

Si offre involontariamente una sponda alla macchina della violenza anche quando si finisce per confondere sociologia e politica.
Conoscere la società italiana e le sue mille pieghe è uno sforzo continuo, i cambiamenti sono veloci, le contraddizioni sempre dietro l'angolo e la reductio ad unum in Italia non funziona. Nel dibattito mediatico, invece, spesso si compie il percorso opposto. Si semplifica, si prefigura a tavolino che a un contrasto di tipo sociale equivalga immediatamente un cambio di preferenza/schieramento politico, che un pugno di persone che manifesta esplicitamente il suo orientamento rappresenti automaticamente l'universo.

Basta invece leggere le cronache minute di una qualsiasi giornata italiana per capire come sia difficile anche solo aggiornare la mappa sociale. I cinesi comprano un banco del pesce a Venezia e il governatore Luca Zaia protesta, un artigiano del Varesotto è morto per una disattenzione mentre lavorava al tornio di sabato per una commessa urgente, l'immigrazione straniera che tanto ci preoccupa sta invece rallentando il suo flusso, le coop rosse si fondono con quelle bianche. Come si fa a sintetizzare questa complessità dentro la facile formula «la società è contro il Tiranno»? Come si fa a pensare che i facinorosi di Roma siano la proiezione politica di una generazione anch'essa attraversata da mille contraddizioni e tutt'altro che orientata a sinistra? La verità, scomoda da pronunciare, è che non esiste un Paese reale che abbia già scelto compattamente di andare oltre Berlusconi.

La linea di frattura (che esiste) tra le speranze degli italiani e le risposte che vengono dall'alto riguarda per ora l'intero mondo politico e non solo il Caimano. Quando gli imprenditori del Nord dichiarano che proveranno ad andare in Cina «nonostante l'assenza del governo», non stanno annunciando che non voteranno più per Berlusconi, così come i giovani italiani che appena possono vanno a vivere all'estero (oggi a Berlino più che altrove) se ne andrebbero anche se governasse il terzo polo, Pier Luigi Bersani o Nichi Vendola.

Conosco l'obiezione che a queste riflessioni può venire da chi milita a sinistra: negare le ragioni dell'indignazione contro il tiranno vuol dire depotenziarci, toglierci argomenti e favorire così il perdurare del regime. Ma pur coltivando un sacrosanto rispetto dei valori dell'etica pubblica penso che non possano essere sostitutivi di una buona piattaforma politica orientata ad allargare il consenso.
La crisi italiana non si sbloccherà fin quando agli elettori non verrà proposta un'alternativa competitiva.

Per costruirla l'opposizione deve, intanto, smetterla di amare solo gli italiani che vanno in piazza.

Dario Di Vico

16 dicembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_dicembre_16/dario_di_vico_un_copione_da_non_ripetere_10d8e3d0-08dc-11e0-a831-00144f02aabc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Federalismo con piu' tasse?
Inserito da: Admin - Gennaio 26, 2011, 11:57:26 pm

I DUBBI SU ICI E IRPEF

Federalismo con piu' tasse?

Il rischio che il federalismo fiscale finisse nel tritacarne politico era già alto in passato e in questi giorni di «sospensione delle egemonie» lo è evidentemente ancora di più. Scorrendo le dichiarazioni rilasciate in queste ore le parole «ricatto» e «tradimento» fanno bella mostra di sé, mentre ci sarebbe bisogno di un esercizio di responsabilità. Si prendono decisioni che non sarà facile smontare e che comunque avranno riflessi che vanno ben oltre la durata di un governo. Proviamo, dunque, a non urlare e a mettere in fila i problemi.

Siamo tutti d'accordo che il bello del federalismo sta nella responsabilizzazione delle classi politiche locali che, a fronte delle competenze che il centro trasferisce loro, potranno avere autonomia di imposizione fiscale sui cittadini. Molti Comuni versano oggi in grave difficoltà, non pagano addirittura i fornitori e quindi faranno sicuramente ricorso a nuove tasse, ma è altrettanto evidente che dovranno operare con giudizio per non subirne i contraccolpi in termini di credibilità e di consenso. Prendiamo il caso concreto dei sindaci leghisti la cui sofferenza politica - a cominciare da quello di Varese, città simbolo - era emersa nettamente nell'ultimo raduno di Pontida. La spesa per investimenti nelle comunità amministrate dal Carroccio è caduta verticalmente per i vincoli del patto di stabilità interna: che scelte faranno i sindaci? Riprenderanno a spendere, a migliorare la qualità della vita urbana e, dopo, come si rapporteranno al loro elettorato particolarmente allergico alle tasse?

Queste domande in una costruzione federalista perfetta non dovrebbero aver campo perché i sacri testi recitano che, a fronte di competenze devolute alla periferia, il centro dovrebbe ridurre il prelievo erariale. Due punti di Irpef passati alle Regioni per far fronte alle nuove spese dovrebbero essere compensati da due punti di Irpef in meno dal centro. Ma sarà così? Oppure vista la particolare e critica situazione del budget pubblico si andrà verso uno slittamento temporale, magari rimandando il tutto alla riforma fiscale? Qualche voce si è già levata in queste ore per denunciare il pericolo di un aumento della pressione fiscale dovuta alla generalizzazione e all'inasprimento delle addizionali comunali sull'Irpef. Anche perché sul tema, a giudizio degli addetti ai lavori, la legge delega resta un po' sul vago.

A complicare il quadro c'è sicuramente il pasticciaccio sull'Ici. In tutti i Paesi occidentali gli enti locali si finanziano in primo luogo con la tassa sulla casa, da noi prima il governo Prodi e poi l'esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi hanno abolito a tranche l'Ici, tagliando così le gambe alla finanza locale pur di accrescere i consensi per i governi di Roma. Se si fosse opposta maggiore resistenza alla facile demagogia non avremmo automaticamente risolto tutti i problemi, ma ci troveremmo nell'applicazione dei nuovi schemi federalisti in una situazione meno complicata. Ora è difficile fare un'inversione a U, eppure nel dibattito politico si sta affermando la consapevolezza che delle entrate Ici, anche solo in parte, non si può fare a meno.

Si discute dunque e si litiga sul federalismo fiscale ma mancano ancora i numeri dei costi standard dei servizi. Quelli sì ad alto potenziale elettrico! Finché non li vedremo conteggiati in euro pro capite non sapremo chi veramente ci perde e chi ci guadagna. E fino ad allora non sapremo quale assetto politico è in grado davvero di condurre in porto la nave federalista.

Dario Di Vico

26 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_26/federalismo-con-piu-tasse-dario-di-vico_41996cc8-2912-11e0-b732-00144f02aabc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - IL PIANO PER LA CRESCITA Strada Giusta, Passo Breve
Inserito da: Admin - Febbraio 10, 2011, 11:32:10 am
IL PIANO PER LA CRESCITA

Strada Giusta, Passo Breve

Quando un esecutivo regolarmente in carica elabora una ricetta per far ripartire la crescita va preso sul serio. Tanto più in un Paese-tartaruga quale purtroppo è diventata l'Italia e non per colpa di un solo schieramento politico. Del resto le opposizioni e le forze sociali hanno chiesto ad alta voce da mesi che il governo tornasse a governare e si occupasse dei problemi che angustiano gli operatori economici, le famiglie, i giovani. Ora, almeno a parole, palazzo Chigi ha dato ampie assicurazioni di volerlo fare e non ha senso dunque gridare «al diversivo». Conviene a tutti ragionare nel merito e procedere senza sconti.

E allora la prima considerazione è che la scossa - termine ciclicamente ricorrente nella politica italiana - non sembra sostenuta da un robusto lavoro di ricognizione, prima, ed elaborazione, poi, sui reali nodi della crescita lenta. Manca qualcosa che assomigli a una visione compiuta dello sviluppo italiano, un racconto persuasivo delle cose che si andranno a fare e degli obiettivi che si intendono raggiungere a breve e a medio termine. Per farla breve non pretendiamo che Silvio Berlusconi scimmiotti all'improvviso il suo omologo inglese David Cameron, che organizzi dotte conferenze per sciorinarci ricette sulla Big Society o scomode analisi della società multiculturale, ma a qualcosa di più di un mero elenco di misure abbiamo diritto. Vorremmo, per esempio, sapere che intenzioni ha maturato l'esecutivo sulla riforma fiscale e che timing prefigura per la sua partenza. Proprio su queste pagine domenica 6 febbraio Mario Monti ha mostrato come si possa tentare di costruire per via pragmatica un'agenda dello sviluppo che abbia un preciso asse di politica economica, che punti a liberalizzare i settori compressi dalle chiusure di stampo corporativo e che non tema di pronunciare la parola «riforme».

Del resto chiunque abbia avuto modo di vedere le immagini della conferenza stampa post Consiglio dei ministri ha potuto constatare con una certa meraviglia come il ministro dell'Economia non abbia voluto intestarsi più di tanto il pacchetto di provvedimenti appena varato. Quel ripetuto richiamo di Giulio Tremonti all'Europa come vera sede delle-decisioni-che-contano è parso una sottile presa di distanza dal lavoro fatto dai colleghi. E se così fosse, francamente sarebbe difficile dargli torto perché la gran parte dei dossier approvati ieri pare essere stato assemblato con il metodo del ripescaggio. In sostanza più di un ministro ha tirato fuori dai propri cassetti provvedimenti che per un motivo o per l'altro erano rimasti fermi e li ha (lodevolmente) riproposti. Il piano casa, la banda larga, la semplificazione delle procedure amministrative. Non è mancato nemmeno il rituale riferimento al completamento della moderna tela di Penelope, la Salerno-Reggio Calabria! Meglio così, si dirà, che lasciare quei dossier a prendere polvere nei ministeri ma un confronto più serrato con le rappresentanze dell'impresa avrebbe sicuramente aiutato a definire le priorità e a scegliere con maggiore accuratezza gli strumenti operativi.

Colpisce, infatti, l'adesione tiepida che sia Confindustria sia Rete Imprese Italia hanno riservato agli annunci usciti dal Consiglio dei ministri di ieri. Entrambe le organizzazioni sanno benissimo che quel po' di ripresa che siamo stati capaci di intercettare è dovuta all'export. Le nostre multinazionali del lusso e le nostre medie imprese hanno messo a segno in questi mesi buone performance sia sui mercati emergenti sia su quelli tradizionali e in molti casi l'effetto traino si sta facendo sentire sulle filiere produttive e sui distretti.

Gli osservatori più attenti mettono però in guardia: in Cina e in India esportiamo a fiammate ma mancano i binari per vendere con continuità e conquistare stabili quote di mercato. Il governo, che queste cose sicuramente le sa, continua invece a pasticciare con la riforma dell'Ice (Istituto commercio estero) e quando si riunisce per discutere di crescita dimentica che in primis andrebbero supportate proprio le esportazioni. Tutto da rifare, dunque? No. In tempi di vacche magre le imprese per prime non possono permettersi atteggiamenti alla Bartali. Se, come sostiene palazzo Chigi, ieri si è appena cominciato a parlare di crescita e si andrà avanti in più fasi, la speranza è che non manchino modo, tempo e sedi per vagliare le critiche e rimediare alle lacune più evidenti. Anche la ragione, in Italia, deve imparare a navigare a vista.

P.S. Mi è capitato di chiedere a importanti esponenti della maggioranza perché preferiscono la via lunga della modifica costituzionale dell'art. 41 piuttosto che approvare in tempi (che sarebbero) strettissimi il disegno di legge sullo Statuto d'impresa presentato da Raffaello Vignali, deputato pdl nonché stretto collaboratore del ministro Paolo Romani. Le imprese ne sarebbero felici, perché se ne avvantaggerebbero oggi e non a babbo morto. Non ho avuto risposta e quindi riformulo la domanda.

Dario Di Vico

10 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: Dario DI VICO - RIVALUTARE IL LAVORO MANUALE
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2011, 05:23:31 pm
RIVALUTARE IL LAVORO MANUALE

I ragazzi italiani

C'è un nesso tra la rivalutazione del lavoro manuale e l'uscita dalla crisi? Penso di sì e proprio per questo motivo la riapertura di una discussione pubblica sulla (mancata) propensione dei giovani a misurarsi con la manualità ha senso. Di trimestre in trimestre, quando affluiscono i dati sulle esportazioni italiane si ha la netta sensazione che il modello di specializzazione dell'industria italiana abbia retto alla Grande Crisi. Non è poco e l'esito era tutt'altro che scontato, il pensiero corrente sosteneva che il manifatturiero avrebbe pagato alla recessione un tributo decisamente maggiore. Invece riusciamo a reggere e, checché ne dicano le improvvisate analisi dell'Economist, i nostri distretti hanno ripreso a vendere sia sui mercati tradizionali (Europa e Usa) sia su quelli emergenti, Cina in primis.

Ce la stanno facendo un po' tutti, non solo gli straordinari vini delle Langhe, del Roero e del Monferrato ma stanno reagendo anche distretti come quello dei casalinghi di Lumezzane, per i quali era stato già intonato il de profundis. Per dirla con uno slogan le nostre piccole e medie imprese si stanno ri-specializzando, stanno innovando in corsa e per farlo contaminano la cultura manifatturiera con quella dei servizi. Questo processo di modernizzazione richiede tanto lavoro, flessibile e allo stesso tempo creativo. C'è bisogno di sarti, falegnami, maestri vetrai, progettisti, manutentori. E per ciascuna di queste specializzazioni c'è bisogno del contributo di giovani che siano «nativi digitali» e aiutino i loro padri ad allungare le reti di impresa.

Non è vero, dunque, che tutto il lavoro nell'epoca della globalizzazione sia debole, anzi. Il made in Italy richiede una fusione tra vecchie e nuove professionalità ed esalta quindi il potere negoziale del tecnico-artigiano. Chi ha girato Milano in questi giorni del Salone del Mobile non farà fatica a capire di cosa stiamo parlando. La domanda e i dubbi, caso mai, riguardano il sistema formativo. Dai territori periodicamente arrivano notizie contraddittorie: troppi istituti tecnici legati ai distretti industriali soffrono di una crisi di vocazioni e questo avviene a Gallarate per l'aeronautica come a Manzano per la lavorazione del legno. Le scuole tecniche sono alla base del miracolo tedesco e da noi invece sono lasciate a se stesse. Non è un caso che i cinesi spingano per iscriversi in queste stesse scuole perché hanno voglia e fretta di apprendere il meglio della cultura manifatturiera italiana.

Però se vogliamo davvero riorientare le scelte dei nostri ragazzi non possiamo fare della retorica a buon mercato. È giusto che il governo, e più in generale la politica, su una materia come questa parlino chiaro alla società, ma allora si devono impegnare a fondo. Non si può solo deprecare la mancata virtù dei giovani, bisogna persuadere. In primo luogo le famiglie, le stesse che perpetuano una tendenza nociva alla licealizzazione e al successivo conseguimento di lauree deboli. Non è più tempo per poter sbagliare, l'orientamento scolastico deve far parte di un'efficace azione di governo. Poi bisogna parlare ai ragazzi e spiegare loro che una scelta giusta non solo va a vantaggio dell'inserimento nel mondo del lavoro ma contribuisce a rafforzare la loro personalità. Ad evitare quella «corrosione del carattere» dovuta al precariato, magistralmente descritta già dieci anni fa da Richard Sennett.

Per spiegare tutto ciò arruoliamo pure i testimonial più trendy. È un'ottima causa.

Dario Di Vico

19 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: Dario DI VICO - Il modello Manchester
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2011, 06:33:15 pm
LE ASSISE DI CONFINDUSTRIA

Il modello Manchester

La buona notizia è che a Bergamo la Confindustria ha cominciato a farsi le domande giuste. Poi che non abbia ancora elaborato risposte compiute è tutto sommato secondario. L'importante, per ora, è che il malessere degli industriali e l'afasia della rappresentanza siano stati diagnosticati con sufficiente perizia e che si sia individuata la strada da percorrere per porvi rimedio. Perché il vero problema con il quale gli industriali devono fare i conti non è tanto e solo «la distrazione del premier», che non ama passare le serate di Arcore consultando gli atlanti di politica industriale, ma il fatto che siamo entrati nell'epoca dello «zero budget», dell'impossibilità dichiarata dell'esecutivo di spendere. È evidente che di fronte a questa discontinuità l'azione di rappresentanza debba essere sostanzialmente ridisegnata. No budget, no lobby. E a Bergamo la Confindustria ha iniziato a farlo con la logica del «piuttosto che aspettare la politica, cominciamo noi». Che altro ragionamento, se non questo, c'è dietro la coraggiosa proposta di prendersi in carico l'Istituto del commercio estero (Ice), uno strumento decisivo per l'affermazione dell'export italiano? Ma una dietro l'altra dal palco sono arrivate diverse altre idee, tutte in linea con la nuova filosofia sussidiaria. Gli industriali si sono candidati a investire per favorire la diffusione della lingua inglese, a organizzare un mall a Berlino per i marchi del made in Italy di fascia media, a finanziare cattedre di mobilità per far rientrare nel Paese i migliori ricercatori. Non sottolineare il cambio di cultura che sta dietro quest'assunzione di responsabilità sarebbe a questo punto un'omissione.

La seconda novità di Bergamo riguarda il modo di operare di Confindustria. Oggi quella presieduta da Emma Marcegaglia si presenta come un'organizzazione a delega eccessivamente lunga, incomprensibile nell'epoca di Facebook e Twitter come si è visto persino dal resoconto pubblico dei lavori di ieri. C'è un centro romano pletorico e molte duplicazioni di strutture, la vita interna si svolge lungo cerimoniali e procedure che non hanno più ragione d'esistere e via via si è formato un ceto di «professionisti della rappresentanza» - come li ha definiti dal palco l'ex direttore generale Stefano Parisi -, continuamente a caccia di una presidenza. Per non parlare dei convegni che animano i borghi di S. Margherita Ligure o Capri e durante i quali gli imprenditori, giovani o attempati che siano, servono solo a misurare gli applausi del politico di turno.

Ridisegnare Confindustria non è un'operazione che si possa chiudere in 24 ore, però a Bergamo è parso chiaro che la riforma passa da un rinnovato protagonismo di territori e categorie. Ascolto è stata la parola chiave dell'Assise, dovrebbe diventarlo anche nella routine della confederazione.Se queste sono state le confortanti primizie emerse nell'adunata di ieri è sulle tendenze del modello capitalistico italiano post-Grande Crisi che ancora non pare sia maturata un'analisi condivisa. Si sentono discorsi diversi. La sottolineatura dell'orgoglio del manifatturiero che fa dire a mo' di battuta al presidente di Assolombarda, Alberto Meomartini, che «noi dovremmo tifare per Manchester più che per Barcellona».

La richiesta ai Piccoli di muoversi, di battere la sindrome dell'appagamento e costruire aziende più grandi che possano competere con maggiori chance sul mercato globale. L'enfasi più che giustificata sui temi della ricerca che in Italia avrebbe bisogno di investimenti per almeno un miliardo di euro. Si dicono cose diverse e non necessariamente in contraddizione tra loro, ma si parla poco di rispecializzazione del modello Italia e altrettanto poco di capitalismo delle reti. Se riprenderemo a crescere molto dipenderà dalla capacità che avremo di creare una nuova catena del valore lungo l'asse fornitura-fabbrica-logistica-distribuzione. Alcuni prodotti tipicamente nostri vanno reinventati, altri vanno portati in tempi certi sugli scaffali giusti di Paesi nuovi. Nella descrizione di questo sforzo si può leggere l'oroscopo dell'industria italiana.

Dario Di Vico

08 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: Dario DI VICO - Quello strappo con la Fiat
Inserito da: Admin - Giugno 01, 2011, 06:08:32 pm
Quello strappo con la Fiat

Maggio in Italia è mese di relazioni e rapporti annuali. E capita che a ognuno di essi venga applicato il «governometro», la misurazione spannometrica delle distanze che intercorrono tra le parole del relatore e le scelte dell'esecutivo in carica. E' accaduto con il presidente dell'Istat Enrico Giovannini e il rito si è ripetuto ieri con Emma Marcegaglia. Eppure la numero uno di Confindustria era stata esplicita: abbiamo buttato a mare un decennio e non solo l'ultima mezza legislatura. A risultare bocciato non è stato solo un governo ma il ciclo politico che va sotto il brand di Seconda Repubblica. Esecutivi che rinviano e non decidono, politica rissosa e invasiva, poteri di veto che sabotano i migliori progetti, municipalizzate che perdono soldi e non se ne curano, la cultura di mercato che continua a essere osteggiata. Se la Seconda Repubblica doveva modernizzare la democrazia italiana e creare nuovo rispetto tra politica ed economia, il rendiconto è negativo. Del resto se gli imprenditori sono costretti ancora a pietire elementari provvedimenti di semplificazione e si è dovuto inventare un ministero ad hoc, che bilancio volete che la Confindustria possa fare di questi anni?

Il giudizio impietoso di Marcegaglia sugli ultimi due lustri e la citazione di Max Weber sul dovere morale di fare testimonianza pubblica «anche fuori dalle nostre imprese» hanno rafforzato le indiscrezioni su un possibile impegno politico della presidente. Un'ipotesi auspicabile perché contribuirebbe alla rifondazione delle élite politiche e a un dialogo più maturo tra mercato e amministrazione ma che rappresenterebbe comunque una scelta individuale. Perché, a costo di formulare l'ovvio, vale la pena ribadire come la rappresentanza debba fare ogni sforzo per rendersi più autonoma dalla politica. Lasciate alle spalle le illusioni di poter finanziare la crescita con la spesa pubblica, le società intermedie sono chiamate a lagnarsi di meno e a responsabilizzarsi di più. A ricercare con convinzione tutte le occasioni per sussidiare la funzione dello Stato, a cominciare dall'internazionalizzazione del nostro sistema produttivo per proseguire con l'organizzazione di esperienze di secondo welfare. Se volete chiamatela pure Big Society ma a patto che il contenuto sia chiaro: la rappresentanza è chiamata a spendere il proprio capitale di credibilità con l'obiettivo di modernizzare il Paese e non certo per celebrare la propria autoreferenzialità. Anzi più le associazioni diverranno snelle più saranno in sintonia con lo spirito del tempo.

L'assemblea di ieri dell'associazione degli industriali sarà ricordata anche per lo strappo consumato con la Fiat davanti a tutti. Non ci sono soci di «serie A» e di «serie B», ha scandito la Marcegaglia ed è un bene che l'abbia fatto. La trasparenza è un valore della modernità. Da tempo sulle relazioni industriali tra Torino e Viale dell'Astronomia sono maturate idee diverse, anche perché obiettivamente i problemi dell'impresa globalizzata non sono quelli della stragrande maggioranza delle piccole, dove per fare comunità con i dipendenti non c'è bisogno di un referendum. In una stagione in cui tutto si specializza e si differenzia, persino le aspirine, non c'è niente da obiettare alla coesistenza di pratiche e modelli diversi: alla fine l'articolazione si potrà e dovrà rivelare una ricchezza e non il mero prodotto di uno scisma.

Dario Di Vico

27 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: Dario DI VICO - DRAGHI: MENO SPESE SENZA NUOVE IMPOSTE
Inserito da: Admin - Giugno 01, 2011, 06:16:25 pm
DRAGHI: MENO SPESE SENZA NUOVE IMPOSTE


Otto proposte per crescere

Mario Draghi più che da Governatore uscente ieri ha dato la sensazione di aver iniziato a parlare da presidente della Banca centrale europea. L'analisi dei mali che affliggono la società italiana è stata impietosa e la denuncia della miopia della politica è risuonata altrettanto netta. Fino a far affiorare la delusione per essere rimasto inascoltato pur avendo indicato a più riprese da Palazzo Koch obiettivi, linee di azione e aree di intervento.

Scelta la franchezza come leit motiv Draghi non ha risparmiato il ministro Giulio Tremonti, con il quale del resto in questi anni ha duellato (intellettualmente) svariate volte. Almeno tre i rilievi: l'analisi della crisi mondiale, i tagli lineari alla spesa e l'indipendenza delle authority. Non stiamo assistendo a un replay del '29, ha scandito, perché allora i danni causati all'economia reale dalla recessione furono assai più vasti, la produzione industriale crollò del 40% e la disoccupazione toccò quota 20%. Niente di paragonabile è successo dal 2008 ad oggi e quindi ogni allarmismo è fuori luogo. Piuttosto il governo avrebbe dovuto continuare l'opera di Tommaso Padoa-Schioppa e portare a compimento la spending review, la radiografia completa della spesa pubblica voce per voce. Avendola snobbata, se il governo dovesse procedere alla cieca, con tagli uniformi, anche nella manovra correttiva prevista per il 2013-2014, sottrarrebbe alla ripresa circa due punti di Pil in tre anni. Invece una politica di tagli intelligenti, unita a recuperi di evasione, potrebbe essere compatibile con la scelta di ridurre le aliquote sui redditi di lavoratori e imprese. Morale: oggi dopo le amministrative il governo invoca la riforma fiscale ma dovrebbe prendersela con se stesso se non sarà nelle condizioni di deliberarla. Tertium, l'indipendenza. Draghi ha ribadito la fiducia nella tradizione di Via Nazionale, «fucina di quadri al servizio della nazione e dell'Europa». Capace di pescare al suo interno il prossimo Governatore.

L'Italia che Draghi ha chiesto anche ieri deve tornare a crescere e la politica dovrebbe capire che «le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano» (Cavour). La lista del Governatore è fatta di otto proposte e si apre con l'efficienza della giustizia civile, il sistema dell'istruzione, la concorrenza, il mercato del lavoro e gli investimenti nelle infrastrutture. Si tratta di riforme alcune delle quali, da sole, valgono un punto di Pil e che vanno realizzate pensando «a quale Paese lasceremo ai nostri figli».

Severo con i politici, il Governatore non ha fatto sconti agli imprenditori. Le aziende italiane sono troppo piccole e restano fuori dai veri giochi dei mercati internazionali e dell'innovazione. Rinunciano a crescere per la cultura familistica dei proprietari, contrari all'ingresso di esterni. Preso l'abbrivio il Governatore non ha risparmiato la società Autostrade, che pure ha contribuito a privatizzare. I costi medi per chilometro e i tempi di realizzazione (vale anche per la Tav) sono largamente superiori a quelli francesi e spagnoli. E non è tollerabile.

Se le considerazioni finali di ieri segnalano l'anticipato inizio del periodo francofortese di Mario Draghi, un'altra novità va segnalata in materia di crescita e lavoro femminile. È stata forse la prima relazione «rosa» di un Governatore, che ha voluto ricordare come «il tempo di cura della casa e della famiglia a carico delle donne resta in Italia molto maggiore che negli altri Paesi». Un altro ritardo che paghiamo.
ddivico@rcs.it

Dario Di Vico

01 giugno 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: Dario DI VICO - Non punire gli onesti
Inserito da: Admin - Giugno 11, 2011, 05:18:27 pm
RIFORMA DEL FISCO

Non punire gli onesti

Siamo arrivati al paradosso che un governo teme le manifestazioni indette dai partiti che compongono la sua stessa coalizione.
L'effetto Pontida si spiega così. Per evitare che il popolo leghista faccia prevalere lo spirito identitario e obblighi i propri leader a prendere definitivamente le distanze da Silvio Berlusconi, Palazzo Chigi si è messo ad annunciare provvedimenti. Si tratti dell'apertura di uffici di rappresentanza ministeriale al Nord o della delega sulla riforma fiscale resuscitata ieri, la qualità è diversa ma l'obiettivo è lo stesso. Rabbonire la «piazza verde» e tentare di riconquistare gli elettori delusi. Anche nella Prima Repubblica con i governi a conduzione democristiana accadeva qualcosa di simile ma in quegli anni l'obiettivo era disinnescare l'iniziativa dell'opposizione, nella doppia forma dello sciopero generale dei sindacati e/o del corteo della sinistra.

Quali che siano i rebus politici da risolvere, il premier ha comunque imposto che nell'agenda del governo rientrasse la riforma fiscale e ha assicurato che l'impegno sarà compatibile con gli obblighi europei in materia di correzione dei conti pubblici. È chiaro che entro l'estate il governo varerà tutt'al più la delega e che per arrivare all'approvazione in Consiglio dei ministri di vere misure operative bisognerà attendere almeno la fine dell'anno. Ma il vero nodo da sciogliere sta non tanto nei tempi quanto nel merito della riforma che, come il ministro Giulio Tremonti ha ribadito in decine di interventi pubblici, dovrà essere a gettito invariato. I tecnici, dunque, saranno chiamati ad operare con perizia chirurgica per poter tagliare le aliquote Irpef anche di un solo punto e in ogni caso avranno portato a casa solo il primo tempo dell'operazione. Il secondo prevederà giocoforza l'eliminazione di tutta una serie di detrazioni e deduzioni, la cui scomparsa non è indolore specie se dovessero riguardare le spese mediche o le scuole private.

Un'ipotesi che potrebbe dare maggiore spazio di manovra è quella di «diminuire il prelievo alle persone e spostarlo sulle cose», come recita il noto leit motiv del ministro, ma trovare il consenso su questo trasferimento non è facile. È vero che Emma Marcegaglia ha dichiarato di essere favorevole, però la Confcommercio è schierata nettamente contro, e persino alcune categorie confindustriali, come la Federalimentare, sostengono che un aumento dell'Iva comporterebbe un'ulteriore mazzata sui consumi. Dai freddi numeri alla politica «calda» il passo è breve e può far correre al centrodestra il rischio di varare una riforma troppo simile a una mera razionalizzazione del prelievo e di conseguenza poco utile ai fini di quel recupero di consenso dei ceti medi sul quale puntano Berlusconi e Umberto Bossi.

Che le contraddizioni in materia fiscale siano all'ordine del giorno lo dimostra anche l'allungamento dei tempi della cosiddetta riscossione coattiva. Grazie ad Equitalia il gettito negli ultimi anni è triplicato rispetto a quando il servizio era svolto dalle banche e sono anche aumentati i fermi amministrativi ovvero il ricorso alle ganasce fiscali. Di fronte alle proteste della rappresentanza delle piccole imprese, in difficoltà per i colpi della Grande Crisi, il governo ha deciso di allungare i tempi di riscossione fino a 180 giorni ed è intenzionato anche a trasferire ai Comuni la gestione delle multe. La misura è stata salutata con favore da Rete Imprese Italia che la giudica come un passo nella giusta direzione e un ristoro per i Piccoli. Resta però senza risposta una domanda: i contribuenti che avevano pagato regolarmente, magari a prezzo di enormi sacrifici, non si sentiranno traditi? E così una riforma ambiziosa come quella fiscale inizia con un'ipocrisia.

Dario Di Vico
ddivico@rcs.it

10 giugno 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_giugno_10/


Titolo: Dario DI VICO - Il derby che paralizza il governo
Inserito da: Admin - Giugno 12, 2011, 05:34:44 pm
ALLEATI E RIFORME

Il derby che paralizza il governo

Lo scontro Berlusconi-Tremonti complica il rapporto con l'elettorato del centrodestra


MILANO - Ci risiamo. Dopo che il governo per bocca di Silvio Berlusconi aveva formalmente annunciato in una conferenza stampa l'avvio della riforma fiscale entro l'estate, a sole 48 ore di distanza è arrivato il colpo di freno. Il ministro Giulio Tremonti ha invitato alla «prudenza» e ha detto che non si possono tagliare le tasse ricorrendo al deficit. Parlava ai Giovani Industriali ma il destinatario era indubitabilmente l'inquilino di Palazzo Chigi. Ed è quindi ormai evidente che il derby Berlusconi-Tremonti paralizza l'azione di governo, produce un continuo cortocircuito comunicativo che non facilita il rapporto tra il centrodestra e il suo elettorato.

IL TAGLIANDO - Come del resto dimostra ampiamente il risultato delle amministrative che ha visto per la prima volta allentarsi il consenso di settori importanti del mondo delle imprese, del lavoro autonomo, del popolo delle partite Iva. Persino la Lega che pure aveva fatto della chiarezza del messaggio politico un punto di forza della sua azione sta smarrendo il bandolo della matassa. Il continuo rimando all'ormai prossimo raduno di Pontida e agli umori della base cela l'indecisione del gruppo dirigente, che in poche settimane ha bruciato anche il successo di immagine legato all'approvazione del federalismo fiscale. Non è un caso che l'edizione di ieri della Padania si aprisse con un'intervista-lenzuolo al senatore Massimo Garavaglia incaricato di «fare il tagliando al governo» ed esplicito nel denunciare «la mancanza di un'azione organica di sostegno al mondo produttivo». E soprattutto è politicamente significativo il contropiede di Roberto Maroni che ieri ha voluto correggere il collega dell'Economia invitando «al coraggio» piuttosto che alla prudenza. (È la prima volta che dal gruppo dirigente del Carroccio arriva un altolà esplicito a SuperGiulio).

IL RIGORE - Il derby Berlusconi-Tremonti rischia di diventare un calderone che attira tutti i motivi di polemica, persino l'uso dei servizi e la gestione della Rai. Il Paese assiste e in qualche misura resta attonito. Sia chiaro: nessuno può volere che l'Italia diventi un Paese a rischio e che la sua salute finanziaria sia assimilata alle difficoltà in cui versano altri due Paesi mediterranei, la Grecia e la Spagna. La stabilità dei conti pubblici è un pre-requisito e di conseguenza l'impegno per comprimere la spesa va continuato nei termini e nei tempi pattuiti con Bruxelles. Laddove ancora esistono sprechi, incoerenze, duplicazioni, accordi collusivi il bisturi deve colpire impietoso senza risparmiare le Province, gli enti territoriali e i costi della politica. Invece continuare sulla strada dei tagli uniformi, come ancora ieri Tremonti ha sostenuto a Santa Margherita Ligure, è un errore che forse non possiamo più permetterci. Perseverare sarebbe diabolico. Proprio da una delle commissioni tecniche istituite per le riforma fiscale, quella guidata da uno studioso del valore di Piero Giarda, possono arrivare se non una spending review quantomeno suggerimenti interessanti per discriminare il grano dal loglio.

LE COMPETENZE - Tenuti fermi, dunque, i vincoli di finanza pubblica dobbiamo sapere però che il sistema delle imprese ha bisogno della riforma fiscale, come con onestà ha ribadito ieri Emma Marcegaglia. È vero che stiamo recuperando con velocità insperata le quote di export lasciate sul campo e che si sono aperti per il made in Italy nuovi mercati nei quali eravamo per lo più assenti ma il grosso delle imprese, specie le medio-piccole, lavora per il mercato interno. Che risposte pensiamo di dar loro se i redditi ristagnano, i consumi languono, i pagamenti latitano e gli investimenti produttivi vengono rinviati sine die? Chi avanza questa domanda non lo fa per demagogia ma solo perché intuisce che il governo non riesce nemmeno a ideare una politica per la crescita. Forse mancano le competenze.

Dario Di Vico

12 giugno 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/economia/11_giugno_12/


Titolo: Dario DI VICO - Perché l'Esito è Deludente
Inserito da: Admin - Luglio 01, 2011, 06:40:27 pm
Il commento

Perché l'Esito è Deludente
   
Usando il linguaggio degli economisti si può convenire che per centrare davvero entro il 2014 il pareggio di bilancio l'Italia e gli italiani sono chiamati a un cambio di paradigma. Devono mutare mentalità, cultura del proprio rapporto con lo Stato, persino stili di vita. E devono farlo - speriamo di riuscire a spiegarlo ai nostri lettori - per i propri figli, per consegnare alle nuove generazioni un Paese all'altezza della sua storia, di nuovo culla di civiltà e innovazione.

Peccato però che chi sta chiedendo ai suoi concittadini questo salto, ovvero il governo di Roma attualmente in carica, il cambio di paradigma non riesca proprio a farlo.
Queste ore e questi giorni ricordano i tempi delle finanziarie omnibus, quando dal Consiglio dei ministri uscivano grandi contenitori legislativi zeppi di provvedimenti, i più disparati e in gran parte destinati a diventare vittime delle scorribande parlamentari. Nella conferenza stampa di ieri sera Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti si sono presi un doppio merito, aver conseguito il pareggio di bilancio e aver raggiunto un moderno patto per il lavoro. Ora il primo obiettivo è ben lungi dall'essere incamerato e comunque moltissimo dipenderà dalla perizia del governo che sarà in carica nel biennio 2013-2014 e quanto all'accordo Confindustria-sindacati è stato così lineare e rapido proprio perché il governo se ne è disinteressato. Un gesto, in verità, l'esecutivo lo poteva fare per mettersi in sintonia con i cambiamenti chiesti ai propri elettori: tagliare i costi della politica e iniziare da subito, proprio per comunicare al Paese il senso di un'emergenza e la compartecipazione delle élite politiche. Ma anche simbolicamente la Casta non si è voluta emendare, ha difeso apertamente le sue prerogative, ha preferito rimandare i tagli alla prossima legislatura e, parole (ben scandite) del premier, «fatti salvi i diritti acquisiti»! Tremonti ha annunciato che sarà formata un'apposita commissione che studierà i costi della politica in Europa e ricalibrerà quelli italiani sulla media dei grandi Paesi dell'euro. Niente da dire sulla metodologia, tranne osservare che se c'era un caso in cui i famigerati tagli lineari si potevano applicare senza remore era proprio quello degli stipendi dei politici.

Nei prossimi giorni conosceremo nel dettaglio le voci della manovra e ne daremo un giudizio più ponderato, per ora l'impressione è quella che i risparmi di spesa si siano concentrati laddove era più facile far cassa, aumentando l'età pensionabile o introducendo i ticket sanitari. (E le partite Iva si sono salvate per un pelo!). Ma l'accusa implicita rivolta all'esecutivo dal governatore Mario Draghi di conoscere poco la mappatura della spesa e quindi di procedere pressoché alla cieca resta tutta in piedi. Un cambio di paradigma avrebbe richiesto che agli italiani fossero sottoposte in piena trasparenza le singole misure di contenimento e la loro incidenza. Ad esempio, c'è un motivo tecnico per cui si evita accuratamente di analizzare l'eliminazione delle Province? Siamo in grado di dire agli elettori quanto si risparmierebbe e su quella base decidere oppure no di procedere?

Anche sul versante della crescita c'è la sensazione che al governo manchino in qualche caso le competenze, in altri le coerenze. Siamo proprio sicuri che trasferire d'ufficio l'Ice alle ambasciate e mettere all'ingresso il cartello «Casa Italia» aiuterà le nostre esportazioni? Il capitolo export non avrebbe meritato ben altro approfondimento e la scelta di una strumentazione più ricca? Lo stesso vale per le liberalizzazioni. Il governo dice di volerle favorire (a parole), mai poi nel concreto il Parlamento sta esaminando un disegno di legge firmato da un esponente di punta del Pdl, Maurizio Gasparri, che punta a limitare una delle poche deregulation che aveva funzionato (e creato posti di lavoro), quella delle parafarmacie. Dando un colpo al freno e uno all'acceleratore in genere le vetture sbandano.

Dario Di Vico

01 luglio 2011 08:47© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/economia/11_luglio_01/divico_esito_deludente_a80316a2-a3ac-11e0-831c-4f5919d97524.shtml


Titolo: Dario DI VICO - «Ma la macchina dei debiti a Parma non l'ho inventata io»
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2011, 04:55:32 pm
L'intervista

«Ma la macchina dei debiti a Parma non l'ho inventata io»

La difesa del sindaco Vignali: «Volevo trasformare la città. A opere finite , sarà un centro di rango europeo»

dal nostro inviato  DARIO DI VICO


PARMA - Il sindaco di Parma, Pietro Vignali, chiede di parlare. Non ci sta a passare come l'inventore della «macchina dei debiti» e vuole replicare numeri alla mano. Il senso di ciò che dice è chiaro: mi sono mosso nel rispetto formale delle leggi e non ho inventato la finanza creativa. Le grandi opere che hanno causato la parte principale dei debiti sono state fatte dalla precedente giunta guidata da Elvio Ubaldi, prima che la grande crisi cambiasse le carte in tavola e «allora ero sì assessore, ma mi occupavo di ambiente».

La domanda sulle dimissioni non gliela faccio nemmeno, tanto la risposta la so. Non si muove da lì. Parliamo dei debiti. A quanto ammontano?
«L'indebitamento del Comune di Parma nel 2006, prima che fossi eletto sindaco, era di 141 milioni di euro, alla fine del 2011 sarà di 161 e alla fine del 2013 scenderà a 133. Il debito pro capite dei parmigiani è di soli 851 euro, il 56esimo in Italia. Città più importanti hanno sforato nella misura di 3 mila euro per cittadino».
Ma ad oggi, luglio 2011, a quanto ammontano i debiti? «A 170 milioni».

Questi sono i debiti del Comune. Ma quelli delle controllate? L'opposizione dice che viaggiano attorno a quota 600 milioni...
«Quella cifra si ottiene tutt'al più sommando, non correttamente, Comune più controllate. Il debito delle società partecipate oggi è di 419 milioni di euro, ma si tratta di società che non sono al 100% di proprietà nostra. Quindi va calcolato il debito quota parte e alla fine la somma dà soli 238 milioni di euro». (Ad onor di cronaca in un documento del Comune di Parma del dicembre 2010 si leggeva che «i debiti delle controllate a carico al Comune a fine 2009 sono di 319,992 milioni», ndr).
Comunque anche i 238 sommati a quelli del Comune danno 408. Questi numeri chi li certifica?
«Organi societari e revisori delle società controllate. Non le bastano?».
Non sarebbe meglio produrre un bilancio consolidato del Comune?
«Nell'ultimo consiglio comunale abbiamo approvato con il concorso dell'opposizione un regolamento che prevede il consolidato. Comunque l'indebitamento è bilanciato da una robusta patrimonializzazione di tutte le controllate pari a 457 milioni».
Di recente la Corte dei conti ha criticato le operazioni infragruppo fatte dal suo Comune. Avete patrimonializzato le società girando loro asset di proprietà comunale. In questo modo le spa irrobustite si sono potute indebitare con le banche. E avreste fatto tutto ciò per aggirare il patto di stabilità interno.
«Non abbiamo infranto nessuna legge. Abbiamo agito per fare di Parma una città di rango europeo. E lo vedrà, quando saranno finite tutte le opere! La scelta di creare le società miste non è stata mia, ma della giunta che mi ha preceduto. Oggi se si vogliono realizzare grandi progetti bisogna muoversi così».
Torno alla Corte dei conti. Sostiene che: a) avete usato i proventi di cessioni del Comune, oltre 47 milioni, per coprire il disavanzo corrente; b) che avete firmato lettere impegnative di fidejussione nei confronti delle partecipate; c) che avete fatto operazioni di leasing immobiliare che non si giustificavano. E mi fermo.
«Sono rilievi per singoli episodi. Ho trasferito proventi da alienazione di cespiti comunali sul bilancio solo per 20 milioni in tre anni, rispettando sempre le norme. Le lettere fidejussorie impegnative sono due per un totale di 16,8 milioni di cui 14 milioni sono stati firmati dall'amministrazione precedente. Quanto al leasing immobiliare lo usano tutti gli enti locali».
Si rende conto che nella grande Milano ci si accapiglia sull'ipotesi che il Comune abbia un disavanzo di 140 milioni mentre nella più piccola Parma siamo comunque da 400 in su?
«Se Milano conteggiasse l'indebitamento di tutte le controllate quella cifra verrebbe ampiamente superata, mi creda».
All'assemblea degli industriali il presidente Borri ha espresso preoccupazione per l'indebitamento del Comune. Le è dispiaciuto?
«Certo, mi è dispiaciuto perché i debiti sono stati accesi per finanziare le opere che l'Unione industriali ritiene utili per lo sviluppo. Non per altro».
Insomma, gli industriali sono degli ingrati?
«Rilevo solo una contraddizione. E comunque Borri non mi ha rivolto solo critiche. Sono stato io il vero argine dell'indebitamento di Parma. Se non avessi detto no alla costosissima metropolitana, allora sì che sarebbero stati guai. L'amministrazione Ubaldi, in un contesto economico diverso da quello attuale, aveva deciso di farla e io, diventato sindaco, mi sono opposto. Oggi avremmo almeno altri 100 milioni di euro di debiti in più».
Ma lei nella giunta Ubaldi è stato assessore ai Lavori pubblici per nove anni!
«Mi occupavo di ambiente e trasporti, non di opere pubbliche. E comunque prima la metro era una scelta ambiziosa, oggi sarebbe insostenibile».
È stato lei ad autorizzare la controllata Stt a finanziare il film di Salemme sui vigili urbani di Parma?
«No. Non mi risulta che la Stt abbia finanziato Salemme. Il regista è venuto da me chiedendo un contributo e so che il presidente della Stt l'ha indirizzato verso imprenditori privati che potevano essere interessati».

Come è andata la vicenda dei 180 mila euro spesi per delle rose che non sono mai apparse sui ponti di Parma?
«È stata responsabilità di un dirigente del Comune, che c'entra il sindaco? Quanti stretti collaboratori di politici hanno problemi con la magistratura, penso a chi ha lavorato vicino a Vendola o a Bersani. Non potevo sapere che combinassero un pasticcio con le rose, io avrei sicuramente speso di meno e le rose sarebbero arrivate a destinazione».

A proposito di magistratura gli arresti di suoi collaboratori le hanno procurato amarezza o paura?
«Amarezza. Ho totale fiducia nella Procura. Le responsabilità penali sono personali e quindi non ne rispondo come sindaco. Per il posto di comandante dei vigili ho assunto un ex carabiniere, che ne potevo sapere che sarebbe andato a vendere informazioni in giro per guadagnare qualche euro? Di dirigenti ne ho 40, non posso controllare tutto quello che fanno».


16 luglio 2011 09:42
da - http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_16/divico_macchina_debiti_19ddb1d4-af73-11e0-8215-204269b1beec.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Se l’impresa è più credibile dello Stato
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2011, 11:39:59 am
UN’AGENDA PER LA CRESCITA -

Giovedì l'incontro tra l'esecutivo e le parti sociali

Se l’impresa è più credibile dello Stato

L'export italiano fa registrare incrementi paragonabili a quello tedesco.

Ora tocca al governo fare la sua parte


Più 17 per cento. Nei primi cinque mesi del 2011 l'export manifatturiero italiano ha fatto segnare un risultato che si può definire «tedesco». Nello stesso periodo, infatti, il poderoso sistema industriale made in Germanyha incrementato le proprie vendite all'estero del 17,7%. Ci battono, dunque, ma per una volta solo al fotofinish. E lo 0,7% a nostro svantaggio nell'export 2011 è una bazzecola rispetto agli oltre 300 punti base di spread che separano l'affidabilità dei Bund tedeschi da quella dei nostri Btp. Duole dirlo, ma le nostre imprese sono nettamente più credibili e competitive del nostro Stato.

Sembra incredibile che in questa travagliata estate del 2011 possano spuntare notizie come questa ma il dato è di ieri e proviene dall'analisi dei settori industriali che Prometeia e IntesaSanpaolo redigono periodicamente con grande professionalità. L'Italia delle imprese, grandi e piccole, si batte dunque giorno per giorno sui mercati esteri nonostante che il governo abbia incredibilmente pasticciato sulla riforma dell'Istituto del commercio estero, diventata poi per strada un'abolizione secca. Le indiscrezioni che arrivano dalle piazze commerciali sono preoccupanti: spazi espositivi alle fiere disdetti all'ultimo momento, funzionari che non hanno potere di firma, progetti in bilico, eppure il made in Italy non si ferma e corre come una Pellegrini.

Parlare della straordinaria vitalità delle imprese italiane serve più di tante parole di circostanza a spiegare il valore dell'iniziativa avviata in questi giorni dalle forze sociali. Guai a valutarla solo adottando un'ottica romana, guai di conseguenza a compilare un miope catalogo delle convenienze. Dietro quel documento più che un elenco di sigle c'è un'Italia che non si arrende e chiede alla politica di fare il suo mestiere. Un'Italia che per buona parte alle ultime politiche ha votato per il centrodestra e oggi si sente delusa. Quando furono resi noti i punti-chiave della manovra di rientro ideata dal governo e furono avanzate le prime critiche per la debolezza delle misure pro-crescita, ministri ed esponenti della maggioranza reagirono nervosamente. Ora lo dichiarano tranquillamente anche i più ligi: sarà per un deficit di competenze, sarà per la difficoltà obiettiva di varare misure immediatamente redditizie, non abbiamo un'agenda - forse neanche un block notes - della crescita. Nei mesi scorsi abbiamo sprecato l'occasione del Pnr, il piano di riforme che Bruxelles da quest'anno chiede ai Paesi membri. Andate a consultare i rispettivi documenti di Italia, Francia e Germania (Corriere, 6 luglio 2011) e vedrete la differenza. Laddove Parigi e Berlino avevano individuato il loro asse di sviluppo, noi abbiamo balbettato.

Bene hanno fatto dunque Marcegaglia, Mussari, Malavasi, Marino, Bonanni, Camusso e gli altri a prendere l'iniziativa. Tutti i leader delle categorie produttive sanno benissimo che siamo entrati in una fase «geneticamente» nuova delle politiche pubbliche e sono coscienti che da oggi in poi non si potrà più produrre crescita tramite incremento della spesa. Non per questo si sono arresi e del resto non potrebbero, gli uni perché devono rendere conto agli imprenditori del «più 17%» e gli altri perché hanno una responsabilità nei confronti dei lavoratori che stanno firmando ovunque accordi aziendali orientati all'aumento di produttività e alla condivisione degli obiettivi. Seppur con qualche ritardo, bene ha fatto anche il governo a prendere sul serio il manifesto delle parti sociali e a organizzare un incontro formale per giovedì 4 a Roma. Ma attenzione, stavolta gli italiani non vogliono vertici ad uso dei fotografi o, peggio, kermesse oratorie. I cittadini che si stanno concedendo una pausa per le meritate ferie e i loro connazionali che quest'anno non avranno i soldi per lasciare la città hanno un'aspettativa in comune: pregano che da quella riunione esca un messaggio chiaro, un'inversione di tendenza, una scossa, una discontinuità. Scegliete la metafora che volete ma governo e parti sociali hanno solo 48 ore per prepararla. Non sprecatele.

Dario Di Vico

02 agosto 2011 09:25© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/economia/11_agosto_02/se-l-impresa-e-piu-credibile-dello-stato-dario-di-vico_969d3620-bcc7-11e0-b530-d2ad6f731cf9.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Attenzione ai saldi
Inserito da: Admin - Settembre 02, 2011, 09:56:08 am
Attenzione ai saldi

È stato più laborioso del previsto, ma alla fine il lungo vertice di Arcore ha ridisegnato la manovra introducendo alcune novità che sarebbe omissivo non sottolineare. Non c'è stato l'ulteriore inasprimento fiscale che pure era stato ventilato, anzi è stato eliminato quel contribuito di solidarietà che finiva per tosare le stesse pecore, i contribuenti più fedeli allo Stato. Qualche passo in avanti è stato deciso anche in materia di lotta all'evasione, rafforzando il ruolo dei Comuni e intervenendo sulle società di comodo. Si è aperto poi il capitolo delle pensioni di anzianità, anche se il bisturi riguarda un segmento limitato, coloro che hanno riscattato la laurea e il servizio militare. Insomma dopo giorni in cui si erano rincorse le voci più disparate, il vertice governativo ha dato quantomeno prova di prudenza.

Certo le contraddizioni non mancano. Aver impacchettato la riduzione dei parlamentari e l'abolizione delle Province in un disegno di legge costituzionale sa di rinvio e di beffa nei confronti dell'opinione pubblica. E quanto al fisco, non è stata la Lega a condurre una campagna di delegittimazione di Equitalia invitando artigiani e commercianti a cacciare in malo modo gli esattori fiscali? E ora è la stessa Lega a chiedere all'Agenzia delle entrate di farsi protagonista della lotta all'elusione. Tutto sommato si tratta però di questioni accessorie, più rilevante sarà capire già da oggi quanto pesano le varie poste. I saldi sono stati veramente rispettati?

Perché se noi, magari solo per deformazione professionale, siamo attenti agli slittamenti di opinione all'interno dei partiti, non è detto che i mercati finanziari abbiano lo stesso gusto cronistico. Sarà decisivo, quindi, spiegar loro i dettagli delle novità pattuite ad Arcore affinché non pensino di trovarsi di fronte a una manovra-ballerina. I cui contenuti cambiano con grande velocità e solo per il prevalere delle posizioni del premier o del ministro del Tesoro. Insomma guai a dare la sensazione che invece di impostare una rigorosa manovra fatta di tagli e riforme strutturali - quella che avrebbe veramente tappato la bocca a tutti i critici - la politica italiana preferisce un bricolage finanziario, tante piccole manovre che si susseguono a scadenze temporali ravvicinate.

Se così fosse, non sconteremmo solo il parere negativo dei mercati, ma ne uscirebbe logorato lo stesso governo, alla fine non avrebbe per sé altra operatività se non quella di fare manutenzione dei decreti di rientro dal debito via via depositati in Parlamento. Un segnale in questa direzione, tutt'altro che rassicurante, viene dalla posta di bilancio che accompagna la delega di revisione dell'assistenza: sulla carta prevede un risparmio di 16 miliardi di euro. Un obiettivo ambizioso che lo stesso esecutivo non è sicuro di centrare, come testimonia la scelta di tenere da parte l'aumento dell'Iva per usarlo come paracadute. Non si può però vivere di escamotage e la politica del carciofo, staccare foglia dopo foglia, applicata a un Paese finisce per ammazzarlo.

Dario Di Vico
twitter@dariodivico

30 agosto 2011 08:16© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_30/divico-attenzione-ai-saldi_832b1aca-d2c6-11e0-874f-4dd2e67056a6.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Mettete un Punto
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2011, 05:31:08 pm
l'editoriale

Mettete un Punto

Nessuno può offendersi se lo chiamiamo governo Penelope.
Come la sposa di Ulisse l'esecutivo di Berlusconi ha cucito, disfatto e ricucito la tela della manovra



Nessuno a questo punto può offendersi se cominciamo a chiamarlo governo Penelope. Come la sposa di Ulisse anche l'esecutivo di centrodestra presieduto da Silvio Berlusconi ha cucito, disfatto e ricucito la tela della manovra. Siamo arrivati al quarto restyling e a questo punto c'è solo da pregare che ci risparmino il quinto. E che approvino velocemente il provvedimento per tamponare la crisi di credibilità in cui siamo caduti. Già le nostre banche stanno pagando a caro prezzo l'allargamento dello spread e anche un solo punto in più di tasso di interesse del debito ci costa a regime l'1,2 del Pil.

È evidente, poi, che operando con continui rammendi le coerenze alla fine risultano impossibili e il governo messo di fronte al riproporsi dell'emergenza, e incalzato dal Quirinale, ha finito per fare la scelta più scontata: aumentare le tasse dirette e indirette. Il tutto condito da un incredibile balletto delle cifre che è continuato anche nel weekend di Cernobbio. Così ieri, nell'ennesima convulsa giornata in cui l'onore nazionale è rimasto appeso all'altalena del differenziale Btp-Bund, abbiamo dovuto subire persino lo sberleffo del portavoce del governo spagnolo, il signor José Blanco, che ha ironizzato sullo stop and go del nostro piano di aggiustamento e ci ha accomunati alla Grecia come affossatori dei mercati finanziari.

Sia chiaro: gli iberici stanno molto peggio di noi in quanto a tenuta dell'economia reale ma politicamente hanno fatto le mosse giuste. Hanno confezionato una manovra coerente e l'hanno approvata con voto bipartisan. Noi, da masochisti, abbiamo operato al contrario. Prendiamo le pensioni. Un esecutivo coraggioso avrebbe completato la riforma e avrebbe colto l'occasione per delineare una prima tranche di scambio generazionale, il governo di Roma invece prima ha ceduto ai veti di un singolo partito, poi ha rivolto i tagli verso un settore di pensionati salvo cambiare successivamente direzione e rivolgersi altrove.

Anche in materia di liberalizzazioni ci si è rimangiati qualcosa. La deregulation delle aperture del commercio era una delle poche misure rivolte a stimolare la crescita, ebbene nottetempo la maggioranza ha messo in atto un blitz amputando il provvedimento e circoscrivendolo alle sole città d'arte o turistiche. Stessa (perversa) logica è stata applicata alla liberalizzazione delle farmacie, con un emendamento il centrodestra ha reintrodotto il numero chiuso per evitare che prevalesse - testuale - «la logica della convenienza economica»!

Confidiamo, dunque, che la manovra venga approvata già oggi e che il Consiglio dei ministri domani, quando varerà il disegno di legge costituzionale di abolizione delle Province, operi con onestà intellettuale. L'iter è già di per sé lungo, tocca al governo scrivere un testo rigoroso e delineare un percorso accelerato. Un dubbio, però, resta: che fine ha fatto il dimezzamento dei parlamentari?

Dario Di Vico

07 settembre 2011 09:26© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: Dario DI VICO - Se chi produce non ne può più
Inserito da: Admin - Settembre 24, 2011, 04:12:22 pm
Manifesto delle imprese

Se chi produce non ne può più

Emma Marcegaglia, pur giunta all'ultima tornata del mandato presidenziale, invece di tirare i remi in barca sta facendo per intero e in piena autonomia il suo mestiere.

Sta rappresentando l'ansia e lo sconcerto dell'imprenditoria italiana davanti a un governo che quando deve mettere nuove tasse comunque alla fine ce la fa, e quando invece deve occuparsi di crescita balbetta clamorosamente.

Che cosa volete che pensi un industriale italiano quando il martedì legge che a Roma stanno studiando un piano decennale (la propaganda dei regimi comunisti si fermava a 5 anni!) e il mercoledì invece viene a sapere che stanno simulando la quinta manovra? Oltre a dare voce all'amarezza («Ci prendono in giro pure in Madagascar» raccontava un industriale delle piastrelle) la Marcegaglia si è mossa per individuare le priorità e dare allo scontento la forma di un Manifesto.

Si può obiettare che l'iniziativa avrebbe potuto esser presa da tempo, che il deficit di competenze «sviluppiste» del governo era chiaro da mesi ma più che piangere sul latte versato a questo punto ha senso condividere il manifesto con il mondo della piccola impresa, del commercio, della cooperazione e persino con l'associazione bancaria. Più largo sarà il fronte, maggiore risulterà l'aderenza con le legittime aspettative di quegli italiani che ogni mattina tirano su la saracinesca e ogni sera vanno a casa chiedendosi cosa ne resterà dei loro sforzi.

Per quanto però il giudizio nei confronti del governo possa essere irrimediabilmente negativo (e lo è), dobbiamo sapere che siamo a un giro di boa della nostra economia. Sta iniziando un'altra storia e dovremo, con qualsiasi quadro politico, imparare a crescere senza spesa pubblica. Per l'Italia è una discontinuità senza precedenti e per le forze sociali una seconda vita. Non ci sarà più spazio per il lobbismo acchiappatutto, per aiuti alle imprese che non siano rigorosi e selettivi e ci sarà invece bisogno di rappresentanze snelle e responsabili. C'è materia per un secondo manifesto.

Dario Di Vico

24 settembre 2011 08:29© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/economia/11_settembre_24/se-chi-produce-non-ne-puo-piu-dario-di-vico_6d3bb5ca-e672-11e0-93fc-4b486954fe5e.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Meno sprechi e low cost la crisi cambia gli italiani
Inserito da: Admin - Settembre 27, 2011, 10:55:28 am
Prima della frenata dell'economia si buttava fino al 30% del frigorifero

Meno sprechi e low cost la crisi cambia gli italiani

Giovannini (Istat): ma attenzione non è un modello che dura


Crolla la fiducia dei consumatori italiani e tocca il minimo dal luglio 2008 ma il sentimento di profondo pessimismo non si è ancora trasferito alle scelte operate dalle famiglie. Non siamo ancora a fine settembre ed è quindi difficile avere dati ufficiali, la sensazione però è che esistano degli stabilizzatori automatici che rallentano la caduta. Per dare un tocco di colore cominciamo dalla presenza degli spettatori alle partite di calcio. Confrontando i due mesi di settembre, 2010 e 2011, siamo grosso modo sugli stessi numeri, il numero dei biglietti staccati è sostanzialmente lo stesso (attorno a 22.500 per gara) eppure la serie A ha perso squadre piuttosto seguite come Bari, Samp e Brescia. Gli italiani, dunque, non hanno tagliato la voce «stadio» nei budget familiari. Il caso limite è quello del Napoli che a fine agosto ha visto 8 mila tifosi accollarsi il costo di una trasferta a Barcellona per seguire gli azzurri in un match amichevole.

Per rimanere in zona sport possiamo aggiungere che gli abbonati di Sky non sono diminuiti. Anzi. Mancano pochi giorni alla chiusura della trimestrale e le stime sono ottimistiche. La pay tv cresce al ritmo di 30-40 mila abbonati ogni tre mesi con un costo medio per abbonato pari a 43 euro al mese. Nel valutare questo dato gli esperti amano sottolineare l'ipotesi della compensazione, in sostanza la spesa per la pay tv può essere sostitutiva di una cena al ristorante o di un week end fuori città e per questo motivo a Sky la definiscono addirittura «anticiclica», si muove in direzione contraria agli indicatori economici.

Il presidente dell'Istat Enrico Giovannini sostiene che fino alla bufera di agosto gli italiani erano rimasti dell'idea che la crisi fosse transitoria, che si dovesse aspettare che passasse la nottata e che bastasse in qualche modo stringere di un buco la cinghia. Infatti prima della calda estate 2011 i consumi sono rimasti in linea in virtù però del prelievo che gli italiani hanno operato sui flussi di risparmio, tanto che la propensione - testata dall'Istat - ha toccato il suo punto più basso (9%). Giovannini pensa che nei prossimi mesi ci troveremo di fronte a una discontinuità, la portata della crisi apparirà nelle dimensioni reali e di conseguenza non è detto che i comportamenti adattivi, messi in atto dal 2008 ad oggi, si prolunghino. «Il modello non regge» pensa Giovannini e di conseguenza se ci fossero delle autorità lungimiranti sarebbe il caso di gestire un downsizing intelligente, piuttosto che subirlo. È chiaro che quando parliamo di un monitoraggio degli effetti della recessione tiriamo in ballo la percezione, quindi è più difficile accorgersi se in pizzeria restano vuoti tre tavoli in più. Mentre ci colpisce che quella pizzeria abbia ancora tanti clienti.

Per cercare di spiegare la lenta metamorfosi italiana Giuseppe Roma, direttore del Censis, racconta la storia de L'Aquila, una città che ha perso dopo il terremoto 20 mila abitanti, in cui la ricostruzione è sostanzialmente a zero e nella quale in virtù della defiscalizzazione sono sorte tante piccole attività tutte a basso valore aggiunto. Il paradigma aquilano è un tipico comportamento adattivo italiano, si ottimizzano le risorse esistenti e si nasconde l'assenza di un progetto socioeconomico vero. Si ha così la sensazione che questo aggiustamento stia evitando i traumi più dolorosi e tenga lontana una vera stretta di austerità o un degrado sociale tipo film di Ken Loach. Sul suo blog Luca Sofri ha messo in evidenza come domenica scorsa nel centro di Milano ci fossero le file per comprare le t-shirt di Abercrombie. Si può replicare l'ovvio, Milano non è l'Italia. Nella città del Duomo le grandi firme dell'abbigliamento mondiale devono comunque esserci, è come Wimbledon per un tennista e sono in diversi anche in queste settimane di annunciata recessione ad aver investito nella riqualificazione o nel lancio di nuovi negozi come hanno fatto Pirelli, Sisley, Louis Vuitton e Piquadro.
Milano è sociologicamente interessante anche per monitorare altri comportamenti adattivi. Un fenomeno interessante è quello legato all'espandersi dell'economia dei buoni pasto. Gli esercizi commerciali del centro puntano sempre di più sulla pausa pranzo degli impiegati. Sorgono nuovi punti di ristoro con un target ben preciso e i bar ristrutturano gli spazi in funzione della maggiore capienza di tavolini. Pur operando con prezzi contenuti, il margine di guadagno è buono anche perché la scena si consuma nel giro di un'ora con la massima concentrazione tempo/spazio. È una formula di low cost all'italiana, se vogliamo è la risposta a Mc Donald's e come da tradizione non avviene per impulso di un unico grande operatore ma lungo comportamenti imitativi che si diffondono a macchia d'olio. Non è tutto. La «capitale morale» richiama da tutta Italia giovani che vogliono cercare sbocchi nel terziario avanzato e che sono disposti a caricarsi di anni di stage e precariato per sfondare. Sbarcare il lunario con i prezzi milanesi e intanto non vivere reclusi è un bel rebus e così un altro comportamento adattivo che ha preso piede è quello dell'aperitivo lungo che inizialmente prevedeva un corredo di arachidi/olive e via via si è allargato fino a diventare un pasto serale con pasta fredda, tranci di pizza, tapas alla spagnola. Nello slang meneghino si chiama «ape» ed è diventata la cena di una fascia generazionale che va dai 25 ai 40 anni che così risolve il problema di un pasto a prezzi contenuti e per di più non rinuncia alla socializzazione.

Per capire come reagiscono gli italiani alla bufera economica il commercio è sicuramente un elemento chiave. I dati degli uffici studi delle associazioni segnalano la chiusura di 10 mila piccoli esercizi ogni semestre in Italia, aggiungono che questa cifra è destinata ad aumentare vertiginosamente e tuttavia esiste un buon tasso di rotazione. Perché se è vero che nelle vie delle grandi e medie città aumentano i locali vuoti, vanamente in attesa di chi li riempia, non si può dire che la recessione abbia desertificato le arterie commerciali. C'è ancora chi apre un piccolo negozio. È stata la Cna di Roma di recente a segnalare un fenomeno distorsivo che può indurre in errore le statistiche. Chiudono, infatti, le piccole imprese dell'artigianato e quasi in parallelo aumentano le ditte individuali e le partite Iva, così è vero che i numeri attestano la vitalità del territorio ma il saldo occupazionale è nettamente sfavorevole e poi spesso l'apertura di un nuovo esercizio copre anche tanta improvvisazione. Se passiamo ad analizzare i dati che vengono dalle grandi catene di distribuzione tutti esprimono preoccupazione per l'aumento dell'Iva che alla fine ha colpito assieme ai beni di lusso anche molti generi di largo consumo. Per ora comunque non si segnalano crolli delle vendite. Una cartina di tornasole può essere rappresentata dalla movimentazione dei camion di Esselunga che ha un sistema logistico abbastanza avanzato e che reagisce quasi in tempo reale agli input del mercato, ebbene dalla società raccontano come la movimentazione sia rimasta costante e, che pur di tenere le quote di mercato, Esselunga in questo momento stia sacrificando i margini di guadagno. Ma, ed è questa la cosa interessante, il cavallo beve, i clienti quelle merci se le portano a casa.
Quindi se il calo di fiducia non ha portato per ora i consumatori a disertare i negozi li ha spinti però a mettere in atto strategie adattive. Non si fa più la spesona che è stata sostituita da giornaliere visite al supermarket, ci si ingegna per ridurre gli sprechi (gli italiani buttavano fino al 30% del loro frigorifero) e quindi si attua una sorta di just in time di tipo familiare. Quello che si compra si consuma e le scorte sono ridotte al minimo. Sia chiaro, la sensazione resta sempre quella di un lento e inesorabile downsizing però non ci sono scaloni, è una discesa lenta e che i consumatori amministrano per evitare la sindrome della quarta settimana. Almeno finora. Giovannini dell'Istat invita però ad esser vigili.

Resta il risparmio. È chiaro che non se ne forma di nuovo, non ci sono però code davanti alle banche o alle società di gestione per ritirare i soldi già investiti. Del resto il portafoglio degli italiani è tra i più prudenti in Europa e l'investimento in azioni è circa al 20%. Gli addetti ai lavori concordano nel dire che in questo caso più che aver adottato una consapevole strategia di adattamento i risparmiatori sono rimasti bloccati. Non vogliono disinvestire per non contabilizzare le perdite e comunque perché non saprebbero cosa fare di nuovo. E, come in politica, gli italiani in mezzo alla bufera faticano a prendere decisioni.

Dario Di Vico
twitter@dariodivico

27 settembre 2011 08:06© RIPRODUZIONE RISERVATA
da -


Titolo: Dario DI VICO - Una dannosa separazione
Inserito da: Admin - Ottobre 04, 2011, 07:39:23 pm
LE RAGIONI, E GLI ERRORI, DI FIAT

Una dannosa separazione

Le motivazioni con le quali Sergio Marchionne ha annunciato, con un certo clamore, di voler uscire dalla Confindustria sono comprensibili. La competizione globale non fa sconti a nessuno e vendere automobili nelle settimane in cui i mercati si muovono con l'incubo del double dip , della doppia recessione, è un autentico mal di testa. Il manager che guida la Fiat teme che quelle che sono le difficoltà del suo progetto, legate al dispiegarsi dell'avventura americana e all'attesa dei nuovi modelli, vengano acuite da un contenzioso giuridico-sindacale fitto di cause e di ricorsi che giudica insostenibile. Ma riconosciuto a Sergio quel che è di Sergio, va detto che la divisione del fronte imprenditoriale è un errore. Non è il momento. Viviamo una fase delicata della storia nazionale, da due mesi scrutiamo con angoscia l'andamento dello spread tra i nostri titoli e i bund tedeschi, la Bce ci ha scritto una lettera alla quale nessuno ha risposto, la politica attraversa uno dei momenti più bassi della sua credibilità, il governo un giorno annuncia provvedimenti per la crescita e il giorno dopo se li dimentica, le imprese si trovano a far fronte a un serissimo rischio di stretta creditizia che rischia di pregiudicare gli investimenti dei prossimi dieci anni.

Di fronte a quest'agenda la logica vorrebbe che il mondo delle imprese unisse i suoi sforzi, rinunciasse ai personalismi, spingesse nella stessa direzione. Non per creare un partito dei padroni destinato inevitabilmente a creare ulteriori equivoci e ad alimentare nuovi conflitti di interesse bensì per fornire al Paese un modello di coerenza nella risoluzione dei problemi. Il Manifesto delle imprese sostenuto dalle organizzazioni dell'industria, del commercio, dell'artigianato, della cooperazione e del credito è stato - con l'unica eccezione della proposta di istituire la patrimoniale - un piccolo contributo in questa direzione e ha indicato la strada giusta. L'economia deve custodire gelosamente la sua autonomia dalla politica.

Ciò che divide Marchionne da Emma Marcegaglia è una querelle attorno agli effetti dell'accordo del 28 giugno che onestamente si fa qualche fatica a comprendere. Da ambo le parti ci sono pareri di eccellenti giuristi ma la distanza tra le interpretazioni non giustifica una guerra. Anche perché altre multinazionali, che operano in Italia in settori altrettanto aperti alla concorrenza come l'auto, hanno concluso in questi mesi accordi sindacali innovativi, in qualche caso senza un'ora di sciopero. Le relazioni industriali vanno sicuramente modernizzate, fortunatamente però non siamo all'anno zero.

L'uscita della Fiat dalla Confindustria, al di là delle differenti opinioni che hanno in materia sindacale, costituisce sicuramente un trauma per l'associazione. Gli industriali di Bergamo ieri sera mentre ascoltavano il duro intervento della Marcegaglia versus Marchionne trattenevano a stento il loro stupore, toni così decisi contro Torino non se li sarebbero mai aspettati. Per non deludere la base e demotivarla la Confindustria, con o senza Fiat, ha una sola carta da giocare: avviare una radicale autoriforma. Del resto nell'epoca del budget zero e della crescita senza spesa pubblica la pratica del lobbismo per ottenere leggine e incentivi andrà in fuorigioco. Il focus della rappresentanza tenderà ad avvicinarsi ai territori e le imprese per sborsare 10 mila euro l'anno vorranno servizi più qualificati e moderni. Emma Marcegaglia questa riforma aveva promesso di avviarla, toccherà al suo successore realizzarla davvero.

Dario Di Vico

04 ottobre 2011 07:35© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_04/una-dannosa-separazione-dario-di-vico_8fc750aa-ee46-11e0-a09e-1525768cac3d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I candidati per il dopo Marcegaglia
Inserito da: Admin - Ottobre 08, 2011, 11:08:25 am
I candidati per il dopo Marcegaglia

La scelta di Bombassei: corre per Confindustria

Manca ancora l'annuncio ufficiale, ma di fatto la campagna è partita


Anche se il dado ormai è tratto, Alberto Bombassei si sta muovendo con molta cautela. Non ha ancora deciso la modalità dell'annuncio ufficiale di candidatura alla presidenza della Confindustria ma è chiaro che, dopo l' endorsement che in piena assemblea degli industriali di Bergamo gli ha indirizzato lunedì 3 ottobre Gianfelice Rocca, la campagna è partita de facto.

In una prima fase sembrava che il dopo-Marcegaglia potesse prendere i connotati del capo della Techint e lo stesso Bombassei si era prodigato a lanciare la candidatura. Ma Rocca non se l'è sentita e si è trasformato nel primo sponsor del collega. In questi giorni di attesa il patron della Brembo sta incontrando diversi imprenditori di rango e almeno due forti incoraggiamenti li ha già ricevuti da Luca di Montezemolo e da Franco Bernabè. Bombassei, oltre a essere uno dei principali fornitori della Ferrari, è stato il vice di Montezemolo nella squadra di presidenza Confindustria per quattro anni con un'autonomia di indirizzo sulle relazioni sindacali molto più ampia di quella di cui ha goduto con la Marcegaglia. Dunque non è una sorpresa che i due si stimino e che Montezemolo veda di buon occhio una presidenza Bombassei. La vox populi sostiene anche che una vittoria dell'imprenditore bergamasco sarebbe salutata con favore anche da Sergio Marchionne e che di conseguenza i rapporti Confindustria-Fiat potrebbero venir ricuciti già nel corso del 2012. Meno atteso era l'appoggio di Bernabè, che invece ha voluto essere tra i primi a incontrare Bombassei e a incoraggiarlo.

La domanda più interessante è un'altra: se Bombassei ha preso il testimone da Rocca ne ha anche ereditato la piattaforma di consenso che si era costruita attorno a lui? Non del tutto, perché se Rocca era sostenuto dalle associazioni lombarde e dai veneti non è affatto detto che vada in onda un replay. Il Nord-Est coltiva da tempo il sogno di esprimere il presidente della Confindustria e a metà del mandato della Marcegaglia il nome giusto era sembrato quello di Andrea Tomat, attuale presidente regionale del Veneto. Tomat adesso è totalmente concentrato sul business della sua azienda (la Lotto) ed è quindi fuori gioco. L'aspirazione del Nord-Est è però rimasta in piedi e sta prendendo in queste ore i contorni della candidatura del veronese Andrea Riello.

Non ancora cinquantenne, presidente del gruppo Riello Sistemi, Andrea è stato presidente dell'Ucimu (macchine utensili) e - prima di Tomat - della Confindustria veneta. A cavallo dell'estate ha condotto un'attenta offensiva diplomatica tra i suoi conterranei per ottenere semaforo verde. E ad horas le associazioni territoriali del Veneto dovrebbero candidarlo al dopo-Emma. Per arrivare fino in fondo o solo per marcare l'identità e la forza del Nord-Est? Le due cose, per ora, non sono in contraddizione e quindi in una prima fase Riello dovrebbe esserci e certamente giovarsi dell'appoggio di qualche categoria. Per ricalibrare l'obiettivo c'è tempo e comunque una candidatura veneta di bandiera restringe sul breve il perimetro del consenso da cui prende avvio Bombassei.

Sul fronte della candidatura di Giorgio Squinzi, il patron della Mapei nonché presidente europeo degli industriali della chimica, per ora non ci sono molte novità. Si dà per scontato che la prima sua sponsor sia Emma Marcegaglia, e il botta e risposta bergamasco con Bombassei sul caso Marchionne è stato interpretato dai maliziosi - che in Confindustria abbondano - come la conferma delle sue preferenze. Nel borsino delle alleanze si dà per scontato che sia dalla parte di Squinzi anche Aurelio Regina, presidente degli industriali di Roma e del Lazio, che qualche mese fa coltivava ambizioni da potenziale numero uno e che via facendo si sarebbe accontentato dell'idea di fare il vicepresidente.
Il cronista fin qui ha fatto il suo lavoro. Ha riferito dei nomi che circolano, dei primi schemi di alleanze che si vanno formando, ma non può tacere come questa corsa alla presidenza sia molto diversa dalle altre. Gli imprenditori sono delusi dalla politica e, come sostiene Nando Pagnoncelli, sono per la prima volta seriamente tentati dall'astensionismo. Qua e là cova la protesta, e quando un'assemblea finisce senza fischi e contestazioni gli organizzatori tirano un sospiro di sollievo perché il clima è quello che è.

Non ci saranno defezioni in massa dietro Marchionne (anche Mediaset aveva preso in esame l'ipotesi e poi ha deciso di restare), ma molte piccole e medie imprese potrebbero essere tentate dal tagliare l'iscrizione alla Confindustria prima di altre voci di bilancio.

La discontinuità è, dunque, all'ordine del giorno e stavolta questa richiesta riguarda anche il modus operandi dell'associazione. L'epoca del budget statale uguale a zero riduce la necessità di fare lobby e spinge la Confindustria a riformarsi. Ma come? In questi giorni ha ripreso a circolare tra gli addetti ai lavori una bozza di riforma elaborata da Marino Vago ai tempi della presidenza Montezemolo. Due erano i criteri individuati per la riorganizzazione: a) la divisione della rappresentanza dai servizi; b) la concentrazione delle strutture con il rafforzamento delle associazioni regionali. In sostanza le territoriali quando non hanno i numeri per giustificare il costo dell'apparato sono obbligate a fondersi con quelle vicine. Secondo le stime elaborate da Vago una riforma di questo tipo avrebbe ridotto da 140 a 40 le associazioni di Confindustria sul territorio. È chiaro che questo è solo uno degli schemi possibili di ristrutturazione e quindi i candidati potranno sbizzarrirsi, ma il risultato dovrà essere lo stesso. Chi vorrà subentrare a Emma Marcegaglia dovrà promettere di tagliare i costi, di fare a meno dei convegni inutili e nel contempo di dare agli associati servizi molto più qualificati di quelli offerti oggi. Auguri.

Dario Di Vico

07 ottobre 2011 08:17© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/economia/11_ottobre_07/divico-bombassei-confindustria_70d86508-f0a8-11e0-a040-589a4a257983.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Ora si parla di «sciopero degli investitori»
Inserito da: Admin - Novembre 15, 2011, 11:43:14 am
APPROFONDIMENTI - l'ESAME DEI MERCATI

La (difficile) svolta della fiducia

Ora si parla di «sciopero degli investitori»

E una pista porta alla Bce


Dopo spread dovremo forse fare l'abitudine a maneggiare un'altra espressione di derivazione anglosassone: investor strike, che in italiano suona come sciopero degli investitori. La si legge in molti report delle banche d'affari. Nel passaparola di lunedì tra gli operatori questa singolare forma di astensione è stata motivata così: «Sono caduti due governi in Grecia e in Italia, aspettiamo cosa succede dopo ma intanto non rinnoviamo i bond che scadono. È troppo rischioso». Ed è questa dunque l'amara verità con la quale deve fare i conti la gestazione del governo Monti. Non ci sono (finora) grandi firme della consulenza finanziaria pronte a spendersi per l'Italia, non ci sono mani forti disposte a comprare i nostri Btp, mancano soggetti economici di peso che abbiano interesse a incrementare le loro posizioni. Ed è un guaio destinato a non esaurirsi in un giorno. E comunque qualora ci fosse stato qualcuno incline ad acquistare i nostri bond, ci ha pensato Christian Clausen, numero uno della European banking federation, a metterlo in fuga. Con un'intervista ha mandato agli istituti di credito un input preciso: pensate a ridurre il vostro portafoglio se non volete «essere risucchiati nell'epicentro della crisi». Venerdì scorso il rimbalzo dello spread si era avuto perché operatori importanti come Soros o Fidelity si erano ricoperti, lunedì nessuno ha fatto altrettanto. E le banche italiane che magari avrebbero potuto comprare sono già così piene di titoli di Stato che caso mai accade il contrario, si mettono in moto meccanismi quasi automatici che impediscono loro di emettere ordini di acquisto.

Se le cose stanno così - e sono in molti sul mercato a giurarlo - non ci attendono giorni facili. I politici come Enrico Letta, vicesegretario del Pd, che negli ultimi momenti del governo di centrodestra si erano spinti a dichiarare pubblicamente che la caduta del Cavaliere ci avrebbe regalato «100 punti di spread» sono stati clamorosamente smentiti. E la destra può tranquillamente accusarli di aver ceduto alle lusinghe della propaganda, di aver raccontato una bugia. E con loro l'antiberlusconismo chic ha tradito anche quei banchieri da talk show che per strappare un applauso avevano addirittura raddoppiato il bonus di Letta fino a prevedere 200 punti in meno di spread! A far rinsavire gli uni e gli altri lunedì è arrivata la dura lezione del mercato e hanno preferito staccare il telefono per non dover rispondere delle loro imbarazzanti profezie. Così oggi, nel giorno fatidico in cui Mario Monti dovrebbe sciogliere la riserva, si partirà comunque da uno spread Btp-Bund non troppo lontano da quota 500. L'effetto Caimano dunque non c'è stato. Gli ottimisti sostengono che arriverà nei prossimi giorni quando il neo primo ministro illustrerà la composizione del nuovo governo e soprattutto il suo programma. E di conseguenza lo spread dovrebbe scendere. Ma di quanto? A questa domanda nessuno ora dopo la previsione sbagliata sul Cavaliere vuole rispondere e si trovano con maggior facilità operatori che dipingono il cammino del governo Monti come una via Crucis. Sostengono che con una maggioranza parlamentare larga ma non politicamente solida a ogni passaggio necessario per l'approvazione a Montecitorio-Palazzo Madama di questo o quel provvedimento assisteremo al teatrino degli spread. Insomma abituiamoci all'altalena anche se a Palazzo Chigi siederà un uomo stimato dalla City conosciuto e apprezzato nelle cancellerie europee che contano.

Più che il giudizio sul successore di Silvio Berlusconi contano severe note come quelle emesse dalla Barclays che considera l'Italia arrivata a un punto di non ritorno, appunti che i fondi pensione americani leggono avidamente e che certo non spingono i loro asset manager a investire nei Btp italiani nonostante gli ottimi prezzi che riuscirebbero a spuntare. Conta più il deterrente rappresentato dal rischio Italia che la possibilità di portare a casa un titolo decennale remunerato ben oltre il 6%. È pur vero che a complicare la giornata di lunedì sono arrivate le performance negative di due banche come Unicredit e Popolare di Milano, la prima ha presentato conti peggiori delle aspettative e la seconda sconta un pregiudizio negativo degli operatori sulla riuscita dell'aumento di capitale. Ed essendo il mercato finanziario italiano estremamente correlato i guai delle due banche si sono riflessi persino sullo spread.

Una ricognizione sul mancato effetto Cavaliere sarebbe però incompleta se non riferisse di ciò che pensa una agguerrita tribù di operatori. Senza scadere nel complottismo da operetta costoro sono convinti che l'obiettivo dei mercati vada ben oltre le nostre misere sorti. Nel mirino ci sarebbe la Banca centrale europea di Francoforte e l'idea di costringerla a cambiare statuto e a diventare a tutti gli effetti prestatore di ultima istanza. A stampare moneta come la Federal Reserve e la Bank of England. Ricostruendo la giornata di lunedì i sostenitori di questa tesi invitano a leggere l'altalena dei titoli del debito spagnolo, sono stati i bond iberici a determinare l'inversione della tendenza al ribasso del nostro spread. In sostanza le mani forti del mercato picchierebbero Spagna e Italia ma guardano alla Francia, giudicata una tripla A debole. Se Parigi dovesse entrare davvero nel mirino degli hedge fund allora Berlino, finora unica contraria al cambio di statuto della Bce, sarebbe costretta a cambiare posizione. Fantafinanza? Sicuramente no, visto che circolano tra gli operatori studi americani che sostengono proprio questa tesi e le dinamiche di mercato della giornata di ieri qualche argomento a favore lo forniscono con i titoli di Stato spagnoli arrivati a 434 punti di differenza dai Bund e con lo spread francese attestato a quota 165. Va da sé che se dovesse esser vera questa tesi noi rappresentiamo il classico vaso di coccio e anche il varo di un buon governo con un convincente programma non ci toglierebbe del tutto dalla peste. Non tutti gli operatori condividono la pista che porta a Francoforte ma la si sente ripetere sempre più spesso.

Dario Di Vico

twitter@dariodivico15 novembre 2011 09:25© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/11_novembre_15/divico_difficile-svolta-della-fiducia_c64a7d38-0f56-11e1-a19b-d568c0d63dd6.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Dopo il voto di fiducia al governo Monti I passi necessari
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2011, 10:44:41 am
Dopo il voto di fiducia al governo Monti

I passi necessari

Da liberale e convinto sostenitore della società aperta Mario Monti ha scelto di intestare il suo governo ai giovani e alle donne. Ha sostenuto che la loro attuale marginalità non è solo un gigantesco spreco di capitale umano ma una delle cause della mancata crescita. Da qui l’enfasi che il primo ministro ha voluto mettere nel proporre la piena inclusione delle donne in ogni ambito lavorativo/ sociale e persino l’idea di una tassazione differenziata. Dalla scelta pro outsider è emerso anche l’impegno a combattere il dualismo del mercato del lavoro che vede una parte degli occupati ipertutelata e l’altra priva di diritti e condannata all’invisibilità. Con questa impostazione Monti nel suo primo messaggio ha parlato ai senatori ma idealmente si è rivolto al Paese reale identificando i segmenti della società più interessati al cambiamento. Gli stessi più volte evocati nei discorsi e nell’analisi di Mario Draghi nella sua veste di governatore della Banca d’Italia.

Spenta l’eco degli applausi è lecito però raccomandare al governo, in nome dell’efficacia dell’azione di contrasto all’emergenza finanziaria, di non limitarsi al consenso della platea sociale di intonazione riformista. Il successo del percorso di risanamento non può prescindere dall’orientamento del ceto medio e dai riflessi che ha sui comportamenti dei partiti dell’ex maggioranza. Non a caso il presidente del Consiglio ha escluso tra le misure indicate ieri quella tassa patrimoniale che avrebbe creato sconcerto in larghi settori dell’elettorato di centrodestra e non solo in un ristretto circolo di super ricchi. La stessa precauzione, però, è bene che valga anche in materia di liberalizzazioni delle professioni. Se per riformare il mercato del lavoro il primo ministro ha promesso di ricercare l’accordo con il sindacato, simmetricamente nel procedere alla riforma degli Ordini sarebbe vantaggioso scommettere sul coinvolgimento e la maturità del mondo dei professionisti.

Per portare a compimento anche solo una parte dei provvedimenti che Monti ha illustrato ieri, il nuovo esecutivo dovrà evitare che alle preoccupazioni e alle riserve largamente presenti nei gruppi del Pdl si saldi il mugugno di un ceto medio allarmato dalla somma di misure come la reintroduzione dell’Ici, l’abolizione degli Ordini e l’azzeramento dei privilegi nel trattamento previdenziale. Bisognerà porre, dunque, molta attenzione alla tempistica dei provvedimenti e all’efficacia della comunicazione. Ben venga il completamento della spending review ma i tempi del consenso non sono quelli dell’accademia e di conseguenza i tagli al budget statale e un segnale forte in materia di lotta all’evasione è bene che anticipino eventuali aumenti delle entrate.

Resta il grande tema della riduzione dei costi della politica che rappresenta quasi un impegno elettivo per un governo composto da tecnici. Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella hanno su questo giornale a più riprese identificato le aree sulle quali intervenire con celerità e in maniera tangibile. Sia l’elettorato del Pdl sia quello del Pd sono largamente favorevoli e quindi si tratta solo di agire.

Dario Di Vico

18 novembre 2011 | 8:05© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_18/di-vico-passi-necessari_c5c9315a-11aa-11e1-8aad-a8a00236e6db.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Settimana delle Crisi, un test di Governo
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2011, 04:14:59 pm
Approfondimenti

Gli stress test dell'industria Ristrutturazioni e pensionamenti

Settimana delle Crisi, un test di Governo

I tavoli al ministero dello Sviluppo. L'affondo su Termini Imerese


La prima settimana operativa del governo tecnico correrà parallela con uno stress test per l'industria italiana grande e piccola. Crisi aziendali che aspettano una soluzione, posti di lavoro in bilico tra ricollocazione e pensionamento. In qualche caso decisioni di politica dei settori che non sono più rinviabili. «Abbiamo da fronteggiare l'emergenza ma dobbiamo anche impostare una strategia di riposizionamento» sostiene Luigi Sbarra, segretario confederale Cisl. La sequenza comunque è da far tremare i polsi anche a ministri più collaudati, infatti nell'arco di pochi giorni bisognerà prendere decisioni importanti per la soluzione di vertenze come Fiat di Termini Imerese, Whirlpool (elettrodomestici), Adelchi (scarpe), Agile (informatica) e dell'intero made in Italy del materiale ferroviario. Buon per il governo che ieri intanto si sia raggiunto l'accordo per la soluzione del caso Antonio Merloni che si trascinava da anni.

La settimana si è aperta lunedì con una manifestazione di artigiani della Cna che hanno riempito piazza Farnese a Roma per dar vita a un rito simbolico della protesta imprenditoriale: la consegna delle chiavi delle aziende. Slogan prescelto: «Se non riparto io, non riparte l'Italia». Venerdì 25 sempre a Roma sarà la volta dei lavoratori del settore del materiale ferroviario che hanno proclamato otto ore di sciopero e una manifestazione in piazza Santi Apostoli. La Finmeccanica ha deciso infatti di vendere la Ansaldo Breda, la Firema è da un anno in amministrazione straordinaria, la Fervet è fallita e non se la passano bene la Ferro Sud, la Keller, la Rsi e le Officine Salento. Il paradosso è che la Ferrovie e le Regioni nel 2012 distribuiranno commesse per riparazione dei treni per 450 milioni di euro ma le ditte italiane non si presentano alle gare e così vincono le svizzere, turche e spagnole. La debolezza delle nostre imprese abituate al sistema delle commesse garantite sta esplodendo e ci sarebbe da impostare una seria politica di settore ma intanto se Ansaldo Breda va ai francesi della Alstom rischiamo un altro autogoal. Tipo Parmalat.

Mercoledì al ministero dello Sviluppo economico ci sarà da sancire il passaggio dell'impianto di Termini Imerese dalla Fiat al gruppo De Risio. «È stato un mezzo miracolo - commenta Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil - perché in un primo tempo sembrava che acquirente non fosse all'altezza dell'operazione». Saranno ricollocati nella nuova azienda 1.300 lavoratori e ne resteranno fuori circa 600. In casi come questo la ricetta del salvataggio/ristrutturazione si basa su tre elementi: un nuovo compratore, un accordo di programma che prevede incentivi nazionali e regionali variamente focalizzati e l'accompagnamento alla pensione degli operai in esubero. A Termini la Fiat dovrebbe garantire una sorta di buonuscita ma il nodo e il quesito resta: mentre il governo pensa di aumentare l'età lavorativa si può continuare a gestire le crisi aziendali con pensionamenti anticipati? La contraddizione è stringente anche se viene da lontano. La ristrutturazione della siderurgia è stata governata con i prepensionamenti e altrettanto si è fatto in casi di maxi-riorganizzazione come Alitalia e Telecom.

Intanto riprende la trattativa tra i sindacati e gli americani della Whirlpool per i 600 esuberi che hanno come epicentro Varese. In verità tutto il settore elettrodomestici è a rischio e viene da un record negativo: 4 mila posti persi negli ultimi tre anni. L'assemblaggio si sta spostando sempre di più verso Polonia e Turchia e manca il guizzo innovatore che possa dare nuovo smalto (la domotica?) a un settore che è stato fondante per lo sviluppo del manifatturiero italiano e che invece rischia di ripercorrere il cammino del tessile. Se si continua così rischiamo la politica del carciofo e gli esuberi di Varese sarebbero solo la prima foglia. I sindacati continuano a sperare che si trovi un imprenditore disposto a rilevare le lavorazioni che la Whirlpool vuole chiudere (frigoriferi) ma già tre incontri all'Unione industriali di Varese sono andati a vuoto. La soluzione, si confida definitiva, invece è stata trovata per la Antonio Merloni, un rebus irrisolto da tre anni. Il nuovo padrone si chiama Giovanni Porcarelli e lo schema è il solito: accordo di programma che in questo caso si avvarrà di fondi europei, 700 operai riassunti e 200 avviati al pensionamento. I sindacati accusano le banche di ostacolare la cessione però tutto sommato si respira ottimismo.

Un'altra vertenza che ha riempito le cronache dei giornali è quella della Agile (ex Eutelia). L'azienda è in amministrazione straordinaria e giovedì 24 è previsto un incontro romano al ministero. La novità è che c'è un compratore all'orizzonte, la triestina Tds specializzata nell'informatica medicale. Sono in ballo 1.500 posti di lavoro e anche in questo caso l'iter di soluzione prevede un piano di riassorbimento e un progetto di ricollocazione delle eccedenze gestito con le Regioni e il Fondo sociale europeo. Ulteriori nubi all'orizzonte, invece, per il calzaturificio salentino Adelchi. La Cgil sostiene che i licenziamenti sono stati sospesi in attesa di un incontro a breve presso la Regione Puglia che dovrebbe tenersi giovedì 24. Gli operai sono in cassa integrazione da anni, le prospettive di trovare un acquirente si fanno sempre più esili e l'unica speranza consiste in un nuovo accordo di programma su base locale. E più che una soluzione è un ulteriore rinvio.

Dario Di Vico

22 novembre 2011 | 14:57© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/11_novembre_22/divico_settimane-crisi-test-governo_7ff2532a-1509-11e1-9140-38f81e7faa5e.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Meglio decidere che concertare
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2011, 04:09:38 pm
L’EMERGENZA E LE VECCHIE ABITUDINI

Meglio decidere che concertare

Per dirla con lo slang giornalistico il governo Monti ha un solo colpo in canna. Vuoi per il peggioramento delle condizioni del contesto internazionale vuoi perché il tempo è una risorsa scarsa, l’esecutivo dei tecnici non può assolutamente sprecare la sua (vera) prima mossa. Deve assolutamente andare a segno. L’operazione non è delle più semplici, perché la politica ha lasciato marcire buona parte delle contraddizioni della società italiana senza avere il coraggio di affrontarle di petto negli anni della crescita. Basta leggere il contenuto delle decine di lettere aperte e di appelli che dalle categorie, e persino da singoli cittadini di buona volontà, sono stati indirizzati in forma pubblica al governo Monti. Da quei documenti viene fuori il ritratto di un Paese che vuole meritocrazia ma attende anche inclusione, che chiede di riprendere velocità ma si aspetta di veder ridotto il peso delle disuguaglianze. Attenzione però a illudersi, sommando tutte le domande di cambiamento si finisce per caricare sul nuovo esecutivo la palingenesi dell’Italia, la rimodulazione degli assetti socio-politici di un Paese che una volta era tra i membri del G7. Monti è un amministratore straordinario, non un taumaturgo.

Nell’ottica dell’unico colpo da sparare è da condividere la scelta del presidente del Consiglio di procedere con la tecnica del «pacchetto di provvedimenti» che dovrà avere al suo interno una stringente logica di ripartizione dei sacrifici tra le diverse platee. Nessuna di esse dovrà avere la sensazione di fungere da capro espiatorio. Un governo tecnico, del resto, ha dalla sua il vantaggio psicologico di non dover proteggere le proprie constituency elettorali e aggredire quelle dello schieramento avverso, non c’è dunque lobby che dovrebbe potersi vantare di avere un governo amico. Monti avrà operato con successo nella misura in cui si rivelerà alleato delle nuove generazioni e non degli industriali, dei banchieri, dei sindacati, dei professionisti, dei commercianti o dei taxisti.

La concertazione rappresenta un pezzo della storia recente d’Italia, in alcune e decisive circostanze (l’ingresso nell’euro, ad esempio) si è rivelata un acceleratore del cambiamento, in molte altre la giustificazione di un veto pregiudiziale. Non ci è dato sapere quanto peseranno le relazioni governo-parti sociali quando saremo usciti da quest’incubo, se e come avremo saputo innovare il modello dei corpi intermedi, in questi giorni però appare sempre più chiaro come la concertazione sia chiamata a fare un passo indietro. Così come ha fatto la politica, anch’essa dovrà operare una temporanea cessione di sovranità. La rappresentanza al tempo del rischio-default è dunque chiamata a una prova di maturità, se in passato la spesa pubblica extra budget è stato sovente il lubrificante della coesione sociale, la maniera più veloce per incassare applausi a destra e a manca, questa strada non è più percorribile. E le parti sociali sono chiamate oggi a elaborare un nuovo tipo di scambio, nel quale il dare è immediato e il ricevere è giocoforza differito nel tempo. La prova è difficile ma esistono gruppi dirigenti in grado di superarla. Dal canto suo il presidente Monti non abbia paura del dissenso e, se riesce, eviti di replicare i riti che hanno portato alla nomina dei sottosegretari.

Dario Di Vico

29 novembre 2011 | 8:04© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_29/di-vico-meglio-decidere-che-concertare_903212b0-1a50-11e1-a0da-00d265bd2fc6.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Un'amara medicina
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2011, 11:00:37 am
Un'amara medicina

Nella conferenza stampa che ieri sera ha fatto seguito al Consiglio dei ministri il nuovo governo presieduto dal professor Mario Monti ha dato una confortante prova di stile. Ha mostrato agli italiani che hanno potuto seguirla in tv o via Internet competenza e senso di responsabilità. E l'annuncio che il primo ministro rinuncerà ai compensi che gli spettano è un segno di compartecipazione ai sacrifici richiesti che va sicuramente apprezzato. Può servire a ricreare quel feeling tra il Palazzo e il Paese reale di cui avremo sicuramente bisogno nei giorni e nelle prove difficili che ci attendono. Del resto la settimana che si apre oggi si presenta decisiva per il futuro dell'Europa e il governo di Roma persegue l'obiettivo di presentare l'Italia dal lato delle soluzioni e non da quello dei problemi.

Siccome lo stile è importante ma i contenuti dell'azione di governo di più, è del merito del decreto approvato ieri che bisogna discutere senza timore di sottolinearne alcune evidenti contraddizioni. Il completamento della riforma previdenziale e la riduzione dei costi delle Province, solo per limitarsi a due esempi, sono sicuramente provvedimenti che vanno nella direzione giusta e che rispondono a esigenze complementari. Mettere in sicurezza il nostro sistema pensionistico ma nel contempo dimostrare la volontà di ridurre i costi della politica, di cominciare a tagliare quell'eccesso di intermediazione che prevede tra il cittadino e lo Stato ben tre livelli di rappresentanza politica (Comuni, Regioni e per l'appunto le Province). Il cuore della manovra però - purtroppo - non sta tanto in questi pur importanti provvedimenti, quanto in un'amara medicina: l'aumento della tassazione che colpisce duramente la casa e riesuma qua e là un vecchio armamentario di imposte e balzelli. Fortunatamente alla fine il Consiglio dei ministri ha scelto di soprassedere all'idea di dar corso a un aggravio delle aliquote Irpef che avrebbe sbilanciato ancor di più il decreto dal lato dell'imposizione fiscale. Certo è che rimarrà nel ceto medio italiano la sensazione di essere considerato dai governi di turno - politici o tecnici che siano - come una sorta di bancomat, un portatore sano di liquidità che può essere drenata con facilità.

Nei tempi ristretti che ha avuto a disposizione il governo dei tecnici non ha potuto produrre riforme incisive e strutturali per ridurre il dualismo del mercato del lavoro e rilanciare davvero la crescita. Alcune prime norme sono state previste, altre sono state annunciate e scadenzate per un prossimo e non lontano «secondo tempo». Se le aspettano le organizzazioni internazionali che avevano messo all'indice il governo Berlusconi proprio per questa carenza di iniziativa e se le aspettano le parti sociali. Imprenditori e sindacati sanno che almeno sul breve l'introduzione di nuove imposte, necessaria come tampone, non potrà che acuire i segni della recessione e aprire un pericoloso gap temporale tra i sacrifici richiesti agli italiani e la tenuta dell'economia reale.

Dario Di Vico

Twitter: @dariodivico

5 dicembre 2011 | 7:58© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_05/amara-medicina-di-vico_944e8b2a-1f0b-11e1-befb-0d1b981db5e8.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Quel ritardo nei pagamenti
Inserito da: Admin - Dicembre 17, 2011, 11:27:35 am
PICCOLE IMPRESE E CREDITO DIFFICILE

Quel ritardo nei pagamenti

La cronaca innanzitutto. Oggi a Vigonza, uno di quei paesi che hanno fatto le fortune del Nord Est, si terranno i funerali di Giuseppe Schiavon, il titolare della Eurostrade che pochi giorni fa, a 59 anni, ha messo volontariamente fine alla sua vita. Sembrerà un paradosso ma Schiavon è stato strangolato dai crediti. Le pubbliche amministrazioni gli devono 250 mila euro per lavori che la ditta ha portato a termine ma non sono stati mai pagati. Lo Stato, gli enti locali, le Asl ormai liquidano i fornitori a mesi e mesi di distanza. Ci sono casi-limite di pagamenti non ancora effettuati dopo un anno e la media si aggira attorno ai 180 giorni, il doppio rispetto a quanto stabilito dai termini contrattuali. In queste condizioni, e con la recessione che dimezza la domanda, i piccoli imprenditori vanno sott'acqua.

Nell'ultimo mese, soltanto nel Veneto, si sono verificati altri due suicidi e le statistiche, impietose, parlano di 50 imprenditori che si sono tolti la vita nel solo Nord Est da quando, nel 2008, abbiamo importato dall'America la Grande Crisi. Dietro le scelte drammatiche di questi uomini e donne non c'è un'antropologia negativa, un cupio dissolvi ma, caso mai, un eccesso di etica. Dover licenziare i propri collaboratori, chiudere e/o fallire è considerato una vergogna nella cultura delle laboriose comunità del Nord Est, un venir meno alla responsabilità sociale dell'imprenditore.

La scomparsa di Schiavon ha avuto una forte eco e ieri il Corriere del Veneto ha ospitato in prima pagina l'appello rivolto al presidente del Consiglio Mario Monti dai leader delle associazioni industriali, dell'artigianato, del commercio e delle professioni. I Tomat, gli Sbalchiero, gli Zanon, i Bortolussi. «Faccia presto, Presidente - hanno scritto -. Le imprese hanno bisogno di ricevere tempestivamente quanto dovuto». Non sfugge a nessuno che le aziende creditrici sono quelle più deboli, tagliate fuori dai flussi dell'export e concentrate esclusivamente sul mercato interno. È vero che lo Statuto delle imprese, diventato legge ai primi di novembre, obbliga il governo a recepire in anticipo la direttiva di Bruxelles sui pagamenti ai fornitori, ma la norma non risolve il pregresso. Ci sono infatti 60 miliardi di euro di crediti - una cifra- monstre - che non sono stati pagati e lo Stato non sa come fare.

Il ministro Corrado Passera ha ventilato la possibilità di rimborsare gli imprenditori assegnando loro Btp e Bot. «Piuttosto che niente, è meglio piuttosto» hanno commentato i Piccoli chiedendo, nel caso, di poter scontare in banca i titoli assegnati. La strada individuata però non è facile da percorrere: i tecnici sostengono che si corre il rischio di sopraelevare la montagna del debito pubblico italiano. Bisogna trovare, dunque, un meccanismo differente. L'onorevole Raffaello Vignali in passato aveva proposto di utilizzare come pivot dell'operazione la Cassa Depositi e Prestiti che ha il pregio di non rientrare nel perimetro del patto di stabilità. Si vagli questa ipotesi ed eventuali alternative, lo si faccia però in tempi certi. E nel frattempo si garantisca pure che i 100 miliardi di euro che provengono dal dimezzamento della riserva obbligatoria (riconosciuto dalla Bce alle banche) si traducano in accresciuto credito alle imprese.
Agli Schiavon almeno questo lo dobbiamo.

Dario Di Vico

17 dicembre 2011 | 8:34© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_17/divico_ritardo-nei-pagamenti_8371ce80-2879-11e1-b2e0-62df0bde9a01.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Come finanziamo la riforma degli ammortizzatori sociali?
Inserito da: Admin - Dicembre 28, 2011, 05:57:21 pm
dic
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Come finanziamo la riforma degli ammortizzatori sociali?

di Dario Di Vico

La revisione dell’articolo 18, dunque, è stata accantonata.

Molti i motivi che hanno portato a questa decisione da parte del governo, a partire dal semaforo rosso di Pierluigi Bersani e dall’opposizione netta dei sindacati. Ma probabilmente la stessa Confindustria nutriva qualche dubbio e hanno destato sorpresa le dichiarazioni di Franco Bernabè che a nome di Telecom Italia ha sostenuto che l’articolo 18 non andava considerata assolutamente una priorità.

Ha pesato anche qualche errore di comunicazione da parte dei ministri interessati che non sono riusciti a spiegare sufficientemente come l’azione dell’esecutivo fosse – almeno nelle intenzioni – volta prima di tutto a superare il dualismo del mercato del lavoro. Piuttosto che a facilitare i licenziamenti.

Quel che è fatto è fatto e dunque conviene passare oltre. Quasi tutti coloro che si sono espressi sulla vicenda dell’articolo 18 hanno finito per sostenere che la vera priorità riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali, individuati correttamente come il punto di snodo tra politiche di flessibilità e nuove tutele.

Il ministro Fornero ha anche fatto sapere che “a titolo personale” sarebbe favorevole all’introduzione del reddito minimo garantito ma le perplessità in merito sono elevatissime. Il rischio che le risorse per il nuovo strumento di protezione sociale finiscano per essere assorbite da cinque-sei regioni è così elevato da sconsigliarne, almeno nell’immediato, il varo.

Sulla riforma degli ammortizzatori sociali e sul come disegnarla esistono ovviamente diverse scuole di pensiero e un buon numero di varianti tecniche, il nodo politico è però un altro. Come finanziarli. La strada più corretta passa dalla rivisitazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria e soprattutto da quella in deroga.

E qui cominciano i dolori perché la cassa integrazione è stato lo strumento principe attraverso il quale il precedente governo ha agito (con successo) per tamponare le difficoltà del sistema industriale e il rischio di rattrappimento della base produttiva. In particolare la cassa in deroga è stata decisiva nell’evitare la chiusura a grappolo di piccole e medie imprese.

Che fare, dunque? Un buon sistema di ammortizzatori sociali, secondo l’ex ministro Tiziano Treu costa 8 miliardi di euro, grosso modo quanto “vale” la cassa in deroga. Ma le due poste sono scambiabili? Si tratta di discuterne in maniera trasparente ed evitare che, come nel caso dell’art.18, gli apprendimenti di merito non lascino il passo allo sventolio di bandiere e bandierine. Meno veleni, più confronti concreti sulle ipotesi e sui numeri.

twitter@dariodivico

da - http://nuvola.corriere.it/2011/12/26/come-finanziamo-la-riforma-degli-ammortizzatori-sociali/


Titolo: Dario DI VICO - Una debole luce in fondo al tunnel
Inserito da: Admin - Dicembre 30, 2011, 10:44:36 pm
Una debole luce in fondo al tunnel

Vorremmo tanto poter dire che l’atteso segnale di inversione di tendenza è già arrivato, purtroppo non è così. Negli ultimi giorni il Tesoro ha pagato rendimenti più bassi per collocare i suoi titoli ma la novità è stata il frutto di un’intelligente operazione di tesoreria delle banche (alla spagnola) e non di un cambio di giudizio dei mercati. La verità è che siamo al centro dell’attenzione mondiale e non per le virtù che pure possediamo, bensì perché l’economia globale ci guarda per sapere se sarà scongiurata o meno la catastrofe dei debiti sovrani. Una tale considerazione basterebbe da sola a motivarci ad adottare comportamenti razionali ma vale la pena ricordare come in gioco ci siano le conquiste civili di cui andiamo fieri: il nostro welfare, lo stile di vita italiano, la forza delle nostre comunità.

Ha fatto bene, dunque, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno il presidente del Consiglio a citare il severo articolo che nei giorni scorsi ci ha dedicato il Washington Post e a richiamarci alla responsabilità che abbiamo nei confronti dell’opinione pubblica mondiale. Dobbiamo convincerli di esser cambiati, dobbiamo modificare i pregiudizi che mercati e governi hanno su di noi. Per farlo l’esecutivo di Roma ha ingaggiato una lotta contro il tempo e di questo ieri ha parlato Mario Monti. Chi si aspettava fuochi d’artificio non conosce il professore ed è rimasto sicuramente deluso, certo è che un rito che si protrae per 2 ore e 40 minuti sembra fatto apposta per diluire l’attenzione e stancare i protagonisti. Nell’epoca della comunicazione veloce non sarebbe male innovare i format della triangolazione politica-stampa- cittadini. Ma al netto della formula, dall’appuntamento di ieri alcune informazioni sono emerse. La prima/più importante è che gennaio sarà il mese delle riforme e il timing delle scelte che opereremo su liberalizzazioni e mercato del lavoro sarà scandito dagli appuntamenti già calendarizzati in sede Ue.

Tocca ai partiti e alle forze sociali, messi di fronte all’agenda Monti, decidere cosa fare. «Lavoreremo per tutti dispiacendo un po’ a ciascuno» ha promesso il premier e c’è da prenderlo come un impegno. Nella «fase uno» non è andata del tutto così. Stavolta il governo non dovrà dare l’impressione di essere forte con i deboli e debole con i forti, potrà agire per deregolare taxi e farmacie ma dovrà anche rivedere, ad esempio, i meccanismi che causano l’energia più cara d’Europa. Di fronte a una simmetria di comportamenti sarà più arduo per l’una o l’altra categoria chiamarsi fuori dal processo di risanamento dell’economia nazionale. Nella conferenza stampa il premier ha anche dichiarato di non escludere il varo di un fondo per tagliare lo stock del debito e ha fornito una ghiotta anticipazione. L’avanzo primario strutturale è arrivato al 5%, performance che ci riporta ai migliori risultati della seconda parte degli anni 90. Certo che produrre un avanzo primario del 5% pagando tassi sul debito del 2-3% sarebbe una manna, farlo dovendo sborsare il 7% annulla ogni beneficio.
E dimostra quanto sia urgente cambiare la percezione che hanno di noi i mercati per uscire dal tunnel ed evitare di continuare a pagare tassi da «usura globale».

Dario Di Vico

30 dicembre 2011 | 8:09© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_30/di-vico-debole-luce-in-fondo-al-tunnel_938e40d6-32ac-11e1-be67-1119b87d83b7.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I CAMBIAMENTI E LA FIDUCIA NECESSARIA
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2012, 07:45:37 pm
I CAMBIAMENTI E LA FIDUCIA NECESSARIA

Non lasciamo solo chi subisce la crisi

Una volta lo si chiamava Paese reale. Poi si convenne che sapeva troppo di vetero-sinistra e il termine è caduto in disuso. Ma in questi giorni convulsi e difficili vale forse la pena di rispolverare quel concetto perché indica il protagonista della nuova fase della vita politico-sociale italiana. Se fino a poco tempo fa interrogati dai sondaggisti i nostri connazionali rispondevano che l'Italia andava malissimo ma loro tutto sommato se la cavavano, oggi sta subentrando una percezione più realistica. E anche più drammatica. Pur senza aver frequentato la Bocconi gli italiani hanno capito che si stanno modificando i meccanismi di fondo del funzionamento della nostra società e tutto ciò sta avvenendo con inedita velocità.

Anche noi cronisti della crisi ci stiamo convincendo di vivere un pezzo della storia patria che in un secondo tempo rimasticheremo e studieremo a lungo perché avrà segnato profondamente il paesaggio sociale. Proprio perché il cambiamento è così profondo non bisogna però lasciare soli coloro che lo subiscono. Storicamente in Italia, e per tanti motivi che non è il caso di affrontare in questa sede, la cultura del mercato è stata minoritaria, confinata all'approvazione da parte di élite lungimiranti. Oggi per di più il mercato si presenta alla stregua di un abito rigido, confezionato a Bruxelles e non nelle nostre sartorie politiche, e che per giunta dobbiamo indossare in tempi di recessione e non di larghezza. Purtroppo i governi di ogni colore che hanno sostato a Palazzo Chigi negli anni della crescita hanno sempre rinviato le riforme strutturali e così siamo costretti a realizzarle nelle condizioni di contesto più difficili che ci potessero capitare. Per tutte queste ragioni bisogna evitare che dalla paura del cambiamento, di per sé legittima, si sviluppi un sentimento di estraneità e di rivolta, bisogna scongiurare che gli italiani maturino un convincimento antieuropeo e coltivino l'improbabile sogno di tornare ai tempi della liretta.

Su chi sta guidando, tra grandi difficoltà, il processo di modernizzazione (forzosa) dell'Italia ricade dunque la responsabilità di costruire attorno a quegli obiettivi l'indispensabile clima di fiducia. Non stiamo parlando di qualcosa di impalpabile ma chiediamo, ad esempio, che le banche sviluppino una policy amichevole nei confronti delle piccole e medie imprese bisognose di credito. Vorremmo anche che lo Stato per non apparire patrigno affronti una volta per tutte lo scandalo dei mancati pagamenti della pubblica amministrazione e definisca una formula per incominciare a restituire quel dovuto che altrimenti si trasforma in maltolto. Il Paese reale in quasi tutte le sue componenti sta affrontando uno stress senza precedenti, ma finora lo sta facendo in maniera composta. In risposta a una riforma delle pensioni incisiva e di standard europeo abbiamo registrato solo tre ore di sciopero generale. È vero che diverse categorie minacciano blocchi e azioni clamorose, però fin qui abbiamo letto per lo più appelli pubblicati sui giornali. Gli episodi più inquietanti di queste settimane riguardano la campagna terroristica di cui è bersaglio Equitalia ma in questo caso non si tratta di un'azione di lobby bensì di un fenomeno eversivo. Pur soffrendo, dunque, il Paese mostra di avere i nervi a posto e merita di avere un governo per amico.

Dario Di Vico

5 gennaio 2012 | 8:19© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_05/non-lasciamo-soli-chi-subisce-la-crisi-divico_4d1cd6c0-3762-11e1-8a56-e1065941ff6d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Liberalizzazioni. Spesa notturna e avvocato low cost
Inserito da: Admin - Gennaio 07, 2012, 11:16:20 am
Liberalizzazioni

Spesa notturna e avvocato low cost

Fantaviaggio in una società più aperta: benzina e farmaci al market, concorrenza tra taxi e distretti di negozi aperti fino a mezzanotte


Quando si parla di liberalizzazioni tutti abbiamo in mente le grandi città anglosassoni aperte 24 ore con il loro corredo di cornershop gestiti da pachistani, di taxisti provenienti da tutti i continenti e di farmacie straripanti di medicinali disponibili tutta la notte. Ma quanto di tutto ciò può avvenire in Italia se davvero la deregulation del commercio e degli altri servizi prenderà piede?


Anche noi abitanti del Belpaese, pur inguaribilmente politicisti, abbiamo cominciato a capire che a cambiare la vita alla fine non sono i grandi progetti declamati in campagna elettorale bensì le piccole e grandi iniezioni di modernità. La Tav che avvicina Milano/Roma a Bologna e Firenze, i supermercati aperti fino alle 22, i social network che incrociano le opinioni degli insonni. E oggi con la decisione del governo di prendere i dossier dai cassetti dell'Antitrust e farli diventar legge siamo di fronte a un (nuovo) passaggio di questo tipo. Sicuramente non arriveremo a tappe forzate verso una società h24 ma le novità che sono in cantiere potranno cambiare spezzoni della nostre abitudini quotidiane, almeno di coloro che abitano nelle grandissime città.


Prendiamo la decisione di rivedere la pianta organica delle farmacie. Significa che ne apriranno di più e che di notte o nei giorni festivi non ci dovrebbe essere più quella transumanza di automobilisti che consultano nervosamente tabelle e avvisi, chiamano con concitazione i familiari a casa, tutto per trovare l'agognata farmacia aperta dove però si dovranno mettere pazientemente in coda. Molte delle attuali parafarmacie dovrebbero fare il salto e specie nei piccoli centri l'offerta di punti vendita sanitari dovrebbe aumentare. Avremo anche noi nelle città catene come l'inglese Boots dove i medicinali sono esposti orgogliosamente come fossero formaggi o frutta esotica? È difficile, anche se l'Antitrust apre alla possibilità che si creino reti che colleghino fino ad otto farmacie e che quindi in teoria possono proporre al consumatore prezzi più convenienti e orari dilatati. Già oggi con le leggi vigenti è consentita ai farmacisti una certa flessibilità d'orario ma sono pochi (e malvisti) i titolari che ne hanno usufruito. Una novità importante che ci avvicinerà al modello anglosassone l'avremo però con i farmaci di fascia C che potranno essere venduti nei supermercati in appositi reparti con personale specializzato. I sostenitori della deregolazione giurano che non ci sarà solo maggiore libertà di scelta e più flessibilità negli orari ma che ci avvantaggeremo anche in termini di prezzi. Speriamo.


L'apertura dei supermercati alimentari di sera e di domenica ha già in qualche maniera inciso sulle nostre abitudini. È facile nel dì di festa trovare code alle casse perché gli italiani amano il pane fresco e pur di averlo si recano in pellegrinaggio alla Coop, all'Esselunga o da Carrefour e ovviamente comprano quasi sempre qualcosa d'altro. La flessibilità d'orario, almeno sulla piazza milanese, non è solo prerogativa dei grandi. Alcuni parrucchieri hanno cominciato a tener aperto fino alle 22 per permettere alle clienti di passare a tarda ora per tagliarsi i capelli, ritoccare il colore o anche solo farsi dare una pettinata prima di uscire a cena. Alcuni negozi di make up tengono aperto fino alle 21 per garantire il trucco dell'ultim'ora delle loro clienti affezionate. I bar hanno modulato la loro offerta diversamente, alla Zelig potremmo dire. Si adattano all'avvicendarsi dei diversi target. Al mattino servono caffè e brioche, all'ora di pranzo fanno da tavola fredda e nel pomeriggio organizzano l'happy hour. E dopo magari chiudono. Perché come sostiene Anna Zinola, docente di psicologia del marketing all'università di Pavia «è così che i piccoli negozi possono sopravvivere all'offensiva dei grandi». Non c'è bisogno di tenere aperto 24 ore ma di rapportare l'orario alle esigenze del cliente. Anche poche ore ma quelle giuste.


Tutte queste esperienze, che per ora vivono a livello sperimentale, in virtù delle annunciate nuove lenzuolate dovrebbero irrobustirsi e diffondersi anche nella città medie. È probabile che si verranno a creare piccoli distretti commerciali, zone come corso Buenos Aires a Milano o via Cola di Rienzo a Roma nelle quali i negozi resteranno aperti fino a mezzanotte. Oppure le organizzazioni dei commercianti di singoli quartieri potranno mettersi d'accordo per lanciare esperimenti del tipo Notte Bianca. Insomma, per farla breve, è difficile ipotizzare che avremo anche noi i corner shop gestiti da asiatici e diffusi come a Londra, è più probabile che nasca una via italiana all'orario lungo.


La ricetta che l'Antitrust ha scelto per liberalizzare i taxi è quella di raddoppiare le licenze però ciascun tassista ne avrà una in regalo come risarcimento. Potrà utilizzarla per mettere al lavoro la moglie o il figlio oppure potrà venderla. In questo modo a Roma si dovrebbe passare da 7.500 a 15 mila vetture. Nelle ore di picco in genere viaggia un terzo delle macchine e quindi capitolini e turisti avranno a disposizione in quei frangenti 5 mila taxi e non dovrebbero più fare le lunghe code di oggi a Fiumicino, alla Stazione Termini o in piazza di Spagna. È chiaro che questo ragionamento vale anche per Milano e forse per Firenze ma finisce qui. Nelle altre città italiane non c'è alcun bisogno di distribuire nuove licenze, l'offerta supera la domanda. I prezzi non dovrebbero cambiare a meno che l'accresciuta concorrenza non faccia sì che alcuni consorzi di tassisti mettano sul mercato soluzioni innovative. Come una card prepagata per fidelizzare i propri clienti oppure un'offerta-abbonamento a prezzi ridotti rivolta alle donne per il rientro a casa dopo le 24. È possibile anche che vedremo i primi tassisti extracomunitari anche perché la diffusione del navigatore satellitare ha reso non più indispensabile la conoscenza delle strade della città.
Sempre nel campo dei trasporti qualcosa potrebbe cambiare per i pendolari. L'affidamento dei servizi ferroviari locali a gara dovrebbe stimolare una concorrenza sulla qualità che oggi manca. In Emilia ne sta per partire una ma in questo caso e più in generale il modello prescelto non è quello anglo-thatcheriano (privatizzare tutto) bensì tedesco, dove un quarto dei trasporti locali su rotaia è gestito da soggetti diversi dalla compagnia leader, la Deutsche Bahn. Stiamo comunque parlando di novità che non si potranno realizzare almeno prima di tre anni in virtù dei contratti già in essere con le Ferrovie dello Stato.
A tempi più brevi ci sarà invece la possibilità per la grande distribuzione di vendere la benzina e i prodotti collegati. La difficoltà di ridurre il prezzo del carburante in Italia è legata, oltre allo straordinario peso fiscale, a una filiera eccessivamente lunga che vede la presenza ingombrante e costosa dei grossisti.

I grandi supermercati potranno spuntare, grazie alle più elementari economie di scala, prezzi più interessanti che dovrebbero poi trasferirsi al consumatore finale. In Francia dove è così da tempo nelle stazioni di servizio di Auchan o Carrefour la benzina costa il 10-15% in meno e qualcosa del genere si auspica che succeda anche in Italia dove gli stessi francesi sono presenti e dove un operatore come Coop ha grande voglia di entrare in campo. E del resto la grande distribuzione potrà usare la benzina come «prezzo civetta» per attirare clientela a cui sottoporre offerte commerciali di tutti i tipi. Nel campo dell'energia elettrica la liberalizzazione già c'è e una qualche forma di competizione tra operatori pure, gli effetti sulle tariffe non sono stati però così clamorosi da farne un caso di successo e novità a breve non sono previste, anche perché è rimasto irrisolto il nodo di Snam Rete Gas.


Arriviamo ai servizi professionali. L'Antitrust chiede al governo di abolire le tariffe minime. In alcune professioni, come ingegneri e architetti, sono già saltate mentre funzionano nei servizi legali. Il consumatore dovrebbe avvantaggiarsi della loro abolizione perché gli avvocati più giovani e che magari hanno studiato all'estero potrebbero presentarsi sul mercato, almeno in una prima fase, con politiche di prezzo aggressive almeno per le pratiche consulenziali più semplici. Del resto i grandi studi legali impongono tariffe rapportate al loro prestigio e quindi già operano in un regime di mercato libero. L'abolizione delle tariffe può avere qualche incidenza per chi deve rivolgersi a un dentista o a un commercialista, anche in questo caso per le operazioni più semplici. Se esaminiamo da vicino il business dei servizi odontoiatrici c'è da registrare che sono entrati massicciamente operatori stranieri come gli spagnoli di Vitaldent che possono, in virtù delle solite economie di scala e di un'organizzazione di tipo industriale, praticare prezzi molto concorrenziali e di conseguenza hanno già modificato il tradizionale rapporto tra il dentista e il suo cliente.


Una novità che potrà influenzare la scelta del professionista a cui rivolgersi riguarderà senz'altro la comunicazione commerciale. Già oggi vediamo timidi esperimenti di pubblicità e di marketing da parte di singoli professionisti o studi, molto spesso però gli Ordini intervengono per evitare che il fenomeno debordi e che la competizione a suon di slogan diventi troppo aggressiva. Ci dovremo abituare, invece, a trovare in metropolitana o in autobus i volti di dentisti, architetti e avvocati che ci invitano ad aver fiducia in loro e a servirsi della loro professionalità. A quel punto la deregulation avrà trionfato e le liberalizzazioni dell'Antitrust avranno prodotto i Giovanni Rana dell'arringa.

Dario Di Vico
twitter@dariodivico

7 gennaio 2012 | 8:19

da - http://www.corriere.it/economia/12_gennaio_07/viaggio_futuro_divico_7cee19ec-38ff-11e1-af60-0a4a95cfbebb.shtml


Titolo: Dario DI VICO - L’albero scosso
Inserito da: Admin - Gennaio 21, 2012, 12:12:15 pm
L’albero scosso

Per chi ha a cuore l’apertura della società italiana ieri è stata una giornata importante. Mai l’albero era stato scosso così, mai in un colpo solo un governo aveva preso una serie di provvedimenti di liberalizzazione tanto larghi e destinati a toccare tutte le categorie. Il sistema Italia per ripartire ha bisogno di un’iniezione di concorrenza e ci si è messi nella condizione di assecondare questo processo. Modalità e tempi di attuazione delle singole misure sono differenti tra loro e di conseguenza l’attuazione richiederà particolare vigilanza per non venir meno al principio di equità.

Altrettanta applicazione l’esecutivo dovrà porla nel rapporto con gli operatori dei settori liberalizzati. Per il retaggio delle tradizioni il mercato è percepito come una penalizzazione e non come occasione di crescita della categoria e delle singole persone. La paura è nemica della libertà anche nella sfera economica e se si può, con un sovrappiù di pedagogia, contribuire a vincerla si investe sul capitale umano. Quindi se con i tassisti, che pure avevano meritato il cartellino rosso, il governo ha saputo fare opera di ascolto, è bene che una eguale considerazione sia riservata, ad esempio, ai professionisti. Bene ha fatto Mario Monti a prendere di petto uno dei nodi della scarsa competitività del sistema Italia, il costo dell’energia.

Le prime scelte compiute in materia di gas vanno nella giusta direzione e la loro corretta applicazione, legata allo scorporo della Snam dall’Eni, va incoraggiata. Rimane, caso mai, il rimpianto che pari determinazione non si sia avuta per i petrolieri, i servizi postali, il trasporto ferroviario e il rapporto tra banche e clienti. Con un pizzico di ottimismo pensiamo però che al governo non mancheranno occasioni future per completare l’opera. Due misure ci preme sottolineare per la doppia valenza, concreta e simbolica.

La possibilità di creare start up guidate da giovani, con un capitale di un euro e struttura giuridica semplificata, rende esplicita la finalità prima delle liberalizzazioni nella nostra società ingessata: includere le nuove generazioni e responsabilizzarle nella creazione di valore. Altrettanto significativa è l’istituzione del Tribunale delle imprese, destinato a velocizzare l’esame del contenzioso e renderci più attrattivi agli occhi di quegli investitori esteri che hanno sempre lamentato la farraginosità del nostro sistema giudiziario.

Dal ridisegno dei poteri e delle competenze nel settore strategico dei servizi un ruolo chiave viene ad assumerlo la costituenda Authority delle reti e dei trasporti. L’ampiezza delle materie che ricadranno sotto la sua giurisdizione rende, di conseguenza, ancora più delicata la scelta degli uomini e del modus operandi. Di un nuovo Moloch faremmo volentieri a meno.

Dario Di Vico

21 gennaio 2012 | 7:37© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_21/l-albero-scosso-dario-di-vico_7b37e130-43f6-11e1-8141-fee37ca7fb8c.shtml


Titolo: Dario DI VICO - CONFINDUSTRIA TRA BOMBASSEI E SQUINZI
Inserito da: Admin - Febbraio 13, 2012, 11:21:53 pm
CONFINDUSTRIA TRA BOMBASSEI E SQUINZI

Chi guiderà gli imprenditori

Finora il confronto tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi per la presidenza della Confindustria è vissuto quasi esclusivamente attorno all'abolizione dell'articolo 18. Fortunatamente, però, da qui al 22 marzo c'è tutto il tempo per rimediare, magari a cominciare già da domani a Bologna quando i due concorrenti incontreranno gli industriali emiliani. Del resto, se questi dibattiti fossero aperti e fosse previsto un contraddittorio all'americana la qualità delle rispettive proposte verrebbe fuori con maggior nettezza e trasparenza.

Ma quali sono i temi sui quali è interessante approfondire il punto di vista di Bombassei e Squinzi? Vale la pena forse cominciare proprio dall'organizzazione che andranno a dirigere. In un'intervista concessa al Corriere nel gennaio 2011 Emma Marcegaglia indicò un dettagliato piano di riforma della Confindustria. Molte misure sono rimaste sulla carta, magari solo per il sopravvenire di scadenze più urgenti, ma il nuovo presidente dovrà impegnarsi a fondo per ridurre il peso della burocrazia interna. Convegnite, duplicazione di strutture, rimodulazione dei servizi offerti alle imprese sono alcuni degli snodi da affrontare e se i contendenti assumessero da subito impegni precisi se ne gioverebbe l'immagine stessa della confederazione.

Più in generale, infatti, si può dire che le stagioni migliori della Confindustria, da Angelo Costa in poi, sono risultate quelle in cui la sua azione è riuscita a legarsi a un'idea di Paese, alle esigenze di modernizzazione anche di chi non possiede un'impresa. Basti pensare al processo di apertura dei mercati o all'adesione al processo di integrazione europea. Nessuno chiede a Viale dell'Astronomia di rinunciare alla funzione primaria di sindacato delle imprese, ma visto il momento che viviamo non è esagerato chiedere a Bombassei e Squinzi di indicare quale società immaginano, quale possa e debba essere il futuro dell'Italia. In fondo, se la Confindustria gode di tanta considerazione è perché tutti la quotano come parte insostituibile della classe dirigente. E da questa responsabilità non ci si può dimettere.

Proporsi come classe dirigente dell'Italia 2020 vuol dire proseguire lungo il percorso di privatizzazione e liberalizzazione delle strutture di un Paese invecchiato. Per farlo con credibilità occorre però render conto di come si è operato nel recente passato. Non ci si deve sottrarre ai bilanci e alle autocritiche. Troppe volte, infatti, un monopolio pubblico si è trasformato in uno privato senza che l'associazione degli imprenditori facesse sentire la sua voce. Mentre un pezzo importante dell'industria italiana si ristrutturava e si metteva in gioco sui mercati internazionali - le aziende di Bombassei e Squinzi, la Brembo e la Mapei ne sono due esempi - c'era un'altra fetta che ambiva solo a diventare «imprenditore della concessione» e a dotarsi di una robusta protezione politica. Resta così la sensazione che, mentre l'economia italiana si muoveva in una prospettiva privatistica e Partecipazioni statali più Intersind venivano sciolte, un po' di quello spirito - certamente non il migliore - sia trasmigrato nel campo degli industriali privati. Il capitalismo di relazione non è solo intreccio «cucciano» di piccole partecipazioni finanziarie, è anche un'antropologia, un modo di viversi come imprenditori a bassa intensità.
Sarebbe di grande interesse anche se i candidati entrassero nel merito delle scelte di politica industriale.

L'esperienza Brembo e Mapei è quella di un made in Italy competitivo dal punto di vista tecnologico e capace di creare valore; è probabile quindi che entrambi estendano questo messaggio a tutte le imprese. Continuare sulla strada della specializzazione, non stancarsi mai di innovare. Ma cosa dirà la Confindustria a quegli associati, mettiamo i produttori di elettrodomestici, che sostengono apertamente che non c'è alternativa alla delocalizzazione? Li scoraggerà o tenterà di elaborare un mix funzionale tra innovazione di prodotto e luogo di produzione? Sempre in materia di politica industriale c'è da affrontare il destino delle piccole imprese che rappresentano - non lo si dimentichi - l'85% degli associati. Non è forse giunta l'ora di modernizzare le relazioni tra grandi e piccoli favorendo il massimo delle aggregazioni ma anche mutuando le pratiche migliori di accorciamento della filiera, di partnership con i fornitori, di creazione di reti di impresa?

Infine, una competizione leale sulla leadership del mondo industriale italiano non può eludere il nodo del credito. I piccoli si vedono chiudere dalle banche i rubinetti mentre il dialogo di vertice tra Confindustria e Abi non è stato mai così fitto e collaborativo. È politicamente scorretto chiedere a Bombassei e Squinzi di mettere in secondo piano la diplomazia interassociativa e programmare con i banchieri «un bagno di sincerità» per affrontare il rischio credit crunch ? Molti loro elettori si aspettano che lo facciano.

twitter@dariodivico

Dario Di Vico

13 febbraio 2012 | 7:41© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_febbraio_13/di-vico-chi-guidera-gli-imprenditori_79d9213e-560a-11e1-b61e-fac7734bea4a.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Riflessi condizionati
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2012, 11:56:13 am
Riflessi condizionati

Due giorni fa il ministro Elsa Fornero al presidente dell'Associazione bancaria Giuseppe Mussari, che le chiedeva maggiori ragguagli sulle intenzioni del governo in materia di flessibilità in uscita, ha risposto come si fa con uno studente: «Lei vorrebbe sapere subito il voto che prenderà alla fine». In questo episodio, o se preferite in questa gag, sono racchiuse molte delle contraddizioni di una trattativa che non sta facendo passi avanti. Il presidente del Consiglio ribadisce in tutte le sedi italiane ed estere la sua ferma determinazione a procedere anche senza l'accordo dei sindacati, i ministri raccontano alle parti sociali i capitoli sui quali vogliono intervenire (ma non le vere soluzioni che hanno in testa), industriali e confederali si guardano attoniti e quando è il loro turno al microfono balbettano. È questo il quadro che ha fatto prendere al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, una decisione difficile. Il cartellino giallo che ieri ha sventolato davanti a Mario Monti serve a saldare un fronte neo-laburista tra la sinistra e le organizzazioni sindacali (e non più la sola Cgil), ma assegna di nuovo al Pd la patente di partito della conservazione e dell'immobilismo. Bersani non si sarebbe sicuramente mosso se non avesse percepito il profondo disagio e ascoltato le richieste di aiuto della rappresentanza sociale. Ma sa che, se sbaglia, il conto lo pagherà di persona.

La verità è che la politica è dovuta tornare in gioco perché si assiste a una sorta di rassegnazione che ha pericolosamente contagiato i vertici della rappresentanza, sia essa d'impresa o del lavoro. Al governo che indica, magari in maniera didascalica, la necessità di una profonda revisione delle distorsioni di un welfare imperfetto, la risposta che arriva dalle parti sociali assomiglia alla pigra difesa dello status quo. Come se piegate dai colpi della Grande Crisi le rappresentanze avessero ceduto la primogenitura del cambiamento.

Una volta era dai convegni confindustriali o da qualche elaborazione sindacale eterodossa che venivano le provocazioni più lungimiranti, le sfide più intriganti per affrontare le contraddizioni dello sviluppo. In qualche caso il passo si rivelava troppo più lungo della gamba, ma la tensione a innovare era sempre fortissima, costituiva l'identità stessa di quel lavoro. Oggi no, industriali e sindacati sono dei giocatori di shanghai che hanno paura di toccare i bastoncini e di far venir giù tutto. E così facendo si consegnano all'inerzia, riconoscono l'ingiustizia di molti dei meccanismi in vigore, ma hanno paura di disegnarne di più equi. Qualcuno di loro, più consapevole di ciò che sta avvenendo, ma anche più cinico, pensa in questo modo di riuscire a non sporcarsi le mani, di salvarsi l'anima e alle brutte di lasciar fare al premier Mario Monti. «Tanto con lo spread che scende - si sente dire - lui avrebbe sempre e comunque ragione. E noi sempre e comunque torto». Qualcun altro, vista la difficoltà, ha però preferito cercare un partito amico e bussare a casa Bersani.

Si consuma così tra pigrizie e ultimatum l'ennesimo paradosso. Mentre tutto cambia e gli italiani si chiedono con frequenza quotidiana che fine farà il loro Paese e persino la bistrattata politica si interroga da dove/come ripartire, la rappresentanza appare immobile nelle certezze esibite. In fondo è rimasta la stessa dei tempi della Prima Repubblica, i soggetti protagonisti sono ancora quelli delle epiche battaglie sulla scala mobile e si ripresentano all'appuntamento con il nuovo tabù, l'articolo 18, come se niente fosse successo nel frattempo, da Bettino Craxi a Monti.

Sia chiaro, nessuno dimentica i meriti dei corpi intermedi e tanto meno chiede loro di sparire dalla scena: le società complesse hanno bisogno di infrastrutture di coesione e persino i conservatori inglesi che una volta sostenevano con la Lady di ferro «la società non esiste», oggi la propugnano in taglia «big». Ma è pur vero che la rappresentanza italiana in un quarto di secolo abbondante non è stata nemmeno capace di concepire un'autoriforma degna di questo nome e rischia di consegnarsi al futuro con le mani legate. Per salvare il nostro welfare, però, e per evitare di passare alla storia come la generazione del default, ci tocca riprendere confidenza con il verbo «cambiare».

E allora, prima di rassegnarsi, industriali e sindacati dovrebbero fare in fondo il loro mestiere, partire dai problemi e individuare delle soluzioni coraggiose. Li staremo sicuramente ad ascoltare. Perché se, come dicono i leader sindacali in privato, «non si può lasciare al solo Monti il compito di disegnare l'Italia di domani», il modo per evitarlo è solo uno: mettersi in gioco. Non è stagione per leadership stanche.

Dario Di Vico

22 febbraio 2012 | 7:30© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: Dario DI VICO - LIBERALIZZAZIONI E LOBBY
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2012, 05:02:46 pm
LIBERALIZZAZIONI E LOBBY

Supplemento di coraggio

I racconti che ieri venivano dai cronisti parlamentari ci hanno riportato, anche solo per qualche ora, ai tempi della Prima Repubblica.
Con la commissione Industria del Senato, di cui è vicepresidente un intramontabile Giuseppe Ciarrapico, che decide di sbarrare le porte ai lobbisti. E che per proteggere le votazioni in corso sulle liberalizzazioni alla fine adotta il metodo della campanella. Nessuno scandalo, per carità, solo l'annotazione di come nella stagione del governo tecnico i partiti subiscano quasi fisicamente l'assedio dei gruppi di pressione, che invece anche nelle mutate condizioni sembrano conservare intatta la loro force de frappe . Ma quale che sia alla fine l'orientamento delle commissioni parlamentari, il governo non può permettersi assolutamente di segnare il passo. Liberalizzazioni e lavoro costituiscono quasi simbolicamente un unico banco di prova per l'esecutivo presieduto da Mario Monti. Rappresentano l'irrinunciabile pars construens dell'azione di governo.

La verità infatti è che in questo scorcio di febbraio, nel quale fortunatamente lo spread ha preso a camminare a mo' di gambero, è avvenuto senza che ce ne accorgessimo uno slittamento lessicale. Abbiamo, tutti, sempre maggior pudore a pronunciare o a scrivere la parola «crescita». Ci siamo forse inconsapevolmente arresi all'idea che lo sviluppo non si fa per decreto, che a Palazzo Chigi - come direbbe un redivivo Nenni - non ci sono quei mitici bottoni da premere per generare immediatamente fatturato e posti di lavoro. Abbiamo capito che invertiremo la tendenza del Pil solo quando le condizioni di contesto internazionale saranno più favorevoli e i nostri imprenditori avranno ritrovato coraggio e spazio per le loro iniziative. Ma proprio perché abbiamo compreso che anche i migliori tra i tecnici non possiedono nella loro dotazione la bacchetta magica pro crescita, dobbiamo essere intransigenti sulle liberalizzazioni e il lavoro. Lo dobbiamo non perché il medico ci ha prescritto di essere obbligatoriamente liberali ma perché quella crescita che è oggi fuggita dai nostri discorsi domani potrà rientrarvi proprio in virtù delle condizioni di apertura dei mercati e di massimizzazione delle chance dei giovani che avremo creato.

Ieri il governo ha pubblicato sul suo sito un documento che riepiloga in maniera ordinata ed efficace i provvedimenti adottati nei primi 100 giorni. Chapeau . Ma non è un caso che quel documento cominci con le misure del rigore, con il salva Italia. È questa finora la cifra dell'azione del governo e lo diciamo non certo per sminuire il valore e il coraggio di alcune scelte come il completamento della riforma previdenziale. Se lo spread è sceso, se tutti gli osservatori internazionali concordano nel dire che Monti «ha fatto un lavoro eccezionale» - lo ha ricordato anche l'ambasciatore cinese Ding Wei - è perché i mercati hanno capito che gli italiani stavolta fanno sul serio. Ma siccome la cultura degli uomini che ci governano non è meramente rigorista, il passaggio su liberalizzazioni e lavoro serve a far emergere l'intera caratura del gabinetto Monti. Non si abbia timore, se dovesse essere necessario, di presentare un maxiemendamento che protegga la scelta di separare Snam da Eni, che non lasci ai Comuni l'intera potestà della liberalizzazione del servizio taxi, che sia coerente nell'aprire i servizi finanziari e assicurativi. Quel maxiemendamento si rivelerà una clausola di salvaguardia non solo per il corretto iter parlamentare del provvedimento ma anche del rapporto di fiducia con il Paese reale.

twitter@dariodivico

Dario Di Vico

twitter @dariodivico

25 febbraio 2012 | 7:35© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: Dario DI VICO - Professioni, chi si sente trattato molto male
Inserito da: Admin - Marzo 02, 2012, 11:37:54 pm
La mobilitazione

Professioni, chi si sente trattato molto male

Non bisogna però assolutamente pensare di trovarsi agli albori di un inevitabile declino


Per chi crede che «la società esiste» il professional Day di oggi è comunque una buona notizia e un'occasione. Con tutta evidenza si tratta di una mobilitazione che nasce in risposta ai progetti governativi di liberalizzazione ma è anche abbastanza chiaro come abbia radici più profonde. Il malessere dei professionisti italiani affonda nella crisi ed è importante che la mobilitazione individui nella crisi il vero avversario.

Abbiamo dietro di noi più di due anni che hanno portato a una silenziosa ristrutturazione dell'offerta di servizi professionali, a un allargamento del fossato tra senior e junior, a uno schiacciamento verso il basso della stessa identità sociale. Secondo una ricerca della Camera di commercio un terzo dei professionisti milanesi ha visto peggiorare il tenore di vita suo e della famiglia e il 60% dei giovani architetti, avvocati, psicologi tende a identificarsi come «precario». Se dall'analisi delle condizioni mediane ci spostiamo a considerare le eccellenze dobbiamo anche qui registrare come la nostra capacità di esportare servizi professionali non stia attraversando certo il suo periodo migliore. Constatato che la crisi ha minato la forza e l'autostima del professionalismo italiano non bisogna però assolutamente pensare di trovarsi agli albori di un inevitabile declino.

I trend di lungo periodo ci dicono il contrario, ci parlano di un'economia che bene o male si terziarizza e che quindi ha maggior bisogno di un modello professionale giudicato come il più adatto a esprimere le potenzialità della società della conoscenza. La crescente complessità dei sistemi socioeconomici chiede più differenziazione e specializzazione. Non basta più l'avvocato generalista o civilista, ma ci vuole il matrimonialista, il giuslavorista, l'esperto di diritto societario, internazionale, amministrativo e via di questo passo. Ma non è tutto. I nuovi servizi legati a innovazione e tecnologia stanno facendo crescere professioni diverse dal passato. Si pensi a quelle di tipo creativo o a quelle legate all'economia del tempo libero.

Come ha mostrato un'altra ricerca comparata, condotta dal professor Paolo Feltrin, rispetto a queste novità non esiste per ora un solo modello nazionale di regolazione e sviluppo. Ognuno nei Paesi europei nostri partner ha affrontato il problema secondo le sue tradizioni e specificità. Non esiste una sola formula europea, dunque, anche se Bruxelles si è sempre spesa per la liberalizzazione e la concorrenza nei servizi professionali. La debolezza dell'approccio Ue è stata sempre quella di tener presente solo il consumatore e di tutelare solo il suo sacrosanto diritto di poter spender meno ma il Bruxelles-pensiero non ha saputo rispondere all'altrettanto legittima richiesta di riconoscimento identitario e di garanzia della qualità avanzata dagli organismi professionali nelle differenti realtà nazionali. È chiaro che l'iniziativa del governo italiano si muove in qualche modo nel solco dell'elaborazione europea, ne recepisce lo spirito pro concorrenza ma si ferma lì, non fa quel passo in avanti che una strategia di uscita dalla crisi delle professioni richiederebbe.

La speranza però è che il mondo delle professioni non si chiuda a riccio ma usi sia il confronto con il governo sia le occasioni di mobilitazione interna per affinare la propria elaborazione, per fare i conti con il mercato magari in maniera originale. Non si può pensare che le professioni possano vivere di una sorta di "bolla", fuori dalle regole dell'economia e fuori dai processi di internazionalizzazione. Se i professionisti si proclamano (giustamente) gelosi della propria autonomia intellettuale e vogliono evitare di essere assimilati tout court alle logiche che regolano l'impresa capitalistica non c'è niente di scandaloso, anzi. Si possono trovare delle forme societarie che garantiscano la peculiarità del professionalismo e allo stesso tempo facciano sì che il settore attragga quelle risorse necessarie per investire, essere competitivi, esportare le nostre competenze all'estero. La strada che abbiamo davanti è sicuramente lunga, forse non è tutta dritta ma sarebbe importante che almeno si cammini tutti nella stessa direzione.

Dario Di Vico

twitter@dariodivico

1 marzo 2012 | 10:53© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_marzo_01/divico-professionisti-day_9d1f68e8-6383-11e1-b5fe-fe1dee297a67.shtml


Titolo: Dario DI VICO - «Non siamo un servizio pubblico Le banche devono guadagnare»
Inserito da: Admin - Marzo 04, 2012, 05:05:08 pm
«Ci aspettiamo che il provvedimento sulle commissioni cambi.»

«Non siamo un servizio pubblico Le banche devono guadagnare»

Mussari: ma adesso va ricucito il rapporto con il Paese reale


«Va ricostruito un rapporto di fiducia tra le banche e il Paese reale». Per farlo bisogna essere più bravi nel selezionare il credito, fornire maggiore trasparenza ai clienti, calmierare le retribuzioni dei top banker. Siamo a 48 ore dal clamoroso strappo che ha visto il comitato di presidenza dell'Abi dimettersi in polemica con l'approvazione dell'azzeramento delle commissioni su affidamenti e sconfinamenti e il presidente Giuseppe Mussari si è munito di ago e di abbondante scorta di filo. Non vuole guerre, pensa a ricucire ed è preoccupato dell'ostilità della società civile. «Ho letto su Corriere.it i commenti dei lettori agli avvenimenti di questi giorni. Ne ho trovati di positivi e di molto negativi, in qualche caso a ragione ma sovente a prescindere dal merito dei problemi. Per questo è necessario che con il principio dei nostri padri, ex malo bonum, da questo conflitto se ne esca con un dibattito pubblico che chiarisca cosa sono e cosa debbono fare le banche. Non voglio che restino ambiguità e veleni. Viviamo di economia reale e di fiducia, non possiamo passare come il capro espiatorio della crisi».

Però la senatrice Fioroni che ha proposto l'emendamento da voi contestato in Parlamento è considerata un'eroina. È possibile che tutti i senatori siano diventati populisti?
«È chiaro che se c'è ostilità nella società civile ce ne sarà anche nel mondo politico. Ma non le dirò nemmeno una parola contro questo Parlamento. In una situazione politica inedita le Camere stanno facendo un grande lavoro. Valutano i provvedimenti del governo, li cambiano e poi li votano. Se Monti ha il successo che merita è anche perché ha una maggioranza che tiene. Poi si possono prendere delle decisioni sbagliate, come nel nostro caso, ma in democrazia ci sta. Ciò detto è bene che il provvedimento venga rivisto e torni alla formulazione originaria. E sarebbe comunque utile che i parlamentari nel ragionare di banche rinunciassero a un'ostilità preconcetta».

Il Parlamento non vi ama ma il governo avrebbe dovuto difendervi. Non è l'esecutivo dei banchieri?
«Solo un matto poteva pensare che in una situazione di emergenza del Paese Monti potesse dar vita a un governo attento agli interessi di una sola categoria di imprese».

Ma una protesta così radicale come le dimissioni non l'avevate messa in atto nemmeno contro Tremonti, eppure un giorno sì e uno no vi criticava e vi aveva messo i prefetti alle calcagna. Vi sentite orfani del governo Berlusconi?
«Guardi i miei genitori sono in salute e quindi non rientro nella categoria. E le dico di più: diamo un giudizio positivo dell'azione complessiva del governo che sta interpretando la voglia di riscatto degli italiani».

Nel governo Monti c'è un ex banchiere Corrado Passera. Non avrebbe dovuto rappresentare o almeno interpretare il turbamento del vostro mondo?
«Le premetto che Corrado è un amico. Mi sembra però che la sua scelta di lasciare il precedente mestiere sia avvenuta all'insegna dell'interesse generale e basta vedere, con il criterio che oggi va di moda, la differenza tra quanto guadagnava prima e quanto guadagna ora per averne la riprova. Ha scelto di fare il ministro, non il sindacalista dell'Abi».

Se tutti, Parlamento/Monti/Passera stanno operando con onestà intellettuale, dove risiede la causa di un conflitto così lacerante?
«Non è chiaro che le banche sono imprese e hanno il diritto/dovere di fare profitti. Non possiamo essere servizio pubblico perché è in contrasto con la nostra natura giuridica e i milioni di azionisti che abbiamo, perché cozza con le scelte privatistiche che il Paese ha fatto per tempo e il modello adottato in tutto il mondo. In più le ricordo che mentre nel resto d'Europa gli Stati hanno usato i pacchetti anticrisi per salvare le banche, spendendo duemila-miliardi-di-euro, da noi i soldi sono stati impegnati per tamponare gli effetti sociali della crisi. Le pare un merito da poco?»

Ma è proprio un sindacalista, Raffaele Bonanni, a invocare una legge che fissi la funzione sociale delle banche.
«Bonanni non dice mai cose banali ma una legge no. Le banche sono imprese private capaci di far propri obiettivi di responsabilità sociale. La nostra rotta guarda all'economia reale ma se non siamo capaci di remunerare il capitale dove prendiamo le munizioni da dare alle imprese?»

Siete tutte, dunque, banche di sistema?
«Non nell'accezione che sistemiamo o aggiustiamo le cose. Non dimentichi che agiamo in regime di concorrenza e dobbiamo essere più profittevoli del concorrente. Anche per questo motivo un regime di prezzi amministrati non ha senso».

Ma il vostro rapporto con il regolatore, la Banca d'Italia, appare sofferto. E non da qualche mese.
«È un rapporto corretto e leale. E sottoscrivo tutte, dico tutte, le cose che il governatore Visco ha detto al Forex di Parma. A cominciare dalla richiesta che ci ha fatto di migliorare ulteriormente la nostra capacità di selezionare il credito».

Gli imprenditori sostengono che lo selezionate così tanto che non lo date a nessuno. Così i Piccoli inneggiano a Draghi e alla Bce che ha allargato i cordoni della borsa e ce l'hanno con voi che quei soldi ve li siete tenuti.
«Non l'annoio con ragionamenti tecnici ma le assicuro che ci sono tempi di implementazione delle decisioni della Bce che non possono essere saltati. Ho invitato le banche a dimostrare come sin dai dati di marzo si possa registrare un'inversione di tendenza. Il credito sta ritornando ad affluire alle imprese. Sappia però che le richieste per nuovi investimenti sono largamente minoritarie, ci chiedono fidi per l'attività corrente. E poi in queste settimane non siamo stati con le mani in mano: abbiamo firmato l'avviso comune per la seconda sospensione dei mutui, la cosiddetta moratoria. Le assicuro che anche quella costa».

Nel rapporto con l'opinione pubblica pesa come un macigno la scarsa trasparenza degli estratti conto e la numerosità dei balzelli e delle commissioni. Da quanto tempo promettete novità senza produrne?
«Stiamo lavorando da due anni con le associazioni dei consumatori per ridisegnare le nostre comunicazioni con la clientela retail con lo slogan della trasparenza semplice. Mi impegno ad accelerare non perché mi illuda che le banche diventino simpatiche. Vorrei però perlomeno evitare il contrario».

Non si tratta solo di trasparenza. Lei sa meglio di me che la clientela guarda il tasso di remunerazione dei depositi lo confronta con quello dei prestiti e vede uno spread ingiustificato.
«Le rispondo senza infingimenti: per i costi della struttura, la necessità di remunerare il capitale e per il rischio che ci assumiamo non si può evitare una proporzione di uno a tre tra tasso dei depositi e tasso degli impieghi».

Ancora ieri il governatore Visco ha richiamato il tema delle alte retribuzioni dei vostri manager. Nell'immaginario collettivo i banchieri sono visti come dei gatti che sono ingrassati anche in tempo di crisi.
«Da tempo sostengo che vada fissato un parametro tra retribuzioni dei top manager e paghe medie in azienda. Come presidente dell'Abi ho scritto una lettera alle banche proponendo che per i prossimi tre anni gli stipendi non salgano e il 4% della retribuzione dell'alta dirigenza vada ad alimentare un fondo per l'occupazione giovanile. Siccome la misura è stata approvata penso proprio che quel fondo nascerà».

Lei finora ha esposto i suoi intendimenti di medio periodo ma sul breve che farete? Se non sarà cambiato il provvedimento dello «scandalo» ricorrerete alla Consulta, ritirerete dai negozi i punti Pos?
«Le dimissioni segnano una discontinuità profonda, un prima e un dopo, non sono legate al cambiamento della norma che pure chiediamo. È stato convocato consiglio e comitato esecutivo Abi e collegialmente valuteremo il da farsi. Il mio auspicio è che si apra un dibattito sulla natura delle banche italiane, che venga fuori chiaramente quale è la nostra natura e quale deve essere il nostro ruolo. Vorremo essere trattati come tutte le altre imprese da cui si esige concorrenza e trasparenza ma alle quali non vengono imposti prezzi amministrati o servizi gratuiti. Le pare che stia chiedendo la luna?»

Dario Di Vico

4 marzo 2012 | 9:57© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_marzo_04/non-siamo-un-servizio-pubblico-le-banche-devono-guadagnare-dario-di-vico_66d690d2-65d0-11e1-be51-f4b5d3e60e3d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Riforme Senza Veti
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2012, 03:02:23 pm
IL GOVERNO E IL LAVORO

Riforme Senza Veti

La buona notizia è che il governo ha deciso di accelerare i tempi e di varare nell'arco di una decina di giorni gli attesi provvedimenti sul lavoro. La brutta è che dovendo prevedere misure a costo zero l'esecutivo guidato da Mario Monti non riesce ad offrire a sindacati e industriali i termini per costruire un nuovo scambio. Da qui la turbolenza della tarda serata di ieri (Raffaele Bonanni ha parlato di «ecatombe sociale») sulle questioni legate alla tutela dei lavoratori messi in mobilità dopo un processo di ristrutturazione. È presto per capire se queste incongruenze risulteranno decisive, certo è che la tela che porta all'accordo appare fragile.

Per come si vanno delineando i provvedimenti si dovrebbero basare su tre punti-chiave: riordino dei contratti con piena valorizzazione dell'apprendistato, semplificazione degli ammortizzatori sociali con la loro estensione, ridimensionamento dei poteri di veto dell'articolo 18. Senza voler sminuire affatto l'operato del governo che - va ricordato - ha dovuto mettere d'accordo posizioni distanti tra loro, è chiaro come si tratti di una «riformetta». Un vero cambio di paradigma, che avesse conservato intatta l'ambizione di riscrivere le regole del mercato del lavoro in senso universalistico, si sarebbe dovuto basare sull'unica ricetta organica avanzata in questi mesi, la flexsecurity.

Siamo però in recessione ed è difficile pensare di ricollocare in tempi brevi i lavoratori in esubero dalle riorganizzazioni aziendali, come purtroppo dimostra il caso Electrolux che pure responsabilizzava l'impresa e prevedeva servizi di outplacement. I sindacati e la Confindustria hanno avuto quindi buon gioco nel sottolineare il rischio di un salto nel buio nella fase che sarebbe passata tra abolizione delle vecchie tutele e partenza del nuovo sistema, almeno nelle modalità inizialmente proposte da Elsa Fornero. È dai tempi della commissione Onofri della metà degli anni 90 che l'obiettivo del riequilibrio delle chance tra garantiti e non garantiti e di una più equa distribuzione delle risorse del welfare è sul tappeto e sicuramente quelle di oggi non sono le condizioni economiche più agevoli per condurlo in porto.

Su un terreno più politico e soggettivo non va dimenticato come il vero blitz il governo Monti lo abbia fatto scattare con il completamento della riforma previdenziale e questa consapevolezza, unita al calo dello spread, sembrerebbe aver reso meno necessario un «momento Thatcher», una rottura verticale con le parti sociali. L'Europa non ci chiede «lo scalpo» dei sindacati, per usare la colorita espressione di Susanna Camusso, ma provvedimenti coerenti sì. Proprio per questo motivo i passaggi che ci attendono da qui ai prossimi dieci giorni saranno decisivi. Questa volta non tanto per i mercati finanziari ma per quelle aziende straniere dell'economia reale che hanno depennato l'Italia dalla lista delle loro priorità di investimento e che invece dobbiamo far tornare a credere nel nostro sistema. Loro, per prime, non capirebbero un governo che si arrende ai veti.

Dario Di Vico

twitter@dariodivico13 marzo 2012 | 7:49© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_13/riforme-senza-veti-dario-di-vico_76d17720-6cd5-11e1-b7b3-688dd29f4946.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La protesta dei Piccoli: «Figli di un Dio minore»
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2012, 04:42:04 pm
Riforma

La protesta dei Piccoli: «Figli di un Dio minore»

Il negoziato sul lavoro ha obbedito ancora una volta al vecchio format triangolare governo-Confindustria-sindacati.

Malessere anche da parte di Acta: «Non sanno nulla degli autonomi»

I Piccoli ancora esclusi dalla concertazione attaccano la prassi corrente

MILANO - Giovedì Marco Venturi ha fatto persino il giro delle «tre chiese». È stato da Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini per manifestare tutta l'insoddisfazione di Rete Imprese Italia, di cui è portavoce, verso le conclusioni a cui sta arrivando il negoziato sul lavoro. La battuta migliore gliel'ha fatta Bersani: «Mi sembra di stare su un autobus in cui tutti hanno qualcosa da dire sull'autista, ma si rivolgono al bigliettaio perché sia lui a rappresentare il loro malumore» .

Scherzi a parte il massimo rappresentante di commercianti e artigiani ha ricevuto ampie rassicurazioni da tutti ma a Rete Imprese Italia non si fanno illusioni. Il negoziato sul lavoro ha obbedito ancora una volta al vecchio format triangolare governo-Confindustria-sindacati, quello che ha dominato il nostro Novecento e che si pensava dovesse andare in soffitta. Come Venturi la pensano anche le associazioni delle partite Iva. Quel triangolo le ha escluse persino dal tavolo e Anna Soru, presidente di Acta (l'associazione dei consulenti del terziario avanzato) sostiene che tutti coloro che nel governo o nei partiti si occupano della riforma continuano «a pensare solo dentro gli schemi del lavoro dipendente e non sanno niente di quello autonomo».

È chiaro che dovendo affrontare lo spinosissimo tema dell'articolo 18 il governo Monti non potesse pensare di depotenziare il confronto con i sindacati confederali e la Confindustria ma artigiani, commercianti e partite Iva si aspettavano comunque qualche segnale di novità in chiave universalistica e non concertativa. Delusi, ora sfogano il loro mugugno. Raccontano come Cgil-Cisl-Uil e industriali comunque siano riusciti a negoziare con il governo e a ottenere partite di scambio mentre Rete Imprese è partita con un documento ed è arrivata alla fine sostanzialmente con il medesimo testo senza che nel mezzo ci fossero avvicinamenti, compromessi e mezzi risultati. In termini calcistici si direbbe che Venturi è uscito dal campo con la maglia intonsa perché non ha visto palla e non ha dovuto nemmeno correre. Già in sede di decreto Salva Italia e di completamento della riforma previdenziale artigiani e commercianti avevano dovuto mandar giù qualche boccone amaro. In primis l'aumento dei contributi pensionistici che entro il 2014 comporterà per i loro associati un maggior esborso di 2,7 miliardi. L'aumento dell'Imu e tutta un'altra serie di piccoli balzelli sono stati un altro dispiacere e secondo i conti di rete Imprese graveranno per circa 5 mila euro aggiuntivi su ciascuna impresa.

Venturi e gli altri speravano che i rospi finissero qui. E invece l'introduzione dell'Aspi, la nuova indennità di disoccupazione comporterà per le Pmi un aggravio di 1,2 miliardi di cui almeno la metà aggiuntivi ai contributi versati oggi. Non è tutto. Rete Imprese aveva chiesto che le risorse aggiuntive per allargare le tutele degli ammortizzatori sociali fossero compensate da una diminuzione dei soldi che le imprese versano per Inail e malattia. Due gestioni che sono fortemente e, sostengono gli artigiani, "inutilmente" in attivo. Non se n'è fatto nulla. Il quaderno delle doglianze dei Piccoli si chiude con le maggiorazioni di costo sui contratti a tempo determinato che comunque renderanno più rigida la flessibilità in entrata, un ossimoro. Lo stesso vale per Confindustria ma le grandi imprese porteranno comunque a casa la revisione dell'articolo 18 e certamente non è poca cosa dal punto di vista simbolico.

Tra le partite Iva i mugugni sono ancora più forti. L'impressione è di essere rimasti "figli di un Dio minore" anche in un contesto politico che si era prefissato l'obiettivo di allargare la platea dei rappresentati. E invece, ad esempio, l'intervento sulle finte partite Iva riguarderà solo le professioni non ordinistiche, ricalcando quindi una vecchia bipartizione che ha mandato da sempre in bestia consulenti e knowledge worker. In più i criteri per individuare la finzione sono la monocommittenza e la fruizione di una postazione di lavoro presso il committente. «Ma ciò richiede l'azione degli ispettori del lavoro. E allora se entrano in gioco gli ispettori sono molte le cose che vorremo far verificare» dicono ad Acta. La considerazione più amara riguarda però l'aumento dei contributi previdenziali: c'è il fondato sospetto che li si voglia far salire, per parasubordinati e partite Iva, dall'attuale 28% fino al 33% e quest'operazione per Soru è «inaccettabile».

Dario Di Vico

twitter@dariodivico

16 marzo 2012 | 8:09© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_marzo_16/protesta-piccoli-noi-figli-di-dio-minore-divico_d34d301a-6f33-11e1-8ee0-fb515f823613.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I veti fuori dal tempo
Inserito da: Admin - Marzo 21, 2012, 04:57:10 pm
I veti fuori dal tempo

Verbalizzare al posto di concertare. Con la richiesta del premier Mario Monti di mettere fine alle lungaggini del confronto con le parti sociali e di scrivere nero su bianco le obiezioni avanzate al testo governativo è finito un lungo ciclo della storia socio-politica dell'Italia. La concertazione, che pure non dimentichiamo era stata definita come «la nostra Costituzione materiale», ieri è andata in pensione.

Davanti all'incapacità del sindacato di presentarsi a Palazzo Chigi con una proposta credibile, una piattaforma capace di delineare un nuovo tipo di scambio all'altezza delle sfide che si devono affrontare in un'economia integrata, il governo Monti alla fine ha tirato dritto.

Si è richiamato in un crescendo prima alle ragioni dei non garantiti, poi ha messo in guardia da ulteriori esercizi del potere di veto, infine ha riaffermato il potere del Parlamento. Toccherà ai politologi spiegare il paradosso di un governo tecnico che, accusato di aver confiscato le prerogative della politica, le riconsegna invece lo scettro nell'ora delle decisioni difficili.

Per quanto a un primo superficiale esame quello raggiunto sull'articolo 18 possa sembrare un ennesimo accordo separato (senza la Cgil), la novità è più profonda e solo l'abilità tattica di Luigi Angeletti e Raffaele Bonanni l'ha in parte mascherata. Se infatti la Cgil può pensare di rispondere alla crisi della concertazione con un (illusorio) ricorso al movimentismo, Cisl e Uil dovranno per forza avviare una riflessione di carattere strategico. Ben venga e speriamo che coinvolga tutti i corpi intermedi. La democrazia italiana, nella versione universalistica e anti-consociativa che ieri ci hanno proposto il premier Monti e il ministro Fornero, deve azzerare le rendite del veto ma ha bisogno comunque di una rappresentanza responsabile, capace di essere classe dirigente «dal basso».

La riforma Fornero per come si è delineata ed è stata esposta è solo una prima rata. L'obiettivo è ambizioso: superare il dualismo del mercato del lavoro e costruire un welfare dinamico e non meramente risarcitorio. Di fronte alla gravità della recessione un governo «normale» avrebbe aspettato tempi migliori, ma l'Italia dell'incubo-spread non può permetterselo. E di conseguenza ha iniziato ad affrontare alcune delle contraddizioni più evidenti quali lo straripante numero dei precari, l'abnorme crescita del numero delle partite Iva, l'assenza di un moderno sistema di ammortizzatori sociali e la presenza, invece, di una normativa ipergarantista sulla flessibilità in uscita.

Lo scambio vincente in assoluto sarebbe stato «più lavoro per nuove regole», ma come è purtroppo ormai assodato la crescita non si fa per decreto e quindi, volenti o nolenti, siamo costretti a lavorare oggi per crearne le condizioni domani. Il governo, però, giunto a questo punto ha un obbligo quasi morale: la stessa determinazione che ha messo in campo nella fase uno deve replicarla nell'auspicata fase due.

Dario Di Vico

21 marzo 2012 | 8:25© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_21/i-veti-fuori-dal-tempo-dario-di-vico_8a97bb92-731b-11e1-85e3-e872b0baf870.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Le imprese senza più alibi
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2012, 11:08:48 pm
Le imprese senza più alibi

Il nuovo presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, è uno degli industriali che hanno contribuito a reinventare la chimica italiana. Dopo le grandi delusioni pubbliche e private della chimica di base, aziende come la sua Mapei hanno ridisegnato il business. Forti della tradizione di specializzazione della nostra industria migliore hanno saputo rinnovarla in un settore totalmente aperto alla competizione internazionale. Grazie a questo movimento abbiamo occupato numerose nicchie di mercato a buon valore aggiunto e sono nate delle multinazionali, come per l’appunto la Mapei, che ormai non si possono più definire solo tascabili. Gli imprenditori italiani hanno dunque scelto come leader un uomo all’avanguardia nel business e che nel frattempo ha avuto modo di ricoprire importanti ruoli associativi in Italia e in Europa. Al suo antagonista, Alberto Bombassei, galantuomo e imprenditore moderno quanto Squinzi, va l’onore delle armi. Le idee che ha messo in circolo verranno sicuramente buone.

Squinzi, dunque, avrà bisogno di tutto il suo bagaglio di esperienze perché la prova che lo aspetta è delle più ardue. Eredita l’organizzazione di rappresentanza d’impresa più titolata e accade in un momento in cui si vanno ridefinendo i ruoli tra mercati e democrazie, istituzioni comunitarie e sovranità nazionali, élite economiche e politica, protagonismo delle parti sociali e prerogative del Parlamento. La storia si è messa a correre e a nessuno è concesso di star fermo per un giro, tanto più a chi con le sue decisioni può cambiare il destino di migliaia di persone e delle loro famiglie.

Il caso poi ha voluto che l’avvicendamento alla testa della Confindustria avvenisse in parallelo con la riforma del lavoro predisposta dal governo Monti. Con tutti i difetti che si possono individuare nel testo Fornero e nell’attesa degli aggiustamenti che il Parlamento vorrà apportare, sarebbe però ipocrita da parte degli industriali non riconoscere che il governo ha messo mano coraggiosamente all’ultimo tabù, l’articolo 18. Accogliendo in questo modo una storica istanza avanzata a più riprese dagli inquilini che si sono succeduti ai piani alti di Viale dell’Astronomia. Adesso però che siamo diventati più simili ai nostri partner e concorrenti non ci sono più alibi e gli imprenditori italiani sono chiamati a una straordinaria prova di responsabilità sociale. La crescita dipende in larga misura dalle loro scelte, non sarà certo la spesa pubblica a farla ripartire.

Nessuno chiede alla Confindustria di rinunciare a priori al suo ruolo sindacale, ma dagli imprenditori il Paese si aspetta molto di più che una continuativa azione di lobby. Chiede che riprendano ad investire, che patrimonializzino le loro aziende, che partecipino ai destini nazionali, che ritrovino la giusta intensità anche sul terreno delle motivazioni. Per superare la crisi c’è bisogno di uomini e donne che alla testa delle loro imprese sappiano rischiare, conquistare i nuovi mercati, magari riportare qualche azienda in Italia. Sappiamo che non è facile, che si corre controvento e che due muri portanti della nostra industria, come l’auto e gli elettrodomestici, proprio di questi tempi minacciano più o meno dichiaratamente di andarsene dall’Italia. Ricette pronte per dissuaderli non ce ne sono, tocca però a Squinzi e alla squadra che sceglierà contribuire ad elaborarle.

Dario Di Vico

23 marzo 2012 | 7:20© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: Dario DI VICO - Perché l'Ikea ora è il nostro specchio
Inserito da: Admin - Marzo 28, 2012, 03:22:50 pm
Un Paese diviso

Perché l'Ikea ora è il nostro specchio

Con una battuta potremmo dire che l'Ikea si avvia a diventare la nuova autobiografia di una nazione (l'Italia). A leggere le cronache che arrivano dalle città di provincia sembra quasi che la multinazionale svedese stia catalizzando su di sé tutti gli epifenomeni della nostra vita associata. Al Sud ci si mette in coda per es- ser assunti ma allo stesso tempo a Treviso il centrodestra si è a lungo spaccato nel tentativo di impedire l'apertura di un nuovo punto vendita.

Anche nel Torinese e nel Pisano è successo qualcosa di simile, protagoniste in entrambi i casi le amministrazioni di centrosinistra.

L'ultima nuova viene dall'Abruzzo, da San Giovanni Teatino e narra di un politico locale di centrodestra che ha premuto sull'Ikea per pilotare le assunzioni e si è trovato in mano una formale lettera di protesta dell'azienda. La verità è che l'Ikea in Italia ormai è quasi dappertutto, nonostante la recessione continua a macinare ricavi e profitti, è una delle poche multinazionali che assumono ed è riuscita a far soldi persino con il food. Grazie ai ristoranti che ha aperto dentro i suoi punti vendita e che servono mirtilli, polpettine svedesi con la marmellata e salmone in tutte le salse. La nostra politica locale si è accorta dell'onnipresenza Ikea e ha capito che le decisioni che riguardano gli svedesi sono elettoralmente sensibili, vengono analizzate al microscopio dalle varie constituency e possono decidere della sorte di un sindaco.

Prendiamo i commercianti. Sicuramente non amano l'Ikea e tendono a premere sugli enti locali per dire no. A Casale sul Sile, in provincia di Treviso, i negozianti - tendenzialmente elettori di centrodestra - si sono trovati a fianco di ambientalisti, vendoliani e grillini in un'alleanza inedita pur di premere sul sindaco contro un insediamento Ikea da 1.300 nuovi posti di lavoro. Il responsabile della Confcommercio, Guido Pomini, ha tuonato contro «gli incalcolabili danni all'ambiente e alla viabilità» e ha messo in guardia «dalla nuova cementificazione». L'offensiva dei commercianti ha creato molti mal di pancia in casa leghista e solo lunedì 24 marzo il consiglio provinciale di Treviso ha dato il via libera per la prima pietra di un nuovo centro commerciale dopo mesi di impasse.

I produttori di mobili del Nord est in una prima fase erano rimasti anche loro tremebondi davanti all'avanzata svedese, ora invece fanno a gara per essere fornitori della multinazionale. Così tra il centro commerciale di Villesse sulla A4 e il nuovo di Treviso si sta formando una specie di distretto Ikea, aziende italiane che fanno la stragrande maggioranza del fatturato vendendo agli scandinavi e ne vanno fiere. I margini di profitto sono bassissimi perché l'Ikea avrà pure un'immagine sobria ed elegante ma quando si tratta di contratti non regala un euro a nessuno e così capita che in qualche riunione di artigiani la cosa venga fuori.

Del resto quando si nominano gli svedesi davanti a una platea di industriali e artigiani del mobile brianzoli seguono sempre sorrisini imbarazzati. Perché lo straordinario successo della multinazionale gialloblù rappresenta per il made in Italy un clamoroso autogoal. Se c'era un sistema Paese che avrebbe dovuto dotarsi di una catena commerciale capace di attirare nei propri saloni consumatori di tutti i target questo è sicuramente il nostro. Siccome non abbiamo una sufficiente cultura della vendita retail abbiamo preso un ceffone dagli svedesi, poi un altro dai francesi (Decathlon/articoli sportivi) e un altro ancora dagli spagnoli (Zara/abbigliamento). E speriamo di fermarci qui.

I piani dell'Ikea per l'Italia sono ambiziosi: investimenti per 700 milioni e una dozzina di nuove aperture in una congiuntura in cui i posti di lavoro valgono oro. Già più di un anno fa a Catania davanti a un bando di 240 assunzioni si erano registrate 24 mila domande in sole 72 ore. Calcolarono che avendo Catania e dintorni una popolazione di 600 mila persone almeno il 13% degli etnei coltivava il sogno di diventare commesso, magazziniere, telefonista, contabile, cameriere dell'Ikea. A Bari e Salerno le cose negli anni precedenti non erano andate diversamente, nel primo caso i candidati erano stati 30 mila per 262 posti e nel secondo 21 mila per 210 assunzioni. Con questo potenziale «bellico» è evidente che i manager dell'Ikea hanno un potere di condizionamento fortissimo sugli enti locali. I concorrenti italiani raccontano di favoritismi ottenuti qua e là lungo la penisola addirittura per ridisegnare le strade di accesso ai magazzini gialloblù. La cosiddetta variante Ikea sarebbe la prima richiesta che un sindaco si trova davanti e alla quale - sostengono sempre i rivali - non riesce mai a dir di no. In Abruzzo nei giorni scorsi i posti in palio erano 200 e sul sito Ikea sono stati 30.446 abruzzesi a candidarsi. L'idea che è venuta agli amministratori di San Giovanni Teatino è stata quella di inaugurare un nuovo tipo di scambio italo-svedese. Ma evidentemente i politici abruzzesi devono aver sottovalutato i rapporti di forza e così sono stati messi alla berlina.

Se i designer di grido raccontano come gli scandinavi siano dei gran copioni, bravi solo a sguinzagliare in giro per il mondo i propri trendsetter per cercare nuove idee da replicare, la multinazionale dell'arredamento aggiorna continuamente la sua immagine di responsabilità sociale e modernità. Di recente ha addirittura sponsorizzato la prima indagine realizzata in Italia sull'inclusione di gay, lesbiche, bisex e transessuali (acronimo: Gblt) nel mondo del lavoro. A presentarla a Milano c'era Ivan Scalfarotto, è venuto fuori che tra i 500 lavoratori Ikea che avevano risposto al questionario il 14% si dichiarava Gblt e i manager Ikea hanno potuto concludere che «si può partire dal luogo di lavoro per costruire quell'idea di comunità e reciproca attenzione che negli ultimi anni in Italia è stata picconata». Per chiudere il cerchio manca solo che a qualcuno, nella crisi delle ideologie, venga in mente di lanciare il Partito Ikea. Giustizia e comodità.

Dario Di Vico

28 marzo 2012 | 9:03© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: Dario DI VICO - Il precipizio è ancora lì
Inserito da: Admin - Marzo 30, 2012, 05:38:02 pm
IL COSTO DELLE DISTRAZIONI

Il precipizio è ancora lì

Ci consideravamo in salvo e invece non lo siamo affatto. In estrema sintesi è quanto sta avvenendo in queste ore sui mercati finanziari. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi in poco tempo è risalito di 50 punti tornando a quota 340 e quel che è peggio il pendolo si è mosso con la rapidità dei giorni dell'incubo. Il vantaggio, seppur relativo, che avevamo conquistato sulla Spagna si è ridotto a 23 punti. La Borsa di Milano ieri ha lasciato sul terreno il 3,3% ed è stato il maggior ribasso europeo della giornata. Eravamo convalescenti, ci siamo descritti come guariti anzitempo e invece siamo costretti ad arrenderci alla cruda verità: siamo ancora malati. E quel che è più grave siamo ricaduti nei vecchi errori, appena il burrone ci è sembrato più lontano tutto è tornato come prima.

Abbiamo rimontato il vecchio teatrino e ognuno ha ripreso in mano quasi in automatico lo stanco copione di sempre. Il giudizio delle forze politiche si è fatto irridente nei confronti dei mercati dimenticando che abbiamo metà del nostro debito collocato all'estero e dobbiamo comunque nei prossimi mesi rinnovarlo. Il dibattito sulla riforma del lavoro è diventato rissoso e la scelta di usare lo strumento del disegno di legge è stata letta come un segno di debolezza del governo e la soluzione più favorevole alle imboscate e alle lungaggini parlamentari. Si è ricreata nei partiti e nelle forze sociali una sindrome del «liberi tutti», l'interesse generale è sparito dai monitor e si è tornati a sostenere le posizioni più intransigenti o comunque inconciliabili tra loro. La responsabilità è stata messa da parte e la rimozione è stata giustificata con l'imminenza delle Amministrative in una manciata di città! Ma attenzione, il nostro tasso di affidabilità internazionale non è ancora tanto diverso da quello di Atene, Lisbona e Madrid. E se solo il vento dell'inflazione dovesse tornare a spirare, anche solo debolmente, la Bce si vedrebbe costretta a restringere la liquidità piuttosto che allargarla come ha fatto nelle settimane scorse.

Come non bastasse, nella stessa giornata di ieri il ministro Corrado Passera, prima in mattinata ha parlato di una recessione che ci avrebbe accompagnato per tutto il 2012 e poi in serata si è corretto. Lo stesso responsabile dello Sviluppo economico ha spiegato, nel corso dell'audizione parlamentare della mattina, che «si è creato un vero e proprio credit crunch». Peccato che lo stesso Passera, non troppi mesi fa (il 22 agosto 2011) al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, quando indossava la grisaglia da banchiere avesse dal palco scandito l'esatto contrario: «Non vedo attitudine o rischio di credit crunch ». A quale dei due Passera dobbiamo credere, al ministro o al banchiere?

Nell'attesa di sciogliere il rebus le rappresentanze degli imprenditori e degli artigiani continuano a denunciare come le iniezioni di liquidità a basso costo decise da Francoforte non siano arrivate alle aziende. Segnalano che nei giorni scorsi presentando i loro bilanci gli istituti di credito sono stati quantomeno evasivi sul tema. Secondo i dati elaborati dalla Cna, il 24% delle imprese che ha ricevuto cartelle esattoriali da Equitalia vanta crediti nei confronti della pubblica amministrazione ma non ha la possibilità di compensarli e quanto ai pagamenti in ritardo cronico non c'è ancora sul tavolo del governo uno straccio di soluzione. Sommando tutto viene da fare una considerazione amarissima: se esistesse lo spread della serietà correrebbe, purtroppo, più veloce di quello dei Btp.

Dario Di Vico

30 marzo 2012 | 7:57© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_30/20120330NAZ01_35_2d3c455e-7a27-11e1-aa2f-fa6a0a9a2b72.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il "super" che assume gli studenti di domenica
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2012, 03:34:34 pm
Nuova occupazione part time mentre si discute sulle aperture festive dei punti vendita

Il "super" che assume gli studenti di domenica

L'idea di Pam in 130 negozi: già 5.000 richieste


MILANO - Mentre la discussione sulle aperture domenicali dei supermercati ha preso una curvatura ideologica dal gruppo Pam/Panorama arriva un'iniziativa concreta che forse vale più di tante chiacchiere. In molti dei 130 punti vendita che il gruppo veneto delle grande distribuzione alimentare possiede in Italia sono stati affissi già da qualche settimana manifesti che recitano: «Sei studente? Lavora con noi la domenica». L'iniziativa è partita in sordina ma ha via via bucato l'attenzione degli universitari e ad oggi, dopo circa un mese dall'inizio della campagna di assunzioni, dal quartiere generale di Spinea i responsabili delle risorse umane del gruppo stimano tra le tre e le cinque mila le domande di ingaggio pervenute tramite il sito lavoraconnoi.gruppopam.it .

Lo scenario nel quale si inserisce l'iniziativa Pam è quello della liberalizzazione del commercio varata dal governo e la scelta effettuata dal vertice aziendale è stata di consentire a ciascun responsabile di filiale di assumere personale part time a fronte della programmazione delle aperture domenicali. Così dove c'è necessità vengono reclutati studenti che lavorano il solo giorno di festa per un turno di otto ore e la loro prestazione è regolata dal contratto nazionale del commercio che prevede l'assunzione part time per giovani studenti. Il gruppo veneto non fornisce cifre precise sulla paga, si può però calcolare che, in un mese standard composto di quattro domeniche, alla fine un giovane studente si trovi in busta paga 300-400 euro.

Le mansioni per le quali i supermercati Pam cercano giovani studenti sono ovviamente quelle di base, addetto alla cassa o più in generale al punto vendita. Ma già in fase di ingaggio il datore di lavoro fa una promessa molto interessante: «Se terminati gli studi vorrai continuare a lavorare con noi ti offriremo la possibilità di partecipare a un processo di crescita all'interno dell'azienda». Moltissimi dei nostri manager hanno cominciato così, dice il gruppo, e anche tu potrai fare la stessa carriera assumendo un giorno la guida di un supermercato o di un reparto all'interno di un ipermercato. Ad oggi l'azienda non fornisce ancora numeri sulle assunzioni andate in porto ma assicura che l'esperienza va avanti con reciproca soddisfazione.
Il gruppo Pam è controllato da tre famiglie (i Bastianello, i Dina e i Giol) che lo hanno fondato nell'ormai lontano 1958.

L'acronimo Pam sta per «più a meno», il giro d'affari è valutato attorno a 2,5 miliardi di euro e oltre alle insegne di Panorama il gruppo opera con i marchi In's, Brek e direttamente Pam. Nonostante in passato il gruppo sia stato considerato una preda di altri operatori in vena di crescere i Bastianello vanno avanti per la loro strada e a stare alle ultime dichiarazioni rilasciate tempo fa erano pronti a svilupparsi tramite acquisizioni. È evidente che la crisi dei consumi ha portato un po' tutti a riconsiderare gli obiettivi ma «l'operazione studenti» dimostra come i veneti non vogliano perdere l'autobus delle liberalizzazioni e credano nelle aperture domenicali.
Sul piano sindacale la deregulation del commercio, iniziata con le lenzuolate di Bersani e proseguita con Monti, ha trovato la fiera opposizione della Cgil del settore commercio che si è opposta in nome della sacralità del riposo domenicale dei lavoratori e della coesione delle famiglie messa a repentaglio dall'assenza delle madri-commesse. L'iniziativa della Pam, avvalorata dalla risposta che gli studenti hanno finora dato almeno in termini di disponibilità, consente al dibattito sindacale di fare un passo in avanti perché mette in campo nuova occupazione part time. Che comunque di questi tempi vale oro.

Dario Di Vico

twitter@dariodivico

12 aprile 2012 | 8:08© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_aprile_12/di-vico-pam-studenti_a805011c-8464-11e1-8bd9-25a08dbe0046.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il Paese è solo uno, meglio ricordarlo
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2012, 11:51:41 am
IL GOVERNO TRA MERITI ED ERRORI

Il Paese è solo uno, meglio ricordarlo


In questa fase, complicata quanto drammatica, della vita politica nazionale il governo Monti non ha alternative.
Le classi dirigenti di questo Paese farebbero bene a tenere a mente questa piccola grande verità e magari ad appuntarsela a penna. Non ci sono infatti interessi di categoria o presunti vantaggi elettorali che possano bilanciare i rischi che correrebbe il Paese a causa di un vuoto di potere. La presidente della Confindustria Emma Marcegaglia e gli ex ministri del governo Berlusconi, Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti, che con differenti argomenti ed efficacia hanno messo nei giorni scorsi nel mirino l'operato del presidente del Consiglio, dovrebbero sapere che un salto nel buio non avvantaggerebbe nessuno, tantomeno loro. Un politico responsabile e lungimirante, invece, guarderebbe con interesse al successo della difficile missione affidata a Mario Monti se non altro per poter tornare nel 2013 a una piena dialettica elettorale in un clima meno condizionato dall'emergenza internazionale.

È vero che la riforma del lavoro predisposta da Elsa Fornero era preferibile nella sua prima versione, ma sia dalle organizzazioni di rappresentanza delle imprese sia dai relatori del provvedimento al Senato stanno maturando in queste ore emendamenti sulla flessibilità in entrata, l'apprendistato e la stagionalità, utili a correggere i difetti più evidenti presenti nell'ultimo testo licenziato da Palazzo Chigi. Si tratta di operare con competenza, pragmatismo e senso di responsabilità. Se poi il presidente del Consiglio dovesse constatare che in Parlamento la disponibilità a migliorare il provvedimento venisse scambiata per debolezza, non dovrebbe esitare a ricorrere alla fiducia.
In un contesto internazionale caratterizzato da una nuova turbolenza che sta investendo l'eurozona presentarsi indecisi, divisi o addirittura rissosi non fa altro che peggiorare la considerazione che hanno del nostro Paese i mercati finanziari e gli organi di informazione che se ne fanno megafono. Non può non colpire il repentino mutamento di giudizio che si è potuto registrare nei commenti del Financial Times e del Wall Street Journal . La risposta da dare, necessaria anche se purtroppo insufficiente, è quella di una rafforzata coesione delle forze politiche che, oltre ad accelerare il cammino parlamentare della riforma Fornero, dovrebbero varare una legge sul finanziamento dei partiti coraggiosa e rispettosa degli orientamenti largamente presenti nell'opinione pubblica. Il gioco di smarcamento al quale abbiamo assistito negli ultimi giorni può servire a conquistare qualche porzione aggiuntiva di visibilità, un'intervista in più, ma è assolutamente miope. I narcisi non sopravvivono al declino del Paese che li ospita.

Il governo ha sicuramente commesso degli errori, ma c'è qualcuno che in piena onestà intellettuale possa tentare un confronto con le performance dei precedenti esecutivi? Gli ex ministri che ora distribuiscono pagelle ad ogni ora del giorno hanno già dimenticato le continue risse tra l'allora presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia? E il discredito internazionale che ha avvolto per mesi il nome dell'Italia all'estero è già uscito dal file della loro memoria?
Come Corriere non abbiamo in questi mesi lesinato critiche all'azione dei ministri, lo abbiamo fatto sempre con spirito costruttivo e senza dimenticare come il governo Monti abbia completato una riforma previdenziale di sicuro standard europeo, abbia rafforzato la lotta all'evasione fiscale e cominciato a liberalizzare anche i mercati più chiusi. Il limite è stato però quello di aver adottato un mix di tassazione eccessivamente elevata e tagli di spesa troppo timidi.

Si può obiettare, con qualche ragione, che il governo dei tecnocrati impostando la sua agenda, scegliendo di volta in volta le priorità, implementando i singoli provvedimenti lo abbia fatto guardando più nella direzione dei mercati finanziari che in quella del Paese reale. Urge, dunque, una correzione di rotta di metodo e di merito. Agli italiani va data la sensazione piena che quello che sta chiedendo loro lacrime e sangue è il governo di Roma e non di Bruxelles. Se, come raccontano le ricerche dell'Eurisko, la gente è sopraffatta dalle preoccupazioni e ha come unica strategia di sopravvivenza il taglio dei consumi anche del valore di pochi euro, la prospettiva della ripresa si allontana ulteriormente. Monti deve dunque produrre fiducia, e pur nel rispetto delle compatibilità deve trovare la strada per dare un colpo alle tasse e saltare il previsto nuovo aumento dell'Iva. In questa difficile operazione il presidente del Consiglio deve sentire attorno a sé la piena solidarietà delle forze politiche che lo sostengono in Parlamento perché, dev'esser chiaro a tutti, il suo governo non è «il male minore», ma l'unico traghetto di cui disponiamo per raggiungere l'altra sponda. Se fallisce lui...


Dario Di Vico

twitter@dariodivico

13 aprile 2012 | 9:27© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_aprile_13/paese-uno-solo-divico_956439b8-8529-11e1-8bd9-25a08dbe0046.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La reazione dei Piccoli, 2mila aziende fanno rete
Inserito da: Admin - Aprile 26, 2012, 06:09:39 pm
IL GARANTE DELLE PMI TRIPOLI: «SOLO UNENDOSI CI SI PUÒ PORRE OBIETTIVI IRRAGGIUNGIBILI»

La reazione dei Piccoli, 2mila aziende fanno rete

Dal biomedicale all'energia, cresce l'aggregazione dal basso. Si punta alla Cina e a nuove commesse


MILANO - Duemila piccole imprese fanno un movimento. Sono tante infatti le aziende italiane finora coinvolte nelle reti di impresa. Secondo il registro Unioncamere a far data il 10 aprile erano stati formalizzati dal notaio 313 contratti di rete che avevano interessato un totale di 1.648 imprese. Ma è stima comune degli addetti ai lavori che altri contratti siano in dirittura d'arrivo, possano essere stipulati già dalla prossime settimane e di conseguenza la stima di 2 mila è più che plausibile. E comunque stiamo parlando delle imprese che hanno steso un vero e proprio contratto legale, se volessimo contare le reti di collaborazione stabili ma informali il numero salirebbe e di molto.

Dati a parte, non era affatto scontato che le reti di impresa decollassero. Eppure è successo. Si può discutere sulla velocità del cambiamento e sull'effettivo impegno di tutta la rappresentanza ma la notizia è che i Piccoli hanno cominciato a mettersi assieme. Hanno rotto un tabù e hanno cominciato a capire che si può fare impresa anche in un altro modo, non solo da single. Le reti sono la proposta giusta perché non chiedono di rinunciare al protagonismo imprenditoriale, né di farsi da parte e lasciare il campo a manager esterni (come prevedevano progetti avanzati in passato dalla stessa Confindustria). Sono una via dolce all'aggregazione e alla crescita dimensionale e comunque hanno permesso di superare quella che il garante delle piccole e medie imprese Giuseppe Tripoli chiama «la storica visione isolazionista del piccolo imprenditore». Laddove la formula delle classiche fusioni continua a non convincere artigiani e commercianti perché di due imprenditori ne rimane in gioco solo uno, le reti ce l'hanno fatta.

Le tipologie di contratto sono le più diverse. C'è, ad esempio, la rete verticale come nel caso dell'Esaote (biomedicale) dove la società capofila ha stretto in un contratto i suoi fornitori con l'obiettivo di consolidare la filiera, responsabilizzarla e coinvolgerla in una forma di partenariato. Qualcosa del genere ha fatto la Gucci che ha favorito la nascita di una rete di imprese fornitrici di pelletteria senza farne parte direttamente ma con l'intento di renderle più strutturate e più attente al raggiungimento degli standard qualitativi necessari alle sue produzioni d'eccellenza. Del tutto differente è invece il caso della bolognese Racebo, una rete au pair tra aziende della componentistica per motociclette. Ognuna è specializzata in una nicchia ma soffriva di scarsa visibilità e basso potere di negoziazione. Si sono messe assieme, possono andare con qualche orgoglio al Motorshow e scambiarsi tra di loro le informazioni necessarie per fidelizzare la clientela. Altro caso di scuola è quello di 33 aziende oil & gas della Basilicata, piccole imprese fornitrici dei grandi gruppi petroliferi come Eni e Total che estraggono in zona. Unendosi in Rete Log i Piccoli lucani che assicurano una serie di servizi accessori hanno potuto integrarsi e presentare ai loro committenti un'offerta più strutturata.

Quelle ricordate però sono alcune delle tipologie possibili. La Confindustria nazionale, per seguire/promuovere il fenomeno e catalogare le novità, ha costituito un'apposita agenzia guidata dal vicepresidente Aldo Bonomi e affidata a Fulvio D'Alvia. Le cinque organizzazioni che hanno dato vita a Rete Imprese Italia (l'assonanza lessicale non è casuale) non si sono date (ancora) una vera e propria struttura nazionale e affidano la promozione ai territori. Di particolare rilievo è l'esperienza di Lecco con i «Men at work», un progetto nato in un ristorante e che ha coinvolto 23 imprese prevalentemente meccaniche, alcune concorrenti tra loro, che hanno saputo collaborare per aprirsi nuovi mercati. Commenta D'Alvia: «Quando si va dal notaio formalmente si stende un contratto di aggregazione organizzativa ma di fatto si intraprende un percorso per diventare più moderni e più competitivi». Non è un caso, infatti, che il contratto di rete preveda la stesura di un business plan e quindi obblighi i contraenti a programmare azioni e obiettivi della filiera.

Per limitarsi a segnalare i casi più singolari va ricordata la rete creata a Verona da 18 piccole aziende con meno di 10 dipendenti nel campo della trasformazione dei funghi in Veneto, Lombardia e Trentino e che coltivano l'ambizione di conservare la leadership italiana in questa particolare nicchia dell'agroalimentare. Un caso altrettanto interessante è «Baco» nato a Bologna per iniziativa di Unindustria. Quattro aziende della riabilitazione medica e dell'ortopedia hanno formalizzato una rete che mette assieme mille addetti e ha un obiettivo impensabile: conquistare, grazie a un accordo raggiunto con la Federazione cinese dei disabili, il mercato della disabilità che nel Paese di Mao conta numeri monstre (circa 83 milioni di persone interessate). Commenta Tripoli: «Tutti questi casi dimostrano la forza della cooperazione tra imprese. Solo unendosi gli imprenditori coinvolti possono porsi degli obiettivi che altrimenti sarebbero irraggiungibili. Quindi siamo di fronte a un fenomeno culturalmente nuovo ma che ha già solidi risvolti economici».

Dal punto di vista delle politiche industriali va ricordato come nella manovra del 2010, conosciuta più per i tagli che per le misure pro-crescita, l'allora ministro Giulio Tremonti avesse insistito per inserire una posta pluriennale di 48 milioni di euro destinata proprio a incentivare le reti defiscalizzando gli utili reinvestiti. Per poterne usufruire, le aziende devono sottoscrivere un contratto di rete, devono chiudere il bilancio in utile e sono esentate dal pagamento delle tasse solo sui profitti accantonati. Di quelle risorse del 2010 sono ancora rimasti da erogare fondi residui per 14 milioni nell'anno in corso e altrettanti per il 2013. Qualcosa del genere stanno ora facendo Regioni - come la Lombardia - che nei bandi di gara prevedono incentivi per le start up. «Ma al di là delle risorse stanziate - osserva D'Alvia della Confindustria - la norma del 2010 è servita ad accendere i riflettori e attirare l'attenzione delle imprese». Non è poco.

Dario Di Vico

26 aprile 2012 | 8:26
© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_aprile_26/la-reazione-dei-piccoli-gia-duemila-aziende-fanno-rete-dario-di-vico_7e0c516a-8f65-11e1-b563-5183986f349a.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La scossa del professore
Inserito da: Admin - Maggio 02, 2012, 09:25:42 am
La scossa del professore

Alla fine è arrivato il colpo di teatro. La nomina di Enrico Bondi a supercommissario per la spending review è una mossa che lascia il segno e che un governo politico non avrebbe mai attuato. La stima di Mario Monti per il manager aretino non è certo maturata nelle ultime ore, anzi a Roma si racconta che avesse già pensato a lui per la poltrona di Ragioniere generale dello Stato. Ma se alla fine ha rotto gli indugi e gli ha conferito ampi poteri per tagliare la spesa pubblica Monti deve aver concluso che c’era bisogno di una scossa. Non si poteva andare avanti ancora per giorni e giorni a discutere, avallare il continuo rimpallo di responsabilità tra le varie amministrazioni e c’era invece urgenza di un atto formale di discontinuità. La stessa volontà di cesura che si può ritrovare negli incarichi che il presidente del Consiglio ha voluto affidare a Giuliano Amato per aiutarlo a riformare i trasferimenti di denaro a partiti e sindacati e a Francesco Giavazzi per riordinare la selva degli incentivi pubblici alle imprese.

La missione di Bondi a questo punto è abbastanza chiara, deve agire più come un ombudsman dei contribuenti che come un ministro aggiunto e di conseguenza deve rimuovere le resistenze della burocrazia laddove con tutta evidenza esistono. Non è un mistero che la stessa Bce si interroghi sul perché la Ragioneria non fornisce tutto il supporto sperato in una fase estremamente complicata per la credibilità del Paese e per il giudizio dei mercati sull’effettiva bontà del risanamento avviato con la staffetta a Palazzo Chigi.

Potrà apparire singolare, e già ieri sera qualche politico lo ha maliziosamente sottolineato, che dei tecnici chiamino degli altri tecnici quasi per auto-commissariarsi. Ma il paradosso si spiega con la straordinaria metafora di Pietro Nenni che dopo l’ingresso del Psi al governo nel primo centrosinistra confessò candidamente di non aver trovato quei bottoni da premere per poter cambiare immediatamente il corso della politica. Con l’ingaggio di Bondi, Amato e Giavazzi è come se Monti confessasse lo stesso sentimento. Per tagliare davvero i nodi gordiani che legano strettamente amministrazione e spesa non bastano né la razionalità del discorso pubblico né la pedagogia europeista, ci vuole la spada. E che il premier sia giunto a questa conclusione, all’esigenza di cambiar passo, lo segnalano anche i toni polemici che ha usato nella conferenza stampa nei confronti delle critiche mossegli in questi giorni da esponenti della vecchia maggioranza di governo.

Per evitare di aumentare l’Iva di altri due punti nell’arco del 2012 deprimendo ancora più l’economia e le speranze di ripresa, il governo ha deciso di operare dal lato dei tagli e ha stimato la quantità necessaria in 4,2 miliardi. Lo sforzo è apprezzabile quanto il sentiero stretto. Toccherà a Bondi percorrerlo, rompere i vecchi riti della complicità tra amministrazione e rappresentanza dei lavoratori. Presentato da Monti come il miglior tagliatore di costi che l’Italia possieda, Bondi è il primo a sapere che un’impresa privata controlla tutte le leve di spesa mentre purtroppo lo stesso non si può dire per Palazzo Chigi e per i ministeri. Ma proprio per questo sperare che non fallisca è il meno che si possa fare.

Dario Di Vico

1 maggio 2012 | 8:15© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_maggio_01/di-vico-scossa-del-professore_3f6f8af6-9354-11e1-8fab-95894237e3d0.shtml


Titolo: Dario DI VICO - «Moratoria fiscale di due anni sul lavoro»
Inserito da: Admin - Maggio 03, 2012, 07:22:40 pm
Il sondaggio di Corriere.it: le proposte per creare subito occupazione

«Moratoria fiscale di due anni sul lavoro»

L'onere pubblico per 100 mila assunzioni sarebbe di 500 milioni di euro. Cinque addetti ai lavori a confronto


C'è una misura che adottata a breve può produrre un significativo flusso di nuovi posti di lavoro? È questa la domanda che il blog Nuvola del lavoro (nuvola.corriere.it) ha rivolto a un panel di cinque addetti ai lavori come Innocenzo Cipolletta (economista e presidente di Ubs Italia), Tiziano Treu (ex ministro del lavoro e ora senatore del Pd), Gregorio De Felice (capo economista di Intesa Sanpaolo), Selene Biffi (fondatrice di Youth Action for Change) e Giovanni Tamburi (investment banker). Le cinque proposte sono state sottoposte al vaglio dei lettori di «Corriere.it» che hanno apprezzato la concretezza dell'iniziativa (più di 2 mila votanti) e alla fine hanno scelto con circa il 35% dei consensi l'ipotesi avanzata da De Felice. Cosa propone l'economista? «L'azzeramento del cuneo fiscale contributivo a carico di aziende e lavoratori per i primi due anni di un nuovo contratto di assunzione». Il provvedimento dovrebbe prolungarsi a 5 anni «se si tratta di start up ad alto contenuto tecnologico».

Spiega De Felice che sarebbe una misura di carattere straordinario in un momento in cui la disoccupazione è in crescita e sono ormai 6 milioni gli italiani esclusi dal ciclo produttivo, considerando anche chi non cerca lavoro perché scoraggiato, gli inoccupati e i destinatari delle varie forme di ammortizzatori sociali. «In più dobbiamo pensare che la ripresa occupazionale ha una dinamica ritardata di circa un anno rispetto alla crescita e alla produzione aggregata, quindi è ragionevole supporre che dovremo attendere almeno il 2014 per rivedere un'inversione di tendenza». Nell'attesa è chiaro che non si può stare a guardare. Come finanziare, però, l'azzeramento del cuneo fiscale? Gli oneri contributivi a carico delle aziende sono circa il 30% del reddito lordo erogato al lavoratore che a sua volta deve versare un 9,49% di contributi sociali. Ipotizzando - dice De Felice - un reddito medio di 20 mila euro l'onere per lo Stato risulterebbe di circa 8 mila euro per ogni neo assunto (il 40% circa). A fare da contrappeso ci sarebbe una maggior gettito Irpef da parte di nuovi soggetti fiscali stimabile attorno al 15% del reddito medio lordo. Il saldo negativo per lo Stato sarebbe del 25% di quei 20 mila euro iniziali. Ipotizzando 100 mila nuove assunzioni grazie a questa misura dovremmo chiedere alle casse pubbliche circa 500 milioni di euro.

«Una cifra considerevole ma alla portata di un Paese moderno che fa della lotta all'evasione fiscale una priorità», commenta l'economista. Qualora poi le assunzioni, più ottimisticamente, dovessero essere pari a 250 mila nuovi posti di lavoro il saldo negativo per lo Stato sarebbe di circa 1,2 miliardi di euro. «Non proprio una cifra da capogiro se solo dalla spending review il governo intende risparmiare 4,2 miliardi di euro in pochi mesi» chiude De Felice.

Se questa è, articolata e argomentata, la proposta che è sembrata più convincente ai lettori di «Corriere.it» anche gli altri esperti avevano formulato ipotesi immediatamente praticabili. Secondo Innocenzo Cipolletta si dovrebbe/potrebbe varare un piano nazionale per obiettivi di interesse generale come il recupero del decoro urbano, il restauro degli immobili compreso l'adeguamento alle normative, l'assistenza alle famiglie per bambini e anziani, la salvaguardia dei beni culturali. Il piano dovrebbe essere finanziato dai beneficiari che potrebbero detrarre dalle tasse le spese relative a una condizione: aver fatto ricorso a imprese che hanno assunto per l'esecuzione di quei lavori una percentuale elevata di inoccupati. Per Giovanni Tamburi la proposta da percorrere prioritariamente è la stipula di una convenzione con l'Abi da parte di Stato, Regioni, province e amministrazioni pubbliche, convenzione in base alla quale tutte le banche devono scontare o fattorizzare le loro fatture scadute - da 30/60 giorni e accertate come valide - ma non pagate. In questo modo potrebbe rientrare nel circuito economico una cifra superiore ai 50 miliardi di euro e dare così impulso all'economia e all'occupazione.

Per Selene Biffi gli studenti dovrebbero avere la possibilità di lavorare su progetti per clienti esterni in classe durante le scuole superiori «per imparare e anche riposizionare la scuola come punto di riferimento del tessuto economico e sociale del territorio circostante». Lo Stato dovrebbe favorire l'accesso a voucher per la formazione continua e il mentoring individuale per migliorare le competenze professionali e impararne di nuove. Infine l'ex ministro Tiziano Treu ha proposto un pacchetto più ampio di misure. A cominciare dalla valorizzazione del potenziale di creazione di lavoro di settori chiave come l'economia verde, servizi di cura alle persone, beni culturali e professioni Ict. Occorrerebbe anche rafforzare il legame dei salari con la produttività e le condizioni del mercato del lavoro locale. Infine Treu chiede di correlare più strettamente flessibilità e sicurezze di tutti i lavori.

Dario Di Vico
Fabio Savelli

3 maggio 2012 | 7:51© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_maggio_03/moratoria-fiscale-di-vico-savelli_56b522bc-94de-11e1-ad93-f55072257a20.shtml


Titolo: DARIO DI VICO - Tanti urlatori ma è saltata ogni solidarietà
Inserito da: Admin - Maggio 06, 2012, 11:00:57 am
Speranze negate

Tanti urlatori ma è saltata ogni solidarietà

La vicenda di Romano di Lombardia è la dimostrazione che la società vive uno stress senza precedenti

di  DARIO DI VICO


Episodi come quello accaduto ieri a Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo, ci devono spingere a riflettere ancor di più sulle esplosive contraddizioni del nostro tempo. L'uomo asserragliato che prende in ostaggio un impiegato è un topos della cinematografia americana ma tutto sommato, e fortunatamente, per la società italiana è quasi un inedito.

Azioni di quel tipo, quando capitano, a condurle sono dei rapinatori non certo dei contribuenti, siano pure essi morosi. Se i ruoli cambiano fino a questo punto è la dimostrazione che la società vive in una condizione di stress che ha pochi precedenti nella storia recente del Paese, anche perché in questa congiuntura la percezione di solitudine si coniuga con un pericoloso vuoto di autorità.

Il governo tecnico si batte con tenacia per avanzare sulla strada del risanamento ma ha perso con il tempo quell'aura quasi sacrale che ne aveva aiutato non poco la partenza. La politica professionale non riesce ad essere pienamente credibile e comunque non pare aver recuperato i suoi canali diretti di comunicazione con il popolo. Le stesse associazioni di rappresentanza sono sicuramente in campo ma bucano sempre meno l'attenzione del cittadino comune. Prevale in loro e in tutti noi la logica delle continuità organizzative. È importante proseguire la recita anche se il pubblico guarda altrove. Quanto è stato rituale, ad esempio, lo scorso Primo Maggio? E quanto sono inutili le centinaia di convegni dal tema più o meno azzeccato e che si continuano a tenere ogni giorno per discutere tra addetti ai lavori? Al di fuori da quegli schemi, oltre quelle slide e quei saloni c'è una società indifesa che nutre sempre meno speranze di riscatto collettivo e/o comunitario e che è portata a privatizzare i suoi conflitti e i suoi rancori. La stessa frequenza dei suicidi - che organizzazioni responsabili farebbero bene a non enfatizzare e, sicuramente, a non usare come strumento di lotta politica - è il segno di una distanza crescente tra i diversi piani della società, di una rete di rapporti che si sta smagliando e che nessuno sembra avere la forza e la pazienza di rammendare.

Ed è questa in fondo l'impressione che si ha leggendo le cronache, guardando i talk show televisivi, seguendo la campagna elettorale.
Tutti preferiscono scucire, invocare lo sciopero, dichiararsi indignati, promettere vendette, alzare la voce, citare dati a vanvera, cercarsi un avversario. In pochi fanno i sarti, dedicano il loro tempo e parte del loro potere per ascoltare, avanzare proposte sensate e soprattutto ricucire i legami che si sono allentati, le solidarietà che sono saltate. Pochi lavorano per ricostruire quel rispetto reciproco che manca.
Ma se le classi dirigenti diffuse sul territorio o nelle organizzazioni si dimettono dalle loro responsabilità il messaggio che arriva ai tanti uomini soli di questo nostro tempo è solo un assordante rumore. Ci vedono affaccendati in altro, ci sentono urlare e loro finiscono per rimanere totalmente in ostaggio della propria disperazione. Dovremo evitarlo e per cominciare a farlo non è mai troppo tardi.


@dariodivico

4 maggio 2012 | 9:25© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_04/tanti-urlatori-niente-solidarieta-divico_ce71c726-95a9-11e1-b2cf-0f42ed87ec02.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Quel comodo capro espiatorio
Inserito da: Admin - Maggio 13, 2012, 05:52:00 pm
L'analisi

Quel comodo capro espiatorio

La politica fiscale non la decidono i Befera, ma è frutto del dibattito che coinvolge i partiti, i parlamentari e l'opinione pubblica


MILANO - Va detto a chiare lettere e senza infingimenti: la vicenda di Equitalia sta prendendo ancora una volta una brutta piega. È chiaro che siamo tutti preoccupati per come (non) sta evolvendo la crisi italiana. La crescita che tutti aspettiamo non si intravede, il peso della tassazione sia sulle imprese sia sulle famiglie si rivela giorno dopo giorno più pesante, la società fa fatica ad assorbire i colpi della recessione e la rete della solidarietà si smaglia. Ma indirizzare tutte queste sacrosante inquietudini verso un solo obiettivo, ovvero Equitalia, i suoi uomini, le sue sedi, non solo è incomprensibile ma anche un po' vigliacco. La società di riscossione è parte integrante dello Stato e assolve i suoi compiti in base alle direttive che riceve dal Parlamento per cui è singolare la polemica di quei sindaci e di quegli esponenti politici che pensano di aver trovato in Equitalia il più comodo dei capri espiatori. È troppo facile concludere una conferenza stampa o un intervento da talk show accennando alla società di riscossione come a una confraternita di vampiri adusi a succhiar sangue chissà per quali inconfessabili obiettivi.

La politica fiscale non la decidono i Befera (ci mancherebbe altro) ma è frutto del dibattito che coinvolge i partiti, i parlamentari e l'opinione pubblica. Se, come è giusto che sia, si vuol ridurre il peso della tassazione la mossa giusta è agire dal lato della spesa. Se vi vogliono ridiscutere le regole di ingaggio lo si faccia ma non si può delegittimare quotidianamente l'azione dei suoi uomini e giustificare così ogni nefandezza nei confronti di Equitalia. I sindaci quando dovranno gestire localmente la riscossione avranno tutto il tempo di dimostrare la loro capacità, saranno sicuramente in grado di coniugare efficacia e rispetto del cittadino ma fino ad allora è bene che si dimostrino classe dirigente. Perché solo nella giornata di ieri abbiamo avuto un assalto alla sede napoletana, l'invio di un pacco bomba alla direzione generale, due ispettori aggrediti a Milano e una telefonata minatoria agli uffici di Viterbo. In più il cronista non può non constatare come a cinque mesi dagli attentati di dicembre ancora non si sappia nulla di certo sugli autori dei quei gesti che segnarono l'inizio di una vera e propria campagna terroristica. È chiaro che in queste condizioni solo un kamikaze potrebbe chiedere di lavorare ad Equitalia. Con tanti saluti alla lotta contro l'evasione fiscale.

Dario Di Vico

@dariodivico12 maggio 2012 | 10:08© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_maggio_12/di-vico-capro-espiatorio-equitalia_f937a768-9c08-11e1-a2f4-f4353ea0ae1a.shtml


Titolo: Dario DI VICO - L'inatteso fuoco amico
Inserito da: Admin - Luglio 09, 2012, 11:20:15 pm
LE CRITICHE AI TAGLI DEL GOVERNO

L'inatteso fuoco amico

Il mondo evidentemente cambia. Carlo Sangalli, uno degli esponenti di punta di Rete Imprese Italia, non è annoverato sicuramente tra i discepoli della signora Thatcher, anzi si considera democristiano a vita. Eppure ha difeso a spada tratta i tagli alla spesa pubblica decisi dal governo Monti. Giorgio Squinzi, presidente di una Confindustria che da sempre ha insistito sul drastico dimagrimento della pubblica amministrazione, ha invece clamorosamente accusato Palazzo Chigi di aver in mente «una macelleria sociale». Un testa-coda che in una pigra domenica di luglio ha messo in gran fermento gli industriali italiani creando un incidente che non ha precedenti. Mai un neopresidente era stato contestato, anche da chi lo aveva supportato ed eletto (leggi Assolombarda), ad appena 40 giorni dal suo insediamento.

Cosa accadrà è difficile prevederlo ma Squinzi è così. Dentro i rituali si sente stretto e alla dichiarazione ufficiale preparata dagli addetti stampa preferisce la battuta secca, quella che resta impressa e che si può definire «da bar». Del resto non è un caso che in tanti anni di onorata attività sia rimasto sempre amministratore unico delle sue aziende e non abbia mai pensato di creare anche solo un simulacro di consiglio o di board . Gli piace far di testa sua, al massimo ascolta il fido e onnisciente Francesco Fiori. Il guaio però è che a un mese e mezzo dal suo arrivo al vertice di Viale dell'Astronomia e per ben tre volte il neopresidente, con le sue dichiarazioni ad effetto, è entrato in rotta di collisione con il governo Monti. Aveva cominciato bollando come una «boiata» la riforma Fornero del lavoro, aveva continuato alla vigilia del super vertice di Bruxelles dipingendo l'Italia come un Paese «sull'orlo dell'abisso», ha insistito al Festival della Cgil di Serravalle Pistoiese con la sortita sulla macelleria sociale. Mario Monti sicuramente non è un nazionalista ma se c'è una cosa che lo irrita profondamente è il «fuoco amico» e dover constatare che ogni volta che c'è un appuntamento clou, con gli altri leader o con il giudizio dei mercati, la Confindustria lo colpisce da dietro le linee, ha per lui dell'incredibile.

Da quando è presidente, Squinzi si è sottoposto a un tour de force impressionante, non c'è stata assemblea delle associazioni territoriali e di categoria alla quale non abbia presenziato, magari arrivando all'ultimo momento in elicottero. Non si può dire dunque che abbia preso sottogamba la nuova carica, sapeva di dover affrontare un noviziato e l'ha fatto con grande scrupolo. Di sicuro non è un oratore provetto, non sa scaldare le platee e di conseguenza spesso legge i suoi discorsi pagando inevitabilmente qualche prezzo in termini di attenzione e feeling con gli astanti. Proprio per questo motivo era evidente che temesse il botta e risposta con Susanna Camusso (per di più in casa Cgil), tanto che in una dichiarazione riportata il giorno prima dal Sole 24 Ore aveva candidamente ammesso: «Lei dialetticamente è più brava di me, mi farà blu». Ma nessuno dei confindustriali di prima fila, nessuno dei tanti che lo avevano sostenuto per il dopo-Emma avrebbe mai pensato che per evitare di diventare blu si facesse rosso. Aderisse alle tesi della Cgil che da sempre difende la sua constituency del pubblico impiego interpretando i tagli alla spesa pubblica come l'albero dove si sarebbe dovuto impiccare Bertoldo e che ovviamente non si trova mai.

L'attacco alla spending review è stato ancor più sorprendente perché l'editoriale del quotidiano della Confindustria di sabato 7 luglio, affidato al commentatore di punta Guido Gentili, recitava: «Si poteva osare di più». Nessuno avrebbe pensato che Squinzi poche ore più tardi avrebbe chiesto al premier Monti un'inversione a U: osare di meno. Ma come, si chiedono in queste ore nelle Unioni Industriali di provincia, all'assemblea annuale non era stato lo stesso Squinzi a indicare quella della pubblica amministrazione come «la madre di tutte le riforme»? E come poteva pensare che lo Stato si potesse modernizzare senza toccare gli organici e senza ridurre gli sprechi?

Dubbi e malizie a parte, è evidente che i rapporti tra governo e Confindustria sono tesi come non mai. E Palazzo Chigi ha tutte le ragioni per temere un asse con la Cgil, un'alleanza che se storicamente si identificava come «patto dei produttori» oggi apparirebbe come un patto degli oppositori, con gli industriali schierati de facto a favore dello sciopero generale promesso dalla Camusso. Eppure se c'è un momento nel quale le parti sociali dovrebbero fare esercizio di responsabilità è proprio questo e in qualche maniera lo ha sostenuto anche il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, chiedendo ai corpi intermedi di far propria la riforma del lavoro targata Fornero. Il paradosso è che Rete Imprese Italia, l'alleanza dei Piccoli che pure non attraversa uno dei suoi momenti migliori, è sembrata più attenta, ricettiva e sistemica di quanto si sia dimostrata la Confindustria.
Alla fine, però, può capitare che dalle sortite di Squinzi come per un miracolo possa derivare, ex malo bonum , un processo di chiarimento. È evidente che l'associazione degli industriali in questo momento non ha delle priorità evidenti e scolpite nella pietra. E per sua natura non può essere governata con battute da bar. C'è bisogno, dunque, di una bussola, di un orientamento di medio periodo che ridia autorevolezza all'organizzazione e la metta in grado di affrontare i mesi che vanno da qui alle elezioni politiche del 2013. Siamo nell'epoca del budget statale zero e le organizzazioni di rappresentanza che non ne hanno voluto prendere atto sono destinate comunque ad aggiornarsi, a fare i conti con la discontinuità. Prima succede, meglio è.

Dario Di Vico

9 luglio 2012 | 8:23© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_luglio_09/inatteso-fuoco-amico-divico_f2143d94-c984-11e1-826a-3168e25ab050.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I compiti a casa non sono finiti
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2012, 09:31:57 am
ELEZIONI ANTICIPATE, MEGLIO DI NO

I compiti a casa non sono finiti

Inizia oggi un'altra settimana chiave della complessa vicenda europea e sono almeno due gli elementi di novità che paiono caratterizzarla. Innanzitutto il ruolo della Bce e del suo presidente Mario Draghi che ha saputo porsi nei giorni scorsi come fattore di stabilizzazione delle tensioni e di governance continentale. Dall'altro la dialettica esplicita che si è aperta all'interno della politica tedesca tra una posizione più dialogante come quella di Schäuble e l'intransigenza di Roesler. Capiremo meglio già da oggi il peso di queste novità e che esito avrà il confronto con i mercati, ma intanto è bene dare un'occhiata a cosa accade in casa nostra.

L'impressione, infatti, è di trovarci di fronte a un pericoloso calo di tensione. Si è creata l'illusione che sia terminato il tempo dei compiti e sia già suonata l'ora della ricreazione. I segnali sono molteplici. L'agenda dei partiti è confusa, i leader stentano a inquadrare le vere priorità e soprattutto cedono a uno sterile tatticismo. In parallelo fioriscono liste di vario tipo che, se segnalano il protagonismo della società civile e la richiesta di rinnovamento, per ora non brillano per la proposizione di nuove/coraggiose idee. Le parti sociali non riescono a qualificare la loro azione e per farsi notare alzano i decibel delle dichiarazioni. Diversi settori della nostra industria (auto, siderurgia, elettrodomestici) stanno affrontando passaggi estremamente delicati e invece di interrogarsi sulle soluzioni si litiga e si sciopera persino quando la Nestlé offre nuova occupazione. Insomma l'impressione è che in troppi recitino a soggetto, non abbiano capito cosa questo Paese deve veramente fare. Da qui l'idea che fa capolino nei partiti e persino nelle parti sociali di interrompere la legislatura in autunno.

Questa suggestione non è sostenuta dalla volontà di imprimere una svolta al risanamento italiano, bensì di prendersi una pausa o al massimo di restaurare le prerogative della classe politica. Il governo Monti in poco tempo ha messo molta carne a cuocere, non tutti i piatti alla fine si sono rivelati di qualità eccellente ma non ha affatto esaurito il suo mandato. Se pensiamo alla spesa pubblica siamo solo all'inizio di un percorso di verifica e riqualificazione, se prendiamo in esame l'abbattimento del debito il cantiere ci appare ancora largamente aperto e se, infine, guardiamo allo stato di salute dell'industria non possiamo che sottolineare come la materia meriti maggiore attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora.

Monti dunque è bene che continui fino alla scadenza elettorale, sarebbe auspicabile però che attorno a lui i partiti, che pure in Parlamento hanno votato i suoi provvedimenti, continuino a farlo e a sentirsene orgogliosi, nel frattempo però dovrebbe svilupparsi dal basso un sentimento di riscossa nazionale. Non possiamo chiedere all'Europa di credere in noi e poi restare prigionieri del fatalismo. Non ci possiamo permettere un semestre bianco dell'azione di governo ma nemmeno un Aventino della coscienza collettiva. Non è solo questione di spread , di un aggiustamento tecnico dei nostri meccanismi di funzionamento, abbiamo capito che l'Italia per disegnare un futuro per i suoi figli deve autoriformarsi, smetterla di coltivare le illusioni del Novecento e darsi una prospettiva da Paese moderno, giovane, civile e di conseguenza competitivo. Se, come non ci stanchiamo di sperare, ciò avverrà, a quel punto avrà vinto la società più che l'economia.

Dario Di Vico

30 luglio 2012 | 7:52© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_luglio_30/compiti-casa-non-sono-finiti-divico_e380cd8c-da01-11e1-aea0-c8fd44fac0da.shtml


Titolo: Dario DI VICO I lavoratori della «Metro» chiedono aiuto alla cancelliera Merkel
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2012, 10:43:43 am
La lettera

«Cara Angela»: i lavoratori della «Metro» chiedono aiuto alla cancelliera Merkel

L'azienda tedesca ha disdettato tutti gli accordi sindacali sottoscritti nei 49 magazzini in Italia

 di Dario Di Vico


Il sindacalismo nell'era dello spread sembra destinato a cambiare. E così i dipendenti italiani di un'azienda tedesca di successo, i grandi magazzini Metro, entrati in conflitto con i padroni non hanno proclamato subito lo sciopero ma hanno deciso di scrivere direttamente alla cancelliera Angela Merkel per avvisarla. Attenzione che così il sentimento antitedesco in Italia può nascere davvero.

La Metro opera nella grande distribuzione italiana da oltre 40 anni, vende di tutto all'ingrosso per commercianti e operatori muniti di partita Iva. In tutti questi anni è stata un laboratorio di politiche sindacali condivise, un pezzo di modello tedesco trapiantato in Italia. Tanto che un lavoratore, anche se iscritto alla Cgil, si è sentito sempre un po' privilegiato rispetto ai colleghi che lavoravano alle dipendenze di altre catene italiane e straniere non ben disposte verso il sindacato. Conferma Giuliana Mesina della segreteria nazionale della Filcams-Cgil: «In Metro si è sviluppato negli anni uno spirito di appartenenza aziendale e i lavoratori non ci stanno a tornare indietro. Si sentono traditi».

Ma cosa è successo di tanto grave da giustificare un appello direttamente rivolto al primo ministro di Berlino? Improvvisamente la dirigenza della Metro ha deciso di disdettare tutti, proprio tutti, gli accordi sindacali sottoscritti centralmente e in ciascuno dei 49 magazzini che la ditta possiede in Italia. Ancora non è chiaro il perché di questa brusca svolta che costringe i tedeschi a recitare per la prima volta la parte dei falchi. L'azienda dichiara di non essere in crisi ma i sindacalisti temono che voglia riscrivere totalmente le regole. Si paventano tagli ai salari (che vanno dai 700 ai 1.100 euro), doppio regime di diritti per vecchi assunti e nuovi, fine del dialogo con Cgil-Cisl-Uil e anche di peggio. «È incredibile che mentre dappertutto si elogia il modello tedesco come chiave di successo, alla Metro succeda esattamente il contrario», commenta Mesina.

La decisione di scrivere «A Sua Eccellenza dott.ssa Angela Dorothea Merkel, cancelliere della Repubblica federale tedesca» è stata presa unitariamente dalla base. La lettera sarà recapitata via posta elettronica utilizzando il sito del governo di Berlino ed è stata estesa per conoscenza anche al presidente del Bundestag Norbert Lammert. A dimostrazione di quanto i dipendenti Metro tengano ai rapporti Italia-Germania la missiva si apre addirittura con una velata critica al premier Mario Monti. «Nei giorni scorsi il nostro presidente del Consiglio ha rilasciato dichiarazioni poco meditate al settimanale Der Spiegel . Tra le cose sbagliate c'è la preoccupazione per i toni antitedeschi del nostro Parlamento e in generale per il clima nei confronti del suo Paese».

Secondo i sindacalisti questa ostilità per ora non c'è e citano il caso della loro azienda dove la piena collaborazione con il sindacato ha permesso «a un'impresa tedesca di affermarsi in un settore difficile come la grande distribuzione italiana», dove a dominare il campo sono soprattutto i gruppi francesi come Carrefour e Auchan. Ma se ora i padroni della Metro cambiano registro, attaccano i diritti sanciti dagli accordi, anche i sentimenti dei lavoratori italiani possono mutare. Cara Merkel, concludono i sindacalisti, è bene che lo sappia: non si deve preoccupare se «i parlamentari italiani a 16 mila euro al mese» diventano antitedeschi, il guaio è se l'ostilità si diffonde tra i dipendenti che, in nome di comuni valori, hanno contribuito al successo delle aziende germaniche in Italia. «Per questo pensiamo che la nostra battaglia debba interessare Voi e il Vostro Paese».


@dariodivico

11 agosto 2012 | 8:39© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_agosto_11/dipendenti-metro-scrivono-merkel_5546a8d4-e37a-11e1-880a-4d5f3517dc36.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Decideranno gli elettori
Inserito da: Admin - Settembre 11, 2012, 10:07:19 pm
GOVERNO TECNICO ECCEZIONE E NON REGOLA

Decideranno gli elettori

Si è aperto in questi giorni in contemporanea al meeting di Cernobbio un confuso dibattito sull'eventualità di ricorrere a un governo Monti bis dopo le elezioni. L'ipotesi ha fatto leva anche sull'apprezzamento dell'operato dell'esecutivo espresso dagli imprenditori presenti al convegno. Detto che la nostra Costituzione non assegna ancora alle riunioni delle grandi élite italiane il potere di indicare il capo di un governo per di più post elettorale, sostenere oggi il Monti bis è un errore. Nell'immediato non ci aiuta nel cammino di risanamento/riforma intrapreso e soprattutto introduce un elemento di ambiguità nel rapporto tra istituzioni e Paese reale. Non è un caso del resto, come ha ricordato ieri lo stesso Mario Monti, che l'Italia sia l'unico Paese tra i 27 della Ue amministrato da un esecutivo di tecnocrati mentre tutti gli altri sono guidati da governi espressione di una reale competizione elettorale.

Una parte di coloro che sostengono l'idea del Monti bis è animata dalla sincera volontà di segnare la continuità, di rassicurare Bruxelles, Berlino e i mercati che il cammino avviato dal governo tecnico non sarà interrotto. Ma la sacrosanta esigenza di rispettare le compatibilità europee e di imporci all'attenzione come un Paese coerente, giustamente sostenuta su questo giornale da Sergio Romano e Francesco Giavazzi, non vale il rischio di aprire una frattura nella tradizione democratica italiana. «Non posso credere che un Paese non sia in grado di esprimere un leader politico capace di governarlo» ha commentato Monti. E se fosse il contrario sarebbe grave, perché segnalerebbe non solo l'anomalia del sistema politico ma l'incapacità di una più larga comunità nazionale di selezionare la classe dirigente e prendersi cura dei propri problemi. Se da anni ci battiamo per abolire il Porcellum non possiamo poi pensare di adottare un modello di rappresentanza in cui il voto diventa un mero sondaggio di popolarità, tanto già si sa chi siederà nella stanza dei bottoni.

Decideranno gli elettori - che, non va dimenticato, hanno votato tutti i provvedimenti di Monti - di non fare scherzi e non cedere alla demagogia di promettere in campagna elettorale quello che una volta al governo non potranno mai mantenere. Esigiamo da loro che riformino la legge elettorale e approvino le norme anticorruzione. Spingiamoli pure ad organizzare al proprio interno competizioni primarie per la scelta dei candidati. Facciamo tutto questo con la giusta tensione civile ma giuriamoci anche di rispettare l'esito delle urne quale esso sia. Il governo tecnico è stata un'eccezione, speriamo felice, ma deve rimanere tale, non può diventare la regola.

I tecnici vengono chiamati alla guida nei momenti di massima emergenza, sono come dei medici dotati di grande competenza e serietà. Un Paese però non può consumare tutti i suoi giorni in ospedale, ha bisogno di ricominciare a pensare a lungo termine. Tutto ciò nel linguaggio delle democrazie moderne prevede che gli schieramenti si affrontino con programmi e ricette alternative tra loro, che i cittadini esprimano la loro preferenza e i vincitori siano chiamati a governare. Sarebbe singolare che, mentre esaltiamo le più moderne forme di partecipazione che la tecnologia ci ha regalato, alla fine congelassimo quella su cui è fondato il nostro patto di civiltà.

Dario Di Vico

@ dariodivico 10 settembre 2012 | 8:34© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/editoriali/12_settembre_10/decideranno-gli-elettori-dario-di-vico_cd8ec9ec-fb04-11e1-9366-7e3ba757dba7.shtml


Titolo: Dario DI VICO - L'inutile rito dello sciopero dei trasporti
Inserito da: Admin - Ottobre 02, 2012, 11:17:23 pm
Il commento - Arma spuntata

L'inutile rito dello sciopero dei trasporti

L'agitazione sembra un virus che obbliga le città a fermarsi per un giorno, slegata dalle relazioni con le controparti


Al via una settimana di disagi per i trasporti. Bus, tram e metro si fermeranno domani per l'intera giornata per lo sciopero nazionale proclamato unitariamente dai sindacati di categoria Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Uiltrasporti e Faisa-Cisal, per il mancato rinnovo del contratto scaduto nel 2007. Tra oggi e domani (a partire dalle 21 e per 24 ore) incroceranno le braccia anche tutti gli addetti ai servizi ferroviari di pulizie, accompagnamento notte e ristorazione a bordo treno. Lo sciopero nazionale di domani fa seguito alla protesta di 4 ore dello scorso 20 luglio. Si svolgerà secondo diverse modalità città per città e nel rispetto della garanzia dei servizi minimi. Queste le modalità delle principali città: Roma dalle 8.30 alle 17.30 e dalle 20 a fine servizio; Milano dalle 8.45 alle 15 e dalle 18 al termine del servizio; Napoli dalle 8.30 alle 17 e dalle 20 a fine servizio; Torino dalle 9 alle 12 e dalle 15 a fine servizio; Venezia-Mestre dalle 9 alle 16.30 e dalle 19.30 a fine turno; Genova dalle 9.30 alle 17 e dalle 21 a termine servizio; Bologna dalle 8.30 alle 16.30 e dalle 19.30 a fine servizio; Bari 8.30-12.30 e dalle 15.30 a fine servizio; Palermo dalle 8.30 alle 17.30; Cagliari dalle 9.30 alle 12.45, dalle 14.45 alle 18.30 e dalle 20 alla fine del servizio.

Domani gli autoferrotranvieri di tutt'Italia sciopereranno ancora una volta per il rinnovo del loro contratto che è stato firmato per l'ultima volta nel 2007. Come è avvenuto in svariate altre occasioni il fermo di tram, bus e metropolitane finirà per colpire gli strati più deboli del mercato del lavoro perché le cosiddette fasce orarie di salvaguardia non sono più da tempo uno strumento che va veramente in aiuto degli utenti. Il traffico delle grandi città e soprattutto quello che si muove dall'hinterland verso il centro non può essere più inscatolato in un unico format come ai tempi del fordismo e la grande massa dei lavoratori precari e a partita Iva, che si sposta durante il giorno in segmenti orari fortemente differenziati e che spesso non ha un unico indirizzo in cui lavora, subisce interamente il peso dello sciopero del trasporto locale.

In più gli osservatori di cose sindacali sono abbastanza convinti che l'agitazione di domani, a prescindere dalla sua riuscita, non smuoverà gli ostacoli. Gli enti locali che sono gli azionisti delle aziende di trasporto pubblico non sembrano focalizzati sulla risoluzione di questo conflitto, vivono una stagione di turbolenza tra spending review, taglio delle province ed episodi di malapolitica e di conseguenza non hanno risorse e lucidità per affrontare davvero i nodi aperti. Il guaio è che i sindacati degli autoferrotranvieri sono i primi ad essere coscienti di questo stallo, eppure insistono a convocare scioperi che finiscono per contrapporli all'utenza popolare piuttosto che incalzare le naturali controparti.

Così come l'epoca del budget zero ha reso inutile la tradizionale azione lobbystica della Confindustria, qualcosa di analogo sta succedendo per le forme di lotta sindacali. Lo sciopero è un'arma spuntata, spesso come nel recente caso del pubblico impiego le percentuali di adesioni sono basse, i leader lo chiamano «generale» più per minacciarlo nelle interviste che per organizzarlo veramente. Ci sarebbe tutta l'urgenza di una riconsiderazione degli strumenti di lotta sindacale, che però non arriva vuoi per l'oggettiva difficoltà a disegnare il nuovo vuoi per una ormai patologica pigrizia intellettuale.

In questo modo quello degli autoferrotranvieri si presta ad assomigliare a uno «sciopero endemico», una sorta di virus che periodicamente obbliga le città a fermarsi per un giorno, scisso da qualsiasi dinamica di relazione con le controparti. Non si sciopera per ottenere un obiettivo che è realmente alla portata di mano bensì solo per ribadire la propria esistenza organizzativa e per tener vivo il consenso della parte più militante degli iscritti. Poi se i lavoratori scioperano veramente oppure no cambia poco, anche perché in settori come quelli del trasporto pubblico per realizzare l'effetto ingorgo basta già il solo annuncio amplificato dai media.

Si può andare avanti? I sindacalisti più lungimiranti se lo stanno chiedendo, così come si interrogano sul dilagare delle forme di lotta spettacolari e autolesioniste. Ormai una vertenza aziendale non è tale senza il copione che vede salire su una torre, una gru o un grattacielo, almeno due o più lavoratori. Che ad uso delle tv e della stampa recitano il rosario della propria irriducibilità e intransigenza. Le confederazioni sindacali appaiono come spiazzate da questi episodi di radicalità o almeno fingono che sia così, senza però rendersi conto che ogni volta che il copione si ripete se ne va una fetta della propria titolarità di rappresentanza sociale. Il guaio del sensazionalismo conflittuale è che non solo oscura il prezioso lavoro quotidiano di tanti operatori sindacali che vivono a ridosso del disagio, ma alla lunga si annulla da solo. Arriveremo al punto che l'estremizzazione del gesto di protesta non farà più notizia, nella grande insalatiera mediatica si confonderà con qualcosa che è successo il giorno prima o che sta per accadere il giorno dopo.

Dario Di Vico

1 ottobre 2012 | 8:33© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_ottobre_01/inutile-rito-sciopero-trasporti-dario-di-vico_a1f49678-0b8e-11e2-a626-17c468fbd3dd.shtml


Titolo: Dario DI VICO - D'Alema: le cancellerie europee hanno fiducia in Monti
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2012, 11:06:12 pm
L'intervista «Tutti capiscono che il Paese deve uscire dall'emergenza e che la vera garanzia di stabilità è un governo regolarmente eletto»

D'Alema: le cancellerie europee hanno fiducia in Monti

«Bersani lo vede al Colle? Sono del tutto d'accordo Da Renzi una violenza distruttiva mai vista prima»


«Risponderò a tutte le sue domande ma la prego iniziamo dall'Europa e non da Berlusconi». Quando può raccontare del dibattito politico che si svolge a Parigi e Berlino Massimo D'Alema si sente sollevato. Lì si discute del futuro dell'Europa mentre «in Italia il discorso pubblico è distruttivo e ripiegato su noi stessi, perdendo così di vista scenario e problemi reali». Dal suo recente tour, comunque, D'Alema è tornato ancor più convinto del valore di Mario Monti. «Viene visto come una personalità che ha portato l'Italia fuori dal pantano e il destino dell'Italia alle cancellerie europee interessa perché temono un effetto contagio».

Siamo al paradosso che all'estero c'è maggiore benevolenza verso gli italiani di quella che noi stessi ci concediamo?
«In Germania ci giudicano un Paese industriale più competitivo della Francia, conoscono la forza del risparmio delle famiglie e considerano il nostro Nord largamente integrato con il loro sistema produttivo. E tutto ciò vale oro perché la crisi ha rivelato che non c'è prospettiva senza una base industriale forte e competitiva. Il capitalismo renano si è rivelato assai più robusto del modello finanziario londinese».

Ma la vittoria del socialista Hollande è servita a spostare gli equilibri oppure no?
«Gli sforzi congiunti di Hollande e Monti sono stati importanti ma la resistenza di Angela Merkel rende tutto estremamente lento. Paradossalmente la scelta politica più coraggiosa l'ha fatta la Bce, mentre i progressi politici verso l'unione bancaria e verso una strategia per la crescita sono troppo lenti. L'attesa per le elezioni tedesche, poi, può avere anche un effetto paralizzante».

Visto che Monti è il numero di telefono dell'Italia, le cancellerie europee auspicano un Monti bis?
«Tutti capiscono che l'Italia deve uscire dall'emergenza e che la vera garanzia di stabilità è un governo regolarmente eletto e con una solida maggioranza parlamentare, come avviene in tutti i Paesi europei».

Come si fa a incassare il dividendo legato all'azione di Monti senza un Monti bis?
«Chiedendo agli elettori di scegliere un governo di legislatura che abbia come programma la riorganizzazione del Paese».
Implicitamente lei sta dicendo, come Bersani, che Monti è più facile che varchi il Quirinale piuttosto che torni all'università Bocconi?
«Sono del tutto d'accordo con Bersani».

Come giudica lo stop and go di Berlusconi che nei giorni scorsi aveva ventilato di ricorrere al Monti bis e ieri invece ha minacciato di ritirare la fiducia al governo?
«Siamo tornati al Berlusconi populista e antieuropeo, quello che abbiamo conosciuto fino a pochi mesi fa. È la conferma di un irriducibile fondo estremista che rende, con ogni evidenza, impossibile l'idea di continuare la collaborazione con questa destra nel corso della prossima legislatura. Osservo però che vi sono in Italia poteri e interessi talmente ostili alla sinistra da aver tentato, ancora pochi giorni fa, di rivalutare il Cavaliere presentandolo come un illustre statista».

Ma è stato lei a considerare per primo Berlusconi uno statista da coinvolgere nel ridisegno delle istituzioni.
«Sì, ho cercato un accordo sulle regole per costruire un sistema democratico non lacerato da pregiudiziali, un bipolarismo civile. Era nell'interesse del Paese. Ma sono passati 14 anni e abbiamo dovuto constatare che con Berlusconi non è possibile».

Ieri però l'ex premier ha rigettato sul centrosinistra l'accusa della mancata regolamentazione del conflitto di interesse.
«È un'operazione ridicola e vergognosa. Quando cercammo di scrivere una legge seria e rigorosa, e fui io come presidente del Consiglio a fare questo tentativo, ci trovammo di fronte a un violentissimo ostruzionismo parlamentare. Per cui se Berlusconi oggi è chiamato a rispondere in tribunale come la persona che ha detenuto l'effettivo controllo di Mediaset, deve sapere che è lui stesso ad averlo voluto. Non si lamenti delle conseguenze. Invece, fa impressione che in un Paese con la pressione fiscale così alta su tanti cittadini, chi ha governato per anni sia condannato per frode fiscale».

Il Cavaliere ha annunciato che guiderà in prima persona la campagna elettorale del suo schieramento. Cosa cambia per il Pd?
«Niente. Berlusconi resta il leader del centrodestra, l'annuncio di ieri non mi stupisce».

Le primarie del centrodestra con il Cavaliere che dà le carte restano credibili?
«Spero che si facciano e abbiano il carattere di una vera consultazione. Sarebbe un'occasione di confronto tra modi diversi di concepire la partecipazione democratica e allontanerebbero, per loro, la tentazione di invadere le nostre...».

Le doppie primarie stanno mettendo in difficoltà Pier Ferdinando Casini, una personalità politica a cui lei ha guardato sempre con interesse.
«Il centro democratico ha lavorato per porre fine alla stagione di Berlusconi e ciò va riconosciuto. Ma oggi l'Udc appare come un partito indeciso, che non ha chiaro quale sia la sua mission. Penso che la strada giusta sia l'alleanza tra progressisti e moderati, un patto di legislatura per le riforme e la ricostruzione del Paese».

Al centro si stanno affacciando nuove figure. È stato presentato un manifesto firmato da Riccardi e Montezemolo e si parla di una discesa in campo del ministro Passera.
«La politica non è un club chiuso e il Paese ha bisogno dell'impegno di personalità nuove, occorre però non disperdere le forze e dunque spero che ci si concentri attorno a un progetto politico condiviso».

Veniamo alle primarie del Pd. Lei si è caricato addosso il peso della battaglia contro Renzi. Alcuni giudicano che sia stato coraggioso, altri masochista.
«Veramente è Renzi che ha fatto di me il suo bersaglio. Difendo una storia e una tradizione che lui vorrebbe rottamare, ma soprattutto sono convinto che per il Paese l'unica prospettiva credibile sia data dalla vittoria di Bersani».

Beppe Vacca, un intellettuale a lei molto vicino, ha detto che se vincesse Renzi il partito lo espellerebbe in breve. Anche lei ha fatto presagire un rincrudimento della lotta politica dentro il Pd. Pensa che sarebbe possibile una scissione da sinistra?
«Dovrebbe essere Renzi il vero destinatario della sua domanda. È lui che vuole rottamare idee e persone. La sua è una violenza distruttiva che non si è vista mai, in nessun partito. Un partito è una comunità di persone che si rispettano e coltivano lo stesso sentimento verso la propria storia».

Vendola però sta rendendo più difficile la vita a Bersani. Un giorno presenta un referendum contro la riforma Fornero e l'altro promette di rottamare Monti.
«Non sono d'accordo con queste posizioni di Nichi e lo dico apertamente. Sono convinto però che Bersani saprà farsi garante dell'equilibrio della coalizione. Anche perché è stato scelto, e voi giornalisti lo avete sottovalutato, un metodo di risoluzione dei contrasti, una sorta di governance della coalizione. Le forze politiche che hanno aderito alle primarie hanno concordato che le decisioni nell'alleanza verranno prese a maggioranza dall'assemblea dei parlamentari eletti».

So che il termine rottamazione le procura fastidio intellettuale, ma fuori dalla politica suona come ricambio e oggi i giovani chiedono spazio e rinnovamento nella società e nelle professioni. Non può non tenerne conto.
«Ne tengo tanto conto che sono favorevole al ricambio, il Paese ne ha bisogno. È singolare però che la rottamazione dei politici sia pilotata da chi poi ostacola il ricambio nella società. L'establishment vuole che il rito distruttivo si celebri e si esaurisca nel perimetro politico, anzi nel perimetro del centrosinistra. In modo che le classi dirigenti, responsabili dello sfascio non meno dei politici, possano continuare a fare quello che hanno fatto fino a oggi. Ricorda Tomasi di Lampedusa? Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi...».

Dario Di Vico

28 ottobre 2012 | 9:03© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_ottobre_28/cancellerie-europee-fiducia-in-monti-intervista-dalema-divico_9170b29a-20cf-11e2-89f5-89e01e31e2ac.shtml


Titolo: Dario DI VICO - LA SVOLTA DELLA LEGGE DI STABILITÀ
Inserito da: Admin - Novembre 03, 2012, 11:57:20 am
LA SVOLTA DELLA LEGGE DI STABILITÀ

Amnesie, pigrizie e cambi di rotta

Siamo tutti diventati bravi nella fenomenologia della crisi. Ci raccontiamo come abbiamo trovato vuoto il tal ristorante, quale negozio ha chiuso in una frequentatissima via della città, il nome dell'artigiano che dopo strenua resistenza ha dovuto rassegnarsi. Siamo tutti convinti di essere entrati in una delle congiunture più grigie della Grande Crisi e non credendo più alle super ricette, alle dotte citazioni di Friedman/Keynes/Schumpeter/Krugman, ci fidiamo solo di ciò che vediamo con i nostri occhi. Quanto al governo capiamo che sta facendo quel «lavoro sporco» che nessuno degli esecutivi che lo avevano preceduto aveva avuto la lungimiranza di iniziare. Poi ciascuno di noi coltiva una, dieci, cento critiche da rivolgere ai ministri ma ci siamo convinti che non esiste una politica economica alternativa e praticabile subito. Avremmo però bisogno che qualcuno spiegasse meglio come intende guidare il Paese in questi mesi che portano alle elezioni ma necessitano comunque di scelte sull'occupazione, i consumi, gli investimenti. Non chiediamo di essere illusi raccontandoci che la ripresa è vicina, vorremmo più dettagli sulle tappe di avvicinamento.

Forse non è possibile riassumere «il polso del Paese» così sinteticamente ma riflessioni di questa natura sono utili per contestualizzare la legge di Stabilità varata dal governo e poi rivisitata. Si era cominciato dicendo che avrebbe avvantaggiato il 99% della popolazione e poi si è visto che mai affermazione era stata così vuota. Si era confezionato un autentico pasticcio sulla franchigia e sul tetto per le detrazioni fiscali per di più retroattivo e in questo modo si era messa in obiettiva difficoltà la famiglia Rossi che nella programmazione del suo budget avrebbe voluto poter decidere con maggiore serenità. In definitiva il vero errore compiuto dal governo in questa circostanza è stato quello di aumentare il tasso di incertezza invece di diminuirlo.

Ora Monti e i suoi collaboratori hanno deciso di cambiare rotta, puntano sulla riduzione del cuneo fiscale con il doppio obiettivo di dare un po' di ossigeno alle imprese e favorire i lavoratori a reddito basso con la speranza di sorreggere i consumi. La mossa è giusta, si tratta di riempirla con numeri e date e subito dopo di raccontarla alle imprese. Un primo effetto positivo sarà quello di rimotivare le parti sociali che hanno finora sottovalutato la portata di un'intesa per la produttività basata sul decentramento della contrattazione. Ma una volta scelta come obiettivo-guida la riduzione del cuneo fiscale bisognerà accompagnare questa opzione con iniziative coerenti, rimediando ad amnesie e pigrizie. Perché la nuova Ice (l'agenzia che ha preso il posto dell'Istituto per il commercio estero) procede così a rilento proprio quando l'export si conferma un'importante carta da giocare? Perché l'esame del piano Giavazzi che prevedeva un radicale riordino delle agevolazioni alle imprese non è stato ultimato?
Formulo queste domande non per compilare una lista di accuse ma solo per sostenere come l'inversione di marcia sarà doppiamente valida se accompagnata da scelte omogenee e comprensibili. Una maggiore linearità dell'azione di governo non ridurrà di per sé l'ansia sociale, può aiutare però gli operatori nelle decisioni di business e le famiglie nella difficile conduzione del giorno per giorno. Non chiediamo un «racconto» con la maiuscola ma l'illustrazione di un itinerario condiviso e credibile. Magari scopriremo che la chiarezza funziona meglio della pedagogia.

@dariodivico

Dario Di Vico

2 novembre 2012 | 7:39© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_novembre_02/di-vico-amnesie-pigrizie_48a42e66-24b7-11e2-974b-22431e7be0ba.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il logorio dei tecnici
Inserito da: Admin - Novembre 17, 2012, 03:07:03 pm
UNA IMPASSE DA EVITARE


Il logorio dei tecnici


L'impressione è che ci stiamo dirigendo verso una sospensione dell'azione di governo, eppure lo spazio (cinque mesi) che ci separa dalle urne equivale quasi a metà del tempo fin qui trascorso a Palazzo Chigi da Mario Monti. Il rischio è che la sacrosanta competizione tra i partiti e il battage sulla scelta dei candidati monopolizzi il discorso pubblico e si finisca per dare per scontato che il Parlamento non debba più lavorare. Senza voler sottovalutare le discontinuità introdotte dal governo dei tecnici è però evidente a tutti che il Paese non è guarito dalle sue malattie. Il debito pubblico è arrivato a quota 1.995, a soli cinque miliardi dalla soglia psicologica dei 2 mila miliardi. Lo spread , che testimonia il giudizio dei mercati, continua a veleggiare attorno a quota 360. La disoccupazione ha fatto segnare il record e purtroppo la tendenza è tutt'altro che invertita. Il sistema delle imprese è in grave sofferenza, perché se è vero che chi ha trovato la via dell'export sta ottenendo risultati positivi, il mercato interno è quasi totalmente fermo. Le nostre città stanno lentamente cambiando volto e i segni della depressione dell'economia cominciano ad essere visibili nelle zone industriali e nelle vie dei centri storici.
Ricordare tutto ciò non è un esercizio polemico, vuole essere solo un richiamo a non interrompere l'azione di governo e a non archiviare frettolosamente l'agenda Monti. Paradossalmente la Spagna, la cui condizione di salute è peggiore della nostra, ha dalla sua il vantaggio di godere di quattro anni di continuità del governo Rajoy mentre davanti a noi si stagliano mesi di vuoto inerziale ai quali nemmeno sappiamo se seguirà la formazione di una maggioranza stabile e coesa. Il premier Monti a più riprese ha sostenuto (giustamente) l'inopportunità per l'Italia di dotarsi di quell'ombrello protettivo rappresentato da un memorandum d'intesa sottoscritto con le autorità internazionali. Però doverlo firmare proprio a ridosso dei comizi elettorali non costituirebbe una scelta neutra dal punto di vista degli equilibri politici e potrebbe influenzare negativamente l'orientamento degli elettori. Ma - e c'è un grosso ma - di fronte a una paralisi dell'azione di governo crescerebbe il novero di quanti già da oggi chiedono l'apertura di quel parafulmine.
Se vogliamo combattere l'inerzia ed evitare di sottostare ad una scelta che si presenta dolorosa e divisiva non c'è bisogno di anticipare la data delle urne. Sarebbe importante, intanto, che le forze politiche dessero prova della propria responsabilità, impegnandosi a non promettere ciò che non potranno mantenere una volta al potere. Il governo, dal canto suo, dovrebbe continuare ad esercitare la sua azione con la medesima intensità e concentrazione senza sciogliere le righe. Lo deve fare innanzitutto per coerenza: la stragrande maggioranza delle decisioni prese sulla carta non è stata ancora implementata e i prossimi cinque mesi possono essere correttamente utilizzati per contrastare le lungaggini degli apparati burocratici e rendere esigibili le misure varate. Il periodo che ci porterà da qui all'aprile del 2013 non può, dunque, essere considerato come un accidente della storia e i motivi sono almeno due: il disagio delle forze produttive non rispetta le sospensioni elettorali e il giudizio della comunità internazionale sull'esperimento Monti (e di converso sull'Italia) sarà formulato alla fine del percorso, e non ai due terzi.

Dario Di Vico

15 novembre 2012 | 9:44© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_novembre_15/logorio-tecnici-divico_9bde07d0-2eeb-11e2-8b0e-23b645a7417c.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Frenare l'arroganza
Inserito da: Admin - Dicembre 01, 2012, 11:37:11 pm
IL DECRETO DEL GOVERNO E IL FUTURO DELL'Ilva

Frenare l'arroganza


C'era bisogno di intervenire e il governo non si è tirato indietro incassando a fine serata un plauso, che seppure non unanime è comunque ampio e significativo. Il decreto emesso ieri dal Consiglio dei ministri per la continuità produttiva dello stabilimento Ilva introduce delle novità e fissa alcuni punti importanti. Innanzitutto lega la risoluzione del rebus di Taranto, la necessità di riuscire a conciliare nel Mezzogiorno ambiente e lavoro, all'immagine stessa dell'Italia nel consesso internazionale. Che lo abbia affermato in conferenza stampa il premier Mario Monti, la cui attenzione al giudizio dell'opinione pubblica europea è costante, equivale alla promessa che la città non sarà lasciata sola. Anzi, che il processo di risanamento della fabbrica sarà il più trasparente possibile.

Il governo ieri ha anche detto che considera l'acciaieria pugliese un'attività strategica con un'affermazione che non potrà non piacere a quanti legano indissolubilmente la caratura internazionale del nostro Paese alla forza e alla credibilità della sua industria. Chi aveva criticato a più riprese l'impostazione di Monti tesa a privilegiare più l'allargamento della domanda (le liberalizzazioni dei taxi e del mercato del lavoro) che la salvaguardia dell'offerta (la nostra struttura manifatturiera) non potrà non cogliere la discontinuità culturale presente nel decreto. Si sta facendo della politica industriale, seppur sotto il condizionamento dell'emergenza e dopo aver manifestato qualche incertezza e pigrizia.

La produzione a Taranto non si fermerà innanzitutto perché questa è la garanzia, forse la sola, per avviare la bonifica ambientale e poi perché quello stabilimento è centrale nel sistema delle forniture della filiera meccanica italiana. Non sappiamo, infatti, quanto ancora sarà lungo il tunnel della crisi ma non possiamo pensare neanche per un attimo di uscirne deindustrializzando. Se vogliamo sperare di tamponare la crescita della disoccupazione - i dati di ieri sono allarmanti - non possiamo un giorno invocare il radicalismo della piazza e quello dopo avere atteggiamenti autolesionistici.

I problemi, dunque, si affrontano e non si negano. È questo il messaggio di Palazzo Chigi ed è importante che tutti gli altri soggetti coinvolti a vario titolo nel dramma di Taranto si muovano con lo stesso spirito, con l'obiettivo cioè di coniugare responsabilità e pragmatismo. Il sindacato lo ha fatto e l'esempio va esteso quanto più possibile. Perché ciò possa avvenire c'è una sorta di precondizione: più il governo e il garante che sarà nominato saranno intransigenti con la famiglia Riva, più sarà chiaro agli abitanti della città che il decreto reca con sé una svolta e recepisce il drastico giudizio dato dalla magistratura sull'operato degli azionisti e del management dell'Ilva. Non c'è ulteriore spazio per l'arroganza e la clausola inserita nel decreto, che prevede in caso di ostruzionismo da parte dei Riva persino la perdita della proprietà, rappresenta un passaggio chiave (non scontato) dell'iniziativa del governo.

Dario Di Vico

1 dicembre 2012 | 7:36© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_dicembre_01/frenare-l-arroganza-di-vico_ea02c540-3b7f-11e2-97b1-3dd2fef8db49.shtml


Titolo: Dario DI VICO - L'ascensore che non sale più
Inserito da: Admin - Dicembre 08, 2012, 05:45:01 pm
IL CETO MEDIO PERDE REDDITO E PESO

L'ascensore che non sale più


L'abilità di Giuseppe De Rita nel produrre lessico serve a raccontarci meglio l'evoluzione della società italiana e quest'anno ci consegna il termine «smottamento». Il ceto medio che a spanne rappresenta il 60% delle famiglie sta subendo un netto declassamento, retrocede.
I suoi redditi si contraggono, la ricchezza posseduta diminuisce, il posto di lavoro salta. Sotto i colpi della crisi la società, dunque, subisce un profondo mutamento. I commercianti abbassano le saracinesche, gli artigiani non ce la fanno a reggere l'urto della recessione e delle tasse, il management intermedio è il primo a pagare le politiche di ristrutturazione aziendale, i piccoli professionisti viaggiano spaesati.
Il fenomeno, almeno per una volta, non è unicamente italiano ma attraversa tutti i Paesi sviluppati e lo dimostrano le cronache politiche di questi mesi che ci hanno riportato come sia François Hollande sia Barack Obama abbiano scelto come motivo conduttore delle loro campagne proprio questo tema. Per onestà va aggiunto che da noi è più bassa che altrove la mobilità sociale e il turnover generazionale più difficile. L'ascensore italiano viaggia al contrario e cresce quantitativamente la parte inferiore del ceto medio, ingrossata dalle famiglie straniere e dal vertiginoso incremento del numero dei singoli. La percentuale di connazionali che vive in «tipologie di famiglie non tradizionali» in meno di venti anni è cresciuta dal 7,6 al 17,3%.

Viene facile da pensare che anche da noi, come in Francia e negli Stati Uniti, chi aspiri a vincere le elezioni debba in qualche maniera confrontarsi con l'Agenda del signor Rossi, con le priorità delle classi medie italiane. Speriamo solo che ciò non avvenga spargendo a piene mani la cattiva moneta delle promesse impossibili da mantenere. C'è da auspicare, invece, che sia la politica sia la rappresentanza sociale rivolgendosi al ceto medio «smottato» sappiano coniugare la visione con la responsabilità. Perché tutto sommato la straordinaria vitalità della società italiana può tornare a produrre valore.

Prendiamo le relazioni industriali. Se le parti accettano di chiudere il librone del Novecento e in azienda prevale un clima di collaborazione ne possono scaturire aumenti di produttività, riapertura delle carriere professionali, nuovi istituti della contrattazione. Lo stesso vale per le relazioni tra banca e impresa, dove oggi abbondano l'afasia e il sospetto si può costruire invece un confronto più ricco che renda veramente meritocratica la concessione del credito, governi il ricambio generazionale, accompagni le aggregazioni tra piccole imprese. Sono solo degli esempi, per carità, altri ne andrebbero individuati nel campo dell'istruzione, delle professioni e della pubblica amministrazione perché è essenziale che i soggetti della società sappiano ripensare il proprio ruolo dentro la crisi, si riposizionino. L'analisi, però, non sarebbe completa se non investisse le élite , «gli dei della città» per dirla con De Rita. La distanza con il popolo è cresciuta, la crisi ha favorito le culture oligarchiche, i circuiti chiusi, le solidarietà di casta. Perpetuando questi riti un Paese non è destinato ad andare molto lontano. Forse prima dei taxi dovremmo liberalizzare proprio le élite.

@dariodivico
Dario Di Vico

8 dicembre 2012 | 8:49© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_dicembre_08/ascensore-che-non-sale-piu-dario-di-vico_05944cc2-410a-11e2-b1cb-f72c456506f7.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il richiamo a sorpresa del premier Ma ora le donne contino ...
Inserito da: Admin - Dicembre 24, 2012, 07:00:07 pm
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Il richiamo a sorpresa del premier Ma ora le donne contino davvero

di Dario Di Vico


«Deve cambiare il modo di vedere la donna». Non capita spesso che un primo ministro nella conferenza stampa di rendiconto finale dell’attività del suo governo se ne esca con una frase di questo tipo. Ieri mattina Mario Monti lo ha fatto sorprendendoci tutti e facendoci sentire, seppur solo per qualche minuto, cittadini di un Paese moderno e inclusivo. La realtà di tutti gli altri santi giorni purtroppo non è così in linea: nell’apposito indice internazionale che si occupa di misurare il gap di genere siamo all’80° posto nel mondo, il tasso di occupazione femminile in Italia è del 46,5% (al Nord 56,6%) e ci fa essere il fanalino di coda dell’Europa, le donne guadagnano in media il 9% in meno degli uomini anche a parità di mansioni e non raggiungono quasi mai il vertice delle imprese e delle organizzazioni in cui lavorano.

Se questi sono i dati bruti del nostro ritardo i sociologi più attenti al fenomeno segnalano da tempo una crescita dell’universo femminile italiano, un movimento «dal basso». Le donne hanno oggi un surplus di motivazione che le rende nei fatti più competitive dei loro coetanei maschi e se è difficile trovare dei numeri che lo attestino può essere comunque interessante osservare come intere professioni che in passato erano monopolio degli uomini, ad esempio l’ingegnere, vedono palesarsi — per ora nelle aule universitarie — addirittura un sorpasso femminile.

Per tentare di spiegare il fenomeno si è ricorsi a un’immagine, l’effetto elastico, secondo cui una realtà sociale viva, rimasta per troppo tempo compressa, nel momento in cui viene seppur parzialmente liberata sviluppa energie doppie rispetto al tempo e allo spazio dati. Corre in avanti come una molla. Se volessimo fare un paragone di carattere sociologico potremmo pensare allo straordinario sviluppo civile della Spagna negli anni immediatamente successivi alla caduta del franchismo. Onestamente non conosciamo ancora tutte le potenzialità insite nell’effetto elastico dovuto al nuovo protagonismo femminile e i riscontri benefici che potrebbe determinare sull’ingessatissima società italiana, però è evidente che le dinamiche messe in moto dalla Grande Crisi hanno giocato contro e quindi hanno concorso quantomeno a ridimensionare la discontinuità rosa.

Nelle chance di modernizzazione legate all’inclusione del Fattore D vanno messi in luce anche dei fattori squisitamente culturali. Secondo una recente ricerca della Confartigianato milanese sulle differenze uomo/donna in campo imprenditoriale emerge che lo stile di direzione femminile presenta dei vantaggi competitivi «orizzontali» nella capacità di ascolto, nell’allargamento delle responsabilità e, infine, nella costruzione dei network di relazione economica. Tutti elementi che in una moderna creazione di valore risultano decisivi sia se applicati alla dimensione comunitario-distrettuale dei nostri territori sia alla nuova cultura del capitalismo delle reti.

Tornando a Monti vale la pena però ricordare come non abbia solo accennato al mutamento necessario nel modo di vedere la donna ma abbia anche ricordato (e biasimato) come in Italia nascano pochi bambini. In sostanza, ha detto il premier uscente, siamo riusciti a sommare due contraddizioni: scarsa partecipazione delle donne al mondo del lavoro e natalità debole. Ci siamo ficcati in un vicolo cieco dal quale però sarebbe bene trovare il modo di uscire e in fretta. Se Monti ci indica la luna noi non vorremmo farci distrarre dal dito e continuare, invece, a guardare in alto. Di conseguenza auspicheremmo che in campagna elettorale si possa discutere (anche) delle politiche necessarie per ridurre lo spread di inclusione femminile.

Magari si potrebbe partire, tanto per restare in casa del Professore, da alcune delle proposte formulate da due docenti dell’Università Bocconi, Alessandra Casarico e Paola Profeta, nel loro libro Donne in attesa pubblicato dalla casa editrice dell’ateneo milanese.

Il nostro welfare si serve dei nonni come sostituti degli asili nido che non ci sono (solo il 12,7% dei bambini li frequentano) e che andrebbero, invece, realizzati utilizzando anche con soluzioni innovative. Nel momento cruciale della maternità non esistono detrazioni Irpef o deduzioni di spesa che vengano incontro alle donne. Si potrebbe prevedere un assegno di 500 euro al mese per le famiglie composte da genitori che lavorano entrambi e con bambini da 0 a 2 anni. Servirebbero sgravi alle imprese che assumono manodopera femminile così come la normativa sui congedi di paternità, oggi troppo timida, andrebbe ampliata e finanziata. Con queste e altre novità, garantiscono le due docenti, si avrebbe sia l’auspicata maggiore partecipazione delle donne al lavoro sia un deciso contributo al Pil. Nella agenda di Monti proposte in questo senso ci sono. Si apra il confronto.

da - http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-richiamo-a-sorpresa-del-premierma-ora-le-donne-contino-davvero/


Titolo: Dario DI VICO - La sindrome di Vicenza
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2013, 05:52:34 pm
LE ANALOGIE CON LA CAMPAGNA DEL 2006

La sindrome di Vicenza

Ieri, solo una dozzina d'ore dopo lo straordinario exploit televisivo di Silvio Berlusconi dagli schermi de La7, Laura Puppato, capolista del Pd al Senato, non ha trovato di meglio che dichiarare in conferenza stampa: «Il Veneto deve essere presente nel governo del Paese». In molti hanno interpretato la sortita come un'autocandidatura e forse lo è, ma l'episodio è sicuramente rivelatore dell'umore che circola a sinistra. Si dà per scontata la vittoria e ci si posiziona per entrare nella lista dei ministri. Sottovalutando così la svolta impressa dal Cavaliere alla campagna elettorale. Come nel 2006 Berlusconi usò il convegno confindustriale di Vicenza per lanciarsi alla rincorsa di un Prodi già dato per trionfatore, così da Santoro il leader del centrodestra ha cambiato marcia. Nelle precedenti uscite televisive da Barbara D'Urso e Massimo Giletti il Cavaliere era parso rancoroso e imbolsito, giovedì sera invece con una trasformazione che ha del miracoloso è ridiventato il mattatore capace di inanellare gag, bugie e astuzie da vero uomo di spettacolo.

Vedremo se i sondaggi premieranno da subito la sua performance , di certo la serata è servita a motivare quegli elettori di centrodestra che, delusi dai risultati dei governi Berlusconi, pensano di astenersi. Ad oggi circa il 25% dell'intera platea elettorale dichiara che non voterà, almeno due quinti di loro però possono essere indotti a cambiare parere. È su questa inversione - che riguarderebbe per lo più suoi ex sostenitori - che punta il Cavaliere e aver strappato la vittoria nell'insidiosissima trasferta di Servizio Pubblico contribuisce a galvanizzare le truppe. Ciò non vuol dire che Berlusconi possa rimontare del tutto lo svantaggio, i suoi competitor però da domani faranno bene a comportarsi come se fosse possibile.

Il Pd rischia anch'esso di ripercorrere le orme del passato, replicare le campagne elettorali del '94 e del 2006 iniziate disponendo di un largo vantaggio e poi perse o vinte con un margine striminzito. Come dimostra l'episodio della Puppato, a sinistra alberga un pericoloso sentimento di autosufficienza. Finora il Pd non è riuscito a imporre nell'agenda elettorale nemmeno un tema, ha subito l'offensiva sulle tasse e ha risposto promettendone di nuove o lasciando spazio alle bordate spaventa-ricchi di Nicola Vendola. Sempre per rimanere al confronto con il 2006 vale la pena di ricordare l'effetto negativo che ebbe per l'Unione la proposta di patrimoniale sulla casa avanzata da Fausto Bertinotti.

Probabilmente il Pd ha sottovalutato non solo le capacità di Berlusconi ma anche le inerzie di un sistema bipolare. Quel consistente pezzo di Italia che non vuole le sinistre al governo finora si era nascosto ed è bastato che sulla ribalta si affacciasse un'offerta politica vibrante per riaggregare tutti i pezzi del centrodestra andati precedentemente in frantumi. Da Lombardo alla Lega, da Formigoni a Tremonti. Il Pd finora è rimasto sorpreso, sul breve avrà la tentazione di dare la colpa alla ditta Santoro & Travaglio ma poi probabilmente capirà che in politica i vuoti vengono riempiti e che se si vogliono vincere le elezioni - e soprattutto convincere il Paese - occorre un supplemento di elaborazione. Programmatica ma anche di cultura politica. «Operai e capitale», il libro più importante di Mario Tronti, oggi candidato al Senato in Lombardia, uscì nel 1966. Nove anni prima che nascesse Matteo Renzi.

Dario Di Vico

12 gennaio 2013 (modifica il 13 gennaio 2013)© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_12/la-sindrome-di-vicenza-di-vico_2e13527a-5c84-11e2-bd70-6c313080309b.shtml


Titolo: Dario DI VICO - C'è un Paese che non s'arrende
Inserito da: Admin - Gennaio 19, 2013, 04:12:13 pm
LA CRISI E QUALCHE SEGNALE DALLE IMPRESE

C'è un Paese che non s'arrende


In altre stagioni ci saremmo divisi tra ottimisti e pessimisti. Oggi, purtroppo, non c'è partita e i dati del Bollettino economico di Banca d'Italia lo ribadiscono. Peggiorano le stime sul Pil che nel 2013 scenderà dell'1% e non dello 0,2% come indicato in precedenza e anche l'occupazione subirà un ulteriore taglio dell'1%. Scattata e condivisa la fotografia dei guasti della recessione, si sente però l'esigenza di completare l'operazione e di parlare a quella parte del Paese che non solo non si arrende ma qualche risultato lo porta a casa pur camminando controvento. E sì, perché la recessione non equivale a una caduta verticale delle attività, anche questa volta è un mutamento di pelle che, rispetto al passato, sconta in vari settori un arretramento più secco e una drastica contrazione dell'offerta. Lo stesso documento della Banca d'Italia, ad esempio, riconosce la straordinaria vitalità delle nostre aziende esportatrici, che tra l'altro stanno animando una discreta campagna di acquisizioni all'estero. Troppo spesso dimentichiamo che a fare la differenza tra i tedeschi e noi, più che la qualità del prodotto industriale, è l'efficienza della catena distributiva. E purtroppo noi italiani, salvo qualche lodevole eccezione, in logistica e vendita al dettaglio non siamo mai stati tra i primi della classe.

Interpretare il mutamento di pelle è sempre un esercizio difficile ma ci sono episodi che in qualche modo vanno colti perché possono segnare la transizione. Uno di questi è lo sbarco a Sassuolo del colosso americano Mohawk che ha comprato la Marazzi. Quello emiliano della ceramica è il fratello maggiore dei distretti del made in Italy e le dinamiche che lo coinvolgono sono anticipatrici. Sarà dunque interessante vedere come l'arrivo americano rimodulerà i rapporti, spingerà o meno i Piccoli a mettersi assieme, aprirà magari nuove opportunità di collaborazione finalizzate ai mercati terzi. Il cambiamento vede protagoniste anche diverse multinazionali che operano da tempo in Italia, si sono radicate e in qualche modo ibridate. I loro country manager sono degli alleati che qualsiasi governo dovrebbe cercare di portare dalla sua/nostra parte affinché si stabiliscano in Italia nuove localizzazioni produttive e affluiscano risorse per gli investimenti necessari a globalizzare i nostri marchi.

Dove il mutamento di pelle fatica a venir fuori è il mercato interno, troppo debole perché ci possano essere prospettive rosee per le piccole imprese che non esportano e di conseguenza per i livelli occupazionali che hanno garantito finora. Allora i dossier da prendere in mano subito - prima delle urne - possono essere anche solo due: la filiera dell'edilizia e i pagamenti pregressi della pubblica amministrazione. Nel primo caso è stato annunciato un tavolo per monitorare la concessione dei mutui alle famiglie. In quella sede per sostenere la domanda di abitazioni si dovrà valutare l'ipotesi di tornare alla tradizione delle cartelle fondiarie sottoscritte in una prima fase da investitori istituzionali, magari a partire dalla Cassa depositi e prestiti. Quanto ai pagamenti siamo ancora in fase di stallo perché troppe pubbliche amministrazioni, comprese alcune Procure della Repubblica, non hanno i soldi per pagare e le banche faticano a scontare i crediti pur perfettamente certificati. Ma non si può lasciare che tutto marcisca.

Dario Di Vico

19 gennaio 2013 | 8:00© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_19/un-paese-che-non-s-arrende-dario-di-vico_0bee296c-6202-11e2-a69b-1ca806f8d8c9.shtml


Titolo: Dario DI VICO Cambia il popolo delle partite Iva
Inserito da: Admin - Febbraio 27, 2013, 05:26:53 pm
Il Nord tra vendette e rivoluzione

Cambia il popolo delle partite Iva

Il Movimento 5 Stelle diventa primo partito, la Lega vede dimezzare i propri consensi. E il Pd arretra rispetto al 2008


PADOVA - In Veneto il Movimento 5 Stelle è diventato in un colpo solo il primo partito con il 24,3%, eppure la prima reazione dei politici locali di lungo corso è stata quella di procedere ad epurazioni oppure di chiedere il rimpasto di giunta a Palazzo Balbi, sede della Regione. Appena uscite le proiezioni la presidente della Provincia di Padova, Barbara Degani (Pdl), ha dimissionato l'assessore all'Interporto Domenico Riolfatto, reo di aver lasciato nelle settimane scorse gli azzurri e di esser passato armi e bagagli con la Lista Monti.

Più preoccupante è il conflitto che si è aperto già nel pomeriggio di ieri tra i due partiti del forzaleghismo a proposito della giunta Zaia: i berlusconiani Giancarlo Galan e Dario Bond hanno chiesto senza mezzi termini il rimpasto in Regione. Contando i voti del Senato la Lega appare in Veneto come la grande sconfitta (a Treviso città è scesa sotto il 9%!), i suoi elettori sono stati il bacino di consenso di Beppe Grillo visto che il partito del Carroccio aveva alle ultime politiche incassato il 27% dei consensi, alle Regionali il 35% e ieri è passato a un misero 11,1%.

Il 24,3% di voti presi da 5 Stelle sono la traduzione nelle urne delle piazze che Beppe Grillo ha riempito in quasi tutte le città del Nord Est e dell'appoggio che ha trovato presso il popolo delle partite Iva, tra gli artigiani e i commercianti. La «pancia del Paese» che era stata la leva del forzaleghismo da queste elezioni esce come in condominio, parte con il centrodestra e parte con i grillini. Ci sarà tempo per analizzare questa mutazione repentina ma nel Nord Est il voto sembra aver preso questa strada. E del resto gli ultimi comizi di Grillo, che è andato fino a Belluno e Rovigo, sono stati dedicati almeno per metà a temi come la difesa del made in Italy, l'abolizione dell'Irap, i soprusi di Equitalia e la revisione degli studi di settore. È interessante notare come in Piemonte il Movimento 5 Stelle ieri abbia preso grosso modo i voti del Veneto (attorno al 25,3%) mentre resta relativamente dietro in Lombardia, attorno al 17-18%. Il paradosso è che anche in una piazza come Varese, dove pure Grillo è rimasto basso (17,4%), pareggia grosso modo i voti presi dalla Lega Nord in quella che è considerata la sua capitale politica per aver espresso le leadership prima di Umberto Bossi e poi di Roberto Maroni.

Intuita la mala parata il sindaco di Verona, Flavio Tosi, già negli ultimi giorni di campagna elettorale aveva iniziato a sostenere la necessità di creare un nuovo contenitore politico che andasse «oltre la Lega». Ieri, dopo i dati che hanno visto il suo partito conquistare un misero 13% a Verona, ha individuato nell'alleanza con il Cavaliere la causa prima della sconfitta della Lega ma tutto ciò non potrà evitare che si riapra il contenzioso con Zaia. Il governatore è parso poco impegnato nei comizi e l'unica affermazione degna di nota che si ricorda di lui nelle ultime settimane è stata sibillina («Il Nord Est è finito») e poca adatta a rastrellare voti. Ieri Zaia pressato dai cronisti se l'è cavata dichiarando che «il vero bocciato di queste elezioni è Mario Monti» ma è il primo a sapere di aver solo tirato il pallone in tribuna.

Il risultato delle regioni del Nord boccia anche il neo laburismo di Pier Luigi Bersani, in Veneto il Pd con il 23,3% segna una performance più bassa di quella delle elezioni politiche del 2008 dove aveva fatto toccato il 26,5%. Il leader piacentino aveva puntato su una candidatura locale, Laura Puppato, che non sembra aver prodotto valore aggiunto. Il risultato delle regioni settentrionali resta amaro per il centrosinistra: al Senato in alcune province come Bergamo e Brescia il distacco dal centrodestra oscilla tra i 17 e i 15 punti. Durissima è stata la competizione in Piemonte che era considerata una regione sicura per il centrosinistra e che invece lo ha visto prevalere sulla coalizione di Berlusconi solo sul filo di lana. C'è da dire che il Piemonte ha riservato un pessimo lunedì ai leghisti che hanno subito un effetto-Cota all'incontrario, pur avendo il governatore della Regione hanno appena superato il 5%.

Scelta civica, la lista promossa da Mario Monti, non è riuscita a entrare in sintonia con la società nordestina. È stata vissuta come un'operazione di establishment appoggiata da qualche struttura confindustriale di base ma poco più. E nemmeno lo svuotamento della lista di Oscar Giannino, che in un primo tempo aveva attirato molte attenzioni, sembra averlo aiutato. Anche in questo caso è stato Grillo a fare da magnete e ad attirare il voto di una protesta indirizzata in primo luogo contro la soffocante pressione fiscale. Uno dei risultati migliori Monti l'ha raggiunto nella sua Varese (11,4%) ma anche a Bergamo e in Piemonte è stato raggiunto lo stesso livello di consensi. Ma non c'è dubbio che dovendo scegliere tra il Cavaliere e il Professore che l'ha sostituito a Palazzo Chigi la risposta del Nord è stata nettamente a favore del primo. L'elettorato moderato continua a pensare che Berlusconi sia il miglior campione che si possa schierare in campo contro la sinistra e anche questa volta non gli ha fatto mancare il suo appoggio.

Di sicuro davanti a un voto così frammentato e alla palese mancanza di indirizzi condivisi la società produttiva del Nord si ritrova oggi un po' più sola. I giovani per sperare di trovare lavoro aprono la partita Iva ma non pare che portino con sé una vera idea di business, nel Nord Est almeno due delle grandi imprese (Electrolux e Benetton) hanno denunciato esuberi di personale, non si riesce a trovare sedi certe nelle quali decidere se sviluppare o meno il traffico cargo dall'aeroporto di Montichiari e intanto sono 12 mila le imprese che rispetto a quattro anni fa hanno chiuso i battenti in Veneto. Eppure aperte le urne e contati i voti assisteremo a un duello per il rimpasto della Regione e a un regolamento di conti in casa leghista tra Tosi e Zaia. Il teatrino della politica non conosce pause.

Dario Di Vico

26 febbraio 2013 | 8:06© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni/notizie/26-febbraio-nord-vendette-rivoluzione-di-vico_f99e4d30-7fe0-11e2-b0f8-b0cda815bb62.shtml


Titolo: Dario DI VICO - E Grillo prova a «intestarsi» il disagio sociale
Inserito da: Admin - Marzo 04, 2013, 06:25:18 pm
L'analisi Nel Movimento - Le ragioni degli attacchi al sindacato

E Grillo prova a «intestarsi» il disagio sociale

La proposta lanciata in campagna elettorale dal M5S è il modello «top down» e tende ad azzerare gli organismi intermedi di ascolto e di canalizzazione del consenso


Anche per la società di mezzo fare i conti con i recenti risultati elettorali non sarà facile. Perché mentre la politica tenterà di costruire nuovi/più complicati equilibri politici e di assicurare una governabilità seppur a tempo, l'associazionismo e la rappresentanza si dovranno misurare con i mutamenti indotti nella dialettica sociale dal successo del Movimento 5 Stelle. Si è ripetuto in questi mesi che la profondità della crisi non si era (fortunatamente) sommata a un'esplosione di conflitto sociale e che gli italiani avevano saputo sviluppare una grande capacità di adattamento alla riduzione di taglia della nostra economia. Più che riempire le piazze avevano saputo stringere la cinghia o tutt'al più sviluppare la contrattazione aziendale. Ma tutto il potenziale che non si è espresso in termini di conflitto sociale aspro, anche solo con le forme che abbiamo conosciuto nel Novecento o che possiamo osservare nelle cronache greche e spagnole, alla fine è sfociato in un clamoroso caso di conflitto politico che ha portato un movimento outsider a scalare il Parlamento.

L'Opa lanciata da Beppe Grillo è riuscita e, vista dal basso, c'è il rischio che in virtù di quest'operazione gli venga intestata de facto la totalità della rappresentanza del «disagio» sociale. La prima dimostrazione che per sindacati, Confindustria, Rete Imprese Italia, cooperative sarà arduo difendere gli spazi di protagonismo che avevano tradizionalmente occupato viene anche dal dibattito di questi giorni. Le priorità programmatiche individuate per costruire gli equilibri di governo poggiano quasi integralmente su misure che attengono alla riforma della politica e relegano più indietro i temi dell'economia reale e della crescita.
Negli ultimi giorni di campagna elettorale Grillo si era lanciato in un attacco ai corpi intermedi di non facile decrittazione.

È parso di capire che ce l'avesse esclusivamente con i sindacati confederali più che con le organizzazioni della rappresentanza d'impresa, visto che in Veneto una piccola sigla aveva radunato per lui un parterre di artigiani e a Parma l'assessore alle Attività produttive viene da un'altra associazione di Pmi. Quale che sia l'interpretazione giusta della sua sparata, Grillo ha però voluto ribadire un'idea della democrazia in cui sembra esserci poco spazio per la società di mezzo. La sua è una proposta top down e tende ad azzerare gli organismi intermedi di ascolto e di canalizzazione del consenso. Se pensiamo come in campagna elettorale la Cgil avesse reinvestito moltissimo sulla nascita di un governo amico, e come già fossero in corso timidi tentativi per aggiungere al blocco laburista un'interlocuzione privilegiata con la Confindustria, si capisce facilmente qual è la portata della discontinuità che le parti sociali si trovano davanti. Equivale a un cambio di paradigma.

Grillo per la Cgil è un avversario più temibile della stessa «bestia nera» Maurizio Sacconi, che pure aveva puntato ad isolarla, perché la pressione del Movimento 5 Stelle agisce anche dall'interno. E' un cavallo di Troia parcheggiato nella cittadella della rappresentanza sociale.
E qui si inserisce un altro tema con il quale confrontarsi, l'evoluzione della Rete. Per come ha saputo usarla il duo Casaleggio-Grillo assomiglia non solo a uno straordinario strumento di comunicazione ma anche a una sorta di infrastruttura del consenso. Rete e società civile tendono a rispecchiarsi l'una nell'altra e con il tempo cercano di assomigliarsi. Se pensiamo al sostanziale analfabetismo digitale della società di mezzo non possiamo non cogliere la preoccupante asimmetria delle forze in campo. Quando a suo tempo un altro partito outsider, la Lega Nord, volle sfidare il sindacato anche «dal basso» mise in campo il Sin.pa. di Rosi Mauro e un insieme di associazioni raccogliticce. Poca roba e sappiamo come è andata a finire. Stavolta la competizione si presenta più ardua e se, di conseguenza, la rappresentanza vorrà resistere dovrà chiedere non solo la riforma della politica ma anche implementare la sua. Sarebbe maramaldesco elencare, qui e adesso, tutti i vizi e le pigrizie della società di mezzo ma di lavoro da fare ce n'è a volontà. Si tratta decidere solo da dove cominciare.

Dario Di Vico
@dariodivico

4 marzo 2013 | 8:43© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_marzo_04/di-vico-grillo-prova-a-intestarsi-disagio-sociale_3ae78a18-8496-11e2-aa8d-3398754b6ac0.shtml


Titolo: Dario DI VICO - TRE COSE CHE SI POSSONO FARE
Inserito da: Admin - Marzo 24, 2013, 05:06:59 pm
TRE COSE CHE SI POSSONO FARE

L'agenda dei 14 milioni di pendolari che nessuno vuole (ancora) aprire

Tariffe +51%, velocità media sui treni ferma a 35 orari. La protesta di chi viaggia, i disservizi li paghiamo tutti


Dai 14 milioni di pendolari stimati in Italia quelli che stanno pagando di più i costi della crisi usano l'auto per recarsi ogni giorno sul posto di lavoro. Molti di loro sono operai perché le fabbriche ormai sono tutte fuori dei centri abitati, il resto sono lavoratori «flessibili» che devono timbrare il cartellino in orari non coperti dal servizio di trasporto pubblico. Un pendolare con auto ha subìto l'incremento delle tariffe autostradali e della benzina, usa la sua vettura e quindi spende di più in manutenzione ordinaria. In più sia con l'accisa sulla benzina sia con la fiscalità generale partecipa al sussidio del trasporto locale. Eppure non si aggrega, non protesta e di conseguenza non ha voce in capitolo.

La seconda tribù di pendolari è quella che si reca a lavoro con un bus extraurbano. Le tariffe sono in media +30% rispetto alle ferroviarie nonostante che i costi di produzione siano inversi, 15 euro a km per il treno e 3 euro per il bus. Come il pendolare in auto quello in bus è scarsamente organizzato, le proteste hanno come controparte naturale gli autisti dei bus e la relazione informale che si crea con loro serve a mitigare le inefficienze e ad apportare correzioni in corsa. In Lombardia i pendolari in bus sono stimati in circa 1 milione contro 760 mila in treno e la parte del leone la fa il traffico su Milano. La città del Duomo, infatti, attira giornalmente 900 mila pendolari complessivi che sono altrettanti city user in aggiunta ai residenti (1,3 milioni scarsi). Lo spostamento progressivo di popolazione da Milano verso l'hinterland e la provincia trova le motivazioni negli alti costi della città (innanzitutto nell'immobiliare) e nella possibilità di usufruire nei piccoli centri di preziose reti di supporto familiari e non.

IN TRENO - Arriviamo ai pendolari in treno che sono l'ala più organizzata, «i duri». In Italia sono circa 3 milioni. Le prime proteste partivano come estensione delle lotte operaie e culminavano nel blocco dei binari. Poi via via il pendolarismo delle tute blu si è spostato su auto e bus e il treno è diventato interclassista. È facile trovare in carrozza persino magistrati e avvocati che quando vestono i panni del pendolare sono i più rapidi nel promuovere vertenze e cause. Grazie a Internet i pendolari dei treni hanno migliorato la loro organizzazione e ormai attorno a Milano esiste una ventina di comitati. Idem nel resto d'Italia con circolazione immediata delle notizie e addirittura una classifica delle tratte peggio servite o delle linee a binario unico come, per restare in Lombardia, quelle che angustiano i viaggiatori da Cremona a Milano o i pendolari di una parte della Brianza.
I viaggiatori da treno hanno il vantaggio di avere una controparte visibile (i gestori ferroviari) e di utilizzare le stazioni come «cattedrali» della protesta, i pendolari in auto alle prese con un ingorgo ovviamente non sanno con chi prendersela. La particolarità italiana è data dai larghi contributi statali e regionali al trasporto pubblico, cresciuti negli anni: in Lombardia dal 2001 al 2010 l'incremento è stato del 61% contro un'offerta di treni/km cresciuta solo del 30% e un aumento delle tariffe del 51% (l'inflazione ha inciso solo per 21 punti).

La crisi se ha aumentato i costi del pendolarismo in auto ha decongestionato le autostrade e persino le tangenziali con l'eccezione delle ore di punta. Ma ha anche frantumato il lavoro e moltiplicato gli spostamenti. Sia chi opera nel terziario debole (partite Iva, precari) chi nel terziario forte (consulenti, professionisti) raggiunge più posti di lavoro o clienti in ore sempre meno canoniche. I comitati dei pendolari denunciano a più riprese che i treni a loro riservati sono vecchi e sporchi (pulizie e degrado) ma soprattutto sono lentissimi e poco puntuali, nonostante che in più di qualche caso i gestori abbiano allungato (sugli orari) i tempi di percorrenza.
Secondo Dario Balotta di Legambiente «il 2012 è stato l'anno che ha dato più problemi degli ultimi dieci». Consultando Pendolaria, una sorta di libro bianco del trasporto ferroviario, si scopre che l'anno scorso molte Regioni hanno deciso di tagliare corse e treni e ritoccare gli abbonamenti. Nel solo Piemonte 12 linee e il 90% dei treni sulla Napoli-Avellino è stato depennato.

Ma il cambiamento più significativo lo si deve sicuramente all'avvento della Tav e ai riflessi che ha avuto sul traffico pendolari. La forte distanza tra la serie A del trasporto e la serie B è percepita da tutti, si sa che la Tav ha convogliato su di sé gli investimenti ed è diventato un business redditizio, tanto che su quelle linee in soli 5 anni l'offerta è aumentata del 395%. In parallelo il trasporto locale è stato lasciato degradare davanti ai super-treni che hanno l'assoluta precedenza perché devono arrivare in orario per non perdere competitività. «Come conseguenza si è ridotta la velocità all'interno dei nodi urbani come Milano, andando più piano i treni pendolari hanno saturato gli spazi della rete e al minimo ritardo si genera un effetto di propagazione sull'intero traffico. E 15-20 minuti in più per un pendolare sono una tragedia, specie se si ripetono con una certa frequenza» sostiene Andrea Boitani, docente alla Cattolica di Milano e autore del pamphlet «I trasporti del nostro scontento». I clienti dell'Alta velocità pagano bei soldi e se il servizio ritarda magari tornano all'aereo, invece i pendolari «esprimono una domanda più rigida, che non ha alternative più convenienti e quindi su di essa si scaricano le inefficienze».

Se le cose stanno così come si possono risolvere i problemi dei pendolari? Ci vorrebbero più treni, più rapidi e nuovi almeno nelle 20 principali linee dei pendolari dove l'affollamento sta diventando sempre di più ragione aggiuntiva di ritardo. Quanto al recupero di velocità c'è molto da fare, oggi siamo a una media di 35,5 km l'ora contro i 51,4 della Spagna, i 48,1 della Germania e i 46,6 della Francia. Negli anni scorsi ha preso piede la pratica dei bonus di compensazione, che ha raggiunto il culmine con la Caporetto della Trenord lo scorso dicembre. I disservizi prolungatisi per 7 giorni hanno portato alla riduzione del 25% del costo dell'abbonamento. Ma il bonus chi lo paga? Non certo i dirigenti che hanno causato l'inefficienza ma si scarica sulla fiscalità generale. Lo paghiamo tutti. «E comunque sono soldi sottratti alla manutenzione, alla pulizia, alla qualità del servizio e al rinnovo del materiale rotabile. Il bonus è stato un punto di mediazione tra la politica e i comitati pendolari, rischia però di essere l'alibi della deresponsabilizzazione tanto paga Pantalone» commenta Balotta.

E allora? Come si può incidere veramente e cambiare la vita dei milioni di pendolari giornalieri? Il professor Boitani prova a mettere in fila le priorità. «Cambiare le regole di circolazione soprattutto nei grandi nodi per velocizzare il traffico in sicurezza. Accelerare gli investimenti per ampliare la capacità dei nodi metropolitani. Introdurre le gare per l'affidamento dei servizi bus e treni per stimolare l'efficienza e ridurre i sussidi. Rendere più attrattivi gli hub del traffico pendolare trasformandoli in veri e propri centri di servizi». È una lista da libro dei sogni o può trovare ospitalità in qualche agenda di governo?

Dario Di Vico

@dariodivico24 marzo 2013 | 9:53© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/13_marzo_24/di-vico-agenda-14-milioni-pendolari_edbf49ee-9451-11e2-bd1c-50cadb6c1382.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Quel «Siamo alla fine» nelle parole di Squinzi
Inserito da: Admin - Marzo 25, 2013, 07:17:48 pm
PARTI SOCIALI E NON

Quel «Siamo alla fine» nelle parole di Squinzi

La priorità unica delle due Italie e l'urgenza di un programma per il rilancio economico


In molti hanno considerato le consultazioni che Pier Luigi Bersani ha avviato con le forze sociali come un diversivo. La quadratura del cerchio, la garanzia di una maggioranza al Senato, si presenta ardua da raggiungere e il leader pd sembra aver scelto il percorso più lungo.

Sia chiaro, dedicare più giorni all'ascolto delle rappresentanze del lavoro e dell'impresa è una scelta meritoria, il guaio è che appare figlia di una strategia a zig zag.

Se la costruzione di un governo, come è giusto che sia, parte dalla ricognizione dei problemi e di conseguenza dal profondo disagio che attanaglia la società italiana, bisogna allora essere coerenti e privilegiare i contenuti del rilancio economico sulle pregiudiziali politiche. Se invece un giorno si tenta di agganciare i cantori della decrescita felice e l'altro si coltiva l'idea di far approvare dal Parlamento l'ineleggibilità di Silvio Berlusconi la contraddizione è palese. Non si mette davvero l'economia reale al centro ma la si subordina a indirizzi politici scelti a priori. Del resto la vecchia lettura dei partiti come nomenclatura delle classi non ha più alcun senso e avendo anche gli operai votato più per il Pdl che per il Pd non si può proprio dire che il retroterra sociale dei due schieramenti richieda soluzioni alternative tra loro.

Pur avendo Grillo rimescolato le carte è evidente che il Pd conserva una maggiore presa sugli insegnanti della scuola pubblica, i lavoratori dipendenti, i ceti medi riflessivi. Di converso il Pdl trova con maggiore facilità il consenso dei lavoratori autonomi, degli imprenditori di taglia media e piccola, delle casalinghe. Ma quelle che in passato sono state disegnate come «due Italie contrapposte», in epoca di emergenza economica e di altissima pressione fiscale non differiscono molto tra loro e alla fine convergono sulle stesse priorità (sostegno ai consumi, ossigeno alle filiere produttive, ripresa dell'occupazione giovanile).

E allora forse converrebbe partire da queste considerazioni di buon senso, mettere giù una base programmatica per il rilancio economico e aggregare attorno ad essa il più largo favore delle forze sociali. In questo modo si dribblerebbe l'accusa di cercare diversivi e si produrrebbe una confortante sintonia tra Paese reale ed equilibri politico-parlamentari. Va detto anche che le forze sociali arrivano all'incontro con Bersani con le ossa malconce. Lo tsunami grillino le ha scombussolate e ora faticano persino a ritrovare il bandolo della loro azione. L'attacco di Grillo alla società di mezzo e l'insediamento del Movimento 5 Stelle come cavallo di Troia nella cittadella del consenso di operai e artigiani rende difficile per associazioni e sindacati ripartire come se niente fosse accaduto.

Qualche dirigente nei primi giorni ha provato a dire che il programma dei Cinquestelle «è musica per le orecchie degli artigiani» ma non l'aveva letto, qualche altro leader della rappresentanza sta progettando portali per far dialogare gli iscritti ma nessuno ha finora mostrato il coraggio di sfidare i grillini in campo aperto. Le poche parole che sono state spese dopo le elezioni sono state (giustamente) finalizzate a cercare di sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. Ma è chiaro a tutti che i tempi dell'economia oggi non combaciano con quelli della politica e il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, con la sua consueta schiettezza è stato lapidario: «Siamo vicinissimi alla fine».

p.s. Ma visto che non c'è tempo da perdere invece di usare tre giorni per farsi ricevere da Bersani non sarebbe stato meglio stilare un documento comune e consegnarlo tutti assieme?

Dario Di Vico
dariodivico

25 marzo 2013 | 8:03© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/13_marzo_25/di-vico-siamo-alla-fine-parole-di-squinzi_a9710fe4-9518-11e2-84c1-f94cc40dd56b.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Dall'Emilia al Veneto il malessere degli industriali
Inserito da: Admin - Aprile 08, 2013, 11:15:51 am
Il Paese reale Tra stallo politico e manovre del governo

«Tutti lì sul caffè gratis alla buvette Ma le imprese sono al capolinea»

Dall'Emilia al Veneto il malessere degli industriali

Le Coop:«I rimborsi? È liquidità che arriva all'economia reale»


Nella mappa dell'imprenditoria italiana gli emiliani vengono considerati da sempre dei moderati. Non protestano a ogni piè sospinto e tutto sommato hanno sempre avuto un rapporto positivo con la politica. Ma adesso il loro sentimento sta cambiando. Dice Maurizio Marchesini presidente della Confindustria dell'Emilia Romagna: «Da quaranta giorni si discute del prezzo del caffè alla buvette di Montecitorio e intanto attorno ci casca il mondo e si stanno perdendo occasioni di sviluppo».

Persino le aziende esportatrici che sono il motore di testa del sistema Emilia rallentano, quelle che lavorano per il mercato interno sono disperate e stanno saltando singole aziende fornitrici che non riescono a stare a galla e che fanno mancare un anello chiave delle filiere produttive. Così i prudenti emiliani stavolta sentono, come non mai, l'esigenza di far sentire il loro profondo malessere. Vorrebbero fortemente che attorno ci fosse anche la partecipazione dei dipendenti, una mobilitazione comune del lavoro e dell'impresa ma i sindacati anche in questo caso sono in ritardo. Ci arrivano dopo. Venerdì 12 e sabato 13, intanto, alcune centinaia di imprenditori bolognesi, parmigiani, modenesi e via di questo passo, andranno a Torino al convegno della Confindustria che stavolta non sarà di routine ma ha tutte le premesse per diventare una grande manifestazione di protesta e di orgoglio. Lo slogan prescelto sarà «il tempo è scaduto» e il sottotitolo non esplicitato può essere letto come... «e noi non ce la facciamo più a supplire alla latitanza della politica».

Gli imprenditori emiliani hanno avuto da sempre un rapporto cordiale con la sinistra ma stavolta Marchesini e i suoi non hanno contezza di cosa stia facendo il Pd, «non si capisce dove sia finito il tradizionale pragmatismo degli amministratori emiliani, non hanno saputo leggere il risultato del voto e così abbiamo perso settimane su settimane». E visto che stavolta sono proprio gli emiliani (da Pierluigi Bersani a Maurizio Migliavacca passando per Vasco Errani) a guidare le mosse del partito la riflessione degli industriali è quasi ad personam. Venerdì 5 a Bologna si sono riuniti tutti i presidenti delle associazioni territoriali e dei settori a trazione emiliana come la ceramica e hanno fatto una conferenza stampa congiunta che sembrava in realtà una manifestazione di sdegno. Che Marchesini ha tradotto in un'affermazione lapidaria: «Se qualcuno pensa di andare a nuove elezioni sappia che nel frattempo noi saremo costretti a portare i libri in tribunale».

Giuliano Poletti è il presidente della LegaCoop, ha rinunciato a candidarsi in Parlamento perché vuole portare avanti il processo di unificazione tra coop bianche e rosse. Anche lui pensa che sia necessario «un governo delle emergenze, di durata limitata nel tempo e imperniato sul rapporto tra Pd e Pdl». Per Poletti i grillini hanno monopolizzato l'agenda politica negli ultimi 40 giorni e i temi dell'emergenza economica e del lavoro sono passati in secondo piano. «So bene che dalle urne è uscita fuori una pressante richiesta di trasparenza della politica ma bastava per onorarla deliberare un unico atto: riformare il finanziamento pubblico ai partiti. E poi un minuto dopo dedicarsi alle aziende e al lavoro».

Il presidente della LegaCoop la pensa come Rete Imprese Italia sul decreto Grilli per i pagamenti della pubblica amministrazione: «Avrei voluto modalità di rimborso più semplici, immediate e avrei preferito che la decisione di immettere liquidità nell'economia reale fosse stata gestita in modo da generare ottimismo. E invece è diventato un provvedimento da ragionieri, per di più sospettosi e così facendo è stato bruciato l'effetto psicologico positivo che il provvedimento avrebbe dovuto avere». Poletti è molto preoccupato per l'avvitamento del credito bancario e per la scomparsa del tema dall'agenda politica. «Banca d'Italia manda segnali di irrigidimento sui controlli e le garanzie ma attenzione bisogna sapere che c'è bisogno di un punto di equilibrio. Se ogni autorità o potere gioca la partita da solo il risultato è un'ulteriore restrizione dei fidi con tutte le conseguenze che è facile immaginare in una fase come questa».

Anche dal Veneto si guarda con grande attenzione all'appuntamento confindustriale di Torino. Roberto Zuccato, presidente degli industriali, racconta della difficoltà di lavorare contemporaneamente su due piani, tamponare l'emergenza e impostare una nuova strategia che porti a quello che chiama «il manifatturiero digitale». Ovvero una capacità del sistema Nord Est si posizionarsi più alto nella scala della qualità e nel frattempo aggregarsi per acquisire la necessaria massa critica. Zuccato molto responsabilmente invita a non fare di tutt'erba un fascio quando si parla dei suicidi. Per ciascun caso bisogna conoscere bene le motivazioni ed evitare le analisi superficiali. «C'è il rischio di indurre all'emulazione e quindi l'enfasi è la cosa meno necessaria in questi momenti». Ciò non vuol dire che agli imprenditori sfuggano i profondi e drammatici cambiamenti che stanno avvenendo negli stili di vita dei cittadini. «Parlo non solo della frequenza ridotta con cui si va al ristorante o in pizzeria ma mi hanno raccontato come le famiglie comincino a riportare a casa i loro cari che avevano affidato a case di riposo per anziani. Non possono permettersi più le rette e poi la pensione del nonno serve per quadrare il bilancio a fine mese. Perché una volta in una casa si lavorava in due o anche in tre, oggi siamo tornati allo stipendio unico».

Dario Di Vico

8 aprile 2013 | 8:08© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/13_aprile_08/tutti-sul-caffe-gratis-buvette-imprese-capolinea-di-vico_9eeaea00-a00c-11e2-b85a-0540f7c490c5.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Un dialogo nella serietà
Inserito da: Admin - Aprile 15, 2013, 04:13:08 pm
PARALISI POLITICA E PROBLEMI REALI

Un dialogo nella serietà


Il grido di dolore delle imprese e del lavoro lanciato con forza dal palco confindustriale di Torino non ha trovato ascolto, nella giornata di ieri, da parte delle principali forze politiche. Davanti alla richiesta, avanzata da quella fetta della società civile che identifichiamo come «i produttori», le risposte di Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi sono state elusive. Il segretario del Pd, che aveva convocato un'iniziativa contro la povertà in una borgata romana, ha addirittura giudicato «indecente» la richiesta di far presto e dare un governo al Paese. Il capo del centrodestra italiano, al quale comunque va riconosciuto di aver offerto disponibilità a un governo di larghe intese, alla fine ha utilizzato la manifestazione di Bari per aprire di fatto la campagna elettorale e ricandidarsi a Palazzo Chigi.

È vero che nei rispettivi discorsi i due antagonisti hanno elencato una serie di provvedimenti economici urgenti, il primo privilegiando i temi del welfare ferito, il secondo dedicando maggiore attenzione ai proprietari di casa e agli imprenditori. Ma in entrambi i casi la scelta delle priorità è parsa come finalizzata a rispecchiarsi nel proprio elettorato, più che a individuare un programma di emergenza di interesse nazionale. Ieri né Bersani né Berlusconi hanno voluto mettersi «nei panni di tutti», hanno preferito fare da specchio alle istanze delle rispettive constituency . In questo modo però, se davvero sono iniziati i comizi elettorali, l'apertura è avvenuta nel modo peggiore: promettendo provvedimenti che non si potranno onorare e lasciando in secondo piano quel dialogo costruttivo all'insegna della serietà di cui abbiamo urgente bisogno.

Le regole della democrazia politica sono sacrosante e la società civile non può opporsi a una nuova chiamata alle urne, ma una campagna elettorale-bis condotta su questo registro si trasformerebbe in un lungo festival del populismo, per di più mascherato dall'alibi di tagliare la strada a Beppe Grillo. E allora, a costo di passare da antipatici, dobbiamo dirlo con chiarezza: lo stato dei nostri conti pubblici non consente di abolire l'Imu e di tagliare il cuneo fiscale. Anzi, con tutta probabilità saremo costretti a una manovra correttiva. Bisogna saperlo. E occorre anche avere l'onestà intellettuale di riconoscere come il governo Monti, pur tra mille errori, è riuscito ad evitare che l'Italia fosse costretta a firmare un memorandum di intesa in cambio degli aiuti del Fondo monetario. I duellanti di ieri non possono dirsi sicuri al cento per cento di conseguire lo stesso risultato. Vale la pena, dunque, imbarcarsi in un'avventura che, in virtù del Porcellum , potrebbe consegnarci un quadro politico altrettanto ingovernabile?

Dal fronte comune che le parti sociali da Torino hanno cominciato a costruire, le forze politiche potrebbero trarre un'altra ispirazione. I produttori hanno detto che in nome dell'interesse dell'economia sono disposti a riporre, anche solo per una fase, le loro bandiere. Perché la politica, invece, si sente realizzata solo quando può farle garrire al vento?

Dario Di Vico

14 aprile 2013 | 8:27© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_aprile_14/dialogo-della-serieta-di-vico_0f0a8118-a4c9-11e2-9ee4-532c6d76e49d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Fermezza e attenzione alle parole
Inserito da: Admin - Aprile 30, 2013, 11:28:02 am
Fermezza e attenzione alle parole


Ieri la Repubblica italiana ha subito un attentato. Che il protagonista, sulla cui controversa biografia sapremo di più nei prossimi giorni, sia un disoccupato e che tutto ciò avvenga nel pieno di una pesantissima recessione non cambia segno e natura del gesto criminale. Il «disagio sociale» non giustifica neanche per un momento le pallottole esplose contro due fedeli servitori dello Stato. Le preoccupazioni, indubbiamente, aumentano se si pensa che nel giro di pochi mesi episodi analoghi si sono verificati in provincia di Padova e a Perugia, dove è stato aperto il fuoco nei confronti di un direttore di banca e di alcune impiegate della Regione Umbria.

In tutte e tre gli episodi i protagonisti si sono dichiarati vittime della Grande Crisi ed esacerbati dalla stretta creditizia, dalle ingiustizie dell'amministrazione o dalla disoccupazione. Il facile ricorso alle armi ci deve però indurre a capire se non si stia producendo un'americanizzazione strisciante della nostra società. La ripetizione di gesti isolati ed eclatanti che puntano a spargere sangue innocente. Assomigliare agli Stati Uniti in questo caso non rappresenterebbe certo una novità rassicurante, segnerebbe una discontinuità di cui sarebbe bene occuparsi.
Al di là però dei raffronti e della necessità di scandagliare gli umori profondi della nostra comunità, è evidente che cinque anni di pesante crisi hanno scavato come una talpa sotto la superficie della coesione, hanno minato antiche e consolidate sicurezze, hanno raffreddato le esigenze di mobilità e rinnovamento dei giovani e ci stanno consegnando un Paese lacerato e inevitabilmente incattivito. In giorni drammatici come ieri lo scoramento prende facilmente piede e nel gesto omicida di un uomo pensiamo di rintracciare la fotografia a grandangolo di una società. Fortunatamente non è così, è una distorsione ottica che sarebbe bene che non diventasse una distorsione mediatica.

Oggi è lunedì e milioni di persone in Italia apriranno le loro aziende, raggiungeranno il loro posto di lavoro, offriranno i loro servizi ad altri cittadini. Con la loro normalità dimostreranno che non tutto è compromesso, che una delle maggiori economie d'Europa possiede ancora il ritmo del suo funzionamento, conosce i suoi diritti e i suoi doveri, non ha abdicato. E però è proprio nei confronti di questa normalissima gente (e non di un attentatore) che la politica oggi è in debito.
Trovo sbagliato, come pure è stato fatto ieri pomeriggio, politicizzare all'estremo il gesto di Luigi Preiti e farne l'ennesimo pretesto di uno stucchevole ping pong di dichiarazioni a effetto, ma il fatto che la sparatoria sia avvenuta a Roma, davanti a Palazzo Chigi e nel giorno del giuramento del nuovo governo, ci spinge inevitabilmente a considerazioni che vanno oltre. Il sorprendente risultato elettorale che ha visto crescere fino al 25% dei voti validi una forza politica come il Movimento 5 Stelle sta creando un dibattito politico «grillo-centrico». Prima il comico è stato presentato come la levatrice del cambiamento, poi dalla stessa parte politica è stato accostato ai lepenisti francesi e infine, da un'altra tribuna, la sua polemica contro la partitocrazia è diventata l'imputata del giorno, il brodo di coltura della sparatoria di ieri. Forse sarebbe meglio che anche il fenomeno Grillo venisse ricondotto ai suoi termini naturali, chi vuole batterlo e ridimensionarlo ha tutti gli strumenti per farlo, eviti di aggiungere veleno a veleno.

Oggi Enrico Letta presenta in Parlamento compagine e programma del nuovo esecutivo, finalmente i problemi degli italiani e le ricette per affrontarli si riprenderanno lo spazio che meritano. Il neo-premier è atteso da scelte difficili che richiedono forza negoziale in Europa, attenta selezione dei provvedimenti da varare e «produzione» di nuova coesione. Un aiuto, seppur indiretto, arriva dalla società di mezzo. Una festa di robusta tradizione come il Primo Maggio quest'anno vedrà per la prima volta, in alcune città, la presenza di una rappresentanza degli imprenditori sul palco sindacale. Un gesto di maturità e un esempio per la politica.

@dariodivico
DARIO DI VICO

29 aprile 2013 | 8:46© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_aprile_29/di-vico-fermezza-attenzione-alle-parole_cb8f018e-b08a-11e2-b358-bbf7f1303dce.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Fermezza e attenzione alle parole
Inserito da: Admin - Maggio 02, 2013, 06:52:08 pm
Fermezza e attenzione alle parole

Ieri la Repubblica italiana ha subito un attentato. Che il protagonista, sulla cui controversa biografia sapremo di più nei prossimi giorni, sia un disoccupato e che tutto ciò avvenga nel pieno di una pesantissima recessione non cambia segno e natura del gesto criminale. Il «disagio sociale» non giustifica neanche per un momento le pallottole esplose contro due fedeli servitori dello Stato. Le preoccupazioni, indubbiamente, aumentano se si pensa che nel giro di pochi mesi episodi analoghi si sono verificati in provincia di Padova e a Perugia, dove è stato aperto il fuoco nei confronti di un direttore di banca e di alcune impiegate della Regione Umbria.


In tutte e tre gli episodi i protagonisti si sono dichiarati vittime della Grande Crisi ed esacerbati dalla stretta creditizia, dalle ingiustizie dell'amministrazione o dalla disoccupazione. Il facile ricorso alle armi ci deve però indurre a capire se non si stia producendo un'americanizzazione strisciante della nostra società. La ripetizione di gesti isolati ed eclatanti che puntano a spargere sangue innocente. Assomigliare agli Stati Uniti in questo caso non rappresenterebbe certo una novità rassicurante, segnerebbe una discontinuità di cui sarebbe bene occuparsi.
Al di là però dei raffronti e della necessità di scandagliare gli umori profondi della nostra comunità, è evidente che cinque anni di pesante crisi hanno scavato come una talpa sotto la superficie della coesione, hanno minato antiche e consolidate sicurezze, hanno raffreddato le esigenze di mobilità e rinnovamento dei giovani e ci stanno consegnando un Paese lacerato e inevitabilmente incattivito. In giorni drammatici come ieri lo scoramento prende facilmente piede e nel gesto omicida di un uomo pensiamo di rintracciare la fotografia a grandangolo di una società. Fortunatamente non è così, è una distorsione ottica che sarebbe bene che non diventasse una distorsione mediatica.

Oggi è lunedì e milioni di persone in Italia apriranno le loro aziende, raggiungeranno il loro posto di lavoro, offriranno i loro servizi ad altri cittadini. Con la loro normalità dimostreranno che non tutto è compromesso, che una delle maggiori economie d'Europa possiede ancora il ritmo del suo funzionamento, conosce i suoi diritti e i suoi doveri, non ha abdicato. E però è proprio nei confronti di questa normalissima gente (e non di un attentatore) che la politica oggi è in debito.
Trovo sbagliato, come pure è stato fatto ieri pomeriggio, politicizzare all'estremo il gesto di Luigi Preiti e farne l'ennesimo pretesto di uno stucchevole ping pong di dichiarazioni a effetto, ma il fatto che la sparatoria sia avvenuta a Roma, davanti a Palazzo Chigi e nel giorno del giuramento del nuovo governo, ci spinge inevitabilmente a considerazioni che vanno oltre. Il sorprendente risultato elettorale che ha visto crescere fino al 25% dei voti validi una forza politica come il Movimento 5 Stelle sta creando un dibattito politico «grillo-centrico». Prima il comico è stato presentato come la levatrice del cambiamento, poi dalla stessa parte politica è stato accostato ai lepenisti francesi e infine, da un'altra tribuna, la sua polemica contro la partitocrazia è diventata l'imputata del giorno, il brodo di coltura della sparatoria di ieri. Forse sarebbe meglio che anche il fenomeno Grillo venisse ricondotto ai suoi termini naturali, chi vuole batterlo e ridimensionarlo ha tutti gli strumenti per farlo, eviti di aggiungere veleno a veleno.

Oggi Enrico Letta presenta in Parlamento compagine e programma del nuovo esecutivo, finalmente i problemi degli italiani e le ricette per affrontarli si riprenderanno lo spazio che meritano. Il neo-premier è atteso da scelte difficili che richiedono forza negoziale in Europa, attenta selezione dei provvedimenti da varare e «produzione» di nuova coesione. Un aiuto, seppur indiretto, arriva dalla società di mezzo. Una festa di robusta tradizione come il Primo Maggio quest'anno vedrà per la prima volta, in alcune città, la presenza di una rappresentanza degli imprenditori sul palco sindacale. Un gesto di maturità e un esempio per la politica.
@dariodivico

Dario Di Vico

29 aprile 2013 | 12:16© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_aprile_29/di-vico-fermezza-attenzione-alle-parole_cb8f018e-b08a-11e2-b358-bbf7f1303dce.shtml


Titolo: Dario DI VICO - All'estero i nuovi posti di lavoro
Inserito da: Admin - Maggio 06, 2013, 11:39:55 am
L'analisi

All'estero i nuovi posti di lavoro

In Italia i giovani restano fuori

In Germania la disoccupazione è arrivata ai minimi storici


Il dibattito sulle politiche del lavoro è concentrato sulle modifiche da introdurre, in piena corsa, alla riforma del lavoro varata dal governo Monti. Ma intanto i dati che in questi giorni arrivano dalla Germania e dagli Stati Uniti invitano ad alzare lo sguardo e a operare una riflessione più "lunga". A Berlino parlano esplicitamente di «piena occupazione» e ne hanno ben donde visto che la disoccupazione è arrivata ai minimi storici dagli anni Novanta. In America i recentissimi dati sulla creazione di nuovi posti di lavoro sono andati al di là delle previsioni e hanno portato la disoccupazione yankee a scendere al 7,5%, anche in questo caso ai livelli minimi dal dicembre 2008. L'Eurozona, presa nel suo insieme, fa purtroppo da contraltare a questi buoni risultati e resta inchiodata a un tasso di disoccupazione del 12,1%, superiore di qualche decimale anche a quello italiano, già di per sé tutt'altro che incoraggiante (11,5%).

È chiaro che al di là dei dati statistici si stanno comparando mercati del lavoro assai diversi tra loro. Prendiamo, ad esempio, la differente diffusione di working poors , di lavoratori poveri, sotto-pagati e sotto-inquadrati. Un caso su tutti: ben 7 milioni di tedeschi hanno un mini-job da 400 euro al mese. Ma anche l'utilizzo del part time fa salire le statistiche perché un mezzo lavoro vale comunque come una persona occupata. A prescindere dalla crisi e dal differente impatto che ha avuto sul Pil dei tre Paesi di cui stiamo parlando (Germania, Usa e Italia) vale la pena in questa sede ricordare come il nostro sistema sia "strutturalmente" arretrato, perché ha una transizione scuola-lavoro che definire farraginosa è un complimento, ha tuttora un basso tasso di occupazione femminile e, per l'appunto, una scarsa diffusione del lavoro part time. La sostanza, dunque, non cambia: abbiamo pagato i cinque anni di crisi con quattro punti di peggioramento della disoccupazione ed evidentemente i segni di ripresa che si ravvisano nell'economia americana in Italia non si intravedono nemmeno.

Nonostante la gravità della recessione lo smottamento dell'occupazione in Italia è relativamente recente e i dati lo fotografano attorno ad ottobre 2012. Fino ad allora, grazie alle varie tipologie di cassa integrazione e alla tendenza degli imprenditori a non liberarsi dei dipendenti (almeno in misura proporzionata al calo dei ricavi), la diga aveva tenuto. Poi, per effetto della stretta creditizia e del crollo della domanda interna, tra l'autunno 2012 e l'inverno 2013 c'è stato una forte fuoriuscita di forza lavoro. Negli ultimi tre mesi la situazione è rimasta sostanzialmente stabile a riprova che il sistema è in bilico, può subire ulteriori gravi contrazioni o può gradatamente riprendersi. Ma è proprio su questo punto che si manifesta la maggiore e più preoccupante differenza tra la nostra economia e quella dei Paesi-chiave di cui abbiamo parlato. Negli Usa e in Germania non c'è tutta la cassa integrazione da riassorbire che si è accumulata in Italia e di conseguenza il miglioramento degli input produttivi del sistema manifatturiero si trasforma quasi immediatamente in aumento dell'occupazione, da noi non è affatto detto. Anzi. Ci sono fondate analisi secondo le quali un'eventuale ripresina dell'industria italiana di trasformazione che si dovesse palesare verso la fine del 2013 o l'anno successivo avrebbe comunque un carattere jobless , senza nuova occupazione. Lo sostiene lo stesso Def predisposto dal governo Monti (secondo il quale il tasso di disoccupazione resterà all'11% fino al 2017!), e lo conferma l'indagine di Prometeia diffusa sabato scorso.

Il perché di questa apparente contraddizione è facile da spiegare. Una ripresina manifatturiera comporterebbe - prima di dare la possibilità di assumere nuovi addetti - un riassorbimento della cassa integrazione, un aumento delle ore lavorate e non un incremento delle persone occupate. Tutti gli accordi raggiunti in questi anni sul governo della flessibilità accompagnerebbero questa tendenza dando maggiore spazio alle aziende per rispondere ai picchi della domanda con maggiori straordinari o strumenti simili. È abbastanza chiaro che per come sono dislocate le forze di rappresentanza sarebbero gli stessi sindacati a sostenere con forza questo percorso per la necessità di dare risposte ai cassaintegrati e puntellare la propria tradizionale platea di consenso. È anche vero che una tendenza di questo tipo accentuerebbe la spaccatura tra insider e outsider, dopo che già abbiamo potuto amaramente constatare come il peso maggiore della crisi sia stato pagato da quella metà del mercato del lavoro che non ha garanzie e rappresentanza stabile. Da qui l'esigenza di riflettere per tempo sulle risposte che vogliamo dare a chi è fuori dalla cittadella e rischia di rimanerci sine die .

Dario Di Vico
dariodivico

6 maggio 2013 | 8:04© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/13_maggio_06/di-vico-estero-nuovi-posti-i-giovani-restano-fuori_b4f4eae2-b60c-11e2-9456-8f00d48981dc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Crescere o chiudere
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2013, 06:00:26 pm
Crescere o chiudere

Tra i vari spunti che l'assemblea di Confindustria ha fornito con i discorsi di Enrico Letta e Giorgio Squinzi tre meritano di essere sottolineati. Il primo è stato sicuramente sorprendente. Il presidente del Consiglio ha offerto alla platea un obiettivo più che ambizioso: elevare il contributo dell'industria al Pil italiano dal 18 al 20%. L'Italia, dunque, a detta del capo del governo, deve scommettere sulla reindustrializzazione, prendere a modello quanto stanno facendo gli Usa. Squinzi non poteva che accogliere con favore quest'indicazione ma è lecito chiedersi se sia davvero possibile centrare l'obiettivo partendo da una situazione che vede in grave difficoltà settori portanti della manifattura come auto, elettrodomestici e siderurgia. L'assemblea ieri questa domanda non se l'è posta, le occasioni però non mancheranno.

Per reindustrializzare, posto che non possiamo farlo a colpi di nuove Iri, la strada più convincente è di accrescere (notevolmente) il numero delle medie aziende capaci di comportarsi come global company . La manifattura di oggi non è quella del Novecento, le contaminazioni con i servizi sono l'elemento caratterizzante dell'innovazione, distribuzione e logistica sono fattori decisivi per il successo e paghiamo il prezzo di averli sottovalutati.

E allora, se vogliamo perseguire l'obiettivo del 20% la comunità industriale è chiamata a una crescita culturale. È giustissimo chiedere all'Europa di adottare un industrial compact per mettersi in grado di competere con Cina e Usa ma se vogliamo creare «crescita italiana» attraverso l'industria le risposte non potranno arrivare tutte da Bruxelles.

Il secondo punto riguarda il delicato rapporto tra banca e industria. Il presidente Squinzi ha parlato addirittura di una terza ondata di credit crunch e ha stimato in 50 miliardi di euro la riduzione di liquidità dovuta alla chiusura dei rubinetti. Le sue cifre sono state contestate, ad esempio dal banchiere Enrico Cucchiani. Conviene però andare oltre la disputa sui numeri e concentrarsi sulle cose da fare. Se lo Stato rimborsasse tutti i 90 miliardi di mancati pagamenti alle imprese da parte della pubblica amministrazione, darebbe un potente contributo al superamento dello status quo, creerebbe infatti automaticamente più spazio per l'erogazione di ulteriori finanziamenti. Scartata, come sembra, l'ipotesi di creare una bad bank dove raccogliere tutti i crediti dubbi originati dalla morìa delle imprese, è necessario però non chiudere gli occhi di fronte alla realtà e monitorare/ rafforzare la diga rappresentata dall'intero sistema delle garanzie (Fondo centrale e Confidi).

Se poi, come è giusto e come l'obiettivo di reindustrializzare richiede, dalle priorità volgiamo lo sguardo al medio periodo dobbiamo convenire che la relazione tra banche e imprese, deteriorata dalla crisi, va ricostruita su basi nuove. Il credito deve farsi più «tedesco» e accompagnare i passaggi chiave della vita delle aziende. Gli imprenditori devono immettere maggiore trasparenza e più capitale.

Infine il Nord. Il presidente Squinzi ne ha parlato come di un modello che in passato è stato trainante e ora si trova pericolosamente «sull'orlo del baratro».

Un giudizio che va ben al di là della mera fotografia della crisi e ci invita a ragionare su un ampio spettro di fenomeni che includono la decimazione delle piccole imprese, lo stallo dei sistemi locali e il crollo verticale di alcuni distretti, la difficoltà in diverse zone ad operare la staffetta tra padri e figli in azienda, la disperazione che ha spinto diversi imprenditori all'estremo sacrificio, la voglia di moltissimi giovani di andarsene all'estero. La verità è che le culture politiche che pure hanno individuato per prime il valore aggiunto della questione settentrionale non sono poi riuscite a elaborare una moderna prospettiva di sviluppo.

Il federalismo doveva produrre non solo una nuova organizzazione dello Stato ma anche un nuovo costume delle classi dirigenti. Finora purtroppo entrambi gli obiettivi sono stati mancati. E paradossalmente mentre la crisi sferzava il sistema produttivo si moltiplicavano, condite da una forte retorica del territorio, le università locali, le fiere, gli aeroporti, gli enti regionali e tutto quanto potesse produrre nuova intermediazione politica e nuova spesa. Gli imprenditori forse avrebbero dovuto con più convinzione segnalare l'andazzo. Non l'hanno fatto e hanno dovuto scontare una nuova forma di solitudine. Restare a battersi con i concorrenti stranieri per tenere le quote di mercato o quantomeno per non chiudere mentre gli altri si sceglievano la poltrona.

Dario Di Vico
@dariodivico24 maggio 2013 | 7:41© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_maggio_24/crescere-o-chiudere-dario-di-vico_73ecdece-c42b-11e2-9212-dfc1a4ff380d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Crescere o chiudere
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2013, 04:59:30 pm
Crescere o chiudere

Tra i vari spunti che l'assemblea di Confindustria ha fornito con i discorsi di Enrico Letta e Giorgio Squinzi tre meritano di essere sottolineati. Il primo è stato sicuramente sorprendente. Il presidente del Consiglio ha offerto alla platea un obiettivo più che ambizioso: elevare il contributo dell'industria al Pil italiano dal 18 al 20%. L'Italia, dunque, a detta del capo del governo, deve scommettere sulla reindustrializzazione, prendere a modello quanto stanno facendo gli Usa. Squinzi non poteva che accogliere con favore quest'indicazione ma è lecito chiedersi se sia davvero possibile centrare l'obiettivo partendo da una situazione che vede in grave difficoltà settori portanti della manifattura come auto, elettrodomestici e siderurgia. L'assemblea ieri questa domanda non se l'è posta, le occasioni però non mancheranno.

Per reindustrializzare, posto che non possiamo farlo a colpi di nuove Iri, la strada più convincente è di accrescere (notevolmente) il numero delle medie aziende capaci di comportarsi come global company . La manifattura di oggi non è quella del Novecento, le contaminazioni con i servizi sono l'elemento caratterizzante dell'innovazione, distribuzione e logistica sono fattori decisivi per il successo e paghiamo il prezzo di averli sottovalutati.

E allora, se vogliamo perseguire l'obiettivo del 20% la comunità industriale è chiamata a una crescita culturale. È giustissimo chiedere all'Europa di adottare un industrial compact per mettersi in grado di competere con Cina e Usa ma se vogliamo creare «crescita italiana» attraverso l'industria le risposte non potranno arrivare tutte da Bruxelles.

Il secondo punto riguarda il delicato rapporto tra banca e industria. Il presidente Squinzi ha parlato addirittura di una terza ondata di credit crunch e ha stimato in 50 miliardi di euro la riduzione di liquidità dovuta alla chiusura dei rubinetti. Le sue cifre sono state contestate, ad esempio dal banchiere Enrico Cucchiani. Conviene però andare oltre la disputa sui numeri e concentrarsi sulle cose da fare. Se lo Stato rimborsasse tutti i 90 miliardi di mancati pagamenti alle imprese da parte della pubblica amministrazione, darebbe un potente contributo al superamento dello status quo, creerebbe infatti automaticamente più spazio per l'erogazione di ulteriori finanziamenti. Scartata, come sembra, l'ipotesi di creare una bad bank dove raccogliere tutti i crediti dubbi originati dalla morìa delle imprese, è necessario però non chiudere gli occhi di fronte alla realtà e monitorare/ rafforzare la diga rappresentata dall'intero sistema delle garanzie (Fondo centrale e Confidi).

Se poi, come è giusto e come l'obiettivo di reindustrializzare richiede, dalle priorità volgiamo lo sguardo al medio periodo dobbiamo convenire che la relazione tra banche e imprese, deteriorata dalla crisi, va ricostruita su basi nuove. Il credito deve farsi più «tedesco» e accompagnare i passaggi chiave della vita delle aziende. Gli imprenditori devono immettere maggiore trasparenza e più capitale.

Infine il Nord. Il presidente Squinzi ne ha parlato come di un modello che in passato è stato trainante e ora si trova pericolosamente «sull'orlo del baratro».

Un giudizio che va ben al di là della mera fotografia della crisi e ci invita a ragionare su un ampio spettro di fenomeni che includono la decimazione delle piccole imprese, lo stallo dei sistemi locali e il crollo verticale di alcuni distretti, la difficoltà in diverse zone ad operare la staffetta tra padri e figli in azienda, la disperazione che ha spinto diversi imprenditori all'estremo sacrificio, la voglia di moltissimi giovani di andarsene all'estero. La verità è che le culture politiche che pure hanno individuato per prime il valore aggiunto della questione settentrionale non sono poi riuscite a elaborare una moderna prospettiva di sviluppo.

Il federalismo doveva produrre non solo una nuova organizzazione dello Stato ma anche un nuovo costume delle classi dirigenti. Finora purtroppo entrambi gli obiettivi sono stati mancati. E paradossalmente mentre la crisi sferzava il sistema produttivo si moltiplicavano, condite da una forte retorica del territorio, le università locali, le fiere, gli aeroporti, gli enti regionali e tutto quanto potesse produrre nuova intermediazione politica e nuova spesa. Gli imprenditori forse avrebbero dovuto con più convinzione segnalare l'andazzo. Non l'hanno fatto e hanno dovuto scontare una nuova forma di solitudine. Restare a battersi con i concorrenti stranieri per tenere le quote di mercato o quantomeno per non chiudere mentre gli altri si sceglievano la poltrona.

Dario Di Vico
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24 maggio 2013 | 7:41© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: Dario DI VICO - Amministrative 2013 Il Nord
Inserito da: Admin - Maggio 28, 2013, 05:03:25 pm
Amministrative 2013 Il Nord

I voti di imprenditori e partite Iva conquistati da due renziani veneti

La crisi della Lega si allarga alla Lombardia, l'effetto-Maroni non c'è. Il centrosinistra alla guida delle città del Nord


Il Fattore G come Gentilini almeno al primo turno non ha funzionato. Il giovane candidato del Pd Giovanni Manildo non solo è in testa ma ha staccato il sindaco sceriffo di ben 11 punti. Per capire la portata della novità basta ricordare come Gentilini avesse vinto già due volte le comunali di Treviso e avesse ottenuto un terzo successo per interposta persona, Gian Paolo Gobbo, cinque anni fa. Il tutto equivale a venti anni di dominio incontrastato su una città che per la Lega del Veneto è come Varese in Lombardia, visto che oltre alla straordinaria striscia di vittorie di Gentilini la Marca ha espresso Luca Zaia, prima come presidente della Provincia e poi come governatore del Veneto.

Per il Carroccio anche Vicenza ieri è stata amara. Il sindaco uscente Achille Variati ce l'ha fatta addirittura al primo turno staccando di 30 punti Manuela Dal Lago, anch'essa un candidato leghista di prima fila. Entrambi, Manildo e Variati, sono renziani anche se con storie e curriculum molto diversi ma sicuramente il loro posizionamento ha favorito in qualche modo l'attrazione di un voto moderato che in Veneto si è tenuto storicamente lontano dalle liste del centrosinistra.

Per la Lega, dunque, le sconfitte di Gentilini e Dal Lago equivalgono ad altrettanti sonori schiaffoni presi nelle due città del Veneto dove la composizione sociale è incardinata sulla piccola impresa e le partite Iva. I Piccoli, dunque, che alle Regionali avevano decretato il successo di Zaia e che alle ultime politiche avevano gonfiato le vele del Movimento 5 Stelle hanno voltato per la seconda volta di seguito le spalle alla Lega. Magari avranno preferito astenersi, ma è certo che di fronte ai colpi delle crisi aziendali (solo nel Trevigiano ne sono aperte 32) e ai rischi che non ci siano i soldi per rifinanziare la cassa integrazione, il blocco dei produttori non guardi ai leghisti, non dia più peso agli appelli federalisti e non creda nemmeno più alle tirate contro l'immigrazione che avevano contribuito al boom di Gentilini. Non va dimenticato che Treviso è stata la città italiana nella quale con maggior convinzione si è celebrato un Primo Maggio unitario con un palco di sindacalisti e di rappresentanti dell'Unione Industriale e degli artigiani. Aggiungiamoci pure che i leghisti in Veneto sono fieramente divisi tra seguaci di Tosi e supporter di Zaia e il quadro risulta ancora più chiaro.

Dopo i successi alle Politiche di Grillo si è sgonfiata anche la forza dei 5 Stelle. È stato già detto che mentre i primi comizi erano stati molto partecipati, nelle più recenti uscite a Treviso e Vicenza il comico genovese non aveva fatto il pieno. Anche il movimento di piccoli industriali che si era fatto avanti come forza collaterale sotto la guida di Colomban non sembra aver pesato in questa occasione. Grillo a un certo momento aveva intuito che l'elettorato di destra lo stava lasciando e con un paio di sortite sullo ius soli e sul picconatore di Milano Niguarda aveva cercato un recupero. L'operazione non è riuscita e il bottino dei 5 Stelle è rimasto ancorato attorno al 6%.

Se il dato veneto sembra univoco più articolato è il risultato dei principali centri della Lombardia. Il sindaco uscente di Brescia, il ciellino Adriano Paroli, che cinque anni fa aveva vinto al primo turno questa volta dovrà andare al ballottaggio. Il centrosinistra ha recuperato terreno con il candidato Emilio Del Bono che è riuscito a chiudere il primo turno testa a testa con Paroli nonostante che il suo avversario avesse schierato in campagna elettorale nientemeno che Silvio Berlusconi. Brescia, una delle capitali del manifatturiero italiano, vive una crisi profonda che scuote la sua stessa identità. A Sondrio il centrosinistra ha vinto ancora una volta riportando in Comune per il quarto mandato il medico Alcide Molteni. Anche in questo caso la Lega che voleva riconquistare Sondrio ha fatto flop, il suo candidato Lorenzo Gallo della Berta è rimasto intorno all'8% mentre Mario Saverio Fiumanò (Pdl) non è riuscito a toccare il 30%. A Lodi il centrosinistra non è riuscito a ripetere la performance del 2010 quando aveva preso il Comune al primo turno, il nuovo candidato Simone Uggetti è in testa ma dovrà andare al ballottaggio con Giuliana Cuminetti del centrodestra. I risultati però sono così differenti che è difficile trarne una valenza politica generale, tranne il fatto che non sembra esserci stato un effetto-Maroni legato al recente cambio al vertice della Regione Lombardia.

Ovviamente bisognerà attendere i ballottaggi ma il centrosinistra è alla testa di quasi tutte le città più importanti del Nord (Torino, Milano, Bologna, Genova, Trieste, Venezia, Padova) e ora potrebbe aggiungervi Treviso e Brescia. Si conferma così come un partito a vocazione metropolitana che però arranca nei centri minori e nelle valli, soprattutto quanto si vota per le Politiche e non per le Amministrative.

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DARIO DI VICO

28 maggio 2013 | 7:57© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: Dario DI VICO - I conflitti dietro le quinte
Inserito da: Admin - Giugno 03, 2013, 04:47:46 pm
I conflitti dietro le quinte

«Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni». Con questa frase, che suona come autocritica per un'intera classe dirigente, il Governatore Ignazio Visco ha suggellato le sue seconde Considerazioni finali. Che pur rifuggendo da toni esageratamente accusatori dipingono un quadro tutt'altro che rassicurante della situazione in cui versa il Paese. Non abbiamo saputo fare i conti né con la modernità né con la globalizzazione e per questo motivo siamo la landa d'Europa che cresce di meno e ha consentito che al suo interno si allargassero gli squilibri occupazionali e generazionali.

È vero che, rispetto a un anno fa, almeno due fattori sono cambiati in meglio: non appare immediato il rischio di un'implosione dell'euro; grazie alla Bce è stata superata la crisi di liquidità che rischiava di strangolare il sistema bancario. Ma il bilancio positivo si ferma qui. «A questi progressi non ha ancora corrisposto un miglioramento dell'economia reale» ha sottolineato amaramente il Governatore. Che pure senza intervenire direttamente nel dibattito sulle conseguenze dell'austerità ha voluto sottolineare come l'impatto negativo del rigore sulla crescita sia stimabile in un solo punto di Pil. Le riduzioni di imposte, per Visco, non possono che essere selettive e devono privilegiare senza alcun dubbio il cuneo fiscale.

La politica ha indubbiamente le sue responsabilità per il tempo perduto ma il Governatore non ha avuto remore a indicare quelle che giudica le colpe degli industriali. Troppo poche sono state le imprese che hanno accettato fino in fondo la sfida dell'innovazione, investendo risorse proprie, adeguando la struttura e i modelli organizzativi, puntando sulla discontinuità. La crisi naturalmente ha accentuato il divario tra globali e conservatori e reso stridente l'inadeguatezza di una parte del sistema produttivo. Secondo Visco ci sarebbe stato bisogno anche di un parallelo e profondo cambiamento dei rapporti di lavoro e del sistema dell'istruzione e invece, mentre molte occupazioni stanno scomparendo, avanza la ricetta di rimpiazzare i più anziani nel loro (obsoleto) posto di lavoro.

Non c'è dubbio che in questa analisi il Governatore abbia mostrato coraggio - e attirandosi i rilievi di Renato Brunetta - perché ha palesato il conflitto sotterraneo che divide banca e impresa e che sta alla radice dei rimbalzi di accuse sulla stretta creditizia e sulle sofferenze. Proprio mentre si sente la necessità di maggiore fiducia e stabilità nel rapporto tra imprenditori e banchieri cresce invece l'incomprensione. I dati sulla carenza di credito e le sofferenze, da elemento statistico vanno a comporre un muro psicologico.

L'assemblea della Banca d'Italia ha avuto il pregio di far uscire da dietro le quinte anche un secondo conflitto: quello che divide l'autorità di regolazione dai regolati. Le banche chiedono la possibilità di dedurre in un solo anno le nuove svalutazioni sui crediti e vorrebbero quantomeno la rivalutazione delle partecipazioni che detengono nel capitale di Via Nazionale. Il Governatore non può rispondere positivamente a entrambe le richieste e almeno ieri ha preferito spostare il confronto sulle condizioni di accesso al credito.

Visco ha assolto gli istituti di credito italiani dall'accusa di aver impiegato la liquidità fornita dalla Bce solo per investire in titoli di Stato ma ha fatto sua, persino al rialzo, la stima del presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, che aveva quantificato in 50 miliardi la flessione di credito avvenuta a partire dal dicembre 2011. Il governatore ha aggiunto che il calo di credito, dopo un ritmo più contenuto, nei primi quattro mesi del 2013 si è di nuovo accentuato e i tassi bancari attivi per i prestiti alle imprese sono di un punto superiori a quelli medi dell'area dell'euro.

È un'analisi che le banche non sembrano condividere e ieri se ne è avuta la prova con l'intervento, tutt'altro che rituale, del presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, che parlava nella sua veste di principale azionista e ha esposto un vero cahier de doléances . «La performance del sistema bancario appare sempre più condizionata dalla difficoltà di fare buon credito» ha detto indicando nel 60% in meno di reddito operativo l'impatto delle sofferenze sul conto economico. E individuando due cause principali: la lentezza delle procedure di recupero e il tempo eccessivo di permanenza nei bilanci dei crediti incagliati. Lo sforzo fatto dalle banche per adeguarsi alle regole di Basilea «non può essere ritenuto responsabile della contrazione nell'offerta di credito» ha aggiunto Gros-Pietro e a dimostrazione della sua tesi ha fornito il dato dei prestiti che continuano a superare la raccolta dai clienti di oltre 150 miliardi di euro. Urgono, dunque, canali alternativi di finanziamento delle imprese e una ripresa degli strumenti di credito a lungo termine. Prima che parlasse Gros-Pietro anche chi è a conoscenza delle divergenze tra Via Nazionale e mondo bancario non si sarebbe aspettato una loro esplicitazione così netta. Ma è bene che sia andata così. Meglio un dibattito franco e costruttivo che la cattiva abitudine di lodare per conformismo le Considerazioni finali e dimenticare tutto con i primi caldi di giugno.

Dario Di Vico

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1 giugno 2013 | 8:20© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: Dario DI VICO - Se il Carroccio non ascolta più il territorio
Inserito da: Admin - Giugno 11, 2013, 05:27:51 pm
La caduta

Se il Carroccio non ascolta più il territorio

La forza dell'origine è venuta meno tra le battaglie per la moneta lombarda e l'oggetto misterioso «macroregione»


Il risultato di questo turno delle amministrative è che la Lega, almeno sul piano dei numeri e delle cariche istituzionali, non dovrebbe avere più il monopolio del discorso pubblico sul Nord. È vero che sono del Carroccio i governatori di tre grandi regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto) ma la quantità dei sindaci appartenenti al Pd o al centrosinistra è straripante. Torino, Genova, Brescia, Milano, Venezia, Treviso, Vicenza, Padova, Piacenza e via di questo passo. La differenza è caso mai che la Lega, pur in grave difficoltà, continua a imbastire una riflessione sulla questione settentrionale mentre i sindaci del Pd, finora, si sono mossi in ordine sparso.

C'era stato un timido tentativo tra Piero Fassino, Giuliano Pisapia e Virginio Merola di costruire una piattaforma comune ma poi non se n'è fatto niente. A parziale alibi si può sostenere che i sindaci sono così drammaticamente alle prese con i propri bilanci che non riescono a guardare oltre il proprio naso. Intanto comunque il centrosinistra incassa vittorie su vittorie perché riesce tutto sommato a mettere in campo personaggi credibili e stimati dalle comunità locali, laddove la Lega ha fatto autogoal intestardendosi su Giancarlo Gentilini o il sindaco di Brescia Adriano Paroli che non si è meritato la riconferma. Senza voler riprendere i vecchi discorsi di Massimo Cacciari sulla sinistra del Nord è evidente che per far fruttare politicamente le vittorie nei municipi il Pd sarà giocoforza indotto a inserire tra i temi congressuali la questione settentrionale.

L'occasione del resto è unica per due ordini di motivi. Intanto l'imbarazzante debolezza del Pdl sul territorio al punto da non riuscire a costruire organizzazione e produrre leader locali. È tornato a essere un partito prevalentemente televisivo, come in qualche maniera ha ammesso di recente la spin doctor del Cavaliere, Alessandra Ghisleri. Anche gli ex ministri contano poco in chiave locale. Il secondo motivo che in teoria dovrebbe favorire il Pd sta nei contrasti che si apriranno nel Carroccio dopo lo storico flop di Treviso.

La realtà che la Lega 2.0 di Roberto Maroni non riesce né a rassicurare del tutto la pancia del suo elettorato né a indirizzare il Carroccio verso settori più moderati dell'elettorato. Del resto quella che era stata la sua forza, ovvero l'ascolto del territorio, è venuta meno in maniera preoccupante. I leghisti sanno poco o niente della contrattazione sindacale nelle fabbriche del Nord, sono afasici rispetto ai problemi legati alla razionalizzazione di aeroporti, porti, università e fiere del Nord. Fanno battaglie contro le aperture della grande distribuzione ma, come a Treviso, perdono anche il consenso dei piccoli commercianti. Un giorno inventano la moneta lombarda, l'altro un referendum consultivo sulla permanenza nell'euro, non sanno che pesci pigliare quando le Confindustrie del Veneto chiedono la Tav fino a Venezia e poi sono sempre alle prese con l'oggetto misterioso della «macroregione», slogan elettorale destinato a restare un ballon d'essai . Sul piano culturale poi è tornata in circolo la narrazione celtica con il circolo Terra insubre che ha portato a Varese come ospite d'onore Eva Klotz e le ha concesso - davanti all'ex ministro dell'Interno Maroni - di difendere le «gesta» del padre George e gli attentati in Alto Adige.

Anche sulla crisi dell'industria del Nord la Lega gira a intermittenza. Dopo il grossolano errore commesso definendo sprezzantemente il caso Ilva «una questione che riguardava il Sud» (senza sapere che Taranto rifornisce tutta la meccanica del Nord), ora si scalda soprattutto per le aziende che chiudono in provincia di Varese come la scandinava Husqvarna. Maroni, attento al proprio collegio elettorale, ha addirittura incontrato l'ambasciatore svedese ma risultati non se ne sono comunque visti. Non parliamo delle banche del Nord, l'unica idea che il gruppo dirigente della Lega ripete è di fare come con la Royal Bank of Scotland e nazionalizzarle, nessuno però viene dietro a una parola d'ordine così sconclusionata. Gli artigiani delle pedemontane non amano certo il credito ma sono convinti che se si venisse nazionalizzato le cose andrebbero sicuramente peggio.

twitter@dariodivico

Dario Di Vico

11 giugno 2013 | 9:44© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_giugno_11/carroccio-no-ascolto-territorio_0c23e796-d255-11e2-8fb9-9a7def6018a2.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Da Indesit a Menarini, le grandi in crisi
Inserito da: Admin - Giugno 15, 2013, 11:17:12 am
I «tavoli» al ministero dello Sviluppo non bastano più

Da Indesit a Menarini, le grandi in crisi

Ora arrivano i salvataggi di settore

Le alleanze nella siderurgia e le ipotesi di un polo degli elettrodomestici


Le notizie sull'apertura di crisi industriali si susseguono e nella pioggia è persino difficile scorgere le differenze. Sono negli ultimi giorni si è discusso di significative riduzioni di posti di lavoro alla Menarini (700 posti), al corriere espresso internazionale Tnt (850), alla Indesit (1.425 esuberi) e qualche segnale di annuvolamento arriva da Natuzzi. La sensazione è che stia aumentando la taglia media delle aziende che chiedono ricovero al ministero dello Sviluppo economico e di conseguenza aumentano le difficoltà per cercare di risolvere i singoli casi.

Fin quando si è trattato di aziende come la Omsa, gli stabilimenti tessili di Airola o la Miroglio di Ginosa la task force del ministero è riuscita a comportarsi da piccola banca d'affari. Cercava imprenditori disposti a rilevare le attività in chiusura rilevando gli impianti, salvando l'occupazione e magari cambiandone la missione produttiva. L'operazione in più di qualche caso è riuscita (attraendo imprese come la Adler e la QBell) ma quando si parla delle grandi aziende della siderurgia, dell'intero settore degli elettrodomestici o del farmaceutico o comunque di gruppi importanti come Marangoni o Acc di Mel è chiaro che la terapia non può più essere la stessa. Ci vorrebbero due cose: o un drastico intervento sul costo del lavoro o politiche industriali estremamente mirate.

Prendiamo il settore degli elettrodomestici. Hanno difficoltà un po' tutte le aziende che operano in Italia, dalla Whirlpool alla Electrolux fino alla Indesit che nei giorni scorsi ha annunciato un piano-shock in base al quale il 33% dei dipendenti del gruppo sono considerati in esubero. Negli anni '90 veniva prodotto in Italia il 45% del bianco venduto in Europa, oggi siamo rimasti schiacciati tra i marchi tedeschi di gamma alta (Miele, Bosch) e i nuovi paesi produttori come Polonia e Turchia. Durante il governo Monti l'associazione di categoria, il Ceced

Confindustria, aveva più volte minacciato di delocalizzare se il governo non fosse intervenuto. Ora però siamo già oltre il tempo regolamentare e nei giorni scorsi Maurizio Castro, ex parlamentare Pdl e soprattutto ex manager Electrolux, ha proposto di creare un polo nazionale del bianco a guida Indesit che «assorba i siti italiani di Whirlpool, Electrolux e dei produttori minori con relativa componentistica». Castro pensa che l'operazione dovrebbe essere coadiuvata dal Fondo Strategico Italiano e magari aprirsi a una partnership con i giapponesi della Nidec. «Abbiamo perso il treno dell'innovazione. Le prestazioni e la struttura dei frigoriferi degli anni 60 è identica a quella di oggi, l'unica novità tecnologica è stato il tritaghiaccio».

Nella siderurgia accanto al caso Ilva le situazioni di sofferenza sono numerose e riguardano Piombino, Trieste e Terni. Ma il rischio (successivo) deriva dalla crisi dell'edilizia che assorbe il 50% delle vendite italiane di acciaio e sta mettendo a nudo la sovracapacità produttiva dell'industria del tondino presente nel Nord Italia. Da tempo le famiglie della siderurgia hanno superato le vecchie questioni di patriottismo aziendale e discutono di ipotesi di razionalizzazione. Il guaio è che a chiudere e a generare nuovi esuberi di personale sarebbero impianti non relativamente obsoleti - come quelli di Piombino e Trieste - ma tra i più efficienti d'Europa. Si è perso del tempo e non sono state ancora individuate le forme del consolidamento, acquisizioni o fusioni o scambi azionari, ma il puzzle delle alleanze riguarda famiglie come Pittini, Pasini, Brunori, Lonati e Stabiumi, Stefana e Leali nel tondino. E ancora Stefana e Duferco nelle travi per l'edilizia.

Nel farmaceutico il caso che è esploso nei giorni scorsi è quello del gruppo Menarini che prima aveva parlato di mille esuberi e ora li ha quantificati in 700. Molti di loro non sono addetti alla produzione ma informatori tecnico-scientifici. Tutto il settore della farmaceutica italiana è comunque in subbuglio per gli effetti della spending review, per l'introduzione dei farmaci generici e per il blocco all'entrata di nuovi prodotti.

La tesi degli industriali è che i generici non hanno avvantaggiato il consumatore (il rimborso è comunque dato sul prezzo più basso) ma solo messo in difficoltà l'industria di marca. Per di più arrivano per la maggior parte da gruppi indiani o israeliani e hanno tolto all'industria italiana il 24% del mercato. Un segnale della difficoltà di produrre in Italia è venuto negli stessi giorni dalla Merck che ha comunicato la decisione di chiudere entro il 2014 lo stabilimento di Pavia dove si produce un antidiabetico. Infine il settore legno-arredo. A poche settimane dal risultato ottenuto, con l'estensione degli incentivi per le ristrutturazione edilizie anche all'acquisto di mobili, gli imprenditori si riuniranno oggi a Milano per ricalibrare le loro politiche commerciali e di prodotto. Secondo le ultime rilevazioni i ricavi del 2013 dovrebbero far segnare un poco rassicurante -10,5% gli incentivi però potrebbero addolcire il trend negativo. La domanda però diventa: si può sopravvivere di bonus in bonus?

Dario Di Vico

13 giugno 2013 | 12:31© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: Dario DI VICO - I nodi: il credito e il fisco
Inserito da: Admin - Giugno 19, 2013, 11:53:15 am
Mercato e norme

Solo un euro per cominciare Ecco le aziende «leggere»

In piena crisi gli under 35 scommettono su se stessi.

I nodi: il credito e il fisco


È passato un numero sufficiente di mesi perché si possa avviare un primo bilancio dell'operazione «Srl a un euro». E i dati, bisogna dirlo, sono incoraggianti: dal settembre 2012, quando sotto il governo Monti sono stati emanati i regolamenti attuativi, fino al maggio 2013 sono state aperte 4.353 Srl (società a responsabilità limitata) a capitale ridotto e 8.620 semplificate. In totale circa 13 mila.

Di queste 13 mila nuove società una buona fetta, più del 15%, ha davvero il capitale di un solo euro. Vale la pena ricordare come le Srl a capitale ridotto possono partire con un versamento iniziale da 1 euro fino a 10 mila, non prevedano limiti di età e conservino i costi notarili tradizionali.
Le Srl semplificate sono invece indirizzate agli under 35 e esenti da costi notarili.

La provincia nella quale si registra la maggiore disponibilità ad aprire nuove società è Roma con 1.464 nuove aperture che corrispondono da sole al contributo dell'intera Lombardia. Il fenomeno si spiega secondo Paolo Gentiloni, deputato del Pd «con l'ampia popolazione universitaria e post-universitaria di Roma». La capitale è stata sempre «un piccolo regno di una micro-impresa a basso tasso di tecnologia sviluppatasi anche per mancanza di altri sbocchi lavorativi». Dopo Roma sono diverse le città meridionali che si segnalano per vivacità: Napoli, Bari, Palermo, Catania. Comunque buona è la performance delle città più economicamente robuste del Nord come Milano e Torino. Se dalla mappa geografica passiamo ad analizzare i settori vediamo che in testa alle opzioni dei neo-imprenditori c'è il commercio al dettaglio e all'ingrosso, seguito dall'edilizia e dalla ristorazione. Sommando le varie voci di questi tre settori si arriva a quasi al 60% delle nuove aperture. Ma c'è anche da segnalare circa un 11% di nuove Srl che si distribuisce tra produzione di software, consulenza informatica, attività di direzione aziendale e altri specializzazioni professionali.

Secondo Claudio Gagliardi, segretario generale di Unioncamere - che ha elaborato i dati - il bilancio è complessivamente positivo. Più dell'80% dei giovani under 35 che hanno varato negli ultimi dieci mesi società di capitali hanno scelto di utilizzare le nuove norme. «Aver ridotto le barriere all'ingresso sia in termini di capitale ridotto sia di complicazioni burocratiche ha favorito l'auto-impiego e la valorizzazione delle capacità personali e spiega anche i dati del Meridione». Ovviamente bisognerà vedere nel tempo se il basso capitale iniziale potrà creare problema di ridotta tutela dei creditori. «Ma i primi dati ci segnalano che su circa 13 mila nuove Srl quelle che hanno dovuto già chiudere sono solo 20».

Corrado Passera è stato il ministro che ha seguito passo dopo passo l'emanazione delle nuove norme e oggi pensa che il successo dell'operazione permetta di progettare avanzamenti successivi. «Dopo costi e procedure semplificate bisogna intervenire sul fisco, i contratti, le procedure amministrative. E allargare le norme straordinarie varate per le start up a una platea di imprese più ampia». Persino i notai che in linea di principio dovrebbero sentirsi colpiti dal taglio delle procedure brindano ai primi successi dell'operazione Srl a un euro. «È chiaro che sarà il mercato a decretare il vero successo di queste iniziative - sostiene il vicepresidente del consiglio nazionale del Notariato, Gabriele Noto - ma dai dati emerge che i giovani credono in questo strumento e cercano di valorizzare le loro idee. Per questo non solo abbiamo collaborato ma abbiamo costruito un portale ad hoc per i giovani neo-imprenditori, l'arancia.org, che ha suscitato molta attenzione».

Più scettica è Anna Soru, presidente di Acta, l'associazione del terziario avanzato che si batte per il riconoscimento dei diritti delle partite Iva. «Aspetterei a dar fiato alle trombe, non so se il provvedimento si sia dimostrato effettivamente efficace. Sono diminuite le ditte individuali e le società di persone ed è possibile quindi che si sia verificato solamente uno spostamento verso le Srl a un euro». Poi va verificato se «le imprese più strutturate abbiano in qualche modo favorito la nascita di Srl a un euro, da parte dei loro fornitori, per evitare di incorrere nella legge Fornero».

Ma una volta costituita la Srl "leggera" quali sono i passi successivi di un neo-imprenditore? Ad esempio, che tipo di rapporto si instaura con le banche con un capitale di partenza così ridotto? «È troppo presto per dirlo, non ci sono riscontri. Sapremo qualcosa di più quando vedremo il loro primo bilancio aziendale» risponde Gagliardi. Mentre Passera da ex banchiere sostiene che «sarebbe sbagliato pensare che il credito commerciale sia l'interlocutore ideale di società che non possono produrre garanzie o presentare una loro storia». Ci può essere l'eccezione rappresentata da un banchiere particolarmente coraggioso, ma non sarà la regola. «La mia idea è che la nuova imprenditorialità possa essere coadiuvata facendo ricorso alle varie forme di venture capital o magari prevedendo particolari strumenti che facciano capo al Fondo Strategico Italiano».

Dario Di Vico
dariodivico

15 giugno 2013 | 13:04© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/13_giugno_15/srl-uneuro-imprese-giovani_1a65ba46-d575-11e2-becd-8fd8278f5bec.shtml?fr=box_primopiano


Titolo: Dario DI VICO - I «tavoli» al ministero dello Sviluppo non bastano più
Inserito da: Admin - Giugno 28, 2013, 06:31:06 pm
I «tavoli» al ministero dello Sviluppo non bastano più

Da Indesit a Menarini, le grandi in crisi

Ora arrivano i salvataggi di settore

Le alleanze nella siderurgia e le ipotesi di un polo degli elettrodomestici


Le notizie sull'apertura di crisi industriali si susseguono e nella pioggia è persino difficile scorgere le differenze. Sono negli ultimi giorni si è discusso di significative riduzioni di posti di lavoro alla Menarini (700 posti), al corriere espresso internazionale Tnt (850), alla Indesit (1.425 esuberi) e qualche segnale di annuvolamento arriva da Natuzzi. La sensazione è che stia aumentando la taglia media delle aziende che chiedono ricovero al ministero dello Sviluppo economico e di conseguenza aumentano le difficoltà per cercare di risolvere i singoli casi.

Fin quando si è trattato di aziende come la Omsa, gli stabilimenti tessili di Airola o la Miroglio di Ginosa la task force del ministero è riuscita a comportarsi da piccola banca d'affari. Cercava imprenditori disposti a rilevare le attività in chiusura rilevando gli impianti, salvando l'occupazione e magari cambiandone la missione produttiva. L'operazione in più di qualche caso è riuscita (attraendo imprese come la Adler e la QBell) ma quando si parla delle grandi aziende della siderurgia, dell'intero settore degli elettrodomestici o del farmaceutico o comunque di gruppi importanti come Marangoni o Acc di Mel è chiaro che la terapia non può più essere la stessa. Ci vorrebbero due cose: o un drastico intervento sul costo del lavoro o politiche industriali estremamente mirate.

Prendiamo il settore degli elettrodomestici. Hanno difficoltà un po' tutte le aziende che operano in Italia, dalla Whirlpool alla Electrolux fino alla Indesit che nei giorni scorsi ha annunciato un piano-shock in base al quale il 33% dei dipendenti del gruppo sono considerati in esubero. Negli anni '90 veniva prodotto in Italia il 45% del bianco venduto in Europa, oggi siamo rimasti schiacciati tra i marchi tedeschi di gamma alta (Miele, Bosch) e i nuovi paesi produttori come Polonia e Turchia. Durante il governo Monti l'associazione di categoria, il Ceced

Confindustria, aveva più volte minacciato di delocalizzare se il governo non fosse intervenuto. Ora però siamo già oltre il tempo regolamentare e nei giorni scorsi Maurizio Castro, ex parlamentare Pdl e soprattutto ex manager Electrolux, ha proposto di creare un polo nazionale del bianco a guida Indesit che «assorba i siti italiani di Whirlpool, Electrolux e dei produttori minori con relativa componentistica». Castro pensa che l'operazione dovrebbe essere coadiuvata dal Fondo Strategico Italiano e magari aprirsi a una partnership con i giapponesi della Nidec. «Abbiamo perso il treno dell'innovazione. Le prestazioni e la struttura dei frigoriferi degli anni 60 è identica a quella di oggi, l'unica novità tecnologica è stato il tritaghiaccio».

Nella siderurgia accanto al caso Ilva le situazioni di sofferenza sono numerose e riguardano Piombino, Trieste e Terni. Ma il rischio (successivo) deriva dalla crisi dell'edilizia che assorbe il 50% delle vendite italiane di acciaio e sta mettendo a nudo la sovracapacità produttiva dell'industria del tondino presente nel Nord Italia. Da tempo le famiglie della siderurgia hanno superato le vecchie questioni di patriottismo aziendale e discutono di ipotesi di razionalizzazione. Il guaio è che a chiudere e a generare nuovi esuberi di personale sarebbero impianti non relativamente obsoleti - come quelli di Piombino e Trieste - ma tra i più efficienti d'Europa. Si è perso del tempo e non sono state ancora individuate le forme del consolidamento, acquisizioni o fusioni o scambi azionari, ma il puzzle delle alleanze riguarda famiglie come Pittini, Pasini, Brunori, Lonati e Stabiumi, Stefana e Leali nel tondino. E ancora Stefana e Duferco nelle travi per l'edilizia.

Nel farmaceutico il caso che è esploso nei giorni scorsi è quello del gruppo Menarini che prima aveva parlato di mille esuberi e ora li ha quantificati in 700. Molti di loro non sono addetti alla produzione ma informatori tecnico-scientifici. Tutto il settore della farmaceutica italiana è comunque in subbuglio per gli effetti della spending review, per l'introduzione dei farmaci generici e per il blocco all'entrata di nuovi prodotti.

La tesi degli industriali è che i generici non hanno avvantaggiato il consumatore (il rimborso è comunque dato sul prezzo più basso) ma solo messo in difficoltà l'industria di marca. Per di più arrivano per la maggior parte da gruppi indiani o israeliani e hanno tolto all'industria italiana il 24% del mercato. Un segnale della difficoltà di produrre in Italia è venuto negli stessi giorni dalla Merck che ha comunicato la decisione di chiudere entro il 2014 lo stabilimento di Pavia dove si produce un antidiabetico. Infine il settore legno-arredo. A poche settimane dal risultato ottenuto, con l'estensione degli incentivi per le ristrutturazione edilizie anche all'acquisto di mobili, gli imprenditori si riuniranno oggi a Milano per ricalibrare le loro politiche commerciali e di prodotto. Secondo le ultime rilevazioni i ricavi del 2013 dovrebbero far segnare un poco rassicurante -10,5% gli incentivi però potrebbero addolcire il trend negativo. La domanda però diventa: si può sopravvivere di bonus in bonus?

Dario Di Vico

13 giugno 2013 | 12:31© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/13_giugno_13/industria-indesit-menarini-crisi-lavoro_ea6ae58e-d3e2-11e2-9edc-429eec6f64c6.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Ma se Arnault fosse nato qui
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2013, 11:47:17 am
DOPO L'ACQUISIZIONE DI LORO PIANA

Ma se Arnault fosse nato qui


Archiviato il blitz Loro Piana con tutto il suo carico di sorpresa e di rimpianto, la domanda più interessante che faremmo bene a porci suona così: come si sarebbe comportato il sistema bancario italiano con un imprenditore edile, tipo Bernard Arnault, che avesse mostrato di aspirare a costruire un gruppo internazionale del lusso? La risposta non può che essere sconsolata. Non sarebbe andata come in Francia e il motivo purtroppo è semplice.
Per condizionamenti, che per amor di patria definiamo ambientali, le banche italiane sono portate più a disegnare operazioni di sistema che a selezionare un numero sufficiente di imprenditori capaci e visionari. Quali siano state nel recente passato queste operazioni di sistema è fin troppo facile rammentarlo. Le banche italiane hanno sostenuto finanzieri-immobiliaristi incauti come Romain Zaleski oppure si sono dedicate al montaggio di cordate per l'Alitalia.

In tutte queste vicende a formare il «merito di credito» ha contribuito il nome del cliente o il dividendo politico dell'operazione stessa, piuttosto che l'individuazione di un imprenditore di talento, la verifica delle intuizioni di business, l'accompagnamento delle sue mosse in una logica di cooperazione e consulenza. Al sistema delle medie aziende italiane finora è mancata proprio la possibilità di giocare il jolly, di far pesare nella competizione un'interlocuzione costante con il mondo del credito finalizzata ad aggregare i marchi italiani e a proiettarli nell'economia globale.

Eppure se oggi l'economia italiana non è azzerata e l'industria cancellata lo si deve proprio alle medie aziende esportatrici, le multinazionali tascabili, che trascinandosi dietro l'indotto hanno saputo reagire alla discontinuità dei mercati generata dalla crisi, sono riuscite a sostituire come clienti le classi medie dei Paesi emergenti al consumatore Usa armato di credit card. Sono state capaci di farlo in tempi stretti e spesso muovendosi senza un aiuto tangibile delle ambasciate, degli enti di promozione e del sistema bancario. Questa crescita è il frutto di una silenziosa e continua opera di insediamento sui mercati, dell'individuazione delle strategie di distribuzione più consone, di una continua verifica/innovazione dei prodotti per conservare il posizionamento nobile del made in Italy . Si tratta però di una crescita condannata a concretizzarsi solo per linee interne e non a colpi di acquisizioni. Il motivo è evidente: ai nostri mancano le munizioni e non si fidano di andarle a rastrellare in Borsa.

Stando così le cose è logico che finiamo per subire il paradosso del cachemire, siamo capaci di invadere i mercati più lontani con la qualità dei nostri prodotti e la compattezza delle nostre filiere, nel frattempo però rischiamo costantemente di prendere gol in campo amico. Di vedere passare di mano le aziende più prestigiose. Solo per rammentare le più eclatanti, è successo con Bulgari, poi con Parmalat e 48 ore fa con Loro Piana. I gruppi italiani non avrebbero potuto comunque intervenire e quando lo si è tentato, disegnando in fretta e furia ipotetiche cordate alternative o addirittura approvando modifiche legislative ad hoc, ci siamo coperti di ridicolo. Quando saremo capaci di riunificare industria e finanza sarà sempre troppo tardi, ma non sarà un brutto giorno.

Dario Di Vico

10 luglio 2013 | 8:31
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da - http://www.corriere.it/editoriali/13_luglio_10/ma-se-arnault-fosse-nato-qui-dario-di-vico_44051834-e91a-11e2-a2a0-aaafeae20fe9.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Domande aperte di un meeting
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2013, 07:31:35 pm
RUOLO E CONTRADDIZIONI DI CL

Domande aperte di un meeting


Si apre oggi a Rimini il Meeting di Comunione e liberazione e, come sempre, sarà ampia e qualificata la partecipazione politica, a cominciare da Enrico Letta e dal videomessaggio di Giorgio Napolitano. Anche per questa via Cl si conferma come attore importante della scena politico-culturale del Paese in virtù dei suoi legami di massa e del contributo che ha saputo fornire alla riflessione sul rapporto tra Stato e società. Le disavventure politico-giudiziarie dell'ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni non hanno mutato la percezione che l'opinione pubblica ha del movimento né il peso che ricopre nei delicati equilibri del Paese. Anzi, in virtù dell'amicizia che lega il movimento al premier Letta, l'apertura del Meeting esalta il grande fiuto dei ciellini per la politica.

In passato il movimento ha giocato sui tavoli del potere in maniera disinvolta. All'iniziale venerazione della figura di Giulio Andreotti ha fatto seguito una lunga condivisione della stagione politica berlusconiana. Con il Cavaliere del '94 c'erano forti consonanze, la promessa liberale e il protagonismo della società civile, ma negli anni successivi, quando quelle istanze sono state archiviate, non si può dire che i ciellini abbiano fatto sentire tempestivamente le loro critiche. Come avrebbero potuto e dovuto. E come, alcuni di loro, fanno solo oggi. Terminata infatti l'infatuazione per l'uomo di Arcore, c'è stata la stagione dell'appoggio al governo Monti e ora la conclamata simpatia per l'esecutivo diretto da Enrico Letta. Il tutto in perfetta e pluriennale continuità, come se a sbagliare in questi quattro lustri fossero stati sempre e solo gli altri. È questa la contraddizione di un movimento che professa una visione orizzontale della società e della vita ma che poi non sa resistere al fascino verticale del potere politico.

Comunione e Liberazione è un fenomeno che meriterebbe di essere studiato molto di più di quanto lo sia stato, soprattutto per la straordinaria capacità che ha mostrato nell'intrecciare fede, politica e welfare. «Se la globalizzazione ti lascia solo, Cl no», si usa dire e il motto contiene un elogio della presenza sociale del movimento e un attestato della sua (contestata) modernità. Ma quel motto esplicita anche il ruolo di testimonianza che il successore di don Giussani, Julián Carrón, ha avuto modo di indicare (e ribadire) ai seguaci del movimento nel maggio 2012 nel pieno della bufera formigoniana. La testimonianza, nel testo del prelato spagnolo, era contrapposta alla ricerca dell'egemonia, all'attrazione per il potere, ma non sappiamo quale istanza stia prevalendo oggi. L'una o l'altra? Per cercare risposte e capire l'evoluzione della dialettica interna sarà, dunque, doppiamente interessante seguire il Meeting. Da fuori varrà la pena ricordare che la fragile società italiana ha bisogno di soggetti che la aiutino a recuperare i propri valori e a ripartire. Di lobby, invece, ce ne sono già troppe.

18 agosto 2013 | 8:47
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Dario Di Vico

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_18/domande-aperte-di-un-meeting-divico_5240b60c-07cd-11e3-94cf-bf30b20ea299.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Non sprechiamo il lavoro che c'è
Inserito da: Admin - Agosto 23, 2013, 11:45:01 pm
OPPORTUNITÀ CONTRO LA DISOCCUPAZIONE

Non sprechiamo il lavoro che c'è


Molti, dentro e fuori il governo, temono che la ripresa prossima ventura si riveli, come dicono gli anglosassoni, jobless ovvero senza lavoro.
Non produca un significativo calo della disoccupazione e tutt'al più serva a riassorbire un po' della cassa integrazione che aziende piccole e grandi sono state costrette ad usare in quantità inedite per non licenziare. Se davvero il rilancio dell'economia non dovesse essere visibile anche agli occhi di chi oggi è fuori dai cancelli del lavoro è evidente che correremmo il rischio di un'ulteriore accentuazione dell'apartheid, i figli contrapposti ai padri.

Per tentare di evitare, almeno in parte, questo pericolo la prima cosa da fare è non sprecare nessuna occasione di lavoro.
Il comportamento esemplare è stato quello degli operai della Electrolux di Susegana, che hanno lavorato nei giorni di Ferragosto per produrre lavatrici e frigoriferi di una commessa straordinaria. Non sarà la presenza in fabbrica con il solleone a risolvere i nodi strutturali dell'industria degli elettrodomestici ma sarebbe stato suicida opporsi e i tre sindacati hanno fatto la cosa giusta.

Susegana, purtroppo, pare essere un'eccezione. In tante altre situazioni il pragmatismo perde e vincono idiosincrasie e ideologismo. Prendiamo il caso dell'avvio della vendemmia. Un accordo raggiunto in Franciacorta tra la Cisl, i Comuni e i datori di lavoro punta a favorire l'assunzione di almeno una quota di cassintegrati della zona in nome della solidarietà territoriale. Cgil e Uil sono insorti contro quella che considerano una violazione della contrattazione nazionale e si dovrà convocare un tavolo ministeriale per dirimere la querelle . Non bastava una riunione a Brescia?

Qualcosa del genere è accaduto nei giorni scorsi a Bari e questa volta è stata la Cisl a recitare il ruolo dell'intransigente. La società Eataly avendo aperto uno store con una licenza a tempo ha assunto per lo più lavoratori interinali impegnandosi a stabilizzarli solo in seguito. Immediatamente il titolare Oscar Farinetti è stato colpito dall'accusa di aver violato la legge Biagi e di essersi comportato da piemontese arrogante. A Marghera a cavallo tra la fine di luglio e l'inizio di agosto è andata in scena una tipica dimostrazione dell'ideologismo in versione Fiom. Per poter consegnare in tempo una nuova nave da crociera gli operai veneziani avrebbero dovuto modificare il loro regime di orari e passare dal 5x8 al 6x6, ovvero lavorare anche il sabato ma scongiurando in questo modo il ricorso alla cassa integrazione. L'accordo è stato firmato in zona Cesarini dopo lunghe contestazioni e il rischio di mandare tutto a monte e veder trasferire le lavorazioni altrove. Anche per quanto riguarda le assunzioni per l'Expo 2015, prima che la ragione avesse la meglio, avevamo rasentato la guerra di religione con dirigenti sindacali che presentavano la possibile intesa come «una palestra della deregulation».

Il catalogo delle italiche contraddizioni potrebbe continuare e sommerebbe ai casi raccontati un vero e proprio paradosso al quale non sappiamo porre rimedio, quello che vede domanda e offerta di lavoro non riuscire ad allinearsi. Con il risultato che il 12% dei posti di lavoro disponibili non possono essere assegnati perché mancano (soprattutto) ingegneri, addetti alla distribuzione e al marketing. Ma proprio perché polemiche gratuite e distorsioni del mercato del lavoro convergono verso il peggio è necessario nelle prossime settimane mettere in campo un sovrappiù di buon senso. Non un posto di lavoro vada sprecato perché alla fin fine non c'è niente di più de-regolato che la disoccupazione.

23 agosto 2013 | 13:11
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Dario Di Vico

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_23/non-sprechiamo-il-lavoro-che-c-e-dario-di-vico_52736abe-0bad-11e3-b588-54889b555b59.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il peso dell'incertezza - Dialogo e priorità del governo Letta
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2013, 08:39:50 am
L'eDITORIALE

Il peso dell'incertezza

Dialogo e priorità del governo Letta


Non è un esecutivo di legislatura e di conseguenza il governo Letta nel fissare le priorità risente del posizionamento elettorale che vanno assumendo le principali forze che lo sostengono e che tengono d'occhio l'evoluzione dei sondaggi. Si spiega così la prevalenza nell'agenda del superamento dell'Imu su altri capitoli d'intervento - cuneo fiscale - che possono essere considerati altrettanto urgenti e forse di più. Ma questa è la realtà del quadro politico italiano uscito dalle urne e nessuno purtroppo può prescinderne. Il danno ulteriore lo si causa quando al mix di instabilità sopra delineato, e alla difficile ricerca di soluzioni condivise, si aggiunge il mal di pancia di quanti all'interno del Pd non hanno digerito le larghe intese.

Allora, come è accaduto ieri con le dichiarazioni del vice-ministro Stefano Fassina, tutto diventa più difficile. È arduo rintracciare un filo coerente nelle scelte del governo e il dialogo con gli italiani si prospetta avventuroso. Se, come ha fatto Fassina, si sostiene che ora - per colpa del superamento dell'Imu - sarà inevitabile alzare l'Iva si crea solo confusione. Magari si tiene in caldo il rapporto personale con la Cgil ma non si aiuta il Paese. Trovarsi come è accaduto con le dichiarazioni del premier Enrico Letta e di altri ministri (Maurizio Lupi) che contraddicono Fassina e con le rettifiche del segretario e del responsabile economico del Pd che vanno nella stessa direzione di Lupi e contro il collega di partito, serve solo a compromettere ancora di più il rapporto con l'Italia profonda. Quella che dopo una modica quantità di ferie ha ripreso a lavorare e a produrre.

Eppure Letta non avrebbe bisogno che i suoi collaboratori gli creassero nuovi problemi, ce ne sono già abbastanza sul tappeto. Le incertezze tributarie, infatti, non si sono del tutto diradate. Non dimentichiamo che l'Imu sin dalla nascita si è rivelata una tassa di cui non era facile comprendere importi e scadenze e oggi, anche quando ne è stato annunciato il pensionamento in favore della service tax, rimangono aperti diversi quesiti. Non sappiamo ancora bene quali saranno le coperture, che regime fiscale verrà applicato alle seconde case e se la nuova imposta prevederà un tetto o meno. Tutte incertezze che vanno chiarite affinché le famiglie possano rivedere i loro bilanci e decidere cosa destinare, per esempio, ai consumi. Se prevale la nebbia fiscale si rafforza la tendenza a risparmiare e a non sostenere la domanda interna. E addio ripresina!

L'arrivo del mese di settembre chiede, dunque, al governo un esercizio di chiarezza. Sul versante delle imposte (non aumentando l'Iva), su quello dei provvedimenti per la crescita ma anche sul controverso tema dei tagli alla spesa. Dal ministro Fabrizio Saccomanni ci aspettiamo un passo in avanti nella politica degli annunci. Non è più sufficiente rassicurare genericamente l'opinione pubblica e i mercati, è arrivato il tempo in cui gli interlocutori si aspettano che il governo indichi quali sono nel dettaglio i risparmi previsti. L'incertezza si batte anche così.

30 agosto 2013 | 8:02
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Dario Di Vico

DA - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_30/il-peso-dell-incertezza-dario-di-vico_8b179f72-112d-11e3-b5a9-29d194fc9c7a.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I 36 casi in cui i dipendenti hanno salvato la loro azienda
Inserito da: Admin - Novembre 03, 2013, 06:42:07 pm
mappe/

I 36 casi in cui i dipendenti hanno salvato la loro azienda

Si chiamano, obbedendo a una classificazione internazionale, workers buy out e hanno dato vita in Italia già a 36 casi di piccole aziende salvate e rimesse in carreggiata dai dipendenti. Sono imprese per lo più localizzate in Toscana ed Emilia ma anche in Veneto e Lazio, presenti un po’ in tutti i settori del manifatturiero e dei servizi e che per ripartire hanno adottato nella stragrande maggioranza dei casi lo strumento della cooperativa. Alcuni casi hanno avuto ripetutamente l’onore delle cronache come le Fonderie Zen di Padova e la milanese Ri-Maflow ma a censirli tutti per la prima volta è stato ilbureau.com, un sito di giornalisti, grafici e ricercatori coordinati da Valentina Parasecolo. Quando l’azienda - Srl o Spa che sia - fallisce, i dipendenti si riuniscono in cooperativa e la rilevano dalla liquidazione, utilizzando il Tfr e l’indennità di mobilità. In moltissimi casi ad aiutarli arriva Coopfond, il fondo mutualistico della Legacoop che versa a titolo di prestito un ammontare pari a quello versato dai lavoratori (al massimo stiamo parlando di un impegno pari a 800 mila euro). Successivamente si può attivare attorno alla nuova impresa una cintura di banche come Bper, Banca Etica o Banca Unipol che vegliano almeno sulla prima navigazione. I dipendenti fatta la scelta più difficile devono dare prova di maturità selezionando al loro interno le figure dirigenziali che avranno il compito di condurre l’azienda. Quasi sempre cambiano anche il nome: la Ottima di Scandiano (ceramiche) è diventata Greslab e la Maflow di Trezzano sul Naviglio è stata per l’appunto ribattezzata Ri-Maflow. Nel caso della Phenix Pharma in appoggio ai dipendenti è tornato un ex manager che aveva lavorato ai tempi in cui l’impresa era parte di una multinazionale americana.
Se l’obiettivo iniziale è quello di salvare con l’azienda ovviamente anche i posti di lavoro molte volte l’operazione è facilitata perché non tutti i dipendenti credono alla nuova impresa e alcuni si distaccano volontariamente. A differenza di esperienze più ideologiche che pure erano state fatte negli anni ‘70 e ‘80 nei nuovi workers buy out vigono i criteri guida della competenza e del pragmatismo. Non si fa a botte con il mercato bensì si cercano idee e soluzioni nuove anche per dimostrare che le vecchie proprietà erano inette. Una scelta valoriale c’è sempre ma le bandiere rosse no. Nel caso della Greslab la nuova gestione ha puntato molto sulla formazione e ha cambiato il prodotto da vendere investendo sul grès porcellanato. I dipendenti della Phenix Pharma hanno rilevato l’azienda dalla Warner Chilcott che voleva uscire dal mercato europeo ma hanno scommesso su prodotti nuovi nel segmento dell’osteoporosi comprando addirittura una licenza. In altri casi è bastato riprendere il vecchio business come per la Infissi design di Reggio Emilia che era andata in crisi per errori di gestione o per la Clab di Arezzo che fino ai primi anni del 2000 era tra le prima aziende in Europa nella produzione di box doccia.
Classificate le nuove realtà la domanda successiva diventa quanto siano attrezzate queste aziende per reggere l’urto di una crisi che non fa sconti e non guarda ai valori. La risposta che per ora si può dire riguarda la data di nascita di diverse aziende dei dipendenti: la rodigina Cup è nata nel 2008 così come la pistoiese Micronix, la reggiana Art Linig. Solo un anno di meno hanno la fiorentina Ipt e la pisana Italcom. Insomma nessuno può garantire il futuro ma, assicurano alla Coopfond, la selezione viene fatta all’inizio. Se non ci sono le condizioni non si parte nemmeno.
Dario Di Vico

Da - http://dariodivico.tumblr.com/post/65225219027/mappe-i-36-casi-in-cui-i-dipendenti-hanno-salvato-la


Titolo: Dario DI VICO - Perché Letta deve cambiare
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2013, 06:47:39 pm
Perché Letta deve cambiare

Separando saggiamente il piano governativo da quello parlamentare l’esecutivo guidato da Enrico Letta è riuscito a sopravvivere alla caduta del Cavaliere. L’esito della manovra era tutt’altro che scontato e segna una vittoria del presidente del Consiglio, a cui vanno riconosciute le doti della pazienza e della caparbietà. A questo punto, però, con l’avvenuto ridimensionamento di Silvio Berlusconi cade il principale alibi di un’azione di governo che finora è parsa frammentaria e temporeggiatrice. Non si potrà più usare la scusa che i provvedimenti economici dovevano essere «bollinati» preventivamente dal Pdl e di conseguenza ci dovrebbero essere tutte le condizioni per capire meglio cosa ha in testa il presidente del Consiglio per rassicurare Bruxelles, intercettare la ripresa, motivare la società civile. Anche l’ultimo atto in ordine di tempo, la legge di Stabilità, risente ampiamente dei limiti evidenziati da questo governo, come provvedimento assomiglia di più a un vestito di Arlecchino che a un vero documento di indirizzo e la sua approvazione non pare sia accompagnata da grandi manifestazioni di giubilo da parte delle rappresentanze sociali. Ci aspettiamo, dunque, che superata la boa si cambi registro, che i problemi aperti vengano presi di petto e non continuamente rinviati.

Ha ragione il Quirinale: la scelta ottimale è quella di un nuovo discorso programmatico del presidente del Consiglio davanti alle Camere, una verifica politico-parlamentare per una coalizione meno larga della precedente, ma che dovrebbe contare su un maggior tasso di coesione e determinazione. Letta non ha bisogno di imbarcare transfughi parlamentari dell’ultima ora, non ha necessità di raccattare qualche voto in più al Senato quanto di convincere il Paese reale sulla bontà del cammino che vuole percorrere da qui al termine del semestre italiano di presidenza Ue. Nessuno gli chiede l’impossibile. Una buona legge elettorale ci vuole, e subito, mentre sulle riforme istituzionali meglio indicare con senso pratico poche novità e poi portarle a casa piuttosto che andare incontro all’ennesimo fallimento. Sul piano etico-comportamentale bene ha fatto il governo a difendere il ministro Annamaria Cancellieri, ma la permanenza nella compagine del viceministro (indagato e con doppio incarico) Vincenzo De Luca forse potrebbe fermarsi qui. Francamente per l’impegno che ha messo non ne sentiremmo la mancanza.

Visto il peso parlamentare del Pd nella nuova coalizione, ed essendo alle porte la designazione di un nuovo segretario, è chiaro che Letta non potrà non fare i conti con questa discontinuità. Ma anche in questo caso la scelta che sembra convenire a lui (e al Paese) è quella di alzare decisamente il tasso di riformismo del governo. A cominciare dal capitolo giustizia. Finora è rimasto un tema tabù perché affrontarlo avrebbe, almeno agli occhi dell’elettorato di centrosinistra, rappresentato un cedimento verso le tesi filoberlusconiane: a decadenza consumata, però, anche quest’alibi non tiene più. Si può scrivere una pagina nuova. Subito dopo viene l’economia. Qui i passaggi sono (purtroppo) facili da individuare: un colpo d’ala nel taglio del debito, più coraggio nella riduzione della spesa pubblica e maggiore chiarezza negli obiettivi che si vogliono conseguire in quel negoziato con Bruxelles previsto per metà dicembre e che, visto da lontano, può assomigliare all’anticamera del commissariamento.

29 novembre 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Dario Di Vico

Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_novembre_29/perche-letta-deve-cambiare-40dd542a-58bc-11e3-ade8-6dbcc0d06561.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il Disagio c’è, chi lo sfrutta pure
Inserito da: Admin - Dicembre 13, 2013, 06:13:35 pm
Il Disagio c’è, chi lo sfrutta pure


Si apre il terzo giorno della protesta dei Forconi e il prefetto di Torino ha ottenuto rinforzi per contrastare manifestazioni - parole sue - «uniche nel loro genere perché basate su azioni sporadiche e presidii improvvisi in diversi punti». Una città storicamente abituata a convivere con forme radicali di conflitto ieri è parsa alla mercé di manifestanti che potevano interrompere a loro piacimento qualsiasi servizio pubblico e intimidire i commercianti. Il tutto in un vuoto pneumatico, nel quale assenti la politica e le forze sociali, troppo lento nell’agire il ministro dell’Interno, il peso del confronto - persino psicologico - è stato caricato sui poliziotti. Nessuno sottovaluta ampiezza e profondità del malessere che attraversa la società e che mette in difficoltà le frange più deboli del lavoro autonomo, come i camionisti con un solo Tir o gli ambulanti, ma si ha l’impressione che le loro rivendicazioni servano come foglia di fico ai veri capi della rivolta. Sul campo è nato con il logo dei Forconi un attore sociale e politico trasversale, il cui retroterra non è chiaro e che ha aggregato di tutto, persino gli ultrà del calcio.

Un mondo politico costantemente alla ricerca di un copione da recitare non aspettava altro che strumentalizzare la protesta. Beppe Grillo ha intravisto nella mobilitazione dei Forconi la possibilità di intestarsi «il disagio sociale» per saldarlo alla collaudata retorica anti-politica. Ne è scaturito un incredibile invito alla polizia a farsi da parte, a non difendere più uomini/luoghi delle istituzioni. È la democrazia a 5 Stelle che prevede che l’avversario, se giornalista, debba essere messo alla gogna e se, politico, lasciato in balia della collera dei Forconi. Anche Silvio Berlusconi non ha resistito alla tentazione di far sentire la sua voce intimando al governo di convocare subito gli autotrasportatori ribelli, che lui comunque vedrà già oggi in parallelo al discorso che il premier Enrico Letta terrà in Parlamento. La vecchia tattica del Pci di contrapporre simbolicamente Paese legale e Paese reale deve aver conquistato il Cavaliere nella nuova modalità di politico extraparlamentare.

Blocchi stradali à la carte e proclami populisti lascerebbero il tempo che trovano se non fosse il contesto a renderli pericolosi. La sensazione di vuoto avvertita a Torino rappresenta una metafora della nostra attuale condizione. Siamo «tra color che son sospesi», chiediamo immediate e incisive riforme della politica e la Corte costituzionale ha messo in scacco chi dovrebbe votarle. Vediamo che altri Paesi stanno uscendo dalla recessione e noi dobbiamo accontentarci che il Pil non viaggi più in negativo. Forse è troppo facile indirizzare tutto ciò verso Palazzo Chigi, ma è la coincidenza temporale a imporlo. Letta è atteso a Montecitorio per un passaggio politico che si presenta delicato. Non prometta la luna, come fece nel discorso di insediamento, affronti i nodi che gli si sono parati davanti e dia le risposte che l’opinione pubblica attende. Riempia il vuoto e avrà dato un contributo anche all’isolamento dei Forconi.

11 dicembre 2013
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Dario Di Vico@dariodivico

Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_11/disagio-c-chi-sfrutta-pure-8a30dca0-622b-11e3-a809-0fced5f7d9ac.shtml


Titolo: Dario DI VICO - LEGGE DI STABILITà e parti sociali Un’occasione gettata via
Inserito da: Admin - Dicembre 24, 2013, 06:26:05 pm
LEGGE DI STABILITà e parti sociali
Un’occasione gettata via

Per come sta uscendo dal Parlamento, la legge di Stabilità si presenta agli italiani alla stregua di un vestito di tanti colori e per di più cucito male. Si fatica a trovare il filo conduttore per un semplice motivo: quelle che dovevano rappresentarne le ispirazioni di fondo si sono perse per strada. Vale per il legame tra incisività della spending review /riduzione delle tasse e vale anche per la riduzione del cuneo fiscale. Un provvedimento che - ricordiamolo - nelle interviste ministeriali solo di qualche settimana fa era descritto come lo strumento più idoneo per dare competitività alle imprese e agganciare a pieno la ripresa internazionale. È vero che il testo approvato prevede l’istituzione di un fondo che dovrà finanziare l’abbassamento del cuneo, ma la platea dei beneficiari è stata così allargata che gli eventuali effetti di spesa si disperderanno come coriandoli. Per quanto l’ampiezza e la lunghezza della crisi spingessero a operare scelte univoche e a concentrare l’impatto delle poche risorse disponibili, alla fine il governo ha fatto l’esatto contrario. Per tenersi buono un piccolo esercito di microlobby ha finito per dare a tutti un po’.

Il risultato finale della legge di Stabilità rappresenta per il premier e per l’esecutivo che dirige una sconfitta cocente anche se sarà difficile per lui ammetterlo. Gli auguriamo caldamente di poter mangiare tutti i panettoni che vuole, ma non può essere la continuità alimentare il principio ispiratore di un’amministrazione, per di più straordinaria, come è quella rappresentata dall’attuale governo. Il Paese reale e gli operatori economici che hanno dimostrato di saper respingere al mittente gli appelli dei Forconi hanno bisogno di credere nell’azione di politica economica e di trovare una piena complementarietà tra i propri sforzi e i provvedimenti governativi. Purtroppo non è così.

L’approvazione della manovra segna un momento di rottura non episodica tra il governo e le forze sociali, sgomente anche per aver toccato con mano in queste settimane la loro irrilevanza. La gran parte delle obiezioni avanzate dalla Confindustria è condivisibile, ma si ha l’impressione che la più grande associazione di rappresentanza non sia riuscita a entrare in sintonia con i profondi mutamenti di questi terribili anni. Non parliamo poi dei sindacati confederali e dei loro leader affezionatissimi ai vecchi riti e incapaci di aprirsi al nuovo. L’opinione pubblica comincia a pensare che la rappresentanza sia un appesantimento della vita democratica, che le sue strutture siano pletoriche e servano solo a presidiare interessi consolidati. Per spiazzare queste critiche e per inchiodare il governo alle sue responsabilità le forze sociali sono chiamate a un atto di discontinuità. Basta con l’elencare le colpe degli altri senza dire cosa si è disposti a mettere sul tavolo. Invece di ammiccare ai Forconi è meglio assumere su di sé nuove responsabilità. Ciò che le imprese, dal basso, hanno fatto in materia di welfare aziendale è solo un piccolo esempio. Ma può far scuola. Sulla dialettica tra politica e forze sociali si segnala anche l’attivismo di Matteo Renzi. Un consiglio (non richiesto): eviti di azionare un giorno l’acceleratore e, quello dopo, il freno. Scelga.

20 dicembre 2013
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Dario Di Vico

Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_20/occasione-gettata-via-4168c3ba-693e-11e3-95c3-b5f040bb6318.shtml


Titolo: Dario DI VICO - L’aumento delle tariffe autostradali rischia di ridare fiato...
Inserito da: Admin - Gennaio 03, 2014, 04:17:07 pm
IDEE E OPINIONI

L’aumento delle tariffe autostradali rischia di ridare fiato ai forconi

Il fronte dell’autotrasporto appare, all’inizio del nuovo anno, tutt’altro che pacificato. Il flop della manifestazione romana di metà dicembre dei Forconi aveva in qualche maniera derubricato il tema ma gli aumenti delle tariffe autostradali decisi dal governo in questi giorni rischiano di dare nuovi argomenti ai capi della protesta. Specie in Veneto dove i rincari sono più alti e dove il movimento ha continuato la mobilitazione anche sotto le feste dando vita, tra le altre cose, a inediti e odiosi blitz sotto le abitazioni dei politici locali (Giancarlo Galan e Laura Puppato).

Se i Forconi in dicembre non erano riusciti a formulare una vera piattaforma rivendicativa unificante, l’incremento dei costi del trasporto rappresenta un buon motivo per riprendere i contatti, farsi sentire (a modo loro) e sindacalizzarsi. Le decisioni del governo mettono in difficoltà le organizzazioni tradizionali dell’autotrasporto, come la Cna-Fita, che in dicembre avevano fatto barriera e avevano evitato un vero fermo dei Tir.

I camion avevano circolato quasi al 100% e i Forconi avevano dovuto scegliere altre forme di lotta urbana. Ora però la leader della Cna, Cinzia Franchini, è stata la prima a suonare l’allarme su quanto ci può aspettare in gennaio. Dopo aver ricevuto varie minacce dagli oltranzisti, Franchini non ci sta a rimanere schiacciata tra il governo e i Forconi e ha scritto al premier Enrico Letta annunciando che la sua organizzazione sarà la prima a protestare contro gli aumenti delle tariffe. Adottando non più la tattica del fermo nazionale, ma forme di lotta selettive che potranno colpire o un territorio (guarda caso il Veneto) o singole aziende committenti.

Il rischio che il mondo dell’autotrasporto ritorni in agitazione e comprometta anche i deboli segnali di ripresa dell’economia è dunque elevato. Con la vicenda Forconi tutti hanno capito il potenziale mediatico del popolo dei Tir e nessuno vuole rimanere fuori dal gioco. Così mentre i duri di Danilo Calvani rilanciano la mobilitazione dal 9 gennaio, in Sardegna spunta la singolare inaugurazione di un club berlusconiano che si terrà alla presenza di Daniela Santanchè e che a scanso di equivoci si chiamerà «Club Silvio Trasporti Sardegna».

03 gennaio 2014
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Dario Di Vico

Da - http://www.corriere.it/economia/14_gennaio_03/aumento-tariffe-autostradali-rischia-ridare-fiato-forconi-793d5476-7452-11e3-90f3-f58f41d83fbf.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Leggi convoglio e microinteressi. Potere caotico di non decidere
Inserito da: Admin - Gennaio 03, 2014, 04:35:38 pm
leggi convoglio e microinteressi

Potere caotico di non decidere

Perché nessuno in Senato si è alzato a ricordare che esiste una sentenza della Corte costituzionale, per la precisione la 22 del 2012, che giudica inammissibile l’introduzione di emendamenti eterogenei nel testo dei decreti legge?
La domanda è più che legittima anche perché alla Camera è dal ‘97 che vige questo regolamento senza che sia stato mai esteso all’altro ramo del Parlamento. La verità è che l’incredibile vicenda del decreto salva Roma, approvato dal Parlamento con richiesta di fiducia da parte del governo e poi bocciato dal Quirinale, ha lacerato molti veli davanti all’opinione pubblica. La debolezza del governo Letta è apparsa in tutta la sua gravità.

E l’inesperienza degli attuali presidenti delle Camere risulta addirittura certificata dal messaggio che ieri il presidente Giorgio Napolitano ha rivolto loro e al quale ha replicato in tarda serata Pietro Grasso. Ma forse l’evidenza sulla quale dovremmo concentrare l’attenzione riguarda il complesso delle istituzioni politiche, governo e Parlamento, che fin quando esistevano partiti forti riuscivano ad assolvere dignitosamente i loro compiti ma che oggi, in un quadro politico per molti aspetti liquido, appaiono fragili ed esposte a tutti i venti.

Può accadere così che in Parlamento le piccole lobby funzionino meglio delle grandi, quasi che nell’epoca dell’austerità sia quella la taglia ottimale per promuovere emendamenti di spesa. Succede che i nuovi membri della segreteria del Pd concentrino le loro energie per evitare che nel testo vengano infilati provvedimenti a favore di Firenze e perdano di vista altri temi caldi come gli affitti d’oro. Accade che i presentatori di pacchetti di emendamenti a Palazzo Madama, visti i numeri risicati della maggioranza, si sentano così spavaldi da poter condizionare il governo che non può fare a meno della loro presenza in Aula per strappare la fiducia.

Da questa piccola rassegna di anatomia delle istituzioni emerge chiaramente come il sistema politico-legislativo italiano sia imballato e i grandi processi decisionali passino quasi ormai esclusivamente dal Quirinale, dal Consiglio di Stato, dalla Corte dei conti e dalla magistratura ordinaria.

Nelle Camere è difficilissimo far approvare provvedimenti di riforma omogenei e l’escamotage è quello di agganciare vagoni alla sola locomotiva che comunque non può fermarsi, l’ex Finanziaria ribattezzata legge di Stabilità. Ma anche quando una misura approda in Gazzetta Ufficiale non ha ancora ultimato il suo incredibile viaggio. Prima di venir finanziata, prima che siano promulgati i regolamenti attuativi o semplicemente sia instradata deve passare le forche caudine rappresentate dal ministero dell’Economia e dalla Ragioneria generale. Secondo i dati elaborati dal Sole 24Ore, la percentuale di reale attuazione delle leggi fatte approvare dai governi Monti e Letta era ferma agli inizi di dicembre al 38%. Si combatte per farle passare e poi le si lasciano morire per strada.

La stessa noncuranza affligge la valutazione ex post dell’impatto dei nuovi provvedimenti. Spesso se ne approva uno nuovo prima ancora di sapere come abbia funzionato il precedente e quali conseguenze abbia determinato nella vita dei cittadini o delle imprese. Il caso degli esodati è da manuale ma, purtroppo, non è l’unico. Con queste premesse verrebbe da concludere che le riforme oltre a essere difficili sono quasi inutili e serve solo quel cacciavite, tipico strumento di manutenzione, che lo stesso Letta ha evocato nelle prime settimane del suo governo salvo non riuscire a utilizzarlo con la continuità necessaria. Ma arrendersi sarebbe un errore. Riforme e cacciavite servono entrambi e non a piccole dosi. Dobbiamo sbrigarci a intervenire sul nostro sistema politico-istituzionale perché rischiamo grosso: se le cose restassero così saremmo condannati a sommare gli svantaggi dell’instabilità politica a quelli della recessione o della bassa crescita. È con questi pensieri che ci accingeremo nei prossimi giorni a capire meglio e a raccontare quali misure saranno entrate nel nuovo Milleproroghe, l’animale legislativo che sembra avere la maggiore capacità di adattamento al caos parlamentare. Lo faremo senza indulgere al sensazionalismo, ma anche con il pessimismo di chi non riesce a vedere la spesa pubblica né messa sotto controllo né, tantomeno, tagliata.
dariodivico

28 dicembre 2013
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Dario Di Vico

Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_28/potere-caotico-non-decidere-7661e59a-6f85-11e3-9ff7-0d2561b96aeb.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Mettersi in proprio, ci prova 1 giovane su 4...
Inserito da: Admin - Febbraio 09, 2014, 05:41:20 pm
NUMERI E STRATEGIE
Mettersi in proprio, ci prova 1 giovane su 4 E i «figli d’arte» sono una minoranza
L’autorealizzazione la prima motivazione. Gelaterie e pilates tra i settori più gettonati. Sottostimata la cura degli anziani

 di DARIO DI VICO

La parola chiave è autoimpiego e dovremo imparare a farci i conti. L’alfabeto della ricerca di lavoro cambia anche se il dibattito politico sull’occupazione, seppur vivace, continua a restare concentrato sui temi del lavoro dipendente. Ma tra i ragazzi che escono dalle superiori o dall’università molte cose stanno cambiando e i dati di flusso lo dimostrano. Nei primi nove mesi del 2013 il 34% delle imprese aperte ha un titolare under 35 e la stima dell’Unioncamere ci dice che un giovane su 4, terminati gli studi, si rivolge verso l’autoimpiego. Sono ragazzi che hanno perso le aspettative di un tempo e hanno maturato una consapevolezza diversa. Vogliono evitare la via crucis dei contratti a tempo determinato e degli stage senza speranze e preferiscono misurarsi direttamente con il mercato. Anche se non lo chiamano così e sono totalmente aideologici, riconoscono che la meritocrazia si sposa meglio con una propria iniziativa piuttosto che con una scrivania in un ufficio pubblico.

Lo stock di imprese con un titolare sotto i 35 anni ammonta a 675 mila unità e rappresenta l’11% dell’universo delle aziende italiane, ma la tendenza al ringiovanimento è fortissima come dimostra il dato sui flussi. «Alcuni si rivolgono all’autoimpiego perché hanno respirato aria di impresa in casa — spiega Claudio Gagliardi, segretario generale di Unioncamere —, non dimentichiamo che in Italia una famiglia su 4 ha a che fare con l’attività imprenditoriale». Ma non sono solo i figli di commercianti e artigiani a scommettere su se stessi, la successione a un familiare riguarda appena il 4,2% dei titolari under 30 di nuove imprese. La pura necessità di trovare un primo/nuovo sbocco lavorativo o comunque un lavoro stabile è la causa dell’autoimpiego per il 36,4% dei giovani sotto i 30 anni. Ad aggravare la difficoltà di trovare un’occupazione pesa l’assorbimento pressoché nullo di diversi settori, dal pubblico impiego passando per editoria, scuola ed enti locali.

Le trasformazioni del mercato hanno poi determinato una drastica riduzione del peso contrattuale di molte lauree e la conseguente definitiva scissione tra percorso formativo e tipologia di occupazione. I laureati nell’ingegneria rivolta al settore manifatturiero, quelli dell’area medica e di economia continuano a puntare sul lavoro dipendente, invece per chi esce con una laurea umanistica l’autoimpiego appare come la prospettiva più concreta. Se il sociologo americano Richard Sennett ha scolpito il concetto di «corrosione del carattere» per indicare il contraccolpo psicologico della precarizzazione, l’autoimpiego almeno da un punto di vista psicologico è mobilitante, suscita energie. Tanto è vero che il 47,1% degli under 30 con attività avviata nel 2013 indica nell’autorealizzazione la motivazione principale della sua scelta.

Secondo i dati diffusi dall’osservatorio del ministero dell’Economia ogni mese vengono aperte 45 mila nuove partite Iva (la metà sono under 35) e un quarto abbondante di loro corrisponde a un’iniziativa commerciale. Dopo il successo di Grom c’è stato un boom di gelaterie, la ristorazione registra continue nuove aperture di locali così come i servizi di fisioterapia e pilates. Restano ancora sottostimate le chance di fare impresa nell’estetica, nei servizi di lavanderia e nella cura degli anziani. Il professor Emilio Reyneri nel suo libro «Dieci domande su un mercato del lavoro in crisi» parla, però, a questo proposito di una «terziarizzazione distorta a favore di settori arretrati». Comunque il 12% circa delle nuove partite Iva si muove verso attività professionali anche se bisogna tener presente che almeno per architetti e avvocati si tratta di uno sbocco obbligato vista la quasi totale impossibilità di trovare un lavoro dipendente in linea con il titolo conseguito. «È chiaro che i giovani si rivolgono in prevalenza al commercio e alla ristorazione — commenta il sociologo Costanzo Ranci, autore del libro «Partite Iva» — perché sembra più bassa la barriera all’ingresso al Sud come al Nord. Ma attenzione anche tra i laureati settentrionali e ad alta qualificazione la tendenza all’autoimpiego è elevata e non solo per uno stato di necessità».

Sale anche per motivazioni legate all’autorealizzazione personale che si sposano con una forte propensione alla mobilità territoriale. «Secondo rilevazioni di fonte Isfol il 50% dei giovani è pronto a trasferirsi all’estero e solo il 20% non vuole muoversi da casa». La dinamica di autorealizzazione è testimoniata da molte storie pubblicate sul blog Nuvola del lavoro ma anche da una analoga iniziativa di Unioncamere che ha raccolto in un sito racconti di neoimprenditori che magari come l’Andrea dell’ultimo libro di Silvia Avallone («Marina Bellezza») scelgono di tornare in montagna per produrre formaggi come il nonno. «Colpisce in queste storie — sottolinea Gagliardi — l’incrocio di innovazione e tradizione che porta a cambiare mestieri come il sarto, il falegname e più in generale l’agricoltore». Ma di fronte a queste novità, al mix rappresentato dalla mobilitazione individuale, l’assunzione del rischio e la riduzione dell’ingorgo all’ingresso del lavoro dipendente, come risponde il sistema economico? Come ripaga questi giovani per la loro coraggiosa scelta di autonomia? Gagliardi sostiene che «dobbiamo loro qualcosa, quantomeno fornirli di un supporto ordinario di servizi e assistenza». Il rischio sta nella mortalità precoce delle nuove imprese come sembra trasparire dalla veloce rotazione degli esercizi commerciali nelle città.

In verità, forse per un effetto-ritardo, i dati non sono così tremendi. Secondo Unioncamere nei primi nove mesi del 2013 ha chiuso il 7% delle aziende degli under 35 contro una media generale del 5%. Comunque l’esigenza di accompagnare l’autoimpiego si sta facendo largo. Da segnalare l’iniziativa della Confcommercio di Milano che ha predisposto un punto accoglienza per i neoimprenditori che si chiama «I Marcopolo» e ha pubblicato «Le bussole», manuali rivolti a chi sta facendo la sua prima esperienza. Anna Soru, presidente di Acta, l’associazione delle partite Iva del terziario avanzato, ha scritto l’e-book «Post lauream», diretto ai giovani che finiscono gli studi e si chiedono se valga la pena orientarsi verso il lavoro autonomo. Il primo problema che emerge dalla sua ricognizione è trovare i soldi per aprire l’impresa e secondo i racconti si ricorre spesso al prestito familiare. Più del 50% parte con un capitale inferiore ai 5 mila euro e solo il 3% inizia con una dotazione di risorse maggiori di 50 mila euro. Si avverte la necessità di strumenti di microcredito perché pochi neoimprenditori utilizzano la banca. La legge di Stabilità ha rifinanziato l’agenzia per il sostegno alle start up dopo che nel 2013 il bando era stato chiuso perché ad aprile aveva già prosciugato i fondi, ma la dotazione resta bassa: 80 milioni di euro per tre anni. «Assieme all’inadeguatezza dei meccanismi di finanziamento mancano anche politiche di agevolazione fiscale del nuovo lavoro autonomo — dice Soru —. Prendiamo l’esempio del forfettone per le partite Iva fissato a 30 mila euro l’anno: chi si muove bene sul mercato e magari sta per sforare finisce per rinunciare a prendere una nuova commessa e vista la crisi che attraversiamo è veramente paradossale che ciò accada». Tra le forme di accompagnamento all’autoimpiego sta incontrando molto favore il franchising perché garantisce un know how sperimentato, un più facile accesso al credito, la possibilità di accedere alla formazione e più in generale si presenta come un mix vantaggioso di organizzazione centrale e spirito individuale d’impresa. Altrettanto interesse sembra attirare la formula cooperativa: secondo un’indagine Swg sono 700 mila i giovani disposti a dar vita a un’esperienza imprenditoriale di questo tipo

03 febbraio 2014
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Da - http://www.corriere.it/economia/speciali/2014/autoimpiego/notizie/titolo-ae55eb06-880b-11e3-bbc9-00f424b3d399.shtml


Titolo: Dario DI VICO - RENZI VERSO PALAZZO CHIGI Improbabili alleati
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2014, 11:51:23 am
RENZI VERSO PALAZZO CHIGI
Improbabili alleati

Per una singolare congiuntura astrale sono state le spallate di Giorgio Squinzi e Susanna Camusso ad accelerare nei giorni scorsi la caduta di Enrico Letta e l’avvio di una crisi di governo di tipo extraparlamentare. Il diavolo poi ci ha messo del suo e la manifestazione degli artigiani e dei commercianti di Rete Imprese Italia, convocata per martedì 18 a Roma, è stata decisa con un governo in carica che quel giorno non ci sarà più. Le parti sociali, quindi, pur duramente provate da cinque anni di crisi economica si sono ritrovate a spianare la strada di Palazzo Chigi al segretario del Pd e a tornare di conseguenza al centro della ridefinizione degli equilibri politici. La circostanza vista dal lato di Matteo Renzi suona paradossale, non solo per le ripetute scaramucce che l’hanno visto duellare con la Cgil in entrambe le primarie, ma soprattutto perché nella sua cultura politica i corpi intermedi sono tutt’altro che un fattore decisivo. Tra la grande politica e il comune cittadino nella visione di Renzi c’è il ruolo - forse sopravvalutato - dei sindaci, che appaiono l’unico anello di congiunzione tra società civile ed élite politiche, tra territori e Roma.

Certo, nella maturazione di queste posizioni ha contato l’esperienza personale di amministratore locale e comunque la discontinuità con la tradizione democristiana è evidentissima e distingue Renzi dallo stesso Letta, più legato alla cultura di matrice Arel attentissima al ruolo dei corpi intermedi. È vero, caso mai, che nella visione del rapporto tra la società di mezzo e i cittadini il segretario del Pd è molto più vicino alle idee di Mario Monti o Pietro Ichino, assai severi nei confronti delle confederazioni dell’impresa e del lavoro. Non è un caso che i colonnelli renziani abbiano proposto di esportare questa visione liberale e universalistica anche nella selezione dei gruppi dirigenti sindacali proponendo di scegliere i leader con il metodo delle primarie. A molti è sfuggito, ma nelle bozze del Jobs Act c’è un altro segnale di insofferenza nei confronti degli istituti della società di mezzo: la proposta di abrogare l’iscrizione obbligatoria delle imprese alla Camera di Commercio. Un’ipotesi di provvedimento che ha messo in allarme il mondo camerale.

Nella cultura economica di Renzi le imprese rivestono sicuramente un ruolo centrale: in un discorso è arrivato a dire che fa più sinistra «un imprenditore che assume» che tanti comizi dei sindacati. Ma il premier in pectore pare scindere nettamente la funzione d’impresa dalla rappresentanza collettiva degli interessi. Non ama particolarmente le associazioni di categoria - ha partecipato all’ultima assemblea degli industriali di Verona più che altro per prendersi la soddisfazione di battere in casa sua Flavio Tosi -, porta invece sugli scudi i singoli imprenditori o manager che reputa innovativi/coraggiosi. Da qui la ostentata predilezione per Oscar Farinetti, Andrea Guerra di Luxottica o Vittorio Colao di Vodafone, tutto sommato una simpatia di fondo verso Sergio Marchionne e la ricerca di una buona relazione con le multinazionali straniere. Come testimoniano i ripetuti riconoscimenti per General Electric e Gucci e il loro operato in Toscana.

Il messaggio che emerge può essere riassunto così: per conquistare il consenso non ho bisogno di canali preferenziali (come quelli offerti dalle parti sociali), me la gioco nella comunicazione diretta con il grande pubblico. È chiaro che in questo modo la rappresentanza viene depotenziata, specie quella sindacale, perché Renzi le nega a priori il monopolio della produzione di coesione sociale. Se fosse del tutto coerente, però, il segretario del Pd illuminerebbe con maggiore attenzione la realtà del lavoro autonomo (in espansione, per altro, per le dinamiche dell’auto-impiego giovanile) mentre, come gli è stato fatto notare, il suo Jobs act si concentra totalmente sui temi del lavoro dipendente.
Se questa, comunque, è a grandi linee la visione che il segretario del Pd ha maturato in materia di corpi intermedi ora non gli resta che agire di conseguenza. Eviti la tentazione di «rimborsare» le parti sociali solo perché i penultimatum di Squinzi e Camusso lo hanno agevolato nel dar corpo alla staffetta. Rispetti la difficile azione delle forze di rappresentanza in un contesto in cui il promesso Primo anno della ripresa assomiglia molto al Sesto anno della crisi, le ascolti - dunque -, ma non le ripaghi con la moneta dell’allungamento dei riti e delle procedure. Sostituisca la vecchia idea dello scambio (non decido senza concertare) con una visione più moderna dell’interazione tra politica e società. La vera moneta da rimettere in circolazione, di cui anche la rappresentanza ha urgente bisogno, è il problem solving , ovvero la produzione di soluzioni. Il resto lo abbiamo ampiamente già visto e non funziona.

15 febbraio 2014
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Dario Di Vico

DA - http://www.corriere.it/editoriali/14_febbraio_15/improbabili-alleati-341c95ac-9606-11e3-9817-5b9e59440d59.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Ecco le idee sul lavoro di Padoan, il neo ministro che scelse...
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2014, 08:13:43 am
IL PROFILO DEL NUOVO TITOLARE DI VIA XX SETTEMBRE

Ecco le idee sul lavoro di Padoan, il neo ministro che scelse Fassina
Classe 1950, è stato chiamato poche settimane fa dal governo Letta a presiedere l’Istat


A «scoprire» Pier Carlo Padoan (nato a Roma, classe 1950) verso la fine degli anni ’90 fu l’allora presidente della Fondazione Cespe, Alfredo Reichlin. Padoan assieme a Nicola Rossi e Marcello Messori pubblicò nel 1998 per la fondazione e per l’editore Laterza un volumetto Proposte per l’economia italiana che conobbe un discreto successo negli ambienti politici e accademici.

La prefazione era di Massimo D’Alema e le idee del terzetto dei professori avrebbe successivamente animato l’azione di Palazzo Chigi. La carriera universitaria di Padoan comincia a La Sapienza di Roma e successivamente lo ha portato ad insegnare in diverse università europee. A Palazzo Chigi Padoan è rimasto tre anni dal ’98 al 2011 sia con D’Alema sia con Giuliano Amato. È stato lo stesso D’Alema a inviarlo come rappresentante dell’Italia a Washington presso il Fondo Monetario di cui è stato direttore esecutivo con responsabilità su Grecia, Portogallo e Albania.

Una curiosità: negli anni americani Padoan ha avuto come suo stretto collaboratore il giovane Stefano Fassina, viceministro del governo Letta. Rientrato in Italia, Padoan è stato direttore della Fondazione Italianieuropei che lasciò nel 2007 per andare a lavorare a Parigi prima come vicesegretario dell’Ocse e poi come capo economista (incarico che in precedenza aveva ricoperto anche Ignazio Visco). Poche settimane fa il neo-ministro di via XX Settembre era stato chiamato dal governo Letta a presiedere l’Istat.

Per avere qualche ragguaglio sulle sue idee basta leggere le ultime raccomandazioni dell’Ocse per l’Italia. Spostare la protezione dal lavoro al salario, migliorare l’efficienza della scuola, semplificare il sistema impositivo fiscale e ridurre il cuneo fiscale, togliere le barriere alla concorrenza e , infine, migliorare le politiche attive del mercato del lavoro.

21 febbraio 2014
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Dario Di Vico

Da - http://www.corriere.it/politica/14_febbraio_21/padoan-ministro-prodilo-idee-lavoro-divico-b16674da-9b13-11e3-8ea8-da6384aa5c66.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Dire che le conferenze stampa alla Renzi sono ispirate alla...
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2014, 11:36:05 pm
Annunci e Realtà
di Dario Di Vico

Dire che le conferenze stampa alla Renzi sono ispirate alla più completa irritualità è diventato in poco tempo un eufemismo. Il neopremier ieri ha illustrato le scelte e i provvedimenti votati poco prima in Consiglio dei ministri alla stregua di un banditore e francamente il metodo non aiuta. Specie quando sono in gioco misure complesse, quando si tratta di valutare i delicati equilibri di finanza pubblica o solo individuare il perimetro delle novità normative, una più pacata trasmissione delle informazioni giova. Sicuramente al lavoro dei media (compresi quelli stranieri) ma ancor di più a quella trasparenza del rapporto tra politica e cittadini che rientra tra gli intendimenti prioritari di Matteo Renzi.

Ieri quest’obiettivo non è stato centrato perché alla fine dello show sappiamo i titoli dei provvedimenti che il premier ha fatto approvare, conosciamo l’indirizzo di alcuni di essi ma ci è rimasta la sensazione di non aver del tutto chiara la relazione che intercorre tra le decisioni di spesa adottate (e scandite) e le coperture di bilancio. Al punto che dovremo giocoforza aspettare il Def (il Documento economico-finanziario) per poter usufruire di elementi più certi di valutazione. Come riuscirà, ad esempio, il bisturi della spending review nel 2014 a raddoppiare i risparmi dai 3 miliardi previsti finora da Carlo Cottarelli ai 7 promessi ieri da Renzi? E ha senso adottare come riferimento per il rimborso dei debiti della pubblica amministrazione una stima di Bankitalia (90 miliardi) contestata ancora pochi giorni fa dal ministro del Tesoro uscente, che ha parlato di un pregresso limitato a 50 miliardi?

I dubbi, dunque, ci sono e abbracciano sia metodo che merito ma non per questo annullano il valore di singole scelte operate ieri dal governo. Al di là delle stime quantitative è giusto sbloccare i pagamenti dello Stato e degli enti locali alle imprese, è più che sensato semplificare la via crucis dell’apprendistato, hanno una loro ratio provvedimenti-ossigeno come quelli destinati a mettere in sicurezza le scuole, è utile venire incontro alle imprese tagliando i costi dell’energia, dell’Irap e dell’Inail ma soprattutto va apprezzata l’idea di ridurre le tasse ai redditi fino a 25 mila euro con la speranza che la mossa generi un rilancio dei consumi. E ha fatto bene Renzi anche a individuare per il suo jobs act lo strumento della legge delega invece che riscrivere di botto e per l’ennesima volta le regole del mercato del lavoro.

Restano tutte in campo, invece, le perplessità per l’aumento della tassazione delle rendite finanziarie. Nessuno nella condizione in cui versa il nostro Paese ha voglia di vestire i panni di Cassandra ma intravediamo il pericolo che in mezzo a tante coperture aleatorie alla fine la contropartita più corposa e certa passi ancora una volta attraverso l’incremento delle entrate fiscali. E temiamo che ciò possa rivelarsi alla fine un indigesto antipasto della patrimoniale.

13 marzo 2014 | 08:07
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_marzo_13/annunci-realta-fa81d4b6-aa77-11e3-a415-108350ae7b5e.shtml



Titolo: Dario DI VICO - Negozi aperti anche nei fine settimana: marcia indietro dannosa
Inserito da: Admin - Aprile 04, 2014, 04:23:00 pm
Negozi aperti anche nei fine settimana: marcia indietro dannosa
Movimento 5 Stelle e Pd stanno producendo un testo di legge per chiedere il ripristino delle chiusure domenicali obbligatorie. Cosa ne pensa Renzi?

di Dario Di Vico

Che cosa pensa della liberalizzazione degli orari dei negozi il premier Matteo Renzi? A porre la domanda, tutt’altro che peregrina, è in queste ore Scelta Civica che si muove in piena coerenza con i provvedimenti di apertura adottati dal governo Monti e con lo scopo di evitare che vengano cancellati nella sostanza.

A Montecitorio, infatti, è nata in sede di commissione una strana alleanza tra Movimento 5 Stelle e Pd che sta producendo un testo di legge per chiedere il ripristino delle chiusure domenicali obbligatorie degli esercizi commerciali. I promotori puntano a portarlo in Aula addirittura entro aprile e proprio contro questo blitz si è mossa Scelta Civica. Oggi i negozi sono liberi di restare aperti nei weekend e nei giorni di festa e, pur in una fase di mercato estremamente difficile (i consumi ristagnano oramai da tempo), la novità ha permesso di produrre nuovi posti di lavoro e di distribuire più salario. Tornare drasticamente indietro vorrebbe dire fermare questo processo, rafforzare i poteri burocratici delle autorità locali e sovrapporsi alla libera scelta degli imprenditori di cercare gli orari più favorevoli e flessibili. In ragione dei differenti contesti urbani, dei target dei consumatori e dell’evoluzione degli stili di vita. Chi la presenta come una norma contro i commercianti non favorisce l’evoluzione di questo mondo che, seppur controvento, sta cercando di innovare la propria cultura. Si pensi alla sperimentazione dei distretti commerciali in Lombardia, al numero (cospicuo) di giovani che scelgono di aprire un punto vendita come forma di primo auto-impiego o, ancora, all’adattamento all’e-commerce.

La liberalizzazione non è certo la panacea del settore ma una pre-condizione per renderlo moderno, più competitivo e più veloce nella reazione agli input del mercato. In chiave politica sarà interessante vedere come e se Renzi risponderà al guanto di sfida lanciatogli dai deputati di Scelta Civica. Da sindaco di Firenze, sostengono, non avrebbe avuto dubbi. Da premier e da segretario del Pd vedremo.

4 aprile 2014 | 08:07
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_aprile_04/negozi-aperti-anche-fine-settimana-marcia-indietro-dannosa-b7dd2834-bbbd-11e3-a4c0-ded3705759de.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Apertura dei negozi durante le Feste serve più realismo e meno i
Inserito da: Admin - Aprile 21, 2014, 11:21:04 pm
Apertura dei negozi durante le Feste serve più realismo e meno ideologia
di Dario Di Vico

Inserzioni sui giornali e scioperi, c’è aria di battaglia attorno all’apertura della grande distribuzione nei giorni delle festività che vanno da Pasqua al Primo Maggio. I sindacati del commercio hanno già proclamato fermate in diverse regioni mentre i supermercati Billa in Veneto e l’organizzazione datoriale (Federdistribuzione) hanno replicato duramente. I consumatori si sono schierati a favore dei «padroni» mentre dall’altra parte della barricata si è andato formando un fronte composito che vede mobilitati la Confesercenti, la Chiesa e una combattivo comitato di commessi/e che ha preso il nome di «Domeniche, no grazie».

I sindacati e i loro alleati sostengono che aprire i negozi nei giorni di festa a fronte di un ristagno dei consumi ha poco senso e serve solo a mettere in difficoltà i piccoli commercianti e i lavoratori dei supermercati che vorrebbero passare le feste in famiglia. Tirata da una parte e dall’altra la politica - nella fattispecie la competente commissione di Montecitorio - sta faticando a trovare un punto di equilibrio per evitare che vengano rimesse in discussione le liberalizzazioni decise dal governo Monti. È chiaro che anche in questo segmento dell’economia molto può cambiare con gli 80 euro in più in busta paga annunciati dal governo Renzi, che potrebbero rimettere in moto i consumi e spazzar via dunque la querelle sull’apertura festiva.

L’aumento del reddito disponibile non è affatto detto che si trasmetta immediatamente ai consumi e di conseguenza grande distribuzione e sindacati piuttosto che litigare sul nulla farebbero bene ad accompagnare questo processo e a instaurare una buona relazione con i consumatori. Più marketing e meno ideologia, anche perché le maggiorazioni sul lavoro festivo in qualche caso, come all’Ikea, arrivano addirittura al 70% del salario di quel giorno. I sindacati dovrebbero anche riflettere se non sia più produttivo, invece di proclamare scioperi anacronistici, battersi perché le aperture festive garantiscano ai lavoratori i riposi compensativi e magari generino quote aggiuntive di occupazione.

20 aprile 2014 | 09:02
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_aprile_20/apertura-negozi-le-feste-serve-piu-realismo-meno-ideologia-29a2f840-c857-11e3-bf3a-6dacbd42b809.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il coraggio e i dubbi
Inserito da: Admin - Aprile 21, 2014, 11:36:22 pm
Il coraggio e i dubbi

Di Dario Di Vico

A Matteo Renzi va riconosciuto di aver immesso nella politica italiana un mix di energia, coraggio e trasparenza che nel suo insieme ha sicuramente caratteri inediti. La spending review per lungo tempo era rimasta quasi una pratica esoterica riservata a pochi eletti, da ieri con la conferenza stampa da Palazzo Chigi il premier ha messo a disposizione dei cittadini una buona quantità di informazioni necessarie per valutare l’operato del governo. Renzi ha già ampiamente dimostrato di essere più che versato nell’arte del comunicare e ieri lanciando una serie di parole d’ordine come la «norma Olivetti» per ridurre gli stipendi dell’alta burocrazia, il drastico taglio delle auto blu e persino la riduzione degli spazi pro capite degli impiegati pubblici, sapeva di andare sul sicuro. Di parlare a una parte ampia del Paese che ha maturato un giudizio fortemente critico nei confronti dell’operato dello Stato e delle sue pletoriche strutture.

Ma proprio perché apprezziamo l’insieme di queste discontinuità, pensiamo che sia utile ragionare sui dubbi che la pur abile esposizione del presidente del Consiglio ha lasciato. Anche perché disponiamo di un gruzzolo di intelligenti hashtagma non di un vero testo che spieghi, ad esempio, come funzionerà il bonus fiscale. Da un punto di vista contabile le coperture dei provvedimenti di tagli delle tasse ci sono ma è netta l’impressione che siano il frutto di un bricolage. La posta più pesante è rappresentata dagli 1,8 miliardi che verranno dall’inasprimento fiscale sulla rivalutazione delle quote Bankitalia in portafoglio alle banche, provvedimento che lo stesso premier ha voluto fissare al 26% e che però si presta a rilievi sulla retroattività. Tutte le altre poste sono frantumate, ciascuna alla fine pesa singolarmente poco e alcune avranno un effetto quasi simbolico, come lo spostamento degli F35. Persino la voce sui tagli ad acquisti e servizi (stimata in 2,1 miliardi) in realtà rimanda a ulteriori articolazioni che nel caso delle Regioni forse fanno rientrare dalla finestra quei tagli alla sanità che il ministro Beatrice Lorenzin sostiene a gran voce di aver lasciato fuori della porta.

Se dunque per il 2014 si è dovuto ricorrere a una sommatoria di piccoli interventi, la cui reale efficacia non è scontata e dovrà essere attentamente monitorata quantomeno nel timing, come sarà possibile per l’anno successivo portare a casa risparmi per 14 miliardi, un’operazione che non è mai stata realizzata nella storia della Repubblica? L’unica spiegazione possibile - e che risponde almeno in parte al quesito - è che il premier stia operando una doppia puntata: da un lato sia convinto che l’effetto annuncio degli 80 euro in più nella busta paga possa cambiare le aspettative e quindi dare gambe più robuste alla fragile ripresa di oggi, dall’altro confidi che il risultato elettorale del 25 maggio sia tale da determinare un mutamento radicale delle politiche europee. È possibile, e auspicabile, che entrambe le intuizioni del premier risultino fondate ma per chi giudica oggi resta la sensazione di trovarsi di fronte più a una scommessa che a un coerente e meditato piano di rilancio dell’economia.

19 aprile 2014 | 08:12
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_aprile_19/coraggio-dubbi-fb5a2f36-c77e-11e3-98e6-75c21d6c5e5d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il caso Electrolux e il taglio dei salari
Inserito da: Admin - Maggio 06, 2014, 12:01:26 am
Il caso Electrolux e il taglio dei salari
I sindacati contro i piani industriali
Corteo del Primo Maggio a Pordenone. Vertenza simbolo: i lavoratori della multinazionale svedese preoccupati per il futuro dello stabilimento nel Friuli

Di Dario Di Vico

Davanti al corteo c’erano i lavoratori dell’Electrolux e della Ideal Standard, dietro tutti gli altri e in mezzo i leader sindacali Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Pordenone era stata scelta da Cgil-Cisl-Uil per la manifestazione nazionale del Primo Maggio in quanto «città simbolo» della lotta per l’occupazione. La vertenza Electrolux, infatti, è ancora aperta e un incontro - si spera risolutivo - è in calendario per il 5 maggio ma più in generale è tramontata l’immagine di un Friuli felix visto che le crisi industriali si contano a decine e soprattutto riguardano le grandi imprese della Regione. Le preoccupazioni maggiori in città riguardano il futuro dello stabilimento di Porcia per il quale il piano industriale proposto dalla multinazionale svedese degli elettrodomestici è giudicato largamente insufficiente dal sindacato e non solo. Se come propone Electrolux a Porcia resteranno solo alcune produzioni di nicchia gli esuberi di personale saranno piuttosto consistenti e guardando più in là lo stesso futuro dell’impianto non sarebbe così certo.

I tre leader
Dal palco i tre leader sindacali non hanno apportato nuovi elementi di riflessione e si sono limitati a ribadire l’appoggio convinto delle confederazioni. «Electrolux - ha detto Camusso - vuole tagliare i salari dimostrando che non conosce le condizioni di lavoro degli operai italiani, con retribuzioni tra le più basse d’Europa. Questa vertenza è un simbolo, non si esce dalla crisi se non c’è giustizia sociale, senza capire che chi ha di più deve dare a chi ha di meno». Angeletti ha aggiunto che «siamo un Paese competitivo fino ai cancelli della fabbrica» passati quelli la burocrazia e l’inefficienza la fanno da padrone. Comunque dai discorsi dei tre leader si è avuta l’impressione che la loro attenzione fosse più rivolta alla nuova sfida lanciata dal governo con le ipotesi di riforma della pubblica amministrazione illustrate ieri da Matteo Renzi e dal ministro Marianna Madia. Angeletti ha sostenuto che se il governo chiede la consultazione dei lavoratori poi però deve rispettarne gli esiti altrimenti è una presa in giro. Bonanni ha tenuto un discorso più aggressivo in cui se l’è presa con il populismo, i poteri forti e «i loro strumenti di persuasione sottile», lo shopping dei capitali stranieri in Italia, la rendita e persino con Twitter e Facebook. «La vera democrazia odora di sudore» ha scandito a rivendicare una sorta di primato della mediazione sindacale rispetto alla Rete e ai social network. Camusso, dal canto suo, ha indirizzato una frecciata al presidente della Confindustria Giorgio Squinzi («è intollerabile che anche lui dice che gli imprenditori se ne possono andare dall’Italia...») e un duro attacco al ministro Federica Guidi per le sue dichiarazioni pro-Fiat. Ha anche rispolverato il vecchio slogan del «resisteremo un minuto più di chi ci vuol togliere il lavoro» e a Renzi ha mandato a dire che invece di prendersela con i lavoratori deve colpire clientelismi e corruzioni annidati nella pubblica amministrazione.

Le contromisure
In definitiva l’appuntamento di Pordenone si è svolto secondo i riti: la partecipazione non è stata straordinaria, non sono state avanzate soluzioni nuove sul caso Electrolux e i leader sindacali hanno tenuto il loro tradizionale registro. Si capisce però che l’offensiva di Renzi li preoccupa ed è altrettanto evidente che non hanno ancora trovato le contromisure.

1 maggio 2014 | 12:54
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_maggio_01/caso-electrolux-taglio-salari-sindacati-contro-piani-industriali-c6c87420-d11b-11e3-9d2f-e927fd64fe1a.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Camusso lancia 4 sfide al governo (CGIL partito politico?).
Inserito da: Admin - Maggio 07, 2014, 08:51:46 am
Camusso lancia 4 sfide al governo
Ha delineato un’agenda di priorità da sottoporre all’esecutivo e sulle quali «costruire alleanze, consenso, iniziativa e mobilitazione in tutti i luoghi di lavoro»

di Dario Di Vico

Con un rituale molto tradizionale e con una relazione di un’ora e mezzo di Susanna Camusso è iniziato a Rimini il congresso nazionale della Cgil che conclude un itinerario durato sei mesi. Il segretario generale ha lanciato quelle che ha chiamato “le quattro sfide al governo”. Quattro temi su cui aprire una vera e propria vertenza assieme a Cisl e Uil: pensioni, ammortizzatori sociali, lavoro povero e fisco. In chiave strettamente politica vuol dire che la Cgil ha delineato una propria agenda di priorità da sottoporre all’esecutivo e sulle quali «costruire alleanze, consenso, iniziativa e mobilitazione in tutti i luoghi di lavoro».

Il tema delle pensioni
Sarà interessante a questo punto conoscere la risposta di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti che parleranno nel tardo pomeriggio. La scelta più impegnativa della nuova agenda made in Cgil è sicuramente quella sulle pensioni perché significa rimettere in discussione la riforma Fornero che il sindacato si è pentito ai tempi del governo Monti di aver fatto passare con sole tre ore di sciopero. «La vertenza - ha detto Camusso - deve comprendere gli esodati e proporre una risposta strutturale rispetto alle fantasie del dibattito in corso, tra autoprestiti, prepensionamenti e scivoli vari». Il segretario non ha mai citato esplicitamente il ministro Giuliano Poletti ma non è stato certo tenera con lui bocciando il decreto lavoro in discussione in Parlamento e chiedendo una nuova legge sulla cooperazione per reprimere il fenomeno delle coop spurie soprattutto negli appalti.

La patrimoniale
Infine sul fisco Camusso ha ribadito la preferenza della Cgil per la patrimoniale e ha anche chiesto una lotta più severa contro l’evasione fiscale. «E’ molto più efficace della revisione della spesa pubblica».

6 maggio 2014 | 15:20
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_maggio_06/camusso-lancia-4-sfide-governo-8c9ed006-d520-11e3-b55e-35440997414c.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La ribellione della Camusso
Inserito da: Admin - Maggio 08, 2014, 05:04:07 pm
La ribellione della Camusso

Di Dario Di Vico

Con l’accusa rivolta al governo di distorcere la democrazia ieri a Rimini si è consumata la rottura tra la Cgil e il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Non si può certo dire che si tratti di un fulmine a ciel sereno perché sin dal suo insediamento il premier non aveva fatto mistero di voler mettere in discussione il potere dei sindacati ma da una sede formale, come il congresso nazionale della Cgil, la risposta non poteva essere più secca. È vero che Susanna Camusso nel suo lungo discorso (un’ora e mezzo) è stata attenta a non eccitare la platea contro Palazzo Chigi, però ha riproposto per numerose volte il totem della partecipazione contro la verticalizzazione impressa alla politica italiana dal Rottamatore. I delegati al congresso, dal canto loro, erano disposti a scoprirsi ancora di più e infatti i leader di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, intervenuti nel pomeriggio hanno ricevuto i maggiori consensi quando hanno preso di petto Renzi con battute del tipo «chi va piano va sano e non va a sbattere» e «noi c’eravamo quando sei arrivato e ci saremo quando te ne sarai andato». Una frase che il direttore del New York Times del tempo rivolse nientemeno che a Ronald Reagan!

La contesa di Camusso con Palazzo Chigi non è si è limitata ai temi della cultura politica della sinistra e del rapporto tra istituzioni e rappresentanza, ha investito anche le scelte di merito del governo. La Cgil ha confezionato per il suo congresso una sorta di agenda alternativa fatta di quattro priorità (pensioni, ammortizzatori sociali, lavoro povero e Fisco) che conta di trasformare in altrettante vertenze. E visto il seguito parlamentare di cui il maggiore sindacato italiano gode a Montecitorio equivale a un’altra mezza dichiarazione di guerra. Ma al di là della possibile guerriglia parlamentare l’impressione è che Renzi abbia scelto di contrapporsi frontalmente al sindacato («la musica è cambiata, meno permessi e pubblichino le spese online» ha replicato in serata) perché la giudica una scelta vincente anche dal punto di vista elettorale. La scommessa contenuta nel suo «i sindacati non mi fermano, andrò avanti», ribadito nell’intervista rilasciata al Corriere domenica scorsa, è che in qualche maniera la società dei non garantiti e dei Brambilla guardi con favore a lui come al castigamatti dello strapotere sindacale. Si tratta di un cambiamento epocale rispetto alla recente stagione di Pier Luigi Bersani e della piena consonanza tra Pd e Cgil, una discontinuità che Renzi spera possa essere apprezzata in alcune aree del Nord e del lavoro autonomo. Se ciò dovesse avvenire si accentuerebbe la differenza, che già oggi si può registrare, tra il perimetro del consenso di cui gode il premier e la tradizionale constituency del suo partito.

Gli elementi di scomposizione di quello che una volta era il compatto universo della sinistra italiana non riguardano solo la dialettica estrema tra sindacato e partito ma anche la forte polemica avviata dalla Cgil nei confronti delle Coop e ribadita a Rimini. Di mezzo c’è la figura di Giuliano Poletti che Camusso chiama in causa sempre più spesso sia come ministro per le scelte di «ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro» sia come ex presidente della Lega per non aver saputo arginare il fenomeno delle cooperative illegali.

7 maggio 2014 | 07:50
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_maggio_07/ribellione-camusso-editoriale-3260bcbe-d5a5-11e3-8f76-ff90528c627d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Passera: «Riunire i moderati contro Renzi e Cinque Stelle»
Inserito da: Admin - Maggio 18, 2014, 05:14:37 pm
L’intervista

Passera: «Riunire i moderati contro Renzi e Cinque Stelle»
L’ex ministro si candida leader dei moderati: «È come se quell’area non fosse in partita, ma non è possibile che dieci milioni di voti rischino di non contare più niente»


Di Dario Di Vico

MILANO - «Purtroppo in una campagna elettorale in cui di Europa si parla pochissimo sta accadendo esattamente quello che temevo. Il ballottaggio tra Renzi e Grillo è dannoso perché entrambi non rappresentano la risposta giusta ai problemi degli italiani. Una grande parte dell’elettorato non sa chi votare. Alcuni si rifugiano in Renzi e Grillo per mancanza di alternative, per moltissimi Berlusconi è il passato remoto, Alfano e Casini il passato prossimo e manca una nuova proposta politica seria e alternativa ai populismi. È a questo che stiamo lavorando». Dopo l’anticipazione di fine febbraio e un viaggio di ascolto per l’Italia durato due mesi Corrado Passera scioglie la riserva: si candida esplicitamente alla leadership dei moderati. E il 14 giugno con un grande incontro a Roma darà inizio al processo costituente di Italia Unica.

Lei sostiene che Renzi e Grillo non sono la soluzione ma i sondaggi li danno entrambi in sicura ascesa.
«Si sommano in questi risultati il grido di rabbia di tanti italiani che Grillo intercetta e l’effetto ultima spiaggia che porta a scommettere sull’ipercinetico Renzi. Da tre mesi il premier è in campagna elettorale, guarda esclusivamente a quell’obiettivo e non certo a rimettere in moto l’Italia. E infatti il suo Def è più timido di quelli presentati dai governi precedenti. Manca una visione di lungo termine e gli 80 euro sono una misura a uso e consumo soprattutto dell’elettorato del Pd. Persino il jobs act si è ridotto a poco meno di un topolino. Quanto a Grillo è uno sfasciacarrozze che ha preso come bersaglio l’euro per spostare l’attenzione dalla quasi totale mancanza di proposte costruttive».

E il centrodestra le sembra subire inerte questa doppia pressione?
«Il centrodestra è come se non fosse in partita, appare debole e quello spazio va riempito da una forza politica libera dai retaggi del passato e capace di un programma di trasformazione radicale. Non è possibile che 10 milioni di voti rischino di non contare più niente. Berlusconi ha avuto venti anni per realizzare la rivoluzione liberale e non c’è riuscito. Alfano e Casini sono destinati a rimanere minoritari. E lo sa perché? Mancano il grande progetto e una leadership competente, affidabile e riconosciuta».

Ha avuto già modo di parlare con Berlusconi del suo progetto?
«Ne parlerò a tutti il 14 giugno».

E intanto per chi voterà il 25 maggio?
«Andrò a votare ma per la prima volta non mi riconosco in nessuna delle proposte dei partiti. Nessuno ha affrontato il tema dell’Europa con convinzione e serietà».

Italia Unica punta ad aggregare i piccoli spezzoni del centrodestra?
«La mia non è un’Opa sull’esistente, è una proposta aperta fatta a coloro che non si riconoscono nei populismi imperanti, incluso Renzi. Non siamo interessati a improvvisate federazioni di partitini, ma a costruire un movimento politico in grado di presentarsi da protagonista alle prossime scadenze elettorali. Anche sul programma siamo pronti ad un confronto del tutto aperto attraverso una consultazione via web».

Le obietteranno che lei nel 2005 ha partecipato alle primarie del Pd...
«C’era il rischio che l’estrema sinistra fosse egemone e votai per una persona (Romano Prodi, ndr ) che puntava a modernizzare il Paese. Ho visto successivamente che dal ceppo del Pd non è riuscita a scaturire una grande proposta di trasformazione dell’Italia. Con Renzi poi quei difetti si stanno ingigantendo. Come può un leader essere insofferente verso le rappresentanze in una democrazia moderna che ha grande bisogno di cuciture e coesione?».

Lei critica l’Italicum ma quale tipo di legge elettorale propone?
«L’Italicum è antidemocratico e probabilmente anche anticostituzionale. Noi siamo per un doppio turno di coalizione, con collegi uninominali. Un elettore deve poter scegliere a ragion veduta i suoi rappresentanti. Le alleanze si fanno al secondo turno e si può prevedere un rafforzamento del premio di maggioranza per dare più stabilità».

È a favore dell’abolizione del Senato?
«Sì, sono per una sola Camera con potere legislativo. Così come sono per un solo livello amministrativo tra Comuni e Stato. Non mi piacciono i pasticci che sta facendo Renzi, trasformando Province e, in prospettiva, il Senato in enti inutili senza cancellarli davvero, e credo anche che un governo debba avere al massimo 12 ministeri con responsabilità ben definite. Oggi capita che un ministro si occupi di ammortizzatori sociali e un altro di crisi aziendali».
Che concezione dello Stato professerà la sua Italia Unica?

«Siamo per uno Stato che stia fuori dagli affari, più magro e più tonico, più leale e più digitale. Si occupi di regole, controllo e programmazione e non di gestione. Al Sud non si arriva senza le ferrovie... e allora facciamole, invece di sprecare i fondi strutturali in mille rivoli. Ma voglio uno Stato verificabile, che risponda ai cittadini e che riconosca la loro autonomia. Devono avere più libertà di scelta, ad esempio, se incassare anticipatamente il Tfr o no. E poi ci vuole rispetto delle capacità e del merito in tutto, dalla scuola alla sanità. Renzi invece anche nelle ultime nomine ha operato con il Cencelli e ha messo le donne solo in ruoli di rappresentanza privi di poteri esecutivi».

Il Berlusconi del ‘94 riuscì a unire sia le élite liberali sia quella che viene chiamata la pancia del Paese. Lei non teme che una parte dell’elettorato del centrodestra rigetti la leadership di un ex banchiere?
«Il carattere del mio progetto è popolare nell’accezione europea del termine con forte iniezione liberale. Siamo per l’economia di mercato combinata ad una grande sensibilità sociale. Non lasceremo alla sinistra la rappresentanza del ceto medio produttivo e del terzo settore e la sfideremo sulla lotta alla povertà. Proprio sul terzo settore Renzi ha presentato molte delle proposte che avevo annunciato in febbraio e mi fa piacere. Noi abbiamo anche le idee su come trovare i 5 miliardi che ci vorrebbero per rimettere in moto quel mondo».

Renzi sulla spending review però è andato più avanti del governo Monti in cui lei era presente.
«Il governo Monti non fece abbastanza, concordo. Ma non mi farei abbindolare dai tagli ad effetto del governo Renzi. Alle auto blu su eBay io rispondo con proposte molto più radicali: veri costi standard nella sanità, passaggio da 9 mila anagrafi ad una sola su cloud, eliminazione degli incentivi regionali a pioggia - parliamo di circa 15 miliardi - per liberare risorse vere per la crescita. Al ministero dello Sviluppo economico sono riuscito a farlo a livello centrale. Quello che mi indigna è il continuo rimando dei pagamenti dello scaduto della pubblica amministrazione. Subito 100 miliardi alle imprese seguendo l’esempio spagnolo. Si può! E le aziende lo possono pretendere. L’Italia ha bisogno di maggiore ambizione».

Ambizione in economia può essere una parola ambigua, può anche suonare come voglia di un ritorno alla spesa facile. Ma come reagirebbe l’Europa?
«Non chiedo nessuna deroga agli impegni europei. L’Italia ha bisogno di un forte piano di rilancio dell’economia e di riforme per creare lavoro. Penso che sia arrivata l’ora di muovere grandi risorse, almeno 400 miliardi tra investimenti privati e pubblici, credito e soldi in tasca alle famiglie e alle imprese. Di sicuro dobbiamo essere in grado di usare il semestre europeo a guida italiana per ridare un’anima all’Europa non solo di austerità, ma anche di sviluppo. Potremo rispettare il fiscal compact solo se avremo rimesso in moto la crescita. L’Unione Europea è stata una formidabile macchina di pace, ora deve diventare anche una potente macchina di sviluppo sostenibile».

Con Renzi a Palazzo Chigi in politica sono tornate centrali le politiche della comunicazione.
«Gli italiani hanno bisogno di una comunicazione trasparente e seria, sui problemi e le soluzioni. Basta con i soli slogan. Oggi c’è tanto spettacolo, ma debole visione complessiva e quasi nessuna implementazione dei provvedimenti. I leader ricercano un contatto diretto con i cittadini, un contatto populistico e spesso fanno solo dello show business. Spacciano annunci, disegni di legge, tweet vari per leggi bell’e fatte».

Si dice che Renzi non abbia attorno a sé una squadra sufficientemente forte. Lei ce l’ha?
«La squadra è decisiva, non credo all’uomo solo al comando. Un leader è tale solo se si circonda di altri leader. In parte la squadra di Italia Unica è pronta, e in parte la completeremo da giugno in avanti, con le forze che si uniranno a noi».

18 maggio 2014 | 08:33
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_maggio_18/passera-da-riempire-spazio-centrodestra-83cc710c-de55-11e3-a788-0214fd536450.shtml


Titolo: Dario DI VICO - L’avanzata delle donne nell’economia, la riscossa dei distretti
Inserito da: Admin - Maggio 22, 2014, 05:34:56 pm
La trasformazione ai tempi della crisi.
L’avanzata delle donne nell’economia, la riscossa dei distretti
Dalle esportazioni all’auto-impiego, così siamo riusciti a tenere
Nonostante le difficoltà generali, c’è una parte del tessuto imprenditoriale e sociale che sa farsi valere. Networking, welfare aziendale e riguardo per chi consuma

Di Dario Di Vico

In pochi nell’ormai lontano 2008, Anno primo della Grande Crisi, avrebbero scommesso sull’exploit (controvento) delle nostre esportazioni. Avremmo immaginato più facilmente che anche fuori dei confini patri avremmo pagato dazio e saremmo stati costretti al ripiegamento.

E invece non è stato così. E al di là del mero aspetto commerciale, il successo degli esportatori si presta ad essere catalogato come il paradigma della nostra capacità di resistenza e insieme di apertura, tanti moderni Marco Polo che hanno saputo aggredire mercati del tutto nuovi (Cina, India, ecc.) senza poter utilizzare i binari rappresentati dalla grande distribuzione francese o tedesca presente a quattro angoli del mondo. Gli esportatori sono stati capaci di vendere all’estero

Sono 70 mila le imprese che esportano saltuariamente, ed è proprio a loro che guardiamo per consolidare il trend.

Immagine/sostanza dell’Italia e le grandi imprese si sono portate dietro in Cina o altrove i loro fornitori del territorio, proprio perché non avrebbero mai trovato fuori d’Italia quella stessa qualità e quello stesso partenariato. Sono 20 mila le aziende italiane che esportano con grande continuità ma ce ne sono almeno 70 mila che lo fanno saltuariamente ed è proprio a loro che guardiamo per consolidare il trend. E rendere ancora più stabili le nostre esportazioni.

Distretti resistenti
Vicenza, azienda del settore della concia
Anche i distretti italiani, le zone ad industrializzazione diffusa che costituiscono uno dei tratti peculiari della nostra economia, erano stati dati per morti dai frettolosi oroscopi di tanti guru. Fortunatamente non è andata così. È vero che qualche distretto non ha saputo reagire all’avvento di produzioni low cost cinesi, ma la stragrande maggioranza sì. Arzignano in provincia di Vicenza (concia), Sassuolo nel Modenese (piastrelle), gli straordinari vini veronesi e via di questo passo, non solo hanno retto ma, con formule diverse da caso a caso, hanno saputo mettere in campo strategie innovative. Nella situazione «A» hanno migliorato la qualità delle loro produzioni, nella «B» hanno sviluppato nuovi rapporti con le multinazionali, nei casi «C» sono stati capaci di ristrutturare i tempi della produzione e della logistica.

Capacità di fare rete
La resistenza italiana alla crisi è stata possibile grazie agli imprenditori, ma anche al nuovo apporto che le donne hanno dato e stanno dando all’economia. L’attenzione odierna è molto centrata sulle donne ministro o sulle nuove presidenti delle aziende pubbliche, ma se l’analisi si sposta dalle posizioni apicali all’intera economia reale il contributo rosa è molto più evidente. Si comincia dall’afflusso ad alcune facoltà universitarie strategiche come ingegneria e si prosegue nelle professioni del terziario più innovativo, si passa poi all’imprenditoria artigiana e a tutte le nuove forme di economia digitale (dai coworking alla sharing economy). Il vantaggio competitivo di cui godono in questa fase storica le donne è dato dalla maggiore motivazione (l’«effetto elastico» di cui hanno parlato spesso i sociologi) e dalla maggiore capacità di fare rete.

Welfare aziendale
In epoca di rientro dal debito le politiche sociali hanno pagato un prezzo, in tutta Europa le tutele sociali sono state rimesse in discussione ma in contemporanea da noi è partito il movimento del Secondo welfare, ovvero di tutte quelle esperienze di welfare non statale che hanno preso forma e sostanza in questi anni anche grazie alla contrattazione nei luoghi di lavoro. Il welfare aziendale inizialmente è partito da alcune esperienze pilota e poi si è allargato a macchia d’olio in moltissime imprese, dalle grandi alle medie. Di recente a Prato si è sviluppata anche una
Il welfare aziendale inizialmente è partito da alcune esperienze pilota e poi si è allargato a macchia d’olio in moltissime imprese, dalle grandi alle medie.

Sperimentazione di welfare di territorio. Persino i contratti nazionali di lavoro impostati dalle centrali confederali — che inizialmente erano sospettose verso il welfare aziendale bollato come paternalistico — hanno recepito questa impostazione e così si è passati dal carrello della spesa alla copertura delle prestazioni mediche specialistiche e ora al pagamento delle spese di education per i figli dei lavoratori. Il movimento del Secondo welfare si è potuto allargare grazie alla grande abnegazione delle organizzazioni del terzo settore, che in molti casi hanno sviluppato competenze di prim’ordine ed elaborato ottime pratiche di efficienza.

Eataly e il consumatore
Tra i fenomeni che si sono sviluppati in questi anni, sempre controvento, vale la pena anche segnalare Eataly. Non stiamo parlando dell’esperienza aziendale di un singolo imprenditore già ampiamente celebrata ma di una discontinuità culturale. L’industria italiana ha storicamente puntato al prodotto, ma sottovalutando la distribuzione e quello che nel gergo del business si chiama il retail. Nell’economia del dopo-crisi vincerà chi sarà più capace di coltivare il rapporto con i consumatori. Se non si dialoga a valle poi a monte non arrivano gli input giusti e si cammina alla cieca. Oscar Farinetti con Eataly ci ha richiamati proprio a una maggiore considerazione del consumatore, cosa che avevamo dimenticato visto che saremmo dovuti essere noi a lanciare un progetto globale come Ikea e invece ci siamo fatti fregare dagli svedesi.

Inventarsi, verso il dopo-crisi
L’auto-impiego è un altro fenomeno che mostra la capacità di risposta della nostra società. Un giovane su quattro oggi il lavoro se lo inventa e del resto continuano ad aprirsi in Italia circa 50 mila partite Iva al mese. Il commercio è la prima scelta di chi si auto-impiega ma anche nei servizi la spinta a creare nuove attività è costante. Il dopo-crisi comincia anche da questi esempi o non solo dall’inversione del ciclo macro-economico.

Raccontaci la tua ricetta per far ripartire l’Italia: scrivi a ItaliaVoltapagina

14 maggio 2014 | 13:24
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Da - http://italiavoltapagina.corriere.it/14_maggio_13/dalle-esportazioni-all-auto-impiego-cosi-siamo-riusciti-tenere-f884c536-dac1-11e3-87dc-12e8f7025c68.shtml


Titolo: Dario DI VICO Apertura dei Negozi nei Giorni festivi (rispunta la Concertaione).
Inserito da: Admin - Maggio 24, 2014, 06:13:04 pm
Apertura dei Negozi nei Giorni festivi (così rispunta la Concertazione)

Di Dario Di Vico

Tutti a parole si proclamano a favore della semplificazione delle procedure ma nei fatti distribuiscono poteri e competenze in maniera che il pallino resti in capo alle amministrazioni e alla burocrazia. È quanto sta avvenendo in materia di orari di apertura degli esercizi commerciali nei giorni festivi.

Il governo Renzi oscilla perché se da una parte dichiara di voler ridurre l’intermediazione dei corpi intermedi e delle Camere di Commercio in nome di relazioni sociali «piatte» e senza rendite di posizione, dall’altra rafforza il potere discrezionale dei sindaci laddove invece la legislazione vigente dà indicazioni di carattere nazionale ed evita negoziazioni/intese di carattere locale. Insomma mentre la concertazione non va bene per le relazioni industriali (tranne poi esaltare il modello Electrolux!) ridiventa uno schema valido per intermediare il rapporto tra sindaci e commercio.

Il casus belli è rappresentato dalle norme che sono in discussione alla commissione Attività Produttive di Montecitorio e che puntano a riscrivere la legge salva Italia accogliendo le proteste della Confesercenti, della Conferenza Episcopale e di comitati di base nati ad hoc. Il testo - a forte impronta Pd - impone 12 giorni di chiusura obbligatoria (dall’Epifania a Santo Stefano passando per il 25 aprile, il 2 giugno, Ferragosto, Ognissanti e l’Immacolata Concezione). Ciascun Comune però può sostituire fino a un massimo di 6 di queste giornate con altre chiusure ma per farlo deve predisporre appositi accordi territoriali con organizzazioni dei consumatori, imprese del commercio e sindacati confederali. Successivamente è prevista una consultazione telematica dei residenti che dura 30 giorni. Il sindaco a questo punto predispone un documento informativo. Nell’ambito però degli accordi territoriali viene prescritto un coordinamento dei comuni limitrofi, in mancanza del quale viene chiamata a intervenire la Regione. Quest’ultima, secondo le norme in discussione alla Camera, istituirà poi un osservatorio in cui sono rappresentati un po’ tutti i soggetti già nominati.

E la liberalizzazione? Parce sepulto.

24 maggio 2014 | 07:56
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_maggio_24/apertura-negozi-giorni-festivi-cosi-rispunta-concertazione-de526dd8-e306-11e3-a0b2-0f0bd7a1f5dc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il primato della politica
Inserito da: Admin - Maggio 30, 2014, 07:38:04 pm
Editoriale
Il primato della politica

di DARIO DI VICO

La politica ha recuperato il suo primato. L’assemblea confindustriale di ieri ne è stata una prova evidente. Il presidente Giorgio Squinzi non solo ha riconosciuto la forza del mandato popolare affidato a Matteo Renzi ma ha aggiunto che ciò «testimonia la voglia di cambiamento che c’è nel Paese». A dirlo è la stessa Confindustria che aveva contribuito, con qualche sbalzo d’umore, ad azzerare il capitale di reputazione del governo Monti e a mettere a nudo la fragilità dell’esecutivo Letta.

Ora la più potente delle forze organizzate riconosce alla politica di essersi mossa meglio e con maggior velocità e soprattutto di aver infranto il tabù secondo il quale la coesione sociale si ottiene coltivando all’infinito veti e liturgie. È chiaro che i rapporti di forza sono cambiati. Renzi non aspira a essere un pedagogo, è un uomo politico abile nella comunicazione e capace di rivolgersi direttamente al Paese saltando gli intermediari. Il premier ieri non ha partecipato all’assemblea confindustriale «romana» ma ha fatto sapere che andrà a quelle di Vicenza-Verona e Treviso. Il messaggio è inequivocabile: non solo azzero la concertazione, vado anche nei territori a confrontarmi con i vostri iscritti. Non è una dichiarazione di guerra - come per la Cgil - ; si tratta però di un’iniziativa che serve a ribadire il primato della politica (che sarà chiamata, però, a rendere conto delle promesse fatte).

Per dirla tutta, la novità non è solo figlia della spavalderia del premier, è anche il risultato di una lunga serie di ritardi che le forze sociali hanno accumulato. I riti hanno ingessato le soluzioni e la concertazione ha perso contatto con il mutamento sociale. Basterebbe compilare una mappa dei conflitti di oggi (anziani-giovani, uomini-donne, lavoro garantito-outsider) per rendersi conto di come le tensioni della società non vengano più canalizzate dai corpi intermedi ma abbiano trovato altri momenti di espressione come la Rete, le associazioni femminili e dei free lance. Con ciò stiamo dicendo che le forze sociali debbano farsi da parte e promettere di non disturbare il manovratore? Tutt’altro.

La dialettica politica-società è un bene prezioso, solo che per farla vivere i protagonisti sono chiamati a un sovrappiù di elaborazione e di coerenza. Il lobbismo spicciolo alternato agli ultimatum non è una ricetta all’altezza dei tempi. Non sarebbe male, invece, che si recuperasse un’analisi più ricca di ciò che è successo in sei anni di Grande Crisi: la polarizzazione tra imprese esportatrici e non, la ristrutturazione ininterrotta dell’industria, lo stato di salute delle filiere dove sono presenti esperienze di eccellenza (la fornitura) ed elementi di degrado (la logistica), la contaminazione tra manifattura e servizio. Si contribuisce alla rigenerazione di una classe dirigente con una maggiore conoscenza del mutamento e con una robusta iniezione di coscienza civile. È giusto, ad esempio, chiedere alla politica di tagliare la burocrazia, bisogna però essere conseguenti e porre mano alla semplificazione e alla trasparenza dei corpi intermedi. La Confindustria ha deciso - dopo lunga gestazione - di procedere alla riforma Pesenti. Non sarebbe male che lo stesso percorso venisse seguito dalle altre organizzazioni imprenditoriali e dai sindacati.

30 maggio 2014 | 08:23
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DA - http://www.corriere.it/opinioni/14_maggio_30/primato-politica-e0baecc0-e7bc-11e3-bc61-842949f24f5a.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Riforme e crescita Il fardello che il Nord non può sopportare
Inserito da: Admin - Giugno 16, 2014, 07:10:34 pm
Riforme e crescita
Il fardello che il Nord non può sopportare

Di Dario Di Vico

Alla fine quello che si presenta a Nord è un inedito duopolio politico, sono infatti Pd e Lega Nord a occupare tutte le poltrone politiche che contano. Il partito di Matteo Renzi ha quattro governatori (Chiamparino, Burlando, Errani e Serracchiani) e una sfilza di sindaci che vanno da Torino (Fassino) a Trieste (Cosolini) passando per Bergamo, Brescia, Novara, Vicenza, Trento e tutta l’Emilia Romagna con la sola eccezione di Parma. Il partito di Matteo Salvini vanta un numero più ridotto di posizioni chiave, ma ha comunque i governatori di Lombardia e Veneto (Maroni e Zaia) e quantomeno i sindaci di Verona e Padova.

E proprio la conquista da parte di Massimo Bitonci della città del Santo rappresenta l’unica battaglia di qualche rilievo persa dal Pd al Nord nei ballottaggi di domenica scorsa dopo un’avanzata generalizzata che l’aveva portato ad essere il primo partito in tutte le regioni settentrionali. A dar retta alle cronache di questi giorni l’effetto duopolio potrà determinare nell’immediato due conseguenze, la prima è un allineamento nella composizione dei gruppi dirigenti locali alla segreteria Renzi laddove finora c’era stata minore «disciplina». La seconda riguarda l’ambizione della Lega targata Salvini di fungere da driver di una rinascita dell’intero fronte di centrodestra che sconta invece il totale azzeramento di Forza Italia alla testa di regioni o Comuni settentrionali di prima fascia. La polarizzazione attorno ai due Mattei ha, dunque, buone probabilità di diventare il leit motiv della stagione politica che si apre.

Finora però questa competizione non ha avuto al centro i temi dello sviluppo del Nord e sarebbe negativo se si restasse in questo solco. La Lega è risalita nei consensi grazie alla parola d’ordine del «no euro» e a Padova ha vinto puntando soprattutto sui temi della sicurezza in città. Il Pd ha sfondato grazie all’immagine vincente del premier senza dover veramente affrontare i nodi della questione settentrionale e di conseguenza elaborare nuovi schemi di iniziativa politica. La maggior parte dei sindaci democrat che hanno superato la prova si sono affermati rimanendo strettamente nell’ambito delle tematiche municipali e l’unico «promosso» che si è in qualche modo misurato con i temi dello sviluppo è stato Sergio Chiamparino in virtù del fatto che puntava a uno scranno da governatore. Ma non c’è una sola parola d’ordine che sia rimasta impressa nella testa degli elettori e che possa contribuire dal basso a una formulazione nordista dell’agenda governativa delle riforme. Il peso, poi, che le vicende della corruzione negli appalti Expo e del Mose hanno avuto negli ultimi giorni ha in qualche modo conferito all’esito del voto un contenuto immobilista. Chi tocca i fili (delle grandi opere) muore e quindi niente più fili. È difficile, quindi, che nel breve qualcuno si azzardi a proporre di completare l’alta velocità tra Milano e Venezia oppure a chiedere di mettere in campo ipotesi di project financing. È probabile che sindaci e amministratori di Pd e Lega finiscano per tenere un atteggiamento conservativo. Quieta non movere.

Purtroppo però le dinamiche dell’economia non si uniformano ai tempi di una politica che sappia tornare ad essere coraggiosa e, nel contempo, onesta. Non aspettano. Basta pensare al futuro del sistema degli aeroporti del Nord con la grande novità rappresentata dall’accordo tra Alitalia e Etihad e la trasformazione di Malpensa in uno scalo dedito in primo luogo al cargo. Oppure all’integrazione tra gli aeroporti veneti. E potremmo parlare anche di fiere, università e accorpamento delle municipalizzate.
Se un vantaggio, e grande, la forte mobilità degli elettorati reca con sé dovrebbe essere proprio quello di scegliere liberamente di volta in volta in base alle differenti opzioni avanzate. Ma se a mancare fossero proprio loro i cittadini finirebbero per decidere — come è avvenuto in questa tornata in diversi casi — solo affidandosi all’empatia.

11 giugno 2014 | 16:48
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_giugno_11/fardello-che-nord-non-puo-sopportare-fdde1610-f135-11e3-affc-25db802dc057.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Creare valore e redistribuire reddito L’esempio del bonus alla..
Inserito da: Admin - Luglio 27, 2014, 11:23:19 pm
Creare valore e redistribuire reddito
L’esempio del bonus alla Ferrero


Di Dario Di Vico

Possiamo ragionare di lavoro dentro uno schema che prende in esame la specializzazione produttiva e la capacità di creare valore? Presa a sé la domanda rischia persino di apparire bizzarra ma arriva il giorno dopo la notizia del premio di 6.000 euro (su tre anni) negoziato tra direzione aziendale e sindacati del gruppo Ferrero. E quindi un significato ce l’ha. È chiaro che stiamo parlando di uno dei fiori all’occhiello del made in Italy, un gruppo multinazionale che ha saputo utilizzare al meglio tutti i fattori della specializzazione produttiva: brand conosciutissimo, alta qualità delle produzioni, filiera controllata e ambiente di lavoro orientato alla «complicità». Oltre al bonus l’azienda di Alba si impegna ad ampliare i programmi di welfare aziendale in cambio di una dichiarata disponibilità di Cgil-Cisl-Uil a favorire il lavoro al sabato laddove se ne verificasse la necessità.

Sembra quasi un manifesto del perfetto management italiano e ci indica una strada sulla quale quantomeno riflettere. Nel settore agroalimentare fortunatamente casi come questo non sono mosche bianche perché la tradizione industriale italiana ha dimostrato di saper produrre sufficiente valore per poterlo anche redistribuire ai dipendenti. Non dimentichiamo che il nostro primato internazionale nel food non si basa certo sulla disponibilità illimitata di materie prime (proprio la Ferrero ha annunciato di recente un’acquisizione in Turchia per garantirsi il flusso di nocciole) ma sulla qualità del processo di trasformazione. Insomma siamo più bravi di altri e siamo in grado di spuntare prezzi vantaggiosi.

In altri settori, penso agli elettrodomestici, la musica è diversa. Non siamo riusciti a salire nella catena del valore e c’è ben poco da redistribuire, anzi siamo costretti a inseguire con affanno chi si giova di un costo del lavoro estremamente più basso. Non c’è quindi una ricetta unica, il lavoro sta pienamente dentro la vicenda industriale e il posizionamento giusto/sbagliato che ne è conseguito. Purtroppo però quando nei numerosissimi convegni sindacali si discute è assai difficile che il tema venga impostato così. Prevalgono quasi sempre i toni da comizio.

27 luglio 2014 | 15:44
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_luglio_27/creare-valore-redistribuire-reddito-l-esempio-bonus-ferrero-4dd4b9f4-1593-11e4-bcb3-09a23244c28e.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Pil - 0,2%: un bagno nella realtà
Inserito da: Admin - Agosto 09, 2014, 06:00:48 pm
Pil - 0,2%: un bagno nella realtà

di Dario Di Vico

È andata peggio del previsto. I dati Istat ci restituiscono l’immagine di un Paese in recessione. Lo 0,2 in meno di Pil rispetto al trimestre precedente è una botta e non ha senso tentare di minimizzare. Una botta che azzera i segnali di cauta speranza che pure venivano da settori industriali vivaci (macchine utensili, occhialeria), dai territori più dinamici (Padova, Vicenza e l’Emilia), dall’indice di fiducia delle imprese e persino dagli ultimi dati sull’occupazione. La verità è che in questi anni sono state le esportazioni a salvare il Paese e quando qualcuno dei mercati-chiave per i nostri prodotti batte in testa i riflessi negativi sull’Italia sono immediati. Poi, che la misurazione a mezzo Pil non sia uno strumento perfetto e che i meccanismi di previsione/valutazione siano invecchiati davanti agli sconvolgimenti della Grande Crisi è più che un’ipotesi, che vale anche per economie come l’inglese e la spagnola che comunque crescono.

Sul breve però dobbiamo capire che cosa questo dato ci comunica e individuare un percorso per uscire dallo stallo. Cominciamo sgomberando il campo da un equivoco: la comunicazione governativa sta esagerando nel danno di immagine procurato ai gufi, che sono animali miti, saggi e considerati nel Medioevo come dei portafortuna. Non è colpa loro se l’effetto Renzi ha una provata efficacia nella raccolta del consenso (il Pd oggi è valutato attorno al 42%) ma non si trasmette all’economia. Del resto è dal tempo di Pietro Nenni che dovremmo sapere che non esistono le stanze dei bottoni, tanto più in presenza di economie che si sono autonomizzate, globalizzate e che usciranno dalla recessione diverse rispetto a come sono entrate. Un’amministrazione responsabile però ha alcuni doveri. Primo: evitare la bulimia legislativa e curare meglio l’accompagnamento dei provvedimenti che sceglie o ha ereditato.

Degli 80 euro finora non abbiamo usufruito in termini di crescita del mercato interno causa le tante tasse da pagare, dei provvedimenti di politica industriale spicciola varati anche dai governi Monti e Letta veniamo a sapere che per la maggior parte sono fermi causa la mancanza di decreti attuativi e il rimpallo di carte tra ministero dello Sviluppo e Tesoro. Potremmo continuare, la fenomenologia è ricca e persino gli addetti ai lavori fanno fatica a districarsi tra i tanti decreti/pacchetti annunciati e solo formalmente approvati. Nella confusione normativa e nella delusione da Pil calante c’è il rischio di buttare al macero gli ultimi mesi del 2014: siccome le previsioni ci dicono che incroceremo la ripresa solo nel 2015 potremmo cadere nella tentazione di un ritorno dalle ferie a bassa intensità. Si provi, invece, a imbastire accanto a quello europeo un semestre italiano. Chiamando alla mobilitazione e alla responsabilità tutte le componenti dell’economia. Anche tra loro serpeggia la disillusione, si accontentano di compilare periodicamente i quaderni delle lagnanze e non prendono invece veri impegni. L’hashtag per loro è #inclusione .

7 agosto 2014 | 07:34
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_07/pil-02percento-bagno-realta-868d9594-1df0-11e4-832c-946865584d19.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I consumi immobili di un Paese in attesa: fare la spesa fa paura
Inserito da: Admin - Agosto 14, 2014, 05:50:17 pm
Economia reale
I consumi immobili di un Paese in attesa: fare la spesa fa «paura»
Permane la tendenza a rinviare gli acquisti. Spuntano le insegne del sottocosto ma le famiglie non spendono

di Dario Di Vico

Per i tanti che sono stati abituati a considerare l’inflazione come un mostro, cambiar passo e mettere nel mirino la deflazione equivale ad operare su di sé una torsione per imparare a guardare da un’altra parte. Eppure gli ultimi dati sull’andamento dei prezzi ci dicono che è un’operazione che dobbiamo fare e purtroppo non per una breve stagione. Immergendoci in questo nuovo scenario non possiamo però dimenticare quello che dice la Bce ovvero che nell’Eurozona non esiste un vero problema-deflazione perché i prezzi scendono per la gran parte a causa dell’effetto combinato di basso costo del petrolio e euro forte. In Italia comunque non ci vuole un genio per cogliere un’altrettanta evidente correlazione tra bassa inflazione e consumi al lumicino. La stagione estiva non promette grandi cose, il periodo di ferie si va concentrando sempre di più attorno alle due settimane centrali di agosto e la spesa media dei vacanzieri tende pericolosamente verso il basso, con soggiorni che diventano più brevi. Si va diffondendo anche una forma di turismo pendolare con gli autobus che prendono al mattino i bagnanti in città, li scaricano sulle spiagge e li riprendono appena dopo il tramonto. Non dimentichiamo poi che luglio - il mese delle rilevazioni Istat rese note ieri - è stato condizionato dal cattivo tempo che ha ulteriormente amplificato tutti i fenomeni di cui sopra.

La verità è che la tendenza a rinviare gli acquisti dei beni durevoli sembra non aver cambiato verso nonostante gli 80 euro in busta paga. Lo straordinario successo del car sharing nelle grandi città indica anche un mutamento culturale di medio periodo che sarebbe un errore sottovalutare e che promette di andare al di là delle sole autovetture, la cultura della condivisione ci sorprenderà. Intanto gli armadi degli italiani restano pieni («Siamo legati agli oggetti, non buttiamo mai niente» sottolinea il sociologo dei consumi Italo Piccoli) e il ricambio avviene con il contagocce. Lo stesso vale quantomeno per gli elettrodomestici e per l’arredo. Nella grande distribuzione, e non solo, intanto si intensificano le promozioni. In provincia ci sono persino negozi che si chiamano «Sottocosto», Carrefour ha lanciato una campagna-sconti a sensazione legata alle partite dell’Italia durante i Mondiali di calcio e Ikea ha promesso sconti per il 40% ma secondo il professor Piccoli i risultati non sempre sono all’altezza dell’impegno profuso. I volumi venduti per ripagare i tagli di prezzo devono crescere almeno del 20%. «Il consumatore ha imparato a fare zapping tra le varie promozioni e ha cominciato ad essere sospettoso. Se un giorno trova che un pacchetto di caffè costa 3 euro e poi lo vede in promozione a 1,90 perde completamente la percezione del valore di quel prodotto. Il risultato è che compra di meno e che non è più disposto ad acquistare a prezzo pieno». Un boomerang per le aziende produttrici.

Il rinvio degli acquisti è anche legato a considerazioni più di fondo. Secondo l’economista Fausto Panunzi bisogna sempre ricordarsi che sono cambiate profondamente le aspettative, «nelle famiglie si trepida per la disoccupazione dei figli o per il rischio che il padre a 50 anni venga tagliato e licenziato dall’azienda in cui lavora» e di conseguenza si è portati a risparmiare quasi compulsivamente, a comprare solo lo stretto necessario. E non c’è promozione che tenga nei confronti di un mood così negativo.
Che settembre avremo, allora, se l’orientamento dei consumatori rimane lo stesso? Gli 80 euro ci saranno ancora ma Piccoli crede che non sarebbe sensato da parte del governo lanciare campagne pro-consumi: «Anche gli spot che Berlusconi fece a suo tempo alla fine non portarono a nulla di significativo».

13 agosto 2014 | 08:51
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_agosto_13/di-vico-consumi-immobili-paese-attesa-7fcf8650-22ae-11e4-9eb4-50fb62fb3913.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Previdenza Lasciate in pace il ceto medio
Inserito da: Admin - Agosto 20, 2014, 07:15:45 pm
Previdenza
Lasciate in pace il ceto medio

Di Dario Di Vico

La parola chiave della politica sociale di metà agosto è «asticella». L’ha usata ieri il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, intervistato sul Corriere da Enrico Marro. Si discuteva di un (non tanto) ipotetico contributo di solidarietà (slittamento lessicale che sostituisce la parola «tassa») a carico delle pensioni alte ed è rispuntato un progetto e un vecchio dilemma dei governi succedutisi in questi tribolati anni. Se il contributo di solidarietà lo si carica sugli assegni mensili veramente d’oro e d’argento le risorse che si rastrellano per questa via alla fine sono poche, assomigliano dal punto di vista del bilancio dello Stato a briciole. Se invece l’asticella ministeriale del prelievo viene collocata più in basso ecco che la platea dei colpiti diventa molto più larga e si raccoglie decisamente di più. Il guaio è che in questo modo non ci si limita a sforbiciare i redditi dei superburocrati che godono di una pensione aurea ma si tassa di nuovo una parte significativa del ceto medio.

Il governo Renzi ha scelto questa strada? La tesi di un prelievo con asticella bassa nel dibattito di politica economica viene in genere attribuita al deputato Yoram Gutgeld, renziano della seconda ora che in passato aveva immaginato un contributo del 10% sulle pensioni superiori a 3.500 euro per un incasso totale di 3,3 miliardi. Dopo essere stato per un lungo lasso di tempo in ombra, Gutgeld dovrebbe essere il perno della squadra di economisti che Matteo Renzi vuole vicino a sé da settembre a Palazzo Chigi e non è un caso, dunque, che i ministri ricomincino a ventilare l’ipotesi del contributo di solidarietà. Gutgeld è un ex manager di punta della società di consulenza McKinsey ed è naturale quindi che nella sua formazione economico-culturale prevalga un’impostazione di tipo illuministico, sorprende caso mai che Renzi, attentissimo al consenso popolare, la faccia propria. Una nuova tassa che colpisca il ceto medio, seppur la sua porzione relativamente più agiata, riporterebbe indietro le lancette dell’orologio del Pd. I democratici sarebbero risospinti nel solco della tradizione della sinistra italiana poco attenta ai mutamenti di opinione del ceto medio tartassato.

Attenzione, però. Già nei giorni scorsi le cronache hanno registrato un repentino cambio di umore a Nord Est con un sondaggio secondo il quale anche gli artigiani veneti - che pure avevano votato e si erano spellati le mani per Renzi - cominciano a nutrire dubbi sull’efficacia della sua azione. Il segnale, per quanto agostano, non va sottovalutato: vuol dire che i disillusi non albergano solo tra le élite.

Ma al di là delle considerazioni che attengono al campo dei sondaggi e degli indici di popolarità, aprire uno scontro con il ceto medio proprio ora, alla ripresa delle attività dopo la breve pausa estiva, sarebbe un errore grossolano. Il Paese ha bisogno di un semestre di mobilitazione per la crescita, di sforzi sinergici tra azione di governo e sentimento della società civile.
Gli 80 euro in busta paga devono servire a far riprendere i consumi e rianimare la boccheggiante domanda interna. Se invece alla fine a dominare la comunicazione dovesse essere ancora una volta la parola «tasse» saremmo punto e a capo. Saremmo pronti per organizzare il Festival della Depressione.

18 agosto 2014 | 08:04
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_agosto_18/lasciate-pace-ceto-medio-a6e1a106-2696-11e4-bbeb-633ac699516c.shtml


Titolo: Dario DI VICO - IL SINDACATO IMPOPOLARE
Inserito da: Admin - Agosto 23, 2014, 12:30:50 pm
Editoriale
IL SINDACATO IMPOPOLARE
Renzi, la Cigl e la Confindustria: tra governi e sindacati si è consumata anche la fase dell’incomunicabilità e siamo arrivati alla stagione dello sberleffo

Di DARIO DI VICO

Sulla velocità e i giochi di parole tra Susanna Camusso e Matteo Renzi non c’è gara. Così al segretario della Cgil che per sottolineare l’estrema gravità dei problemi sul tappeto aveva riproposto/minacciato l’ennesimo e frusto autunno caldo, il premier ha avuto buon gioco a replicare in chiave meramente meteorologica: «Facciano loro, già l’estate non è stata un granché». Tra governi e sindacati, dunque, si è consumata anche la fase dell’incomunicabilità e siamo arrivati alla stagione dello sberleffo. Del resto Renzi proprio sulla contrapposizione alla Cgil ha costruito parte del successo elettorale al Nord ed è quindi convinto che insistendo non gliene possano venire che consensi. Perché la verità - se volete amara - è proprio questa: i sindacati non sono popolari. Potrà sembrare una contraddizione in termini, un ossimoro, invece è proprio così. Basta chiedere a qualsiasi sondaggista che monitori con continuità gli orientamenti degli italiani.

Il motivo è semplice, i nostri leader sindacali hanno perso «il senso della realtà», restano abbarbicati a un potere di interdizione che scema sempre di più e sono schiavi della coazione a ripetere. L’autunno caldo come eterno riflesso condizionato. Gli scioperi dei trasporti pubblici sempre di venerdì. E poi il no alle aperture domenicali dei supermercati, valigia selvaggia a Fiumicino, blocco dei cancelli a Pompei. Il guaio è che andando di questo passo Cgil-Cisl-Uil si condannano all’irrilevanza. Perché, sia detto con chiarezza, i mesi che ci separano dalla fine dell’anno fanno paura anche a noi: come una buona fetta del Paese siamo convinti che il risanamento italiano non sia ancora veramente incominciato e che il governo non abbia le idee del tutto chiare. Ma quelli che difettano sono il coraggio e le soluzioni, di veti e scioperi inutili ne abbiamo collezionati abbastanza da metter su un museo.

Lo stesso rischio, quello dell’irrilevanza, lo corre per altri versi anche la Confindustria (non parlo di Rete Imprese Italia per pudore). Siamo nel terzo anno di una presidenza, quella di Giorgio Squinzi, che finora non ha lasciato un’impronta indelebile. La struttura di Viale dell’Astronomia ha elaborato di recente due (ottimi) documenti sul credito e sul lavoro ma la loro conoscenza è rimasta circoscritta a un ristretto ambito di aficionados. Sul credito non è iniziato - come ci si sarebbe aspettato - un confronto stringente con le banche, sul lavoro non si è difesa nemmeno l’azione degli Ichino e dei Sacconi e si è lasciato che avessero la meglio i deputati democratici di rito cgil. La Confindustria chiede giustamente una svolta di politica industriale ma si attarda su una parola d’ordine, quella di riportare la manifattura dal 18 al 20%, palesemente irrealistica visto che le nuove imprese non nascono certo nei settori pesanti e il ritorno dalle delocalizzazioni non ha purtroppo quel peso quantitativo.

In definitiva, dopo aver discusso animatamente per mesi del rapporto tra corpi intermedi e politica, ci troviamo a fare i conti con la loro assoluta irrilevanza. L’associazionismo avrebbe bisogno di un bagno di realtà e di leadership lungimiranti e invece minaccia o traccheggia. So che molti considerano il loro declino come un bene, tutto sommato, personalmente invece continuo a vederla come una distruzione di valore.

23 agosto 2014 | 08:13
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_23/sindacato-impopolare-4a930080-2a82-11e4-9f31-ce6c8510794f.shtml


Titolo: Dario DI VICO - A passettini sparsi
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2014, 09:05:41 am
Editoriale
A passettini sparsi

Di Dario Di Vico

La gradualità ha dunque preso il sopravvento sulla velocità fine a se stessa. Con la parola d’ordine del «passo dopo passo» il premier Renzi sembra aver preso atto, almeno a livello di comunicazione, che nell’azione di governo c’è bisogno di meno foga e più raziocinio. Da sprinter di valore intermedio il presidente si candida ora a diventare un buon mezzofondista. Confidiamo, di conseguenza, che da oggi in poi i provvedimenti siano ben scritti, che i decreti attuativi seguano per tempo e che l’implementazione delle norme non resti impigliata nelle trappole tese, più o meno ad arte, dalla burocrazia.

Peccato però che questa svolta all’insegna del buon senso si sia confusa ieri con un piccolo show di cui avremmo fatto volentieri a meno. Il presidente del Consiglio che gusta polemicamente un gelato nel cortile di Palazzo Chigi per replicare a una pessima copertina dell’Economist non è certo un’immagine destinata ad aiutare la nostra credibilità internazionale, si presenta invece come una scelta assai discutibile di marketing politico. Onestamente non ci viene in mente un altro grande leader europeo in carica che avrebbe dato vita alla stessa performance. Quantomeno qualcuno a lui vicino avrebbe avuto il fegato per fermarlo in tempo.

Guardando alla sostanza delle scelte del Consiglio dei ministri di ieri si può dire che dalla riunione è uscito un film ricco di abbondante trama e di altrettanti annunci. Insieme al tema della giustizia il nocciolo è rappresentato dal provvedimento sblocca Italia che, pur sceso dai 43 miliardi sbandierati fino a qualche giorno fa a numeri più realistici, si compone di almeno tre parti. La prima è un elenco di opere pubbliche che a detta di Renzi e del ministro competente Maurizio Lupi saranno rese cantierabili entro il 2015, la seconda è uno scambio (che farà discutere a Roma come a Bruxelles) tra il governo e le società autostradali che si impegnano a investire e incassano la proroga delle concessioni, la terza - infine - è la tranche autenticamente liberale che promette di semplificare le ristrutturazioni degli appartamenti e abbassa il tetto per le defiscalizzazioni delle piccole opere.

Rinviata in extremis, invece, l’idea di incentivare fiscalmente l’affitto delle abitazioni. Le tre parti, a un primo esame e in base alle cose che sappiamo finora, non appaiono però in equilibrio tra loro, i passettini prevalgono sui passi. Ed è la lunga lista delle infrastrutture da realizzare ad avere nettamente la meglio con qualche scelta che ha del sorprendente, come l’alta velocità/alta capacità sulla tratta ferroviaria Palermo-Messina-Catania. Una priorità che darà adito ai maliziosi di formulare un cattivo pensiero: quello di un premier che coltiva segretamente l’ipotesi di andare nel 2015 a elezioni anticipate. Senza però volersi lanciare nelle previsioni sull’esito della legislatura e solo attenendosi agli annunci, lo step successivo consisterà nel verificare opera per opera le ipotesi di copertura e i meccanismi di finanziamento di lavori che, giova ricordarlo, interessano alla fine almeno una dozzina di Regioni. Già in passato altri governi avevano giocato con gli annunci del varo di grandi opere spostando e mescolando impegni già presi con pure intenzioni, vecchie risorse con nuovi piccoli stanziamenti. È uno di quei famosi casi in cui il diavolo ha da sempre la capacità di nascondersi nei dettagli.

Dove Matteo Renzi sembra essersi arreso, almeno in questa fase, è il disboscamento della giungla delle municipalizzate. Dopo tante parole spese nelle settimane e nei giorni precedenti, il decisionismo del presidente del Consiglio si è fermato davanti alle remore dei sindaci e così il socialismo municipale italiano è riuscito ancora una volta a evitare la rottamazione. Per una misura che alla fine è mancata all’appello ne va segnalata un’altra che invece è sicuramente positiva e riguarda la ratifica del piano straordinario per accrescere il numero delle aziende italiane che esportano con continuità, predisposto da tempo dal viceministro Carlo Calenda. In materia di competitività delle imprese, Renzi ha riproposto anche ieri nella conferenza stampa l’idea che ha maturato sull’evoluzione del costo del lavoro nella manifattura. Per difendere la scelta - peraltro giusta - di mettere 80 euro in più in busta paga, il premier, fresco dell’incontro con il leader della Fiom Maurizio Landini, ha sostenuto che l’Italia deve puntare sull’industria di qualità e sugli alti salari. In linea di principio niente da obiettare solo che se si vuole difendere l’occupazione sarà forse meglio adottare come Paese una strategia più articolata. Perché ci sono settori e aziende sicuramente in grado di creare una quota significativa di valore aggiunto e di ridistribuirlo ai propri dipendenti - come ha fatto di recente la Ferrero - ma ci sono anche settori labour intensive come elettrodomestici e auto nei quali la competizione internazionale si gioca anche sui costi della manodopera. Ignorarlo vuol dire rassegnarsi presto o tardi a veder emigrare questo tipo di lavorazioni oppure a sussidiarle con vagonate di cassa integrazione e provvedimenti ad hoc di decontribuzione. È bene saperlo.

30 agosto 2014 | 07:15
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_30/a-passettini-sparsi-409ca284-3004-11e4-88f9-553b1e651ac7.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Promesse e fatti Quei dubbi di Marchionne
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2014, 11:52:08 am
Promesse e fatti
Quei dubbi di Marchionne

Di Dario Di Vico

Anche Sergio Marchionne comincia ad avere qualche dubbio. In questi mesi l’amministratore delegato della Fiat, quando ha potuto, non ha mancato di far sentire il suo appoggio a Matteo Renzi, in pubblico e in privato. Solo per ricordare un episodio vale la pena tornare a Trento, al festival dell’Economia di inizio giugno, quando Marchionne si era disciplinatamente seduto ad ascoltare e ad applaudire l’intervista-fiume del premier con Enrico Mentana. Ieri invece dal palco di un’altra manifestazione, il meeting di Rimini, i toni sono stati differenti. Quegli accenni agli scarsi risultati ottenuti dal governo e ai tanti compromessi ai quali ha dovuto soggiacere segnano sicuramente uno slittamento di opinione. Un giudizio sui provvedimenti e le amnesie che vale molto di più dei commenti che pure Marchionne ha elargito sulle strategie di comunicazione. Anche a lui la copertina dell’Economist non è piaciuta neanche un po’ ma non avrebbe replicato - ha chiosato -, avrebbe fatto a meno di organizzare la gag con il gelato e il carretto.

Prima di Marchionne a prendere le distanze da Renzi era stato un altro protagonista della vita economica italiana, che pure aveva guardato con favore al nuovo governo e al protagonismo del giovane Matteo, Diego Della Valle. In pieno agosto quando il governo combatteva in Senato per far passare il provvedimento di revisione Mister Tod’s aveva rivolto un inusitato appello al capo dello Stato chiedendogli di evitare che a cambiare la Costituzione fosse «l’ultimo arrivato, seduto in un bar con un gelato in mano a decidere cosa fare». Non sapremo mai con certezza se la direzione dell’Economist abbia rubato a Della Valle l’immagine del giovane premier con il gelato ma alla fine è andata così. E comunque quella presa di distanza da Renzi, che l’imprenditore marchigiano aveva seguito con attenzione sin dai suoi primi passi da sindaco, ha generato comunque sensazione.

Marchionne e Della Valle oltre ad essere due esponenti di primo piano dell’industria italiana ne rappresentano anche la parte che più si confronta con la concorrenza, che non vive di tariffe e riconoscimenti governativi e quindi è più libera ed esplicita nella formulazione dei giudizi. Pro o contro che siano. Ma quale orientamento prenderà Giorgio Squinzi che gli imprenditori li rappresenta tutti, quelli globali e quelli non, e che aveva contribuito a dare una spallata al governo Letta? Il presidente della Confindustria ha parlato anche lui a Rimini, appena 24 ore prima di Marchionne: non ha mai citato Renzi e il suo governo ma ha usato parole dure come pietre. Con riferimento alla sostenibilità del welfare ha scandito che «il nostro Paese ha tenuto finora un tenore di vita che non si può più permettere». Ha chiesto poi «provvedimenti straordinari a costo dell’impopolarità» ma soprattutto ha fatto capire che a questo punto si aspetta che l’esecutivo espliciti un disegno strategico, delinei un orizzonte per il Paese e non viva alla giornata. Squinzi parlerà anche stasera alla Festa nazionale dell’Unità a Bologna, da ospite sarà molto attento a calibrare le critiche verso i padroni di casa ma un giudizio netto sullo sblocca Italia probabilmente lo emetterà e sarà drastico: alla fine non c’è un euro in più di investimento pubblico.

Se questo è il catalogo delle disillusioni imprenditoriali e delle critiche (di merito) confindustriali, in attesa delle decisioni di Andrea Guerra in uscita da Luxottica, sono due i capi-azienda che sembrano conservare intatta la loro stima verso Renzi. Il primo è Oscar Farinetti di Eataly secondo il quale il governo «ha fatto 3-4 mosse giuste» e anzi a questo punto dovrebbe dare altre «due bastonate» imponendo, ad esempio, un tetto massimo di 3 mila euro alle pensioni. L’altro è Pier Silvio Berlusconi, che prima dell’estate aveva esplicitamente dichiarato di tifare per Renzi e nei giorni scorsi, con il conforto di Fedele Confalonieri e Ennio Doris, ha ribadito a papà Silvio la sua assoluta fiducia nell’inquilino di Palazzo Chigi.

31 agosto 2014 | 09:34
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DA - http://www.corriere.it/economia/14_agosto_31/quei-dubbi-marchionne-b9610196-30d7-11e4-9629-425a3e33b602.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Camusso ha sbagliato a imbracciare il bazooka. (è obsoleta)
Inserito da: Admin - Settembre 21, 2014, 11:21:42 am
Lo scontro

Premi e flessibilità in azienda: la segreteria resiste, la fabbrica riforma
Sindacati tra malessere e contraddizioni.
Per Cisl e Uil il nodo della successione e l’egemonia del triangolo Camusso-Epifani-Damiano


Di Dario Di Vico

L’accusa di thatcherismo rivolta da Susanna Camusso a Matteo Renzi ha fatto sobbalzare molti dentro Cgil-Cisl-Uil. Per carità, è difficile trovare un dirigente sindacale che straveda per il premier e che lo senta culturalmente vicino a sé ma i più non hanno perso il senso della misura e non ci stanno a presentare Renzi come l’Iron Boy, il ragazzo di ferro. Raffaele Bonanni lo ha detto chiaro e tondo ma non è il solo a pensare che Camusso abbia sbagliato a imbracciare il bazooka. Al di là delle forzature polemiche però il malessere del sindacato è assai più composito. Innanzitutto c’è una scissione non dichiarata tra le strutture di fabbrica e i vertici romani. Se si vanno a spulciare i contratti firmati in sede aziendale - e che spesso non vengono spediti a Roma per paura di censure da parte della nomenklatura - la ragionevolezza la fa da padrona. Si contratta di tutto, anche le materie considerate più scabrose come la lotta all’assenteismo e i premi legati alla produttività.

Nel 90% dei casi firmano le Rsu di tutte e tre le confederazioni e quando portano l’accordo al vaglio del referendum quasi sempre i lavoratori confermano la scelta fatta. Complicità è una parola grossa ma in fabbrica sembra che il conflitto che divide azienda e operai sia infinitamente meno acuto di quello che per esempio divide le imprese dalle banche che non erogano il credito. Aggiungiamo che in questi anni la struttura industriale è cambiata, molta flessibilità è stata scaricata sulla filiera di fornitura e di conseguenza il vero problema sta nelle commesse che l’imprenditore riesce a portare a casa. Gli avversari, dunque, sono fuori dai cancelli. Non dentro.

Se ci stacchiamo dai luoghi della produzione e mettiamo invece sotto la lente di ingrandimento il sindacato-istituzione l’agenda delle priorità cambia. L’ultimo congresso nazionale della Cgil si è chiuso con la convocazione di un’ulteriore conferenza d’organizzazione e l’ipotesi di nominare un segretario generale aggiunto. L’apparato si è chiuso a riccio a difesa della segreteria Camusso e ha sconfitto lo sfidante Maurizio Landini ma le ultime 24 ore del congresso hanno vissuto di voci e paure. Era atteso in sala un intervento dirompente del segretario della Fiom che avrebbe dovuto porre con forza la questione morale, incalzando il gruppo dirigente della Cgil sulla trasparenza dei bilanci e i privilegi delle burocrazie. Alla fine il leader della Fiom ha scelto di edulcorare il suo intervento e quello che avrebbe rappresentato per la platea di Rimini un vero shock è stato quantomeno rinviato. Intanto comunque la Fiom continua a comportarsi come una quarta confederazione e, seppur il dialogo con Palazzo Chigi sembra tramontato, Landini a colpi di manifestazioni, presenze televisive e libri si presenta come l’alternativa alla segreteria.

Nella categorie e nei territori poi la Cgil ha attuato un certo ricambio: a Treviso il segretario non ha 40 anni, alla testa della categoria emergente - la Filcams - è stata nominata una donna poco più che quarantenne ma gli entranti contano poco, non proiettano una soggettività nuova e un legame più ricco con la struttura sociale. Si ha invece l’impressione che in Cgil più che strutture formali alla fine l’egemonia sia in mano al triangolo Camusso-Damiano-Epifani ovvero il segretario e due ex dirigenti Cgil che occupano posizioni chiave in Parlamento.

La Cisl nel contrasto tra Renzi e la Cgil rischia di fare la figura del vaso di coccio. Bonanni con ostinazione ripete che non tutti i sindacati sono uguali ma visto che il governo non gli dà retta e non gli concede uno straccio di tavolo è condannato a restare a metà del guado. Vorrebbe collaborare ma il governo non vuole, lui chiede un nuovo scambio e da palazzo Chigi gli fanno marameo. Qualche faccia nuova nelle segreterie la si trova anche in Cisl e sarà proprio una donna, Annamaria Furlan, a sostituire lo stesso Bonanni ma non si può certo dire che questa staffetta entusiasmi l’organizzazione visto che l’erede è sconosciuta ai più e ha un rating esterno bassissimo.

Nei territori qualche dirigente morde il freno e non ci sta a restare schiacciato nella tenaglia Renzi-Camusso. Gigi Petteni, segretario della Lombardia, ad esempio, sostiene che se in una prima fase «Renzi spara nel mucchio non possiamo che difenderci tutti assieme» ma appena possibile la Cisl deve avanzare una proposta che rifletta la sua cultura del lavoro. Se ciò malauguratamente non dovesse avvenire da Roma, «saranno i territori a muoversi». Vedremo. La Uil poi sta scontando una delle fasi di minore visibilità della sua storia di confederazione outsider, la segreteria Angeletti ha perso smalto negli ultimi trimestri e è già stato programmato da tempo il cambio al vertice. Sulla poltrona che fu di Giorgio Benvenuto salirà a fine 2014 Carmelo Barbagallo, un dirigente che persino i benevoli considerano rétro e che rischia di far diventare la Uil non più un sindacato aperto/scomodo ma un club a inviti. Se si cerca un caso per sostenere la bontà delle primarie anche nella rappresentanza, è difficile trovarne uno migliore.

Tutte queste contraddizioni, per così dire, precipiteranno nella battaglia sull’articolo 18. Il video con Renzi che racconta le storie di vita dei precari e li contrappone al dinosauro sindacale è il tema ricorrente delle telefonate di queste ore e la controffensiva di Cgil-Cisl-Uil sarà proprio all’insegna del dialogo con le nuove generazioni. Prepariamoci, dunque, ai gazebo nelle piazze, a strategie di comunicazione a tappeto sui social network e a giovani delle associazioni cattoliche di base che parleranno ai comizi. I soldi per ora, infatti, non sono un problema. Grazie al tesseramento e ai centri di assistenza fiscale i sindacati hanno risorse in quantità tale che i partiti se le sognano di notte e quindi possono finanziare la battaglia contro Renzi. Le manifestazioni costano (tra pullman e vitto un militante che si sposta a Roma costa almeno 30 euro) ma si fanno preferire agli scioperi perché basta mobilitare la cerchia dei simpatizzanti senza chiedere sacrifici salariali agli operai. Se però qualcuno nel sindacato pensa di preparare il Cofferati bis e riempire il Circo Massimo conviene che ripeta ad voce alta quanto Carla Cantone, una dirigente della Cgil tutt’altro che moderata, ha detto di recente all’esecutivo dell’organizzazione: «Cari miei, stiamo attenti. L’esercito delle battaglie di una volta non c’è più».

21 settembre 2014 | 09:34
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_settembre_21/premi-flessibilita-azienda-segreteria-resiste-fabbrica-riforma-9e7d8018-4160-11e4-a55b-96aa9d987f34.shtml


Titolo: Dario DI VICO D’Alema «Sull’art. 18 Renzi sbaglia E sulle riforme è istruito da
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2014, 03:57:38 pm
L’intervista

D’Alema: «Sull’art. 18 Renzi sbaglia E sulle riforme è istruito da Verdini»
L’ex premier: è in difficoltà con Bruxelles e cerca di dare un segnale per tranquillizzare i conservatori. L’unica vecchia guardia con cui parla è rappresentata da Berlusconi»


Di Dario Di Vico

«Renzi è in evidente difficoltà nei rapporti con Bruxelles. E sull’articolo 18 è in atto un’operazione politico-ideologica che non corrisponde a nessuna urgenza. Non esiste un’emergenza legata alla rigidità del mercato del lavoro. C’è persino il sospetto che si cerchi uno scontro con il sindacato e una rottura con una parte del Pd per lanciare un messaggio politico all’Europa e risultare così affidabile a quelle forze conservatrici che restano saldamente dominanti. Spero che Renzi si renda conto che una frattura del maggior partito di governo non sarebbe un messaggio rassicurante. Se vuole, è possibile trovare un accordo ragionevole sugli interventi sul mercato del lavoro». Massimo D’Alema dopo un lungo periodo di silenzio ha deciso di far sentire di nuovo la sua voce nel vivo della battaglia sull’articolo 18. E pensa che l’agenda del governo dovrebbe privilegiare il tema della crescita.

Quando il Parlamento discuteva del Senato gli oppositori di Renzi sostenevano che la priorità fosse il lavoro, ora si discute di Jobs act e il tema diventa un altro. Giochiamo a rimpiattino?
«No, sono favorevole alle riforme elettorali e costituzionali, le ritengo urgenti per il Paese. Purtroppo è stata fatta una brutta legge elettorale che somiglia enormemente a quella di prima. Per quanto riguarda il Senato, vi è un evidente contrasto tra la rilevanza dei compiti assegnati a quell’assemblea e una legittimazione popolare affidata alla nomina regionale. Non ho mai pensato che le riforme costituzionali non siano importanti, ho riserve sulle soluzioni escogitate».

Comunque dopo Bersani arriva anche lei. La vecchia guardia della sinistra unita contro il premier.
«Senta, l’unica vecchia guardia con cui Renzi interloquisce è quella rappresentata dal centro-destra di Berlusconi e Verdini. Al Pd vengono poi imposte, con il metodo del centralismo democratico, le scelte maturate in quegli incontri privati. Gramsci nei Quaderni scriveva che i giovani devono inevitabilmente confrontarsi con la generazione più adulta, ma può capitare che i giovani di una parte si facciano istruire dagli anziani della parte avversa. Mi pare che qualcosa di simile stia accadendo nel nostro Paese».

Torniamo a Bruxelles. Cosa sta sottovalutando Renzi?
«L’Europa doveva “cambiare verso”, ma non sta andando nel verso che i progressisti auspicavano. Anzi. I popolari hanno una decina di eurodeputati in più, ma in Commissione hanno fatto l’en plein. La Merkel ha ottenuto le presidenze della Commissione, del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo. E ha pagato un prezzo modesto ai socialisti, nominando il francese Moscovici agli Affari economico-sociali, ma di fatto sotto il controllo di un super-falco come Katainen.

I conservatori hanno 14 commissari, i liberali 5 e i socialisti 8. Insomma, il predominio conservatore è impressionante. Temo che tutto ciò non potrà non avere effetti sulla politica dell’Unione, tanto è vero che c’è grande malcontento nel gruppo socialista a Bruxelles».

I socialdemocratici tedeschi però sono al governo con la Merkel e non riescono a farle cambiare verso.
«Ci sono anche delle responsabilità dell’Spd, ma la Merkel si è mossa da leader europea, non si è preoccupata del peso del portafoglio assegnato al commissario tedesco. Ha piazzato uomini di peso nei posti-chiave, i socialisti invece hanno ragionato in un’ottica di prestigio nei singoli Paesi. Lo ha fatto anche Renzi, che ora, per venire fuori dall’impasse e ottenere concessioni dall’Europa, ha deciso di puntare su una questione che è chiaramente ininfluente rispetto agli ostacoli alla ripresa economica, e cioè l’articolo 18».

Ma anche la Bce ci chiede di riformare il mercato del lavoro. Il presidente Draghi l’ha ripetuto più volte.
«Mario Draghi è sotto attacco da parte dei tedeschi e considero la cosa allarmante. È una conferma dell’offensiva conservatrice in Europa. Se si arriva persino a contestare il presidente della Bce...».

Lei ci crede al piano da 300 miliardi che la nuova commissione Juncker dovrebbe varare ormai nel 2015?
«Finora è una nebulosa, bisognerà capire e controllare su quali settori punteranno gli investimenti. Questo è il centro dello scontro politico in Europa, altro che articolo 18. E teniamo conto che, nel merito, la riforma Fornero ha già sdrammatizzato il problema. Oggi, il contenzioso tra datori di lavoro e dipendenti licenziati è risolto in sede extragiudiziale per larga parte dei casi. Il ricorso al reintegro si è ridotto enormemente, ma è stata mantenuta l’ipotesi del reintegro in caso di grave illegittimità del licenziamento. È il minimo indispensabile. Qui si tratta della tutela dei diritti delle persone e non della difesa delle rigidità. Se si toglie al lavoratore persino la garanzia del reintegro in caso di grave illegittimità si ristabilisce all’interno del luogo di lavoro un rapporto gerarchico basato su paura e subalternità. Una forza di sinistra non può accettarlo».

Lo scontro Renzi-Camusso non riprende il duello che divise lei e Cofferati?
«La vera discussione con il sindacato non fu sull’articolo 18 ma sulla centralizzazione del meccanismo contrattuale, che era arretrata. Sostenevo il decentramento della contrattazione in modo che aderisse meglio all’economia reale. A Cofferati obiettavo che i sindacati negoziavano a Roma un contratto nazionale che poi in una metà del Paese era disatteso. Io sollevavo un problema vero».

Non crede che la vecchia guardia del Pd da allora eviti di scontrarsi con la Cgil per paura di prenderle?
«Non scherziamo. Noi abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro. Abbiamo proceduto in maniera coraggiosa e radicale, con forme di flessibilità che col tempo si sono rivelate persino eccessive. Questi interventi avrebbero dovuto essere affiancati da innovazioni anche nel campo del welfare e della formazione permanente dei lavoratori: purtroppo è avvenuto solo in parte. E ne hanno fatto le spese tanti giovani».

Ha da avanzare una proposta di mediazione?
«Si può ancora intervenire con misure limitate per togliere alcuni fattori di rigidità, come del resto ha detto Gianni Cuperlo. Si può pensare ad allungare il periodo di prova e a ridurre l’indennizzo economico oggi troppo pesante per le imprese. Contestualmente però occorre discutere anche degli ammortizzatori sociali. Certo, sono favorevole al modello danese, ma quanto costa? Dovendo impostare il governo una legge di Stabilità in nome del rigore, come finanzierà gli ammortizzatori sociali? Quali sono le poste di bilancio? Lo dico perché non sono un ideologo ma un uomo di governo».

Lei in merito alla nomina di Mr. Pesc ha sostenuto che Renzi le ha mentito. Camusso poi lo ha definito thatcheriano. Da Firenze è arrivato il diavolo?
«In questa vicenda non ho mai detto nulla di personale e nulla, ovviamente, sui rapporti intercorsi tra me e il presidente del Consiglio. Ho il senso delle istituzioni».

La avverto che comunque quest’intervista sarà etichettata dai renziani come «rosicona» a seguito della mancata sua nomina in Europa. Le crea problemi?
«Le scelte europee rientravano nelle prerogative di Renzi. Se non ci fosse stata la vicenda dell’articolo 18 non sarei intervenuto. L’argomento della vendetta postuma è privo di riscontro. E penso che sia arrivata l’ora di smettere di avallare la tecnica dell’insulto come metodo permanente di lotta politica, anziché discutere del merito dei problemi».

28 settembre 2014 | 08:41
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_settembre_28/renzi-difficolta-bruxelles-lavoro-sbaglia-mediazione-c-e-61a687f6-46d9-11e4-b58c-ffda43e614fc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Le inutili ipocrisie sulle tasse
Inserito da: Admin - Settembre 30, 2014, 10:23:32 pm
Il commento
Le inutili ipocrisie sulle tasse
F ino ad ora il governo non ha inserito nell’agenda delle sue priorità il lavoro autonomo e le partite Iva
Di Dario Di Vico

F ino ad ora il governo non ha inserito nell’agenda delle sue priorità il lavoro autonomo e le partite Iva. Quando si è trattato di aumentare il reddito disponibile sono state privilegiate le fasce medio-basse del lavoro dipendente e il Jobs act ha come riferimento un laburismo tutto sommato tradizionale, anche se declinato in chiave di flexsecurity . Il tutto è stato gestito con lo strumento della legge delega che si sta rivelando un contenitore ipocrita: inizialmente appare utile per allargare lo spettro dell’azione di riforma senza generare conflitti, ma nel prosieguo mostra tutti i suoi limiti. Accumula contraddizioni e non è in grado di scioglierle se non con un atto d’imperio finale.

Qualcosa del genere rischia di accadere anche con la delega fiscale, lo strumento «largo» con il quale il governo pensa di riprendere a dialogare con gli autonomi. In linea di principio non si può che essere d’accordo con questo riallineamento di attenzioni perché il lavoro indipendente è destinato a crescere ed è la strada che prendono molti giovani in cerca di prima occupazione, di fatto costretti a «inventarsi» il proprio lavoro. Ma il famoso diavolo continua a nascondersi nei dettagli.

Vale la pena ricordare come l’apertura di nuove partite Iva resta sempre sostenuta, al ritmo di 40-50 mila al mese e la percentuale di quelle che mascherano un rapporto di lavoro dipendente si può stimare attorno al 15-20%. Non di più, come pure lasciano pensare i sindacati confederali che ne hanno fatto - come nel caso della Cisl - un punto focale di propaganda e comunicazione. I l guaio maggiore, caso mai, è che molte di queste nuove partite Iva chiudono la loro attività dopo qualche mese, come si può dedurre dalla dinamica delle cancellazioni che rimane sempre molto elevata (80 a 100 nel rapporto con le nuove iscrizioni) e da una rotazione molto frequente in alcune attività economiche giudicate a bassa barriera d’ingresso, segnatamente la ristorazione nei grandi centri urbani.

Detto questo, l’ipotesi di provvedimento che il ministero dell’Economia e finanze ha in gestazione per le mini-imprese (un milione di contribuenti) e che dovrebbe approdare nella delega fiscale appare, nelle intenzioni, ambiziosa perché punta a semplificare drasticamente le procedure, a limare la pressione fiscale e a introdurre nuovi criteri di equità tra i contribuenti di diverse fasce di ricavi. Tre obiettivi in uno, non facili da raggiungere in contemporanea perché da una parte il gettito che proviene da queste attività non può calare di brutto e nello stesso tempo bisogna dare un segnale di riduzione delle tasse. Come se non bastasse occorre affrontare anche alcune contraddizioni che si sono prodotte nel tempo come quella che, proprio a causa del regime forfettario, fa sì che le nuove imprese non siano incentivate a crescere per il rischio di dover pagare a caro prezzo (fiscale) le commesse aggiuntive conquistate.


È giusto, quindi, affrontare le strozzature erariali e normative che oggi penalizzano le piccolissime imprese, ma non va sottovalutato il rischio che il messaggio possa non arrivare chiaro e limpido. Il governo, dunque, si occupi degli autonomi e delle partite Iva ma stia attento allo sperimentalismo fiscale. Le cavie potrebbero non gradire.

30 settembre 2014 | 08:38
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_30/inutili-ipocrisie-tasse-93d09d44-4863-11e4-a045-76c292c97dcc.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Nel Jobs act la mossa per abbattere l’ultimo tabù
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2014, 07:30:16 pm
Salario minimo
Nel Jobs act la mossa per abbattere l’ultimo tabù
Al di là dell’articolo 18, nel provvedimento sostenuto da Renzi l’introduzione del salario minimo limiterebbe i contratti nazionali a vantaggio della contrattazione aziendale

Di Dario Di Vico

Finora l’attenzione di merito sul Jobs act governativo si è concentrata quasi esclusivamente sulla riscrittura dell’articolo 18, cannibalizzando così un’altra scelta di grande discontinuità contenuta nel provvedimento sostenuto da Matteo Renzi: il salario minimo. In molti Paesi, europei e non, è in vigore da tempo, basta pensare allo Smic dei cugini francesi. In Italia, invece, l’introduzione del salario minimo è stata vista sempre come fumo negli occhi dai sindacati, gelosamente attaccati alla tradizione del contratto nazionale. In linea di principio non c’è contraddizione tra una legge che stabilisca il salario minimo e un Ccnl stipulato tra le parti, ma in una fase di forte polarizzazione del sistema industriale finisce per rappresentare un’alternativa. Le differenze di mercato e di capacità di creazione di valore non sono più solo tra settori: passano all’interno dello stesso comparto. Dopo sei anni di Grande Crisi la distanza tra un’azienda che esporta stabilmente e un’altra che vivacchia di domanda interna è diventata abissale, come altrettanto ampia è la differenza tra industrie technology o labour intensive. Nello stesso settore metalmeccanico ci sono elettrodomestici e auto, che in virtù del basso valore aggiunto delle lavorazioni sono molto sensibili al costo del lavoro, ma anche le macchine utensili, in cui il livello delle paghe non è certo il principale dei problemi. Con l’introduzione del salario minimo il contratto nazionale verrebbe fortemente limitato mentre ne uscirebbe esaltata la contrattazione aziendale. Il minimo stabilito per legge avrebbe poi un’altra valenza: far emergere il lavoro sommerso e combattere il caporalato in settori nei quali la rappresentanza sindacale tradizionale è evaporata e vige la pratica degli appalti al massimo ribasso. Si pensi, ad esempio, ad un business di grande rilievo come la logistica dove si è andato creando un far west di rapporti illegali, Cobas, false cooperative, sfruttamento degli extracomunitari e ricatto dei lavoratori. Costretti a retrocedere al datore di lavoro una parte del salario nominale stampato sulla busta paga. È chiaro che in situazioni come questa il salario minimo non è la panacea (servono anche tanti ispettori del lavoro!) ma potrebbe segnalare - specie agli stranieri - che le istituzioni non sono né cieche né sorde.

5 ottobre 2014 | 09:52
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_ottobre_05/nel-jobs-act-mossa-abbattere-l-ultimo-tabu-a6f4e02a-4c63-11e4-8c5c-557ef01adf3d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Non è tempo di compromessi
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2014, 05:17:12 pm
Non è tempo di compromessi
Purché non sia una Fornero bis

Di Dario Di Vico

Una battaglia politica vera merita una conclusione trasparente. Il presidente del Consiglio ha voluto sfidare il sindacato e la sinistra pd sui temi del lavoro e per farlo ha sposato quasi per intero le idee e le elaborazioni di due castigamatti del laburismo italiano, Pietro Ichino e Maurizio Sacconi. In più ha scelto di mettere la fiducia sul Jobs act violando la consuetudine non scritta secondo la quale sui temi del mercato del lavoro non si operano strappi parlamentari. A questo punto sarebbe paradossale che dopo aver infranto tutti questi tabù il risultato concreto dell’iniziativa di Matteo Renzi, ovvero la nuova legge, fosse confuso, indefinito e replicasse gli errori della riforma Fornero che pure si era misurata con il superamento dell’articolo 18. L’opinione pubblica europea non capirebbe e sarebbe portata a considerarla l’ennesima vittoria del bizantinismo politico italiano, anche se in una forma forse inedita: un premier decisionista che vara una legge pasticciata. Ci sarà tempo per vedere e valutare quali saranno le formulazioni finali e che sorte sarà riservata ai licenziamenti disciplinari, ma più si ridurrà l’area dell’incertezza e della discrezionalità dei giudici meglio sarà per tutti. Almeno non ci saremo divisi invano.

La fiducia, oltre a spazzar via circa 700 emendamenti, serve anche a dare sostanza alla giornata politica di oggi. Renzi avrebbe voluto che durante il suo semestre di presidenza - non particolarmente brillante - si tenesse in Italia un vertice europeo sull’occupazione e la crescita. Alla fine ha ottenuto una conferenza informale come quella che si terrà oggi a Milano e che possiamo esserne certi non passerà agli annali, non rappresenterà una pietra miliare nella lotta contro la disoccupazione. Assisteremo a qualche discorso retorico, al solito balletto delle interpretazioni, alle limature dei testi da parte degli sherpa e a una conferenza stampa finale in cui si potrà misurare lo stato dei rapporti tra la cancelliera Merkel, il presidente Hollande e Matteo Renzi. Di proposte nuove e costruttive per produrre posti di lavoro è assai difficile che ne ascolteremo.

Le discussioni vere sul futuro dell’occupazione purtroppo si svolgono altrove. Questa settimana per la seconda volta in pochi mesi l’Economist ha pubblicato un rapporto pessimistico sulle tecnologie che mangiano posti di lavoro. Si parla del peso che Internet ha conquistato anche in questo campo, dello sviluppo dell’e-commerce, del nuovo artigianato, della tendenza dei giovani a inventarsi il proprio lavoro. Tutti temi che fotografano l’evoluzione (contraddittoria) del mercato reale e fanno apparire le istituzioni europee - e il nostro Parlamento - alla stregua di pachidermi che si muovono con esasperante lentezza.

8 ottobre 2014 | 07:20
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Titolo: Dario DI VICO - Garanzia Giovani, perché non va
Inserito da: Admin - Ottobre 13, 2014, 03:14:20 pm
Garanzia Giovani, perché non va
Numeri bassi, portale inadeguato, mobilitazione nulla.
La comunicazione è debole
Uno scatto e qualche idea per non buttare 1,5 miliardi
Di Dario Di Vico

Stavolta non c’è neanche l’alibi dei soldi. Gli stanziamenti per la Garanzia Giovani ammontano addirittura a 1,5 miliardi eppure ci stiamo pericolosamente avvicinando a un clamoroso flop. Sull’apposito portale il ministero del Lavoro pubblica un report aggiornato: al 9 ottobre i giovani registrati erano circa 237 mila di cui però solo 53.800 sono «stati presi in carico e profilati». Le occasioni di lavoro pubblicate online dall’inizio del progetto sono poco più di 17 mila. Ma al di là dei numeri, che pure da soli già raccontano di un’iniziativa a scartamento ridotto, la verità è che Garanzia Giovani sta vivendo come fosse una procedura ministeriale. Al dicastero ammettono le lentezze, parlano di realtà «a macchia di leopardo» (vuol dire che al Sud non si è mosso niente), della difficoltà di far dialogare per via telematica Centro per l’impiego (Cpi), Regioni e Stato e dell’intenzione del ministro Giuliano Poletti di fare il punto con gli enti locali a metà novembre. Auguri sinceri.

Comunicazione debole
La verità è che doveva trattarsi di una grande mobilitazione di energie e persino di un’operazione pedagogica. I giovani fino a 29 anni dovevano essere chiamati a fare uno sforzo culturale, a rendersi occupabili. La comunicazione è stata invece debole, non ha colpito i ragazzi e non li ha messi in movimento. Occorreva spiegare loro che non basta volere un posto di lavoro ma oggigiorno diventa decisivo mettersi in grado di conquistarlo e allora bisogna considerare il curriculum come un tesoretto che si accumula e sul quale si investe di continuo. Niente di tutto questo è stato fatto e non vale la considerazione che pure si sente ripetere spesso ovvero che i nostri Centri per l’impiego contano 9 mila addetti e l’Agenzia nazionale tedesca 100 mila. Di un altro carrozzone pubblico facciamo volentieri a meno. Debole come capacità di mobilitazione il ministero lo è stato anche nel coinvolgimento dei soggetti potenzialmente interessati. Il terzo settore, ad esempio, poteva essere mobilitato per tempo per la capacità di offrire tirocini ai giovani. Più in generale bisognava creare una coalizione di organizzazioni che si facevano promotrici di Garanzia Giovani e lo inserivano in agenda tra le priorità. Vi risulta che qualche associazione di categoria abbia organizzato iniziative in merito o assicurato un’informazione puntuale? E non valeva la pena incalzare anche i sindacati e i loro centri di assistenza? Anche questa capacità è mancata e nei territori questo vuoto si sente. Al Sud non ne parliamo. I ragazzi non vengono interessati nemmeno per via indiretta, non sentono che attorno i «grandi» si sono mobilitati. Così quando vengono chiamati finiscono per adempiere a un obbligo burocratico e non si responsabilizzano. E poi aspettano che il telefono suoni.

Trascurato il contatto con le imprese
Garanzia Giovani poteva essere un test di politiche attive per il lavoro e invece sta perpetuando l’equivoco dei Cpi. Si comincia dal paradosso che a dar lavoro ai disoccupati dovrebbero essere dei co.co.pro. che lavorano a intermittenza nei Centri e poi si arriva alla mancata collaborazione con le agenzie private.

Non si contano gli ostacoli che sono stati frapposti alle collaborazioni con le varie Adecco, Gi Group, Manpower, Quanta. Disposizioni regionali di 20-30 pagine, doppio accreditamento nazionale e regionale, impossibilità di avere rapporto diretto con i ragazzi. Accanto ad alcuni assessori regionali più aperti e moderni ce ne sono altri che continuano a pensare che occuparsi di lavoro «sia un compito dello Stato e basta». Il risultato di queste incomprensioni è che Garanzia Giovani alla fine trascura il contatto con le imprese.

Non è un caso che la Nestlé voglia assumere qualche migliaio di giovani senza passare di lì o che la McDonald’s in Italia non abbia trovato la collaborazione giusta. Bastava copiare quello che molte università fanno con il placement ovvero i colloqui diretti giovani-aziende e si sarebbe innovato profondamente. Invece sul portale girano sempre gli stessi annunci, lo stesso fotografo viene cercato da settimane e settimane e comunque le richieste puntano su profili esperti e non alla prima prova. E come ha detto il giuslavorista Michele Tiraboschi «basta scavare un po’ più a fondo per accorgersi che il sito governativo non fa altro che rimbalzare offerte presenti su altri siti».

Il decalogo
Che fare adesso per evitare che il flop demotivi tutti, le strutture e soprattutto i giovani disoccupati? Tiraboschi ha steso addirittura un decalogo di miglioramenti pratici per far funzionare il portale. Dall’inserire un filtro che selezioni subito i giovani per condizioni occupazionali/formative a permettere una ricerca avanzata tra i diversi annunci che oggi si affastellano in 400 pagine di visualizzazione. Si cominci pure da qui ma è proprio il caso di dire che bisogna cambiare marcia. Non si può lasciare tutto in mano ai ministeriali, se non altro perché non possiamo buttare dalla finestra un miliardo e mezzo.

Ps. Anche questa settimana a Roma ci sarà il solito e inutile mega convegno su Garanzia Giovani.

12 ottobre 2014 | 09:09
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_ottobre_12/garanzia-giovani-perche-non-va-a20c42ae-51dd-11e4-b208-19bd12be98c1.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Le aziende più solide fidelizzano la parte di lavoratori...
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2014, 12:02:34 pm
L’analisi
Dire addio al posto fisso non basta
La flessibilità all’epoca di LinkedIn
I mutamenti del lavoro sono più veloci anche di questa politica
Le aziende più solide fidelizzano la parte di lavoratori di cui hanno più bisogno


Di Dario Di Vico

La querelle sul posto fisso ricorre spesso nella politica italiana degli ultimi anni e quasi sempre in riferimento all’articolo 18. Ne discussero animatamente Massimo D’Alema e Sergio Cofferati, ne parlarono due anni fa Mario Monti e il ministro Elsa Fornero e l’ha ripreso ieri Matteo Renzi. Via via che la polemica si ripete risulta sempre più facile argomentare il tramonto del mito dell’inamovibilità. È cambiata profondamente la geografia della produzione: molte lavorazioni sono state esternalizzate, sono nate intere filiere tutte al di fuori della casa madre, i cicli economici sono diventati più nervosi e anche la predisposizione di quelli che una volta si chiamavano «programmi produttivi» è diventata più erratica. Quando finalmente usciremo da questa crisi questi fattori saranno ancora più evidenti e avremo un andamento dell’economia a dente di sega, con fermate anche lunghe e improvvisi ricorsi allo straordinario o al lavoro nelle giornate festive. All’Electrolux già sta succedendo così, si alternano di fatto orari ridotti e prestazioni supplementari.

Di conseguenza ritornare agli anni del boom, a un’organizzazione industriale centrata sulla figura del capofamiglia maschio che assicurava il reddito a tutta la famiglia, rimaneva nella stessa fabbrica fino alla pensione e maturava il diritto a entrare nel circolo anziani dell’azienda, equivale a sfogliare un vecchio album di famiglia. Chi non deve solo alimentare la polemica politica e può ragionare a mente serena sostiene che questa grande trasformazione mescola elementi positivi (il lavoro viene «svegliato») assieme a conseguenze negative come una riduzione delle aree di professionalità vera. Dobbiamo comunque predisporci a considerare il lavoro come qualcosa che muta con una velocità incredibile e di conseguenza chi si pone il compito di tutelarlo deve tenersi costantemente aggiornato. Oggi non avviene. Senza voler indossare i panni della Cassandra va ricordato poi che mentre noi discutiamo di posto fisso gli interrogativi che si pone il resto del mondo in realtà sono diversi e si possono sintetizzare nell’angosciosa domanda: quanti sono i posti che riusciremo a sottrarre all’avanzata delle tecnologie «Labour saving?».

I giovani, dal canto loro, già vivono una realtà del tutto diversa. Due anni fa Rassegna sindacale raccontò il caso-limite di Claudia Vori, una ragazza che dal 1999 al 2012 aveva cambiato 18 lavori: commessa, impiegata al ministero della Giustizia, gelataia, cameriera, receptionist e altro ancora. Il blog Nuvola del lavoro riporta quasi ogni giorno storie di giovani che cambiano in corsa il percorso prestabilito abbattendo le barriere che una volta separavano il lavoro del laureato da quello del commerciante, il ricercatore dall’artigiano. Con il tempo forse matureranno anche nuovi parametri di misurazione del lavoro, ragioneremo in termini di valore aggiunto creato e impareremo a incrementarlo di continuo per salvaguardare la nostra posizione.

È chiaro che chi ha responsabilità politica e sente la necessità di demitizzare il posto fisso deve anche caricarsi l’onere di gestire la transizione, deve fare in modo che la flessibilità incontri politiche pubbliche che la facilitino assicurando quantomeno strumenti di sicurezza sociale, politiche fiscali favorevoli, possibilità di formarsi continuamente.

A dimostrazione di come però i cambiamenti non siano del tutto preventivabili si possono annotare un paio di novità. La tendenza delle aziende più solide a fidelizzare quella parte di lavoratori di cui hanno assolutamente bisogno e temono di non trovare facilmente sul mercato. La diffusione straordinaria degli accordi di welfare aziendale si spiega anche così. Bologna è diventata un po’ l’epicentro di questo movimento ma gli esempi non mancano anche altrove. La seconda novità riguarda il crescente peso dei social network per entrare nel mondo del lavoro e gestire la propria mobilità successiva. Possiamo chiamarlo, esagerando un po’, «personal branding», sicuramente per le figure professionali di alcuni settori legati alla comunicazione e al marketing il veicolo di questa strategia è la presenza su LinkedIn.

27 ottobre 2014 | 10:17
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_ottobre_27/dire-addio-posto-fisso-non-basta-flessibilita-all-epoca-linkedin-917bfad0-5db1-11e4-8541-750bc6d4f0d9.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Gli scontri alla manifestazione degli operari dell’Ast terni...
Inserito da: Admin - Ottobre 30, 2014, 12:26:46 pm
Gli scontri alla manifestazione degli operari dell’Ast terni
Il passato che non deve tornare


Di Dario Di Vico

Dell’uso dei manganelli d’un tempo avremmo fatto volentieri a meno. La vertenza degli operai dell’Ast per evitare il drastico ridimensionamento dello stabilimento di Terni si presenta ancor più complessa di altre perché oltre agli orientamenti liquidatori dei proprietari tedeschi - nei confronti di un impianto considerato eccellente per gli standard del settore - si paga il prezzo di regole europee non più al passo con i tempi. In uno scenario di business ormai contrassegnato dall’ascesa delle potenze siderurgiche asiatiche, l’Antitrust di Bruxelles ha impedito la vendita dello stabilimento ai finlandesi dell’Outokumpu per evitare che assumessero una posizione dominante e così la fabbrica umbra è tornata a far parte del gruppo Thyssen che la considera residuale.

Mentre dunque c’è da affrontare questa crisi, e forse da aprire una contestazione con la Commissione Ue appena insediatasi, ieri la tensione tra manifestanti e forze dell’ordine ha occupato quasi totalmente la scena e abbiamo passato la giornata non più a discutere di politica industriale bensì di attribuzione di colpe al ministro competente, al questore o al singolo poliziotto. I metalmeccanici di Genova, appena informati dell’accaduto, hanno addirittura indetto uno sciopero per domani. H a senso tutto ciò o forse è necessario un bagno di realtà? È utile infilare la vertenza Ast nel tritacarne delle polemiche tra Palazzo Chigi e i sindacati? In un caso altrettanto spinoso, come quello della svedese Electrolux che inizialmente voleva lasciare l’Italia, governo e organizzazioni sindacali di categoria hanno lavorato nella stessa direzione e un risultato comunque lo si è ottenuto.

È chiaro che, pur evitando di confondere ordine pubblico e politica industriale, non si può dimenticare come l’iniziativa del premier Matteo Renzi stia scardinando vecchi equilibri e che questa pressione stia generando una contrapposizione ruvida. Al punto che sono stati evocati come suoi mandanti morali e materiali, in successione, Margaret Thatcher e Sergio Marchionne. In omaggio al principio à la guerre comme à la guerre nella battaglia mediatica non si va tanto per il sottile ma è lecito chiedersi a cosa serva tutto ciò e quale sia il legame tra comunicazione e soluzione dei problemi reali. Prendiamo lo sciopero generale che verrà indetto tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre e che, forse, solo un’incauta anticipazione di Nichi Vendola ha contribuito a ritardare.

La parola d’ordine su cui la Cgil punterà tutte le sue carte per far riuscire l’astensione dal lavoro è la richiesta dell’adozione di una tassa patrimoniale. Non è certo la prima volta che se ne parla negli ultimi anni e non è un caso che alla fine non sia stata mai adottata. Il motivo è semplice: con altissima probabilità la nuova imposta non finirebbe per colpire le grandi ricchezze bensì una parte consistente del ceto medio, già ampiamente tosato dalle imposizioni sulla forma di patrimonio più diffusa (la proprietà della casa). E allora ha senso proporre uno sciopero generale, per di più della sola Cgil, con l’obiettivo di far salire ancora la pressione fiscale? Si pensa davvero che si possa uscire dall’impasse riproponendo la vecchia e fallimentare ricetta del «tassa e spendi»? È questa la vera discussione da fare, il resto è solo vento per le bandiere.

30 ottobre 2014 | 07:32
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Titolo: Dario DI VICO - Landini megafono nazionale “ma serve saper dialogare"
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2014, 06:36:41 pm
Landini si autoproclama megafono nazionale ma serve saper dialogare

Di Dario Di Vico

Maurizio Landini deve la sua carriera da leader agli anni del megafono, alla dura pratica delle assemblee nelle mense aziendali e dei cortei dello sciopero, tutti momenti in cui l’amplificatore è l’amico più fidato del sindacalista. Nel tempo però Landini ha capito che la sua voce stentorea lo metteva in grado di autonomizzarsi dal megafono e proprio grazie a questa scoperta gli è stato possibile sfondare nei talk show, dove si rivela praticamente inarrestabile.

Chiunque, ospite o conduttore, si azzardi minimamente a contraddirlo viene asfaltato a colpi di decibel. Tanta perizia dei tempi televisivi deve avergli però dato alla testa e così si è messo a distribuire dal palco dei comizi patenti di onestà e di disonestà ai suoi concittadini. Per farla breve si è autoconvinto di essere diventato il Megafono del Paese. La verità è che Landini non vuole rinunciare mai a distinguersi, ora che la Fiom e la Cgil di Susanna Camusso la pensano allo stesso modo sul Jobs act e sulla legge di Stabilità il segretario vuole di nuovo ribadire il primato dei metalmeccanici.

Al punto da aver indetto per la sua categoria una doppia razione di scioperi rispetto a chimici, tessili, alimentaristi e lavoratori del commercio. Insomma dentro lo scontro con il governo sopravvive comunque una competizione per la leadership del maggiore sindacato italiano e questo alla fine pesa nel conto della conflittualità e nei toni del confronto. In tv poi Landini ripete sempre di essere stato il padre dell’accordo Electrolux ovvero di saper diventare, al momento giusto, un pragmatico.

Ascoltandolo e vedendolo gesticolare viene difficile credergli, dovrebbe mettere giù il megafono e dedicare un po’ del suo tempo ad ascoltare gli altri. Saper dialogare con gli altri sindacati (con Fim e Uilm i rapporti sono quasi allo zero) non è un reato e anche costruire un’analisi della crisi industriale meno propagandistica non sarebbe una cattiva idea.

22 novembre 2014 | 09:54
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_novembre_22/landini-si-autoproclama-megafono-nazionalema-serve-saper-dialogare-fff15344-7223-11e4-9b29-78c5c2ace584.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Sciopero e retorica del conflitto Lo spreco di un’azione inutile
Inserito da: Admin - Dicembre 13, 2014, 04:44:13 pm
Sciopero e retorica del conflitto
Tutto lo spreco di un’azione inutile
La manifestazione principale sarà a Torino, come il vertice italo-tedesco con il capo dello Stato.
Ma la contrapposizione tra premier e segreteria Cgil è così feroce da porre in secondo piano le opportunità internazionali


Di Dario Di Vico

La querelle sulla precettazione dei ferrovieri, prima disposta dal ministro Maurizio Lupi e poi ritirata, è servita quantomeno ad alzare la temperatura della vigilia di uno sciopero generale che rischiava il dimenticatoio. La scelta della data è stata laboriosa e non ha sicuramente giovato. Ma l’elemento che ha reso meno efficace di altre volte la preparazione consiste in una piattaforma di convocazione indirizzata contro «il combinato disposto di Jobs act e legge di Stabilità», come si può leggere sul sito della Cgil.

Per carità, si può anche decidere di convocare uno sciopero contro il combinato disposto, ma non è una motivazione che vale oro e che segna né un’originalità di pensiero né l’elaborazione di una piattaforma alternativa. E così è emerso in questi giorni che si tratta di un puro sciopero politico contro il governo, reo di aver azzerato il dialogo con i sindacati. È tanto politico che i lavoratori del teatro alla Scala hanno chiesto di togliere la tessera della Cgil ai parlamentari che hanno votato per il Jobs act. È un piccolo episodio ma tradisce la permanente confusione che si continua fare tra sindacato e partito, tra rappresentanza e politica. Ed è singolare che accanto a Susanna Camusso oggi ci sia la Uil, che ha scelto, per l’esordio della segreteria Barbagallo, il posizionamento più sinistrorso della sua storia. Le due confederazioni che oggi sfileranno nelle piazze d’Italia stanno difendendo, quindi, prima di tutto se stesse e il potere che hanno avuto nell’Italia della concertazione. Operazione legittima in democrazia, ma che si presenta modesta al confronto delle sfide che ci stanno davanti.

E, allora, era proprio necessario che la manifestazione più importante, quella segnata dalla presenza di Camusso, fosse quella di Torino, in coincidenza con un vertice italo-tedesco alla presenza del presidente Giorgio Napolitano? Era proprio indispensabile sottolineare agli occhi dell’opinione tedesca la difficoltà del nostro Paese di staccarsi dai vecchi riti e dalla retorica del conflitto fine a se stesso? No, si poteva disporre diversamente ma la contrapposizione che divide Palazzo Chigi dalla segreteria Cgil è così feroce che mette in secondo piano le opportunità internazionali, l’intelligenza tattica, l’immagine del Paese. Per di più si ha l’impressione che l’inedito duo Barbagallo- Camusso sia rimasto indietro anche nella lettura degli avvenimenti di questi giorni. L’Europa è ripiombata nell’incubo, l’esito della drammatica vicenda greca sta rimettendo in discussione quelle poche certezze che avevano acquisito, la partenza della commissione Juncker non sta certo segnando quella discontinuità che era stata promessa dopo il voto europeo e l’affermazione degli euroscettici in ben due Paesi di prima fascia (Francia e Inghilterra). Di fronte a questi macigni Cgil e Uil sanno solo replicare che «l’articolo 18 non si tocca», coltivare l’idea di una patrimoniale e convocare uno sciopero destinato a rivelarsi inutile.

Personalmente non penso che i sindacati vadano azzerati ma, anzi, in una fase in cui la società è smarrita e si tratta di rintracciare persino il senso di una comune riscossa c’è bisogno di buona intermediazione. E faccio un esempio concreto. La scorsa settimana si sono svolte le elezioni per il rinnovo delle Rsu alla Carraro di Campodarsego (Padova). Nonostante l’aumento degli aventi diritto al voto rispetto al precedente test del 2011 il numero dei delegati eletti è stato ridotto da 21 a 15, e questo per effetto di un accordo sottoscritto da tutte e tre le sigle che ha negoziato la riduzione dei diritti organizzativi in cambio di nuove assunzioni e investimenti. Chapeau. Ma è possibile che questa logica innovativa si manifesti solo nei territori e mai a Roma?

12 dicembre 2014 | 09:47
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_dicembre_12/tutto-spreco-un-azione-inutile-a4ae9e5a-81d8-11e4-bed6-46aba69bf220.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Consorzio del parmigiano reggiano
Inserito da: Admin - Febbraio 04, 2015, 07:55:19 am
1 FEBBRAIO 2015 | di Dario Di Vico
Consorzio del parmigiano reggiano

Di Dario Di Vico

Se il re dei formaggi vuole continuare a tener fede alla sua fama e salvare il trono deve darsi una mossa. Lo scontro che si è aperto nelle settimane scorse tra il Consorzio del Parmigiano Reggiano e gli allevatori non è una bega di territorio e la conferma si è avuta all’affollata assemblea (400 persone, tante in piedi) convocata per festeggiare gli 80 anni di attività.

E’ una vicenda che racconta le opportunità ma anche le miopie del made in Italy e così alla presenza del ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina quella che si è svolta nella mattinata di ieri è stata quasi una seduta di autocoscienza. Tema: come è possibile che una storia di eccellenza agro-alimentare (il parmigiano) si trasformi in una crisi di rapporti all’interno del mondo produttivo. La verità è venuta fuori abbastanza netta: il Consorzio, almeno così come è stato finora, non è adeguato ai tempi. Assomiglia, mutatis mutandis, ai vecchi patti di sindacato della finanza italiana. Innanzitutto non rappresenta tutti i segmenti della filiera del Parmigiano, ci sono solo i caseifici e restano invece fuori gli allevatori e la commercializzazione. In più la tradizionale strategia di tagliare la produzione quando serve alzare i prezzi è contestata dagli allevatori ed è miope.

Le cose da fare sono altre ovvero introdurre flessibilità nei caseifici producendo anche altri formaggi, realizzare aggregazioni tra le aziende più piccole che altrimenti non riescono a sopportare più i costi della lunga stagionatura, puntare con decisione alle esportazioni magari cominciando ad approfittare del cambio più equo tra euro e dollaro. Il tutto a pochi mesi ormai dalla fine del regime trentennale delle quote latte che introduce un ulteriore elemento di incertezza e preoccupazione. Che a Parma e Reggio si sia ormai fatta strada la convinzione che si è chiuso un ciclo e bisogna aprirne uno nuovo lo dimostrano le parole del presidente del Consorzio, Giuseppe Alai, accusato spesso di essere il garante dello status quo. Ieri in apertura dell’assemblea ha scandito:

    “Dobbiamo guardare alla globalizzazione come opportunità di espansione reale della domanda estera. E proponiamo alle imprese una forte evoluzione dei sistemi di aggregazione”.

Il ministro Martina ha avuto buon gioco a sostenere che buona parte delle riflessioni autocritiche avrebbero dovuto essere formulate per tempo, invece di continuare a negare fino a poco tempo fa “i punti di fragilità”. Fortunatamente, e nonostante un calo della qualità denunciato da molti allevatori, l’immagine internazionale del Parmigiano non ne è uscita a pezzi tanto che si moltiplicano i tentativi di imitazione.

La prima mossa, secondo Martina, consiste allora nel costruire “un luogo organizzativo stabile di tutta la filiera”, una sede dove di discuta dai prezzi alle piattaforme commerciali per l’internazionalizzazione. La seconda opzione è quella di rafforzare i consorzi di tutela “chiedendoci però che cosa vuol dire la parola ‘tutela’ nel 2015, e sicuramente non è quello che intendevamo negli anni ’80″.

Lo scenario è cambiato, si deve puntare sempre di più sull’esportazione perché le nuove classi medie del mondo sono il target giusto per l’espansione del Parmigiano. Un aiuto verrà dal negoziato TTIP con gli Stati Uniti che, anche da Parma, va guardato con favore e non come un’insidia.

Twitter: @dariodivico

DA - http://nuvola.corriere.it/2015/02/01/gli-allevatori-e-la-crisi-del-parmigiano/


Titolo: Dario DI VICO - La dignità del lavoro autonomo
Inserito da: Admin - Febbraio 20, 2015, 04:42:43 pm
La dignità del lavoro autonomo
Di Dario Di Vico

Due emendamenti e il governo ha rimesso le cose al loro posto. Nei confronti delle partite Iva erano stati commessi in sede di legge di Stabilità altrettanti errori/amnesie, non erano stati bloccati gli aumenti della contribuzione alla gestione separata Inps e si era ritoccato il regime dei minimi Irpef pasticciando e aumentando di fatto la pressione fiscale. Ieri, dopo lungo penare, e dopo diverse esternazioni del premier Matteo Renzi orientate al pentimento, la maggioranza ha trovato il modo di riparare. Il fatto stesso che il veicolo legislativo utilizzato sia il Mille proroghe - e non potrebbe essere altrimenti - la dice tutta sul carattere last minute di questa scelta. Tra le debolezze della politica dobbiamo abituarci a convivere anche con questa variante: di fronte a problemi che sarebbe facile esaminare con cura e risolvere per tempo si architettano, invece, soluzioni sbagliate per poi correre ai ripari con il fiato corto e all’ultimo minuto. Aggiungo che diversi parlamentari della maggioranza ieri hanno enfatizzato il risultato raggiunto ma vale la pena ricordare loro che stanno festeggiando un pareggio, non certo una vittoria.
Il difficile, per certi versi, comincia adesso. Se il governo, insieme in verità a un folto gruppo di parlamentari dell’opposizione, si è finalmente reso conto che la presenza di tante partite Iva e freelance non è una sciagura per l’economia, bisogna passare a una fase costruttiva che cerchi di tenere insieme riconoscimento professionale, promozione, welfare e carico fiscale. Onestamente non pare che una visione di questo tipo la si possa rintracciare, per ora, nel pur ricco dibattito interno al Pd ancora influenzato dalle problematiche della sinistra novecentesca. Il ministro competente, Giuliano Poletti, avrebbe potuto per tempo spingere in avanti la riflessione e invece gli è mancato il coraggio. Tra i tecnici che accompagnano l’azione del governo c’è sicuramente una maggiore percezione - rispetto al Pd - della discontinuità ma non hanno ancora oltrepassato le colonne d’Ercole del laburismo: il riconoscimento della modernità del lavoro autonomo.

Molte cose, infatti, ci stanno cambiando sotto gli occhi. La scomposizione del ciclo produttivo dovuta alla Grande Crisi è stata profonda e capita che anche in medie aziende ci possa essere un direttore commerciale, pienamente inserito nell’organigramma, ma inquadrato a partita Iva. E che dire del mutamento dei confini tra lavoro in ufficio e lavoro a casa? In quante professioni e in quanti bacini di competenze il numero degli indipendenti sta ormai superando il numero dei dipendenti? Si potrebbe continuare a lungo e portare cento esempi ma per prima cosa occorre cambiare metodo, individuare soluzioni di medio periodo e non solo emendamenti. Penso alla previdenza: i conti in attivo della gestione separata dell’Inps sono stati usati di volta in volta a copertura di altre spese ma è forse arrivato il momento di individuare un altro schema. Qualche idea circola tra gli addetti ai lavori e la si potrebbe vagliare con maggiore attenzione, anche perché quando arriverà a casa dei freelance l’attesissima busta arancione con la previsione delle loro pensioni non sarà un giorno facile per il governo in carica.

Anche sul terreno fiscale forse è giunta l’ora di cambiare registro. Le partite Iva possono concorrere a generare ripresa e ricchezza? Se la risposta è sì, anche le scelte di merito devono essere conseguenti e vanno adottate norme che incentivino a crescere. E non, come capita oggi, norme che inducono a rifiutare lavori per paura di uscire dal regime dei minimi.

18 febbraio 2015 | 08:23
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_febbraio_18/dignita-lavoro-autonomo-b5d68e0c-b736-11e4-bef5-103489912308.shtml


Titolo: Dario Di Vico. Il reddito minimo «modulare» e le coperture
Inserito da: Admin - Marzo 09, 2015, 05:19:43 pm
Il caso
Il reddito minimo «modulare» e le coperture

Di Dario Di Vico

Le interviste di Tito Boeri e Beppe Grillo al «Corriere» hanno rilanciato il dibattito sul reddito minimo di cittadinanza, un cavallo di battaglia del M5S che potrebbe costituire un terreno di dialogo con il governo. È davvero così? In realtà come ha dichiarato l’ex ministro del Welfare, Enrico Giovannini, per la mole di investimenti necessari il reddito minimo «pesa» all’incirca come gli 80 euro. Se quest’ultimo a regime costerà 9,5 miliardi, ricondurre alla soglia di povertà i 6 milioni di individui che sono rimasti sotto, costa - dati 2012 - circa 7,5 miliardi. Queste cifre ovviamente hanno il potere di raffreddare qualsiasi pontiere, nel migliore dei casi infatti non si potrebbe far altro che rinviarlo alla prossima legge di Stabilità. E comunque per ora né al Welfare né a Palazzo Chigi si sta lavorando a un’ipotesi del genere. Si potrebbe però scegliere una strada B: un provvedimento meno ambizioso/costoso ma comunque ad alto valore politico-simbolico. Si potrebbe iniziare portando i nuclei di due persone non alla quota minima di 1.000 euro (soglia povertà) ma a mezza strada (500 euro) e in questo caso per le casse statali il conto sarebbe di «soli» 1,5 miliardi. Sarebbe, infatti, molto meno ampia la platea. Però sia che si scelga la via più ambiziosa o quella più realistica si devono implementare alcuni strumenti che rendano l’operazione trasparente, fruttuosa e non uno spreco. E sono almeno due le novità che erano state individuate proprio da Giovannini: il casellario dell’assistenza (un’anagrafe di quanto i singoli già percepiscono a vario titolo) e un test significativo sulla capacità dei servizi sociali di saper controllare eventuali abusi.

8 marzo 2015 | 10:02
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_marzo_08/reddito-minimo-modulare-coperture-4eb98bcc-c571-11e4-a88d-7584e1199318.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Jobs act e impresa Il lavoro di creare lavoro
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2015, 05:16:11 pm
Jobs act e impresa
Il lavoro di creare lavoro
Gli industriali affermano che finora sarebbe stato impossibile sostenere l’occupazione non perché mancava il Jobs act quanto per la caduta delle attività

Di Dario Di Vico

Gli imprenditori italiani hanno i riflettori puntati addosso. Non passa giorno che qualche ministro se ne esca dicendo che «gli industriali adesso non hanno più alibi». Il riferimento diretto è alle nuove regole e ai generosi incentivi previsti dal Jobs act ma più in generale si è fatto largo il giudizio che in questi anni gli imprenditori italiani abbiano avuto il braccino corto, nell’assumere e soprattutto nell’investire. A queste opinioni la Confindustria ha replicato con una nota del Centro Studi secondo cui il tasso di investimento delle nostre imprese manifatturiere è tra i più alti al mondo: 23% contro il 13% di Germania e Francia. E il numero delle imprese innovative italiane è indicato come superiore a quelle francesi e britanniche e secondo solo alle tedesche.

Al di là delle cifre gli industriali affermano che finora sarebbe stato impossibile sostenere l’occupazione non tanto perché mancava il Jobs act quanto per la caduta delle attività, il vero fil rouge dei terribili anni che abbiamo alle spalle. La verità è che niente resta mai del tutto fermo e durante la Grande Crisi l’impresa italiana ha subito una metamorfosi. Si è ristrutturata dentro i cancelli della fabbrica e fuori di essi, acquisendo un profilo più snello e favorendo la nascita di filiere produttive competitive. Nel frattempo ha aumentato l’insediamento nei mercati esteri con molte puntate nei Paesi emergenti e conquistando posizioni in quelli di più tradizionale presenza. Naturalmente non si può dire che tutti gli imprenditori abbiano mostrato entrambe le capacità, che tutti si siano rivelati degli straordinari capitani coraggiosi, anzi proprio il peso assunto dall’export ha generato una drastica polarizzazione delle aziende tra quelle che hanno corso anche sotto la pioggia e quelle travolte dal crollo della domanda interna. I segnali che in questi giorni arrivano dai territori sono incoraggianti e sarebbe da masochisti ignorarli. Le medie imprese italiane scommettono sulla ripresa al punto che secondo l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo i distretti italiani, smentendo chi ne aveva decretato il de profundis, a fine 2015 recupereranno addirittura i livelli di fatturato del 2008.

Se affianchiamo ai dati le dichiarazioni dei responsabili delle associazioni imprenditoriali del Nord sembrano esserci tutte le condizioni per spingere la crescita. E persino i due trimestri che tradizionalmente passano tra aumento della produzione industriale e incremento dell’occupazione potrebbero contrarsi. Se tutto ciò dovesse avvenire non sarà stato solo per effetto delle nuove regole del lavoro quanto per la forza intrinseca di una cultura industriale, quella dei nostri imprenditori, che si è rivelata capace di affrontare la discontinuità. A questa tradizione oggi, più che rivolgere battute velenose, forse dobbiamo chiedere dell’altro coraggio. Nella stagione che si sta aprendo sarebbe auspicabile uno sforzo di ulteriore apertura: una sorta di sinergia tra imprenditori che credono nelle loro aziende e le patrimonializzano, capitali pazienti che accettano di sostenere la ricerca e i progetti innovativi, nuove risorse manageriali che subentrino laddove la staffetta generazionale si rivela impraticabile. Non è impossibile.

10 marzo 2015 | 08:18
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_marzo_10/lavoro-creare-lavoro-52cb4536-c6f0-11e4-ace1-14c9e44d41cb.shtml


Titolo: Dario DI VICO - L’ira della Cgil pe la mossa di Landini Tra i due litiganti...
Inserito da: Admin - Marzo 17, 2015, 12:02:06 am
L’ira della Cgil pe la mossa di Landini
Tra i due litiganti ci guadagna la Cisl


Di Dario Di Vico

In attesa di vedere se la coalizione Landini modificherà l’offerta politica, di sicuro mette in moto dinamiche nuove nel movimento sindacale. Il congresso cgil di Rimini aveva visto trionfare Susanna Camusso ma il leader della Fiom ora rompe gli schemi. Non abbraccia l’idea delle primarie ma tenta di mettere assieme rappresentanza industriale classica e rete dell’associazionismo più vivace come Libera ed Emergency.

Il lessico di Landini per ora è confinato dentro l’universo-fabbrica e quindi dovrà aggregare mediatori culturali che gli portino in dote l’alfabeto dei territori e delle nuove forme di aggregazione giovanile. È chiaro comunque che questo percorso lo porta in rotta di collisione con la Cgil, che da una parte gli imputa di fare apprendistato politico-elettorale e dall’altra rivendica essa stessa di essere una coalizione sociale. Nella battaglia contro il renzismo - e forse in previsione della mossa di Landini - il sindacato di Susanna Camusso ha da tempo accentuato il carattere di soggetto-carovana.

Procede per campagne (contro il Jobs act o contro gli appalti al ribasso) o per iniziative-evento (l’anteprima di un film, la presentazione di un libro) e i suoi dirigenti girano in lungo e in largo il Paese per essere presenti. Si stempera il ruolo del sindacato come soggetto che elabora piattaforme, promuove vertenze, gestisce realtà di crisi. Così dopo la mossa di Landini inizierà un derby serratissimo in cui la Cgil e la coalizione Fiom si contenderanno gli stessi spazi, gli stessi interlocutori, la stessa radicalità. Un esempio? Per non farsi sorpassare la Cgil dell’Emilia-Romagna ha indetto ieri 4 inutili e ulteriori ore di sciopero contro il Jobs act.

Un ingorgo di questo genere potrà sul breve avvantaggiare la Cisl - la Uil si è cosi spostata a sinistra da non avere più campo - che già con la scelta di non partecipare allo sciopero generale di dicembre ha segnalato una sua differente propensione. Se la nuova segreteria Furlan riuscirà a innovare la cultura sindacale e produrre parole d’ordine sensate avrà davanti a sé delle praterie perché in fondo sia il governo sia la Confindustria hanno bisogno di un interlocutore credibile che organizzi idee piuttosto che scioperi.

14 marzo 2015 | 10:36
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_marzo_14/ira-cgil-pe-mossa-landini-due-litiganti-ci-guadagna-cisl-f595f564-ca19-11e4-8e70-9bb6c82f06ec.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il cambio di passo necessario per la rinascita dei piccoli
Inserito da: Admin - Marzo 28, 2015, 04:33:56 pm
La svolta
Il cambio di passo necessario per la rinascita dei piccoli
La grande flessibilità, che è stata per decenni la forza delle microimprese, non è più sufficiente per riprodurre un vantaggio competitivo quando mancano investimenti, innovazione e risorse umane Servono capitali per crescere

Di Dario Di Vico

Il richiamo di Mario Draghi all’eccessivo numero di microimprese italiane «a produttività inferiore alla media» e il dito rivolto «contro una regolamentazione che le incentiva a rimanere piccole» contribuiscono a riaprire il dibattito sulla dimensione delle aziende e lo fanno, con un timing per una volta favorevole, alla vigilia del convegno biennale dei Piccoli di Confindustria che si apre oggi a Venezia. Del resto siamo al settimo anno della Grande Crisi e mentre si intravedono segnali di ripresa è indispensabile aggiornare analisi e proposte. Questo lunghissimo scorcio di tempo è stato caratterizzato dalla decimazione delle Piccole e medie imprese italiane: una selezione darwiniana che ha visto convergere l’azione distruttiva di potenti fattori come la recessione, la globalizzazione e l’anagrafe.

Si è chiuso infatti in qualche maniera il grande ciclo antropologico che aveva visto migliaia di operai mettersi in proprio e diventare imprenditori. Quelle tute blu oggi hanno un’età elevata, spesso non sono riuscite a creare i presupposti di una buona staffetta generazionale e in dirittura d’arrivo pagano anche il prezzo della bassa scolarizzazione. La fenomenologia della crisi ci dice che nel periodo dal 2008 ad oggi sono uscite dal mercato le aziende del manifatturiero di bassa qualità e i settori che paiono aver pagato i prezzi maggiori sono sicuramente l’edilizia e l’intero ciclo del mattone, seguiti dai trasporti e dalla metalmeccanica diffusa. La grande flessibilità, che è stata per lustri la forza delle microimprese, non è più sufficiente per riprodurre un vantaggio competitivo laddove mancano investimenti, innovazione e nuovo capitale umano. È vero che i Piccoli in questi anni non si sono arresi, hanno dato vita a una strenua resistenza e hanno in qualche misura fatto anche da ammortizzatore sociale, licenziando meno di quanto il tracollo del fatturato avrebbe (purtroppo) richiesto, ma la diga non tiene più.

Fortunatamente non tutte le piccole aziende sono state spazzate via, anzi. Ed è dai «vivi» che bisogna ripartire, non dalla riproposizione delle statistiche sul numero dei «morti». I dati sulla vitalità dei distretti e sulla loro capacità di esportare dimostrano come almeno nei territori a industrializzazione diffusa il sistema si è riorganizzato in corso d’opera: le catene di fornitura si sono allungate, la specializzazione produttiva è stata affinata per tenere i concorrenti asiatici a distanza e in qualche caso i buoni rating di credito sono stati socializzati dai grandi verso i piccoli. Ed è proprio questa silenziosa metamorfosi che in qualche maniera ci regala ottimismo e ci insegna anche qualcosa nel merito delle scelte da fare. È una sorta di politica industriale implicita che si è realizzata non per una decisione centralizzata, tantomeno statale, ma per l’azione di svariati soggetti che sul territorio hanno capito per tempo cosa fare. A cominciare da ristrutturare le proprie aziende, renderle snelle e a zero sprechi.

La domanda che ci si deve porre a questo punto però è se possono bastare una riorganizzazione razionale, una combinazione intelligente di manifattura più servizi innovativi, qualche novità significativa nel campo della distribuzione o se invece si sente la necessità di cambiare passo. Per dirla tutta, speriamo proprio che non si faccia strada l’illusione di una ripresa-libera tutti e sono almeno due i motivi che lo sconsigliano. Il primo è che la ripartenza è ancora caratterizzata dalla spinta propulsiva dell’export mentre la domanda interna resta ancora depressa. Il secondo è che non tutte le imprese che sono sopravvissute fin qui hanno la garanzia di restare in piedi nei prossimi anni.

La selezione non è finita, ci si può augurare che sia meno spietata ma il ciclo della riorganizzazione della nostra offerta forse è appena cominciato. Fuori le idee, dunque. Valutiamo, ad esempio, se le norme vigenti in materia di reti di impresa e di incentivo all’aggregazione non possano essere migliorate. Qualche novità si attende dal nuovo accordo di moratoria dei debiti con l’Abi (Associazione bancaria italiana), un provvedimento sicuramente importante è quello — voluto dal ministero dello Sviluppo economico — per estendere le misure di incentivo previste per le startup alle Pmi innovative e seppur lentamente sta riprendendo un dialogo tra la finanza e i Piccoli.

Uno studio curato da Giovanni Tamburi e presentato lo scorso weekend a Vicenza ha indicato in 70-80 il numero delle imprese del Nordest che sono quotabili, più in generale sembra archiviata la stagione nella quale una condotta troppo spregiudicata dei fondi di private equity aveva creato un muro tra finanza e imprese familiari. Servono ora capitali pazienti che possano contribuire a finanziare lo sviluppo dei Piccoli e che sappiano attingere a quel risparmio che — come ha sottolineato Il Sole 24 Ore proprio ieri — supporta per meno del 10% la crescita delle imprese. È questa la discussione da fare se vogliamo dar seguito agli stimoli di Mario Draghi, il resto è déjà vu.

27 marzo 2015 | 09:53
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_marzo_27/cambio-passo-necessario-la-rinascita-piccoli-cc50527e-d457-11e4-831f-650093316b0e.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La prudenza che manca sui numeri
Inserito da: Admin - Aprile 04, 2015, 11:24:35 am
Tasse e lavoro


Di Dario Di Vico

G li italiani non credono nella ripresa imminente. A dircelo è un sondaggio sfornato proprio ieri dalla Ixè di Roberto Weber in base al quale il 63% dei nostri concittadini non vede i segnali di un’inversione di tendenza e continua a pensare che il tunnel della crisi sia ancora lungo. I risultati del sondaggio, in prima battuta, sembrano contraddittori rispetto a quanto sostengono molti tra economisti e banchieri che in ripetute occasioni hanno illustrato una tesi più rosa. Ma mentre il giudizio degli addetti ai lavori si basa sui vantaggi che cominciano a riflettersi sull’economia per alcune variabili macroeconomiche (prezzo petrolio, svalutazione euro ed effetti del quantitative easing), gli italiani si basano sull’osservazione concreta dell’ambiente attorno a sé e ne ricavano per l’appunto che la ripresa non è ripartita.

Tra i tanti fattori che influenzano l’opinione pubblica i sondaggisti dicono che ce ne sono due prevalenti: l’andamento delle tasse e le dinamiche del mercato del lavoro. Proprio osservando entrambi questi indicatori gli italiani ne ricavano una sensazione pessimistica e il caso ha voluto che le ultime due rilevazioni dell’Istat abbiano finito per confermarla, quella sul tasso di disoccupazione di febbraio 2015 diffusa nei giorni scorsi e quella sulla pressione fiscale 2014 emessa ieri. In entrambe le occasioni il dato Istat avalla lo scetticismo degli italiani e in qualche modo smentisce l’ottimismo ostentato dal governo, come nel caso del ministro Giuliano Poletti che aveva parlato di un milione di posti di lavoro in arrivo il giorno prima dei dati negativi di febbraio. L a scaramanzia, se non la conoscenza dei fatti, dovrebbe consigliare più prudenza e comunque è chiaro che indulgere a messaggi eccessivamente «rotondi» non favorisce, in questa fase, il rapporto con i cittadini.

In particolare, per quanto riguarda il mercato del lavoro, il governo dovrebbe sapere che gli effetti del combinato disposto tra ripresa e Jobs act non saranno immediati: Pietro Nenni non trovò mai la stanza dei bottoni semplicemente perché non esiste e comunque l’economia ha sue dinamiche che non sono riconducibili al puro comando politico.

Non va dimenticato, ad esempio, che l’aumento della produzione industriale, laddove si verifica, comporta nel breve il riassorbimento della cassa integrazione e non crea nuovi posti di lavoro. Sappiamo inoltre che la decontribuzione favorirà la conversione di contratti precari in contratti a tutele crescenti, ma non possiamo pensare di determinarne dall’alto tempi e quantità.

Se dal lavoro rivolgiamo poi l’attenzione alla pressione fiscale non possiamo non guardare con allarme al 43,5% su base annuale e al 50,3 nell’ultimo trimestre del 2014 comunicati ieri dall’Istat, che consolidano l’impressione che gli italiani hanno avuto sugli effetti perversi della somma di nuovi tributi locali, accise e Iva.

Il governo replica che gli 80 euro non vengono contabilizzati come taglio delle tasse, bensì come spesa sociale (e si spiega così il dato sull’aumento delle uscite per +0,8%), ma la sensazione che resta è una: tutta quell’operazione ha sicuramente dato a Renzi un dividendo politico (alle Europee) ma non ha prodotto lo stesso esito in campo economico. È mancata la capacità di gestirla in maniera fruttuosa, si è pensato più a cavalcare l’elemento politico-propagandistico che a curare la trasmissione di quel taglio ai consumi e all’economia reale. Governare è più difficile che tener botta a un intervistatore.

3 aprile 2015 | 07:37
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_aprile_03/prudenza-che-manca-numeri-96c91756-d9c2-11e4-9d46-768ce82f7c45.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Evitare gli scioperi nel trasporto pubblico Una proposta che...
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2015, 05:52:35 pm
ANALISI COMMENTI Il corsivo del giorno

Evitare gli scioperi nel trasporto pubblico
Una proposta che aiuta la convivenza civile


Di Dario Di Vico

Era ora. Il governo per bocca del ministro Graziano Delrio nell’intervista di ieri al Corriere ha annunciato che adotterà misure «più stringenti» per evitare che (almeno) durante l’Expo e il Giubileo si possano proclamare e attuare scioperi - più o meno selvaggi - nel trasporto pubblico.

Era ora perché più di qualche osservatore aveva messo in luce da tempo come l’intero meccanismo che dovrebbe regolare la materia fosse andato in tilt.

I sindacati di categoria indicono ormai da qualche anno agitazioni quasi sempre calendarizzate di venerdì senza aver nessuna chance che le loro rivendicazioni possano essere accolte (per lo stato di dissesto dei conti delle controparti), i vertici confederali di Cgil-Cisl-Uil si comportano alla Ponzio Pilato e fanno finta di non saperne nulla, l’autorità garante che dovrebbe presiedere alla regolarità del settore è praticamente inutile e tutta questa deresponsabilizzazione viene alla fine pagata dagli utenti. Che sono costretti molte volte a perdere a loro volta una giornata di lavoro, anche perché in un mondo dove crescono le occupazioni autonome e i mezzi lavori il meccanismo delle fasce orarie ha sempre meno senso e si è rivelato una mera foglia di fico.

La questione si sarebbe dovuta affrontare da tempo e se il governo si è deciso a cambiare passo è solo perché teme che durante i grandi eventi possa succedere qualcosa di veramente irreparabile.
Meglio così che continuare a far finta di niente.
Ora è auspicabile che da parte sindacale si dimostri ragionevolezza e, come si sta facendo a Milano, si negozi una tregua.
I lavoratori hanno tutti i diritti di difendersi e di rinnovare i loro contratti, devono capire però che non possono danneggiare impunemente l’utenza. Si tratta, caso mai, di trovare nuove forme di lotta e di cercare l’appoggio solidale dei viaggiatori invece di continuare a contrapporsi ad essi quasi fossero degli avversari da colpire fino allo stordimento.

20 aprile 2015 | 09:35
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Titolo: Dario DI VICO - Cultura, grattacieli, cambiamenti Grigia? No, ora Milano è...
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2015, 04:27:09 pm
L’analisi
Cultura, grattacieli, cambiamenti Grigia? No, ora Milano è frizzante
Con l’immagine della città si sta modificando anche la sua percezione all’estero


Di Dario Di Vico

Dalle guglie del Duomo a quelle dell’Unicredit tower. Un’intera pagina sul Financial Times per descrivere il «Milan’s makeover», la trasformazione della città che ospita l’Expo. L’autrice e corrispondente del giornale, Rachel Sanderson, racconta la realtà di una città che grazie ai progetti di Porta Nuova e Citylife sta cambiando il suo skyline e si sta dando una nuova identità.
L’architettura, dunque, come metafora di un ritrovato dinamismo. Aprono musei, bar, coffee shop, ristoranti di qualità e scandiscono con la loro attività un processo grazie al quale Milano non è più la Cenerentola del cosiddetto fashion quartet ma riduce le distanze che la separano dai tre grandi centri della moda mondiale ovvero Parigi, Londra e New York. «È bello poter raccontare ai newyorchesi che vengono in Italia che a Milano ci sono tante cose nuove da vedere» dichiara Susy Gariboldi, un’anglo-americana che ha sposato un italiano e vive al nono piano del Bosco Verticale, le torri residenziali disegnate dallo studio Boeri per il complesso di Porta Nuova.

Marciapiedi per bambini
Sta cambiando all’estero la percezione di Milano? Non è più la città «grigia e triste» che la stessa Sanderson dice di aver conosciuto negli anni passati prima di scappare a Roma e poi tornare? «Sembra proprio di sì - risponde Leopoldo Freyrie, milanese e presidente dell’Ordine nazionale degli architetti -. Porta Nuova ha avuto un effetto positivo anche per come si è occupata dello spazio pubblico. Dal Duomo fino a piazza Gae Aulenti è nata una lunghissima passeggiata che i milanesi hanno fatta loro. E l’aria frizzantina che si respira in città è dovuta proprio a queste novità». Che le cose stiano cambiando lo conferma anche Federico Marchetti, amministratore delegato di Yoox che si è fusa di recente con un altro leader dell’e-commerce, la londinese Net-à-porter: «Le sensazioni su Milano sono positive e l’articolo del Ft lo testimonia. Da cittadino vedo anch’io dei miglioramenti, non solo grattacieli ma anche marciapiedi a misura di passeggini per bambini». Per avere però un test più veritiero sull’opinione degli stranieri «bisognerà aspettare qualche mese, inglesi e americani verranno per le sfilate della moda a giugno e a settembre e allora sapremo se questo nuovo giudizio positivo si sarà sedimentato».

Anche per Vittorio Colao, che dal quartier generale di Londra dirige la Vodafone, dopo 30 anni di inerzia «i segni del cambiamento sono visibili, c’è apertura alla modernità, integrazione tra vecchio e nuovo. Mi capita a Milano persino di sbagliare strada e vuol dire che ci sono tante novità». Ma attenzione, avverte il manager: «Bisogna risolvere il problema dei muri sporchi di graffiti, oggi danno un’impressione da città del Terzo Mondo in preda alle gang. Un segnale incoerente con tutto quanto di buono si sta facendo».


Ancora troppi vincoli
Francesco Micheli, imprenditore e presidente del festival di musica Mi-To sottolinea come i mutamenti «siano dovuti a fattori spontanei e a un nostro certo DNA, non certo ad azioni concertate dalla politica locale o nazionale». L’architettura, poi, ha un impatto mediatico forte e non è paragonale all’arte o alla musica contemporanea nella capacità di ridefinire l’immagine di una città. «Piazza Aulenti si è giovata di un approccio esperenziale. Del resto la società si apre e l’offerta di cultura non può rimanere ancorata a vecchi canoni, deve sapersi far ascoltare e far partecipare».
Se la percezione di Milano è in via di mutamento i nostri interlocutori pensano che sia questa l’occasione per far meglio e avanzano qualche consiglio. Per Freyrie l’innovazione urbana non deve restare elitaria ma investire anche periferie e semi-periferie: «Si costruisca social housing ma lo si integri con le funzioni della città». Colao sostiene che una nuova identità è legata anche all’illuminazione durante la notte e qui c’è ancora molto da lavorare. Micheli invita a non illudersi sugli investimenti stranieri. «È vero che è arrivato il fondo sovrano del Qatar a Porta Nuova ma non c’è ancora un vero flusso di capitali. Gli stranieri ancora non investono perché ci sono troppi vincoli».

10 maggio 2015 | 10:02
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Da - http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_maggio_10/cultura-grattacieli-cambiamenti-grigia-no-ora-milano-frizzante-79080f22-f6e8-11e4-bdc6-f010dce69e19.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il confronto sui valori Le due carte di Milano che parlano al...
Inserito da: Admin - Maggio 11, 2015, 10:43:31 am
Il confronto sui valori
Le due carte di Milano che parlano al mondo

Di Dario Di Vico

Si può dire che da venerdì sera esistono due Carte di Milano. La prima, la più nota, è un documento corposo sull’alimentazione e la nutrizione ed esprime le idee di quanti hanno creduto a un’edizione dell’Expo interamente dedicata al cibo e l’hanno preparata nei suoi contenuti-chiave. È una piattaforma che affronta coraggiosamente alcuni nodi cruciali della vita del pianeta, della sua sostenibilità e li prende di petto.

Un esempio si impone su tutti: la popolazione affetta da cattiva nutrizione ammonta nel mondo all’incirca a 805 milioni di persone e coesiste con la cifra-monstre di 2,1 miliardi tra obesi e in sovrappeso. È una contraddizione micidiale che forse più crudamente di altre fotografa le disuguaglianze e i paradossi dell’epoca che viviamo. A tratti la Carta di Milano potrà anche sembrare ingenua - la stessa ingenuità che viene rimproverata a papa Francesco - ma il tentativo che compie va nella giusta direzione. L a Carta punta in prima battuta quantomeno a riavvicinare le grandi istituzioni internazionali ai popoli, a mettere in connessione chi deve produrre soluzioni con chi ha il compito di rappresentare i problemi.

La prima Carta di Milano ha anche un altro merito che si può rivelare cruciale dopo l’angoscioso Primo Maggio milanese: contiene al suo interno differenti opzioni e consente quindi una vera dialettica tra gli opposti. Non esiste un pensiero unico dell’Expo come vogliono far credere gli improvvisati critici dell’ultimo momento, dentro la Carta di Milano c’è più coscienza critica di quanta la contestazione contro l’evento milanese sia riuscita finora a produrre.

L’impegno di personalità come Vandana Shiva e Carlin Petrini garantisce poi, grazie alla loro comprovata onestà intellettuale, un confronto dagli esiti tutt’altro che scontati. C’è solo da augurarsi che il dibattito sui contenuti abbia il rilievo che merita nei sei mesi dell’Expo e che accenda attorno a sé interesse e - perché no? - contrasto di idee. È obiettivamente vantaggioso per tutti che l’evento milanese non si riveli solo un grande parco divertimenti per adulti e bambini, una sorta di Disneyland in zona Rho-Pero.

La seconda Carta di Milano è quella che i cittadini delle strade attorno a piazza Cadorna hanno iniziato a scrivere appena i luoghi della loro vita quotidiana venerdì nel tardo pomeriggio sono state liberati dall’oppressiva presenza dei black bloc. Le valutazioni del giorno dopo ci suggeriscono che le forze dell’ordine hanno fatto bene a muoversi con cautela e ad evitare che potesse accadere l’irreparabile ma l’onta andava lavata. E così è stato, nella maniera più letterale, più spontanea e insieme civile che fosse possibile immaginare. Quella che ci piace pensare come la seconda Carta di Milano ci parla, dunque, dell’orgoglio di una comunità che vanta dietro di sé grandi tradizioni di coesione sociale e altrettanto larghe ambizioni di recitare un ruolo nel mondo di oggi. Le due cose devono andare assieme, non ha senso contrapporle. Non esiste un km zero delle idee.

Ai nostri figli vanno date più chance globali ed è questa la modalità moderna per creare coesione sociale. Con tutto il rispetto della tradizione sindacale non è con la moltiplicazione dei tavoli di concertazione e/o degli scioperi che tratterremo in Italia i nostri talenti e sapremo attrarre quelli stranieri. Dobbiamo creare occasioni di crescita economica/culturale e l’Expo, senza volerne esagerare la portata, è una. Quella che abbiamo a disposizione ora e non dobbiamo assolutamente sprecare.

La seconda Carta di Milano è in continuità con la storia di una città che è stata culla dei grandi riformismi del Novecento e che nel secolo nuovo a tratti ci è apparsa spaesata, come bloccata da una sorta di complesso del vorrei-ma-non-posso. È una città che ogni anno puntualmente si accende e si apre al mondo per la settimana del Salone del Mobile e poi soffre di incredibili amnesie.

Le responsabilità sono sicuramente di una classe dirigente che non riesce dare continuità alla sua azione, che è globale a singhiozzo. Dalle cose che stanno avvenendo in questi giorni in città però abbiamo la conferma che esiste un serbatoio di valori e di energie ineguagliabili. Grazie a loro Milano è e sarà città aperta.

3 maggio 2015 | 12:28
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Da - http://milano.corriere.it/notizie/politica/15_maggio_03/due-carte-milano-che-parlano-mondo-35340844-f177-11e4-a8c9-e054974d005e.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Sindacati e imprese Le buone pratiche da seguire
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2015, 11:01:15 am
Sindacati e imprese
Le buone pratiche da seguire

Di Dario Di Vico

Il dibattito che periodicamente si apre in Italia sul futuro della rappresentanza dei lavoratori e delle imprese a volte rischia di evocare la famosa Corazzata Potemkin nella lucida rilettura fattane da Fantozzi. Manca quasi sempre il riferimento all’economia reale e alle sue necessità. Si parla solo di nuove leggi e si discute con il preciso scopo di litigare. E invece nella fase che viviamo, a cavallo tra recessione e ripresa, si sente la necessità di orientare gli sforzi di tutti in una comune direzione. Anche perché il terreno è cambiato e continua a cambiare sotto i nostri piedi: come sottolineano gli economisti e gli esperti più avveduti molte delle caratteristiche negative che abbiamo attribuito una tantum alla Grande Crisi sono destinate invece ad accompagnarci anche dopo la sua fine. Ci sono mutamenti dei mercati e del funzionamento delle economie che abbiamo appena incominciato a conoscere in questi anni e che è difficile vengano riassorbiti.

Un peso importante in questi cambiamenti lo giocano le tecnologie che non solo tagliano lavoro in molti nuovi ambiti, ma spostano potere decisionale all’interno dei mercati. Basta pensare alle piattaforme distributive online e le novità che sono destinate a produrre nei servizi, nella comunicazione e più in particolare nel commercio.

A monte avremo quindi cicli produttivi più corti e nervosi, decisioni di investimento più repentine che magari conviveranno con il ritorno dall’estero di lavorazioni, rincorreremo la qualità come tratto identitario della nostra presenza industriale. È in questo contesto che va collocata la riflessione sulle relazioni industriali/rappresentanza e fortunatamente ci sono già esperienze che si sono misurate con queste discontinuità e hanno proposto valide ricette. Sicuramente il caso Fca merita un’attenzione maggiore e un’analisi che non sia solo determinata dai pregiudizi su Sergio Marchionne, ma la meritano anche le intese che in Emilia si sono concluse nelle aziende dell’automotive di proprietà tedesca. Come dimenticare poi l’ampio spettro di temi e soluzioni proposti dall’esperienza Luxottica, quella che può essere considerata la madre del neoriformismo industriale italiano.

Siccome le buone pratiche generano emulazione, in questi anni sono stati conclusi nelle fabbriche - al riparo dalle burocrazie sindacali - numerosi accordi finalizzati a regolare in maniera moderna la lotta agli sprechi, le norme antiassenteismo, la partecipazione alla gestione dei flussi produttivi e questi negoziati hanno trovato nell’estensione del welfare aziendale una nuova modalità di scambio. È probabile che si tratti di intese che dal punto di vista letterale sono ancora indietro rispetto ai problemi che le «economie nervose» del post crisi ci porranno; hanno però già fatto proprio lo spirito giusto. Tentano di tradurre in fatti concreti una visione comune tra azienda e lavoratori sulla qualità delle produzioni e su una prestazione lavorativa che tende a responsabilizzare i dipendenti sui risultati. Non è poco, tra tante rivoluzioni culturali auspicate, celebriamone una che forse ha vinto.

La politica ha poco tempo per sondare davvero la società e il premier disintermediatore, pur visitando i siti produttivi del Paese più di qualsiasi predecessore, cede talora alla tentazione di confezionare in fretta e furia lo slogan del giorno (avrebbe dovuto, per esempio, essere più cauto sugli effetti dell’integrazione Indesit-Whirlpool). Così il prossimo 28 Renzi ha scelto di recarsi a Melfi proprio con Marchionne e di disertare l’assemblea annuale di Confindustria. I cronisti raccontano che l’ha giurata al presidente Giorgio Squinzi per un giudizio eccessivamente critico nei confronti dell’azione di governo. Tutto sommato però non è un gran problema. Caso mai è importante che in quella sede Confindustria tenga fermo il punto che ha annunciato: l’impegno a rimodulare la contrattazione allontanandola da Roma e avvicinandola ai lavoratori e al mercato. Del resto non è stata Marcella Panucci, direttore generale di viale dell’Astronomia, a dichiarare di recente ai microfoni di Radio24 «A me il modello Marchionne piace»?

25 maggio 2015 | 08:31
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_maggio_25/buone-pratiche-seguire-65dee54c-02a0-11e5-955a-8a75cacacc9d.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Compito delle imprese è diventare grandi
Inserito da: Admin - Giugno 02, 2015, 11:59:07 am
CONFINDUSTRIA
Compito delle imprese è diventare grandi

Di Dario Di Vico

G li esperti attendono i dati di agosto del Pil del secondo trimestre per capire quanto sia robusta la ripresa in corso e di conseguenza quali aspettative sia giusto nutrire. Ma al di là di quel responso - pur importantissimo - emerge sempre più chiaramente che abbiamo bisogno di rafforzare il nostro sistema delle imprese e di aumentare il numero delle aziende capaci di solcare i mari globali. È con questo convincimento che molti osservatori, compreso chi scrive, sono andati ieri ad ascoltare Giorgio Squinzi alla prese con la relazione della sua ultima assemblea annuale da presidente degli industriali. Va detto subito che Squinzi ha letto un buon documento. Il merito che gli va riconosciuto è di aver aggiornato la riflessione confindustriale in materia di relazioni industriali e di aver aperto la porta a quelle «soluzioni innovative in azienda», che se oggi sono solo delle buone pratiche - forse un tantino isolate - devono diventare lo standard della contrattazione di domani. Di un negoziato che si metta definitivamente alle spalle l’alfabeto tradizionale e ne scriva uno nuovo per valorizzare le esperienze di dialogo, responsabilizzazione e partecipazione. È interessante anche che Squinzi abbia, per la prima volta in un’assise ufficiale della Confindustria, aperto alla novità del welfare aziendale definendolo giustamente «il terreno più sfidante delle moderne relazioni industriali».

Il compito del presidente non era agevole anche perché doveva rispondere ai rilievi che solo 48 ore prima il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, aveva rivolto proprio al sistema delle imprese scrivendo nelle Considerazioni finali che «l’attività innovativa in Italia è meno intensa che negli altri principali Paesi avanzati, soprattutto nel settore privato». Visco aveva anche aggiunto come fosse molto inferiore rispetto ai partner europei «la capacità delle imprese italiane di svolgere attività di ricerca e sviluppo al loro interno e di collaborare con università e altre istituzioni di alta formazione». Con molto fair play Squinzi ha replicato sostenendo, con passaggi convincenti e di buona fattura, che in Italia l’industria è stata e resta il vero presidio della modernità. Tanto che «ai più giovani dobbiamo raccontare che noi siamo stati e saremo protagonisti e non comparse della storia dell’industria mondiale, quella già scritta e quella che è ancora da scrivere». Non si può non essere d’accordo, ma è anche legittimo chiedersi se sia solo questa la risposta da dare, non tanto al Governatore quanto a un’opinione pubblica più ampia. Credo che la qualità e le potenzialità della nostra cultura manifatturiera siano alte e magari, proprio per la nostra capacità di mixare grande e piccolo, troveremo prima di altri il terreno della migliore collaborazione possibile tra le aziende-madri e i nuovi fab-lab. Tutto ciò però non basta se non sapremo aprire le aziende, se non faremo quella che l’economista Luigi Zingales ha avuto modo di chiamare «l’abolizione dell’articolo 18 del capitale», ovvero il superamento dei vincoli che bloccano la ricerca di risorse e soci necessari per crescere. Le condizioni ci sono, quella che sembra mancare ancora è la cultura. Potrà sembrare un paradosso, ma da un lato gli italiani anche in questa stagione di vacche magre non hanno smesso di risparmiare e dall’altro le banche fanno

sapere che avranno difficoltà a sostenere economia e imprese come facevano un tempo. Come se ne esce visto che abbiamo bisogno di rafforzare il sistema industriale e aumentare il numero delle multinazionali tascabili?

In un passaggio del suo discorso Squinzi ha chiesto «un abito su misura fatto di credito e finanza» per le piccole e medie aziende che vogliono correre. Tuttavia non ha mai citato la Borsa. È singolare come non si riesca ad aprire un vero canale di collegamento tra Confindustria e Piazza Affari, eppure oggi la strumentazione offerta per approdare sui mercati finanziari è molto più ampia che in passato e di abiti - magari non proprio su misura - ne esistono. Aggiungiamone ancora uno, se è il caso, nel frattempo però va organizzata una pubblica discussione su come portare capitali pazienti agli imprenditori che lo meritano, come convincerli ad aprirsi e quale debba essere il ruolo degli intermediari finanziari e delle stesse banche. Se Squinzi ieri avesse inaugurato questo forum avrebbe mostrato ancora una volta quel coraggio che lo ha portato negli anni a fare della Mapei un vero gioiello.

P.S. Secondo le anticipazioni diffuse da fonti ufficiali, nel testo del presidente a proposito di relazioni industriali avrebbe dovuto esserci un accenno alla possibilità di derogare ai contratti nazionali di lavoro. Un’affermazione che avrebbe dato pienamente ragione ex post a Sergio Marchionne e forse per questo motivo è stata accantonata. Però il gruppo dirigente della Confindustria sembra comunque intenzionato a percorrere questa strada. Vedremo.

29 maggio 2015 | 08:32
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_maggio_29/compito-imprese-diventare-grandi-79ff6c08-05c1-11e5-93f3-3d6700b9b6d8.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La lega e gli imprenditori La (difficile) via di Salvini dalla..
Inserito da: Admin - Giugno 09, 2015, 11:30:21 am
La lega e gli imprenditori
La (difficile) via di Salvini dalla ruspa alla proposta

Di Dario Di Vico

Possiamo tranquillamente catalogarle come prove tecniche di Salvinomics. Alla fine il leader leghista ha utilizzato l’appuntamento di Santa Margherita Ligure con i Giovani Imprenditori come un primo test sulla lunga strada che dovrebbe portarlo a guidare un centrodestra unito. Non è un caso che abbia intercalato il suo intervento con diversi «sto leggendo» e «sto studiando». E in effetti, dai segnali che si colgono, Salvini ha intenzione di mettere a punto in tempi brevi le sue proposte su Fisco e welfare in modo da sostenere una sorta di cammino politico dalla ruspa alla proposta. La scelta di fondo è quella del No euro e le tesi che il segretario apprezza sono quelle dell’economista fiorentino Alberto Bagnai, collaboratore del Giornale e del Fatto Quotidiano. Salvini è durissimo nei confronti della Ue così come è ostile verso entrambe le superpotenze economiche, Usa e Cina.

La sua vicinanza a Vladimir Putin non si esaurisce, infatti, nella critica alle sanzioni economiche ma va ben al di là. Non vuole che gli europei firmino il Ttip, il trattato di libero scambio tra il Vecchio Continente e l’America mentre nei confronti della Cina Salvini nutre una diffidenza a tutto campo, dalla denuncia della contraffazione dei prodotti made in Italy fino ad opporsi all’approfondimento dei rapporti tra Bruxelles e Pechino.

Parlando ai giovani industriali il leader leghista si è mostrato pragmatico quando ha sottolineato come nel 2015 non ci sia più niente da inventare e si tratta solo di scegliere le policy giuste copiandole dai Paesi nelle quali hanno funzionato. Un ragionamento che vale per la Scozia «che non fa pagare tasse alle imprese nei primi tre anni» ma soprattutto per la flat tax ad aliquota unica del 15% per contribuenti e imprese. Come già scritto la nuova imposta causerebbe una diminuzione di gettito di 40 miliardi l’anno che i consiglieri di Salvini sostengono possa essere coperta con un’emersione di attività «grigie» e con un sanatoria dei pagamenti all’erario incagliati. I leghisti sostengono anche l’abolizione degli studi di settore e dell’obbligo dei pagamenti con il bancomat. In materia di welfare il segretario è fermamente contrario all’introduzione del reddito di cittadinanza che - a differenza di Roberto Maroni - considera «una forma di anestesia generale» che assomiglia molto ai provvedimenti degli 80 euro renziani. Secondo i suoi ragionamenti se dessimo spazio a provvedimenti di questo genere nel giro di 10/20 anni ci troveremmo con gli italiani a casa con il sussidio e gli stranieri che lavorano per pagare lo stato sociale di un Paese sempre più povero. Un’idea che Salvini caldeggia e sulla quale sta ancora lavorando - infatti non ne ha parlato ieri - è una riforma previdenziale che riguarda i giovani con un’anzianità contributiva fino a 10 anni per garantire loro un assegno sicuro e contemporaneamente non appesantire il carico previdenziale di chi assume. Al datore di lavoro verrebbe chiesta una contribuzione fissa di 5 mila euro sganciata dal calcolo percentuale sulla retribuzione.

Un secondo capitolo importante della Salvinomics riguarda proprio le aziende e se non è la fatidica promessa della luna poco ci manca. I provvedimenti a cui gli uomini che con lui stanno pensando riguardano innanzitutto una totale deducibilità dei costi di impresa, la lista comincia dalle spese per l’innovazione ma si va ben oltre. Si passa poi all’abolizione dell’Imu agricola e quella per i fabbricati e i capannoni destinati ad attività di impresa nei primi 5 anni o in presenza di perdita d’esercizio. Si finisce con l’Irap della quale Salvini vuole l’abolizione totale, anche se prevede un primo step esentando quelle imprese che anche in questo caso chiudono il bilancio in passivo. En passant va segnalato anche che si chiede l’abbassamento dell’aliquota Iva al 4% per tutti i prodotti di filiera italiana per agevolare il consumo di prodotti nazionali e contrastare la concorrenza sleale (cinese).

Accanto a materie e capitoli che investono direttamente gli interessi dei tradizionali mondi di riferimento del leghismo (artigiani e commercianti) il segretario ha usato il meeting dei Giovani Imprenditori per dare qualche anticipazione sulla sua visione di politica del credito proponendo la separazione tra banche d’affari e banche commerciali motivandola con il principio che i risparmiatori devono sapere e i loro soldi vengono investiti per sostenere le imprese o usati per speculazioni finanziarie. Sorprendentemente però Salvini non è in disaccordo, in via di principio, con la creazione di una bad bank che dovrebbe accollarsi le sofferenze bancarie, a patto però che ciò non si riveli un regalo ai grandi gruppi industriali ma che privilegi famiglie e piccoli imprenditori. Siamo in una primissima fase e di conseguenza l’elaborazione leghista risente di numerose approssimazioni ma per come si configurano oggi le varie proposte l’impressione è che si tratti di una piattaforma programmatica tesa a supportare le prossime sortite televisive del leader più che di una coerente (e credibile) elaborazione di governo.

6 giugno 2015 | 15:30
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_giugno_06/difficile-via-salvini-ruspa-proposta-a08dfdd2-0c4f-11e5-81da-8596be76a029.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il caso Blatter non va considerato una questione che riguarda...
Inserito da: Admin - Giugno 16, 2015, 11:22:29 pm
Calcio e politica
Dobbiamo rassegnarci così?
Il caso Blatter non va considerato una questione che riguarda esclusivamente un mondo autoreferenziale, corrotto e governato da piccoli tiranni

Di Dario Di Vico

Non sottovalutate il caso Joseph Blatter, né quello che è avvenuto in questi giorni al vertice del calcio mondiale. O quantomeno non consideratelo una questione che riguarda esclusivamente un mondo autoreferenziale, corrotto e governato da piccoli tiranni. Nella crisi (profonda) degli organismi sovranazionali - quelli che nelle pie intenzioni avrebbero dovuto mettere in riga la globalizzazione - associazioni come la Fifa hanno accumulato un potere enorme grazie al fatto che possono disporre della localizzazione preferenziale di eventi-clou come i Mondiali di calcio.

Eventi che a loro volta influenzano potentemente gli equilibri interni e il posizionamento internazionale dei Paesi che sono disposti a pagare per ospitarli. Le varie Fifa nel tempo hanno conosciuto un profondo e paradossale mutamento di pelle, perché da un lato hanno perso il loro carattere orizzontale-associativo e si sono di fatto verticalizzate e privatizzate. Dall’altro però hanno perso quasi in parallelo la loro contendibilità, anzi sono entrate nell’orbita di oligarchi che si sono assicurati, come lo svizzero Sepp Blatter, la possibilità di esercitare una carica pressoché a vita. Sia chiaro: ciò non avviene solo a livello internazionale o nel mondo del football ma anche in ambiti più ristretti e nazionali possiamo facilmente individuare meccanismi simili e associazioni che hanno subito questa deriva, diventando preda di altrettanti padri-padroni quasi sempre assistiti da fidati e silenziosi tesorieri.

Tornando alla Fifa stupisce che l’autocrate Blatter abbia potuto in questi anni collaborare con le Nazioni Unite ricevendone una legittimazione internazionale che sarebbe stato meglio negargli. Lo svizzero deve la sua straordinaria carriera a un meccanismo perverso, figlio insieme della globalizzazione e di quella che avrebbe dovuto essere la democratizzazione degli organismi sovranazionali.
In un passato pieno di ingenuità e speranze in molti avevano pensato che l’afflusso dei nuovi Paesi africani e asiatici avrebbe aperto le associazioni, avrebbe dato vita a una nuova dialettica e avrebbe così temperato la storica predominanza - e gli errori di sufficienza - dei grandi Paesi occidentali. Purtroppo non è andata così: i Blatter di turno sono riusciti a manipolare i nuovi votanti e costruire attorno al proprio dominio delle larghe e oscure costituency tenute insieme dal sapiente dosaggio di poltrone, prebende e altri strumenti di corruzione.

Come dimostra l’incredibile scalata di Jeffrey Webb, presidente della Federazione calcio delle Isole Cayman, che ha potuto accumulare nel tempo una dozzina di cariche che lo mettono in grado di metter bocca su finanza e assegnazione dei Mondiali.
Va da sé che il movimento calcistico che ha espresso Mister Webb equivale come numeri a un oratorio di una media città italiana. È grazie a personaggi e coperture di questo tipo che Blatter ha potuto lucrare finora, gli sarebbe stato molto più difficile assemblare (e asservire) una maggioranza composta dai Paesi europei esposti in qualche maniera alla trasparenza chiesta e praticata dai media.
Dobbiamo quindi rassegnarci all’immobilismo perpetuo e alla vittoria del tiranno? Se i meccanismi di governance del calcio mondiale continuano a restare manipolabili una speranza può venire dalla reazione degli sponsor, l’altro vero potere forte.
Qualche segnale di maggiore attenzione alla reputazione sembra filtrare e quantomeno si parla di una possibile pausa di riflessione, ma stiamo parlando di aziende che agiscono in concorrenza tra loro e che difficilmente possono essere ricondotte a un codice di comportamento comune. Finora almeno è stato così.

30 maggio 2015 | 08:47
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Da - http://www.corriere.it/sport/15_maggio_30/dobbiamo-rassegnarci-cosi-c9bd99ba-0696-11e5-8da5-3df6d1b63bb7.shtml


Titolo: Dario DI VICO Se l’immigrazione diventa la leva per scalare il Comune di Milano
Inserito da: Admin - Giugno 21, 2015, 05:24:24 pm
L’analisi le elezioni del 2016
Se l’immigrazione diventa la leva per scalare il Comune di Milano
Il disagio degli impiegati pubblici, da sempre bacino del Pd, e dei quartieri popolari
In questa fase i dem sono in sintonia con la cosiddetta galassia delle competenze

Di Dario Di Vico

Spulciando negli annali si scopre che il risultato di Alessandra Moretti (22,7%) in Veneto è inferiore alla sconfitta del Fronte Popolare che nel ’48 si fermò al 23,9%. La giornalista Alessandra Carini ha scritto che, visti i candidati, il Pd avrebbe perso anche contro Topo Gigio. Le analisi sono così feroci perché solo sei mesi fa il partito di Matteo Renzi esaltava la raggiunta «contendibilità» del Veneto e il premier validava quest’analisi con una presenza costante nelle fabbriche e nelle assemblee confindustriali. Eppure anche stavolta la sinistra ha segnato il passo in una terra che resta ostile e che sembra respingerla antropologicamente. La lista degli errori è lunghissima e le distanze tra centrodestra e Pd appaiono così larghe che anche un candidato più testato, come il sindaco di Vicenza Achille Variati, avrebbe perso comunque. Consumato il flop c’è poco da fare se non costruire un’opposizione di buon senso al governatore Luca Zaia, che ha promesso un secondo mandato più interventista del primo dipanatosi all’insegna del quieta non movere.

Ma l’onda della débâcle veneta si proietta già sul prossimo e più importante confronto del Nord, la scelta nel 2016 del sindaco di Milano. Fino a qualche settimana fa c’era la convinzione che il vincitore delle primarie Pd avrebbe avuto la strada spianata, ora invece è spuntata la paura perché il ciclo del renzismo vittorioso si è arrestato e in parallelo sono salite le quotazioni del milanese Matteo Salvini. Va da sé che la composizione sociale milanese è assai diversa da quella veneta e il Pd è in questo momento il partito in sintonia con le trasformazioni di un corpo sociale che, superate le vecchie classi, può essere mappato solo per grandi aggregati. Scemato il ruolo della borghesia economico-finanziaria è la grande galassia delle competenze a ricoprire in città un ruolo guida e a rilanciare l’idea di una Milano capace di scalare le graduatorie europee.

Una galassia che ha come esponenti di punta le archistar, i grandi medici, il top della consulenza d’industria e persino gli chef e che è molto esigente sulle policy ovvero le scelte concrete. Non si accontenta di sentir pronunciare ogni due frasi la parola «innovazione», cerca soluzioni vere per problemi veri. Il terziario moderno ha però anche una sua faccia in ombra, quella che corrisponde alle migliaia di freelance attratti dalla modernità di Milano e che scontano ogni giorno la contraddizione di possedere alto capitale umano e basso reddito.

Con questi mondi il Pd dialoga e la Leopoldina dello scorso sabato allo Spazio Ansaldo ne è stata la riprova. Dialoga mostrando rispetto per le competenze, incoraggiando i professionisti a partita Iva, facendo proprie tutte le nuove culture come lo sharing , il movimento dei coworking oppure le social street che operano su Facebook come nuovi comitati di quartiere. Accanto ai nuovi segmenti il centrosinistra milanese ha anche un radicamento tradizionale in un altro grande aggregato cittadino: l’impiego pubblico della scuola/università, degli ospedali, degli enti locali e delle municipalizzate. È un popolo che con il renzismo ha un rapporto conflittuale e alle parole d’ordine verticali sulle sfide di Milano 2020 preferisce un lessico più bersaniano, teso a ribadire i valori orizzontali e coesivi della sinistra. Eppure pur potendo in teoria il Pd sommare ceti innovativi e tradizionali la partita del consenso a Milano è aperta. La sfida viene dal basso, dalla geografia sociale del degrado urbano. Milano è una città cosmopolita che non ha vissuto contrapposizioni radicali all’immigrazione, ha cercato di metabolizzare i nuovi arrivati come aveva fatto negli anni 60.

Ci sono però segnali di slittamento di questa mentalità e il terreno più delicato dove si manifestano è la condivisione dei servizi. Vale per alcune linee del trasporto urbano di superficie, per la metro nelle ore del dopocena, vale per le scuole dove il numero dei bambini italiani e stranieri è in equilibrio. Vale certamente per la sicurezza. In tutti questi casi quando la gestione pubblica non riesce ad evitare cadute di qualità il milanese le vive come segno di una retrocessione e finisce per reclamare una differenza tra sé e gli stranieri che non vede più. Non è un rifiuto dell’accoglienza quanto una misurazione severa dei costi della solidarietà. È ovvio che elettoralmente si tratta di un terreno fertile per la nuova Lega di Salvini e un test lo abbiamo già avuto con la propaganda delle ruspe.

Il rischio per il Pd è di vedere sconfitta la retorica dell’innovazione da un centrodestra monotematico che punta sull’immigrazione come tallone d’Achille del renzismo meneghino. E che una volta aggregato il disagio dei quartieri popolari più esposti parta da questa base per conquistare l’elettorato moderato e fare bingo.

@dariodivico
20 giugno 2015 | 08:54
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_giugno_20/immigrazione-diventa-leva-scalare-comune-milano-47158436-1718-11e5-86ef-d7e3d30aa75b.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I tappi alla ripresa Ecco perché cresciamo troppo poco
Inserito da: Admin - Giugno 25, 2015, 07:31:10 pm
I tappi alla ripresa
Ecco perché cresciamo troppo poco

Di Dario Di Vico

Nelle relazioni dei convegni si parla soprattutto delle condizioni favorevoli alla ripresa. E si concorda nel descriverle come esogene e pressoché irripetibili e così dicendo si allude ovviamente al basso prezzo del petrolio, agli impegni della Bce e alla svalutazione dell’euro sul dollaro. Terminato il programma del meeting, nei conciliaboli prima dello sciogliete le righe, il focus della discussione però diventa un altro: «Ma perché la nostra ripresa è così debole?». Perché nonostante tutti gli scenari di medio periodo concedano previsioni di bel tempo restiamo appesi all’emissione di questo o quel dato trimestrale o addirittura mensile? Prendete gli ultimi, quelli relativi alla produzione industriale di aprile, ebbene più di qualche economista era disposto a scommettere su un +0,8%, non si sarebbe stupito molto se poi il dato si fosse fermato attorno a +0,5%, ma non si sarebbe mai aspettato il vero responso: -0,3% su marzo. Un dato estremamente negativo perché segna una partenza tutta in salita del secondo trimestre 2015, proprio quello che con un risultato rotondo alla misurazione del Pil di agosto dovrebbe certificare che finalmente la nave va. Con questi presupposti, e pur contando su un rimbalzo tecnico a maggio, non è detto che l’esito sia quello auspicato.

Forse però più che aggiungere previsioni a previsioni ha senso ragionare su quali siano le cause, o se preferite i tappi, che ostacolano un flusso più regolare di ripresa delle attività e di conseguenza dati più lineari. Va detto che in materia le opinioni degli economisti divergono ampiamente. Per carità, le diagnosi della «malattia italiana» della crescita lenta concordano su molti fattori, la divergenza è sull’hic et nunc, su quali siano in questo momento le principali ostruzioni. La corrente più ampia sostiene che la ripresa italiana non va a briglia sciolta perché persiste un problema di bassa produttività sia del lavoro sia del capitale. Ci sarebbe bisogno, a tempi brevi, di relazioni industriali più vicine al mercato e quindi di un ampio ciclo di contratti aziendali rivolti a rimettere in asse il lavoro, con la ristrutturazione silenziosa che in questi anni ha comunque cambiato il meccanismo di funzionamento delle aziende sane. Il problema si pone anche sul versante del capitale, che risponde ancora a schemi ingessati e non è in grado, quindi, di interpretare i mutamenti dei cicli economici e le esigenze di sviluppo, che richiedono investimenti sia tradizionali (macchine) sia innovativi (capitale umano e reti). Un capitale poco aperto risulta, secondo questa tesi, il meno congeniale per interpretare al meglio questa fase della crescita e comunque rischia di diventare nel medio periodo un’occlusione.

Se il mea culpa sulla produttività convince una buona parte degli addetti ai lavori, non tutti però sono d’accordo nell’additarlo come il vero tappo di oggi. Una seconda corrente di pensiero propende per mettere sul banco degli imputati l’ampia polarizzazione che si è prodotta durante la Grande Crisi nel sistema delle imprese italiane. In soldoni: abbiamo imprese che macinano utili e programmano addirittura raddoppi del fatturato nei prossimi anni accanto a un numero largamente maggioritario di aziende che rischiano di chiudere e purtroppo, con tutta probabilità, chiuderanno. Questa divaricazione così profonda e drammatica sarebbe la madre di numeri così ballerini e a volte sconcertanti. Il tema della polarizzazione era stato già sottolineato, ad esempio, nelle Considerazioni finali del governatore Ignazio Visco e più in generale si spiega, tra le altre cose, con un ritardo della media delle imprese italiane nello sfruttamento delle tecnologie dell’informatica e della comunicazione. Le indagini in materia danno numeri poco confortanti.

Una terza corrente di pensiero, pur non sottovalutando gli elementi di cui sopra, è portata a puntare il dito sul perdurante ristagno della domanda interna. Non ci sarebbe dunque - sul breve - un problema legato al nostro sistema delle imprese poco produttivo e poco aperto ma la causa della ripresa a singhiozzo è individuata nella mancata (vera) ripartenza dei consumi, che finisce per tarpare le ali alla maggioranza delle aziende, ovvero a quelle che non riescono ad esportare né direttamente né come fornitrici di altre. E fin quando sarà così, sostengono i «domandisti», non si potrà sapere chi ha veramente ragione nell’individuare il tappo, mancherà la controprova.

Le cose dunque stanno così, non si riparte come vorremmo e gli addetti ai lavori non sono unanimi nel trarne valutazioni utili, quantomeno però evitano di ragionare in chiave politicista e ricadere anche loro nel vizio nazionale del Renzi sì/Renzi no. Resta, per concludere, un’annotazione affatto scontata: pur sostenendo - e a me è capitato molte volte - che l’industria italiana è profondamente cambiata e il nuovo paradigma è l’esperienza Luxottica, quando si tratta di dare una spallata al Pil rientra fortunatamente in campo Sua Maestà l’Auto. È vero che il ciclo produttivo dell’automotive è cambiato e oggi la vendita di una vettura porta fatturato a un numero enorme di fornitori di apparecchiature di ogni tipo e ad alto contenuto di elettronica, ma resta la sensazione che il Novecento conti ancora molto nei nostri destini.

17 giugno 2015 | 08:40
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_giugno_17/ecco-perche-cresciamo-troppo-poco-2ab9fce8-14b3-11e5-9e87-27d8c82ea4f6.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La geometria italiana del capitalismo
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2015, 10:11:35 pm
La geometria italiana del capitalismo
Tra le grandi aziende passate in mano straniera prima di Italcementi ci sono anche Loro Piana, Pirelli e Indesit. Il vertice della piramide sparisce e resta il trapezio, alla cui base ci sono le tante piccole imprese, risorsa da non perdere

Di Dario Di Vico

Forse è utile cominciare dalla geometria e osservare come sempre di più il capitalismo italiano perda la tradizionale forma a piramide e acquisti quella a trapezio. Per dirla più crudamente il vertice sparisce e il baricentro si sposta in basso. L’elenco delle grandi aziende che in un lasso di tempo breve è passata in mano straniera comprende oltre l’Italcementi dei Pesenti la Loro Piana, la Pirelli e la Indesit. Tra le imprese private di lignaggio storico solo la Fiat si è proposta e si sta proponendo come polo aggregante, pur scontando la diluizione della presenza azionaria della famiglia Agnelli.

In generale si può dire che per il combinato disposto di 13 anni di euro e 7 di Grande Crisi gli imprenditori italiani non sono riusciti a mettere su la taglia necessaria per poter restare in gara come aggregatori nei settori caratterizzati da iper-concentrazione. Continuiamo a rappresentare la seconda manifattura d’Europa pur assomigliando a un trapezio e avendo perso lo slancio della piramide. Tra i sostenitori della moneta unica c’era chi aveva paventato qualcosa di simile ma allora si confidava romanticamente nella nascita di campioni europei, ovvero gruppi industriali a governance plurinazionale grosso modo paritaria. Non è avvenuto quasi mai, bensì la costante è che un grande gruppo prevalentemente tedesco o francese ne aggreghi altri di differenti Paesi Ue. Dando per scontato che la vendita del cemento abbia ferito l’orgoglio degli italiani e che non sarà di certo l’ultima della serie, occorre forse ragionare in termini nuovi sul tipo di rapporti che si devono stabilire con le multinazionali. Anche se finora non abbiamo avuto comportamenti particolarmente ostili da parte dei grandi gruppi che hanno comprato aziende italiane e persino Thyssen, Electrolux e Whirlpool alla fine siano scesi a patti con governo e sindacati. In almeno un caso poi, penso al farmaceutico, la presenza delle multinazionali è servita a motivare i nostri imprenditori di taglia media che si sono a loro volta internazionalizzati.

La base alta del trapezio di cui abbiamo parlato è rappresentata dalle nostre multinazionali tascabili e già l’aggettivo ne tradisce la caratteristica decisiva, quella di lavorare prevalentemente sulle nicchie e di aver raggiunto per questa via uno status di azienda globale. Ne abbiamo un bel numero e progressivamente il plotone si sta allargando, del resto la straordinaria avanzata dell’export italiano negli anni della Grande Crisi è stata possibile proprio perché la platea si è ampliata. Le nostre aziende medio-grandi hanno dunque grandi pregi e alcune di esse come Ferrero e Lavazza hanno in corso processi di aggregazione all’estero, eppure i difetti non mancano e si vedono a occhio nudo. Non sono sufficientemente managerializzate e in molti casi nutrono una vera idiosincrasia nei confronti della Borsa: due fattori che ne hanno finora limitato le potenzialità. Comunque il mix settoriale di questo segmento è interessante perché accanto a vere e proprie icone del made in Italy tradizionale ci sono aziende che hanno scommesso in maniera innovativa sulla distribuzione come Luxottica e Yoox. E si annunciano nuovi protagonisti come Eataly che vuole diventare sotto la conduzione di Andrea Guerra una piccola Ikea del cibo italiano. È ovvio che quando si confronta il vecchio con il nuovo si è portati a pensare che una volta i grandi gruppi godevano di un retroterra di protezione finanziaria (il metodo Cuccia) e oggi no, ma le differenze di contesto storico ed economico sono così ampie che la nostalgia non può avere campo.

Piuttosto nel futuro prossimo del capitalismo italiano è probabile che ritorni, in forme nuove, la mano pubblica. Al di là dei giudizio di merito sull’operazione è evidente che se la Cassa Depositi e Prestiti di Claudio Costamagna dovesse realizzare direttamente o indirettamente entrambe le operazioni di cui si parla (Telecom e Ilva) saremmo di fronte a una novità di un certo peso per la nostra industria. Resta sul lato basso del trapezio la larghissima presenza delle piccole imprese e di quello che Maurizio Sacconi definisce «il nostro capitalismo popolare». È una grande risorsa in termini culturali, è decisiva per la tenuta dei territori e in qualche modo riesce a dare forma compiuta all’individualismo italiano. È evidente però come manchi un grande progetto capace di portare a valore sistemico la straordinaria presenza dei piccoli, e anzi in questi anni si sono fatti passi indietro come testimonia il semi-fallimento del progetto di Rete Imprese Italia. L’apertura del capitale e le aggregazioni tra simili dovrebbero essere altrettanti passaggi di questo progetto ma le resistenze culturali sono profondissime e purtroppo neanche la Grande Crisi le ha smosse. Sia chiaro: non è certo dal basso che potremo rimediare al «taglio del vertice» ma nemmeno si può sommare danno e beffa.

30 luglio 2015 (modifica il 30 luglio 2015 | 08:52)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_luglio_30/geometria-italiana-capitalismo-a9133a04-3683-11e5-99b2-a9bd80205abf.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Le lepri del made in Italy non salvano la generazione perduta
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2015, 10:22:30 pm
I numeri e gli scenari
Le lepri del made in Italy non salvano la generazione perduta
Il meglio dell’impresa italiana, le «multinazionali tascabili», generano più valore che lavoro
Di Dario Di Vico

Dopo la generazione dei precari, che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni rischiamo, dunque, di produrre un fenomeno ancora più drammatico, la lost generation. Intere classi di età destinate a restare fuori dal mercato del lavoro. A suonare l’allarme è un report del Fmi, un’istituzione che in passato ha preso più di qualche cantonata e quindi non è assimilabile al Verbo. Commenta l’ex ministro Tiziano Treu: «Questa è una fase dell’economia in cui è difficile fare previsioni a 5 anni, figuriamoci a 20!». E poi in materia di lavoro sono tante le variabili, «il dato macro della crescita ma anche il suo mix e poi non si possono dimenticare le policy specifiche rivolte al lavoro».

Prendiamo dunque il lavoro del Fmi con le pinze e usiamolo però come stimolo per dare uno sguardo in avanti basandoci sulle (poche) cose che sappiamo. Fatto salvo che l’allarme sulla lenta crescita non può che essere condiviso corre l’obbligo di dire che non è nemmeno automatico che all’incremento del Pil corrisponda un aumento dei posti di lavoro. Esiste ormai una robusta letteratura sulle riprese jobless, senza occupazione. Il governatore Ignazio Visco, molto attento ai problemi del lavoro, nelle Considerazioni finali ammoniva che «esiste il rischio, particolarmente nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli». E il motivo è semplice: stiamo incrociando un ciclo tecnologico particolarmente vivace per cui «la domanda di lavoro da parte delle imprese più innovative potrebbe non bastare a riassorbire la disoccupazione nel breve periodo».

La nuova rivoluzione delle macchine, dunque, mangia lavoro o quantomeno non produce in misura significativa. Aggiungiamo un’altra considerazione che sa d’amaro: il meglio dell’impresa italiana, le multinazionali tascabili che solcano i mercati globali, sono capaci più di produrre valore che occupazione. Grazie alla ristrutturazione fatta durante la crisi sono diventate delle autentiche lepri, veloci ma anche tanto snelle. E di conseguenza se le imprese più innovative non sono labour intensive, per garantire larga occupazione bisogna pensare ad altro. Secondo Visco l’altro è «maggiori investimenti per l’ammodernamento urbanistico, per la salvaguardia del territorio e del paesaggio, per la valorizzazione del patrimonio culturale che possono produrre benefici importanti anche al di fuori dei comparti più direttamente coinvolti, quali edilizia e turismo». Anche perché un settore, la grande distribuzione, che in questi anni ha generato posti di lavoro ora sta segnando il passo e comincia a ristrutturarsi.

Al Fmi non piacerà ma quando parliamo di lavoro in Italia dobbiamo aver presente le dinamiche dell’impiego autonomo, che rimangono sostenute come dimostrano le oltre 50 mila partite Iva che si continuano ad aprire ogni mese. Due sono i settori privilegiati da questo flusso: la ristorazione che però rischia un’obiettiva saturazione e l’agricoltura, che sta invece riservando novità inattese. Infine i ragionamenti sulla lost generation italiana si devono infine collegare alla mutata geografia del lavoro. Perché l’ulteriore rischio che stiamo correndo è di formare giovani - talenti e anche no - che vanno a creare valore all’estero. Il dato di Londra che ormai conta più cittadini italiani di Padova - e la stima è prudenziale - illumina più di tante parole l’ennesimo paradosso del lavoro italiano. Morale della favola: anche chi può pensare che il report del Fmi arriva a conclusioni affrettate è meglio comunque che non stia sereno.

28 luglio 2015 (modifica il 28 luglio 2015 | 07:24)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_luglio_28/crisi-fmi-italia-lavoro-generazione-perduta-591cef50-34e8-11e5-984f-1e10ffe171ae.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il premier e le tasse Le ragioni della svolta fiscale
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2015, 04:15:19 pm
Il premier e le tasse
Le ragioni della svolta fiscale

Di Dario Di Vico

Da più parti sono stati avanzati dubbi e rilievi sulla reale capacità di Matteo Renzi di implementare la strategia anti-tasse annunciata sabato scorso. Anche il Corriere ne ha scritto con Daniele Manca e sicuramente il dibattito di policy avrà tempo e modo di dispiegarsi. Commetteremmo però un peccato di omissione se non aprissimo una riflessione parallela sugli slittamenti di cultura politica, perché pur senza scomodare il povero Copernico la mossa di Renzi segna una forte discontinuità. Le socialdemocrazie europee hanno un bisogno estremo di sparigliare, vista l’acclarata incapacità di elaborare una piattaforma politica per il dopo austerity e la totale irrilevanza fatta registrare nella recente crisi dei rapporti con la Grecia. Senza il Welfare state espansivo e senza l’economia mista le sinistre del Continente, come ha messo in evidenza in un suo libro Giuseppe Berta, sono pesci fuor d’acqua.

Renzi a modo suo, sfoggiando il solito atteggiamento da pugile spaccone, tenta di sfuggire alla maledizione delle socialdemocrazie del XXI secolo e sostiene che la sinistra non può vincere senza fare i conti con la questione fiscale. È facile sottolineare che nella svolta milanese di Renzi c’è tanto di politique politicienne, voglia di occupare il centro e di rubare il tempo a una destra in fase di ristrutturazione. È un’analisi corretta così come è sensato sottolineare che il segretario del Pd riprende e rimodula parole d’ordine berlusconiane. M a forse vale la pena andare più in profondità e tentare di cogliere tutte le valenze della svolta.

Personalmente ne ho rintracciate tre. Renzi finora è stato attento ai grandi interessi e si è speso molto per attrarre le multinazionali, non ha fatto però breccia nel ceto medio produttivo. Anche il pacchetto fiscale appena approvato (come sottolineato da Maurizio Sacconi) risente di questa impostazione e in qualche modo rimanda alle calende greche il confronto con le partite Iva e il popolo che si sente oppresso dal Fisco. È chiaro che chi aspira a comandare stabilmente la scena politica non può fare a meno del consenso dell’Italia diffusa e Renzi ne prende atto.

La seconda novità sta nell’analisi dei caratteri della recessione italiana o meglio della difficoltà a ripartire. Non finiremo mai di ringraziare le imprese che a colpi di export hanno salvato il Paese ma per far davvero risalire il Pil c’è bisogno di muovere la domanda interna. E se ci si mette su questa lunghezza d’onda si incontra subito il tema del mattone e dell’immobiliare. La tassazione sulla casa da noi colpisce il risparmio delle famiglie, genera in loro una sensazione di profonda incertezza e contribuisce a ingessare le attività. In altri contesti il meccanismo di funzionamento dell’economia reale è differente, da noi è così. La cultura economica non ha fatto del tutto i conti con questa peculiarità e ha rinunciato a indagarla. Ma è bene che torni sui suoi passi, non per appoggiare Renzi ma per capire meglio il Paese reale.

Il terzo punto è più strettamente politico e riguarda la sfida a Grillo. Alle Europee dello scorso anno il segretario del Pd è riuscito a contenerlo facendo proprio il tema della riduzione dei costi della politica ma il populismo dolce è tutt’al più una tattica elettorale, non una strategia. Del resto la forza di attrazione dei Cinquestelle sembra confermata e di conseguenza Renzi ha capito che non può pensare di eroderla alla Emiliano, invitandoli a governare. Meglio tentare di aprire una falla nella constituency elettorale di Grillo per sfilargli il consenso del ceto medio arrabbiato.

21 luglio 2015 (modifica il 21 luglio 2015 | 07:28)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_luglio_21/ragioni-svolta-fiscale-852d7e78-2f68-11e5-882b-b3496f35c4c0.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il vero ribelle è il partito del PIL
Inserito da: Admin - Agosto 06, 2015, 11:24:56 am
Palazzo Chigi e l’economia reale
Il vero ribelle è il partito del Pil

Di Dario Di Vico

Matteo Renzi alla fine ce l’ha fatta e sulla Rai il governo ha incassato con ampio scarto di voti l’imprimatur del Senato. Senza voler sottovalutare il peso numerico della sinistra dem e soprattutto la sua indubbia autorevolezza, gli avversari interni del premier appaiono come quei calciatori più bravi nel rilasciare le interviste pre partita che nel farsi valere nelle mischie sottoporta. Anche Matteo Salvini quando deve passare dalla propaganda spicciola, e spesso scontata, a dare prova di vera incisività politica mostra tutte le sue lacune o comunque i suoi ritardi.

I Cinquestelle, dal canto loro, sono bravissimi nell’esercitare la critica feroce del potere fino allo sberleffo ma si perdono un attimo dopo. Così il vero partito di opposizione al renzismo resta il Pil, un partito dannatamente concreto e che non si piega ai desiderata di Palazzo Chigi. Aspettiamo i dati di metà agosto sul secondo trimestre del 2015 ma intanto i riscontri che di volta in volta vengono dalla produzione industriale, dall’occupazione e dagli indici di fiducia ci fanno vivere sull’ottovolante, un giorno sembrano autorizzare l’ottimismo più limpido, il giorno dopo ci riservano una doccia scozzese. E ieri con le ultime rilevazioni sul tasso di disoccupazione è successo proprio così. La verità è che si sta confermando l’intuizione secondo la quale l’economia del dopo crisi sarebbe stata un’altra delle terre incognite alle quali dovremo abituarci.

I cicli economici si preannunciano molto più corti, sembra profilarsi una scissione tra recuperi di efficienza e ricadute sociali, i rapporti di potere si spostano a favore delle piattaforme digitali e a discapito dei produttori (tagliando sì l’intermediazione ma non generando nell’immediato ricchezza alternativa). Da cronisti annotiamo come in Italia i bilanci delle banche e delle imprese tornino ad essere lusinghieri - a volte anche in maniera pronunciata - mentre le rilevazioni sui posti di lavoro, la povertà e la condizione del Sud scandiscono il perdurare di un’ampia condizione di disagio. Si è già parlato a lungo delle riprese senza occupazione, il rischio è di trovarci di fronte anche a un ampliamento delle distanze tra vagoni di testa e vagoni di coda. I tempi di trasmissione della ripartenza possono essere più lunghi di quelli che conoscevamo, se non altro perché in materia di occupazione c’è da riassorbire il maggiore stock di cassa integrazione della storia.

La fenomenologia della vita aziendale è ricca di spunti: osserviamo, ad esempio, come anche in questo agosto la Electrolux lavorerà senza fermarsi ma questo sforzo non si tradurrà in un aumento delle persone che lavorano perché si tratta di far fronte a picchi di produzione e non a incrementi stabili delle vendite di elettrodomestici. Il risultato è che le imprese in svariati casi hanno timore ad aumentare strutturalmente il perimetro degli addetti perché giudicano i mercati ancora troppo volubili. Anche sul piano delle aspettative delle famiglie non abbiamo conosciuto una vera inversione della tendenza. Si continua a risparmiare tanto - circa un nucleo su due secondo i dati Ixè - ma si agisce così per paura, equivale a mettere sacchi di sabbia davanti alla porta per timore di una nuova alluvione.

Di fronte a queste evidenze c’è chi sostiene che fin quando non si detasserà la casa gli italiani non si capaciteranno del tutto che è arrivata davvero l’ora di un cambio di passo anche nei loro comportamenti e nei consumi. Di fronte a un’economia reale così riottosa a farsi dettare i tempi dalla politica, Matteo Renzi ha avuto finora una doppia reazione. Spesso ha pensato di poterle far cambiar verso usando a piacimento la leva della comunicazione (leggi propaganda), negli ultimi tempi però ha iniziato a ragionare in termini di discontinuità politico-culturale. A cambiare la cassetta degli attrezzi. La repentina svolta sulle tasse fa parte di questo percorso, è il tentativo di rispondere alle incognite del Pil con una strumentazione più aggressiva e capace di dialogare con l’Italia profonda.

Anche la sortita del sottosegretario Claudio De Vincenti, che ha invitato le imprese a quotarsi in Borsa per salire di taglia e intercettare meglio la ripresa, rappresenta una novità per certi versi inattesa. Ma quello che manca all’appello in questa riconversione di cultura politica è lo stimolo che può venire dal portafoglio di competenze del ministero affidato a Graziano Delrio. Si può (e si deve) rilanciare il mattone impostando però un nuovo modello di business capace di puntare sul privato e scontare il declino dei lavori pubblici. Esistono già delle proposte sensate, si tratta di renderle praticabili. Presto.

1 agosto 2015 (modifica il 1 agosto 2015 | 07:06)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_01/vero-ribelle-partito-pil-426035cc-380a-11e5-90a3-057b2afb93b2.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Ma certo la Rai non è la Bbc
Inserito da: Admin - Agosto 06, 2015, 11:38:32 am
Ma certo la Rai non è la Bbc
Il nuovo Consiglio d’amministrazione è di serie B

Di Dario Di Vico

Le verità amare conviene dirle subito piuttosto che affidarsi a lunghe e ipocrite perifrasi: il nuovo consiglio di amministrazione della Rai è di serie B. Del ventilato progetto di copiare la Bbc è rimasta solo la prima lettera. Pur con il dovuto rispetto alle singole persone che ieri sono state nominate alla guida di Viale Mazzini, leggendo e rileggendo la lista non si può che arrivare a questo giudizio. Francamente non ci pare che il nuovo consiglio si sia dotato di quei profili professionali e di quelle competenze che dovrebbero servire alla Rai in una stagione che sarà caratterizzata da profonde discontinuità tecnologiche e da rimescolamenti degli assetti di mercato. Mancano figure con esperienze aziendali/gestionali significative o che comunque ne sappiano di televisione. L’unica eccezione è Carlo Freccero, di cui si potranno condividere o meno le sortite nei talk show ma che sicuramente conosce i ferri del mestiere. Il resto è composto per lo più da giornalisti della carta stampata in una singolare rivincita romana dei nipotini di Gutenberg sul mezzo televisivo.

La responsabilità di una scelta così sottotono è sicuramente del segretario del Pd che avrebbe potuto individuare ben altre opzioni pescando nel bacino di competenze tecniche e intellettuali che ancora gravitano attorno al suo partito e invece si è limitato ad accontentare le componenti a lui vicine. Per sé poi ha riservato una nomina iper-gigliata, quella di Guelfo Guelfi, che nel curriculum oltre la conduzione della vittoriosa campagna elettorale per il Comune di Firenze, vanta la presidenza del Teatro Puccini e, soprattutto, il ruolo di direttore creativo di Florence Multimedia (una società in house che cura la comunicazione della Provincia di Firenze). I maliziosi dicono che il premier abbia deliberatamente deciso di mandare il consiglio Rai in serie B perché gli basta un uomo solo al comando, il prossimo direttore generale Antonio Campo Dall’Orto i cui poteri saranno ulteriormente ampliati dalla riforma in gestazione alle Camere. Colpisce in parallelo che il centrodestra abbia rinunciato a rinominare Antonio Pilati, una figura di assoluta competenza e vero ispiratore della legge Gasparri. I bene informati assicurano che i berlusconiani si sono comportati così proprio per assecondare, in una logica da «piccolo Nazareno», il disegno ribassista del premier.

Il giudizio negativo sulla composizione del consiglio non può però oscurare il fatto politicamente nuovo prodottosi ieri con la designazione di Freccero da parte dei Cinquestelle, che si ritrovano ad avere il presidente della commissione di Vigilanza (Roberto Fico) e il consigliere più titolato. Non ci sono precedenti di un simile coinvolgimento dei grillini ed è singolare che abbia come terreno di gioco la Rai, se non altro perché così rinverdiscono una tradizione della Prima Repubblica. Che all’occorrenza utilizzava Viale Mazzini come laboratorio politico. È presto per sapere che frutti produrrà l’esperimento, va comunque seguito con attenzione se non altro perché i Cinquestelle restano un elemento-chiave del paesaggio politico italiano.

@dariodivico
5 agosto 2015 (modifica il 5 agosto 2015 | 09:16)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_05/ma-certo-rai-non-bbc-91ed09b8-3b2e-11e5-b627-a24a3fa96566.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Lavoro a Ferragosto una novità da capire
Inserito da: Admin - Agosto 16, 2015, 04:49:31 pm
Lavoro a Ferragosto una novità da capire
Il tema della qualità della prestazione lavorativa nei servizi è decisivo — ancor più che nel manifatturiero — e può determinare il successo o l’insuccesso di un punto vendita.
Sarà meglio parlarne in termini costruttivi

Di Dario Di Vico

Mentre ci accapigliamo sui dati Istat e/o Inps per tentare di capire se le strategie per l’occupazione stiano dando o meno segni di efficacia irrompe all’attenzione dell’opinione pubblica il tema del lavoro a Ferragosto.
Di primo acchito potrebbe apparire come un paradosso sintetizzabile così: di lavoro ce n’è poco per tanti e tanto per pochi. Più semplicemente si tratta di alcuni casi emblematici che vanno però esaminati con cura non solo perché generano nell’immediato un conflitto ma soprattutto perché contengono segnali anticipatori di ciò che verrà. Ovvero di un’economia più nervosa, meno prevedibile e piena di contraddizioni.

Il caso-principe ci porta alla Electrolux di Susegana (Treviso), azienda che per far fronte a quello che giudica un improvviso picco di domanda di frigoriferi sta facendo il diavolo a quattro per organizzare la produzione anche nel giorno di Ferragosto. Dall’impegno che la multinazionale svedese sta spendendo per riuscire, anche parzialmente, nell’obiettivo si ha la fondata impressione che non si voglia solo evitare di rallentare la produzione ma in qualche maniera si stia discutendo di potere. Già qualche mese fa l’azienda aveva rivendicato e applicato quello che ritiene un suo diritto ovvero comunicare direttamente con i lavoratori saltando la mediazione sindacale. In quel caso si trattava di rendere edotti operai e impiegati delle strategie produttive di medio periodo, in questo caso si è arrivati a telefonare a casa alle tute blu per ingaggiarle una ad una per il sabato lavorativo di Ferragosto. L’azienda sembra aver fatto centro, solo domani sapremo però quanti operai si saranno effettivamente presentati ai tornelli e quanti frigoriferi Cairo ad incasso l’Electrolux avrà recuperato nel giorno dell’Assunta. Di sicuro la forzatura ha deteriorato i rapporti sindacali e per ritorsione i rappresentanti di Fiom-Fim- Uilm minacciano di far saltare l’intero accordo che regola gli straordinari.

Al di là di Susegana, di straordinari nei sabato d’agosto le cronache del Corriere del Veneto hanno riferito ampiamente in questi giorni, ed è difficile persino star dietro all’elenco delle aziende nordestine che per far fronte a importanti commesse di mercato hanno ampliato l’orario di lavoro. Due casi vale la pena comunque di rammentare: quello della Arredo Plast che ad agosto tiene aperto grazie al fatto che ha scaglionato le ferie lungo un intero semestre e la Grafica Veneta che da anni lavora 24 ore su tre turni per poter competere anche in termini orari sul mercato globale. Se poi usciamo dall’ambito strettamente territoriale e dalla congiuntura del «lavoro che non c’è» e ci rapportiamo alle lavorazioni a ciclo continuo è evidente che il lavoro nel giorno di Ferragosto è sempre esistito e è stato supportato da generose maggiorazioni della paga. In definitiva non c’è niente di scandaloso nel lavorare nella giornata centrale dell’estate ed infatti a nessuno è venuto in mente, ad esempio, di chiudere l’Expo il 15 agosto.

Più complessa è la vicenda che riguarda la grande distribuzione. Da tempo è in corso un braccio di ferro sul tema delle aperture dei supermarket e dei centri commerciali nei giorni festivi. In questa circostanza il sindacato ha trovato degli ottimi alleati nella Chiesa e in un’organizzazione dei piccoli commercianti (la Confesercenti). Il conflitto si ripropone ovviamente a Ferragosto con le aperture decise dalle grandi catene in molte città d’Italia. A Bologna i sindacati confederali per evitare il lavoro in una giornata che giudicano consacrata al riposo hanno addirittura proclamato uno sciopero così come avevano fatto in altre occasioni. Per tutta una serie di motivi — non ultimo la complessa vertenza Ikea — si ha però l’impressione che le relazioni sindacali nel settore del commercio siano arrivate a un momento di svolta e il lavoro a Ferragosto (o festivo) non sia tutto sommato il problema più spinoso. Il sindacato ne fa una questione di bandiera e il confronto con le aziende della grande distribuzione ne ha finora risentito. Come dimostrano però alcune vertenze aziendali, come quella recentemente chiusa nel gruppo Autogrill, il tema della qualità della prestazione lavorativa nei servizi è decisivo — ancora più che nel manifatturiero — e può determinare direttamente il successo/insuccesso di un punto vendita. Chiusi gli ombrelloni e riposte le sdraio forse sarà meglio parlarne in termini costruttivi. Una considerazione che vale anche per l’Electrolux.

14 agosto 2015 (modifica il 14 agosto 2015 | 10:28)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_agosto_14/lavoro-ferragosto-novita-capire-d1fdae38-4257-11e5-ab47-312038e9e7e2.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La crisi e i compiti d’autunno Non sprechiamo altro tempo
Inserito da: Admin - Agosto 17, 2015, 06:44:35 pm


Di Dario Di Vico

C’ è poco da cincischiare. Il dato del Pil del secondo trimestre 2015 (+0,2 per cento) è deludente e non solo per una questione di decimali. Segnala, infatti, come l’economia reale sia sostanzialmente rimasta al palo e non sia riuscita a usufruire delle straordinarie condizioni di contesto macro- economico che, come ormai sappiamo a memoria, si chiamano misure espansive della Bce, un più realistico rapporto euro-dollaro e prezzi del petrolio che-più-bassi-non-si-può. Il governo sembra non voler ammettere che le cose stanno così, professando però un ottimismo di maniera rischia di far diventare incolmabile la distanza tra la comunicazione di Palazzo Chigi e il sentire comune di una larga parte dell’opinione pubblica che stavolta abbraccia élite e popolo.

Le colpe in verità non sono tutte e solo del governo ma in qualche maniera tirano in ballo il basso dinamismo della società economica e l’incapacità di fare i conti fino in fondo con i veri tappi dello sviluppo italiano. Matteo Renzi ci ha provato con gli 80 euro che gli hanno dato un elevato dividendo politico ma purtroppo non si sono trasferiti ai consumi. I contribuenti li hanno usati per pagare altre tasse e quando ci sono riusciti li hanno messi sul conto corrente. Palazzo Chigi ci ha riprovato con il Jobs act e la decontribuzione delle nuove assunzioni e anche in questo caso il cavallo ha bevuto solo in parte, il mercato del lavoro non è ripartito come avrebbe dovuto e per ora ci si è limitati a stabilizzare una fetta di precariato. Nelle stesse condizioni non è affatto certo che molti dei feroci critici di Renzi avrebbero fatto meglio.

Detto tutto questo però stiamo rischiando di sprecare il 2015 senza aver riavviato il motore e rimandando l’appuntamento di anno in anno. È vero che a scorrere i dati della rilevazione di ieri sul Pil anche i nostri partner europei non se la passano bene. In qualche caso, come la Francia, vengono in superficie malattie più gravi della semplice defaillance di un dato congiunturale. Mal comune però non fa mezzo gaudio perché abbiamo imparato da tempo che le altre economie sono più rapide a risalire - vedi la Spagna - e noi siamo dei pachidermi. È chiaro comunque che tutto il Vecchio Continente paga i ritardi di una politica comunitaria inconcludente e di un’agenda monopolizzata dal rischio-Grexit. Del piano Juncker che doveva rinverdire i fasti intellettuali di Jacques Delors e segnare la discontinuità dalla legislatura affidata a Barroso si sa tutto sommato ancora troppo poco. E comunque non pare il jolly capace di ribaltare l’andamento della partita.

In attesa di novità dalla Ue, però, che dobbiamo fare in Italia? Leggendo i commenti di ieri si ha l’impressione che il Pil sia utilizzato, da una parte e dall’altra, per un referendum su Renzi. È scontato dirlo ma sarebbe meglio concentrarsi sulle cose da fare: il governo sta già lavorando alla legge di Stabilità che prevede un allentamento della pressione fiscale sulla casa. Si pensa per questa via di liberare risorse che potrebbero tornare ai consumi e di far saltare il blocco psicologico che finora ha sterilizzato fiducia e aspettative. Vedremo. Guai però a pensare che tutte le leve dell’economia reale si possano azionare da Palazzo Chigi. I comportamenti dei soggetti in campo sono decisivi anch’essi e sindacati e imprese non si possono limitare a compilare la pagella del governo. Ci sono compiti d’autunno anche per loro. Perché la Confindustria non sceglie risolutamente la strada della Borsa e non indica alle imprese la priorità della crescita dimensionale come strumento per cogliere le opportunità di mercato a dimostrazione del coraggio degli imprenditori? E i sindacati perché non propongono a una base stanca e ripiegata su se stessa il duplice obiettivo dell’unità tra le confederazioni e della riforma della contrattazione? È indimostrabile che l’adrenalina faccia salire il Pil ma è sicuro il contrario: il tran tran favorisce la stagnazione.

15 agosto 2015 (modifica il 15 agosto 2015 | 08:42)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_15/non-sprechiamo-altro-tempo-44e19b94-4316-11e5-a5fb-660d73bd7f47.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Renzi-Merkel: patto del Decumano per strappare flessibilità...
Inserito da: Admin - Agosto 22, 2015, 04:58:08 pm
L’analisi
Renzi-Merkel: «patto del Decumano» per strappare flessibilità alla Ue
A lavoro insieme sull’immigrazione
Prove di intesa tra il premier italiano e la cancelliera tedesca. Obiettivo: chiedere un allentamento della pressione di Bruxelles sui conti per agevolare la ripresa

Di Dario Di Vico

Con un pizzico di ironia potremmo chiamarlo il patto del Decumano, il lungo corridoio centrale dell’Expo. Matteo Renzi ha puntato, non da oggi, le sue carte sulla capacità di leadership assoluta di Angela Merkel e a questo punto inevitabilmente è portato a raddoppiare la posta. La Germania fino a ieri era l’unico grande Paese che non aveva schierato a Rho il capo del governo (era passato solo il ministro Iris Gleicke) e la Merkel ha riparato a quello che sarebbe stato un torto. Con qualche acrobazia di calendario e adottando una rigida catalogazione da visita privata il primo ministro tedesco ha comunque onorato l’impegno con l’Italia. Arrivata a Milano poi ha fatto qualcosa in più: si è sottoposta a un incredibile e prolungato bagno di folla che ha messo a durissima prova i nervi degli uomini della sicurezza ma che è stato anche un test della considerazione popolare di cui gode. Ieri le centinaia di persone che tentavano di fotografarla, a scapito persino della loro incolumità, volevano in qualche modo portarsi a casa la foto del capo dell’Europa. Jean Claude Juncker non sanno nemmeno chi sia.

Renzi attento come è alla comunicazione ha abilmente assecondato il gioco della cancelliera. Del resto se la benevolenza di Silvio Berlusconi gli serve in Italia per resuscitare il patto del Nazareno, Angela Merkel gli occorre almeno dieci volte più. Gli serve per tentare di ottenere in sede Ue quella flessibilità di bilancio necessaria per inserire nella legge di Stabilità quegli obiettivi di politica economica che reputa indispensabili. Intervistato dal Corriere ieri il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, l’ha detto senza tanti fronzoli: «Tutto dipende da quanta flessibilità otterremo». E quindi dal credito politico che Bruxelles e Berlino vorranno concederci anche questa volta.

L’asse preferenziale di Renzi con la Merkel era iniziato già dopo le Europee del 2014 quando il governo di Roma diede via libera alle scelte dei commissari sostanzialmente volute da Berlino ed è proseguito fino alla gestione della crisi greca quando il premier italiano è stato attentissimo a non prendere mai le distanze da Berlino. Ora però per diventare, anche se per una breve stagione, un vero patto del Decumano ha bisogno che la Ue ci permetta di fare un po’ di deficit spending e di salire nel rapporto deficit-Pil dall’1,8% almeno a 2,2-2,3%. Un salto che in termini di risorse aggiuntive equivale a 7-8 miliardi. Solo in questo modo Renzi può riuscire a neutralizzare la clausola di salvaguardia sull’Iva, a tagliare la Tasi, a confermare la decontribuzione delle nuove assunzioni e a finanziare il rinnovo del contratto degli statali. La stagione politica che si sta per aprire in Italia al ritorno dalle ferie si presenta infuocata, lo scontro sulla riforma del Senato rischia di portarsi dietro anche un altrettanto ruvido confronto sulla politica economica e se Renzi dovesse ricevere dalla Ue un due di picche i margini per proseguire con costrutto l’esperienza di governo si farebbero inevitabilmente più risicati.

18 agosto 2015 (modifica il 18 agosto 2015 | 10:23)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_agosto_18/renzi-merkel-patto-decumano-7f3193ee-456e-11e5-a532-fb287b18ec46.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Ottimismo legittimo, cautela necessaria
Inserito da: Admin - Settembre 02, 2015, 04:37:08 pm
L’economia italiana
Ottimismo legittimo, cautela necessaria
Annotiamo con prudenza i dati positivi sul Pil perché nei mesi scorsi abbiamo vissuto sull’ottovolante delle statistiche con rilevazioni di segno opposto che si sono seguite in un arco di tempo ristretto

Di Dario Di Vico

I primi dati comunicati a settembre indicano un leggero miglioramento delle condizioni dell’economia italiana. Ieri l’Istat ha corretto di un decimale la rilevazione del Pil del secondo trimestre 2015 portandola da +0,2 a +0,3 e ha anche fornito numeri incoraggianti sulla disoccupazione. Annotiamoli con la necessaria cautela se non altro perché nei mesi scorsi abbiamo vissuto sull’ottovolante delle statistiche con rilevazioni di segno opposto che si sono succedute in un arco di tempo tutto sommato ristretto. Saggiamente ne avevamo concluso che la tendenza verso la ripresa non fosse così netta come si auspicava e che in qualche modo la fine della recessione e l’avvio di un nuovo ciclo si pestassero i piedi.

Dopo la comunicazione Istat di ieri questo giudizio non muta, possiamo accingerci a iniziare la nuova stagione con qualche grado di ottimismo in più. D’altro canto un decimale da solo non fa ripresa così come l’incremento - in un anno - di 180 mila posti di lavoro non ci autorizza a sventolare le bandiere. I politici, di un campo o dell’altro, lo facciano pure ma il giudizio dell’opinione pubblica avvertita deve restare necessariamente cauto. Le insidie, infatti, non mancano. Un esempio su tutti: il tasso di disoccupazione tra i 25 e i 34 anni - decisivo per capire l’assorbimento o meno di giovani qualificati - è cresciuto (in controtendenza) di un punto rispetto al 2014.

Comunque al di là degli elementi statistico-quantitativi che fotografano l’evoluzione della crisi può essere utile aggiungere qualche valutazione di natura qualitativa. Il fenomeno che in questa sede ci interessa sottolineare è quello della crescente polarizzazione dell’economia italiana, con la ripartenza che aumenta (invece di attenuare) le distanze. Il caso più evidente riguarda Nord e Sud. Qualche segnale positivo nei mesi scorsi è venuto dagli impegni presi da Fca per gli stabilimenti a sud di Roma così come la continuità produttiva dell’Ilva è da rimarcare con favore. Ma se prendiamo in esame ancora una volta la riduzione del tasso di disoccupazione, segnalata ieri dall’Istat, il divario territoriale si amplia. Il trend al rialzo è quasi interamente appannaggio del Nord e la differenza si allarga con un 7,9% nelle regioni settentrionali e un 20,2% nel Meridione.

Prima della pausa estiva si è parlato ampiamente dell’urgenza di nuove policy per lo sviluppo del Sud ma lo si è fatto in maniera confusa sommando spesso argomentazioni di indirizzo contrario. Varrà la pena sciogliere queste ambiguità e procedere.

La polarizzazione non è solo territoriale, riguarda anche il sistema delle imprese. Il Pil si è giovato della novità rappresentata dalle vendite di auto e ad agosto la polemica che ha occupato lo spazio maggiore sui giornali non ha riguardato il disperato salvataggio di un’ennesima impresa in crisi bensì come si dovesse rispondere a un picco di domanda di frigoriferi Electrolux, lavorando anche a Ferragosto oppure no. A fronte però di una quota significativa di aziende che è pronta a scattare il grosso dei Piccoli non sta riaprendo i battenti con maggiore serenità che in passato. Mostrano una grande capacità di resistenza e hanno persino stabilizzato parte dei contratti a termine, ma la stagnazione del mercato interno si va ad aggiungere al deterioramento del sistema dei pagamenti tra i privati e alla penuria di capitale circolante rendendo tutto tremendamente difficile. Ci sarebbe bisogno di accelerare nella riorganizzazione dell’offerta accrescendo la dimensione delle imprese ma questo processo non lo si può gestire per decreto. E intanto la polarizzazione avanza.

Se questa è, anche solo in parte, la fenomenologia che l’economia reale ci rimanda il presidente del Consiglio Matteo Renzi è giusto che faccia appello agli italiani perché si sentano protagonisti della ripartenza del Paese. Occorre però accompagnare l’invito alla responsabilizzazione con almeno due materie di scambio. La prima riguarda la preparazione di una legge di Stabilità che deve privilegiare le coerenze e non diventare l’ennesimo vestito di Arlecchino. La seconda più squisitamente politica riguarda la continuità dell’azione di governo. Se vista dal Parlamento la minaccia più o meno velata di interrompere la legislatura crea turbamento in quei deputati e senatori che disperano di essere ricandidati, vista dal versante delle attività produttive la stessa eventualità evoca l’immagine di un’altra tela di Penelope e di uomini politici che passano il tempo a cucirla e a scucirla.

@dariodivico
2 settembre 2015 (modifica il 2 settembre 2015 | 07:54)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_settembre_02/ripresa-otimisti-cautela-3d1096b4-5134-11e5-addb-96266eadb506.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il boom estivo dei consumi è un buon segno (purché continui)
Inserito da: Arlecchino - Settembre 11, 2015, 11:03:01 am
STATISTICHE
Il boom estivo dei consumi è un buon segno (purché continui)
Le famiglie comprano Panda.
I «millennials» preferiscono i social network alla moda

Di Dario Di Vico

I l 2,1% in più dei consumi evidenziato ieri dalla Confcommercio va maneggiato con le pinze. È un confronto diretto tra un mese di forte depressione, luglio 2014, e un altro, luglio 2015, decisamente più vivace e condizionato tra l’altro dalle alte temperature registrate nel Paese (e dal conseguente boom dei consumi elettrici dovuti ai condiziona-tori d’aria). Quel 2,1% nei mesi successivi calerà perché il confronto con l’ultimo scorcio del 2014 sarà meno asimmetrico e comunque quando si farà il riepilogo di fine anno si arriverà (forse) attorno a quota 1,2%. Esplicitato il caveat si può dire sicuramente che il mercato dell’auto sta trainando l’intera economia reale: viaggia a +15% rispetto a un anno fa e probabilmente a fine 2015 sarà superato quel 1,5 milioni di vetture vendute che era stato preventivato dalle caute stime dell’Anfia. E’ un mercato di sostituzione e determinato al 60% dalle famiglie, tanto che il modello più venduto è di gran lunga la Panda.

Ma quanto durerà? Secondo la Confcommercio l’incremento delle vendite dovrebbe proseguire e coprire almeno tutta la prima metà del 2016. Segnali positivi arrivano anche da un altro comparto di beni durevoli, gli elettrodomestici, che ha sofferto negli anni scorsi e ora è in risalita per la sostituzione di vecchi frigo e lavatrici, per l’appeal di alcuni dispositivi di innovazione tecnologica e per gli acquisti delle famiglie di immigrati. Per quanto riguarda l’arredo - che ha contenuto i danni anche grazie a un apposito bonus fiscale - un’iniezione di ottimismo arriva dall’indagine Findomestic, secondo la quale le intenzioni di acquisto per i prossimi mesi sono segnalate ai massimi dal gennaio 2013.

Più complesso è l’esame delle prospettive dei consumi legati al tessile-abbigliamento e all’alimentare. L’ultimo Rapporto Coop invita a riflettere sul cambio di mentalità che apportano i giovani, i cosiddetti millennials, e a un certo slittamento di gusto che alla fine può penalizzare i consumi o comunque indirizzarsi solo da Zara e H&M. Cambiano i meccanismi di riconoscimento sociale ora più legati ai social network che a un concetto tradizionale di eleganza e ricerca della griffe. I mutamenti nel campo della spesa alimentare sono molteplici e anche contraddittori tra loro. I prodotti gluten free sono aumentati del 50% nonostante che i celiaci in Italia siano solo il 3-4% della popolazione. In coda alle casse dei supermercati non si vedono più i carrelli pieni di una volta, si spreca molto meno e la spesa si fa a lotti più piccoli. Del resto non è un caso che nei corridoi non si trovino più le offerte 3x2 tipiche di un tempo passato. In questo contesto aumenta, specie in alcune aree territoriali del Sud, il peso dei discount simboleggiato anche dalla sponsorship della Nazionale italiana di calcio conquistata dai tedeschi della Lidl.

Le osservazioni sui cambiamenti del mercato e gli aggiustamenti degli stili di vita sono interessanti e compongono un puzzle in continuo mutamento ma il dubbio sull’immediato futuro dei consumi è legato principalmente a variabili di carattere più strettamente economico. Gli operatori si chiedono in che misura aumenterà il reddito disponibile degli italiani nei prossimi mesi e i timori delle associazioni del commercio sono legati ai contenuti definitivi della legge di Stabilità. Il governo vuole evitare l’aumento dell’Iva e quindi ha già detto urbi et orbi che vuole coprire l’ammontare delle clausole di salvaguardia previste ma tutto ciò sarà possibile solo se Matteo Renzi otterrà un bonus di flessibilità da Bruxelles.

10 settembre 2015 (modifica il 10 settembre 2015 | 11:33)
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DA - http://www.corriere.it/economia/15_settembre_10/boom-estivo-consumi-buon-segno-purche-continui-6b1815b8-577a-11e5-b3ee-d3a21f4c8bbb.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il fisco leggero è solo un passo, serve dignità per il ...
Inserito da: Arlecchino - Settembre 28, 2015, 07:50:16 pm
Il corsivo del giorno
Il fisco leggero è solo un passo, serve dignità per il lavoro autonomo
Si attende dal governo la conferma alle intenzioni di rendere più favorevole la tassazione delle nuove partite Iva venendo incontro ai giovani professionisti


Di Dario DI Vico

La buona notizia è che il governo conferma per bocca del vice ministro Casero e del sottosegretario Zanetti le intenzioni di rendere più favorevole la tassazione delle nuove partite Iva venendo incontro ai giovani professionisti e a quanti di fronte al dramma della disoccupazione tentano la strada dell’auto-impiego aprendo ristoranti, centri benessere, botteghe artigiane, studi di consulenza informatica, fablab con le stampanti 3D o tornando a credere nell’agricoltura.

Varrà la pena ricordare come il sistema della partita Iva assomigli in Italia a una porta girevole, ogni mese se ne aprono di nuove all’incirca 50 mila e se ne chiudono - di vecchie - nella proporzione di 3/5. Uno dei motivi di questo turn over frenetico sta anche nel regime fiscale che per come è stato strutturato rende assai difficile la partenza di una nuova attività e il suo consolidamento. Portare l’Irpef al 5% nei primi anni per chi non supera i 30 mila euro di ricavi equivale quindi a favorire la nascita di nuove piccole imprese e l’auto-collocamento di quanti in età matura vengono espulsi dal processo produttivo.

La buona novella però finisce qui, è evidente che incalza la presentazione della legge di Stabilità e il governo debba approntare provvedimenti immediati ma non vorremmo che passata la festa si dimentichi il santo. Ovvero che l’intervento per i giovani professionisti e le partite Iva si limiti a rimodulare il regime dei minimi.

C’è da bloccare - da subito - l’incremento dell’aliquota di contribuzione alla gestione separata dell’Inps (che è al 27,72%), c’è da ragionare sul pagamento dell’Iva per cassa e non per competenza. E via di questo passo. La scelta più opportuna che il governo, una volta approvata la Stabilità, potrebbe fare è quella di mettere in cantiere un provvedimento ad hoc che dia dignità al lavoro autonomo e ne regoli Fisco e welfare. Esistono già depositati in Parlamento dei buoni disegni di legge, si tratta di esaminarli e nel caso migliorarli.

26 settembre 2015 (modifica il 26 settembre 2015 | 08:34)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_settembre_26/fisco-leggero-solo-passo-serve-dignita-il-lavoro-autonomo-90d00c48-6413-11e5-a4ea-e1b331475bf0.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Quella sfida ai sindacati che riguarda anche il capitale
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 14, 2015, 03:09:32 pm
Le scelte di confindustria
Quella sfida ai sindacati che riguarda anche il capitale
La fase che si è aperta contiene l’opportunità di riformulare la pratica della rappresentanza e di metterla in sintonia con i mutamenti, ma anche il rischio di restare a metà del guado con aziende scettiche e il sindacato più ostile

Di Dario Di Vico

In teoria l’ultimo scorcio di una presidenza dovrebbe rappresentare per la Confindustria una stagione di ordinaria navigazione e, invece, a qualche mese dal suo avvicendamento Giorgio Squinzi si trova a gestire una fase di straordinaria discontinuità. Che, come è scontato che sia, contiene opportunità e rischi. L’opportunità è quella di riformulare la pratica della rappresentanza delle imprese e di metterla in sintonia con i mutamenti dell’economia post-crisi, il rischio è di rimanere a metà del guado con imprese scettiche e sindacato ancor più ostile. A spingere il gruppo dirigente confindustriale sulla strada della discontinuità è stato, sul piano della cronaca spicciola, l’atteggiamento irriducibile della coppia Barbagallo-Camusso ma se guardiamo alla sostanza dei problemi troviamo alla radice della svolta una certa insoddisfazione verso il tran tran, cresciuta in questi anni nelle associazioni territoriali più vivaci, in parallelo alla volontà di interpretare il sentimento delle aziende-lepri. Quelle che corrono per il mondo e potrebbero maturare l’idea dell’inutilità della rappresentanza. Quindi voler leggere le ultime mosse di Squinzi con la vecchia metafora della colomba diventata falco - per di più in zona Cesarini - è riduttivo, in gioco c’è un potenziale salto di qualità della cultura associativa d’impresa. Che non può essere più quella di sette anni fa, la Grande Crisi se ha cambiato molti dei meccanismi di funzionamento dell’economia reale non poteva, infatti, lasciare inalterata la rappresentanza.

Un dirigente sindacale leggendo queste parole potrà obiettare che non ci dovrebbe essere bisogno di passare da un azzeramento seppur temporaneo del rapporto con Cgil-Cisl-Uil per costruire un associazionismo di qualità. E invece, nella situazione data, è proprio così ma non per colpa degli industriali. La verità è che quello che una volta era il monopolio sindacale della tutela del lavoro oggi è diventato uno spazio contendibile. Nelle aziende globali è l’imprenditore a farsi avanti e a sfidare Cgil-Cisl-Uil, tra i facchini della logistica sono i Cobas, nel terziario metropolitano delle partite Iva è la Rete. In questa grande trasformazione dell’economia e del lavoro sarebbe un guaio se gli industriali restassero con le mani in mano, caso mai sarebbe auspicabile che anche i sindacati dessero prova di altrettanto coraggio e volontà di innovazione. Quando conosceremo il decalogo delle regole che Squinzi ha annunciato potremo valutare con maggiore precisione quanto la Confindustria sia cosciente di ciò che le sta accadendo intorno e quali sono i percorsi che propone, è chiaro comunque che allontanare la contrattazione da Roma e portarla più vicino al mercato e alle persone è una conditio sine qua non per tentare di armonizzare rappresentanza ed economia post-crisi.

Francamente non credo, come pure è stato scritto, che Squinzi stia facendo tutto questo per portare acqua al mulino di Matteo Renzi. Penso che in Confindustria ci si sia resi conto da tempo che il premier ha messo nel mirino i corpi intermedi (anche) per ampliare la tradizionale constituency elettorale del centrosinistra e di conseguenza si sia maturata in Viale dell’Astronomia la convinzione che star fermi sarebbe, quella sì, una scelta complice. Con rappresentanze giurassiche la comunicazione guizzante del premier va, e andrebbe ancora per lungo tempo, a nozze.

Mettendo in discussione le vecchie relazioni industriali Squinzi però deve sapere che si genera un effetto-domino su altri capitoli del rapporto tra la rappresentanza e gli associati. Prendiamo, ad esempio, un tema altrettanto cruciale: la dimensione delle imprese. E’ possibile continuare a sottovalutare come questo sia uno dei passaggi ineludibili per rimettere in corsa il sistema-Italia nella competizione globale? Un’associazione meno concentrata sulla gestione dei contratti nazionali di lavoro dovrà giocoforza fornire nuovi servizi ai suoi iscritti e non potrà che individuare come prioritari di questa fase quelli destinati a favorire la crescita.

Si potrà non amare la Borsa ma l’apertura dell’azionariato, con gli strumenti più vari, è una scelta che non si può rinviare per troppo tempo. Luigi Zingales tempo fa ne parlò come «l’articolo 18 del capitale» e continua a sembrarmi una sintesi efficace.

9 ottobre 2015 (modifica il 9 ottobre 2015 | 09:56)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_ottobre_09/quella-sfida-sindacati-che-riguarda-anche-capitale-79b4734a-6e5a-11e5-aad2-b4771ca274f3.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Milano è tornata a correre ma innovare resta difficile
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 28, 2015, 05:39:36 pm
DOPO EXPO
Milano è tornata a correre ma innovare resta difficile
Assolombarda. Rocca ha elogiato la città cresciuta nonostante la crisi
Un’occasione da non sprecare Servono un’alleanza tra pubblico e privato e un piano strategico per tradurre la scienza in tecnologia

Di Dario Di Vico

C’è un nesso inscindibile tra la riforma delle relazioni industriali e le politiche per l’innovazione. E una riprova è venuta ieri dall’assemblea di Assolombarda. Il presidente Gianfelice Rocca ha scandito un’ampia relazione che aveva al centro il mutamento di Milano e i rapporti tra l’area forte lombarda e le politiche pubbliche, ma non ha potuto fare a meno di toccare più volte il delicato tema della contrattazione. Due righe molto secche della sua relazione faranno forse discutere più di altre («Alcuni sindacati irrealisti rischiano di diventare nemici dei loro stessi iscritti e dei lavoratori») e meritano di essere decrittate.

Rocca non scommette sull’avvento della società post-sindacale, anzi non fa mistero di considerarsi un ammiratore del modello tedesco anche in materia di relazioni industriali e di conseguenza l’idea che lo muove, ieri come oggi, è che «produttività e reddito si possano conquistare insieme».

Ma quando dalle valutazioni di carattere generale passa ad esaminare i numeri deve in qualche modo arrendersi all’evidenza: il costo del lavoro per unità di prodotto dal 2000 al 2014 è salito del 38 per cento mentre in Germania è rimasto al livello del 2000. Abbiamo perso, dunque, competitività rispetto ai tedeschi e solo sindacati irrealisti — per dirla con il presidente — possono pensare che ciò non conti, che il recupero di questo gap non debba far parte dell’agenda del rilancio italiano.

Tutta la discussione di questi giorni sui contratti in scadenza delle grandi categorie industriali di fatto verte su questo punto, gli «innovatori» sostengono che si debbano scrivere nuove relazioni industriali più vicine al lavoro e al mercato mentre i «conservatori» non vogliono toccare lo status quo. Preferiscono contratti nazionali anche onerosi pur di non correre il rischio di conflitti in un momento in cui c’è bisogno di produrre e di vendere.

Rocca è stato attento a non entrare in questa diatriba e a non distribuire pagelle ai colleghi ma ha detto chiaramente che la produttività è «da spremere» in azienda. Insieme al sindacato o da soli è il grande rebus che sta davanti a questa complessa stagione dell’imprenditoria italiana.

L’assemblea di Assolombarda ha rappresentato anche un autentico atto di amore verso Milano e un ulteriore riconoscimento dell’aria frizzantina che si respira in città, Rocca ha detto che è «il posto where to be». La città in cui in questo momento chi pensa in grande e chi si batte per l’innovazione vuole assolutamente stare. Siamo negli ultimi giorni dell’Expo ed è ovviamente tempo di bilanci, il mutamento di Milano e le sue rinnovate ambizioni diventano un grande tema per economisti, sociologi e progettisti. Rocca ci ha detto che in questi sette anni di recessione la città non è stata ferma: ha addirittura macinato più di qualche posizione nelle graduatorie internazionali delle università, ha saputo aggiudicarsi un buon numero di prestigiose borse di studio europee, ha visto nascere ben 12 mila start up considerate knowledge intensive.

Lungo tutti questi anni bui nessuno onestamente avrebbe scommesso di poter fare un giorno un bilancio così lusinghiero anche perché dobbiamo essere coscienti che tutto ciò è avvenuto «nonostante». Ovvero dentro un ciclo economico devastante, in presenza di una caduta degli investimenti di ben 23 miliardi, senza incisive politiche pubbliche di accompagnamento e dovendo lottare contro la produzione in quantità industriale di antropologia negativa.

Ma quel «nonostante» è un’eredità negativa che ci portiamo comunque dietro, come un freno a mano che resta tirato e ci impedisce di percorrere l’ultimo miglio. «Non riusciamo a trasformare scienza in tecnologia» ha detto Rocca. Non siamo capaci di sfruttare gli ottimi ricercatori e ingegneri che pure abbiamo a costi estremamente competitivi per generare nuove imprese e rafforzare le esistenti. Che fare, dunque, per evitare un giorno di dover annoverare anche la Milano degli anni 10 tra le tante occasioni perdute? L’Assolombarda ha proposto una grande alleanza tra pubblico e privato, un piano strategico che abbia al centro l’innovazione e ha lanciato un acronimo (Steam) per indicare la necessità di tenere assieme scienza, tecnologia, arte e manifattura. Per il governo c’era il ministro Pier Carlo Padoan, che però ligio al suo ruolo ha preferito non misurarsi con il tema delle ambizioni di Milano. Ma l’argomento merita di essere ripreso.

27 ottobre 2015 (modifica il 27 ottobre 2015 | 07:41)
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Da - http://www.corriere.it/cultura/15_ottobre_27/scatto-milano-ma-l-innovazione-resta-difficile-fbd32d88-7c71-11e5-8cf1-fb04904353d9.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Il localismo in crisi Le nuove ragioni del Nord
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 28, 2015, 05:43:22 pm
Il localismo in crisi
Le nuove ragioni del Nord

Di Dario Di Vico

Per il localismo italiano è forse venuto il tempo della riflessione. Ora che anche la Lega modalità Salvini ha spento i riflettori sulla questione settentrionale, ciò che accade nei territori resta a circolazione mediatica limitata. Non supera l’ambito della provincia o della regione. Eppure sono almeno due le novità che dovrebbero indurre le forze migliori del localismo nordista a scegliere una strada di discontinuità. La prima riguarda il dissesto delle banche popolari venete di fatto commissariate direttamente dalla Bce perché sottocapitalizzate e piegate da un’overdose di crediti deteriorati. I banchieri che hanno guidato in questi anni la Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno sempre sostenuto, con il beneplacito delle élite politiche ed economiche locali, che la loro generosità era una forma di manovra anticiclica per sostenere l’economia reale, una reazione alla stretta creditizia delle grandi istituzioni.

La verità che emerge oggi è del tutto diversa: i banchieri di territorio hanno costruito un sistema perverso di scambio grazie al quale veniva erogato credito a chi sottoscriveva a prezzi gonfiati le azioni della banca. In più quegli stessi titoli sono stati venduti ai risparmiatori-cassettisti locali che ora, secondo le stime che circolano, hanno in mano carta che ha perso per strada l’80 per cento del valore nominale. In termini assoluti la distruzione di ricchezza che il Nordest rischia di subire in virtù di questo scambio perverso durato anni oscilla tra i 5 e i 7 miliardi di euro.

E non sappiamo ancora le conseguenze che avrà la riduzione di valore delle azioni sui bilanci delle imprese che avevano direttamente sottoscritto i titoli. È chiaro che in questo modus operandi risultavano assolutamente secondari sia la trasparenza sia il merito di credito, le aziende ottenevano risorse in ragione della loro vicinanza e solidarietà verso un determinato blocco di potere imperniato sul banchiere-dominus. Tutto ciò è franato sotto i colpi della Grande Crisi e dell’iniziativa delle autorità ed è singolare che politici e industriali insistano nel riproporre la stessa ricetta. Non esiste un merito di credito «del territorio», una sorta di scorciatoia per il denaro. Banca e impresa devono dialogare e scegliere sulla base della trasparenza e dei progetti di sviluppo.

La seconda novità che può scuotere, stavolta in direzione positiva, il localismo nordista, è la riscossa di Milano. È evidente a tutti che nel post crisi non avremo a disposizione un modello di sviluppo per ciascun territorio ed emerge anzi come i confini amministrativi siano del tutto artificiosi e persino dannosi per programmare uno sviluppo integrato. Fortunatamente Milano sembra aver trovato energie e motivazioni per ripartire basandosi innanzitutto sulla straordinaria «borghesia delle competenze» che gravita attorno alla città e che in tantissimi casi pendola dalle regioni limitrofe.

I territori devono recuperare consapevolezza di questa novità e fare l’unica scelta sensata: agganciarsi. È vero che la «troppa distanza» che esiste tra la grande città e le economie locali è stata sovente colpa di una finanza predatoria e di atteggiamenti disinvolti, ma la crisi ha fatto pulizia delle élite più arroganti.

Per ripartire non ci sono tavoli da convocare o patti da sottoscrivere all’ora del tg, l’unica alleanza che ha senso è quella delle idee per la crescita. I campanili servono per attrarre e stupire i turisti, non per giustificare imbrogli paesani e il rischio che corrono le economie locali nell’anno di grazia 2015 è di restare marginali. La ripresa è debole anche per questo motivo.

19 ottobre 2015 (modifica il 19 ottobre 2015 | 11:48)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_ottobre_19/nuove-ragioni-nord-852e85a8-7620-11e5-9086-b57baad6b3f4.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Lavoro facile, lavoro da casa Stesse regole e diritti per chi...
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 28, 2015, 05:44:43 pm
LA MANOVRA
Lavoro facile, lavoro da casa
Stesse regole e diritti per chi opera in ufficio o da fuori
Lo prevede un disegno di legge collegato alla Stabilità

Di Dario Di Vico

Il lavoro agile diventerà legge. Sono già svariate le aziende che lo stanno sperimentando in Italia ma ora lo smart working fa un passo in avanti: sarà regolato da 9 articoli contenuti nel disegno di legge collegato alla legge di Stabilità predisposto dal professor Maurizio Del Conte per conto del governo. Agile è definita la prestazione effettuata da lavoratori dipendenti - e non da partite Iva - fuori dei locali aziendali e oggi per 3/4 dei casi vuol dire da casa, anche se crescono le imprese che si collegano con hub o coworking esterni. I dati ci dicono una cosa importante: non sono solo le donne a usarlo ma siamo al 50% con gli uomini. A differenza del vecchio telelavoro, giudicato poco allettante e alla fine usato solo in alternativa al licenziamento o per decentrare prestazioni «povere», lo smart working punta a far crescere la produttività conciliandola con le motivazioni e la flessibilità del dipendente, impiegato o manager. La legge può favorire decisamente il decollo dello smart working perché interviene su tutta una serie di materie (diritti, privacy, infortuni e retribuzione) ma al tempo stesso i 9 articoli sono norme-cornice che lasciano spazio alla contrattazione collettiva e individuale. Per ora a usarlo sono prevalentemente aziende di servizi ma un domani le esperienze contamineranno il manifatturiero posto, ad esempio, che la diffusione delle stampanti 3D comporti una disarticolazione del ciclo produttivo stanziale.

La prestazione
Lo scopo del lavoro agile viene definito dall’articolo 1 del ddl («incrementare la produttività e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro») ed è interessante il binomio perché corregge la rigidità e le inefficienze delle grandi organizzazioni. I requisiti sono l’esecuzione della prestazione fuori dai luoghi aziendali anche solo in parte (un giorno a settimana), la possibilità di usare strumenti tecnologici per svolgere il lavoro in remoto e l’assenza di una postazione fissa anche fuori dai locali aziendali. Il principio affermato dal ddl è la volontarietà a sua volta regolata da un accordo scritto tra le parti, nel quale siano definiti modalità e utilizzo dei devices tecnologici. L’intesa deve indicare anche le fasce orarie di riposo. Il lavoro agile può essere per un tempo determinato o indeterminato ma si può recedere solo per giusta causa o con un preavviso non inferiore ai 30 giorni.

La retribuzione

Il trattamento economico e normativo non deve essere inferiore a quello degli altri addetti che operano in azienda. I controlli del datore di lavoro devono restare nell’ambito dell’accordo individuale o nel rispetto della legge sui controlli a distanza. Gli articoli 6 e 7 regolano la sicurezza e gli infortuni. Grazie a un accordo con l’Inal il ddl copre sia gli infortuni occorsi lavorando fuori azienda sia quelli avvenuti durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione al coworking (per esempio).

Gli incentivi fiscali
Saranno riconosciuti anche gli incentivi fiscali e contributivi che la Stabilità prevede per la contrattazione di secondo livello. I contratti collettivi posso integrare le norme di legge. Secondo Elisabetta Caldera, direttore risorse umane di Vodafone Italia, «il ddl è un passo avanti nell’era del digitale, riempie un vuoto normativo e apre la strada a una visione dell’organizzazione del lavoro centrata sul risultato e non sulla presenza». Vodafone Italia è al primo posto tra le aziende che già usano lo smart working: per un giorno a settimana sono stati coinvolti nel 2014 2.300 dipendenti. A giudizio di Arianna Visentini, presidente di Variazioni (consulenza per il welfare) il ddl migliora i testi circolati in passato, «non pone vincoli di numero, riduce al minimo procedure e burocrazia, tutela la volontarietà e parla di incentivi alla produttività». Bisognerà solo vedere se molte piccole aziende che stipulavano informalmente degli accordi saranno pronte a recepire gli obblighi di legge.

26 ottobre 2015 (modifica il 26 ottobre 2015 | 09:34)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_ottobre_26/lavoro-facile-lavoro-casa-1802d388-7bb3-11e5-9069-1cf5f2fd4ce8.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Anas, Rete ferroviaria italiana Siamo un Paese marcio?
Inserito da: Arlecchino - Novembre 04, 2015, 05:37:29 pm
Anas, Rete ferroviaria italiana
Siamo un Paese marcio?
Gli anticorpi da costruire contro la corruzione
Sembriamo incapaci di reagire a un male endemico. Invece tanti segnali dalla società civile ci dicono che non è così: possiamo adeguarci ai virtuosi standard internazionali

Di Dario Di Vico

Accade spesso che la prima notizia importante del mattino sia un arresto, una retata o una nutrita serie di perquisizioni «in diverse città d’Italia». Ieri si è trattato di Rete ferroviaria italiana, qualche giorno prima dell’Anas, la settimana addietro di un grande Comune. I primi commenti che cominciano quasi subito a circolare in Rete recano «vergogna» come parola chiave e sono solo l’inizio di un fiume di improperi, recriminazioni, e insulti che ci accompagna fino ai talk show della prima serata.

Il motivo conduttore della corrente di indignazione è che siamo un Paese marcio, destinato a scomparire dalla mappa geo-politica del globo e che siamo riusciti a collezionare i peggiori amministratori pubblici del pianeta, i più corrotti funzionari dello Stato e gli imprenditori più infingardi che ci siano in circolazione nell’orbe terracqueo. Un’affermazione di questo tipo se fatta in pubblico garantisce quasi sempre applausi a manetta e i più bravi nello scandirla arrivano a conquistarsi una standing ovation. A dar loro ragione uscirà di sicuro nei giorni successivi una ricerca di un organismo internazionale che attesterà come il nostro Paese sia ormai al quattrocentesimo posto delle graduatorie mondiali della trasparenza appena sopra la Colombia dei narcos.

Ma è davvero così? Siamo un Paese che ha perso totalmente la virtù e nel quale il malaffare avanza incontrastato? Per rispondere a domande così impegnative conviene procedere per approssimazioni successive. La prima riguarda il legame tra ampiezza della presenza pubblica in economia e diffusione della corruzione. Se a Roma saccheggiare l’Atac è diventato l’obiettivo numero uno del partito della mazzetta, è anche perché si è ridotto il perimetro dell’economia pubblica a disposizione delle incursioni affaristiche. Le privatizzazioni non saranno state uno straordinario esempio di politica industriale ma hanno comunque delimitato la presenza dello Stato e statisticamente ridotto le occasioni di corruzione. È chiaro che si tratta di una considerazione di carattere quantitativo, non sosterrei mai che basta privatizzare per eliminare il malaffare, mi limito a dire che è una condizione utile e che quando si verifica obbliga i faccendieri a ridurre il raggio delle proprie ambizioni. Se deve rubare su mense per i migranti e forestali siciliani il partito della corruzione registra un arretramento e non certo un’avanzata.

Un ragionamento analogo si può fare in merito al valore aggiunto sprigionato dalla società civile italiana. Tradizionalmente grazie ai corpi intermedi il nostro tessuto sociale ha svolto un ruolo di coesione e di solidarietà che spesso ha surrogato l’assenza di politiche pubbliche efficaci. Abbiamo un terzo settore più ampio di altri Paesi anche perché l’azione dal basso ha fatto da surrogato alla carenza di indirizzi top down. Se fino al Novecento la società civile ha garantito questo tipo di legature con i processi di internazionalizzazione il suo ruolo è cambiato. Ha saputo in qualche maniera intercettare il cambio di paradigma e ha preso come riferimento la media-di-quello-che- fanno- gli-altri-europei. Questo processo ha generato una crescita diffusa di competenze sottoposte a concorrenza internazionale e quindi vere.

La ragione forte della differenza tra Milano e Roma, evocata da Raffaele Cantone, sta proprio nella diversa qualità delle rispettive società civili, nella loro differente esposizione al confronto (quantomeno) continentale. So bene che anche in questo caso tutto ciò non garantisce la morte della mazzetta ma ne riduce solo statisticamente — uso ancora questo avverbio — la frequenza.

C’è quindi tanto da monitorare e studiare sull’evoluzione delle nostre società anche per capire come cambia la corruzione e questo compito tira inevitabilmente in ballo giornalisti e magistrati. Troppo spesso anche loro vittime della pigrizia.

30 ottobre 2015 (modifica il 30 ottobre 2015 | 10:33)
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Titolo: Dario DI VICO - Contratti e ripresa, viaggiamo con il freno tirato
Inserito da: Arlecchino - Novembre 07, 2015, 09:46:16 pm
L’EDITORIALE
Contratti e ripresa, viaggiamo con il freno tirato

Di Dario Di Vico

Vendite di auto, esportazioni negli Usa e incremento del risparmio. Sono questi i tre soli indicatori che riescono a motivare un ottimismo della volontà dell’anno di grazia 2015. Perché se è vero che gli indici di fiducia delle imprese e dei consumatori sono tornati a livelli migliori, per ora non ci sono sufficienti evidenze che questo cambio di clima si sia tradotto in conseguenti decisioni d’impresa. D’altro canto capita spesso, al termine di un dibattito o di un’assemblea, di essere avvicinati da uno o più piccoli imprenditori che hanno voglia di fare un’unica e fatidica domanda: «Ma lei la vede davvero questa ripresa?». È un test di come nella vita di tutti i giorni sia difficile trovare, in buona quantità, imprese che stiano investendo significativamente: comprandone altre, allargando l’attività orizzontalmente o verticalmente, ampliando i luoghi fisici della produzione. Non si vede un fiume che sta portando alla crescita, tutt’al più scorrono dei rivoli. I macchinari, ad esempio, vengono cambiati a un buon ritmo e con i super ammortamenti previsti dalla legge di Stabilità lo saranno di più.

Sul versante dei consumi svettano le vendite di auto, anch’esse sono effetto di una sostituzione ritardata e stanno comunque garantendo al Pil un contributo elevato. Si vendono di più le vetture del ceto medio, le Panda e le Punto, ed è una conferma che il reddito a disposizione delle famiglie è addirittura cresciuto, ma si rivolge ai consumi solo selettivamente preferendo in molti casi parcheggiarsi nei depositi bancari.

I nostri imprenditori che esportano negli Usa poi hanno il sorriso smagliante. Non c’è settore che non abbia saputo approfittare della svalutazione dell’euro per conquistare nuovi consumatori ed è un’ottima notizia anche in prospettiva, perché la nostra presenza negli States è ancora concentrata in pochi punti e ci sono dunque le classiche praterie da conquistare.

Si potrebbe continuare a lungo illustrando la fenomenologia dell’economia reale ma il giudizio non cambierebbe: è una ripresa che ha il freno a mano tirato. E onestamente non si vede una curva superata la quale la strada si possa presentare in discesa, mentre non mancano qua e là segnalazioni dell’apertura di nuove crisi aziendali, a dimostrazione se non altro che la capacità produttiva installata non è saturata. Con questi presupposti l’occupazione non poteva certo decollare innanzitutto per gli ingenti quantitativi di cassaintegrati ancora da riassorbire e subito dopo perché non ci sono grandi scelte di investimenti Labour intensive in atto. I provvedimenti governativi hanno sicuramente aiutato con generosità a stabilizzare quote di lavoro precario, ma di più non potevano produrre anche perché la letteratura economica suggerisce che l’occupazione è un’intendenza che segue, distanziata di qualche tempo.

È in questo contesto che oggi si apre la stagione contrattuale con il rinnovo dei metalmeccanici. Finora quella che doveva essere una fase rifondatrice delle relazioni industriali è partita in maniera pasticciata: i chimici si sono sfilati da qualsiasi impegno di sistema e hanno chiuso velocemente, gli alimentaristi prima si erano vestiti da colombe e poi hanno sfoderato gli artigli. I metalmeccanici sostengono di voler prevedere un doppio binario di comunicazione con i dipendenti, uno mediato dal sindacato e uno diretto e di conseguenza vogliono spostare il baricentro della contrattazione in fabbrica dove quel mix può funzionare meglio. Ci sarà tempo e modo per riferirne nel dettaglio; per ora l’unico errore da non commettere è trattarne come di un tema meramente sindacale. Ci riporta, invece, a quel freno a mano che dovremmo sbloccare.

5 novembre 2015 (modifica il 5 novembre 2015 | 07:17)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_05/contratti-ripresa-viaggiamo-il-freno-tirato-8bcc86f2-8382-11e5-8754-dc886b8dbd7a.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Le scelte di Confindustria Quella sfida ai sindacati che ...
Inserito da: Arlecchino - Novembre 07, 2015, 09:52:35 pm
Le scelte di Confindustria
Quella sfida ai sindacati che riguarda anche il capitale
La fase che si è aperta contiene l’opportunità di riformulare la pratica della rappresentanza e di metterla in sintonia con i mutamenti, ma anche il rischio di restare a metà del guado con aziende scettiche e il sindacato più ostile

Di Dario Di Vico

In teoria l’ultimo scorcio di una presidenza dovrebbe rappresentare per la Confindustria una stagione di ordinaria navigazione e, invece, a qualche mese dal suo avvicendamento Giorgio Squinzi si trova a gestire una fase di straordinaria discontinuità. Che, come è scontato che sia, contiene opportunità e rischi. L’opportunità è quella di riformulare la pratica della rappresentanza delle imprese e di metterla in sintonia con i mutamenti dell’economia post-crisi, il rischio è di rimanere a metà del guado con imprese scettiche e sindacato ancor più ostile. A spingere il gruppo dirigente confindustriale sulla strada della discontinuità è stato, sul piano della cronaca spicciola, l’atteggiamento irriducibile della coppia Barbagallo-Camusso ma se guardiamo alla sostanza dei problemi troviamo alla radice della svolta una certa insoddisfazione verso il tran tran, cresciuta in questi anni nelle associazioni territoriali più vivaci, in parallelo alla volontà di interpretare il sentimento delle aziende-lepri. Quelle che corrono per il mondo e potrebbero maturare l’idea dell’inutilità della rappresentanza. Quindi voler leggere le ultime mosse di Squinzi con la vecchia metafora della colomba diventata falco - per di più in zona Cesarini - è riduttivo, in gioco c’è un potenziale salto di qualità della cultura associativa d’impresa. Che non può essere più quella di sette anni fa, la Grande Crisi se ha cambiato molti dei meccanismi di funzionamento dell’economia reale non poteva, infatti, lasciare inalterata la rappresentanza.

Un dirigente sindacale leggendo queste parole potrà obiettare che non ci dovrebbe essere bisogno di passare da un azzeramento seppur temporaneo del rapporto con Cgil-Cisl-Uil per costruire un associazionismo di qualità. E invece, nella situazione data, è proprio così ma non per colpa degli industriali. La verità è che quello che una volta era il monopolio sindacale della tutela del lavoro oggi è diventato uno spazio contendibile. Nelle aziende globali è l’imprenditore a farsi avanti e a sfidare Cgil-Cisl-Uil, tra i facchini della logistica sono i Cobas, nel terziario metropolitano delle partite Iva è la Rete. In questa grande trasformazione dell’economia e del lavoro sarebbe un guaio se gli industriali restassero con le mani in mano, caso mai sarebbe auspicabile che anche i sindacati dessero prova di altrettanto coraggio e volontà di innovazione. Quando conosceremo il decalogo delle regole che Squinzi ha annunciato potremo valutare con maggiore precisione quanto la Confindustria sia cosciente di ciò che le sta accadendo intorno e quali sono i percorsi che propone, è chiaro comunque che allontanare la contrattazione da Roma e portarla più vicino al mercato e alle persone è una conditio sine qua non per tentare di armonizzare rappresentanza ed economia post-crisi.

Francamente non credo, come pure è stato scritto, che Squinzi stia facendo tutto questo per portare acqua al mulino di Matteo Renzi. Penso che in Confindustria ci si sia resi conto da tempo che il premier ha messo nel mirino i corpi intermedi (anche) per ampliare la tradizionale constituency elettorale del centrosinistra e di conseguenza si sia maturata in Viale dell’Astronomia la convinzione che star fermi sarebbe, quella sì, una scelta complice. Con rappresentanze giurassiche la comunicazione guizzante del premier va, e andrebbe ancora per lungo tempo, a nozze.

Mettendo in discussione le vecchie relazioni industriali Squinzi però deve sapere che si genera un effetto-domino su altri capitoli del rapporto tra la rappresentanza e gli associati. Prendiamo, ad esempio, un tema altrettanto cruciale: la dimensione delle imprese. E’ possibile continuare a sottovalutare come questo sia uno dei passaggi ineludibili per rimettere in corsa il sistema-Italia nella competizione globale? Un’associazione meno concentrata sulla gestione dei contratti nazionali di lavoro dovrà giocoforza fornire nuovi servizi ai suoi iscritti e non potrà che individuare come prioritari di questa fase quelli destinati a favorire la crescita.
Si potrà non amare la Borsa ma l’apertura dell’azionariato, con gli strumenti più vari, è una scelta che non si può rinviare per troppo tempo. Luigi Zingales tempo fa ne parlò come «l’articolo 18 del capitale» e continua a sembrarmi una sintesi efficace.

9 ottobre 2015 (modifica il 9 ottobre 2015 | 09:56)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_ottobre_09/quella-sfida-sindacati-che-riguarda-anche-capitale-79b4734a-6e5a-11e5-aad2-b4771ca274f3.shtml


Titolo: Dario DI VICO - I progetti. Dopo Expo, Renzi coinvolga Milano
Inserito da: Arlecchino - Novembre 11, 2015, 06:11:40 pm
I progetti
Dopo Expo, Renzi coinvolga Milano

Di Dario Di Vico

Oggi a Milano Matteo Renzi ufficializzerà la proposta del governo per le aree e le attività del dopo Expo. Come è suo costume il premier ci metterà la faccia e di conseguenza il progetto Human Technopole, anticipato domenica dal nostro giornale, farà il suo debutto in società. Siamo a pochi giorni dalla chiusura dell’esposizione e l’accelerazione del confronto pubblico non può che essere salutata con favore da tutti. Così come con pari consenso va segnalata la volontà del governo di far propria questa sfida e di non rimanere alla finestra a guardare il tempo che fa. Il nocciolo duro di Human Technopole è rappresentato dagli uomini e dalle competenze dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova ed anche questa è una novità di cui non ci si può che rallegrare. È una testimonianza (rara) di capacità dello Stato di programmare l’innovazione in Italia e di utilizzare al meglio i nostri scienziati. Come Roberto Cingolani e Giorgio Metta.

Elencate tutte le novità positive di questi giorni, alcune prevedibili e altre meno, è utile però mettere in chiaro alcune cose prima che si generino equivoci o addirittura nascano degli inutili conflitti. Sarebbe infatti singolare che il dopo Expo fosse ristretto a Human Technopole e per di più vedesse uno scarso coinvolgimento di Milano e dei suoi punti di forza. Singolare perché si muoverebbe in controtendenza con tutte le analisi di economisti e sociologi che monitorano i flussi di uomini e idee lungo l’asse del Nord.

Gli esperti spiegano come Milano vanti nella sua area le competenze che la più agguerrita concorrenza internazionale ormai richiede in ogni campo, ma dia quotidiana dimostrazione di avere l’autorevolezza necessaria per attrarre e valorizzare il meglio degli altri territori. È più sensato quindi che il dopo Expo non adotti una soluzione a tinta unica ma che l’Università Statale di Milano e gli altri atenei della città siano pienamente coinvolti valorizzando i progetti che avevano elaborato per tempo e con costrutto. L’idea di portare a Rho le facoltà scientifiche della Statale e le residenze dei giovani ha il segno di costruire una Città Studi 2.0 con un grande campus studentesco, come quelli che abbiamo sempre invidiato agli atenei stranieri. La possibilità di ospitare migliaia di universitari nel sito dell’Expo è sicuramente funzionale anche in virtù dell’ottima dotazione infrastrutturale già realizzata e sottoposta nel frattempo a un vero stress test.

Come affermato a più riprese dal presidente degli industriali, Gianfelice Rocca, Milano in continuità con la sua tradizione vuole e può convogliare sui progetti del dopo Expo le migliori intenzioni di investimento dei privati. Capitale riconosciuta della moda e del design, la città punta a diventare un grande crocevia della tecnologia più moderna e la sfida di Rho arriva quantomeno con il timing giusto. Non ci fosse stata l’Expo avremmo dovuto inventarci una motivazione alla sua altezza per avanzare una proposta capace di mettere in sintonia le ambizioni di Milano con le grandi trasformazioni dell’economia. Del resto il cambiamento di pelle della città, gli avvicendamenti di culture e di personalità che stanno rinnovando il sistema delle élite, la capacità di capire meglio di altri le discontinuità richieste dal dopo-crisi sono tutti segnali che legittimano quelle aspirazioni e che hanno già ridotto la distanza che la separava dagli altri grandi hub della modernità europea. Il presidente del Consiglio che ha approvato e sostenuto le motivazioni di Roma per candidarsi ad ospitare l’Olimpiade del 2024 non può disconoscere il valore della scommessa che la comunità milanese vuole lanciare prima di tutto a se stessa.

@dariodivico
10 novembre 2015 (modifica il 10 novembre 2015 | 07:12)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_10/dopo-expo-renzi-milano-a39f9fe8-8770-11e5-91a7-6795c226a8af.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Lo sciopero, unica certezza nella ricerca dell’identità
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 17, 2015, 07:24:16 pm
IL CORSIVO DEL GIORNO
Lo sciopero, unica certezza nella ricerca dell’identità
Prima i medici in tutta Italia e il trasporto pubblico milanese, poi a incrociare le braccia saranno i dipendenti del gruppo Eni, i ferrovieri di Trenord e infine i lavoratori della grande distribuzione.
A fare massa critica non è l’omogeneità di situazioni e richieste quanto il ritorno in auge dello sciopero come forma prevalente di protagonismo

Di Dario Di Vico

C’è in giro tanta voglia di scioperare. Oggi tocca ai medici in tutta Italia e al trasporto pubblico milanese, nei prossimi giorni a incrociare le braccia saranno i dipendenti del gruppo Eni, proseguiranno i ferrovieri di Trenord e sabato 19 toccherà ai lavoratori della grande distribuzione. Le agitazioni di altre categorie non sono previste nell’arco di questa settimana ma paiono imminenti e rischiano di riempire il calendario del gennaio 2016. Le motivazioni che sono alla base di queste iniziative di lotta sono diverse tra loro e in alcuni casi condivisibili con la palese eccezione degli autoferrotranvieri dei Cub dell’ATM. Che hanno proclamato lo sciopero pochi giorni dopo la conclusione (positiva) del contratto nazionale di lavoro con un aumento medio di 100 euro. A fare massa critica non è dunque l’omogeneità delle situazioni e delle richieste quanto il ritorno in auge dello sciopero come forma prevalente di protagonismo.

In una stagione di identità/simboli deboli, siano essi la Sinistra, il Renzismo o la Ripresa, c’è il fondato rischio che si torni al conflitto innanzitutto con l’obiettivo di compattare le file. Lo sciopero — che pure comporta un sacrificio economico — ridiventa fattore di coesione, si presenta come un elemento di certezza dentro un orizzonte caratterizzato da troppe indecisioni e amnesie. È un segnale di come le politiche riformiste fatichino a intercettare un loro popolo, restino nel migliore dei casi delle scelte di vertice, se non addirittura di Palazzo.

È vero che nel frattempo dentro la società sono maturate buone pratiche di partecipazione come il welfare aziendale, la sharing economy, le staffette generazionali ma messe tutte assieme non riescono ancora a produrre un profilo identitario forte. Non pescano sufficientemente in basso e non costituiscono ancora una vera alternativa. Lo sciopero, invece, basta a se stesso.

16 dicembre 2015 (modifica il 16 dicembre 2015 | 09:32)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_dicembre_16/sciopero-unica-certezza-ricerca-dell-identita-0f61c030-a3b9-11e5-900d-2dd5b80ea9fe.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Pininfarina. L’economia deve aprirsi No al patriottismo retrò
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 17, 2015, 07:37:34 pm
L’economia deve aprirsi
No al patriottismo retrò
Lo storico marchio del lusso passa al gruppo Mahindra.
Il titolo crolla in Borsa del 68%


Di Dario Di Vico

Niente fazzoletti e niente giaculatorie di rito. Approfittiamo dell’annuncio della vendita della Pininfarina agli indiani della Mahindra & Mahindra per elaborare il lutto una volta per tutte. Il nostro Pil cammina a rilento e l’unica speranza di riallineare il Paese alle economie più dinamiche sta nell’apertura della nostra economia, nello scambio ininterrotto di capitali e di chance di sviluppo. Dentro questa strategia — che purtroppo non ha alternative — accade e accadrà sovente che prestigiose aziende italiane passino di mano e che a comprare siano multinazionali europee, americane o come in questo caso asiatiche. Facciamoci il callo ed evitiamo ogni volta di riprodurre il solito elenco di marchi nazionali che hanno cambiato bandiera, le stesse dichiarazioni e le ricorrenti ipocrisie.

Il patriottismo economico all’alba dell’anno di grazia 2016 non ci porta da nessuna parte, dobbiamo ragionare come economia aperta e dentro questa opzione dobbiamo poi saper difendere gli interessi del nostro territorio, della cultura industriale e del lavoro. Purtroppo non siamo abituati a leggere il rapporto con le multinazionali in chiave freddamente negoziale e quindi non abbiamo sviluppato nel tempo un modello di contrattazione complessa che abbia come leitmotiv «dare valore e pretendere valore». Ma non è mai troppo tardi.

Così come facciamo ancora in tempo a sviluppare una relazione positiva con i country manager delle multinazionali che operano in Italia: quando operano in maniera corretta e si muovono per ampliare il business sono i primi alleati del nostro sistema perché ci aiutano a valorizzare le nostre filiere e il lavoro italiano e possono anche convogliare su singoli progetti-Paese risorse che non sono originate dal solo mercato tricolore.

Gli esempi ci sono e per fortuna vengono segnalati in costante aumento, bisogna crearne dei nuovi ed evitare di spargere lacrime a sproposito.

15 dicembre 2015 (modifica il 15 dicembre 2015 | 07:33)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_dicembre_15/economia-deve-aprirsi-no-patriottismo-retro-573176ae-a2f0-11e5-8cb4-0a1f343ea988.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Mille commi e un salto nel passato
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 26, 2015, 11:09:33 pm
Mille commi e un salto nel passato
La legge di Stabilità alla fine sfiora i 35 miliardi tocca tutti gli ambiti della vita economica e civile del Paese, persino la compravendita dei calciatori

Di Dario Di Vico

Schiavi delle abitudini abbiamo ricominciato a chiamarla «finanziaria» e il motivo è fin troppo semplice: la legge di Stabilità che avrebbe dovuto innovare il modo in cui i governi fanno politica economica sta ripercorrendo le orme del passato, al punto che l’opera di taglia-e-cuci concordata tra governo e Parlamento ha partorito la ragguardevole cifra di 1.000 commi. Si può dire tranquillamente che non c’è ambito della vita economica e civile del Paese che non sia stato toccato, lo dimostra il fatto che persino la compravendita dei calciatori ha subito un restyling normativo. Diamo pure per scontato che molte novità introdotte fossero ampiamente necessarie e che per velocizzare i tempi della decisione alla fine la soluzione vincente sia sempre quella di imbarcare tutti i commi su un container legislativo, è inevitabile però che alla fine l’impressione sia quella di un vestito d’Arlecchino. Tanti colori e tante pezze al posto di un disegno coerente. Per ovviare a questo limite Matteo Renzi avrebbe dovuto per una volta dar retta a Giuseppe De Rita che gli aveva consigliato in tempi non sospetti di affiancare all’omnibus della Stabilità - che, sia detto per inciso, alla fine tocca i 35 miliardi - una sorta di nota aggiuntiva, un documento di politica economica che riassumesse l’essenziale e fosse un strumento agile di comunicazione sia con la comunità degli addetti ai lavori sia con il «popolo». Se poi quella nota, oltre ad assolvere a un basilare compito pedagogico, avesse contenuto anche una visione di medio termine della politica economica dell’Italia, non sarebbe guastato e avrebbe messo al riparo il governo dal dover partecipare alla guerriglia delle cifre e alle polemiche costruite su singole misure. Aggiungo che una messa a punto della «visione» tutto sommato sarebbe stata giustificata anche dalle discontinuità di carattere internazionale che hanno interessato il Paese dal momento dell’approvazione della Stabilità in Consiglio dei ministri a oggi.

Ai blocchi di partenza la legge in approvazione al Parlamento conteneva un messaggio netto di taglio delle tasse a cominciare da quella sulla prima casa. Dietro questa scelta - contestata dagli europeisti ortodossi - il governo produsse in qualche maniera un’analisi dei nodi dello sviluppo italiano e della necessità di ristabilire un clima di normalità post emergenza cominciando a tagliare una tassazione così ampiamente impopolare come quella sull’abitazione. I più attenti obiettarono che se si voleva davvero rimettere in circolo la ricchezza immobiliare incagliata l’intervento avrebbe dovuto essere più ambizioso e a largo raggio. Per farla breve si era comunque aperta una finestra di riflessione tutt’altro che banale e orientata a produrre novità importanti nel rapporto tra contribuenti ed economia reale. Oggi siamo arrivati al traguardo e di quella discussione è rimasto poco o niente. Il taglio ci sarà ma avviene in un contesto molto meno orientato alla riscossa di quanto fosse allora, per di più con un’agenda mediatica dominata dal tema del fallimento delle banche di territorio e delle conseguenze sui risparmiatori. Francamente tutto ciò non rappresenta il viatico migliore per un anno come il 2016 che nelle stime del governo dovrebbe portare il Pil all’1,6%, ovvero dovrebbe farci uscire dal regime di ripresa debole e inaugurare una fase di energica riscossa dell’economia reale.

Un’ultima ragione militerebbe, poi, a favore della stesura di una Nota aggiuntiva. In un documento più ponderato il governo avrebbe potuto trovare il modo di tentare di conciliare e magari spiegare una contraddizione che la Stabilità si porta dietro come un marchio di fabbrica. Quella di finanziare il vestito di Arlecchino con una manovra sostanzialmente condotta in deficit - e per questo motivo sottoposta al giudizio finale di Bruxelles calendarizzato per la prossima primavera - ma di non riuscire assolutamente a muovere la complessa macchina della spending review. È una contraddizione che pesa e che non può essere esorcizzata con una battuta sui lampioni di Carlo Cottarelli.

20 dicembre 2015 (modifica il 20 dicembre 2015 | 08:35)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_dicembre_20/mille-commi-salto-passato-6d7d7558-a6eb-11e5-9876-dad24a906df5.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Pronto lo statuto delle partite Iva Nuovo welfare e ...
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 03, 2016, 06:32:37 pm
Pronto lo statuto delle partite Iva
Nuovo welfare e pagamenti certi
All’esame di governo e Parlamento una legge su tutele, competenze e pagamenti
Ma il mercato resta difficile per i professionisti


Di Dario Di Vico

Il 2016 sarà finalmente l’anno del pieno riconoscimento del lavoro autonomo? Verranno create per le partite Iva condizioni più eque sul versante del welfare e si comincerà a pensare anche alla loro professionalità? La novità c’è ed è importante: in uno dei prossimi Consigli dei ministri sarà approvato lo Statuto che riguarderà tutti i rapporti di lavoro autonomo a eccezione di commercianti e artigiani iscritti alle Camere di commercio. Il testo è un collegato della legge di Stabilità, dovrebbe avere 13-15 articoli e arrivare in Parlamento entro la fine di gennaio. L’intenzione che lo muove può essere sintetizzata così: da una parte si dà via a una stretta per combattere il fenomeno delle false partite Iva, dall’altra però si valorizza il contributo che i giovani professionisti, le vere partite Iva, possono apportare all’economia. E in questo passaggio si registra una forte discontinuità rispetto al passato quando soprattutto la sinistra voleva ricondurre tutto ad unum, il lavoro dipendente.

Finora sono circolate le bozze predisposte dal professor Maurizio Del Conte, consigliere economico di Palazzo Chigi e non si registrano posizioni politiche dichiaratamente contrarie. Le opposizioni, sia il centrodestra sia i Cinquestelle, non sembrano contrarie all’operazione e anche da parte della sinistra di matrice laburista non sono state sollevate obiezioni. Calendario parlamentare permettendo il disegno di legge potrebbe avere un iter veloce anche perché, come vedremo, c’è da guardare anche fuori dal Palazzo e le tendenze di mercato sono tutt’altro che incoraggianti.

Il primo nodo che si affronta è quello del ritardo dei pagamenti da parte delle imprese: la scelta è di equiparare le tutele dei professionisti a quelle dei subfornitori e subito dopo prevedere la deducibilità delle polizze stipulate ad hoc dalle partite Iva contro il rischio di non essere pagati. Più in generale i primi articoli tendono a mitigare l’asimmetria dei rapporti di forza tra committente e free lance e di conseguenza vietano al primo di recedere dal contratto senza preavviso e lo obbligano, su richiesta, a mettere nero su bianco le condizioni di ingaggio.

Gli articoli successivi affrontano le questioni più squisitamente professionali tutelando la proprietà intellettuale del lavoro di free lance che di conseguenza potranno vendere liberamente i loro format ad altri potenziali clienti. Vista la centralità della formazione nelle professioni della conoscenza l’articolo 5 introduce la possibilità di dedurre fiscalmente fino a 10 mila euro di spese per l’iscrizione a master, corsi e convegni necessari per aggiornarsi e restare competitivi sul mercato. Il testo governativo prevede anche che si aprano nei Centri per l’impiego appositi sportelli di assistenza per chi ha scelto l’auto impiego, rende possibile alle partite Iva di partecipare ai bandi pubblici (e a quelli Ue) e infine si occupa delle tutele sanitarie, cominciando a costruire un welfare del lavoro autonomo che tuteli la malattia e la maternità (vedi articolo di Rita Querzè). Il disegno di legge, pur avendo preso in esame l’eventualità, alla fine non introduce il principio dell’equo compenso, ovvero una sorta di salario minimo per professionisti.

Come hanno accolto il testo Del Conte le principali associazioni della partite Iva? Secondo Andrea Dili, portavoce di Alta partecipazione, «si chiude l’epoca degli interventi spot e trovano accoglienza molte delle nostre richieste come la copertura della malattia e della maternità e la possibilità di dedurre le spese per la formazione». All’alba dell’anno di grazia 2016 i problemi, secondo Dili, non vengono dalle nuove norme ma dagli andamenti del mercato. «Gli ultimi dati sui redditi segnalano ancora un calo e ci spingono a ragionare in maniera diversa. I free lance devono fare un salto di natura imprenditoriale altrimenti non riusciranno a rispondere alle esigenze del sistema produttivo italiano». Le partite Iva sono chiamate, quindi, da una parte ad accentuare la loro specializzazione e dall’altro ad aggregare le competenze. «È ancora troppo difficile sia dal punto di vista normativo che fiscale creare una società tra professionisti, e invece è proprio questa la strada. Siano società o reti non importa, ma non si può più camminare in ordine sparso. Non si arriva nemmeno a fine mese».

Per Anna Soru, presidente di Acta, l’approccio governativo è corretto, fa cadere la vecchia distinzione tra professioni ordiniste e non ordiniste e riporta al centro della discussione le vere partite Iva. Sulle tutele dai ritardi di pagamento però Soru parla di testo «non chiaro» e anche sulla novità della polizza «c’è da capire meglio», mentre giudica come degli importanti passi in avanti le novità sul welfare e sulla deducibilità delle spese di formazione. Come Dili anche Soru però è preoccupata dalle tendenze del mercato. «Se guardo anche alle scelte fatte con la Stabilità ho l’impressione che il governo stia creando una sorta di recinto protetto di partite Iva giovani con fatturato ridotto». Dei mini Jobs del lavoro autonomo, poco pagati, con condizioni fiscali favorevole «a patto che restino sotto i tetti previsti». Invece ci sarebbe bisogno di ragionare in termini di crescita, «per uscire dal ghetto». Quanto poi alla tariffe professionali «lo scivolamento verso il basso continua e la necessità di contenerlo è palese».

2 gennaio 2016 (modifica il 2 gennaio 2016 | 10:20)
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Da - http://www.corriere.it/economia/16_gennaio_02/svolta-partite-iva-nuovo-statuto-welfare-a20a0ef0-b11b-11e5-b083-4e1e773a98ad.shtml
 


Titolo: Dario DI VICO - La svolta che ancora non c’è
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 03, 2016, 06:37:19 pm
La svolta che ancora non c’è

  Di Dario Di Vico

Il 2015 una promessa non l’ha mantenuta: non è stato l’anno della svolta. Ci siamo lasciati alle spalle il tunnel della Grande Crisi ma il funzionamento dell’economia italiana non ha conosciuto quell’accelerazione di cui avrebbe avuto bisogno. È chiaro che stiamo misurando il tutto con uno strumento, il Pil, che ormai si presenta largamente imperfetto non solo perché non misura il reale benessere delle nostre società ma perché sottostima anche il peso che hanno le tecnologie nelle economie moderne. È una discussione - quella sul futuro dell’indicatore Pil - che riflette direttamente i mutamenti dell’economia post recessione e nella quale un buon drappello di esperti si va cimentando, però nemmeno per un nanosecondo può essere strumentalizzata in chiave politica e per di più solo italiana. Noi non siamo ancora ripartiti con la velocità dovuta, punto e accapo.

 Caso mai può valere la pena ricordare il peso che la sostituzione delle vetture ha avuto nel rilancio del Pil nel 2015 a dimostrazione di quanto il settore automotive influenzi la crescita italiana, assai più dei successi delle nostre multinazionali tascabili. Fortunatamente nel 2016 Mirafiori tornerà a essere un comprensorio produttivo di 18 mila addetti tra diretti e indiretti e da Cassino usciranno i nuovi modelli della Giulia. Auto a parte, l’appuntamento con la crescita non può essere rinviato oltre l’anno che ci attende, perché perderemmo posizioni nella riorganizzazione internazionale delle economie.

 E l’appuntamento con la crescita non può essere rinviato perché ne pagheremmo i riflessi in termini di disagio sociale. Purtroppo non arriviamo a questo appuntamento nelle condizioni migliori perché strada facendo la legge di Stabilità ha perso gran parte della spinta propulsiva e anche perché il dissesto delle banche locali ha generato ansia in una platea più larga dei pur numerosi risparmiatori danneggiati.

 Le previsioni di fonte governativa danno come risultato per il 2016 una crescita dell’1,5%, alcune valutazioni più prudenti si fermano a 1,2%, nulla però è scontato. Anche perché il contributo allo sviluppo che viene dalle policy europee è ridotto o addirittura nullo. Nell’articolo che il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha pubblicato sul Sole 24 Ore di martedì 29 abbiamo apprezzato il vibrante e appassionato invito alla «perseveranza europeista» ma l’autore non ha nemmeno citato il piano che pure porta il suo nome e che nelle intenzioni avrebbe dovuto avere una doppia valenza. Concretizzare la risposta di Bruxelles all’austerità e assestare un colpo al populismo. Non avendo visto né l’una né l’altro dobbiamo far da soli nel ridare fiato agli investimenti. Finora al rendiconto del Pil italiano questa componente è mancata e per recuperare terreno la prima cosa da fare è monitorare quegli investimenti stranieri in Italia già annunciati e sciaguratamente rimasti al palo per ostacoli burocratici o per dissensi di merito. Una task force capeggiata dal vice ministro Carlo Calenda ha iniziato a lavorare a quei dossier e confidiamo in un cambio di passo. Una spinta agli investimenti verrà sicuramente dalla norma sui super ammortamenti al 140% che rende estremamente favorevole acquistare nuovi macchinari colmando così un gap di competitività tecnologica di molte nostre imprese nei confronti della concorrenza europea e asiatica. Ma più in generale sarebbe utile rendere più stringente il dialogo tra governo e imprese proprio sul tema del rilancio degli investimenti.

 L’esempio numero uno riguarda la filiera del mattone. Una buona parte di quella straordinaria ricchezza delle famiglie, tante volte vantata anche nei consessi europei, è di fatto congelata perché il mercato delle compravendite è caduto rovinosamente e il +8,4% segnalato ieri dall’Istat è ancora troppo poco per poter parlare di una vera inversione di tendenza. Il presidente del Consiglio sostenendo l’idea di tagliare Imu e Tasi ha correttamente individuato la centralità del business immobiliare nel funzionamento dell’economia italiana, ha sempre però pensato alla cancellazione della tassa sulla casa come una sorta di bis degli 80 euro, una misura di sostegno ai consumi e non la prima tessera di un vero intervento per rimettere in carreggiata il mercato immobiliare. Si può dire che Matteo Renzi ha sfiorato il bersaglio ma non l’ha centrato. Eppure da lì bisogna passare per ridare fiducia al ceto medio italiano, la cui ricchezza è per larga parte investita nell’immobiliare, e subito dopo per occuparsi seriamente dell’industria del mattone, notoriamente labour intensive. Da tempo si sente la necessità di disegnare un nuovo modello di business che punti sul riuso, che faccia da sponda al riposizionamento delle aziende di costruzioni e ne faciliti la riorganizzazione dimensionale. Nell’agenda del 2016 un simile impegno merita di essere iscritto tra le priorità.

31 dicembre 2015 (modifica il 31 dicembre 2015 | 07:26)

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Da - http://www.corriere.it/cultura/15_dicembre_31/svolta-che-ancora-non-c-e-b49a1a2e-af81-11e5-98da-4d17ea8642a3.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La vertenza alla Saeco infiamma Bologna
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 03, 2016, 06:38:12 pm
La vertenza alla Saeco infiamma Bologna
La crisi della fabbrica del caffè simbolo di un Paese a due velocità
La Philips vuole spostare il montaggio in Romania e tenere il commerciale in Emilia. I commercianti di Gaggio, come nella Torino anni 80, hanno abbassato le saracinesche

Di Dario Di Vico

Nonostante il rischio neve anche stanotte gli operai della Saeco di Gaggio Montano, grazie alla roulotte prestata dalla Protezione Civile, hanno tenuto fermo il presidio h24 della fabbrica contro i 250 licenziamenti decisi dai proprietari olandesi della Philips. La vertenza è iniziata a fine novembre e continua ad avere un impatto molto forte sul clima politico-sindacale di Bologna, distante solo 50 chilometri. Si sono inerpicati fino all’Appennino sia il sindaco Virginio Merola sia il neo-arcivescovo Matteo Maria Zuppi e il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha trascorso nello stabilimento l’ultimo dell’anno. E nella conferenza stampa del 29 dicembre anche Matteo Renzi ha fatto un velocissimo accenno al caso.

L’impianto della Saeco di Gaggio fa macchine domestiche per il caffè, dà lavoro da sempre a 550 dipendenti e la Philips è subentrata dal 2009 a un fondo francese di private equity. Gli olandesi dopo anni di produzione a singhiozzo, con tanta cassa integrazione, sono giunti alla conclusione che è meglio lasciare in Emilia ideazione e commerciale e portare il montaggio in Romania. Nel settore degli elettrodomestici quella della Saeco non è la prima vertenza dura degli ultimi anni, basta ricordare i casi Electrolux e Whirlpool, a confronto di lavatrici e frigoriferi però l’assemblaggio delle macchine del caffè è una lavorazione a minor valore aggiunto e pertanto la differenza del costo del lavoro pesa ancora di più.

Ma i licenziamenti della Saeco nella stagione della ripresa e del Pil che dovrebbe cominciare a correre ci raccontano il lato amaro di questa stagione dell’industria italiana. La ripartenza, quando si sarà manifestata anche più robusta di come appare oggi, non sarà una sanatoria, non impedirà un’ulteriore scrematura dell’apparato industriale italiano con quello che ne consegue in esuberi, chiusure e vertenze. Non è entusiasmante sottolinearlo, ma tra tante imprese-lepri che sfondano nell’export ce ne sono altrettante - e forse di più - che non hanno saputo reagire ai mutamenti dei mercati. E un giorno o l’altro dovranno saldare il conto con le loro inefficienze e le loro pigrizie.

Come detto il caso Saeco a Bologna fa discutere animatamente. Capita così che i politici locali si improvvisino esperti di politica industriale e lancino fantasiose ipotesi alternative, succede anche che la Fiom locale per una volta vada d’accordissimo con il ministro (bolognese) Federica Guidi e le manifestazioni di sostegno da novembre ad oggi non hanno avuto cali di tensione. In città caso mai c’è qualcuno che maliziosamente mette a confronto la visibilità della vertenza Saeco con il pudore che avvolge il caso Coop Costruzioni, 300 lavoratori senza lavoro per il crac dell’azienda che hanno ottenuto in zona Cesarini un anno di cassa integrazione. Comunque mentre Bologna, dopo i successi di attrazione del Suv Lamborghini e dell’impianto Philip Morris, si candidava a insidiare Milano come hub delle multinazionali in Italia, gli olandesi della Philips stanno guastando la festa.

Nei rapporti con il ministero dello Sviluppo economico finora sono stati arroganti, non hanno prodotto motivazioni e numeri certi e così in Emilia sono diventati il diavolo. Il governatore Bonaccini si è spinto addirittura a minacciare ritorsioni contro gli stranieri che vengono in Italia a depredarci dei nostri marchi. In realtà l’avvento delle cialde pronte ha rivoluzionato il mercato e sono entrati in gioco direttamente i grandi brand del caffè e comunque il confronto con i concorrenti della De Longhi è impietoso. I veneti producono un milione di pezzi l’anno e vanno a gonfie vele, Saeco solo centomila e hanno problemi enormi di produttività ed efficienza. A Gaggio c’è un’altra azienda del gruppo che fa i grandi distributori automatici di caffè - quelli da ufficio - e va bene perché il prodotto è più complesso, l’investimento negli impianti fissi più consistente e non si può delocalizzare in quattro e quattr’otto.

Vedremo come andrà a finire una vertenza che ha il sapore delle «eroiche battaglie» del sindacalismo del ‘900 e sulla quale la politica bolognese ha messo la faccia. A Gaggio, sull’Appennino a 700 metri di altitudine, un abitante su due deve il suo reddito alla Saeco e i commercianti, come nella Torino anni ‘80, hanno abbassato le saracinesche in segno di solidarietà con gli operai e aspettano notizie da Roma. Dopo la Befana al ministero la Philips dovrà uscire allo scoperto, si capirà qualcosa di più e dovrebbe iniziare una vera trattativa. Nessuno al tavolo potrà dimenticare che un operaio rumeno costa quasi la metà di un italiano ma nei casi Electrolux e Whirlpool, pur differenti, alla fine una mediazione s’è trovata. C’è da sperare che sia onorevole.
3 gennaio 2016 (modifica il 3 gennaio 2016 | 13:52)
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Da - http://www.corriere.it/economia/16_gennaio_03/crisi-fabbrica-caffe-simbolo-un-paese-due-velocita-191b3308-b1fc-11e5-829a-a9602458fc1c.shtml


Titolo: Dario DI VICO - La riforma Madia non è un derby tra il governo e i sindacati
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 25, 2016, 11:25:57 am
IL CORSIVO DEL GIORNO

La riforma Madia non è un derby tra il governo e i sindacati
Tra i soggetti interessati alla riforma ce n’è anche un terzo: l’utenza

Di Dario Di Vico

Bisogna evitare che la riforma della pubblica amministrazione diventi per l’ennesima volta un logorante derby esclusivo tra governo e sindacati. Ovvero che l’unica parte in causa pienamente abilitata a discutere gli effetti dei cambiamenti illustrati domenica al Corriere dal ministro Marianna Madia sia quella rappresentata dalle organizzazioni dei lavoratori. Nessuno ovviamente mette in discussione i sacrosanti diritti sindacali dei pubblici dipendenti e il fisiologico confronto che si deve aprire con il datore di lavoro, ma se si vuole davvero portare a casa una radicale modernizzazione dello Stato occorre (anche) un salto di cultura sociopolitica.

È necessario riconoscere che i soggetti interessati alla riforma della struttura pubblica sono tre: c’è anche l’utenza. Stiamo parlando di un’utenza molto particolare e negozialmente debole perché non può scegliere di cambiare fornitore e di conseguenza per tutta una serie di servizi indispensabili non può che mettersi pazientemente in fila allo sportello pubblico. In passato qualcuno ha parlato a proposito di questa palese asimmetria di «sudditi», quel che appare certo è che questa platea di consumatori rappresenta il «mercato» della pubblica amministrazione ma non gode della minima forza contrattuale, non può «votare con i piedi» e andare da un altro fornitore. Nel momento in cui persino la politica si apre allargandosi in orizzontale, e in una stagione in cui i consumatori registrano un potere di scelta che non avevano mai conosciuto, sarebbe anacronistico non prendere in considerazione l’opinione dei cittadini davanti alla riforma della pubblica amministrazione.

Il renzismo non può saltare questo passaggio: una vera disintermediazione non passa per la sostituzione di Twitter alle defatiganti trattative sindacali del Novecento ma dovrebbe segnare il prevalere della cultura liberale sui patti corporativi.

25 gennaio 2016 (modifica il 25 gennaio 2016 | 08:25)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_gennaio_25/riforma-madia-non-derby-il-governo-sindacati-561046fa-c32b-11e5-b326-365a9a1e3b10.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Quel divario tra il comportamento dei consumatori e la ...
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 27, 2016, 06:43:58 pm
IL COMMENTO

Quel divario tra il comportamento dei consumatori e la loro percezione
Per ora gli italiani continuano a risparmiare per «paura», le famiglie hanno reddito disponibile ma hanno tarato i loro consumi al ribasso negli anni più duri della recessione e faticano a cambiare passo


Di Dario Di Vico

La risalita dell’indice di fiducia dei consumatori va salutato sicuramente con favore. Anche perché si recupera addirittura il livello di metà degli anni ‘90. In una congiuntura caratterizzata da potenti fattori di incertezza e da una ripresa debole la soggettività può avere il suo peso e può spostare in avanti i flussi dell’economia reale. Ad oggi bisogna sapere però che i comportamenti dei consumatori non corrispondono al loro sentiment. Proprio ieri il presidente di Federdistribuzione, l’associazione di categoria della distribuzione organizzata, lamentava addirittura un lieve stop dei consumi.

Bisognerà attendere la fine della campagna dei saldi per avere qualche elemento di conoscenza in più. La verità per ora è che gli italiani continuano a risparmiare per «paura», le famiglie hanno reddito disponibile ma hanno tarato i loro consumi al ribasso negli anni più duri della recessione e faticano a cambiare passo. Accantonare parte del reddito sembra essere ai loro occhi la scelta più consapevole anche se poi il risparmio investito per molti motivi non dà rendimenti brillanti (per usare un eufemismo). Vedremo nelle prossime settimane se una spinta ai consumi verrà dal mancato pagamento delle tasse sulla prima casa. Sapremo in sostanza se l’abolizione di Imu e Tasi riuscirà laddove il bonus degli 80 euro non aveva prodotto il botto sperato.

27 gennaio 2016 (modifica il 27 gennaio 2016 | 10:53)
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Da - http://www.corriere.it/economia/16_gennaio_27/quel-divario-il-comportamento-b0520116-c4da-11e5-9850-7f16b4fde305.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Quelli che per le statistiche non lavorano e non studiano.
Inserito da: Arlecchino - Luglio 12, 2016, 11:59:23 am
L’inchiesta
La generazione rebus dei giovani «Né né»
Quelli che per le statistiche non lavorano e non studiano.
Dalle Onlus alle ripetizioni ecco in che cosa sono impegnati

Di Dario Di Vico

Ma cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza? Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida? L'Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione. Parte di loro - un milione su 2,3 totali - compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane. Sono 700 mila - sempre secondo le classificazioni statistiche - «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila. Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza. Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «né né»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata. Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perché non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione. Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.

Cosa fanno
In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare. L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari. È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano. È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» (vedi intervista 1). Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità».

Senso di esclusione
I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro». È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia. Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perché non ascolta i bisogni dei giovani». Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità, sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni. Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero. Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.

Una vera tribù
La seconda tribù dei Neet che seppur con qualche approssimazione si può intravedere è quella degli sportivi che a sua volta ospita molte figure, dal frequentatore di palestre al tifoso ultrà. Lo sportivo vive in un mondo in cui i valori della competizione più dura riempiono la giornata e diventano una piccola filosofia di vita. Del resto il mondo dello sport ha giornali, tv, produce lessico, genera meccanismi di solidarietà che creano attorno al nostro Neet un effetto-comunità ed evitano la ghettizzazione. Sia chiaro però: mentre il volontario interpreta tutto nella chiave del «noi», lo sportivo si trova più a suo agio usando la prima persona singolare. Anche loro non si sentono Neet perché hanno una vita attiva e anche solo essere legati a una pratica continuativa, o meglio far parte di un club, aiuta a non sentirsi fantasmi. A Torino è nato negli anni scorsi a cura di Action Aid un programma-pilota di recupero dei Neet (vedi intervista 2) centrato sull’attività sportiva che insegna ad affrontare «vittorie e sconfitte e attraverso lo sport dà la forza per riprendere gli studi o cercare lavoro». Dentro l’ampia tribù troviamo figure diverse: il mistico del fitness, il patito del calcetto, l’atleta tesserato convinto di poter diventare un campione, il tifoso organizzato. È chiaro che a differenza dei volontari queste esperienze non si rivelano professionalizzanti, non aggiungono molto al curriculum. Per finanziare i suoi corsi, attività e tornei il Neet attinge alla paghetta dei genitori (che si chiama così anche nell’era di Facebook) e finisce per prolungare la condizione adolescenziale. È vero che le palestre (in Italia sono 8.500) fanno a gara nell’offrire abbonamenti a prezzi stracciati, mentre nell’ambito del tifo organizzato i gruppi giovanili spesso operano come piccole ditte, ricevono ingaggi per servizi e piccoli lavori che ridistribuiscono al loro interno per finanziare trasferte, ingressi allo stadio e coreografie.

Colpa dell’iperprotezione
Non va nascosto che in qualche caso questo tipo di attività è monitorato dalle Questure, secondo le quali nel tempo si sono create zone grigie (la più alta quota di tifosi sottoposti a provvedimenti restrittivi — il 55% — è nell’età 18-30). È difficile che lo sportivo trovi un lavoro stabile nel settore che lo appassiona (a meno che non sfondi) e quindi più del volontario questa si presta a essere una condizione di passaggio. Ma il rapporto di dipendenza con la famiglia che lo sportivo perpetua è tra i motivi che fanno dire al demografo Alessandro Rosina, nel suo libro dedicato ai Neet, come «l’iperprotezione tende a mantenere immaturi più a lungo i figli, mentre nei Paesi nord-europei la spinta all’autonomia subito dopo i 20 anni porta a confrontarsi prima con la realtà circostante». Risultato: i giovani italiani sono nella maggior parte dei casi «passivamente dipendenti dai genitori» e «disorientati sul proprio futuro».

Arrangiarsi coi piccoli lavori
La terza tribù di Neet che si può individuare è quella di chi si arrangia con i piccoli lavori. «Non studio ma con le promozioni lavoricchio» dice Anna, torinese. Aggiunge Silvia, una coetanea milanese: «Ho studiato come estetista, ho fatto periodi di stage in centri benessere, ho accudito bambini e ho fatto persino la donna delle pulizie». La ricerca Ghost ci dice che l’80% degli intervistati ha avuto esperienze intermittenti, nella maggior parte dei casi un ingaggio nella ristorazione e nel commercio come cameriere, commessa, fattorino per consegne a domicilio, facchinaggio leggero e volantinaggio, dogsitting. Un 20% ha già fatto l’operaio per brevi periodi. Il 44% sottolinea che l’interruzione del rapporto seppur precario di lavoro è stata subita, loro avrebbero continuato. E infatti ci tengono a smentire che i Neet stiano a vegetare davanti alla tv, i media li presentano come fannulloni e invece «noi ci sbattiamo da mattina a sera, siamo attivi». Nella grande tribù dei lavoretti un comparto importante e per certi versi specializzato è quello femminile (vedi intervista 3). L’occupazione prevalente è la babysitter, figura richiestissima, dotata di una propria identità sociale e abituata a fare i conti con il passaparola della reputazione. Nelle grandi città le stesse ragazze fanno anche spesso le hostess, attività più stressante ma pagata tramite i voucher. In definitiva la tribù dei lavoretti entra e esce di continuo dal mercato del lavoro, non riesce a stabilizzare un proprio profilo professionale e stenta a includere nel curriculum la maggior parte delle esperienze. La famiglia rimane sullo sfondo, si comporta come un ammortizzatore sociale nelle fasi di totale inoccupazione, segue con trepidazione il rinvio delle scelte di vita della prole. Nel 55% dei casi i genitori restano decisivi per scegliere il percorso di studio e sono anche il principale veicolo per cercare lavoro grazie alle conoscenze (al 32%, superando Internet al 21% e la consegna del curriculum vitae di persona al 14%). Commenta Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Bisogna distinguere tra lavoro intermittente e un lavoretto che manca di sviluppo professionale, è legato al breve termine e serve solo al guadagno temporaneo. Ai ragazzi per crescere servirebbe una specializzazione orizzontale e una formazione rivolta al digitale e saltando di qua e di là non si ottengono».

I laureati
Una quarta tribù dei Neet è quella dei già laureati, potenzialmente più occupabili ma ingabbiati anche loro. I numeri dicono che su 10 giovani Neet uno è laureato, 5 sono diplomati e 4 hanno al massimo la licenza media. Lo riporta nel suo libro Rosina citando una ricerca Oecd e aggiunge che il rischio di restare nella trappola dell’inattività volontaria è superiore per chi ha basse competenze. I dati dell’ultimo Rapporto Istat dicono che un laureato impiega in media 36 mesi nel trovare lavoro, ma se è in possesso di un titolo umanistico l’attesa è più lunga. Un laureato dunque transita nella condizione di Neet quasi a sua insaputa e finisce per alimentare il mercato delle ripetizioni a studenti più giovani (vedi intervista 4). Su 100 docenti pomeridiani 30 sono per lo più freschi laureati. Il 90% dei ricavi non è dichiarato al Fisco e vale 800 milioni di euro l’anno, secondo stime della Fondazione Einaudi. Un laureato disoccupato è dunque automaticamente un Neet al punto che Ivano Dionigi, ex rettore e ora presidente di Almalaurea, punta l’indice verso il sistema del 3+2, le lauree triennali deboli viste come concausa dell’allargarsi del fenomeno. E i dati gli danno ragione: i laureati disoccupati sono il 20,6% con picchi di oltre il 30% nelle specializzazioni umanistiche.

La trappola del divano
Il minimo comun denominatore delle tribù di cui abbiamo parlato è una sorta di resilienza all’apatia, il tentativo di uscire dalla trappola del divano. Ma nel grande contenitore della disuguaglianza giovanile c’è un girone ancor più svantaggiato. È quello dei Neet endogeni, come li chiamano gli psicologi del lavoro, giovani che non si integrano a prescindere dalle condizioni esterne del mercato del lavoro. Non si sentono adeguati ai ritmi della vita contemporanea, hanno la tendenza ad auto-isolarsi e non emanciparsi dalla famiglia, sono demotivati sul futuro. È lo zoccolo duro dell’apartheid generazionale e le catene che li hanno bloccati rimandano quasi sempre all’eredità negativa del contesto familiare: una storia di immigrazione, un basso livello di scolarizzazione, vivere in territori marginali, genitori disoccupati o anche solo divorziati. Nel mondo che esalta l’innovazione, che registra il trionfo del digitale, che si prepara a governare l’intelligenza artificiale loro rappresentano la più desolata e mal illuminata delle periferie.

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9 luglio 2016 (modifica il 10 luglio 2016 | 09:00)
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Da - http://www.corriere.it/cronache/16_luglio_10/i-giovani-ne-ne-5d836602-4615-11e6-be0f-475f9043ad28.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Crescita, tasse La realtà dei numeri e gli impegni necessari
Inserito da: Arlecchino - Settembre 06, 2016, 03:59:14 pm
Crescita, tasse
La realtà dei numeri e gli impegni necessari

Di Dario Di Vico

Ieri abbiamo avuto due notizie, una cattiva e una buona. La prima è venuta dall’Istat che comunicando il dato definitivo del Pil del secondo trimestre 2016 ha purtroppo confermato le sue stime: crescita zero. La seconda è arrivata da Cernobbio dove il premier Matteo Renzi davanti alla platea di imprenditori ed economisti del tradizionale seminario Ambrosetti ha ribadito che abbasserà le tasse. Il verdetto sul Pil ha spiazzato il ministero dell’Economia che con scelta singolare e avventata aveva predetto solo tre giorni fa che la pallina non si sarebbe fermata sullo zero.

Tirare l’Istat per la giacca è sbagliato dal punto di vista istituzionale e poi evidentemente non porta nemmeno fortuna. Onestamente un decimale non vale una guerra di comunicazione e alle prossime tornate il governo farà bene a non trasformare di nuovo i suoi economisti in aruspici. È vero che l’Istat ha anche corretto al rialzo (da 0,7 a 0,8 per cento) il dato del Pil anno su anno ma è il risultato di un arrotondamento tecnico legato alla destagionalizzazione e non ci dice nulla di nuovo sulla salute dell’economia reale. In parole povere saremo costretti ad attendere con il fiato sospeso anche i verdetti dei prossimi trimestri quando pur partendo da una crescita acquisita dello 0,7 per cento non è sicuro che riusciremo a raggiungere la fatidica soglia dell’1 per cento.

Del resto le immatricolazioni di auto non viaggiano più allo stesso ritmo dei semestri precedenti, i consumi si sono fermati di nuovo, le costruzioni non sono ripartite, l’indice di fiducia di imprese e famiglie è calato. E in più i venti neoprotezionistici che scuotono il globo non consentono ottimismo su un nuovo poderoso contributo delle esportazioni al Pil. Restano da vagliare l’andamento della produzione industriale e il contributo della stagione turistica in corso, sulla quale si fa molto affidamento in virtù dello spostamento delle destinazioni dalla Tunisia e dall’Egitto verso i nostri lidi. A metà del mese di dicembre sapremo. Più in generale comunque non è certo tempo di illusioni, è chiaro a tutti che il dopo crisi si sta rivelando una bestia assai difficile da domare. I vecchi modelli interpretativi non funzionano più e il ministro Pier Carlo Padoan, sempre a Cernobbio, da economista con una robusta esperienza al Fmi e all’Ocse ha sottolineato che parlare di stagnazione secolare sarà un’esagerazione ma il malessere dell’economia planetaria è assai profondo. Ascoltando ieri in riva al lago di Como i guru delle previsioni, infatti, si è avuta la sensazione che anche loro vivano un momento di transizione: capiscono di dover adeguare la cassetta degli attrezzi, ancora però non ci sono riusciti e finiscono per usare quelli vecchi.

Torniamo però alla bella notizia. Renzi in un efficace botta e risposta con il pubblico ha affermato che, pur consapevole di dare un dispiacere a molti suoi compagni di partito «che vivono su Marte», abbasserà il tax rate ad iniziare dall’Ires, come del resto già previsto dalla scorsa legge di Stabilità. La domanda che sorge immediata è se/come il governo riuscirà a trovare le risorse per tener fede a un impegno che va considerato assolutamente corretto. Il ministro Padoan ha ricordato che 15 miliardi dovranno andare prioritariamente a evitare che scattino le clausole di salvaguardia e maturi addirittura la beffa sotto forma di nuovi aumenti tributari. Per non finire quindi in un cul de sac l’unica strada che si para davanti a Renzi è accompagnare la scelta di ridurre le tasse con il rilancio delle riforme strutturali. Un’abbinata che Bruxelles in passato ha sempre apprezzato.

2 settembre 2016 (modifica il 2 settembre 2016 | 22:41)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_settembre_03/realta-numeri-4a6555b8-714d-11e6-82b3-437d6c137c18.shtml


Titolo: Dario DI VICO - Questa Italia
Inserito da: Arlecchino - Novembre 08, 2016, 11:11:20 pm
Questa Italia

Case, auto e cibo: così il ceto medio si sta salvando con l’economia condivisa
L’affitto degli appartamenti con le piattaforme Internet integra il reddito e fa nascere piccole imprese L’utilizzo Si calcola che il 17% degli italiani usi una piattaforma digitale di condivisione (Airbnb, BlaBlaCar, Gnammo e il car sharing) e il successo è crescente La funzione La sharing economy favorisce il ceto medio che ha bisogno di integrare il proprio reddito e coltivare la possibilità di diventare piccolo imprenditore

Di Dario Di Vico

Iniziativa di Airbnb durante il Salone del mobile: privati accolgono visitatori nelle proprie case. Nella foto Claudia Emilitri con ospiti francesi in via Meda 3. Airbnb è il sito di condivisione case con più utenti al mondo

Il primo sciopero dei rider, i fattorini torinesi della piattaforma di consegne a domicilio Foodora, ha già avuto l’effetto di rilanciare sulla Rete la discussione sugli effetti della sharing economy sul mercato del lavoro italiano, discussione finora vissuta quasi esclusivamente sul conflitto tra Uber e i tassisti. Si calcola che il 17% degli italiani usi una piattaforma digitale di condivisione (Airbnb, BlaBlaCar, Gnammo e il car sharing) e il successo è crescente avendo la sharing economy saputo coniugare l’elemento razionale (l’utilizzo ottimale delle risorse) con quello valoriale (la gratificazione di concorrere a qualcosa di socialmente utile). E abbia di conseguenza coinvolto oltre al popolo del politicamente corretto anche una frazione crescente del ceto medio non riflessivo. Per di più è riuscita a mettere d’accordo culture politiche assai diverse tra loro, si trovano tifosi della sharing tra i liberali ortodossi come tra i sostenitori della teoria dei beni comuni. Spiega però Ivana Pais, sociologa dell’Università Cattolica di Milano: «Attenzione a non fare confusione. Il caso di Foodora non rientra nella sharing, è una prestazione a chiamata e quindi più tradizionale. A fare il prezzo non è chi presta il servizio ma l’azienda-madre e può accadere che si parta con compensi alti per i fattorini e prezzi bassi per i clienti e poi una volta conquistato lo spazio di mercato si cambino le regole per aumentare il profitto».

La verità è che la sharing economy favorisce il ceto medio che ha bisogno di integrare il proprio reddito e coltivare la possibilità di diventare piccolo imprenditore, quanto al lavoro dipendente invece crea quelli che ci siamo abituati a chiamare lavoretti - negli Usa la chiamano gigeconomy - che dovrebbero essere retribuiti con equità e non con meccanismi da economia sommersa.
Spiega Marta Mainieri, fondatrice di Collaboriamo e organizzatrice della due giorni di Sharitaly in programma a Milano per metà novembre: «La sharing si confà alla perfezione al ceto medio: per avere un ruolo attivo bisogna possedere un bene e se si tratta della casa è più facile metterlo a reddito. Non averla equivale a rimanere senza il biglietto d’ingresso». Questo spiega come la piattaforma che ha più successo in Italia - e va in soccorso del ceto medio - è Airbnb, che affitta le abitazioni e oggi coinvolge almeno 100 mila host (nel gergo sono le persone che mettono a disposizione la loro prima o seconda casa). A proposito di beni posseduti gli inglesi noleggiano persino i gioielli o il posto macchina e la piattaforma Skillshare ha provato a mettere sul mercato della condivisione le competenze intellettuali (skill).

Il caso Airbnb
Avendo le proteste dei tassisti bloccato Uber, Airbnb resta il vero caso di studio monitorato con attenzione anche dalle associazioni degli albergatori che non mancano di avanzare dubbi sulla reale trasparenza della piattaforma. I dati nazionali ci dicono che i 100 mila host di cui abbiamo parlato hanno percepito in media nel 2015 un bonus di 2.300 euro ciascuno. Ancora poco, ma si tratta di una media perché il grosso delle transazioni si ha in quattro città (Venezia, Firenze, Roma e Milano) che richiamano turisti per l’intero anno e in questi casi l’integrazione di reddito è molto superiore. In riva all’Arno siamo sui 6.300 euro annuali e nella Capitale sui 5.500. Si calcola che in media un host dia vita a tre annunci di affitto di spazi diversi, di conseguenza è facile che in futuro si crei una polarizzazione: da una parte chi del noleggio-casa ha fatto un’attività costante e chi invece si è fermato all’integrazione saltuaria di reddito. Per ora i dati sulle fasce di ricchezza degli host sono equilibrati: il 27% gode già di un reddito annuo superiore ai 33 mila euro ma il 24% ha meno di 13.600 euro. «Il reddito generato grazie alla nostra piattaforma aiuta gli host italiani a far quadrare i conti e a rimanere nelle case che amano. Il reddito di molti di loro è inferiore al reddito medio in Italia» dicono ad Airbnb. E il caso più citato è quello di Milano dove c’è la maggiore estensione del numero di host e nella settimana del Salone del Mobile risulta si affittino anche case molto lontane dal centro.


Un reddito extra per il ceto medio
Così mentre le élites rimpiangono la vecchia cetomedizzazione del Paese (che prima disprezzavano) la sharing economy in qualche modo la ricrea. Qualche host si è trasformato addirittura in un piccolo giocatore di Borsa che aumenta il prezzo dell’affitto in corrispondenza del mutamento della domanda, vedi sempre il caso milanese di Expo e delle settimane della moda. Altri sono diventati dei piccoli albergatori, capaci di studiare i movimenti della concorrenza, curare il marketing e la soddisfazione del cliente, investire sul look della casa: tutto con l’obiettivo di riempire per un maggior numero di giorni possibili l’anno. Teniamo presente che la differenza di guadagno tra affittare l’abitazione a un inquilino fisso come da tradizione e invece puntare sulla rotazione via sharing può essere del 100% a favore di quest’ultima anche con un’occupazione dell’appartamento di 20 giorni su 30 al mese. Il fenomeno non è solo italiano e il «Financial Times» ha dedicato qualche mese fa un lungo articolo all’extra-reddito immobiliare del ceto medio inglese. E comunque per avere un’idea delle iniziative sorte attorno alle piattaforme di affitto (non c’è solo Airbnb che è la più nota) a Firenze si è formata Ospitalità Alternativa un’associazione di piccoli gestori, ma soprattutto sono nate attività legate all’indotto del noleggio di abitazioni. Servizi di pulizia, servizi di consigli di arredamento, portierato. A Milano è spuntato un gruppo Facebook curato da Carlotta Bianchini che serve a scambiarsi le informazioni su aspetti fiscali, pratiche burocratiche, rapporti con le autorità amministrative e di polizia. «Vogliamo evitare che si allarghi la piaga degli abusivi che già esistono e con prezzi bassissimi in realtà eludono Fisco e controlli» dice Bianchini. C’è anche un’altra variante, di tipo generazionale: i genitori che danno in gestione le loro seconde case ai figli perché si responsabilizzino, inizino un’attività o comunque facciano apprendistato organizzativo. Le idee di business non mancano e sta nascendo anche un filone di turismo sanitario con collegata offerta di servizi complementari capace di fornire infermieri h24.

Il rischio «professionalizzazione»

Sarebbe un errore però ricondurre tutta la sharing ad unum vuoi perché si tratta di esperienze recenti e in rapida trasformazione (e quindi difficili da normare con un legge passepartout) vuoi anche perché i modelli di business delle piattaforme sono assai diversi tra loro e risentono delle caratteristiche del settore dove operano e anche delle differenze di carattere culturale tra americani ed europei. «La grande divaricazione che nel mondo della sharing si è creata è tra lavoro professionalizzato e prestazione occasionale e le piattaforme si caratterizzano anche per la scelta a monte che hanno fatto» spiega la sociologa Pais. Ad esempio BlaBlaCar, la piattaforma francese che organizza i viaggi in condivisione e ha riportato all’onore delle cronache il vecchio autostop, sta ripulendo gli elenchi dei suoi autisti per evitare che qualcuno di loro, insistendo su una determinata tratta, si costruisca un business. Al contrario di Airbnb e di come avrebbe agito Uber. La piattaforma Gnammo, che consente di organizzare cene in casa propria facendo pagare gli ospiti, ha messo addirittura un limite ai ricavi di 5 mila euro annui, assai basso, proprio per evitare la professionalizzazione spinta. «Sono esperienze sicuramente più vicine alla narrazione iniziale della sharing - sostiene Mainieri -. Qui diventa centrale non tanto l’incremento di reddito o la professionalizzazione ma il risparmio e il confronto culturale. Viaggiando insieme in auto si mischiano comunità diverse e in una fase storica in cui la diffidenza dell’altro cresce il fatto che si accetti di stare ore in macchina con dei perfetti sconosciuti è un segno di grande apertura mentale». Resta, infine, il tema della tutela sindacale per chi lavora nelle piattaforme a chiamata come Foodora. «Lo sviluppo della sharing pone anche al sindacato una serie di domande nuove - risponde Massimo Bonini, giovane segretario generale della Cgil di Milano -. Se hai la seconda casa e la metti su Airbnb è integrazione del reddito, l’autista di Uber invece fa un vero lavoro. Per il resto bisogna capire bene quale sia il rapporto di lavoro tra l’azienda di consegna del cibo e i fattorini. La sharing non c’entra, bisogna più semplicemente accertare se sono rispettate le leggi e se esiste un contratto di qualsiasi natura esso sia».

(2 - continua)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
10 ottobre 2016 (modifica il 10 ottobre 2016 | 10:22)

Da -  http://www.corriere.it/economia/16_ottobre_10/case-auto-cibo-cosi-ceto-medio-si-sta-salvando-l-economia-condivisa-e54116d6-8eb6-11e6-85bd-f14ac05199eb.shtml


Titolo: Dario Di Vico. La democrazia che dobbiamo reinventare
Inserito da: Arlecchino - Marzo 04, 2018, 08:51:36 pm
La democrazia che dobbiamo reinventare

Di Dario Di Vico

Svegliandoci questa mattina possiamo esser lieti almeno di una cosa, di esserci lasciati alle spalle una campagna elettorale così vacua e irritante.
La parola passa agli elettori e mai come questa volta non sappiamo quale sarà l’indicazione degli italiani.
Sappiamo che il Rosatellum è una legge con cui nessuno rischia di vincere o di scomparire, è una fotografia degli umori della nazione e niente di più.
Le manca quel valore aggiunto che dovrebbe consistere nel trasformare il sentimento popolare in un’ipotesi di maggioranza parlamentare e di conseguenza in un’indicazione di governo.
Queste critiche per quanto possano essere radicali non devono però mettere in ombra la forza della democrazia e del metodo della rappresentanza politica.
Quale che sia il risultato di oggi dobbiamo tenere a mente che stiamo parlando di valori di lungo periodo, gli stessi che ci hanno assicurato negli anni un esteso ciclo di pace, prosperità, giustizia sociale, crescita della società civile e che hanno permesso a un Paese come l’Italia, pur di piccole dimensioni, di iscriversi nel ristretto rango delle nazioni che guidano il pianeta.
Questo riconoscimento, e l’implicito invito a partecipare alle elezioni e a non accrescere il già largo campo degli astenuti, non vuol suonare come elogio dello status quo.
La democrazia, per come dovremmo intenderla, è materia viva e ci rifiutiamo di considerarla un fossile.
Gli anglosassoni usano con una certa frequenza l’espressione reinventing per segnare, anche in maniera volontaristica, il passaggio da una fase all’altra.
Noi — più disincantati — siamo molto parchi nell’utilizzarla ma è questo il compito che ci attende, quasi a prescindere dall’esito del voto.
Chiunque vinca e chiunque perda.
Il guaio è che oggi sembra mancarci una classe dirigente — non solo politica — all’altezza del compito, capace di interpretare l’umore della società e fornire delle risposte adeguate.
Questo deficit viene dalla somma di tante debolezze: potremmo partire dalle carenze della scuola e proseguire con la mancanza di luoghi di alta formazione, potremmo parlare di una storica tendenza ad ostacolare concorrenza/ricambio o dell’inadeguatezza del nostro capitalismo e persino dei peccati del giornalismo ma alla fine dovremmo concludere che l’ostacolo che abbiamo davanti a noi non è la protervia di una casta. Caso mai il pericolo è rappresentato dal vuoto.
Votare oggi è quindi reinvestire sulla democrazia e sicuramente non in chiave retorica.
Non è la nostalgia che ci spinge ma il desiderio di lasciare qualcosa in cui le nuove generazioni possano riconoscersi.
Per farlo, con qualche speranza di successo, dobbiamo partire dalle profonde trasformazioni che l’hanno interessata e in qualche maniera depotenziata.
I mercati politici restano nazionali mentre le dinamiche che veramente contano — dall’immigrazione alla diffusione delle tecnologie, dai flussi finanziari a quelli commerciali — sono globali.
Per di più a fronte di sistemi di rappresentanza dell’Occidente che appaiono rissosi e inconcludenti, i regimi autoritari alla Putin ed ora alla Xi Jinping appaiono più efficienti e persino più moderni.
Per tentare di rispondere a queste sfide le classi dirigenti dell’Ovest, ma forse noi tutti, sono/siamo chiamati a un doppio compito: tenere alta la bandiera dell’apertura delle frontiere, dei mercati, delle menti e al tempo stesso ridurre le distanze con le periferie dello scontento.
Finora quest’abbinata non è assicurata per nessuno, compreso Macron, e per questo motivo abbiamo la sensazione di essere alla vigilia di un terremoto. Vedremo.
E come è compito dell’informazione racconteremo.
E chiunque vinca non cambieremo le domande.


http://www.lastampa.it/2018/03/04/italia/speciali/elezioni/2018


Titolo: Dario Di VICO. La democrazia che dobbiamo reinventare
Inserito da: Arlecchino - Marzo 06, 2018, 02:14:42 pm
La democrazia che dobbiamo reinventare

Di Dario Di Vico

Svegliandoci questa mattina possiamo esser lieti almeno di una cosa, di esserci lasciati alle spalle una campagna elettorale così vacua e irritante.
La parola passa agli elettori e mai come questa volta non sappiamo quale sarà l’indicazione degli italiani.
Sappiamo che il Rosatellum è una legge con cui nessuno rischia di vincere o di scomparire, è una fotografia degli umori della nazione e niente di più.
Le manca quel valore aggiunto che dovrebbe consistere nel trasformare il sentimento popolare in un’ipotesi di maggioranza parlamentare e di conseguenza in un’indicazione di governo.
Queste critiche per quanto possano essere radicali non devono però mettere in ombra la forza della democrazia e del metodo della rappresentanza politica.
Quale che sia il risultato di oggi dobbiamo tenere a mente che stiamo parlando di valori di lungo periodo, gli stessi che ci hanno assicurato negli anni un esteso ciclo di pace, prosperità, giustizia sociale, crescita della società civile e che hanno permesso a un Paese come l’Italia, pur di piccole dimensioni, di iscriversi nel ristretto rango delle nazioni che guidano il pianeta.
Questo riconoscimento, e l’implicito invito a partecipare alle elezioni e a non accrescere il già largo campo degli astenuti, non vuol suonare come elogio dello status quo.
La democrazia, per come dovremmo intenderla, è materia viva e ci rifiutiamo di considerarla un fossile.
Gli anglosassoni usano con una certa frequenza l’espressione reinventing per segnare, anche in maniera volontaristica, il passaggio da una fase all’altra.
Noi — più disincantati — siamo molto parchi nell’utilizzarla ma è questo il compito che ci attende, quasi a prescindere dall’esito del voto.
Chiunque vinca e chiunque perda.
Il guaio è che oggi sembra mancarci una classe dirigente — non solo politica — all’altezza del compito, capace di interpretare l’umore della società e fornire delle risposte adeguate.
Questo deficit viene dalla somma di tante debolezze: potremmo partire dalle carenze della scuola e proseguire con la mancanza di luoghi di alta formazione, potremmo parlare di una storica tendenza ad ostacolare concorrenza/ricambio o dell’inadeguatezza del nostro capitalismo e persino dei peccati del giornalismo ma alla fine dovremmo concludere che l’ostacolo che abbiamo davanti a noi non è la protervia di una casta. Caso mai il pericolo è rappresentato dal vuoto.
Votare oggi è quindi reinvestire sulla democrazia e sicuramente non in chiave retorica.
Non è la nostalgia che ci spinge ma il desiderio di lasciare qualcosa in cui le nuove generazioni possano riconoscersi.
Per farlo, con qualche speranza di successo, dobbiamo partire dalle profonde trasformazioni che l’hanno interessata e in qualche maniera depotenziata.
I mercati politici restano nazionali mentre le dinamiche che veramente contano — dall’immigrazione alla diffusione delle tecnologie, dai flussi finanziari a quelli commerciali — sono globali.
Per di più a fronte di sistemi di rappresentanza dell’Occidente che appaiono rissosi e inconcludenti, i regimi autoritari alla Putin ed ora alla Xi Jinping appaiono più efficienti e persino più moderni.
Per tentare di rispondere a queste sfide le classi dirigenti dell’Ovest, ma forse noi tutti, sono/siamo chiamati a un doppio compito: tenere alta la bandiera dell’apertura delle frontiere, dei mercati, delle menti e al tempo stesso ridurre le distanze con le periferie dello scontento.
Finora quest’abbinata non è assicurata per nessuno, compreso Macron, e per questo motivo abbiamo la sensazione di essere alla vigilia di un terremoto. Vedremo.
E come è compito dell’informazione racconteremo.
E chiunque vinca non cambieremo le domande.


La posta in gioco per i leader e il ruolo di Mattarella
Pubblicato il 04/03/2018
FEDERICO GEREMICCA, AMEDEO LA MATTINA, FABIO MARTINI, UGO MAGRI, MARCELLO SORGI
ROMA
Più dei partiti, con il Rosatellum 2.0, contano i leader. Per questo i big in corsa, a eccezione di Matteo Renzi, hanno puntato molto sulla personalizzazione. Il segretario democratico e Silvio Berlusconi, hanno già guidato un governo da premier; Luigi Di Maio e Matteo Salvini sognano di arrivare a Palazzo Chigi. Ma con i due terzi del proporzionale nella legge elettorale tutti rischiano: il 5 marzo potrebbero trovarsi in «fuorigioco» con le urne che consegnano un Paese ingovernabile. Ecco cosa rischiano e su cosa hanno scommesso i quattro principali leader. E quali saranno gli ostacoli per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 MATTEO RENZI 
Il segretario democratico al bivio con l’incubo dello stigma di perdente 
(di Fabio Martini) 

All’età di 43 anni, dopo essere stato il più giovane capo del governo nella storia italiana, Matteo Renzi si gioca tutto. Un bivio prematuro, perché i leader di solito lo affrontano in età più avanzata. Per il segretario del Pd, salvo tracolli, a breve non è in discussione il controllo sul suo partito: quello è garantito dalla filosofia ispiratrice della legge elettorale, pensata per consentire a tutti i leader di ammortizzare le perdite. Per Renzi, in caso di sconfitta anche limitata, il vero rischio è un altro: restare in campo, ma con lo stigma del perdente di successo. Pronto a replicare nuove sfide, ma nel ricordo collettivo delle ferite precedenti. 

Certo, il destino politico del leader di Rignano dipenderà molto dal livello sul quale si fermerà l’asticella elettorale. Se il Pd si confermerà il primo gruppo parlamentare, Matteo Renzi sarà tra i leader che detteranno le regole del gioco e sarà lui, alle prossime elezioni, a giocarsi di nuovo la sua chance. Se invece, come indicavano i sondaggi prima del divieto di pubblicazione, la sua coalizione risulterà non la prima e neppure la seconda, ma la terza, con un distacco di una decina di punti dal centrodestra, tutto è destinato a complicarsi. 

Cinque anni fa l’allora leader del Pd Pierluigi Bersani scoprì che avevano votato per il suo partito 8 milioni e 646 mila elettori (pari al 25,4 per cento), ben tre milioni e mezzo in meno rispetto a cinque anni prima, quando il segretario era Walter Veltroni. Ma soprattutto si trattava del peggiore risultato nella storia del Pd e delle liste unitarie dell’Ulivo. Per Renzi stabilire un nuovo record al ribasso aprirebbe uno scenario ad alto rischio per sé e per il suo partito.

Per questo il voto conta ma conta anche la gestione del dopo-voto. Renzi ha già anticipato tre indicazioni che sono state sottovalutate. La prima: la colpa dell’eventuale flessione elettorale del Pd è tutta di D’Alema e Bersani. Ma affrontare il dopo-elezioni con una lettura riduttiva non aiuterebbe il rilancio del leader. La seconda promessa: se perdo, non mi dimetto. La terza: il Pd potrebbe andare all’opposizione. Si tratta di due affermazioni da non sottovalutare. Matteo Renzi, avendo intuito l’inconfessabile veto «ad personam» da parte di tutti gli altri leader per future maggioranze da contrarre con lui, potrebbe essere tentato dalla suggestione di rifarsi una verginità politica da leader dell’opposizione di un governo Tajani di centro-destra allargato ai «responsabili» di turno. Magari passando da un duello per la presidenza del Senato con Massimo D’Alema, che ha sussurrato questo scenario ad alcuni imprenditori toscani.

LUIGI DI MAIO 
La voglia di governo del nuovo M5S e il pericolo delle accuse di inciucio 
(Di Federico Geremicca) 
Che cosa vogliono davvero Di Maio e i Cinque Stelle? O meglio: quale ipotesi politica - e di governo - è realmente percorribile da un Movimento che non ha mai fatto alleanze e ha appena abbandonato la linea, diciamo così, del «Vaffa»? Bisognerebbe rispondere a queste domande per capire qual è - in questo voto - la posta in palio per gli uomini di Grillo e per il loro «capo politico». E le risposte non sono univoche: perché gli ultimi dieci giorni di campagna del M5S si prestano ad almeno una doppia lettura.

La prima, insiste sul fatto che la «nuova stagione» del Movimento sia davvero avviata e che molte cose - dalla inedita moderazione al varo anzitempo di un team di ministri - siano lì a dimostrare la voglia di governo. La seconda, più scettica, dà una interpretazione diversa della sceneggiatura proposta agli elettori in questa campagna elettorale: e cioè, che tutto quanto fatto - dall’abbandono del «Vaffa» alle tante rassicurazioni - servirebbe solo a dare più argomenti (e dunque forza) a una possibile scelta di ritiro da ogni trattativa nel dopo-voto: noi volevamo davvero provare a cambiare il Paese, ma con questi partiti non c’è niente da fare.

Esiste una terza ipotesi, in realtà, che tiene assieme parte delle due letture precedenti: e cioè che i Cinque Stelle - pur puntando davvero al governo - non riescano ad abbattere il «muro» del cambio di linea sulle odiate alleanze, pena spaccature interne e la frammentazione dei gruppi parlamentari. Come si vede, dunque, la posta in palio per Di Maio e il Movimento potrebbe essere - diciamo così - variabile, in rapporto ai veri obiettivi degli uomini di Beppe Grillo: provare ad andare al governo costi quel che costi, oppure autoconfinarsi all’opposizione scommettendo su un patto Renzi-Berlusconi, una legislatura breve ed elezioni ravvicinate nelle quali puntare davvero al fatidico 40 per cento?

In entrambi i casi i rischi sono evidenti. Andare al governo con partiti definiti fino a ieri inaffidabili e impresentabili, potrebbe rappresentare un vero choc per la base grillina; ma anche riporre di nuovo in freezer milioni di voti non pare un buon affare per il Movimento. Scegliere, insomma, non sarà né facile né indolore. Soprattutto per Luigi Di Maio, che rischia di rimanere stritolato nella morsa tra ortodossi e governisti.

Per lui le accuse sono già pronte: non esser riuscito a guidare la metamorfosi del Movimento o - al contrario - aver accettato di far «inciuci» con gli odiati partiti. Paradossale. Ma come dice il vecchio proverbio, chi semina vento raccoglie tempesta.

MATTEO SALVINI 
Una sola mano da giocare senza assi, vincere o diventare un comprimario 
(Di Amedeo La Mattina) 
I rivoluzionari, una volta al governo, si calmano. Diventano più pragmatici, fanno i conti con i numeri (quelli parlamentari e del bilancio pubblico) e gli alleati che non la pensano allo stesso modo. Potrebbe succedere pure a Matteo Salvini, che dice di voler fare la rivoluzione perché «quando prometti certe cose, guardando le persone negli occhi, senti una responsabilità enorme». Al governo, ancora di più se nel ruolo di premier, si gioca tutta la popolarità accumulata in questi anni nei quali ha sostituito il verde padano con il blu nazionalpopulista, il Dio Po e i riti pagani di Umberto Bossi con il Vangelo e il rosario. I «terroni» si sono un po’ convertiti e dovrebbero spingere Matteo verso le alte vette a due cifre per scavalcare Berlusconi e rispedire a Strasburgo il moderato europeista Antonio Tajani. Se non riuscisse nel sorpasso, diventerebbe un comprimario. Per far valere le sue posizioni sovraniste dovrebbe sommare i suoi seggi a quelli di Fratelli d’Italia, bilanciando l’asse dei moderati Forza Italia-Noi con l’Italia. Ma Giorgia ha il dente avvelenato con Matteo e non è disposta a spalancargli le porte della destra nazionale. 

Si gioca tutto Salvini nelle urne, da Milano a Trapani. Ha scommesso tutte le sue fiches su un solo colore nella roulette della politica. Lo dice lui stesso che ha una sola mano da giocare. «Gli italiani non mi darebbero una seconda occasione se fallissi». Se fallisse l’operazione Lega nazionale, se dovesse acconciarsi a una maggioranza e a un governo a trazione forzista, che guarda più alla Merkel che all’ungherese Orban, la pagarebbe a caro prezzo. La fila è lunga. Ad aspettarlo sulla riva del fiume sono in tanti. A cominciare da Roberto Maroni, che da domani è libero da impegni al Pirellone. 

Ma a fargliela pagare per le promesse non mantenute saranno gli elettori, soprattutto quelli meridionali che hanno cominciato a fidarsi del milanese che è andato a casa loro a promettere tasse al 15%, la protezione delle arance e dell’olio made in Italy dai prodotti nordafricani. E tanti rimpatri, a migliaia ogni mese. Petto in fuori, ha pure aggiunto che se Bruxelles dovesse mandargli una lettera con i compiti da fare a casa (come quella che arrivò a Berlusconi nel 2011), la butterebbe nel «bidone della carta da riciclare». I dubbi che possa farlo non mancano. 
Salvini si è imposto nel panorama politico italiano. Dalla notte delle scope dei Barbari sognanti che servirono a Maroni per far dimenticare lo scandalo Bossi-Belsito, la Lega di Salvini ha guadagnato più di dieci punti e la cavalcata continua. Ma sul tavolo della corsa al potere c’è un’infinità di promesse che da sola la Lega non può mantenere.

SILVIO BERLUSCONI 
Stanco e criticato dai suoi alleati, l’ex Cav teme il boom della Lega 
(Di Marcello Sorgi) 
Non è più lui. È stanco. Non sa più incantare il Paese. Ha fatto una campagna elettorale ripetitiva. Non ha saputo estrarre il coniglio dal cilindro come in tutte le campagne precedenti. Sembrava un disco rotto, sempre e solo «flat tax». Il contratto con gli italiani firmato per la seconda volta a Porta a porta s’è risolto in un’inutile parodia della geniale trovata di diciassette anni fa. È andato a rimorchio degli alleati, che, si vede, con lui non hanno alcun feeling e sono fin troppo più giovani di lui.

Il florilegio delle critiche - alcune delle quali indubbiamente motivate - è arrivato all’orecchio del vecchio Silvio. Qualche preoccupazione, inutile nasconderlo, ce l’ha anche lui: il timore che alla fine i 5 stelle prevalgano, che il crollo del Pd vada a ingrossare la lista di Di Maio, di ritrovarsi condizionato da un successo di Salvini e Meloni superiore alle aspettative, o che il Quirinale, in mancanza di una chiara maggioranza di centrodestra, che risulta ancora difficile da raggiungere, scelga altre strade. Queste idee frullano per la testa dell’ex Cavaliere, che ha scelto di trascorrere la vigilia del voto a Napoli, dove sempre gli è stata tributata un’accoglienza trionfale.

 Eppure basterà solo che stanotte il centrodestra si confermi primo come numero di voti, con un sensibile distacco sui pentastellati, e che Forza Italia superi, anche di poco, la Lega, per fargli cambiare umore. Silvio Berlusconi si era accostato alla settima campagna elettorale della sua ormai lunga vita politica con nelle vele il vento della vittoria alle regionali siciliane, ciò che gli aveva fatto immaginare possibile, anche se non garantito, la replica del risultato su scala nazionale. Di qui la sua testarda volontà di rimettere in piedi la coalizione - che non si può più definire «berlusconiana», ma di cui rimane tuttavia federatore -, anche con alleati che non fanno mistero di non riconoscere più la sua leadership, e puntano apertamente a disarcionarlo. 

Il florilegio di punzecchiature e vere e proprie polemiche con Salvini e Meloni, il dichiarato dissenso sull’Europa, specie quando, negli ultimi giorni, dopo il viaggio di Meloni a Budapest e l’incontro con Orbán, anche il leader leghista ha rispolverato gli slogan anti-euro, la scelta del presidente dell’Europarlamento Tajani come candidato-premier, hanno riaperto il solco delle divisioni interne al centrodestra. E nessuno è in grado di prevedere cosa succederebbe dopo il voto, se Berlusconi, in mancanza di una maggioranza parlamentare, dovesse strizzare l’occhio a Renzi. Il rischio vero è che non ci siano i numeri neanche per un governo di larghe intese e Salvini e Meloni, d’intesa con Di Maio, puntino a un ritorno alle urne.

 

SERGIO MATTARELLA 
Porte aperte a chiunque darà una mano, il metodo inclusivo per evitare il caos 
(Di Ugo Magri) 
La speranza, ovvia, del presidente è di non essere protagonista. Dipenderà non da lui ma dagli elettori: se sceglieranno con chiarezza, conferire l’incarico di governo diventerà quasi una formalità. Come massimo, il Quirinale sarà chiamato a vigilare sulla scelta dei ministri, ma non sembra impresa da far tremare i polsi. Altra cosa sarebbe invece se dalle urne non emergesse una maggioranza. In quel caso, suo malgrado, Sergio Mattarella dovrebbe assumere la regia della crisi e sulla sua persona si appunterebbero enormi responsabilità. Ancora non si conoscono i risultati, eppure già c’è un’attesa perfino un po’ malata delle mosse e, addirittura, delle acrobazie che il Capo dello Stato sarebbe costretto a compiere per evitare il caos. Si dà per scontato che i partiti non riuscirebbero a mettersi d’accordo, e forse nemmeno ci proverebbero, cosicché l’ultima salvezza andrebbe cercata nei super-poteri presidenziali. In caso di stallo, ecco l’aspettativa, Mattarella dovrebbe imporre una soluzione, proprio come fece Giorgio Napolitano dall’alto della sua autorità.

Purtroppo non funziona così. I super-poteri esistono soltanto nel mondo dei fumetti. Lo stesso Napolitano si mantenne sempre nell’ambito delle regole: mai avrebbe potuto designare Mario Monti senza il via libera preventivo, e poi anche in Parlamento, di chi oggi da destra gli rimprovera addirittura un golpe. Ci vollero 127 giorni, oltre quattro mesi in «stand-by», prima che Pd e Forza Italia trovassero un accordo sul governo Letta: nemmeno in quel caso vi furono forzature, solo tanta intraprendenza del Colle. Chi si attende che Mattarella possa spingersi oltre quei confini, e mettere in pratica ciò che nessun predecessore aveva mai osato pensare, mostra di non conoscere il successore di Napolitano. Il campo da gioco è quello tracciato dalla Costituzione, l’arbitro vorrà essere il primo a rispettarlo. Poi è chiaro che, come ogni figura arbitrale, pure Mattarella ci metterà del suo.

Un paio di novità si colgono fin d’ora. Anzitutto, lo sforzo presidenziale di spiegare che «compromesso» non è una parola oscena, anzi stipulare accordi è nella logica sana del sistema. Se nessuno vince, venire a patti resta l’unica via d’uscita. È chiaro che, dopo una campagna elettorale in cui tutti hanno promesso di non «inciuciare» con gli avversari, difficilmente vedremo i partiti subito a braccetto. Serviranno tempo e pazienza. Magari si renderanno necessari svariati tentativi, anche solo per constatarne il «fiasco» e riportare certi protagonisti con i piedi per terra. L’aspetto positivo, colto da qualche frequentatore del Colle, è che nessun leader muore dalla voglia di andare all’opposizione. Tutti sono animati, semmai, dalla smania di governare. E questa voglia collettiva di mettersi alla prova viene colta lassù come un segnale, incoraggiante, di potenziale disponibilità. Mattarella (ecco l’altro elemento nuovo) non mette alla porta nessuno. Se Luigi Di Maio è stato ricevuto al Quirinale, nella persona del segretario generale Ugo Zampetti, va proprio nel senso dell’inclusione. Il messaggio è chiaro: chiunque volesse dare una mano, verrebbe bene accolto. Il bipolarismo appartiene al passato, e la nuova sfida consiste nel far funzionare la democrazia tripolare, a Costituzione invariata. Come? Rendendo tutti partecipi, Cinquestelle compresi. 

 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

http://www.lastampa.it/2018/03/04/italia/speciali/elezioni/2018/politiche/la-posta-in-gioco-per-i-leader-e-il-ruolo-di-mattarella-Ra5H47whTUdhHkVIzm8F4O/pagina.html


Titolo: Dario Di VICO. RADICI CON LE ALI, SE VUOI INNOVARE FAI UN MUSEO
Inserito da: Arlecchino - Aprile 28, 2019, 12:22:09 pm
RADICI CON LE ALI, SE VUOI INNOVARE FAI UN MUSEO

Di Dario Di Vico 24 apr 2019

Radici con le ali, se vuoi innovare fai un museo Il museo della Ferrari a Maranello
Chi vuole innovare potrebbe cominciare aprendo un museo aziendale. Messo così può sembrare un azzardato calembour ma «le radici e le ali», per usare un’espressione del sociologo tedesco Ulrich Beck, si toccano. L’innovazione è sicuramente la grande sfida che si para davanti all’industria nazionale per difendere quel vantaggio competitivo di saperi e processi produttivi che rappresenta il cuore del made in Italy. Lavorare sulla propria storia aziendale per recuperare non tanto la cronologia né solo gli oggetti, ma il senso profondo di un impegno è un’operazione quasi propedeutica all’innovazione. È una ricetta di valorizzazione dell’umanesimo industriale che può servire proprio a fare la differenza, soprattutto quando è capace di sottolineare le discontinuità storiche.

Gli esempi non mancano: unico Paese in Europa, l’Italia ha un’associazione (Museimpresa) che riunisce 84 tra musei e archivi di grandi, medi e piccole imprese. L’elenco comincia dal Piemonte con il Museo Alessi di Crusinallo di Omegna e si chiude con il Museo della liquirizia Giorgio Amarelli di Rossano Calabro, passando per il Museo della Calzatura di Villa Foscarini Rossi a Stra (Venezia) e il Kartell Museo di Noviglio (Milano). Museimpresa è ormai un network che dialoga costantemente con le istituzioni pubbliche e private e finisce per essere, messi tutti assieme, una comunità in viaggio dentro la modernità. In prevalenza i musei ospitano i prodotti delle aziende, ne raccontano la genesi e la contestualizzano rispetto al tempo e agli avvenimenti-chiave.

In generale molta attenzione viene anche data all’evoluzione della comunicazione aziendale sottolineando laddove l’azienda è stata capace di aprirsi, spesso in chiave pionieristica, alla collaborazione con artisti e intellettuali. Forse meno spazio trova la rilettura dell’evoluzione delle culture organizzative, sia nello specifico dei processi industriali sia nel rapporto con le varie esternalità, ma ciò che è importante trasmettere è soprattutto il metodo. Si rielaborano le radici di ieri con l’obiettivo di contribuire, oggi, alla creazione di valore. E in una fase nella quale siamo ancora il secondo Paese manifatturiero d’Europa, grazie proprio al valore aggiunto superiore - in maniera significativa - a quello della Francia (terza) si capisce meglio che non stiamo parlando di vecchie soffitte ma di sfide aperte. E il cui esito, per altro, non è certo garantito.
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Da - https://www.corriere.it/economia/opinioni/19_aprile_24/radici-le-ali-se-vuoi-innovare-fai-museo-ec5f18c8-65dc-11e9-8d28-170002d143ad.shtml