LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => AUTRICI e OPINIONISTE. => Discussione aperta da: Admin - Gennaio 16, 2008, 12:20:26 am



Titolo: MONICA GUERZONI. -
Inserito da: Admin - Gennaio 16, 2008, 12:20:26 am
Dietro le quinte

Quel faccia a faccia Walter-Romano

Visita a Palazzo Chigi. Poi la nota sulla sintonia


Per ottenere la correzione di rotta dalla viva voce del Cavaliere, Walter Veltroni aveva aperto la giornata cruciale per il destino delle riforme chiamando al telefono Gianni Letta. «Noi andiamo avanti - ha detto Veltroni - ma bisogna scacciare l'ombra di un accordo segreto sulla Gentiloni e tu capisci che l'unico che può smentire Berlusconi è lui stesso... ». Una mossa riuscita, visto che la rettifica del leader di Forza Italia era arrivata a strettissimo giro. Ma poi, scendendo a metà mattina dal treno Bologna—Roma, il premier aveva gettato sui binari del dialogo quella battuta non proprio conciliante su Berlusconi («Mi aspetto una nuova dichiarazione tra un paio d'ore») e il confronto era tornato a incepparsi, con pesanti strascichi nell'Unione e nel Pd.

E così, appena fa buio, Veltroni si presenta a Palazzo Chigi preceduto da un concitato scambio di telefonate. E mette alle strette il presidente del Consiglio. «A questo punto, Romano, ti devo chiedere di fare chiarezza. Come si fa ad andare avanti se non si spazza via il sospetto che le minacce di Mastella siano ispirate direttamente da te?». È il momento della verità, oggi al Senato i partiti metteranno sul tavolo le loro carte e Veltroni, incassate le garanzie del Cavaliere e il soccorso rosso di Bertinotti dal Sudamerica, è determinato a mostrare che la riforma la vuole davvero.

E dunque spinge, prova a forzare il blocco. «Io ho scommesso tutto sulla legge elettorale e ho bisogno del tuo pieno sostegno sul metodo e nel merito». Labbra serrate e faccia scura Prodi lo sta a sentire, quindi ribadisce le sue preoccupazioni sulla tenuta del governo: «Per riformare il sistema c'è bisogno di un accordo più ampio, che coinvolga la maggioranza dell'Unione». Ed è a quel punto che Veltroni gioca d'azzardo: «Stare fermi non ti aiuta a durare. Se andiamo al referendum, Bertinotti fa saltare il banco». I bene informati dicono sia stato questo l'argomento con cui il segretario è riuscito a strappare a Prodi una lapidaria nota a sostegno del suo «sforzo», nonché la rassicurazione che tra i due c'è «identità di vedute». Formula che i veltroniani spiegano come la raggiunta convinzione del premier che sì, «uno sbarramento al di sotto del 5 per cento non risolverebbe i problemi».

Ma poi la giornata muta ancora di segno. Prodi fa sapere che su conflitto di interessi e riforma del sistema tv, il governo va avanti. E a sera, parlando con i suoi, gela così le speranze di Veltroni di portare a casa la riforma: «Non sono sorpreso che il vertice dell'Unione sia finito male... ». Il segretario non molla, ma il sismografo del loft registra segnali discordanti. All'ora di colazione il via libera di Rutelli e Fassino in un vertice al Senato e all'ora di cena il sorriso indecifrabile di Massimo D'Alema: «Noi ci abbiamo provato. Ora ci provano altri e noi facciamo loro i migliori auguri...». Il referendum e i sospetti La tesi del sindaco: bisogna spazzare via i sospetti. Se andiamo al referendum Bertinotti fa saltare il banco


15 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Monica Guerzoni Franceschini: non vincerà chi fermò Prodi e Veltroni
Inserito da: Admin - Ottobre 02, 2009, 11:03:54 pm
 Democratici - Il segretario attacca D’Alema senza citarlo: «Mai più inciuci»

Franceschini: non vincerà chi fermò Prodi e Veltroni

Replica dei bersaniani: «Anche tu incontravi il premier»


ROMA — Maniche di cami­cia e cravatta rossa Dario Fran­ceschini non cambia look, ma per il segretario è venuto il tem­po di cambiare passo. Giura che non si farà annientare da quei «nostalgici» che hanno mandato a casa prima Prodi e poi Veltroni e promette una op­posizione «intransigente e du­ra », non anti-berlusconiana e tantomeno anti-italiana. Ma l’avversario che il segretario ad­dita, pur senza nominarlo, ai giovani della «generazione pri­marie », non è il leader del cen­trodestra bensì il grande spon­sor di Pierluigi Bersani.

È infatti alla Bicamerale di Massimo D’Alema, conferme­ranno i suoi, che Franceschini allude quando promette che mai consentirà «il ritorno a una gestione di inciuci e intese non dichiarate». Ed è sempre all’ex premier che pensa, quan­do chiede al popolo delle pri­marie di «lottare contro nostal­gie e istinti di conservazione», di sconfiggere quelle «forze che si oppongono al cambia­mento » e che hanno «impedi­to a Prodi di far crescere l’Uli­vo e a Veltroni di fare il Pd che tutti sognavamo». Ma ora ba­sta, apre la sfida finale France­schini: «Io non mi fermerò». Per il segretario è «l’inizio del­la rimonta», ma le sue parole riaccendono lo scontro tra i duellanti tanto che il comitato Bersani rispolvera un incontro «cordiale e amichevole» tra Veltroni e Berlusconi: era il 2007, al governo c’era Prodi e Franceschini, che del tete-à-te­te fu testimone, non può ora «agitare il fantasma dell’inciu­cio ».

Intanto Bersani, forte dei «dati inequivocabili» che gli as­segnano la vittoria nei circoli, invita a «rasserenare il clima» e a «rispettare» chi lo ha vota­to: «Sento girare cose che non vanno bene e non vorrei che per picconare il mio risultato si picconasse la ditta...». A France­schini non resta che puntare tutto sui gazebo del 25 ottobre, dove a lui piacerebbe far trova­re agli elettori un modulo per iscriversi al Pd. Invita a non mi­tizzare gli iscritti e torna a dire che qualcosa proprio non va «se di 820 mila iscritti quasi la metà non va a votare il segreta­rio ». E Antonio Bassolino, può rifare il sindaco di Napoli? «No», lo silura Franceschini. Ignazio Marino si dice «molto soddisfatto» per il suo «quasi» nove per cento, Rosy Bindi defi­nisce Rutelli «scorretto» se «getterà la spugna» durante il congresso e Marini smentisce rischi di scissione: «I popolari stanno nel Pd e ci restano».

Monica Guerzoni

02 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: MONICA GUERZONI. L’ex presidente: è anche la nostra débâcle
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2010, 10:32:16 am
I volti oscurati Gabanelli: l’anomalia è questa norma assurda.

L’ex presidente: è anche la nostra débâcle

I conduttori rassegnati L’Annunziata critica: ognuno ha pensato a sé

Vespa: ormai il dietrofront è impossibile


ROMA — Parlano di «bavaglio », di «anomalia», di «norme assurde» e non confidano nemmeno un po’ nelle prossime mosse della Vigilanza Rai. Tra i conduttori dei talk show silenziati prevale il senso di sconfitta. «Non se ne farà niente », allarga le braccia Bruno Vespa. Milena Gabanelli protesta contro la «violazione del principio della concorrenza leale» e Lucia Annunziata invita i conduttori all’autocritica: «È stata una débâcle anche per noi, abbiamo reagito in modo sbrindellato». Per Vespa, che non si era fatto illusioni, «è andata secondo copione».
A sentire l’ideatore di Porta a Porta la decisione del Cda di viale Mazzini era «scontata sin dall’inizio». Non esprime giudizi, ma si è convinto che «finché la Vigilanza non cambia parere» la situazione non si sblocca. Perché il problema è all’origine, cioè nella fonte normativa. «Uno spiraglio c’era—ricorda Vespa—ma se la Vigilanza lo avesse seguito avrebbe dovuto costringere i conduttori a fare le trasmissioni secondo la par condicio. E con l’opzione radicale del "tutto uguale per tutti" sarebbero stati programmi ingestibili e non giornalistici». La tesi di Vespa è che non si può dare al Pdl e al Pd lo stesso spazio che si dà ai Radicali: «O ci danno la libertà di condurre, oppure tanto vale informare gli elettori con la tribuna politica».
Come andrà a finire? «Non se ne farà niente», sospira Vespa. Da premesse simili muove il ragionamento di Milena Gabanelli, dal ’97 conduttrice di Report: «L’anomalia non parte dalla par condicio, ma dalla norma assurda votata in Vigilanza. Finché non viene abolita, non se ne esce». Non offre risposte, la Gabanelli, pone domande: «Come si può pensare di equiparare la propaganda politica all’informazione? E in quale punto del regolamento della Vigilanza sta scritto che devono essere aboliti i talk show?».
La ragion d’essere del servizio pubblico è essere «pluralista» e «senza padrone», mentre oggi è «imbavagliato». Lucia Annunziata, che della Rai è stata presidente, risponde dagli Stati Uniti, dove è volata dopo aver «chiuso il negozio », cioè il suo programma di interviste domenicali In mezz’ora. «Non ho mai visto un tale rimpallo di decisioni tra Parlamento e Cda — attacca —. Un caos». Ce l’ha con i politici e i manager Rai, l’ex direttrice del Tg3, ma anche con i suoi colleghi: «Dovevamo avere più fermezza, dire "questo è un bavaglio" e scegliere il silenzio. Tutti». E invece? «Siamo andati quasi tutti in onda, ma di sguincio. Un bricolage assurdo. Un fai da te che ha confuso gli elettori. Che débâcle!». Ce l’ha con Santoro? «Michele — ricorda la Annunziata—farà Annozero il 25 marzo. Giovanni Floris va in tour con Ballarò.
Serena Dandini non si sa se fa informazione o no, quindi non si capisce se ha violato le regole». E Riccardo Iacona? «Lui ha protestato, ma l’ultima puntata l’ha mandata in onda». Conclusione: «Il mondo del giornalismo tv non ha saputo dare una risposta compatta e univoca. E mi ci metto anch’io, che mi sono cancellata per solidarietà e per non andare in onda con una mano legata dietro la schiena».

Monica Guerzoni
16 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: MONICA GUERZONI. - E la Gabanelli sfida i limiti alla tv
Inserito da: Admin - Marzo 22, 2010, 03:27:14 pm
Report rompe il silenzio elettorale

E la Gabanelli sfida i limiti alla tv

Stasera puntata sui doppi (e tripli) incarichi dei politici

   
ROMA— Si può fare (bene) il deputato e il sindaco di una grande città? Il senatore e il presidente di Provincia? Milena Gabanelli rompe il silenzio elettorale e, con una nuova puntata di Report, denuncia lo scandalo de «Gli sdoppiati». I politici, maestri, si fa per dire, nell’arte di accumulare incarichi. L’inchiesta, che riguarda sedici esponenti del centrodestra, è destinata a fare notizia, per il contenuto e perché va in onda dopo le polemiche sui talk show «imbavagliati» e le intercettazioni Rai—Agcom. Sa bene, la Gabanelli, di poter provocare una nuova ondata di polemiche. Ma non intende fermarsi: «Io vado avanti, non abbiamo cambiato nulla della nostra scaletta. Sono tredici anni che vado in onda in campagna elettorale osservando la legge». E la par condicio? «La rispetto — assicura —. Nessuno dei parlamentari che abbiamo intervistato è candidato e l’argomento non è materia di campagna elettorale». È consapevole di lavorare «sul filo del rasoio», ma non se ne cura: «Io rispetto la par condicio, la legge è più forte di una norm a con profili di incostituzionalità». La «norma» è il regolamento con cui, venti giorni fa, il Cda della Rai ha imposto lo stop fino al voto ai talk che vanno in diretta. E l’unico programma di approfondimento giornalistico rimasto aperto è Report. Stasera dunque, alle 21.35 su RaiTre, si parlerà di parlamentari part—time e sindaci—pendolari, accumulatori di poltrone abilissimi nello sdoppiarsi.

Riccardo De Corato è deputato e vicesindaco di Milano con tripla e sostanziosa delega, alla sicurezza, al traffico e all’inquinamento. Ogni settimana, per 48 ore, scende a Roma e indossa i panni di onorevole del Pdl. La legge glielo consente. Lo vieterebbe invece a sindaci e presidenti di provincia, ma l’impossibile diventa possibile quando «si interpreta» la legge. Ecco allora che il leghista Ettore Pirovano può dirsi con una risata «pendolare trasfertista», giacché è deputato e presidente della provincia di Bergamo. Maria Teresa Armosino, presidente della Provincia di Asti e deputato del Pdl, è a Roma dal martedì al giovedì e chissà dove trova il tempo di esercitare come avvocato. Vita di «sacrificio» anche per Edmondo Cirielli, presidente della provincia di Salerno nonché deputato e presidente della commissione Difesa: «Me lo ha chiesto il partito». Un altro che fa miracoli è il presidente leghista della provincia di Brescia, Daniele Molgora, assessore e sottosegretario all’Economia. E ancora il sindaco di Afragola, i presidenti della provincia di Foggia, Biella e Frosinone, i sindaci di Mazara del Vallo, Verbania e Viterbo...

A Roma Mauro Cutrufo, Pdl, si fa in tre: è senatore, vicesindaco e assessore al Turismo. E Alfredo Antoniozzi si divide tra l’assessorato alla Casa nella giunta Alemanno e il Parlamento europeo. Troppo? Non per lui. «Bruxelles è un impegno veramente relativo — lo giustifica la sua portavoce — veramente irrisorio».

Monica Guerzoni

21 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: MONICA GUERZONI. - Leadership del Pd , la scalata dei giovani
Inserito da: Admin - Aprile 05, 2010, 12:18:41 am
La Serracchiani: pronta alle primarie

Leadership del Pd , la scalata dei giovani

Dalla Puppato a Renzi. E Civati: ricambio per tornare a vincere


ROMA — «Nessuno tocchi Bersani», è il loro motto. Il segretario può dormire tranquillo ancora per un po’. Ma al prossimo giro gli emergenti del Pd ci metteranno la faccia. Trentacinquenni alla Matteo Renzi, quarantenni alla Debora Serracchiani e persino cinquantenni alla Laura Puppato. Vogliono rinfrescare l’aria nelle stanze del Pd, si scambiano reciproche strizzatine d’occhio, ma intanto si preparano a scendere in campo sfruttando il traino di postazioni di prestigio. Il meglio piazzato, sulla scacchiera delle nuove leadership, è forse il sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Classe 1975, ex scout, tre figli, è diventato primo cittadino con il 59,96% dei voti, dopo aver trionfato alle primarie del centrosinistra. Se si esclude il più anziano dei « giovani » , cioè il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti (1965), dicono che Renzi sia quello con più carte da giocare. Alle primarie fiorentine si era candidato «contro tutti», contro i veltroniani e contro i dalemiani: «Io non ho sponsor e non li cerco». E se mai si dovesse aprire la corsa per la segreteria del Pd, anche Renzi, dicono, potrebbe essere della partita. Ma il sindaco smentisce: «Lo escludo nel modo più categorico. Sarò credibile nel processo di rinnovamento generazionale se Firenze sarà governata bene. Fare il sindaco è il mestiere più bello del mondo». Lo diceva anche Walter Veltroni, prima di scendere in campo alle politiche. Se primarie saranno, per un nuovo Pd, l’eurodeputata Debora Serracchiani tenterà la sfida: «Io sono disponibile, non starò a guardare. La mia generazione deve metterci la faccia. Alle primarie sarà inevitabile candidare volti nuovi. Serve un salto generazionale». Avvocato, quarant’anni a novembre, è diventata famosa nel 2009 con 13 minuti di critiche ai vertici del Pd. Sponsorizzata da Veltroni e Franceschini, a Bersani chiede «più coraggio per rinnovare il partito». Dalla sua postazione di segretario a Udine guarda con attenzione alla Lega, invoca una «costituente programmatica subito» e sogna «una nuova generazione molto presente sul territorio». Politici come l’onorevole Massimiliano Fedriga, 30 anni, eletto con il Carroccio al Nord. «I Fedriga del Pd? — fa il king maker dei "piccoli" la Serracchiani —. A Padova ci sono Matteo Corbo e Vincenzo Cusumano e, nelle Marche, il sindaco di Recanati Francesco Fiordomo e il consigliere Francesco Comi».

Largo ai giovani. Ma Bersani, almeno per ora, non si tocca. «Sarebbe una follia buttare a mare il neonato con l’acqua sporca» avverte Laura Puppato, la «sindaca» di Montebelluna lanciata da Massimo Cacciari come una speranza per la rifondazione del Pd. Per lei — che alle Regionali, ricorda orgogliosa, ha incassato «26 mila voti col niente» — il problema non è il leader. «Non passiamo altri sei mesi a chiederci chi è il migliore, smettiamola di farci del male». La «leghista» del Pd si tira fuori? «Bersani è una figura valida e splendente — dice la Puppato, che può contare sul sostegno del segretario —. Da soli né io, né i Renzi, né i Chiamparino possiamo fare niente».
E insieme, cosa si fa? «Il Pd del Nord. Sono due anni che aspetto il partito federale». Si candida a guidarlo? «Se si vuole dare un segnale di cambiamento ci sarà bisogno di un gruppo di leader. Figure come Renzi o Zingaretti possono giocare un ruolo di rinnovamento, nel rispetto di chi ha portato sin qui il partito».

Assai più bellicoso si mostra il filosofo Giuseppe Civati detto Pippo. Nato nel ’75 e appoggiato da Ignazio Marino, è un po’ il nuovo Cacciari del Pd. Il 10 aprile a Milano, con l’iniziativa «Oltre», lancerà il «partito dei giovani», un piano in tre mosse per tornare a vincere: «Lega, ricambio e Sud. Ci vuole qualcosa d’altro e, nel mio piccolo, io lo farò». Giorni fa si è candidato a incarnare il «Vendola del Nord», però ammette che «altre figure» possano crescere: «Zingaretti giovane leader? Fra un po’ diventa nonno. Mi auguro che Nicola si candidi sindaco di Roma». E Renzi? «È il meglio della nostra generazione». Se mai ci saranno le primarie per il leader, chi schiererete? «Non ci sono solo io, ma la nostra generazione deve tirare fuori un nome».

Monica Guerzoni

04 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: MONICA GUERZONI. - Matteoli: no, Gianfranco Io nel Pdl ci sto bene
Inserito da: Admin - Aprile 16, 2010, 04:00:47 pm
Il ministro

In An vicinissimo al leader, ora sceglie il Cavaliere

Matteoli: no, Gianfranco Io nel Pdl ci sto bene


ROMA —Ministro Matteoli, anche lei ha le valigie pronte?
«No, io non vado».

Non seguirà Gianfranco Fini?
«Non ho nessuna intenzione di aderire a una scissione».

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti risponde al cellulare alle nove di sera, il tono è (quasi) pacato ma i contenuti sono pesanti. Altero Matteoli non sembra avere nostalgie, niente rimpianti per una storia comune iniziata nel Movimento sociale italiano (Msi). È stato per anni uno degli uomini più vicini all’ex leader di Alleanza nazionale, uno dei pochissimi con cui Fini si consultava prima di ogni decisione importante. Ma ora non più. Ora Matteoli si schiera con il Cavaliere, a costo di ritrovarsi contro il presidente della Camera.

Dunque ministro, siamo al divorzio tra Fini e Berlusconi?
«Lei lo ha letto il comunicato di Fini?».

Dice che Berlusconi deve arrivare a fine legislatura.
«Appunto. Fini ha detto che aspetta una risposta dal presidente del Consiglio. Aspettiamo e vediamo se nelle 48 ore arriva una risposta soddisfacente ».

E se non arriva?
«Io auspico che non si giunga alla rottura».

Forse ci siamo già.
«E allora perché Fini avrebbe fatto quel comunicato?».

Forse è meglio che ce lo spieghi lei...
«Io ho parlato con Fini e posso dirle che non aveva alcun bisogno di convincermi».

Perché è già convinto o perché non la convincerà mai?
«Non farò una scissione, io. Non aderirò ad altri gruppi. Sto bene nel Pdl, ho contribuito a farlo e non sono pentito. Non ho preoccupazioni ».

Qualche tempo fa lei ha detto che per Fini spodestare Berlusconi sarebbe «una vittoria di Pirro», un «suicidio politico per tutto il Pdl». Qual è allora l’obiettivo di Fini?
«Non mi piace andare a vedere i pensieri reconditi degli altri. Se quel che è scritto nel comunicato è vero, ci sono i margini perché la cosa possa rientrare».

Perché allora molti parlano di andare al voto anticipato?
«Io non ne parlo».

E se nascono i gruppi parlamentari di Fini?
«Certo, in quel caso la situazione politica cambia. Lo scenario muta... E allora non è detto che le elezioni anticipate non siano uno sbocco possibile».

Secondo lei, se il presidente della Camera si mette in proprio deve lasciare lo scranno più alto di Montecitorio?
«Secondo me, secondo me... Ma perché mi fa questa domanda?».

Perché al vertice Berlusconi avrebbe detto a Fini che, se fa i gruppi, deve dimettersi dalla presidenza. «Ma Berlusconi ha smentito!».

Quindi Gianfranco Fini non deve dimettersi?
«Le auguro una buona serata».

Monica Guerzoni

16 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Monica Guerzoni No B-Day 2 Sit-in a Roma per 10 mila
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2010, 09:46:45 pm
No B-Day 2 Sit-in a Roma per 10 mila

Popolo Viola, «lite» con Di Pietro

Il Pd non va in piazza


ROMA— Lo disegnano come una piovra dai tentacoli viola, lo sbeffeggiano a colpi di satira, lo fischiano dal palco, lo insultano con striscioni, slogan e cartelli. C’è anche chi vorrebbe spedire Silvio Berlusconi in galera e chi grida nel megafono che non gli dispiacerebbe vederlo morto. C’è il gruppo delle carriole e quello delle agende rosse di Paolo Borsellino. Ci sono i cori da censura come «Silvio merda!», replicato anche in cartone, con decine di palloncini viola, proprio sotto al palco. C’è il signore col cappello blu che grida nel megafono «Berlusconi bestemmiatore vattene al creatore». Tanti i cartelli contro la «corte» del premier, affollata, nell’immaginario dei viola, di puttanieri, veline, ladri, assassini della democrazia, corruttori, mafiosi e via elencando. «Stato mafia mangano le prove» dice il lenzuolo tenuto su da due ragazzi, dove mangano è scritto con la g per evocare il defunto stalliere (e «uomo d’onore») di Berlusconi.

SVEGLIA - A dieci mesi dal primo No B-Day il popolo viola ha portato in piazza San Giovanni oltre diecimila persone. Star della protesta, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Il Partito democratico ha disertato il corteo, che ha visto, dietro lo striscione «Svegliati Italia», cartelli e slogan anche molto duri: «Berlusconi cancro da estirpare», «Mafioso, mafioso!».

BANDIERE - Bersagli preferiti, oltre al premier, i ministri Bossi e Tremonti. Tantissime le bandiere dell’Italia dei valori, al punto che gli organizzatori dal palco hanno chiesto di abbassare tutti i vessilli dei partiti. «Vi preghiamo di togliere tutte le bandiere perché questa è una manifestazione viola, soltanto viola» è l’appello che gli organizzatori gridano dal palco quando la testa del corteo approda sul prato di San Giovanni. Il problema è l’Italia dei valori, i sostenitori di Antonio Di Pietro sono così tanti e così numerose le loro bandiere, che i «big» del popolo viola provano a riprendersi la scena. «Ma come— ci resta male un ragazzo dello staff di Di Pietro, rivolto al leader —, noi gli salviamo la manifestazione e loro ci trattano così?». Ma l’ex ministro non sembra troppo dispiaciuto di aver suscitato la gelosia dei promotori.

IN PULLMAN - «In effetti i nostri sono tantissimi — gongola Di Pietro —, l’Idv ha portato a Roma cento pullman da tutta Italia... Capisco il problema ma va bene così, dobbiamo allargare il più possibile questo popolo». Per essere un corteo pubblicizzato solo via web, il popolo degli antiberlusconiani duri e puri è già piuttosto largo, e anche molto arrabbiato. «Siamo 500 mila— azzarda Gianfranco Mascia dal palco —o comunque, se è vero che la questura dice 50 mila, siamo più di quanti ne portò in piazza Berlusconi». La questura dice diecimila, Di Pietro raddoppia: «Una ventina». Di migliaia, ovviamente.

Monica Guerzoni

03 ottobre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_ottobre_03/gurzoni-popolo-viola-dipietro_cdbfafb8-cebe-11df-92c2-00144f02aabe.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Casini attacca: Berlusconi allo sbando
Inserito da: Admin - Dicembre 06, 2010, 06:31:54 pm
Il terzo polo

Casini attacca: Berlusconi allo sbando

Se resta con un voto in più è da 118

Bersani: Vendola contrario a maggioranze ampie? Non è in Parlamento


ROMA - Stare fermi e aspettare. Sperare che Berlusconi, nella manciata di giorni che restano, comprenda che i voti per incassare la fiducia alla Camera non ci sono e decida di salire al Colle: per rassegnare le dimissioni, ricevere l'incarico dal capo dello Stato e formare un nuovo governo. Con il premier che continua a lanciare i suoi strali contro «i maneggioni della politica» e resiste alle trattative, ai terzopolisti di Futuro e libertà non resta che l'attesa. Confidando nella possibilità che, sia pure in extremis, il Cavaliere esca dal bunker. Per l'onorevole Giuseppe Consolo, che ieri ha visto Fini, è assai più di un auspicio: «Non arriveremo a votare la fiducia, si dimetterà e darà vita a un Berlusconi bis». Il leader di Fli si sarebbe mostrato assai meno convinto che la lunga sfida possa risolversi secondo le linee del «lodo di Mirabello», dal suo discorso di fine estate. Di una cosa soltanto un Fini «sereno e tranquillo» sarebbe certo e cioè che il centrodestra «non ha i voti per ottenere la fiducia».

«È DA 118» - E se il 14 dicembre Berlusconi incassasse la fiducia anche alla Camera e restasse a galla per un voto? «Bisognerebbe chiamare il 118» risponde Pier Ferdinando Casini a Maria Latella, su Sky tg24. E spiega che, se pure un simile scenario dovesse diventare realtà, l'Udc continuerebbe «serenamente» a combattere il governo in Parlamento. «Se il premier ritiene che un voto sia sufficiente vada avanti, noi siamo ipercoerenti», è la sfida di Casini. Il quale chiede al Cavaliere di indicare un nome per un esecutivo di «grande armistizio», bolla come «autogol» le parole di Denis Verdini contro Napolitano e sprona Berlusconi a «non seguire i consigli di qualche sciamannato». Casini riconosce che la doppia veste di Fini, leader politico e presidente della Camera, è «un po' un'anomalia», ma lui la ritiene «trascurabile» in un Paese in cui le anomalie sono la norma. E a sera, quando gli chiedono di replicare all'accusa di voler soffiare il posto al premier, Casini lo gela: «Non voglio polemizzare, Berlusconi è un uomo allo sbando».

IL GIORNO DEL GIUDIZIO - Il giorno del giudizio si avvicina. Giovedì, alla fondazione FareFuturo, Fini riunirà i vertici di Fli e deciderà le mosse finali. I numeri li dà Italo Bocchino: «Siamo sempre lì, 317 o anche 318 per noi». Per il capogruppo «il tempo sta scadendo», ma se Berlusconi cambierà atteggiamento e, invece di dire «o me o il voto anticipato» vorrà spiegare una sua «proposta sui contenuti», i futuristi la valuteranno. Ci spera con forza Silvano Moffa, colomba piuttosto scettica sul futuro del terzo polo. Il presidente della commissione Lavoro della Camera tifa per il Berlusconi bis e invita il premier a «mettere da parte i personalismi inutili e i toni esacerbati». La strada è sempre più «stretta» ammette Moffa, eppure si dice convinto che «ci sia ancora margine per recuperare senso di responsabilità». Berlusconi ha detto che molti parlamentari di Fli torneranno all'ovile, Moffa però smentisce: «Visione di corto respiro. E poi a che servirebbe superare il traguardo dei 316 voti se la questione politica rimane irrisolta?». Carmelo Briguglio, invece, ha fretta di mandare a casa il premier: «Sarà sempre peggio, non è più lucido. Non si confronta, sa solo insultare. Berlusconi è il peggior nemico di Berlusconi». A L'Unità Pier Luigi Bersani dice che «il premier è pericoloso» e per questo il Pd ha presentato una mozione di sfiducia. «È lui la causa dell'instabilità, non vogliamo che l'Italia venga travolta», rincara al Tg2 della sera. Le elezioni «non ci saranno», scaccia il rischio il leader del Pd e chiarisce di avere in mente un governo di larghe intese con tutte le forze che sono in Parlamento. Con Vendola? «Lui non è in Parlamento».

Monica Guerzoni

06 dicembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_dicembre_06/guerzoni-Casini-attacca-Berlusconi_c4a02c32-010e-11e0-96e9-00144f02aabc.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Pd, imbarazzo sulle firme anti-Berlusconi
Inserito da: Admin - Marzo 05, 2011, 04:26:14 pm
L'opposizione

Pd, imbarazzo sulle firme anti-Berlusconi

Bersani: martedì proverò che l'obiettivo è raggiunto. Ma è polemica per le adesioni fasulle


ROMA - Non c'è trucco e non c'è inganno. A dar credito ai dirigenti del Pd i dieci milioni di firme ci sono tutti e martedì Pier Luigi Bersani mostrerà le prove dell'«obiettivo raggiunto». Ma ormai la storia della petizione contro Berlusconi è diventata un caso, anche al vertice del partito. È davvero possibile tirar su in un mese una così imponente valanga di autografi? E che valore hanno tonnellate di schede fitte di nomi non verificabili? L'iniziativa sarà stata pure «un grande successo», ma anche per il segretario non deve essere stato piacevolissimo scorrere sul suo sito gli elenchi dei sottoscrittori. E incappare in Fico Secco da Acqui Terme, Numa Pompilio da Roma, Herman Goering da Berlino, Zeta di Zorro da Messico City, Al Capone da Minervino Murge e via impallidendo: Hitler e Lenin, Castro e Wojtyla.

I quotidiani di centrodestra satireggiano su Bersani e le «adesioni fasulle» e dal Pd parte la controffensiva, con l'ufficio stampa pronto a giurare che i nomi taroccati sono opera degli amici del premier. «Scottati dal successo della campagna "Berlusconi dimettiti" Libero e Il Giornale attaccano con l'apposizione di firme false», si legge su Partitodemocratico.it, dove ieri la raccolta è stata sospesa per qualche ora per consentire ai tecnici di «ripulire il database».

Quante sono le firme «lo vedremo martedì» glissa il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca, il quale davvero non vede «dove sia il problema». Eppure, dai piani alti del Nazareno, un filino di imbarazzo filtra. Se non altro per quel format così libero da consentire a chiunque di imbucarsi. «Per eccesso di trasparenza abbiamo pubblicato le firme in tempo reale - derubrica lo "scandalo" Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione -. Ma l'iniziativa ha superato ogni previsione. E lo dice uno che aveva preso Bersani per pazzo, giudicando i dieci milioni un azzardo». Il dirigente dalemiano si è ricreduto «girando per i banchetti», altri giovani democratici invece sentono odore di buccia di banana.

Il vicepresidente Ivan Scalfarotto, buon conoscitore della rete, parla di errore di comunicazione: «È stata una gaffe, impiccarsi ai numeri è un esercizio sterile. Dovremmo avviare una revisione radicale della comunicazione». Ma Nico Stumpo non si stanca di snocciolare cifre. Ventimila gazebo, quattro milioni di schede inviate alle famiglie... «Sono abituato a lavorare in modo serio - smentisce leggerezze e disfunzioni il responsabile Enti locali -. Qui non si tratta di dimostrare se le firme ci sono o no, è una iniziativa politica e non una petizione legale». Ma intanto il blogger Mario Adinolfi su The Week ironizza sulla «farsa» delle firme elettroniche: «I dieci milioni non esistono, la quota realistica è cinque». Il radicale Marco Cappato abbassa ancora l'asticella e ricorda quando Berlusconi annunciò sette milioni di firme («mai viste») per buttar giù Prodi: «Per un referendum ce ne vogliono 500 mila e non bastano tre mesi».

Stumpo ammette che sì, «con i mezzi ordinari è complicato raccoglierne dieci milioni». E con i mezzi straordinari? «Abbiamo diversi milioni di firme e altri ne arriveranno, anche grazie ai moduli che i circoli hanno imbucato nelle cassette delle lettere». Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, ha firmato e si è «sentito un po' patetico, perché Berlusconi se ne frega delle nostre firme».

E su Facebook colleziona commenti l'intervento di Stefano Menichini, uno che più democratico non si può. Il direttore di Europa teme il «boomerang», denuncia «firme inventate, nomi assurdi, nessun controllo», sospetta la «faciloneria di qualche pigro burocrate» e si augura che «qualcuno nel Pd la paghi cara». Parole che fanno infuriare Chiara Geloni, direttore di YouDem: «State attenti voi a sputtanare l'impegno di milioni di persone. Se fossero nove milioni e otto le firme vere, cambierebbe qualcosa?». Il giallo, se di giallo si tratta, sarà svelato martedì. «Bersani dovrà presentarsi col camion...» ironizzano nella minoranza. Ma il portavoce Stefano Di Traglia ridimensiona: «Dieci milioni di firme stanno in un metro cubo».

Monica Guerzoni

05 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - www.corriere.it/politica


Titolo: MONICA GUERZONI. - La proposta di Veltroni e Pisanu convince il presidente...
Inserito da: Admin - Aprile 18, 2011, 04:54:12 pm
La proposta di Veltroni e Pisanu convince il presidente della Camera

«Sì al governo di decantazione»

Fini e Udc si schierano. Gelo nel Pdl

Cicchitto chiude: Berlusconi ha la fiducia.

Democratici divisi, dubbi di Bersani


ROMA - È ora di fermarsi, di sospendere le risse e mettere al centro della scena il Paese. Con una lettera al Corriere l'ex segretario democratico Walter Veltroni e il senatore del Pdl Giuseppe Pisanu, uno degli uomini un tempo più vicini a Berlusconi, lanciano una proposta che fa discutere. L'idea di lasciar «decantare» la crisi dell'Italia per formare un governo di transizione che cambi la legge elettorale è respinta in blocco dal centrodestra e accolta favorevolmente dalle opposizioni. Dove pure non mancano le voci di chi ritiene difficilmente percorribile la via di un esecutivo di «decantazione».

Per stoppare sul nascere ogni ipotesi di dialogo bipartisan, il Pdl fa muro. In rapida successione Fabrizio Cicchitto, Maurizio Lupi e Sandro Bondi ricordano che Berlusconi ha la maggioranza e sostengono che un simile governo non avrebbe ragione di esistere. Era ipotizzabile se il 14 dicembre Berlusconi non avesse ottenuto la fiducia, dice il presidente dei deputati. Ma poiché «è successo esattamente l'opposto» la questione, per Cicchitto, è chiusa.

Più aperto al dialogo l'ex ministro della Cultura. «Stimo Veltroni e Pisanu - è la riflessione di Bondi - non condivido per niente le motivazioni e le proposte contenute nella loro lettera, ma reputo che prenderla in esame sia utile per elevare il tenore del confronto politico». Ma il governo di decantazione, no. Per il coordinatore del Pdl è roba da «iniziati». Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alla Famiglia, accusa Veltroni e Pisanu di «voler sovvertire la volontà popolare» e liquida come «stravagante» l'iniziativa: «Per fare un governo di decantazione bisognerebbe convincere tutti gli schieramenti politici, da Vendola a Di Pietro alla Lega...».

Positive invece le reazioni dell'opposizione. Gianfranco Fini approva senza riserve la lettera, «condivisibile dalla prima all'ultima parola». E il suo vice, Italo Bocchino, ritiene possibile che l'appello venga accolto dopo le amministrative: «Bisogna uscire dal tunnel e scrivere regole condivise, poi ognuno può andare per la sua strada». L'Udc non si tirerebbe indietro. Il presidente Rocco Buttiglione guarda a un «governo di unità nazionale» che faccia riforme strutturali, ma si accontenterebbe di un «rapporto tra maggioranza e opposizione diverso da quello litigioso e rancoroso che sta dilaniando e distruggendo il bipolarismo e la società italiana».

Paradossalmente, la reazione del Pd è assai più tiepida. Pier Luigi Bersani si dice pronto a discutere ogni soluzione che comporti «un passo indietro di Berlusconi e una fase di transizione», ma rivendica la primogenitura dell'idea e mostra dubbi sul tempismo della lettera: «Nel frattempo non dimentichiamo di combattere, perché Berlusconi non sembra avere intenzione di fare un passo indietro».

E Matteo Orfini, esponente della segreteria: «È una vecchia proposta del Pd, ma non mi sembra l'ipotesi più realistica».

Il vicesegretario Enrico Letta apprezza invece senza riserve, per lui il governo «è finito da tempo e bisogna aprire subito una fase nuova». Paolo Gentiloni loda «il coraggio» di Pisanu.

E Marco Follini invita a uscire dalla logica dei due blocchi: «Quando al checkpoint Charlie ci si parla o non ci si spara, è segno che il muro di Berlino prima o poi verrà giù...».

Monica Guerzoni

16 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/politica/11_aprile_16/


Titolo: MONICA GUERZONI. - Bersani e l'Udc: ora fase costituente
Inserito da: Admin - Maggio 30, 2011, 11:27:16 pm
IL CENTROSINISTRA

Bersani e l'Udc: ora fase costituente

Ma Di Pietro: il terzo polo? Perdita di tempo


ROMA - Il video di Pier Luigi Bersani che duella con Crozza a colpi di metafore (su La7) e si sganascia dal ridere, impazza sul web e racconta bene lo stato d'animo al quartier generale del Pd. Per prudenza i democratici parlano di «fiducia», ma in realtà è con malcelato ottimismo che si preparano all'apertura delle urne. A Milano e a Napoli confidano di vincere con largo margine, mentre a Cagliari e a Trieste si aspettano una vittoria più sofferta.

Pier Luigi Bersani si è concesso una giornata di riposo dopo il tour de force elettorale, soddisfatto per come ha condotto la campagna del Pd e convinto di aver indovinato toni e contenuti. Se le previsioni saranno confermate, a pagare sarà stato lo sforzo di concentrarsi sui problemi del territorio, senza perdere di vista la portata nazionale della sfida. «Oggi si volta pagina», spera il capo del Pd, che dopo aver sofferto per settimane la freddezza dei leader del terzo polo, sembra aver ritrovato la sintonia con Pier Ferdinando Casini.

Con il «twit» di due giorni fa, in cui il leader dell'Udc parlava di «grande avvicinamento» tra i partiti delle opposizioni, Bersani ha trovato conferma della bontà delle sue tesi. «Siamo sulla strada giusta», risponde a chi gli chiede conto dei suoi progetti sul fronte delle alleanze. La strategia non è cambiata, anzi si va rafforzando di ora in ora. E l'architrave dei piani di Bersani resta «l'apertura di una fase costituente», per unire tutte le forze democratiche che sentono l'urgenza di mandare a casa Berlusconi. A Casini non piace la «deriva» del governo e Bersani, che lo va gridando da mesi, non può che applaudire ai segnali lanciati dai centristi: dall'intervento del leader udc su Twitter alla chiusura della campagna a Macerata con Massimo D'Alema, che per primo ha teorizzato la necessità di un accordo con il terzo polo. L'Udc ha lasciato libertà di voto, ma le ultime mosse hanno chiarito come l'urgenza di Bersani di «inaugurare una nuova fase» coincida con l'ansia di Casini di «prendere atto che il quadro è cambiato». Decisioni ufficiali non ce ne saranno prima di un'accurata analisi del voto, ma il rapporto tra Casini e Bersani si sta rinsaldando. «Il risultato delle sfide nelle città non può che certificare la difficoltà spaventosa del governo - conferma l'onorevole Roberto Rao -. Questi ballottaggi sono stati il momento peggiore del peggior berlusconismo. Invece di rendersi conto degli errori li hanno acuiti...». Eppure il cammino per la costruzione dell'alternativa è ancora lungo. Se dovesse aprirsi la crisi di governo prevarrà il modello Marche, che vede Bersani a braccetto con Casini, Fini e Rutelli? O vincerà la formula che ha visto il Pd, a Milano come a Napoli, appoggiare i candidati di Nichi Vendola e Antonio Di Pietro? Il leader dell'Idv non ha dubbi: «L'asse tra Pd, Sel e Italia dei valori è più nei fatti che nelle parole. La costruzione di un'alternativa è sempre più urgente e rincorrendo il terzo polo si rischia di perdere tempo».

Di Pietro ha un piano. Sta organizzando due grandi manifestazioni per lanciare i referendum del 12 e 13 giugno e chiudere la campagna: sul palco ci saranno anche Vendola e Bersani. «Saranno due grandi eventi a Milano e a Napoli - anticipa il leader dell'Idv -. E da lì costruiremo l'embrione di una federazione tra i partiti». E se Luigi de Magistris conquisterà Napoli, Di Pietro avrà più forza per difendere al tavolo del centrosinistra la sua proposta: costruire il nocciolo duro dell'alleanza, concordare un programma condiviso e poi rivolgersi «senza preclusioni» ai centristi. L'ex magistrato ha fiutato «un'aria nuova» e anche Vendola sente che «il vento di cambiamento può diventare un ciclone». I settantamila di piazza del Duomo per Pisapia e i bagni di folla con de Magistris a Napoli, hanno convinto il presidente della Puglia che Berlusconi è sul viale del tramonto. «L'incantesimo si è rotto - incrocia le dita Vendola -. L'Italia migliore vincerà e il peggio di una lunga stagione verrà travolto».

Monica Guerzoni

30 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/politica/11_maggio_30/


Titolo: MONICA GUERZONI. - La ricetta Monti scuote e divide la politica
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2011, 10:09:06 am
Dopo l'editoriale

La ricetta Monti scuote e divide la politica

Consensi dall'opposizione. Il Pdl fa muro I sospetti Cicchitto, capogruppo del Pdl: quando i tecnici decidono di scendere in politica rischiano di dimenticare molte cose

ROMA - L'Italia governata da un «podestà forestiero». E le misure urgenti di politica economica imposte da un «governo tecnico sopranazionale» che non abita a Palazzo Chigi, ma ha «sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». L'analisi di Mario Monti, presidente della Bocconi e già commissario europeo (1994-2004), convince gli economisti e accende il dibattito politico suscitando la reazione orgogliosa del Pdl, deciso a respingere l'immagine di un esecutivo che si fa «imporre decisioni» impopolari quanto necessarie.

Pietro Ichino, avvocato giuslavorista e senatore del Pd, trova il ragionamento di Monti «ineccepibile». Una manovra che preveda il pareggio di bilancio fra tre anni rischia di essere «come una promessa di Pulcinella». I vincoli imposti dall'Europa sono «essenziali», per evitare che il nostro Paese «esca dal campionato». E il governo tecnico sovranazionale? «Se chiediamo soldi dobbiamo essere credibili, è ridicolo e infantile protestare perché ci vengono chieste delle garanzie - concorda Ichino - Siamo inguaiati, ma venirne fuori non sarebbe difficilissimo». La sua ricetta? «Basta con l'improvvisazione e la politica dell'annuncio. Occorre coesione di fronte all'emergenza, un governo autorevole guidato da una persona che abbia idee chiare e credibilità internazionale. E Monti è la carta migliore che possiamo giocare».

Per Stefano Micossi, professore al Collegio d'Europa, se l'Italia si è ridotta così la colpa è solo nostra: «Siamo deboli perché l'economia non cresce. Ci stiamo avvicinando a una situazione nella quale le decisioni ce le faranno inghiottire altri». Con conseguente «perdita di dignità», uno dei quattro «inconvenienti» segnalati da Monti assieme al «downgrading politico», al «tempo perduto» e alla «crescita penalizzata». Micossi teme che nel governo ci sia ancora «qualcuno che pensa furbescamente di guadagnare tempo» e incita a «mettere a punto poche proposte incisive, da approvare rapidamente».

Osvaldo Napoli, Pdl, è amareggiato e stupito: «La dignità dell'Italia non è stata venduta né barattata». Ma è Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, a rivelare quanto l'ex commissario europeo abbia colpito nel segno: «Quando i tecnici decidono di scendere in politica, rischiano di dimenticare molte cose e anche di cambiare le carte in tavola». A scatenare la crisi non è stato Berlusconi, ma la «globalizzazione priva di regole». Il premier dal 2008 ha adottato una «politica di rigore» e certo non è colpa sua se «lo tsunami finanziario colpisce tutto e tutti». Semmai il vero problema è l'euro, la cui gestione, secondo Cicchitto, «condiziona tutti gli Stati europei». Lettura contestata da Maurizio Ronconi dell'Udc, che difende Monti e attribuisce al governo la paternità della crisi. «L'analisi di Monti è puntuale e incontrovertibile», concorda Carmelo Briguglio di Fli.

Anche il senatore del Pd Enrico Morando chiede di «cambiare passo», votare al più presto la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e smetterla di minimizzare: «Come si può far finta di nulla con il quarto debito del mondo? Berlusconi prenda atto che non ce la fa e lasci spazio a un governo del presidente, che gestisca con dignità la fase che si apre». Una lettura meno pessimistica la offre il senatore Nicola Rossi, vicino a Montezemolo: «Capisco che si possa avvertire il senso dell'orgoglio nazionale ferito, ma l'intervento della Bce mi fa sentire ancor più cittadino europeo. Sarei contento se l'Unione procedesse ancora più speditamente nel darsi, su atti concreti, una reale governance economica».

Marco Follini, senatore del Pd, invita con una battuta a «passare dal podestà forestiero al sindaco italiano» e sottolinea il «paradosso» di un Paese costretto ad «appendere le nostre virtù al chiodo di una decisione straniera». Chi invece è rimasto «sorpreso» dalle tesi di Monti è l'ex ministro del Pdl Antonio Martino: «Mi sembra che contraddica un po' il suo europeismo entusiastico. La crisi è planetaria e Monti lo sa bene. Il debito Usa è stato declassato e nessuno ha detto che la colpa è di Obama». Lei lo pensa? «Si, ma nessuno si azzarda a dirlo...».

Monica Guerzoni

08 agosto 2011 07:39© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_agosto_08/reazioni-monti_8e73e7f8-c17e-11e0-9d6c-129de315fa51.shtml


Titolo: Monica Guerzoni. Romano RICATTA il centrodestra
Inserito da: Admin - Settembre 24, 2011, 11:43:34 am
MERCOLEDI' SI VOTA LA SFIDUCIA PER IL MINISTRO

Romano avverte il centrodestra

«Sono il leader di un partito di governo, se sarò sfiduciato cambia la maggioranza»

ROMA - Lo dice con grandissima cautela, «ragionando per ipotesi» e ricorrendo alle arti diplomatiche. Ma il senso è chiaro. «Io sono il leader di un partito politico che sostiene il governo - avverte Saverio Romano -. Con numeri diversi cambierebbe la maggioranza». I «numeri diversi» a cui il ministro dell'Agricoltura allude sono quelli di una eventuale sfiducia contro di lui. Un caso che nella storia italiana ha un solo precedente: Filippo Mancuso, l'ex Guardasigilli sfiduciato nel 1995 e morto nel maggio scorso a 88 anni.

Romano dunque non si dimette. E rilancia. Parla delle missioni che lo attendono tra la Cina e l'India e rivendica i risultati del suo primo semestre. Sulla sua testa pende come una spada la mozione di sfiducia ad personam eppure lui si dice «ottimista». La possibilità che la Camera voti le dimissioni non è «un evento nel novero delle cose possibili». L'ex centrista che un anno fa tagliò i ponti con Casini per entrare in maggioranza alla guida del Pid, quattro preziosi voti, è imputato per concorso in associazione mafiosa e rischia di essere rinviato a processo. E così convoca i giornalisti e chiede di essere giudicato per le sue azioni politiche.

La sfiducia presentata dal Pd e appoggiata da terzo polo e Idv sarà messa ai voti il 28 settembre. Romano non ha paura, nella manica sente di avere tre assi. Il primo è Berlusconi, che gli ha rinnovato «stima e fiducia». Il secondo è Bossi, il quale non lo ama però lo ha rassicurato sulla lealtà della Lega per bocca di Marco Reguzzoni: «Bocceremo la sfiducia». E il terzo asso è il regolamento della Camera. Il «verdetto» infatti non avverrà a scrutinio segreto, bensì a voto palese e per appello nominale, come per la fiducia al governo. È questa la differenza sostanziale con Marco Milanese, che ha scampato l'arresto per sei voti. Nel caso di Romano i deputati dovranno metterci la faccia, il che neutralizza i franchi tiratori.

Eppure il tema di un passo indietro «di responsabilità» non è tabù. Nei giorni scorsi tra i deputati di Pdl, Lega e «responsabili» la questione rimbalzava in questi termini: se lasciasse il posto, il governo avrebbe un (grosso) problema in meno. Non solo. La sua poltrona fa gola a tanti, la Lega ci ha rinunciato malvolentieri e certo non disdegnerebbe di ricollocarci uno dei suoi. Romano lo sa e, come è nel suo stile, ci scherza su: «Posso escludere che un ministero così ambito non possa essere accarezzato nei sogni di qualche parlamentare? Sta nelle cose. Ma la sfiducia è una cosa che non si realizzerà». Perché non lascia? «Mai nessuno mi ha chiesto di dimettermi, ho ricevuto solo incoraggiamenti».

Il libro intervista La mafia addosso , in cui spiega che i sospetti sui rapporti con Cosa nostra sono per lui «come una maglietta fradicia di sudore», è fresco di stampa. E adesso Romano, nei panni dell'avvocato di se stesso, prova a rafforzare la sua posizione con una dettagliata «relazione programmatica» sull'attività dell'Agricoltura dal 23 marzo al 23 settembre. Da quando è diventato ministro col disappunto del Quirinale (era già indagato), si è dato da fare per la terra ai giovani e l'etichettatura dei prodotti alimentari, il contrasto alle frodi e la pesca marittima, gli ogm e il tabacco italiano, il vino e i fondi comunitari... E ora, a colpi di dati e tabelle, conta di suffragare la sua tesi di fondo: «La sfiducia è una vicenda paradossale. Devo rispondere non per fatti inerenti a una attività politica, ma alla mia qualità di persona. E parliamo di vicende che risalgono a otto anni fa e che non possono inficiare l'attività svolta». Tra i fedelissimi di Romano c'è chi guarda con sospetto a Forza del Sud, ma lui smentisce: «Con Micciché ho un ottimo rapporto». La partita si giocherà sulle assenze. Alcuni leghisti potrebbero lasciare vuoti i loro scranni e così qualche esponente del Pdl, che già dovrà scontare la mancanza di Alfonso Papa (in carcere) e di Pietro Franzoso, gravemente infortunato. L'opposizione non ha i numeri, ma in giorni di tensioni fortissime nulla è scontato. Antonio Buonfiglio, uscito da Fli per entrare nel gruppo misto, ammette: «Non ho deciso». E Mimmo Scilipoti, che milita nel gruppo dei «responsabili» fondato proprio da Romano, prende tempo: «Giudicherò secondo coscienza, dopo aver letto il libro e le carte giudiziarie».

Monica Guerzoni

24 settembre 2011 08:09© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_settembre_24/romano-avverte-maggioranza-voto-sfiducia_d334fbf8-e66c-11e0-93fc-4b486954fe5e.shtml


Titolo: Monica Guerzoni. Romano avverte il centrodestra
Inserito da: Admin - Settembre 27, 2011, 10:35:33 am
MERCOLEDI' SI VOTA LA SFIDUCIA PER IL MINISTRO

Romano avverte il centrodestra

«Sono il leader di un partito di governo, se sarò sfiduciato cambia la maggioranza»

ROMA - Lo dice con grandissima cautela, «ragionando per ipotesi» e ricorrendo alle arti diplomatiche. Ma il senso è chiaro. «Io sono il leader di un partito politico che sostiene il governo - avverte Saverio Romano -. Con numeri diversi cambierebbe la maggioranza». I «numeri diversi» a cui il ministro dell'Agricoltura allude sono quelli di una eventuale sfiducia contro di lui. Un caso che nella storia italiana ha un solo precedente: Filippo Mancuso, l'ex Guardasigilli sfiduciato nel 1995 e morto nel maggio scorso a 88 anni.

Romano dunque non si dimette. E rilancia. Parla delle missioni che lo attendono tra la Cina e l'India e rivendica i risultati del suo primo semestre. Sulla sua testa pende come una spada la mozione di sfiducia ad personam eppure lui si dice «ottimista». La possibilità che la Camera voti le dimissioni non è «un evento nel novero delle cose possibili». L'ex centrista che un anno fa tagliò i ponti con Casini per entrare in maggioranza alla guida del Pid, quattro preziosi voti, è imputato per concorso in associazione mafiosa e rischia di essere rinviato a processo. E così convoca i giornalisti e chiede di essere giudicato per le sue azioni politiche.

La sfiducia presentata dal Pd e appoggiata da terzo polo e Idv sarà messa ai voti il 28 settembre. Romano non ha paura, nella manica sente di avere tre assi. Il primo è Berlusconi, che gli ha rinnovato «stima e fiducia». Il secondo è Bossi, il quale non lo ama però lo ha rassicurato sulla lealtà della Lega per bocca di Marco Reguzzoni: «Bocceremo la sfiducia». E il terzo asso è il regolamento della Camera. Il «verdetto» infatti non avverrà a scrutinio segreto, bensì a voto palese e per appello nominale, come per la fiducia al governo. È questa la differenza sostanziale con Marco Milanese, che ha scampato l'arresto per sei voti. Nel caso di Romano i deputati dovranno metterci la faccia, il che neutralizza i franchi tiratori.

Eppure il tema di un passo indietro «di responsabilità» non è tabù. Nei giorni scorsi tra i deputati di Pdl, Lega e «responsabili» la questione rimbalzava in questi termini: se lasciasse il posto, il governo avrebbe un (grosso) problema in meno. Non solo. La sua poltrona fa gola a tanti, la Lega ci ha rinunciato malvolentieri e certo non disdegnerebbe di ricollocarci uno dei suoi. Romano lo sa e, come è nel suo stile, ci scherza su: «Posso escludere che un ministero così ambito non possa essere accarezzato nei sogni di qualche parlamentare? Sta nelle cose. Ma la sfiducia è una cosa che non si realizzerà». Perché non lascia? «Mai nessuno mi ha chiesto di dimettermi, ho ricevuto solo incoraggiamenti».

Il libro intervista La mafia addosso , in cui spiega che i sospetti sui rapporti con Cosa nostra sono per lui «come una maglietta fradicia di sudore», è fresco di stampa. E adesso Romano, nei panni dell'avvocato di se stesso, prova a rafforzare la sua posizione con una dettagliata «relazione programmatica» sull'attività dell'Agricoltura dal 23 marzo al 23 settembre. Da quando è diventato ministro col disappunto del Quirinale (era già indagato), si è dato da fare per la terra ai giovani e l'etichettatura dei prodotti alimentari, il contrasto alle frodi e la pesca marittima, gli ogm e il tabacco italiano, il vino e i fondi comunitari... E ora, a colpi di dati e tabelle, conta di suffragare la sua tesi di fondo: «La sfiducia è una vicenda paradossale. Devo rispondere non per fatti inerenti a una attività politica, ma alla mia qualità di persona. E parliamo di vicende che risalgono a otto anni fa e che non possono inficiare l'attività svolta». Tra i fedelissimi di Romano c'è chi guarda con sospetto a Forza del Sud, ma lui smentisce: «Con Micciché ho un ottimo rapporto». La partita si giocherà sulle assenze. Alcuni leghisti potrebbero lasciare vuoti i loro scranni e così qualche esponente del Pdl, che già dovrà scontare la mancanza di Alfonso Papa (in carcere) e di Pietro Franzoso, gravemente infortunato. L'opposizione non ha i numeri, ma in giorni di tensioni fortissime nulla è scontato. Antonio Buonfiglio, uscito da Fli per entrare nel gruppo misto, ammette: «Non ho deciso». E Mimmo Scilipoti, che milita nel gruppo dei «responsabili» fondato proprio da Romano, prende tempo: «Giudicherò secondo coscienza, dopo aver letto il libro e le carte giudiziarie».

Monica Guerzoni

24 settembre 2011 08:09© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/politica/11_settembre_24/romano-avverte-maggioranza-voto-sfiducia_d334fbf8-e66c-11e0-93fc-4b486954fe5e.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - I ribelli si organizzano, il gruppo è pronto
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2011, 09:01:13 am
IL GoVERNO - I NUMERI

I ribelli si organizzano, il gruppo è pronto

Dentro anche deputati di Mpa e Api.

Premier in pressing: Antonione, Bertolini e Stracquadanio vacillano?


ROMA - «Il premier è stato molto affettuoso». Allora è vero onorevole Roberto Antonione, Berlusconi ha recuperato anche lei... «E chi lo dice? Al presidente ho detto che deve fare un passo indietro se non vuole andare incontro a un suicidio politico che sarebbe l'omicidio del Paese». Quindi non è vero che voterà la fiducia? «Stando così le cose non la voto. Ma se il premier allarga la maggioranza...». Il leader dei ribelli dell'Hotel Hassler apre uno spiraglio al capo del governo. La sconfitta è nell'aria, ma l'ultima parola non è ancora detta.

Berlusconi ha chiamato dissidenti e incerti uno per uno e con tutti è stato affettuoso e comprensivo. Nella maggioranza si respira un'aria da fine di Pompei, eppure c'è anche chi non ha perso le speranze, confortato dalle dichiarazioni prudenti di alcuni deputati che si erano mostrati decisi a non votare la fiducia. Nulla è scontato e le buone notizie si alternano con le cattive. È vero che Berlusconi ha «riacciuffato» tre pecorelle smarrite e le ha ricondotte all'ovile? La prima sarebbe Antonione, la seconda Isabella Bertolini e la terza Giorgio Stracquadanio. Il fondatore del Predellino online, che si professa innamorato perso di Berlusconi, conferma che il premier si è convinto di averlo «fatto rientrare nei ranghi». È andata così. Stracquadanio, che ancora milita nel Pdl e che ha votato tutte le fiducie, ha chiamato al telefono Gianni Letta e gli ha detto di essere «furibondo come un puma» per le parole del capo del governo, da Cannes, contro i «traditori».

Si racconta che l'onorevole abbia anche pianto al cellulare mentre spiegava al sottosegretario perché ha firmato la lettera dei sei dissidenti dell'Hotel Hassler: «Il presidente sta perdendo il senso delle cose... Se ci tratta da topi roditori noi gli mordiamo la mano». Alle otto di sera di venerdì Letta richiama Stracquadanio e gli passa un «molto disponibile» Cavaliere: «Caro Giorgio, non ce l'avevo con te quando ho attaccato gli scontenti, ma se ci tieni rettifico». E Stracquadanio: «Non voglio una rettifica, voglio che lei riprenda il comando e voglio parlare con lei dal vivo. Forse potrei darle un dolore, ma le chiedo solo attenzione. Poi lei deciderà e io deciderò». Si vedranno martedì alle 11,30 prima del voto sul rendiconto e Berlusconi ha promesso che gli dedicherà un'ora intera. Il problema del premier sono più che mai i numeri. Verdini gli ha detto che la maggioranza è a quota 306 e che può precipitare fino al 300. E che solo i sei radicali potrebbero risollevare la situazione. Martedì i deputati di Pannella e Bonino vedranno Bersani e all'ultimo minuto faranno sapere cosa hanno deciso: sulle misure chieste dall'Europa potrebbero anche votare sì, mentre sono orientati a dire no alla fiducia. A preoccupare il premier sono le parole dell'ex finiano Adolfo Urso che gli chiede di «lasciare a un nuovo esecutivo».

Ma c'è dell'altro, ci sono le forti sollecitazioni dell'Udc verso i pidiellini Franco Stradella, Enrico Pianetta e Gerardo Soglia, e ancor più le grandi manovre al centro, dove martedì stesso potrebbe vedere la luce un nuovo gruppo. Nelle intenzioni dei fondatori dovrebbe essere un gruppo vero, con venti deputati. Ci sarebbe già il nome: «Popolari liberali e riformisti». Ne farebbero parte Antonione, Giustina Destro, Fabio Gava, Calogero Mannino e Santo Versace. E poi Luciano Sardelli e Antonio Milo. Si parla anche di Giorgio La Malfa e Pippo Gianni, ma a far decollare il gruppo sarebbero i quattro dell'Mpa e i cinque deputati dell'Api, Bruno Tabacci in primis. Ne mancherebbero due e gli scissionisti corteggiano Stracquadanio e Isabella Bertolini. Un gruppo gemello di dieci senatori sarebbe già pronto al Senato, capogruppo in pectore il pisaniano Ferruccio Saro.

da - http://www.corriere.it/politica/11_novembre_06/I-ribelli-si-organizzano-il-gruppo-e-pronto_ce765c60-0854-11e1-8af3-7422a022c6dd.shtml

M. Gu.
06 novembre 2011 13:19© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il ministro Fornero e i colleghi diffidenti
Inserito da: Admin - Gennaio 29, 2012, 11:40:34 pm
Dietro le quinte - Nell'esecutivo qualcuno soffre la sua loquacità

Il ministro Fornero e i colleghi diffidenti

Polillo: «Una fontana che piange»

Il sottosegretario in tv: «Un politico con un pizzico di esperienza non avrebbe mai fatto quella scenata»


ROMA - «Un politico con un pizzico di esperienza non avrebbe mai fatto l'icona della fontana che piange...». L'immaginifico giudizio è piovuto sul ministro Elsa Fornero nella notte di giovedì, dagli schermi di Rai3. Ospite di «Linea notte», il programma condotto in tandem da Bianca Berlinguer e Maurizio Mannoni, il sottosegretario Gianfranco Polillo ha rivelato d'un fiato ciò che pensa dell'autorevole collega. Un breve ma corposo sfogo, che autorizza a chiedersi se la professoressa torinese non sia accerchiata da incomprensioni e gelosie che rischiano di isolarla all'interno del governo.

Ma cosa ha detto, Polillo? Il sottosegretario all'Economia - un tempo comunista con simpatie miglioriste, poi socialista e infine vicino a Fabrizio Cicchitto, del quale è stato consigliere - ha dissertato in rapida successione dell'inesperienza politica, dell'emotività e dell'ingenuità del ministro del Lavoro. «Persona molto addentro ai problemi teorici», riconosce il sottosegretario, che poi però ricorda quando Fornero scoppiò a piangere presentando alla stampa la sua riforma delle pensioni, rivelando di essere «molto emotiva» e diventando «l'icona della fontana che piange».

Il sottosegretario all'Economia Gianfranco PolilloIl sottosegretario all'Economia Gianfranco Polillo
I due non si amano, è chiaro. E Polillo in diretta tv non lo nasconde: «Ci discuto molto, anche a me dà ordini tassativi. Io le dico "guardi ministro che il Parlamento è una cosa complicata", bisogna fare gli emendamenti... È una persona che non avendo mai fatto politica bisogna accettarla per quella che è, anche con certe ingenuità». È chiaro che al ministro del Lavoro l'idea di essere «accettata per quella che è», nemmeno fosse un caso politico o umano, non è piaciuta per nulla. Ma i collaboratori giurano che il ministro abbia incassato i complimenti con la più assoluta indifferenza: «Il solito Polillo... Le sue parole si commentano da sole».

A freddo, due notti e due giorni dopo il programma, il sottosegretario spiega che le sue parole in tv «sono state equivocate» e che la sua intenzione era schierarsi in difesa del ministro: «Siccome l'attaccavano io volevo difenderla, spiegare in modo protettivo che una persona che ha insegnato tutta la vita forse non ha dimestichezza con il Parlamento. La politica è un mestiere, se io vado a insegnare faccio disastri molto peggiori... Volevo metterci una pezza, ma forse non ci sono riuscito».

Non ci è riuscito, no. E più di un esponente del governo lo ha chiamato per chiedergli cosa gli sia saltato in mente. Eppure non è un mistero che il temperamento di Fornero - guai far precedere il suo cognome dal «la» - ha fatto più volte saltare i nervi ai politici e discutere (riservatamente) i tecnici. L'ultima querelle è scoppiata quando il decreto «milleproroghe» è stato rispedito in Commissione per la ferma opposizione del ministro del Lavoro, che non voleva tassare i lavoratori autonomi. In tanti alla Camera hanno orecchiato i mugugni dei tecnici di Piero Giarda, responsabile dei Rapporti con il Parlamento. Ma il ministro, che conosce le insidie dei regolamenti e lo stress delle sedute d'Aula, non si è mai lasciato andare a considerazioni meno che lusinghiere nei confronti della collega: «Il ministro Fornero ha finora risolto un problema molto importante che le era stato affidato, la riforma delle pensioni. Il resto, carattere o atteggiamenti, conta poco o nulla nella vita collettiva. Riuscissimo tutti a fare risultati come lei...».

Se è vero che la stima di Monti nei suoi confronti è intatta e che «un caso Fornero non esiste», come assicura il sottosegretario Giampaolo D'Andrea, è vero anche che il ministro non fa molto per farsi nuovi amici nell'esecutivo. I colleghi soffrono la sua eccessiva loquacità e qualcosa, da ieri, ne sa anche il ministro dello Sviluppo. «Corrado Passera ha la tendenza a gettare il cuore oltre l'ostacolo - ha scherzato Fornero parlando di crescita - Gli dirò di essere meno ottimista». Una punzecchiatura? Macché, ha subito chiarito la responsabile del Welfare, era solo un «messaggio affettuoso».

Monica Guerzoni

mguerzoni@rcs.it

29 gennaio 2012 | 9:06© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_29/fornero-colleghi-diffidenti_d77c9910-4a43-11e1-bc89-1929970e79ce.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Veltroni litiga con Vendola
Inserito da: Admin - Febbraio 29, 2012, 04:33:49 pm
Duello nel centrosinistra tra L'ex segretario pd e il leader di sel

Veltroni litiga con Vendola: «Io di destra? Inaccettabile, mi chieda scusa»

D'Alema e Bindi intervengono in difesa del compagno di partito

ROMA - «Non sono un tipo da facili arrabbiature, ma ci sono cose che non tollero...». Era da tempo che a sinistra non si sentiva il vecchio adagio di Pietro Nenni, «c'è sempre uno più puro che ti epura». Walter Veltroni lo ha intonato con altre parole, ma il senso è quello. L'ex segretario, che dal 2009 non parlava in conferenza stampa perché convinto di «non averne titolo», ha chiamato i cronisti parlamentari nella saletta della Camera per respingere, con «dispiacere e sorpresa», i giudizi di Nichi Vendola. Accuse che bruciano, perché provengono dalla stessa famiglia politica.

Per via delle sue idee riformiste sull'articolo 18, il leader di Sel lo ha bollato come interprete di una «destra colta e con il loden». Un giudizio sferzante, che l'interessato non poteva lasciar cadere senza una richiesta ufficiale di pentimento: «Le scuse di Nichi? Sì, sarebbero gradite». Per uno che non ha mai cambiato bandiera e che può scandire senza imbarazzo «sinistra è la parola della mia vita», la verità andava ripristinata. A costo di sfidare il sarcasmo dei social network e stimolare reazioni acide da parte degli alleati di un tempo. «Nella vita ne ho visti di maestri salire in cattedra, maoisti o filosovietici che pensavano di essere più a sinistra degli altri - si è sfogato Veltroni, rispedendo al mittente i giudizi «verbalmente violenti e cinici» di Vendola -.

Il vecchio vizio di attribuire l'etichetta di traditore o nemico a chi non la pensa come te, è pericoloso e inaccettabile». Tra i dirigenti di Sel, dove la reazione di Veltroni è stata accolta con malcelata soddisfazione, la lettura prevalente è che l'ex leader del Pd abbia «strumentalizzato Vendola per aprire in anticipo il congresso del suo partito». In realtà Veltroni non ha parlato di future alleanze ed è stato bene attento a non tirare in causa Bersani. Anzi, ha sottolineato come la sua posizione sul lavoro sia «quella del Pd» e ha detto di voler contestare non solo la frase sulla destra in loden, ma anche quel che lui pensa ci sia dietro: «Spero sia un incidente e che Vendola abbia la bontà di dire che, essendo cresciuti insieme e sapendo quel che ho fatto nella mia vita, queste parole gli siano sfuggite». E se invece Nichi ritenesse davvero che Walter abbia una posizione di destra? «Diventerebbe un problema politico, da discutere seriamente».

Che il problema sia politico lo confermano il livello e il tono delle prese di posizione. Massimo D'Alema, per una volta, difende l'ex segretario: «Certamente Veltroni non è di destra». E Rosy Bindi avverte: «Non si possono fare caricature del dibattito interno al Pd e delle posizioni dei suoi dirigenti». Per Veltroni la sinistra «non è un posto dove guardarsi in cagnesco» e lui, promette, non porterà rancore. Eppure la coda velenosa di questo scontro tra ex amici rischia di allungarsi ancora. Il presidente della direzione di Sel, Fabio Mussi, sospetta che Veltroni abbia «voluto parlare a nuora» e gli consiglia di «far riposare Lama, Trentin, Berlinguer e gli altri esponenti storici della sinistra». Figure simbolo, alle quali Veltroni ha fatto riferimento per ricordare come «certi rivoluzionari» nutrano odio per i riformisti. «Siamo alla demonizzazione e alla scomunica - prova a voltare pagina il veltroniano Walter Verini -. Un metodo che tanti guai ha provocato alla sinistra».

Monica Guerzoni

29 febbraio 2012 | 8:52© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_febbraio_29/veltroni-litiga-con-vendola-io-di-destra-inaccettabile-mi-chieda-scusa-monica-guerzoni_965fd55a-62a3-11e1-8fe6-00ac974a54fa.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Crescita, il premier dà i compiti ai ministri
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2012, 10:37:58 am
Crescita, il premier dà i compiti ai ministri Chiesti «dossier» sulla sfida d'autunno

Il 24 la prossima riunione del governo.

Catricalà irritato per una relazione mancante


ROMA - Per «mettere in sicurezza il Paese» e convincere l'Europa che «l'Italia può farcela da sola» bisogna spingere sul tasto della crescita ed è questo il compito che Mario Monti ha assegnato ai ministri prima di partire per le sue vacanze lampo. Già il 20 agosto, dopo l'intervento al meeting di Rimini il 19, il premier rientrerà a Palazzo Chigi, anche per preparare la riunione del 24 agosto.

Sarà un Consiglio dei ministri sui generis , una sorta di «seminario» strategico tutto interno all'esecutivo per mettere a fuoco successi e insuccessi dei primi nove mesi e delineare le riforme chiave della «campagna d'autunno». Il nuovo decreto sulla crescita e il capitolo due delle semplificazioni su cui sta lavorando Corrado Passera, il secondo atto della spending review di Piero Giarda, l'attuazione degli strumenti già individuati per la riduzione del debito...
I partiti della maggioranza anomala che sostiene Monti spingono per un «colpo secco» alla montagna di quasi duemila miliardi che grava sulle sorti del Paese, ma il governo, d'intesa con Bankitalia, ha scelto la linea soft. Nei piani del ministro Vittorio Grilli si partirà con un programma pluriennale di dismissioni per 15-20 miliardi l'anno, pari all'1 per cento del Pil. Quanto alla tassazione dei risparmi detenuti in Svizzera Palazzo Chigi frena, perché il negoziato «sarà lungo» e ci vorrà «molta prudenza», se non si vuole che i capitali messi al sicuro Oltralpe fuggano altrove.

Nella coda del cdm, durato quasi sei ore, alcuni ministri avrebbero chiesto a Monti quanto sia alto il rischio che l'Italia debba ricorrere all'aiuto dell'Europa. Il premier però ha tranquillizzato e ricordato che c'è tempo perché «nulla accadrà fino al 12 settembre», quando la Corte costituzionale tedesca si pronuncerà sulla legittimità del fondo «salva Stati». Chi c'era descrive il professore come «vigile» e «pronto a tutto», ma non allarmato. Al mattino - incontrando il presidente Gianfranco Fini per ringraziarlo della disponibilità a riaprire la Camera in caso di provvedimenti economici d'urgenza - Monti avrebbe infatti parlato della battaglia per salvare l'euro come di «una fase di attesa e di relativa tranquillità».
Prima degli auguri di buone vacanze, qualche momento di tensione. Sulla «golden share», le norme antiscalata per le aziende strategiche, il ministro Grilli voleva una linea più decisa mentre Moavero, temendo che la Ue possa stoppare il provvedimento, ha invitato alla cautela: «Non possiamo esagerare». Da Palazzo Chigi filtra anche che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, si sia molto «scocciato» perché mancava la relazione tecnica al testo di revisione della geografia giudiziaria. Attimi di imbarazzo, in cui si è ventilata persino l'ipotesi di far slittare l'approvazione, poi però l'inciampo si è risolto e il testo sui tribunali è stato approvato.

A deludere il capo del governo, poi, è stato il rinvio al 24 agosto del confronto sull'agenda programmatica, uno slittamento inevitabile visto che alcuni ministri hanno inviato a Palazzo Chigi schede definite in camera caritatis «impresentabili» da alcuni colleghi. Il premier aveva pensato di congedarsi per le ferie lanciando sul sito del governo la sintesi dei dossier sui provvedimenti varati e su quelli in cantiere, per offrire ai cittadini un'idea visibile della mole di lavoro che il governo sta portando avanti. Fornero, Passera, Riccardi e altri hanno seguito alla lettera le indicazioni dell'ufficio stampa, alcuni invece hanno presentato cartelline incomplete, troppo lunghe o scritte con linguaggio burocratico. E così il presidente ha dovuto rinviare al 24 la discussione sull'agenda.
Sul piano politico Monti ha riferito ai ministri degli incontri con Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini e della telefonata con Pier Luigi Bersani. Se pure è preoccupato per la tenuta della maggioranza il premier non lo ha dato a vedere e ha spiegato che, almeno sul fronte della crescita, tra i partiti e con il governo c'è sintonia di vedute. A mettere in agitazione l'esecutivo è invece il lavoro bipartisan dei partiti per «correggere» la riforma delle pensioni, allargando la platea degli esodati da salvaguardare e ritoccando verso il basso l'età pensionabile. Il ministro del Welfare Elsa Fornero è molto preoccupata e in cdm lo ha detto chiaro: «Dobbiamo evitare che il testo venga stravolto». Ma Giarda, con un sorriso serafico, l'ha subito placata: «Non ti preoccupare Elsa, di emendamenti ce ne sono tanti altri...».


Monica Guerzoni
mguerzoni@rcs.it

11 agosto 2012 | 8:29© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_agosto_11/crescita-compiti-ministri_8516780c-e37d-11e1-880a-4d5f3517dc36.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Via all'alleanza Pd-Vendola
Inserito da: Admin - Ottobre 14, 2012, 03:59:52 pm
Centrosinistra Nel «manifesto» il riconoscimento delle coppie gay

Via all'alleanza Pd-Vendola

E su Monti nasce un caso

Renzi, deluso: «Le regole per le primarie? Sbagliate. Ma non si ferma il vento con le mani...». Primarie il 25 novembre

BETTOLA (Piacenza) - «Casini non lo abbiamo definitivamente perso, non lo abbiamo mai trovato...». Siglando l'alleanza con i democratici di Pier Luigi Bersani e i socialisti di Riccardo Nencini, Nichi Vendola sbatte la porta in faccia a colui che gran parte del Pd vorrebbe come alleato: il leader dell'Udc, appunto, che il presidente della Puglia liquida come «un conservatore».
Bersani esulta perché «la miccia è accesa», ma tra il leader centrista e il capo di Sel sono fuochi d'artificio. Casini denuncia che «l'ipoteca di Vendola sulle primarie è superiore a quella di Renzi» e giudica «un errore» cancellare Monti dal Manifesto del centrosinistra. E Bersani, che pure non vorrebbe polemizzare nel giorno del battesimo dell'alleanza, lo stoppa con garbo: «Casini non si preoccupi, è una bella giornata questa... Non solo per noi, ma per l'Italia».

Ora dunque è ufficiale, nella coalizione non c'è posto per Casini. Per non chiudere del tutto i leader hanno lasciato uno spiraglio in quel passaggio della Carta d'intenti, dove democratici e progressisti «si impegnano a promuovere un accordo di legislatura» con le forze «del centro liberale». Troppo poco, per i riformisti del Pd. Eppure il segretario alza «orgoglioso» il calice mezzo pieno: «Le primarie sono la più grande e bella cosa che la politica può offrire».
Nasce così, in un mix di entusiasmo e polemiche dal retrogusto amaro, il polo «democratico e progressista». L'alleanza alternativa al «liberismo, al berlusconismo e al populismo» con cui Bersani conta di approdare a Palazzo Chigi dopo aver battuto, alle primarie, sia Vendola che Matteo Renzi.
Nelle dieci parole d'ordine scolpite nella Carta d'intenti - che Renzi fa virtualmente in pezzi con l'aggettivo «generica» - c'è già, in pillole, il programma di governo: Europa, democrazia, lavoro, uguaglianza, libertà, sapere, sviluppo sostenibile, beni comuni, diritti e responsabilità.

Le regole per le primarie sono pronte. Il sindaco di Firenze è deluso e arrabbiato, eppure dispensa sorrisi e ostenta ottimismo: «Le regole sono sbagliate, ma non si ferma il vento con le mani». Renzi si è impegnato a «rispondere con lealtà», ma a sera da Arezzo si lascia scappare che lui di Bersani si fidava, il patto era «regole per aumentare la partecipazione e purtroppo non è andata così». Si voterà il 25 novembre versando «almeno due euro», con eventuale ballottaggio il 2 dicembre. Per iscriversi e votare gli elettori dovranno fare due file e la questione delicatissima delle deroghe per accedere al secondo turno (avendo saltato la registrazione entro il primo) è stata demandata a un Comitato dei garanti presieduto da Luigi Berlinguer e composto da Mario Chiti, Francesco Forgione e Francesca Brezzi.

E i renziani? Niente, lamentano dallo staff del sindaco, nemmeno un garante piccolo piccolo. «È uno scandalo, un gioco scoperto e senza ritegno per limitare il numero dei votanti», attacca Roberto Reggi per conto di Renzi. Perché mettere le patate roventi nelle mani dei garanti, invece di pelarle subito? «Questo vizio del Pd di rimandare i problemi deve finire. E un altro tema micidiale - si sfoga l'ex sindaco di Piacenza - è la pubblicazione dei votanti».

Detto questo, Renzi ha per ora deciso di comportarsi «come un soldato» e di rispettare il regolamento, sperando che le norme si rivelino un boomerang per l'avversario. «Innanzitutto chiedo il voto ai delusi del Pd - ha detto da Arezzo, con una stoccata a Bersani - . Se poi prendiamo i voti dei delusi dell'altra parte va anche bene».

Il leader del Pd inizia la sua corsa oggi dalla pompa di benzina di Bettola, gestita un tempo da Bersani padre. Una scelta che sa di radici popolari e di sinistra, per far capire con un'immagine simbolica che lui vuole «governare con il popolo» e portare - come dice Vendola - l'Italia «oltre Monti», rispettando gli impegni con l'Europa e però anteponendo al risanamento la giustizia sociale e la solidarietà con i più deboli.Sul tema dei diritti è Vendola ad aver ottenuto una prima e importante vittoria con il riconoscimento delle coppie gay, altra mossa di sinistra che aumenta la distanza con l'ala cattolica. Bersani aveva fatto a suo tempo consistenti aperture, ma ieri al Centro congressi Roma eventi si è scelto di «dare sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione, ottenendone il riconoscimento giuridico». Il passo avanti è agli atti. Se il centrosinistra andrà al governo Anna Paola Concia è convinta che una legge per le coppie omosessuali si farà: «Noi vorremmo il matrimonio, ma se non riusciremo a ottenerlo avremo almeno le unioni civili...».

Monica Guerzoni

14 ottobre 2012 | 8:33© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_ottobre_14/via-ad-alleanza-pd-vendola-e-su-monti-nasce-caso_bbbf4416-15c7-11e2-9913-5894dabaa4c4.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Rilancio dell'«agenda». Ma niente lista Monti
Inserito da: Admin - Dicembre 22, 2012, 06:29:40 pm
GLI SCENARI


Rilancio dell'«agenda». Ma niente lista Monti
Il Professore ai suoi: troppi ostacoli, il rischio è dividere. Tensione con Casini


ROMA - Chi ci spera ancora rischia di rimanere deluso. Ma il presidente del Consiglio dimissionario sente di avere «la coscienza a posto», di fronte ai cittadini e di fronte ai leader dei partiti. La tentazione è forte, è vero. E però il Professore non sbaglia quando ricorda ai suoi ministri che mai, in nessuna dichiarazione ufficiale, ha affermato di volersi candidare alle Politiche, mai ha fatto balenare pubblicamente la possibilità di un endorsement a favore di quelle forze centriste che hanno investito tutto sul suo nome.

E così, dopo averci riflettuto intensamente per settimane, il Professore ha maturato la convinzione che le condizioni per una discesa in campo per adesso non ci sono. E dunque non ci sarà il suo nome sulle liste. Troppi ostacoli sul cammino, troppi rischi per quel «tesoro» di idee e riforme a cui il premier uscente tiene assai più del proprio destino personale. Ai ministri, che lo hanno visto ancora incerto sull'approdo, Monti ha spiegato che la discesa in campo non è nel suo stile e che, per quanto tirato per la giacca, non può accettare «una candidatura che rischia di dividere anziché unire». La posizione durissima del Pd, D'Alema in primis, lo ha impressionato e scoraggiato. E pure la squadra di governo si è divisa in favorevoli e contrari. Se Corrado Passera si è molto speso per convincere il Professore alla sfida, Paola Severino, tra gli altri, lo ha messo in guardia: «Pensaci bene, Mario. Ci sono troppi rischi... E se non vinci?».

Alla fine, come sempre, il Professore ha fatto di testa sua. E non è per via dei sondaggi non brillantissimi che ha scelto la linea soft, cautela e gradualità. Quando è salito al Quirinale per rassegnare il mandato Monti era di «animo sereno», ma aveva dipinta sul viso un'espressione mesta. «Il clima non era allegrissimo...», confermano i collaboratori più stretti. E però al Colle, dopo giorni non privi di incomprensioni, la scelta di restare fermo e di non concedere il proprio «brand» a Montezemolo e Casini - con il quale ci sono alcune tensioni - lo ha rimesso in sintonia con Napolitano.

Non si pensi però che Monti abbia scelto il disimpegno, perché la road map di Palazzo Chigi non prevede l'uscita di scena. Il primo e «fondamentale» passo è far conoscere agli elettori quanto è stato fatto in questo anno «difficile e affascinante» e quanto ancora un esecutivo che raccolga l'agenda Monti potrebbe fare: un manifesto programmatico che gli consentirebbe di restare sulla scena da riserva della Repubblica, in attesa di una chiamata che potrebbe arrivare dopo il voto in caso di risultato elettorale incerto e ingovernabilità al Senato. Il secondo step - ma qui davvero Monti non ha ancora deciso - potrebbe essere una sorta di appoggio esterno, diluito nel tempo, alle liste centriste, il cui destino elettorale è appeso alle sue mosse.

La sua eredità al Paese il professore la consegnerà domani durante la conferenza stampa di fine anno, sotto forma di memorandum. Una sorta di «Bibbia» dell'esecutivo tecnico che sposti l'attenzione dalle persone ai contenuti e metta nero su bianco il bilancio delle cose fatte e il progetto di quelle da fare. In due parole: l'Agenda Monti. I pilastri sono consolidamento dei conti e crescita economica, ma la novità è un pacchetto di provvedimenti per alleggerire finalmente la pressione fiscale per famiglie e imprese. Se la stabilizzazione verso il basso dello spread consentirà, come Monti spera, di allentare la morsa del rigore, sarà possibile rivedere gli scaglioni dell'Irpef e introdurre vantaggi fiscali per le imprese che fanno innovazione e si internazionalizzano. Riforme che i cittadini aspettano con ansia e che Monti aveva anche pensato di spendere in campagna elettorale, se mai avesse deciso di scendere nell'agone.
È una agenda corposa quella che Monti si appresta a presentare «per vedere chi ci sta», con la consapevolezza che Vendola e l'ala sinistra del Pd diranno no. Se c'è una cosa che lo ha frenato è stato il timore che un suo schierarsi avrebbe contribuito a spaccare il Paese, mentre Monti vuole essere colui che unisce. «E il memorandum - avrebbe confidato al suo entourage - può essere lo strumento migliore per federare i moderati». L'agenda, nella sua versione definitiva, contiene le grandi riforme strutturali che garantirebbero il consolidamento della finanza pubblica. Su pensioni e Imu non si torna indietro, ma una seconda patrimoniale non è la cura che serve all'Italia. Sul fronte della crescita il capitolo più «pesante» è quello delle liberalizzazioni ideate da Passera: professioni, servizi, energia, gas, trasporti e servizi pubblici locali. Ma c'è molto di più: dalla fase due della spending review di Piero Giarda ai progetti di Elsa Fornero per mettere in moto l'occupazione dei giovani.

Monica Guerzoni

22 dicembre 2012 | 7:32© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/12_dicembre_22/agenda-monti_d18e1ea6-4c00-11e2-a778-2824390bcabe.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il malessere di Udc e Fli contro «Bondi-Torquemada»
Inserito da: Admin - Gennaio 02, 2013, 05:21:07 pm
Le trattative

Il malessere di Udc e Fli contro «Bondi-Torquemada»

I centristi difendono Cesa e Buttiglione. Casini: non rottamo.

Bersani premier solo se vince al Senato. In forse la lista di Fini


ROMA - Il nuovo anno del centro montiano si apre all'insegna della tensione, con l'Udc in rivolta sotterranea e Pier Ferdinando Casini in grande freddo con il premier in carica. A gelare i rapporti è il ruolo che il Professore ha affidato a Enrico Bondi, commissario del governo per la spending review. L'incarico di supervisore dei curriculum innervosisce gli aspiranti parlamentari, che si sentono osservati, studiati, giudicati e temono di essere respinti col bollino di «impresentabili». Tanto che i centristi hanno preso a paragonare Bondi a Torquemada, il grande inquisitore spagnolo dell'epoca dei re cattolici. Casini, in un'intervista ad Avvenire - oltre a gelare le aspettative del Pd mandando a dire a Bersani che «sarà premier solo se avrà la maggioranza alla Camera e al Senato» - chiarisce la definizione delle liste: «Ci sarà un rinnovamento profondo ma non la rottamazione di persone onestamente impegnate in politica».

La tensione è alta, al punto che l'Udc due giorni fa avrebbe minacciato lo strappo, nel tentativo di smussare le forbici del commissario. Per dire del clima, il 31 dicembre sul sito Formiche.net - rivista fondata dal giornalista Paolo Messa, consigliere «pro tempore» del ministro Corrado Clini ed ex portavoce di Marco Follini quando era segretario dell'Udc - è spuntato un articolo che parla di Bondi come di un «tagliatore di teste» e definisce «giacobina» l'idea di «consegnare il potere di decidere chi deve sedere in Parlamento a un soggetto terzo».

Quel che i centristi non accettano è il veto sul nome del segretario Lorenzo Cesa per i suoi trascorsi guai giudiziari, risolti in prescrizione. Né intendono cedere alla richiesta di Bondi, e dunque di Monti, di convincere al passo indietro il presidente Rocco Buttiglione, sulle cui spalle gravano ben più di tre lustri di Parlamento. Il braccio di ferro va avanti da giorni, con Bondi che insiste e Casini che resiste, determinato a non cedere sovranità al punto da farsi imporre le candidature da fare e quelle da evitare. Il punto, per via Due Macelli, è che non sono chiari i criteri di selezione e che il partito «è sì disposto ad accettare il vaglio di Bondi, ma non può lasciar passare il fatto che alcuni nomi siano considerati tabù».

Giorni fa al tavolo delle trattative si era pensato di confinare al Senato indesiderati, naufraghi e riciclati del Parlamento, ma con la lista unica il Professore ci ha ripensato: i nomi più discussi, sempre che riescano a scampare alla ghigliottina di Bondi, dovrebbero dunque finire nelle liste dei rispettivi partiti alla Camera. È il caso ad esempio di Italo Bocchino: Monti non ha dimenticato la dichiarazione un po' avventata con cui, un anno fa, il vicepresidente di Fli rischiò di far saltare il suo governo sul nascere proponendo un esecutivo Monti senza il Pdl per il 2013.

Alla Camera il premier non intende schierare politici, se non nella lista Udc e in quella di Fli. Ma nulla è ancora deciso, non si sa ancora se Gianfranco Fini riuscirà a presentare la sua lista... Le ragioni che tengono i finiani col fiato sospeso sono diverse, non ultimo il fatto che lo stesso leader teme una conta dolorosa nelle urne. Nel listone del Senato finirebbero dunque quei parlamentari uscenti rimasti apolidi, come Mario Mauro o Pietro Ichino. Oltre a Casini, che ha «prenotato» uno scranno a Palazzo Madama, traslocherebbe al Senato anche il capogruppo di Fli Della Vedova, tra i più accesi sostenitori della lista unica.

Monica Guerzoni

2 gennaio 2013 | 8:01© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_gennaio_02/il-malessere-di-udc-e-fli_a9afd568-54a8-11e2-bf2b-52f2ccd54966.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Pronti nome e simbolo: «Con Monti per l'Italia»
Inserito da: Admin - Gennaio 02, 2013, 05:23:59 pm
Il listone al Senato

Pronti nome e simbolo: «Con Monti per l'Italia»

Nel logo c'è un tricolore stilizzato. Il Professore si è rivolto all'agenzia di creativi pugliesi che ha lavorato per Vendola


ROMA - Il colore è il bianco. Il nome della lista è «Con MONTI per l'Italia», dove il leader della coalizione spicca in caratteri maiuscoli. E, a caratterizzare il logo, c'è il tricolore, che incornicia il simbolo sotto forma di bandiera stilizzata. Il logo per il listone del Senato - che sarà riprodotto in piccolo nei simboli delle liste alla Camera - è pronto. Aspetta solo il definitivo via libera di Mario Monti, al quale i bozzetti sono stati consegnati poche ore prima del brindisi di fine anno, lunedì.

Il premier doveva sciogliere la riserva ieri pomeriggio, ma poi ha deciso di prendersi qualche ora di riflessione in più. Ma il tempo stringe e oggi stesso Monti dovrebbe presentare nome e logo. Scartata la proposta di Italia Futura, con le stelle dell'Europa e la scritta «Agenda Monti», sul tavolo del premier resta il simbolo realizzato da una nota agenzia di giovani creativi pugliesi, gli stessi che hanno ideato altre campagne vincenti (e controcorrente) di leader di sinistra, da Michele Emiliano a Nichi Vendola. Sulle prime i pubblicitari avevano progettato un logo molto più «frizzante», ma il Professore, com'è nel suo stile, ha optato per un messaggio graficamente più sobrio che esprime rigore, affidabilità e senso dello Stato.

Ogni riferimento all'agenda è sparito e così la parola «presidente», che sembrava dover accompagnare il nome di Monti. Lo staff del Professore medita di renderlo pubblico oggi stesso, per poi stamparlo e avviare immediatamente la raccolta delle firme per la presentazione delle liste. L'ipotesi più probabile è che lo schieramento montiano si presenti a Montecitorio con una formazione a tre punte: la lista della società civile che fa capo, tra gli altri, a Montezemolo e Riccardi, quella dell'Udc e quella di Fli. Su quest'ultima però la riflessione è ancora aperta, perché nell'entourage di Monti il partito di Fini è visto come uno scoglio.

Il presidente ha ancora qualche dubbio sull'assetto da dare all'alleanza. Monti ha infatti preso in considerazione l'ipotesi di presentare alla Camera addirittura cinque liste, così da moltiplicare le forze sul territorio. L'ipotesi allo studio è di affiancare alle sigle fondatrici una lista di ex pdl e un'altra di ex pd, alla quale stanno lavorando quei parlamentari cattolici che hanno lasciato Bersani al seguito di Lucio D'Ubaldo: il senatore ha depositato il simbolo «Democratici popolari con Monti», però con buona dose di realismo ammette che «in dieci giorni fare 27 liste per le 27 circoscrizioni sarebbe complicato».

Diversi ministri hanno fatto sapere di essere pronti a candidarsi, da Mario Catania a Giulio Terzi di Sant'Agata. Altri invece sono in ritirata. Il premier ha chiamato per gli auguri Corrado Passera e ha provato a convincerlo a tornare in corsa al suo fianco. Ma il ministro dello Sviluppo ha tenuto il punto, convinto com'è che la coalizione di Monti debba presentarsi alla Camera in formazione unitaria.

M. Gu.

2 gennaio 2013 | 9:54© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_gennaio_02/pronti-nome-e-simbolo-monti-per-italia-guerzoni_9a8ed4aa-54a6-11e2-bf2b-52f2ccd54966.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il vertice notturno tra il premier, Casini e Fini
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2013, 11:42:01 am
Il vertice notturno tra il premier, Casini e Fini

Liste Monti: solo una può usare il nome del Prof

Si tratta di «Verso la Terza Repubblica».

Il leader Udc: non andremo in campagna alleati di una lista nostra concorrente


ROMA - Per tentare di risolvere il pasticcio dei simboli Mario Monti si è dovuto infilare in un vertice in notturna con Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini e alla fine, dopo lunga e tormentata discussione, i dubbi e le ansie dei centristi erano ancora tanti. Correre alla Camera con un listone unico, come al Senato, o schierare più liste, differenziando i simboli?

Il problema della «confondibilità» delle insegne elettorali, sollevato dal Pdl, ha costretto il Professore a rivedere la strategia, in una affannosa corsa contro il tempo e in un clima niente affatto disteso. I leader di Udc e Fli sono arrivati all'incontro di Montecitorio con il sospetto che il premier in carica stia favorendo vistosamente la formazione civica di Montezemolo e Riccardi. E con il timore di restare schiacciati nelle urne dal peso dell'unica lista che potrà richiamarsi al nome di Monti: quella di Verso la Terza Repubblica, appunto. La legge vieta infatti alla coalizione di schierare più simboli che contengano il nome del leader. E così, con il Pdl che minaccia le ricorsi e carte bollate, per tutto il giorno si è ragionato di un ritorno alla lista unica. Ma il tempo stringe, i veti sui nomi di alcuni politici hanno fatto impennare la tensione e nell'Udc ci sono forti resistenze sulla prospettiva di «chiudere bottega». Fosse per Monti, Riccardi e Montezemolo, sarebbe ben comodo schierare il simbolo e il nome del leader solo nella lista della società civile, per distinguersi dai politici di professione e fare il pieno di voti. Ma Casini e Fini hanno ben chiaro che senza il «marchio» Monti il loro consenso rischia di ridursi assai... Da qui il braccio di ferro culminato in notturna, con Casini per nulla disposto a farsi triturare: «Certo non andremo in campagna elettorale alleati di una lista che, alla Camera, è nostra concorrente». Trattativa dura, finché un possibile compromesso è saltato fuori: presentarsi con liste separate - società civile, Udc, Fli e forse «ribelli» del Pdl - che richiamino la leadership di Monti grazie a segni grafici diversi.

«Presentare il nostro simbolo senza il nome del premier è pericoloso, rischiamo di finire svuotati», aveva confidato ai suoi Casini.
Ma Benedetto Della Vedova, uno dei dirigenti finiani più graditi al Professore, spera ancora che il dilemma dei simboli costringa gli alleati a unirsi nella squadra più larga: «Ho sempre pensato che la lista unitaria "Con Monti per l'Italia" può dare forza all'intero progetto».
Se Udc e Fli sono in allarme, è anche perché Monti sta privilegiando l'anima civica dello schieramento.

Prova ne sia il vertice «segreto» che si è tenuto alla Camilluccia, dove i politici (tranne qualche transfugo di Pd e Pdl) sono rimasti fuori dalla porta. Per oltre quattro ore, nel chiuso dell'hotel Villa Maria Regina, il premier ha preso appunti e registrato i suggerimenti programmatici di un centinaio tra professori, responsabili tematici di Italia Futura, esponenti delle Acli e di Sant'Egidio. Freschi di passaggio sotto l'ala di Monti c'erano anche gli ex pd Pietro Ichino e Maria Paola Merloni, nonché l'ex pdl Mario Mauro. Il seminario sull'Agenda, che Monti voleva tenere riservato, è stato introdotto da Andrea Riccardi. Poi il premier ha ribadito di voler «smontare il bipolarismo» e che la sua formazione è tutt'altro che moderata: «Faremo riforme molto incisive e radicali».

Monica Guerzoni

4 gennaio 2013 | 9:34© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_gennaio_04/rebus-simbolo-centristi-lavorano-compromesso-monica-guerzoni_bb60e072-5638-11e2-9534-ad350c7cbb97.shtml


Titolo: Parisi: altro che vittoria annunciata Un errore l'euforia post primarie
Inserito da: Admin - Febbraio 02, 2013, 05:43:33 pm
L'INTERVISTA L'EX MINISTRO PRODIANO: «IL RECUPERO DEL CAVALIERE NON MI STUPISCE, LUI È IL PIÙ GRANDE VENDITORE DEL MONDO»

«Per il Pd era meglio non gonfiare troppo il petto»

Parisi: altro che vittoria annunciata Un errore l'euforia post primarie


ROMA  «Berlusconi si conferma come il più grande venditore del mondo».


Detto da lei, onorevole Arturo Parisi, che aveva festeggiato il ritiro del Cavaliere come un bene per la democrazia...
«I grandi venditori sono quelli che vendono cose che non possiedono, annunciando risultati lontani per costruire, sul loro annuncio, la vittoria annunciata. Così ha riaggregato un campo che appariva definitivamente sbandato».

A forza di recuperare punti, può ribaltare i pronostici?«Che abbia recuperato è fuori dubbio, quanto è tutta un'altra cosa. Non credo tuttavia che questo gli possa bastare per rovesciare i pronostici».

Ritiene concreto il rischio di un Senato ingovernabile?
«Il problema non è l'ingovernabilità del Senato, ma la governabilità del Paese. Il rischio è una vittoria insufficiente rispetto ai compiti che ci attendono. Sulla scia della lontana lezione di Berlinguer, D'Alema e Bersani ripetono da tempo che per governare il Paese ci vuole ben altro che il 50% più uno degli elettori. Figuriamoci se questi dovessero essere quel 35% che oggi i sondaggi attribuiscono ai progressisti, o quel 30% riconosciuto al Pd».

All'indomani delle primarie Bersani si è mosso da premier in pectore. Poi cosa è successo? Dove ha sbagliato, se ha sbagliato?
«Se il presidente Napolitano conferma la sua determinazione a dare l'incarico al leader della coalizione vincente, non riesco ad intravvedere un altro premier in pectore. Quello che certo andava evitato era di gonfiare il petto troppo e troppo presto. Anche su questo ha investito Berlusconi per impostare il contrattacco. Come nel '94, ha lasciato crescere la prospettiva della vittoria progressista per dimostrare che solo lui poteva provare a fermarla».

Se Berlusconi dovesse rivelarsi determinante per governare, può il Pd fare accordi con il centrodestra sulle riforme?
«Su quelle istituzionali, più che possibile resta doveroso. Non vorrei tuttavia risentire Bersani, dopo un anno di trattative cuore a cuore, proclamarsi imbrogliato come è capitato per il Porcellum. E neppure vorrei rivedere la destra approvare in solitudine al Senato una riforma costituzionale che ha introdotto nientedimeno che il sistema presidenziale, che ora giustamente si guarda bene dal ricordare come un merito.
Quanto invece alle altre riforme, è un'altra cosa».

La grande coalizione è di nuovo possibile?
«Ho paura che quella pensabile non sia una grande coalizione, ma solo una grossa coalizione. Il Paese ha invece bisogno di una proposta chiara e forte, fondata sul consenso diretto ed esplicito della maggioranza dei cittadini. Se questo non risultasse ora possibile, tanto vale modificare subito la legge elettorale e ritornare al più presto al voto».

E Monti?
Ha alzato i toni contro il Pd, ha aperto al Pdl...«Era quello che aveva già iniziato a fare Casini quando diceva, senza riderne, di lavorare per un governo aperto al Pdl senza Berlusconi e magari a Bersani, senza tutto il Pd. Ho paura che anche Monti stia imparando a fare politica troppo in fretta».

Non sbaglia Bersani a non cercare un patto con Monti prima del voto?
«Era quello che avrebbero dovuto fare tutti. Lo ripeto inutilmente da anni. Se l'unica via per dare al Paese una maggioranza ampia e coerente era, come dice Bersani, un accordo tra i moderati e i progressisti, tanto valeva stringere un patto davanti agli elettori, davanti agli elettori mantenerlo e, nel caso, scioglierlo. Si è invece preferito rinviare tutto a dopo il voto all'insegna del "parla tu con i tuoi che io parlo ai miei, e poi ci parleremo tra noi". Esattamente come ha imparato a rispondere Monti quando dice che dichiarare le alleanze prima è "vecchia politica"».

Bersani è ancora in tempo o rischia la fine di Occhetto e della gioiosa macchina da guerra del '94?
«Qua si gioca alle elezioni come se fosse un normale incontro sportivo. Fra un mese riscopriremo che, quello che pensavamo fosse il fischio di fine della partita, era invece il fischio di inizio».La vedo a disagio...

Sta pensando di non votare il Pd?
«Votare voto. Ma sempre più da elettore di opinione. Per me il totale dà ancora Pd, però gli addendi della somma col segno meno sono ancora troppi. Non è questo il Pd per il quale 20 anni fa mi ero messo in cammino. Ma ora la priorità è accompagnare Berlusconi all'uscita».


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Guerzoni Monica

(30 gennaio 2013) - Corriere della Sera

da - http://archiviostorico.corriere.it/2013/gennaio/30/Per_era_meglio_non_gonfiare_co_0_20130130_efd1ef3a-6aca-11e2-82e4-8aecb8ed7b90.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - i candidati fuori scena
Inserito da: Admin - Febbraio 18, 2013, 12:15:01 pm
i candidati fuori scena

Da Bombassei a Galli, da Idem a Vezzali: tutte le liti della campagna elettorale

Parole forti Briatore su Twitter contro il ministro Catania, Michele Boldrin contro Loretta Napoleoni


ROMA - Gli storici duelli nei collegi del maggioritario sono un ricordo lontanissimo, consegnato a ritagli ingialliti di giornale. Ai tempi del Porcellum, delle liste bloccate e dei parlamentari nominati, l'onore e l'onere della rissa politica è riservato ai soli leader, intenti a beccarsi ogni giorno in un metaforico pollaio che li vede rinchiusi in gabbie separate: Berlusconi contro Monti, Monti contro Bersani, Bersani contro Berlusconi, Berlusconi contro Giannino, Ingroia contro Bersani, Grillo contro tutti: «I politici? Facce di bronzo, facce di merda, facce da culo - li apostrofa un giorno sì e l'altro pure il guru di M5S - Parassiti, pidocchi, mignatte, zecche, virus...». Ma dietro le quinte della scena madre, e dunque sulle poltroncine degli studi tv, i comprimari se le menano di santa ragione, dando vita a scontri furibondi destinati a rimbalzare in eterno sulle pagine del web.

Tra i «castigamatti» di professione va ascritto di diritto l'economista Michele Boldrin, classe 1956, che ama definirsi un «liberista combattente». Il 15 febbraio a Piazza Pulita il candidato di Fermare il declino - già noto per aver litigato a tempo debito con Alessandro Sallusti, Renato Soru, Roberto Cota, don Gallo, Roberto Castelli, Stefano Fassina e moltissimi altri - si è fatto notare per un siparietto niente affatto sobrio con Loretta Napoleoni, solido punto di riferimento dei grillini. «Lei non è un'economista», l'ha derubricata Boldrin. E la signora, piuttosto offesa: «Lei è un cafone». Come racconta Il Foglio di sabato in un lungo ritratto firmato da Marianna Rizzini, il litigio è approdato il giorno dopo su Twitter. E lì Napoleoni ha invitato le potenziali elettrici di Fermare il declino a «riflettere sul maschilismo di personaggi come Boldrin», al quale tra l'altro addebita «tentativi di stupro intellettuale del branco di omiciattoli italioti».Parole forti, ma nemmeno troppo in una campagna che ha sdoganato tutti gli insulti possibili e immaginabili e liberalizzato le più acrobatiche metafore, intrise di giaguari, tacchini e altri animali.

Qualche giorno fa, dovendo ricorrere al termine «cazzata», Berlusconi si è incaricato di spiegare che il sostantivo non è più una parolaccia. E dunque ecco su Twitter l'imprenditore Flavio Briatore che cinguetta con un suo seguace a proposito di un tale «caghetta». E chi sarebbe, chiede al suo follower il già manager di Formula 1, Mario Catania? Sbagliato! Il simpatico epiteto, chiarisce l'amico di Briatore, era rivolto a Gianfranco Fini... Ma fa nulla, perché nella pagina «social» di Briatore ce n'è anche per il ministro dell'Agricoltura, candidato dell'Udc e colpevole di aver detto in quel di Saluzzo, terra natale dell'imprenditore piemontese, che l'Italia di Briatore non gli piace. Giudizio prontamente ricambiato via Twitter dal marito della Gregoraci: «Che figo questo ministro... Chiediamogli quanti posti di lavoro ha creato e con quale meritocrazia è andato al governo». Avanti così, in un crescendo rossiniano che rischia di allontanare ancor più gli italiani dalla politica. Quando Monti invita Bersani a «silenziare Fassina», Renato Brunetta difende l'avversario democratico e si scaglia contro il premier: «È impazzito? Ha perso la testa». E quando il Professore inciampa nella gaffe sulla «statura accademica» dell'onorevole pidiellino, Brunetta ricambia con «tecnocrate autoritario, disinformato e pasticcione». Ma il più elettrico, verbalmente parlando, è il Cavaliere. Oscar Giannino lo insidia in Lombardia e Berlusconi prova a stopparlo: «Qualcuno ha detto che sono un guitto senza testa. Lo ha detto uno che è pronto a entrare in un circo per come si veste e si chiama Giannino».

Duelli imprevisti e duelli mancati. Che fine hanno fatto la canoista democratica Josepha Idem e la schermidrice montiana Valentina Vezzali? Dovevano incrociare focosamente le lame e invece si sono limitate a punzecchiarsi, una in punta di fioretto, l'altra in punta di remo. A distanza di sicurezza si sono tenuti anche Piero Ichino e Maurizio Sacconi, per non dire di Giampaolo Galli e Alberto Bombassei: nessuno è riuscito a mettere l'uno contro l'altro l'ex direttore generale di Confindustria, candidato con Bersani e il patron della Brembo, schierato con Monti.

Paradossi di una campagna irripetibile. Si spera...

Monica Guerzoni

18 febbraio 2013 | 10:55© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni/notizie/18-febbraio-tutte-le-liti-della-campagna-elettorale_35d43138-7993-11e2-9a1e-b7381312d669.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Accantonati i politici di professione
Inserito da: Admin - Marzo 18, 2013, 05:23:40 pm
Il retroscena

Nel "governo Bersani" la carica di donne

In pista Tinagli, Mosca e Marzano

Accantonati i politici di professione


ROMA - «Ho buttato via due ministri!». Nella battuta con cui Bersani commenta l'elezione di Boldrini e Grasso c'è in nuce la lista che spera di consegnare al Quirinale, se e quando sarà. Dopo aver portato «una boccata d'aria fresca» in Parlamento, il segretario del Pd progetta la stessa rivoluzione per Palazzo Chigi. Un «governo di cambiamento» dove al posto di D'Alema, Veltroni, Fioroni, Bindi, Vendola o Visco siedano talenti che poco o nulla hanno a che fare con la politica di professione. «Gente nuova e di esperienza», è la formula magica che ronza nella testa di Bersani. I nomi? Lui non li fa, ma al Nazareno le voci si rincorrono. Il leader vuole «giovani sperimentati» e molte donne ed ecco che nel totoministre entrano Maria Chiara Carrozza, rettore del Sant'Anna di Pisa e la filosofa Michela Marzano, Paola Muti del Regina Elena e Irene Tinagli: l'onorevole economista montiana potrebbe tornare utile nella chiave della «corresponsabilità».

Se mai toccherà a lui il segretario si muoverà con il «metodo Boldrini» cercando figure autorevoli come Stefano Rodotà, figure che possano incrinare la rigida obbedienza dei grillini. Intelligenze esterne alla logica partitocratica: da Gianpaolo Galli a Salvatore Settis. Il socialista Riccardo Nencini ha in tasca una rosa di papabili: il campione delle nanotecnologie applicate alla medicina Mauro Ferrari per la Sanità e Alessandro Cecchi Paone per un futuribile ministero dei Diritti civili. E i «giovani turchi»? Matteo Orfini e Stefano Fassina, pur apprezzati da Bersani, pensano più alla segreteria che al governo. E Andrea Orlando, il cui nome riecheggiava per la Giustizia, è in corsa per guidare il gruppo alla Camera: sfida ardua, perché la sua area ha giocato duro nella partita delle presidenze. Si dice che Bersani abbia proposto a Franceschini e Finocchiaro di restare ai loro posti almeno per un po', ma tra i giovani bersaniani c'è chi propone di sparigliare lanciando due renziani: Richetti e Marcucci.

Per lo storico Gotor si parla dell'Istruzione, mentre il cammino verso Palazzo Chigi di Errani e Migliavacca è tutto in salita: con Bersani vittorioso sarebbero entrati al governo da sottosegretari alla presidenza del Consiglio, ma col nuovo schema anche «gli emiliani» rischiano di dover fare un passo indietro. Bersani è stato chiaro: «Io, Franceschini e Finocchiaro siamo di una generazione che è capace di non mettersi davanti al bene collettivo...». La novità è che ora il leader include anche se stesso nel novero dei «rottamandi» e apre all'ipotesi di gazebo in estate: «Spero che non si vada a votare a giugno. Quanto alle primarie, siamo talmente collaudati che non vedo problemi». Gli elettori potrebbero trovare sulla scheda due nomi, Matteo Renzi e Fabrizio Barca, che è in corsa anche per i ministeri economici. Ma se gli elettori del centrosinistra fossero chiamati a scegliere il candidato premier anche Laura Boldrini potrebbe essere un bel nome.

Per gli Interni si è vociferato di Emanuele Fiano e per il Lavoro di Guglielmo Epifani, ma chissà: forse anche l'ex leader della Cigl appartiene ormai ad un'altra era... E se pure Enrico Letta dovesse fare le spese del nuovo che avanza, il vicesegretario ha due discepoli che godono della stima di Bersani, Francesco Boccia e Alessia Mosca.

Monica Guerzoni

18 marzo 2013 | 11:03© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/politica/13_marzo_18/tinagli-mosca-donne-totoministri_f52d3414-8fa8-11e2-a149-c4a425fe1e94.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Speranza: importante il confronto sul Colle
Inserito da: Admin - Aprile 07, 2013, 06:20:08 pm
L'intervista - Il capogruppo alla Camera: ma serve un esecutivo di cambiamento

«Cavaliere legittimato, non ha voti di serie B È giusto confrontarsi»

Speranza: importante il confronto sul Colle


ROMA - «Dire che il Pd non può scegliersi l'avversario politico è una cosa intelligente e giusta, io la condivido».
Non era scontato, presidente Roberto Speranza. Lei è il capogruppo dei deputati del Pd, quindi un bersaniano di ferro.
«Ho letto l'intervista di Franceschini non in contraddizione con la linea di questi mesi, anche sul piano della cultura politica».
Non è una rottura?
«Al contrario, la sua posizione sta dentro una riflessione che il gruppo dirigente ha avviato da settimane e assume un punto di vista con più coraggio. Immaginare che sia una parte a scegliere chi comanda nell'altra non è nel novero delle cose reali. La legittimazione di Berlusconi arriva dai voti, i nostri non sono di serie A e i loro di serie B».
Novità importante... Berlusconi non è più il demonio. Ci si può dialogare e magari fare anche un governo assieme?
«Il tema del dialogo è fuori discussione, Bersani stesso si è detto disponibile a incontrare l'ex premier. Il punto è l'esito, la formula politica. Alla domanda di cambiamento emersa dal voto bisogna rispondere con una traiettoria adeguata, non con una formula sbagliata, di arroccamento contro le forze antisistema».
Le fa paura Grillo, quando dice che se il Pd fa un governo con il Pdl la gente prende i bastoni?
«Non dobbiamo avere paura di confrontarci con gli altri. Ma non significa fare un governo con ministri del Pd e del Pdl, non è la scelta della direzione nazionale. La prospettiva non è una formula politicista come il governissimo, è quel governo di cambiamento di cui l'Italia ha bisogno».
Qual è la sua formula?
«Un governo che conti in primis sulla forza parlamentare del centrosinistra e che sia capace di interpretare la domanda di cambiamento, anche oltre i confini del nostro schieramento.
Quello che è chiaro è che l'alternativa non può essere o voto anticipato o alleanza stretta tra Pd e Pdl».
L'ex segretario parla di governo di transizione.
«Come faremo tecnicamente, anche sul piano parlamentare, lo si vedrà con il passare dei giorni. Per ora noi stiamo alle decisioni prese. Nessuno scambio inaccettabile, ci muoviamo dentro il mandato costituzionale cercando una modalità condivisa per eleggere il capo dello Stato».
Dopodiché c'è il governo...
«Il confronto sul Quirinale può creare condizioni migliori per farlo nascere. La nostra proposta sulle riforme istituzionali l'abbiamo avanzata a tutte le forze politiche, ma il tema del governo ha bisogno di uno sbocco sul terreno del cambiamento. Però il giudizio sugli anni di Berlusconi a Palazzo Chigi non cambia, sarebbe fuorviante».
Bersani resta isolato?
«È un'immagine sbagliata, il Pd ha dimostrato nei momenti decisivi di saper essere unito nell'interesse del Paese».
Sulle commissioni 30 deputati si sono smarcati dalla linea del Pd. Riuscirà a tenere il gruppo?
«Il Pd non è una caserma, si discute. Tutti i nostri parlamentari, non solo quelli che hanno firmato il documento, hanno fretta di impegnarsi. Ma nel pieno rispetto dell'ordinamento e in coordinamento col Senato».
Barca è pronto a guidare il Pd. E Bersani, è pronto a cedergli il posto?
«Bersani è il segretario. Oggi il tema per il Pd non è il congresso e non sono le primarie per la premiership. Il punto è il governo. Quando una personalità di valore come Barca decide di stare nel campo della politica se ne arricchisce la democrazia».
Se non farete le primarie Renzi farà la scissione.
«Le primarie si fanno quando si vota, non quando si fa un governo. Scissioni io non ne vedo».

Monica Guerzoni

7 aprile 2013 | 9:27© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_aprile_07/speranza-capogruppo-pd-berlusconi-confronto_6a1b9224-9f45-11e2-bce6-d212a8ef12b1.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - E una certezza: è stato «fuoco amico»
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2013, 12:17:13 pm
Sospetti anche su dalemiani e renziani. E una certezza: è stato «fuoco amico»

La carica di quei centouno franchi tiratori

Ex Ppi e Sel: non siamo noi, c'è la prova

Schede fotografate per evitare l'accusa di tradimento.

C'è chi accusa gli ex popolari, chi i «giovani turchi», chi i renziani


ROMA - Lo sguardo attonito di Miguel Gotor, consigliere del segretario: «È finita, è finita». Lo sfogo rabbioso del leader socialista Riccardo Nencini, appena fuori dall'Aula: «Per le faide interne stanno buttando a puttane tutto». E dentro, nell'emiciclo di Montecitorio, le facce di pietra dei democratici, che a decine resteranno immobili sui banchi per lunghissimi, angosciosi minuti, a contemplare l'abisso di veleni, rancori, vendette in cui l'intero Pd è precipitato. I bersaniani accusano i popolari, i popolari puntano a dito i dalemiani - che hanno accolto come «una ferita» la scelta di Prodi - Beppe Fioroni giura che i suoi hanno votato tutti l'ex premier, al quale lui sarà grato per sempre perché lo nominò ministro: «Io non dimentico». Finché a poco a poco, nel corridoio dei passi perduti, s'insinua tra i fedelissimi del segretario il sospetto che sia stato «quel bastardo» del sindaco di Firenze a rovesciare il tavolo: in combutta con D'Alema. «Qui la prima gallina che canta è quella che ha fatto l'uovo - attacca a caldo Paola De Micheli, la faccia allegra della segreteria - Non è stato Matteo Renzi il primo a dire che la candidatura di Prodi non c'è più?». No, il sindaco si arrabbia, dice che i «doppiogiochisti» non gli sono mai piaciuti e che non è stato lui a complottare contro Prodi... I toscani sono nel mirino e accusano gli emiliani, i 40 che già su Marini avevano strappato e che ora accusano i renziani di «paciugare» con D'Alema e Monti. «Noi emiliani Romano lo abbiamo scelto e votato» respinge i sospetti Maria Cecilia Guerra, senatrice e sottosegretario di Modena.

Cosa sia successo nel segreto dell'urna nessuno lo saprà mai, l'unica certezza è che si tratta di fuoco amico, fuoco incrociato. «Altro che franchi tiratori, cento voti sono tanti, non è ammissibile, non è comprensibile...», fa di conto Davide Zoggia, sotto choc. È un agguato, una congiura di palazzo... Anzi più agguati, più congiure insieme. Forse due diverse fazioni organizzate. «Non c'è un disegno unico, è una maionese impazzita» sintetizza la crisi il renziano Ermete Realacci. Parte la caccia ai colpevoli, scatta lo psicodramma collettivo. Chi è stato? Chi ha tradito? I primi a salire sul banco degli imputati sono gli amici di Franco Marini, altra vittima sacrificale di un Pd che scopre, in modo traumatico, di aver cambiato bruscamente pelle. Ma no, i Popolari, che sono una trentina, hanno le «prove documentali» e qualcuno, con riservatezza, mostra il cellulare con la foto della scheda, dove c'è scritto «PRODI». Gli ex dc invitano i cronisti a guardare altrove, a indagare nel campo dalemiano: «I numeri corrispondono, loro sì che sono più di cento». Troppo facile, anche i seguaci dell'ex premier, così come i giovani turchi, tirano fuori i palmari e ostentano la scheda, consapevoli del rischio che corrono perché fotografare il voto non si può. Fiutato il rischio del tutti-contro-tutti i parlamentari si sono attrezzati. «Sapevamo che ci avrebbero messo in mezzo», alza le mani un fioroniano.

Sandro Gozi, prodiano della primissima ora, non ha dubbi: «Dalemiani e popolari». Un grande elettore emiliano ha una tesi più sofisticata, sostiene che i conti tornano alla perfezione, che «Renzi ha cacciato Marini e imposto Prodi, poi lo ha impallinato per sfasciare il partito e farsi la sua lista elettorale sulle macerie del Pd». Vendola, il leader di Sel, esce a razzo dall'Aula e vuole si sappia, subito, che non sono suoi quei 50 voti finiti in regalo a Rodotà: «Siccome lo sappiamo come gira qui dentro abbiamo scritto tutti "R. Prodi"». Il fondatore dell'Ulivo e padre nobile del Pd bombardato dai suoi parlamentari, dagli stessi grandi elettori che al mattino, all'assemblea del Capranica, avevano alzato compatti la mano per dire «sì, io lo voto, io sono con Prodi». Ed è da quel gesto che bisogna partire. Dal momento in cui Pier Luigi Bersani, alle nove del mattino, propone ai suoi grandi elettori il nome del candidato ufficiale. Ovazione, con prodiani (e renziani) che scattano in piedi, come un sol uomo, e acclamano l'unità ritrovata. Ma ecco che Luigi Zanda, capogruppo al Senato, prende la parola e dice che forse, viste le «sensibilità diverse», servirebbe una consultazione sui nomi ancora in pista. E lo dice perché nella notte i «giovani turchi» avevano dato battaglia, chiedendo primarie tra Prodi e D'Alema. È lo stesso Zanda a concludere che, visto l'applauso energico su Romano, forse la consultazione non serve più... Forse si può votare senza formalismi, per alzata di mano. Nuovo applauso e centinaia di braccia che scattano verso l'alto, spazzando via ogni dubbio: «Il candidato è Prodi, approvazione unanime».

Dieci ore più tardi, alla Camera dei deputati, la maschera collettiva va in pezzi. La presidente Boldrini legge il verdetto di condanna: 395 voti. Centouno franchi tiratori. «È un tiro al piattello», geme Gianclaudio Bressa. «Una guerra per bande», respinge i sospetti il fioroniano Gero Grassi. Anche le giovani leve che Bersani ha portato in Parlamento con le primarie sono sotto accusa. I dirigenti, frastornati, raccontano dei «ragazzini che hanno votato Rodotà» spinti da «qualche decina di mail e sms», se la prendono con «i nostri giovanissimi, che sono come i grillini» e che «appena arrivati vogliono sfasciare tutto». Matteo Orfini mostra il messaggio di un militante: «Inciucioni e incapaci», c'è scritto. «Chi ha alzato la mano in assemblea e poi non ha votato Prodi mi fa schifo», dice ai giornalisti l'ex portavoce di D'Alema. Arriva un cronista di Sky e gli chiede di parlare in tv e lui, per una volta, declina. Ci metta la faccia, onorevole... E Orfini, con una risata amara: «Sempre io? E che palle!».

Monica Guerzoni

20 aprile 2013 | 7:42© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/politica/speciali/2013/elezioni-presidente-repubblica/notizie/20aprile-pd-franchi-tiratori_48276628-a979-11e2-8070-0e94b2f2d724.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - La rivolta dei giovani del Pd «Non abbiamo sabotato Prodi»
Inserito da: Admin - Aprile 21, 2013, 12:18:13 am
TERREMOTO PARTITO DEMOCRATICO

La rivolta dei giovani del Pd «Non abbiamo sabotato Prodi»

Tredici firme contro la «caccia alle streghe» nel partito: «Pd dilaniato da vecchi rancori»

Alessandra Moretti e Marianna Madia guidano la rivolta. Lo scontro generazionale è iniziato. In vista del congresso che verrà i giovani del Pd firmano un documento per respingere l'accusa di aver sabotato Romano Prodi. Non sono stati loro, scrivono in questa lettera che il «Corriere» ha intercettato, a impallinare nel segreto dell'urna il fondatore dell'Ulivo e padre nobile del Pd. Sono stati eletti grazie alle primarie, è vero, il che li ha resi «più sensibili alle rimostranze del territorio». Ma non ci stanno a passare da capri espiatori. Respingono con forza la «caccia alle streghe» e dipingono un Pd «dilaniato da vecchi rancori». Rancori che le giovani leve sono determinate a scardinare. Il documento porta in calce 13 firme ma i promotori contano di raccoglierne un centinaio.

Monica Guerzoni

I commenti e alcune dichiarazioni, comparse stamani sulla stampa, che attribuiscono ai neo eletti in parlamento, scelti con il metodo delle primarie, il ruolo di franchi tiratori nell'elezione del Presidente Romano Prodi, non corrispondono in alcun modo alla realtà ed appaiono strumentali per tentare di trovare capri espiatori sui quali scaricare la responsabilità di questo gravissimo risultato ai danni del Paese. Non possiamo in alcun modo accettare questo attacco senza fondamento: 1) Perchè abbiamo convintamente sostenuto la candidatura a Presidente della Repubblica di Romano Prodi, di cui condividiamo i valori di riferimento quale padre fondatore dell'Ulivo e fervente difensore della Costituzione, nonchè quale figura politica di grande prestigio che continua a guardare e a parlare al futuro in qualità di economista, europeista e persona impegnata a livello internazionale in rappresentanza dell'Onu; 2) perchè proprio in quanto eletti con le primarie abbiamo l'abitudine di metterci sempre la faccia ed affrontare apertamente e direttamente le battaglie nelle sedi politiche e/o pubbliche opportune senza nasconderci dietro il comportamento politicamente vigliacco del voto segreto in urna; battaglia che abbiamo condotto a viso aperto e con grande tormento nella scelta di scheda bianca nel terzo scrutinio di voto per l'elezione a Presidente della Repubblica di Franco Marini. Non ci stiamo quindi al gioco post voto di caccia alle streghe di chi oggi sostiene che questo risultato disastroso sia da addebitare alla irresponsabilità di una nuova generazione di parlamentari, come lo stesso Roberto Speranza, al quale rinnoviamo la stima e la fiducia, ha oggi evidenziato. Il voto con le primarie ha probabilmente generato in noi una maggiore sensibilità alle rimostranze del territorio e alle sue aspettative politiche, sensibilità di cui andiamo particolarmente orgogliosi e a cui non intendiamo rinunciare in alcun modo. Questa capacità di «tenere l'orecchio a terra» non riduce in noi la consapevolezza e la capacità che il nostro ruolo di parlamentari della Repubblica richiede di saper coniugare il richiamo del territorio con l'esercizio delle responsabilità istituzionali di rilievo nazionale che siamo chiamati a svolgere in questa fase politica di particolare crisi della credibilità politica della classe dirigente. Purtroppo, questo è un partito dilaniato da vecchi rancori che proprio noi vogliamo scardinare. Rancori che si sono consumati ieri in aula e che hanno prodotto il triste e vergognoso risultato di ieri. Adesso siamo concentrati per mettere in sicurezza le istituzioni democratiche del Paese, votando Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica e iniziando a dare le risposte urgenti di cui il paese ha necessità. Un minuto dopo dobbiamo lavorare perché il Pd abbia una nuova vita.

Paolo Bolognesi, Umberto D'Ottavio, Marilena Fabbri, Francesco Laforgia, Marianna Madia, Alessia Morani, Alessandra Moretti, Irene Manzi, Chiara Scuvera, Roberto Rampi, Alessia Rotta

20 aprile 2013 | 19:25


Titolo: MONICA GUERZONI. - Ottimismo a Palazzo Chigi: la strada è tracciata
Inserito da: Admin - Maggio 06, 2013, 11:38:25 am
Ottimismo a Palazzo Chigi: la strada è tracciata

Il premier e Berlusconi: tra noi patto molto chiaro

Letta: non penso che Berlusconi possa fare gesti unilaterali, perché dovrebbe modificare il suo profilo?


ROMA - Il fondale è pieno di scogli e il comandante ha ben chiaro che alla sua nave, varata da una settimana appena, tocca «navigare a vista». Ogni miglio di mare nasconde nuove insidie. Eppure Enrico Letta, che oggi a Madrid incontrerà il premier spagnolo Mariano Rajoy, non sembra troppo preoccupato per la tenuta del suo governo. «Non penso che Berlusconi possa fare gesti unilaterali - è la riflessione che ha affidato ai collaboratori - Perché dovrebbe modificare il profilo responsabile e istituzionale che si è costruito?».

Gli aut aut dell'ex premier piovono su Palazzo Chigi con cadenza quasi quotidiana, ma Letta non sente di avere il fiato del Cavaliere sul collo. E, con buona dose di realismo politico, si prepara a sciogliere pazientemente un nodo al giorno. «La durata del governo è legata alle riforme che faremo», è il leitmotiv. Il patto tra Letta e Berlusconi si fonda su un rapporto che il premier ritiene «molto chiaro e franco», declinato su pochi punti fondamentali. Per Letta la riforma elettorale e costituzionale è un «passaggio essenziale». Ma in cima alla lista, per dare un segnale di speranza sulla fine della dinamica recessiva, c'è il congelamento dell'Imu: e qui il presidente del Consiglio è consapevole di non potersi permettere temporeggiamenti. «Stop alla rata di giugno, piano complessivo sulla casa e poi discussione con la maggioranza», è la sua tabella di marcia. Ormai, ragionano a Palazzo Chigi, il governo è incardinato. La road map è tracciata e l'importante è non perdere la bussola delle cose da fare. Evitando di buttare sul percorso, già piuttosto accidentato in partenza, «elementi di preoccupazione ulteriore». Comprensibile dunque che il dossier giustizia, per dire di uno dei più spinosi e meno condivisi, sia destinato a finire in coda all'agenda.

Venerdì scorso Berlusconi ha chiamato Letta, di ritorno dal tour che lo ha visto a Berlino, Parigi e Bruxelles e si è complimentato per l'«ottimo debutto in Europa». Da allora a oggi, nonostante le fibrillazioni politiche siano aumentate, nella sostanza i rapporti tra i due non sono mutati. I limiti di un governo nato dall'emergenza e costretto al compromesso sono chiari a entrambi, così come le reciproche regole di ingaggio. Ma se molti pensano che Berlusconi stia solo aspettando il momento giusto per staccare la spina al governo, la sua durata è invece un obiettivo comune. «Io sono assolutamente filogovernativo - è il ragionamento del Cavaliere -. Ho vinto su tutta la linea... Volevo Napolitano ed è stato rieletto, chiedevo le larghe intese e abbiamo la prima grande coalizione. Perché mai dovrei spegnere le luci di Palazzo Chigi?». L'elettorato del Pd soffre, dopo le dimissioni di Bersani i democratici sono un partito in cerca d'autore e il Pdl, che invece procede compatto, non ha che da approfittarne. «Se Letta dura e noi riusciamo a costruire un grande rassemblement dei moderati - è il piano di Berlusconi, convinto di avere in tasca la "golden share" del governo - il centrodestra governerà il Paese per i prossimi vent'anni».

Uno scenario da incubo per il Pd. L'ex ministro Beppe Fioroni, punto di riferimento dei cattolici democratici, ha fiutato l'aria prima di altri e avverte: «La durata del governo deve deciderla il Pd, non Berlusconi. Dobbiamo metterci la faccia e la forza. Se invece l'esecutivo resta una partita tra il Cavaliere e Letta, Berlusconi si divertirà a farci credere che può staccare la spina quando vuole». Il problema è che il Pd non ha un leader e non è affatto scontato che l'Assemblea nazionale di sabato riesca a rimettere il treno democratico sui giusti binari. «La mia preoccupazione è che il Pd non regga...», ha confidato ai suoi Berlusconi, che ha accolto di buon grado la punizione di Michaela Biancofiore per contenere i maldipancia degli avversari-alleati. «Dobbiamo essere calmi, responsabili e collaborativi», va ripetendo Angelino Alfano ai membri del governo. Più difficile tenere a bada i falchi del Pdl, soprattutto quelli rimasti fuori dalla spartizione delle poltrone. «Abbandoniamo ogni egoismo - placa gli animi Daniela Santanché -. Siamo avanti nei sondaggi, ma tornare al voto sarebbe una follia. Sulle macerie non si costruisce».

Berlusconi coltiva ancora la speranza di sedere a capotavola della Convenzione per le riforme, non però a costo di minare il campo. E così, se il Pd non allenterà il veto, potrebbe tirarsi fuori. La pacificazione lettiana è anche la sua mission . «La persecuzione nei miei confronti è finita», va ripetendo Berlusconi agli amici. E se pure dovesse arrivare una condanna sui diritti tv Mediaset, la subirà con animo più sereno, soddisfatto perché «il clima è cambiato e la furiosa contrapposizione di cui sono stato vittima non esiste più».

Monica Guerzoni

6 maggio 2013 | 8:07© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_maggio_06/guerzoni-premier-e-berlusconi-tra%20noi-patto-molto-chiaro_113eff8c-b611-11e2-9456-8f00d48981dc.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Civati organizza i giovani ribelli.
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2013, 11:06:50 pm
Sale Speranza.

Ipotesi Bersani capogruppo Pd, l'accordo non c'è. «E sabato in assemblea può scattare la rissa»

Civati organizza i giovani ribelli.

D'Alema da Firenze: «L'unica vittoria di Renzi è che io non sono più in Parlamento»


ROMA - «Se andiamo avanti così rischiamo che sabato finisca il Pd...». Sabato è domani, manca un giorno all'assemblea nazionale e Pippo Civati, punto di riferimento per tanti giovani ribelli, quasi spera nel big bang. Dal caos può venir fuori di tutto. Anche un segretario a sorpresa, frutto di una conta sanguinosa. Un nome come lo stesso Civati, persino? Lui dice che «è presto per parlarne», ma teme che il Pd possa non reggere un nome in continuità con la vecchia dirigenza.

«Il primo che si alza scoppia la rissa - avverte Civati - Se c'è il voto segreto finiamo in mano ai franchi tiratori». Laura Puppato raccoglie le firme su un documento anti larghe intese e una quindicina di giovani parlamentari, tra cui Fausto Raciti ed Enzo Lattuca, aprono ai ribelli. «Occupy Pd», critico con il governo Letta, organizza le truppe, si prepara a premere alle porte della Fiera di Roma e cerca un outsider da lanciare... Brutto clima, in casa democrat . I «facilitatori» Sereni, Scalfarotto, Zanda, Speranza, Amendola e Sassoli hanno proposto due vie d'uscita.

Due strade entrambe impervie, per arrivare alla scelta di un segretario. La prima è una figura di garanzia. Un vecchio saggio o «padre nobile» disposto ad accettare la reggenza fino al congresso di ottobre, senza coltivare velleità di ricandidarsi. Per questa soluzione era stata individuata Anna Finocchiaro. Ma bersaniani e franceschiniani - che fanno asse tra loro e con i lettiani - temono per la senatrice un «effetto Marini», il rischio cioè che possa essere impallinata per il suo bagaglio politico dai 750 membri dell'assemblea che hanno diritto di voto. Motivo per cui si lavora anche su altri nomi, tra cui Fassino, Chiamparino e Chiti. Ma il sindaco di Torino dovrebbe spogliarsi della fascia tricolore e il suo predecessore mollare la remuneratissima presidenza della Compagnia di San Paolo. Resterebbe Chiti, già ministro e presidente della Toscana.

La seconda via «passa attraverso il rinnovamento». Cercasi giovane virgulto che traghetti il Pd verso le assise per poi candidarsi, da protagonista. Chi meglio di Nicola Zingaretti? Ma il presidente del Lazio si tira fuori perché non può lasciare la Regione. Anche Gianni Cuperlo smentisce di essere in campo in questa fase, ecco allora spuntare il segretario lombardo Maurizio Martina ed Enzo Amendola, che coordina i leader regionali. Dal gioco dei veti incrociati esce meno malconcio degli altri Roberto Speranza, 34 anni, che stando ai pronostici dell'ultim'ora lascerebbe a Pier Luigi Bersani la guida del Pd alla Camera. Prima dalemiano e poi bersaniano, stimato da Enrico Letta (che vedrebbe bene anche una figura di esperienza), bene accetto da Matteo Renzi, Speranza ha dato buona prova come segretario regionale lucano. Al momento è lui a raccogliere i maggiori consensi. L'assemblea fu eletta con le primarie del 2009 e sulla carta i rapporti di forza sono quelli di allora: Bersani 53 per cento, Franceschini 34, Marino 12.

Ma gli equilibri interni sono molto cambiati e tutto può succedere, visto che tanti guardano ormai a Matteo Renzi. I suoi nemici sono preoccupati per l'attivismo del sindaco, che incontra Barroso e lavora al nuovo libro, «Oltre la rottamazione». Massimo D'Alema, rottamato illustre, nega di essere in guerra con Bersani, dice che voterà con disciplina un nome condiviso e si toglie una bella pietruzza dalla scarpa: «L'unica vittoria di Renzi è che io non sono più in Parlamento».

Monica Guerzoni

10 maggio 2013 | 12:05© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_maggio_10/pd-civati-assemblea-rissa_8f5c4456-b931-11e2-a28f-ca192031e3e7.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Un patto per la tregua tra Renzi e Letta: lealtà e mosse...
Inserito da: Admin - Maggio 18, 2013, 05:21:29 pm
Un patto per la tregua tra Renzi e Letta: lealtà e mosse condivise

E il sindaco vede Epifani: spazio ai suoi nel Pd


ROMA - Il futuro è dietro l'angolo e i cartomanti della politica non hanno dubbi, lo scontro tra Enrico Letta e Matteo Renzi sarà inevitabile e senza esclusione di colpi. Ma il presente conferma che tra il presidente del Consiglio e il sindaco di Firenze c'è un patto di non belligeranza o, per dirla con le parole del premier, «un asse molto forte e consolidato». I duellanti naturali si sono visti ieri mattina e gli orologi di Palazzo Chigi hanno scandito quaranta minuti di confronto «tra amici», a tutto campo: il governo, il Pd, Firenze. Nel Pd dipingono Renzi come «rottamato» da Letta e il premier come «molto preoccupato» per le mosse del sindaco. Una lettura non priva di fondamento visto come andò tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008, quando Enrico era sottosegretario alla presidenza del Consiglio e Walter Veltroni vinse le primarie per la segreteria, terremotando in poche settimane il governo di Romano Prodi. «Ma questa volta non accadrà - è la promessa che Renzi ha fatto a Letta -. Io non ti tradirò, perché agli amici si deve lealtà». Il premier apprezza il sostegno che il sindaco ha offerto al governo e non dubita che l'ex sfidante di Bersani manterrà i patti. «Anche io sarò leale con te Matteo - è l'impegno che Letta ha preso con Renzi -. Le prossime scelte le faremo insieme». Dove le prossime scelte riguarderanno la battaglia congressuale del Pd.

Solo il tempo dirà se l'accordo tra i due leader del centrosinistra reggerà all'onda d'urto del governo e della ricostruzione del Pd, ma intanto l'asse sembra essere solido. I due si sentono spesso e mostrano di non curarsi troppo di chi insiste nel dipingerli come destinati a incrociare le spade, in uno scontro per la premiership che si annuncia cruento. «Non è così, nel modo più totale - assicura Renzi -. Io non farò nulla per sabotare il governo, nessuno sgambetto e niente polemiche». Davvero Letta non teme che lei possa far saltare il banco, come Veltroni con Prodi? «Non scherziamo... Perché mai il premier dovrebbe avere paura di me? Io ho detto chiaramente che non farò il segretario del Pd. Enrico è uno dei miei amici più cari. Immaginare una rivalità tra me e lui è pura follia, il nostro rapporto personale è più che ottimo...».

Eppure, a leggere tra le righe delle dichiarazioni, la rivalità è nelle cose e il sindaco involontariamente la sottolinea: «Tra noi ci sono differenze anagrafiche e caratteriali. Lui è più saggio e riflessivo, io sono più esuberante. E poi io ho dieci anni di meno». Quel che pensa del governo «di servizio», Renzi lo ha messo nero su bianco nel libro che sta per uscire, «Oltre la rottamazione», dove racconta aneddoti che riguardano anche il premier. Renzi sta mostrando un certo attivismo. Ha visto anche Dario Franceschini e oggi dovrebbe incontrare Massimo D'Alema. Ieri invece ha pranzato con il segretario del Pd Guglielmo Epifani e il piatto forte è stata la necessità di «sostenere convintamente» l'esecutivo. Ma sulla tavola imbandita è spuntata anche un'altra pietanza: gli esponenti di fede renziana che entreranno nei nuovi organismi del partito.

Monica Guerzoni

17 maggio 2013 | 7:16© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_maggio_17/letta-renzi-patto-tregua_2764415e-beaf-11e2-be2c-cd1fc1fbfe0c.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Si riunisce la giunta del Senato per le immunità.
Inserito da: Admin - Maggio 21, 2013, 04:52:38 pm
Si riunisce la giunta del Senato per le immunità «Berlusconi è ineleggibile»: la mozione dei 5 Stelle minaccia anche il governo

Democratici verso il no. Ma c'è l'incognita del voto segreto


ROMA - Per il governo è una mina da disinnescare subito, prima ancora che piombi sul tavolo della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato. L'organismo che ha il potere di decidere il futuro politico di ogni singolo eletto si riunirà alle 14 per la prima volta e all'ordine del giorno c'è l'elezione del presidente. La scelta fa litigare i partiti e si incrocia con un'altra, ben più delicata faccenda: la mozione per l'ineleggibilità del senatore Silvio Berlusconi annunciata con gran clamore dal M5S.

Beppe Grillo ha promesso di mangiarsi il cappello se il «Pdmenoelle» voterà sì. E il problema, per la tenuta dell'esecutivo, è che alcuni democratici sarebbero pronti a votare con i grillini. In Parlamento c'è chi accredita il «pressing» di Palazzo Chigi sul segretario del Pd perché i senatori non facciano scherzi, ma il ministro Dario Franceschini smentisce: «È materia di esclusiva competenza parlamentare». Così la pensa anche il segretario Guglielmo Epifani, il quale ha lasciato ai senatori libertà di «fare le proprie valutazioni».

La storia è antica e ha origine nella legge 361 del 1957, in base alla quale i beneficiari di concessioni pubbliche (come quelle televisive) sono ineleggibili. Per capire come potrebbe finire bisogna far di conto e sondare gli umori dei commissari. L'organismo è formato da 23 membri e quel che preoccupa fronte berlusconiano e governo è che, sulla carta, M5S, Pd e Sel hanno la maggioranza: 13 voti. L'incognita è come voterà il Pd, diviso sul da farsi. Negli anni, per cinque volte, alla Camera il centrosinistra ha respinto ogni richiesta di ineleggibilità del Cavaliere e l'orientamento contrario alla mozione sembra prevalere anche stavolta. Ma il voto è segreto e i 101 franchi tiratori che hanno impallinato Prodi sono un precedente che non si può trascurare. I grillini sono determinati a provarci e quel che li fa infuriare è l'intesa che si sta saldando sulla scelta del presidente, che spetta alle opposizioni. I Cinquestelle, come anche Sel, puntano allo scranno più alto, ma il favorito è il leghista Raffaele Volpi. Un nome gradito al Pdl, che potrebbe ottenere voti anche dal Pd.

«Se danno la presidenza alla finta opposizione la mozione sull'ineleggibilità non ha futuro - teme il candidato grillino Mario Giarrusso, che sospetta "pressioni del Quirinale" -. Si creerebbe un precedente micidiale, perché tutto dipende dal presidente...». Se i grillini ci tengono tanto è perché sarà il presidente a decidere quando calendarizzare la mozione contro Berlusconi. «Un conto è portarlo in Giunta tra un mese, altra cosa è aspettare un anno», rivela l'arcano Giarrusso. Sul sito di Grillo l'ideologo Paolo Becchi prevede una «santabarbara delle larghe intese». Nel Pd tendono a sdrammatizzare, ma il Pdl non vuole rischiare: Renato Schifani ha detto chiaramente che se i democratici dovessero votare coi Cinque Stelle cadrebbe il governo. «Combattere Berlusconi a colpi di regolamento è una sciocchezza, il Pd dovrebbe sfilarsi dalla trappola con uno strattone energico» è il consiglio che l'ex presidente della Giunta, Marco Follini, offre ai democratici. Gli otto del Pd sono tormentati dai dubbi. Per Felice Casson i precedenti contano poco. «Non possiamo escludere nulla» è la posizione di Doris Lo Moro, ex magistrato che ritiene Berlusconi incompatibile: «Se mi convincessi che per vent'anni abbiamo sbagliato nascerebbe un problema politico grande come una casa, ma non lo ignorerei». Claudio Moscardelli propende per il no: «Votare l'ineleggibilità dopo vent'anni mi parrebbe singolare». Rosanna Filippin invita a ragionare «con le carte sul tavolo» e rassicura Letta sulla tenuta del governo: «I suoi problemi non vengono dalla Giunta, ma dalle necessità degli italiani».

Monica Guerzoni

21 maggio 2013 | 9:58© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_maggio_21/berlusconi-ineleggibile-governo_76e21c1e-c1da-11e2-a4cd-35489c3421dc.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - I lettiani: Renzi vuol far cadere il premier
Inserito da: Admin - Maggio 31, 2013, 11:16:28 pm
I lettiani: Renzi vuol far cadere il premier

Il sindaco: vedo troppa democristianeria. Bindi, 44 firme contro la maggioranza


ROMA - Matteo Renzi è amico di Enrico Letta, un «amico vero» e non di quelli che si dicono tali e poi «zac, ti accoltellano». Ma il duello tra il sindaco e il premier è nelle cose e il futuro sfidante si porta avanti col lavoro. Bacchetta il presidente del Consiglio per qualche «eccesso di democristianeria», dice che il «film» delle larghe intese non gli piace e sprona Palazzo Chigi ad accelerare sulle riforme: «Dai ragazzi, lavorate... Non ne posso più dei piagnoni, diamoci una smossa! Letta è una persona seria, ma usciamo dalla sabbia mobile che sta bloccando tutto... I politici devono smetterla di giocare al Conte zio dei Promessi Sposi, con la logica del sopire e troncare».

Una botta che ha fatto scattare l'allarme a Palazzo Chigi, anche se Renzi promette che resterà al fianco di Letta «perché prima delle ambizioni personali c'è l'Italia». Staccherà la spina al premier? «Se il governo va bene io sono contento. Posso pure saltare un giro, l'importante è che non salti il Paese». La tregua nel Pd è durata un giorno. Guglielmo Epifani ha quasi pronto l'organigramma della sua segreteria e, in asse con Pier Luigi Bersani, ha deciso di non mettere la macchina organizzativa del Pd nelle mani di Renzi, che l'aveva chiesta per Luca Lotti. Ma il fronte rovente è la legge elettorale. La mozione di Roberto Giachetti sul Mattarellum è stata interpretata come una «mina» scagliata contro Palazzo Chigi. «Renzi vuole far cadere il governo», è la lettura dei lettiani e di tutti coloro che, nel Pd, tifano per le larghe intese. Il premier teme che mettendo il carro della legge elettorale davanti ai buoi il governo possa deragliare, ma Renzi derubrica il caso a «tecnicalità parlamentare». Intanto però terremota il Pd, dicendo che il governo, a cominciare dall'Imu, «ha messo a segno le richieste del centrodestra». Rinfaccia a Bersani l'«arroganza» con cui voleva «smacchiare il giaguaro» e tiene il fiato sul collo del premier. «L'unica preoccupazione - è l'affondo del sindaco intervistato da Lilli Gruber, su La7 - è che governo e maggioranza rinviino troppo, con il rischio di fare melina. Non vorrei che il governo delle larghe intese diventasse delle lunghe attese».

Giachetti nega di aver agito per conto di Renzi, che ieri a Roma ha visto i suoi a cena. Ma gli oppositori del sindaco leggono la conta con cui si è chiusa la tesa riunione del gruppo della Camera come la prova che la mina Mattarellum sia stata preparata col preciso intento di indebolire progressivamente il governo, proprio nel giorno in cui Letta sperava di incardinare solennemente la riforma costituzionale. Se così non fosse, è l'interpretazione dei filogovernativi, perché mai i renziani avrebbero votato compatti, o quasi, contro la decisione di respingere la mozione Giachetti? I voti in disaccordo con la linea del gruppo sono stati 34 e tra questi i parlamentari vicini a Renzi sono la grande maggioranza. Dal Pdl Fabrizio Cicchitto dice il sindaco «vuole liquidare in fretta l'esecutivo» e anche nel Pd sono in molti a pensarla così. Letta si fida di Renzi e ha messo in conto gli strappi, ma il premier (che ieri lo ha chiamato) non si aspettava un colpo così a due giorni dal voto nelle città.

Ma i razzi sul governo non partono soltanto dai democratici di fede renziana. Rosy Bindi ha raccolto 44 firme in calce a un documento di critica alla mozione di maggioranza: bindiani, dalemiani e prodiani, oltre a Pippo Civati, Laura Puppato e Walter Tocci. Un'altra fronda di allergici alle «divergenze parallele», come le chiama Gero Grassi, che pure ha votato secondo le indicazioni del capogruppo Roberto Speranza. La tensione è alta, dietro la tattica parlamentare si intravedono le manovre precongressuali, che presto verranno alla luce in un documento antigovernativo cui lavorano diverse anime del Pd. Renzi chiede di fissare la data delle assise. Massimo D'Alema, «con tutto il rispetto per Epifani», rilancia la candidatura di Gianni Cuperlo e si dice favorevole a «disgiungere le partite» di premiership e leadership. Quanto alla durata del governo, l'ex premier invita alla prudenza: «Berlusconi è uomo mutevole...».

Monica Guerzoni

30 maggio 2013 | 8:10© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_maggio_30/letta-renzi-governo_e8d5e338-c8e6-11e2-b696-db4a64575c16.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il premier porta al G8 l'emergenza crescita
Inserito da: Admin - Giugno 18, 2013, 05:16:22 pm
 Sull'Iva corsa contro il tempo: difficile evitare l'aumento

Il premier porta al G8 l'emergenza crescita

E chiarisce con Bersani

Per l'ex leader pd l'esigenza di coprirsi a sinistra


LOUGH ERNE (Irlanda del Nord) - Rompere il muro delle belle parole e tornare a casa con qualche fatto concreto in valigia: «La mia linea? Fare ogni giorno una cosa in più per il Paese...». Al G8 di Lough Erne, in Irlanda del Nord, Enrico Letta arriva oggi con l'ambizione di condividere con i grandi del mondo la sua agenda, in cima alla quale c'è sempre la stessa ossessione: offrire un futuro ai giovani disoccupati. Il tema non è prioritario per economie in crescita come Usa e Giappone ed è per questo che il premier non molla la presa, con la speranza che il coordinamento dei Paesi europei si decida a porre la questione al summit.

Per Letta è il primo G8 e sarà importante capire quale accoglienza i grandi del Mondo riserveranno al nostro capo di governo, la cui diplomazia è al lavoro per concordare un vertice bilaterale con Obama e gli altri leader. Sull'esito della due-giorni serpeggia all'estero un certo pessimismo.
Il padrone di casa, David Cameron, si è chiesto con una battuta se esista un «cimitero» per i comunicati del G8, ma Letta non dispera di raccogliere qualche piccolo frutto anche dall'albero irlandese, come dote per il Consiglio europeo del 27 e 28 giugno. Il premier guarda a quella data come a un punto di svolta per la tenuta del suo governo: strappare fondi contro la disoccupazione dei giovani sarebbe la conferma che Palazzo Chigi non vuole vivacchiare «a colpi di chiacchiere e promesse», ma conquistare credibilità e durare grazie ai fatti.

Anche per questo Letta è molto soddisfatto per l'esito del Consiglio dei ministri che ha portato al via libera del «decreto del fare».
Ci sono state tensioni tra Pd e Pdl ma alla fine, ha commentato il presidente, «con un grande lavoro di squadra abbiamo messo i primi mattoni per la crescita». I collaboratori lo descrivono «concentrato in modo maniacale» sulle riforme e contento di aver «governato bene, dal punto di vista politico», un provvedimento zeppo di piccole insidiose mine. E se Alfano, Brunetta e Schifani hanno fatto fibrillare la maggioranza rivendicando come vittorie del Pdl il colpo a Equitalia e altre misure, Letta pensa che qualche punto a favore del centrodestra possa riequilibrare le forze e stabilizzare le larghe intese.

Berlusconi vuole andare avanti e il premier è convinto che sia sincero, anche perché, va ripetendo ai suoi, «un piano B in questo momento non ce l'ha nessuno». Allo scenario di una nuova maggioranza formata da Pd e fuoriusciti a Cinquestelle Letta non vuole nemmeno pensare e si è piuttosto stupito che Bersani si sia messo a capo dei ribaltonisti. Ma poi l'ex segretario e il premier si sono sentiti, Pier Luigi ha spiegato a Enrico che il suo obiettivo era piantare paletti a sinistra in vista del congresso del Pd e puntellare, allo stesso tempo, il governo: «Non ho alcuna intenzione di spodestarti da Palazzo Chigi». Letta ha capito e archiviato il caso.

Se molti pensano che le prime riforme concrete abbiano rafforzato il premier, lui continua a navigare a vista, consapevole che all'improvviso il mare può tornare a gonfiarsi. Mercoledì la Consulta dovrà pronunciarsi sul legittimo impedimento di Berlusconi e nel calendario della presidenza del Consiglio quella data è segnata in rosso. Ma non è paura, spiegano, è piuttosto quella «preoccupazione figlia della responsabilità» che è un po' la bussola del capo del governo. L'errore che l'ammiraglio non vuole fare è pensare di aver portato la nave in un porto sicuro, come accadde a Mario Monti: no, Letta ha giurato ai suoi che non si monterà la testa, neppure se l'Europa dovesse dargli ufficialmente ragione sulla disoccupazione giovanile.

In realtà un tema che lo preoccupa c'è ed è l'imminenza dello scatto dell'Iva. Letta lavorerà di concerto con il ministro Saccomanni per scongiurarlo, fino all'ultimo minuto utile, sapendo entrambi, però, che le risorse non ci sono e che evitare l'aumento sarà molto difficile. Il borsino delle emozioni di Palazzo Chigi dice che «al momento prevale un pessimismo di fondo». Ieri però Letta aveva voglia di festeggiare e, un po' a sorpresa, è andato a cena a Cesenatico tra vecchi amici per il concertone dei Nomadi, la band di cui è fan da sempre. Affetto sincero e anche la voglia di farsi vedere vicino alle vite delle persone normali.

Ma ora è tempo di ragionare sullo scenario internazionale, il premier vuole essere in prima fila per riportare la pace in Libia e trovare una soluzione al dramma siriano. Ieri ha avuto un lungo incontro con il ministro degli Esteri Emma Bonino, appena rientrata dalla Russia. La strategia sulla Siria è mediare, coinvolgendo Putin, tra Obama che vuole armare i ribelli e la Merkel che è contraria.

Monica Guerzoni

17 giugno 2013 | 10:21© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_giugno_17/premier-porta-al-G8-emergenza-crescita-guerzoni_f4b5ee38-d70e-11e2-a4df-7eff8733b462.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. Dal Pd a Palazzo Chigi tutti i malumori per la missione Renzi
Inserito da: Admin - Luglio 15, 2013, 06:10:23 pm
IL CASO

Dal Pd a Palazzo Chigi tutti i malumori per la missione di Renzi

Lo sfogo di Fioroni: il governo non c'è più


ROMA - Il blitz europeo di Matteo Renzi piomba su un governo già piuttosto provato da una lunga serie di problemi, dal caso Kazakistan alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Il partito democratico si spacca tra filo-lettiani e filo-renziani e molti accreditano un presidente del Consiglio «preoccupato» e «arrabbiato» per le mosse, in progressiva accelerazione, del sindaco di Firenze. È chiaro che avere un aspirante presidente del Consiglio che gli soffia sul collo, dall'Italia e dall'Europa, non può riempire di gioia l'inquilino di Palazzo Chigi. Ma Enrico Letta non ha alcuna voglia di mettersi a polemizzare con Renzi, con le drammatiche emergenze che il Paese vive di questi tempi. E a chi gli chiede conto della strategia renziana, il premier ripete con pazienza lo stesso leitmotiv: «La Merkel mi ha esplicitamente chiesto se riceverlo o no e se la cosa mi avrebbe creato dei problemi. Io le ho detto che non mi avrebbe dato problemi... quindi sono davvero tranquillissimo».

Tanta olimpica serenità, i suoi la spiegano con questo ragionamento: «Renzi deve avere paura che Letta cada, perché quando si faranno le primarie per la premiership lui perderà ed Enrico tornerà a Palazzo Chigi». Ma non tutti hanno voglia di mostrarsi tranquilli come il capo del governo. L'ex ministro Beppe Fioroni sfoga su Twitter il suo fastidio per la scalata di Renzi: «Tra tifo, visite e tour il governo Letta non c'è più, ma tranquilli: Enrico è stato informato, tutti vogliono fare tutto, ma prima viene l'Italia». Parole molto polemiche, che servono a rendere il clima.

Francesco Boccia, il presidente della commissione Bilancio della Camera che è tra i politici più vicini al capo del governo, vuole leggerla in positivo e smentisce il duello sottotraccia, assicurando che quanti passano le giornate «a sperare in un conflitto tra Renzi e Letta perdono tempo e sprecano energie». Per Boccia la guida di Letta è «solida» e il contributo di Renzi al Pd e alla maggioranza non può che far bene ai democratici e al Paese». Eppure al Nazareno il tour europeo del sindaco ha agitato non poco le acque, i bersaniani denunciano un problema di protocollo e di forma, un modo per ribadire che non faranno sconti al sindaco. Il responsabile organizzazione, Davide Zoggia, ritiene «un po' inopportuna» la visita di Matteo dalla Merkel perché un primo ministro dovrebbe vedere un altro primo ministro e non un politico che aspira a diventarlo. «Sarò all'antica - spiega Zoggia -. Ma c'è un problema di forma, Immagino che anche altri sindaci avrebbero delle cose da dire alla Merkel, però stanno al loro posto».

Ecco, il punto è questo. Per i filo-governativi Renzi non sa stare al suo posto e per questo, sperano, «finirà per bruciarsi». Letture che fanno infuriare i sostenitori del primo cittadino di Firenze. «L'organizzazione del partito lasci Renzi libero di incontrare chi vuole - attacca il senatore Andrea Marcucci - .Forma, protocollo e sostanza sono stati integralmente rispettati, Zoggia se ne faccia una ragione». E anche il ministro Graziano Delrio difende il «giovane» Matteo, convinto che «avere partiti forti con leader forti e riconosciuti è solo un bene, per il governo e per il Paese».

15 luglio 2013 | 7:47
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Monica Guerzoni

da - http://www.corriere.it/politica/13_luglio_15/renzi-merkel-malumori_ca1b4688-ed10-11e2-91ec-b494a66f67a7.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Letta si appella alla «responsabilità»: un delitto fermare...
Inserito da: Admin - Agosto 04, 2013, 08:26:56 am
Letta si appella alla «responsabilità»: un delitto fermare il governo

Ma il premier avverte: non mi farò logorare. Telefonata al Cavaliere


ROMA - «La vita del governo dipende dallo stato d'animo di Berlusconi, che può cambiare da un momento all'altro... Se il sistema nervoso del Cavaliere regge si va avanti, altrimenti tutti a casa». La premonizione, confidata al premier al mattino da un ministro del Pdl, prende forma bruscamente alle otto di sera, quando Enrico Letta si ritrova di colpo sull'orlo del precipizio. Ma il capo dell'esecutivo non resterà alla guida del governo a ogni costo, non si farà logorare dal Pdl (né dal Pd) per meri obiettivi elettorali e non accetterà di «vivacchiare» pur di restare attaccato alla poltrona di Palazzo Chigi: «Basta minacce e basta ultimatum - è il suo stato d'animo -. Se ci sono le condizioni vado avanti, altrimenti sarò io stesso a spegnere la luce».

Le larghe intese sono nelle mani di Berlusconi e la drammatizzazione delle ultime ore conferma che la crisi si può aprire da un momento all'altro, vanificando cento giorni di lavoro in cui Letta ritiene di aver dato il massimo. «Sarebbe un delitto non andare avanti, perché il lavoro comincia a dare i suoi frutti. Sarebbe un delitto se tutto si fermasse malamente...». Così ha parlato Letta ai gruppi di Scelta civica, nel pomeriggio, già allarmato per gli umori neri che filtravano da Palazzo Grazioli. Le conseguenze della sentenza il premier le ha messe nel conto, eppure confida nel senso di responsabilità di Berlusconi, al quale ha telefonato per esprimere umana comprensione e vicinanza e al quale avrebbe chiesto di non fare scelte affrettate.

Giornata drammatica, scandita dai continui contatti con il Quirinale, dall'incontro con Schifani a Palazzo Chigi, dalle riunioni di emergenza con Franceschini e dai confronti, anche duri, con Alfano. Al suo vice il premier ha dovuto ripetere che il Paese non può permettersi di tornare alle urne proprio quando, grazie ai sacrifici degli italiani, si vedono i primi segnali di ripresa: «Se in una giornata così difficile lo spread è stabile, vuol dire che i fondamentali sono stabili». Se invece cadesse il governo, gli italiani si ritroverebbero a dover pagare tra settembre e dicembre sia la prima che la seconda rata dell'Imu... Scatterebbe l'Iva e gli esodati resterebbero in mezzo al guado.

La guerra di nervi si gioca anche a colpi di sondaggi. Il Pdl registra una impennata di consensi per Berlusconi. Da Palazzo Chigi - dove si valuta anche lo scenario di una imminente sfida con Matteo Renzi per la premiership - accreditano un Letta secondo solo a Napolitano quanto a gradimento personale. E sottolineano un dato: la stragrande maggioranza degli elettori del Pd e del Pdl non vuole che la sentenza incida sul destino dell'esecutivo. «Il Paese ha bisogno di essere governato e non considero che il logoramento faccia parte degli interessi del Paese - è il monito di Letta -. Io spero prevalgano gli interessi generali, sono convinto che questo accadrà». Un'altalena estenuante, cauta fiducia mista a forte preoccupazione: «Sono consapevole che il momento è delicato, ma prima di tutto viene l'Italia». La determinazione a «fare le cose» e la presa di distanza dalle vicende giudiziarie. Berlusconi incandidabile? «Da quello che ho capito c'è solo da applicare la legge - risponde Letta - non ci sono elementi di discrezionalità».

E se molti dubitano che il governo possa continuare la sua battaglia contro l'evasione, lui giura che tirerà dritto «con la massima determinazione». Letta naviga a vista, nervi saldi e bussola in mano. Ai partiti il premier ha promesso un «patto di coalizione» che, se la barca delle larghe intese supererà lo scoglio più alto, si concretizzerà in un documento programmatico, i cui capisaldi saranno legge di stabilità e semestre italiano di presidenza in Europa.

3 agosto 2013 | 7:34
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Monica Guerzoni

DA - http://www.corriere.it/politica/13_agosto_03/letta-governo-responsabilita_144d5b28-fbfe-11e2-a7f2-259c2a3938e8.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Epifani:«Il Cavaliere faccia un passo indietro»
Inserito da: Admin - Agosto 07, 2013, 05:28:23 pm
L'intervista

Epifani:«Il Cavaliere faccia un passo indietro»

Il segretario del Pd: si prenda atto della sentenza e dei suoi effetti, non vedo altre strade


ROMA - Non c'è alcuna strada, alcuna via di uscita per Berlusconi se non il rispetto e l'applicazione della sentenza. Anche se il prezzo da pagare fosse la fine delle larghe intese. Guglielmo Epifani non è disposto a trattare. Per il segretario del Pd le regole della democrazia vengono prima del destino dei singoli: «La legge è uguale per tutti».

Il Pdl chiede agibilità politica per il leader.
«Non vedo altra possibilità che prendere atto della sentenza e degli effetti che produce, non ci sono strade ed è anche sbagliato cercarle.
Ho preferito usare l'arma della chiarezza prendendomi qualche insulto di troppo, ma con tutto il rispetto che si deve alla storia e ai problemi e spesso anche ai drammi di una parte politica, le sentenze vanno rispettate ed eseguite. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, per quanto possa essere dura. In qualsiasi ordinamento democratico il principio di legalità non può mai essere discusso».

Il Pdl non mollerà il leader al suo destino.
«Gira un video di Berlusconi giovane che dice che, quando uno fosse condannato per evasione fiscale, deve fare un passo indietro».

Berlusconi deve fare un passo indietro?
«Quello che è giusto fare e che avviene normalmente. Come ha detto lui stesso in quel video. Negli Usa cosa sarebbe successo?
Nei Paesi democratici c'è una severità enorme nei reati fiscali e societari».

E la stabilità del governo?
«Il principio di legalità in uno stato democratico viene prima di qualsiasi valutazione politica».

Anche prima dell'esecutivo?
«È il fondamento. Se annulliamo legittimità e legalità non c'è più nessun caposaldo, per questo bisogna avere una linea rispettosa ma anche molto ferma. Io non vedo altre strade».

Il Pdl ha intravisto un'apertura nelle parole di Napolitano.
«A me invece è parso assai chiaro, ha detto "non forzate le mie parole". Non lo si tiri per il bavero, lo si lasci fuori.
Lo dico anche a Grillo, le cui parole ritengo inaccettabili e intollerabili».

Non c'è dunque alcun sentiero, se non per la grazia o l'amnistia, per una riforma della giustizia che porti a qualche forma di salvacondotto?
«Adesso stiamo parlando del tema in sé, le conseguenze di carattere sanzionatorio della sentenza. E su questo terreno non c'è via di uscita.
È chiaro che siamo di fronte a un fatto enorme, però guardiamo anche cosa succede negli altri Paesi. E poi la stragrande maggioranza della opinione pubblica e degli elettori del Pd chiedono che Letta vada avanti, ritengono che vengano prima gli interessi del Paese che quelli di una parte o di un singolo».

Quagliariello ha rivelato un piano per far cadere il governo.
«Non so, Quagliariello ha notizie che io non ho. Da un lato è prevalsa l'idea di far continuare l'attività del governo, dall'altra invece, giorno dopo giorno e ora dopo ora, lo si tiene in fibrillazione continua. E così un esecutivo che deve pensare agli interessi generali in una fase di crisi profonda, finisce per risentire di questa zavorra che è l'imposizione di temi di parte. Il logoramento del governo è un rischio che il Paese non può permettersi».

Se si andasse al voto, il Pd avrebbe tutto da guadagnare...
«La nostra convenienza è la convenienza del Paese. Come insegna la vicenda del governo Monti, a noi semmai si può rimproverare un eccesso di responsabilità. Ma un partito non personale è questo, è una forza che si assume la responsabilità. Dopodiché il nostro problema è che il governo non tiri a campare e sia messo in condizione di agire, per questo ci vuole fermezza. È una scelta che non subiamo, ma che vogliamo. Non ci facciamo tirare la giacca. Non ci facciamo condizionare da vicende, che pur avendo una grande rilevanza, non sono il cuore della scelta che il Paese ci chiede. Qualche timido segnale di decelerazione c'è, ma da qui a fine anno la crisi toccherà il fondo...».

Un governo di larghe intese non rischia di avere le mani legate?
«Il governo ha le mani legate dal peso del debito, dalle scelte dell'Europa che non si smuovono da una linea di austerità e dalla eredità del governo di centrodestra, che ha assunto il fiscal compact e l'obiettivo del 3 per cento nel rapporto deficit pil. Se si ragiona entro questo limite le cose che il governo sta facendo, con poche risorse, sono tutte buone. Piccole cose, intendiamoci. Ma dopo anni di tagli, il provvedimento su cultura e spettacolo è un'inversione di tendenza. Ora dobbiamo chiedere uno sforzo ancor più grande per dare impulso all'occupazione e agli investimenti».

Prevede guerriglia in Parlamento?
«In questi giorni c'è una specie di bonaccia, paradossalmente si lavora in un clima diverso che fuori. Per questo ritengo ci sia bisogno di un tagliando, anche se mi hanno detto che ho usato una parola da Medioevo. Hanno detto che vogliono andare avanti? Ecco, siamo alla prova del fuoco.
Il Paese vuole che si affrontino i problemi: scuola, esodati, precari della pubblica amministrazione...».

E il Porcellum?
«Due cose dobbiamo fare, il conflitto di interessi e la legge elettorale. Da settembre avanti tutta».

Se il Pdl non ci sta, il Pd voterà con Scelta civica e cinquestelle?
«Noi partiamo dal nostro testo e su quello tiriamo dritti. E poi valutiamo chi effettivamente vuole la riforma elettorale».

Intanto c'è chi, come Bersani e Renzi, spinge per andare a votare.
«In un grande partito possono esserci idee diverse, ma l'idea che il governo deve proseguire è una posizione condivisa».

Si dice che Letta mediti di staccare la spina per fermare Renzi...
«Se leggiamo tutto in una logica di contrapposizione interna non cogliamo la durezza della fase. Renzi mille volte ha detto "il governo va avanti se fa le cose". Bersani ha detto "non facciamoci logorare", Letta ha detto "non tiro a campare". Sono tutti d'accordo su un punto: si va avanti per fare. Niente trame, questo è il cuore delle scelte. Ma quando c'è da dire dei no, si dicono dei no. Come finisce questa vicenda dell'Imu e dell'Iva? Le risorse vanno usate sia per ridurre le tasse, sia per sostenere gli investimenti e l'occupazione.»

Non volete si dica che è il governo del Pdl?
«Non lo era prima e non lo è, a maggior ragione, oggi».

Il Pd ha paura che Renzi faccia il segretario?
«Il segretario lo decidono gli iscritti e i nostri elettori, che si registreranno all'albo delle primarie. Le regole saranno rispettose di tutti.
Le primarie saranno aperte, anche se ovviamente quelle per il premier lo sono di più, perché è un altro campo di gioco».

Renzi parlerà alle feste del Pd e chi non lo ama teme che soffi sul fuoco.
«Nessun timore. Renzi è molto più accorto di come talvolta viene dipinto, io penso che non soffierà sul fuoco».

Ritiene che il sindaco sia più adatto per Palazzo Chigi?
«Su questo ho le mie opinioni, in ogni caso il Pd ha bisogno di un segretario di alto profilo che innanzitutto si occupi del partito, l'unica forza politica non personale e quindi che va preservata e riformata. Poi è evidente che ognuno è libero di decidere dove candidarsi».

Lei si candida?
«No, lo confermo. Sono abituato a mantenere la parola».

È bufera sul giudice Esposito, chi ha ragione?
«Bisogna abbassare i toni. Al di là di quello che ha detto è meglio il riserbo per chi ha una funzione di giudice, anche se dall'altra parte sono arrivati attacchi non accettabili. Il gioco al massacro deve finire, per non indebolire le istituzioni».

7 agosto 2013 | 8:08
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Monica Guerzoni

da - http://www.corriere.it/politica/13_agosto_07/il-cavaliere-deve-fare-un-passo-indietro-l-esecutivo-prima-di-tutto-c-e-la-legalita-monica-guerzoni_9cc44fec-ff1a-11e2-a99f-83b0f6990348.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. Enrico Letta: è il sostegno alla nostra azione a dare consensi
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2013, 05:03:15 pm
Il retroscena

I ministri e la ricerca di un sentiero bipartisan per il caso Berlusconi

Enrico Letta: è il sostegno alla nostra azione a dare consensi


Silvio Berlusconi minaccia la crisi ad agosto e le elezioni a ottobre, eppure Enrico Letta è tranquillo. «Tranquillo davvero, mica per finta!» va ripetendo il premier in queste ore tesissime, in cui il governo balla sull'Imu e sembra destinato a naufragare, da un momento all'altro. Invece la barca va e il capo dell'esecutivo è convinto che la navigazione, pur travagliata, sia destinata a proseguire a lungo. Il Cavaliere aspetta dal Quirinale un segnale sulla giustizia e il Partito democratico è in guerra, tra renziani e non, per la data del congresso. Eppure Letta non sembra turbato, non più di tanto almeno:«Non temo le vicende berlusconiane, né le vicende interne del mio partito».

Ha trascorso il sabato in famiglia, a Pisa, concentrato sul dossier energetico che oggi lo porterà a Baku, capitale dell'Azerbaijan. Il tema del gasdotto Tap è per lui «straimportante, perché influirà sugli scenari energetici del nostro Paese per i prossimi decenni». Domani sarà di nuovo a Roma, pronto a sprofondare nelle tensioni fra i partiti, ma «determinatissimo» a non affogare.

Se i toni di Berlusconi non lo allarmano è anche perché Letta pensa, in cuor suo, che alla fine cautela e ragionevolezza prevarranno. Un'alternativa al suo governo non c'è e la situazione economica e sociale del Paese non consente strappi: e poi come si fa a tornare al voto con un sistema elettorale che non consegnerebbe la vittoria a nessuno, obbligando i partiti a nuove larghe intese? Non si pensi però che Letta sia indifferente al destino politico del leader del centrodestra.

Nella più assoluta riservatezza alcuni ministri a lui vicini, del Pd e del Pdl, lavorano (del tutto informalmente) alla ricerca di un viottolo: un sentiero che sia il meno accidentato possibile, nel quale Berlusconi possa incamminarsi alla ricerca della agognata «agibilità politica». La soluzione ancora non c'è, ma dal poco che trapela alcuni princìpi sono già chiari: la procedura dovrà essere individuata dalle forze politiche, dovrà essere compatibile con la tenuta dei partiti di maggioranza e dovrà rivelarsi di aiuto a Giorgio Napolitano. Un ministro la spiega così: «Bisogna trovare il modo di uscire dall'attesa messianica del Pdl e dal ponziopilatismo del Pd...».

Due giorni fa, quando il capo dello Stato ha chiamato a Castelporziano la delegazione del Pd capitanata da Guglielmo Epifani, si è parlato anche di questo. E i democratici, pur senza dare il via libera, non hanno chiuso del tutto le porte. Da questa partita Enrico Letta intende tenersi rigorosamente fuori, per restare concentrato sulle cose da fare. Ai collaboratori e ai parlamentari amici ha spiegato che bisogna tenere distinto il piano del governo dal piano dei problemi giudiziari di Berlusconi e non intende cambiare strategia. «La missione delle larghe intese prescinde dal conflitto politico - spiega Marco Meloni, deputato tra i più ascoltati da Letta -. Se Berlusconi decidesse di accelerare verso la crisi, gli italiani addosserebbero a lui la responsabilità, mentre adesso il leader del Pdl è forte nei sondaggi perché garantisce la stabilità dell'esecutivo».

È con argomenti come questi che l'ala filogovernativa del Pd cerca di convincere gli alleati-avversari a non staccare la spina: se Letta andrà a casa in autunno gli italiani si ritroveranno a pagare l'Imu per intero, l'Iva scatterà inesorabilmente e lo spread tornerà a salire... E c'è un altro scenario che spaventa il Pdl. Nell'entourage di Berlusconi lo chiamano il «fattore Prodi». Se la situazione dovesse precipitare Napolitano potrebbe dimettersi e a quel punto, temono nel Pdl, al Colle potrebbe salire un «avversario storico» come Romano Prodi. Ma al momento è fantapolitica. Anche perché dal Quirinale smentiscono con forza che il capo dello Stato abbia mai fatto balenare, negli ultimi giorni, la possibilità di lasciare.

11 agosto 2013 | 8:48
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Monica Guerzoni

da - http://www.corriere.it/politica/13_agosto_11/contatti-tra-ministri-per-cavaliere_64a4ceaa-0250-11e3-8e0b-f7765a3f55a3.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - «Intese meno larghe, ma più forti» - ??
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2013, 06:56:11 pm
«Intese meno larghe, ma più forti»
La verifica «lampo» di Letta

E su Renzi chiarisce: no a conflitti infantili tra primedonne.
Nuova maggioranza già nata ma non si esclude un altro esame

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI TRIESTE - Enrico Letta sbuca che è buio dal Teatro Verdi, vede i giornalisti e allunga il passo. E quando la domanda sullo strappo di Forza Italia arriva, il premier si chiude nel loden blu e si infila in auto. Un no comment che dice molto sul suo stato d’animo e sulla sua strategia. Avanti, senza Berlusconi. Con i rischi (ma anche le possibilità) che la nuova maggioranza offre. «Le nuove intese sono meno larghe, ma più coese e dunque, potenzialmente, siamo più forti - guarda avanti Letta -. Adesso il governo ha un alibi in meno e qualche responsabilità in più».

Può suonare stridente con la tensione di queste ore, eppure il premier si ostina nel dirsi «tranquillo e fiducioso». I numeri risicati su cui il governo può contare in Parlamento non gli fanno paura. «D’altronde - è il suo ragionamento - la svolta c’è stata il 2 ottobre, quando abbiamo dimostrato di poter andare avanti senza i voti di Berlusconi. Adesso quel passaggio di chiarezza è ufficiale e va bene così».

Stasera si vota la decadenza del Cavaliere dal Senato. L’ex premier chiama gli italiani in piazza e chiede la revisione del processo Mediaset, ma Letta non vuole «buttare benzina sul fuoco». Non vuole pronunciare «parole che finiscano per rendere confusa una situazione già non semplice». Il momento è decisivo e il suo governo lo vede come un baluardo, «l’unico antidoto al caos».
Atterrato a Roma da Trieste Letta sale al Quirinale e concorda, con Napolitano, la via più indolore dopo la fine delle larghe intese. La fiducia di ieri sera vale come verifica che la maggioranza c’è. Se poi il pressing per un nuovo passaggio parlamentare dovesse aumentare, Letta non lo esclude a priori. «Non siamo pregiudizialmente contrari», spiegano a Palazzo Chigi. Ciò che più lo distoglie dal suo «impegno incessante» per tirar fuori il Paese dalla crisi sono le polemiche politiche, soprattutto quelle che arrivano dal suo partito. Quando Renzi ha detto che se non si fa come vuole lui il governo è finito, Letta si è lasciato scappare un commento a caldo: «Non riuscirà a trascinarmi in un conflitto infantile tra primedonne...». Ma nulla di più, perché il premier comprende le tensioni congressuali e sta ben attento a non offrire il fianco.
Incassata la fiducia sulla legge di Stabilità al Senato, il prossimo banco di prova sono le primarie del Pd. Solo allora Letta saprà se il nuovo segretario vorrà mantenere le profferte di lealtà. L’assalto di Matteo Renzi sulla legge elettorale è inevitabile e Letta si prepara a fronteggiarlo. «Siamo i primi a volerla, l’Italia deve battere il populismo e ritrovare il suo assetto bipolare - non si stanca di ribadire -, Grillo è al 25% e, se andiamo a elezioni ora, nessuno ha la maggioranza». Renzi chiede che il governo lavori sulle idee del Pd? Letta risponde che sono anche le sue. «La riforma delle istituzioni, il dimezzamento dei parlamentari e la fine del finanziamento ai partiti sono cavalli di battaglia di questo esecutivo». E il rimpasto? Per adesso non è all’ordine del giorno. Eppure da Palazzo Chigi non arriva un «no» pregiudiziale a una verifica di maggioranza. «Ma vediamo, aspettiamo - prende tempo il premier, parlando con i collaboratori -. Il nuovo segretario sarà un nostro interlocutore privilegiato. Una leadership forte e un Pd forte non possono che dare una marcia in più all’esecutivo».

27 novembre 2013
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Monica Guerzoni

Da - http://www.corriere.it/politica/13_novembre_27/intese-meno-larghe-ma-piu-forti-verifica-lampo-letta-4150e3e4-572d-11e3-a452-4c48221dc3be.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Letta non vede di buon occhio l’idea di un riassetto.
Inserito da: Admin - Dicembre 29, 2013, 01:45:55 pm
L’ipotesi di discuterne nel contratto di coalizione
Pressing sul rimpasto: ora il premier riflette sul «nuovo inizio»
Letta non vede di buon occhio l’idea di un riassetto.
Anche per i rischi sulla tenuta dell’esecutivo


ROMA - La tensione è tornata improvvisamente a salire, nella maggioranza. Dopo Scelta civica anche i renziani hanno cominciato a invocare un rimpasto di governo, antica pratica da prima Repubblica alla quale, notoriamente, Enrico Letta guarda con antipatia. Adesso però a Palazzo Chigi si comincia a ragionare attorno all’idea di cambiare qualche casella, contestualmente alla firma del contratto di coalizione. Potrebbe essere un modo per segnare la discontinuità e rafforzare l’esecutivo, chiedendo magari un sacrificio a figure tecniche come Fabrizio Saccomanni.

La versione ufficiale di Palazzo Chigi è che «la squadra non si cambia», se non per sostituire quei sottosegretari che hanno seguito Berlusconi fuori dal governo. Eppure Letta ci sta riflettendo: «Si parlerà di tutto a gennaio con il contratto di coalizione». Per il premier dunque il termine rimpasto non è più un tabù, ma un dossier da esaminare con attenzione e cautela. Letta sa bene che, storicamente, ci sono rimpasti che rafforzano i governi e rimpasti che li indeboliscono. E se il vero obiettivo del segretario pd fosse portare il Paese al voto anticipato? E se toccando anche una sola tessera venisse giù tutto il mosaico? Preoccupazioni che il premier dovrà trovare il modo di conciliare con il pressing dei renziani. I quali evocano un «riassetto della squadra» e lasciano girare i nomi di Annamaria Cancellieri ed Enrico Giovannini, oltre a quello del ministro dell’Economia.

Nel Nuovo centrodestra del vicepremier Angelino Alfano si parla di rimpasto come di «un tema secondario», se non altro per valutare se sia il caso di suddividere meglio le energie tra partito e governo: l’ipotesi che il ministro Maurizio Lupi possa lasciare le Infrastrutture per guidare il nuovo partito è ancora attuale, ma nessuna decisione in merito è stata presa.

«Non sentiamo alcuna pressione su noi cinque - conferma il ministro Nunzia De Girolamo - Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta, né da Letta, né dagli alleati. Le voci da panettone natalizio sulle poltrone non mi interessano, sono totalmente concentrata sulle cose da fare». I ministri del Nuovo centrodestra, insomma, non si sentono nel mirino di Renzi e hanno già fissato al 3 gennaio la prossima riunione per fare il punto sulle proposte da inserire nell’Agenda 2014: semplificazione normativa, lavoro, riforme istituzionali, legge elettorale, sicurezza.

Per il ministro Gaetano Quagliariello la fiammata polemica dei renziani «è soltanto pretattica». Però anche lui è convinto che bisogna accelerare: «Dobbiamo sederci al più presto attorno a un tavolo e cominciare a discutere, per definire il programma nel dettaglio. È evidente che solo da quel momento varranno gli aut aut».

Gli echi delle voci renziane, «o si cambia o si muore», sono arrivati anche sulle cime dei monti dove il premier è salito per qualche giorno di vacanza. Ma Letta non ha alcuna intenzione di versare benzina sul fuoco, si tiene a distanza di sicurezza da fibrillazioni e polemiche e sta bene attento a non raccogliere provocazioni che, a suo giudizio, «non meritano reazione alcuna». Il Paese sta attraversando un momento delicatissimo, dal punto di vista economico e da quello politico-istituzionale e il capo del governo, nelle sue conversazioni private con i leader dei partiti, chiede a tutti di far prevalere il senso di responsabilità: «Stoppiamo per qualche giorno tutti questi discorsi, a gennaio li affronteremo».

Al di là degli aut aut e dei toni minacciosi, che Letta ovviamente non apprezza, l’inquilino di Palazzo Chigi è il primo a essere convinto che il suo governo abbia bisogno di una svolta. È stato lui a parlare di «nuovo inizio» e certo non vuole deludere le aspettative: «Dopo l’uscita di Berlusconi non abbiamo più alibi e il cambio di passo ci sarà, ma non prima di aver definito il cronoprogramma del 2014». Una scadenza rigorosa e formale, per la quale i primi quindici giorni dell’anno saranno «decisivi». Sia chiaro però che il contratto di coalizione «va costruito assieme a tutti gli azionisti della maggioranza». Così ragiona Letta in queste ore, in cui vorrebbe staccare almeno un po’ la spina dopo le bacchettate del Quirinale sul decreto salva Roma.

E se Matteo Renzi scalpita, ha fretta di rimettere in moto l’azione del governo per poterne rivendicare il merito, Letta non può accettare che sia il segretario democratico a dettare (da solo) l’agenda. «Ogni sollecitazione avanzata con spirito costruttivo è gradita, però ricordiamoci che questo - ha osservato il presidente del Consiglio parlando al telefono con i collaboratori - non è soltanto il governo del Pd». Il 2 gennaio Letta tornerà a Roma dalle sue brevi ferie di fine anno e si metterà subito al lavoro sui dossier. Obiettivo, trovare un’intesa con i partiti e sottoscrivere il «Patto 2014» entro la fine del mese.

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29 dicembre 2013

Monica Guerzoni

Da - http://www.corriere.it/politica/13_dicembre_29/pressing-rimpasto-ora-premier-riflette-nuovo-inizio-letta-a815739e-7058-11e3-a541-158387497691.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Franceschini: Nessun big bang. Quest'anno si sistemano le...
Inserito da: Admin - Gennaio 27, 2014, 04:29:18 pm
Franceschini: Nessun big bang.

Quest'anno si sistemano le cose - Intervista al Corriere della Sera

24 Gennaio 2014

Finché c'è il bicameralismo nessuno ha vantaggi ad andare al voto. Le tensioni nel partito?
Io non avrei detto la frase di Matteo e non avrei avuto la reazione di Cuperlo

di MONICA GUERZONI

«Quante dietrologie! Questo bisogno mediatico di fare tutti i giorni notizia è una malattia».

Cosa c'è dietro il lungo silenzio che solo ieri il premier ha rotto, ministro Dario Franceschini?

«È tutto molto semplice, quando si hanno responsabilità di governo ci possono essere giorni in cui si sceglie di lavorare lontano dai riflettori».

Con quali risultati?

«Io credo si sia trovato il giusto equilibrio, che smentisce le voci quotidiane di attriti tra Enrico e Matteo. Mentre Renzi chiudeva l'accordo sulla legge elettorale, Letta lavorava all'agenda di governo. E stata una scelta di buon senso. Il premier ha favorito l'accordo, ma restando fuori dalle trattative, il che è servito a evitare una legge elettorale a maggioranza coinvolgendo l'opposizione».

Poi però Renzi ha stoppato la firma del contratto di governo, che Letta sperava di chiudere entro oggi.

«Possibile che ogni cosa debba essere vista come rivalità tra Letta e Renzi? E un incubo, per il sistema Paese e per i diretti interessati».

Ora mi dirà che non c'è una vittoria politica di Renzi...

«Mi rifiuto di entrare in questo schema. State tutti aspettando un big bang che non ci sarà, sia Letta che Renzi hanno interesse a far sì che il 2014 sia l'anno in cui si sistemano le cose per consentire a chi verrà dopo di riuscire a governare».

C'è chi pensa che le cose si possano sistemare con Renzi che va a Palazzo Chigi, senza passare per le urne.

«Perché non credere mai alle parole? Renzi ha detto tante volte che a Palazzo Chigi ci arriverà per legittimazione popolare e non con una scorciatoia».

Si può sempre andare a votare.

«Certo, ma con la legge elettorale non modificata e in conseguenza di un disastro complessivo nessuno vuole andarci. Chi mai avrebbe vantaggio a ritrovarsi di nuovo senza maggioranza e ancora in un sistema bicamerale? Penso davvero che leggere tutto nella chiave della rivalità sia una malattia».

Non dica che è colpa dei giornalisti, la rivalità esiste e sembra aver fermato le macchine del governo.

«Le assicuro che non è così. Nella settimana in cui si affronta un percorso difficile e complicato tra commissione e aula, il buon senso fa capire che non sono i giorni giusti per affrontare i temi dell'agenda e dell'assestamento della squadra. La riforma del sistema di voto andrà in Aula la settimana prossima e quella successiva. Per questioni di regolamento e di contingentamento dei tempi, inevitabilmente si andrà a chiudere l'Impegno 2014 dopo l'approvazione della legge elettorale alla Camera, nella prima settimana di febbraio. Ma non c'è nessun blocco, nessuno stop».

Su preferenze e premio si continua a litigare. Ce la farete?

«La proposta uscita è un punto di mediazione positivo e insperabile fino a una settimana fa e bisogna dare atto a Renzi di aver allargato all'opposizione tenendo dentro la maggioranza. Qualche tensione però sarà inevitabile. Poiché è evidente che ogni forza ha qualche aspetto che vuole cambiare, conviene partire dal metodo. Il testo si può migliorare purché ci sia l'accordo sulle modifiche tra le forze che hanno condiviso il testo base, preferenze o liste bloccate comprese».

Teme anche lei, come Renzi, i franchi tiratori del Pd?

«Premesso che alla riunione dei gruppi con il segretario ho ascoltato un dibattito molto civile, le leggi elettorali non si fanno con maggioranze variabili o eterogenee, né con voti a sorpresa, perché quando si fanno così escono dei pasticci. Quindi le correzioni si fanno solo se c'è l'intesa. Spero che si recuperi anche un rapporto costruttivo con Lega e Sel, visto che Grillo chiude ogni varco al dialogo».

È almeno un mese che siete fermi, quando vedremo il rilancio?

«Non c'è nessun vuoto, nessun mese perso. Si era detto che entro gennaio sarebbe andata in Aula la legge elettorale e che entro la fine del mese avremmo avuto la nuova agenda, alla quale Enrico sta lavorando. La prossima settimana ci sarà la Direzione del Pd e appena approvata la legge elettorale passeremo alla seconda fase. Nel frattempo il consiglio i dei ministri lavora e in Parlamento ci sono provvedimenti importanti e decreti in conversione».

È sicuro che ci siano le condizioni per arrivare al 2015? Perfino il filo-governativo Cuperlo dice che, se Renzi non ci mette la faccia, è meglio andare a votare.

«Questa distinzione tra governo e maggioranza che lo sostiene è virtuale. Il governo è espressione della maggioranza e anche il Pd sta lavorando sui contenuti da mettere al centro del programma di un anno, non di vent'anni».

Letta bis o rimpasto?

«La domanda va rivolta al premier e al capo dello Stato».

Zanonato, De Girolamo... Chi esce e chi entra? Franceschini ride:

«Siccome abbiamo chiarito che non si affronterà il tema finché non avremo approvato la legge elettorale alla Camera, potete risparmiarvi le gallerie fotografiche dei ministri che escono ed entrano».

Grazie del consiglio. Ma Renzi indicherà qualche nome? Si legherà le mani oppure no?

«Siamo sempre lì, al fatto che io credo alle parole. Il segretario ha detto che la nuova squadra è competenza di Palazzo Chigi e del Quirinale. Se ci sarà questa operazione dovrà servire a rafforzare sia i contenuti che la squadra, ma lo decideranno loro».

Cuperlo denuncia la «gestione autoritaria» di Renzi.

«Io penso che sia possibile un equilibrio tra leadership forte e collegialità. Mi è dispiaciuto per le dimissioni di Cuperlo, ma bisognava far prevalere la politica e tutti capiscono che ora una spaccatura fa solo male al Pd».

Chi ha sbagliato, Cuperlo o Renzi?

«Non avrei detto la frase di Renzi e non avrei avuto la reazione di Cuperlo. Ma ognuno ha il suo carattere».

Da - http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=18939


Titolo: MONICA GUERZONI. - No alle preferenze, la strada delle primarie
Inserito da: Admin - Gennaio 28, 2014, 05:58:05 pm
Dietro le quinte

I ritocchi del segretario per l’intesa: soglia al 4% e premio dal 37% in su
No alle preferenze, la strada delle primarie

Ventiquattr’ore per l’ultima mediazione. Alle 13 scade il termine per gli emendamenti alla legge elettorale e scatta, per Matteo Renzi, la fase lampo della trattativa finale con i leader dei partiti: «Se riusciamo a chiudere un accordo che tiene, vedrete che ci stanno tutti, anche la minoranza del Pd».

Il segretario tiene le dita incrociate, ma l’ottimismo trapela. Ieri ha lanciato su Twitter un’infografica per «fare chiarezza» sull’Italicum e spazzar via i dubbi degli elettori, spiegando loro che la legge elettorale è solo un tassello di una più ampia riforma istituzionale. Mentre smentisce «strani accordi», Renzi si prende il merito di aver dato una scossa al sistema e respinge i «conservatori che sperano nella palude», tra i quali i renziani dell’ala dura annoverano anche Enrico Letta. «Molti di quelli che criticano sono gli stessi che non hanno fatto nulla in passato - attacca l’inquilino del Nazareno -. Adesso è il momento di dimostrare che cambiare si può. E si deve».

Gli ultimi nodi sono intricati eppure Renzi si sente a unpasso da una «riforma storica», che porterà il suo nome. Nel pomeriggio il leader calerà a Roma con la speranza di mettere il suo timbro alla giornata decisiva. E se conta di farcela è perché in tasca ha un «pacchettino» di modifiche che i suoi hanno limato tutto ieri, in un groviglio di contatti con gli «sherpa» delle altre forze. «Serve molta pazienza e responsabilità, ma ci sono le condizioni per chiudere - conferma Lorenzo Guerini, plenipotenziario del leader -. E se tutto va bene chiudiamo anche su programma e squadra di governo».

Le liste bloccate (che non piacciono al premier) non si toccano. Renzi è convinto che gli elettori del Pd abbiano compreso la differenza tra i collegi dell’Italicum e le circoscrizioni del Porcellum, rottamate dalla Corte costituzionale. E nel cerchio ristretto del segretario c’è la sensazione di muoversi «sotto l’ombrello» di Napolitano. «Non è un azzardo il mio - ha spiegato Renzi ai suoi -. Il capo dello Stato ci ha spronati e chiudere e io lavoro per questo». Sulle soglie la formula magica di Renzi è questa: lo sbarramento ai piccoli scende dal 5 al 4 per cento e l’asticella minima per agguantare il premio sale dal 35 al 37. L’ultimo aspetto del «pacchettino» riguarda i collegi, con il via libera ad affidare al Viminale di Alfano la delega per disegnarli, a 15 giorni dalla approvazione della legge. Infine i piccoli partiti, che Renzi, rilanciando un tweet di Pierluigi Castagnetti, sprona a «darsi una mossa per non morire».

E le preferenze? Niente da fare, Berlusconi non le vuole. Ma nel «pacchettino» il sindaco proverà fino all’ultimo a inserire uno strumento che risponde, almeno in parte, alla richiesta di restituire ai cittadini la libertà di scegliersi i parlamentari: le primarie, obbligatorie per legge oppure facoltative su modello toscano. «In questo caso il Pd le farà» è la promessa con cui Renzi conta di placare i fautori delle preferenze. Adesso quel che preoccupa il segretario è il voto segreto in Aula. Il rischio dei franchi tiratori è ridotto al minimo, ma non scongiurato. Per questo Matteo ha rinunciato alla formula imperativa del «prendere o lasciare», aprendo alle modifiche. «Se tutto il Pd si riconosce in un testo condiviso potremo anche perdere qualche pezzo, ma saranno pochi casi isolati» è stato il suo ragionamento.

I rapporti con Letta restano ibernati, eppure al Nazareno non escludono che il segretario possa vedere il premier anche oggi stesso. E se l’uscita di Brunetta ha rimesso nell’aria il fantasma del voto anticipato, al Pd smentiscono che Renzi stia brigando per ottenere le urne. La prova? «Per realizzare l’intera riforma costituzionale ci vuole almeno un anno». Eppure tra i renziani c’è chi accredita una suggestione assai spinta: la minoranza di Gianni Cuperlo starebbe valutando l’idea di spingere anzitempo il segretario a Palazzo Chigi, dopo aver convinto Letta a fare un passo indietro: una mossa ardita, che consentirebbe agli ex ds di risalire la china e riequilibrare i rapporti di forza interni. Ma Debora Serracchiani, intervistata da Maria Latella su Sky TG24, scaccia l’ipotesi: «Un governo Renzi-Berlusconi senza passare per le urne? Fa parte del teatrino della politica».

27 gennaio 2014
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Monica Guerzoni

Da - http://www.corriere.it/politica/14_gennaio_27/i-ritocchi-segretario-l-intesa-soglia-4percento-premio-37percento-su-9013e60a-871d-11e3-b7c5-5c15c6838f80.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Letta : «Se Renzi vuole il mio posto lo dica chiaramente»
Inserito da: Admin - Febbraio 14, 2014, 06:34:57 pm
IL GOVERNO AL BIVIO
Il premier avvisa: «Il partito può sfiduciarmi, ma deve succedere alla luce del sole»
Letta : «Se Renzi vuole il mio posto lo dica chiaramente»

ROMA - «Io farò in modo che tutto accada alla luce del sole». Adesso che è finito in trappola, Enrico Letta tenta il tutto per tutto. Sa che può essere irreparabilmente tardi e che sul suo destino politico «agirà la provvidenza», eppure passa al contrattacco e sfida il segretario del Pd, per costringerlo a gettare la maschera: «Se Renzi vuole prendere il mio posto a Palazzo Chigi deve dirlo a chiare lettere. Il mio partito vuole sfiduciarmi? Lo faccia nelle sedi opportune, perché io non mi dimetto». Il premier è deluso, impressionato dalla velocità con cui, in una manciata di giorni, si è ritrovato accerchiato e isolato. Però è convinto di essere nel giusto e determinato a far sì che ognuno, a cominciare dal sindaco di Firenze, «si assuma davanti agli italiani le proprie responsabilità».

L’INCONTRO TRA I DUE- Stamattina il premier dovrebbe incontrare Matteo Renzi, perché il capo dello Stato ha chiesto ai duellanti di cercare «all’interno del Pd» un accordo, una via di uscita. Il pressing su Letta perché si dimetta è fortissimo. Secondo fonti parlamentari anche Angelino Alfano e Maurizio Lupi, saliti ieri sera da lui, gli avrebbero chiesto di arrendersi, ma Palazzo Chigi smentisce: «Al contrario, gli hanno chiesto di restare». Il premier è davanti all’ultimo bivio. Passo indietro o estremo tentativo di rilanciare il governo? Se imboccherà questa seconda strada, chiamerà i giornalisti in conferenza stampa e presenterà il contratto di governo che ha ribattezzato «Impegno Italia», cancellando la data di scadenza dell’esecutivo. Parlerà ai lavoratori, ai disoccupati, al mondo politico ed economico. Elencherà riforme e nomi dei nuovi ministri e chiederà al Pd di rinnovargli la fiducia oppure di negargliela, domani in direzione.

«VADO AVANTI FINO ALLA FINE» - O almeno, questo era il piano di Letta prima del big bang. «Un patto di coalizione incentrato sulla ripresa economica - che sperava di presentare già nel pomeriggio di ieri -. Un patto che convincerà tutti i partiti che sostengono l’esecutivo». Ma ieri notte il clima a Palazzo Chigi era drammaticamente mutato. A dominare era la tentazione di dare sfogo, pubblicamente, a un’arrabbiatura senza precedenti per Letta: «Io non mi dimetto. Vado avanti alla luce del sole, fino alla fine». Dove la «fine», se tutto dovesse precipitare, è l’idea estrema di rischiare la sfiducia in Parlamento: «Non sono disponibile a nessun compromesso. E non mi presto a manovre di palazzo o macchinazioni di potere. Per quanto mi riguarda non c’è alcun piano B». E se i renziani parlano apertamente delle contropartite possibili, dipingono Letta pronto ad accettare da Renzi la guida della Farnesina o, in subordine, a concedergli un «lasciapassare» per fare il commissario Ue, Letta scaccia queste ipotesi con una risata amara: «Tutte cose che respingo categoricamente. Chi le propone prova ad applicarmi standard etici e di dignità della politica che forse appartengono a chi le immagina, ma non a me». Anche questo potrebbe dire Letta davanti alle telecamere, a meno che Napolitano non gli chieda di tapparsi la bocca per il bene del Paese.

I VOLTAFACCIA - Ieri mattina, prima di partire per Milano, il premier ha fatto tappa al Quirinale ed è sceso dal Colle quaranta minuti dopo, con la speranza di avere ancora il sostegno del capo dello Stato. «Mi ha detto di andare avanti, io al governo e Renzi alle riforme», ha confidato ai suoi. Ma poi, ora dopo ora, lo scenario è cambiato. Il governo Renzi ha preso corpo, con i fedelissimi del sindaco che parlavano di una lista dei ministri: per il governo del «dopo Letta», non per un bis del premier.. Ore nere, per l’ex vicesegretario del Pd, che pure aveva messo nel conto sin dal principio i rischi di un governo pro tempore. Quel che non aveva previsto e che adesso lo addolora sono i «voltafaccia», i «tradimenti», lo schierarsi rapidissimo dei ministri a lui più vicini con il leader democratico. Un vuoto pneumatico che Letta non ha voluto vedere, nonostante gli amici abbiano fatto a gara nel metterlo in guardia. Solo ieri, a clessidra ormai quasi vuota, il premier ha ammesso di aver aspettato troppo a lungo per reagire: «Se ho tenuto nel cassetto la mia proposta di rilancio è perché mi sono fidato di Renzi, che mi chiedeva tempo per garantire il percorso delle riforme. Io sono sempre stato leale». Ma ora i lettiani, che parlano di Renzi come di un «lanzichenecco», dicono che «era tutto un bluff». «Una copertura, sotto la quale ordire la trama del nuovo governo».

12 febbraio 2014
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Monica Guerzoni

Da - http://www.corriere.it/politica/14_febbraio_12/premier-avvisa-il-partito-puo-sfiduciarmi-ma-deve-succedere-luce-sole-1df6c21c-93ad-11e3-84f1-d7c36ce692b4.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Senato, 28 giorni per la riforma E spunta il fronte del no
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2014, 12:12:13 pm
Il retroscena
Senato, 28 giorni per la riforma
E spunta il fronte del no
Disagio trasversale nella maggioranza. Schifani: sulla velocità sarei prudente

di Monica Guerzoni

ROMA - «Calendario parlamentare alla mano, da qui alle europee ci sono solo 28 giorni utili... Nemmeno De Gasperi, Moro e Leopoldo Elia insieme potrebbero riformare il Senato in così poco tempo!». Cinque del pomeriggio, Palazzo Madama. I senatori sciamano verso la buvette e il lettiano Francesco Russo, che tiene nel cassetto un documento con 25 firme contro «un Senato dopolavoristico», scambia battute con Roberto Calderoli. «La riforma di Berlusconi era uguale a quella di Renzi e i cittadini la bocciarono», ammonisce il vicepresidente leghista del Senato. E qui l’ex ministro della Difesa, Mario Mauro, apre l’Ipad e recita Wikipedia, alla voce Referendum costituzionale del 2006: «La maggioranza dei votanti ha respinto la riforma... Dovremmo rispettare la loro volontà, non possiamo riproporgliela pari pari. Stiamo attenti a non fare sciocchezze».

Il premier risponde agli scettici: «Non ti preoccupare»
Il voto sulle Province, dove il governo ha rischiato grosso, ha fatto rialzare la testa ai tanti che, pure nella maggioranza, covano perplessità sul metodo e sul merito. Chi parla (sottovoce) del rischio di una «deriva autoritaria» e chi invita il governo a frenare. «Alla riunione del Pd - racconta Corradino Mineo - ho detto a Renzi “attento Matteo, che infroci”!». E il premier? «Mi ha risposto “non ti preoccupare”». Il presidente avrà fatto scongiuri mentre tranquillizzava il senatore, ma raccontano che abbia incassato «con pazienza e diplomazia» le lagnanze dei suoi parlamentari, stando bene attento a non ferire l’orgoglio dei rottamandi senatori...
Come ripete da giorni il democratico Walter Tocci «Renzi non può dire “o la votate o me ne vado”», perché «non si minaccia la crisi politica per cambiare la Costituzione». E quella che sembrava la rivolta controcorrente di un singolo sta diventando un’onda. «Il drappello dei resistenti aumenterà, è molto difficile che qua dentro passi quella roba», gufa da sinistra Mineo: «Perché in Forza Italia si dovrebbero impiccare alla fine del bicameralismo, quando non sono sicuri che l’Italicum li riporterà in Parlamento?».

I mal di pancia in casa Pd e Ncd
Il Pd soffre, prova ne sia l’attivismo di Anna Finocchiaro e Luigi Zanda nel mediare e migliorare il testo del governo. «Una deriva peronista dolce, come forma di populismo, è sempre in agguato - avverte il bersaniano Miguel Gotor - Le riforme vanno sottratte a un interesse elettorale. Serve, se non un respiro costituente, almeno un sussurro...». Massimo Mucchetti ritiene «molto deboli e contraddittorie le modalità di nomina dei senatori» e teme che il combinato disposto con la nuova legge elettorale finisca per «concentrare il potere nelle mani di un solo partito, magari personale e carismatico».
Vannino Chiti invita a rafforzare le competenze: «Se sui senatori si riversa la sensazione che saranno irrilevanti, ci si complica la vita anche sulle riforme. Ridurre il numero dei senatori e lasciare 630 deputati porterebbe a uno squilibrio, è il Parlamento che bisogna riformare». Altrettanto profondo è il disagio del Nuovo centrodestra, che ha pronto un documento critico. Il capogruppo, Renato Schifani: «Noi vogliamo contribuire con un atteggiamento costruttivo e non dilatorio. Ma sulla velocità sarei più prudente, bisogna lasciare spazio al dibattito. Un percorso accidentato delle riforme sarebbe pericoloso per il governo. E il voto di fiducia sarebbe uno strappo, che nessun governo ha mai realizzato su una modifica costituzionale».

«Il rischio? Che salti tutto»
A Renzi, Linda Lanzillotta suggerisce di «non farsi prendere da furori demagogici o improvvisazioni costituzionali» e rivela il timore dei senatori di Scelta civica, «che si acceleri sulle riforme per contenere Grillo alle Europee». Ma la vicepresidente del Senato non ci sta a figurare tra i frenatori: «Rappresentare chi pone obiezioni di merito come la palude è un approccio non accettabile». Lei lo sa che se non abolite il Senato il premier vi porta alle urne, vero? «Non si può minacciare le elezioni solleticando i peggiori sentimenti della casta». Il capogruppo di Scelta civica Gianluca Susta non nasconde le sue preoccupazioni e l’ex ministro Renato Balduzzi sta limando un disegno di legge alternativo. Il socialista Enrico Buemi ne ha scritti addirittura due: il primo per abolire provocatoriamente la Camera «che costa il doppio» e il secondo, sul quale sta raccogliendo le firme, che si ispira al Parlamento norvegese: «Non possiamo fare del Senato un organo podestarile, dove una sola forza politica è depositaria di tutta la rappresentanza. E io non voterò mai un provvedimento costituzionale su cui venisse posta la fiducia». Buemi è convinto che non si possa abolire l’elezione diretta dei senatori e come lui la pensano in tanti, sia nel Pd che nel Ncd. Gaetano Quagliariello: «C’è forte preoccupazione, anche tra i rappresentanti delle Regioni, per questa sorta di nuovo centralismo municipale. Renzi ci vada coi piedi di piombo, se prendiamo una musata sulle riforme si scassa tutto». Un avvertimento che fa il paio con quello di Calderoli: «Se davvero vuole toccare i poteri del capo del governo, sappia che quello è l’innesco per far saltare tutto...».

28 marzo 2014 | 07:20
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_marzo_28/senato-28-giorni-la-riforma-spunta-fronte-no-88e69228-b63f-11e3-ac02-19a792716bb3.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Macché Ncd, siamo seri» Forza Italia: in crisi anche...
Inserito da: Admin - Aprile 16, 2014, 06:10:03 pm
Macché Ncd, siamo seri»
Forza Italia: in crisi anche Sandro Bondi

La compagna Manuela Repetti: «Non si riconosce più»


di Monica Guerzoni

«Andare con il partito di Alfano? Fantascienza...». Sandro Bondi ha riempito un piccolo trolley ed è tornato a Roma, dopo una lunga fase di eremitaggio nella dimora di Novi Ligure. Ma non per traslocare nel Nuovo centrodestra, no. Nella Capitale il senatore è atterrato ieri sera per approvare le liste di Forza Italia, da amministratore nazionale azzurro che ha spedito giorni fa una lettera di dimissioni: respinte. La sua firma è un passaggio cruciale, senza il quale le aspirazioni europee dei vari Toti, Fitto, Tajani, Gardini o Micciché resterebbero inafferrabili miraggi.

Bondi firmerà. Sia pure con animo «tormentato, travagliato, angosciato». Il suo silenzio da anacoreta, che dura da mesi, certifica l’amarezza e il progressivo distacco da un partito che è stato a lungo, per l’ex ministro, autentica ragione di vita. «È deluso da Forza Italia e dalla politica in genere», risponde al cellulare la senatrice Manuela Repetti alle 18.20, con il marito seduto al suo fianco sull’aereo che li porterà a Roma. Sconvolto dall’addio del portavoce di Berlusconi? «Appartato, amareggiato. Però no, Paolo Bonaiuti non c’entra... Diciamo che Sandro è deluso, quanto sereno. Dopo vent’anni si è stancato e ha tirato i remi in barca». Il fondatore lascia? «Non si riconosce più in questo partito e ha scelto di rimanerne fuori. In pratica si è ritirato, non va in Senato da novembre, dopo la scissione... È una scelta di vita. Riservatezza, rigore, serietà».

Bondi è lì accanto, ascolta la sua metà parlare di lui e tace. Un silenzio che è una via libera alle dichiarazioni della compagna: «Abbiamo scelto di stare un po’ fuori». Fuori da Forza Italia e dentro al Nuovo centrodestra? «Ma per cortesia, noi con Alfano? Nemmeno in cartolina! Siamo persone serie e coerenti e avendo dato un giudizio severo sullo strappo di Alfano in un momento molto delicato per il presidente, non cambiamo idea. Non abbiamo rapporti nel Ncd, ci salutiamo e basta». Saluti che alimentano illazioni e interpretazioni e raccontano di un Bondi «vittima» della Grande Epurazione (anche lui) da parte del «cerchio magico» di Berlusconi, dentro il quale si muovono da padroni Giovanni Toti, Francesca Pascale, Maria Rosaria Rossi.

«Sandro è fuori da tutto, fuori da cordate e fuori da cerchi magici» riprende il filo Repetti, mentre le porte dell’aereo si chiudono e quel che resta di Forza Italia sembra crollare. «Però resta vicino al presidente, al di là della politica. Anche se fisicamente si tiene fuori gli dà una mano, psicologicamente...». Un sostegno immateriale, quasi da consigliere spirituale: «Se Berlusconi ha bisogno di un parere, Sandro c’è. Gli italiani guardano ancora al presidente, ma è chiaro che nel partito c’è incertezza. Ci sono scossoni, destabilizzazioni, c’è un grande smarrimento. Il vento antieuropeista ridimensionerà i partiti tradizionali, eppure io sono convinta che Forza Italia alle Europee farà un buon risultato». Nel caos della politica, i coniugi Bondi hanno intravisto una luce: quella di Palazzo Chigi. Due mesi fa, intervistato dal Corriere , il senatore che fu comunista lasciava cadere un consiglio che Renzi sembra aver accolto alla lettera: «Matteo ha un solo modo per salvarsi dalle sabbie mobili della politica italiana, deve correrci sopra. Dev’essere velocissimo. Solo così non verrà risucchiato».

Le giornate nella casa di Novi Ligure scorrono lente. Bondi legge, scrive versi. Cerca affannosamente un senso alla lenta diaspora di Forza Italia, un ordine alla «realtà orribile» da cui ha preso distanza. Dicono sia rimasto molto male anche per l’abbandono di Marinella, la storica segretaria di Berlusconi. A lei il Bondi poeta dedicò, negli anni d’oro di Forza Italia, questa breve lirica: «Muto segreto / inconfessata attesa / desiderata armonia / inavvertita fortezza / sospirata carezza d’amore».

15 aprile 2014 | 07:30
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_aprile_15/travaglio-sandro-bondi-che-preferisce-poesia-a5b03b80-c45d-11e3-9713-8cc973aa686e.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Via alla riorganizzazione del partito sul territorio
Inserito da: Admin - Giugno 10, 2014, 11:34:25 am
I renziani e l’effetto inchieste: «Ora rottamare i quadri locali»
Guerini: le sconfitte bruciano, ma siamo cresciuti.
Via alla riorganizzazione del partito sul territorio

Di Monica Guerzoni

Quella «stanchezza» che contagia gli elettori ai ballottaggi, Matteo Renzi l’aveva prevista. Il premier aveva messo nel conto il crollo dell’affluenza, ma certo non si aspettava che il terremoto giudiziario veneziano avrebbe avuto un tale impatto sul secondo turno, guastando con un tocco amaro il sapore della vittoria di maggio. Da ieri notte sulla roccaforte rossa di Livorno, che fu la «culla del Pci», sventolano i vessilli del M5S. «Una ferita», titola L’Unità. Il Pd è sconfitto a Urbino e Civitavecchia e perde due forzieri di voti come Perugia e Potenza. L’effetto-Renzi è mancato anche a Padova, conquistata dalla rinata alleanza tra Lega e Forza Italia.
«Siamo amareggiati per Livorno - ammette a caldo il vicesegretario Lorenzo Guerini -. Le sconfitte bruciano, ma il Pd è passato da 15 a 19 capoluoghi amministrati». Hai voglia a dire che i Comuni al ballottaggio erano pochi e che, dunque, il valore nazionale della competizione è scarso... La frenata del Pd c’è stata e le conseguenze arriveranno presto. Quando tornerà dalla missione tra Vietnam e Cina, Renzi metterà la testa sui problemi del territorio e i suoi prevedono una rivoluzione che fa rima con rottamazione. «Ci vuole gente nuova, anche nelle città» è il leitmotiv intonato ieri notte dai renziani del giro ristretto. «La rottamazione è solo iniziata», conferma Francesco Nicodemo.

Guerini assicura che la polemica tra vecchia e nuova guardia non ha avuto ripercussioni sulla campagna elettorale, né effetti sul risultato: «Si sono impegnati tutti, vecchi e nuovi». Eppure il tema aleggia. Di chi sono gli aspiranti sindaci sconfitti? «Renziani non sono», rispondono nell’entourage del leader buttando la croce sulla sinistra del Pd. L’arresto di Giorgio Orsoni a Venezia ha diviso i «dem», già provati dai fatti dell’Expo e dall’arresto del deputato siciliano Francantonio Genovese per associazione a delinquere. Ma, anche qui, Guerini smentisce che i ballottaggi siano stati un test sulla tenuta di Renzi dopo gli scandali: «Il Mose non c’entra nulla».

Sfumato l’en plein, niente foto di gruppo al Nazareno. I dirigenti hanno atteso i risultati nei vari comitati, su e giù per l’Italia. E anche Stefano Bonaccini parla di «amarezza per le sconfitte a Perugia, Padova e Livorno». I numeri intaccano lo straordinario risultato del 25 maggio, quando le Europee hanno consentito a Renzi di trainare il Pd anche nei comuni. Alfredo D’Attorre cerca il termine giusto: «È un cappottino... Il Pd amministrava 14 Comuni capoluogo, ora siamo a 20 su 28».

A Livorno il M5S ha giocato duro ed è riuscita a spingere i Democratici verso l’autogol, in una città simbolo per la sinistra da sempre. Le liti fra correnti hanno indebolito il Pd locale e bruciato candidati anche validi. Renzi ha scelto di non farsi vedere al secondo turno in nessuna piazza d’Italia e così a Livorno, in rappresentanza del leader, sono andati Lotti e Nardella. Risultato: il candidato di Grillo, in asse con la sinistra-sinistra, si è preso la città umiliando Marco Ruggeri, primo candidato sindaco nella storia della sinistra livornese ad aver subìto l’onta dello spareggio e poi della débâcle. «Sconfitta pesante - ammette deluso - Ci saranno riflessioni e fortissimi cambiamenti da fare».

Per riorganizzare e svecchiare il partito anche sul territorio, Renzi ha affidato a Guerini il compito di avviare una ricognizione campanile per campanile, con l’obiettivo di dirimere contrasti e spazzar via correnti. Anche a Modena il Pd ha tremato. Nella città della Ghirlandina, dove la sinistra aveva sempre vinto al primo turno, il colore rosso sembrava essersi scolorito. Gian Carlo Muzzarelli, braccio destro del «governatore» bersaniano Vasco Errani, ha dovuto lottare fino all’ultimo per trionfare sul grillino Marco Bortolotti. A Padova invece, dove i venti burrascosi del Mose soffiano forte, il leghista Massimo Bitonci ha avuto facile gioco nel finale di partita, potendo mettere in carico all’ex sindaco reggente Ivo Rossi i «legami del Pd con gli arrestati». A Bergamo, per portar via la poltrona al sindaco Franco Tentorio, Giorgio Gori si è visto costretto a combattere contro i tabù della sinistra, che gli rimprovera di aver lavorato a Mediaset. A Bari, infine, la vittoria di Antonio Decaro era già scritta nei 24 mila voti di scarto con Domenico Di Paola, il candidato del centrodestra. «Abbiamo battuto in maniera sonora Fitto e tutto quel che rimane del centrodestra», esulta Michele Emiliano.

9 giugno 2014 | 08:13
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DA - http://www.corriere.it/politica/14_giugno_09/i-renziani-l-effetto-inchieste-ora-rottamare-quadri-locali-f788ade8-ef9b-11e3-85b0-60cbb1cdb75e.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - L’ala sinistra vuole una «rigorosa analisi» (ma de che?)...
Inserito da: Admin - Giugno 10, 2014, 07:40:23 pm
Il retroscena

Uno parla di «spine», l’altro chiede una «riflessione profonda»
Le critiche di Bersani e Letta Il voto riapre le ferite nel Pd
E l’ala sinistra vuole una «rigorosa analisi» dei risultati

Di Monica Guerzoni

ROMA - Se la vittoria storica del 25 maggio aveva pacificato il partito e silenziato i capicorrente, il risultato in chiaroscuro dei ballottaggi riapre antiche ferite e rianima la minoranza. Il tentativo di alcuni renziani di spaccare il Pd tra nuova guardia che vince e vecchia guardia che perde ha colpito nell’orgoglio l’ala sinistra del partito, che ora chiede a Matteo Renzi una riflessione profonda sulla natura del partito e sulla gestione delle realtà locali. All’ultima direzione il silenzio dei «big» rottamati era stato assordante, ieri invece si sono fatti sentire uno dopo l’altro, per rimarcare quanto dolorosa sia stata la perdita di storiche roccaforti e sottolineare, più o meno esplicitamente, che il Pd ha un problema a sinistra. «Ci sono delle spine - chiede di studiare “a fondo” la situazione Pier Luigi Bersani - e Livorno è una di queste». Dove il non detto, per i bersaniani, è che dove la sinistra non va a votare il Pd perde.

Persino Enrico Letta, che non era mai intervenuto nel dibattito politico nazionale dalla traumatica staffetta con Renzi, a margine di un seminario a Pisa ha commentato il dato meno felice dei ballottaggi: «La sconfitta del Pd a Livorno merita una riflessione profonda, perché del tutto inattesa». E Perugia, Padova, Potenza? L’ex premier non entra nel merito delle sconfitte incassate dal suo partito, ma da toscano insiste su Livorno: «È la sconfitta più clamorosa e non solo per il suo valore simbolico, per questo credo che necessiti di una riflessione nazionale».

Parole che suonano molto distanti dalla posizione di Renzi, che dal Vietnam ha definito «straordinario» il risultato. Anche questa volta il premier tira dritto sulla via della rottamazione e non si volta indietro. «Dove non abbiamo creato cambiamento abbiamo perso - è il ragionamento che ha condiviso con i suoi -. Paghiamo un prezzo dove siamo stati individuati come un partito strutturalmente al potere». Per lui non esistono città «rosse» e non esistono roccaforti: il voto di domenica dimostra che le rendite di posizione non valgono più e che il Pd i voti deve andarseli a cercare di volta in volta, anche a destra e senza puzza sotto il naso. Una strategia molto distante da quella che la minoranza ex diessina ha portato avanti per anni.

L’ala sinistra chiede di affrontare già nell’assemblea di sabato una rigorosa analisi del voto e contesta l’approccio dei renziani, i quali insistono nel buttare la croce sulle spalle della vecchia guardia. Dario Nardella, sindaco di Firenze, la mette così: «Il risultato negativo si è verificato nelle città dove il Pd non si è rinnovato». Giudizi che Gianni Cuperlo contesta con forza. In un post accorato su Facebook scrive che «alcune ferite pesano e bendarsi gli occhi è ingiusto» e si dice colpito da alcuni commenti dei renziani: «Davvero c’è chi pensa si possa dire che si vince dove il corso renziano si è fatto strada e si perde altrove?
E quale sarebbe la vecchia guardia da rottamare?». Marco Ruggeri, il «dem» sconfitto a Livorno, «ha l’età di Renzi» ricorda l’ex sfidante delle primarie, Wladimiro Boccali (Perugia) ne ha poco più di 40 e quando si perde «la prima cosa da fare non è preoccuparsi di dire che ha perso “uno degli altri”».

Al Nazareno assicurano che le reazioni a catena innescate dai ballottaggi non avranno ripercussioni sulla nuova segreteria a gestione unitaria, la cui composizione Renzi annuncerà entro sabato. Eppure i nomi ballano. Prima di indicare le sue scelte Cuperlo aspetta un incontro con Renzi. Uno dei nodi è che il leader non vuole in squadra chi ha fatto parte della segreteria di Bersani, come Nico Stumpo o Matteo Orfini. Anche la questione della presidenza si è riaperta. La lettiana Paola De Micheli, partita favorita, sa che niente è ancora deciso: «Sono una donna di partito, il resto lo vedremo...». E anche l’ipotesi che il successore di Cuperlo possa essere una figura forte della sinistra ex ds come Nicola Zingaretti, appare adesso più lontana.

10 giugno 2014 | 07:28
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Da - http://www.corriere.it/politica/speciali/2014/elezioni-europee/notizie/critiche-bersani-letta-voto-riapre-ferite-pd-f4fa6198-f05e-11e3-9b46-42b86b424ff1.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - «Faticoso, ma siamo stati più forti Nessun inciucio con ...
Inserito da: Admin - Agosto 12, 2014, 06:31:10 pm
«Faticoso, ma siamo stati più forti Nessun inciucio con Forza Italia»
Boschi: aperti al confronto, l’impianto però non si tocca. Gli 80 euro funzionano. Lo dico perché prendo i treni regionali e faccio la spesa nello stesso supermercato

di Monica Guerzoni

ROMA - «È stato molto faticoso...».
La riforma è passata con 183 voti. Poteva andare meglio, ministro Boschi?
«È andata molto bene. È stata approvata l’8 agosto, nei tempi previsti. È stato faticoso, ma abbiamo mantenuto l’impegno».

Davanti a 8.000 emendamenti ha mai temuto di non farcela?
«Quando ci sono processi di cambiamento così grandi possono esserci critiche e contrasti. Senza contrasti non c’è progresso. In questo caso però le opposizioni non hanno perso una battaglia, hanno perso una occasione».

Vuol dire che ha vinto lei? Ha vinto il governo Renzi?
«Non è una vittoria mia o di quei ragazzacci del governo. Questa importante riforma è frutto di un lavoro che ha coinvolto tutti, senatori, relatori, esperti e ricercatori. I tecnici del mio ministero sono stati straordinariamente bravi e se la politica ha dimostrato di saper riformare se stessa è un successo dei senatori, prima di tutto. Si sono mostrati più interessati al futuro delle istituzioni che alla loro ambizione personale».

È un grazie ai senatori della maggioranza che si sono rottamati da soli?
«È un grazie a chi ha creduto nel cambiamento. C’era la possibilità di confrontarci nel merito e le opposizioni non l’hanno colta. Quando Chiti propose di prendere tempo fino a settembre, noi eravamo d’accordo. Sono state le opposizioni a rifiutare, scegliendo l’ostruzionismo a oltranza. Per fortuna, noi siamo stati più forti».

Gli abbracci con gli esponenti di Forza Italia sono la prova dell’«inciucio» con Berlusconi?
«Sono stati baci e abbracci bipartisan, di soddisfazione per il risultato raggiunto assieme. Ho ringraziato tutte le persone che hanno collaborato con impegno a questo processo di riforma, Finocchiaro, Zanda, Sacconi, Quagliariello, Romano, Susta, Romani... Non c’è nessun inciucio, c’è un accordo su un serio lavoro di riforme alle quali Forza Italia ha contribuito».

Berlusconi e Verdini sono in maggioranza?
«Forza Italia sta con noi sulle riforme e non al governo, è saldamente all’opposizione. Stiamo scrivendo le regole insieme per non dovere mai più dar vita alle larghe intese. Le scelte in campo economico, come la misura degli 80 euro, sono della maggioranza e non dell’opposizione» (equilibri alla Camera: i numeri di maggioranza e opposizioni).

I numeri non la preoccupano? La riforma del Senato è passata con 183 voti, quando la maggioranza istituzionale ne conta circa 230.
«La maggioranza istituzionale estesa a Forza Italia regge benissimo. Ovviamente altro discorso è il sostegno al governo. Non c’è la possibilità che FI entri al governo, siamo due mondi separati».

Settembre nero in arrivo?
«A settembre faremo tante riforme importanti e c’è la forza politica per approvarle. Pubblica amministrazione, giustizia, lavoro, sblocca Italia... La vera sfida dell’autunno è l’abbinata Scuola-Cultura, un fronte che vede impegnato in prima persona il premier, così come ha fatto da sindaco a Firenze. Quanto a me ho anche la responsabilità dei decreti attuativi da gestire. Abbiamo già fatto un buon lavoro che ha portato dai quasi 900 ereditati dai precedenti governi ai 530 attuali. E si può fare di più».

I dati della recessione dicono che era meglio cominciare con le riforme economiche?
«Stiamo facendo tutto assieme, come dimostra il decreto legge degli 80 euro ci sono le misure sul lavoro che hanno portato a 108 mila occupati in più negli ultimi due mesi».

Se dovevano servire a rimettere in moto la crescita, pare non abbiano funzionato.
«Io credo di sì e lo dico perché continuo a prendere i treni regionali per andare a casa dai miei, continuo a fare la spesa nello stesso supermercato. La realtà della gente comune è diversa da quella che raccontano i giornali. C’è molta più speranza che paura nel Paese e settembre lo dimostrerà».

I dati dello spread o del Pil non sono un’invenzione dei giornali.
«Abbiamo lavorato a un pacchetto di riforme complessivo, anche in ambito economico. Ma la riforma costituzionale serve a dimostrare che la politica è in grado di cambiare se stessa e ha la forza per affrontare le altre sfide che ci attendono».

Ci sono state pressioni su Pietro Grasso?
«L’ho ringraziato per il lavoro complicato e difficile, visto il clima dell’Aula. Alcune decisioni del presidente non sono piaciute alle opposizioni e altre alla maggioranza, per alcuni aspetti ha scontentato tutti, il che vuol dire che ha cercato di svolgere il suo ruolo preservando equilibrio e terzietà».

E l’emendamento con cui Calderoli ha provato a dimostrare che Renzi vuole andare al voto?
«Una simpatica provocazione ai senatori. I mille giorni confermano la volontà di andare avanti con determinazione e fino in fondo».

A ottobre la riforma del Senato sbarca alla Camera. Cercherete di far passare il testo così com’è?
«Restiamo aperti al dialogo e al confronto, sempre che le opposizioni accettino di lavorare in un clima di maggiore serenità. Con l’ostruzionismo fine a se stesso diventa tutto più difficile, perché non possiamo bloccare il percorso delle riforme».

Se ci saranno migliaia di emendamenti chiamerete in soccorso il canguro di Grasso?
«Gli strumenti parlamentari li deciderà la presidenza della Camera. E comunque, vedremo quale sarà il comportamento delle opposizioni. Si può sempre cambiare, non fermarsi».

E se venissero messi in discussione i pilastri della riforma?
«Valuteremo eventuali aspetti da cambiare, come le norme passate a voto segreto che però non intaccano i principi fondamentali della riforma. L’impianto regge, è stato votato da una maggioranza molto ampia e non si tocca. Il dialogo con noi non è mai mancato e proseguirà, sperando che i deputati affrontino la riforma in un clima rinnovato, di maggiore collaborazione».

La platea che elegge il capo dello Stato si può ampliare? E cosa prevede su immunità ed elettività?
«È prematuro. Vedremo se alla Camera alcuni punti verranno messi in discussione. Al Senato abbiamo fatto 4.000 votazioni e la maggioranza ha sempre tenuto, tranne che in un paio di voti segreti. Alla Camera c’è una maggioranza estesa, io sono tranquilla. Non avremo problemi di numeri».

I dissidenti dicono che avete rischiato inutilmente, visto che il Senato elettivo aveva una maggioranza potenziale dell’80% dell’Aula.
«Se fosse così gli emendamenti di Minzolini e altri sarebbero passati... Non è che puoi fare l’elezione diretta e lasciare invariato tutto il resto. È legittimo che alcuni propongano modelli diversi, ma perché avremmo dovuto accettare l’aut-aut delle opposizioni, che non avevano la maggioranza in Senato?».

I due terzi però non ci sono. È sicura che vi convenga andare al referendum? La riforma di Berlusconi del 2005 fu bocciata dai cittadini.
«Abbiamo preso l’impegno di dare l’ultima parola ai cittadini, non per calcolo ma perché ci sembrava giusto. Non è detto che la nostra riforma avrà la stessa sorte di quella del 2005, perché è diversa. Decideranno gli italiani. È il miglior modo per respingere false accuse di autoritarismo».

Nella legge elettorale ci saranno le preferenze?
«Vedremo se mantenere i collegi o introdurre le preferenze. Il testo della Camera è un buon punto di partenza, al Senato valuteremo. Ma volendo ci sono i numeri per chiudere rapidamente, se c’è la volontà di farlo. Noi andiamo avanti, molto fiduciosi».

10 agosto 2014 | 08:38
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_agosto_10/faticoso-ma-siamo-stati-piu-forti-nessun-inciucio-forza-italia-a93861d8-2056-11e4-b059-d16041d23e13.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Cuperlo: ora la sinistra ha il dovere di organizzarsi per...
Inserito da: Admin - Ottobre 30, 2014, 12:28:43 pm
L’intervista
«Scissione? Sarebbe colpa di Matteo»
Cuperlo: ora la sinistra ha il dovere di organizzarsi per un nuovo inizio Per intervenire alla Leopolda bisogna inviare il testo, Togliatti era più liberale

Di Monica Guerzoni

ROMA Gianni Cuperlo, per il premier la sinistra di piazza San Giovanni è roba da museo delle cere.
«Io non ho nostalgia di nulla, ma un partito deve dire con chi sta e per chi si batte».
La piazza dei «reduci» e la Leopolda dei «pionieri», per dirla con Renzi, prefigurano due diversi partiti?
«Ho più rispetto io per la Leopolda di quanto non ne abbia mostrato Renzi verso i lavoratori e i giovani che hanno riempito San Giovanni. Però mi sembra che da quel palco Renzi osservi il mondo con i google glass. È la scelta di un mondo parallelo depurato da rabbia, paura, speranza».
Non sono i leopoldini a coltivare la speranza?
«Nell’impianto della Leopolda c’è un’idea della politica dove l’impulso del leader prevale sulla forza del diritto. Però questa non è concretezza, è una radice del populismo».
Renzi populista?
«Quando usa l’articolo 18 e dice che parlare delle norme che tutelano dal licenziamento è come voler mettere un gettone nell’iPhone, offende il milione di persone che hanno riempito le vie di Roma. Questo non va bene. Il punto è se tu, per uscire dalla crisi più grave del secolo, lavori per unire il Paese e non per dividerlo».
Il premier spacca il Paese?
«Descrivere la piazza come quelli che girano col telefono a gettoni è non capire che usciremo da questa crisi solo tutti assieme e non l’impresa contro il lavoro, una generazione contro l’altra, il Nord contro il Sud. Chi guida il Paese dovrebbe unirlo, non denigrarlo».
La scissione è in atto?
«Io voglio innovare il Pd e per questo voglio correggere una linea dai riflessi antichi. La scissione sarebbe una sconfitta del progetto nel quale abbiamo creduto e sta a tutti evitare di precipitare lì, ma è chiaro che Renzi ha una responsabilità enorme».
Vuole spingervi fuori?
«Spero non sia così, ma il premier non può spezzare il filo che lega milioni di italiani a una speranza che nasce. La sinistra da immaginare vivrà dentro parole come dignità, diritti umani globali e non nel mito di un futurismo senza visione».



Si sente a casa nel Pd del finanziere Davide Serra?
«Se il Pd diventa quello di chi dice che bisogna mettere dei paletti al diritto di sciopero, il Pd non esiste più. La sinistra è di fronte a una prova decisiva. Ho chiesto a Renzi “che cos’è la Leopolda?” e non mi ha risposto. E se è vero che per intervenire bisognava inviare il testo scritto agli organizzatori, il partito di Togliatti era una avanguardia di liberalismo. A proposito di innovazione...».
Leopolda partito parallelo?
«Con Renzi il Pd rischia di diventare una confederazione e in un modello simile le diverse culture hanno il dovere, non il diritto, di organizzarsi. Il congresso è finito, c’è un’altra storia tutta da scrivere. La sinistra deve porsi questa sfida e io la vivo come un nuovo inizio. Se la Leopolda è una corrente organizzata attorno al premier è evidente che si organizzerà anche un’altra parte, che non è nostalgica del passato, ma che ha un’altra idea di modernità».
L’area di Bersani ci sta?
«Io so che questa è l’esigenza che abbiamo oggi. Io ho cominciato a farlo con SinistraDem, ma la sfida riguarda tutti in un campo aperto».
Per tornare al 25 per cento?
«No, il punto è che dividendo il Paese è Renzi che quel 40% rischia di sciuparlo. Per rimanere lassù c’è bisogno di una sinistra completamente ripensata, che non può liquidare il popolo di San Giovanni come arnese di un passato duro a morire».
L’articolo 18 è la coperta di Linus della sinistra?
«Il nodo è come assumere, non come licenziare. Serve un patto sociale per la crescita e su questo terreno quel popolo è pronto a fare la sua parte. La piazza di sabato parlava anche con le lacrime di chi non ce la fa più. Chi liquida quel mondo morale come un vizio del passato offende il popolo senza il quale il Pd cessa di esistere e nasce un’altra cosa. Io mi batto perché non accada».
Se il Jobs act non cambia, lei vota la fiducia o se ne va?
«Intanto mi batto perché quella delega cambi. La voglio più coraggiosa. Se poi il testo dovesse rimanere quello uscito dal Senato, per me si aprirebbe un problema di coscienza. Così com’è non lo condivido».

27 ottobre 2014 | 10:18
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_27/scissione-sarebbe-colpa-matteo-78578e90-5db9-11e4-8541-750bc6d4f0d9.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Bindi: si torni all’Ulivo o noi usciamo Matteo ha deluso,...
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2014, 05:26:28 pm
Bindi: si torni all’Ulivo o noi usciamo Matteo ha deluso, è già in caduta
L’esponente della sinistra: se il Pd non cambia ci sarà bisogno di una nuova forza.
Renzi? Fa il salvatore della patria come Grillo, Salvini e il Berlusconi dell’esordio

Di Monica Guerzoni

ROMA «Non ci siamo divisi...».
La minoranza si è spaccata in tre, presidente Rosy Bindi.
«Gli obiettivi di chi ha votato no e di chi ha lasciato l’Aula, come me, erano gli stessi. Marcare la distanza netta da un provvedimento che, eliminando il diritto al reintegro, considera il lavoro come una merce».

L’indennizzo non basta?
«È un passo indietro profondo, secolare, rispetto alla dignità del lavoratore richiamata dal Papa. Oltre a non condividere il merito io ho voluto prendere le distanze dal messaggio che il premier ha costruito in questi mesi. Le sue parole hanno scavato un solco tra il governo, il segretario del Pd e il mondo del lavoro, la parte più sofferente dell’Italia. Abbiamo visto la delegittimazione del sindacato e una provocazione davvero lontana dalla situazione reale degli italiani».

Pensa che l’astensionismo nasca da qui?
«Tra Emilia e Calabria il Pd ha perso 750 mila voti. Se alle Regionali avessero votato gli stessi elettori delle Europee dovremmo dire che oggi il Pd è tornato al 30%, un numero più vicino al 25 di Bersani che non al 41 di Renzi».

L’astensionismo è ininfluente, secondo lui.
«Affermazione molto grave. L’astensionismo è un problema per la democrazia di un Paese, per il Pd e anche per il governo. Il premier ha fatto campagna in prima persona e ha lanciato dal podio dell’Emilia uno dei messaggi piu gravi quando ha detto che lui crea lavoro, mentre il sindacato organizza gli scioperi. Con le Regionali Renzi si è unito ai tanti salvatori della patria a cui gli italiani amano affidarsi, per poi sperimentare la cocente delusione».

Rimpiange Enrico Letta?
«Il paragone non è con Letta. È con Grillo, con Salvini, con il Berlusconi dei primi anni. La rottura della politica col Paese reale è profonda e sembra rimarginarsi quando gli italiani si affidano al salvatore di turno, per poi delusi andare a ingrossare l’unico partito che vince, quello dell’astensione. Il voto di domenica dimostra che è iniziata la parabola discendente, anche di Renzi».

Gufa perché rottamata?
«Sono stati rottamati 750 mila elettori in un colpo solo, non la Bindi. Questa categoria è servita a Renzi per vincere, ma ora, per continuare a governare, deve prendere per mano la povertà, le periferie, il dissesto del territorio, la crisi industriale. Chi guida i processi politici deve indicare il cammino, la speranza, e responsabilizzare tutti nella fatica della paziente ricostruzione».

La minoranza chiederà il congresso anticipato?
«Il gioco interno al Pd non interessa agli italiani, figuriamoci a me. Quel che mi interessa è che ci sia una forza politica che abbia il coraggio di ricostruire il tessuto democratico e affrontare una crisi economica sempre più grave».

Progetta la scissione?
«Dico che questa è la funzione del Pd, se ha memoria delle origini, se non vagheggia l’idea del partito unico della nazione e se è un partito riformista, ma di sinistra. Quello sul Jobs act è stato un primo passaggio di merito, ma ora ce ne sono altri non meno importanti».

La riforma costituzionale?
«Appunto. Così è irricevibile, umilia il Parlamento e lo rende subalterno al governo».

La legge di Stabilità?
«Non può essere una mera, finta restituzione delle tasse, c’è bisogno di sostegno vero al lavoro e agli investimenti».

E l’Italicum, lei lo vota?
«Se il patto del Nazareno non ha più futuro, nessuno pensi di portare avanti quella legge elettorale con sostegni diversi in Parlamento. C’è da dare al Paese una legge che assicuri il bipolarismo, non attraverso i nominati e il premio di maggioranza al partito unico».

E se Renzi va a votare?
«Questo risultato dovrebbe farlo riflettere, non è tempo di facili ricorsi alle urne. Voglio sperare che al di là del messaggio grave, sbagliato e pericoloso che ha mandato all’Italia, Renzi abbia un momento di ripensamento serio. Spero cambi stile e accetti il confronto. E si ricordi che il segno di chi ha la responsabilità più alta è unire, non dividere».

Perché non uscite per fondare una forza alternativa, guidata da Landini? «Se il Pd torna a essere il partito dell’Ulivo, che unisce e accompagna il Paese, non ci sarà bisogno di alternative. Ma se il Pd è quello di questi ultimi mesi, è chiaro che ci sarà bisogno di una forza politica nuova».

Una forza minoritaria?
«Tutt’altro che minoritaria, una forza di sinistra, competitiva con il partito della nazione. E allora servirà, oltre alle idee, la classe dirigente».

La sinistra fuori dal Pd non è un ferro vecchio?
«Renzi sbaglia quando si paragona al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, che prese il 33% e ridusse la sinistra radicale a prefisso telefonico. Quello era collocato nel centrosinistra e non ambiva a fare il partito pigliatutto. Se il Pd è quello di questi mesi una nuova forza a sinistra non sarà residuale, ma competitiva. E sarà un bene per il Paese, se non vogliamo che il confronto si riduca ai due Matteo. Sarà una sinistra riformista e plurale, ma sarà una sinistra. Sarà il Pd».

Il voto sul Quirinale sarà una resa dei conti?
«Quando dovremo confrontarci su quella scelta, spero più tardi possibile, io auspico che venga fatta ricercando l’unità del Paese. Fu un bene bocciare la riforma del centrodestra, che riduceva il capo dello Stato a portiere del Quirinale».

Perché Renzi dovrebbe cercare un nome non condiviso?
«Ci sono molti modi per ridurre il ruolo del Colle, come rinunciare alla ricerca della personalità più autorevole per considerarla strumentale alla politica del governo. Sarà fondamentale trovare la persona che più unisce e la cui autorevolezza sia considerata indiscussa, da tutti».

26 novembre 2014 | 07:01
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_novembre_26/bindi-si-torni-all-ulivo-o-noi-usciamo-matteo-ha-deluso-gia-caduta-cd832bb6-7530-11e4-b534-c767e84e1e19.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Scelta civica trasloca nel Pd
Inserito da: Admin - Febbraio 07, 2015, 09:50:02 am
L’ADDIO

Scelta civica trasloca nel Pd
Il passo di Lanzillotta, Ichino, Maran, Susta, Borletti Buitoni, Tinagli e Calenda.
Via anche il ministro Giannini.
L’ex fondatore Monti non commenta.
Renzi: approdo comune

Di Monica Guerzoni e Redazione Online

Traslocano armi e bagagli nel gruppo del Pd. Lasciano l’incerto approdo di Scelta civica, il partito fondato (e poi abbandonato) da Mario Monti e partono per il porto sicuro di Matteo Renzi. Sono otto senatori e deputati: Linda Lanzillotta, Pietro Ichino, Alessandro Maran, Gianluca Susta e Ilaria Borletti Buitoni, Irene Tinagli e Carlo Calenda. Anche il ministro Stefania Giannini ha intenzione di traslocare. Mario Monti non commenta e resta al suo posto di senatore a vita. Resta sospesa la posizione del sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova: anch’egli ha deciso di lasciare il gruppo di Scelta civica ma non entra (per ora) nei “dem”.

Sotto il Nazareno
Nell’attesa che altri parlamentari centristi rompano gli ormeggi e chiedano asilo, anche alla Camera, il premier si prepara ad aprire le braccia. Sono le otto della sera di giovedì quando Matteo Renzi incoraggia le pecorelle smarrite a tornare a casa: «Ho molto apprezzato il contributo leale arrivato dai senatori del gruppo di Scelta Civica sia sul cammino delle riforme istituzionali ed economiche sia in occasione della elezione del Capo dello Stato...». Il leader del Pd parla di «approdo comune» e di «comune cammino per il cambiamento dell’Italia». Dal punto di vista numerico non cambia nulla, perché Scelta civica è già stabilmente in maggioranza. Ma un partito, per quanto piccolo, che si sgretola e si rifugia sotto il tetto del Nazareno è un ottimo spot per convincere i senatori delle varie opposizioni a dare una mano sulle riforme.

La nota dei fuoriusciti
E in mattinata arriva la risposta ufficiale dei fuoriusciti. «Accogliamo l’invito rivoltoci da Matteo Renzi a un percorso e a un approdo comuni e riteniamo che si debba andare nella direzione che i nostri elettori ci hanno già indicato» e «decidiamo di aderire ai gruppi del Partito Democratico di Senato e Camera, alcuni di noi anche al partito stesso», scrivono in una nota Susta, Giannini, Maran, Lanzillotta, Ichino, Borletti Buitoni, Tinagli e Carlo Calenda. «Ci muove la convinzione - particolarmente sentita da quelli di noi che in altra stagione con sofferenza hanno lasciato il Pd - che ora è finalmente possibile voltar pagina rispetto ai partiti, alle ideologie e alla storia politica del secolo scorso. Oggi - spiegano gli otto parlamentari di Sc - ci ripromettiamo di portare nei gruppi parlamentari del nuovo Pd i nostri valori liberaldemocratici, le nostre idee, i nostri progetti, le nostre competenze e il nostro spirito di servizio, con l’obiettivo di concorrere al lavoro entusiasmante che attende il Parlamento nei prossimi anni: quella riforma europea dell’Italia che sola può dare speranza nel futuro a noi e ai nostri figli». «Il Pd renziano - concludono nella nota - ha assorbito il centro della società prima ancora che quello politico. Ha assorbito la base sociale ed elettorale di Scelta Civica che, infatti, alle elezioni europee nel maggio scorso ha scelto in massa le liste di questo nuovo Pd».

5 febbraio 2015 | 22:30
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_05/strappo-scelta-civica-cinque-senatori-pronti-trasloco-pd-e80cccd0-ad75-11e4-8190-e92306347b1b.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il partito democratico
Inserito da: Admin - Aprile 04, 2015, 12:03:22 pm
Il partito democratico
Legge elettorale, Bersani avverte: «No aut aut, la sintesi tocca a Renzi»
L’ex segretario: «Minoranza Pd? Sono più preoccupato per il futuro dei nostri figli»

Di Monica Guerzoni

«Se Renzi ha fatto Mattarella, potrà ben fare il Mattarellum...». Con questa battuta Pier Luigi Bersani prova a stemperare la tensione a due ore dall’inizio della direzione del Pd, dove l’ex segretario arriverà a lavori iniziati. «Sono esterrefatto - sono le prime parole di Bersani, appena sbuca dall’auto davanti alla sede dell’Enea - Possibile che si continui a fare analisi e dietrologie su cosa fa Bersani quando si alza la mattina e se ce l’ha o no con Renzi, invece di parlare di quale democrazia stiamo costruendo per i nostri figli? È un oggettino che dovrebbe interessare, non credete? - risponde ai cronisti che lo incalzano sullo scontro tra maggioranza e minoranza del Pd - Finché non si va al merito non ho interesse a dialogare». Bersani arriva nella sede dell’Enea per un convegno sull’energia organizzato dal Nens e le telecamere sono tutte per lui, per l’ex segretario del Pd che a Palazzo Chigi vedono come l’ultimo ostacolo sulla via dell’Italicum.

Renzi non vuole cambiare la legge elettorale.
«Credo che per un segretario sia un compito d’ufficio fare la sintesi parlando del merito delle questioni».

Il premier ha detto alla minoranza che in cambio della riforma del Senato avrebbe modificato l’Italicum. Ora l’Italicum non si tocca, ma vi offre cambiamenti al Senato... Vi sentite presi in giro?
«Questo lo dice lei».

E la proposta di Civati di stare uniti?
«Non è che stiamo facendo il cartello delle minoranze. Qui dobbiamo ragionare del modello di democrazia. C’è il rischio che venga fuori una sorta di democrazia di investitura, con un Parlamento messo a comando e una autostrada per le pulsioni plebiscitarie e populiste che girano in questo Paese. È un interrogativo da poco? Che i giornali siano pieni di paginate su cosa fa la minoranza e cosa pensa Bersani e quanto ce l’ha con Renzi invece di discutere del merito mi preoccupa molto».

Cosa propone, il Mattarellum?
«Se lo fanno lo firmo subito... Renzi ha fatto Mattarella, può fare anche il Mattarellum».
Se invece oggi in direzione il segretario vi mette davanti a un aut aut?
«Spero proprio che non ci si arrivi».

E se offre posti sicuri in lista ai suoi parlamentari?
«I miei? Non esistono. Io le nuove generazioni le ho spinte, non sono mai stato un impedimento per loro. Nessuno deve sentire di avere un problema con Bersani. La gente ragiona con la propria testa».

Renzi vuole dividere lei e D’Alema dai giovani bersaniani e dalemiani?
«Ma non lo so... I posti in lista? Se si allude all’idea che tutto si possa comprare invece di ragionare allora riposiamoci, perché vuol dire che la democrazia è finita».

Cosa la preoccupa tanto, il combinato disposto tra Italicum e nuovo Senato?
«Si, perché diventa una specie di presidenzialismo di fatto senza contrappesi e non lo dico guardando all’oggi, ma guardando avanti. Io alle mie figlie un sistema così non glielo voglio lasciare. Vogliamo discutere o andiamo avanti a colpi di mano e bracci di ferro?»

Renzi autoritario?
«Non ho detto che si va verso l’autoritarismo o il fascismo, ma ritengo che quello proposto dal governo sia un meccanismo democratico azzardato».

Oggi andrà in direzione o diserterà la riunione con Renzi?
«Sono qui a parlare di energia, appena posso ci vado».

30 marzo 2015 | 15:18
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_marzo_30/bersani-direzione-pd-non-stiamo-facendo-cartello-minoranze-mattarellum-e665719c-d6de-11e4-a883-4c9c44a1b2f9.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Italicum, le battute sull’Armageddon e l’immagine degli ...
Inserito da: Admin - Aprile 16, 2015, 11:36:22 am
Il racconto

Italicum, le battute sull’Armageddon e l’immagine degli sciacalli
Bersani: «Così non ci sto»
Renzi blinda la legge elettorale. Il Pd si spacca.
L’ex segretario: «Un partito che, se il capogruppo lascia, va avanti come nulla fosse, ha un problema»


Di Monica Guerzoni

ROMA «Non sarà un voto alla Armageddon...» esordisce Matteo Renzi aprendo l’assemblea del gruppo al posto del capogruppo, in barba alle barbose tradizioni parlamentari. Nel palazzo dei gruppi l’aria è un mix di emozioni contrastanti, renziani eccitati per la «resa dei conti» e minoranze abbacchiate. Sì, perché solo a riunione iniziata i nemici dell’Italicum trovano la «quadra» e, per non finire in cocci, decidono di non partecipare al voto sulla relazione di Renzi, come suggerito da Pippo Civati.

Ma come, Area riformista non aveva deciso di votare contro la relazione del premier? Contrordine, compagni. Indietro tutta. D’altronde, quanti sono i riformisti pronti a mandare in fumo la legge elettorale per gettarsi in mare aperto e senza scialuppe? «Il mio timore - sospira preoccupato Gianni Cuperlo - è che gli italiani non ci capiscano».

Brutto clima in casa Pd. La giornata era filata via per nulla liscia, tra telefonate cruciali (Renzi-Speranza), faccia a faccia (Renzi-Cuperlo) e l’inquietudine di tanti dem di sinistra stretti tra riconoscenza verso Bersani e lealtà a Renzi. «Tu ci sei stasera, vero?» è stato l’angoscioso interrogativo che, in Transatlantico, correva nei capannelli dell’opposizione, divisa tra non-renziani e aspiranti renziani. E alla fine il panico della diserzione ha spinto i bersaniani soft alla resa.

Ma adesso, alle nove della sera, parla lui e cita Kipling: «Per chi ama il Libro della giungla, fuori di qui ci sono tanti Tabaqui». Grazioso sinonimo di sciacallo. Renzi rispolvera il leit motiv del «Letta impantanato», strappa l’applauso sulle intercettazioni e finalmente, come i dialoganti speravano, semina qualche apertura sulla riforma costituzionale. Ma l’Italicum no, la madre di tutte le riforme non si tocca. Sancita l’intangibilità della legge elettorale il premier si mette a discettare di Imu agricola («un errore»), di università, povertà, città metropolitane...



Alle 21.30 Renzi ha finito e tocca al «povero» Speranza, come lo chiamano perfidi i renziani da quando hanno capito che le dimissioni del capogruppo erano ormai inevitabili. Nell’intervento più difficile della sua carriera spiega le «ragioni vere di un profondo dissenso», ma conferma lealtà al premier la cui «leadership è fondamentale». E poi, sposando la causa renziana: «Il destino del partito della nazione coincide con quello del Paese».

Lui in quella sfida ci sta dentro in pieno assicura Speranza e spiega che, se ha lanciato la sfida di «allargare», lo ha fatto perché in Aula si rischia di non reggere: «Nemmeno tutto il nostro campo, ora, è con il Pd...». Evocata la spaccatura dei dem, Speranza recita il suo atto di fede, «credo con forza in questo governo e nel Pd» e però ammette che la distanza tra quel che lui pensa e la «direzione di marcia è troppo ampia». Sono le 21.30 quando il deputato di Potenza, classe ‘69, annuncia: «Rimetto con serenità il mandato da presidente del gruppo». E mentre ci si interroga sull’irrevocabilità delle dimissioni il quasi ex si accomoda in platea: «Ho fatto la cosa giusta».

La riunione prosegue come nulla fosse. Cuperlo deve trovarlo surreale e prova a scuotere i renziani dicendo che le dimissioni di Speranza «sono un fatto serio», che merita la sospensione dei lavori... Ma no, Renzi non si ferma. Vuole un voto che formalizzi il trionfo e rimanda il dibattito sulle sorti di Speranza: «Non condivido la scelta, Roberto rifletti». Rosy Bindi è una furia e grida: «Fallo te un atto magnanimo e permetti di discutere di queste dimissioni adesso». Appello respinto e la presidente dell’Antimafia che gira i tacchi: «Non è giornata».

La proposta di rinvio è messa ai voti e bocciata e qui, alle 22.15, l’intransigente Fassina e lo sconcertato D’Attorre vanno a dormire, mentre i «buoni» di Area riformista (e Cuperlo) restano. Civati è basito: «Tutti matti!». Zitti, tocca a Bersani. «Molto incazzato», lo descrivono. «Non è un tema di disciplina di partito né di voto di coscienza, ma di responsabilità. Se si vuole si può cambiare, se invece si sceglie di andare avanti così io non ci sto». Sfida Renzi a ridiscutere «davvero» i pilastri della riforma del Senato e infine, come dopo uno schiaffo ricevuto: «Un partito che davanti alle dimissioni del capogruppo va avanti come se nulla fosse ha un problema».

16 aprile 2015 | 06:58
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_aprile_16/italicum-pd-retroscena-battute-armageddon-sciacalli-resa-conti-bersani-8dd8ac3e-e3f3-11e4-868a-ccb3b14253dc.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Italicum, Bersani: «Non è la ditta che ho creato.
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2015, 12:08:38 pm
Italicum, Bersani: «Non è la ditta che ho creato. Prepotenza da Renzi? La sua natura non è bella»
L’ex leader del Pd parla dopo la decisione del premier di mettere la fiducia sulla riforma delle legge elettorale: «Io posso prendere le sberle, l’Italia no»
Di Monica Guerzoni

ROMA Ha l’aria mesta Pier Luigi Bersani mentre sale lo scalone di Montecitorio e si ferma davanti alla porta della commissione Attività produttive: «Vedo tanta tristezza in giro, tanta tristezza...».

Per settimane si è sgolato, si è appellato al senso di responsabilità del presidente del Consiglio, lo ha implorato di non mettere la fiducia sulla legge elettorale, come nella storia d’Italia è accaduto solo due volte: sulla legge Acerbo del 1923 (all’inizio del ventennio di Mussolini) e sulla cosiddetta legge «truffa» del 1953. Gli ha chiesto di farsi carico del pericolo di una spaccatura irreparabile del Partito democratico, ha persino evocato il rischio di una dolorosa scissione. Ma niente, Matteo Renzi ha tirato dritto.

E poiché l’intenzione di accelerare filtrava da Palazzo Chigi sin dal mattino, il già ministro dell’Industria e dello Sviluppo economico ha messo a verbale la sua contrarietà nella votazione a scrutinio palese sulla richiesta di sospensiva dell’Italicum. Sui tabulati il nome di Bersani risulta tra i 17 deputati che sono usciti dall’aula al momento del voto. Un primo messaggio politico, chiaro e forte. E quando la notizia della fiducia è ufficiale, l’ex segretario non riesce a tenere per sé la rabbia e la preoccupazione di cui è gonfio il suo animo.

Davvero non voterà la fiducia?
«Davanti a scelte di questa portata, ognuno deve assumersi le sue responsabilità. Vedremo cosa fare assieme e poi vedrò cosa fare io».

Giudica sbagliata la scelta del premier di legare la legge elettorale alla vita del governo?
«Sì, perché qui il governo non c’entra niente. A essere in gioco è una cosuccia che si chiama democrazia».

Perché Renzi ha deciso di forzare? Nella minoranza si parla di prepotenza...
«Lui è in natura così».

Fiducia sull’Italicum, l’Aventino dei dissidenti del Pd

   

E com’è la natura di Renzi?
«Non è una bella natura».

È rimasto spiazzato dalla prova di forza?
«No, io non avevo dubbi che avrebbe messo la fiducia. Ma che bisogno c’era? Si dice che la gente non capisca di che cosa si sta discutendo in Parlamento. Ma insomma, tocca a me spiegarlo?».

Anche a lei, sì.
«Può essere che tocchi anche a me, ma tocca a tutti. Parliamo delle regole del gioco, parliamo della nostra democrazia. Una cosa che non riguarda Bersani contro Renzi».

Il premier le ha dato una bella sberla mettendo la fiducia.
«Ma io, se serve, di sberle ne prendo quante volete. Il problema non è Bersani, è l’Italia».

Col voto contrario di una parte della minoranza sarà la fine della ditta?
«Non è più la ditta che ho costruito io. Questa è un’altra cosa, un altro partito».

Ma lei ci può stare in un partito così? O pensa alla scissione?
«Ma dove posso andare... Sa come diceva Dante Alighieri? Se io vo, chi rimane? Se io rimango, chi va? (Trattatello in laude di Dante di Giovanni Boccaccio, ndr).

Crede davvero che l’Italicum sia la peggiore delle leggi possibili?
«Con questa legge qua la demagogia va in carrozza. Ma lei se lo immagina cosa diventeranno le prossime elezioni? Sarà il festival della demagogia».

Esagera, onorevole.
«No, saranno una gara a chi la racconta più grossa».

Qual è la cosa che le ha fatto più male?
«La fiducia su una questione così importante per la democrazia. Io lo sapevo fin dall’inizio che finiva così. Com’era quel titolo del Corriere?».

«Bersani pronto a uscire dall’Aula per non dover votare sul governo». Abbiamo sbagliato?
«Direi proprio di no»

29 aprile 2015 | 07:19
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_aprile_29/italicum-fiducia-bersani-intervista-prepotenza-renzi-9542fce2-ee2d-11e4-b322-fe8a05b45a01.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - «Possibile», la cosa rossa di Civati
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2015, 05:14:32 pm
Il retroscena / Già pronti logo, magliette e gadget
«Possibile», la cosa rossa di Civati
Nel database ha già 50mila iscritti “Mi seguiranno in tanti, anche big del Pd» -
Al debutto il nuovo movimento del deputato brianzolo fuoriuscito dal Pd
«Sel interlocutore naturale. Landini? La coalizione sociale è motivo di interesse»

Di Monica Guerzoni

Podemos in Spagna, Possibile in Italia. Sull’onda della vittoria tra Madrid e Barcellona del movimento dei post Indignados, Pippo Civati è pronto a battezzare la sua creatura. Subito dopo le Regionali nascerà Possibile, la rete che il deputato uscito dal Partito democratico immagina come un movimento «inedito e diverso dal solito». Di ufficiale non c’è ancora nulla. Ma il simbolo, realizzato da Federico Dolce e Marianna Zanetta del Vixen Studio di Torino, militanti convinti, sarà depositato in queste ore e qualche provino è sfuggito al controllo dei creatori. Tessere di iscrizione, t-shirt con il simbolo, gadget... Tutto è pronto per il lancio.

Il cerchio rosso ciliegia in cui si inscrive il segno tipografico dell’uguale ricorda da vicino le insegne del movimento che ha sedotto i giovani spagnoli. Il viola di Podemos è uno dei colori che, miscelati con il rosa e l’arancio di tante battaglie della sinistra del terzo millennio in Italia, hanno dato vita al rossastro di Civati.

Il deputato risponde al telefono che è sera e si dice «molto sorpreso» di sapere che il suo simbolo non sia più segreto: «Lo presenteremo a giugno, dopo le Regionali». Si è ispirato a Podemos? «No... Possibile non è la trasposizione di alcun modello straniero». Cosa c’è in cantiere? «Questa cosa, che spiegheremo con calma, la mettiamo a disposizione di tutti coloro che possono essere interessati a condividere con noi un modello di lavoro completamente nuovo, che supera i partiti tradizionali». Maurizio Landini? «La coalizione sociale è per noi motivo di interesse e confronto». E Sel? «È un interlocutore naturale. Ma ci sono anche gli ambientalisti, che devono ritrovare una rappresentanza. E soprattutto ci sono i cittadini».

Civati da Prodi alla rottura con Renzi. E ora il nuovo movimento «Possibile»

   


Quanto al traguardo, Civati rivela senza imbarazzo di puntare dritto a Palazzo Chigi: «La fogliolina di ulivo è questa cosa qua, ci si presenta per governare il Paese e non per fare testimonianza». Lei parte da solo, come pensa di costruire l’alternativa al presidente del Consiglio? «A parte che non sono affatto solo, Matteo Renzi in questo momento sta dicendo cose molto confuse e non voglio partecipare alla polemica... Possibile non è uno strappo. È una sfida rivolta a noi stessi e ad altri compagni di strada. Non è contro nessuno e non vuole escludere nessuno».

Il viaggio di Possibile comincia dalla Liguria. Dove lo sfidante di Raffaella Paita, il civatiano Luca Pastorino, spera in un risultato a due cifre. Ecco, per Civati la Liguria non è solo un laboratorio della nuova sinistra fuori dal Partito democratico, ma un vero e proprio test. Quanti voti il nuovo movimento potrebbe rubare al partito di Renzi, alle prossime Politiche? E quanti potrebbe pescarne nell’immenso mare dell’astensione? Civati è ottimista. Sta reclutando giovani «molto motivati», pronti a impegnarsi sul territorio (e via web) per costruire dal basso una forza politica alternativa «molto larga, trasversale, dinamica e moderna», che sia un mix tra rete e movimento.

Via le scatole cinesi dei partiti tradizionali e piramidali, con la direzione, la segreteria, i forum e le vecchie sezioni. La proposta politica di Possibile sarà trasversale e orizzontale e nascerà dalle idee dei cittadini attraverso i comitati, che porteranno avanti campagne su singoli temi. Per aprire un comitato basterà trovare minimo dieci adesioni e massimo cinquanta e chiedere l’iscrizione al partito. Quel che Civati ha in mente è un sistema di consultazione permanente degli elettori, per misurare il battito del cuore della base e non sbagliare mosse: dalla scelta dei candidati alle battaglie da portare in Parlamento, dove il fondatore lavora ai gruppi di Possibile.

Il «tesoretto» di Civati è il database dell’associazione «È Possibile» che conta 50 mila iscritti. Nel calendario è segnata in rosso la data del 3 giugno, giorno in cui la nascita della nuova «cosa rossa» sarà ufficializzata. Seguirà una lettera-documento e poi, a luglio, la festa del partito .

26 maggio 2015 | 10:20
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_maggio_26/possibile-nuovo-partito-civati-modello-podemos-89cfca48-037c-11e5-8669-0b66ef644b3b.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Pd romano fra Mafia Capitale, voti comprati e liti interne:..
Inserito da: Admin - Giugno 25, 2015, 07:29:55 pm
Pd romano fra Mafia Capitale, voti comprati e liti interne: «Sembra la Chicago negli anni ‘30»
Dalle relazioni pericolose con Buzzi e Carminati al tesseramento gonfiato, dalle primarie nel caos alle continue risse interne: la crisi profonda del partito commissariato da Matteo Orfini

Di Monica Guerzoni

«Il Pd usato come un taxi, le cordate, il tumore delle correnti... Una Roma che somiglia alla Chicago Anni ‘30». Walter Verini azzarda un paragone da brivido e rispolvera le bande che si accordavano per spartirsi il territorio. «E quando non ci riuscivano» ricorda l’ex braccio destro di Veltroni evocando Al Capone, «c’era la strage di San Valentino». Dopo gli arresti, nel Pd romano è l’ora dei veleni, delle vendette incrociate, dello scaricabarile tra correnti nemiche. E ci si chiede come abbia potuto, il partito che ha nel dna i geni di Enrico Berlinguer, degenerare fino a non vedere quelle mani che trescavano con la destra eversiva e pescavano nel pozzo nero del malaffare.

Le cena con Buzzi
Quali volti, quali storie hanno scandito la mutazione antropologica e favorito le infiltrazioni criminali? Perché, fino a un anno fa, i «dem» non si facevano scrupoli di andare a cena con Buzzi o accettare soldi da lui? Lionello Cosentino, ultimo segretario prima del commissariamento, si difende: «Io amico di Buzzi? Ci conosciamo da vent’anni. Sembra che tutti noi abbiamo avuto rapporti con la mafia, perché nessuno sapeva che Salvatore fosse diventato parte di una banda di ladri. Ma io non ho mai chiesto favori e non ho parenti assunti dalle coop». Qualcuno però i parenti li ha piazzati. Fabio Melilli, segretario del Lazio, chiese allo «spicciaproblemi» di Buzzi, Luca Odevaine, un aiuto per far lavorare la figlia: «Un errore, ma è stata solo una telefonata».

Le primarie e i voti comprati
Tessere e voti comprati, iscritti fantasma, risse nei circoli, primarie taroccate con i rom in coda ai gazebo, volanti ai seggi per sospetti brogli... I vecchietti prelevati al centro anziani di Trastevere per votare per il renziano Tobia Zevi e persino i consiglieri che fanno le carte di identità agli elettori in cambio di un voto. E poi, in un crescendo wagneriano, i «dem» sorpresi a braccetto con Carminati e Buzzi, gli arresti, il mesto corredo di favori, pubblici o privati. «Nelle primarie per il Parlamento - denunciò Marianna Madia - ho visto vere associazioni a delinquere». E Roberto Morassut invita il Pd a «presentare ai romani le scuse per questa brutta storia e ripartire da un congresso».

Segretari capitolini sotto accusa
A sentire i renziani è tutta colpa della «grande famiglia» ex ds, i cui pilastri romani (Zingaretti, Bettini, Cosentino, Miccoli...) avrebbero «ucciso» il rinnovamento. «Il Pd in questi ultimi due anni si è occupato troppo di beghe interne, il che ci ha fatto male» è l’analisi di Lorenza Bonaccorsi. Ma il Pd nazionale non c’entra, si sgolano i dirigenti del nuovo corso. E addebitano il decadimento ai segretari capitolini. Il primo fu Riccardo Milana, le cui presunte spese faraoniche fecero accumulare i primi buffi, lievitati al milione e 200 mila euro di oggi. I giornali della destra si esercitano sul tema «manette rosse» e l’ex DS Chiti chiede aiuto a Berlinguer, implorando i compagni di non smarrire quel patrimonio di «onestà e impegno politico non asservito alle corruttele». Troppo tardi.

Il caso Coratti
Su 125 circoli del Pd, Orfini ne conta diversi di quelli «cattivi», perché fittizi o in guerra per il controllo del territorio. C’è chi parla di bande, chi di tribù e racconta di quando Daniele Ozzimo, la ex moglie Micaela Campana e Umberto Marroni facevano incetta di voti al Tiburtino, terra di conquista di Carminati e Buzzi. Mirko Coratti, l’ex presidente dell’assemblea capitolina in carcere (anche) per corruzione aggravata, è approdato nel Pd portandosi dietro da Forza Italia e Udeur un vistoso pacchetto di voti: 6565 nel 2013. «È entrato quando il segretario era Miccoli, ma il Pd non c’entra - scacciano le ombre al Nazareno - Mirko s’è fatto sempre gli affari suoi». Molti soldi, molte preferenze. Per il Campidoglio ne servono almeno 4000, il che vuol dire da 100 a 200 mila euro. Per il Lazio le spese lievitano. Racconta Tommaso Giuntella: «Mi offrirono di candidarmi in Regione, ma quando mi dissero che serviva anche un milione rinunciai». Buzzi disse di avergli dato 140 voti alle primarie e il presidente dell’assemblea del Pd smentisce: «Mai conosciuto...». Ma i veleni scorrono come il «biondo» Tevere.

L’amarezza di Reichlin
Gli ex DS accusano la Bonaccorsi di aver imbarcato gli orfani di Coratti. «Cattiverie» smentisce l’onorevole renziana e butta il trasformismo alla vaccinara sulle spalle di «chi non ha governato la vocazione maggioritaria». Alfredo Reichlin è attonito: «Da dove sono saltati fuori i nomi di cui si legge? Il mondo politico che conoscevo, fino a Bettini e Veltroni, non c’è più». Il degrado comincia nel 2008, quando Veltroni e Rutelli perdono le elezioni e sul tetto di Roma si insedia la destra di Alemanno. Invece di fare opposizione, gli sconfitti trattano con i nuovi arrivati e i loro amici poco raccomandabili. «Hanno avuto paura di perdere le poltrone», geme Ileana Argentin. Parole chiave: consociativismo e spartizione. Sotto accusa la manovra d’aula (poi abolita da Marino) che divideva la torta tra i consiglieri. Tra gli indiziati c’è Umberto Marroni, allora capogruppo, rimproverato da chi non lo ama di «essersi accordato con Alemanno in cambio delle briciole».

12 giugno 2015 | 08:36
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Da - http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_giugno_12/pd-romano-mafia-capitale-voti-comprati-liti-interne-sembra-chicago-anni-30-4f23b7ee-10c7-11e5-b09a-9f9a058e6057.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - La riforma del senato e i nodi politici
Inserito da: Admin - Agosto 09, 2015, 10:43:02 am
La riforma del senato e i nodi politici
Riforma costituzionale: 17 paletti, dall’elezione diretta all’immunità
Gli emendamenti dei «ribelli»: con il muro contro muro iter a rischio, il premier li valuti con prudenza.
Gotor: «L’articolo due sarà votato dall’Aula. Vogliamo azzerare tutto»

Di Monica Guerzoni

Guai a dire che la minoranza ha piazzato 17 mine sul terreno della riforma costituzionale, perché i «ribelli» si offenderebbero assai. Ma in giorni di metafore belliche incrociate, è così che il fronte renziano potrebbe accogliere le proposte di riforma depositate dai dissidenti di Palazzo Madama. E che Miguel Gotor, in nome del «riformismo mite dei cattolici democratici e dei socialisti europei», offre a Renzi come antidoto alla guerriglia permanente.

«Noi crediamo nel processo riformatore - assicura il senatore - ma poiché il muro contro muro può metterlo a rischio invitiamo il premier a cercare, con prudenza politica, un accordo preventivo sulla via indicata con saggezza dal presidente Grasso». È la proposta di un patto di non belligeranza, che scongiuri il patatrac: «Sarebbe un grave errore non cogliere questa opportunità storica, magari per impuntature caratteriali. Renzi vuole davvero cambiare la riforma? E con quali voti? Con quelli di Verdini e degli amici di Cosentino, secondo la peggiore tradizione del trasformismo italico, o con la spinta riformatrice dell’intero Pd?». Eccoli dunque, i 17 emendamenti firmati da un numero variabile di senatori che va da 26 a 28. Il primo riguarda l’articolo 1 e restituisce ai senatori competenze in materia di Europa. Ma il più importante è quello all’articolo 2, che reca in calce 28 firme: Gotor, Migliavacca, Broglia, Casson, Chiti, Corsini, d’Adda, Dirindin, Fornaro, Gatti, Giacobbe, Guerra, Guerrieri, Lai, Lo Giudice, Manassero, Manconi, Martini, Micheloni, Mucchetti, Mineo, Pegore, Ricchiuti, Ruta, Sonego, Tocci, Tronti e Turano.

«Il Senato della Repubblica - è il passaggio che farà infuriare il Pd di governo - è eletto dai cittadini su base regionale, garantendo la parità di genere, in concomitanza con la elezione dei consigli regionali». È il punto più controverso della riforma, sul quale potrà realizzarsi una «convergenza larga» con M5S, Forza Italia, Sel, Lega e non solo. «L’articolo 2 sarà votato dall’Aula, perché le versioni di Senato e Camera non sono identiche - avverte Gotor -. Per evitare di mettere a repentaglio il processo riformatore consigliamo di emendarlo». Volete azzerare tutto e ripartire da capo? «È un argomento falso, un paradosso propagandistico. Con un accordo basterebbero pochi accorgimenti per far proseguire il processo riformatore». La mediazione del governo prevede l’elezione indiretta con un «listino a scorrimento», idea che Gotor boccia senza appello: «È un pastrocchio. Così il Grande Nominatore sceglierebbe anche i senatori, magari tra quei consiglieri regionali che hanno bisogno dell’immunità... La politica non è il gioco del Monopoli».

Il nuovo assetto
All’articolo 10 Corsini e altri 27 chiedono che alcuni temi qualificati restino di competenza bicamerale, senza però tornare al bicameralismo paritario: libertà religiosa, amnistia e indulto, fine vita, diritti delle minoranze e legge elettorale nazionale. «Vogliamo evitare che il vincitore del premio di maggioranza - spiega Gotor - si ritocchi a proprio piacimento il sistema di voto». E qui il senatore che, in tandem con Chiti, guida i dissidenti, ricorda come «tante volte nei momenti di crisi le minoranze hanno segnato un limite al conformismo». Il mantra di Bersani contro l’uomo solo al comando? «Noi non abbiamo paura del tiranno, dell’uomo nero o della svolta autoritaria, come superficialmente ci viene rimproverato - assicura Gotor -. Il problema è separare le istituzioni dalla politica, perché i salvatori della patria passano e il sistema, già fragile, resta».

L’emendamento all’articolo 13, 26 firme, propone che il sindacato preventivo sulla legge elettorale scatti in automatico. E quello all’articolo 20 chiede per i senatori poteri di verifica, controllo e inchiesta. All’articolo 37 la minoranza ripristina la norma secondo cui due giudici della Corte costituzionale sono scelti dal Senato e, all’articolo 21, ampliano la platea dei grandi elettori del capo dello Stato, perché «il vincitore del premio non può scegliere quasi da solo chi mandare al Quirinale». E qui Chiti propone 200 sindaci eletti proporzionalmente dal Consiglio delle autonomie locali oppure, la stessa platea rafforzata dai parlamentari europei. E ci sono anche due emendamenti Casson all’articolo 7, che cambiano l’immunità per i parlamentari.

7 agosto 2015 (modifica il 7 agosto 2015 | 11:26)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_agosto_07/riforma-costituzionale-17-paletti-dall-elezione-diretta-all-immunita-ba3649ca-3cc3-11e5-a2f1-a2464143b143.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Bersani: «Il Pd perde pezzi. C’è chi si inventa il Vietnam...
Inserito da: Admin - Agosto 09, 2015, 11:08:05 am
L’ex segretario Bersani: «Il Pd perde pezzi. C’è chi si inventa il Vietnam per giustificare il napalm»
I commenti ai nodi che dividono il Partito Democratico, dal Sud al Senato passando per la riforma Rai: «No a un partito di servi, se si vuole l’accordo c’è»

Di Monica Guerzoni

«Avrei una cosa da dire».

Una sola, onorevole Pier Luigi Bersani? I nodi sono tanti, dal Sud al Senato.
«Il Paese ha difficoltà enormi. Ma io vorrei uscire dal circolo vizioso, non si può rimettere in sesto l’Italia se prima non si mette in sesto il Pd. Questo è il punto di fondo e ne abbiamo un esempio in queste ore. Se qualcuno, a freddo e strumentalmente, si inventa dei Vietnam e dei vietcong, si è autorizzati a pensare che vogliano giustificare il napalm».

Renzi che dà, metaforicamente, fuoco alla minoranza?
«Per dare una mano all’Italia bisogna prendere atto che il tema non sono 25 senatori bersaniani, è che il Pd ha un problema politico profondo. Dopo mesi di parole su lavoro, scuola, tasse, Rai, Verdini, Azzollini, ormai è emerso che tra i militanti c’è un distacco e non sto parlando di Vietnam, ma di Campagnola Emilia. Tra la nostra gente infuria la domanda “Chi siamo? Con chi andiamo?”. Basta girare un po’ e ci si rende conto. Con la stessa generosità che ho mostrato io, chi è segretario ora deve prendere in mano il problema, perché noi abbiamo bisogno del partito riformista del secolo».

Teme la svolta al centro?
«Se si vuole innovare il Pd, io ci sto. Altra cosa è disarmare un’idea, una cultura, una retorica di centrosinistra, aprendo il varco a una destra regressiva. La mia preoccupazione è che nei gruppi dirigenti invece di affrontare il problema si voglia coltivarlo, prendendo di punta un pezzo di Pd e rinnegando un dovere di sintesi».

Renzi vuole creare il «nemico interno»?
«Sì, temo sia questo e rivolgo a Renzi la seguente domanda. Ti ricordi quando, contro tutti, io imposi il cambiamento dello Statuto per far concorrere uno che voleva rottamarmi? Lo feci perché temevo che si spaccasse il Pd e che un pezzo del partito se ne andasse. Adesso vuoi capire o no che, se non viene interpretato questo disagio, c’è un pericolo del genere?».

Sta evocando la scissione?
«Io il Pd voglio salvarlo, perché è l’unica speranza per l’Italia e mi auguro che la mia preoccupazione sia condivisa da chi dirige il traffico. Qui non c’è in gioco solo il Pd, ma il Paese. Se si comprende questo la strada è semplice, cercare una sintesi ed essere il partito che organizza un centrosinistra, con i suoi valori e le sue proposte».

Vuole tornare all’Ulivo?
«L’ispirazione dell’Ulivo era l’idea di un partito riformista che tenesse rapporti con una radicalità di sinistra e con una radicalità civica, senza isolarsi. L’Ulivo è stato questo e non è vero che abbiamo sempre perso, abbiamo vinto, mentre nell’ultima tornata elettorale un pezzo del nostro mondo si è ritratto. Sul piano del programma i punti sono Europa, investimenti per l’occupazione e il Sud, liberalizzazioni, politica industriale e fedeltà fiscale».

Non è lei che frena?
«Io nella mia vita non ho fatto altro che riforme e se ci fosse l’occasione di discutere potrei anche dare una mano. E, se mi si tira per i pochi capelli, devo dirlo: le uniche cose che stanno funzionando per dare un po’ di lavoro, dalle ristrutturazioni della casa al ripescaggio della Sabatini, alla portabilità dei mutui, me le sono inventate io. Riforme, ma di centrosinistra. Io, noi, altri, un po’ di idee le abbiamo, ma purtroppo non stanno in un tweet».

L’ultimo tweet di Renzi è «un abbraccio ai gufi».
«Se andiamo avanti con i gufi non arriviamo lontano».

Da gufi, a vietcong.
«L’unico Vietnam che ho visto io è stato su Marini e Prodi. Nel Pd ci sono in giro degli esperti di Vietnam».

Insiste sulla necessità di cambiare l’articolo 2?
«Io sostengo la tesi che la combinazione fra riforma costituzionale e riforma elettorale ci consegna un sistema costruito per l’uomo solo al comando, senza contrappesi. Tonini nega, ma chi ha buon senso sa che è così. Non è né un sistema parlamentare, né presidenziale, è un sistema del ghe pensi mi . In quale democrazia un premier si nomina gran parte dei parlamentari, capo dello Stato e istituzioni di garanzia? Io non sono d’accordo».

Sanzioni in vista?
«Sui temi costituzionali neanche il Pci chiedeva la disciplina. E se il segretario pensa di togliere le tasse sulla casa a tutti, regalando 500 euro a un ricco e 50 a un povero, pretendo che si discuta a fondo, non in cinque minuti. Perché un conto è la disciplina come coronamento di uno sforzo di sintesi e un conto l’obbedienza. E siccome ho sempre detto che siamo un partito senza padroni, mi augurerei che fossimo anche un partito senza servi».

Il voto sul nuovo Senato è per voi la battaglia finale?
«Io non mi metto su questo piano. Ma quando la gente vedrà che il Senato viene composto in una trattativa su scala regionale, dove uno fa l’assessore e l’altro il senatore, magari per l’immunità, l’ondata di antipolitica che ne deriverà la mettiamo a carico di chi ora fa finta di niente, ok? Se si vogliono risparmiare soldi si riduca di 100 o 150 il numero dei deputati. Perché devono essere 630?».

Sposetti ha proposto di abolire il Senato.
«Una provocazione, ma sono d’accordo. Se non ha nobiltà, aboliamolo senza drammi. Il paradosso è che il cambiamento è a portata di mano. Su una riforma che dicesse superiamo il bicameralismo, rafforziamo le garanzie ed eleggiamo i senatori, magari in una lista collegata ai presidenti delle Regioni, c’è larga condivisione. Capisco la preoccupazione di riaprire il vaso di Pandora, ma io propongo di fare in modo blindato alcune correzioni sensate, non di tornare da capo».

Franco Monaco propone la scissione consensuale.
«Per Monaco io avrei una visione chiesastica del partito, ma rifiuto questa definizione. Siccome ci ho messo dei mattoni, il Pd è casa mia. Se arriva Verdini va fuori lui, non io. Il Pd è molto giovane e chissà quanti Renzi e Bersani vedremo...».

Proverà a riprendersi la «ditta» al congresso?
«Quando arriverà vedremo, non sarò certo io. Ora c’è da governare. Per farlo, il Pd deve trovare il suo profilo di centrosinistra e io penso che le nostre ricette siano utili».

Le piace la nuova Rai?
«Questa roba qui la chiamiamo riforma? È curioso un azionista che rinnova la governance con le vecchie regole, prima di aver definito un progetto per risolvere i problemi industriali. Io mi rifiutai di nominare il cda con la Gasparri. Con tutta la stima per i nominati, che uno come De Bortoli non possa avere cittadinanza è stupefacente».

5 agosto 2015 (modifica il 5 agosto 2015 | 13:34)
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DA - http://www.corriere.it/cronache/15_agosto_05/intervista-pierluigi-bersani-pd-perde-pezzi-chi-si-inventa-vietnam-per-giustificare-napalm-08c16d22-3b34-11e5-b627-a24a3fa96566.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il vicesegretario Serracchiani: «Critiche ingenerose».
Inserito da: Admin - Agosto 22, 2015, 05:07:59 pm
Migranti, l’irritazione del Pd e i dubbi che il bersaglio siano le unioni civili
Nel partito colpiscono gli attacchi a una linea che è costata molti voti alle Regionali.
Il vicesegretario Serracchiani: «Critiche ingenerose».
I timori di Ncd: anche la rivista online vicina ai centristi rileva il rischio che si fomenti «lo scontro ideologico»

Di Monica Guerzoni

Ai piani alti e semideserti del Nazareno, nessuno si aspettava una simile bordata da Oltretevere. Tanto che per ore i «big» del Pd si sono tenuti alla larga da microfoni e telecamere. Finché, alle otto della sera, Debora Serracchiani ha rotto un imbarazzato silenzio e lasciato trapelare la sorpresa, lo stupore e il fastidio del partito di Renzi per le parole di monsignor Nunzio Galantino: «A tutti quelli che dispensano soluzioni, a chi dà giudizi ingenerosi, a chi la fa facile, rispondiamo che questo governo sta affrontando con razionalità una soluzione difficile e lo sta facendo molto meglio che in altre parti».

Una irritazione palpabile, attenuata solo a tarda sera dalle precisazioni di Famiglia Cristiana. Il capo del governo si tiene fuori dalle polemiche, ma certo Renzi è amareggiato per un attacco che i suoi giudicano «ingeneroso» e che non terrebbe conto di quanto il premier si è speso in Europa sul fronte dell’immigrazione. Il governo italiano «del tutto assente»? Angelino Alfano ufficialmente non commenta, ma lo stato d’animo del ministro dell’Interno filtra tra le righe dell’Occidentale. Il giornale online vicino al Ncd fiuta il rischio di «fomentare lo scontro ideologico», rivendica il «difficile atteggiamento di apertura e solidarietà» mantenuto dal governo e fa notare come l’Europa, a cui monsignor Galantino si appella, sia la stessa «che si chiude a riccio» e che «alza muri», invece di sostenere uno sforzo che pesa «sull’Italia soltanto».

Tra i dirigenti del Pd l’affondo di Galantino è stato giudicato talmente pesante da suscitare il sospetto che il segretario generale della Cei si sia mosso in splendida solitudine, almeno rispetto ai vescovi. Un’uscita «del tutto personale», motivata magari da sentimenti che poco hanno a che fare con la drammatica ondata di sbarchi. La severità del monsignore circa le politiche di Palazzo Chigi riguarderebbe, a quanto si sussurra in casa pd, più i diritti civili che i migranti e cioè le norme allo studio su coppie di fatto e omosessuali. «È un tema talmente delicato su cui il governo sta facendo le cose che deve fare, nel rispetto della vita umana» si tiene cauto il capogruppo Ettore Rosato. E la Serracchiani, al Tg1 della sera: «Nessuno può pensare che l’Italia risolva l’emergenza dell’intero continente da sola, motivo per cui abbiamo fatto sì che tutta l’Europa si muovesse». Se Galantino critica il governo per non aver cambiato leggi come la Bossi-Fini, la vice di Renzi assicura che l’Italia ha preso «tutte le misure» per la sicurezza dei suoi cittadini e chiederà alla Ue «che venga affrontato seriamente il tema del rimpatrio». A toccare i «dem» fin nell’orgoglio è l’insinuazione che Renzi abbia trascurato il dramma dei profughi per mettersi in sintonia con i sentimenti più ostili degli italiani, fomentati da Salvini, Zaia e Grillo. Accusa indigeribile per un Pd convinto di aver pagato un prezzo altissimo alle Regionali, perdendo voti proprio per tener fermo il punto sull’accoglienza. «Che monsignor Galantino dica che si può fare di più lo accetto - replica piccato Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza - Che affermi che l’azione del governo è totalmente insufficiente non lo accetto».

13 agosto 2015 (modifica il 13 agosto 2015 | 07:34)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_agosto_13/migranti-l-irritazione-pd-dubbi-che-bersaglio-siano-unioni-civili-b91bf362-417a-11e5-b414-c15278464aa4.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - L’INTERVISTA MARIA ELENA BOSCHI
Inserito da: Arlecchino - Settembre 19, 2015, 11:17:09 am
L’INTERVISTA MARIA ELENA BOSCHI
«Avanti perché non abbiamo paura Grasso? Aspettiamo la sua scelta»
Le riforme costituzionali in Aula a Palazzo Madama.
La ministra per le Riforme non «è preoccupata per i numeri».
E aggiunge: «La doppia lettura conforme non si ridiscute»

Di Monica Guerzoni

«Io non sono per nulla in ansia, non sono preoccupata per i numeri».
Avete giocato d’azzardo, ministro Boschi. Ha vinto Renzi o il governo rischia?
«Oggi ha vinto l’Italia e non c’è nessun rischio. Se avessimo avuto paura avremmo cercato di fare melina, invece di chiedere una accelerazione sui tempi per andare direttamente in aula. Il gioco d’azzardo non ci piace, mantenere l’impegno con i cittadini sì».
Per le opposizioni fermare i lavori in commissione è una forzatura inaccettabile.
«Si era creata in commissione una fase di impasse. Calderoli, con i suoi 500 mila emendamenti, ha fatto spendere un sacco di soldi al Senato e poi, dieci minuti prima della capigruppo, li ha ritirati, tanto per dare il senso di quanto fossero importanti. E comunque ne restavano 3.150».
Perché tanta fretta di andare in aula senza un accordo?
«Abbiamo l’esigenza di rispettare la data del 15 ottobre, perché poi dobbiamo presentare la legge di Stabilità. L’Europa ci riconosce spazi finanziari di flessibilità se in cambio facciamo le riforme. La sola clausola delle riforme vale qualcosa come otto miliardi da spendere. E poi quale fretta? Sono 70 anni che stiamo aspettando la fine del bicameralismo paritario».
Siete corsi in aula perché il commissione la maggioranza non aveva i numeri?
«Ma certo che c’erano. Il piano andava spostato all’Aula perché il confronto politico era bloccato. Tutte le volte ci dite che non abbiamo i numeri, però alla fine le riforme passano sempre».
La vostra accelerazione fa diminuire o aumentare i dissidenti? Per Calderoli non avete i numeri.
«Il voto sul calendario vede uno scarto di oltre 70 senatori. Calderoli è un fantasista, ma la realtà è più forte di lui».
Se Grasso riterrà ammissibili gli emendamenti all’articolo 2 e la riforma ne uscirà stravolta, ritirerete il ddl o manderete tutti a casa?
«Vedremo cosa deciderà Grasso nella sua autonomia, la Finocchiaro ci ha già dato l’interpretazione secondo la quale non si può rimettere in discussione la doppia lettura conforme. Ma la riforma non sarà stravolta».
Vuole dire che la seconda carica dello Stato non potrà che seguire le orme della presidente della commissione?
«Voglio dire che se Camera e Senato hanno già votato un testo, nessuno può rimetterlo in discussione. È la tesi della Finocchiaro, dei costituzionalisti, delle consuetudini. È un principio che vale da sempre. Se lo superi vale per tutti gli altri articoli e vorrebbe dire riaprire tutto il provvedimento».
Per questo avete forzato, fino allo scontro istituzionale con il presidente del Senato?
«Ma quale scontro? Stiamo solo dicendo che in Aula si voti, dopo anni di immobilismo si fanno le cose e i risultati si vedono. Noi abbiamo chiesto e ottenuto che i senatori potessero esprimersi, cioè fare il loro dovere: votare. Nessuno, tantomeno il governo, ha messo in discussione che il presidente convochi la capigruppo. Come sempre la maggioranza l’ha chiesto e lui l’ha convocata».
Dopo una nota in cui rivendicava le sue prerogative.
«Il governo non le ha mai messe in discussione».
Il presidente ha fatto filtrare un certo fastidio per le pressioni del governo.
«Se il presidente del Senato ha qualcosa da dire lo dice. Non lo fa filtrare. Questa è la Costituzione, non una fiction».
Il cerino è nelle mani di Grasso. La vita del governo dipende dal presidente?
«Macché. La vita del governo dipende dal Parlamento, ogni giorno. Grasso in mano non ha nessun cerino, ma solo la Costituzione e il regolamento del Senato. Ha detto che ci farà sapere solo in Aula. Bene, adesso siamo in Aula, lo aspettiamo».
Se apre le danze sull’elettività sconfessando la Finocchiaro, lei dovrà dimettersi?
«La Finocchiaro dimettersi? Ma sta scherzando? Si fa fatica a trovare un senatore stimato quanto Anna. Per favore, sono normali dialettiche parlamentari, non è una sfida all’ultimo sangue».
La riforma è blindata?
«Si lavora per trovare un accordo. Senza chiusure. Andare in Aula non vuol dire che si interrompono confronti e incontri, ci sono tutti i margini. Anche se avessimo finito i lavori in commissione d’amore e d’accordo, Calderoli aveva annunciato sei milioni e mezzo di emendamenti per l’aula... Meglio affrontarlo subito».
È vero che, se la situazione precipita, avete pronto un nuovo ddl che abolisce il Senato con un solo articolo?
«No. Ma se si apre il principio della doppia conforme è chiaro che tutto può essere messo in discussione, compreso quello. Ma non vivo l’ansia, la drammatizzazione la fanno gli altri. Cerco di dare una mano per trovare l’intesa. Come sempre in passato, la maggioranza c’è, si è visto sul calendario. Mi piacerebbe che ci fosse anche il Pd tutto unito e spero in una soluzione che tenga tutti assieme, magari con un pezzo delle opposizioni».
Tutti i voti sono buoni, anche quelli di Verdini, Tosi e Berlusconi?
«Sì. Se chi le ha votate le rivotasse, la riforma avrebbe più valore. La nostra prima esigenza è rispettare i tempi. Vogliamo chiudere prima possibile per lasciare l’ultima parola ai cittadini con il referendum».
Perché non provate a portarla a casa con la vostra sinistra, invece che con i voti sparsi della destra?
«Come lei sa, la sinistra da sola in Senato non basta. Cercheremo di coinvolgere la minoranza pd, ma è molto importante coinvolgere soprattutto la maggioranza degli italiani. E a loro io dico che non molliamo perché, se non fossimo stati determinati su mercato del lavoro, pubblica amministrazione, scuola, oggi non avremmo tanti posti di lavoro in più, il Pil che cresce e i consumi che aumentano. L’Italia ha svoltato grazie alle riforme, non ci fermeremo adesso».
Eppure, Bersani capirebbe chi votasse no.
«È legittimo. Rispetto al testo iniziale del governo abbiamo apportato 134 modifiche, tutto si può dire tranne che non siamo stati disponibili. Noi ci siamo confrontati tanto anche dentro al Pd, lunedì in direzione affronteremo anche il tema delle riforme. Dall’inizio del mandato di Renzi abbiamo fatto 25 direzioni contro le 9 della segreteria Bersani. Però a un certo punto bisogna decidere, non può esserci sempre un rilancio».
I dissidenti la voteranno o il loro no sarà l’anticamera della scissione?
«Qualcuno la voterà, spero tutti. Ma sono certa che non ci sarà scissione».
Qualcuno pensa che l’elettività si possa introdurre nel comma 5. E lei?
«Questa soluzione risolverebbe il tema della doppia conforme. Perché no? Ma sono tecnicalità. Il problema non è il comma 5, ma cosa fa il Senato. Alla Camera abbiamo dovuto modificare in parte le funzioni del Senato perché chiesto da una parte della minoranza e lo abbiamo fatto perché rientrava nella mediazione. Ora la stessa parte del Pd ci chiede di cambiare le funzioni... L’importante è che si mettano d’accordo tra minoranza della Camera e minoranza del Senato. Questo ping pong non è serio per i cittadini, non possiamo tenerli inchiodati altri 18 mesi perché i parlamentari della minoranza non si fanno una telefonata».
Ministro, si è scritto che tra i suoi sogni ci sia anche quello di fare il premier...
«Faccio sogni molto più belli, mi creda. Il premier è Renzi. Sicuramente fino al 2018, io spero anche fino al 2023. Se vuole ne riparliamo allora, ma chissà dove saremo».

17 settembre 2015 (modifica il 17 settembre 2015 | 13:11)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_settembre_17/avanti-perche-non-abbiamo-paura-grasso-aspettiamo-sua-scelta-1d9f575c-5d19-11e5-aee5-7e436a53f873.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - La controfinanziaria dei dissidenti Pd
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 28, 2015, 06:09:19 pm
La controfinanziaria dei dissidenti Pd
La proposta dei delusi dalla legge di Stabilità. E gira un documento sulla «deriva del Pd». Dopo l’addio di D’Attorre si riparla di scissione, ma Speranza: non esco neanche con le cannonate

Di Monica Guerzoni

Prima di annunciare sul Corriere l’addio al Pd, Alfredo D’Attorre ha parlato con Bersani. E martedì, nell’auletta dei gruppi di Montecitorio, ha comunicato la sua sofferta decisione a Speranza, Cuperlo e agli altri colleghi della sinistra anti-renziana. Una riunione di corrente rimasta riservata, il cui umore prevalente è condensato nelle parole di Cecilia Guerra, già viceministro: «Maldipancia sulla legge di Stabilità ne abbiamo tutti, anche molto forti. Alcune scelte sono estranee al nostro credo di sinistra e faremo una battaglia senza sconti. Ma restando nel Pd». Lo strappo di un bersaniano di stretta osservanza come D’Attorre ha portato a galla il profondo malessere di tanti che, a sinistra, non si riconoscono nelle scelte di Renzi. L’idea della scissione di un’intera area torna a riaffacciarsi.

Per quanto Roberto Speranza assicuri che «non uscirà neanche con le cannonate». L’ex capogruppo a Renzi chiede «di non fare spallucce davanti alla sofferenza profonda che c’è nel nostro popolo» e rivela la fatica di spiegare sul territorio le ultime mosse da «Robin Hood al contrario», che ruba ai poveri per dare ai ricchi: «Togliere la tassa sulla casa ai miliardari è una enormità». E la scissione? «Non esiste. Dobbiamo batterci nel Pd». Tra i parlamentari che sondano il terreno fuori dal Pd e dialogano con Fassina, Civati e D’Attorre, gira un documento riservato sulla «deriva del Pd». Un testo che alcuni dissidenti interpretano quasi come un manifesto scissionista. Ma l’autore, l’onorevole Carlo Galli, non autorizza una lettura così estrema. Il professore di Storia delle dottrine politiche a Bologna lo ha inviato riservatamente ad alcuni parlamentari della sinistra dem per condividere alcune riflessioni sulla cultura di governo di Renzi, in rapporto con l’Europa a trazione tedesca. «Se voto la Stabilità? Vediamo cosa si porta a casa con gli emendamenti, perché così è molto brutta — risponde Galli —. Non è di sinistra e ci sono punti inaccettabili. Togliere la tassa sulla casa ai proprietari di castelli è una provocazione».

L’analisi di D’Attorre è largamente condivisa dai parlamentari che fanno capo a Speranza e Cuperlo, circa ottanta. Per loro «la Stabilità è di destra» e in diversi sono tentati di non votarla. «Uscire? Io sono già fuori» rivendica Corradino Mineo e ricorda di non aver mai preso la tessera: «La Stabilità è imbevibile». Ma la consapevolezza che Renzi non avrebbe più i numeri al Senato e la paura di dover poi uscire dal Pd senza un approdo, convinceranno i più a turarsi il naso. Certo, se l’alleanza con Verdini diventerà strutturale, la spaccatura sarà insanabile. Ma per ora la scelta è restare «con tutti e tre i piedi», come dice Bersani. La minoranza presenterà una proposta organica, quasi una controfinanziaria condivisa da «tutti coloro che non si sono consegnati a Renzi» (copyright Speranza). Cuperlo teme che il Pd diventi «un serpentone di centro». La Guerra lavora agli emendamenti: «Il problema è la filosofia, non puoi tagliare le tasse senza preoccuparti degli effetti di equità». Non c’è nulla contro l’evasione ed elevare il tetto per l’uso del contante avrà effetti sull’economia criminale: «Sembra la cura del cavallo di Berlusconi e Tremonti nel 2001. Che non funzionò». Anche Barbara Pollastrini chiede al leader di ascoltare «il campanello di allarme». Davide Zoggia, che pure si è sempre mosso in sintonia con D’Attorre, non lo seguirà: «È un amico, ma fuori non c’è uno spazio politico utile». Stefano Fassina abbraccia l’ultimo fuoriuscito: «Capisco l’amarezza sua e di tanti altri».

18 ottobre 2015 (modifica il 18 ottobre 2015 | 07:15)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_ottobre_17/controfinanziaria-dissidenti-pd-451c1c3e-751a-11e5-a7e5-eb91e72d7db2.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - D’Attorre, Galli e Folino lasciano il Partito democratico
Inserito da: Arlecchino - Novembre 04, 2015, 06:08:48 pm
Renzi e le Regioni: i governatori guadagnano più di me
Il premier prima attacca. Poi annuncia un decreto sui conti delle Regioni.
D’Attorre, Galli e Folino lasciano il Partito democratico

di Monica Guerzoni

ROMA Stanco di incassare critiche alla «sua» legge di Stabilità Matteo Renzi è passato al contrattacco e, leggendo un lungo testo scritto all’assemblea dei gruppi del Pd, ha difeso i 25 pilastri della manovra: «È la botta definitiva per rilanciare l’Italia». Poi l’attacco ai governatori, che «guadagnano tutti più del presidente del Consiglio». E sulle tasse: «Se volete un premier che le alzi, cambiate premier. Io penso che le tasse debbano andare giù: è la caratteristica di questo governo».
Il premier vedrà i presidenti alle 18 e andrà giù duro sulla gestione delle Regioni, perché le Asl sono troppe e serve più trasparenza, perché «non c’è alcun costo standard applicato» e ci sono troppi sprechi, «troppi dislivelli nelle spese sanitarie». Lo Stato, rimprovera il premier minacciando di ricorrere anche lui alla demagogia, «non è la controparte delle Regioni». Dopo l’attacco, la svolta: tra una settimana il governo farà un decreto per salvare i bilanci regionali dopo l’intervento della Corte dei conti. Una mossa con cui il premier conta di disarmare Chiamparino, che nelle casse del Piemonte ha un «buco» di sei miliardi.

Argomenti che non hanno convinto l’ala sinistra, tanto che oggi altri tre deputati lasceranno il gruppo per seguire le orme di Stefano Fassina. L’ex viceministro lavora a nuovi gruppi parlamentari con Sel e i fuoriusciti del Pd e sabato, dal palco del Teatro Quirino, rilancerà «Futuro a sinistra». È l’embrione di un nuovo partito, che potrebbe candidare Fassina a Roma. Scenario che Renzi mostra di non temere, convinto com’è che la «cosa rossa» sarà una «sinistra di testimonianza», incapace di governare. «Chi va a raggiungere Landini, Camusso, Vendola, Fassina faccia pure - ha confidato a Vespa -. Io non seguo la logica del vecchio Pci, mai nemici a sinistra». Sarà scissione? «Non è in corso nessuno smottamento». Su quel fianco Renzi vede «un delirio onirico», un mix di «ideologismo e velleitarismo». Ma intanto i nemici, a sinistra, cominciano a essere parecchi. Dopo Mineo, oggi usciranno Alfredo D’Attorre, Vincenzo Folino e Carlo Galli.

Alle 21 Renzi parte in quarta. Il bersaglio grosso è il M5S. Imola? «Un flop». E l’Italicum? «Sono patetici». A metà discorso fa a pezzi la sinistra europea ed è un modo per dire che «non c’è spazio a sinistra del Pd», perché «le elezioni si vincono nelle periferie, non nei salotti». Le opposizioni «sono tristi», mentre il Pd è «il partito dell’allegria» e il suo leader nutre «cinque elementi di grande ottimismo». Le riforme, il Pil che cresce, il Jobs act che funziona, Expo «Caporetto dei gufi» e la fiducia ritrovata: «Siamo un presidio di stabilità, il Nord Est va meglio della Germania». E la spending ? «Sono i tagli...». Apre a qualche aggiustamento «di dettaglio» e rivendica il taglio delle tasse: «Se volete un premier che le alza, cercatene un altro».

Basta gufi è il leitmotiv di Renzi, che sfida i dissidenti: «La stabilità è di sinistra e non è in deficit». Alla minoranza, che ha pronti dieci emendamenti, concede solo la disponibilità a ragionare sulle proposte antievasione del Nens. Ma il tetto del contante resta a 3 mila euro (non c’è nesso con l’evasione). La sua legge, insomma, è una «scommessa sulla fiducia» e Renzi ne difende con puntiglio le 25 scelte chiave. E i soldi per il Sud? «Non dite che non ci sono».

4 novembre 2015 (modifica il 4 novembre 2015 | 10:59)
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Titolo: MONICA GUERZONI. - Renzi e le Regioni: i governatori guadagnano più di me
Inserito da: Arlecchino - Novembre 04, 2015, 06:26:59 pm
Renzi e le Regioni: i governatori guadagnano più di me
Il premier prima attacca. Poi annuncia un decreto sui conti delle Regioni.
D’Attorre, Galli e Folino lasciano il Partito democratico

Di Monica Guerzoni

ROMA Stanco di incassare critiche alla «sua» legge di Stabilità Matteo Renzi è passato al contrattacco e, leggendo un lungo testo scritto all’assemblea dei gruppi del Pd, ha difeso i 25 pilastri della manovra: «È la botta definitiva per rilanciare l’Italia». Poi l’attacco ai governatori, che «guadagnano tutti più del presidente del Consiglio». E sulle tasse: «Se volete un premier che le alzi, cambiate premier. Io penso che le tasse debbano andare giù: è la caratteristica di questo governo».

Il premier vedrà i presidenti alle 18 e andrà giù duro sulla gestione delle Regioni, perché le Asl sono troppe e serve più trasparenza, perché «non c’è alcun costo standard applicato» e ci sono troppi sprechi, «troppi dislivelli nelle spese sanitarie». Lo Stato, rimprovera il premier minacciando di ricorrere anche lui alla demagogia, «non è la controparte delle Regioni». Dopo l’attacco, la svolta: tra una settimana il governo farà un decreto per salvare i bilanci regionali dopo l’intervento della Corte dei conti. Una mossa con cui il premier conta di disarmare Chiamparino, che nelle casse del Piemonte ha un «buco» di sei miliardi.

Argomenti che non hanno convinto l’ala sinistra, tanto che oggi altri tre deputati lasceranno il gruppo per seguire le orme di Stefano Fassina. L’ex viceministro lavora a nuovi gruppi parlamentari con Sel e i fuoriusciti del Pd e sabato, dal palco del Teatro Quirino, rilancerà «Futuro a sinistra». È l’embrione di un nuovo partito, che potrebbe candidare Fassina a Roma. Scenario che Renzi mostra di non temere, convinto com’è che la «cosa rossa» sarà una «sinistra di testimonianza», incapace di governare. «Chi va a raggiungere Landini, Camusso, Vendola, Fassina faccia pure - ha confidato a Vespa -. Io non seguo la logica del vecchio Pci, mai nemici a sinistra». Sarà scissione? «Non è in corso nessuno smottamento». Su quel fianco Renzi vede «un delirio onirico», un mix di «ideologismo e velleitarismo». Ma intanto i nemici, a sinistra, cominciano a essere parecchi. Dopo Mineo, oggi usciranno Alfredo D’Attorre, Vincenzo Folino e Carlo Galli.

Alle 21 Renzi parte in quarta. Il bersaglio grosso è il M5S. Imola? «Un flop». E l’Italicum? «Sono patetici». A metà discorso fa a pezzi la sinistra europea ed è un modo per dire che «non c’è spazio a sinistra del Pd», perché «le elezioni si vincono nelle periferie, non nei salotti». Le opposizioni «sono tristi», mentre il Pd è «il partito dell’allegria» e il suo leader nutre «cinque elementi di grande ottimismo». Le riforme, il Pil che cresce, il Jobs act che funziona, Expo «Caporetto dei gufi» e la fiducia ritrovata: «Siamo un presidio di stabilità, il Nord Est va meglio della Germania». E la spending? «Sono i tagli...». Apre a qualche aggiustamento «di dettaglio» e rivendica il taglio delle tasse: «Se volete un premier che le alza, cercatene un altro».

Basta gufi è il leitmotiv di Renzi, che sfida i dissidenti: «La stabilità è di sinistra e non è in deficit». Alla minoranza, che ha pronti dieci emendamenti, concede solo la disponibilità a ragionare sulle proposte antievasione del Nens. Ma il tetto del contante resta a 3 mila euro (non c’è nesso con l’evasione). La sua legge, insomma, è una «scommessa sulla fiducia» e Renzi ne difende con puntiglio le 25 scelte chiave. E i soldi per il Sud? «Non dite che non ci sono».

4 novembre 2015 (modifica il 4 novembre 2015 | 10:59)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_novembre_04/renzi-regioni-governatori-guadagnano-piu-me-manovra-stabilita-ac928ee2-82d1-11e5-a218-19a04df8a451.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - La Leopolda dei «wow»
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 13, 2015, 06:32:11 pm
Il Commento - LA KERMESSE FIORENTINA NEI GIORNI DELLE POLEMICHE SULLE BANCHE
La Leopolda dei «wow»
Boschi ai margini, Renzi fa lo show.
Punta sulla strategia del tutto-va-bene.
Attacca la minoranza dem e rinsalda l’asse con Ncd, viste anche le apparizioni in sala

Di Monica Guerzoni, inviata a Firenze

I sorrisi sulle labbra contro le facce depresse dei gufi. L’ottimismo contro il disfattismo. Più “wow” e meno “mah”. Matteo Renzi risponde agli attacchi sul salvataggio delle banche con la strategia del tutto-va-bene. Non un modo per negare il “tantissimo” che resta da fare per portare l’Italia nel futuro, quanto una studiata iniezione di fiducia in grado, Renzi ne è convinto, di rimettere in moto la crescita. Con uno “show” pieno di sparate a effetto il leader del Pd salva una Leopolda sfregiata dalle proteste dei risparmiatori e dalla bordata di Saviano contro la padrona di casa, Maria Elena Boschi. Alla sua prima, durissima prova di resistenza, la numero due del governo si tiene ai margini della kermesse e Renzi, pur senza citarla, rompe l’assedio. Si scaglia contro chi strumentalizza la vita (e la morte) delle persone, dichiara che riscriverebbe tale e quale il decreto salva banche e assicura che il governo non ha scheletri nell’armadio.

Un governo che mai ha fatto favoritismi nei confronti di qualcuno: nessuna «leggina», insomma, per il padre della Boschi, ex vicepresidente di Banca Etruria. E ce n’è anche per la minoranza del Pd, che lo ha contestato per non aver sventolato i vessilli del partito e alla quale Renzi risponde che lui le bandiere “dem” le tiene stampate nel cuore. Sarà stata anche sottotono, questa sesta kermesse del turbo-renzismo, però ha lanciato la corsa verso la seconda parte della legislatura, che vedrà “due Leopolde elettorali”. Quella del 2016 per il referendum e quella del 2017 per le elezioni politiche dell’anno successivo. E qui, viste anche le apparizioni in sala di deputati di Ncd, la minoranza non sembra affatto tranquillizzata dalle smentite di Renzi. Anzi comincia a temere che la Leopolda sia ben più di una riunione di corrente. Un altro partito, il partito della nazione.

13 dicembre 2015 (modifica il 13 dicembre 2015 | 17:51)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_13/leopolda-wow-717901f6-a1b7-11e5-80b6-fe40410507f1.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Boschi affronta la prova dell’Aula: non siamo i Berlusconi...
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 26, 2015, 11:34:06 pm
Sul padre «Il mio babbo ha 67 anni, cosa potevo dirgli quando accettò l’incarico in Banca Etruria?»
Boschi affronta la prova dell’Aula: non siamo i Berlusconi d’Arezzo
Oggi il voto sulla sfiducia: sì di Cinquestelle, Lega e, a sorpresa, Sinistra italiana. Ma non andrà al Senato

Di Monica Guerzoni

«Ci dipingono come i Berlusconi di Arezzo, invece siamo una famiglia semplice che ha origini contadine». Ecco l’immagine che Maria Elena Boschi proverà a cancellare oggi, quando parlerà in Aula per spazzar via la nuvola di sospetti che ha gettato un’ombra sul governo. Costretta a metterci la faccia, la ministra delle Riforme passa al contrattacco: «Preoccupata? Macché, io sono tranquillissima».

La mozione di sfiducia individuale presentata dal M5S l’ha umiliata nel momento di massimo consenso, come conferma il calo nei sondaggi. Eppure la numero due dell’esecutivo si sente forte dei numeri e giura di non temere brutte sorprese. Dalla sua parte il Pd compatto e una maggioranza che Ettore Rosato definisce «più larga del governo». Contro di lei Cinquestelle, leghisti e Sinistra italiana, che ha scelto la linea dura: «Sfiducia». Fuori dai giochi resterà Forza Italia, costretta a non partecipare al voto per nascondere l’abisso tra la linea colpevolista di Brunetta e quella innocentista di Romani.

Con l’hashtag #BoschiACasa, Grillo sprona il Parlamento a prendere atto che «la fiducia degli italiani non c’è più». Ma lei, 34 anni e un largo fronte di rapporti politici trasversali, continua a dirsi «serena, determinata a uscirne a testa alta». Nei venti minuti che le spettano per la replica, cercherà con forza di scrollarsi dalle spalle «l’abnorme conflitto di interessi» denunciato da Saviano. Se la mozione sarà respinta con ampio margine, Renzi dichiarerà chiuso il caso e proverà a voltare pagina. Salvo sviluppi giudiziari...

Il bis al Senato non ci sarà. Boschi ha fatto verificare da tecnici che «mai una sfiducia individuale è stata votata sia al Senato che alla Camera, è la prassi». Dunque la richiesta di dimissioni sarà discussa solo a Montecitorio. «E tanto peggio per il M5S, se ha sbagliato a presentarla» chiosano nel suo entourage, celando la tensione per il prevedibile show di leghisti e grillini.

L’avvocatessa ha trascorso una «giornata normale» tra ritocchi alla Stabilità e un convegno sulle riforme. Poi si è chiusa a limare il suo intervento, dosando attacco e difesa e scardinando l’impianto della mozione con cui Grillo la impegna a «rassegnare immediatamente le dimissioni». Per lei la richiesta è «campata in aria e del tutto strumentale», costruita con il solo intento di indebolire il governo: «Sono totalmente estranea alle vicende di Banca Etruria, non c’è stato da parte mia alcun interesse personale». Quando il Cdm approvò il decreto legge che ha trasformato le banche popolari in società per azioni lei non era presente, ribadirà oggi, assicurando che non c’è alcun nesso tra il suo ruolo al governo, la speculazione finanziaria e l’incarico del padre in banca Etruria: «Nessun favoritismo, nel modo più assoluto. E poi Pier Luigi Boschi è stato vicepresidente solo per otto mesi...». Oltre a difendere il decreto «salvabanche», ribadirà che le sue 1.500 azioni della banca aretina, per un migliaio di euro, «sono state azzerate, come per tutti».

Agli amici Maria Elena ha confidato di sentirsi «ferita» per l’«assedio» ai genitori: «C’è un accanimento incredibile contro di noi». E chissà se è vero che, quando il «babbo» fu chiamato a Banca Etruria, lei non era convinta, ma non lo frenò: «Ha 67 anni, cosa potevo dirgli? Ora mi fa soffrire che sia lui a scusarsi con me... Non deve rimproverarsi nulla, ha fatto solo il suo dovere».

18 dicembre 2015 (modifica il 18 dicembre 2015 | 09:36)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_18/boschi-affronta-prova-dell-aula-non-siamo-berlusconi-d-arezzo-a0d88a5e-a54d-11e5-a238-fd021b6faac8.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Bersani: «Referendum? Un errore Renzi pensi al voto nei ...
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 03, 2016, 06:14:16 pm
Bersani: «Referendum? Un errore  Renzi pensi al voto nei Comuni»
L’ex segretario del Pd: «Su Banca Etruria andare fino in fondo».
«Di Maio avanza? I grillini non sono i barbari» «L’Italicum va cambiato»

di Monica Guerzoni
 
«Il referendum non è un appuntamento dirimente per il futuro dell’Italia».
Renzi ha puntato su quel tavolo tutte le sue carte, onorevole Pier Luigi Bersani.
 «Fatico a pensare che gli italiani percepiscano la riforma del Senato come l’appuntamento epocale. È un passo in avanti, per quanto contraddittorio, ma è sbagliato appendere tutto lì. Cercherei di mettermi in sintonia con quel che pensano mediamente i cittadini, che hanno altre preoccupazioni e sensibilità».
 
 Il premier ha rivendicato il suo 2015, alla faccia dei gufi.
 «Nel merito non ci sono novità. Il 2016 confermerà il concetto che la crisi è finita, ma temo confermerà anche che la ripresa rimane incerta e bloccata. Quanto ai gufi, sono un po’ stanco di rispondere a queste volgarità. Io pongo dei problemi che riguardano la democrazia nel medio periodo in Italia e in Europa e non so a quale volatile corrispondano le mie preoccupazioni».
 
 Cosa la preoccupa?
 «Sono rimasto stupito nel vedere come, nel commentare la Spagna, sia arrivato un inno all’Italicum anche da editoriali autorevoli di casa nostra. È una questione seria, che merita riflessioni di fondo».

 Con l’Italicum rischiate?
 «Dal Mediterraneo alla Scandinavia non c’è più un solo Paese nel quale il sistema politico cammini su due gambe. È un fenomeno strutturale, al quale non si risponde trasformando la governabilità in una camicia di forza della rappresentanza. Solo in Italia si allude a una soluzione del genere. Siamo gli unici ad avere nel DNA il vincitore obbligatorio, che era la Dc perché avevamo il muro di Berlino in casa. Ma adesso che non c’è il muro, agli elettori non puoi dire che l’alternativa è un salto nel buio».



Al ballottaggio gli italiani sceglieranno i 5 Stelle?
 «Inviterei a non confondere il ballottaggio con la proposta storica del Pd di doppio turno di collegio, che prevede uno spazio di composizione politica. Questi fenomeni nuovi ci inducono a ragionare e a modificare l’impianto. Anche Paolo Mieli sul Corriere invitava a considerare come in Francia ci sia il rischio che il partito più grande rimanga fuori da ogni responsabilità e non credo che da noi possiamo desiderare prospettive del genere. Io sono perché si cambi l’Italicum».

Il premier sulle riforme ha deciso di giocarsi il futuro.
 «Qui non parliamo del futuro di Renzi, ma del futuro dell’Italia e dell’Europa».

 Di Maio sorpassa Renzi ...
 «Io non ho mai pensato che il M5S fosse transitorio e rido quando mi dicono che nel 2013 sbagliai un rigore a porta vuota. I sondaggi riconoscono gli sforzi del M5S di uscire da una vocazione protestataria e a loro dico: “Cari 5 stelle scegliete di essere partito, cioè una parte, una verità parziale. Nella pretesa di essere un movimento che ha tutte le verità in tasca c’è un piccolo germe autoritario da estirpare”».

 Perché si preoccupa della strategia degli avversari?
 «È importante per la democrazia. Non possiamo pensare che debba esserci un vincitore obbligatorio, perché fuori ci sono i barbari. Non funziona. È un riflesso mentale del tempo dei blocchi, Dc e Pci».

 Nel 2018 il leader del Pd vincerà al primo turno?
 «Da qui al 2018 ne possono cambiare di cose... Non si può far girare tutto attorno al vincere o perdere. C’è l’Italia che ha problemi e ci sono tre parole chiave da pronunciare: produttività, investimenti e riduzione della forbice sociale, senza cui non c’è crescita. Parlo di fisco e sanità, su cui ho preoccupazioni non piccole».

 Lei come vede le Amministrative? Per Renzi si eleggono i sindaci, non il premier.
 «Ridurre il significato di queste elezioni non è il modo migliore per motivare i nostri. Se non contano niente ci riposiamo tutti, io invece penso sia un appuntamento importante. Negli ultimi anni abbiamo vinto nei comuni perché il Pd si è messo con umiltà a organizzare il campo di un centrosinistra civico ampio».

 Siete in tempo? A Roma e a Napoli non avete i candidati.
 «Una politica così non la improvvisi all’ultimo. Chi dirige, diriga. Dica cosa pensa di fare per vincere e noi siamo tutti pronti a combattere».

 Fa bene il premier a sfidare l’Europa?
 «Non è sbagliato alzare la voce con la Germania, ma se vogliamo farci capire dai tedeschi dobbiamo spiegare come recuperare produttività, ridurre il debito e gestire le sofferenze e gli incagli delle nostre banche. Questo è il terreno su cui combattere e su cui chiedere con forza politiche che non ci penalizzino. Se ai tedeschi parliamo solo di Italicum e Senato avremo qualche zero virgola, ma non otterremo una sponda vera dall’Europa».

 Come vede gli sviluppi dell’inchiesta su Banca Etruria?
 «Si leggono cose impressionanti e tocca alla magistratura andare fino in fondo. Governo e Parlamento, invece di fare la commissione d’inchiesta, facciano l’indagine, per avere informazioni che aiutino a produrre norme urgenti. E qualche idea ce l’avrei. Se allora non avessi messo il dito nel mercato, ora non avremmo la trasferibilità dei mutui».

 Non vedremo Errani o altri bersaniani al governo?
 «Sono stupito di queste illazioni. Speranza e Cuperlo hanno posto temi che riguardano l’asse del Pd e si aspettano risposte politiche, non certo posti alla tavola di Natale».

31 dicembre 2015 (modifica il 31 dicembre 2015 | 11:32)
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_dicembre_31/intervista-bersani-renzi-errore-referendum-voto-comuni-0f3c30c2-afa8-11e5-98da-4d17ea8642a3.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Bersani diserta la direzione pd e va da Letta e Prodi.
Inserito da: Arlecchino - Maggio 13, 2016, 06:12:39 pm
L’incontro a Bologna

Bersani diserta la direzione pd e va da Letta e Prodi.
La battuta: noi reduci
Bersani non partecipa alla direzione del Pd a Roma e arriva a sorpresa all’incontro su Beniamino Andreatta a cui partecipano i due ex presidenti del Consiglio

Di Monica Guerzoni, inviata a Bologna

Pier Luigi Bersani, che ha disertato la direzione pd, arriva a sorpresa e l’abbraccio con Enrico Letta strappa l’applauso ai duecento stipati nella sala Stabat Mater dell’Archiginnasio. Qualche metro più in là Romano Prodi osserva la scena, quindi si apre un varco tra la folla ulivista per abbracciare l’ex segretario: «Volevo venire anch’io tra i reduci...». Nelle stesse ore in cui a Roma la minoranza del Pd si scaglia contro il «bullismo anagrafico» di Boschi, a Bologna i «reduci» dell’Ulivo si incontrano per celebrare «l’incredibile attualità» di Beniamino Andreatta, padre del defunto centrosinistra.

Il controcanto a Renzi
Nelle sue parole gli ex «giovanotti di una sinistra di governo», per dirla con Bersani, cercano una bussola per il presente. E per quanto nessuno lo citi per nome, è impossibile non cogliere nei ragionamenti dei predecessori il controcanto critico a Matteo Renzi. Comincia Letta, rivolto ai giovani della sua Scuola di politiche intitolata ad Andreatta: «La politica è il noi, non è l’io. Non è questa ipertrofia dell’ego». E poi, a Prodi: «Non siamo nostalgici, ma Romano ha insegnato a tutti noi l’idea del grande progetto collettivo, pacificatore, mobilitante, unificante e non del grande progetto personale».

Il referendum
Da Roma arriva la notizia che Renzi ha chiesto una moratoria sulle polemiche, ma Letta guarda con preoccupazione alla mobilitazione casa per casa alla quale il premier ha chiamato il popolo del Pd: «Ritengo sbagliato fare di questo referendum una specie di armageddon. È una cosa che farà del male alla riforma». Voterà sì, ma l’Italicum va cambiato perché «non va bene e questo è un problema». E se il leader del Pd ha deciso di anticipare il congresso, Letta non ha ancora deciso il timing del suo ritorno in campo: «Per ora ritorno a casa, a Parigi...».

La lezione di Andreatta
In prima fila, con Pier Ferdinando Casini e Vasco Errani, c’è il sindaco Virginio Merola, teorico di un nuovo Ulivo. C’è l’onorevole Marco Meloni che dirige la scuola lettiana, c’è l’ex deputato prodiano Andrea Papini e c’è la signora che interroga speranzosa Bersani: «Quando mandiamo a casa Renzi?». E lui, ridendo e mostrando l’orologio al polso: «Aspetta, ora che abbiamo un momentino...». Nostalgia e disincanto. La lezione di Prodi su Andreatta è una lunga serie di moniti a chi ci governa, in Italia e in Europa. «L’ossessione del pensiero breve, che sta minando le democrazie di tutti i Paesi, è una vera tragedia e non solo da noi» avverte il professore, spronando i leader a ritrovare «il senso della storia» invece di rincorrere il consenso a ogni elezione: «Sul welfare stiamo arretrando e facciamo finta di non accorgercene». Sulla riforma costituzionale, Prodi non parlerà prima della fine dell’estate: «Dirò la mia quando sarà il momento». Bersani si è già espresso a favore, ma l’idea di un referendum pro o contro Renzi non gli va giù: «L’ho già detto, non può essere un sì cosmico contro un no cosmico». Alle amministrative il Pd rischia? «Io darò una mano. La vedo bene laddove ancora si respira un’aria di centrosinistra, dove invece si è rotto questo meccanismo la vedo più complicata». Finisce con Merola che promette una piazza per Andreatta e Prodi, felice, che ci scherza su: «Per me basta una rotonda».

10 maggio 2016 (modifica il 10 maggio 2016 | 09:42)
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Da - http://www.corriere.it/politica/16_maggio_10/bersani-diserta-direzione-pd-va-letta-prodi-battuta-noi-reduci-renzi-ex-premier-be904cda-1677-11e6-a3a2-ca09c5452a5d.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Rosato: solo dopo il referendum si potrà parlare di ...
Inserito da: Arlecchino - Luglio 12, 2016, 11:42:44 am
L’italicum
Rosato: solo dopo il referendum si potrà parlare di legge elettorale
Il capogruppo del Pd alla Camera: tra i deputati dem vedo troppe ipotesi. Anche il sondaggio del Corriere dimostra che bisogna trovare una maggioranza sufficiente

Di Monica Guerzoni

Renzi con l’Italicum rischia di diventare «il Fassino d’Italia», ha detto al «Corriere» Carlo De Benedetti. State studiando le contromisure, presidente Ettore Rosato?
«Legare gli effetti dell’Italicum a un turno di Amministrative sarebbe un errore. Il che non vuol dire non riflettere con attenzione, anche sulle cose che dice De Benedetti».

Se non cambiate l’Italicum, la tessera «numero 1» del Pd voterà no al referendum.
«Il giudizio sulla riforma costituzionale non può essere condizionato da altri. L’attuale testo della Costituzione è sopravvissuto a tante leggi elettorali diverse, alcune buone come il Mattarellum e alcune pessime, come il Porcellum. La riforma che approviamo è asettica rispetto alla legge elettorale. E quindi non adombrerei il dibattito su questo contenuto molto importante con la discussione, pur legittima, sulla legge elettorale».

Non temete che al ballottaggio vinca il M5S?
«Di solito perde chi ha meno voti, non chi ha la legge elettorale meno conveniente. Io sono ancora dell’idea che l’Italicum garantisca governabilità e rappresentanza. È il frutto di una difficile mediazione, che ha ridato all’Italia una legge elettorale dopo una lunghissima incapacità del Parlamento di farne una diversa dal Porcellum».

Rimettendosi al Parlamento, Renzi si lascia aperte tutte le strade?
«Fa quello deve fare un premier e un leader. Tiene aperte le porte alle cose che si possono fare, con realismo e con senso di responsabilità».

Stando al sondaggio del «Corriere», dal gruppo da lei presieduto arriva una spinta forte a cambiare l’Italicum...
«Come si vede anche da quei dati lì, non basta volerlo cambiare, bisogna trovare una maggioranza sufficiente per modificarlo e che veda tutti nella stessa direzione».

Franceschini è stato il primo a chiedere di modificare l’Italicum, la preoccupa che una parte del gruppo risponda al ministro della Cultura?
«Il primo è stato Bersani. Franceschini ha raccolto una sensibilità esistente, rimandando peraltro a dopo il referendum».

Non è che lei, presidente, ha perso il controllo del gruppo parlamentare?
«Assolutamente no. Ma poi io rivendico la nostra anormalità. Tra di noi c’è una discussione, dalle altre parti c’è invece l’espulsione».

Aspettate la Consulta o aspettate il referendum?
«Anche Forza Italia oggi ci dice che non vuole modificare l’Italicum prima del referendum. Io penso che, dopo la consultazione, quella sulla legge elettorale sia una discussione che va tenuta aperta, con l’accortezza di non fare polemica e accademia, ma di verificare se c’è un vero consenso verso modifiche puntuali».

Se vincete il referendum...
«Ma noi lo vinciamo».

Il sistema francese proposto da Luciano Pizzetti può essere una soluzione?
«La proposta del sottosegretario dimostra che le alternative sono dieci, non una. Il che depotenzia qualsiasi ipotesi di cambiamento, in questa fase. Spero che dopo il referendum ci sarà più serenità anche nei gruppi di opposizione, per verificare i reali spazi di convergenza. Discuterne oggi, dopo la chiusura di Forza Italia, serve solo a chi rema per il no al referendum».

I quesiti saranno spacchettati?
«La riforma nel suo complesso ha una logica e frazionare i quesiti mi sembra una operazione molto artificiale, però a decidere sarebbe la Corte costituzionale, a cui naturalmente ci rimettiamo».

Martedì al Senato vi aspettate un avvertimento da parte dell’Ncd sugli enti locali?
«Ma no, il rapporto con la coalizione è solido e non vedo all’orizzonte strappi».

9 luglio 2016 (modifica il 10 luglio 2016 | 08:06)
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Da - http://www.corriere.it/politica/referendum-riforma-costituzionale/notizie/rosato-solo-il-referendum-legge-elettorale-pd-italicum-43d75e82-4617-11e6-be0f-475f9043ad28.sh


Titolo: MONICA GUERZONI. - «A pochi chilometri da qui c’è una grande azienda che fa ...
Inserito da: Arlecchino - Luglio 14, 2016, 04:57:12 pm
Il sindaco di Bari «Vedo una tragedia devastante. Chi ha sbagliato deve pagare»
Antonio Decaro, figlio di un macchinista: la gara per ammodernare la linea è il 19 luglio, una beffa.
«A pochi chilometri da qui c’è una grande azienda che fa diagnosi sui binari»

Di Monica Guerzoni

«È una scena devastante, devastante... Come un aereo caduto». Antonio Decaro, 45 anni, risponde al telefonino alle otto di una sera tragica per la Puglia e per l’Italia. Il sindaco di Bari, che non ha competenze dirette sui trasporti della zona del disastro, ha davanti agli occhi i rottami dei due treni, le carrozze sbriciolate e quasi non si capacita di quello che vede. «Io sono figlio di un macchinista delle ferrovie — racconta, con la voce che tradisce commozione e sgomento —. Sono cresciuto guardando i treni, mi sono laureato in ingegneria dei trasporti proprio per questa grande passione. Per me i treni sono sempre stati il simbolo della libertà».

E adesso, sindaco?
«Un simbolo di morte. Ero al congresso dell’Anci e sono scappato via, ho sentito gli altri sindaci, mi sono messo in contatto con Renzi, Emiliano e Delrio e sono venuto qui... Intorno a me vedo tanti trolley e zaini di gente in partenza e per fortuna l’incidente è successo in un orario in cui i pendolari non viaggiano. È luglio e le scuole sono chiuse, se fosse accaduto a giugno avremmo avuto una strage di dimensioni apocalittiche».

Quel binario unico diventerà anche il simbolo di un Sud le cui speranze sono state tradite?
«No, questo no. La Regione Puglia ha fatto sforzi straordinari nel settore dei trasporti, grazie ai finanziamenti europei. Questa linea ferroviaria è stata sempre un simbolo di efficienza, è incredibile quello che è accaduto. Forse è la strage più grave per il trasporto pubblico del nostro Paese».

Come è stato possibile?
«Qui gli ingegneri dei trasporti parlano di errore o di falsa partenza, che non andava data in una delle due stazioni. Essendo la linea a binario unico, la velocità commerciale è più alta del solito... Uno dei due treni non doveva partire, lo dico da ingegnere. Deve essere andata per forza così, perché le linee della Ferrotranviaria sono tra le più moderne».

Moderne? Trentasette chilometri di binario unico, la chimera del doppio binario inseguita per decenni...
«Questo tratto della zona nord non era stato ammodernato, ma a quanto mi risulta dai tecnici e dal presidente della Regione, l’ammodernamento era stato anche appaltato. Se mi attende un attimo chiedo al sindaco di Andria».
Prego.
«Ecco... Mi ha detto che il 19 luglio si aprono le buste per la gara. Una coincidenza che fa venire i brividi».

Il progetto è del 2007 e i soldi ci sono dal 2012. Perché i lavori non sono mai partiti?
«La prego, rischierei di dire cose che non conosco. Quel che so è che nella mia città abbiamo una linea metro tra le più moderne, che collega con un quartiere lontano e difficile come San Paolo, ed è sempre gestita da Ferrotranviaria, che è una società privata».

Delrio ha annunciato una commissione di inchiesta.
«Oggi è il momento di stare vicini alle famiglie. Ma da domani questa comunità chiede giustizia. È incredibile che accadano queste cose in una terra dove, a pochi chilometri di distanza da qui, c’è una grande azienda che si occupa di indagini diagnostiche sui binari ed esporta il know how in tutto il mondo».

Eccellenza e inefficienza, modernità e ritardi secolari.
«No, questo è un altro Sud, in senso positivo. Di sicuro ci sono ancora esempi negativi, come le Ferrovie del Sudest in concessione, ma non è tutto così. Ci sono tante eccellenze. La Puglia ha fatto sforzi immani e queste linee ferroviarie sono considerate tra le più efficienti del territorio, solo questo tratto, ripeto, non è stato ammodernato».

Un ritardo fatale, costato la vita a 25 persone.
«È una tragedia, che non doveva accadere. Ma anche tra Lecce e Milano la linea adriatica delle Ferrovie dello Stato ha un tratto a binario unico, quindi bisogna solo capire cosa è successo».

Renzi non si fermerà finché le responsabilità non saranno state accertate.
«La gente qui vuole risposte, chi ha sbagliato deve pagare».

12 luglio 2016 (modifica il 13 luglio 2016 | 07:16)
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Da - http://www.corriere.it/politica/16_luglio_12/vedo-tragedia-devastante-chi-ha-sbagliato-deve-pagare-sindaco-bari-treni-a4079faa-486b-11e6-9c18-dd6019c078c3.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. Crisi di governo, il valzer delle correnti pd stringe il leader
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 10, 2016, 09:36:23 am
Il retroscena
Crisi di governo, il valzer delle correnti pd stringe il leader
Dalla minoranza a Areadem le anime si riallineano e al segretario restano solo una cinquantina di deputati

Di Monica Guerzoni

Le centinaia di lettere di solidarietà arrivate al Nazareno nelle ultime ore, da ogni parte d’Italia, devono aver lusingato Matteo Renzi almeno un poco. E forse l’affetto epistolare di quegli italiani che ancora lo vogliono premier lo fa sentire meno solo, ora che nel Pd anime e casacche hanno ripreso vorticosamente a volteggiare. Far la conta delle correnti e degli spifferi è un lavoro da certosini medievali e c’è sempre il rischio che, tra scrittura e stampa, qualche altro parlamentare abbia deciso di riposizionarsi. Verso quali lidi? La sirena che tutti seduce è, ancora una volta, Dario Franceschini. La sua sintonia con il Quirinale rassicura e attrae peones e capicorrente e, al tempo stesso, irrita e preoccupa Renzi.
Torna il rito delle delegazioni di partito che salgono al Colle: tante idee, una decisione

Con i suoi cento parlamentari, tra cui i due capigruppo Rosato e Zanda, il ministro della Cultura e leader di Areadem ha dalla sua parte la maggioranza dei gruppi: un peso destinato a crescere a vista d’occhio, tanto che qualcuno già ne pronostica 130. Sulla carta dunque, Renzi è in minoranza. L’abbandono è stato repentino come lo era stato l’avvicinamento al nuovo capo, dopo la vittoria alle primarie. I franceschiniani prestati al renzismo sono tornati a essere franceschiniani e basta, lasciando all’inquilino del Nazareno forse meno di cinquanta deputati. Le cronache parlamentari li raccontano attovagliati tre sere fa in un’osteria romanesca tra Camera e Senato, su invito dei due toscani che si spartiscono la guida dei «falchi»: Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Con loro, in ordine sparso, Alessia Morani, Davide Ermini, Alessia Rotta, Francesco Bonifazi. Nel menu tonnarelli cacio e pepe, tiramisù e un bel governo Renzi bis. Sempre a tavola hanno imbastito la linea i seguaci di Bersani e Speranza, tanto che da domenica sera nel Pd si litiga su se e quanto i parlamentari della minoranza abbiano alzato i calici, domenica a casa di Guglielmo Epifani. Bersani era a Piacenza, ma di certo il suo cuore era a Roma con i compagni, che ora guardano a un governo Franceschini senza alzare troppo il sopracciglio.

I 50 «spring dem»
Ieri a metà pomeriggio girava voce di un accordo già fatto tra la minoranza — che conta una ventina di senatori e una trentina di deputati —, Areadem e i giovani turchi vicini al ministro Andrea Orlando. Voce che Speranza però non conferma: «Non c’è ancora nulla, aspettiamo le consultazioni». Il trionfo del No ha rafforzato la sinistra non-cuperliana, che aveva subìto perdite non irrilevanti in campagna elettorale. Un dalemiano storico come Ugo Sposetti ha votato Sì, giustificato dai colleghi che lo apprezzano come un «comunista doc, antico, partitico e disciplinato». La stessa scelta, per ragioni diverse, hanno fatto l’ex dissidente del Senato Vannino Chiti, Josefa Idem e i senatori Martini, Lo Moro, D’Adda, Bubbico, Sollo. Il ministro Maurizio Martina non ha cambiato idea, resterà con Renzi anche nella cattiva sorte. Per ora. I 50 parlamentari di Primavera democratica, ribattezzati ironicamente «spring», sono la sua ricca dote. La balcanizzazione ha ringalluzzito anche i cattolici di Beppe Fioroni, che studiano raffinate trame al Falchetto, a pochi passi dalla sede dove Murri fondò la Dc: 30 parlamentari, legati a doppio filo all’area di Lorenzo Guerini.

I giovani turchi
L’ago della bilancia saranno però i giovani turchi. La notte della débâcle aveva visto la rottura tra Orlando e Matteo Orfini, che si era chiuso a Palazzo Chigi senza consultare i suoi e sposando la linea «al voto, al voto». Ma la moral suasion di Mattarella, sussurrata da franceschiniani molto vicini al presidente come Francesco Saverio Garofani, ha convinto Orfini a frenare e riportato la calma tra i «turchi»: 40 alla Camera e 17 al Senato. Abbastanza per fare la differenza.

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8 dicembre 2016 (modifica il 9 dicembre 2016 | 17:08)


Da - http://www.corriere.it/la-crisi-di-governo//notizie/valzer-correnti-pd-stringe-leader-17e35e26-bd8f-11e6-bfdb-603b8f716051.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Referendum, il voto e l’addio di Renzi C’è un altro Pd che...
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 10, 2016, 11:31:42 pm
DOPO IL VOTO
Referendum, il voto e l’addio di Renzi C’è un altro Pd che festeggia
Parte la resa dei conti nel partito
La minoranza esulta e si prepara alla sfida del congresso. «Renzi ha preso un colpo vero», festeggia Speranza. La riscossa di una sinistra decisa a riprendersi il partito

Di Monica Guerzoni

«Aspettiamo di capire se è una mucca o un toro». Sono le 23 quando Pier Luigi Bersani, da Piacenza, pregusta una vittoria clamorosa, che lo tira fuori dall’isolamento e riapre i giochi nel Pd. «È un toro!», esulta a mezzanotte il leader della minoranza ricorrendo all’amata metafora zootecnica, felice di aver sventato il «governo del capo» e di aver fiutato il vento della protesta: l’ormai famosa «mucca del corridoio», che il leader del Pd non avrebbe visto in tempo. Il plebiscito anti-Renzi è la rivincita dei rottamati come Bersani e D’Alema, è la riscossa di una sinistra dem decimata dalla campagna acquisti del premier e ora decisa a riprendersi il partito. La minoranza esulta e si prepara alla sfida del congresso. «Renzi ha preso un colpo vero — festeggia Roberto Speranza, riunito con Stumpo, Zoggia e altri parlamentari a casa di Epifani —. Non abbiamo chiesto le dimissioni, ma ha fatto una scelta che rispettiamo. Sosterremo lo sforzo di Mattarella».

Facce livide, nervosismo
Lontano dal Nazareno c’è un Pd che fa festa, mentre su, ai piani alti della sede del Pd, c’è chi piange e chi impreca. Facce livide, nervosismo che si taglia a fette. Sfumata la «rimonta bestiale» i dirigenti adesso hanno paura. E se davvero Matteo lasciasse la segreteria? Alle 23.15 Lorenzo Guerini trattiene l’emozione: «Martedì in direzione decideremo le iniziative politiche da assumere». La resa dei conti sarà inevitabile e sanguinosa. «Non si ricuce più». A Ettore Rosato bastano quattro parole per scavare il solco tra Renzi e la sinistra del partito, che si è «alleata» con Grillo, Salvini e Berlusconi per assestargli la spallata. «Temo che la scissione sia nelle cose e che i gruppi parlamentari si spaccheranno» prevede il presidente dei deputati. Ma i bersaniani a tutto pensano tranne che a lasciare il Pd. Il piano è riprendersi la «ditta» con la battaglia congressuale. «La scissione non esiste», taglia corto Stumpo. E Fornaro: «La crociata sotto le insegne del giglio magico si è trasformata in una devastante sconfitta del suo condottiero». E c’è anche, tra i vincitori, chi consiglia a Renzi di «non barricarsi al Pd come Nikita Krusciov». E un altro bersaniano dubita della tenuta dei renziani: «Non vedo Franceschini, Orlando, Martina o Delrio buttarsi nell’oceano dietro a Renzi...». È l’una di notte quando Speranza, con un drappello di parlamentari, raggiunge Massimo D’Alema al Comitato del No. L’abbraccio con l’ex capo del governo sotto gli occhi di Miguel Gotor è un gesto simbolico, che annuncia la battaglia congressuale. «Io non cerco incarichi — assicura d’Alema —. Ma il risultato chiede al Pd una profonda svolta politica, dopo che il disegno neocentrista è stato battuto». La rottamazione è fallita? «Spero questa passione gli sia passata...».

5 dicembre 2016 (modifica il 5 dicembre 2016 | 23:01)
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Da - http://www.corriere.it/referendum-costituzionale-2016/notizie/referendum-costituzionale-2016-c-altro-pd-che-festeggia-4cacd978-ba8a-11e6-99a2-8ca865283c9e.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il valzer delle correnti pd stringe il leader
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 10, 2016, 11:37:31 pm

Il retroscena
Il valzer delle correnti pd stringe il leader
Dalla minoranza a Areadem le anime si riallineano e al segretario restano solo una cinquantina di deputati

Di Monica Guerzoni

Le centinaia di lettere di solidarietà arrivate al Nazareno nelle ultime ore, da ogni parte d’Italia, devono aver lusingato Matteo Renzi almeno un poco. E forse l’affetto epistolare di quegli italiani che ancora lo vogliono premier lo fa sentire meno solo, ora che nel Pd anime e casacche hanno ripreso vorticosamente a volteggiare. Far la conta delle correnti e degli spifferi è un lavoro da certosini medievali e c’è sempre il rischio che, tra scrittura e stampa, qualche altro parlamentare abbia deciso di riposizionarsi. Verso quali lidi? La sirena che tutti seduce è, ancora una volta, Dario Franceschini. La sua sintonia con il Quirinale rassicura e attrae peones e capicorrente e, al tempo stesso, irrita e preoccupa Renzi.

Con i suoi cento parlamentari, tra cui i due capigruppo Rosato e Zanda, il ministro della Cultura e leader di Areadem ha dalla sua parte la maggioranza dei gruppi: un peso destinato a crescere a vista d’occhio, tanto che qualcuno già ne pronostica 130. Sulla carta dunque, Renzi è in minoranza. L’abbandono è stato repentino come lo era stato l’avvicinamento al nuovo capo, dopo la vittoria alle primarie. I franceschiniani prestati al renzismo sono tornati a essere franceschiniani e basta, lasciando all’inquilino del Nazareno forse meno di cinquanta deputati. Le cronache parlamentari li raccontano attovagliati tre sere fa in un’osteria romanesca tra Camera e Senato, su invito dei due toscani che si spartiscono la guida dei «falchi»: Maria Elena Boschi e Luca Lotti. Con loro, in ordine sparso, Alessia Morani, Davide Ermini, Alessia Rotta, Francesco Bonifazi. Nel menu tonnarelli cacio e pepe, tiramisù e un bel governo Renzi bis. Sempre a tavola hanno imbastito la linea i seguaci di Bersani e Speranza, tanto che da domenica sera nel Pd si litiga su se e quanto i parlamentari della minoranza abbiano alzato i calici, domenica a casa di Guglielmo Epifani. Bersani era a Piacenza, ma di certo il suo cuore era a Roma con i compagni, che ora guardano a un governo Franceschini senza alzare troppo il sopracciglio.

Ieri a metà pomeriggio girava voce di un accordo già fatto tra la minoranza — che conta una ventina di senatori e una trentina di deputati —, Areadem e i giovani turchi vicini al ministro Andrea Orlando. Voce che Speranza però non conferma: «Non c’è ancora nulla, aspettiamo le consultazioni». Il trionfo del No ha rafforzato la sinistra non-cuperliana, che aveva subìto perdite non irrilevanti in campagna elettorale. Un dalemiano storico come Ugo Sposetti ha votato Sì, giustificato dai colleghi che lo apprezzano come un «comunista doc, antico, partitico e disciplinato». La stessa scelta, per ragioni diverse, hanno fatto l’ex dissidente del Senato Vannino Chiti, Josefa Idem e i senatori Martini, Lo Moro, D’Adda, Bubbico, Sollo. Il ministro Maurizio Martina non ha cambiato idea, resterà con Renzi anche nella cattiva sorte. Per ora. I 50 parlamentari di Primavera democratica, ribattezzati ironicamente «spring», sono la sua ricca dote. La balcanizzazione ha ringalluzzito anche i cattolici di Beppe Fioroni, che studiano raffinate trame al Falchetto, a pochi passi dalla sede dove Murri fondò la Dc: 30 parlamentari, legati a doppio filo all’area di Lorenzo Guerini.

L’ago della bilancia saranno però i giovani turchi. La notte della débâcle aveva visto la rottura tra Orlando e Matteo Orfini, che si era chiuso a Palazzo Chigi senza consultare i suoi e sposando la linea «al voto, al voto». Ma la moral suasion di Mattarella, sussurrata da franceschiniani molto vicini al presidente come Francesco Saverio Garofani, ha convinto Orfini a frenare e riportato la calma tra i «turchi»: 40 alla Camera e 17 al Senato. Abbastanza per fare la differenza.

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8 dicembre 2016 (modifica il 8 dicembre 2016 | 22:46)

Da - http://www.corriere.it/la-crisi-di-governo//notizie/valzer-correnti-pd-stringe-leader-17e35e26-bd8f-11e6-bfdb-603b8f716051.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Guidi: «Fatta a pezzi per un niente Con la politica ho chiuso
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 17, 2017, 05:00:02 pm
Guidi: «Fatta a pezzi per un niente Con la politica ho chiuso»
L’ex ministra dopo la richiesta di ’archiviazione di Tempa rossa: ora penso a mio figlio. «Non c’era nulla in quella intercettazione. È finito tutto in una bolla di sapone»

Di Monica Guerzoni

Le luci della ribalta l’hanno prima esaltata, poi sfregiata politicamente e nel profondo. E adesso che potrebbe uscirne a testa alta, festeggiando la richiesta di archiviazione dell’inchiesta Tempa Rossa e rivendicando pubblicamente «buona fede e correttezza al servizio del Paese», Federica Guidi si tiene alla larga da registratori e telecamere: «Sono stata fatta a pezzi e costretta alle dimissioni — si sfoga in privato —. E per cosa? Non c’era nulla in quella intercettazione. Non ero nemmeno indagata. E infatti, è finito tutto in una bolla di sapone».

«Ho sofferto troppo»
Nel passaggio dalla Procura di Potenza alla Procura di Roma lo scandalo giudiziario e mediatico su petrolio lucano, corruzione e traffico di influenze illecite, si è sciolto come il ghiaccio di questi giorni gelidi. L’impianto accusatorio del caso che la scorsa primavera fece tremare il governo Renzi non ha retto e il pm Roberto Felici ne ha chiesto l’archiviazione. Dunque niente reati, nessuna associazione a delinquere, anche se l’allora compagno della ministra, Gianluca Gemelli, è dipinto nelle carte romane come un «soggetto intraprendente, interessato alle opportunità derivanti da Tempa Rossa». Un tipo apparso ai giudici spregiudicato e millantatore, che però, «al di là di censurabili atteggiamenti, non emerge abbia mai richiesto compensi per interagire con esponenti del governo». E allora? La telefonata incriminata tra Guidi e Gemelli, l’emendamento alla legge di Stabilità che la ministra si impegnava a far approvare per sbloccare un impianto nel potentino, il nome della Boschi che spuntava nell’intercettazione? Niente di penalmente rilevante. E ora che è tutto finito, Federica non brinda. L’amarezza prevale sul sollievo: «Ho sofferto troppo. E adesso che mi sono ripresa la mia vita, mi interessano solo mio figlio, la famiglia e l’azienda. È stata dura, non voglio parlare di questa esperienza incredibile, non voglio saperne più nulla e non leggerò una riga che parli di me».

«Non leggo di me sui giornali»
Per tranquillizzare gli amici l’imprenditrice nata a Modena nel 1969 si dice «felice di aver riconquistato l’anonimato». E a chi le suggerisce di parlare per recuperare immagine e dignità, risponde che non ha motivo «di essere riabilitata». Con la politica ha chiuso. E per quanto il «doppiopesismo» del Pd a suo tempo le fece male, non intende accendere polemiche: «È stata una cosa brutale, ma è andata». L’imperativo è difendersi, proteggere il piccolo Gianguido. Tutelare la Ducati Energia, dove è tornata a lavorare al fianco del padre Guidalberto, per tanti anni vicepresidente di Confindustria. La chiamano in tanti, le porgono complimenti che non sembra gradire: «Faccio soprattutto la mamma. Sono serena, ma non so se questa ferita potrà mai rimarginarsi. Non nego che a livello umano le conseguenze sono state profonde e nemmeno una bella notizia come l’archiviazione può farmi piacere». Per questo evita con cura di incrociare il suo nome stampato sui giornali: «Quando si parla di me non li apro. Ho sviluppato una sorta di ipersensibilità per quella vicenda, una tale idiosincrasia che non mi interessa nemmeno chiuderla. Servirà ancora tempo, perché tutto questo possa decantare». Il suono di quelle due parole, Tempa Rossa, è un ciak che aziona nella sua testa il film di quei giorni. La bufera politica. Le opposizioni che attaccano. Il M5S che presenta la mozione di sfiducia. La maggioranza e il Pd che le gettano addosso una coperta di sospetti e silenzio, rimproverandole sottotraccia di non aver rivelato di che pasta fosse fatto l’uomo che, nei giorni della bufera, disse di considerare «a tutti gli effetti mio marito».

Quando Renzi disse: «Guidi è indifendibile»
Il 31 marzo Matteo Renzi, in missione negli Usa, fa trapelare attraverso i collaboratori il suo stato d’animo: «Guidi è indifendibile, ha commesso un errore e si deve dimettere. I tempi sono cambiati. Chi sbaglia, va a casa». Scaricata dal premier Federica lascia la poltrona su cui si era seduta il 22 febbraio 2014, inseguita dalle accuse di conflitto di interessi. L’addio, in una lettera al Corriere, è amaro: «La mia è anche una scelta umana, che mi costa, ma che ritengo doverosa per i principi che hanno ispirato sempre la mia vita».

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12 gennaio 2017 (modifica il 12 gennaio 2017 | 23:23)

Da - http://www.corriere.it/politica/17_gennaio_13/guidi-fatta-pezzi-un-niente-7be976a2-d90b-11e6-97e6-e1e054cdfc34.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il segretario: «Se scissione deve essere lo sia senza alibi».
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 14, 2017, 06:05:53 pm

Il dibattito nel Partito Democratico
Direzione Pd, Renzi sfida la minoranza: «Sì al congresso»
Il segretario: «Se scissione deve essere lo sia senza alibi».
Cuperlo: «Il Pd come le balene spiaggiate della Nuova Zelanda: il capo branco aveva perso l’orientamento»

Di Monica Guerzoni, dalla direzione Pd, e Alessandro Sala

Orfini: «Il nostro è un congresso senza fine...»

«Vogliamo ancora provare a costruire l’unità tra di noi?». E’ quello che si chiede Matteo Orfini, presidente del Pd, intervenendo alla direzione nazionale del partito. «Dopo il 4 dicembre abbiamo discusso sul fare o no un congresso - ha aggiunto -, abbiamo fatto una valutazione: arrivare a scadenza naturale, abbiamo provato a farlo ma è aumentata la conflittualità interna, da quando abbiamo deciso di decantare, dopo il 4 dicembre, abbiamo assistito a tutto, tranne alla decantazione». E ancora: «Il congresso è stato minacciato e agitato. Il congresso dura poco? A me sembra che il problema del nostro partito è che il congresso non finisca mai».
17:01
Qui Direzione Pd - Il calendario secondo Bersani

Ed ecco il calendario secondo Bersani. Il governo governi, entro giugno si faccia la legge elettorale e a giugno, con calma, si avvii la pratica del congresso: «Sto dicendo una assurdità? Non sto parlando da bersaniano, ma da italiano. Se decidessimo diversamente, cotta e mangiata, si apre un problema molto serio. Quando si governa non si mette l’Italia nel frullatore. Chi ha più buon senso ce lo metta» Un intervento, quello dell’ex segretario, che ha il sapore dell’ultima mediazione. O Renzi accetta di addivenire a più miti consigli, o la rottura sarà difficilmente evitabile. (Monica Guerzoni)
16:59
Qui Direzione Pd - Bersani «blinda» il governo Gentiloni

Bersani prova a blindare il governo Gentiloni, ricordando a Renzi che quando si andrà a votare gli elettori presenteranno il conto al Pd. A Renzi il leader della minoranza dice che i “messaggi sfidanti” hanno stressato gli italiani senza portare bene al Pd: «Il Paese pensa che comandiamo noi. Chi governa deve tramettere sicurezza, non ansia». Bersani insomma mette avanti il Paese e chiede il tempo di una riflessione: «La prima cosa che dobbiamo dire al mondo è quando si vota. Non mi si dica Matteo che è roba da addetti ai lavori. Non mi si dica giugno, settembre... ma guarda che mettiamo l’Italia nei guai. Diciamo agli italiani che garantiremo la conclusione della legislatura. Non possiamo parlare come la sibilla lasciando sul governo la spada di damocle che un giorno (il premier, dr) si dimette in streaming». (Monica Guerzoni)
16:45
Qui Direzione Pd - Bersani e il no a un congresso «cotto e mangiato»

Non sembra, quello di Pier Luigi Bersani, un intervento di rottura. A questo preoccupante scenario - che il leader della minoranza è solito chiamare «la mucca nel corridoio» - va contrapposto «un campo di idee largo». Ora che lavoro è diventato vago, umiliato e ricattato per Bersani l’agenda del Pd va declinata secondo i valori del centrosinistra, sennò la destra arriva: «Se conosciamo l’Italia vediamo che ce l’abbiamo già sotto i piedi». L’ex segretario dice no a un congresso «cotto e mangiato» che si trasformi in una conta, chiede tempo per una riflessione più profonda e insiste: «Un pezzo di popolo si è allontanato da noi? É vero o no che una parte di popolo non ci sopporta?». (Monica Guerzoni)
16:43
Bersani: «C’è qualcosa che ci tiene insieme?»

«Non parlo da bersaniano, ma da Bersani. Voglio provare a capire se a questo tornante troviamo qualcosa che ci tenga assieme. Qualcosa che ci faccia dire “la pensiamo tutti così”». Così l’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante il suo intervento.
16:41
Delrio: «Non rassegniamoci all’alleanza con Berlusconi»

«Ricominciamo dal Mattarellum, da un sistema dove l’eletto e l’elettore si riconoscono, dove ci sia la possibilità per un’alleanza a sinistra - ha commentato il ministro Graziano Delrio - . Non rassegniamoci all’alleanza con Berlusconi».
16:39
Qui Direzione Pd - Delrio e «la fatica di stare insieme»

Graziano Delrio invoca «la fatica di stare insieme» e con voce quasi implorante chiede ai dem di non dividersi: «L’Unità sui contenuti e su una prospettiva comune. Tutto il resto rischia di indebolire non solo il Pd ma anche il Paese». Tocca a Pier Luigi Bersani. E l’ex segretario premette di non parlare da bersaniano ma da Bersani: «Sono preoccupato. Dobbiamo prendere delle decisioni per noi e per l’Italia. Noi oggi a questo tornante troviamo qualcosa che ci tenga assieme? Due o tre cose. Possiamo essere d’accordo sul fatto che questo ripiegamento della globalizzazione in tutto il mondo sta facendo affacciare una nuova destra sovranista identitaria protezionista? Un campo di idee che sta entrando nel senso comune anche a casa nostra».
16:28
Cuperlo e le «balene spiaggiate» del Pd

«Il congresso è vero che non si fa per decidere la data del voto, ma si fa per decidere cosa dire agli italiani prima di andare a votare, e poi conta il come» ha detto intervenendo dal palco Gianni Cuperlo, già sfidante di Renzi alle primarie del 2013. «Discutiamo a fondo - ha aggiunto - come non abbiamo mai fatto». Il deputato della minoranza si è poi lanciato in un paragone tra il Partito Democratico e le balene spiaggiate in Nuova Zelanda: «Il capo branco aveva perso l’orientamento. Sta a noi decidere se fare la parte delle balene o quella dei volontari che le salvano».
16:26
Qui Direzione Pd - La minoranza spiazzata

La minoranza é spiazzata dalle parole di Renzi, che ha lanciato la macchina del congresso ma non ha rimesso formalmente il mandato. «Messa così - dice dal palco Gianni Cuperlo - è una prova di tessere e di muscoli». I bersaniani sono furiosi, per loro quello dell’ex premier è stato un «discorso da capocorrente» e non l’appello unificante che qualcuno sperava. Ora tocca a Graziano Delrio e poi a Pier Luigi Bersani, che svelerà se la scissione è più o meno vicina. (Monica Guerzoni)

13 febbraio 2017 (modifica il 13 febbraio 2017 | 17:13)
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Da - http://www.corriere.it/politica/diretta-live/17_febbraio_13/direzione-pd-lunga-giornata-renzi-9177d4ae-f1d0-11e6-976e-993da0ec45b6.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. «L’orologio è solo un regalo Chi corrompe non ringrazia»
Inserito da: Arlecchino - Maggio 22, 2017, 11:59:50 am

L’intervista

«L’orologio è solo un regalo Chi corrompe non ringrazia»
La sottosegretaria dimissionaria Vicari: conosco Morace, ma ho favorito una categoria e non lui

Di Monica Guerzoni

«Sono Simona Vicari, mi aveva cercato?». Alle nove della sera l’ormai ex sottosegretaria alle Infrastrutture e ai Trasporti ha voglia di parlare e spiegare. La senatrice alfaniana, architetta, nata a Palermo nel 1967, si dice «assolutamente serena», ma il tono della voce tradisce emozione e stanchezza.

Il ministro Delrio è rimasto «molto stupito» per la sua scelta di prendere quel Rolex in regalo e le ha consigliato di dimettersi. Avete discusso?
«Ma no, e perché mai? Come avrà letto, Delrio ha detto di apprezzare il mio gesto».

Anche il premier Gentiloni le ha telefonato per chiederle di fare un passo indietro?
«Assolutamente no, mi hanno detto entrambi di prendere liberamente le mie decisioni».

Decisione sofferta, quella di lasciare?
«Nessuna sofferenza, perché io non ho agito nell’interesse di una persona, ma nell’interesse di una categoria. Il trasporto marittimo era l’unico mondo del trasporto pubblico rimasto fuori dall’esenzione dell’Iva e il ministro Delrio era a conoscenza di quell’emendamento».

Perché, al telefono con l’armatore Morace, rivendica il merito di averlo fatto modificare lei?
«Il testo ha fatto il percorso che doveva fare. Lo abbiamo mandato al Mef, poi all’ufficio legislativo...».

Al di là dell’inchiesta, non pensa che sia stato un errore anche dal punto di vista dell’opportunità politica accettare da Morace un orologio del valore di 5.800 euro? Lo rifarebbe, da sottosegretaria ai Trasporti?
«Ho letto sulle agenzie che sarei accusata di corruzione. Ma di che parliamo? Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo che si tratta di un regalo di Natale. Poi sì, io ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?».

Morace ha risparmiato 7 milioni di tasse.
«Ecco, non le pare che rispetto a questo, il valore del Rolex fosse un po’ sproporzionato? Un po’ poco, intendo».

In Parlamento gira voce che la contropartita del suo interessamento sia stata ben più alta. È vero che, dal suo posto al governo, lei ha convinto l’armatore Morace ad assumere suo fratello Manfredi?
«Ma quando mai? Mio fratello si è laureato in Giurisprudenza un anno, un anno e mezzo fa e alla Liberty Lines sta facendo uno stage a tempo determinato».

Glielo ha chiesto lei, di far entrare sul fratello?
«No, lui cercava qualcuno... Il mio rapporto con Morace non nasce da questo episodio, in Sicilia ci conosciamo tutti. Certo, in questo periodo i rapporti tra noi si sono intensificati. Ma voglio dirle un’altra cosa, anche se può suonare un po’ antipatico».

Prego.
«Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica».

Con questa uscita si farà qualche nemico. Altri se n’è fatti in Sicilia, ad esempio con quella vecchia storia della villa di lusso sul meraviglioso litorale di Kalura, che sua madre avrebbe costruito abusivamente quando lei era sindaco di Cefalù.
«Non c’è niente, assolutamente. È solo fango. Ma una come me, che fa politica da quando era ragazzina, è abituata a queste cose. Io ho fatto carriera dal basso, non sono di quelle nominate».

Il suo curriculum dice che a 23 anni era già assessore a Palermo.
«Esatto, la più giovane di sempre. Posso dire con orgoglio di essermi fatta sette campagne elettorali in Sicilia con la preferenza, che nella nostra terra non è facile».

Carriera brillante, non c’è che dire. La deve in grandissima parte all’amicizia con Renato Schifani, giusto?
«Ah no! Basta dottoressa, per favore. Se vogliamo parlare di politica, bene, altrimenti la saluto».

Nel centrodestra raccontano che Schifani si senta «tradito», perché quando è tornato con Berlusconi lei ha deciso di restare con Alfano. Lei gli deve molto, politicamente...
«Io gossip non ne voglio fare ed è per questo che mi sono dimessa. Per dare serenità all’azione del governo Gentiloni».

E adesso? Come vede il suo futuro?
«Difenderò la mia correttezza e il mio operato».

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19 maggio 2017 (modifica il 20 maggio 2017 | 07:19)

Da - http://www.corriere.it/politica/17_maggio_20/orologio-solo-regalo-8a7a6042-3cd3-11e7-bc08-57e58a61572b.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. - Il leader pd: «Non so se reggeranno, noi ci siamo».
Inserito da: Arlecchino - Giugno 03, 2017, 11:35:04 am

La riforma

I 5 Stelle divisi sulla legge elettorale Renzi ha dubbi sulla tenuta del patto
Per Fico e Taverna «niente è scontato». Il leader pd: «Non so se reggeranno, noi ci siamo».

E ancora: «La partita non è chiusa. Può accadere che facciamo la legge e non si va a votare, o che salta e si vota col decreto»

Di Monica Guerzoni

La nuova segreteria del Pd che si è riunita giovedì a Roma

Luigi Di Maio arriva tra i primi al ricevimento nei giardini del Quirinale. Disinvolto e a suo agio, l’esponente del M5S non schiva le domande dei giornalisti. L’accordo sulla legge elettorale rischia di saltare? «Per le tensioni con Renzi? Ma no, no... Io credo che l’accordo non salterà». Eppure tra i vialetti dove svettano i corazzieri, la musica ritma una certa agitazione. Matteo Renzi posa per un selfie via l’altro, ma (sottovoce) rivela la sua preoccupazione: «Io non sono così sicuro che i cinquestelle reggano sull’accordo...».

La senatrice Paola Taverna aveva strappato la tela già al mattino: «È quasi un mega Porcellum. Io non mi sarei neanche seduta». A sera Roberto Fico, anche lui sul Colle, conferma che tutto si è rimesso in movimento: «L’accordo non è affatto sancito, l’emendamento Fiano crea problemi. Continuiamo a lavorare, ma non c’è niente di scontato». Una formula dubitativa che lo stesso Renzi distilla con altri accenti: «La partita non è chiusa. Può accadere che facciamo la legge e non si va a votare, o che salta e si vota col decreto».

Il diavolo nei dettagli
Il leader del Pd si apparta con Ettore Rosato, il regista delle trattative: «Se volete sapere qualcosa sui collegi dovete chiedere a lui». I pentastellati romperanno? «Pongono qualche problema sul voto disgiunto — risponde Renzi —. Io non lo so se il patto terrà, ma noi ci siamo. Abbiamo fatto un’operazione intelligente, per tenere fede all’impegno con il presidente della Repubblica. Siamo stati così seri che sui collegi abbiamo diviso Rignano e Pontassieve», scherza con i giornalisti. E adesso? «La tensione c’è, ma è normale». E se l’accordo salta, che succede? «La palla è al Parlamento. I guai maggiori, se salta tutto, li ha il M5S. Io con le preferenze non ho problemi, loro invece non so come se la cavano».

Riuscire ad approvare la legge sarebbe «una grande opera di pacificazione», insiste l’ex capo del governo, ed ecco che il leghista Giancarlo Giorgetti lo avvicina: «Siamo diventati tuoi impensabili alleati, ma la questione dei tempi è fondamentale». Il leader del Pd fa pochi passi e incontra Gianni Letta, con il quale lo scambio è molto confidenziale. Si parla della moglie di Renzi, in gita a Madrid con i tre figli, poi (inevitabilmente) di legge elettorale. «I cinquestelle pongono un problema di voto disgiunto, ma io spero proprio che l’accordo regga», risponde l’ex sottosegretario di Berlusconi.

Come vengono ripartiti proporzionalmente i candidati? A livello nazionale o per quota circoscrizionale?
Maria Elena Boschi, accompagnata dal fratello, si dice «ancora ottimista» sulla tenuta del patto, ma intanto monitora il malessere dei pentastellati: «Io non lo so se reggeranno, perché si fanno condizionare dai titoli dei giornali e da alcuni magistrati, che non vedono bene il dialogo con Berlusconi». Fa quasi buio, Renzi sta per lasciare il palazzo dei Papi quando, per puro caso, incrocia Paolo Gentiloni. Un abbraccio con il premier, un complimento alla moglie Emanuela per il G7 di Taormina e poi il segretario del Pd e il capo del governo si appartano per un quarto d’ora. Rosato, che li conosce bene entrambi, immagina quel che si sono detti: «Paolo sarà il primo a capire quando è ora di staccare la spina. E quale occasione migliore di un accordo largo sulla legge elettorale?».

1 giugno 2017 | 23:04
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Da - http://roma.corriere.it/notizie/politica/17_giugno_01/i-5-stelle-divisi-legge-elettoralei-dubbi-renzi-tenuta-patto-d56d7948-470c-11e7-b9f8-52348dc803b5.shtml#


Titolo: MONICA GUERZONI. - Speranza: «Pisapia? L’attesa è una soap opera. No a Renzi...
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 09, 2017, 06:29:14 pm
Speranza: «Pisapia? L’attesa è una soap opera. No a Renzi, con lui alleanze farlocche»

Il coordinatore nazionale di Mdp sull'ex sindaco: «Avanti anche senza di lui. Il 19 novembre le nostre primarie»

Di Monica Guerzoni

«Il tempo è finito».
Roberto Speranza, vi siete stancati di aspettare Godot?
«Abbiamo parlato troppo di noi, ora basta. Bisogna correre. Dobbiamo offrire all’Italia un’alternativa che riparta dal lavoro e dalla lotta alle diseguaglianze».


Convocherete quella assemblea costituente per la quale Pisapia non si sente ancora pronto?
«Per me il 19 novembre è la data giusta per una grande assemblea democratica, in cui finalmente un popolo possa trovare una casa».
Le primarie della sinistra?
«Faremo votare la gente in tutta Italia, chiameremo migliaia di persone a eleggere i propri rappresentanti nell’assemblea e a condividere un progetto in cui tutte le forze abbiano pari dignità».
Il leader di Campo progressista non è convinto. Non si fida del tutto di lei, Bersani, D’Alema, Errani?
«Pisapia è naturalmente protagonista di questa storia, ma non si può più perdere un solo minuto e neanche stare lì a parlare tutti i giorni di nomi dei big, invece che di proposte. È diventata una soap opera insopportabile».
Una «soap» i litigi tra Campo progressista e Mdp?
«Noi siamo quelli del lavoro, della progressività fiscale, della sanità pubblica. Dico con forza basta a una discussione autoreferenziale che la gente non capisce, ora si va avanti. Il mio è un appello a tutti, ognuno prenderà le sue decisioni».
Pensa che Pisapia si alleerà con Renzi?
«No, da lui ho sentito parole chiare di alternativa alle politiche del renzismo. Però ora basta aspettare, bisogna correre. Serve una grande forza popolare, inclusiva, con ambizioni di governo e radicale nel messaggio di cambiamento. Aperta al civismo, all’ambientalismo e al cattolicesimo democratico. Vogliamo prendere un voto più degli altri, altro che ridotta».
Insomma, avanti anche senza Pisapia?
«Mi sembra di essere stato chiarissimo. Noi andiamo avanti e l’auspicio è che lui ci sia. Ognuno valuti tranquillamente, ma questa è una operazione più grande, non si ferma davanti a una singola personalità. In gioco c’è il futuro del Paese e della sinistra italiana. Il tempo è ora, non possiamo andare oltre novembre».
Avanti a sinistra, con Fratoianni e Civati? Il 1° luglio vi eravate impegnati a costruire un nuovo centrosinistra.
«La nostra proposta è e resta larga, aperta, plurale e alternativa alle politiche di Renzi. Non basta un cartello elettorale, si parte da una lista per costruire una nuova soggettività. La mia cultura politica è di centrosinistra, non mi interessa una stretta identitaria».
Renzi ha aperto alla coalizione, perché non andate a vedere le sue carte? Volete regalare il Paese alle destre?
«Apertura mi sembra una parola generosa. Il Pd non sarà mai il nostro nemico. Ma le alleanze si fanno sulla linea politica e le fratture sono state troppe. Il Jobs act ha aumentato la precarietà, la Buona scuola ci ha messo contro insegnanti e studenti, al posto degli investimenti si sono scelte le regalie fiscali e invece della rivoluzione ecologica sono spuntate le trivelle. Se si mette al centro una radicale discontinuità sono pronto a confrontarmi con tutti».
Boccerete il Rosatellum?
«Sì, è sbagliato perché disegna alleanze farlocche. Siamo di fronte all’ennesimo accordo Renzi-Berlusconi, oggi sulla legge elettorale e domani sul governo. Avremo il record mondiale di nominati e questo è indegno. Il nostro emendamento che chiedeva un solo programma per la coalizione è stato bocciato, che apertura è quella di Renzi? Noi presenteremo un candidato in ogni collegio all’uninominale».
Se Pisapia non raccoglie il vostro appello chi sarà il leader? D’Alema, Bersani, Errani, o lei?
«La sinistra rinasce se parte dalla vita degli italiani e non dai nomi dei leader. Prima il progetto, poi le personalità. Mi piace molto la nuova generazione in campo, che ha idee chiare su cosa serve al Paese».
Senza Pisapia riuscirete a superare la soglia del 3%?
«Non sono uscito dal Pd per fare un partitino, ma per costruire una grande forza popolare a due cifre. Ci sono milioni di persone che non sono di destra, non vogliono votare per Grillo, ma non si fidano più del Pd di Renzi. Lavorerò incessantemente per offrire agli italiani una nuova proposta progressista vincente».

8 ottobre 2017 (modifica il 8 ottobre 2017 | 06:50)
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Da - http://www.corriere.it/politica/17_ottobre_08/pisapia-l-attesa-soap-opera-speranza-04fc251e-ab9a-11e7-b201-3d87a5727083.shtml


Titolo: MONICA GUERZONI. Prodi rilancia Gentiloni: «Il mio ritorno da pensionato dopo...
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 18, 2018, 05:48:26 pm
L’INTERVISTA AL PROFESSORE

Sfida sul premier, Prodi rilancia Gentiloni: «Il mio ritorno da pensionato dopo nove anni
Ho fatto quello che dovevo fare»
«Paolo è la serietà al governo, lavora bene in un momento difficile»
Il padre dell’Ulivo sostiene «Insieme»: il Rosatellum va cambiato

Di Monica Guerzoni

Per nove anni, come lui stesso ha voluto sottolineare, Romano Prodi si è tenuto lontano dai palchi della politica, declinando ogni invito ad assemblee di partito e kermesse elettorali. Un’assenza plateale, lunga quasi quanto l’intera vita del Pd. Finché ieri nella sua Bologna l’ex presidente del Consiglio e della Commissione europea ha spostato tutto il suo peso dalla parte di Paolo Gentiloni. Lo ha abbracciato, lodato, rilanciato alla guida di Palazzo Chigi come l’unica personalità in grado di tirare l’Italia fuori dal pantano, se dalle urne del 4 marzo non dovesse uscire una maggioranza. Un endorsement con tutti i timbri dell’ufficialità, che di fatto conclude il progressivo smarcamento del «prof» dal Pd a trazione renziana. Dopo una lunga e sofferta riflessione, simboleggiata dalla tenda prodiana che si avvicinava o allontanava dall’accampamento dem a seconda delle decisioni del segretario, il fondatore ha maturato lo strappo: per la prima volta non voterà per il Pd, ma per la lista ulivista Insieme. Una scelta che il professore, il quale in campagna elettorale non ha mai presenziato a un evento di Renzi, ha voluto enfatizzare condividendo con Gentiloni il palco del teatro Celebrazioni. E quando l’iniziativa si è chiusa, aveva ancora voglia di dire la sua.

Gentiloni ha parlato da candidato premier?
«Sì, ha fatto un gran bel discorso. E io ho fatto quel che dovevo fare. Però non scriva che rientro in politica (ride), perché ormai sono in pensione e sto più all’estero che in Italia. E quando le candeline pesano più della torta...».

Anche quelle di Berlusconi pesano più della torta, eppure lui non va in pensione e potrebbe vincere.
«Ma lui farà una torta molto grande, che pesi più delle candeline».

In caso di stallo sosterrebbe un governo di larghe intese con Berlusconi?
«Io ho dato il mio sostegno pieno a un disegno, dopodiché in democrazia tutto dipende dai voti. Il problema dell’Italia è l’instabilità. Quando diventai premier e andai a Berlino per la prima visita ufficiale, il cancelliere Kohl mi abbracciò felice e poi mi chiese “chi viene la prossima volta?”. Ormai questo aneddoto lo conoscete a memoria, ma se non chiudiamo questa storia dell’instabilità ci staremo sempre dentro».

Per questo la legge elettorale va cambiata?
«La Francia a differenza di noi non sta messa affatto bene, è politicamente più divisa e commercialmente meno forte, eppure ha un sistema di voto che rende il Paese stabile, al contrario dell’Italia».

Gentiloni è la persona giusta per guidare un governo che riformi il Rosatellum?
«Sì. Non per caso la mia sortita dopo nove anni è stata a sostegno di Gentiloni, non è un fatto casuale».

Come scongiurare l’ingovernabilità?
«Il 4 marzo si vota, vedremo i risultati. Io qui ho rotto un lungo silenzio perché mi sentivo in dovere di sottolineare l’importanza della scelta di sostenere la coalizione di centrosinistra. Il mio sostegno va in particolare alla lista Insieme, perché porta avanti gli stessi valori che sono stati alla base dell’Ulivo».

Perché è così duro con Bersani e D’Alema?
«I miei amici, con cui ho lavorato lungamente assieme e quindi sono ancora amici, hanno profondamente sbagliato. In questo momento bisogna stare insieme, perché si decide il futuro del Paese e solo vincendo è possibile determinarlo».

Voterà Insieme e non Pd, giusto presidente?
Prodi saluta e scende lo scalone del teatro con il passo di uno che all’alba ha corso otto chilometri («oggi ho fatto pochino!»). Risponde per lui la portavoce, Sandra Zampa: «Il prof è stato chiarissimo. Ha detto sostegno alla lista Insieme e alla coalizione, perché il centrosinistra sia più unitario possibile».

17 febbraio 2018 (modifica il 18 febbraio 2018 | 10:07)
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Da - http://www.corriere.it/elezioni-2018/notizie/sfida-premier-prodi-rilancia-gentiloni-il-mio-ritorno-pensionato-nove-anni-ho-fatto-quello-che-dovevo-fare-eb80f99a-142e-11e8-93af-70bfe0994910.shtml