LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Admin - Febbraio 12, 2008, 03:36:30 pm



Titolo: LUCIO CARACCIOLO.
Inserito da: Admin - Febbraio 12, 2008, 03:36:30 pm
Lucio Caracciolo

Perché vincono i talebani

La forza degli studenti coranici non è solo militare. Deriva soprattutto dal fallimento del regime di Kabul e dei suoi sostenitori occidentali. In molte aree, gli insorti possono garantire sicurezza e relativo 'buongoverno'  Hamid KarzaiOgni frittata comincia dalle uova. Noi occidentali stiamo fallendo in Afghanistan perché abbiamo immaginato di cucinare la nostra omelette ideale - un Paese relativamente sicuro e vagamente assimilabile agli standard democratici - con uova marce. Perché tale è la produzione locale, anche se ci riesce difficile ammetterlo.

Quali sono infatti gli attori afgani che dovrebbero produrre il miracolo? Sul campo non troviamo Jefferson né Mill, ma quattro categorie di potenti locali, o aspiranti tali. Signori della guerra e della droga; capimafia vestiti da capiclan e viceversa; talebani e altri insorti; residui qaedisti, ossia cellule dell'internazionale jihadista a suo tempo allestita da Osama Bin Laden e associati. In un contesto di caos relativamente calmo nelle province occidentali, di guerriglia intensa in quelle sud-orientali, con la violenza jihadista che colpisce ormai dentro Kabul. Dove è asserragliato, custodito dai suoi sempre più scettici protettori atlantici, il presidente pro forma Hamid Karzai, noto come 'sindaco di Kabul'. Il quale continua a decantare i progressi della pacificazione ai suoi visitatori occidentali, salvo preoccuparsi soprattutto di salvare la pelle.

L'insurrezione di matrice talebana associa sotto l'ombrello jihadista gruppi e individui disparati, compresi ladri di strada e altri banditi. Negli ultimi mesi, grazie alle rivolte che incendiano le aree tribali del Pakistan, i corridoi transfrontalieri che connettono i combattenti afgani ai fratelli pakistani sono persino più liberi del solito, perché le truppe di Islamabad devono curare anzitutto il fronte interno. Mentre i convogli logistici che dal Pakistan riforniscono americani e alleati in Afghanistan finiscono spesso sotto il tiro dei ribelli.

Oggi i talebani hanno l'iniziativa, Stati Uniti e Nato reagiscono. Senza disporre nemmeno lontanamente delle truppe e dei mezzi necessari all'occupazione di un territorio tanto vasto e impervio
. E in totale carenza di un obiettivo strategico chiaro e realistico. La forza dei talebani non è solo militare. Deriva soprattutto dal fallimento del regime di Kabul e dei suoi sostenitori occidentali. In molte aree, gli insorti possono garantire sicurezza e relativo 'buongoverno' - secondo gli standard locali - assai più dei funzionari teoricamente afferenti a Karzai. La cui polizia ultracorrotta, perfino più delle raffazzonate Forze armate afgane, non contribuisce a migliorare la fama del 'governo centrale'. La mano forte talebana sembra produrre più consenso di quanto non ne suscitino le truppe della coalizione. Anche perché queste, soprattutto i soldati americani, ma non solo, continuano a sparare a casaccio, a danno dei civili più che dei jihadisti.

Malgrado gli sforzi delle strutture civili e militari internazionali che si sono installate in Afghanistan dal 2002 in avanti, la condizione economica e sociale del Paese resta tragica. Non basta allestire una scuola o un ospedale se non si può garantirne la sicurezza. Ma in questo contesto, con questi attori in campo, non può darsi sicurezza. E dunque nemmeno consenso.

Il nostro fallimento si riflette sui nostri protetti locali, a cominciare da Karzai. Il quale da tempo sonda il campo nemico, cercando di cooptare qualche 'talebano buono' nel suo gabinetto di fantasmi (è arrivato a proporre di entrarvi persino al mullah Omar).

Naturalmente possiamo tirare avanti ancora per qualche anno in questo vuoto strategico. Sacrificando i nostri soldi e soprattutto i nostri soldati. Ai quali qualcuno un giorno vorrà forse comunicare - se esiste - il senso della missione. E la ricetta della frittata.

(11 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Lucio Caracciolo Un'altra guerra per Bush
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2008, 09:33:10 pm
Lucio Caracciolo

Un'altra guerra per Bush


L'intervento di truppe americane sul terreno pachistano è un progetto in avanzata fase di definizione. Pronto a diventare operativo per evitare che le armi nucleari finiscano in mani jihadiste  George BushDopo Afghanistan e Iraq, toccherà al Pakistan? L'intervento di truppe americane sul terreno pachistano non è fantascienza, ma un progetto in avanzata fase di definizione. Pronto a diventare operativo. Motivo: le armi nucleari o altre componenti del complesso atomico pachistano potrebbero finire in mani jihadiste a causa della dissoluzione dello Stato.

A oltre sei anni dall'11 settembre, questo progetto piuttosto avventuroso è sintomatico del punto in cui si trova la guerra americana al terrorismo. Nel dicembre 2001, dopo la caduta di Kabul, Bush e Blair avevano decretato la sconfitta dei talebani e la liberazione dell'Afghanistan. Mentre l'Occidente cantava vittoria, quel (molto) che restava dei talebani attraversava il confine del tutto teorico fra Afghanistan e Pakistan, protetto dai servizi segreti di Musharraf. Nulla di straordinario né di imprevedibile. Giacché la matrice di quei combattenti era pachistana. Sotto vari profili etnico-religiosi. Ma soprattutto in senso geostrategico.

Dal punto di vista di Islamabad, quei combattenti jihadisti erano uno strumento della strategia di sicurezza nazionale. Per la quale l'Afghanistan è decisivo per almeno due motivi: offre la 'profondità strategica' necessaria a contenere la pressione dell'India, nemico storico del Pakistan; e apre la strada verso l'Asia centrale, serbatoio di risorse energetiche e terra da recuperare all'influenza panislamica.

Oggi il Pakistan sembra minacciato di disfacimento. Corroso dai separatismi storici (baluci e non solo) e dal proliferare dell'estremismo islamico, finora questo avanzo d'India prodotto dalla frettolosa partizione del Raj britannico nel 1947 si è retto essenzialmente grazie alla stretta dell'apparato militare. Il quale, d'intesa con alcuni feudatari locali (come la famiglia Bhutto nella provincia del Sindh) ha di fatto perpetuato il regime coloniale. Solo che invece degli inglesi i colonizzatori sono indigeni, in particolare l'élite militare del Punjab, il 'Piemonte' pachistano.


Per gli americani il Pakistan era e resta uno Stato di frontiera. Durante la guerra fredda, in funzione antisovietica; dopo l'11 settembre, in funzione anti-jihadista. Sicché negli anni Ottanta il Pakistan servì da base per sostenere la guerriglia dei mujahidin in Afghanistan; vent'anni dopo, fu costretto da Bush a collaborare, molto malvolentieri, alla liquidazione dei 'suoi' agenti a Kabul, i talebani. La cooperazione di Musharraf fu talmente incerta e ambigua da garantire comunque la sopravvivenza delle strutture talebane. Il famigerato mullah Omar vive tranquillo nella città pachistana di Quetta, protetto dai servizi segreti locali. E da lì continua a mantenere i collegamenti con le sue formazioni attive nella fascia a maggioranza pashtun, a cavallo della frontiera con l'Afghanistan.

Per gli Stati Uniti il ritorno al potere dei talebani a Kabul e il crollo del regime militare a Islamabad sarebbero più che catastrofici. Sancirebbero la sconfitta nella guerra inaugurata dopo l'11 settembre. E se davvero qualche fanatico arcinemico dell'America mettesse le mani su alcune componenti del sistema nucleare pachistano, il pericolo di un attacco sul territorio statunitense con armi di distruzione di massa apparirebbe imminente. Ecco perché già decine di uomini, tra spie e agenti speciali, sono in Pakistan. Per ora (quasi) in incognito, a sostegno della lotta antiterrorismo più o meno condotta da Musharraf. Domani, molti altri potrebbero aggiungersi, per mettere le mani sul nucleare pachistano, prima che lo facciano altri.

(15 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO.
Inserito da: Admin - Marzo 07, 2008, 03:07:51 pm
ESTERI IL COMMENTO

La coscienza dell'odio

di LUCIO CARACCIOLO


In Medio Oriente i pessimisti hanno quasi sempre ragione. L'orrendo attentato di ieri sera a Gerusalemme conferma lo scetticismo di quanti hanno sempre pensato che il "processo di Annapolis" fosse fumo. L'ennesimo esercizio diplomatico-mediatico totalmente estraneo alla realtà del terreno. E la realtà è che Israele si appresta a celebrare il sessantesimo anniversario della fondazione sotto il fuoco degli attentati nel cuore della sua capitale, dei razzi lanciati da Gaza verso Ashkelon e dintorni, delle incursioni terrestri contro la Striscia appena abbandonata e subito conquistata da Hamas. Se non è guerra aperta, poco ci manca.

Il Muro non basta a fermare il terrorismo palestinese. Non vi sono misure di sicurezza che possano garantire l'impenetrabilità di Israele. Né d'altra parte si può immaginare che Gerusalemme accetti di convivere con l'Hamastan alle sue porte. I leader israeliani sono alle prese con l'incompatibilità dei loro due obiettivi strategici: consolidare Israele come Stato degli ebrei e mantenere il controllo dei Territori palestinesi.

Il primo precetto nasce dal vincolo demografico: nel giro di pochi anni la somma dei palestinesi abitanti a Gaza e in Cisgiordania, più gli arabi israeliani, sarà nettamente superiore al totale degli ebrei. Se manterrà la presa su Giudea e Samaria, Israele rischierà di scivolare verso lo Stato binazionale. Un'improbabile macedonia arabo-ebraica che annienterebbe l'opera di generazioni di sionisti. Il Grande Israele è la morte di Israele. Lo sanno bene anche gli ultranazionalisti, per i quali occorre costringere i palestinesi ad arrendersi all'idea che il loro Stato si farà, semmai, oltre il Giordano. Ipotesi piuttosto avventurosa, quanto meno perché prevede un biblico trasferimento di popolazioni, oltre al crollo del regime di Amman.

La seconda necessità deriva dalla coscienza dell'odio accumulato nei palestinesi, non importa di quale colore politico o religioso, dopo le umiliazioni e le vessazioni subìte dal 1948 a oggi. Una rabbiosa disperazione che induce i propositi più efferati, e sta radicando l'antiebraismo in modo indelebile nella popolazione araba della regione. Ma nessun esercito - tanto meno lo Tsahal attuale, assai meno motivato e ardimentoso di quello dei pionieri - può tenere in eterno sotto il proprio assoluto dominio una popolazione nemica. Più passano gli anni, più traspare la demoralizzazione di ufficiali e soldati costretti a fare i secondini di un popolo che non li tollera, anche se li teme.

Sicché i leader israeliani inclinano periodicamente verso l'una o l'altra priorità, senza potersi o volersi decidere. In più, oggi tutti sentono odore di elezioni e si profilano di conseguenza. A cominciare da Barak, che tiene molto a conquistarsi sul terreno di Gaza la fama di neo-falco. Per finire con Olmert, il più impopolare premier della storia dello Stato ebraico, che non vorrebbe essere ricordato dai posteri per tale primato, dopo aver già perso l'ultima campagna di Libano.

Sul fronte palestinese il quadro è ancora più sconfortante. Un popolo senza capo. Allo sbando. Abu Mazen è figura patetica, incapace di affermare una parvenza di autorità oltre il perimetro del suo quartier generale (anzi nemmeno in quello). I leader di Hamas - un'organizzazione sempre meno coesa, attraversata da lotte di clan e segnata dalle influenze esterne - sono asserragliati nella gabbia di Gaza e non riescono a uscirne. L'unico leader carismatico che potrebbe forse riunificare il campo palestinese, Marwan Barghuti, è ristretto nelle carceri israeliane, dove peraltro riceve un trattamento di riguardo: gli israeliani si riservano di giocare la carta Barghuti all'ultimo momento, se mai decideranno di aprire un serio negoziato di pace con il nemico. Per ora, non pare. Comunque, senza un interlocutore non si può trattare. E la furbizia di Sharon, che voleva negoziare con se stesso, non funziona più.

In un altro momento, gli Stati Uniti avrebbero potuto esercitare una certa pressione su entrambi i contendenti, soprattutto sui loro amici israeliani. Ma oggi Bush non ha l'autorità per dirimere la disputa. E l'opinione pubblica americana è concentrata sulle elezioni di novembre. Bisognerà probabilmente attendere il verdetto di quel voto per sperare che da Washington un nuovo, autorevole e coraggioso presidente si decida a smentire i pessimisti, imponendo quella pace che i belligeranti, oggi, non riescono nemmeno a immaginare.

(7 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: Wiesel: «Hanno colpito come i nazisti»
Inserito da: Admin - Marzo 07, 2008, 03:24:31 pm
«Non possiamo non difenderci da questa barbarie»

Wiesel: «Hanno colpito come i nazisti»

Lo scrittore, Nobel per la pace: «Anch'io allevato in una yeshiva. Mi sono sentito uno di loro»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
 

NEW YORK — «Anche se tutti gli attacchi terroristici sono intrisi di strazio e orrore, questo passerà alla storia come uno dei peggiori». Elie Wiesel, il grande scrittore sopravvissuto ad Auschwitz e Premio Nobel per la pace nel 1986, ha appreso la notizia dell'attentato al collegio rabbinico di Gerusalemme dalla radio, mentre si recava in taxi all'aeroporto. «È stato l'ennesimo tuffo al cuore, ma ancora più pungente e doloroso del solito », racconta al telefono il 79enne Wiesel, la voce rotta dalla commozione. «Un tuffo nel passato».
Immagino si riferisca ai suoi trascorsi di studente rabbinico in una yeshiva della Transilvania, di cui parla nel suo capolavoro del 1958 «La Notte»?
«Sì. Anch'io da piccolo ho frequentato la scuola religiosa per ragazzi, prima che Hitler e il nazismo spezzassero per sempre il mio sogno di diventare rabbino, come i miei nonni. Oggi mi sono identificato completamente in quei ragazzi trucidati. Mi sono sentito uno di loro».
Che cosa ricorda degli anni alla yeshiva?
«Ricordo i ripassi metodici e ripetitivi dell'alfabeto ebraico, Alef, Bet, Gimel. Ricordo le peot, i lunghi capelli ai lati del volto che anch'io avevo, nella tradizione degli ortodossi chassidici. Ricordo le grandi stanze immerse nella penombra, il silenzio, la meditazione. Ricordo lo studio del Talmud, una passione che mi ha accompagnato fino a oggi».
Si è chiesto il perché di questa mattanza?
«Non esiste un perché. Entrare nel sacro tempio del sapere, dove giovani vulnerabili e innocenti non fanno null'altro che studiare e pregare, soltanto per ucciderli, è la prova che il nemico è disposto a oltrepassare i limiti dell'umanità. Sono forse uomini quelli?».
L'attentato alza il livello dello scontro?
«Di certo dimostra che il presidente palestinese Abu Mazen non riesce a controllare il suo stesso popolo. Se ciò è vero, come pare ormai chiaro, cosa dovrebbe fare Israele?».
La sua risposta?
«Nessun Paese al mondo permetterebbe mai a dei killer di penetrare impunemente nelle sue scuole per assassinare, ferire, azzoppare e storpiare giovani innocenti. Israele non può non difendersi da questi continui attacchi».
Perché hanno colpito proprio quel bersaglio?
«Perché da sempre i nemici del popolo ebraico prendono di mira scuole e sinagoghe. Nel Medioevo, così come durante l'occupazione nazista dell'Europa, i luoghi di culto, studio e preghiera furono i primi a essere bersagliati. E, immancabilmente, i primi a essere distrutti. Penso che chi ha colpito sia animato dallo stesso odio che infiammava i criminali nazisti».
Di chi è la colpa?
«La risposta la darà l'indagine che dovrà cercare di scoprire soprattutto l'identità dei maestri di quei terroristi suicidi. Chi ha instillato nelle loro menti un odio tanto profondo da indurli a compiere quel gesto di inenarrabile crudeltà è altrettanto colpevole. Perché non ci sono parole per definire questi orrori».
Pensa che la responsabilità sia di Hamas?
«Hamas è a Gaza, non in Cisgiordania. Non credo sia stata necessariamente Hamas. Cercherei anche e soprattutto altrove».
E adesso?
«La priorità per Israele e il resto del mondo è combattere i terroristi suicidi che non sono nient'altro che criminali contro l'umanità. Il loro operato è pericoloso specialmente adesso, quando abbiamo bisogno di tutta la buona volontà del mondo per rinnovare i negoziati tra Israele e palestinesi. Che non possono né devono fermarsi».


Alessandra Farkas
07 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO.
Inserito da: Admin - Aprile 18, 2008, 12:26:37 am
Lucio Caracciolo

L'eredità di George Bush


Il prossimo presidente degli Stati Uniti avrà un compito difficile. Dovrà far dimenticare all'America e al mondo gli otto anni di George W.Bush, considerati disastrosi, soprattutto in politica estera  George BushChiunque sia il prossimo presidente degli Stati Uniti, partirà con l'apertura di credito che spetta a chi segue un fallimento. Perché in America come nel resto del mondo, gli otto anni di George W. Bush sono considerati più o meno disastrosi, specie quanto alla politica estera. Ma non è affatto scritto che il nuovo inquilino della Casa Bianca possa far dimenticare gli insuccessi afghano e iracheno.

Cominciamo dall'eredità di Bush junior. Il quale appare oggi come il leader che ha giocato e perso la carta della 'guerra al terrorismo' per affermare il 'momento unipolare'. Ossia per consolidare gli Stati Uniti come unica superpotenza. Ciò grazie all'effetto delle due campagne, previste rapide e vittoriose, su Kabul e Baghdad. È successo il contrario: le guerre sono ancora in corso e gli Usa non sanno come uscirne senza perdere la faccia. E l'insabbiamento americano ha contribuito a risvegliare gli appetiti di potenza di vecchi e nuovi rivali, dalla Russia alla Cina ad altri ancora, vincitori provvisori della 'guerra al terrorismo'. Al di là del contenimento del terrorismo islamico, sarà nel rapporto con cinesi e russi che si giocherà la grande partita geopolitica planetaria di questo secolo.

Ne sono consapevoli tutti gli aspiranti alla Casa Bianca, da Barack Obama a Hillary Clinton e a John McCain. I quali devono quindi azzeccare la quadratura del cerchio: evitare la sconfitta nella 'guerra al terrorismo' e ristabilire le distanze con Mosca e Pechino, come si conviene a chi vuole comunque dettare le regole del gioco globale. Sarebbe vano interpretare le opzioni dei diversi candidati sulla base della semplice appartenenza al campo repubblicano o democratico. Lo spartiacque è molto più profondo e sottile: divide i realisti dagli idealisti. Certo, nessuno dei due gruppi è tagliato con l'accetta e la politica provvede a correggere preconcetti troppo rigidi (vale anche per l'ultimo quadriennio Bush, molto più pragmatico del primo). Ma in linea di principio tutti i presidenti americani sono chiamati a pagare un omaggio, spesso sincero, all'idealismo, salvo annacquarlo nel trial and error di ogni giorno.


Sotto Bush, la componente idealista - o meglio rivoluzionaria - ha preso inizialmente il sopravvento, lasciandosi peraltro utilizzare da interessi poco trasparenti (Cheney e il suo mondo imprenditoriale) e ancor meno patriottici. Negli ultimi anni, alla Casa Bianca è prevalsa la tecnocrazia istintivamente conservatrice, dai militari all'intelligence alla diplomazia e a parte del grande business, che ha cercato di impedire che l'avventurismo bushiano producesse altri danni.

È così che è stata bloccata in extremis la guerra all'Iran. Ma il dilemma resta: bombardare l'Iran o accettare la bomba iraniana? Sarà questa la prima sfida strategica del futuro presidente. A quanto pare McCain, alle strette, opterebbe per la prima ipotesi, e così pure Hillary, mentre Obama inclinerebbe per la scelta conservativa. In ogni caso l'Iran è la chiave di volta per stabilizzare l'Iraq e l'Afghanistan, per uscire dalle due campagne almeno con un 'pareggio', se non effettivo almeno tale nella percezione e nel giudizio dell'opinione pubblica americana. Teheran o la si blandisce o la si distrugge. Continuando a non scegliere, non si sciolgono i nodi della guerra al terrorismo. Ma solo dopo aver chiuso in qualche modo questa partita, il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America potrà dedicarsi a quella decisiva: come convivere con cinesi e russi nel secolo XXI.

(17 aprile 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: Lucio Caracciolo. Dov'è finita la sinistra?
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2008, 05:32:21 pm
Dov'è finita la sinistra?

Lucio Caracciolo


In Europa i socialisti rimangolo al governo solo in Spagna. Una situazione dovuta all'assenza dei grandi obiettivi ormai ottenuti alla fine del secolo scorso dalle socialdemocrazie europee  Il premier spagnolo ZapateroSe restiamo alla superficie, constatiamo che della sinistra di governo europea non resta molto, dopo le batoste in Italia e in Gran Bretagna. Fra i grandi paesi europei, solo la Spagna è retta dai socialisti. In Germania la Spd, per quanto in crisi profonda, partecipa alla grande coalizione come azionista di minoranza. Dobbiamo dedurne che la sinistra europea ha esaurito la sua spinta propulsiva, come si sarebbe detto qualche anno fa? E che cosa ne consegue?

A scavare leggermente più a fondo, sotto l'affresco fin troppo mediatizzato delle recenti sconfitte elettorali - e fatte salve le notevoli differenze fra i diversi contesti - si scopre una trama meno univoca. Sullo sfondo, la ragione prima delle difficoltà delle sinistre, almeno di quelle riformiste: il Novecento si è chiuso sulla loro vittoria. I diritti di base dei lavoratori, la democrazia, lo Stato sociale, le libertà civili, sono realtà più o meno affermate nell'Europa occidentale. Dopo la fine della Guerra Fredda, fra molte contraddizioni, si stanno consolidando almeno in alcuni degli ex satelliti europei di Mosca. Non è facile - anzi è impossibile - reinventare un altro set di obiettivi paragonabili a quello per cui generazioni di militanti progressisti si sono dedicate da oltre un secolo.

Ha ancora senso, dunque, la sinistra? Non è una grandiosa ma ormai esausta pianta, che ha dato quanto poteva? Negli ultimi dieci-vent'anni molte persone culturalmente e biograficamente di sinistra sembrano essersene convinte, anche se non tutti lo confessano. Soprattutto ne sono convinti alcuni leader politici della sinistra, o almeno da essa provenienti. Per i quali si tratta di dichiarare chiusa la grande stagione novecentesca della socialdemocrazia e degli altri riformismi (comunismo italiano, entro certo limiti, compreso), inclusi i partiti strutturati sul territorio, di massa e con un forte grado di democrazia interna che quella vicenda hanno segnato.


Che cosa resta? Una politica molto leggera, fatta di riferimenti ecumenici, in cui termini come 'socialismo' o persino 'sinistra' sono banditi perché compromettenti. Non sufficientemente universali. Una politica a tutto spin. Che ha abbandonato una radicata cultura politica non per fondarne una nuova, ma illudendosi che non serva averne una propria. Che basti metterne insieme pezzi pescati ovunque, come in una scatola di Meccano. Se però alla fine resta solo la comunicazione, non c'è talento o carisma di leader che possa surrogare l'identità collettiva. La parabola del laburismo inglese, dal grande comunicatore Blair a 'Mr. Bean' Brown, insegna. Ex comunisti italiani e, in parte, socialisti francesi - insieme a molti altri - hanno provato a emulare il neolaburismo, con i risultati che conosciamo. E con la destra che si riscopre 'sociale', rubando alla sinistra metodi, obiettivi e infine elettori.

In un mondo complessivamente più ricco ma molto più diseguale, prima o poi la sinistra dovrà riscoprire la necessità di se stessa. Fuori d'Europa lo si vede già. Qui da noi, non ancora, con la notevole eccezione di Zapatero. Quante altre batoste serviranno per accorgersene?

(09 maggio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO.
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2008, 09:54:43 pm
Caracciolo: «Saakashvili ha forzato il gioco ma ha sbagliato i conti»

Davide Vannucci


La Georgia accusa la Russia di aver invaso uno Stato sovrano. Mosca parla di reazione legittima ed evoca lo spettro di un genocidio anti-russo nell’Ossezia del Sud. Proviamo a vederci più chiaro assieme a Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica «Limes».

Professor Caracciolo, lo scoppio delle ostilità ha coinciso con l’inizio delle Olimpiadi. È un caso o il frutto di una strategia ben precisa?
«Beh, chi ha attaccato ha pensato che avrebbe goduto di maggiore copertura, perché gli occhi del mondo erano rivolti verso Pechino, ma la strategia georgiana non ha funzionato».

Quindi la forzatura è venuta da Tbilisi?
«Personalmente ritengo che Saakashvili abbia mandato allo sbaraglio il suo Paese, sapendo bene quale sarebbe stata la reazione russa».

Bush l’ha definita spropositata.
«È stata una reazione devastante, dati i rapporti di forza, ma assolutamente prevedibile. Dopo aver ceduto negli anni ‘90 i territori del’Impero, la Russia non può permettersi di perdere un altro pezzo».

Lei ha usato il termine Impero...
«Sì, la mentalità russa non è cambiata. Del resto, Mosca considera la Georgia una periferia dell’Impero, mentre l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, de facto, fanno parte della Federazione».

La forma, insomma, conta poco...
«No, il potere esercitato su queste terre, per le quali c’è stato un semi-riconoscimento, è informale. In Ossezia del Sud la Russia ha stanziato proprie truppe. E non cederà mai».

La Russia di Putin o quella di Medvedev?
«Da quello che abbiamo visto finora il potere è saldamente nelle mani di Putin. Medvedev, al momento, è una figura pallida, che non ha ancora affermato una sua personalità. E la Russia di Putin non arretrerà. Questo lo sapevano tutti, compreso Saakashvili».

Allora, perché questa prova di forza? Forse perché si sentiva sicuro, per via dell’ombrello americano?
«Saakashvili, per natura, è un avventuriero e credo che abbia agito di testa sua. Gli Usa, alla fase finale di un’amministrazione “poco brillante”, sono impegnati in una lunga campagna elettorale. È difficile che qualcuno, a Washington, sia disposto ad appoggiare una guerra contro la Russia».

E allora, perché?
«Probabilmente il presidente georgiano ha fatto un ragionamento legato ai rapporti di forza interni. Ha annullato l’opposizione, la quale, per motivi patriottici, deve schierarsi con lui. Lo stato di guerra gli conferisce poteri pressoché assoluti. Dal punto di vista interno, tutto questo lo rafforza. A meno che...»

A meno che?
«A meno che il conflitto non si trasformi in una rotta. Allora sarebbero gli stessi georgiani a chiedergli di rendere conto delle sue azioni».

Allora, quale potrebbe essere una via d’uscita?
«L’unica via d’uscita è il ritorno allo status quo ante, prima che la Georgia tentasse di riconquistare l’Ossezia meridionale».

Altrimenti?
«Altrimenti c’è il rischio di un’ulteriore escalation, di un allargamento del conflitto a tutta l’area che va dal Mar Nero al Caucaso».

Perché «ulteriore» escalation?
«Perché in realtà gli scontri tra osseti e georgiani erano all’ordine del giorno da parecchio tempo. Ora il tutto è diventato più visibile, perché l’intensità dello scontro è cresciuta».

Col rischio di coinvolgere il Daghestan, la Cecenia, scatenando altre guerre etniche...
«Certo, c’è il rischio che si possano incendiare aree interne della Federazione Russa. Ma l’aggettivo etnico non spiega molto, anzi crea confusione. Perché si tratta di guerre fra capiclan, appoggiati dalle grandi potenze».

Davanti a un’Onu inerte.
«L’Onu funziona solo se c’è un accordo tra i 5 membri del Consiglio di Sicurezza. Questo accordo spesso non c’è, come in questo caso. L’Onu inciderebbe solo se si abolisse il potere di veto. Ma nessuno di quei 5 Paesi ha interesse a che questo avvenga».

L’universalimo perde colpi. L’Onu, la tregua olimpica violata...
«Anche la tregua olimpica è un esercizio retorico. Non c’è nessun leader politico disposto a rinunciare ai suoi progetti per via delle Olimpiadi. Non è mai accaduto e probabilmente non accadrà mai».

Pubblicato il: 11.08.08
Modificato il: 11.08.08 alle ore 8.10   
© l'Unità.


Titolo: Ranieri: «La terra del petrolio celava un conflitto “congelato”»
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2008, 09:57:33 pm
Ranieri: «La terra del petrolio celava un conflitto “congelato”»


Silvia Garambois


«C’è da augurarsi che i russi raccolgano la richiesta di cessate il fuoco che arriva dalla comunità internazionale: dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, dalle Nazioni Unite»: Umberto Ranieri, che è stato Sottosegretario agli esteri in tre diversi Governi, a partire dal ‘98, e che ha seguito direttamente anche le tensioni provocate dal dissolvimento dell’Urss, ritiene fondamentale che oggi «la diplomazia europea e statunitense lavorino per giungere a una sospensione delle ostilità: è la condizione perché riprenda il negoziato».

E in questo quadro, come giudica l’intervento di Berlusconi, la sua telefonata a Putin?
«Serve una vera azione politica, l’Italia può fare la sua parte, perché ha un buon rapporto sia con la Russia che con la Georgia. È necessario che lo Stato si adoperi per il cessate il fuoco. Ma in simili emergenze tutto può essere utile, possono servire persino i buoni rapporti personali tra i leader. C’è da augurarsi che addirittura in nome di questa amicizia Berlusconi possa convincere il premier russo a una sospensione dell’azione militare da parte di Mosca».

E sul piano più strettamente politico, come giudica l’intervento di queste ore?
«L’iniziativa dell’Unione europea, la missione insieme all’Osce e alle Nazioni Unite in Georgia per valutare sul terreno la situazione è molto importante, può spingere ad una tregua».

Ci si poteva attendere questo conflitto, si poteva prevenirlo?
«Sono problemi che nascono da lontano. Conflitti emersi con la fine della guerra fredda, quando le Repubbliche ex-sovietiche hanno sì ottenuto l’indipendenza, ma avevano al loro interno territori a maggioranza di popolazione russa, che non volevano la separazione, come l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia. Nel gergo diplomatico si chiamavano “conflitti congelati”, in realtà sono stati conflitti dimenticati».

E poi c’è la questione del petrolio...
«Nel Caucaso e in Georgia ci sono anche interessi legati alle grandi pipeline, le reti degli oleodotti, che hanno accentuato il conflitto tra Mosca e Tbilisi. Dalla Georgia, infatti, parte l’unico oleodotto che porta il petrolio direttamente dal Caspio alla coste turche del Mediterraneo, senza passare per la Russia».

Quali sono le prospettive politiche?
«È necessario garantire l’integrità del territorio della Repubblica georgiana e al tempo stesso il rispetto della forte autonomia della popolazione di origine russa, attraverso un rapporto positivo tra Tbilisi e Mosca. Tbilisi ha compiuto una mossa sconsiderata e autolesionista: la sua reazione alla provocazione, con l’invasione dell’Ossezia, ha innescato un conflitto disastroso, che rischia di compromettere il suo avvicinamento alla Ue e soprattutto - nei tempi rapidi che Tbilisi auspicava - con la Nato. Ma a pagare il prezzo più alto, come sempre, sono le popolazioni civili».

Pubblicato il: 11.08.08
Modificato il: 11.08.08 alle ore 8.09   
© l'Unità.


Titolo: LUCIO CARACCIOLO Lo sfogo di Putin e Medvedev "Stanchi delle ingerenze Usa"
Inserito da: Admin - Agosto 14, 2008, 05:26:35 pm
Lucio Caracciolo


Mosca si gioca il futuro


Il conflitto tra Georgia e Russia è un capitolo fondamentale del riassestamento degli equilibri di potenza in Eurasia e nel mondo  Sfollati dall'Ossezia del SudLa posta in gioco principale nella guerra georgiana è il rango della Russia. Può tornare a giocare da protagonista sulla scena mondiale in quanto grande potenza eurasiatica, oppure no? La questione divide l'Occidente. Basta osservare come i partner atlantici hanno reagito al conflitto tra Georgia e Russia. I loro approcci si possono dividere in tre categorie: russofobi, antirussi e accomodanti.

Al primo gruppo sono iscritte Polonia, Lettonia, Estonia e Lituania. Il loro riflesso immediato, quando i tank russi sono entrati in Ossezia del Sud, è stato di denunciare l''imperialismo' e il 'revisionismo' di Mosca. Per queste nazioni, lungamente soggette al tallone russo, Putin rappresenta solo una reincarnazione di Stalin. Dunque il Nemico.

Il secondo e molto più rilevante drappello è guidato dagli Stati Uniti, affiancati dalla Gran Bretagna e da alcuni Stati dell'Europa centrale e settentrionale (a cominciare dalla Svezia, più atlantica di molti paesi Nato). Bush non ha né voglia né interesse ad aprire un fronte caldo con la Russia. Allo stesso tempo, rifiuta l'idea di trattarla da vero partner. Intende invece consolidare il risultato della guerra fredda, negando a Putin il diritto a ricostituire un suo impero esterno. Per questo usa anche la russofobia dei vicini di Mosca per garantirsi dall'espansionismo russo. Il caso georgiano, dalla 'rivoluzione delle rose' fino alla guerra per l'Ossezia del Sud (e per Abkhazia), è esemplare di tale strategia.

Il terzo e più variegato troncone comprende la Germania e gran parte dell'Europa occidentale, Italia compresa. Paesi vitalmente legati alla Russia in quanto fornitrice energetica, ma anche insensibili alla russofobia polacco-baltica. Possono svolgere solo un ruolo minore, accennare mediazioni ad uso della propria opinione pubblica. O poco più.

In questo contesto è più facile inquadrare le ragioni che hanno spinto Saakashvili e Putin allo scontro. Il leader filo americano (o meglio, ultramericano) di Tbilisi ha giocato una partita disperata lanciando le sue truppe in Ossezia del Sud. Obiettivo: guadagnarsi il biglietto d'ingresso nella Nato, dunque la sicurezza contro le mire di Mosca. Forse Saakashvili sperava di avere le spalle coperte da Washington. O qualcuno, in questa caotica coda della disastrosa amministrazione Bush, glielo ha lasciato credere, usandolo in chiave di contenimento delle ambizioni russe.

Il leader russo non aspettava altro per far capire agli occidentali che la musica è cambiata: la Russia non è più un avanzo di Unione Sovietica, ma una grande potenza in ricomposizione, che intende partecipare da coprotagonista alla gestione del mondo. Con le buone (energie) o con le cattive (guerra), questo è l'obiettivo strategico di Mosca.

È troppo presto per stabilire chi emergerà come vincitore, anche se i rapporti di forze militari non lasciano troppe speranze alla Georgia. L'importante è sapere che non si tratta di una tragica vicenda periferica, ma di un capitolo fondamentale del riassestamento degli equilibri di potenza in Eurasia e nel mondo. Noi non siamo certo in prima linea. Ma le conseguenze dell'incendio osseto, che può estendersi in qualsiasi momento all'intera regione intermedia fra Asia ed Europa centrata su mar Nero e Caucaso, ricadranno anche su di noi. Ciò rende ancora più deprimente la nostra verbosa impotenza.

(14 agosto 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: Adriano Guerra. Georgia, chi ha vinto la guerra
Inserito da: Admin - Agosto 17, 2008, 11:26:23 pm
Georgia, chi ha vinto la guerra

Adriano Guerra


Chi, conclusasi - forse - la guerra, vincerà adesso la pace? C'è chi dice che la partita sarebbe già stata decisa dalla Russia che portando impunemente i suoi tanks sino a Gori avrebbe creato le condizioni per dettare al mondo - non solo alla Georgia ma anche all' Europa e agli Stati uniti - le sue condizioni. La Russia ha certamente impedito alla Georgia di ristabilire con un raid militare contro i separatisti dell'Ossetia) i suoi diritti di stato sovrano ma di fatto - e proprio perché ha mostrato di non avere troppi scrupoli nell'impiego della forza anche al di là delle sue frontiere nell'area dell'ex Urss considerata una specie di cortile di casa - dopo aver riconquistato l'Ossetia del Sud non è in grado di accogliere la richiesta dei secessionisti. Deve anzi ritirare le sue forze al punto di partenza. Non solo. Se con la guerra la Russia ha certamente alimentato paure e posto problemi ai paesi vicini il risultato conseguito non può però dirsi a lei favorevole: la Georgia, l'Ucraina, le repubbliche baltiche, e persino la Bielorussia ,sin qui fedele alleata di Mosca, lungi dal fare ammenda e di tornare sotto l'ala protettrice della Russia, hanno fatto rotta ancora di più verso Occidente. L'Ucraina, oltre ad aver aperto una nuova crisi attorno alla concessione della base di Sebastopoli alla flotta russa del mar Nero, ha chiesto di poter collegare il suo sistema radar a quello occidentale e la Georgia ha deciso in fretta e furia non solo di uscire dalla Comunità degli Stati indipendenti (Csi), l'organismo nato senza mai però assumere una dimensione reale, dopo il crollo dell'Urss, ma di concedere agli Stati uniti nuovi diritti sul suolo georgiano così da mettere subito in chiaro che l'alleanza del paese con l'Occidente non è in discussione. Quanto alla Polonia non certo a caso proprio nei giorni della guerra ha firmato l'accordo per l'installazione nel suo territorio delle apparecchiature dello scudo spaziale americano.

La Russia deve poi fare i conti con la controffensiva politico-diplomatica avviata da Bush che è proprio perché è stato sin qui - come è stato detto - l'unico perdente, è ora impegnato al massimo allo scopo se non di vincere almeno di non perdere la pace. In patria, a 155 giorni dalle elezioni presidenziali, il capo della Casa Bianca è sotto tiro sulla politica estera come, forse, non lo è mai stato. Ad avanzare critiche non sono infatti soltanto coloro che da sempre avversano la politica neo-con dell'interventismo dalla quale è nata la tragedia irachena. Ora è il Wall Street Journal ad accusare il Presidente di aver lasciato senza sostegno i suoi alleati georgiani e di aver offerto poi al presidente francese Sarkosy la possibilità di assumere quel ruolo di condottiero dell'Occidente che durante la seconda guerra mondiale era stato di Winston Churchill. Per rispondere all'editoriale del Wall Street Journal Bush la Casa Bianca ha diffuso addirittura un comunicato ufficiale che già nel titolo ("Bush ha agito per assicurare pace, sicurezza e aiuti umanitari alla Georgia") diceva come a Washington ci si stesse orientando, nello stesso momento in cui si continuava a condurre una forte campagna di parole contro la Russia di Putin, ad aderire alla iniziativa mediatrice che Sarkosy stava nel frattempo conducendo a nome dell'Europa. Gli Stati uniti avviavano insomma una ritirata che andava ad aggiungersi a quelle già compiute."Un tardivo riconoscimento della realtà, non una conversione sulla via di Damasco", ha detto il consigliere per la politica estera di Barak Obama che ha aggiunto: "Ormai però è troppo tardi. L'immagine dell'America è peggiorata drammaticamente".

Al di là delle discussioni e delle polemiche suscitate all'interno del paese, la controffensiva politico-americana che si sta dispiegando pone problemi seri come si è detto alla Russia e anche certamente ai paesi europei. Se infatti, aderendo e anzi sostenendo - come si è visto con la missione di Condoleeza Rice a Tbilisi - il piano di pace europeo, gli Stati uniti ne garantiscono la validità, dall'altra, fornendo garanzie alla Georgia sull'integrità territoriale del paese nonché sul mantenimento della presenza politico e militare negli Stati uniti nell'area, danno di esso un'interpretazione limitativa e non facilmente accettabile da Mosca. Ne derivano - testimoniate dal continuo rinvio da parte di Mosca del ritiro delle forze ancora presenti a Gori e in altre località georgiane - possibili difficoltà per l'immediato futuro. Da qui la necessità, e lo spazio, per un'iniziativa europea che tragga, come è stato sin qui, la sua ragione d'essere nell'operare come forza di mediazione e non come parte in causa. Non si tratta, naturalmente, di non avanzare critiche all'interventismo di Putin (è certamente positivo il fatto a questo riguardo che la Merkel si sia schierata su questo punto con le stesse parole di Bush definendo l'intervento russo nella Georgia un'"Iniziativa sproporzionata") o di cessare di intervenire su Bush perché la linea dell'allargamento dell' Unione europea all'Ucraina e alla Georgia non diventi automatico ingresso dei due paesi nella Nato. Ma si tratta di avanzare proposte che siano tali da mantenere aperta una fase di negoziati che, per essere proficua, non può certamente essere breve. Un nodo che certamente non è possibile sciogliere ora e che deve dunque essere affrontato con saggezza per impedire che tutto torni rapidamente in alto mare è quello che riguarda il destino futuro delle due repubbliche secessioniste in terra georgiana. Da qualche parte è stata avanzata la proposta di concedere all'Ossetia del Sud, così come all'Abkhazia, qualcosa di più dell'autonomia e qualcosa di meno dell'indipendenza formale, nel quadro di una "Georgia federale". Potrebbe essere una prima proposta utile per andare incontro ad una situazione che la guerra appena conclusa - si pensi alle vittime, alle centinaia di migliaia di ai profughi osseti che in parte hanno trovato rifugio nel Nord e a quelli della minoranza georgiana che hanno raggiunto Tbilisi - ha certamente reso ancora più complessa. Un altro non meno importante nodo è quello che riguarda la questione più generale dell'atteggiamento dell'Europa di fronte alla Russia di oggi. Quel che occorre - e questa opinione sta prendendo fortunatamente sempre più piede - è qui una politica più sicura e ferma. Da una parte per dire nel modo più netto che Mosca non può decidere cosa possono e non possono fare i paesi confinanti. Dall'altra per porre fine all'"errore" - e qui citiamo dall'intervista di ieri di D'Alema all'Unità - consistente nel "dare la sensazione di una politica di allargamento della Nato che portava con se forzature, come quella del sistema antimissile, che hanno accentuato la sensazione di un accerchiamento della Russia, rafforzando le posizioni più militariste e antioccidentali al suo interno". Ecco il possibile tema di alcuni interventi che i nostri governanti dovrebbero fare, anche - perché no - al telefono, senza muoversi da casa o dalla spiaggia, presso i loro "amici" di Washington, Parigi, Bonn ecc.


Pubblicato il: 17.08.08
Modificato il: 17.08.08 alle ore 7.21   
© l'Unità.


Titolo: Lucio Caracciolo. Ma Berlino non è leader
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2008, 12:37:56 am
Lucio Caracciolo


Ma Berlino non è leader


Fino a qualche anno fa in molti scommettevano nella Germania come nuovo leader in Europa. Ma l'egemonia tedesca sembra ancora lontana  Quindici anni fa molti scommettevano sulla Germania riunificata come nuovo leader europeo. Oggi, a un anno dalle elezioni politiche che dovrebbero dirimere a favore di Angela Merkel - ma è ancora presto per stabilirlo - la querelle prodotta nel suo governo dalla forzosa coabitazione con una Spd in crisi d'identità, questo traguardo sembra lontano. Perché? Al di là delle contingenze politiche ed economiche e dei talenti individuali (e Merkel, a suo modo, è un talento), ad impedire l'egemonia tedesca contribuiscono alcuni fattori strutturali.

Primo: ai tedeschi manca la mentalità del paese leader. Sarà il passato che non passa, sarà il benessere diffuso e rassicurante, sarà la paura di se stessi: fatto è che nell'attuale classe politica tedesca, salvo eccezioni, non è radicata la consapevolezza di un proprio diritto-dovere a guidare gli altri Paesi europei. Si preferisce condividere le responsabilità con gli altri (talvolta nascondersi dietro gli altri). Con i francesi, per consuetudine ormai sessantennale, anche se i tempi d'oro della coppia Bonn-Parigi sono irrimediabilmente trascorsi e la chimica personale fra Merkel e Sarkozy è piuttosto disastrosa. E con gli inglesi, in quanto grande potenza residuale e partner privilegiato degli Stati Uniti.

Secondo: il trio di testa Berlino-Parigi-Londra è comunque lungi dal determinare una politica unitaria in ambito Ue. I 27 sono troppi, troppo diversi, troppo divisi per poter affidare a chiunque, compresi i cosiddetti Tre Grandi, il compito di parlare e agire per tutta la famiglia.

Terzo: Washington e Mosca restano due punti di riferimento esterni imprescindibili. Ma sempre più difficilmente conciliabili. La crisi georgiana è stato solo l'ultimo dei molti test recenti che hanno costretto Berlino a barcamenarsi fra Nato e gas russo, fra affinità politico-ideali con l'America e la necessità di stretti rapporti con Putin per ragioni di sicurezza energetica e strategica.

Lo storico gap fra potenza economica e potenza politica, che segna la Germania Federale da quando esiste, non è dunque colmato. E non lo sarà nel futuro prevedibile. Se si pensa ai mal di pancia con cui i vecchi germanofobi - dalla Thatcher a Mitterrand ad Andreotti - soffrirono la caduta del Muro, diciannove anni or sono, fa quasi sorridere constatare come le loro paure siano state smentite dai fatti. Allo stesso tempo, senza questa atavica, impalpabile ma finora non del tutto eliminabile paura della Germania (diffusa persino fra alcuni tedeschi) non riusciremmo a comprendere come uno Stato delle dimensioni demografiche, culturali ed economiche della Germania stenti ad assurgere a riferimento per il nostro continente.

Ciò non può lasciarci indifferenti come italiani. Dopo aver coltivato per i decenni della Guerra fredda parallelismi, affinità e intese con la Germania di Bonn, abbiamo disperso in poco tempo quel patrimonio. Semplicemente, non abbiamo voluto prendere atto di come i nostri partner tedeschi siano cambiati, e soprattutto di come siamo cambiati noi dai tempi della Prima Repubblica e della 'soglia di Gorizia'. Prima recupereremo il senso della realtà, e quindi della necessità di un vero rapporto strategico con la Germania, meglio sarà per noi. Certo non possiamo sperare che a far la prima mossa siano i tedeschi: hanno altre priorità.

(12 settembre 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO Lo sfogo di Putin e Medvedev "Stanchi delle ingerenze Usa"
Inserito da: Admin - Settembre 15, 2008, 09:51:24 pm
ESTERI       

Il premier e il presidente russo parlano della crisi georgiana

L'8 agosto è stato per noi come l'11 settembre per l'America

Lo sfogo di Putin e Medvedev "Stanchi delle ingerenze Usa"

di LUCIO CARACCIOLO

 

MOSCA - "Chi te lo fa fare? Sei un presidente giovane, liberale, a che ti serve tutto questo?". Mentre i tank di Mosca, respinto l'attacco georgiano in Ossezia del Sud, erano in vista di Tbilisi, George W. Bush si rivolgeva quasi paternamente al suo omologo russo, in carica da nemmeno cento giorni. A raccontarlo è lo stesso Dmitri Medvedev. Siamo nel salone delle feste dei magazzini Gum, affacciato sul mausoleo di Lenin. Intorno al tavolo, un gruppo di giornalisti ed esperti americani, europei e asiatici, riuniti dal Club Valdai per quattro giorni di incontri informali con i principali leader russi, a cominciare da Putin e dallo stesso Medvedev. "Ho risposto a Bush che non è che io avessi bisogno di fare qualcosa, ma ci sono situazioni in cui l'immagine non conta nulla e l'azione efficace è tutto", continua Medvedev. E tiene a farci sapere di aver smontato il suo interlocutore: "In questo contesto tu avresti fatto lo stessa cosa, forse più duramente, gli ho detto. Lui non mi ha replicato".

Molti, anche in Russia, considerano Medvedev un passacarte di Putin. Non ha né potrà forse avere l'autorevolezza del suo mentore, il restauratore dell'impero russo. Ma la sua performance da comandante in capo delle Forze armate durante la vittoriosa campagna di Georgia ne ha innalzato la statura. E poi il Cremlino conferisce a chiunque vi si insedi un'aura regale. Fatto è che in poche settimane il gradimento popolare del neopresidente è notevolmente cresciuto. E lui se lo sente addosso: "Dopo il Caucaso ho acquistato una migliore comprensione delle cose, quest'esperienza mi ha dato più sicurezza". Medvedev ha preso gusto al potere, e si vede. Non è affatto scontato che stia lì per scaldare la poltrona in vista del ritorno del leader massimo.

Quale che sia la dinamica psicopolitica di questo strano consolato, la squadra di Putin sembra piuttosto compatta. E univoca nel messaggio al mondo esterno. Medvedev lo riassume così: "L'8 agosto per la Russia è stato un po' come l'11 settembre per l'America. Quando la Georgia, appoggiata da un grande Stato che vuole fissare le regole del gioco internazionale, ha cinicamente attaccato l'Ossezia del Sud e ha sparato sui nostri peacekeepers, il mondo è cambiato e sono cambiate le nostre priorità".

Ne deriva il concetto di fondo, martellato dai leader russi, da Putin in giù, durante tutte le nostre conversazioni: la Russia è stanca. Vent'anni di umiliazioni, per un colosso di antico lignaggio imperiale, sono troppi. Non ci volete nella vostra famiglia? Pazienza, ce ne costruiremo una nostra, insieme ad amici vecchi e nuovi. Non solo con i vicini postsovietici, ma anche con i governi amici nel mondo arabo, in Asia, America Latina e Africa, che negli anni Novanta abbiamo trascurato. Finché non vi accorgerete che il mondo non può essere retto da un solo paese, che la Nato appartiene alla storia e che urge una nuova architettura di sicurezza eurasiatica, basata sull'equilibrio della potenza e su regole condivise.

Quando ci riceve a tavola nel centro termale Rus', a Soci, Putin non ha ancora smaltito l'irritazione per il modo in cui la stampa occidentale ha in genere riferito della guerra. "Sono sorpreso di quanto potente sia la macchina propagandistica del cosiddetto Occidente", esordisce. Più che la rabbia per come i nostri media hanno coperto la guerra del Caucaso, scatenata dall'innominabile Saakashvili (sul quale Medvedev avrà parole sprezzanti, dandogli del drogato - "sappiamo che prende narcotici"), conta il giudizio sulla crisi del blocco che ha vinto la guerra fredda. "L'Occidente non è omogeneo, non è un monolite. Le decisioni unilaterali americane lo stanno distruggendo. Nessuno ne può più di questo modo di agire".

Putin non avrebbe spedito i suoi tank fino a 15 chilometri da Tbilisi ("l'avremmo potuta prendere in quattro ore, se avessimo voluto") se non fosse stato convinto della debolezza americana e delle divisioni nel campo euroatlantico. Attaccando i russi nel momento di massima confusione a Washington, nella fase terminale di un'amministrazione allo sbando, Saakashvili ha offerto a Putin non solo l'opportunità di sfogare sui georgiani le frustrazioni accumulate per anni, ma di far emergere le fratture fra europei occidentali, sensibili alle ragioni russe, e quella parte dell'establishment americano per cui la Russia è solo una riedizione dell'Urss. E a chi rimarca la sproporzione fra attacco georgiano e reazione russa, Putin replica: "E che avremmo dovuto fare, tirare con la fionda?".

Ma il premier non ha alcuna intenzione di rompere con il "cosiddetto Occidente", semmai di far leva sulle sue contraddizioni. Il dimezzamento degli investimenti esteri in Russia quest'anno, rispetto al 2007 (da circa 80 a 40 miliardi di euro), deve preoccuparlo: "Siamo consapevoli del nostro potenziale. Non facciamo rumore di sciabole". La Russia non vuole né può isolarsi. Cerca "una partnership su basi paritarie". Certo, osserva Putin accennando alla veranda, affacciata sul Mar Nero, "la flotta Usa a dieci miglia di qui è un bell'esempio di trattamento equanime dei partner".

Putin tiene a distinguere tra Bush, o meglio "George", e i suoi "falchi", a cominciare da Cheney. Lui come tutti i dirigenti russi sembra convinto che a scatenare i georgiani in Ossezia del Sud sia stata l'ala dura dell'amministrazione, forse all'insaputa del presidente: "Le mie relazioni con George sono veramente buone. Lo rispetto e lo considero una persona onorevole". Per concludere ironico: "Ho sempre trattato George meglio di molti americani".

Putin ricorda l'improvvisato incontro di Pechino, la notte dell'attacco georgiano su Tskinvali, quando di fronte alle sue proteste Bush gli assicurò: "Nessuno vuole la guerra". Il premier russo si aspettava che l'amico George avrebbe fermato Saakashvili. Ma evidentemente nell'amministrazione hanno prevalso i falchi: "La corte fa il re e la corte non voleva che lui fermasse i georgiani". Uno dei suoi più stretti collaboratori soggiunge: "Condy Rice ci aveva assicurato che se Saakashvili avesse tentato di risolvere con la forza la questione ossetina si sarebbe potuto scordare l'ingresso nella Nato. E invece...".

Al fondo, Putin e Medvedev non riescono a emanciparsi dall'ombra dell'Unione Sovietica. Sono consapevoli di essere percepiti da molti occidentali, tra cui almeno uno dei due candidati alla Casa Bianca, come gli eredi di Lenin e Stalin. "Liberatevi dei sovietologi, ce ne sono ancora troppi in giro. Non si può capire la Russia con le categorie della guerra fredda", ammonisce il presidente, "perché noi ci fondiamo su un sistema di valori completamente diverso". Lui che aveva 25 anni quando lo stendardo con falce e martello fu ammainato al Cremlino, non ha nostalgia del passato: "Io nell'Urss mi annoiavo". E Putin, che pure ha definito il crollo dell'Unione Sovietica "una catastrofe geopolitica", specifica: "Io sono un conservatore, ma non nel senso che i comunisti davano al termine". Dicono che in quel momento, sulla Piazza Rossa, la salma di Lenin abbia avuto un fremito.

(15 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO.
Inserito da: Admin - Ottobre 04, 2008, 03:49:38 pm
Lucio Caracciolo


Assedio a Sebastopoli


Il rischio di una crisi russo--ucraina è preso in considerazione negli Statoi Uniti e in Europa. Fra i problemi c'è quello dell'adesione alla Nato  Il presidente ucraino Viktor YushchenkoDopo la Georgia, l'Ucraina? Il rischio di una crisi o addirittura di una guerra russo-ucraina è preso sul serio a Washington come nelle principali capitali europee. Dove si ricorda bene il monito di Vladimir Putin al presidente americano uscente, durante l'ultimo vertice Nato di Kiev (4 aprile), quando si discuteva il futuro atlantico delle due Repubbliche ex sovietiche: "Capisci George, l'Ucraina non è nemmeno uno Stato! Che cos'è l'Ucraina? Parte del suo territorio è Europa orientale. Ma l'altra parte, quella più importante, gliel'abbiamo regalata noi!".

Il riferimento di Putin era in specie alla Crimea. Questa penisola, vocazionalmente vicina a Mosca, ospita la base navale di Sebastopoli, dov'è all'àncora la flotta russa del mar Nero, in base a un accordo che scadrà fra un decennio. Quel territorio venne ceduto dall'ucraino Krusciov alla Repubblica sovietica di Ucraina nel 1954, ma a Mosca quel 'regalo' non è mai andato giù. E oggi molti, attorno a Putin, considerano che in caso il governo di Kiev decidesse di forzare i tempi per l'adesione alla Nato, dovrebbe rinunciare a una buona porzione dell'Ucraina orientale, a cominciare dalla stessa Crimea. Come ricorda uno dei più autorevoli analisti strategici russi, Sergej Karaganov, l'Ucraina vista da Mosca "è la culla della Russia, anzi più russa della Russia".

Rivendicazioni e manipolazioni storiche a parte, la prospettiva di adesione alla Nato è dirimente nella frattura fra i due leader della rivoluzione arancione (2004), sponsorizzata dagli americani, che in Occidente aveva suscitato molte simpatie e speranze. Viktor Yushchenko, presidente debole ma deciso a non arrendersi, si presenta come campione dell'atlantismo e come difensore dell'Ucraina contro le brame imperialistiche di Putin e Medvedev. Yulia Timoshenko, da capo del governo, si è invece smarcata dall'ortodossia Nato e sembra perseguire una rotta neutralista. Alcuni sono convinti che abbia stretto un patto segreto con Putin, durante una sua recente visita a Mosca. In sostanza, i russi l'appoggerebbero - orientando in suo favore, in vista del voto presidenziale dell'anno prossimo, l'elettorato ucraino sensibile al richiamo della 'madre Russia' e favorendo un'intesa con il loro leader locale di riferimento, Viktor Yanukovich - in cambio della rinuncia di Timoshenko a bussare alla porta della Nato.


La tensione fra i due ex partner arancioni è ormai cronica. Ciò che a Mosca non dispiace affatto. Yushchenko non gode al Cremlino e dintorni di una fama molto migliore di quella di Saakashvili, il collega georgiano con cui i leader russi non vogliono avere più nulla a che fare, considerandolo 'un cadavere politico'.

L'esito della partita ucraina dipenderà molto dall'atteggiamento di ciò che resta dello schieramento occidentale. Gli europei sono al solito divisi fra Germania, Francia, Italia, Spagna e altri veterocontinentali, disposti ad ascoltare Putin e a non spingere per il rapido ingresso di Kiev nell'Alleanza Atlantica, e Gran Bretagna, Polonia e baltici, sensibili agli argomenti di Yushchenko. La parola decisiva non verrà detta probabilmente al prossimo vertice Nato di dicembre. Sarà il nuovo presidente americano a sciogliere questo nodo. Quale che sia la sua scelta, cambierà il quadro dei rapporti fra Mosca e Washington.

(03 ottobre 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Lucio Caracciolo. Si ridisegna la mappa geopolitica globale
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2008, 12:11:28 am
Lucio Caracciolo.

Si ridisegna la mappa geopolitica globale

Quale mondo dopo il crollo


di Lucio Caracciolo


Il crack finanziario ha importanti conseguenze sul piano geopolitico.

La crisi non può essere circoscritta all'economia. Tre scenari su scala globale. I vostri commenti.


(08/10/08)

 
Il crollo del sistema finanziario americano sta riscrivendo i rapporti di forza complessivi su scala mondiale. Non è possibile circoscrivere la crisi all’ambito finanziario o economico, per almeno tre ragioni.

Primo: il sistema centrato sul dollaro è ramificato in quasi ogni regione del mondo.

Secondo: quel sistema si regge sull’egemonia americana, fondata sulla combinazione di hard e soft power – strapotere militare e capacità di influenza politico/culturale. Quando quei due strumenti entrano in crisi – come abbondantemente dimostrato dalla “guerra al terrorismo” e dal collasso delle banche (ombra e non ombra) e delle Borse – è tutto il meccanismo ad incepparsi. Il paradosso per cui la massima potenza mondiale è anche il maggior debitore globale si spiega solo sullo sfondo di tale primazia a 360 gradi, ormai in evidente affanno. E la radice principale della crisi attuale sta nella difficoltà di tenere in vita quel tipo di equilibrio.

Terzo: la crisi americana costringe concorrenti e partner a riposizionarsi. Nessuno può permettersi il lusso di restare fermo, in balìa dello tsunami. Quando la tempesta sarà passata – e non sappiamo né quando né come – le classifiche della potenza globale saranno riscritte.

Su questi temi si concentra il prossimo volume di Limes (5/08), in uscita il 17 ottobre, dal titolo “IL MONDO DOPO WALL STREET”.

Un bilancio provvisorio delle conseguenze geopolitiche del crollo del sistema finanziario a stelle e strisce e delle sue ripercussioni globali, Europa e Italia comprese. Esaminando la tenuta delle vecchie barriere e l’emergere di nuove per effetto della tempesta in corso.

In particolare, su scala globale potrebbero determinarsi i seguenti tre scenari:

1. Chimerica. Un accordo fra la maggiore potenza mondiale (Usa), indebitata fino al collo, e il suo grande creditore (Cina), che è insieme l’unico sfidante prevedibile per succederle come egemone in questo secolo. L’osmosi economica sino-americana potrebbe produrre un concordato complessivo fra i due superpartner, legati da fortissimi interessi reciproci.

2. Eurussia. L’interdipendenza energetica fra Europa occidentale e Russia potrebbe svilupparsi fino a investire il complesso delle relazioni fra Germania, Francia, Italia, Spagna e altre nazioni euroccidentali e il colosso russo, anch’esso fortemente segnato dalla crisi, in particolare in quanto economia fondata sulle materie prime, idrocarburi in testa. Questa macroarea potrebbe poi stabilire rapporti con Chimerica (o con uno dei suoi due partner) su basi totalmente nuove.

3. Caos o peggio nuove guerre, fino a un nuovo conflitto mondiale. Ipotesi catastrofica ma non per questo impossibile. Semplicemente, il sistema va del tutto fuori controllo. Si salva chi può. Con tutti i mezzi disponibili, violenza compresa.

Si tratta di macroscenari di medio periodo. Altri possono essere legittimamente disegnati. Invitiamo i nostri lettori a commentarli, o a proporne di loro. Nella fiducia che, bene o male, dopo Wall Street ci sarà ancora un mondo.


da temi.repubblica.it


Titolo: Lucio Caracciolo. L'Europa che verrà
Inserito da: Admin - Ottobre 18, 2008, 12:14:47 pm
Lucio Caracciolo


L'Europa che verrà


La tempesta finanziaria ed economica scoppiata in America e diffusa in tutto il mondo obbliga i paesi dell'Unione europea a verificare senso e strutture dell'impresa comunitaria  È nelle crisi che persone e istituzioni rivelano se stesse. La tempesta finanziaria ed economica scoppiata in America e diffusa in tutto il mondo obbliga i paesi dell'Unione europea a verificare senso e strutture dell'impresa comunitaria. Dopo l'abituale cacofonia iniziale, in cui ciascuno pensava di fare a modo suo, qualcosa pare essere finalmente scattato nell'animo dei nostri leader. Il meeting dei responsabili dei governi di Eurolandia, domenica 12 ottobre a Parigi, ha preso atto della necessità di una risposta comune. Per ora non siamo molto oltre la dichiarazione di princìpi, in particolare la disponibilità a salvare le banche in dissesto, peraltro difficile da mettere in atto nel caso di collassi a catena. Ma al di là delle misure immediate, che poi inevitabilmente saranno prese dai governi nazionali e dai loro organi, interessa qui stabilire se da questa emergenza può scaturire il rilancio dell'integrazione europea, ed eventualmente in quali termini e tempi.

Il fallimento di Lehman e i dissesti che ne sono seguiti, minacciando anche le più solide banche europee, hanno rivelato infatti quel che già sapevamo, ma facevamo finta di ignorare: né nell'Unione europea a 27 - ma nemmeno nell'Eurolandia a 15, domani a 16 con l'accesso della Slovacchia previsto il primo gennaio prossimo - esiste un'autorità comunitaria dotata dei poteri necessari per intervenire nella crisi in corso. Più in generale, non c'è un'istituzione che possa svolgere la necessaria vigilanza sulle banche per limitare il rischio di analoghi dissesti futuri.

Di qui il ragionamento si potrebbe allargare alla mancanza di autorità nell'Unione europea. Oggi l'Ue è la somma algebrica delle politiche nazionali, o poco più. L'organo dirimente non è la Commissione, ma il Consiglio europeo, cioè l'istanza intergovernativa per definizione. Se non c'è un esecutivo che ordini, al massimo ci si coordina. L'effetto non può essere lo stesso. Anche perché qualsiasi coordinamento efficace presuppone una gerarchia, sia quanto all'impulso politico che alla verifica dei suoi risultati. E questa gerarchia europea non c'è.

Se vogliamo utilizzare l'emergenza per ridare spinta e direzione all'integrazione europea, dobbiamo quindi pensare 'out of the box', fuori degli schemi, come amano dire gli americani. Partendo da una constatazione: anche in questa vicenda l'Unione a 27 si è dimostrata irriducibile a un approccio comune. A questo punto ci si domanda cosa mai debba accadere per generare tale miracolo. Forse la guerra mondiale? Qualcosa di meglio è venuto, se non altro nelle intenzioni, da Eurolandia, sia pure più a parole che nei fatti. Ma si tratta palesemente di ambiti troppo eterogenei. È quindi probabile che l'unico percorso utile per rafforzare l'integrazione europea si rivelerà la costituzione di nuclei confederati di paesi affini per interessi e culture nella più vasta cornice dell'Unione. È quello che informalmente sta già accadendo. E che potrebbe trovare impulso ulteriore dall'emergenza. L'alternativa è continuare nel bluff attuale, facendo finta che esista un'Europa che non c'è. Il che, sotto questa tempesta, equivarrebbe alla rinuncia totale dei politici europei alle loro responsabilità.

(17 ottobre 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO.
Inserito da: Admin - Novembre 06, 2008, 08:43:01 am
ESTERI - ELEZIONI USA 2008

IL COMMENTO

La fine dell'autismo

LUCIO CARACCIOLO


Barack Obama è il presidente del mondo. Non nel senso, pessimo e impossibile, dell'imperatore di noi tutti. Ma in quello, realistico e positivo, dell'uomo che la stragrande maggioranza dell'umanità avrebbe voluto alla guida del più importante paese del mondo. Nelle elezioni planetarie virtuali via Internet, Obama è stato plebiscitato dappertutto: dalla Francia (94,5%) alla Cina (88%), dalla Germania (92,5%) all'India (97%), dalla Russia (88%) all'Iran (80%), per finire con il trionfo in Italia (92%). Miliardi di persone hanno soffiato nelle vele della barca di Obama. Gli americani lo sapevano, anzi lo sentivano. Come affermava Thomas Jefferson, americanizzando il cogito cartesiano: "I feel, therefore I am" - "sento dunque sono". I connazionali di Obama devono averlo sentito quel vento ben dentro la loro pelle, fino all'altro ieri piuttosto impermeabile alle opinioni di chi vivesse fuori dell'immenso, benedetto poligono a stelle e strisce.

Fino a quando appunto, sette anni fa, furono tragicamente risvegliati dall'illusione di aver bandito per sempre il Male dal mondo. Bush volle esorcizzare l'incubo scatenando il suo formidabile apparato della forza a caccia di mostri lontani. Con l'idea di tenerli a debita distanza dalle case americane, inchiodandoli nelle loro terre come si spera che gli insetti nocivi s'incollino alla carta moschicida. Certo, l'11 settembre non si è ripetuto. Ma il prezzo per la svolta militarista e securitaria non è espresso solo dalla voragine nei conti pubblici e privati, quanto soprattutto dalla drastica caduta d'immagine dell'America nel mondo. E dunque da una corrosiva crisi di autostima. Da cui solo dopo la magica notte del 4 novembre gli americani cominciano a riprendersi.

Se Obama ha vinto, è anche perché gli americani hanno ascoltato le voci del mondo. Non per corrività o per vocazione internazionalista. Per sano spirito di conservazione. Per egoismo. Perché hanno capito che la sicurezza degli Stati Uniti è protetta dalla simpatia o almeno dal rispetto altrui meglio che da qualsiasi barriera. Quanto più Bush erigeva muri fisici e virtuali a protezione del territorio nazionale, mentre scatenava le campagne d'Afghanistan e d'Iraq senza fissarne limiti e traguardi, tanto più molti americani si sentivano paradossalmente meno protetti. Ci sono voluti anni, ma la maggioranza dei cittadini statunitensi ha capito che il loro governo li aveva ficcati in un vicolo cieco. Al termine del quale non c'era solo l'umiliazione dei soldati - migliaia dei quali hanno pagato con la vita - ma la perdita di fiducia del mondo nell'America. E alla lunga, degli americani in loro stessi.

L'ultimo crollo, quello del Muro di Manhattan, non è stato che il riflesso finanziario della crisi di credibilità degli Stati Uniti. Senza fiducia non c'è finanza che tenga. E prima o poi il morbo traligna nell'economia, mina l'ordine sociale, ferisce lo smisurato orgoglio nazionale di un paese che venera come una Chiesa la patria e i suoi simboli.

L'America ha ascoltato il mondo. Presto il mondo ascolterà la nuova America di Obama. Inevitabilmente, una buona quota di coloro che oggi inneggiano al leader nero resteranno delusi. Non solo perché sono troppi, e nemmeno Superman potrebbe servire i loro contrastanti interessi. Ma perché Barack Obama, innalzato alla Casa Bianca anche grazie al resto del mondo, deve preoccuparsi anzitutto del suo popolo. In questo senso no, non è il capo della Terra. Deve corrispondere alle attese dei suoi elettori effettivi, dai quali ambirà ad essere riconfermato fra quattro anni. Non avrà tempo né forze per quelle dei suoi supporter elettronici sparsi nel pianeta. Di più: i suoi elettori reali pretendono che rimetta subito ordine nella casa devastata dalle politiche di Bush. L'economia domestica, anzitutto. Il resto può attendere.

Obama avrà bisogno di ogni risorsa disponibile, a cominciare da quelle degli "alleati e amici", per raddrizzare la corazzata a stelle e strisce, pericolosamente inclinata su un fianco. Sul fronte internazionale, vuol dire più soldi e più soldati atlantici - italiani inclusi - a combattere con gli americani nelle guerre del dopo-11 settembre. A partire dall'Afghanistan, dove probabilmente Obama tenterà di riprodurre l'"effetto Petraeus": rinforzi sul terreno e trattative con i "taliban buoni" e altri tagliagole per evitare una sconfitta che Stati Uniti e Nato non possono permettersi.

Certo, dall'autismo geopolitico di Bush e Cheney, Obama e Biden vorranno passare a un "multilateralismo" d'impronta americana. Con il prestigio e l'irradiamento simbolico di cui nessun altro presidente degli Stati Uniti ha mai goduto, il nuovo leader cercherà risorse altrui per servire gli interessi del suo paese. Se poi tali interessi coincideranno con quelli degli amici, tanto meglio. Se no, tanto peggio per gli altri. Anche per chi oggi stravede per lui, o finge di farlo.

Il presidente eletto sta per ereditare un paese malato. Solo un senso di disperazione spiega come una notevole parte dei conservatori abbia votato per un presidente sospettato di pericolose inclinazioni sinistrorse, quando non di aver flirtato con gli estremisti. Obama era davvero l'ultima speranza dell'America. Non può permettersi di disperderla. La sua gente, tutta, non glielo perdonerebbe. E' il destino dei grandi visionari, che suscitano aspettative formidabili. Alcuni di loro diventano anche grandi leader. Calibrando utopia e realismo, producendo fatti ed esaltandoli con il tocco carismatico dei re taumaturghi. Se ci riuscirà, Obama non sarà solo un eroe nazionale. Si confermerà quell'icona planetaria che è già diventato nei cuori degli amici dell'America, e forse anche di alcuni nemici.


(6 novembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. E l'Europa si spaccherà
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2008, 06:21:41 pm
Lucio Caracciolo.


E l'Europa si spaccherà


 Barack ObamaIl nuovo presidente degli Stati Uniti non ha una grande esperienza dell'Europa. Ma di noi Barack Obama dovrà comunque occuparsi. Perché deve chiederci quel contributo ad affrontare le crisi geopolitiche ed economiche che l'amministrazione Bush, almeno nei suoi anni 'eroici', non voleva domandarci, illudendosi di poter fare tutto da sola. Nei primi mesi della nuova amministrazione, sui tavoli delle cancellerie europee arriveranno dettagliate e pressanti richieste di truppe (e denari) da spendere sul teatro afgano e in altre aree critiche. Il nuovo leader legittimerà queste richieste nel contesto di un 'multilateralismo' probabilmente più retorico che sostanziale, dato che a dettare le regole del gioco vorrà comunque restare lui, il capo della massima potenza planetaria.

Si può scommettere che gli europei si divideranno. Tra chi vorrà mostrarsi più americano degli americani (baltici, polacchi e altri ex sudditi dell'impero sovietico), chi cercherà di puntare i piedi (soprattutto i tedeschi e gli spagnoli) e chi farà il pesce in barile (noi). Certamente, non sarà facile respingere le sollecitazioni di un leader appena insediato e con davanti a sé almeno quattro anni di governo. Fin d'ora i responsabili europei stanno studiando condizioni e reciprocità di questo nuovo rapporto.

Dal punto di vista del presidente eletto, il modo di guardare all'Europa dovrebbe comunque ricalcare i precetti stabiliti negli ultimi decenni. In particolare, coltivare i rapporti bilaterali, piuttosto che con il fantasma di Bruxelles; evitare che un gruppo di europei si coalizzi in chiave anti-Usa; e soprattutto, scacciare il timore che qualcuna delle principali potenze continentali stringa relazioni privilegiate con Mosca.

L'incubo di qualsiasi presidente americano, anche del quarantaquattresimo di fresca nomina, è che fra Russia e Germania (più, eventualmente, Francia e potenze minori) si stabilisca un'alleanza anche solo informale, destinata a limitare l'influenza degli Stati Uniti nel Vecchio Continente. In questa prospettiva, un occhio particolare verrà dedicato dalla nuova amministrazione alla geopolitica energetica. Progetti come Nord Stream, deputati a scavalcare i paesi più filoamericani d'Europa, allo scopo di connettere Germania e Russia in nome del gas, sono anatema. Così come, sul fronte Sud, il nuovo presidente continuerà probabilmente a ricercare improbabili alternative alle pipelines che connettono Asia centrale e Russia all'Europa mediterranea.

In questo mobile scacchiere geopolitico, l'Italia gioca un ruolo marginale. A torto o a ragione, gli americani tendono a dare per scontato che seguiremo, comunque eviteremo di far danni. È probabile che abbiano ragione. Ma nel contesto della crisi multidimensionale (finanziaria, economica e geopolitica) che gli Stati Uniti hanno esportato nel mondo, al nuovo inquilino della Casa Bianca potrebbe capitare un giorno persino la ventura di infilare la sua chiave nella serratura della nostra porta e di trovarla cambiata.


(07 novembre 2008)
da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Una guerra senza crociate
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2008, 11:42:32 pm
L'ANALISI

Una guerra senza crociate


di LUCIO CARACCIOLO


"Questa guerra non si può vincere". Così, in un momento di candore, George W. Bush, il presidente che ha legato il suo nome al tentativo di estirpare a mano armata le radici del "terrorismo globale". Più che una guerra, una crociata. Parola che scappò detta a Bush subito dopo l'attacco alle Torri Gemelle, prima che i consiglieri gli illustrassero l'opportunità di ometterla in ossequio al geopoliticamente corretto.

Ma anche senza definirsi più tale, la guerra al terrore scatenata dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre, ha conservato, in fondo, il senso della crociata. Ed è appunto per questo che non si può vincere. Finché continueremo a vedere in ogni singolo attacco terrorista, dovunque e comunque, un Grande Vecchio globale battezzato Al Qaeda, gli ingegneri del terrore si sentiranno incoraggiati ad alzare il tiro.

Dopo la battaglia di Mumbai, possiamo sperare che la de-ideologizzazione della guerra al terrorismo cominci davvero? Qualche segnale sembra indicarlo. Per Obama e per la sua squadra, addestrata da sette anni di fallimenti americani e alleati nella crociata non dichiarata, sarebbe la premessa ideale per dare una conclusione pragmatica alle campagne militari in corso. Ed evitare la sconfitta totale.

La guerra al terrorismo come ideologia è funzionale alla gestione della paura. Serve a compattare l'opinione pubblica e a legittimare non solo le campagne militari, ma anche i giri di vite domestici - alcuni inevitabili, altri inevitabilmente stupidi - che limitano le libertà di ciascuno. Il guaio è che in tal modo si segue la logica dei terroristi e se ne serve lo scopo principe: la paura, appunto. Anzi i "treni di paura", quelle epidemie di terrore collettivo che attanagliano intere comunità e le inducono a comportamenti irrazionali e autodistruttivi. La risposta americana all'11 settembre, almeno nella sua prima fase, è esemplare di questa sorta di nevrosi, per cui credendo di combattere il nemico lo si esalta. Quasi il terrorismo fosse una superpotenza.

Un approccio pragmatico tende invece a decostruire il Terrorismo nei tanti, effettivi terrorismi - talvolta l'un contro l'altro armati - che per pigrizia, paura o dolo ricomprendiamo sotto quella T maiuscola. Giacché il terrorismo è una tattica, non un soggetto. Dunque non identifica nessuno. Al massimo serve a bollare l'arcinemico. Siamo nel campo della prassi, non dell'ontologia: il terrorista di oggi può diventare l'alleato di domani e viceversa.

Se evolviamo dall'isterismo alla misura imposta dalla ragione, riusciamo a scomporre il problema. Dividiamo il nemico anziché unirlo. Non sconfiggeremo mai il Terrorismo, ma alcuni singoli terrorismi sì, compresi i legami effettivi e non immaginari che ne legano diverse cellule, specie quelle abbeverate alle fonti del jihadismo e di altri fanatismi a sfondo religioso.
E qui torniamo a Mumbai. La strage non è solo un capitolo particolarmente odioso del terrorismo islamista. Nemmeno solo un'intimidazione all'Occidente, i cui cittadini sembravano un bersaglio privilegiato nel mirino dei terroristi, e in specie a Israele in quanto referente occidentale in "terra islamica", come testimonia la strage al centro ebraico. È soprattutto l'ennesimo episodio della guerra India-Pakistan, che si trascina da oltre sessant'anni, tra fasi "calde" e "fredde", scontri militari in piena regola e subdoli attentati. Una guerra senza sbocco.

L'ennesimo lascito di sangue della decolonizzazione alla britannica. Ma molto, molto più pericoloso della Palestina o della Mesopotamia. Qui si fronteggiano due Stati dalle identità inconciliabili, armati fino ai denti, bombe atomiche comprese. A differenza di altri scenari, nel confronto indo-pakistano l'uso dell'arma atomica non è affatto impensabile.

Per questo Obama ha messo il Pakistan in cima alla lista delle sue priorità di politica estera. Infatti, la stessa guerra afgana è anche un fronte della partita India-Pakistan, con Delhi inizialmente in vantaggio e Islamabad alla riscossa grazie ai "suoi" taliban e ad altri ribelli e tagliagole che amiamo classificare sotto quella comoda etichetta. Per riconquistare quel territorio che nella dottrina pakistana rappresenta la "profondità strategica" per proteggersi da un'invasione indiana e insieme il trampolino di lancio per estendere la propria influenza in Asia centrale.

Nella sua crociata ideologica, Bush aveva presentato il Pakistan come prezioso alleato nella guerra afgana, "dimenticando" che i taliban nascevano nelle madrasse pakistane, anche per impulso dell'intelligence locale. La fonte del jihadismo era così deputata a combattere il jihadismo, immaginiamo quanto sinceramente. Essendo per questo foraggiata con decine di miliardi di dollari, finiti nelle tasche delle corrottissime élite politico-militari di Islamabad o virati in progetti e sistemi d'arma concepiti per combattere l'India, certo non i taliban.

Nell'approccio pragmatico che speriamo Obama e il resto del mondo civile vorranno adottare contro i terroristi, conviene dunque tornare a chiamare le cose con il loro nome. Il Pakistan, tramite l'Inter-Services Intelligence (Isi), è il garante se non il mandante dei terroristi di Mumbai. Che certo non sono solo pakistani: fra loro anche islamisti indiani e di altri paesi. Da sempre l'Isi promuove e finanzia cellule jihadiste incistate nella società indiana, soprattutto in funzione delle proprie aspirazioni sul Kashmir, il territorio simbolico-strategico al centro del contenzioso con Delhi. Così come i servizi indiani sostengono tutte le forze, compreso il pallido governo Karzai, che sullo scacchiere del subcontinente e dell'Asia centrale minano gli interessi del Pakistan.

È in questo incrocio di ambizioni e strategie contrapposte che conviene interpretare la strage di Mumbai. Senza indulgere in generalizzazioni o in "ismi", ma individuando le responsabilità individuali e istituzionali, denunciandole e, per quanto possibile, colpendole. Con la determinazione e la cautela imposte dal rischio nucleare. E con la consapevolezza che senza un compromesso geopolitico fra India e Pakistan, che risolva le dispute resolubili e metta la sordina a quelle insolubili, gli orrori di queste ore sono destinati a riprodursi, moltiplicati, in un futuro non lontano.


(29 novembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Medio Oriente, una tragedia domestica
Inserito da: Admin - Gennaio 06, 2009, 11:41:11 am
L'ANALISI

Medio Oriente, una tragedia domestica

di LUCIO CARACCIOLO


CI SONO sono problemi che si possono risolvere e problemi insolubili. Da tempo gli apparati di sicurezza israeliani, più influenti dei governi anche perché più stabili, hanno deciso che la questione palestinese appartiene alla seconda categoria. Non ha soluzione. Quindi a rigore non è un problema. È una crisi permanente da gestire perché non diventi troppo acuta. Talvolta con terapie d'urto, come oggi a Gaza.

Per capire la guerra in corso, conviene inquadrarla sullo sfondo dell'opzione strategica perseguita da Israele a partire dal fallimento del vertice di Camp David e dei colloqui di Taba sullo "status finale", nel 2000-2001. Da allora, l'establishment di sicurezza israeliano, appoggiato dalla Casa Bianca, ha affrontato il problema/non problema palestinese a partire da tre postulati.

Primo: nel giro di pochi anni fra Mediterraneo e Giordano gli arabi saranno maggioranza. Ciò minaccia il carattere ebraico dello Stato di Israele, che non è negoziabile. Dunque o creiamo uno staterello palestinese a fianco del nostro, incapace di minacciarci, oppure dobbiamo tenere i palestinesi sotto controllo con la forza. E possibilmente divisi. La prima ipotesi resta il mantra della diplomazia ufficiale, la seconda corrisponde alle iniziative sul terreno, dall'espansione degli insediamenti alla caccia al terrorista nelle strade di Gaza City.

Di fatto, come oltre quattro anni fa spiegava il braccio destro di Sharon, Dov Weisglass, "l'intero pacchetto chiamato Stato palestinese, con tutte le sue implicazioni, è stato rimosso dall'agenda a tempo indeterminato". Olmert non ha deviato dall'approccio del suo predecessore. La conferenza di Annapolis è stata una mascherata, cui ha partecipato più o meno consapevolmente lo stesso Abu Mazen, simbolo dell'impotenza palestinese.

Secondo: non esiste un campo palestinese unitario, né Israele ha interesse a che si formi, nella prospettiva demografica sopra evocata. Coerentemente, negli ultimi anni i governi israeliani hanno prima trattato Arafat come un leader inaffidabile, poi concesso una patente di affidabilità al suo pallido successore, sapendo che comunque Abu Mazen non dispone dell'autorità sufficiente a riunire i palestinesi. Quanto a Hamas, è solo una banda di terroristi che vogliono distruggere Israele. Risultato: anche se volesse promuovere uno Stato palestinese, lo Stato ebraico non potrebbe. Perché la fazione palestinese disponibile a battezzarne uno purchessia è troppo debole per controllarlo, mentre l'altra vorrebbe un solo Stato, ma arabo e non ebraico.

Terzo: in ogni caso i palestinesi non sono una priorità. Per il resto del mondo (arabi e islamici compresi), ma soprattutto per Israele. Non è certo Hamas che può distruggere lo Stato ebraico. La minaccia strategica è l'Iran. Non solo in quanto deciso a dotarsi di un arsenale atomico capace di rivaleggiare con quello (mai dichiarato) di Gerusalemme, ma anche in quanto potenza nemica capace di utilizzare i terroristi arabi e islamici per tenere Israele sotto schiaffo. Hezbullah, ma anche Hamas. Sicché oggi la battaglia di Gaza è sotto questo profilo uno scontro indiretto fra Gerusalemme e Teheran.

Si può respingere in tutto o in parte tale analisi. Ma possiede una sua logica. I palestinesi non hanno saputo opporvi una visione coerente e unitaria. Giacché ormai le loro organizzazioni principali, Hamas inclusa, sono delle mini-galassie in cui interessi particolari (spesso criminali), piccoli clan e bande di disperati si contendono le scarse risorse disponibili. Strette nella morsa israeliana. Mentre attori esterni, arabi (sauditi in testa) e islamici (vedi Teheran) usano i palestinesi per fini propri, spesso contrastanti.

La deriva dal nazionalismo all'islamismo che segna l'ultima fase di Arafat e l'ascesa di Hamas esprime la crisi dell'identità palestinese così come era stata reinventata dall'Olp a partire dagli anni Sessanta. E rafforza a Gerusalemme coloro che considerano vano inventare una nazione che non c'è. Figuriamoci affidarle uno Stato. Nessuno sembra in grado di riunificare le fazioni e i territori palestinesi. Né pare che la progressione dei coloni ebraici in Cisgiordania che ruota sull'asse Gerusalemme-Ma'ale Adumim, destinato a bisecare i "bantustan" residui possa essere arrestata.

Vista da Israele la guerra di Gaza non è dunque una crisi internazionale ma una partita domestica. Nel breve, per l'ovvio tentativo di Kadima e dei laburisti di sottrarre voti alla destra di Netanyahu alle elezioni del 10 febbraio. In prospettiva, per riaffermare che la questione palestinese appartiene alla sfera della sicurezza interna e basta. In questo senso Piombo Fuso è più un'operazione di polizia con mezzi militari che una vera e propria guerra. Non a caso gli israeliani osservano con preoccupazione le reazioni dei "loro" palestinesi, ossia degli arabi che abitano nello spazio dello Stato ebraico, pur non essendovi davvero integrati. I quali peraltro restano allo stesso tempo refrattari a soggiacere a un'autorità palestinese, viste le performance di Fatah a Ramallah e di Hamas a Gaza. Per Gerusalemme, la saldatura fra le proteste nelle sacche arabe di Israele e quelle nei Territori va evitata ad ogni costo.

Anche fra i palestinesi la battaglia di Gaza ha connotati interni. Hamas provoca gli israeliani non perché pensi di batterli, ma per consolidare la sua fama di unica struttura combattente della resistenza palestinese, inconciliabile con il "Quisling" Abu Mazen. Il quale tifa nemmeno troppo segretamente per Israele, dato che da solo non potrebbe mai sbarazzarsi di Hamas (ma è piuttosto ottimistico pensare che ci riesca Olmert). Solo una prolungata guerra di logoramento a Gaza può riavvicinare, almeno provvisoriamente, le fazioni palestinesi in lotta. In nome dell'odio per gli israeliani.

La tragedia è che nessuna delle parti in causa, nemmeno la più potente (Israele), può raggiungere i suoi obiettivi strategici. E nessuna è abbastanza forte e sicura di sé per accettare un compromesso con le altre. La guerra continua. E non finirà con la fine di Piombo Fuso.

(5 gennaio 2009)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. La follia lucida di Sarkozy
Inserito da: Admin - Gennaio 09, 2009, 04:45:14 pm
Lucio Caracciolo.


La follia lucida di Sarkozy


Sarkozy cerca di affermarsi come unico vero capo dell'Europa. Lo ha fatto anche nei giorni scorsi, girando come una trottola alla ricerca di una tregua nella guerra di Gaza  Nicolas SarkozyL'Europe c'est moi... È la divisa indossata da Nicolas Sarkozy, ostentata durante il suo semestre di presidenza europea, ma in tutta evidenza destinata a durare oltre. In assenza di un soggetto europeo - certo non surrogabile dal pallido Javier Solana né tantomeno dai leader cechi cui la routine comunitaria assegna oggi di guidare (si fa per dire) i Ventisette - Sarkozy cerca di affermarsi come unico vero capo dell'Europa. Lo ha fatto anche nei giorni scorsi, girando come una trottola fra i quattro cantoni del labirinto mediorientale, alla ricerca di una tregua nella guerra di Gaza. Già mercoledì, grazie anzitutto al sostegno egiziano e americano, sulla scia dell'iniziativa francese un primo, limitato cessate-il-fuoco è stato raggiunto.

Certo non è pensabile che la Francia possa sostituirsi agli Stati Uniti, l'unico attore capace di spostare i pesi sulla bilancia impazzita del conflitto israelo-arabo (o meglio, ebraico-islamico). Il rischio di rompersi l'osso del collo, in simili acrobazie mediatico-politiche, è forte. Eppure, come i primi risultati confermano, c'è del metodo nella 'follia' di Sarkozy.

Al di là degli effetti immediati, comunque fragili, l'iniziativa francese occupa la scena in una fase estremamente delicata, mentre le maggiori potenze globali sono alle prese con le emergenze della crisi economica o sono addirittura in sede vacante, come gli Stati Uniti. Certo, la transizione Usa sta per scadere, ma è dubitevole che Obama possa lanciarsi subito in una grandiosa iniziativa mediorientale. Altre sono le sue priorità. E soprattutto, questo non è il momento dei negoziati veri, ma della tregua e della stabilizzazione, da cui un giorno forse ripartirà un processo di pace più produttivo dei precedenti.

In prospettiva, questo significa che gli europei - con i francesi in testa - potrebbero essere chiamati a vegliare su una precaria tregua Hamas-Israele. Anzitutto collaborando a mantenere aperti i corridoi umanitari fra la Striscia e il mondo esterno. In secondo luogo contribuendo a drenare il traffico di armi che giungono a Gaza via Egitto, attraverso i mille tunnel che collegano il Sinai alla Striscia. In terzo luogo, quale che sia la bandiera sventolata dalle truppe internazionali (Unione europea, Onu o altro), solo un contingente europeo, eventualmente allargato ad altri paesi, è sufficientemente credibile e accettabile per entrambe le parti.

È possibile che l'iniziativa di Sarkozy, che ha trovato in Mubarak una spalla decisiva, non produca frutti durevoli. Ma nell'indolenza o nell'impotenza altrui, è già qualcosa. Oggi il dramma palestinese non trascina più le opinioni pubbliche di mezzo mondo, certo non come qualche anno fa. È subentrato il disincanto. O la pura disperazione. Il leader francese vorrà attribuirsi il merito di aver offerto agli arabi, in specie ai palestinesi, la sensazione di non essere del tutto dimenticati dall'Occidente.

La missione mediorientale ha poi una radice interna. La Francia è un paese multietnico e multireligioso. Le minoranze islamiche, in particolare quelle arabe, che abitano il suo territorio, non essendovi davvero integrate, possono scatenare proteste e rivolte tali da mettere in difficoltà il governo. Ogni guerra mediorientale ha ormai un riflesso nei paesi europei. In Francia più che in altri. Sarkozy è in Medio Oriente non solo da mediatore internazionale, ma anche da garante dell'ordine in casa propria.

(09 gennaio 2009)
da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Tra guerra fredda e disgelo
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2009, 03:27:47 pm
Lucio Caracciolo.


Tra guerra fredda e disgelo

La tensione fra Mosca e Washington raggiunta negli ultimi mesi della presidenza Bush è evitabile. Di questo sono convinti sia Obama che i suoi partner russi, Putin e Medvedev  Stati Uniti e Russia non sono affatto condannati a scontrarsi. I loro interessi nazionali vitali non collidono. Anzi, per certi aspetti coincidono. Dunque, la parossistica tensione fra Mosca e Washington che negli ultimi mesi della presidenza Bush aveva fatto gridare alla 'nuova guerra fredda', è assolutamente evitabile. Di questo sia Obama sia i suoi partner russi, Putin e Medvedev, sono convinti. Ma di qui a ristabilire un clima di fiducia e di cooperazione a tutto campo, molto ne corre. Vediamo perché.

Dal punto di vista del Cremlino (e della Casa Bianca russa), l'essenziale è che gli Stati Uniti riconoscano alla Russia il rango di grande potenza e l'annesso diritto a una propria sfera di influenza. Questa dovrebbe comprendere tutto o quasi lo spazio ex sovietico, ma anche territori più lontani, in quello che una volta era chiamato Terzo Mondo. Implicita in questa rivendicazione è una nuova architettura di sicurezza paneuropea, che segua grosso modo il perimetro dell'Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa (Osce).

La Nato è a un tempo obsoleta e pericolosa. Obsoleta perché strumento della Guerra Fredda. Pericolosa perché oggi i suoi partner dell'ex impero sovietico la interpretano come se fossimo ancora ai tempi dell'Urss, ossia come fattore di protezione rispetto all'aggressivo impero russo. Sicché non è pensabile estenderla a Ucraina e Georgia, che per Mosca appartengono, almeno in grande parte, alla propria sfera d'influenza. Di più, alcune regioni, in particolare la Crimea, sono di fatto russe.

Dunque per ristabilire la fiducia reciproca Mosca chiede a Washington di fermare l'espansione della Nato. E di rinunciare ad installare i sistemi anti-missili balistici ramificati in Polonia e in Cechia in funzione, secondo Putin e Medvedev, essenzialmente antirussa. In cambio, i leader russi offrono collaborazione in Afghanistan - soprattutto per quanto riguarda le vie di rifornimento logistico alle linee alleate - e nelle trattative con l'Iran, oltre alla disponibilità a discutere la sostanziale riduzione se non l'abolizione degli arsenali strategici.


Secondo Obama la Russia non è un nemico, anzi è un potenziale partner, ma non del tutto affidabile. Nel suo pragmatismo, i russi servono a disincagliare le truppe americane dai labirinti mediorientali, per salvare la faccia e soprattutto la sicurezza degli Stati Uniti in Afghanistan/Pakistan. Certo, la pseudodemocrazia russa preoccupa, così pure la scarsa trasparenza dei meccanismi decisionali. Ma con tutti i problemi che Obama deve affrontare sul piano domestico come su quello globale, aggiungere alla lunga lista anche un caso Russia non pare necessario.

Resta da vedere fino a che punto l'approccio pragmatico, basato sulla realistica valutazione degli interessi, possa affermarsi sia a Mosca che a Washington. Le scorie del passato continuano a intossicare le percezioni reciproche. E per gli Stati Uniti riaprire un dossier che si considerava esaurito con la vittoria nella Guerra Fredda significa un doloroso esercizio di revisione di sentenze già passate in giudicato. Ma le alternative alla cooperazione, per gli uni e per gli altri, sono sicuramente meno affascinanti e molto più costose, sotto ogni profilo.

(20 febbraio 2009)
da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Quei moderni Sandokan
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2009, 11:03:13 am
COMMENTI

Quei moderni Sandokan

di LUCIO CARACCIOLO


IL MARE è anarchico per definizione. Malgrado i tentativi di regolamentazione in punto di diritto internazionale, nelle acque vige la legge del più forte, o del più scaltro. Non c'è bisogno di essere una grande potenza per fare i comodi propri in un determinato specchio di mare. Anzi, i paesi leader della geopolitica globale, con le loro flotte supermoderne, vengono facilmente umiliati da bande di criminali locali.

Sono i pirati del XXI secolo, spesso marinai improvvisati a caccia di prede facili nelle acque di casa, che conoscono come le loro tasche. Un fenomeno in via di intensificazione negli ultimi anni, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale e nel "collo di bottiglia" strategico dello Stretto di Malacca, rotta fondamentale per il rifornimento di petrolio mediorientale ai giganti estremo-orientali.

Un'altra area critica, più vicina a noi - alle nostre memorie coloniali e ai nostri interessi attuali - è quella del Golfo di Aden. Un'ampia porzione dell'Oceano Indiano, di oltre 600 mila miglia quadrate, su cui da tempo si è concentrata l'attenzione delle Marine occidentali, e non solo, interessate a proteggerlo dai pirati. La disinfestazione è peraltro impossibile. Manca un sufficiente grado di cooperazione fra le marinerie internazionali. E anche se ci mettessimo tutti a remare nella stessa direzione, occorrerebbero almeno cinquecento navi da guerra per controllare uno spazio marittimo tanto esteso.

Dopo la tragica conclusione del blitz delle teste di cuoio francesi per liberare cinque ostaggi dei pirati a 60 miglia da Aden, e mentre nelle stesse acque resta in bilico il destino del mercantile americano Maersk Alabama, l'attenzione dei media si concentra sui nuovi Sandokan. I quali non somigliano affatto all'eroe salgariano. I jin ("diavoli") che dalle coste somale si lanciano con i loro barchini veloci a caccia delle prede e del relativo riscatto, spingendosi financo all'arrembaggio di petroliere che navigano a 300 miglia dalla costa, sono figli dell'interminabile guerra che sta sconvolgendo la Somalia da un paio di decenni e dell'instabilità permanente nel Corno d'Africa.

Come hanno scritto due acuti analisti del fenomeno, Nicolò Carnimeo e Matteo Guglielmo, quei pirati "con il mare hanno poco a che fare, l'arte della navigazione l'hanno imparata per necessità". Si tratta infatti di "un variegato manipolo di pastori o mercenari al soldo dei locali signori della guerra. Abitano case di paglia e fango, bevono latte di cammella, ma i loro capi sanno adoperare Internet e i sistemi satellitari di rilevamento, sono in grado di compiere transazioni bancarie e hanno contatti internazionali da Nairobi a Dubai che consentono loro di riciclare il denaro degli abbordaggi".

Le loro basi sono concentrate nella regione somala del Puntland - proclamatosi "repubblica" indipendente nel 1998 - in particolare attorno al porto di Bosaso. Terre devastate, "buchi neri" geopolitici contesi da bande armate, per le quali saccheggio e pirateria sono le principali risorse economiche. Secondo alcuni studiosi, si sarebbe creata una sorta di intesa con gruppi jihadisti operanti nel Corno d'Africa, che puntano a colpire gli interessi occidentali. Ma nell'intreccio dei conflitti locali e regionali è molto arduo assegnare etichette definitive a questo o quel signore della guerra e alle sue milizie terrrestri e marittime.

Più in generale, le scorrerie dei briganti nell'Oceano Indiano o nel Pacifico - ma se ne trovano ormai quasi ovunque - segnalano quanto arduo sia difendere la sicurezza dei mari, estesi per il 70% circa della superficie planetaria. Incardinati sulle nostre terreferme, tendiamo a dimenticare che la gran parte dei traffici commerciali d'ogni genere passano per vie d'acqua. Grazie ai costi relativamente bassi (finora, ma la pirateria è destinata ad alzarli, non fosse che per la componente assicurativa), alla facilità del trasporto e - non ultimo - all'impossibilità di verificare davvero che cosa portano le navi, spesso battenti bandiere di comodo e con equipaggi non identificabili. Per questo è facile immaginare che la pirateria, comunque travestita, abbia davanti a sé un futuro luminoso.

(12 aprile 2009)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. La provocazione di Teheran
Inserito da: Admin - Aprile 21, 2009, 11:18:07 am
L'ANALISI

La provocazione di Teheran

di LUCIO CARACCIOLO


OBAMA è nei guai. L'uomo cui aveva appena teso la mano per ricucire dopo trent'anni i rapporti Usa-Iran, sperando che lo aiutasse a sganciarsi onorevolmente dall'Iraq e dall'Afghanistan, ha festeggiato a suo modo il centoventesimo compleanno di Adolf Hitler.
Mahmud Ahmadinejad ha rubato la scena alla conferenza Onu di Ginevra con una tirata contro il "governo razzista" (leggi: Israele) che i vincitori della seconda guerra mondiale avrebbero imposto alla "Palestina occupata".
Una provocazione mirata, con cui il presidente della Repubblica Islamica intendeva cogliere almeno tre obiettivi.

Primo, sfruttare l'"effetto Gaza", l'indignazione della piazza islamica (e non solo) per il comportamento delle truppe israeliane durante la recente campagna militare, che ha portato la popolarità dello Stato ebraico nel mondo ai minimi di sempre. Secondo, volgere il summit delle Nazioni Unite in spot gratuito ad uso domestico per la sua rielezione alla presidenza dell'Iran, nel voto di giugno. Terzo, chiarire agli americani e agli europei che nella partita del nucleare iraniano è lui a guidare le danze, giacché sono loro a trovarsi in stato di necessità. Per conseguenza, sarà lui a dettare il tono e a creare l'atmosfera del negoziato, se mai decollerà.

Ahmadinejad ha ottenuto ciò che desiderava. Il consenso di buona parte dei delegati, che hanno applaudito la sua invettiva contro "gli Stati occidentali rimasti in silenzio di fronte ai crimini di Israele a Gaza". La divisione del campo occidentale, visto che inizialmente solo la classica famiglia anglosassone in versione ridotta (Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda) più quattro Stati europei (Olanda, Italia, Polonia e Germania) ha seguito Israele nel boicottaggio di "Durban 2", assemblea prevedibilmente indirizzata sulle orme antisemite di "Durban 1". Sicché diversi delegati occidentali erano in aula quando il presidente iraniano è salito sul palco, con il preciso intento di costringerli a un poco glorioso abbandono alla prima salva contro Israele. Ma alla maggioranza degli europei questo non pare ancora sufficiente per tornarsene a casa.

Non che Ahmadinejad abbia detto alcunché nuovo. Come la pensi sull'Olocausto e sull'"entità sionista" è stranoto. Gli occidentali e tutti coloro che non condividono le sue tesi, a cominciare ovviamente dagli israeliani, avevano avuto tutto il tempo per concordare una risposta comune, all'altezza della sfida. Boicottando in massa la conferenza - con tanti saluti all'Onu, che consapevolmente si prestava a scatenare la grancassa anti-israeliana e anti-occidentale - o accettando tutti insieme il contraddittorio. Né l'uno né l'altro. Il leader iraniano li ha divisi e infilzati a fil di spada, uno per uno. E a margine, ha contribuito all'ennesimo round fra mondo ebraico e Vaticano, con la Santa Sede sotto accusa per non essersi sottratta alla "conferenza dell'odio", cui continua a partecipare: il nunzio non ha neanche abbandonato la sala quando il leader iraniano ha iniziato ad attaccare Israele.

Con studiata perfidia - esibendo sangue freddo e notevole abilità politica - Ahmadinejad ha lasciato cadere a margine del suo comizio una maliziosa apertura a Obama. Assicurando di "accogliere positivamente" la svolta Usa verso l'Iran, di puntare solo al nucleare civile e di rifiutare quello militare. In attesa di "fatti concreti" da parte americana, ha rimandato la palla nel campo avversario.
Ora Obama deve scegliere. O persiste a cercare il dialogo, malgrado tutto, per districare il suo paese dall'imbroglio mediorientale in cui l'ha ficcato Bush, ciò che è impossibile senza un'intesa con l'Iran. O smentisce se stesso, dimostrando di non avere una rotta, per evitare una gravissima crisi con Israele.

Con la sua provocazione, Ahmadinejad ha messo Obama con le spalle al muro. E noi europei con lui, per quel poco che contiamo. Soprattutto, rischia di portare in superficie il profondo dissidio fra Usa e Israele su come trattare l'Iran, finora tenuto in sordina in nome della profonda, intima amicizia fra i due popoli e i due Stati. Per Netanyahu e Lieberman le avances della Casa Bianca al regime dei pasdaran sono anatema. I militari israeliani sono pronti a colpire obiettivi iraniani, se Teheran si avvicinerà irrevocabilmente alla soglia della bomba atomica. Molti fra loro pensano l'abbia già fatto. Pare che il Mossad consideri la politica mediorientale di Obama un pericolo per la sicurezza di Israele e lo abbia fatto sapere al governo.

Gerusalemme, se necessario, farà da sola. Mirando al cuore del programma iraniano, sempre che di cuori non ve ne siano troppi per la sola aviazione israeliana.
Ma in caso di attacco israeliano ai siti nucleari persiani, il dilemma di Obama non sarà più tra vellicare Ahmadinejad o rassicurare Netanyahu. Sarà tra assistere all'incendio del Medio Oriente o intervenire al fianco di Israele per difenderlo dalle rappresaglie iraniane e islamiste. Dichiarando guerra al paese cui ha appena offerto un clamoroso segno di pace.

(21 aprile 2009)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Il tabù della guerra nell’inferno di Kabul
Inserito da: Admin - Maggio 04, 2009, 06:32:16 pm
Rubrica il Punto

Il tabù della guerra nell’inferno di Kabul

di Lucio Caracciolo


Perché siamo in Afghanistan. Le vittime civili e l'avanzata dei talibani. L'Afpak di Obama. Guerra non guerra. Al fronte ci preoccupiamo più di come travestire la missione che di definirne scopi e strumenti.

Si spara e si uccide ogni giorno in quasi tutto l’Afghanistan, controllato per oltre due terzi dai ribelli, talebani e non solo. Ma per noi continua a non essere una guerra. Forse nemmeno la tragedia che si è consumata ieri presso Herat, dove nostri militari - in circostanze che vorremmo subito chiarite - hanno ucciso per errore una bambina di tredici anni, basterà a rompere il tabù che ci impedisce di dire a noi stessi cosa stiamo facendo in terra afghana. La guerra, appunto. Una guerra che rischiamo di perdere, insieme agli americani e agli altri alleati. Ma in cui abbiamo già perso la faccia, non avendo il coraggio di chiamare guerra la guerra. E di spiegare perché ne siamo parte, in vista di quali obiettivi. Proviamo a ricordarlo.

L’Italia è in Afghanistan per gli Stati Uniti. Punto. Vogliamo dimostrare al nostro maggiore alleato di essere un partner affidabile in un teatro in cui gli americani si giocano la reputazione di potenza leader nel mondo. In questa campagna si gioca, secondo l’interpretazione corrente nelle cancellerie occidentali, il destino stesso della Nato, che non reggerebbe alla sconfitta. E senza Nato ci troveremmo in una terra di nessuno quanto a sicurezza nazionale e rango internazionale. Per questo partecipiamo alla missione atlantica Isaf, che originariamente poteva parere una missione di pacificazione e stabilizzazione postbellica. Poco costosa e poco pericolosa.

Ma da parecchio tempo – quali che siano le intenzioni nostre e degli altri partecipanti – questa missione atlantica è di fatto inglobata nella guerra contro i talebani a guida angloamericana. Immaginare che si possa ritagliare per noi stessi o per chiunque altro uno spazio illibato in tale carnaio, significa giocare con la vita dei soldati nostri e alleati, oltre che con quella dei civili afghani. Basti ricordare che lo scorso anno, su 2.200 afghani non combattenti uccisi, il 40% circa sono stati vittime delle forze internazionali o di quelle di Kabul, da noi addestrate. Con ciò contribuendo a screditare lo pseudo-governo Karzai, raro esempio di inefficienza e corruzione, e favorendo il reclutamento di ribelli locali, come di terroristi che un giorno potrebbero colpirci a casa nostra.

C’è un rapporto diretto fra aumento delle vittime civili e avanzata talibana. Una progressione evidente anche nel settore occidentale, in cui è incardinato il grosso delle truppe italiane (2.350 uomini in tutto).

Negli ultimi mesi l’importanza strategica della guerra contro i taliban è cresciuta di molto. Obama ne ha fatto il fronte centrale dello sforzo bellico americano. Associandovi il Pakistan, che una frontiera inesistente divide dall’Afghanistan. Ecco l’”Afpak”. Buco nero in cui convivono jihadismo ascendente e pallidissimi poteri formali, bombe atomiche (pakistane) e contenziosi territoriali irrisolti, forse irresolubili. Di qui, secondo l’intelligence Usa, potrebbe un giorno partire il segnale per un altro 11 settembre. Stavolta con armi di distruzione di massa. Per conseguenza, Obama sta spostando una quota del contingente Usa in Iraq verso il fronte afghano-pakistano. Il rischio di cadere fra due sedie, perdendo posizioni in Mesopotamia senza conquistarne nell’Hindukush, è forte. Così come la consapevolezza che una vittoria militare è impossibile.

E che qualche rabberciato, provvisorio compromesso con questo o quel tagliagole  – non certo l’Afghanistan para-occidentale di cui si delirava un tempo, né il Pakistan liberaldemocratico evocato dalla propaganda – è il massimo cui possiamo aspirare.

Intanto gli americani chiedono a noi europei, italiani inclusi, più soldi e più soldati per l’Afghanistan. Ma quando Obama è venuto a dircelo, il mese scorso, non ha ottenuto che vaghe promesse. Poco più di nulla. Se l’”Afpak” è davvero la prova della persistenza in vita dell’alleanza occidentale, siamo fritti.

Sul terreno, poi, l’alleanza si è divisa in due tronconi, con  relativi sottogruppi. Quelli che combattono in prima linea senza limitazioni di brutalità, a cominciare da americani, canadesi e britannici; e quelli che cercano di non farlo, in ossequio all’interpretazione più restrittiva della missione Nato e di ogni sorta di caveat. Tra cui noi, o almeno la gran parte del nostro contingente Isaf. Con ciò attirandoci qualche sarcasmo da parte degli alleati angloamericani, i quali pensavamo di compiacere  spingendoci fin lì. E persino le recriminazioni di europei più disposti al rischio, come i danesi. Insomma, noi fra due sedie ci siamo finiti da un pezzo. Per eccesso di furbizia.

L’Italia è un paese sovrano che può decidere se combattere o meno una guerra, dopo averne discusso come si conviene in democrazia. Ma quando mandiamo nostri soldati al fronte, spesso ci preoccupiamo più di come travestire la missione che di definirne scopi e strumenti. Così ci capita di attaccare un paese – la Jugoslavia – spacciando una campagna di bombardamenti aerei come “difesa integrata”, oppure di trovarci coinvolti nella guerra che gli Stati Uniti considerano decisiva senza trovare la forza di comunicarlo a noi stessi.

Pare che a Herat, ieri, la pioggia fosse talmente fitta da ridurre al minimo la visibilità. Ma all’origine di quella tragedia non c’era solo l’oscurità meteorologica. C’era - e resta - anche la foschia che noi stessi abbiamo sparso attorno ai nostri soldati, ai loro compiti e ai mezzi di cui dovrebbero disporre per eseguirli. Se non disperderemo questa nebbia strategica, continueremo a pagarne le conseguenze. E a farle pagare a chi non vorremmo.    .


(4/05/2009)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Beati gli stupidi
Inserito da: Admin - Maggio 18, 2009, 05:05:53 pm
Mini-editoriale

Limes 2/09 Esiste l'Italia? Dipende da noi

Beati gli stupidi


di Lucio Caracciolo

La regola del "come se" a fondamento della nostra identità nazionale. L'esistenza dell'Italia dipende da noi. I due pilastri geopolitici italiani: ricompattarci e agganciarci al resto del mondo. Il ruolo degli immigrati.

Oggi noi italiani non possiamo contare sugli altri né vogliamo contare su noi stessi. Sicché fingiamo. Di contare e di essere contati. E’ la regola del come se. Così illustrata al direttore di questa rivista da un decisore politico italiano: “Vede, noi sappiamo benissimo quanto poco siamo considerati dai nostri partner, anche perché noi stessi tendiamo a fustigarci. Ma che dobbiamo fare? Facciamo come se contassimo davvero. Mimiamo lo Stato che non abbiamo”.

Cinismo? Realismo? Banale istinto di conservazione? Di certo non possiamo sfuggire alla questione esistenziale che ci perseguita da quando siamo nati come Stato, nemmeno un secolo e mezzo fa. Se noi italiani sprezziamo l’utilità delle nostre istituzioni, mentre il resto del mondo ci conosce come il Belpaese cantato da Petrarca ma non ci riconosce come attore sulla scena internazionale, è giusto chiederci se l’Italia sia realtà o sogno. Dobbiamo quindi aggiungere il punto interrogativo al titolo del primo volume da noi dedicato a noi stessi, ormai quindici anni fa, e chiederci: a che serve l’Italia? Di più: l’Italia esiste? O è come se esistesse?

A conclusione del suo ponderoso saggio sulla nostra storia moderna e contemporanea, lo storico britannico Christopher Duggan mette l’Italia tra virgolette: “E al principio del nuovo millennio l’’Italia’ continuava ad apparire un’idea troppo malcerta e contestata per poter fornire il nucleo emotivo di una nazione, o almeno di una nazione in pace con se stessa e capace di guardare con fiducia al futuro”. Al lettore di stabilire se le virgolette siano pertinenti. A noi di ricordare che questa “Italia” non è frutto della forza del destino – verdiano titolo dello studio di Duggan – ma di ciò che noi decidiamo ogni giorno di farne. Se l’Italia - senza virgolette - esiste o meno, dipende da noi. Dall’idea che ne coltiviamo. E dalla volontà di cambiarla, se non ci piace. (…)

Non credere al destino, ma progettare l’avvenire a partire dalla spietata ricognizione dell’Italia d’oggi, implica due movimenti geopolitici paralleli: ricompattarci e riagganciarci al resto del mondo. Due pilastri della medesima strategia, che staranno o cadranno insieme.

La partita centrale riguarda l’integrazione degli stranieri che vengono in Italia per restarci, soprattutto dei loro figli e nipoti. Questa sfida decide in buona misura sia del ricompattamento interno che del riaggancio esterno. Se la perdiamo siamo perduti. Se la vinciamo abbiamo ristabilito le fondamenta dell’Italia. Contrariamente a quanto molti pensano sfogliando le cronache dei giornali, l’attrazione del nostro modo di convivere nei confronti dei figli di immigrati è notevole.

Oggi vivono da noi circa 4 milioni di stranieri, di cui almeno mezzo milione clandestini. Su quasi 60 milioni di abitanti, si tratta del 6,7% della popolazione. Siamo in proporzione il paese al mondo che attrae più migranti. Un flusso vorticoso, ingestibile dallo Stato, orientato dalle singole comunità etniche e dai loro capi, intermediari fra paese d’origine e Belpaese d’accoglienza o di transito. Abbiamo in casa un mondo variopinto: i sei principali ceppi d’immigrati - composti largamente da giovani, dei quali uno su dieci nato in Italia - provengono da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina e Filippine. (...)

Gli italiani del XXI secolo saranno sempre meno bianchi e cristiani o non saranno.

(7/03/2009)
DA TEMI.REPUBBLICA.IT/LIMES


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. La Corea del Nord alza la posta
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2009, 10:02:29 am



di Lucio Caracciolo


I tre scopi del regime di Pyongyang. Un gioco non nuovo. Le preoccupazioni di Corea del Sud e Giappone.

Il ruolo della Cina. Obama sulla falsariga di Bush.

(articolo pubblicato sui giornali locali dell'Espresso)



E così ci risiamo. Il regime nordcoreano fa sapere al resto del mondo che esiste e ha bisogno di aiuto per sopravvivere (lui, non il “suo” popolo). Lo fa con i suoi metodi, facendo esplodere sotto terra una bomba atomica che, a quanto pare, è di potenza equivalente a quella che distrusse Hiroshima.

Gli scopi di questa detonazione sono almeno tre.

Primo: segnalare al mondo che il regime è pronto a difendere se stesso con qualsiasi mezzo, caso mai qualcuno pensasse di rovesciarlo.

Secondo: sviare l’attenzione dei nordcoreani dalla più che critica situazione economica e, soprattutto, dalle sorde lotte di successione che starebbero avvenendo intorno al leader Kim Jong Il, apparentemente malato.

Terzo: chiedere e possibilmente ottenere dagli americani e dal resto del mondo soldi in cambio della rinuncia a sviluppare un vero e proprio arsenale nucleare.

È un gioco non nuovo, ma rischioso. Kim Jong Il e i suoi contano sul fatto che subiranno al massimo qualche dura riprovazione verbale, ma nessuna effettiva sanzione. È probabile che sia così, nel breve termine. Ma l’esperimento di ieri, condito da un nuovo lancio di prova del missile Taepodong, contribuisce ad accendere gli animi ed, eventualmente, a fornire pretesti per incidenti anche militari in una zona permanentemente calda com’è la penisola coreana.

È soprattutto in Corea del Sud e in Giappone che la bomba sotterranea esplosa da Kim Jong Il suscita preoccupazione. Sia a Seoul che a Tokio non mancano coloro che considerano troppo morbido l’atteggiamento di Stati Uniti, Cina e Russia sulla questione nordcoreana. E non vedrebbero male un innalzamento della tensione tale da costringere le principali potenze a stringere il cappio attorno al collo del despota di Pyongyang.

Finora in questo scenario Obama ha mantenuto la rotta disegnata da Bush. Privilegiando il dialogo e il negoziato, pur in presenza di un regime infido e misterioso nelle sue strutture interne. La ragione principale di questa cautela americana sta nella consapevolezza di non potersi esporre in un nuovo teatro di crisi. Gli Stati Uniti sono talmente impegnati nel Grande Medio Oriente, da un punto di vista militare, finanziario e geostrategico, da escludere, non fosse che per mancanza di mezzi, una mobilitazione nella penisola coreana.

Ciò ha significato finora affidarsi quasi totalmente alla Cina, in quanto potenza regionale dotata dei canali utili a mantenere i contatti con Pyongyang e a domarne gli istinti più irrazionali. In assenza di alternative, Obama continuerà a seguire questo copione. A meno che i contrasti interni al regime di Pyongyang o le provocazioni di qualche altro paese non lo costringano a intervenire.

(26/05/2009)
da Limes


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Lei non sa chi siamo noi
Inserito da: Admin - Luglio 19, 2009, 05:00:21 pm
Lei non sa chi siamo noi

di Lucio Caracciolo


Nel nostro Paese si fa politica senza averne una ormai da un ventennio. Ossia da quando abbiamo perso riferimenti come la Nato, l'Europa e il Vaticano che per anni hanno definito il nostro ruolo nel mondo  Silvio BerlusconiSi può fare politica estera senza averne una. Produrre atti e documenti non per uno scopo, ma per numerarli secondo protocollo. Il risultato non conta. Ma a fine giornata si può ben dire di aver fatto qualcosa. Gli psicologi la chiamano terapia dell'occupazione.

È l'esercizio in cui il nostro Paese eccelle da almeno un ventennio. Da quando abbiamo perso i riferimenti che segnavano il nostro posto nel mondo: Nato, Europa e Vaticano. Eravamo atlantici, europeisti e vaticani, ma sempre all'italiana.

Nell'ordine della guerra fredda, riuscivamo a irrorare la triplice radice della nostra collocazione geopolitica con qualcosa di nostrano (mediterraneismo, Ostpolitik ed eresie minori, tutte tollerabili dalla potenza leader americana). Oggi non più. Non per colpa di qualche maligno tratto del carattere italiano, ma solo perché le tre stelle della nostra costellazione sono spente. All'anagrafe risultano, certo, ma non irradiano più alcuna missione. Oppure ne producono di totalmente cacofoniche.

Per i nostri leader politici - e in genere per la classe dirigente italiana, se questo termine ha senso - resta difficile valicare il passo alpino che separa l'eterodirezione ben temperata della guerra fredda dal 'mondo apolare' attuale. Non esistono fari né modelli da seguire, rispetto ai quali all'occorrenza scartare, sapendo di restare comunque nel gruppo. Ci arrangiamo. Talvolta cavandocela, talaltra producendo mezzi miracoli, più spesso slittando nel ridicolo.

La stella polare della politica estera italiana dal 1861 in poi è stata il tentativo di essere riconosciuta dalle grandi potenze almeno come sorella minore. Se non gemella (Crispi, Mussolini), nel qual caso l'alternativa è tra farsa e tragedia. La variante oggi dominante di questa sindrome è la politica della seggiola. I nostri miti dirigenti politici e diplomatici si scoprono feroci quando occorre proteggere una rendita di posizione.

Purtroppo, non si tratta di rendite geopolitiche o economiche che corrispondano a un interesse nazionale, ma di posti alla tavola dei parenti importanti. Sedie o predellini non importa, purché ci diano l'illusione di essere omologhi a chi non è mai sfiorato dall'idea di considerarci tali.

Così quando i nostri governi di centro-sinistra o di centrodestra pretendono di allinearci ai Grandi d'Europa, quasi appartenessimo alla categoria di Francia, Gran Bretagna e Germania. O quando inventiamo barocche ipotesi di riforma del Consiglio di sicurezza pur di impedire a Germania e Giappone di entrarvi senza di noi. In questo caso riscuotendo un provvisorio successo, che purtroppo non ha innalzato di nulla la nostra influenza nel mondo. Infine, quando cerchiamo di dare un senso al G8, anche se il G8 un senso non ce l'ha. Però lì abbiamo il posto.

L'ultima invenzione, praticata dal governo di centrodestra, consiste nel battezzare politica estera le relazioni private del nostro primo ministro. Sia chiaro: la diplomazia personale è importante. È un valore aggiunto. Ma solo per chi dispone di una strategia nazionale. Una persona, per quanto geniale, non può sostituire una politica. Corollario di tale interpretazione personalistica è il declassamento della tecnocrazia (Farnesina e non solo) e la svalutazione del ceto politico formalmente delegato a curare i nostri interessi nel mondo.

Non è un fenomeno solo italiano, ma noi ne abbiamo distillato la versione più pura. Anche per questo se prima contavamo poco, oggi contiamo meno. Risultato: le decisioni su di noi sono prese altrove, o non sono prese affatto. Nessuno lo sa meglio dei nostri operatori sulla scena internazionale (diplomatici, tecnici, militari e financo politici), eroicamente impegnati a fingere di essere ciò che non sono, che non siamo. Una politica virtuale, ma con tutte le carte e i bolli di rigore. Lavoro più duro non c'è.

(19 giugno 2009)
da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Lei non sa chi siamo noi
Inserito da: Admin - Agosto 04, 2009, 03:56:20 pm
Lei non sa chi siamo noi

di Lucio Caracciolo


Nel nostro Paese si fa politica senza averne una ormai da un ventennio. Ossia da quando abbiamo perso riferimenti come la Nato, l'Europa e il Vaticano che per anni hanno definito il nostro ruolo nel mondo
 Silvio BerlusconiSi può fare politica estera senza averne una. Produrre atti e documenti non per uno scopo, ma per numerarli secondo protocollo. Il risultato non conta. Ma a fine giornata si può ben dire di aver fatto qualcosa. Gli psicologi la chiamano terapia dell'occupazione.

È l'esercizio in cui il nostro Paese eccelle da almeno un ventennio. Da quando abbiamo perso i riferimenti che segnavano il nostro posto nel mondo: Nato, Europa e Vaticano. Eravamo atlantici, europeisti e vaticani, ma sempre all'italiana.

Nell'ordine della guerra fredda, riuscivamo a irrorare la triplice radice della nostra collocazione geopolitica con qualcosa di nostrano (mediterraneismo, Ostpolitik ed eresie minori, tutte tollerabili dalla potenza leader americana). Oggi non più. Non per colpa di qualche maligno tratto del carattere italiano, ma solo perché le tre stelle della nostra costellazione sono spente. All'anagrafe risultano, certo, ma non irradiano più alcuna missione. Oppure ne producono di totalmente cacofoniche.

Per i nostri leader politici - e in genere per la classe dirigente italiana, se questo termine ha senso - resta difficile valicare il passo alpino che separa l'eterodirezione ben temperata della guerra fredda dal 'mondo apolare' attuale. Non esistono fari né modelli da seguire, rispetto ai quali all'occorrenza scartare, sapendo di restare comunque nel gruppo. Ci arrangiamo. Talvolta cavandocela, talaltra producendo mezzi miracoli, più spesso slittando nel ridicolo.

La stella polare della politica estera italiana dal 1861 in poi è stata il tentativo di essere riconosciuta dalle grandi potenze almeno come sorella minore. Se non gemella (Crispi, Mussolini), nel qual caso l'alternativa è tra farsa e tragedia. La variante oggi dominante di questa sindrome è la politica della seggiola. I nostri miti dirigenti politici e diplomatici si scoprono feroci quando occorre proteggere una rendita di posizione.

Purtroppo, non si tratta di rendite geopolitiche o economiche che corrispondano a un interesse nazionale, ma di posti alla tavola dei parenti importanti. Sedie o predellini non importa, purché ci diano l'illusione di essere omologhi a chi non è mai sfiorato dall'idea di considerarci tali.

Così quando i nostri governi di centro-sinistra o di centrodestra pretendono di allinearci ai Grandi d'Europa, quasi appartenessimo alla categoria di Francia, Gran Bretagna e Germania. O quando inventiamo barocche ipotesi di riforma del Consiglio di sicurezza pur di impedire a Germania e Giappone di entrarvi senza di noi. In questo caso riscuotendo un provvisorio successo, che purtroppo non ha innalzato di nulla la nostra influenza nel mondo. Infine, quando cerchiamo di dare un senso al G8, anche se il G8 un senso non ce l'ha. Però lì abbiamo il posto.

L'ultima invenzione, praticata dal governo di centrodestra, consiste nel battezzare politica estera le relazioni private del nostro primo ministro. Sia chiaro: la diplomazia personale è importante. È un valore aggiunto. Ma solo per chi dispone di una strategia nazionale. Una persona, per quanto geniale, non può sostituire una politica. Corollario di tale interpretazione personalistica è il declassamento della tecnocrazia (Farnesina e non solo) e la svalutazione del ceto politico formalmente delegato a curare i nostri interessi nel mondo.

Non è un fenomeno solo italiano, ma noi ne abbiamo distillato la versione più pura. Anche per questo se prima contavamo poco, oggi contiamo meno. Risultato: le decisioni su di noi sono prese altrove, o non sono prese affatto. Nessuno lo sa meglio dei nostri operatori sulla scena internazionale (diplomatici, tecnici, militari e financo politici), eroicamente impegnati a fingere di essere ciò che non sono, che non siamo. Una politica virtuale, ma con tutte le carte e i bolli di rigore. Lavoro più duro non c'è.(19 giugno 2009)
 
da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Siamo a Kabul al seguito degli Stati Uniti.
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2009, 10:57:32 am
L'ANALISI.

Siamo a Kabul al seguito degli Stati Uniti.

Ma dovremmo avere una posizione nostra come fanno tutti gli altri alleati

La strategia per uscire dall'inferno afgano

di LUCIO CARACCIOLO


Morire per Kabul? Il sacrificio dei nostri paracadutisti impone di rispondere a questa domanda. Per rispetto dei caduti e per responsabilità verso noi stessi. Con la sobrietà che il dolore consente. Con la gravità che la guerra induce.

Sì, guerra: la parola che i nostri dirigenti politici e militari hanno sempre scansato. Mancando così al dovere di verità che la democrazia pretende da chi ne esercita le magistrature.

La sconfortante cacofonia dei nostri governanti, dal "tutti a casa" di Bossi a "la missione continua" di La Russa, con Berlusconi in precario equilibrio fra i due inconciliabili estremi, non onora questo debito.

Al di là della retorica pubblica, finora la razionalizzazione prevalente fra i sostenitori dell'impegno afgano era piuttosto semplice: l'Italia ha seguito in Afghanistan i suoi alleati atlantici. Non vi persegue interesse altro dal proteggere il suo rango di paese Nato. Dunque considera vitale il successo della missione di "stabilizzazione e assistenza". A Kabul ci giochiamo nientemeno che l'alleanza con Washington. Si può condividere o meno tale interpretazione - probabilmente forzata, giacché Obama ha altre urgenze rispetto alla compartecipazione italiana all'impresa afgana. Peccato tacerla, o riservarla ai seminari off the record, senza fornirne un'altra che non suoni retorica.

Ma se siamo a Kabul al seguito degli Stati Uniti, conviene almeno conoscere gli obiettivi della guerra, secondo chi l'ha promossa e continua a guidarla. "Lo scopo principale degli Stati Uniti dev'essere quello di distruggere, smantellare e sconfiggere al-Qaida e i suoi santuari in Pakistan e prevenire il suo rientro in Afghanistan e Pakistan": parola di Obama (27 marzo 2009). Otto anni di combattimenti non sono bastati agli americani per sconfiggere la piovra jihadista responsabile dell'11 settembre. Quasi il doppio del tempo impiegato dalla nascente superpotenza per vincere le due guerre mondiali, con i decisivi interventi del 1917-18 e del 1941-45. A meno di non considerare bin Laden più potente degli imperi di Germania e Giappone, occorrerà ammettere che qualcosa non torna. Vediamo.

In primo luogo, è escluso che qualsiasi potenza straniera possa assumere direttamente il controllo dell'"Afpak". Obama lo sa bene. Per questo punta sull'"afganizzazione" del conflitto. Ma la sua priorità è il Pakistan: qui è costretto a servirsi dei poco affidabili capi militari in quanto unico potere effettivo, deputato a impedire che l'arsenale atomico finisca ai terroristi.

Opzioni sensate, sulla carta. Sul terreno è un po' diverso: in Afghanistan manca lo Stato, mentre ciò che ancora funziona di quello pakistano - Forze armate e intelligence - ha inventato i taliban e continua a utilizzarli come affiliati nel braccio di ferro con l'India.
In secondo luogo, la strategia di controinsurrezione varata dal nuovo comandante Usa/Nato, generale McChrystal, dosa repressione militare e conquista "dei cuori e delle menti" della popolazione locale.

Obiettivo: impedire che gli insorti, taliban o banditi d'altra specie, continuino a reclutare giovani disoccupati per mandarli a morire contro gli "infedeli invasori" (tra cui noi). In assenza di un potere afgano che possa contribuire allo scopo, il compito cade sulle spalle della missione a guida Nato e in specie degli americani. Ma come testimonia il recente massacro di Kunduz, la repressione armata colpisce i civili quanto i terroristi. Se i soldati atlantici - in quel caso tedeschi - non vogliono o non possono affrontare i taliban sul terreno, cercano di colpirli dall'alto, con i risultati che vediamo. Così si alimenta la rivolta che si vorrebbe sedare. Né basta pagare qualche signorotto locale perché tenga a bada i suoi uomini di mano. I capibastone sanno bene che potranno intascare i dollari americani solo se la strage continua.
Torna alla mente la sentenza di un ufficiale ex sovietico, veterano della campagna contro i mujahidin: "La Nato in Afghanistan ha fatto un solo errore. Entrarci".

Che fare, dunque? Facile affermare che siamo parte di un'alleanza e quindi facciamo quel che decide la Nato, ossia l'America. Proprio perché partecipiamo a una missione internazionale, abbiamo il dovere di elaborare, esporre e sostenere il nostro punto di vista.

Come fanno i nostri partner. Nessuno escluso.
Ora, molti fra i responsabili dei paesi che partecipano ad Isaf sembrano convinti che la vittoria sia impossibile. Ma non osano confessarlo. Soprattutto perché non sembrano disporre di alternative. Ma fra sognare un utopico trionfo e rassegnarsi alla catastrofe c'è un universo di sfumature. E' lo spazio della politica e della fantasia strategica. Proviamo a riempirlo, proponendo qualche variazione a uno spartito tragicamente dissonante. Consapevoli che perseverare in un approccio che dopo otto anni ci riporta alla casella di partenza è puro masochismo.

Anzitutto, ricalibriamo l'obiettivo. L'Afghanistan non diventerà uno Stato e tantomeno una democrazia nel tempo prevedibile. Per limitare il rischio che si riduca a buco nero permanente, a disposizione dell'internazionale jihadista, occorre puntare su un equilibrio dinamico, non istituzionalizzato. Inutile, anzi suicida, inventare paradossali "elezioni", quasi fossimo in Occidente, con il risultato che chiunque le "vinca" - a cominciare da colui che più di tutti le ha truccate, il presidente Karzai - non potrà esercitare alcuna autorità.

Badiamo al sodo: nella storia afgana il potere centrale è funzione di quello locale. Mai viceversa. Come vuole la tradizione e come consente perfino la costituzione, azzeriamo la truffa e torniamo alla fonte del potere, convocando una loya jirga. Una grande assemblea dei capi tribali e dei rappresentanti delle etnie, banditi inclusi, che pullulano nel mosaico afgano. Questo "comitato di salute pubblica" si doterà di un presidente abilitato a trattare col resto del mondo, a nome dei feudatari - i signori della droga e della guerra - che contano davvero. E che dovrebbero condividere un certo interesse a liberarsi da ciò che residua di al-Qaida almeno quanto vorrebbero emanciparsi dall'occupazione occidentale (non dal nostro aiuto economico, peraltro modesto).

Per finirla con la guerra dei trent'anni, riportare i ragazzi a casa e continuare la caccia ai terroristi con operazioni puntuali in un territorio meno ostile, ci serve un potere legittimo. Non secondo noi, secondo gli afgani. Qualcuno dovrà spiegarlo anche al signor Karzai.

Per questo non basta il consenso degli atlantici. Il nuovo potere afgano deve (s)contentare in misura accettabile tutte le potenze regionali. Una conferenza internazionale che riunisca insieme ad americani e atlantici i paesi vicini o interessati, dal Pakistan all'Iran, dalla Cina all'India e alla Russia, potrebbe coronare il processo di rilegittimazione dell'Afghanistan. Senza illudersi che sia pacifico e definitivo. Scontando anzi quel grado di ingovernabilità e di violenza insito nella natura non statuale del territorio che sulle nostre carte persistiamo a colorare d'una tinta unitaria, quasi fosse la Francia o l'Olanda.

Probabilmente è tardi. Ma se questo scenario appare irrealistico, meglio dirlo subito. E avviare il ritiro delle truppe. In nome del nostro interesse di Stato democratico sovrano.

(18 settembre 2009)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Obama: un Nobel sulla fiducia
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2009, 06:57:46 pm
Obama: un Nobel sulla fiducia

di Lucio Caracciolo

Il presidente americano ottiene un premio preventivo. Un incoraggiamento alle intenzioni.

Il premio ora gli rende più difficile accettare la richiesta dei generali per più truppe in Afghanistan.



Di norma i premi si danno a chi vince. In questo caso lo si è dato a chi vorrebbe vincere. Barack Obama ottiene il più famoso riconoscimento internazionale per i suoi coraggiosi sforzi per favorire la pace nel mondo e liberarlo dall’incubo nucleare. Consideriamolo un premio preventivo. Un incoraggiamento alle intenzioni affinché diventino fatti.

La scelta unanime del comitato Nobel conferma la straordinaria popolarità globale del presidente Obama, proprio mentre il consenso nazionale (all’interno degli Stati Uniti) appare in declino. Un trofeo di questo valore non può che vincolare ulteriormente Obama a ciò che ha detto e ripete da quando ha preso possesso dello studio ovale alla Casa Bianca. E cioè che gli Stati Uniti vogliono dialogare con tutti, angeli e diavoli, per il bene superiore della pace.

Nei prossimi mesi e anni verificheremo quanti e quali delle intenzioni e delle iniziative obamiane saranno coronate dal successo. Certo, ora sarà più difficile per un premio Nobel per la pace corrispondere alle richieste dei suoi generali che vorrebbero aumentare la presenza militare in Afghanistan. In questo senso, almeno, la decisione di Oslo incontra la prevalente opinione di un’America stanca di guerra.

(9/10/2009)
da temi.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Ma la Cina non è vicina
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2009, 11:17:26 am
Ma la Cina non è vicina

di Lucio Caracciolo


Sull'Afghanistan abbiamo una sola certezza: prima o poi gli americani e i loro alleati se ne torneranno a casa. Il problema è che tale convinzione è condivisa da tutti gli afgani, a cominciare dai tagliagole di vario orientamento che se ne spartiscono il territorio  Berlusconi e Hu JintaoSull'Afghanistan abbiamo una sola certezza: prima o poi gli americani e i loro alleati se ne torneranno a casa. Il problema è che tale convinzione è condivisa da tutti gli afgani, a cominciare dai tagliagole di vario orientamento che se ne spartiscono il territorio. Sicché tutti, da Karzai in giù (o in su, se guardiamo alle gerarchie effettive e non solo nominali), i signori della droga e della guerra preparano il giorno in cui regoleranno i conti fra loro. All'ombra dei tradizionali 'protettori' esterni, quelli che storia e geografia condannano a occuparsi di Afghanistan: Iran, India e Pakistan anzitutto, ma anche Cina, Russia e Stati dell'Asia centrale post-sovietica.

Su questo sfondo conviene interpretare il deterioramento quasi lineare della crisi afgana negli ultimi quattro-cinque anni. Le elezioni farsa che americani ed europei hanno allestito per creare l'illusione di un governo legittimo cui affidare la responsabilità dell'Afghanistan stanno rivelandosi un boomerang. In ogni caso, a Kabul non si insedierà un presidente credibile. E allora?

Alla Casa Bianca, se potessero, avrebbero già dato il segnale della ritirata. E rischierato le truppe in aree vicine, più sicure e più economiche, da cui proiettarsi in operazioni mirate (antiterrorismo o di altro genere). Ma come mascherare questa ritirata da successo?

In ogni caso, per Obama più che l'Afghanistan conta il Pakistan - di qui la sigla 'Afpak' oggi di moda - con il suo apparato nucleare che rischia di slittare in mani jihadiste. Ma la cruda umiliazione che gli Stati Uniti stanno sperimentando in Afghanistan si riverbera a Islamabad e dintorni, minacciando quel poco di residua statualità ancora visibile in Pakistan.

Negli ultimi mesi, gli strateghi del Pentagono e della Nato hanno guardato con interesse alla
 Cina come a una possibile risorsa strategica da spendere sul terreno afgano. E i dirigenti cinesi hanno informato gli americani di essere disposti, in linea di principio, a dare una mano nella repressione dei talebani e dei loro sponsor pakistani. In questo l'interesse cinese è regionale e insieme globale.

Per Pechino è fondamentale proteggere la frontiera occidentale a ridosso dell'Afpak e dell'India, dove vivono le minoranze musulmane uigure (Xinjiang) e hui (Tibet), dalle infiltrazioni jihadiste provenienti da Afghanistan e Pakistan. Inoltre, i cinesi che operano in Afpak sono da tempo nel mirino di insorti e terroristi. Specie quelli attivi nel settore minerario, in Afghanistan, e delle infrastrutture, in Pakistan.

Oltre a tale convergenza specifica fra gli interessi americani e quelli cinesi in Afpak, a Pechino si sostiene che la collaborazione in quel teatro strategico servirebbe gli interessi globali della Cina. Sarebbe la prova generale di un'intesa non più solo economica, ma geopolitica e strategica, fra Cina e Stati Uniti. A Obama era stato fatto sapere fin dai primi giorni di presidenza che Pechino sarebbe stata disposta a considerare l'invio di proprie truppe ad affiancare il contingente internazionale a guida Nato (ossia Usa). Stesso concetto espresso al segretario generale della Nato, il danese Rasmussen. Ma la situazione è talmente deteriorata, e l'incertezza strategica americana tanto palese, da avere indotto i leader cinesi a moderare le velleità interventiste. Se l'America non sa che cosa vuole - dicono a Pechino - non può aspettarsi che glielo spieghi la Cina.

(30 ottobre 2009)
da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Rimpiangeremo Bush?
Inserito da: Admin - Gennaio 08, 2010, 11:43:27 pm
Rimpiangeremo Bush?

di Lucio Caracciolo


A quasi un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca, Obama mette la retromarcia. Di fronte a un attentato fallito il presidente non ha tenuto fede alla sua fama di uomo controllato, calmo e prudente
 
Dunque ci risiamo? Siamo tornati in piena 'guerra al terrorismo'? Obama sembrava aver scartato questo termine dal suo vocabolario, e ancora oggi rilutta a impiegarlo quanto il suo predecessore. Ma la psicosi da attacco terroristico che agita l'America dopo il fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit rivela che il trauma dell'11 settembre stenta ad essere assorbito. Soprattutto, dimostra che da quello spartiacque storico gli americani, o almeno i loro leader, non hanno tratto la lezione di fondo. E cioè che il terrorismo si vince non avendone paura. Dimostrando, come avrebbe detto Churchill, che la vittoria sarà nostra perché "resisteremo un minuto più del nemico".

A differenza dell'Inghilterra bombardata a tappeto dalla Luftwaffe, l'America ha dovuto subire un solo colpo sul proprio territorio, quello che ha spazzato via le Torri Gemelle e danneggiato il Pentagono. Poi nulla di serio, se non gli effetti della psicosi da Al Qaeda che intralcia e intristisce la vita quotidiana negli Stati Uniti. Migliaia di americani, molti più di quanto hanno lasciato la vita l'11 settembre, sono morti e continuano a morire nelle campagne militari lanciate da Bush in Afghanistan e in Iraq sotto la sigla 'guerra al terrorismo'. Uno sforzo militare e finanziario immane, che ha contribuito a scavare il pozzo del debito nelle finanze pubbliche e nel portafogli dei cittadini americani. Costringendoli a dipendere sempre più dal mondo esterno, in specie dalla Cina. A definire il paradosso per cui la maggiore potenza dipende dal credito altrui, in specie da quello del suo concorrente per la primazia planetaria in questo secolo.

Obama sembrava aver capito che la conquista di Kabul e di Baghdad non ha migliorato la sicurezza degli Stati Uniti. E che in ogni caso non vale gli enormi sacrifici dei soldati e dei cittadini statunitensi, oltre che quelli minori dei loro 'amici e alleati'. Di qui la decisione di chiudere Guantanamo, di riverniciare l'immagine degli Stati Uniti nel mondo presentandosi come un leader che sa ascoltare, intende negoziare col nemico e cerca la collaborazione di tutti. Per riportare al più presto i ragazzi a casa. La nuova amministrazione annunciava dunque di voler premere il pulsante reset.

A quasi un anno dal suo ingresso alla Casa Bianca, Obama si aggrappa invece al tasto reverse. Di fronte a un attentato fallito, nel quale non si ha nemmeno la certezza che il presunto kamikaze volesse farsi saltare in aria con tutto l'aereo, il presidente non ha tenuto fede alla sua fama di uomo controllato, calmo, prudente. Ha lanciato un allarme a 360 gradi sulla sicurezza nazionale, evocando misure militari per colpire le cellule di Al Qaeda nel nuovo epicentro del terrore, che sarebbe lo Yemen. Alcuni immaginano persino una spedizione militare sul terreno, del tutto improbabile non fosse che per carenza di forze e di fondi. Allo stesso tempo, Guantanamo non chiude e in Afghanistan arrivano i rinforzi, solo per annunciare di voler cominciare a ritirarsi fra un anno e mezzo. Non parliamo dell'abortito dialogo con l'Iran e del fallimentare approccio alla questione israelo-palestinese, dove l'amministrazione è riuscita a scontentare tutti. Forse non si chiamerà più 'guerra al terrorismo', ma il risultato disastroso, per l'America e per noi occidentali, resta. Rimpiangeremo Bush?

(08 gennaio 2010)
da espresso.repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. La speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto...
Inserito da: Admin - Gennaio 16, 2010, 02:57:41 pm
L'ANALISI

La speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto è probabilmente quella di assoggettarsi a un protettorato internazionale

Nelle braccia dell'Occidente

di LUCIO CARACCIOLO


"QUESTA tragedia è una cosa buona per noi, perché ci fa pubblicità". La frase sfuggita a George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile, davanti alle telecamere dell'emittente Sbt, a prima vista appare un distillato di puro cinismo. Ma rivela probabilmente la speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto: assoggettarsi a un protettorato internazionale. Nel senso pieno del termine. Meglio un governo di stranieri che l'anarchia e le vessazioni dei banditi. Se poi questi stranieri sono americani, capofila di una cordata con Brasile, Francia e Canada, investiti delle responsabilità primarie in quanto potenze più influenti sull'isola, tanto meglio.

Le assicurazioni della Casa Bianca di non voler governare Haiti, obbligate dal bon ton diplomatico, passano in second'ordine di fronte all'immediato, robusto e assai esibito impegno americano nel dopo-terremoto. Per il primo paese indipendente dell'America Latina (1804), nel quale Simon Bolivar trovò rifugio e assistenza, sperare nella colonizzazione nordamericana è un bel paradosso. E forse si rivelerà una chimera, quando fra non molto i riflettori dei media saranno spenti. Ma nell'ora più triste e insieme più globale di quella terra miserrima, come negare ai sopravvissuti il sogno di un futuro diverso? Di diventare un altro Puerto Rico?

La catastrofe che il 12 gennaio si è abbattuta su Port-au-Prince e su milioni di haitiani ha scatenato una nobile competizione fra nazioni, organizzazioni internazionali e associazioni private a chi soccorre prima e meglio i superstiti. La solidarietà di cui siamo testimoni esprime quel senso di appartenenza al genere umano - al di là di razza, credo, storie e frontiere - che solo le grandi emergenze sanno suscitare. Nelle scelte dei maggiori leader mondiali e regionali si possono però intravedere anche le strategie geopolitiche che segnano questa competizione non solo umanitaria.

A cominciare da Obama: "Questo è un momento che richiede la leadership dell'America". La mobilitazione militare e civile, l'impegno personale del presidente, la formidabile eco mediatica rivelano che lo spirito missionario degli americani, pur in tempi di crisi, resta vivo. Su questo slancio, Obama si propone di raggiungere tre obiettivi.

Primo e principale: non ripetere l'errore di Bush, che di fronte allo tsunami asiatico del 2004 e soprattutto al disastro provocato l'anno dopo dall'uragano Katrina, si mostrò torpido e distratto. Confermando l'immagine di una superpotenza egoista e declinante. E destando il sospetto che asiatici e neri americani - le vittime "invisibili" dello tsunami e di Katrina - non fossero per Bush meritevoli di attenzione. Da quella pessima performance del suo predecessore, più ancora che dal disastro iracheno, Obama trasse la convinzione di poter competere per la Casa Bianca. Oggi che la sua stella non brilla come i suoi sostenitori speravano un anno fa, il presidente non poteva farsi cogliere impreparato da una simile emergenza.

Secondo: dare profilo specifico alla sua visione - finora piuttosto retorica - degli Stati Uniti come potenza capace di esprimere la propria egemonia non attraverso l'esibizione o peggio l'impiego della forza, ma raccogliendo intorno a sé ampie coalizioni internazionali. E assumendosi la responsabilità di guidarle. Sotto questo profilo, Haiti è il caso perfetto: un'impresa umanitaria dall'eco planetaria, circoscritta nel "cortile di casa" americano, lo spazio caraibico. Dove non esistono potenze in grado di competere con il colosso a stelle e strisce. La Cina è lontana. Degli europei conta solo la Francia, sollecitata in questo caso dal richiamo storico e culturale della francofona Haiti. Riferimento che spiega anche l'interesse canadese, o meglio del Québec, che per rafforzare la sua impronta francofona ha importato una vasta colonia haitiana. Parigi e Ottawa peraltro si muovono di concerto con Washington.

Terzo: impedire che forze nemiche o inaffidabili prendano piede a Haiti. Un classico Stato fallito, di fatto non governato da nessuno. Haiti non è la Somalia, certo. Ma i recenti corteggiamenti venezuelani al presidente Préval, sostanziati da forniture energetiche e progetti infrastrutturali, miravano a calamitare Haiti nell'Alba, l'asse antiamericano guidato da Caracas e L'Avana. L'intervento di Obama, che intende porre gli haitiani sotto la provvisoria (?) tutela statunitense, serve anche a stroncare tali velleità. Intanto, Cuba ha aperto il suo spazio aereo ai voli di soccorso americani. Mentre la base di Guantanamo - più nota come prigione per terroristi che Obama prometteva di chiudere e non ha chiuso - funge da hub logistico per le operazioni Usa nell'isola terremotata, da cui la separa solo uno stretto di un centinaio di chilometri, il Windward Passage.

Il principale partner degli Stati Uniti in questa operazione è il Brasile. Insieme ai primi soccorsi, Lula ha inviato sul posto il ministro della Difesa Nelson Jobim. A Haiti sono schierati 1.266 soldati brasiliani impegnati nella missione Onu di stabilizzazione (Minustah), a guida verde-oro. L'impegno che si protrae da sei anni, con scarso successo, non è unicamente volto a riportare l'ordine a Haiti. Vuole anche illustrare le ambizioni brasiliane di potenza non solo sudamericana ma tendenzialmente panamericana. Dunque proiettata anche verso i Caraibi e l'America centrale. In un rapporto di cooperazione/competizione con gli Stati Uniti, da cui pretende un trattamento paritario. Brasilia peraltro resta refrattaria alle gesticolazioni neobolivariste di Chavez e alla sinistra radicale di Ortega (Nicaragua), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador).

Quando l'emergenza haitiana sarà trascorsa, speriamo con duraturo sollievo per quella popolazione, potremo procedere a una doppia verifica geopolitica. Per l'America, vedremo se avrà dimostrato con successo che non intende tollerare Stati falliti nell'"estero vicino". Destinati forse un giorno a fungere da trampolini di lancio di potenze ostili od organizzazioni terroristiche. Quanto al Brasile, stabiliremo se la sua proiezione di potenza oltre la frontiera sudamericana può sostanziarsi in una sfera d'influenza privilegiata, magari in coabitazione con gli Stati Uniti. Così ponendo fine all'assoluta, bisecolare egemonia a stelle e strisce sull'emisfero occidentale.

© Riproduzione riservata (16 gennaio 2010)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Se Berlusconi lancia l’offensiva anti Iran
Inserito da: Admin - Febbraio 03, 2010, 04:36:25 pm
Se Berlusconi lancia l’offensiva anti Iran

di Lucio Caracciolo


RUBRICA IL PUNTO. Teheran è la prova del nove dei nostri rapporti con Israele. Gli attacchi del premier arrivano nel momento in cui si decidono nuove sanzioni. Se queste falliranno sarà più forte il partito del bombardamento all'Iran. In caso di attacco l'Italia subirà le prime conseguenze.

Gli attacchi senza precedenti di Silvio Berlusconi al regime iraniano rappresentano probabilmente anche il frutto dei suoi recenti incontri con i dirigenti israeliani. In Israele, più ancora che in Occidente, la minaccia dell’atomica persiana è considerata esistenziale. Per un paese come il nostro, che si è sempre considerato amico dello Stato ebraico e che oggi, con Berlusconi, si pretende portabandiera degli interessi israeliani in Europa, il fronte iraniano è la prova del nove.

Nel nostro rapporto con Gerusalemme verremo valutati soprattutto per quello che vorremo e sapremo fare contro Teheran. In particolare, bisognerà vedere fino a che punto saremo disposti a sacrificare i nostri tradizionali, corposi vincoli economici e commerciali con l’Iran. Spesso, in modo informale, gli alleati americani ci hanno fatto capire come sia necessario ridurre la nostra esposizione economica nei confronti dello Stato iraniano. Proprio nelle settimane in cui si discutono i dettagli di un nuovo giro di sanzioni contro il regime dei pasdaran e in cui l’America, per ordine di Barack Obama, rafforza la sua presenza navale nel Golfo, in funzione dichiaratamente anti-iraniana, questo capitolo diventa per noi specialmente delicato.

Berlusconi ha fra l’altro rimarcato la necessità di sostenere l’opposizione in Iran. Non sarà facile. Innanzitutto perché l’“onda verde” sembra in fase di ristagno. In secondo luogo, perché i principali leader del movimento sorto l’estate scorsa per rigettare la rielezione di Mahamud Ahmadinejad alla presidenza del paese si sta dividendo. Terzo, perché non è detto che la nostra volontà di aiutare in qualche modo gli oppositori possa essere realmente di sostegno alla loro battaglia. Nel clima di nazionalismo parossistico in cui si trova oggi l’Iran, essere in odore d’intelligenza con l’Occidente può essere uno svantaggio, più che una risorsa.

In ogni caso, i prossimi mesi saranno decisivi. Se le sanzioni non ci saranno o saranno inefficaci, è possibile che non solo in Israele, ma anche negli Stati Uniti torni a farsi sentire il partito del bombardamento, come unica alternativa alla bomba atomica iraniana. In quel contesto, evidentemente, noi italiani avremmo poco da dire. Ma certamente saremmo tra i primi a subire direttamente e indirettamente le conseguenze di una guerra. I nostri uomini in Libano e Afghanistan sono, di fatto, sotto un ambiguo ombrello di protezione iraniano. È ovvio che, in caso di conflitto, questa protezione cadrà. I nostri contingenti sarebbero probabilmente oggetto delle prime rappresaglie iraniane. Ma non è detto che queste considerazioni siano state presenti a Berlusconi nel momento in cui si lanciava nell’offensiva verbale contro Teheran.

(3/02/2010)
da  http://temi.repubblica.it/limes/se-berlusconi-lancia-loffensiva-anti-iran/10777


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Il destino di una nazione
Inserito da: Admin - Aprile 11, 2010, 11:41:47 pm
IL COMMENTO

Il destino di una nazione

di LUCIO CARACCIOLO

"IL CAMPO da gioco di Dio". Così Norman Davies volle titolare i due volumi oxfordiani della sua "Storia della Polonia", lo standard in materia. Qualcosa di davvero soprannaturale sembra segnare il destino della nazione polacca, almeno dall'avvento di papa Karol Wojtyla in avanti. La tragedia consumata ieri mattina in un bosco nebbioso presso l'aeroporto russo di Smolensk è talmente carica di simbolismi da scuotere gli animi più disincantati.

Quattro coincidenze fanno pensare. Cominciamo dalla più palese. A bordo del reattore presidenziale di fabbricazione sovietica  -  cui Kaczynski pare fosse molto affezionato, tanto da ritardare l'avvicendamento con un jet più moderno  -  i più alti rappresentanti della Polonia stavano recandosi a commemorare i settant'anni dal massacro di Katyn. Qui, a pochi chilometri da Smolensk, oltre 4 mila ufficiali polacchi furono trucidati nell'aprile 1940 dalla polizia segreta (Nkvd) di Stalin, in base a un ordine firmato dal dittatore e dal politburo del Partito comunista. Altri 17 mila fra funzionari, guardie di frontiera e ufficiali dell'esercito polacco catturati dall'Armata Rossa fecero in quei giorni la stessa fine. L'obiettivo era liquidare l'élite di quello Stato che Molotov, il braccio destro di Stalin, aveva sdegnosamente classificato come "misera creazione del Trattato di Versailles".

Crimine negato dai sovietici fino alla coraggiosa ammissione di Gorbaciov, nell'aprile 1990. Crimine sul quale le autorità russe  -  Putin in testa  -  stentano tuttora ad articolare parole chiare e nette. Sicché Katyn resta oggetto di recriminazioni, sospetti e manipolazioni che tuttora minano le peculiari relazioni russo-polacche.

Legata a questa, la seconda impronta del destino: Smolensk è stata scelta ufficialmente due anni fa come una delle due sedi (l'altra è Varsavia) delle Case della storia polacco-russa. Monumenti volenterosi quanto improbabili che, sull'impulso del lavoro di un gruppo di storici, giornalisti e politici dei due paesi, dovrebbero marcare la conciliazione fra due opposte letture del passato comune. E siccome a est di Berlino, fra le nazioni strette da secoli nella morsa russo-tedesca, la storia è sempre contemporanea e quasi mai condivisa, persino questa tragedia, frutto di un banale errore umano, risveglia memorie lacerate. Già Lech Walesa parla di "secondo disastro di Katyn", tracciando una parabola impropria ma suggestiva fra il massacro staliniano e l'incidente aereo di ieri.

In terzo luogo, i cabalisti non mancheranno di osservare che il sacrificio del "gemello" Kaczynski coincide con l'avvio della costruzione dell'ardito gasdotto sottomarino Nord Stream, che connetterà Vyborg, presso Pietroburgo. a Greifswald, nel Meclemburgo, per pompare direttamente gas russo verso la Germania, scavalcando le repubbliche baltiche e la Polonia. A Varsavia l'hanno ribattezzato "gasdotto Molotov-Ribbentrop", ad echeggiare il patto tra Unione Sovietica e Terzo Reich che precedette di pochi giorni la doppia invasione della Polonia, prima tedesca e poi sovietica, nel settembre 1939.

Quarta beffa: a bordo dell'aereo presidenziale viaggiava il novantunenne Ryszard Kaczorowski, ultimo presidente del governo in esilio a Parigi e poi a Londra, che durante la seconda guerra mondiale tenne accesa la fiaccola dell'indipendenza. Quel governo della Seconda Repubblica cui Stalin impedì nel 1945 il ritorno nella Varsavia "liberata", ma che per molti polacchi, nei decenni del comunismo, rimase l'unico esecutivo legittimo. Tanto che dopo aver vinto le elezioni presidenziali nel 1990, Walesa rifiutò di ricevere le insegne del potere dal generale Jaruzelski, convocando in sua vece lo stesso Kaczorowski. Il quale dichiarava contemporaneamente disciolto il "governo di Londra", quasi che la Repubblica satellite di Mosca, quella dei Gomulka e dei Gierek, non fosse mai esistita.

Sullo sfondo di queste curiose combinazioni del destino, varrà ricordare che nessuno più di Lech Kaczynski ha incarnato la versione schiettamente reazionaria e profondamente russofoba del nazionalismo polacco. Una visione della Polonia e del mondo piuttosto influente nelle élite e nell'opinione pubblica del paese che seppe dare la spallata decisiva all'impero sovietico.

Nemmeno due anni fa, mentre fra Georgia e Russia tuonavano i cannoni d'agosto, Kaczynski capeggiò un non improvvisato "gruppo dei cinque" - con Ucraina, Lettonia, Estonia e Lituania  -  che smarcandosi dagli equilibrismi di Sarkozy e della Vecchia Europa si schierò a fianco di Saakashvili nella sua breve avventura contro la Russia "imperialista" e "revisionista". Per l'occasione, il presidente polacco proclamò l'"inizio della lotta" contro Mosca, quasi si augurasse che l'incendio caucasico fosse il prodromo della resa dei conti finale con l'orso russo.

Negli ultimi tempi, i sempre tormentati rapporti polacco-russi hanno segnato qualche miglioramento, di atmosfera e di sostanza. Merito soprattutto del pragmatico premier Donald Tusk, che Kaczynski non poteva soffrire. Quando fra poche settimane i polacchi sceglieranno il successore del presidente caduto nel rogo di Smolensk, sapremo se questo incidente senza precedenti  -  mai tanta parte dell'élite di un paese era scomparsa d'un colpo - marcherà non solo una devastante tragedia umana, ma anche il tramonto di una certa idea della Polonia.

© Riproduzione riservata (11 aprile 2010)
da repubblica.it


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Tentazione tedesca
Inserito da: Admin - Maggio 08, 2010, 02:57:41 pm
Tentazione tedesca

di Lucio Caracciolo
 

La crisi greca è un rivelatore geopolitico. Perché rivela la vera natura dell'euro e allo stesso tempo la collocazione economica e geopolitica dei vari paesi in Europa.

Per quanto riguarda il fattore euro, il default mascherato di Atene ne porta in evidenza il limite strutturale di divisa senza Stato. Dunque non governata e non garantita. Non si tratta di un incidente, ma del frutto di un compromesso stipulato a Maastricht tra Francia e Germania, subito dopo l'unificazione tedesca. I francesi volevano evitare che il marco diventasse di fatto la valuta europea, e per questo scambiarono il loro tardivo assenso alla 'Grande Germania' contro la cessione del marco. Così generando una moneta che per la prima volta nella storia universale non era battuta da uno Stato. Figlio di molti genitori, l'euro è stato abbandonato al suo destino, sicché nella migliore delle ipotesi dovremo prepararci a sue ricorrenti fibrillazioni, nella peggiore alla sua fine.

Alcuni pensavano o tuttora pensano che, in ultima istanza, sia la Germania a garantire per la stabilità dell'euro. E quindi si aspettavano un suo deciso intervento per salvare i greci, così come si attendono che altri 'prestiti' seguiranno in caso di ulteriori crisi. Invece la signora Merkel ha impiegato due mesi abbondanti per decidersi a dare luce verde a un 'prestito', probabilmente a fondo perduto, tanto più corposo quanto più ritardato. Ed è molto improbabile, stanti gli umori dell'opinione pubblica tedesca, che di fronte a un 'effetto domino' la cancelliera possa rimettere mano al portafogli. Equivarrebbe a presentare le sue dimissioni, non dal governo ma dalla scena politica germanica.

Forse non ce ne siamo ancora resi conto, ma alla Germania questa Europa non sollecita più quello spirito comunitario che animava gli Adenauer, gli Schmidt e i Kohl. Berlino guarda oltre, e non intende farsi condizionare più di tanto da quella che resta pur sempre la sua area commerciale privilegiata, oltre che monetaria. La tentazione di un 'nucleo duro', che faccia coincidere l'area commerciale primaria con quella dell'euro, traspare di tanto in tanto anche nelle dichiarazioni pubbliche di
Frau Merkel e del ministro delle Finanze Schaeuble, che dell'Euronucleo fu il primo teorico. In tal caso, alla Germania farebbero corona, oltre a Francia e Benelux, anche Austria e Slovacchia, e forse altri due o tre paesi dell'ex Est europeo.

Quanto alla Francia, ha brillato per il suo imbarazzante silenzio. Non è solo la debolezza di Sarkozy: è che Parigi non ha più una strategia europea. Finora Europa (ed euro) avevano significato per i francesi tenere sotto controllo la Germania e moltiplicare la potenza della Grande Nation nel mondo. Entrambi gli effetti paiono da tempo esauriti.

Ma la perversa correlazione fra crisi economica, crisi finanziaria e crisi monetaria incide soprattutto nella fascia meno robusta dei paesi euro, i famigerati Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Il nostro Paese, gravato di un debito formidabile, non può sentirsi al sicuro. E se dovesse tornare a profilarsi il fantasma dell'Euronucleo, con esso riapparirebbero i riflessi separatisti a suo tempo alimentati dal primo Bossi: quello che l'euro lo voleva per spaccare l'Italia. Nel dibattito nostrano sulla moneta europea, sarà utile tenere ben presente tale sfondo geopolitico, salvo farsi sorprendere da pulsioni compresse ma tutt'altro che estinte nel Nord, non fosse che per la sua integrazione di fatto nell'area di influenza economica tedesca.

(06 maggio 2010)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tentazione-tedesca/2126503/18


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Tentazione tedesca
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2010, 09:22:33 am
Tentazione tedesca

di Lucio Caracciolo
 

La crisi greca è un rivelatore geopolitico. Perché rivela la vera natura dell'euro e allo stesso tempo la collocazione economica e geopolitica dei vari paesi in Europa.

Per quanto riguarda il fattore euro, il default mascherato di Atene ne porta in evidenza il limite strutturale di divisa senza Stato. Dunque non governata e non garantita. Non si tratta di un incidente, ma del frutto di un compromesso stipulato a Maastricht tra Francia e Germania, subito dopo l'unificazione tedesca. I francesi volevano evitare che il marco diventasse di fatto la valuta europea, e per questo scambiarono il loro tardivo assenso alla 'Grande Germania' contro la cessione del marco. Così generando una moneta che per la prima volta nella storia universale non era battuta da uno Stato. Figlio di molti genitori, l'euro è stato abbandonato al suo destino, sicché nella migliore delle ipotesi dovremo prepararci a sue ricorrenti fibrillazioni, nella peggiore alla sua fine.

Alcuni pensavano o tuttora pensano che, in ultima istanza, sia la Germania a garantire per la stabilità dell'euro. E quindi si aspettavano un suo deciso intervento per salvare i greci, così come si attendono che altri 'prestiti' seguiranno in caso di ulteriori crisi. Invece la signora Merkel ha impiegato due mesi abbondanti per decidersi a dare luce verde a un 'prestito', probabilmente a fondo perduto, tanto più corposo quanto più ritardato. Ed è molto improbabile, stanti gli umori dell'opinione pubblica tedesca, che di fronte a un 'effetto domino' la cancelliera possa rimettere mano al portafogli. Equivarrebbe a presentare le sue dimissioni, non dal governo ma dalla scena politica germanica.

Forse non ce ne siamo ancora resi conto, ma alla Germania questa Europa non sollecita più quello spirito comunitario che animava gli Adenauer, gli Schmidt e i Kohl. Berlino guarda oltre, e non intende farsi condizionare più di tanto da quella che resta pur sempre la sua area commerciale privilegiata, oltre che monetaria. La tentazione di un 'nucleo duro', che faccia coincidere l'area commerciale primaria con quella dell'euro, traspare di tanto in tanto anche nelle dichiarazioni pubbliche di
Frau Merkel e del ministro delle Finanze Schaeuble, che dell'Euronucleo fu il primo teorico. In tal caso, alla Germania farebbero corona, oltre a Francia e Benelux, anche Austria e Slovacchia, e forse altri due o tre paesi dell'ex Est europeo.

Quanto alla Francia, ha brillato per il suo imbarazzante silenzio. Non è solo la debolezza di Sarkozy: è che Parigi non ha più una strategia europea. Finora Europa (ed euro) avevano significato per i francesi tenere sotto controllo la Germania e moltiplicare la potenza della Grande Nation nel mondo. Entrambi gli effetti paiono da tempo esauriti.

Ma la perversa correlazione fra crisi economica, crisi finanziaria e crisi monetaria incide soprattutto nella fascia meno robusta dei paesi euro, i famigerati Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Il nostro Paese, gravato di un debito formidabile, non può sentirsi al sicuro. E se dovesse tornare a profilarsi il fantasma dell'Euronucleo, con esso riapparirebbero i riflessi separatisti a suo tempo alimentati dal primo Bossi: quello che l'euro lo voleva per spaccare l'Italia. Nel dibattito nostrano sulla moneta europea, sarà utile tenere ben presente tale sfondo geopolitico, salvo farsi sorprendere da pulsioni compresse ma tutt'altro che estinte nel Nord, non fosse che per la sua integrazione di fatto nell'area di influenza economica tedesca.

(06 maggio 2010)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tentazione-tedesca/2126503/18


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. L'errore di Obama
Inserito da: Admin - Maggio 23, 2010, 10:59:27 am
L'errore di Obama

Lucio Caracciolo
 

Nove mesi fa il generale Stanley McChrystal aveva avvertito il suo ministro, Robert Gates, che in assenza di una radicale svolta sul terreno, la guerra in Afghanistan rischiava di finire fuori controllo entro un anno. Mancano tre mesi alla scadenza. Rispetto all'estate scorsa la campagna americana e alleata non solo non dà segni di successo, ma sembra avvitata in una logica di sconfitta. McChrystal proponeva di spostare l'accento dalla guerra contro i talebani alla protezione della popolazione. Allo stesso tempo, si preoccupava di "vendere" una mezza sconfitta come una vittoria, riportando qualche significativo successo militare. Per questo chiedeva più soldati e cercava di affinare gli strumenti di propaganda. Obiettivo, afghanizzare il conflitto e poi affidare ai locali la responsabilità della gestione di un Paese segnato da trent'anni di guerra. Obama gli concedeva una buona parte dei rinforzi richiesti, ne approvava il concetto strategico, ma contemporaneamente annunciava la volontà americana di ritirarsi a partire dal luglio 2011, in modo da "deafghanizzare" la campagna elettorale per la sua rielezione alla presidenza. L'errore più grave commesso dal presidente era di dichiarare contemporaneamente l'attacco e la ritirata.

Risultato: tutti gli attori del conflitto, diretti o indiretti, interni o esterni all'Afghanistan, fanno i loro calcoli sul dopo-ritiro. A cominciare dallo stesso presidente Karzai, che da fantoccio americano si è travestito da fiero nazionalista. Fino a proporsi come interlocutore diretto del mullah Omar e degli altri capi insorti. Ne sta derivando la crescente frammentazione del campo di battaglia. Fra gli alleati, gli olandesi sono sul piede di partenza, i canadesi seguiranno entro breve. Molti paesi impegnati nella missione Isaf per compiacere gli americani si interrogano seriamente sull'opportunità di restare ancora in un teatro dal quale gli Stati Uniti vogliono andarsene. Nella galassia degli insorti, la svolta di Obama ha sparpagliato gli attori, tanto che oggi si contano almeno una dozzina di formazioni combattenti contro gli stranieri, ben al di là dei talebani doc. Tra le potenze regionali, infine, India e Pakistan si preparano ad affilare le armi per risolvere la disputa su chi fra loro abbia il diritto di esercitare un'egemonia indiretta sull'Afghanistan, mentre l'Iran ragiona su come usare il territorio afghano in caso di
aggressione israeliana/americana. Quanto ai russi, pagherebbero volentieri di tasca loro i militari occidentali affinché restassero a tempo indeterminato in Afghanistan, per impedire che il radicalismo islamico ne faccia una punta di lancia contro il ventre molle della Russia meridionale. Pechino condivide dal suo punto di vista i timori russi, ma appare sconcertata dalle oscillazioni di Washington.

E noi? Ogni volta che un soldato italiano cade, si riaccendono i riflettori su una missione ormai impopolare o peggio incomprensibile all'opinione pubblica. Salvo poi spegnere le luci e affidarsi all'inerzia, fino al prossimo caduto. Non è mai troppo tardi per rendersi conto che questa passività è irragionevole e pericolosa. Governo e opposizione dovrebbero finalmente raccontare almeno parte della verità su ciò che i nostri soldati stanno facendo in terra afghana. E soprattutto spiegare perché vogliono tenerceli. Possibilmente non trincerandosi dietro gli slogan.

(20 maggio 2010)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lerrore-di-obama/2127422/18


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. L'ora degli estremisti
Inserito da: Admin - Giugno 04, 2010, 06:44:47 pm
L'ora degli estremisti

Lucio Caracciolo
 

La più grave e immediata conseguenza geopolitica dell'arrembaggio israeliano alle navi dei pacifisti è la fine dell'asse Ankara-Gerusalemme. Un'intesa cementata negli anni Novanta in nome della comune diffidenza per gli arabi e della comune alleanza con l'America.
Che qualcosa non funzionasse più nel matrimonio turco-israeliano era apparso evidente durante la guerra di Gaza (dicembre 2008 - gennaio 2009), che portò allo scontro pubblico fra il premier turco Erdogan e il presidente israeliano Peres durante la successiva conferenza di Davos. In quest'anno e mezzo tensioni e incomprensioni reciproche hanno poi prodotto l'implosione finale, con lo scontro marittimo fra forze speciali israeliane e pacifisti più o meno pacifici al largo di Gaza.
Perché le due potenze regionali sono entrate in collisione? Decisivo è stato il graduale cambio della guardia ad Ankara fra il potere dei militari e quello del leader islamico Erdogan. Quest'ultimo ha saputo abilmente giocare la carta europea per costringere le Forze armate, autoproclamate garanti del laicismo, a rinunciare alla loro egemonia in nome delle riforme richieste da Bruxelles per ammettere Ankara in Europa. Siccome l'intesa fra Israele e Turchia era soprattutto l'intesa fra le rispettive Forze armate, l'eclissi dei militari turchi ha eroso uno dei pilastri che sorreggeva questo fondamentale ponte strategico.

Da parte israeliana, il percorso è stato parallelo. Tanto più Erdogan portava la Turchia verso l'obiettivo di affermarsi come perno geopolitico del Medio Oriente, tanto meno i leader israeliani ritenevano di potersi fidare di un leader islamico che flirtava con Hamas.
È molto improbabile che l'asse spezzato possa essere ricostituito. La sfiducia reciproca è slittata in guerra fredda e ora quasi calda, a causa dell'imperizia dei marinai israeliani. In questo modo lo Stato ebraico non solo perde l'unico rilevante alleato nella regione, ma lo regala al suo attuale nemico mortale, l'Iran.

Mentre si allontanava da Gerusalemme, infatti, Ankara si avvicinava a Teheran, con cui intesseva un'intesa poco trasparente ma apparentemente solida. Se fino all'anno scorso Netanyahu pensava di poter allestire una strana alleanza fra israeliani e musulmani sunniti in nome della comune avversione per l'Iran sciita, oggi un'architettura del genere non è più immaginabile.
Questi veloci riallineamenti delle costellazioni mediorientali marcano ancor più lo sbandamento americano. L'omologia d'interessi fra Washington e Gerusalemme è finita con Bush e Olmert. Tra Netanyahu e Obama domina la sfiducia reciproca. Ciò che rende fra l'altro improbabili i patetici sforzi della diplomazia statunitense per rianimare il cadavere del cosiddetto processo di pace. Ora più che mai, in Medio Oriente il futuro sembra appartenere agli estremisti.

(03 giugno 2010)
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lora-degli-estremisti/2128372/18


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. La guerra "giusta" di Obama ormai perduta
Inserito da: Admin - Luglio 29, 2010, 05:22:31 pm
IL COMMENTO

La guerra "giusta" di Obama ormai perduta

La posta rimasta in gioco è una sola: a chi attribuire la responsabilità della sconfitta?

I file di WikiLeaks dimostrano la frustrazione di chi sta al fronte senza coperture


di LUCIO CARACCIOLO

La guerra "giusta" di Obama ormai perduta Militari americani a Kandahar

La guerra in Afghanistan è persa da tempo. Eppure continua. Non perché sia possibile vincerla, ma perché chi l'ha persa non trova il coraggio di ammetterlo.

E di assumersene la responsabilità. Sicché sul fronte afgano-pachistano si uccide e si muore come mai in questi nove anni di un conflitto apparentemente interminabile.

Ieri è toccato a due nostri soldati 1, impegnati in una missione che il nostro governo non trova il coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio, una guerra di cui non sappiamo chiarire l'obiettivo, se non slittando in una retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia.

Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire perché oggi stiamo molto peggio che all'inizio di questa campagna. E stabilire come uscire da un meccanismo infernale che non siamo in grado di controllare.

Noi italiani in Afghanistan ci stiamo per l'America. Ma l'America non è più sicura delle ragioni per cui pensava di doverci stare. Se prima potevamo fare l'economia di un nostro punto di vista, oggi non più. I nostri alleati l'hanno capito e stanno definendo una posizione propria, visto che quella americana è piuttosto nebulosa. Lo hanno fatto prima canadesi e olandesi, poi tedeschi e financo inglesi, tutti alla ricerca di una via e di una data di uscita dalla trappola afgana. Quanto a noi, restiamo a rimorchio di un convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati.

Perché la novità degli ultimi mesi è che i militari americani cominciano a non poterne più, a non credere nella propaganda che d'ufficio sono costretti a disseminare. I leader politici lo sanno bene, ma si dividono su come affrontare l'emergenza di un conflitto invincibile. Oltre alla guerra calda, contro gli insorti, è in corso una guerra fredda fra capi militari e politici. Sul terreno questo si traduce nel caos operativo, fatto di ordini e contrordini, di scelte proclamate e subito rivedute, di rivalità personali e di corpo.

Prima il caso McChrystal, poi, in stretta sequenza, i 91.731 documenti più o meno segreti trapelati attraverso le larghe maglie dell'intelligence Usa, rivelano la frustrazione di chi sta al fronte senza sentirsi le spalle coperte. Anzi, teme di finire vittima delle faide di Washington. E dunque vorrebbe andarsene al più presto. Questo clima può contribuire a spiegare una tale fuga di notizie riservate: un modo scelto da alcuni militari per alimentare lo scetticismo dell'elettore americano, per sbattere in faccia ai decisori i fatti e non le pietose bugie che amano ripetere, ad esempio riguardo all'"alleato" pachistano.

Difficile bere la favola della talpa ventiduenne incistata in una base a nord di Bagdad, che avrebbe trasmesso quella miniera di informazioni classificate all'attivista australiano Julian Assange, sulfureo capo di WikiLeaks. Le dimissioni dell'ex comandante del fronte afgano scelto da Obama e le rivelazioni del sito pirata sono le punte emerse della furibonda battaglia intestina che sta scuotendo l'intera Amministrazione, nei suoi centri nervosi militari e politici.

I rapporti pubblicati da WikiLeaks non cambiano il quadro afgano-pachistano già noto al pubblico più accorto, ne accentuano solo le tinte fosche. Ma hanno un notevole impatto politico-mediatico. Perché illustrando con inediti dettagli il fallimento afgano, demoliscono il teatrino che Obama stava allestendo per fingere di vincere la guerra persa. Il "cambio di strategia" partorito a fine 2009 dopo mesi di scontri fra le diverse branche dell'amministrazione e fra i troppi Napoleoni che si affrontano negli alti comandi delle Forze armate Usa, aveva infatti un solo obiettivo: "oscurare" l'Afghanistan prima dell'inizio della campagna presidenziale del 2012.

Il cuore della famosa controinsurrezione - la bibbia strategica di Petraeus e McChrystal - consiste infatti nell'imporre la propria "narrativa", ossia la propria propaganda, come vera. Una paradossale controinformazione ufficiale. Obiettivo: trasformare qualche successo tattico in Vittoria, fingere di aver allestito uno Stato non indecente a Kabul, e ritirare il grosso delle truppe prima del voto. Non molto diversamente da quanto Bush aveva immaginato di fare appena presa Bagdad.

L'ironia della storia vuole che oggi Bush possa apparire come colui che ha raddrizzato in extremis la disastrosa guerra mesopotamica - la "guerra sbagliata" secondo Obama - mentre l'attuale inquilino della Casa Bianca è additato come responsabile di un disastro maturato sotto il suo predecessore, come martellano le rivelazioni di WikiLeaks. Percezione accentuata dal fatto che Obama ha subito fatto sua la "giusta" guerra afgana, quando già appariva perduta, mentre criticava la campagna irachena, anche quando a Baghdad l'orizzonte pareva schiarirsi (o meglio, la controinformazione ufficiale ne offriva con successo, e con qualche fondamento, una fotografia rassicurante).

Obama sperava di potersene andare avendo salvato la faccia con qualche successo modesto ma ben rivenduto. Come ad esempio la troppe volte annunciata e poi rinunciata presa di Kandahar, eretta a Berlino talibana. Il guaio è che il trucco non funziona. Il teatrino non è credibile. La ribellione di McChrystal e le rivelazioni affidate a WikiLeaks dimostrano che la posta in gioco non è più la sconfitta o la vittoria, ma la responsabilità della sconfitta. Il cerino è acceso e sta girando di mano in mano, tra Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento di Stato e dintorni.

Su questo sfondo, suona sempre più patetica la tesi per cui la nostra presenza in Afghanistan serva a impedire che vi si installino i terroristi. Come confermano in abbondanza i documenti dell'intelligence Usa, non solo la campagna ha rafforzato i Taliban, ma ha contribuito a destabilizzare il Pakistan. Più che nelle caverne o nelle gole afgane, è nel vespaio pachistano che bisognerà scavare, se davvero intendiamo limitare il rischio, mai sradicabile, di un nuovo 11 settembre. Rischio aumentato, non diminuito, dalla guerra in corso.

Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall'Afghanistan non ci ritireremo: lo evacueremo.

(29 luglio 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/07/29/news/guerra_perduta-5911041/?ref=HREC1-5


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. La scommessa di Obama sul Medio Oriente
Inserito da: Admin - Agosto 21, 2010, 03:58:45 pm
IL COMMENTO

La scommessa di Obama sul Medio Oriente

di LUCIO CARACCIOLO

Adesso per Obama o la va o la spacca. O riesce a ottenere entro un anno da Netanyahu e da Abu Mazen un accordo di pace, o perde la faccia.
E con essa, fra due anni, forse anche la Casa Bianca.

La decisione di convocare il primo ministro israeliano e il presidente dell'Autorità nazionale palestinese a Washington il 2 settembre, per avviare il negoziato che dovrebbe sfociare entro un anno nell'ormai mitica soluzione "due Stati per due popoli", è un atto di coraggio del leader americano. Il coraggio della disperazione. Perché le possibilità di successo appaiono molto modeste. Tutto, sul terreno, sembra cospirare contro la pace. Eppure il presidente ha deciso di giocare il jolly, spingendo israeliani e palestinesi a discutere dello status finale dei Territori occupati. Comprese le questioni apparentemente irresolubili, a cominciare da Gerusalemme.
Della buona fede di Obama non merita dubitare. Così come della sua convinzione che il contenzioso israelo-palestinese sia il cuore di tutte le crisi mediorientali. Sicché risolverlo è priorità di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti. Solo disinnescando quella mina permanente, che alimenta il jihadismo e l'antimericanismo nel mondo islamico, si potrà stabilizzare il Medio Oriente e riaffermarvi il primato di Washington. Teorema forse troppo cartesiano, ma di cui questa Casa Bianca pare convinta.

L'impegno di Obama per la pace in Terrasanta scaturisce quindi dalla necessità di proteggere vitali interessi americani. Il presidente e la sua squadra diplomatica non intendono limitarsi a incoraggiare il dialogo a due. Si considerano mediatori attivi, con il sostegno di una variopinta coalizione di "amici e alleati", arabi filoccidentali in testa. Una rivendicazione importante, perché, se intesa seriamente, implica che per sbloccare lo stallo fra le parti gli Usa avanzeranno proprie proposte di soluzione. Con il rischio di vedersele rigettare e di fungere quindi da capro espiatorio del fallimento prodotto dalle altrui intransigenze. Distruggendo la residua credibilità di cui ancora dispongono in una regione dove negli ultimi anni sono passati da un disastro (Iraq) all'altro (Afghanistan).

La scommessa di Obama non ha perciò nulla a che vedere con il "processo di Annapolis" allestito in extremis da Bush figlio e abortito dopo pochi mesi. In quel caso il mantra dei "due Stati" non intendeva spingere Gerusalemme a concessioni di fondo, ma a costruire una coalizione fra israeliani e arabi sunniti contro l'Iran. Oggi, oltre a sciogliere il nodo israelo - palestinese, si tratta semmai di prendere altro tempo nella partita persiana, evitando un attacco preventivo dello Stato ebraico contro Teheran, dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Il problema oggi non sta più nella volontà della leadership americana, ma nel logoramento complessivo della superpotenza e nella personale debolezza di Obama, il cui declinante prestigio interno ed esterno parrebbe inadeguato all'altezza della sfida. Per gli israeliani  -  e soprattutto per buona parte dell'opinione pubblica Usa, che continua a identificarsi con lo Stato ebraico  -  il presidente non è un mediatore equilibrato. Molti lo dipingono come un cripto-musulmano.

Netanyahu poi non è solo il primo ministro di Israele, ma un attore della vita politica americana, da sempre schierato con i "falchi" repubblicani. Dunque un avversario interno di Obama. Ossia un amico di chi conta di mandarlo a casa nel 2012. Operazione cui Netanyahu darebbe volentieri il suo contributo. Mentre alla Casa Bianca brinderebbero se Netanyahu cadesse, o almeno accettasse di liquidare l'ala più oltranzista del suo governo (Lieberman) per formare una coalizione di "unità nazionale" allargata ai centristi di Tzipi Livni.
Ma il vero punto critico dell'architettura che la Casa Bianca sta allestendo è l'inesistenza di un credibile interlocutore palestinese. Nessuno considera Abu Mazen il rappresentante di tutto il suo popolo, nemmeno di una sua maggioranza. Qualsiasi accordo da lui firmato non varrebbe la carta su cui è scritto. Se si vuole davvero la pace, prima o poi sarà inevitabile coinvolgere Hamas. In un modo o nell'altro, la frattura tra Cisgiordania e Gaza dovrà essere sanata. Almeno una parte dell'amministrazione americana ne sembra convinta  -  oltre, per quel che (non) contano, a diversi leader europei. Ma mettere insieme le diverse bande e mafie che scorrazzano per la Palestina anche grazie alle regalie europee e alle manipolazioni israeliane e americane, è forse più difficile che imporre la pace allo Stato ebraico e ai suoi vicini arabi.

Per creare la Palestina mancano dunque le condizioni. Non c'è territorio sufficiente, perché Gaza resta in mano a Hamas mentre in Cisgiordania avanzano i coloni israeliani, contro i quali Netanyahu non ha certo intenzione di scatenare la guerra civile. Non c'è unità politica, né tantomeno una leadership presentabile. Esiste un popolo palestinese, sofferente e largamente in diaspora, non una nazione. Mentre ci sono, nel mondo arabo e in quello musulmano (Iran in testa), potenze e milizie pronte a far deragliare qualsiasi convoglio muova verso la pace.

Né pare possibile un'operazione di mero illusionismo, ossia il battesimo di una pseudo-Palestina con uno pseudo-governo, priva di fatto degli attributi della sovranità, come (forse) Netanyahu sarebbe disposto ad accettare e (forse) Abu Mazen ad autoproclamare. Un pasticcio del genere non reggerebbe. E soprattutto non risolverebbe il problema di sicurezza nazionale che interessa Obama. Perché fra arabi e musulmani  -  non solo jihadisti  -  una Palestina finta non avrebbe la minima credibilità. Anzi, rischierebbe di produrre l'effetto opposto, delegittimando ulteriormente gli Stati Uniti e i loro alleati mediorientali e occidentali che si prestassero a tale mascherata.

Parrà un paradosso, ma la vera forza di Obama in questa decisiva partita è di essersi tagliato tutti i ponti dietro le spalle. Il presidente degli Stati Uniti ha posto l'asticella talmente in alto che se la passerà sarà un trionfo. Altrimenti un disastro. Non solo personale.
Se il negoziato abortirà, non si tornerà al precario equilibrio attuale. Nuove guerre in Medio Oriente sarebbero la probabile conseguenza della pace mancata.

(21 agosto 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/21/news/mo_scommessa-6407408/?ref=HREC1-1


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Il buon alleato è un incapace
Inserito da: Admin - Dicembre 02, 2010, 11:49:24 pm
L'ANALISI

Il buon alleato è un incapace

di LUCIO CARACCIOLO

Berlusconi può essere insieme "incapace, vanitoso e inefficace" e il "migliore amico degli Stati Uniti"?

I messaggi riservati dell'ambasciata Usa a Roma sono coerenti con la esibita santificazione del nostro presidente del Consiglio da parte di Hillary Clinton, ieri ad Astana? Paradossalmente sì. Anzitutto sotto il profilo formale.

I cablogrammi di Palazzo Margherita sono riservati, come tali sinceri. Le dichiarazioni del segretario di Stato sono per i media, come tali difficilmente sincere.

Se esprimono un'autorevolezza assai superiore a quella dell'ormai celebre signora Dibble - autrice materiale del non lusinghiero ritratto di Berlusconi - non necessariamente debbono riflettere il pensiero della Clinton. Malgrado Assange - anzi oggi più che mai - un certo grado di doppiezza fra linguaggio pubblico e privato resta costitutivo della diplomazia e della politica. Sotto ogni latitudine.
Non ci meraviglieremmo perciò se fra qualche tempo scoprissimo che mentre la signora Clinton lodava il capo del nostro governo, nei suoi stessi uffici circolavano giudizi meno estasiati su Berlusconi e sulla sua politica estera.

Ma anche nella sostanza, Dibble e Clinton non sono incompatibili. Perché proprio la debolezza di Berlusconi e del paese che rappresenta può essere utile agli Stati Uniti. Come per esempio in Afghanistan, dove contrariamente ad altri alleati abbiamo rafforzato la nostra presenza militare. In cambio di nulla. Perché ciò che ci distingue nel mondo brusco e malizioso delle relazioni internazionali è lo spirito francescano. Diamo senza nulla chiedere. Magari poco, ma sempre gratis. Al massimo, in cambio di una photo opportunity. Se vantaggi ci sono, riguardano la sfera privata, certo non lo Stato. E che cosa può attendersi di meglio l'America, o qualsiasi altro paese, da noi o da chiunque altro? Nell'arte del dono siamo imbattibili. Peccato che ne consegua l'irrilevanza. Perché la logica della cessione gratuita di sovranità può essere certo sfruttata da chi ne fruisce, ma non apprezzata. Appare infatti come una forma di immoralità politica.

Di più: suscita il dubbio della slealtà. Dai lanci di WikiLeaks emerge infatti che alcuni consiglieri forse troppo dietrologi della Clinton adombrino il sospetto che tanta liberalità celi fini reconditi. Altrimenti perché la stessa responsabile della diplomazia Usa avrebbe chiesto di approfondire il profilo personale di Berlusconi, i suoi eventuali affari privati con Putin?

I sospetti, se non le certezze, riguardano soprattutto i rapporti del nostro presidente del Consiglio con il primo ministro russo, di cui "sembra essere il portavoce" (Dibble). Il caso Georgia, quando Berlusconi, più ancora di Sarkozy, difese le ragioni della Russia, e ancor più il suo forte impegno nel progetto di gasdotto South Stream, tanto caro a Putin, hanno irritato prima Bush e poi Obama. Poco importa se in entrambi i casi Berlusconi si muovesse nel solco di un'antica tradizione filorussa delle nostre élite politiche e industriali, confermata anche dagli ultimi governi di centrosinistra. Quel che stona, a occhi e orecchi americani, è l'intimità fra il "vanitoso" Berlusconi, con la sua "inclinazione ai party", e il leader di una grande potenza di cui Washington continua a diffidare.

Conclusione: Berlusconi è utile finché conta poco e pretende meno. Almeno in veste di capo dell'Italia. Se e quando pesasse di più, risultando più ingombrante per gli interessi americani, scatterebbero le contromisure. O sono già scattate?
 

(02 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/02/news/alleato_incapace-9746632/?ref=HREA-1


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Il presidente Zelig
Inserito da: Admin - Aprile 27, 2011, 02:40:55 pm
L'ANALISI

Il presidente Zelig

di LUCIO CARACCIOLO


SILVIO Berlusconi non delude mai i suoi interlocutori. Tanto meno l'amico Nicolas Sarkozy. Contrasti sulla guerra di Libia? Rimpallo dei migranti alla frontiera di Ventimiglia? Insofferenza per l'istinto predatorio dei gruppi francesi in settori più o meno strategici della nostra economia? Avevamo scherzato. Ieri, al termine di un vertice "molto molto positivo" (Berlusconi) fra "paesi fratelli" (Sarkozy), ogni ostacolo pareva superato. E quasi sembrava prefigurarsi un'intesa privilegiata fra Roma e Parigi. Tanto che verso sera il ruvido ma non sprovveduto Bossi ha sintetizzato la giornata con queste parole che devono essere sembrate ben poco affettuose alle orecchie del suo alleato Silvio: "Ormai siamo diventati una colonia francese".

Ecco allora l'allineamento italiano sulla posizione francese in Libia, poche settimane dopo che il capo del nostro governo si era confessato "dispiaciuto" per il disturbo recato all'amico Gheddafi dall'intervento armato sponsorizzato dalla Francia. Quanto alla gestione dei flussi umani dal Nordafrica, bisogna mettere mano a Schengen per ripristinare i controlli alle frontiere "in circostanze eccezionali". Tale sarebbe l'esodo di venticinquemila anime in tre mesi attraverso il Canale di Sicilia. E mentre Tremonti stava allestendo le barricate contro gli assalti transalpini ad alcune pregiate aziende nostrane, ecco l'annuncio dell'Opa di Lactalis per l'intero capitale di Parmalat. Coincidenza fortuita, certamente. Di cui altrettanto sicuramente Sarkozy era all'oscuro. E che naturalmente
aprirà la strada ad altre formidabili integrazioni industriali franco-italiane. Peccato che d'abitudine i nostri vi fungano da ascari. L'appoggio di Parigi alla candidatura di Mario Draghi per la guida della Banca centrale europea è importante, ma in buona misura scontato. Nel rispetto dei rapporti di forza, lo scambio fra Italia e Francia risulta alquanto ineguale.

Ma rispecchia lo stile dei due presidenti. Entrambi credono nella diplomazia personale, non amano perdersi nei dettagli, parlano all'elettore, non al cittadino. La differenza è che Sarkozy ha dietro uno Stato capace - non sempre: Libia docet - di assorbire le sue alzate di testa. Berlusconi no. Il nostro presidente-Zelig non è sovrastimato dai suoi colleghi, alcuni dei quali, come la signora Merkel, pagherebbero di tasca loro pur di non essere da lui intrattenuti. Ma alla fine nessuno saprebbe farne a meno: dove lo trovi oggi un leader che ti dice sempre sì? E che è persino capace di vantare un bluff, come quando ieri si è prodotto in un peana per il nucleare - e per i relativi contratti Enel-Edf - spiegando di aver voluto evitare il referendum perché si vota solo quando si è certi di vincere.

Sarà senza dubbio la sua indole generosa. Il guaio - per noi - è che acconsentendo a ogni altrui richiesta, che venga da Obama o da Putin, da Erdogan o da Netanyahu e fino a ieri anche da Gheddafi (ma prima o poi il Colonnello capirà che deve richiamare l'amico di Palazzo Chigi), Berlusconi finisce per sostenere tutto e il contrario di tutto. È vero, spesso il proclama si esaurisce nell'etere. Ma gli interlocutori del nostro premier sono professionisti: non mollano la presa finché non ottengono soddisfazione.

La tendenza di Berlusconi ad assecondare le pretese altrui è tanto più pericolosa quanto serio è il tema. Nella guerra di Libia - fortemente voluta da Sarkozy per sue ragioni elettorali, nella convinzione che il Colonnello sarebbe caduto in un paio di giorni - Berlusconi si è esibito al suo massimo. Dapprima, soffrendo per Gheddafi e per la triste fine del Trattato d'amicizia italo-libica fresco d'inchiostro, ha subappaltato la gestione della crisi ai ministri Frattini e La Russa. I quali hanno finalmente potuto dare sfogo al protagonismo represso all'ombra del leader, dichiarando di tutto e di più. Facendoci passare, almeno a parole, da vedove di Gheddafi a entusiasti supporter del gruppo di Bengasi. Di cui continuiamo a sapere pochissimo, se non che vi si combattono guerriglie intestine con maggiore intensità di quanta ne impieghino le sue sgangherate milizie per aprirsi la via di Tripoli.
Poi Berlusconi ha ripreso in mano le redini con l'annuncio di Pasquetta, quando ha detto sì a Obama, annunciando che colpiremo la Libia con attacchi "mirati". Quasi che gli altri sgancino bombe a vanvera. Se la congiuntura non fosse terribilmente seria, e noi non fossimo in ogni caso le prime vittime (dopo i libici) di questa guerra, verrebbe da sorridere, tanto palese è il teatro e quasi nulla la sostanza. Certo non si divertirà Tremonti quando gli verranno presentati i conti di una campagna aerea velleitaria quanto onerosa.

Nel frattempo si è assai alterata la Lega, che minaccia fuoco e fiamme contro i "bombardamenti", malgrado il capo del governo abbia spiegato che tali non sono le cadute di nostro esplosivo dal cielo perché noi non facciamo male alla gente. Si può scommettere che anche questa volta Bossi rientrerà nei ranghi in attesa della prossima occasione per smarcarsi da un premier non troppo popolare. Ma questa è la politica oggi, nell'èra di Berlusconi, Sarkozy e non solo.
 

(27 aprile 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/politica/2011/04/27/news/


Titolo: Lucio Caracciolo. La politica estera italiana e il teatrino dell’ignavia
Inserito da: Admin - Marzo 11, 2012, 11:06:08 am
La politica estera italiana e il teatrino dell’ignavia

di Lucio Caracciolo

RUBRICA IL PUNTO. Non sorprende che Cameron abbia deciso il blitz nigeriano senza consultare il governo italiano. Londra non riconosce a Roma il ruolo di alleato paritario, nè Roma si fa rispettare come tale.

Preferiamo vivere in un mondo ideale pur di non prenderci le nostre responsabilità. [articolo pubblicato su la Repubblica il 10/3/2012]

Non c'è nulla di sorprendente, tanto meno di inspiegabile, nella decisione britannica di non consultare il governo italiano prima di lanciare il raid in Nigeria nord-occidentale, finito con l'uccisione degli ostaggi Chris McManus e Franco Lamolinara.

 

Sorprendente sarebbe stato il contrario, con Cameron a chiedere a Monti se pensasse che il blitz - eufemismo per battaglia campale di alcune ore - sarebbe stato necessario. Delegando eventualmente i responsabili della Difesa a definirne i dettagli. Ciò sarebbe avvenuto se Londra riconoscesse a Roma il rango di alleato paritario. E se Roma si facesse rispettare per tale.


Nella storia delle relazioni italo-britanniche, dal Risorgimento in avanti, siamo stati amici o nemici. Mai però sullo stesso piano. Questione di rapporti di forza. Fondati sulla psicologia collettiva, sugli stereotipi del “carattere nazionale”, più che su fattori oggettivi, misurabili. Tanto che quando, negli anni Ottanta, il volume della nostra economia superò quello britannico, Londra reagì con piccata rimozione: non poteva che trattarsi di errore statistico.


Se sotto il profilo economico e demografico Italia e Gran Bretagna possono essere grosso modo assegnate alla medesima categoria, quando il gioco si fa duro la contabilità cambia. Non è solo questione di potenza militare, di intelligence, di proiezione della forza - tutti campi in cui Londra, pur declinante, ci sopravanza da sempre. Valgono soprattutto la cultura strategica, la tradizione militare.


Gli inglesi amano esibire la forza, anche a costo di rendersi tragicamente ridicoli, come nel caso nigeriano. A noi non salterebbe in mente di spedire una squadra navale per i sette mari onde preservare la sovranità su quattro scogli, come nell'epopea delle Falklands. Se ci tirano addosso qualcosa, come Gheddafi a Lampedusa, preferiamo far finta di nulla.


Per sicurezza, baciamo l'anello. E se proprio ci capita di far la guerra, dai Balcani all'Afghanistan o alla Libia, non l'ammettiamo neanche a noi stessi. I nostri soldati uccidono e vengono uccisi, alcuni eroi vengono decorati. Ma come fossero pompieri, perché sempre operatori di pace sono.


Italia e Gran Bretagna hanno difficoltà a intendersi in tempi di ordinaria amministrazione. Se poi la parola passa alle armi, il dialogo è fra sordi. Certo, siamo tutti soci della Nato. In assenza del Nemico contro cui forgiammo l'asse transatlantico, ognuno si sente però libero di interpretare a suo modo questa strana “alleanza”. Lo abbiamo visto di recente nella guerra di Libia, pensata e confezionata a Parigi e a Londra. Lo vediamo confermato nello pseudo-blitz britannico-nigeriano, che sembra tratto da un manuale d'età coloniale.


Non ci stiamo facendo mancare la consueta cacofonia politichese tra ciò che resta dei partiti nostrani. Dopo tre mesi in cui ci si è dovuti concentrare su urgentissimi affari concreti, è naturale che i dichiaratori di professione non si lascino sfuggire tanta occasione. Costoro attribuiscono l'affronto britannico all'insipienza di questo o quel ministro, se non del governo tutto. E ci assicurano che qualora fossero stati loro su quelle poltrone, non avremmo subìto lo schiaffo di Londra.


Con il dovuto rispetto per l'onorevole La Russa, la cui competenza in materia militare è fuori discussione, e per i suoi esimi colleghi pidiellini o leghisti, temiamo non sia così. Questo governo ha le sue responsabilità nel caso nigeriano: si è fatto giocare.


Ne ha molte di più nel caso indiano, con i nostri marò in mano alla magistratura locale per effetto delle negligenze in serie prodotte da apparati di sicurezza e diplomatici che stentano a comunicare fra loro né brillano per spirito d'iniziativa. Se vi sono colpe, pur solo di omissione, vanno individuate e i responsabili puniti. Dubitiamo che ciò accada: la vicenda del nostro console ad Osaka, rockettaro neonazista tuttora impunito, ci ricorda quanto possano le corporazioni quando sentono minacciati i loro privilegi.


Un passo avanti lo faremo quando cesseremo d'inventarci un mondo ideale, in cui vige il diritto internazionale, gli indiani valgono i somali, gli “alleati” agiscono di concerto. In cui gli Stati non battono moneta ma la cogestiscono in armonia, né sparano, perché siamo nell'èra della globalizzazione. In cui le frontiere non dividono ma affratellano. In cui gli europei lavorano gli uni per gli altri perché insomma siamo tutti europei. In cui noi italiani siamo concordemente amati perché brava gente che non fa la guerra nemmeno quando la fa, distribuendo equamente caramelle e pallottole.


In cui per sentirci grandi ci aggrappiamo alla tavola dei Grandi, pronti ad apparecchiarla e sparecchiarla pur di esserci, in quella stanza e su quella sedia, non importa se nell'altrui indifferenza.


Nessuno ci impedirà di crogiolarci nel comodo teatrino che abbiamo allestito a misura della nostra ignavia. E di continuare a sorprendere i detrattori per la nostra abilità, una volta toccato l'orlo del baratro, di improvvisare un'acrobazia in extremis, finché non ci spezzeremo l'osso del collo. Produrremo di certo altri eroi, della cifra di Falcone o di Calipari. Tutto pur di non scendere a patti con la realtà. E con le responsabilità che ne derivano.


Davvero pensiamo di poterle sempre addossare a Mamma America o alla mitica Europa? D'accordo. Ma almeno evitiamo di sorprenderci.

 

L'Italia dopo l'Italia | Enrica Lexie, i marò e il colonialismo
(10/03/2012)

da - http://temi.repubblica.it/limes/la-politica-estera-italiana-e-il-teatrino-dellignavia/33090?ref=HREA-1


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Guerre Imperiali
Inserito da: Admin - Novembre 09, 2012, 05:47:58 pm
Guerre Imperiali

   
di Lucio Caracciolo, La Repubblica, 8 novmebre 2012


Barack Obama è stato eletto per salvare l'America da un'altra recessione, non per cambiare il mondo. E lui lo sa bene.

In cima alla sua agenda tre parole: jobs, jobs, jobs.


Ma posti di lavoro e benessere sociale non sono funzione solo del ciclo e della politica economica. Sempre più dipendono dal modo in cui l'America sta al mondo. Dalle relazioni politiche, commerciali e finanziarie con il resto del pianeta, Cina in testa, che non accetta più il Washington consensus e non dimentica che la crisi in corso è nata a Wall Street. Ma anche dalle guerre che l'America deve o dovrà combattere, anche se ne farebbe volentieri a meno. A cominciare dalla guerra al terrorismo, giunta al suo undicesimo anno. Per continuare con il possibile attacco preventivo all'Iran, d'intesa o meno con Israele, che Obama farà di tutto per evitare ma che potrebbe scoppiare per decisione di Gerusalemme e per il rifiuto iraniano di negoziare sul serio.

La differenza fra politica interna e politica estera è che l'agenda domestica si può largamente progettare, mentre il mondo è troppo vasto e imperscrutabile per chiunque pretenda di modellarlo. Fosse anche il presidente degli Stati Uniti. Specialmente un leader al secondo mandato, eletto da un paese polarizzato fra destra nostalgica della superpotenza solitaria e solipsista che fu - reazionaria in casa e bellicosa nel mondo - e centro-sinistra che vorrebbe curare il malandato orto di famiglia e riportare a casa quanti più soldati possibile. Con le casse pubbliche semivuote e con un Congresso spaccato fra Camera in mano a repubblicani spesso estremisti e Senato a maggioranza democratica limitata.
L'unico non indifferente vantaggio rispetto al primo quadriennio è che Obama non può essere riconfermato, sicché deciderà senza farsi condizionare da pedaggi elettorali.

Ad oggi, l'agenda mondiale del presidente reca tre comandamenti. Primo: stabilire che cosa fare o non fare con la Cina. Secondo: decidere se attaccare o meno l'Iran, con o senza Israele. Terzo: adattarsi al terremoto in corso nella galassia islamica - le ormai autunnali “primavere arabe” - per cercare di influenzarlo e modulare di conseguenza la guerra al jihadismo, basso continuo dell'impegno militare a stelle e strisce. Con un occhio all'eurocrisi, se dovesse rimettere in questione non solo la stabilità sociale e geopolitica europea ma la ripresa dell'economia americana.Quanto alla Cina. A Pechino si tifava Romney. Perché Obama appare ai “mandarini rossi” come un leader inaffidabile, che finge di dialogare mentre riarma Taiwan o li attacca sulla politica ambientale. Peggio: minaccia di trattare la Repubblica Popolare come un tempo l'Unione Sovietica, strigendo attorno a Pechino insieme agli alleati e a veri o presunti amici asiatici - Australia, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, India - una cintura di sicurezza destinata a contenerne le ambizioni. Peraltro, oggi si apre il cruciale congresso del Partito comunista cinese, all'insegna di una lotta di potere che investe la nomenklatura e che ridefinirà l'approccio agli Stati Uniti e al mondo. Nei prossimi mesi, quando Obama avrà incontrato Xi Jinping, suo neo-omologo designato, potremo capire se i numeri uno e due al mondo sono destinati a cooperare o a scontrarsi.

Sul fronte Iran, Obama farà di tutto per non impelagarsi in un'avventura bellica dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Una nuova guerra del Golfo rischierebbe di soffocare i sintomi di ripresa nell'economia americana, di stroncare la crescita asiatica, di sprofondare l'Europa nella depressione e nel caos. In questi ultimi mesi emissari della Casa Bianca hanno cercato di sondare la disponibilità di Teheran a un compromesso sul suo programma nucleare, in cambio della fine delle sanzioni e della riammissione della Repubblica Islamica nel circuito economico e politico internazionale. Ma Netanyahu, probabilmente il leader mondiale meno entusiasta del mancato cambio della guardia alla Casa Bianca, resta convinto che di pasdaran e ayatollah Israele non abbia il diritto di fidarsi. Le probabilità di una guerra che segnerebbe il secondo mandato di Obama, e non solo, paiono ad oggi superiori alle speranze di pace.

Intanto, la guerra al terrorismo continua. Il maggior successo del comandante in capo Obama è stata l'esecuzione di Osama bin Laden, insieme al ritiro dall'Iraq e al contenimento delle perdite in Afghanistan. Ma le conseguenze impreviste delle “primavere arabe” stanno aprendo nuovi fronti bellici.

Ad esempio in pieno Sahara, dove una manciata di terroristi narcotrafficanti ha piantato il vessillo di al-Qa'ida nel Mali settentrionale per farne una base del jihadismo globale. Questa almeno è la visione dominante a Washington e a Parigi (ex capitale coloniale), sancita dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che ha dato via libera a una guerra di riconquista del Sahara perduto, teleguidata da Stati Uniti e Francia. Più in generale, le convulsioni che stanno scuotendo i paesi arabi e islamici costringono Obama a inseguire gli eventi. A conferma che Washington non è in grado di determinare il futuro del Medio Oriente.

Vent'anni fa Henry Kissinger stabilì i termini del dilemma strategico Usa dopo la guerra fredda: «Viviamo l'epoca in cui l'America non può dominare il mondo né ritrarsene, mentre si scopre a un tempo onnipotente e totalmente vulnerabile». Undici anni dopo l'11 settembre, dal suo studio ovale Obama, a dispetto dell'irrinunciabile grandiosità retorica, continua a scrutare l'orizzonte attraverso quel prisma. L'audacia della speranza convive con la cognizione della realtà.

(8 novembre 2012)

da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/guerre-imperiali/


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Israele ora vive la rivoluzione araba come una minaccia.
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2013, 11:31:18 pm
Maledetta Primavera

di Lucio Caracciolo

Israele ora vive la rivoluzione araba come una minaccia.

E teme che possa nascere un asse tra gli Usa e l'Egitto del Fratello musulmano Morsi

(29 novembre 2012)

L'attacco a Gaza è stato per Israele soprattutto una reazione alle "primavere arabe". Fra le molte dimensioni della breve operazione militare, la più rilevante riguarda infatti le nuove dinamiche in corso nel mondo arabo-islamico. Ciò che Gerusalemme teme più di ogni altra cosa è l'allineamento fra Stati Uniti e Fratelli musulmani, frutto quasi inevitabile delle rivoluzioni che hanno portato alla caduta dei regimi filo-occidentali in Egitto e in Tunisia. Scatenando l'offensiva contro Hamas, Netanyahu ha mirato alla precaria coppia Obama-Morsi. Una relazione speciale, certamente non dettata da affinità politico-ideologiche, ma tanto più importante in quanto basata su interessi geopolitici. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un interlocutore al Cairo quale che sia. L'Egitto necessita degli aiuti americani per riportare in linea di galleggiamento la sua economia e per continuare a contare nel mondo.

Per Israele la forzosa intesa Washington-Cairo è la peggiore costellazione possibile. Anzitutto perché legittima i Fratelli musulmani come interlocutori politici dell'Occidente. In secondo luogo, perché offre all'Egitto dell'inaffidabile Morsi una sponda a Washington. E infine perché prima o poi gli americani potrebbero essere tentati di estendere alla filiale palestinese della Fratellanza (Hamas) il lasciapassare appena rilasciato alla casa madre egiziana.

Su questo sfondo, possiamo stabilire che i bombardamenti di Gaza non sono stati un successo per Israele. Morsi si è eretto a mediatore indispensabile, corteggiato da americani, europei e altre potenze. Solo lui, in quanto leader di un movimento di cui Hamas è filiazione e presidente di uno Stato che è in pace con Israele, poteva disinnescare la miccia. Morsi lo ha fatto, cercando e ottenendo il massimo per sé. Anzitutto, la visibilità mondiale come statista decisivo all'incrocio delle correnti più pericolose della geopolitica mediorientale. Poi, il ruolo di salvatore di Gaza - e di Hamas - da un' «aggressione» israeliana, tanto da permettere al movimento palestinese di celebrare la «vittoria». Infine, ha messo in ombra l'Iran e i suoi sponsor gaziani, a cominciare dalla Jihad islamica, che con il lancio di missili di fabbricazione persiana, spesso contro il volere di Hamas, cercava di far sentire il suo minaccioso peso al confine Sud di Israele.


Infine, Morsi ha voluto stravincere sul fronte interno. Autoproclamandosi dittatore di fatto, almeno per i pochi mesi che dovrebbero separare l'Egitto dalla nuova Costituzione. Con ciò suscitando la reazione violenta dei rivoluzionari della prima ora, defraudati della loro vittoria su Mubarak, dei copti e delle altre opposizioni interne. Vedremo presto se in tal modo Morsi ha tirato troppo la corda, mettendo a rischio anche il suo rapporto con gli Usa - fortemente imbarazzati dalla sua svolta autoritaria - o se avrà avuto ragione di azzardare questa mossa.

Quanto al rapporto con Israele, la questione di Gaza ha fatto riaccendere i riflettori sulla penisola del Sinai. Formalmente egiziana, di fatto terra di nessuno, agitata dalle scorrerie di gruppi terroristici e dei beduini refrattari al controllo dello Stato, il Sinai è il tramite che consente il rifornimento di armi e beni di ogni genere ai palestinesi della Striscia e non solo. Di recente Gerusalemme aveva concesso al Cairo di rafforzarvi i suoi contingenti militari, in modo da recuperare una qualche forma di pressione sui traffici che attraversano la penisola. Risultato: i traffici continuano, mentre militari israeliani ed egiziani non sono mai stati a contatto tanto ravvicinato da quarant'anni. Basterebbe una scintilla per incendiare il Sinai e con esso l'intero Medio Oriente.

Certo, la prima ragione che ha portato Netanyahu a rispondere con la forza alle provocazioni di Hamas resta quella elettorale. Vedremo il 22 gennaio, data prevista per il voto politico in Israele, se il calcolo avrà portato i frutti sperati. In ogni caso, quali che siano le ripercussioni domestiche, Netanyahu ha segnalato al mondo che Israele non è disposto a restare spettatore passivo delle dinamiche che stanno sconvolgendo il Medio Oriente. Sullo sfondo, l'obiettivo strategico rimane l'Iran. Colpendo Hamas, in realtà Israele colpisce quella che considera, a torto o a ragione, una filiale dei mullah e dei pasdaran persiani. A conferma che i fattori dell'equazione mediorientale sono ormai troppi, e troppo complessi, per poter immaginare a breve termine una strategia di pacificazione e stabilizzazione regionale.

 
© Riproduzione riservata

da - http://espresso.repubblica.it/dettaglio/maledetta-primavera/2195693


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Le tre crisi che accerchiano l'Italia. Caoslandia e ...
Inserito da: Admin - Dicembre 03, 2013, 04:41:53 pm
Le tre crisi che accerchiano l'Italia.
Caoslandia e l'impotenza delle potenze


Anticipazione dell'editoriale del volume "Che mondo fa" della rivista di geopolitica Limes in edicola e libreria da martedì 3 dicembre

di LUCIO CARACCIOLO
02 dicembre 2013

L’Italia si trova oggi nell’occhio del ciclone prodotto da tre crisi: Eurozona, Grande Mediterraneo e Balcani. Tali crisi sono intrecciate e distinte. L’europea e la grande-mediterranea, entrambe in fase acuta, hanno un impatto globale. La balcanica, in molto artificiosa sedazione, tende ad autocontenersi: non riguarda il resto del pianeta a meno di non estendersi alla Russia. Il combinato disposto delle tre crisi impatta sul nostro paese e ne scuote le radici. La prima ci inchioda al piano inclinatodella deflazione o ci invita al salto senza rete della fuoriuscita dall’euro.

Le altre, massime il grande tsunami sul fronte Sud, premono anzitutto sulla nostra tenuta istituzionale e sociale, in definitiva sulla sicurezza nazionale. Non stupisce quindi che i media tedeschi, francesi e anglosassoni ci profilino come failing State o, peggio, failing society. Il verdetto è prematuro. Eppure molti italiani lo condividono, non esclusi alcuni fra coloro che sarebbero deputati a scongiurarlo.Ma a forza di negare l’emergenza rischiamo di confermare gli interessati catastrofisti nelle loro più nere elucubrazioni.

Se sommiamo la criticità della nostra condizione alle responsabilità che ci derivano dal possedere dimensioni sistemiche nell’Eurozona, comprendiamo l’improvviso interesse che il caso Italia suscita nei mercati e nelle cancellerie di rango. Dopo averci archiviato come «fixed», persino Washington torna a preoccuparsi di noi, con mezzi e intensità comunque residuali rispetto ai decenni del semiprotettorato a stelle e strisce, quando l’ombrello americano proteggeva un invidiabile grado di benessere e certe piccole libertà geopolitiche che oggi ci paiono negate o che vogliamo negarci. Nell’Occidente di Bond eravamo una risorsa per gli alleati, nel mondo di nessuno siamo un problema per tutti.
***
Per leggere il planisfero geopolitico occorre un punto di vista. L’osservatore è collocato nel suo centro del mondo, come il guardiano di un faro che dirige il fascio luminoso sugli spazi che lo attraggono. Per noi italiani la base del faro è l’Italia. Parrebbe ovvio: non lo è. Sarà l’afflato ecumenico che ci anima da un paio di millenni, da quando Pietro volle porre a Roma la sede della Chiesa universale. O forse l’atavico campanilismo che ci negherebbe il diritto di sentirci nazione. Fatto è che scienza e prassi internazionalistica in Italia continuano a distinguersi dalle altrui per la pretesa di neutralità. Con ciò contagiando anche i leader politici. Sicché il nostro faro fluttua nella Via Lattea. Le nostre carte mentali sono senza data e senza luogo, come certi libri rari. Ciò inclina, fra l’altro, all’incomunicabilità con analisti e decisori di altri paesi, non solo anglosassoni, educati a studiare il mondo dalla prospettiva nazionale, iuxta propria principia. I quali stentano a capire chi siamo e cosa vogliamo, visto che in materia preferiamo non esporci.

Sebastiano Vassalli ha reso in forma di apologo lo strenuo diniego di noi stessi: «Il giorno del Giudizio Universale, Dio chiamò a sé tutti gli uomini del mondo, con le rispettive consorti. Chiamò l’Inglese e l’Inglese rispose “Eccomi!” Chiamò il Cinese e il Cinese rispose: “Sono qui!”». L’Onnipotente proseguì l’appello rivolgendosi a tutti i popoli del Creato, i quali tutti risposero «presente!» nella propria lingua. E assegnò loro un posto in Purgatorio, nessuno essendo abbastanza buono o cattivo da meritarsi Paradiso o Inferno.

«Poi Dio chiamò l’Italiano, ma non ebbe risposta. “Cosa può essergli successo”, si chiese, “perché l’Italiano sia assente?” Tornò a chiamarlo. Allora l’Italiano, vedendo che tutti si erano voltati verso di lui e lo stavano guardando, spalancò gli occhi e si mise una mano sul petto. Domandò: “Chi, io?”»

Il «Chi, io?» di Vassalli rende il prevalente approccio italiano al prossimo. Sanziona la nostra vocazione all’irresponsabilità. Chi se ne sente rappresentato può fermarsi qui. Non gli resta che assumere un punto di vista altrui – scaltri politici lo chiamano «vincolo esterno» – o identificarsi con Dio, che tutti ci guarda dall’Alto. Per chi volesse, da italiano, smentire lo stereotipo, e incuriosirsi di sé e degli altri con i piedi piantati in patria, valga quanto segue.
***
Quanto minacciosa sia la tempesta che ci avvolge lo cogliamo meglio allargando lo sguardo. Per scoprire che l’area delle tre crisi lambisce il vasto spazio caotico che battezziamo terre incognite o Caoslandia. In parte ne è già ricompresa. Nella cartografia antica e medievale terra incognita stava per spazio inesplorato, non mappato. Da un paio di secoli gli inchiostri dei cartografi hanno progressivamente colorato le macchie bianche. Ma da altrettanti decenni, ossia dall’esaurirsi dell’ordine bipolare, queste tendono a ricomparire nelle rappresentazioni geopolitiche su varia scala. A designare territori contestati, a labile o inesistente pressione istituzionale. Spazi evacuati dalle superpotenze storichee contesi da quelle (ri)nascenti, nei quali i poteri informali – mafie, tribù, confraternite, lobby d’ogni colore – prevalgono su quelli formali, quando non li hanno debellati. Territori perciò semisconosciuti quanto a struttura e certezza dei poteri effettivi.

Qui le carte politiche ufficiali si rivelano devianti, perché offrono il miraggio di confini e ordinamenti inesistenti dove invece vige – o vegeta – Caoslandia. Le terre incognite dilagano lungo la fascia equatoriale e investono gli spazi tropicali – lascito del doppio trauma delle colonizzazioni e delle pseudo-decolonizzazioni – salvo espandersi verso il Nord veterocontinentale, sempre meno ricco e benestante. Sovrapponendo la mappa delle aree a massima densità di slums nel mondo alla nebulosa di Caoslandia ci rendiamo conto del potenziale esplosivo racchiuso nelle aree a urbanizzazione selvaggia che infestano le terre incognite.

L’Italia è la cerniera che separa il Nord da Caoslandia. Sempre più a stento. Penetrando le porose frontiere nazionali, i micidiali flussi generati nelle aree non governate vicine e lontane –dal narcotraffico al calvario di profughi e migranti alle infiltrazioni mafiose – si diffondono nel nostro tessuto sociopolitico. Se queste correnti d’instabilità si saldassero in modo permanente con le fragilità endogene, riassunte nella delegittimazione delle istituzioni democratiche e della politica tout court, il futuro del Bel Paese ne sarebbe compromesso. Per tornare alla pagina di Vassalli, Dio risparmierebbe di nominarci nell’appello dell’ultimo giorno.

Un esercizio mentale può illuminarci su peculiarità e cogenza della nostra collocazione geopolitica. Immaginiamo di muoverci da Roma in direzione sud, alla ricerca del primo vero Stato oltre i confini nazionali. Sorvoliamo sulla pregnanza istituzionale del nostro Meridione e tuffiamoci nel Mediterraneo in ebollizione. Approdati nella Libia che inventammo salvo poi contribuire a smantellarla nel centenario dello sbarco a Tripoli bel suol d’amore, attraversato il Sahara e la fascia saheliana (salafita, nelle carte del Pentagono), lasciate alle spalle sabbie, steppe e savane, penetrate le dense foreste centrafricane, schivati i Grandi Laghi eccoci finalmente alla prima frontiera vera, la sudafricana, marcata dal fiume Limpopo.

Quasi una Lampedusa australe, contro cui s’infrange ogni anno la corsa di migliaia di clandestini neri verso l’Eldorado redento da Mandela. Arrivati a Pretoria ci accorgeremo di aver percorso 12.428 chilometri. Qui converrà fermarsi, salvo che animati da zelo euristico non si punti al Polo Sud per rimontare alla ricerca dell’Ultima Thule.
© Riproduzione riservata 02 dicembre 2013

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/02/news/le_tre_crisi_che_accerchiano_l_italia_caoslandia_e_l_impotenza_delle_potenze-72466553/?ref=HREA-1


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. L'ultima partita dello zar Putin, che vuole salvare il trono
Inserito da: Admin - Dicembre 20, 2014, 12:09:27 pm

Di LUCIO CARACCIOLO
18 dicembre 2014

Difendere rendita energetica e rublo equivale per Putin a salvare il suo trono. La recente storia russa rivela una correlazione diretta fra caduta dei prezzi petroliferi, catastrofe finanziaria e crisi del regime politico.

Fu così nel 1988, sotto Gorbaciov, quando il crollo del barile contribuì ad accelerare il suicidio dell'Unione Sovietica. Nel 1998, default e svalutazione della moneta segnarono la fine ingloriosa dell'esperimento eltsiniano e aprirono la strada, l'anno successivo, alla scalata di Putin al potere.

Il 2015 sarà l'ultimo anno del presidente/zar? Obama sembra scommetterci. Con lui buona parte dell'Europa, specie quella un tempo sottomessa a Mosca. Il leader dell'Occidente o di ciò che ne resta vuole far pagare a Putin l'annessione della Crimea e il sostegno ai ribelli dell'Ucraina orientale. Le sanzioni contro la Russia sono votate a questo. E martedì la Casa Bianca ha annunciato che le inasprirà. Corollario implicito: se le sanzioni dovessero portare alla caduta del regime putiniano tanto meglio. Come minimo, la guerra economica avrà ottenuto lo scopo primario: ridurre la Russia alla taglia di fragile potenza regionale, dopo che Putin si era illuso di elevarla al rango di coprotagonista della scena globale. L'occasione è ghiotta, forse irripetibile.

Sorpreso e sconfitto a Kiev, Putin si è trovato a un bivio: ammettere di aver perso l'Ucraina e trattare una non disonorevole resa con gli Stati Uniti, che avevano sostenuto la rivolta di Majdan; oppure accettare uno scontro di lungo periodo, giocandosi tutto pur di non passare alla storia come lo zar che perse la culla della Madre Russia. Stretto in questa alternativa del diavolo, pur di mascherare la sua sconfitta Putin ha scelto la seconda strada. Primum vivere.

Sposando il principio della martingala -  il rilancio continuo della posta -  ha deciso di accettare la sfida Obama. Alle sanzioni Putin non intende piegarsi, facendo leva sul leggendario patriottismo russo. Sicché la riconquista di parte dell'Ucraina è per lui la replica necessaria alla rappresaglia economica scatenata dagli Stati Uniti e (meno appassionatamente) dagli europei per il ratto della Crimea.

Putin pensa e agisce in una logica di guerra, mobilitando il paese contro l'"aggressione occidentale" e il "golpe fascista" a Kiev. Mosca dispone però di risorse inferiori a quelle americane. Espone semmai il suo tallone d'Achille: la dipendenza dalla rendita energetica. L'economia russa vive dell'esportazione di idrocarburi. Senza, muore. Classico caso di Stato-rendita, che evita alla popolazione tasse pesanti e ne sopisce eventuali ambizioni di rappresentanza grazie alla redistribuzione di quote dei ricavi dalla vendita di petrolio e gas. Sicché l'effetto parallelo del crollo del valore del rublo sotto il peso delle sanzioni occidentali e della caduta del prezzo del greggio anche a causa della scelta saudita - concordata con gli americani - di mantenere alta la produzione di petrolio (e quindi basso il prezzo) come strumento di pressione su Teheran e Mosca, mette in questione la stabilità della Federazione Russa.

Effetto collaterale di questa sfida è l'allentamento delle relazioni energetiche e geopolitiche fra europei (segnatamente tedeschi) e russi, da sempre una priorità strategica di Washington. Dove la sensazione è che nel tiro alla fune sull'Ucraina il tempo giochi contro Mosca. La partita riguarda molto da vicino noi europei. Il collasso della Russia avrebbe conseguenze devastanti sulla nostra sicurezza, non solo economica. Se Putin cadesse, poi, difficilmente verrebbe sostituito da un fervido cultore delle libertà occidentali. Né si può escludere che la fine di quel regime si sveli fine della Russia, scavando un gigantesco buco nero geopolitico, con relative guerre di successione. Scenario del tutto evitabile, se russi e americani -  e per quel che contano anche gli europei -  scegliessero la via del compromesso. Molti restano convinti che sull'Ucraina un'intesa si troverà. Ma il tempo non lavora per la pace. E attenzione a non sottovalutare l'orgoglio di leader disabituati a perdere. A volte, per salvare la faccia, perdono il trono. Però solo dopo essersi giocato il paese.

© Riproduzione riservata 18 dicembre 2014

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2014/12/18/news/l_ultima_partita_dello_zar_putin_che_vuole_salvare_il_trono-103176758/?ref=HREC1-4


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. La sfida non è l'atomica ma il controllo dello scacchiere ...
Inserito da: Admin - Aprile 05, 2015, 11:07:56 pm
La sfida non è l'atomica ma il controllo dello scacchiere persiano

Di LUCIO CARACCIOLO
   
L'annunciata intesa sul nucleare iraniano non è un'intesa sul nucleare iraniano. È molto di più o molto di meno. Grande storia o cronaca effimera. Nel primo caso, sarà ricordata come la breccia che avrà consentito la graduale reintegrazione della Persia  -  chiamiamo le cose con il loro nome  -  quale potenza portante di un nuovo equilibrio nella sua area d'influenza imperiale, dal Mediterraneo all'Oceano Indiano, dal Levante all'Asia centrale.

Nel secondo, sarà registrata negli annali con una nota a piè di pagina. Per ricordare l'abortito tentativo di un debole presidente americano di dare senso alla sua eredità in politica estera, parallelo al fallito sforzo del regime di Teheran di recuperare parte della sua legittimità minata dall'esclusione, via sanzioni, da fondamentali circuiti finanziari, energetici e culturali: peso ormai insopportabile per il Paese più moderno e meno antioccidentale della regione. La prima ipotesi è la meno probabile e la più auspicabile per noi italiani ed europei. La seconda confermerebbe l'antica regola per cui da qualche secolo quella parte di mondo produce molti più problemi di quanti ne sappia risolvere. Il verdetto sarà emesso dagli storici. Ma già alla fine di questa primavera, quando i negoziatori si ritroveranno in Svizzera per firmare o non firmare il trattato internazionale di cui hanno gettato le basi, ne sapremo di più. Anzitutto, l'aspetto tecnico.

A Losanna si è deciso che l'accordo basato sullo scambio fra rinuncia iraniana all'arma atomica e abolizione delle sanzioni (americane, europee, onusiane) si farà, ma i dettagli dovranno essere definiti entro il 30 giugno. Nessuno ha firmato nulla. Si è solo stabilito che lo si intende fare entro il quadro tracciato insieme, dopo un primo defatigante negoziato fra l'Iran e le sue controparti Usa, Russia, Cina, Germania, Francia e Gran Bretagna. C'è la cornice. Ci sono alcuni princìpi chiave (tra cui spicca la rinuncia della Repubblica Islamica, ma solo per i prossimi quindici anni, ad arricchire uranio oltre il 3,67%, ben al di sotto del grado necessario a produrre la Bomba).

C'è la necessità per i contraenti del patto non scritto di salvare la faccia: se a fine giugno saltasse tutto, tutti perderebbero. Poi però si scopre che i parametri dell'accordo resi noti dal Dipartimento di Stato, calibrati per renderli appetibili alla propria opinione pubblica e soprattutto al Congresso che dovrà approvare l'accordo, non sono identici alla versione iraniana. Non è questione di traduzione dall'inglese in farsi, è sostanza. Infatti, era passata appena un'ora dalla pubblicazione del documento Usa che già il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif twittava il suo disappunto per le rivelazioni del collega John Kerry. Ma siamo ottimisti, e consideriamo questa divergenza come parte del negoziato in corso.

Il punto è che l'intesa non è stata raggiunta da effettivi plenipotenziari, come si usava un tempo fra cancellerie. Kerry ha alle spalle Obama, certo. Ma il presidente potrà essere smentito dal Congresso a maggioranza repubblicana, cui spetterà l'ultima parola sulla revoca delle sanzioni  -  certo non tutte. E se pure il presidente dovesse provvisoriamente scavalcare il suo parlamento a colpi di ordini esecutivi, fra due anni il suo successore potrebbe riportare le lancette dell'orologio all'ora zero.

Quanto a Zarif, può contare sull'appoggio del presidente Hassan Rouhani, che pure ha conservato un margine di distanza rispetto al suo capo negoziatore, e persino sul cauto benestare della Guida Suprema, Ali Khamenei. Oltre che sull'entusiasmo con cui tanta gente a Teheran e altrove è scesa in piazza a festeggiare l'annuncio di Losanna, quasi la fine delle sanzioni fosse fatto compiuto. Ma se a giugno Zarif si trovasse di fronte a "dettagli" indigeribili impostigli dai negoziatori europei e americani a causa delle pressioni arabo-saudite e israeliane, o desse l'impressione di aver stipulato un'intesa politica a tutto tondo con l'America, nei palazzi del regime i nemici dell'accordo potrebbero rovesciare il tavolo. E qui torniamo al punto di fondo: nella forma e nella tecnica si tratta sul nucleare, nella sostanza il negoziato è geopolitico.

La trattativa non sarebbe nemmeno cominciata se, al fondo, occidentali, russi e cinesi non fossero convinti del fatto che la Persia è attore abbastanza razionale da non volersi dotare di testate atomiche, ben sapendo che appena scoperta verrebbe vetrificata da un primo colpo americano e/o israeliano. Trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, avvelenata dagli stereotipi negativi ed esasperata dalla propaganda, non si possono però cancellare d'un colpo.

Serve passare dalla cruna dell'ago nucleare per ricostruire un equilibrio geopolitico regionale oggi inesistente. Ma sauditi e israeliani non sono disposti a includere la Repubblica Islamica in un accordo di fondo sulla divisione dei poteri nel Grande Medio Oriente. Per i petromonarchi arabi sunniti di Riyad e i loro satelliti del Golfo, i persiani sciiti sono inguaribili sovversivi. Teheran è la centrale della rivoluzione nel mondo islamico, che in ultima analisi nega la legittimità del potere politico-religioso di Casa Saud. Per gli israeliani, o almeno per Netanyahu e la quasi totalità dell'establishment politico (ma l'intelligence spesso non concorda), la Repubblica Islamica è una minaccia esistenziale permanente. E' ciò che l'Unione Sovietica fu per gli Stati Uniti durante la guerra fredda. Un fattore di coesione sociale e geopolitica assolutamente strategico. E si sa che cosa succede quando si perde il Nemico. Quanto a noi. Non c'è dubbio che per l'Italia la via verso il compromesso fra le tre potenze regionali determinanti nel nostro Sud-Est  -  cui potremmo aggiungere la Turchia  -  sia di gran lunga preferibile al caos attuale, dove prosperano i "califfi", scorrono i veleni dei conflitti settari e si rafforzano le rotte dei traffici clandestini che minacciano la nostra sicurezza, inquinano la nostra economia, infragiliscono la nostra coesione sociale, financo istituzionale. Forse mai come oggi rimpiangiamo l'occasione persa oltre dieci anni fa dal governo Berlusconi, quando rifiutò l'invito iraniano a partecipare ai negoziati per timore di irritare gli americani (sic). Dobbiamo quindi affidarci ai nostri partner. Nella speranza che nelle loro agende ci sia un piccolo spazio per i nostri interessi. Ne saremmo lietamente sorpresi.

© Riproduzione riservata 04 aprile 2015

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2015/04/04/news/la_sfida_non_e_l_atomica_ma_il_controllo_dello_scacchiere_persiano-111166841/?ref=HREC1-2


Titolo: LUCIO CARACCIOLO. Spagna, Polonia: l'onda di populisti e indignati sull'Europa.
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2015, 05:34:44 pm
Spagna, Polonia: l'onda di populisti e indignati sull'Europa. Ma il sogno dell'integrazione era già andato in pezzi
Dopo le elezioni. È semplicistico assegnare colpe agli "agitatori" che parlano alla pancia della gente esasperata dalle condizioni economiche negative degli ultimi otto anni. La costruzione comunitaria è finita fuori asse mentre veniva battezzata

Di LUCIO CARACCIOLO
   
L'EUROPA è tornata alla normalità: ognuno per sé nessuno per tutti. Un quarto di secolo fa il Muro di Berlino crollava, la Porta di Brandeburgo veniva riaperta. Di qui conseguiva, stando alle oleografie del tempo, niente meno che la "riunificazione dell'Europa" (il fatto che non lo fosse mai stata pareva trascurabile). Oggi questo continente, in specie l'Unione Europea che per noi italiani ne è sinonimo, appare diviso in un arcipelago di isole che alzano ponti e fortificano barriere per sventare presunte invasioni barbariche, dove i barbari sarebbero (anche) altri europei. Già orizzonte di pace e benessere, l'Europa è ormai associata a instabilità e impoverimento. Batte l'ora dei movimenti e dei partiti che lucrano sulla crisi europea. Ce lo ricorda la cronaca di questi giorni, con la vittoria di Andrzej Duda, candidato della destra nazionalista, alle elezioni presidenziali polacche, e l'affermazione di Podemos nel voto amministrativo di Barcellona e di Madrid. Sullo sfondo, un doppio possibile exit  -  il britannico dall'Ue e il greco dall'euro  -  illustra il grado di disintegrazione raggiunto dal processo di integrazione europea. Le emergenze belliche alle nostre frontiere, dall'Ucraina alla Libia e al Levante in fiamme, ci vedono in ordine rigorosamente sparso, ognuno intento a curare il proprio orto, mosso da letture del presente confitte negli stereotipi del passato.

La colpa sarebbe dei "populisti" di destra e di sinistra, da Salvini a Tsipras passando per Le Pen e Iglesias, irresponsabili agitatori che parlano alla pancia della gente esasperata dalla selvaggia crisi economica degli ultimi otto anni, da cui stentiamo a uscire, e dal senso di deprivazione che ne deriva. Tutti in un calderone  -  nazistelli, opportunisti e democratici sinceri. Bollati quali nemici del buon tono, che ci rovinano il gusto dei frutti dell'albero piantato sessant'anni fa dai padri fondatori. Spiegazione di comodo. È ovvio che in questo clima avvelenato alcuni imprenditori politici speculino su paure diffuse  -  peraltro fondate  -  per raccattare voti e profilarsi come vendicatori del popolo contro i poteri stabiliti. È altrettanto scontato che costoro non abbiano interesse a risolvere i problemi che denunciano, e anzi godano ogni volta che il demone dell'eurocrisi avanza di un passo verso il baratro. Ed era prevedibile, come scrisse vent'anni fa Tony Judt, che l'europeismo di maniera intento a rimuovere la realtà delle nazioni sarebbe diventato "una risorsa elettorale dei nazionalisti virulenti".

Ma se a questo siamo arrivati, significa che qualcosa di fondamentale non funziona più nel sistema europeo. Negarlo, come inclinano a fare le cancellerie europee e le cattedre dell'ortodossia europeista, per tacere dell'eurocrazia asserragliata dietro una cortina di acronimi, accelera la delegittimazione delle istituzioni che si intende proteggere. I "populisti" non chiedono di meglio. Il punto è che l'Unione Europea, figlia delle Comunità dei gloriosi anni Cinquanta, è finita fuori equilibrio proprio mentre veniva battezzata, nello scorcio finale del Novecento. La presunta nuova Europa altro non era che la vecchia Europa svuotata di senso. La costruzione comunitaria inscritta nel canone della guerra fredda verteva sulla bipartizione del continente, le sue due parti essendo ciascuna affidata alla malleveria di una superpotenza esterna. Tutti  -  controllori e controllati  -  condividendo la paura del ritorno della Germania alle velleità imperiali.

Esauriti i protettorati esterni e riunita la Germania, tornammo al paradigma del secolo precedente, con Berlino sorvegliata speciale dal resto d'Europa, incapace di evolvere oltre una germanofobia primaria. Chiedemmo allora ai tedeschi di cedere il marco in cambio dell'euro e di diluire il dominio della Bundesbank nella Banca centrale europea. Fatto. Naturalmente al prezzo, non voluto ma imposto dai rapporti di forza, di gestire la divisa comune secondo criteri di austerità cari all'ideologia monetaria tedesca, appena addolciti dalle mosse di Draghi che hanno finora sventato il collasso di questa curiosa area monetaria, smentita vivente (?) d'ogni manuale e di qualsiasi esperienza storica. Trascurammo poi di considerare che, esaurito il consenso di Washington (e di Mosca)  -  ovvero il protettorato a stelle e strisce di cui abbiamo fruito per quasi mezzo secolo  -  non c'è consenso di Berlino che possa surrogarlo. Alla Germania mancano potenza e vocazione per egemonizzare l'Europa, cioè per gestirla distribuendo incentivi ai gestiti. Mentre è convinta, con ragione  -  almeno nel breve periodo  -  di avere molto da guadagnare e poco da perdere dalla conformazione germanocentrica della zona euro. In questo condominio senza amministratore e senza progetto di convivenza, prevalgono i puri rapporti di forza.

E siccome nessuno è abbastanza autorevole da imporre le proprie regole, né tantomeno di fondarne di nuove basate su ragionevoli compromessi (ad esempio, riconoscendo che una moneta unica in un'area economica men che ottimale implica trasferimenti di ricchezza dai forti ai deboli), nella migliore delle ipotesi si vive alla giornata. Se poi consideriamo che la vocazione del leader massimo europeo, Angela Merkel, è precisamente quella di vivere alla giornata, non abbiamo diritto di meravigliarci del caos vigente. Né della refrattarietà germanica ad alterare tanto squilibrato equilibrio.

Perché le giornate degli europei non sono tutte eguali. Quelle tedesche sono ben più luminose delle nostre, non diciamo delle greche. Grazie al geniale euromeccanismo che i germanofobi vollero architettare per imbrigliare la Germania. Imbrigliando se stessi. E imbrogliandoci tutti.

© Riproduzione riservata
26 maggio 2015



Titolo: Parla Lucio Caracciolo. “C’è il rischio di un attacco preventivo da parte Usa”.
Inserito da: Arlecchino - Aprile 29, 2017, 01:01:49 pm
   Interviste

Umberto De Giovannangeli   
· 15 aprile 2017

“C’è il rischio di un attacco preventivo da parte Usa”. Parla Lucio Caracciolo

«Per la prima volta gli americani temono che Pyongyang non bluffi sulla capacità di dotarsi di missili intercontinentali»

I venti di guerra che spirano nel Pacifico. La minaccia di una guerra nucleare che si fa sempre più concreta. Il braccio di ferro nucleare tra Stati Uniti e Corea del Nord. L’Unità ne discute con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la più prestigiosa rivista italiana di geopolitica. «Secondo alcuni analisti – rimarca Caracciolo – nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada».

Il regime nordcoreano minaccia di rispondere con atti di guerra alla pressione militare statunitense. Pechino avverte: la guerra potrebbe scatenarsi in qualsiasi momento. Siamo “solo” ad una escalation verbale?

«No. Stavolta c’è di più, nel senso che per la prima volta da quando la Corea del Nord è diventata nucleare, gli americani temono che non sia un bluff, quello ordito da Pyongyang, per portare a casa soldi e aiuti, ma che si tratti di una minaccia effettiva. Secondo alcuni analisti, nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California, San Francisco o Los Angeles. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada. Che per l’America il riarmo nucleare nord coreano fosse un “grosso pericolo” è stato lo stesso Obama a segnalarlo al suo successore nel colloquio che ha segnato il passaggio di consegne alla Casa Bianca. Non da oggi, peraltro, il confine più critico al mondo è quello che divide le due Coree. Un confine estremamente militarizzato. E tutto questo nel contesto di una partita che si gioca da molti anni nel Nord-Est asiatico fra le principali potenze, tutte schierate a ridosso del confine intracoreano: la Cina, la Russia, il Giappone e naturalmente gli stessi Stati Uniti. Tutto questo rende l’evoluzione di quella crisi permanente, uno scenario d’interesse globale».

Il dittatore nordcoreano Kim Jongun segue una logica e se sì quale sarebbe?

«La logica del regime è che non può rinunciare alla bomba atomica. Specie dopo i casi di Sadddam Hussein e Gheddafi, Kim e i suoi accoliti si sono convinti che se rinunciassero all’arsenale nucleare, verrebbero attaccati o comunque rovesciati. Sono quindi prigionieri di un continuo rilancio, al termine del quale ci può essere l’apocalisse, ipotesi suicida-omicida, che non sarebbe una novità nella storia universale, salvo che stavolta si configurerebbe come una guerra nucleare nella quale sarebbero coinvolte Cina, Usa, Giappone, le due Coree e probabilmente anche la Russia».

Lei ha citato la Cina. Quali margini di manovra e di pressione ha oggi Pechino nei confronti del regime nordcoreano?

«Limitati. Non credo che la Cina possa determinare il futuro del suo vicino settentrionale. Pechino ha bisogno di una Corea del Nord indipendente per evitare la riunificazione con il Sud, che tra l’altro implicherebbe avere soldati americani alla frontiera. D’altra parte, il presidente della Cina Xi Jinping vorrebbe che questo vicino non fosse una potenza nucleare, per di più imprevedibile, ma se avesse potuto farci qualcosa, probabilmente lo avrebbe già fatto».

Prima i 59 tomahawk lanciati contro una base aerea di Assad in Siria, poi la “madre di tutte le bombe” sganciata in Afghanistan per colpire l’Isis, e la prova di forza minacciata con il regime nordcoreano. Alla luce di questa escalation militare, come ridefinire la politica estera d e l l’amministrazione Trump?

«Una politica opportunistica, incoerente, o meglio dotata di una coerenza unicamente deputata a rafforzare Trump sul fronte domestico. Trump è impegnato in una dura battaglia con gli altri poteri americani, intelligence inclusa, e quindi gioca la carta del comandante in capo per recuperare prestigio e influenza. D’altro canto, l’unico momento in cui un presidente americano è veramente a capo del sistema è durante la guerra».

Limes è stata tra le poche riviste a monitorare con attenzione e continuità gli eventi che segnano l’Estremo Oriente. Non è passato molto tempo, da un numero che oggi assume una valenza “profetica”: «La Corea è una Bomba”». Da cosa dipende, a suo avviso, la generale sottovalutazione dimostrata dai mass media italiani verso quel mondo?

«Perché lontano, poco conosciuto e perché non si riusciva e ancora adesso si ha difficoltà a farlo, a capire che cosa volessero i nordcoreani. Ci si illudeva che bastasse imbandire un tavolo negoziale, sotto il quale allungare mance al dittatore di Pyongyang, per tenere tutto sotto controllo. Non è più così e difficilmente ci potrà essere un vero negoziato. Il problema è che anche Trump bluffa o almeno lo speriamo, perché scatenare la Terza guerra mondiale per mantenersi saldo sulla sua poltrona, non è ragionamento comprensibile e tanto meno accettabile».

Ma lo spostamento degli interessi geopolitici, ed economici, americani verso l’Estremo Oriente non nasce con la presidenza Trump.

«È stato infatti Obama a inaugurare il cosiddetto “perno asiatico”, solo che lo intendeva in modo vago e morbido. Certo non immaginava che si potesse giungere alla crisi attuale».

La Corea del Nord è lontana da noi, ma questo non ci esime dall’interrogarci sull’Europa. Cosa possiamo fare per scongiurare il peggio e che il mondo precipiti in un nuovo, devastante conflitto?

«Pensiamo a evitare che la guerra in corso in Europa, e precisamente in Ucraina, finisca fuori controllo. Già fare questo sarebbe tanto».

Da - http://www.unita.tv/interviste/c-e-il-rischio-di-un-attacco-preventivo-da-parte-usa-parla-lucio-caracciolo/


Titolo: Lucio CARACCIOLO Fabrizio Maronta Il mondo secondo Marchionne
Inserito da: Arlecchino - Luglio 29, 2018, 08:44:39 pm
‘Il mondo secondo Marchionne’

Pubblicato in: ISRAELE E IL LIBRO - n°10 - 2015
 5/11/2015

Conversazione con Sergio MARCHIONNE, amministratore delegato di Fca e presidente di Cnh Industrial. [2015]

A cura di Fabrizio Maronta, Lucio Caracciolo
LIMES Che effetto ha il caso Volkswagen sul mercato dell’auto?

MARCHIONNE È ancora presto per dirlo. È come aprire un’arancia: gli spicchi vengono fuori uno a uno. Ci vorrà̀ del tempo. Un paio di cose però sono già̀ chiare. Primo: il comparto dell’auto ha fatto una figura pessima. Si è visto che anche una delle maggiori industrie automobilistiche del mondo può̀ fare cose al di fuori del consentito. Come ho cercato di spiegare ai miei colleghi europei, nella mia doppia veste di italiano e nordamericano, il vero problema sta in quello che gli anglosassoni chiamano il breach of trust. Concetto che non ha un vero equivalente in italiano, ma che possiamo rendere con «tradire la fiducia». È l’aspettativa che nel contratto sociale alcune norme di base vadano rispettate, perché́ non farlo è un affronto intollerabile all’ordine sociale. Si tratta di un’idea che da noi non ha mai attecchito veramente, tant’è che in Italia gli esempi di breach of trust abbondano, specie negli ultimi anni.

LIMES Se è per questo, anche in America: pensiamo solo agli scandali finanziari che, da Enron alla crisi del 2007-8, hanno segnato il paese.

MARCHIONNE Sì, ma in America il breach of trust è punito come tale: questi comportamenti non vengono tollerati, perchè́ c’è la convinzione che se lo fossero il sistema sociale crollerebbe. Dunque non sappiamo ancora come reagiranno le autorità̀ pubbliche a questo scandalo, ovvero se e quando imporranno standard sulle emissioni ancora più̀ stringenti di quelli attuali. Ma c’è un’altra conseguenza pesante.

LIMES Ovvero?

MARCHIONNE L’impatto negativo dello scandalo Volkswagen sul diesel: una delle tecnologie fondamentali nello sviluppo dell’auto, anche nel settore dei mezzi industriali. Un settore che peraltro ci vede in prima linea con Cnh Industrial, azienda che sta dando un contributo importante alla meccanizzazione agricola in molti paesi, come l’India. Come il resto del gruppo, Cnh Industrial persegue ovviamente il profitto, ma le ricadute sociali positive di un aumento della produttività̀ agricola sono enormi e di questo siamo ben coscienti. Non so quanto lo siano quelli che ora sparano a zero sul diesel, causa di tutti mali.

Questo anatema è totalmente ingiustificato e arbitrario. Avrebbe potuto colpire indifferentemente qualsiasi altro componente oggetto di regolamentazione, dalle cinture di sicurezza ai freni.

LIMES Qual è il rapporto tra una multinazionale e i governi dei paesi in cui opera?

MARCHIONNE È un rapporto di pura convenienza economica. Per questo la Fiat è un caso particolare. Almeno negli anni della mia gestione, dal 2004 in poi, la presenza di Fiat in Italia non è stata dettata da ragioni puramente economiche. Al netto delle mie origini italiane e dei 116 anni di storia della Fiat in Italia, nessuno, oggi, avrebbe fatto quel che abbiamo fatto noi. Quando ho deciso di far produrre la Panda a Pomigliano d’Arco, in Campania, qui in Fiat mi dicevano che ero pazzo, eppure oggi Pomigliano è il nostro miglior stabilimento in Europa. È stato uno sforzo enorme. Non lo è stato di meno produrre a Melfi, in Basilicata, le jeep da esportare, prendendosi la responsabilità di industrializzare quell’area. O tenere in vita lo stabilimento di Mirafiori, a Torino, che è una città nella città.

LIMES Di norma, quali sono i criteri in base ai quali sceglie i luoghi di produzione?

MARCHIONNE Ovunque nel mondo, eccezion fatta per l’Italia, i criteri sono la vicinanza ai mercati e i benefici economici dell’investimento. Non fosse altro che per giustificare gli esborsi di fronte agli azionisti. In Italia a pesare è l’oggettiva importanza della Fiat nel contesto nazionale: siamo il più grande gruppo industriale italiano e questo comporta delle responsabilità̀.

LIMES Italianità e multinazionalità sono quindi in contrasto?

MARCHIONNE Spesso sì. E ciò che più mi dà fastidio è che i sacrifici che questo comporta per l’azienda non siano adeguatamente riconosciuti. Noi abbiamo acquisito un’azienda americana, la Chrysler, da cui nel 2015 sono venuti gran parte degli utili di Fca, dato che il mercato europeo è ancora fiacco. Se applicassi in tutte le parti del mondo le cautele che ho per l’Italia, Fca sarebbe fallita da un pezzo. Ma la Chrysler ha quarantamila dipendenti, non uno, e ho responsabilità anche verso di loro. Gli operai italiani non sono costituzionalmente inferiori agli altri, ma non sono nemmeno automaticamente superiori: in un mercato globale essi sono in competizione con gli operai di tutti i posti del mondo dove si producono auto e questa è una realtà impossibile da ignorare. Nello stabilimento che abbiamo aperto di recente nel Pernambuco, nel Nord-Est del Brasile, lavorano persone che sono state letteralmente strappate alla povertà. Abbiamo offerto loro un’enorme opportunità di sviluppo e l’impegno che mettono nel lavoro li rende qualitativamente eccellenti, pur essendo l’area priva di una tradizione industriale. Quel tipo di passione, di serietà e di competenza sopravvive comunque anche in Italia: a Melfi come a Pomigliano o a Grugliasco. Dopo dieci anni di traversie, l’orgoglio di appartenere a questo gruppo è di nuovo presente negli stabilimenti.

LIMES Nel gestire una multinazionale, quanto contano i confini statali? È più corretto parlare di imprese multi-o sovranazionali?

MARCHIONNE Direi sovranazionali, nel senso che per molti aspetti – soprattutto quello fiscale – tali imprese sono in grado di muoversi indipendentemente dalle autorità statali, per eluderne paletti e imposizioni.

LIMES Le multinazionali sono dunque eversive del sistema politico?

MARCHIONNE No. Considerano la realtà e la stabilità politica come uno dei fattori di cui tener conto nell’equazione del loro business. In Brasile, ad esempio, oggi ci troviamo a gestire l’impatto dei problemi di Dilma Rousseff, così come gestiamo i rapporti con Cristina Fernández in Argentina, con François Hollande in Francia, con Matteo Renzi in Italia o con Angela Merkel in Germania.

LIMES Come valuta Matteo Renzi?

MARCHIONNE Ammetto che all’inizio l’ho valutato male, con leggerezza, ma nel tempo mi sono ricreduto. È svelto, energico e sta mettendo impegno nel cercare di imprimere una svolta a questo paese. È privo di condizionamenti mentali e questo lo aiuta a pensare in modo originale. Ci rivedo un po’ me stesso nel 2004, quando giunsi alla guida della Fiat praticamente digiuno di industria automobilistica.

LIMES Lei non si sente in qualche modo gestito dai politici?

MARCHIONNE Assolutamente no. Zero. Ma proprio zero. Quello che i politici possono fare è fissare norme che mi obblighino ad adeguarmi. In ultima analisi, però, sta a me decidere: se mi conviene mi adeguo, altrimenti cerco, nei limiti della legalità ovviamente, di trovare alternative.

LIMES Il fatto che le multinazionali abbiano manager di provenienza molto diversa non ne inficia la governance? Non ci sono barriere culturali?

MARCHIONNE No, perché si condividono valori e interessi. Fra i primi figurano l’onestà e l’integrità, fra i secondi al primo posto c’è, ovviamente, l’interesse aziendale. Venticinque anni fa ho cominciato la mia esperienza in Europa alle dipendenze di una multinazionale canadese con interessi in Inghilterra. Quell’azienda è poi stata acquisita da un’azienda svizzera, quindi da Londra sono passato in Svizzera, poi a Parigi e altrove. La Svizzera è un paese sui generis, che pur essendosi molto aperto al mondo negli ultimi vent’anni resta estremamente geloso delle proprie peculiarità e del suo sistema sociale e istituzionale, frutto di un’evoluzione plurisecolare. Un sistema che funziona e che continuerà a funzionare. Eppure, nonostante questo la cultura aziendale delle multinazionali svizzere – come di quelle degli altri paesi – si basa su un codice universale. Ho avuto modo di constatarlo ampiamente, avendo lavorato con persone provenienti dai quattro angoli del globo.

LIMES Crede che nel caso Volkswagen c’entri qualcosa la Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), l’accordo di libero scambio tra Usa e Ue perseguito da Washington e fortemente osteggiato dalla Germania?

MARCHIONNE Direi proprio di no. Sul Ttip ho letto parecchie teorie del complotto, ma la semplice verità è che nessuno vuole male alla Volkswagen, come nessuno vuole male alla Chrysler, eppure noi le multe le abbiamo prese e le abbiamo pagate in silenzio. Quando sbagli paghi, punto. Anche se la vicenda Volkswagen è un’altra cosa. Sbagli di quel calibro aprono un vaso di Pandora.

LIMES A cosa si riferisce, in particolare, quando dice che il mondo sta cambiando velocemente?

MARCHIONNE A tutto. Appena due anni fa fior di esperti decantavano le virtù dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), vaticinando che avrebbero tirato il mondo fuori dalle secche della crisi. Sono stato di recente in Brasile e faccio fatica a vederci una delle nuove locomotive dell’economia mondiale. Se nel 2004 qualcuno mi avesse detto che da amministratore delegato della Fiat avrei acquisito la Chrysler, gli avrei dato del folle: nessuno poteva prevedere il semi-fallimento dell’industria americana dell’auto. Noi abbiamo avuto la fortuna e l’intelligenza di presentarci lì al momento giusto e questo ha cambiato per sempre la faccia della Fiat.

LIMES È stata fortuna?

MARCHIONNE Sì, nella misura in cui ci si è presentata questa opportunità. La scelta di perseguirla e il modo in cui è stata architettata l’acquisizione, invece, sono stati voluti. Chi ha rischiato non è stata la Fiat, ma Marchionne: sono io che ci ho messo la faccia con il governo americano per ottenere gli aiuti governativi, l’azienda non ci ha messo un centesimo. Se fosse andata male a saltare sarei stato io: la Chrysler sarebbe andata a qualcun altro, ma la Fiat era salva. Il vero contenzioso con il Tesoro statunitense è stato questo: loro chiedevano che mettessimo soldi, io pretendevo di non metterceli, almeno all’inizio e finché non avessi avuto garanzie sufficienti per portare Chrysler nel gruppo. Alla fine l’ho spuntata, ma mi ci sono giocato vita e carriera. È stato un esperimento controllato per la Fiat.

LIMES L’esperimento della sua vita.

MARCHIONNE Sì. Ha cambiato me non meno di quanto abbia cambiato la Fiat. Il fatto che poi la United Automobile Workers (Uaw) abbia scelto la Chrysler, un’azienda a proprietà italiana, per iniziare a rinnovare il contratto di lavoro nazionale è altrettanto indicativo. Qui non c’entra la nazionalità dell’azienda, ma la chimica personale: se i rappresentanti sindacali credono in te, negoziano con te. E questo vale per l’America come per il Brasile e per qualsiasi altra parte del mondo. Una multinazionale ben gestita dovrebbe avere questa capacità di interfacciarsi con le parti sociali. Non necessariamente attraverso l’amministratore delegato, anche attraverso i suoi vertici locali. Nel caso specifico, con il presidente della Uaw Dennis Williams ho un ottimo rapporto personale e detto francamente ho trovato ragionevoli molte delle sue richieste, tant’è che alla fine l’accordo è arrivato.

LIMES Torniamo all’Italia: lei crede al made in Italy?

MARCHIONNE Credo che, se ben gestito, per certi aspetti il made in Italy abbia un indubbio valore, ma non credo che sia la soluzione al problema industriale italiano. Una jeep non si vende bene agli americani perché è fabbricata in Italia, anche se questa è una storiella che ci raccontiamo spesso e in modo anche convincente. Il made in Italy ha valore se applicato a un certo tipo di prodotti e di attività in cui l’italianità costituisce effettivamente un valore aggiunto, dal cibo alla moda al design. Ma una realtà industriale come quella dell’auto di massa, che deve competere a livello internazionale e misurarsi con gli altri su basi tecnologiche oggettive, non trae alcun vantaggio dalle etichette nazionali.

LIMES Salvo forse che nel caso tedesco, in cui l’industria dell’auto e il made in Germany sostanzialmente coincidono.

MARCHIONNE Sì. Francamente non riesco a gioire minimamente del passo falso di Volkswagen. Innanzi tutto perché́ è ingiusto condannare in blocco tutta l’industria tedesca, che dal secondo dopoguerra ha fatto passi da gigante. Il made in Germany non è rovinato, ma senza dubbio è ammaccato. Di contro, l’aspetto positivo del made in Italy è che risulta quasi impossibile da ammaccare, perché si manifesta in tanti ambiti che trovare il punto debole capace di squalificarlo è molto difficile.

LIMES La differenza sta forse nel fatto che nessuno pretende dal made in Italy la stessa affidabilità. Insomma: è un po’ difficile ora per i tedeschi rinfacciare ai greci di truccare i bilanci.

MARCHIONNE È questo l’aspetto più preoccupante e potenzialmente nefasto di tutta la faccenda. I tedeschi hanno perso il diritto morale di emettere sentenze. Ma guardando oggi all’Europa, chi altri ha tale autorità? Lo scandalo Volkswagen è come la livella di Totò: ci ha rimesso tutti sullo stesso piano. Un piano piuttosto basso direi. Né l’attuale architettura europea risulta di alcuna utilità, essendosi allontanata dagli ideali originari.

LIMES L’Unione Europea non le fa una buona impressione?

MARCHIONNE Decisamente no. Risulta quasi incomprensibile, le sue dinamiche politiche e istituzionali appaiono completamente avulse dalla realtà. Sono stato a una quantità di riunioni a Bruxelles in cui la Commissione parla di Vision 2020, Vision 2025 e via dicendo: documenti di ampie visioni cui poi non corrisponde alcuna azione concreta, o peggio azioni discutibili. Un esempio: il trattato di libero scambio Ue-Corea del Sud. Perché́ lo abbiamo stipulato? Essenzialmente perché́ lo avevano fatto gli Stati Uniti. Ma se per Washington ha perfettamente senso rinsaldare i rapporti con un paese strategico, che dalla guerra di Corea ospita migliaia di soldati americani e che sta a due passi dal grande avversario cinese, per l’Europa che fatica a emergere da una crisi devastante aprire le porte agli agguerriti esportatori sudcoreani equivale a un atto di pura demagogia. Quando l’ho fatto notare a Bruxelles, mi è stato risposto che gli accordi di libero scambio vanno firmati tutti. Punto. Questo vuol dire applicare la teoria economica senza tener conto della realtà̀ economica.

LIMES Ritiene che da un punto di vista tecnologico nei prossimi anni l’auto cambierà̀ molto?

MARCHIONNE Totalmente. Innanzi tutto, il motore a scoppio come lo conosciamo oggi andrà̀ gradualmente perdendo la sua centralità̀ in 10-15 anni, a vantaggio di altri sistemi di propulsione. Per ora l’orizzonte principale è il motore elettrico, ma anche le celle a combustibile sono in campo, sebbene queste abbiano un alto impatto ambientale – in termini di CO2 – in fase di produzione e presentino seri problemi di sicurezza, essendo altamente esplosive. Poi ci sono i cambiamenti epocali avvenuti nel mondo che circonda la vettura, di cui questa deve tener conto. Oggi viviamo immersi nell’elettronica e facciamo un uso massiccio, quotidiano di Internet e del cosiddetto infotainment, a metà tra informazione e intrattenimento. Questa realtà̀ andrà̀ inevitabilmente a invadere l’auto: considerando il numero di ore che si passano in macchina, l’utente vorrà̀ ritrovare nell’abitacolo quella che io chiamo la «sintassi» di questa architettura informatica. In un futuro non lontano vedo autovetture che si aprono avvicinando il telefonino alla portiera e, una volta dentro, riproducono su uno schermo il proprio desktop, permettendo di lavorare mentre si viaggia. La tecnologia c’è già e non è molto costosa. Il problema è la connettività̀, agganciare cioè̀ l’auto alla Rete in modo veloce e costante.

LIMES Difficile pensare di poter guidare e lavorare al tempo stesso senza provocare incidenti a catena.

MARCHIONNE Infatti la tendenza è verso l’auto che si guida da sola, o che per lo meno consente di impostare il «pilota automatico» quando si vuole. In molti sono interessati a questa tecnologia, non solo le case automobilistiche. C’è Google ad esempio, ma anche Uber, il cui costo maggiore è il tassista. Vetture pubbliche a guida automatica abbatterebbero il costo delle corse. Per non parlare delle vertenze. Non è un mondo astruso: sono cose che possono succedere nei prossimi dieci anni. Tutto quello che siamo abituati a considerare tecnologia di base delle macchine sarà̀ rimpiazzata, l’industria dell’auto cambierà̀ volto. Ne è un esempio concreto Elon Musk, che con la sua Tesla sta rivoluzionando l’auto elettrica. Nel 2011, al salone dell’auto di Francoforte, mi sono ritrovato Musk seduto accanto a una cena e l’ho ignorato per tutto il tempo: non per cattiveria, ma perché́ non sapevo nemmeno cosa facesse. L’ho rivisto di recente in California e ormai si è fatto un nome. Al di là del suo grado di realismo come imprenditore, trovo eccezionale come riesca a rompere gli schemi. Le sue auto con le porte che si aprono all’insù̀ sono imparcheggiabili in molti posti, eppure lui le vende. All’estremo opposto sta la Toyota, azienda che negli ultimi vent’anni ha sviluppato una tecnologia ibrida economicamente accessibile, finanziata peraltro con la vendita dei «classici» motori a scoppio. In questo caso le ricadute industriali sono già̀ tangibili, perché́ i fornitori globali di Toyota hanno tenuto il passo con la casa madre e si sono dunque impadroniti di un know how che può tornare utile ad altre aziende, come Fiat e Chrysler, che negli anni passati non hanno potuto investire nelle tecnologie di punta e che ora possono più agevolmente recuperare terreno. Del resto, nel 2004 il nostro problema non era l’auto tra vent’anni, ma arrivare al giorno dopo, mentre ora possiamo guardare di nuovo al futuro. Dall’anno prossimo Chrysler sarà la prima in America ad applicare la tecnologia plug-in hybrid ai minivans, segmento in cui siamo leader nel mercato statunitense. Mentre Cnh Industrial ha fatto enormi passi avanti nel campo degli autobus a metano, ibridi ed elettrici.

LIMES Comunque, seppure in un’altra pelle, l’automobile sopravvivrà.

MARCHIONNE Almeno finché non impareremo a volare. Non tutto il mondo è la Svizzera, dove la rete ferroviaria funziona alla perfezione: precisa, pulita, puntuale, sicura. Il resto dell’Europa è molto indietro da questo punto di vista. Senza contare che la libertà personale associata ad avere un mezzo proprio è ineguagliabile.


Da - http://www.limesonline.com/cartaceo/il-mondo-secondo-marchionne