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Forum Pubblico => L'ITALIA e le SUE REALTA'. - 11 MARZO 2019 => Discussione aperta da: Arlecchino - Aprile 19, 2019, 06:19:37 pm



Titolo: Per un socialismo del XXI secolo. - Di Thomas Fazi
Inserito da: Arlecchino - Aprile 19, 2019, 06:19:37 pm
Per un socialismo del XXI secolo

Di Thomas Fazi

Note a margine del libro di Carlo Formenti “Il socialismo è morto, viva il socialismo!”

Ringrazio Carlo Formenti per aver scritto questo libro perché ritengo che sia un libro fondamentale per capire quello che sta succedendo: in Italia, in Europa e più in generale in Occidente (e non solo, visto che uno dei meriti dell’autore è quello di adottare una prospettiva globale). Partirei da una delle frasi che apre il testo. Formenti scrive:

«[È] mia convinzione che il socialismo sia realmente morto nelle forme storiche che ha conosciuto dalle origini ottocentesche all’esaurirsi delle spinte egualitarie novecentesche, prolungatesi per pochi decenni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Non si è trattato di un evento (la caduta del Muro e il crollo dell’URSS hanno svolto la funzione di mera registrazione notarile del decesso), bensì di un’agonia durata dagli anni Settanta alla grande crisi che ha inaugurato il nuovo millennio. Oggi l’agonia è terminata ed è iniziata l’attraversata del deserto».

Ciò che intende Formenti è che il socialismo in Occidente non è solo morto nella prassi – come può apparire ovvio – ma è morto nella prassi perché è morto innanzitutto nella teoria. Nel senso che il pensiero socialista è stato corrotto a tal punto dalla sinistra nel corso degli ultimi quarant’anni – tanto dalla sinistra “moderata” quanto da quella “radicale/antagonista”, tanto dalla sinistra della “terza via” clintoniana/blairiana quanto dalla sinistra delle varie degenerazioni post-Settanta: post-operaista, orizzontalista, post-femminista, ecc. – da essere ormai inservibile per qualunque prospettiva di emancipazione progressiva, essendo diventato, più o meno consapevolmente, subalterno all’ideologia neoliberale – dunque all’ideologia del capitale, cioè del suo presunto nemico – con cui ormai condivide quasi in toto l’orizzonte ideologico, caratterizzato da un approccio teleologico alla globalizzazione e ai processi di mercato, intesi come naturali ed inevitabili, dal globalismo/sovranazionalismo (l’abbattimento/frantumazione delle frontiere e delle sovranità statuali inteso come destino non solo inevitabile ma anzi auspicabile), da cui ovviamente discende l’europeismo di buona parte della sinistra, dall’antistatalismo, dalla fede nella natura liberatrice e intrinsecamente progressista della tecnologia, ecc.

Peggio ancora: è proprio la sinistra, in quanto guardiana del “politicamente corretto”, a rendere il sistema di dominazione capitalistico impermeabile a qualunque critica. Nota Formenti:

«l potere performativo del linguaggio, se non crea né modifica le relazioni sociali, certamente ne influenza la percezione, ma soprattutto rende difficile la contestazione delle idee politicamente corrette, mettendo in atto un dispositivo che alcuni hanno definito spirale del silenzio: si esita a criticare i “regimi di verità” egemoni per paura di essere sanzionati socialmente e di essere categorizzati come fascisti, razzisti, sessisti, nazionalisti, populisti, conservatori ecc. … Chi si oppone al liberalismo, nella misura in cui tale ideologia si proclama contraria a qualsiasi limitazione della libertà individuale da parte di comunità sociali e istituzioni politiche, è per definizione reazionario. Lo stesso capita a chi rivendica la sovranità nazionale del proprio paese: le élite politiche ed economiche che governano la società capitalista globalizzata rivendicano la superiorità delle idee cosmopolite e multiculturaliste nei confronti del rozzo localismo delle classi subalterne. I proletari che votano per Trump, per la Brexit, per la Lega e il M5S, e in generale per le forze politiche “sovraniste”, non sono lavoratori ma feccia reazionaria, “sdentati” (Hollande), “popolo demente” (Bifo). Vengono presentati come classi pericolose pronte a sostenere forze politiche neofasciste. Attraverso la neolingua politicamente corretta imposta dal liberalismo cosmopolita e autoritario si intravede l’immagine d’un futuro “liberato” dalle identità nazionali come da quelle di classe, genere ed etnia, un futuro postnazionale e postdemocratico che Antonio Negri e Michael Hardt rappresentano ed esaltano in Impero».

«La verità – scrive Formenti – è che, mentre il capitalismo di ieri si serviva di forze politiche conservatrici – espressione di interessi e culture di classe residuali – per reprimere le lotte del proletariato, quello odierno affida la propria rappresentanza soprattutto a forze politiche progressiste».

Al punto che ormai possiamo dire che il pensiero socialista contemporaneo – o meglio, il pensiero socialista occidentale, come sottolinea Formenti, riprendendo una felice formula di Domenico Losurdo, che distingue appunto il marxismo occidentale (che si è andato progressivamente snaturando rispetto alle origini) dal marxismo orientale –, o ciò che ne rimane, in tutte le sue varianti, è diventato a tutti gli effetti un’ideologia reazionaria, cioè contraria agli interessi della stragrande maggioranza dei lavoratori, degli sfruttati, dei subalterni, tanto in Occidente quanto nei paesi non occidentali (basti pensare al sostegno delle sinistre alle varie “guerre umanitarie” dell’ultimo decennio).

Come altro dovremmo interpretare – giusto per fare l’esempio più recente – l’appello congiunto a favore dell’Unione europea sottoscritto giustappunto l’altro giorno dalle tre più grandi sigle sindacali del paese insieme a Confidustria. Prendiamoci un attimo per riflettere sul fatto: i sindacati che firmano insieme al loro nemico di classe un appello a favore del più diabolico dispositivo di sfruttamento e di disciplinamento dei lavoratori che sia visto in Occidente dal dopoguerra da oggi, cioè l’Unione europea e più specificatamente la moneta unica. È chiaro che siamo di fronte a un’aberrazione tale da permetterci di poter parlare di una vera e propria mutazione antropologica, genetica della sinistra. Qui non si tratta di mettere in discussione la buona fede di questo o di quel personaggio, ma di comprendere che in virtù proprio della succitata quarantennale degenerazione del pensiero socialista, questi si ritrovano ormai privi degli strumenti necessari per comprendere «[le] dinamiche della crisi e [il] processo di mutazione sociale, economica, politica e culturale che la crisi ha messo in atto». Sono come dei ciechi che cercano di orientarsi a tastoni, ripetendo qualche vago slogan trito e ritrito dei tempi andati: la patrimoniale, gli investimenti pubblici, ecc. A prescindere dalla buona fede dei singoli personaggi, non si può non concludere che quelle organizzazioni e quei partiti che discendono dalla tradizione operaia sono ormai diventati a tutti gli effetti dei nemici di classe, dei nemici dei lavoratori e delle classi popolari. E non è un caso che siano percepiti come tali dalla stragrande maggioranza della popolazione.

Questa è la situazione in cui ci troviamo: gli eredi formali della tradizione socialista hanno completamente introiettato l’ideologia del nemico. Dunque ha ragione Formenti a dire che il socialismo – come prassi e come teoria – in Occidente (e soprattutto in Europa) è morto. Bisogno dunque partire dalla premessa, dice Formenti, «che, con la sconfitta subita da parte della controrivoluzione liberal-liberista iniziata alla fine degli anni Settanta, il movimento operaio non ha perso solo una battaglia, bensì la guerra». E quel che è peggio è che proprio «le sinistre hanno svolto il ruolo di becchini dello sconfitto».

Questo non vuol dire che il socialismo non sia più attuale o praticabile – al contrario, è più necessario che mai, come sottolinea Formenti – ma vuol dire che affinché il socialismo possa rinascere il pensiero socialista va rifondato: un pensiero socialista che sia adeguato, che sia all’altezza di questa fase storica – un socialismo del XXI secolo, come scrive Formenti – ma non un socialismo astratto, buono per ogni luogo e ogni epoca, quanto piuttosto un socialismo che possa andare bene per noi che viviamo in Occidente, in Europa, in Italia, alla vigilia del terzo decennio del XXI secolo, nelle specifiche condizioni economiche, sociali, politiche, ecc. in cui ci troviamo. Si tratta dunque di un pensiero quello di Formenti che, come direbbe Chantal Mouffe, si situa «nella congiuntura invece di ragionare sulla congiuntura», sebbene Formenti faccia anche quello.

Come scrive l’autore:

«Se la crisi del vecchio perdura, il nuovo deve essere fatto nascere, e il nuovo è il socialismo: non quello d’antan, ormai morto e sepolto, bensì un socialismo del secolo XXI, da costruire a partire dalle concrete condizioni storiche: dalle trasformazioni subite dal modo di produrre, dall’autofagia del capitalismo globalizzato che divora se stesso, dalla ri-nazionalizzazione della politica, dal ritorno dello Stato, dalle trasformazioni della composizione sociale e dalle nuove forme della lotta di classe».

Questo non vuol dire che Formenti non dedichi spazio nel suo libro ad altri contesti geografici – anzi, vi è un’ottima analisi dedicata ai populismi latinoamericani, che Formenti conosce molto bene – ma il suo focus è innanzitutto sulla nostra di situazione, come è giusto che sia. In un certo senso, potremmo dire che Formenti si pone nientedimeno che il problema annoso, attualizzandolo, della rivoluzione in Occidente: rivoluzione – come vedremo – non intesa non come rottura, come passaggio immediato da un sistema all’altro, ma come transizione, come trasformazione graduale ma radicale della società in senso socialista. In questo senso, il libro di Formenti non è solo un libro di teoria – sebbene sia un ottimo libro di teoria: anzi, direi che rappresenta la migliore panoramica sul pensiero socialista contemporaneo, nelle sue declinazioni migliori e peggiori, attualmente disponibile sul mercato – ma è anche e soprattutto uno strumento di lotta, cioè il tentativo di fornire un impianto teorico che possa fungere da base per una nuova politica e una nuova stagione socialista, nella consapevolezza che questo libro non ha la pretesa di essere un punto d’arrivo ma è un’elaborazione in fieri, da cambiare e da aggiustare a seconda dell’evoluzione dello scenario.

Quali sono – o dovrebbero essere – dunque i punti cardine di un neosocialismo del XXI secolo, secondo Formenti? Innanzitutto bisogna fare tabula rasa delle varie degenerazioni che ha subìto il pensiero socialista negli ultimi quarant’anni. Questo però non vuol dire tornare sic et simpliciter al pensiero marxista e socialista delle origini. Come si diceva, è necessario attualizzare questo pensiero e anche affrontarlo con spirito critico, riconoscendone gli errori. In questo senso, ha ragione Formenti a dire che alcune delle degenerazioni dei decenni passati hanno estremizzato e iperbolizzato alcuni elementi che erano già presenti nel pensiero di Marx: un certo eurocentrismo, la sua posizione ambigua nei confronti del ruolo dello Stato, l’idea che la diffusione del capitalismo porti in sé i germi della rivoluzione, un certo atteggiamento positivista e deterministico nei confronti della storia, l’esaltazione del progresso tecnologico, l’idea che vi sia un soggetto privilegiato portatore di una genuina coscienza rivoluzionaria, ecc. Cioè tutti quegli elementi a cui la sinistra contemporanea continua a rifarsi; come scrive lapidario Formenti, «mentre si lascia marcire il cadavere del socialismo, si venerano le sue inutili reliquie». Bisogna dunque anche riconoscere gli errori – nel senso che sono stati palesemente smentiti dalla storia – di quell’impianto teorico originale.

Nel contesto attuale, dunque, per Formenti, gli elementi fondanti di un nuovo pensiero socialista sono i seguenti. Innanzitutto l’idea, già affrontata da Formenti nei suoi testi precedenti e mutuata (con qualche distinguo) da Laclau e dallo stesso Gramsci, secondo cui oggi stiamo attraverso a tutti gli effetti un “momento populista” – caratterizzato da una profonda crisi di autorità e di delegittimazione dei partiti e delle istituzioni tradizionali – e che dunque «il populismo è la forma che la lotta di classe tende ad assumere in una fase storica in cui le tradizionali identità sociali hanno perso consistenza e autoconsapevolezza». Questo significa che oggi in Occidente non esiste un soggetto o una classe specifica su cui poter fare affidamento per portare avanti una battaglia socialista ma che qualunque progetto trasformativo richiede la capacità di creare «un movimento politico capace di aggregare un blocco sociale che accorpi diverse rivendicazioni (anche se parzialmente in competizione reciproca), che risultino incompatibili con il sistema capitalista nelle sue forme attuali», cioè di «costruire un popolo … un’ampia alleanza di soggetti sociali che gli consenta di conquistare il governo e lanciare un programma di riforme radicali». Questa alleanza deve ovviamente includere i lavoratori ma anche le classi medie impoverite e/o minacciate dalla globalizzazione (per esempio, i piccoli-medi imprenditori); deve inoltre saper fare leva su tutte quelle faglie e quei conflitti che sono esterni al mondo della produzione: crisi ecologiche, crisi della riproduzione, conflitti generazionali, di genere, etnici, religiosi ecc.

Un “popolo”, dunque, inteso non come «un’entità “naturale”, preesistente all’insorgenza del loro discorso politico (a differenza del popolo evocato dal nazifascismo, che rinvia a radici comuni di tipo etnico, razziale, antropologico, storico-culturale ecc.)», ma come costruzione politica. Come si diceva, ampio spazio viene dedicato al pensiero di Ernesto Laclau e Antonio Gramsci, «due autori che aiutano a capire come popolo, nazione e stato non siano i prodotti “naturali” di presunte leggi storiche, ma le tappe di un processo di costruzione politica che può generare esiti diversi a seconda di chi esercita l’egemonia sul processo. Sta a noi concepire il popolo-nazione come un soggetto in marcia verso la democrazia, e lo stato come il prodotto del farsi Stato delle classi subalterne». Scrive Formenti:

«Il “momento populista” sorge quando una determinata formazione egemonica (come il sistema liberaldemocratico) non è più in grado di far fronte alla proliferazione di domande sociali che restano insoddisfatte. L’accumularsi di istanze cui il sistema non riesce più a rispondere in modo differenziale fa sì che, fra tutte queste richieste inascoltate, si stabilisca una relazione di equivalenza trasversale che tende ad accomunarle. È appunto questa relazione a generare le condizioni per l’emergenza di un popolo, che altro non è se non l’insieme dei soggetti associati da una relazione antagonista nei confronti dell’oligarchia che concentra nelle proprie mani il potere economico, politico e mediatico. … Il “colore” di tale progetto dipende da quale delle domande insoddisfatte riesce a imporsi come egemone, cioè ad assumere il ruolo di incarnare/rappresentare la totalità delle altre. Muta, per esempio, in relazione al prevalere della domanda di sicurezza (per esempio protezione dai flussi migratori) o della domanda di uguaglianza e giustizia sociali ed economiche (protezione dagli effetti del processo di globalizzazione). Il peso relativo che il programma di una formazione populista attribuisce a tali domande è uno dei fattori che consente di distinguere fra populismi di destra e di sinistra».

In breve, «costruire l’unità popolare significa organizzare il potere della plebe nel momento storico in cui i vecchi strumenti del movimento operaio non funzionano più».

Questo il primo punto. Il secondo punto è quello secondo cui «lo strumento della trasformazione, e il campo di battaglia su cui si giocherà l’egemonia, non può che essere lo Stato-nazione». Bisogno cioè liberarsi definitivamente del mito del cosmopolitismo, per cui il cambiamento o è regionale/globale o non è, e che in virtù della sovranazionalizzazione dei processi politici ed economici, il terreno in cui condurre la lotta debba necessariamente essere quello sovranazionale, arrivando addirittura a teorizzare che la dimensione sovranazionale rappresenti una sorta di internazionalismo in nuce, che – tanto per fare un esempio – basti cambiare l’indirizzo politico dell’Unione europea per trasformarla da strumento del capitale in strumento di emancipazione dei lavoratori. Al contrario, bisogna prendere atto del fatto, scrive Formenti, che oggi «[q]ualsiasi progetto di democratizzazione implica oggi ricostruire istituzioni capaci di sottomettere i mercati al controllo politico e sociale, un’impresa possibile solo in un contesto di riconquistata sovranità nazionale, a partire dalla sovranità monetaria».

Con una precisazione:

«[L]o Stato-nazione che ha senso difendere, scrive, non è tanto il vecchio Stato nato dalle rivoluzioni borghesi, quanto quel progetto dei cittadini di un territorio che cercano di ottenere il controllo sulle proprie condizioni di esistenza e riproduzione. Il cittadino del mondo di cui parla l’utopia cosmopolita è un’astrazione priva di consistenza reale: cittadini si è nella misura in cui si condivide un progetto comune in un determinato territorio, a prescindere dal fatto che vi si parli la stessa lingua o meno, cittadini si è se si appartiene a una comunità solidale che stabilisce come distribuire la ricchezza prodotta in quel territorio. Contro questa concezione è in atto l’offensiva delle élite globali che considerano le nazioni come meri contenitori di risorse (materie prime, capitali, forza lavoro, terreni ecc.) trovando sponda nelle caste politiche locali».

Questo significa anche «emanciparsi dal mito del comunismo come un mondo futuro pacificato e unificato significa emanciparsi dalla radice illuminista che permea il marxismo non meno del liberalismo, per cui la lotta di classe si rivela in ultima istanza lo strumento per realizzare il trionfo dell’individuo razionale universale»; e, di conseguenza, «riconoscere che l’internazionalismo dovrebbe fondarsi sulla relazione fra comunità diverse che si riconoscono reciprocamente quali portatrici di forme di vita legittime». La sovranità nazionale, in altre parole, non è essenziale solo in quanto rappresenta l’unico strumento capace di resistere all’illimitata estensione geografica del dominio capitalistico, ma perché permette ai vari popoli e alle varie comunità di resistere al dominio capitalistico secondo le proprie modalità e specificità. Non è un caso, come nota David Harvey, che i conflitti sociali siano spesso espressione della «tensione antagonista fra logica dell’accumulazione capitalistica e logica territoriale».

È per questo che innumerevoli lotte sociali e di classe si combattono attorno alla formazione dei luoghi, i quali «sono i paesaggi dove si svolge la vita quotidiana, si stabiliscono i rapporti affettivi e le solidarietà sociali e dove si costruiscono le soggettività politiche e i significati simbolici». In altre parole, per citare sempre Harvey, «il conflitto assume inevitabilmente la forma dello scontro fra flussi del capitale e luoghi dell’autoproduzione dei mondi vitali». È in questo contesto, scrive Formenti, che «la resistenza dei luoghi nei confronti delle potenze sconvolgenti scatenate dai processi di globalizzazione assume il significato di una lotta anticapitalista». Inoltre, rifacendosi all’analisi di autori come Hosea Jaffe e Samir Amin, Formenti nota come l’obiezione più ricorrente al “sovranismo di sinistra” – ossia quello secondo cui, nel contesto dell’attuale sistema capitalistico globalizzato, ogni velleità di sganciamento dal mercato mondiale sarebbe illusoria – sia del tutto infondata: non solo il «delinking dal mercato globale è una via percorribile; di più: è l’unica via percorribile per compiere qualsiasi passo verso il socialismo».

Da questo secondo punto discende il terzo punto: un rifiuto radicale e senza mezzi termini dell’Unione europea – e in particolare della moneta unica –, lo strumento cardine con cui si è svuotata la democrazia e si è portato avanti l’attacco ai lavoratori in Europa negli ultimi decenni. Come scrive Formenti, «distruggere questa Europa dovrebbe essere l’obiettivo strategico di qualsiasi forza politica anticapitalista». Su questo punto Formenti non si dilunga troppo, avendo già trattato approfonditamente l’argomento in altre sedi. È l’autore stesso a riassumere le proprie argomentazioni nella seguente maniera: «[C]omunque la si voglia definire, la UE agisce come un’entità sovrastatale che divora spazi di partecipazione democratica, spoliticizza il mercato e sterilizza il conflitto ridistributivo, e comunque la si voglia definire è una costruzione palesemente irriformabile, il che non dipende tanto dal fatto che per modificare i trattati occorre l’unanimità dei membri, quanto da quel “mercato delle riforme” che scandisce i passaggi fondamentali della sua esistenza», oltre che – e forse soprattutto – dal fatto che «[l]’Europa non è mai esistita come entità politica e culturale unitaria, e l’utopia di farne un unico Stato (utopia che tanto Marx quanto Lenin denunciarono come il sogno reazionario del capitalismo occidentale, il quale aspirava così a rafforzare il proprio dominio sul resto del mondo) si scontra con barriere sociali, linguistiche e culturali che nemmeno l’istituzione di un sistema fiscale, di un esercito e di una polizia comuni sarebbe in grado di superare».

Proprio per questo motivo, scrive Formenti, «il principio di delinking teorizzato da Samir Amin a proposito della relazione fra potenze imperiali e paesi ex coloniali può e deve essere fatto proprio anche dai paesi euromediterranei». D’altronde, fu lo stesso Amin a riconoscere che le relazioni fra nazioni imperialiste e nazioni periferiche non riguardano solo i rapporti fra ex imperi coloniali ed ex colonie, ma può riguardare anche quelli fra paesi industrializzati (per esempio, Amin considera la relazione fra la Germania e i paesi del sud e dell’est Europa come un rapporto centro-periferia). È in contesti come questo che «la lotta di classe assume anche l’aspetto di conflitto fra nazioni, così come chiama in causa il ruolo dello Stato-nazione quale unica cornice possibile di una lotta democratica e, in prospettiva, anticapitalista». In conclusione: «senza Stato-nazione e senza sovranità niente democrazia, e nessuna possibilità di compiere qualsiasi passo verso il socialismo», tanto nel nord quanto nel sud del mondo.

Il quarto punto: oggi la transizione verso il socialismo non può che passare per una fase intermedia basata sul recupero di strumenti che potremmo definire keynesiani o socialdemocratici, che non a caso sono quelli che definiscono i programmi dei populismi di sinistra (da Sanders a Corbyn, da Podemos a Mélenchon). Scrive Formenti: «[Questi programmi] sarebbero stati definiti riformisti e neosocialdemocratici fino a non troppi anni fa (ridistribuzioni egualitarie del reddito, reintegrazione del welfare, ri-pubblicizzazione di trasporti, sanità, educazione, nazionalizzazione di settori strategici e delle banche, ristabilimento del controllo politico sulla banca centrale, programmazione industriale ecc.). Vero, ma, nelle attuali condizioni create da decenni di ristrutturazione neoliberale, questi obiettivi “moderati” assumono un’obiettiva valenza “sovversiva”, e comunque sono passi indispensabili per creare le condizioni per un avanzamento verso obiettivi più ambiziosi allo stato non definibili». Questo è ancor più vero nella misura in cui «nelle attuali condizioni, è impensabile immaginare una transizione diretta al socialismo. Il processo dovrà assumere inizialmente il carattere di una rivoluzione nazional-popolare e democratica, di una rivoluzione “cittadina” – neogiacobina – che ricostruisca sia le condizioni di una reale partecipazione popolare e democratica al processo decisionale, sia la possibilità di una ridistribuzione egualitaria del reddito. L’eventuale passaggio a una successiva fase socialista sarà il risultato contingente dei rapporti di forza fra gli strati di classe che compongono il blocco sociale e della lotta egemonica fra le forze politiche che li rappresentano».

Infine il quinto punto: la dimensione geopolitica. A differenza di altri pensatori, Formenti dà – giustamente – una grande importanza alla dimensione geopolitica. Nel senso che oggi non è possibile ragionare di recupero della sovranità nazionale in Occidente senza tenere conto quello che si muove in altre zone del mondo: in particolare l’ascesa della Cina al rango di potenza regionale e mondiale. Ma a differenza della vulgata, secondo cui questo giustificherebbe la necessità di un’unificazione politica dell’Europa, Formenti sottolinea al contrario come l’emergere di un ordine multipolare può rappresentare anche un’occasione per quei paesi che vogliano conquistare una maggiore autonomia in campo economico e geopolitico proprio perché certifica la fine di quell’iper-impero mondiale che era in grado di imporre – con la forza o con altri mezzi – il proprio volere a tutto il pianeta. Oltre a certificare il fatto che gli Stati-nazione, lungi dall’essere morti o sulla via del declino, sono in ottima forma e anzi giocheranno un ruolo sempre più centrale in futuro.

In definitiva, Formenti mette in guardia dallo scrivere ricette per le osterie del futuro. Siamo in una situazione estremamente dinamica e il nostro pensiero deve essere altrettanto dinamico. Ma senz’altro con questo libro ci indica qual è la via maestra da seguire e qual è l’orizzonte verso cui muoverci: un socialismo del XXI secolo, un socialismo che è non solo necessario ma possibile.

Rielaborazione di un intervento tenuto alla Camera dei Deputati – Sala del Cenacolo il 10 aprile 2019.

Da - https://www.sinistrainrete.info/sinistra-radicale/14795-thomas-fazi-per-un-socialismo-del-xxi-secolo.html?utm_source=newsletter_837&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete


Titolo: Manifesto per la sovranità costituzionale Di Carlo Formenti
Inserito da: Arlecchino - Aprile 19, 2019, 06:24:32 pm
Manifesto per la sovranità costituzionale

Di Carlo Formenti

Il riuscitissimo evento di ieri ha raccolto centinaia di persone al Teatro dei Servi di Roma per la presentazione del Manifesto per la sovranità costituzionale lanciato da Patria e Costituzione, Rinascita e Senso Comune. E' così iniziato un percorso che dovrà condurre alla formazione di un nuovo soggetto politico all'altezza delle sfide che l'attuale crisi del capitalismo globale e delle sue istituzioni impongono di affrontare. Qui di seguito pubblico il testo integrale del mio intervento introduttivo.

* * * *
Compagni e compagne, penso che chi oggi è qui, avendo letto il Manifesto sottoscritto da Patria e Costituzione, Rinascita e Senso Comune, sia consapevole dell’ambizione che ispira il percorso politico di cui l’incontro odierno costituisce un primo passo: si tratta di farsi annunciatori di un’alternativa di sistema, nella speranza di poter essere, in un futuro non troppo lontano, parte attiva nella sua realizzazione. Non ci interessa rianimare né riscattare una sinistra che si è fatta destra, abdicando al ruolo di rappresentante degli interessi delle masse popolari per sposare l’ideologia liberista. Non vogliamo “rifare” la sinistra, non solo per motivi di opportunità linguistica, visto che la maggioranza del popolo disprezza ormai questa parola, ma perché riteniamo che il binomio destra/sinistra, da quando essere di sinistra non significa più nutrire la speranza in un cambio di civiltà, rappresenti unicamente un gioco delle parti fra le caste politiche che gestiscono gli affari correnti del capitale.

Andare oltre la dicotomia destra/sinistra significa andare oltre il paradigma politico, sociale, economico e culturale di cui questi termini sono espressione. Un paradigma che ha perso ogni legittimità dopo quella crisi del 2008 che ha segnato il culmine degli sconvolgimenti epocali iniziati negli anni Settanta del secolo scorso.

Mezzo secolo di guerra di classe dall’alto ha consentito alle élite mondiali di distruggere le conquiste che le masse popolari avevano strappato nei decenni seguiti alla fine del secondo conflitto mondiale. Globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, demolizione dello stato sociale, drastico peggioramento dei livelli di occupazione e di reddito nonché delle condizioni generali di vita delle classi lavoratrici, osceno aumento delle disuguaglianze: tutto ciò ha messo in crisi il consenso che il sistema liberista aveva acquisito dopo il crollo del socialismo reale. Come certificano i successi dei movimenti populisti negli Stati Uniti e in Europa, l’esito del referendum inglese sulla Brexit, la vittoria del no al referendum italiano sulle riforme costituzionali, il fenomeno dei gilet gialli in Francia, nemmeno il ferreo controllo sui media e sull’industria culturale riesce più a restaurare quel consenso.

Nel mondo è in corso una guerra fra centri e periferie sia a livello nazionale che a livello globale. Sul piano nazionale il conflitto oppone, da un lato, l’élite dei super ricchi sostenuta dagli strati neoborghesi che gestiscono i settori del terziario avanzato (comunicazione, finanza, industrie digitali, spettacolo, ecc.) i quali occupano il centro delle grandi concentrazioni urbane ad alto tasso di gentrificazione, dall’altro, un popolo delle periferie (territoriali e sociali) che riunisce categorie fino a ieri contrapposte (giovani, lavoratori, pensionati, impiegati , disoccupati e sottoccupati, dipendenti pubblici, agricoltori, piccoli imprenditori, ecc.) accomunate dalla percezione degli effetti negativi della mondializzazione, più che da una coscienza di classe tradizionalmente intesa. A livello globale assistiamo alle guerre scatenate dalle potenze occidentali per conservare il dominio neocoloniale sui popoli del Medioriente, dell’Africa e dell’America Latina (dalle guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia al tentativo di provocare la guerra civile in Venezuela). Il tutto sullo sfondo dell’inedito scenario geopolitico succeduto al crollo del socialismo reale, in cui l’impero americano deve proteggere la sua traballante egemonia dall’emergente potenza cinese, dalla riscossa russa e dal proliferare di potenze regionali come l’India, l’Iran e la Turchia. In tale contesto riemerge il ruolo dello Stato-nazione, sia come agente dei conflitti intercapitalistici, sia come terreno strategico del conflitto sociale, e quindi come cornice in cui popoli possono far valere i propri interessi e riconquistare spazi di democrazia.

Chi ambisce a restituire voce a tali interessi, dunque, deve necessariamente fondare la propria pratica politica su un rinnovato sentimento patriottico, è chiamato a lottare per la riconquista di una sovranità popolare che non può essere dissociata dalla sovranità nazionale. Se la sinistra ha regalato alle destre il monopolio del linguaggio patriottico, a noi spetta rivendicare un amor di patria che coincide con il sentimento di fratellanza fra cittadini che amano il proprio Paese e quelle istituzioni che garantiscono di vivere da liberi e uguali, in pace e sicurezza. Un sentimento condiviso da tutti gli appartenenti a una comunità territoriale, a prescindere dalle origini etniche e dalle identità religiose, culturali e di genere, un sentimento di protezione data e ricevuta che riconosce pari diritti e dignità alle altre patrie. Un sentimento che si incarna in un luogo, in una lingua, in una cultura, cioè in un popolo e nelle sue istituzioni. La patria è, al tempo stesso, popolo, Stato e nazione: un’unità frutto di costruzione politica e non di un ancestrale retaggio di sangue. Un patriottismo la cui parola d’ordine non è prima l’Italia ma prima il popolo e la Costituzione italiani. La sovranità nazionale non è infatti per noi fine a se stessa bensì il mezzo per realizzare i valori e i principi di quella Costituzione del 48 tuttora in larga parte inattuati e che le élite mondiali e la nostra borghesia nazionale vorrebbero affossare.

La nostra Costituzione non piace a questa gente perché si propone di riequilibrare i rapporti di forza fra le classi in favore dei più deboli, perché statuisce che la dignità delle persone si afferma attraverso il lavoro, perché legittima politiche di piena occupazione, perché riconosce al conflitto fra capitale e lavoro il ruolo di strumento di emancipazione personale e collettiva nonché di motore di democrazia politica e economica. Ecco perché è stata sconciata dalle “riforme” neoliberiste attuate dai nostri partiti di destra, centro e sinistra (come il famigerato articolo 81). Ecco perché è incompatibile con i Trattati europei centrati sul principio della concorrenza e della stabilità dei prezzi. Patriottismo costituzionale vuol dire affermare che i principi fondamentali della Costituzione prevalgono sui Trattati europei e internazionali; vuol dire che la sola Europa coerente con la nostra Costituzione non è la Ue, che si ispira ai principi dell’ordoliberismo ed è costruita in modo da escluderne apriori la riformabilità in senso democratico, ma una confederazione di democrazie nazionali sovrane che affrontino assieme le sfide della pace, della tutela ambientale e della giustizia sociale Tale obiettivo è raggiungibile solo da chi si dimostri capace di progettare anche un exit unilaterale, nella misura in cui attuare la Costituzione implica inevitabilmente rompere con la Ue per costruire un altro progetto di unità europea.

Il richiamo ai principi fondativi del nostro Stato nazione non è nostalgia del passato, è “ritorno al futuro”: solo riconquistando la sovranità nazionale potremo promuovere la piena occupazione, anche attraverso la riduzione di orario a parità di retribuzione, in base al principio lavorare meno e lavorare tutti, e istituendo programmi di “Lavoro di cittadinanza” realizzati dalla mano pubblica; limitare e governare il mercato, garantire la funzione sociale della proprietà privata; abolire la tirannia del principio della libera concorrenza, subordinandolo all’utilità sociale e alla dignità della persona; riacquisire il controllo sulla moneta per rimetterla al servizio del welfare e della democrazia. Per rivitalizzare le funzioni sociali dello Stato nazione occorre difenderne l’unità. Dietro la retorica sull’ “Europa delle regioni”, utilizzata per motivare la riforma costituzionale del 2001, si cela la volontà di concentrare il potere nelle istituzioni sovranazionali delegando alle regioni, prive di reale capacità di programmazione macroeconomica, la gestione amministrativa di indirizzi assunti in sede tecnica, secondo il principio della governance. Il principio di sussidiarietà verso le autonomie territoriali è giustificato solo se e quando promuove la coesione sociale di tutta la nazione, contrariamente a quanto accadrebbe se passasse il progetto di estendere l’autonomia delle regioni ricche del Nord, il che aggraverebbe l’attribuzione squilibrata di risorse e funzioni a spese del Sud, provocando una rottura sostanziale dell’unità economica e sociale della Repubblica.

Uno Stato nazionale forte, in grado di centralizzare e gestire liberamente e autonomamente le scelte di politica economica è strumento indispensabile per regolare e limitare la mobilità internazionale di capitali merci, servizi onde garantire la protezione del lavoro, della giustizia sociale e ambientale. Ma anche per regolare e limitare la mobilità internazionale delle persone. Se milioni di esseri umani sono costretti a lasciare i loro Paesi è perché il neocolonialismo ne depreda le risorse e scatena guerre per spartirsi materie prime e mercati, mentre le politiche del debito imposte da Fmi e Banca Mondiale ne aggravano la miseria. Il fenomeno migratorio dev’essere regolato in primo luogo per affermare il diritto a non emigrare, il principio secondo cui ciascuno ha il diritto a vivere e lavorare in condizioni dignitose nel proprio Paese, un principio da difendere con la solidarietà internazionalista fra le classi popolari dei Paesi ricchi e i Paesi poveri, chiamati a lottare assieme per promuovere lo sviluppo integrale di tutte le nazioni. Questo è il vero internazionalismo, non il cosmopolitismo no border di una sinistra negazionista nei confronti dell’impatto che flussi migratori incontrollati hanno sulle condizioni di lavoro e di vita delle masse popolari autoctone. Il diritto d’asilo nei confronti di chi è privato delle libertà democratiche, come il dovere di umana solidarietà nei confronti delle vittime di guerre e catastrofi naturali non sono in discussione, ma la regolazione degli ingressi in relazione alle effettive capacità di integrazione è condizione essenziale per garantire a chi arriva condizioni di vita e di lavoro analoghe a quelle dei cittadini autoctoni, evitando quella guerra fra poveri che permette di abbassare oltremisura le retribuzioni e provoca un peggioramento generale delle condizioni di vita.

Politiche di piena occupazione, riconoscimento del ruolo progressivo del conflitto di classe, riattivazione delle funzioni sociali dello Stato, inevitabilmente associata a investimenti pubblici e dunque a un’economia mista che preveda la nazionalizzazione dei servizi essenziali e dei settori economici strategici, controllo sui movimenti di merci, capitali servizi e persone, controllo sulla moneta nazionale e sulle banche per sfuggire ai ricatti della politica del debito: tutto ciò allude esplicitamente alla realizzazione di un socialismo del XXI secolo che certo non è il socialismo novecentesco (del quale sarebbe tuttavia ora di tracciare un bilancio critico scevro di pregiudizi e demonizzazioni): un socialismo ispirato ai principi costituzionali sopra richiamati, senza nostalgie per esperienze passate. Parliamo di principi e valori di uguaglianza, equità, solidarietà e giustizia che un tempo avremmo definito “riformisti” ma che nel contesto storico attuale assumono valenza “sovversiva”. Infine il socialismo del XXI secolo non può essere disgiunto da una vocazione ecologista: di fronte alle catastrofi generate da una crescita orientata esclusivamente al profitto privato, lo slogan “socialismo o barbarie” dovrebbe essere oggi attualizzato in “socialismo o collasso del pianeta”.

Nessuna delle forze politiche che operano oggi nel nostro Paese è in grado – né si propone – di attuare un simile progetto politico. Il governo gialloverde, pur con i suoi evidenti limiti e contraddizioni, è tuttavia espressione del rigetto delle politiche liberiste da parte di quel composito blocco sociale che, lo si è detto in precedenza, è accomunato dalla consapevolezza dei disastri provocati dalla globalizzazione ma non da una coscienza di classe condivisa. Se ciò è vero occorre dissociarsi nel modo più radicale dagli appelli alla costruzione di un fronte comune antipopulista che vengono da tutti i settori della vecchia politica, compresa buona parte delle cosiddette sinistre radicali. Questo frontismo che asserisce di ispirarsi ai valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo, che brandisce l’arma del linguaggio politicamente corretto contro la rozzezza dei subalterni, non è antipopulista bensì antipopolare, come appare evidente dal palese disprezzo che manifesta nei confronti dell’incultura delle classi inferiori. Viceversa è nostro compito farci rappresentanti del “populismo del popolo”, come qualcuno ha definito il movimento francese dei gilet gialli, il che implica incalzare i limiti e le contraddizioni del populismo ideologico, svelare l’infondatezza delle sue velleità antisistema e indicare gli obiettivi, le forme e i mezzi per costruire una vera alternativa di sistema che non può non assumere il carattere di un’alternativa di civiltà. Un’impresa difficile che richiede l’invenzione di un linguaggio del tutto nuovo, capace di suscitare entusiasmo e speranza e di trasmettere con chiarezza e semplicità la novità e la diversità di un progetto politico che si impegni realmente a rappresentare i bisogni e gli interessi popolari. Concludo qui senza toccare, per ragioni di spazio, altri temi fondamentali che confido saranno trattati nei prossimi interventi.
Da - https://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/14541-carlo-formenti-manifesto-per-la-sovranita-costituzionale.html

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Premessa, per rammentare a coloro che il comunismo è un ideale, da K.M. prefazione del 1959 “Ecco perchè l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perchè, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione”.

1, il contesto internazionale, domanda nella situazione internazionale siamo forse in presenza stati nazionali che si rapportano con relazioni di pari grado in diplomazia, finanza, economia? Certamente no, in quanto da almeno un secolo, le relazioni avvengono in un sistema di tipo imperialistico, in cui vi sono entità statali con vari gradi dominanza. Perciò affermare che abbiamo una sovranità nazionale che senso ha a fronte di un sistema che in base alla divisione internazionale del lavoro, al nostro attuale potenziale produttivo e al nostro livello di competitività, siamo tutt’altro che un paese forte.
2, il contesto interno, come sappiamo il nostro problema è la mancanza dì disponibilità finanziarie non solo per esigenze contingenti far ripartire la ripresa, ma anche far ripartire l’occupazione, la creazione di occupazione. Alcuni premettono che sarebbe sufficiente una riduzione del l’orario di lavoro, a parità di salario, ma questo abbisogna preliminarmente un adeguamento della competivita’. Anzi è proprio il raggiungimento di un determinato livello competitivo che permette una riduzione di orario. Ma a fronte di questo è necessaria un notevole di investimenti mirati ad elevare il livello tecnologico delle produzioni. E qui emergono stranissime proposte perché si afferma che avendo la sovranità sarà sufficiente stampare moneta. E bravi e con il livello inflazionistico come la mettiamo, e con i rapporti di cambio come la mettiamo?
3, lo scoglio interno reperire capitali, i capitali hanno una residenza, sono nelle banche, quindi uno stato deve avere banche che finanzino la produzione.
4, lo scoglio interno chi gestisce la politica monetaria e l’emissione di moneta, l’attuale autorità indipendente del Governatore?
5, considerazione l’attuale destra estrema e consimile non si limita a richiamarsi ai valori nazionali ma li propaganda verso i cittadini europeisti!
6, l’errore più grande è mirare all’istituzione, che sia UE o Euro, proporre di restare dentro e modificare o di uscire in quanto non istituti non modificabili.
7, bisogna puntare ai popoli europei, ai cittadini, e allacciando rapporti, alleanze, unità d’azione, mobilitazioni, con altri gruppi, movimenti, partiti europei, per un’azione corale duratura determinata, su orario di lavoro, salario minimo, ...

Citazione: “Ecco perché è incompatibile con i Trattati europei centrati sul principio della concorrenza e della stabilità dei prezzi”.

Falso! Carlo Formenti ha la testa dura. Somiglia al suo compagno Fassina.
  • Glielo avrò segnalato almeno una decina di volte. Ma forse, come Di Maio, non leggono le email, e neppure i commenti sui loro blog.
  • Osservazioni al documento “Dalla parte del lavoro: il nodo Italia-Ue-Eurozona - contributo in progress alla costruzione di LeU”
http://vincesko.blogspot.com/2018/06/osservazioni-al-documento-dalla-parte.html
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#1 Franco 2019-03-12 00:05
Rivendicare e' un fatto negativo. Significa dare valenza positiva alla negativita' data. Quanto proposto e' gia' stato tutto fatto dal 68' in poi. Rifacciamo i cortei anonimi e impersonali gridando contro il capitale ?. Anzi contro la Finanza ?. No, il mondo e' cambiato. Non funziona piu' come e' sotteso nell'articolo. Non metto in dubbio le buone intenzioni. Ma il dramma o tragedia o tutte e due, e' che il capitalismo e' un processo anonimo e impersonale. Che "macina" tutto e tutti. Capitale e lavoro sono facce della stessa medaglia. Sara' un processo lungo quello del "feticismo della merce". Uscire dalla forma di merce non e' un fatto reale creabile a tavolino. Non e' come il denaro che universalizza immediatamente il rapporto di capitale senza differenza di spazio e tempo. Non si sa' cosa e' il comunismo. Nessuno lo puo' sapere. E' e sara' un divenire del divenire. Si vuole proporre una uscita pratica dal capitalismo ?, vediamo chi e' buono a proporre una "economia" che produca beni o attività utili alla persone "fuori dalla forma di merce". Questa e' la domanda pratica da porsi. Fare cose che non abbiano a che fare con il denaro come equivalente di accumulazione. Denaro a perdere, valido fino a che non si scambi con una quantita' di beni definiti. Questa cosa è fattibile entro dei confini fisici ?. Se non vengono abolite merce, denaro, lavoro, valore e mercato non c’è "comunismo". Esso è solo una possibilità, una sola, e non una certezza. Ed in questi tempi non ci sono indizi che indichino che le persone abbiano voglia di cercarla. Ma naturalmente spero di sbagliarmi. Ma i voti la" sinistra" che vuole "superare" il capitalismo non li ha presi e mai li prendera'. La "democrazia del capitale”, ammesso che esista, non prevede una critica del capitale stesso. Scusate. Grazie. Cordiali Saluti a tutte/i.

Da - https://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/14541-carlo-formenti-manifesto-per-la-sovranita-costituzionale.html