LA-U dell'ulivo

Forum Pubblico => OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. => Discussione aperta da: Admin - Giugno 19, 2007, 10:47:57 pm



Titolo: EUGENIO SCALFARI.
Inserito da: Admin - Giugno 19, 2007, 10:47:57 pm
IL VETRO SOFFIATO

Quella rivoluzione raccontata dal cinema
di Eugenio Scalfari

Bernardo Bertolucci lamenta l'assenza da parte della politica d'una visione e di una strategia che incoraggino autori e registi italiani. Basterebbe abbattere gli ostacoli che impediscono ai talenti, se ci sono, di farsi valere  
Su 'Repubblica' dell'11 giugno Bernardo Bertolucci ha scritto di cultura di cinema ('Cultura, la parola dimenticata dalla politica') di seguito lamentando l'assenza d'una visione e di una strategia che incoraggino autori e registi a produrre buone storie e buoni film.

Bertolucci è stato uno dei maggiori registi d'Italia e d'Europa ed è ancora in età di servizio perché l'anagrafe e l'immaginazione creativa glielo consentono ampiamente. Ma registra che intorno a personaggi da tempo affermati c'è il deserto. Il nuovo cinema non decolla. "Non per mancanza d'individualità creative ma per totale assenza della politica". Così Bertolucci e su questo aspetto vorrei soffermarmi.

Bernardo ha negli occhi della memoria il grande periodo del cinema italiano nel venticinquennio successivo alla guerra e al crollo del fascismo; un periodo che segnò l'egemonia mondiale (soprattutto europea) della nostra cinematografia, costellato dai nomi di Rossellini, De Sica, Visconti, Fellini, Rosi, Scola, Pasolini e lo stesso Bertolucci. Altri certamente ne ho dimenticati in questo elenco affidato solo alla mia memoria, ma ci furono e ci sono.

La varietà dei soggetti e lo stile delle regie erano molto diversi: Rosi non era Visconti, De Sica non era Rossellini e nessuno di loro aveva granché in comune con Fellini. Così diversi tra loro debbono essere gli autori e i loro prodotti in un'arte che raggiunga pienezza di risultati e sia punto di riferimento e di confronto con le esperienze di altri paesi.

Ci fu tuttavia, in quella fioritura di iniziative durata almeno venticinque anni, un'ispirazione comune e fu il desiderio e anzi l'urgenza necessaria di raccontare storie che fossero, attraverso vicende individuali, rappresentative d'una intera società in profonda trasformazione, con i suoi aspetti positivi di crescita civile e negativi di malaffare, cupidigia, indifferenza, viltà morale. Pensate a 'Roma città aperta', al 'Generale Della Rovere', a 'Ladri di biciclette', a 'Le mani sulla città', a 'Rocco e i suoi fratelli', al 'Gattopardo', ma anche a 'La Dolce Vita', a 'Prova d'orchestra' e poi alla 'Passione secondo San Matteo' e infine a 'Novecento'.

Nessuno di quei personaggi, di quelle storie e di quei film, è immaginabile se non nel contesto della società italiana di quegli anni, ma se ebbero come ebbero una così rilevante risonanza internazionale fu perché la società italiana riproduceva in quell'arco di tempo una trasformazione che altri paesi avevano attraversato molto prima. Con una profonda differenza però: questa volta la trasformazione da paese contadino a paese industriale avveniva sotto l'occhio impietoso della televisione e del cinematografo, sotto un impatto mediatico formidabile rispetto alle analoghe rivoluzioni industriali che avevano trasformato molto prima l'Inghilterra, la Francia, la Germania, l'America.

Così l'Italia funzionò anche come lo specchio retrospettivo per rivisitare drammi ed epopee che l'Occidente aveva già vissuto senza la visibilità amplificata fornita dagli schermi del cinema e della televisione.

Qual è ora la situazione?

Anche adesso la nostra società attraversa una fase di trasformazione, come del resto avviene di continuo nelle vicende collettive. I nuovi protagonisti sono l'individuo, la folla, l'anonimato, la solitudine.

Non è una situazione soltanto nostra: percorsi analoghi sono in corso in tutto l'Occidente e non soltanto. Il solo modo di rappresentarli è l'approccio minimalista, il racconto individuale che nasce e muore in un ambito episodico la cui cifra non può che essere la ripetitività delle situazioni, la stanchezza e le nevrosi che ne derivano, la volgarità che spesso le pervade e la noia esistenziale che inevitabilmente le avvolge.

In queste condizioni un romanzo di formazione come sono stati i soggetti per 'Gattopardo' e 'Novecento' non sarebbe immaginabile. Non dico che tradurre in linguaggio cinematografico lo stato della società attuale sia impossibile, ma dico che è molto più difficile d'un tempo. I maestri che fanno da ponte tra lo ieri e l'oggi a ben guardare sono Fellini e Antonioni, la fantasia surreale del primo e la rappresentazione dell'incomunicabilità alienante del secondo. Ma ci vogliono appunto grandi maestri per proporre e far emergere da una ripetitiva serie di episodi minimali un'opera di poesia.

Non so se il sostegno pubblico possa aiutare. Penso che la richiesta da sostenere sia quella di abbattere gli ostacoli che impediscono ai talenti di farsi valere. Non facendosi sommergere dal solo criterio dell''audience' che ormai signoreggia in tv e nel cinema. Insomma aprire il varco ai talenti. Ma poi tocca a loro, ai talenti, di farsi valere. Se ci sono.

da espressonline.it


Titolo: Eugenio Scalfari Andiamo a lezione da Thomas Mann
Inserito da: Arlecchino - Luglio 04, 2007, 10:48:07 am
IL VETRO SOFFIATO

Andiamo a lezione da Thomas Mann
di Eugenio Scalfari


Leggano la sua Lectio specie coloro che oggi si vantano di incarnare la nuova borghesia, ma della quale non sanno nulla  Thomas Mann con la famigliaNon c'è come frugare svagatamente tra i libri di casa che può sorprenderti, come se la ricerca fosse guidata, come se in quel momento tu avessi bisogno di rileggere quell'autore, quelle pagine che non sfogliavi da anni e quel testo, sì, proprio quello, che non ricordi d'aver mai letto ma che ora, solo ora, ti appare come il cibo prezioso che 'solum è mio ed io son per lui' come scriveva il Machiavelli nella famosa lettera al Vettori.

Così mi sono imbattuto nell'undicesimo volume dell'opera di Thomas Mann e, alla pagina 612, nella conferenza da lui tenuta nel maggio del 1950 all'Università di Chicago, dal titolo 'Meine Zeit' (Il mio tempo). L'incipit è un esempio di eloquenza, un modo infallibile per prendere in mano la mente e il cuore del pubblico, la sua concentrata attenzione, e non lasciarlo fino all'ultima parola: "Del mio tempo voglio parlarvi, non della mia vita. Ho poco o punto desiderio di tenervi una conferenza autobiografica. Ma se parlo del mio tempo è necessario che io abbia in mente due cose: l'epoca storica in cui fu inquadrata la mia vita individuale e della quale sono stato testimone; è infatti il tempo che mi fu dato, la clessidra che mi fu assegnata... Dalla considerazione del mio tempo non si può scindere del tutto l'io autobiografico sicché, volere o no, il panorama del tempo diventa il panorama della mia vita".

Mann aveva allora 75 anni. Aveva già concluso la sua opera letteraria e saggistica con il libro della vecchiaia, il 'Doktor Faustus', ma ancora scriveva con una continuità tenace e a volte quasi furiosa perché (lo dice ancora una volta in questa conferenza) chi ha consegnato il senso della sua vita all'opera che ha scelto di intraprendere sente il bisogno di continuare "perché non c'è sosta, ed ogni nuova impresa non è che il tentativo di assumere la responsabilità per tutte le precedenti, di salvarle, di ripararne l'insufficienza".


Di qui ha inizio il racconto dei fatti - eccezionali - che accaddero nei 75 anni nei quali la sabbia della sua clessidra scivolò tra le sue dita. Era nato a Lubecca nel 1875 e in effetti gli eventi ai quali assistette da spettatore e da artista e i personaggi che fecero la loro comparsa sulla scena furono eccezionali. Dalla nascita dell'Impero tedesco costruito dalla brutale intelligenza di Bismarck, alla fine della Belle époque, alla prima guerra mondiale, al drammatico intervallo tra le due guerre, la nascita del fascismo, del nazismo e del comunismo sovietico, la seconda guerra, lo sterminio degli ebrei, l'emigrazione. Infine la vittoria della democrazia e la prima aspra fase della guerra fredda tra gli ex alleati che avevano insieme sconfitto Hitler.

Fatti eccezionali? si domanda Mann. Certo, ma non più eccezionali di quelli che costellarono la lunga vita di Goethe e che lui stesso enumera a Eckermann: la caduta dell'ancien régime, la rivoluzione francese, Napoleone, vent'anni di guerre che sconvolsero l'Europa, l'insorgenza romantica, il Congresso di Vienna e la Restaurazione, la nascita degli Stati nazionali e del nazionalismo. La conclusione di Mann su questo punto è che ogni epoca è eccezionale e quindi ogni vita, per chi la vive, per la semplice ragione che è la sua vita, che si concluderà con l'altro eccezionalissimo evento della sua morte.

Un mito comunque ha sorretto la vita (e l'epoca) di Mann e fu la borghesia e la libertà responsabile. A descrivere la 'sua' borghesia Mann ha dedicato l'intera sua opera, dai 'Buddenbrook' e da 'Tonio Kröger' alle 'Considerazioni d'un impolitico', alla 'Montagna incantata' e 'Morte a Venezia'. Infine il 'Doktor Faustus' e i grandi saggi de 'La nobiltà dello spirito'. Quella borghesia l'ha descritta nel suo fulgore e nella sua irresistibile decadenza e infine alla sua scomparsa.

La lettura di questa Lectio magistralis davanti al corpo insegnante e agli studenti dell'Università di Chicago io la raccomando ai giovani d'oggi ed anche - anzi soprattutto - agli adulti che in qualche modo fanno parte della nostra classe dirigente in quest'epoca che per noi vecchi s'intreccia per buona parte del percorso con l'epoca di Mann. È capitato anche a me d'esser spettatore e testimone del mio tempo. Quando Mann morì, a me accadde di lavorare alla fondazione de 'L'Espresso'. Alle pagine del 'Mondo' collaboravano la figlia Elisabeth e suo marito Antonio Borgese. L'aria di quel settimanale rendeva assai da vicino il mondo dell'autore della 'Montagna incantata'; la sua idea della borghesia liberale era anche la nostra pur sapendo che era una visione più del passato che del futuro malgrado gli sforzi che facevamo - ciascuno nel suo possibile - per risuscitarla. Dovrebbero leggerla, questa Lectio, soprattutto coloro che oggi si vantano di rappresentare la nuova borghesia, della quale non conoscono nulla; almeno così sembra poiché non basta anteporre il 'neo' per spiegarne una lontananza così profonda ed anzi una vera e propria antinomia tra il modello e la sua replica a mezzo secolo di distanza.

Per questo la lettura sarebbe utile e forse indurrebbe quei lettori a una riflessione critica. Anche i nostri vescovi dovrebbero leggerla e ne trarrebbero qualche insegnamento. Ci sono pagine dedicate alla religione e alla laicità che sembrano scritte oggi. Ne cito la conclusione: "La conquista del mondo è un sogno antichissimo; ogni fede vuol conquistare il mondo a rischio di diventare soltanto il mezzo per la conquista del mondo".

(03 luglio 2007)
da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI Il sindacato, l'uguaglianza e lo scalone
Inserito da: Admin - Luglio 12, 2007, 04:09:04 pm
IL COMMENTO

Il sindacato, l'uguaglianza e lo scalone
di EUGENIO SCALFARI


IL MIO ARTICOLO di domenica scorsa intitolato "Quando il sindacato si accordò con Maroni" ha suscitato vivaci reazioni da parte del segretario della Cgil, del segretario di "Rifondazione comunista" Franco Giordano e del presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Il giornale ufficiale del Prc, "Liberazione" mi ha dedicato tre pagine accusandomi di essere il capo del partito della nuova destra e sforzandosi di dimostrarlo. Tutte queste vivaci critiche mi imputano d'aver scritto falsità perché i sindacati non hanno mai sottoscritto accordi sullo "scalone" con l'allora ministro del Lavoro, Maroni.

Di solito non reagisco a chi contesta le mie opinioni e le mie interpretazioni dei fatti: contestazioni pienamente legittime delle quali, quando mi convincono d'aver sbagliato, prendo atto. Ma in questo caso penso sia doveroso rispondere: troppo aspre le critiche e molto qualificati gli autori perché io possa chiudermi nel silenzio. Del resto il tema è di grande interesse: si è trasformato il movimento sindacale e in particolare la Cgil in una corporazione che guarda soltanto agli interessi particolari dei suoi associati? Ha subito analoga metamorfosi la classe politica in generale e i partiti della sinistra radicale in particolare?

Questo è il tema vero del dibattito, del quale il problema delle pensioni e dell'età pensionabile rappresentano soltanto un aspetto che però tiene sotto scacco da molti mesi il governo e l'intera vicenda politica italiana. A me pare che su di esso si sia manifestata con clamorosa visibilità la natura corporativa di alcuni settori del sindacalismo e della sinistra politica, per difetto di una visione adeguata dell'evoluzione sociale e culturale della modernità.

Prima di passare all'esame delle questioni voglio qui citare il pensiero di Aldo Schiavone sull'eguaglianza; pensiero che interamente condivido e che rappresenta il nocciolo di questo dibattito.

Scrive dunque Schiavone su "Repubblica": "Oggi l'eguaglianza sembra una parola in difficoltà, che facciamo fatica a pronunciare (mentre tutti sproloquiano di libertà) messa in crisi dai fallimenti del ventesimo secolo non meno che dall'onda del capitalismo totale che sta dominando l'orizzonte del pianeta. Ma sbagliamo ed è un errore grave. Perché di eguaglianza avremo presto un gran bisogno per riuscire a sottrarre il futuro alla destabilizzazione di squilibri paurosi, indotti dalla forza stessa delle potenze in campo: l'intreccio tra scienza e mercato nella forma storica che stiamo sperimentando. Dismisura rispetto alla quale le ingiustizie del vecchio capitalismo industriale sembreranno presto non più d'un pallido ricordo. Le nuove diseguaglianze saranno tutte, molto prima che diseguaglianze proprietarie e distributive, disparità "di accesso"; generate non direttamente dall'economia ma dal rapporto ancora oscuro tra l'avanzamento tecnologico e il suo uso sociale".

Disparità di accesso, le chiama Schiavone ed è un modo analogo e aggiornato di definire quella "eguaglianza delle posizioni di partenza" che è stata fin dagli anni Quaranta del secolo scorso il nucleo di pensiero del liberalismo europeo e di quello italiano di Croce e di Einaudi, di Salvemini e di Ernesto Rossi, dei fratelli Rosselli e di Ugo La Malfa. Con buona pace dei miei attuali contraddittori mi metto anch'io in questo gruppo di persone, delle quali ho condiviso il pensiero e - con alcuni di loro - un percorso di vita e di azione mai smentito.

Mi ha fatto sorridere, ma con molta amarezza, l'accenno di un Croce che si starebbe rivoltando nella tomba se potesse aver letto il mio articolo di domenica scorsa; così l'altro accenno ad uno "Scalfari giovane" e uno "Scalfari vecchio" che avrebbe dirazzato da un liberalismo originario in favore di un liberismo totalizzante.

Io non sono così importante da meritare la distinzione tra una fase giovane e una fase vecchia del mio pensiero, che fu applicata al pensiero di alcuni grandissimi come Hegel e Marx. Ma se si vuole studiare l'evoluzione delle mie idee che certamente è avvenuta come accade a tutti quelli che compiono un lavoro intellettuale, si vedrà che essa ha portato un liberale a considerare la sinistra politica come uno strumento adeguato alla trasformazione di se stessa e dunque anche della democrazia italiana coniugando l'eguaglianza con la libertà. Spero, per dirla tutta e fino in fondo, che il nascituro Partito democratico sia l'approdo di questo percorso e quindi mi preoccupano gli ostacoli che gli vengono frapposti quando si fondano non tanto e non soltanto su differenti divisioni ideali ma su logori ideologismi dietro ai quali è facile avvistare istinti di sopravvivenze corporative, interessi ed egoismi particolari, persistenze di apparati e nomenclature ormai estenuati.

Tutto ciò chiarito per quel che mi riguarda, vengo alle poche questioni che hanno animato questo dibattito.

***

Epifani afferma con forza di non aver mai sottoscritto patti con Maroni sullo "scalone" pensionistico e ricorda i molti scioperi che la Cgil promosse, talvolta da sola e talvolta con le altre organizzazioni sindacali, per impedire che l'età pensionabile fosse aumentata.

In effetti non esiste alcun documento comune, redatto e firmato dalla Cgil insieme col ministro del Lavoro dell'epoca. Esiste invece il famoso "Patto per l'Italia" formalmente stipulato con il governo Berlusconi dalla Cisl (Pezzotta) e dalla Uil (Angeletti) che riguardava l'intera politica sociale su una piattaforma compromissoria di reciproche concessioni. Quel patto scatenò una durissima polemica tra le organizzazioni sindacali (la Cgil era ancora guidata da Sergio Cofferati) e di fatto non fu mai attuato.

Ma per quanto riguarda lo "scalone" previdenziale io non ho affatto affermato l'esistenza di un documento sottoscritto, bensì di un accordo sostanziale: i sindacati e la Cgil in particolare avrebbero di fatto consentito l'attuazione della legge delega e Maroni ne avrebbe posticipato di tre anni e mezzo l'entrata in vigore. Inoltre lo stesso Maroni avrebbe fatto slittare la verifica dei coefficienti applicati alle pensioni d'anzianità come previsto dalla riforma Dini; quest'ultima, giova ricordarlo, fu firmata da tutte e tre le organizzazioni sindacali confederali prima ancora che il governo la presentasse al Parlamento.

La data fissata per la verifica dei coefficienti era prevista dalla legge ma Maroni "se ne dimenticò". I sindacati anche. Padoa-Schioppa l'ha riproposta; i sindacati chiedono che sia rinviata ancora; ovviamente, per non turbare acque già molto agitate, la materia è stata affidata ad una commissione che... riferirà.

I sindacati confederali (Cgil in testa) affermano ora, da non più di quarantott'ore, che lo "scalone" non è né il solo e neppure il più importante delle questioni sociali in discussione con il governo. Più importanti sono l'aumento delle pensioni di anzianità al di sotto di una soglia minima, l'avvio di ammortizzatori sociali adeguati, la lotta al precariato, l'entrata in vigore del contratto del pubblico impiego il cui testo, già firmato dalle parti, è stato però oggetto di lunghe discussioni interpretative. Infine la detassazione dei contributi sul lavoro straordinario.

Gran parte di queste importanti questioni sono state risolte. Il round finale è avvenuto tra lunedì e martedì ed ha generato soddisfazione tra tutti gli interessati (un po' meno negli organismi internazionali). Non entro nel merito di questi accordi ma mi limito a constatare che se esiste un collegamento tra le questioni risolte e quella ancora aperta dello "scalone", dovremmo ora aspettarci che la via dell'accordo anche su quest'ultima parte sia in discesa. Invece non sembra così. Lo scalone, definito un aspetto non essenziale dagli stessi interessati, continua però a pesare e a turbare i sonni del governo e ad eccitare la combattività delle organizzazioni sindacali e della sinistra politica. Il governo cerca la quadratura del circolo ma i sindacati finora hanno risposto "niet".

Giordano e Bertinotti non vogliono scalini e scalette al posto dello "scalone": ne vogliono l'abolizione pura e semplice, che avrebbe un costo complessivo di circa dieci miliardi di euro e metterebbe l'Italia di nuovo sotto scacco di fronte alla Commissione europea; cosa che peraltro non preoccupa affatto né Rifondazione, né Diliberto, né Pecoraro Scanio, né il ministro Ferrero (Prc).

Epifani dal canto suo, in un'intervista al "Corriere della Sera" di lunedì scorso, ha ammonito i partiti a non interferire con i sindacati e con la loro autonomia di scelta. Ha perfettamente ragione. Ne sono seguiti incontri con la segreteria di Rifondazione che - hanno detto i partecipanti - si sono conclusi molto bene. Dopodiché la delegazione di quel partito ha ribadito che lo scalone deve essere abolito, punto e basta. Epifani ha ritirato l'ammonimento? Oppure i destinatari non erano i partiti della sinistra radicale? Lo vedremo tra pochi giorni.

Osservo che l'asprezza dello scontro è infinitamente maggiore di quanto avvenne sullo stesso argomento con il ministro Maroni quattro anni fa. Allora (era il 2004) lo scalone passò senza che la politica sociale e pensionistica fosse messa a ferro e fuoco dai sindacati. Ci fu un solo sciopero generale di quattro ore nel 2004, che i sindacati motivarono con la questione pensionistica. Tutti gli altri scioperi indetti tra il 2002 e il 2005 furono diretti contro l'abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori e contro le leggi finanziarie del governo Berlusconi. Nel frattempo la legge Maroni era stata approvata dal Parlamento ma la sua entrata in vigore come pure la revisione dei coefficienti pensionistici furono rinviati al gennaio 2008.

A questo punto le ipotesi sono due: o c'è stato l'accordo, tacito ma non meno evidente, tra Maroni e i sindacati, oppure i sindacati non davano al tema dell'età pensionabile il peso che adesso gli danno. Una terza spiegazione non c'è.

***

Sulle contumelie delle quali sono stato oggetto da parte dei leader di Rifondazione comunista ho già fatto cenno. Ribadisco che non è affatto vero che il programma elettorale dell'Unione preveda l'abolizione dello scalone "senza sé e senza ma". Lo condiziona invece a provvedimenti di gradualità e di compatibilità di bilancio. Questo aspetto è sottaciuto dai miei rissosi interlocutori contro l'evidenza dei testi.

Giordano ritiene incredibile, arrogante e ricattatorio l'invito da me fatto al presidente della Camera di dimettersi in caso di crisi di governo. Non ho affatto scritto questo. Ho scritto che Bertinotti dovrebbe dimettersi qualora il governo andasse in crisi a causa di un voto contrario di Rifondazione motivato dai contrasti previdenziali sui quali il presidente della Camera ha espresso un'opinione che male si concilia con il suo incarico istituzionale. Non c'è né arroganza né tantomeno ricatto. Onorevole Giordano, ricatto è una parola che riguarda un ricattatore e un ricattabile; né Bertinotti è ricattabile né io sono un ricattatore. Lei mi deve dunque delle pubbliche scuse. Io ho semplicemente constatato che Bertinotti interviene troppo spesso su questioni che riguardano la sua competenza "neutrale" di presidente della Camera e che - ove i suoi suggerimenti inducessero il suo partito a provocare la crisi - una persona perbene come lui dovrebbe dimettersi. Punto e fine.

(12 luglio 2007)
 
da repubblica.it


Titolo: Eugenio Scalfari. A proposito dell'amore secondo Jean-Luc Marion
Inserito da: Admin - Luglio 15, 2007, 12:41:22 pm
IL VETRO SOFFIATO

A proposito dell'amore secondo Jean-Luc Marion
di Eugenio Scalfari


Sesso, denaro, tecnologia, hanno scacciato l'eros dalla nostra società: è la tesi del filosofo cattolico francese nel suo trattato 'Il fenomeno erotico' che ha fatto discutere in Francia e ora in Italia. Perché Marion ha chiuso in soffitta Cartesio e ne ha gettato via la chiave  Papa Ratzinger"Amo, dunque sono": è un libro appena tradotto in italiano, l'autore è un noto filosofo francese (editore Cantagalli) che insegna alla Sorbona, si chiama Jean-Luc Marion, il titolo del volume 'Il fenomeno erotico'. In Francia è già un best-seller ed ha suscitato un dibattito molto intenso. Marion professa la fede cattolica e infatti una parte sostanziosa delle 380 pagine del libro è dedicato all'amore mistico verso Dio e ad una dell'encicliche di Papa Ratzinger sull'amore visto come carità, verso il prossimo e quindi verso Dio.

La tesi centrale dell'opera di Marion è comunque quella parafrasata dal 'Discorso sul metodo' di Descartes. Questa poneva nel pensiero l'evidenza esistenziale dell'io; Marion la colloca nell'amore, anzi per esser più precisi nell'amore erotico, nell'eros, che non si esaurisce soltanto nell'atto sessuale ma in una serie di altri comportamenti altrettanto erotici e forse di più, a cominciare dalla castità dei mistici che amano Dio e/o Gesù non solo con l'intelletto e con la fede ma soprattutto con il corpo, anzi con la carne.

La tesi di Marion è certamente interessante e potremmo anche definirla 'trendy' contrariamente a quanto pensano alcuni dei suoi sostenitori. Nel dibattito che il libro ha suscitato in Francia ma ora anche in Italia si confrontano infatti varie tesi. La prima è che nella nostra società, dominata dalla scienza e dall'economia, non ci sia più posto per l'amore ma soltanto per il sesso. Sesso, denaro, tecnologia: sarebbero questi gli idoli del presente che avrebbero scacciato l'eros. Questa è comunque la tesi di Marion e di chi sostiene le sue affermazioni.

A me non sembra che le cose stiano così. A me sembra invece che l'amore erotico abbia una parte crescente nella nostra modernità. Il corpo e la carne hanno una parte crescente, la carità ha una parte crescente, le varie forme di misticismo religioso hanno una parte crescente. Sarei perciò molto cauto nel sostenere che la società moderna sia sessualmente ricca ma eroticamente povera. A me sembra piuttosto vero il contrario. Se c'è un aspetto in netto declino è piuttosto quello dell'amore intellettuale e della conoscenza disinteressata. Questo sì, sta quasi scomparendo: la filosofia, l'amore per la sapienza e per il sapere.

Un altro punto di confronto nel dibattito suscitato dal libro di Marion riguarda un problema più propriamente filosofico: la felice formula "amo, dunque sono" avrebbe liquidato, dopo quattro secoli di incontrastata egemonia, il "penso, dunque sono" cartesiano ed anche la polarità cartesiana che contrappone o per lo meno distingue la 'res cogitans' dalla 'res extensa'. Saremmo cioè in presenza di una vera e propria rivoluzione nella storia delle idee filosofiche.

Ho usato prima la parola 'dibattito' ma mi correggo: sulla radicalità delle tesi di Marion non c'è stato dibattito ma una sostanziale unanimità. Marion ha chiuso in soffitta Cartesio e ne ha gettato via la chiave. Ebbene, una posizione di questo genere dimostra soltanto a mio modo di vedere la pochezza del sapere filosofico dell'epoca nostra. La tesi cartesiana che definisce la bipolarità tra il corpo e il pensiero era già stata superata da Baruch Spinoza pochi anni dopo la pubblicazione del 'Discorso sul metodo'. Da allora cessò di egemonizzare la storia della filosofia pur essendole perennemente riconosciuta l'importanza d'aver detronizzato l'egemonia della 'Scolastica' aprendo la strada al pensiero moderno.

Diverso il giudizio che si deve dare sul 'Cogito, ergo sum'. La sostituzione di Marion dell'Io amante all'Io pensante costituisce certamente una variante che si affianca all'evidenza cartesiana senza tuttavia spossessarla della sua validità. D'altra parte non è la sola variante possibile dell'evidenza del soggetto; se ne potrebbero indicare parecchie altre di eguale evidenza e validità, tratte dai requisiti essenziali che caratterizzano la nostra specie. Per esempio: "rido, dunque sono", "gioco, dunque sono", "uccido, dunque sono", "sono nato, dunque sono" e infine, forse la più decisiva di tutti, "morirò, dunque sono".

(13 luglio 2007)
da espresso.repubblica.it


Titolo: E. SCALFARI Credo che il governo Prodi continuerà a realizzare obiettivi e ad...
Inserito da: Admin - Luglio 22, 2007, 10:34:56 pm
POLITICA

Credo che il governo Prodi, di compromesso in compromesso, continuerà a realizzare obiettivi e ad andare avanti

Mediare per il paese e non per il potere

Che altro c'è di buono in questa intesa?

L'aumento delle pensioni d'anzianità l'avvio degli ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani

di EUGENIO SCALFARI


Mi sono fatto da qualche mese una nomea alla quale non sono particolarmente affezionato: quella di essere la sola persona convinta che Romano Prodi sia un buon presidente del Consiglio. In realtà dare giudizi su chi è migliore o peggiore rispetto ad un altro è un esercizio futile e logicamente scorretto perché non si possono paragonare le mele con le spigole, le zucchine con la carne d'agnello. E così non si possono dare etichette di efficienza a due governi che hanno operato in contesti politici ed economici diversi.

Se inquadriamo l'attuale governo Prodi nel contesto in cui ha operato nei primi dodici mesi dal suo insediamento sono convinto che si tratti d'un buon governo, anche se assai scarso nella comunicazione dei suoi provvedimenti. La capacità di Prodi a mediare è notevole, ma c'è mediazione e mediazione. Andreotti per esempio, ai suoi tempi, fu un fuoriclasse in questo esercizio da lui usato quasi sempre per mantenersi al potere anche a costo dell'immobilismo più disperante. La mediazione di Prodi ha una diversa natura: mira a compromessi capaci di avanzare verso obiettivi di utilità generale.

Andreotti - tanto per proseguire nell'esempio - governò in tutte le stagioni politiche; guidò governi appoggiati a destra, al centro, a sinistra. In alcuni casi ebbe perfino il sostegno dell'Msi; in altre fece maggioranze organiche con il Pci. Prodi al contrario ha sempre sostenuto (e confermato con i fatti) di non essere un politico disponibile in tutte le stagioni ma in una soltanto. Forse proprio per questo non piace alla maggioranza degli italiani. In più ha una testa durissima, come quasi tutti quelli che sono nati a Reggio Emilia. Io sono nato nel segno dell'Ariete, perciò lo capisco.

Guardate ai vaticini berlusconiani che si susseguono ormai da un anno. Vaticinavano che sarebbe caduto entro un mese dalla proclamazione del verdetto elettorale. Da allora spostano la data dell'apertura della crisi di due o al massimo tre settimane in continuazione. Sono passati dodici mesi e le date di scadenza della crisi sono state finora almeno una ventina. Adesso il capo dell'opposizione e tutti i suoi accoliti hanno fissato per il prossimo settembre l'appuntamento decisivo con la dissoluzione del centrosinistra.

Tutto può accadere quando si naviga con la maggioranza di un voto, ma io non credo che il centrosinistra celebrerà il suo suicidio in autunno.
Credo che, di compromesso in compromesso, continuerà a realizzare obiettivi e ad andare avanti. Per una ragione molto semplice: ancora per un bel pezzo non ci saranno alternative al governo Prodi.

* * *

Vengo alla riforma delle pensioni, una vicenda che dura da mesi e che, un giorno dopo l'altro, è stata preconizzata come irrisolvibile. Sarebbe un esercizio utile per tutti rivedere i titoli dei telegiornali e dei quotidiani da maggio in poi. Una sequenza sussultoria senza fine: "Pensioni, l'accordo è vicino" "Scontro feroce sulle pensioni" "Il governo è spaccato" "La sinistra all'attacco" "Il contrattacco per i riformisti" "Berlusconi: governo in crisi" "Resta lo scalone" "Via lo scalone senza se e senza ma".

Bene. Giovedì sera alle 22 i sindacati confederali sono stati convocati a Palazzo Chigi. Alle 4 del mattino, in una delle tante pause d'un negoziato che tutti i partecipanti hanno definito durissimo, si sono appartati in una saletta del palazzo Prodi, Padoa-Schioppa, Letta e il segretario della Cgil, Epifani. "Devi dirmi sì o no. Adesso" gli ha detto il presidente del Consiglio. "Per me l'accordo va bene, ma debbo consultare il direttivo. Garantisco che la risposta sarà un sì ma formalmente la darò lunedì mattina". "Lo ripeto: mi devi dare la risposta adesso. Se è no esco di qui e annuncio le dimissioni del governo".

Dopo questo siparietto il sì di Epifani è arrivato con la clausola "per presa d'atto" scritta a penna prima della firma. Il senso di quella frase l'ha dato lo stesso segretario della Cgil in un'intervista di ieri al nostro giornale. Alla domanda dell'intervistatore sull'accordo raggiunto, la risposta è stata la seguente "il testo di ieri notte contiene molte misure di grandissimo valore e anche di carattere innovativo. In modo particolare sto pensando ai giovani, al fatto che nell'aggiornamento dei coefficienti di trasformazione sarà indicato che per loro la pensione non potrà essere inferiore al 60 per cento dell'ultima retribuzione. Non solo: dopo tanti anni vengono definiti finalmente i lavori faticosi".

Poche righe più in là il giornalista gli chiede: "Il governo reggerà la prova parlamentare dell'intesa?". Risposta: "Il governo ha una navigazione a vista, ma troverei paradossale che naufragasse proprio su questo. La conseguenza sarebbe la crisi di governo ma anche la sopravvivenza dello scalone e la rinuncia a tutto ciò che c'è di buono in questa intesa". Esatto. Che altro c'è di buono in questa intesa? Ricordiamolo perché di questi tempi la memoria è diventata assai corta. C'è l'aumento delle pensioni d'anzianità a 3 milioni di pensionati, l'avvio degli ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani contro il precariato, per un complessivo ammontare di 2.600 miliardi.
Altri 5 miliardi sono stati stanziati per l'aumento graduale dell'età pensionabile al posto dello scalone di Maroni. Si parte da subito con lo scalino di 58 anni, nel 2009 l'età sale a 59 anni, nel 2011 a 60, nel 2013 a 61. Un anno in più alle stesse date per i lavoratori autonomi.

Tutti questi provvedimenti saranno inseriti nella legge finanziaria per il 2008. Se il governo fosse battuto, il complesso di questi accordi - che dovranno essere approvati dai lavoratori - salterà per aria insieme al governo. Ha ragione Epifani: sarebbe un capitombolo epocale. Chi si prenderebbe questa responsabilità: Giordano? Diliberto? Cremaschi della Fiom?

* * *

Tito Boeri, un economista di valore, ha scritto ieri sulla "Stampa" che l'accordo sulle pensioni è un buon compromesso. Avrebbe voluto che l'età pensionabile si muovesse con maggiore celerità ma si rende conto, appunto, del "contesto" e se ne dichiara parzialmente soddisfatto. A differenza del suo collega ed amico Francesco Giavazzi che sul "Corriere della Sera", lancia invece raffiche sul governo, sui sindacati, sulla sinistra. Se la prende anche con Veltroni. Il finale arieggia a quello che il Manzoni mette in bocca a frà Cristoforo quando apostrofando don Rodrigo con l'indice puntato contro di lui e gli occhi fiammeggianti profetizza: "Verrà un giorno... ".

Più misurati gli eurocrati di Bruxelles. Conosceremo meglio domani la loro opinione ma il primo impatto è stato favorevole, almeno perché una decisione è stata presa. Negativa - moderatamente - la Confindustria, anche perché non è stata ascoltata. Mi permetto di osservare in proposito che l'oggetto del negoziato riguardava i pensionati e i pensionandi. Non un contratto di categoria e neppure la politica economica in generale ma semplicemente pensionati e pensionandi.

Mi permetto altresì di dire che perfino la consultazione della "base" da parte dei sindacati è un gesto apprezzabile di democrazia ma non statutariamente necessario, come lo sarebbe per un contratto di lavoro. Si spera comunque che i dirigenti confederali accompagneranno la discussione con la base esternando il loro motivato parere e spiegando bene le conseguenze di un voto negativo. La democrazia non è (non dovrebbe essere) una lotta libera senza regole. Serve a costruire e non a sfasciare. E se i partiti invadono l'agone sindacale, tempi duri si preparano per i lavoratori.

Post Scriptum. Alcuni lettori si chiedono e ci chiedono perché mai la Chiesa abbia celebrato con tutti gli onori previsti dalla liturgia i funerali dell'avvocato Corso Bovio, eminente figura del Foro milanese, morto suicida, ed abbia invece negato quei funerali all'ammalato Welby che fu aiutato da un amico generoso a interrompere cure inutili che perpetuavano senza scopo alcuno una vita di intollerabili sofferenze.
Una spiegazione pare che ci sia da parte della Chiesa. Dal diniego opposto contro tutti i suicidi, essa è passata col tempo ad una visione più duttile (più ipocrita) secondo la quale il suicidio deriva da un "raptus", una perdita improvvisa di coscienza. Su questa base il suicida viene "perdonato" e ammesso ai funerali religiosi che mandano in pace l'anima sua e sono di conforto per i suoi parenti.

Nel caso Welby invece l'ipotesi del "raptus" non poteva essere adottata poiché si trattava di un militante che voleva contrastare l'accanimento terapeutico. Di qui il divieto di celebrare il funerale religioso nonostante fosse stato richiesto insistentemente da lui e dai suoi familiari. Che possiamo rispondere ai nostri lettori? Che la Chiesa è, oltre che un'organizzazione religiosa, anche se non soprattutto un'organizzazione di potere. È anzi un potere a tutti gli effetti e si muove come tale su un'infinità di questioni che hanno poco o nulla a che vedere con la religione dell'amore e della carità predicata dai Vangeli. Come tutte le organizzazioni di potere, anche la Chiesa usa largamente lo strumento dell'ipocrisia. Questo è tutto.

(22 luglio 2007) 

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI Breve lezione sulla felicità
Inserito da: Admin - Luglio 29, 2007, 06:24:22 pm
POLITICA

Breve lezione sulla felicità

di EUGENIO SCALFARI


Mi permetterete, cari lettori, di uscire oggi dal seminato e di trattare un tema che potrà sembrare non pertinente alla stretta attualità. L'ho già sfiorato più volte ma ora vorrei prenderlo di petto e vedrete che non è poi così lontano dalle tematiche quotidiane così noiosamente ripetitive.

Il mio tema coinvolge tre concetti: il tempo, il senso, la felicità, strettamente connessi tra loro nel nostro agire quotidiano. Ma forse non ce ne accorgiamo, eppure ogni nostro atto, desiderio, comportamento, sono motivati e determinati da quei tre elementi. Ciascuno di noi vuole anzitutto sentirsi felice o meno infelice di quanto non sia; questo suo obiettivo si colloca ad una certa distanza dall'attimo presente e promette una certa durata e qui interviene l'elemento temporale. Il percorso tra la decisione che ci procurerà felicità e il tempo necessario per realizzarla dà senso a quel percorso e poiché la vita altro non è che la ricerca continua di felicità che si ottiene e si perde un attimo dopo averla raggiunta, ecco che il senso viaggia senza soluzione di continuità a cavallo di quei percorsi che ci accompagnano in modi variabili fino al nostro ultimo appuntamento.

Incito i nostri attori, politici professionali economici culturali, a riflettere su queste considerazioni. Ne indico qualcuno, tanto per fornire concreti esempi, precisando che indico in questi casi risultati di felicità connessi a obiettivi di natura pubblica e non privata, che pure ci sono e per la maggior parte delle persone hanno anzi caratteristiche dominanti.

Mi viene in mente, tanto per dire, Luca Montezemolo. Quando la Ferrari vince una gara è felice e lo si vede. Così pure quando la Fiat di cui è presidente realizza risultati positivi. E ancora quando la Confindustria centra un suo obiettivo di politica economica. Queste sue attività plurime gli costano (anche questo si vede) molta fatica, ma è fatica appagante e dà senso alla sua vita fino a quando riuscirà a ghermire qualche brandello di felicità.

Me ne vengono in mente moltissimi altri. Per esempio Silvio Berlusconi. Che sia felice ogni volta che si trova in un bagno di folla plaudente è un fatto evidente. Traspira gioia da tutti i pori. Bacia volti di bambini, stringe centinaia di mani. Lancia battute eccitanti, divertenti, esalta entusiasmi. Non c'è niente di falso né di studiato in tutto questo.

Prima d'entrare in politica la sua felicità dipendeva dai bilanci delle sue aziende, dai contratti pubblicitari che riusciva ad ottenere dagli inserzionisti. Era una felicità di qualità minore rispetto al bagno di folla. Perciò sarà un triste giorno per lui quando dovrà rinunciarvi. Farà di tutto perché arrivi il più tardi possibile, di questo si può star certi.

Ma prendete anche (scelgo a casaccio dal mazzo dell'attualità) il giudice Clementina Forleo. Fa un mestiere difficile e anche avaro di felicità: chi giudica tra parti in causa e si asside come arbitro neutrale in mezzo a loro ricava felicità solo dal fatto di garantire un'applicazione appropriata della legge. Ha fatto il suo dovere e tanto dovrebbe bastarle. Ma i suoi provvedimenti passano poi al vaglio di successivi gradi di giurisdizione, possono essere confermati o cancellati. Ammetterete che la felicità arriva col contagocce. A meno che il giudice non si sporga e non sprema la spugna fino all'ultima goccia.

E' ciò che ha fatto nel caso delle intercettazioni telefoniche su alcuni membri del Parlamento. Non entro nel merito della sua ordinanza perché non ne ho né titolo né voglia. Ma l'irruenza del giudizio che ha anticipato un'incriminazione prima ancora che la Procura della Repubblica la formulasse, non ha altra motivazione che una ricerca maggiore di felicità. Come il bagno di folla di Berlusconi. Il nostro presidente della Repubblica - ben prima che l'attualità facesse esplodere il caso Forleo - aveva indicato tra i malanni della giustizia anche quelli d'una eccessiva ricerca di visibilità. Ma parole sagge non riescono quasi mai a frenare una natura.

Mi ha stupito invece la posizione di Borrelli, che fu procuratore a Milano all'epoca di Tangentopoli. Ha detto che il "sovrappiù" della Forleo è un elemento marginale rispetto al merito del problema che riguarda la possibilità di indagare presunti colpevoli. Ha ragione e torto nello stesso tempo. I sospettati siano al più presto indagati, ma chi si occuperà del "sovrappiù" di Clementina? Potrà ancora fare l'arbitro d'un procedimento nel corso del quale è scesa tra i giocatori calciando impropriamente la palla? Borrelli è stato anche procuratore della Federcalcio e ha sospeso fior di arbitri. Dovrebbe dunque avere ben presente quell'esperienza.

Tanti altri esempi potrei addurre per spiegar bene quanto pesi nelle azioni umane la ricerca di felicità. Ma spero d'aver chiarito a sufficienza e proseguo nel ragionamento.

* * *

La durata delle singole felicità ha un tempo breve. Ma esistono anche felicità collettive e la loro durata è più lunga. A volte molto più lunga.

Quando dico felicità collettiva penso a soggetti collettivi, comunità locali, comunità nazionali, comunità internazionali che si vivano anche come veri e propri soggetti e come tali siano vissuti dai popoli che ne fanno parte.

I percorsi necessari per dare durata e stabilità alla felicità che abbia soggetti collettivi come destinatari sono notevolmente lunghi. Di solito operano di rimbalzo, come le biglie del biliardo che spesso debbono fare il giro delle sponde per realizzare l'obiettivo di ottenere punti e lasciare l'avversario in posizione incomoda.

Anche qui qualche esempio, dal mazzo dell'attualità. La sinistra radicale si sente a disagio; ha la sensazione che Prodi stia privilegiando la linea riformista e che questo spostamento la penalizzi. Perciò promette battaglia. E' chiaro il perché: il soggetto che si riconosce nei partiti della sinistra radicale pensa che la felicità propria, dei movimenti che vorrebbe rappresentare, della classe operaia della quale rivendica la rappresentanza politica, si realizzi spostando a sinistra la politica del governo. Questo è il dichiarato obiettivo dei suoi leader. I quali tuttavia sanno (e lo dicono) che una crisi del governo penalizzerebbe fortemente i loro veri e presunti rappresentati.

I leader dei partiti di quella sinistra sostengono di costituire un terzo della coalizione, ed è vero. Perciò pongono la domanda: si può governare contro un terzo della maggioranza? A questa domanda i leader del centrosinistra oppongono la contro-domanda: si può governare contro i due terzi?

Rifarsi al programma è un puro alibi: un programma di 280 pagine è interpretabile e ognuno lo fa a suo modo. Sicché non c'è che affidarsi al capo del governo e della coalizione, Romano Prodi. Altro metodo non c'è. Ma i leader della sinistra radicale dovrebbero anche sapere che i loro continui strappi, che poi finiscono (finora) con il rientrare, provocano reazioni crescenti nei due terzi riformisti e disincanto ulteriore nel corpo elettorale.

Questa ricerca sussultoria di due felicità che si contrappongono configura una scomodissima situazione. Il solo risultato finora conseguito è stato quello - ottenuto principalmente dalla stessa sinistra radicale - di autoproporsi come capro espiatorio di tutto ciò che non va nella gestione della cosa pubblica. Debbo dire: non è un gran risultato.

* * *

La classe dirigente di uno Stato deve proporsi come obiettivo quello di procurare felicità agli abitanti e assicurarla per quanto possibile ai loro figli e nipoti. Diciamo tre generazioni. Andare al di là mi sembra azzardato; starne al di qua denota corta vista ed è ciò che di solito caratterizza regimi populisti e demagogici. La classe dirigente di uno Stato deve dunque avere una visione del paese dinanzi a sé e deve anche - anzi come primario obiettivo - attuare in corsa la riforma delle inefficienze dello Stato.

Si moltiplicano gli allarmi su questo punto, che viene chiamato di volta in volta questione settentrionale o questione meridionale, ma che più appropriatamente dovrebbe essere chiamata questione dello Stato.

La classe dirigente deve necessariamente darsi carico di tutto ciò. In una recente intervista al nostro giornale Giuliano Amato, per spiegare il suo punto di vista su alcuni temi d'attualità, ha avuto la cortesia di riprendere un'immagine da me usata un anno fa, quella dello specchio rotto. A terra sono rimasti i frammenti di quello specchio che non riflettono più l'intera realtà ma soltanto alcuni suoi parziali aspetti.

Bisogna dunque che la classe dirigente si dia carico di recuperare uno specchio capace di riflettere l'intera realtà nazionale e operi avendo di mira la felicità dei padri, dei figli e dei nipoti. Una felicità duratura, che dia sollievo subito ad alcuni bisogni impellenti ma nel contempo ponga le condizioni affinché speranze e attese che si proiettano nel futuro siano salvaguardate anche a prezzo di alcune rinunce oggi necessarie.

Una classe dirigente che sia capace di questo trova in questa visione e nel realizzarla, anche la propria felicità e il senso del proprio percorso e della propria funzione.

Post Scriptum. Rientro nel seminato (dal quale peraltro ho potuto allontanarmi assai poco) per spendere due parole sulla legge elettorale e sul referendum parzialmente abrogativo.

Stefano Rodotà segnala che la legge che dovesse uscire dal referendum sarebbe un mozzicone di legge, un dispositivo assai imperfetto che lascerebbe in piedi le liste bloccate senza preferenze e inciterebbe partiti e partitini a far blocco per intascare il premio di maggioranza.

Personalmente non do gran valore al sistema delle preferenze. Ricordo il trionfo del referendum Segni che restrinse le preferenze da quattro ad una soltanto e passò a furor di popolo.

Concordo invece con Giovanni Sartori che sul Corriere della Sera indica tra le soluzioni "buone" oltre al doppio turno alla francese anche la legge vigente in Germania. Purché sia conservata nel modello attuale e non ricucinata in salsa italiana, osserva Sartori. Anche su questo punto sono d'accordo con lui come pure sul gonfiarsi e sgonfiarsi dei partiti di centro, dovuto alla pressione moderata o esorbitante dei partiti estremi.

In materia pensiamo e scriviamo le stesse cose, caro Sartori, sperando con scarsa fiducia di essere ascoltati.


(29 luglio 2007) 

da repubblica.it


Titolo: SCALFARI pensiero.
Inserito da: Admin - Agosto 06, 2007, 10:04:43 am
POLITICA

Ahi Costantin di quanto mal fu madre

di EUGENIO SCALFARI


Tra le tante questioni che affliggono il nostro paese, insolute da molti anni e alcune risalenti addirittura alla fondazione dello Stato unitario, c'è anche quella cattolica. Probabilmente la più difficile da risolvere.
Personalmente penso anzi che resterà per lungo tempo aperta, almeno per l'arco di anni che riguardano le tre o quattro generazioni a venire. Roma e l'Italia sono luoghi di residenza millenaria della Sede apostolica e perciò si trovano in una situazione anomala rispetto a tutte le altre democrazie occidentali. Se guardiamo agli spazi mediatici che la Santa Sede, il Papa, la Conferenza episcopale hanno nelle televisioni e nei giornali ci rendiamo conto a prima vista che niente di simile accade in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Olanda, in Scandinavia e neppure nelle cattolicissime Spagna e Portogallo per non parlare degli Usa, del Canada e dell'America Latina dove pure la popolazione cattolica ha raggiunto il livello di maggiore densità.

Da noi le reti ammiraglie di Rai e di Mediaset trasmettono sistematicamente ogni intervento del Papa e dei Vescovi. L'"Angelus" è un appuntamento fisso. Le iniziative e le dichiarazioni dei cattolici politicamente impegnati ingombrano i giornali, il presidente della Repubblica, appena nominato, sente il bisogno di inviare un messaggio di "presentazione" al Pontefice, cui segue a breve distanza la visita ufficiale.
Tutto ciò va evidentemente al di là d'una normale regola di rispetto e dipende dal fatto che in Italia il Vaticano è una potenza politica oltre che religiosa. Ciò spiega anche la dimensione dei finanziamenti e dei privilegi fiscali dei quali gode il Vaticano, la Santa Sede e gli enti ecclesiastici; anche questi senza riscontro alcuno negli altri paesi.

Infine il rapporto di magistero che la gerarchia ecclesiastica esercita sulle istituzioni ovunque vi sia una rappresentanza di cattolici militanti e la funzione di guida politica che di fatto orienta i partiti di ispirazione cattolica e quindi cospicui settori del Parlamento.

La questione cattolica è dunque quella che spiega più d'ogni altra la diversità italiana. Spiega perché noi non saremo mai un "paese normale". Perché una parte rilevante dell'opinione pubblica, della classe politica, dei mezzi di comunicazione, delle stesse istituzioni rappresentative, sono etero-diretti, fanno capo cioè e sono profondamente influenzati da un potere "altro". Quello è il vero potere forte che perdura anche in tempi in cui la secolarizzazione dei costumi ha ridotto i cattolici praticanti ad una minoranza.
"Ahi Costantin, di quanto mal fu madre...".

La questione cattolica ha attraversato varie fasi che non è questa la sede per ripercorrere. Basti dire che si sono alternate fasi di latenza durante le quali sembrava sopita, e di vivace ed aspra riacutizzazione.

Il mezzo secolo della Prima Repubblica, politicamente dominato dalla Democrazia cristiana, fu paradossalmente una fase di latenza. La maggioranza era etero-diretta dal Vaticano e dagli Stati Uniti, il Pci era etero-diretto dall'Unione Sovietica. Entrambi i protagonisti accettavano questo stato di cose, insultandosi sulle piazze e dai pulpiti, ma assicurando, ciascuno per la sua parte, un sostanziale equilibrio. Quando qualcuno sgarrava, veniva prontamente corretto.

Ma la fase attuale non è affatto tranquilla, la questione cattolica si è riacutizzata per varie ragioni, la prima delle quali è l'emergere sulla scena politica dei temi bioetici con tutto ciò che comportano.

La seconda ragione deriva dalla linea assunta da Benedetto XVI che ritiene di spingere il più avanti possibile le forme di protettorato politico-religioso che il Vaticano esercita in Italia, per farne la base di una "reconquista" in altri paesi a cominciare dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Baviera, dall'Austria e da alcuni paesi cattolici dell'America meridionale. Le capacità finanziarie dell'episcopato italiano forniscono munizioni non trascurabili per sostenere questo disegno che ha come obiettivo l'esportazione del modello italiano laddove ne esistano le condizioni di partenza.

A fronte di quest'offensiva le "difese laiche" appaiono deboli e soprattutto scoordinate. Si va da forme d'intransigenza che sfiorano l'anticlericalismo ad aperture dialoganti ma a volte eccessivamente permissive verso i diritti accampati dalla "gerarchia". Infine permane il sostanziale disinteresse della sinistra radicale, che conserva verso il laicismo l'antica diffidenza di togliattiana memoria.

Si direbbe che il solo dato positivo, dal punto di vista laico, sia una più acuta sensibilità autonomistica che ha conquistato una parte dei cattolici impegnati nel centrosinistra. Ma si tratta di autonomia a corrente variabile, oggi rimesso in discussione dalla nascita del Partito democratico e dai vari posizionamenti che essa comporta per i cattolici che ne fanno parte. Con un'avvertenza di non trascurabile peso: secondo recenti sondaggi nell'ultimo decennio i cattolici schierati nel centrosinistra sarebbero discesi dal 42 al 26 per cento. Fenomeno spiegabile poiché gran parte dell'elettorato ex Dc si trasferì fin dal 1994 su Forza Italia; ma che certamente negli ultimi tempi ha accelerato la sua tendenza.

* * *

Un fenomeno degno di interesse è quello del recente associazionismo delle famiglie. Non nuovo, ma fortemente rilanciato e unificato dal "forum" che scelse come organizzatore politico e portavoce Savino Pezzotta, da poco reduce dalla lunga leadership della Cisl e riportato alla ribalta nazionale dal "Family Day" che promosse qualche mese fa in piazza San Giovanni il raduno delle famiglie cattoliche.

Da allora Pezzotta sta lavorando per trasformare il "forum" in un movimento politico. "Non un partito" ha precisato in una recente intervista "ma un quasi-partito; insomma un movimento autonomo che potrà eventualmente appoggiare qualche partito di ispirazione cristiana che si batta per realizzare gli obiettivi delle famiglie. Sia nei valori che sono ad esse intrinseci sia per i concreti sostegni necessari a realizzare quei valori".

L'obiettivo è ambizioso e fa gola ai partiti di impronta cattolica, ma Pezzotta amministra con molta prudenza la sigla di cui è diventato titolare. Dico sigla perché al momento non sappiamo quale sia la sua realtà organizzativa e la sua effettiva spendibilità politica.

Sembra difficile che il nascituro movimento delle famiglie possa praticare una sorta di collateralismo rispetto ai settori cattolici militanti nel Partito democratico: la piazza di San Giovanni non sembrava molto riformista, le voci che l'hanno interpretata battevano soprattutto su rivendicazioni economiche ma non basterà riconoscergliele per acquistarne il consenso e il voto. A torto o a ragione le famiglie e le sigle che le rappresentano ritengono che quanto chiedono sia loro dovuto. Il voto elettorale è un'altra cosa e non sarà Pezzotta a guidarlo. Ancor meno i vari Bindi, Binetti, Bobba nelle loro differenze. Voteranno come a loro piacerà, seguendo altre motivazioni e inclinazioni, influenzate soprattutto dai luoghi in cui vivono e dai ceti sociali e professionali ai quali appartengono.

* * *

Un elemento decisivo della questione cattolica e dell'anomalia che essa rappresenta è costituito dalla dimensione degli interessi economici della Santa Sede e degli enti ecclesiastici, del loro "status" giuridico e addirittura costituzionale (il Trattato del Laterano è stato recepito in blocco con l'articolo 7 della nostra Costituzione) e dei privilegi fiscali, sovvenzioni, immunità che fanno nel loro insieme un sistema di fatto inattaccabile. Basti pensare che la Santa Sede rappresenta il vertice di un'organizzazione religiosa mondiale e fruisce ovviamente d'un insediamento altrettanto mondiale attraverso la presenza dei Vescovi, delle parrocchie, degli Ordini religiosi, delle Missioni. Ma, intrecciata ad essa c'è uno Stato - sia pure in miniatura - che gode d'un tipo di immunità e di poteri propri di uno Stato e quindi di una soggettività diplomatica gestita attraverso i "nunzi" regolarmente accreditati presso tutti gli altri Stati e presso le organizzazioni internazionali.

Questa doppia elica non esiste in nessun'altra delle Chiese cristiane ed è la conseguenza della struttura piramidale di quella cattolica e della base territoriale da cui trasse origine lo Stato vaticano e il potere temporale dei Papi. Non scomoderemo Machiavelli e Guicciardini, Paolo Sarpi e Pietro Giannone per ricordare quali problemi ha sempre creato il potere temporale nella storia della nazione italiana, nell'impossibilità di realizzare l'unità nazionale quando gli altri paesi europei avevano già da secoli raggiunto la loro ed infine lo scarso senso dello Stato che gli italiani hanno avuto da sempre e continuano abbondantemente a dimostrare. Sarebbe storicamente scorretto attribuire unicamente al potere temporale dei Papi questo deficit di maturità civile degli italiani, ma certo esso ne costituisce uno dei principali elementi.

Purtroppo il temporalismo è una tentazione sempre risorgente all'interno della Chiesa; sotto forme diverse assistiamo oggi ad un tentativo di resuscitarlo che si esprime attraverso la presenza politica diretta dell'episcopato nelle materie "sensibili" il cui ventaglio si sta progressivamente ampliando.

Negli scorsi giorni l'atmosfera si è ulteriormente riscaldata a causa di una frase di Prodi che esortava i sacerdoti a sostenere la campagna del governo contro le evasioni fiscali e lamentava lo scarso contributo della Chiesa ad un tema così rilevante.

Credo che Prodi, da buon cattolico, abbia pronunciato quella frase in perfetta buonafede ma, mi permetto di dire, con una dose di sprovveduta ingenuità. Lo Stato non rappresenta un tema importante per i sacerdoti e per la Chiesa. Ancorché i preti e i Vescovi siano cittadini italiani a tutti gli effetti e con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani, essi sentono di far parte di quel sistema politico-religioso che a causa della sua struttura è totalizzante. La cittadinanza diventa così un fatto marginale e puramente anagrafico; salvo eccezioni individuali, il clero si sente e di fatto risulta una comunità extraterritoriale. Pensare che una delle preoccupazioni di una siffatta comunità sia quella di esortare gli italiani a pagare le tasse è un pensiero peregrino. Li esorta - questo sì - a mettere la barra nella casella che destina l'otto per mille del reddito alla Chiesa. Un miliardo di euro ha fruttato all'episcopato italiano quell'otto per mille nel 2006. Ma esso, come sappiamo, è solo una parte del sostegno dello Stato alla gerarchia, alle diocesi, alle scuole, alle opere di assistenza.

* * *

Come si vede la pressione cattolica sullo Stato "laico" italiano è crescente, si vale di molti mezzi, si manifesta in una pluralità di modi assai difficili da controllare e da arginare.

Le difese laiche - si è già detto - sono deboli e poco efficaci: affidate a posizioni individuali o di gruppi minoritari ed elitari contro i quali si ergono "lobbies" agguerrite e perfettamente coordinate da una strategia pensata altrove e capillarmente ramificata.
Quanto al grosso dell'opinione pubblica, essa è sostanzialmente indifferente. La questione cattolica non fa parte delle sue priorità. La gente ne ha altre, di priorità. È genericamente religiosa per tradizione battesimale; la grande maggioranza non pratica o pratica distrattamente; i precetti morali della predicazione vengono seguiti se non entrano in conflitto con i propri interessi e con la propria "felicità". In quel caso vengono deposti senza traumi particolari.

Perciò sperare che la democrazia possa diventare l'"habitus" degli italiani è arduo. Gli italiani non sono cristiani, sono cattolici anche se irreligiosi. Questo fa la differenza.


(5 agosto 2007) 

da repubblica.it


Titolo: L'ombra della crisi del '29 sui nostri risparmi
Inserito da: Admin - Agosto 12, 2007, 06:38:37 pm
IL COMMENTO

L'ombra della crisi del '29 sui nostri risparmi

di EUGENIO SCALFARI


CI SONO state molte altre crisi finanziarie negli ultimi vent'anni del Novecento, dovute all'improvviso sgonfiarsi di bolle speculative. La crisi del rublo, quella dell'insolvenza messicana, quella dei "bonds" argentini, quella (e fu la più violenta e diffusa) che travolse i super-investimenti nell'industria informatica. E naturalmente le crisi petrolifere che portarono alle stelle i prezzi del greggio con ripercussioni non solo sulla finanza ma sull'economia reale. E tutte, ovunque fosse il loro epicentro iniziale, coinvolsero il centro finanziario del mondo: Wall Street, le grandi banche d'affari americane, l'immenso ventaglio dei loro clienti internazionali e multinazionali, chiamando in causa inevitabilmente anche la Federal Reserve, la Banca centrale americana, supremo regolatore del sistema monetario e finanziario del pianeta.

Ma nessuna di queste "fibrillazioni" somiglia a quella di questi giorni. Forse proprio perché nel caso attuale l'epicentro è nel sistema bancario americano, nei mutui immobiliari facili, nel loro piazzamento in titoli "derivati" e nella loro diffusione in molte istituzioni finanziarie internazionali.

La finanza Usa e la Fed questa volta non giocano di rimessa, ma giocano in proprio. Il sisma nasce lì, a Manhattan, nel cuore della Grande Mela e ciò aumenta la sua potenza diffusiva e le sue devastanti capacità.
C'è però un precedente cui la crisi attuale può esser confrontata ed è il terremoto finanziario del 1929. Lo si nomina poco in questi giorni, anche gli analisti che inclinano piuttosto al pessimismo fingono di dimenticarsene, forse per scaramanzia. Ma, pur nelle grandi differenze di contesto rispetto a ciò che accadde ottant'anni fa, le analogie sono impressionanti.

Consiglio ai lettori di procurarsi e di leggere un libro diventato fin dal suo primo apparire un classico in materia: "Il grande crollo" di Kenneth Galbraith. E' una lettura paurosamente affascinante. Intanto la crisi di oggi e quella del '29 cominciano allo stesso modo: una gigantesca bolla immobiliare, mutui facili, esposizione di istituti bancari specializzati in questo settore, fame di case concentrata soprattutto in California e in Florida, emissione di azioni da parte di società-fantasma, cieca fiducia dei risparmiatori, rifinanziamenti a breve da parte del sistema bancario, interventi (inutili) della Banca centrale e delle principali istituzioni finanziarie, in particolare le banche d'affari che facevano allora capo ai Rockefeller, ai Morgan, ai Rothschild.

Nel '29 vigeva il sistema aureo, non esisteva alcuna disciplina sul mercato dei cambi, New York, Londra, Berlino, Parigi erano in accesa competizione tra loro. Ciò aggravò e moltiplicò gli effetti del sisma che da una crisi di Borsa si estese al dollaro, dalla moneta americana alla sterlina e al marco tedesco e a tutto il sistema aureo, cioè a tutte le monete del mondo.
Per fortuna il sistema monetario mondiale è oggi completamente diverso, l'amplificazione dei fenomeni si verifica agevolmente ma è entro certi limiti governabile. Siamo più attrezzati di allora. Ma le analogie restano e i rischi sono tutt'altro che lievi.

Non starò ora a ripercorrere le tecniche dei mutui immobiliari, della loro cartolarizzazione in titoli, dei tassi di interesse prossimi allo zero per invogliare la clientela, dell'assenza di valide garanzie e infine nella diffusione anche fuori dal mercato Usa dei titoli - spazzatura e dei relativi rischi. Nei giorni scorsi tutto questo perverso meccanismo è stato ampiamente descritto e quindi lo do per noto.

Ricordo soltanto ai lettori che il mercato immobiliare e il suo enorme indotto coprono almeno un quarto dell'economia Usa. A loro volta i consumi privati rappresentano i due terzi della domanda interna di quel paese e gran parte di essi, specie tutta la fascia dei beni durevoli, è strettamente connessa alla costruzione di nuove abitazioni. Stiamo insomma discutendo di uno dei gangli vitali del sistema America e del "business" ad esso collegato.

Questo sensibilissimo settore è entrato in crisi di insolvenza. I clienti che hanno contratto mutui sono insolventi, non hanno soldi per pagare le rate; di conseguenza i loro creditori diventano man mano insolventi anch'essi; i risparmiatori che hanno affidato i loro risparmi a fondi d'investimento che hanno in portafoglio anche titoli immobiliari, ritirano i loro capitali; i fondi più deboli e più presi di mira cominciano a congelare le quote della clientela e creano in questo modo altri punti d'insolvenza. Purtroppo tra i fondi coinvolti ci sono anche alcuni fondi-pensione che sono tenuti dai loro statuti a corrispondere con periodica frequenza i dividendi ai pensionati. Per ora non si ha notizia di insolvenze in questo delicatissimo settore. Auguriamoci che i gestori dei fondi-pensione non siano stati troppo aggressivi nella ricerca di rendimenti superiori alla media.
Si tratta comunque di un'insolvenza abbastanza diffusa. Il governatore della Fed, in una recentissima dichiarazione, l'ha valutata a cento miliardi di dollari. Per ora le insolvenze acclarate ammontano a cifre molto minori, eppure sono state sufficienti a terremotare i mercati finanziari in Usa, in Europa, in Canada, in Australia. L'Asia, Giappone compreso, sembra al riparo dalla tempesta. Ma se e quando dovessero venire allo scoperto le insolvenze preannunciate da Bernanke, gli effetti potrebbero essere assai più micidiali.

Proprio per impedire che ciò accada e soprattutto per recuperare la fiducia dei risparmiatori e degli operatori, le Banche centrali hanno deciso di concerto di iniettare liquidità nei mercati con prestiti a breve e brevissimo termine ai sistemi bancari, accompagnando queste operazioni con inviti alla calma e solenni assicurazioni che la crisi è circoscritta, le insolvenze limitate, la liquidità comunque garantita e i "fondamentali" senza alcun contraccolpo. Non avevano altra strada, le Banche centrali, che stanno facendo egregiamente il loro lavoro. Riassorbire l'eccesso di liquidità quando non sarà più necessario non è tecnicamente difficile. Non è detto invece che il recupero di fiducia avvenga rapidamente.

Nella crisi del '29 non avvenne, anzi durò per molti mesi fino a creare effetti depressivi sulle economie reali. Abbiamo già detto che le autorità monetarie e le istituzioni finanziarie sono oggi molto più attrezzate di allora. Tuttavia la fiducia è un elemento immateriale e estremamente volatile. L'ostentata tranquillità delle Banche centrali e delle autorità monetarie può non esser sufficiente a ripristinarla.

Se poi prendesse corpo la speculazione ribassista con l'obiettivo di deprimere fortemente i listini di Borsa per poi ricoprirsi realizzando favolosi guadagni, come spesso avviene in situazioni del genere, non c'è Banca centrale che possa reggere né fiducia che possa esser recuperata. E' tuttavia difficile (o almeno così ci auguriamo) un intervento massiccio al ribasso. La situazione dei mercati si è fatta di colpo così delicata che un intervento speculativo al ribasso potrebbe produrre effetti di tale magnitudine da render poi impossibile per lungo tempo l'esito positivo per gli speculatori. C'è insomma un deterrente psicologico, e speriamo che basti a fermar la mano della speculazione.

La Borsa italiana ha preso nell'ultimo mese e in particolare negli ultimi tre giorni potenti scoppole, più o meno in misura analoga a quella degli altri mercati europei. Più per contagio che per reali insolvenze. Di queste ne sono finora venute alla luce assai poche. Quella, di circa 700 milioni, dei tre fondi della Paribas parzialmente congelati. Altre sulle quali per ora circolano soltanto voci.

Il contagio comunque si può propagare come il "venticello" della calunnia cantato da Don Basilio nel "Barbiere di Siviglia". Ma se non è sostenuto da evidenze concrete può essere rapidamente dissipato. Il caso italiano non sembra dunque particolarmente esplosivo. C'è un punto tuttavia che merita di esser considerato e riguarda i fondi pensione nei quali sono recentemente affluiti oltre un milione di pensionandi che hanno versato i loro Tfr col metodo del silenzio-assenso.

Si è fatto un gran can-can da parte della "setta" degli economisti liberali perché il collocamento del Tfr nei fondi non era stato sufficientemente incoraggiato dal governo. Era una menzogna e il risultato delle sottoscrizioni lo dimostra. Ma ora ci sarà chi rimpiangerà, tra i pensionandi che hanno scelto la previdenza complementare, di non aver versato i propri Tfr ai fondi aziendali gestiti dai sindacati o addirittura di non aver conservato il vecchio sistema della previdenza pubblica dell'Inps. Gli investimenti arrischiati di alcuni fondi - pensione americani ci dicono che anche la via della previdenza alternativa non è cosparsa di rose e fiori e che il mercato non è mai stato e mai sarà il paese di Bengodi se non per i pochi che possono manovrarlo a danno dei molti.

C'è un altro aspetto italiano che vale la pena di considerare. E' opinione diffusa che l'eventuale rallentamento della crescita della nostra economia, aggravato dai possibili effetti della crisi in atto, spingerà in alto l'onere del debito pubblico sul bilancio dello Stato. Personalmente credo sia un marchiano errore fare simili previsioni. La crisi finanziaria in atto ha aumentato e ancor più aumenterà la propensione dei risparmiatori a investire in titoli pubblici, Bot o pluriennali. Questa propensione produrrà un aumento della domanda di quei titoli e quindi un'occasione per il Tesoro di spuntare condizioni più favorevoli nel momento dell'emissione.

L'aspetto più preoccupante della situazione italiana sta invece nei possibili effetti di rallentamento sulla crescita del Pil che la crisi può esercitare. Rallentamento dovuto ad un calo nei consumi, allo sgonfiamento della bolla immobiliare che anche da noi è in corso e quindi nell'occupazione, nel reddito e negli investimenti nell'ampio indotto dell'industria edilizia.
A fronte di questi temuti effetti recessivi si ripete il suggerimento di accelerare le riforme. Ma quali?
Bisognerebbe specificare un po' di più se si vuole evitare la ripetizione giaculatoria della parola "riforme".

Le liberalizzazioni, certo. Ma non bastano, agiscono con ritardi tecnicamente inevitabili, non possono comunque essere effettuate tutte insieme in dosi massicce senza sconvolgere mercati alquanto sinistrati.
Il rallentamento nella crescita impone di concentrare l'azione del governo su quell'obiettivo. E quindi: favorire gli accordi governo-sindacati in favore della produttività; concentrare la spesa pubblica sui lavori pubblici e le infrastrutture; procedere a ulteriori sgravi fiscali sul lavoro e all'ulteriore sostegno dei bassi redditi.

Le crisi finanziarie hanno, come la loro storia ha invariabilmente dimostrato, l'effetto di accrescere la responsabilità e il ruolo dello Stato nel rilancio dell'economia. Così accadde nell'America del '29, dove la crisi spazzò via la lunga dominanza dei conservatori e aprì la stagione dei riformisti, dai tre mandati di Roosevelt, a Truman, a Johnson, a Kennedy, a Carter, a Clinton.

La ragione è evidente: le crisi determinano rallentamento nella domanda. La ripresa avviene rifinanziando la domanda. E quando è in sofferenza il settore delle costruzioni, affiancando all'investimento privato un massiccio e organico investimento pubblico. Tanto più in un paese come il nostro dove le infrastrutture sono carenti al Nord quanto al Sud. Su questa politica il governo può ritrovare compattezza ed efficacia. La situazione è già abbastanza seria per smetterla con i tiri alla fune e gli strappi per esibire una forza che isolatamente nessuno possiede.

(12 agosto 2007)

da repubblica.it


Titolo: Le paure di Silvio i dubbi di Walter
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2007, 11:50:18 pm
IL VETRO SOFFIATO

Le paure di Silvio i dubbi di Walter

di Eugenio Scalfari


Berlusconi teme Veltroni e deve allargare i giochi. Ma anche il sindaco di Roma ha molti nodi da sciogliere. Commenta  Tra le tante bizzarrie estive alcuni giornali hanno anche lanciato quella d'un nuovo partito che Silvio Berlusconi avrebbe in animo di fondare e del quale avrebbe già pronto il nome e il programma. Dovrebbe chiamarsi Partito delle libertà e dovrebbe radunare tutti i moderati italiani. La pseudo-notizia è stata vivacemente smentita dai diretti interessati, ma qualche cosa di vero ci deve essere.

Non un partito, che provocherebbe l'ostilità dei 'colonnelli' di Forza Italia e anche di Alleanza nazionale, ma un movimento imperniato sui Circoli della libertà, quelli promossi da Dell'Utri ma soprattutto quelli in concorrenza, promossi dalla Michela Brambilla.

Il centrodestra sente il bisogno di movimenti. È in gestazione quello di Savino Pezzotta che ha come base le famiglie cattoliche. Questo dei Circoli della Brambilla sarebbe parallelo al pezzottismo; invece che far leva sulle famiglie avrebbe riferimenti di natura economico-professionale: i commercianti, l'imprenditoria minuta, le famose partite Iva del lavoro autonomo. Lo scopo di questi movimenti ancora allo stato nascente è chiaramente rivolto a pescare nell'elettorato di An e dell'Udc convogliandone i consensi verso Forza Italia. In prospettiva, se la legge elettorale restasse quella attualmente vigente, i Circoli della libertà potrebbero dar luogo a una lista 'civetta' apparentata con Forza Italia e con quanto resterebbe dei seguaci di Fini e di Casini.

Bizzarrie estive, ma fino ad un certo punto. Perché mai Berlusconi, che è indubbiamente un uomo intuitivo, sente il bisogno di allargare il gioco e di introdurre nuovi giocatori nella partita in corso da tempo nel centrodestra? La risposta riguarda il Partito democratico e il candidato a guidarlo, Walter Veltroni. La leadership di Veltroni preoccupa Berlusconi. Stando ai sondaggi più recenti, in
uno scontro testa a testa il sindaco di Roma prevarrebbe su di lui di quattro punti, 52 contro 48 per cento. Il confronto tra le due coalizioni, sempre secondo quei sondaggi, vede ancora in testa il centrodestra, 53 a 47 per cento, ma sta di fatto che il centrosinistra con queste cifre sembra rientrato in partita. Infine il Partito democratico sarebbe in grado di raccogliere il 39 per cento dei voti contro il 29 di Forza Italia. Ecco perché Berlusconi è preoccupato. Di Casini e di Fini non si fida, la Lega è una mina vagante. Veltroni può ancora guadagnare molto terreno proprio nei settori centrali del corpo elettorale. Ma basteranno i Circoli della Brambilla ad arginare una possibile frana?

Queste considerazioni spostano l'attenzione sul Partito democratico e sulle sue dinamiche interne. Finora l'estate ha tenuto 'surplace' i vari partecipanti, ma d'ora in avanti si dovrà entrare nel merito: contenuti, strutture, liste alternative e liste collegate. Il nuovo partito è ancora una nebulosa, le elezioni del 14 ottobre configureranno la leadership nazionale, le strutture locali, la composizione dell'assemblea costituente, la consistenza numerica del partito e il bacino del suo potenziale elettorato.

Qui si pongono alcune domande. La prima: quante persone andranno a votare il 14 ottobre? Le previsioni in materia sono estremamente difficili. Si azzarda la cifra di un milione. Non è molto. Alle primarie semiplebiscitarie su Prodi, due anni fa, votarono 4 milioni e 300 mila, ma allora non si trattava di creare un partito, bensì di insediare il leader che avrebbe guidato tutto il centrosinistra nello scontro elettorale. Qui voteranno soltanto gli iscritti ai due partiti promotori e quanti nella società civile vogliono partecipare alla nascita del Pd. Un milione tuttavia supera di poco gli iscritti ai Ds e alla Margherita. Se si resta su quella cifra o addirittura se ne sta al di sotto, ciò significa che l'apporto della società civile sarebbe pressoché irrilevante. Un vero successo si avrebbe se i votanti si attestassero sul milione e mezzo. In quel casoil peso dei simpatizzanti rispetto alle strutture e alle nomenklature dei due partiti promotori sarebbe soverchiante. Un esito di questo genere è in diretto rapporto con la forza di attrazione della candidatura Veltroni.

Il sindaco di Roma è infatti il solo dotato di un carisma capace di mobilitare interessi e valori al di là delle appartenenza di partito e di corrente. Accanto a lui, specie nell'area del Centro-nord, ci sono altri sindaci, presidenti di Provincia e di Regione, che possono convogliare consensi aggiuntivi a quelli dei due partiti promotori. La dimensione di questo potenziale afflusso è il vero punto interrogativo delle cosiddette primarie del 14 ottobre.
(24 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - La nevrosi tutta italiana delle tasse da pagare
Inserito da: Admin - Agosto 26, 2007, 09:40:32 pm
POLITICA

La nevrosi tutta italiana delle tasse da pagare
di EUGENIO SCALFARI


Ieri ho telefonato a una decina di amici della generazione dei cinquantenni, variamente inseriti nelle professioni e in incarichi manageriali e ho fatto due domande: qual è secondo voi il tema più importante della vita pubblica italiana in questi giorni? E poi (seconda domanda): qual è - secondo voi - il tema che gli italiani ritengono più importante?

Ho posto ai miei amici queste due domande perché - dai fuochi che stanno bruciando mezza Sicilia e devastano terre e boschi in molte altre regioni, alle tasse, al Partito democratico, all'investitura berlusconiana di Michela Brambilla - gli argomenti non mancano e sentivo anch'io il bisogno di ascoltare un mio piccolo campione di fiducia.

Le risposte sono state le seguenti. Cosa pensano i miei amici:

1. Una statistica europea ha collocato il sistema sanitario italiano al secondo posto in Europa. Per noi, che in genere parliamo della nostra sanità come un sistema pessimo, questa è una notizia che dovrebbe stare nella prima pagina dei giornali e delle televisioni.

2. Le tasse. E qui non c'è bisogno di spiegarne il perché.

3. Il governo, il Partito democratico e il futuro del centrosinistra.

4. Il laicismo, i Dico, la bioetica.

Quali sono - secondo i miei amici - i temi che più appassionano in questi giorni gli italiani:

1. Il delitto di Garlasco.

2. Le tasse.

3. I piromani.

4. Michela Brambilla detta la Rossa.

Lascio ai lettori di valutare le risposte a queste due domande. Dal canto mio, poiché il tema delle tasse figura al secondo posto di tutte e due le indicazioni, dedicherò le mie osservazioni di oggi a questo argomento ringraziando gli amici per la loro collaborazione che, nella sua varietà, può stimolare l'attenzione del pubblico.


* * *


Comincerò dalla sortita in favore dello sciopero fiscale fatta pochi giorni fa da Massimo Calearo, presidente della Federmeccanica e vicepresidente degli industriali di Vicenza. Per le due cariche che ricopre, Calearo è uno degli esponenti di primo piano della Confindustria. Non risulta che sia un leghista. La sua dichiarazione è stata dunque fatta in nome e per conto delle associazioni imprenditoriali da lui rappresentate. Perciò è assai più seria e grave dei proclami politici di Bossi e di Calderoli.

È vero che a distanza di poche ore il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, ha vivacemente redarguito il suo collega vicentino e che quest'ultimo dal canto suo ha detto che la sua era stata una "provocazione per smuovere le acque". Ma il giorno dopo è intervenuto Montezemolo e a quel punto l'intera questione ha cambiato livello. Ha fatto, come si dice, un salto di qualità.

Che cosa ha detto Montezemolo? Nella sostanza ha detto due cose: anzitutto che la "provocazione" di Calearo rispecchia i sentimenti di gran parte degli italiani; in secondo luogo ha detto che gli industriali non pagheranno un soldo di tasse in più a meno che non vi sia in contropartita una drastica riduzione delle imposte che gravano sulle imprese.

Il tono è stato molto brusco e decisamente "radicale" nel senso che di solito si attribuisce alla sinistra massimalista che usa quel tono per affermazioni di opposto contenuto. È vero che Montezemolo, per bilanciare politicamente la sua perentoria dichiarazione, ha aggiunto che essa suona come condanna sia della politica economica del governo attuale sia di quella del precedente governo Berlusconi-Tremonti. Ma questo bilanciamento si risolve in un incitamento antipolitico che un'organizzazione semi-istituzionale come la Confindustria non dovrebbe fare se conservasse il dovuto senso di responsabilità e di misura.


* * *


Il ministero dell'Economia ha diffuso ieri gli ultimi dati sulle entrate fiscali dello Stato dopo l'autotassazione di agosto di Irpef, Ires e Irap. Sono dati molto positivi, al di là delle aspettative. In percentuale l'aumento dei primi otto mesi dell'anno confrontati con l'analogo periodo dell'anno precedente è stato del 21 per cento. A parità di aliquote e di reddito. In cifre assolute sono entrati 4 miliardi in più di quanto previsto nel Dpef dello scorso giugno e 8 miliardi in più delle previsioni del marzo. Il risultato sarebbe stato ancora maggiore se non fosse già stata scontata la spesa di 4 miliardi per la restituzione dell'Iva sulle automobili delle imprese, decisa dalla Comunità europea.

Il presidente del Consiglio, commentando queste cifre, le attribuisce al senso civico degli italiani che smentiscono con i loro comportamenti gli irresponsabili appelli allo sciopero fiscale. E preannuncia che la prossima legge finanziaria affronterà il tema dell'alleggerimento del peso fiscale sulle imprese e sulle fasce di reddito più deboli.

Il vice ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, dal canto suo ha liquidato la posizione di Montezemolo come "vacua retorica" ed ha aggiunto ai dati sulle entrate un'analisi della situazione che merita attenta riflessione.


* * *


Dice Visco che il vero problema italiano è quello dell'evasione fiscale di massa che egli definisce una vera e propria "pandemia". Dice che l'aumento delle entrate fiscali - a parità di reddito e di legislazione - è interamente dovuto al recupero di evasioni ed elusioni fiscali e che il suo ammontare dall'inizio del governo Prodi è stato di 20 miliardi. Dice che la lotta all'evasione va dunque mantenuta con lo stesso rigore fin qui applicato. Dice che il governo Berlusconi-Tremonti ci aveva lasciato in eredità una finanza pubblica prossima ad una situazione Argentina. Dice che le maggiori entrate non hanno affatto accresciuto la pressione fiscale proprio perché ottenute con recuperi dell'evasione, ma che comunque è venuto il momento di abbassarla, quella pressione fiscale, in favore delle imprese, delle micro-strutture artigianali e dei redditi più deboli. Dice infine che molti dimenticano che l'Italia ha un debito pubblico enorme che ci costa ogni anno 5 punti di Pil in più di quanto avvenga negli altri paesi europei. Questo debito si formò nel decennio 1982-'92 balzando dal 57 al 120 per cento del Pil.

Vi ricordate quegli anni? Erano quelli della "nave va" e della "Milano da bere". In realtà dell'"Italia da bere", innaffiata dal debito e dall'inflazione, una Bengodi che ha scaricato l'onere sui figli e sui nipoti senza che nessuno vigilasse e desse l'allarme salvo pochissime Cassandre (tra le quali questo giornale) inascoltate e vilipese.

Queste cose ha detto il ministro Visco, anche lui come Prodi e Padoa Schioppa tra gli ultimi in classifica nell'opinione degli italiani. Ed ecco un altro tema che non figura nelle risposte dei miei amici ma figura in una mia personale classifica della disinformazione ed anche della propensione del pubblico a fermarsi alla prima osteria senza far la fatica di approfondire e di scegliere con più attenzione le vivande delle quali cibarsi.


* * *


Io penso che il vero grave errore del governo e della maggioranza che lo sostiene (o dovrebbe sostenerlo) sia l'endemica disparità dei giudizi e la molteplicità delle ricette proposte a getto continuo da ministri, sottosegretari e capi partito, ciascuno dei quali si richiama a qualcuna delle 281 pagine di un programma elettorale in cui c'era tutto il generico dello scibile politico sciorinato con l'intento di tenere insieme una coalizione troppo lunga e strutturalmente disomogenea.

Ricordo a me stesso - come si dice per sfoggio di umiltà lessicale - d'esser stato tra i primi a segnalare questo serio anzi serissimo inconveniente dopo i primi trenta giorni dal suo insediamento parlando di "governo sciancato", il che non mi ha impedito di riconoscere i molti meriti su gran parte dei provvedimenti presi da allora ad oggi. Ma quel difetto purtroppo permane, come pure l'eccesso di annunci che sarebbe assai meglio evitare parlando soltanto dopo aver deciso e attuato le decisioni.

La rissosità governativa del resto - come ha chiarito assai bene domenica scorsa Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera" - è stato proprio anche del centrodestra che, pur disponendo di maggioranze bulgare in Parlamento, non è riuscito a muovere neppure un piccolo passo avanti nell'attuazione del suo programma "liberale" che Berlusconi vorrebbe rilanciare oggi fondando il nuovo "Partito della libertà", anch'esso di pura plastica poggiata sulla figurina di Michela la rossa.

Queste considerazioni ci portano al tema della legge elettorale e del Partito democratico.


* * *


Walter Veltroni, in recenti e ripetute dichiarazioni, ha detto che il Partito democratico nella sua visione dovrà rinnovare l'alleanza con gli altri partiti dell'Unione ma al tempo stesso privilegiare l'omogeneità della coalizione stilando un programma chiaro, concreto, sintetico.

Ove questi due obiettivi risultassero incompatibili tra loro, quello dell'omogeneità dovrebbe avere la meglio secondo Veltroni. In tal caso il Partito democratico sarebbe costretto a presentarsi da solo, rinviando a dopo le elezioni il problema delle alleanze.

Credo che questo modo di ragionare sia interamente condivisibile. L'antipolitica è un vizio antico degli italiani, ma non c'è dubbio che essa tragga nuovo e nutriente alimento dalle risse interne alle coalizioni, amplificate come è inevitabile dal circolo mediatico che vive anche di questi scontri adempiendo al suo compito di controllo in nome e per conto della pubblica opinione.

Naturalmente se questo modo di ragionare è giusto, esso dovrebbe essere applicato anche all'interno dei partiti. Le correnti sono inevitabili e anche utili nei partiti di ampia dimensione, a condizione che esprimano diversità di posizioni e di tonalità, compatibili tuttavia entro ambiti di condivisione di obiettivi e di principi.

Da questo punto di vista a molti osservatori - ed anche a me come ho già più volte scritto - non pare che le candidature alternative a quella di Veltroni siano portatrici di posizioni differenziate. Finora queste diversità non risultano, il che conduce a pensare che si tratti piuttosto di posizionamenti per acquisire maggior voce e presenza nel quadro dirigente del futuro partito. E' un obiettivo più che legittimo in un partito democratico, ma va chiamato per quel che è.

Ci sono però due temi specifici che il nuovo partito deve con urgenza affrontare e sui quali è opportuno richiamare l'attenzione del candidato principale: uno è quello dell'elezione dei segretari regionali, se debba esser fatta il 14 ottobre insieme a quella del leader nazionale o se debba invece avvenire successivamente, quando la Costituente del partito sarà stata insediata e dovrà appunto occuparsi anche dell'organizzazione. Si può sottrarre alla Costituente un tema così importante come è il quadro regionale e i modi della sua elezione?

Il secondo tema è quello dei partiti territoriali la cui federazione darebbe vita al partito nazionale. Finora sembra di capire che Veltroni sia favorevole a questo schema federativo. Come osservatore esterno ma interessato mi permetto di dissentire. Le istituzioni dello Stato è giusto che abbiano articolazioni federali provviste di ampie autonomie culminanti nel Senato federale e nel federalismo fiscale. Ma proprio per questo i partiti debbono avere una propria personalità nazionale. Le articolazioni territoriali sono ovvie e sempre esistite, ma non possono dare luogo a partiti autonomi di scegliere alleanze non compatibili e politiche proprie come se si trattasse di altrettanti Stati confederati.

I grandi partiti esprimono convinzioni, principi, consensi su base nazionale. L'Italia è stata e ancora in gran parte è uno spezzatino di interessi e di costumanze. Non spetta ai partiti di perpetuarle e di accentuarle. Essi anzi dovrebbero avere il compito di smussarle e ricondurle ad un concetto di unità della nazione e di visione dello Stato. Si vorrebbe conoscere in proposito l'opinione dei vari candidati alla leadership e in particolare quella di Walter Veltroni.

Post scriptum. Ho letto sui giornali di ieri che Vittorio Feltri è stato insignito dal Circolo Mario Pannunzio di Torino del premio, intitolato appunto a Pannunzio. Come vecchio collaboratore del Mondo sono molto stupito: Vittorio Feltri è senza dubbio un buon giornalista ma non ha niente a che vedere con la figura professionale morale e politica di Mario Pannunzio e del Mondo. Anzi è quanto di più lontano possa mai immaginarsi rispetto al premio dato in nome del fondatore di quell'ormai epico settimanale.


da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Quel pianto di Bush sulla spalla di Dio
Inserito da: Admin - Settembre 08, 2007, 09:26:41 pm
IL VETRO SOFFIATO

Quel pianto di Bush sulla spalla di Dio

di Eugenio Scalfari


Retorico? Ipocrita? Sconveniente? Io credo che la confessione del presidente americano sia stata sincera. E questo è il guaio peggiore  George BushSembra che George W. Bush attraversi una fase di intenso e sincero pentimento politico. Si è reso conto che il suo interventismo militare, l'unilateralismo delle sue decisioni, il suo sogno di esportare la democrazia nell'Oriente di mezzo, il disprezzo verso l'Europa e verso l'Onu, il bagno di sangue in Iraq, hanno creato un isolamento pauroso dell'America, la rivolta sempre più accentuata della pubblica opinione americana, il rilancio dell'opposizione democratica.

Mancano ancora 500 giorni alla fine del mandato presidenziale. Il periodo finale della presidenza è di solito quello durante il quale l'uomo più potente del mondo - come tutti pensano che sia il presidente degli Stati Uniti - cerca di passare alla storia con comportamenti che illustrino l'opera sua e diano un significato epocale alla sua politica. Un lascito di solidarietà disinteressata. L'espressione d'un sentimento morale che prevalga sugli interessi lobbistici affermando al di sopra di essi ideali di giustizia e di solidarietà.

Ma Bush difficilmente riuscirà a 'immortalare' i suoi otto anni di presidenza. Il tentativo in corso sembra dunque ridotto a limitare i danni, a disfarsi del team di consiglieri e di collaboratori che l'hanno spinto su una via rovinosa e ad ammettere con sincerità gli errori compiuti confessandoli al paese senza invocare attenuanti.

Così sembra che stia accadendo. Il verbo sembrare è d'obbligo perché i segnali che questa sia la strada intrapresa da Bush sono ancora molto ambigui e contraddittori. È vero che una buona parte del suo staff è stata mandata a casa, ma i rimpiazzi non brillano per caratteristiche che esprimano una linea politica opposta a quella fin qui seguita. Nella maggior parte dei casi si tratta di sostituzioni incolori. D'altra parte il vicepresidente Cheney - rappresentante numero uno della politica conservatrice, degli interessi petroliferi e dell'intervento militare in Medio Oriente - si è visibilmente rafforzato negli ultimi mesi e resta un alfiere della continuità senza alcuna disponibilità a pentimenti e a tardivi scrupoli.

Non è tuttavia di questa possibile inversione di marcia bushana che vogliamo qui discutere, quanto di una frase, anzi d'una immagine assai suggestiva contenuta in un'intervista autobiografica anticipata qualche giorno fa dal 'New York Times'. "Ho pianto a lungo sulla spalla di Dio". Non è bellissima? Non è poetica? Non è l'espressione sincera di un ravvedimento operoso che dovrebbe servire di incitamento e di esempio a tutti gli americani?

Non sappiamo ancora quali saranno le reazioni dell'opinione pubblica di quel Paese; nella peggiore delle ipotesi (per Bush) gli si potrebbe obiettare che avrebbe potuto pentirsi prima; un'altra ipotesi, più ottimistica, si esprime con la frase "meglio tardi che mai". Infine una terza: si commuoverà e piangerà insieme a lui assicurando un lieto fine ad una oggettiva catastrofe politica e ad una tragedia umana documentata da migliaia di vittime militari e da molte decine di migliaia di vittime civili (ma c'è anche chi parla di centinaia di migliaia).

Vedremo nelle prossime settimane come evolverà la catarsi di George Bush, ma intanto vorrei proporre ai nostri lettori una domanda: come sarebbe accolta in Italia e in Europa una confessione come quella compiuta da Bush nella sua intervista autobiografica? "Ho pianto a lungo sulla spalla di Dio" è una frase che si può dire oppure è una frase inaudita, inaudibile, scandalosa da parte di un uomo che è assiso al vertice del potere americano e mondiale?

Io credo che in Europa un'espressione simile verrebbe presa - come si suol dire - con le molle. Retorica, certamente. Accettabile da un poeta o da un sedicente profeta, da un uomo di religione, ma non da uno statista. Ipocrita, detta da chi è responsabile di eccidi e crimini paurosi. Espressione di luciferina superbia perché Dio non è uno scendiletto o un inginocchiatoio privato al quale ci si può avvicinare per fare un piantino riparatore come fanno i bambini sulla spalla delle mamme.


Infine gli europei sono in maggioranza laici anche se credenti; utilizzare Dio per un'operazione politica credo sarebbe giudicato sconveniente da una larghissima maggioranza. Forse ad eccezione di Clemente Mastella, di Pier Ferdinando Casini e, perché no, di Silvio Berlusconi che ne dice tante e poi tante da non stupirsi di nulla.

Dal canto mio penso che Bush non sia stato né ipocrita né blasfemo. Penso anche che alla maggior parte degli americani quella frase non sia sembrata inaudita. Non dimentichiamo che Bush è un 'cristiano rinato', con tutte le ingenuità e le forzature del neofita. E non dimentichiamo neppure che la religione in America è vissuta assai diversamente che in Europa. La Bibbia e il fucile: questo era il simbolo dei pionieri.

Insomma, credo che Bush sia stato sincero. E questo in realtà è il guaio peggiore che possa capitarci.

(07 settembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - La trottola impazzita che affossa i mercati
Inserito da: Admin - Settembre 09, 2007, 07:40:15 pm
POLITICA

A proposito della crisi immobiliare-finanziaria che non si è affatto spenta come alcuni ottimisti ritenevano e come tutti speravamo

La trottola impazzita che affossa i mercati

Tra la finanza e la domanda-offerta di beni e servizi non esiste più alcuna barriera

di EUGENIO SCALFARI

 

PURTROPPO bisogna di nuovo tornare sul tema della crisi immobiliare-finanziaria che non si è affatto spenta come alcuni ottimisti ritenevano e come tutti speravamo al di là e al di qua dell'Atlantico. Non si è spenta per varie ragioni e sta tracimando sulla cosiddetta economia reale. In realtà la globalizzazione finanziaria ha cancellato questa distinzione scolastica; tra la finanza e la domanda-offerta di beni e servizi non esiste più alcuna effettiva barriera e chi si ostina a pensare come se quella barriera esistesse sbaglia sia la diagnosi sia la terapia.

Fin dall'inizio, ai primi d'agosto, a noi sembrò chiaro che il terremoto che aveva come epicentro la bolla immobiliare americana avrebbe rapidamente coinvolto non solo alcuni fondi "aggressivi" e alcune istituzioni impegnate nel settore dei mutui ipotecari, ma anche le aspettative di investimento nell'edilizia e nel vastissimo reticolo di aziende che lavorano nell'indotto edile.

Le aspettative negative avrebbero avuto ripercussioni sulla domanda di investimenti e quindi sull'occupazione. Le Borse avrebbero registrato questi fenomeni attraverso strappi al ribasso sempre più forti in tutte le voci del listino.

Tutto ciò è regolarmente avvenuto. Ma si sperava - irragionevolmente - che il calo di domanda per investimenti non mettesse in discussione la domanda di consumi. E poiché i consumi nelle società opulente rappresentano una quota molto più consistente degli investimenti, l'irragionevole fiducia nella loro tenuta alimentava un moderato ottimismo.

Ancora una volta, cioè, ci si aggrappava ad una distinzione puramente scolastica, inesistente nella realtà. La domanda di consumi era già falcidiata dallo sgonfiamento disordinato della domanda di case e di beni e servizi connessi con il mercato edilizio e dalle insolvenze di molti fondi. A questo primo taglio della domanda si è aggiunto quello proveniente dai ribassi delle Borse (particolarmente importante nei paesi dove l'investimento del risparmio in valori mobiliari rappresenta un fenomeno di massa).

Infine i primi licenziamenti e le mancate nuove assunzioni nel mercato del lavoro, che hanno accentuato le aspettative negative di ulteriori tagli nella formazione del reddito e quindi un crescente trend a monetizzare il risparmio.

Tutti questi fenomeni strettamente connessi tra loro hanno rotto le briglie con sorprendente rapidità, specie nei paesi dove la flessibilità del lavoro è pressoché totale. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: languono gli investimenti edilizi, i consumi indietreggiano, la liquidità sul mercato è in diminuzione, aumentano le insolvenze, le banche non si fidano delle altre banche, i tassi overnight (a brevissimo termine) sono rincarati di almeno 40 punti-base, i prestiti interbancari a tre mesi di 70 punti base.

Le Banche centrali in Usa e in Europa hanno per fortuna seguito una linea comune iniettando liquidità con ampie operazioni. Ampie, ma con velocissimi rientri. Molti osservatori ed esperti (?) continuano a commettere l'errore di sommare le varie immissioni di liquidità arrivando a totali di centinaia di miliardi di dollari e di euro. Totali inesistenti quando si parla di prestiti tra Banche centrali e banche ordinarie della durata di 24-48 ore, salvo quelli trimestrali che hanno infatti tassi molto più alti e rappresentano una massa assai minore delle operazioni complessive.

L'immissione di liquidità, indispensabile per costruire attorno ai sistemi bancari internazionali una rete di relativa sicurezza, ha tuttavia scarsi effetti su una crisi che si protrae coinvolgendo i cosiddetti "fondamentali". Scarsi effetti poiché le aspettative negative degli operatori e dei risparmiatori si stanno orientando verso la monetizzazione. Vengono cioè chiuse le posizioni rischiose e vengono aperte posizioni in impieghi liquidi. Un tempo si mettevano i risparmi "sotto il materasso"; oggi si collocano in fondi "monetari", in titoli pubblici, in obbligazioni di massima garanzia e di tipo assicurativo, di immediata negoziabilità.

Movimenti di questa natura hanno l'effetto di far sparire il capitale di rischio dal mercato facendo dimagrire fortemente i flussi di finanziamento alle imprese. Non è la liquidità che manca, ma gira su se stessa senza sbocco come una trottola impazzita. Gira da un fondo all'altro, da una banca all'altra, dalle Banche centrali agli istituti di credito ordinari, appunto come una trottola che si avvita su se stessa. Nessun imprenditore oggi sarebbe in grado di lanciare tra il pubblico un aumento di capitale della sua impresa o un'Opa. Le fusioni tra imprese restano possibili solo attraverso scambio reciproco di titoli. I take over sono diventati rari. Quanto al "nanismo" delle aziende - fenomeno particolarmente diffuso in Italia - tentare di spingerlo verso dimensioni aziendali più ampie e ottimali è diventata nelle attuali condizioni del mercato e delle aspettative un'impresa impossibile.
Questo, dopo un mese e mezzo dall'inizio della crisi, è lo stato dei fatti. Scrivemmo ai primi d'agosto che il solo paragone possibile era con la crisi del '29. Gli esperti (?) dissero di no, che il paragone era sbagliato. Ma sono loro che continuano a sbagliare. La crisi del '29 - che trasse origine anch'essa dallo sgonfiarsi improvviso d'una bolla immobiliare e borsistica - creò un blocco degli investimenti, un'insolvenza diffusa, il crollo dell'occupazione, del reddito e dei consumi.
Naturalmente in situazioni diverse: c'era guerra tra le Banche centrali, guerra tra le monete, erraticità dei cambi. Oggi siamo meglio attrezzati da questo punto di vista ma la natura del sisma è assolutamente identica. Se poi si decide di non nominare il '29 per non spaventare la gente, è un altro discorso; e se si decide questo tipo di autocensura per non risvegliare il ricordo dei rimedi proposti allora da Keynes e praticati da Roosevelt, è un altro discorso ancora. Discorsi ipocriti che producono solo chiacchiere senza formulare alcuna valida diagnosi e terapia.

* * *

Il tema della crisi immobiliare-finanziaria ci riporta a questo punto in patria per esaminare la congruità della manovra di politica economica che il nostro governo sta elaborando, delle varianti sostenute dalla sinistra radicale, dell'opposizione a tutto campo preannunciata dal centrodestra e dalla martellante campagna di Montezemolo sull'abbattimento delle imposte che gravano sull'industria italiana.

Sembrerebbe che vi siano dissensi anche in campo riformista. Si dice che la manovra ammonterà a 14 miliardi a costo zero: ogni spesa in più dovrà essere finanziata con risorse proveniente da tagli di altri spese. La pressione fiscale non dovrà aumentare, quindi niente inasprimenti e niente nuove tasse. Le maggiori entrate già in cassa o in corso di entrarvi serviranno a finanziare provvedimenti già decisi come il bonus di 300 euro a 3 milioni di pensionati che stanno sotto ai 500 euro al mese e l'accordo con i pubblici dipendenti per quanto riguarda il contratto firmato in luglio e scaduto nel 2006. Ma ci sarà anche un ribasso dell'Ici con modalità allo studio. A ciò si aggiunga il taglio di 3 punti di cuneo fiscale per complessivi 4 miliardi e mezzo, già operativo, il cui finanziamento fa parte della legge finanziaria 2007.
Questi provvedimenti, pur apprezzabili e apprezzati dalla sinistra radicale da un lato e da Montezemolo dall'altro, sono giudicati insufficienti. La sinistra radicale vorrebbe emendare l'accordo sulle pensioni, propone altri sgravi sui redditi bassi e sui salari dei lavoratori dipendenti. La Confindustria chiede un taglio drastico di almeno 5 punti sulle imposte che gravano sull'industria, pronta a scambiarlo con l'abolizione degli incentivi alle imprese tuttora vigenti.
L'opposizione dice di no a tutto senza finora proporre nulla. Ma Tremonti sta studiando...

* * *

Padoa-Schioppa vuole trasferire una parte della spesa improduttiva agli investimenti più carenti: infrastrutture, scuola, ricerca, sanità, sicurezza. Ha preparato un "libro verde" che segnala una serie di vistose distorsioni. Vuole cominciare a dare qualche concreta prova di questo risanamento qualitativo mai sperimentato da alcuno negli ultimi vent'anni. È invece contrario a riduzioni immediate di imposte. Lo scambio proposto da Montezemolo non si effettuerebbe a costo zero perché l'abolizione degli incentivi coprirebbe a stento un terzo della somma necessaria per ridurre di 5 punti le imposte sulle imprese. Veltroni dal canto suo vorrebbe uno sforzo in più, ma Padoa-Schioppa non vede da dove prendere i soldi necessari. Se verranno fuori qualche cosa si farà, altrimenti si rinvierà ai prossimi esercizi. Prodi ci spera ma non abbandona il suo ministro del Tesoro.

In proposito ecco quattro riflessioni su questi controversi temi:

1. Bisognerebbe sempre premettere, quando si fanno confronti con altri Paesi, che il nostro bilancio è gravato da un debito pubblico che pesa per 70 miliardi all'anno. Non c'è Paese al mondo con un debito e un onere di queste proporzioni. Sinistra radicale e Confindustria si dimenticano sempre questo non piccolo dettaglio. Un debito che fu fatto durante il decennio degli anni Ottanta dalla Dc con l'attivo concorso di socialisti, comunisti e partiti laici minori.

2. Le imprese hanno ottenuto un taglio di 3 punti dell'Irap, già in corso di realizzazione, per un complessivo ammontare di 4 miliardi e mezzo. In Germania la Merkel ha fatto molto di più ma il debito pubblico tedesco è meno della metà del nostro.

3. La sinistra radicale sorvola sia sul debito sia sull'aumento delle pensioni minime per 3 milioni di pensionati sia sull'abolizione dello scalone sui pensionandi con un costo di 10 miliardi per il bilancio dello Stato. (Rossanda vuole sapere se il bilancio delle gestione contributiva dell'Inps sia in pareggio. Lo è, ma va in largo passivo con le uscite di tipo assistenziale. Se quelle uscite vengono tolte all'Inps bisognerebbe pagarle con altre tasse o abolire i servizi. Rossanda ha suggerimenti in materia?).

4. Padoa-Schioppa ha stabilito che il rapporto deficit/Pil vada mantenuto al 2.2 per cento nel 2008 come da impegni assunti a Bruxelles dal governo Berlusconi e confermati da quello attuale. Il proposito del ministro del Tesoro è encomiabile ma quando quell'impegno fu preso la crisi finanziaria mondiale non era scoppiata e le previsioni sul Pil erano migliori di quelle di oggi. Se i governi debbono sostenere la domanda globale con un'azione che compenserà gli effetti recessivi della crisi, credo che il rapporto deficit/Pil potrebbe essere portato fino al 2.5 senza danno e anzi con vantaggio. Del resto anche la Bce s'era impegnata ad innalzare i tassi di interesse a settembre ma ha cambiato politica, quindi potrebbe cambiarla su un punto abbastanza marginale anche il governo italiano.

La conseguenza sarebbe un aumento del fabbisogno che si potrebbe però compensare con tagli di spese maggiori del previsto e/o con alienazioni di patrimonio pubblico prefinanziate dal sistema bancario. In totale si tratta di uno scostamento di 5 miliardi di euro, che non è la fine del mondo.

Nell'eventualità che quest'ipotesi sia percorsa e percorribile si pone il problema di come usare quella cifra. Forse in parte per ridurre ancora Irap e Ires. Un'altra parte per sostenere i redditi degli incapienti, dei giovani e delle famiglie.

Vorrei anche far notare che negli undici anni dal '95 al 2006 le imposte riscosse dal fisco sono aumentate del 12 per cento in termini reali; nello stesso periodo il Pil è aumentato del 20 per cento e le imposte riscosse dagli enti locali sono aumentate del 111 per cento. E' vero che alcuni trasferimenti dal centro alla periferia sono stati ridotti o cancellati, ma non in quelle dimensioni. Non è questione da poco quella di tirare la briglia alla finanza locale. Una buona parte della pressione fiscale e del debito pubblico viene proprio da lì.

Post Scriptum. Molti emeriti collaboratori del Corriere della Sera si susseguono a recensire il libretto di fresca pubblicazione scritto da altri collaboratori di quel giornale (nel caso specifico Giavazzi e Alesina) con il titolo "Il liberismo è di sinistra". Pare, stando ai recensori, che sarà il libro più importante di questa stagione editoriale con robusti effetti anche sul dibattito politico e sulle decisioni del governo.
Avendolo letto anch'io per ragioni d'ufficio, non vi ho trovato granché da discutere. Mi è sembrato un tessuto di domandine retoriche che, per come sono formulate, contengono già le risposte. È di destra o di sinistra liberalizzare i mercati? È di destra o di sinistra favorire i figli anziché i padri e i nonni? È di destra o di sinistra assicurare la legalità? Far funzionare meglio e con minori costi la sanità, la giustizia, le infrastrutture?

Siamo ai dibattiti che satiricamente si tenevano nel salotto di Arbore nella trasmissione Quelli della notte. Ebbene non è né di destra né di sinistra risolvere questi problemi che rappresentano le condizioni per un funzionamento normale della società. In Italia vige un sistema corporativo. Da quando? Da sempre. Perché? A questo bisognerebbe rispondere. Noi ci abbiamo provato più volte.

Il libro di Alesina-Giavazzi considera il mercato come uno strumento al quale bisognerebbe rimettere la soluzione dei problemi. Ma i due economisti non ignorano - visto che insegnano una disciplina che si chiama Economia Politica - che il mercato fornisce risposte in presenza di una data distribuzione della ricchezza. Se quella distribuzione fosse diversa anche le risposte del mercato lo sarebbero.

Luigi Einaudi ipotizzò teoricamente una società nella quale gran parte della ricchezza accumulata e trasmessa per eredità fosse redistribuita ad ogni generazione. Tutta la struttura dei prezzi e l'allocazione delle risorse ne sarebbe risultata rivoluzionata. Quindi ragionare sul mercato e affidarsi ad esso come fosse uno strumento neutrale è un'assoluta sciocchezza.

Infine gli autori del libro si domandano perché i governi non operino per favorire i consumatori anziché le lobby che rappresentano i produttori. C'è ovviamente del vero in quella domanda, ma non va ignorato che non esiste un consumatore allo stato puro che non sia allo stesso tempo anche un produttore; con una mano consuma e con l'altra lavora per procurarsi il reddito destinato a farlo vivere. Sicché i provvedimenti che favoriscono alcuni consumi sono accolti con favore dagli utenti o consumatori di quei beni e di quei servizi, ma non da chi li offre sul mercato. Tutti gli altri poi sono indifferenti.
Micro esempio: le licenze dei tassisti e le tariffe dei taxi. Gli utenti dei taxi sono lieti di provvedimenti che liberalizzano quel mercato. I tassisti invece sono furibondi. Le persone che dispongono di automobile e autista se ne infischiano. La massa dei poco abbienti va a piedi o con i mezzi pubblici e anch'essa se ne infischia. Così più o meno avviene in tutti i settori e questa è la vera ragione per cui non esiste un partito dei consumatori in nessun Paese dell'Occidente.
Può dispiacere. A me personalmente dispiace. Ma con i dati di fatto è inutile polemizzare. Per dire che il liberismo ha pochi fautori perché parte da premesse del tutto irreali. Quanto al liberalismo, quella è un'altra cosa.

(9 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI... L'invasione barbarica di Grillo
Inserito da: Admin - Settembre 12, 2007, 06:56:15 pm
CRONACA

IL COMMENTO

L'invasione barbarica di Grillo

di EUGENIO SCALFARI


HO VOLUTO aspettare qualche giorno prima di scrivere su Beppe Grillo e sul "grillismo". Ho letto le cronache, i commenti, le domande e le risposte. Ed ho riflettuto e ricordato. Infatti il fenomeno della piazza Maggiore di Bologna non è affatto una novità. In Italia c'è una lunga tradizione di "tribuni" e capi-popolo, un germe che ha messo radici da secoli e che rimane una latenza costante nell'"humus" anarcoide e individualista della nostra gente.

Quel filone - per fortuna - è mescolato con molti altri elementi: la nostra è una gente laboriosa, paziente, capace di adattamenti impensabili, generosa. Ad una cosa non si è mai adattata: a pensare e a comportarsi come partecipe d'una comunità, d'una struttura sociale con leggi e regole da rispettare anche quando sembrano danneggiare il proprio particolare interesse.

L'anarco-individualismo è un virus che corre sotto traccia ma spesso emerge ed esplode in superficie. I suoi avversari sono inevitabilmente sempre gli stessi: il potere costituito e il potere immaginato, quelli che fanno le leggi e quelli che le propongono e le attuano. L'anarco-sindacalismo è per definizione il nemico dell'autorità. Può rappresentare una necessaria valvola di sfogo quando provoca l'insorgenza contro regimi autoritari e dittatoriali (ma avviene di rado); ma diventa anacronistico in regimi di diffusa democrazia dove esistono forme di opposizione e di denuncia più efficaci e molto più civili di quella di radunarsi o marciare dietro cartelli con su scritto "Vaffanculo".

Non sono affatto d'accordo su quanti dicono che il "Vaffa-day" è solo un dettaglio folcloristico dovuto alla dimensione comica del primo attore. La forma - specie nella vita pubblica - è sostanza e chi inneggia al "Vaffanculo" partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e inselvaggita attualità.

* * *

È vero che la classe dirigente nella sua interezza ha reso plausibili anche le critiche più radicali. Soprattutto quella di non aver fornito alla società un esempio e un punto di riferimento capace di orientare il pubblico verso la ricerca del bene comune e della felicità propria e altrui.

Ho letto il commento di Fausto Bertinotti al raduno dei "grillisti" e ai tavoli per la raccolta della firme sotto la proposta di legge sponsorizzata da Grillo. Bertinotti ha sempre privilegiato la società rispetto alle istituzioni, la piazza rispetto al governo. Ma tenendo fisso il criterio dell'insostituibilità dei partiti, che lui vede come laboratori ideologici specializzati nella cultura dell'ossimoro. Che però volesse cavalcare il "grillismo" - sia pure con tutti i distinguo - questa è un'assoluta novità. Bertinotti esalta "l'esistente" affermando che è inutile polemizzare con esso. Fossero vivi i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi, avrebbero di che rispondergli su questo delicatissimo argomento.

All'entusiasmo "grillista" di Di Pietro non c'è invece da far caso. L'ex sostituto procuratore di Milano confonde - e non è la prima volta - Mani pulite con il giustizialismo di piazza e non si accorge che così facendo fa un pessimo servizio alla lotta che il Tribunale di Milano impegnò nel '92 contro la pubblica corruttela e contro i corruttori, i concussori, i corrotti che erano diventati da singoli casi giudiziari reati di massa pervadendo e deformando l'intero sistema degli appalti e insidiando le basi stesse della democrazia.

Ma Di Pietro, si sa, non va per il sottile. Non c'è andato neppure nella scelta dei candidati del suo partito, come purtroppo si è visto. Cerca sgabelli sui quali salire. Ma Grillo - questo è certo - non è sgabello se non di se stesso, come mezzo secolo fa capitò a Guglielmo Giannini: quando il suo "Uomo qualunque" mandò in Parlamento trenta deputati furono in molti a tentar di mettervi le mani sopra, la Dc, i liberali, i monarchici. Non ci riuscirono e ben presto tutto si ruppe in tanti pezzetti.

* * *

Movimenti d'opinione di natura antipolitica, come quello di cui stiamo discutendo, e rompono dal seno della società e poi declinano rapidamente. La politica non è un'invenzione di qualche mente corrotta o malata, ma una categoria della vita associata. Il governo della "polis", cioè della città, cioè dello Stato. L'antipolitica pretende di abbattere la divisione tra governo e governati instaurando il governo assembleare. L'"agorà". La piazza. L'equivalente del blog di Internet. Infatti la vera novità del "grillismo" è l'uso della Rete per scopi di appuntamento politico (o antipolitico).

Ma nella Rete si vede più che mai il carattere personalizzato dell'"agorà"; di ogni "agorà". Da quella di Cola di Rienzo a quella di Masaniello, da quella di Savonarola a quella di Camillo Desmoulins. Il blog ha infatti un'intestazione ed è l'intestatario che indica la via, che formula gli slogan, che produce gli spot. E' lui insomma il padrone di casa che guida e domina l'assemblea.

In realtà il governo assembleare è sempre stato una tappa, l'anticamera delle dittature. La storia ne fornisce una serie infinita di conferme senza eccezione alcuna. Proprio per questo quando vedo prender corpo un movimento del tipo del "grillismo" mi viene la pelle d'oca; ci vedo dietro l'ombra del "law & order" nei suoi aspetti più ripugnanti; ci vedo dietro la dittatura.

Non inganni lo slogan "né di destra né di sinistra". Si tratta infatti di uno slogan della peggiore destra, quella populista, demagogica, qualunquista che cerca un capo in grado di de-responsabilizzarla.

Il più vivo desiderio delle masse, cioè dell'individuo ridotto a folla e a massa, è di essere de-responsabilizzato. Vuole questo. Vuole pensare e prendersi cura della propria felicità delegando ad altri il compito di pensare e decidere per tutti. Delega in bianco, semmai con una scadenza. Ma le scadenze, si sa, sono scritte con inchiostri molto leggeri che si cancellano in breve tempo. Il potere, una volta conquistato, ha mille modi per perpetuarsi.

L'antipolitica è sempre servita a questo: piazza pulita per il futuro dittatore. Che non sarà certo uno come Grillo. Il dittatore quelli come Grillo li premiano e poi li mettono in galera. E' sempre andata così.

* * *

Spero che molti abbiano letto il discorso pronunciato da David Grossman all'apertura del Festival della letteratura a Berlino, che Repubblica ha pubblicato nel numero di mercoledì 5 settembre. E' un testo di grande significato e di grande stile e mi permetto di raccomandarne la lettura ed anche la rilettura perché merita d'esser meditato e possibilmente trasformato in propria sostanza.

Mi spiace rimescolare l'alta prosa di Grossman a questioni tanto più mediocri e volgari come il raduno dei sostenitori di "Vaffa". Ma quel pensiero e il testo che lo contiene toccano tra le tante altre cose anche il tema della riduzione dell'individuo a massa, lo schiacciamento dell'individuo, il suo divenire succube di slogan inventati per imporli a lui che inconsapevolmente li adotta e se ne compiace.

Quel tema è l'aspetto drammatico della civiltà di massa, della società di massa e dei "mass media" che ne diffondono l'immagine sovrapponendola all'immagine individuale. Un aspetto al quale è difficilissimo sottrarsi perché ci invade e ci pervade quasi in ogni istante della nostra esistenza. La modernità porta con sé questo virus micidiale: la riduzione dell'individuo a massa, materiale malleabile e plasmabile, materia per mani forti e dure. La massa riporta gli adulti all'infanzia e alla sua plasmabilità. Alla sua manipolazione. Questo - in mezzo a molte virtù innovative - è il delitto della modernità, il virus dal quale bisogna guardarsi e contro il quale bisogna mobilitare tutti gli anticorpi di cui disponiamo.

Ma ascoltiamo Grossman.

"Ci fa comodo, quando si parla di responsabilità personale, far parte d'una massa indistinta, priva di volto, d'identità e all'apparenza libera da oneri e colpe. Probabilmente è questa la grande domanda che l'uomo moderno deve porsi: in quale situazione, in quale momento io divento massa?"

"Ci sono definizioni diverse per il processo con il quale un individuo si confonde nella massa o accetta di consegnarle parti di sé. Io ho l'impressione che ci trasformiamo in massa nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri".

"I valori e gli orizzonti del nostro mondo e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo "mass media". Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Ci rendiamo conto che gran parte di essi trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trasformando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un'atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce rendendo "kitsch" tutto ciò che tocchiamo: le guerre, la morte, l'amore, l'intimità. In molti modi, palesi o nascosti, liberano l'individuo da ciò di cui lui è ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni ed omissioni. E' questo il messaggio dei "mass media": un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni ad essere significative ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo "zapping"".

Mi perdonerete, cari lettori, la citazione forse è troppo lunga, ma questo brano del discorso di Grossman è così attuale al nostro tema che credo ne sia l'indispensabile compimento. Egli inoltre addossa una parte rilevante di quanto accade nello schiacciamento dell'individuo sulla massa ai mezzi di comunicazione, al loro funzionamento che ormai ha preso la mano a quasi tutti quelli che operano in quel settore, al "sistema" che tutti insieme hanno costituito, dove la moneta cattiva scaccia la buona e la concorrenza paradossalmente funziona più per peggiorare il prodotto che per migliorarlo.

Chi che come me ha dedicato una parte della vita ai giornali ed ha vissuto da giornalista tra i giornalisti conosce bene questa realtà ed anche l'estrema difficoltà di sottrarvisi. Eppure è uno sforzo che a questo punto occorre fare. Ne verrebbe un forte miglioramento alla qualità della vita pubblica, una vera e non fittizia attenzione alla moralità e anche la gratificazione d'aver innovato un modo di comunicare in direzione contraria ai "Vaffa" che ormai ci serrano da ogni parte trasformando il linguaggio in un dialetto da taverna.

* * *

Mi resta ancora da esaminare i tre quesiti proposti ai tavoli delle firme da Beppe Grillo. Molti che hanno firmato distinguono infatti la firma di quei quesiti dall'adesione al "grillismo".

La distinzione è assolutamente legittima: si può firmare anche valutando il movimento dei "Vaffa" per ciò che è. Ma esaminiamoli nella sostanza quei tre quesiti.

Il primo stabilisce che tutti i cittadini che concorrono a cariche elettive debbano essere scelti attraverso elezioni primarie preliminari. Questo principio mi sembra meritevole di essere accolto. Il Partito democratico, tanto per dire, ha deciso di farlo proprio. Tutto sta a come saranno organizzate queste primarie. Grillo per esempio ha definito una "mascalzonata" l'esclusione di Pannella e di Di Pietro dalle candidature per la leadership del Pd, ignorando che entrambi fanno parte di altri partiti e anzi li guidano e non hanno accettato di abbandonarli all'atto della candidatura. Come se un nostro condomino, invocando questa qualifica, pretendesse di decidere assieme a noi e ai nostri figli questioni strettamente familiari. Dov'è la logica?

Il secondo quesito vieta ai membri del Parlamento di farne parte per più di due legislature. Questo divieto è una pura sciocchezza. Ci obbligherebbe a rinunciare ad esperienze talvolta preziose. Forse anche a molti vizi acquisiti durante l'esercizio del mandato. Ma quei vizi non possono essere presupposti e affidati all'automatismo di una norma. Spetta agli elettori discernere tra vizi e virtù e decidere del loro voto. Per di più una norma automatica del genere sarebbe incostituzionale perché priverebbe l'elettore di una sua essenziale facoltà che è quella di poter votare per chi gli pare. Che cosa sarebbe successo per esempio se nei primi anni Cinquanta fosse stato impedito agli elettori democristiani di votare una terza volta per De Gasperi, a quelli comunisti per Togliatti, ai socialisti per Nenni e ai repubblicani per Pacciardi o La Malfa?

Il terzo quesito - impedire ai condannati fin dal primo grado di giurisdizione di far parte del Parlamento - sembra a prima vista ineccepibile. Per tutti i reati? E fin dal primo grado di giurisdizione? La presunzione d'innocenza è un principio sancito dalla nostra Costituzione; per modificarlo ci vuole una legge costituzionale, non basta una legge ordinaria. I reati d'opinione andrebbero sanzionati come gli altri? Quando Gramsci, Pertini, Saragat, Pajetta, furono arrestati io credo che gli elettori di quei partiti li avrebbero votati e mandati in Parlamento se un Parlamento elettivo fosse ancora esistito e se quei partiti non fossero stati sciolti d'imperio. Personalmente ho fatto un'esperienza in qualche modo consimile: entrai alla Camera dei deputati nel 1968 sull'onda dello scandalo Sifar-De Lorenzo nonostante o proprio perché ero stato condannato in primo grado dal tribunale di Roma. Lo ricordo perché è un piccolissimo esempio di una proposta aberrante.

Questioni complesse - ha scritto il Grossman sopracitato - quando sono semplificate sopprimono la responsabilità personale dell'individuo e ottundono le sue capacità critiche. Ma è proprio a quelle capacità che è affidato il nostro futuro.

(12 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI... Il popolo che cerca il giudizio universale
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2007, 12:24:25 pm
CRONACA

IL COMMENTO

Il popolo che cerca il giudizio universale

di EUGENIO SCALFARI


DICONO che Prodi, a chi gli faceva osservare con disappunto che il consenso attorno al suo governo non dava alcun segno di ripresa nonostante il discreto andamento dell'economia e alcuni provvedimenti del governo senz'altro positivi, avrebbe risposto: "Non ti preoccupare. Già la Finanziaria del 2007 comincia ad esser giudicata in modo più favorevole dei mesi scorsi. Abbiamo ancora quattro anni di tempo. Alla fine della legislatura la maggioranza degli italiani darà un giudizio favorevole sul nostro operato".

Può darsi che Prodi abbia ragione e che le cose andranno così. Come cittadino e anche come giornalista che ha sempre riconosciuto al presidente del Consiglio una tenacia a prova di bomba, me lo auguro. Però non sono d'accordo. Per due ragioni. La prima è che l'attuale consenso riscosso dal governo è tecnicamente troppo basso, come un aereo che è sceso talmente verso terra da correre ad ogni attimo il pericolo di avvitarsi su se stesso rendendo inutile e anzi impossibile ogni tentativo di recuperare la linea di volo.

Ma la seconda ragione è ancora più decisiva della prima: cresce la quantità di cittadini che rifiutano in blocco questa classe politica.

Che questo atteggiamento si possa definire antipolitico (come personalmente ritengo) oppure politico al massimo grado perché non è frutto di indifferenza ma di partecipazione attiva e combattiva (come sostengono rabbiosamente tutti quelli che hanno risposto all'appello del "Vaffa-day") è questione opinabile, ma non cambia la sostanza nelle cose. C'è un crescente rifiuto di "questa" politica di "questi" partiti, di "questi" uomini politici.

Tutti, nessuno escluso. Loro e tutto il mondo che - secondo le persone che condividono quello stato d'animo - ruota intorno a loro.

Rifiuto totale. Su tutti i piani e a tutti i livelli: le tasse, la sicurezza, la legalità, le disuguaglianze, la libertà. Pollice verso su tutto. Se ne devono andare.

Dopo il mio articolo su Grillo ho ricevuto 57 lettere tutte dello stesso tenore. Alcune, non tutte ma parecchie, scagliano il loro "Vaffa" declinato nella versione completa contro di me e la riga sotto concludono con un "cordiali saluti" in omaggio alla buona educazione d'un tempo.

Argomenti? Pochi. Uno in realtà ed è quello già citato: dovete andarvene, si deve ricominciare da zero, la nuova "agorà" sarà la rete, il metodo della democrazia rappresentativa non rappresenta nessuno, la forma non è sostanza ma pura e semplice ipocrisia, l'Italia non è quella che vedete dai vostri salotti ma quella di chi lavora e non guadagna abbastanza da poter campare.

Insomma tutto il male da una parte e tutto il bene dall'altra, le menzogne da una parte e la verità dall'altra, l'illegalità di qua e la legalità - quella autentica - di là. Questo è il modo di pensare di molti ed è in crescita.

Dubito molto che un taglio dell'Ici o dell'Ires o dell'Irpef possa modificare la situazione anche se bisogna continuare a lavorare come se si vivesse mille anni, guardando al domani e non solo all'oggi.

Dubito che serva spiegare e spiegarsi. Quando il pollice della folla è rivolto all'ingiù ci vogliono colpi di scena per fargli cambiare posizione. Ci vogliono emozioni che capovolgano emozioni di segno opposto. Questa équipe politica tutto può fare salvo che suscitare emozioni in proprio favore.

Per queste ragioni credo che sia molto difficile riportare l'aereo governativo a livello di crociera anche perché pochissimi del personale navigante mostrano di aver capito quello che sta accadendo.

E' probabile che tra sei mesi o tra un anno la gente sia stufa di esibire il pollice verso. Questo genere di ventate passa presto ma dietro di sé lascia un terreno devastato.

Il mitico Sessantotto insegna. Dopo arrivarono gli anni di piombo, l'indifferenza, il richiamo all'ordine. Una parte dei sessantottini di allora rientrò nel mondo della realtà concreta di tutti i giorni; altri finirono nella clandestinità, nel sangue e in galera; altri ancora fecero carriera nei percorsi che avevano vilipeso e desacralizzato.

Di solito va così. Ma qui non siamo in una situazione che consenta lunghe attese. Il tempo passa presto, come dice la canzone. Il distacco tra la città della politica e i sentimenti delle persone è diventato difficile da colmare.

Veltroni ci sta provando ma anche per lui le difficoltà aumentano.

Dicevo che ci vorrebbe un colpo di scena, un segnale preciso che inverta il "trend". Per esempio il taglio del numero dei ministri e dei sottosegretari.

Non annunciarlo ma farlo. La politica degli annunci è deleteria.

L'operazione del taglio dei ministri è difficilissima, come voler prendere il miele da un alveare mentre le api sono tutte nelle loro cellette e non hanno alcuna intenzione di volar via. Ma, se fatta con saggia incisività, sarebbe un colpo di scena coi fiocchi. Scommetto che non si farà. Quand'anche il presidente del Consiglio si convincesse alla bontà dell'operazione, non avrebbe i poteri per imporla.

Avrebbe bisogno che tutti i ministri e i partiti che sono dietro di loro fossero d'accordo; che ciascuno gli affidasse la sua lettera di dimissioni e si rimettesse alle sue decisioni. Ma saremmo nel mondo dei sogni e non ci siamo.

* * *

Il sondaggio fatto pochi giorni fa da Ilvo Diamanti dice che dei 300 mila cittadini che hanno firmato la proposta di legge Grillo il 58 per cento ha opinioni di sinistra e centrosinistra. Solo il 30 per cento si dichiara di centrodestra. Si sapeva che la sinistra è più sensibile della destra a queste sollecitazioni ma le percentuali sono assai eloquenti.

Una sinistra militante ha dentro di sé il mito della politica, l'ideale della politica. Della politica "alta".
Della politica nobile. Della politica delle mani pulite. Se la presa del potere si impelaga nel lavoro sporco la sinistra militante si sente tradita.

La legalità è tradita.

Gli ideali sono traditi. La rivoluzione è tradita. La palingenesi è tradita.

Anche la destra estrema coltiva questo tipo di mitologia e il tradimento contro di essa: la guerra tradita, la vittoria tradita, la nazione tradita.

La reazione a questi supposti tradimenti è il rifiuto di tutto l'esistente e la sua sostituzione con un nuovo esistente virtuale.

Il riformismo non funziona in questo modo; si accontenta di un passo per volta. Purché non sia un passetto, ma un passo deciso. Uno per volta va bene, ma che incida e lasci una traccia. Se non è un passo ma solo un passetto anche il riformismo militante entra in crisi. I compromessi saltano, le ambizioni individuali prendono il sopravvento, la compattezza degli intenti si disgrega, lo specchio del bene comune si rompe.

Solo il 30 per cento del centrodestra è sensibile agli appelli di Grillo, perché il centrodestra il suo Grillo ce l'ha già e se lo tiene ben stretto. Si chiama Silvio Berlusconi, che da 15 anni fa politica in nome dell'antipolitica, che guida il più grosso partito italiano in nome della lotta ai partiti, che di battute ce ne ha una più di Grillo. Le fa perfino su stesso e ci si ride addosso contagiando quel riso a tutti i suoi fedeli. Lui è ben contento che ci sia Grillo che il danno lo fa a sinistra. A lui, a Berlusconi, i "Vaffa" gli rimbalzano. Colpiscono i suoi nemici, non lui.

La sinistra radicale forse non lo prevedeva, ma buona parte dei seguaci del "Vaffa" provengono proprio dalle sue fila.

E perfino dalla Lega. Dai Ds. Da tutti quelli che si sentono traditi. Si sentono offesi. Si sentono feriti. Li volete riconquistare con le detrazioni fiscali? Col poliziotto di quartiere? Con la confisca dei patrimoni mafiosi? Con la lotta alla prostituzione stradale? Con il recupero dei parametri di Maastricht? Ma via! Vogliono ben altro. Vogliono un giudizio universale. Una purificazione collettiva. Il regno dei giusti dopo le devastazioni dell'apocalisse che punisca i corrotti e i malvagi.

Attenzione: non è la rabbia degli esclusi e degli ultimi. Non è la protesta dei mendicanti di Brecht nell'"Opera da tre soldi". I protestatari non sono né esclusi né tantomeno ultimi. Ma non si sentono riconosciuti. Si sentono impoveriti nel portafoglio e negli ideali e questa è una miscela esplosiva.

* * *

Leggerete in queste stesse pagine gli esiti del sondaggio effettuato nei giorni scorsi sulle intenzioni di voto, confrontati con quelli del giugno scorso e con i dati delle elezioni 2006. Essi registrano una situazione drammatica per il centrosinistra rispetto ai risultati di un anno fa e un leggero recupero nel confronto col giugno scorso. Quanto al Partito democratico, migliora di un punto e mezzo rispetto a giugno ma non decolla. Non ancora. Spiccherà il volo dopo il 14 ottobre?

Intanto si moltiplicano gli appuntamenti di piazza. Alleanza nazionale in ottobre, Pezzotta e il "Family Day", Grillo anche lui in ottobre (ma ieri sera ha già fatto il suo show alla "Festa dell'Unità" di Milano), Berlusconi il 2 dicembre e vuole portarci due milioni di persone.

Senza contare il grande referendum dei lavoratori sul Welfare, decisivo anche ai fini della Finanziaria e della tenuta del governo.

Se si votasse oggi, dice il sondaggio, il 65 per cento degli interpellati dà la vittoria al centrodestra, solo il 12 al centrosinistra. Si possono certo opporre a questo sondaggio altri con esiti alquanto diversi, ma la visione comune è quella di un paese agitato, percorso da emozioni e incertezze, speranze e paure. Domina - così mi sembra - un'attesa di palingenesi con sfumature vagamente messianiche.

Quanto di peggio.

(16 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI... La prova d'orchestra di pifferi e tromboni
Inserito da: Admin - Settembre 23, 2007, 04:05:26 pm
POLITICA

COMMENTO

La prova d'orchestra di pifferi e tromboni

di EUGENIO SCALFARI


La pessima esibizione del Senato nel dibattito sulla Rai di giovedì scorso è stata in realtà una sorta di prova generale di quanto potrà avvenire nell'appuntamento parlamentare con la legge finanziaria 2008. La sessione di bilancio: così si chiama quell'appuntamento che ha inizio con la presentazione del disegno di legge al capo dello Stato e al Parlamento e si conclude tassativamente entro la fine dell'anno sgombrando in quei tre mesi ogni altra iniziativa legislativa salvo i casi di urgenza e la conversione in legge di eventuali decreti pendenti.

Una prova generale assolutamente "sui generis". Infatti - a differenza delle prove generali vere - qui non c'era un regista. Ciascuno recitava a soggetto e ciascuno aveva un soggetto proprio e mai come in questa deplorevole occasione è utilissimo riandarsi a vedere "Prova d'orchestra", uno dei più bei film di Federico Fellini, indimenticabile lezione artistica, umana, politica.

In "Prova d'orchestra" un gruppo di orchestrali che fino a quel giorno avevano lavorato insieme sotto la guida d'un celebre direttore, decidono di fare da loro. Il direttore tenta in tutti i modi di battere il tempo con la sua bacchetta e di far rispettare a ciascuno il suo ruolo e la corretta esecuzione dello spartito, ma ogni suo sforzo è vano, i violini vanno per conto loro e così i bassi, il clarinetto, l'oboe, i timpani, i tromboni. Finisce in una vera e propria rissa a colpi di archetto e di tamburo.

Ero amico di Fellini e un paio di volte andai ad intervistarlo a Cinecittà durante la lavorazione dei suoi film. Gli chiesi in una di quelle interviste quale fosse il film che gli era più caro. Ci pensò un po' e poi - tipico suo - mi rispose: "Mentre li giravo mi piacevano, dopo il montaggio rivedevo tutte le imperfezioni e ne ero scontento. E poi non li ho mai più rivisti". Tutti? gli ho chiesto. Scontento di tutti? "Tutti salvo uno: Prova d'orchestra. Ogni tanto me lo rivedo".

Suggerisco ai membri del Senato che hanno mandato in scena uno spettacolo vergognoso per inconcludenza e dimostrazione d'ignoranza dell'argomento di cui dibattevano, di comprarsi la cassetta di quel film e meditarci sopra. Ne trarrebbero certamente diletto ma soprattutto sgomento, lo specchio gli rimanderebbe infatti l'immagine che tutti noi spettatori abbiamo visto ma che le loro mediocri vanità e personali ambizioni insieme all'ossessiva contemplazione del proprio ombelico gli hanno nascosto. Se avessero un briciolo di senso di responsabilità ne sarebbero sconvolti come noi spettatori e cittadini ne siamo rimasti.
* * *
Comunque la singolare prova generale di quanto potrebbe accadere ad ottobre nel dibattito sulla Finanziaria c'è stata. E' stata commentata da Prodi in Consiglio dei ministri, da Berlusconi e da tutto il teatrino politico, come se gli attori parlamentari fossero persone diverse da quelle che il giorno seguente commentavano quanto è avvenuto. Queste dissociazioni rispetto al proprio operato sono frequenti quando la politica si avvita su se stessa dimenticando il suo alto ruolo e le sue responsabilità. Miserie, che gettano discredito su tutto incoraggiando le urla degli istrioni di ogni genere e conio.

Il disegno che emerge è chiaro e si può riassumere così:
1. Il dibattito sulla Finanziaria sarà il momento culminante della strategia della "spallata ".
2. Il governo non reggerà a causa delle interne divisioni della maggioranza e dunque imploderà, almeno in Senato dove ormai anche l'esiguo margine di vantaggio del centrosinistra è scomparso.
3. Dini ha in mente la presidenza del governo interinale che sarà inevitabile quando Prodi sarà stato sfiduciato dal Senato. Perciò troverà mille modi per votare contro e sfiancare la maggioranza, articolo dopo articolo.
4. Mastella vede con crescente preoccupazione l'avvicinamento di Dini al centrodestra, verso il quale anche lui è da tempo in movimento. Chi ci arriva prima (nella visione di questi due "statisti") meglio alloggia. Di qui i loro ambigui e ondivaghi comportamenti.
5. Di Pietro ha scoperto Grillo e ambisce a rinverdire i fasti di "Mani pulite". Il leader dell'"Italia dei valori" è affascinato dalle insorgenze in nome della "legalità". Cantavano nel nostro Risorgimento: "Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / la sua folgore gli dà". Di Pietro pensa di poter esser lui quella folgore relegando Grillo al ruolo maieutico ma non politico. Le sue preannunciate dimissioni da ministro e l'uscita dei suoi parlamentari dalla coalizione servirebbero egregiamente a consolidare la sua fama di difensore della legalità disinteressato, mettendo nelle sue mani un seguito per ora valutabile al 17 per cento che la sua leadership (secondo lui) potrebbe portare oltre il 20. Insomma un grande partito alla faccia di Veltroni che gli ha impedito di candidarsi per la guida del Partito democratico.
6. Il quale Veltroni (e Rutelli con lui) non può assistere inerte a questo sfascio dell'Unione e alle difficoltà che si ripercuotono anche sul nascituro Pd. Quindi dovrà prendere qualche iniziativa spettacolare. Ma poiché nelle condizioni attuali ogni iniziativa spettacolare rischia di accrescere la litigiosità della maggioranza, ecco che i rischi d'implosione possono venire anche dal sindaco di Roma.
Questa è la diagnosi di quelli che lavorano per la spallata. Ed ora vediamo chi sono.
Anzitutto il centrodestra al completo. Su questo punto la Casa delle cosiddette libertà è compatta da Bossi a Casini, passando anche per Tabacci. Tutti puntano sulla cacciata di Prodi. Dopodiché si dividono: Berlusconi e i suoi fedeli vorrebbero le elezioni immediate; Casini punta su un governo istituzionale che prepari la nuova legge elettorale con tutto il tempo necessario, almeno un anno, per intraprendere la creazione di un piccolo-grande centro.
Questo disegno d'altra parte è condiviso anche da forze di diversa provenienza, economiche, editoriali, culturali: cacciata di Prodi, governo istituzionale che duri almeno fino al 2009, scomposizione degli attuali schieramenti bipolari, aggregazione centrista con Udc, la parte moderata dei Ds, i cattolici di Pezzotta, le comunità di Cl e di Sant'Egidio alle ali, la Confindustria alle spalle e i grandi giornali di proprietà banco-industriale ai fianchi.

Questo disegno prevede anche, oltre alla cacciata di Prodi con disonore - la giubilazione di Berlusconi con premi e medaglie e la nascita d'una nuova leadership non centrista ma centrale. E qui il ventaglio è largo e va da Montezemolo a Draghi, a Mario Monti, e perché no a Veltroni.

Grillo ha un ruolo in questo disegno: il lavoro sporco. Deve spazzar via i disturbatori di professione, la sinistra radicale, i diessini non abbastanza flessibili, il potere della Cgil e dei sindacati in genere. Poi - come ha scritto il buon Giovanni Sartori sul "Corriere della Sera" - non servirà più. Butteremo l'acqua sporca (Grillo) ma non il bambino che in quell'acqua ha emesso i suoi primi vagiti.
* * *
Spero d'esser stato chiaro nell'esporre i vari elementi di crisi che dovrebbero produrre l'implosione del governo e della maggioranza. Elementi diversi ma tutti convergenti su quell'obiettivo.

Ci sono però alcuni elementi avversi e anch'essi vanno considerati. Uno anzitutto: affinché l'implosione si verifichi deve avvenire sulla Finanziaria, che è la regina di tutte le battaglie parlamentari. Se la Finanziaria dovesse invece passare indenne, la strategia della spallata di fatto risulterebbe sconfitta.

Provocare la crisi con la bocciatura della Finanziaria avrebbe tuttavia come conseguenza l'esercizio provvisorio, il declassamento del debito pubblico italiano sui mercati internazionali, un terremoto nei nostri rapporti con l'Unione europea, il fallimento della riforma delle pensioni e il ritorno dello "scalone", la rivolta dei sindacati, la fine della pace sociale.

Chi si prenderà una così drammatica e storica responsabilità? Mastella? Lamberto Dini? Rifondazione? Diliberto? Pecoraro Scanio? Cesare Salvi? Di Pietro? Bordon? Mandare il paese ai margini dell'Europa, azzerare i timidi accenni di crescita economica, aprire la guerra sociale? E' vero che si vedono in circolazione molti irresponsabili, ma fino a questo punto?

Il disegno suddetto si fonda anche sulla giubilazione di Berlusconi. Ma il "patron" di Fininvest e di Mediaset ha la vittoria a portata di mano. Vi pare che si farebbe mettere in soffitta proprio adesso? Vi pare che si separerebbe dalla Lega, che è carne della sua carne e costola del suo corpo? Berlusconi è certamente un uomo di pulsioni improvvise che lui stesso non riesce a controllare, ma è anche guidato da un fortissimo istinto di sopravvivenza. Sa che un governo istituzionale per lui sarebbe una soluzione a perdere. Ma sa anche che questo è l'obiettivo di gran parte dei suoi alleati. Potrebbe anche operare in modo che la spallata sulla Finanziaria sia tentata ma non abbia esito, seguendo i suggerimenti moderati di Gianni Letta e di Marcello Dell'Utri.

Infine, piaccia o non piaccia, c'è "testa di ferro", cioè Romano Prodi. Chi lo sottovaluta commette un grave errore. Chi pensa che sia svagato, distratto, sonnacchioso, bravo soltanto nel tirare a campare, sbaglia ancora di più.

Prodi ha molti difetti. Non è un principe della comunicazione (ma da Vespa andò benissimo) è sospettoso. E' rancoroso. Ma è riuscito a governare in mezzo ad un'incessante tempesta dovuta in gran parte a quella "porcata" della legge elettorale imposta dal precedente governo.

In un anno nel quale la sua popolarità è crollata al 26 per cento (ma quella di Berlusconi non supera il 32) insieme a Padoa-Schioppa, a Visco e a Bersani è riuscito a rimettere a posto i conti con l'Europa, a far emergere da zero a 2 punti l'avanzo primario, a realizzare un recupero dell'evasione di molti miliardi e un super-gettito tributario senza nessuna tassa in più.

Ha diminuito l'Irap di 5 miliardi a beneficio delle imprese e dei lavoratori. Sta per decretare il bonus per le pensioni minime e il loro aumento stabile. Nella Finanziaria semplificherà il pagamento delle imposte per le micro-aziende (sono tre milioni e mezzo) istituendo un'imposta unica senza nessun altro adempimento; abbatterà l'Ires di 5 punti stimolando la crescita come e forse più di quanto la Merkel abbia fatto per le imprese tedesche.

Per uno che è stato definito Mortadella, Valium, Prozac e - secondo l'ultima diagnosi di Grillo - Alzheimer, direi che non c'è male.

Io non sono nella sua testa e perciò non so prevedere che cosa farà nei prossimi giorni, ma di una cosa sono certo: non resterà esposto ai colpi senza reagire. Se deve implodere, sarà lui ad esplodere. Anticiperà i tempi. Andrà magari a dimettersi al Quirinale. O qualche cosa del genere. Oppure sfiderà avversari esterni o interni ponendo la fiducia sulla sua Finanziaria. Con l'appello nominale e le eventuali assenze, tutto sarà chiaro e ciascuno si assumerà le sue responsabilità. Ivi compresi noi giornali e giornalisti. Ci vuole almeno un po' di grandezza quando si affronta la bufera.

Post scriptum. Nel corso di una trasmissione televisiva (Speciale Tv 7) cui ho partecipato venerdì, andata in onda all'una di notte,) ho ascoltato gli insulti e alcune falsità indirizzatimi dalle urla del comico Giuseppe Grillo. Poiché la mia risposta non sarà stata ascoltata da molti a causa della tardissima ora, la riferisco qui di seguito.

Grillo ha detto che ho ricevuto venticinquemila "email" di protesta contro un mio articolo critico nei suoi confronti. In realtà le lettere a me indirizzate sono state in tutto - fino ad oggi - sessantanove, sette delle quali in mio favore e sessantadue contro.

Ho anche ricordato, in cortese polemica con Giovanni Sartori in studio con me insieme al direttore del Tg1 Gianni Riotta, che nel 1919 i fasci mussoliniani nacquero più o meno con un programma analogo, eccitando gli italiani ad insorgere contro la decrepita classe politica, contro i partiti esistenti, contro la monarchia costituzionale, per far vincere l'Italia dell'ordine e delle persone perbene.

Dal '19 al '23 personalità come Benedetto Croce e Luigi Albertini, che hanno dedicato la propria intelligenza e la propria vita alla difesa della libertà, appoggiarono quel movimento o perlomeno non ravvisarono i rischi cui esso sottoponeva la fragile democrazia italiana. Giudicarono che poteva essere utile per recuperare "legge e ordine". Poi Mussolini e i suoi sarebbero stati rimandati a casa con tanti ringraziamenti per il lavoro sporco che avevano effettuato.

Anche i grandi filosofi e i grandi giornalisti possono commettere gravi errori e questo fu il caso di Croce e di Albertini.

Nella trasmissione di venerdì mi sono limitato, senza proporre alcun confronto improprio, a ricordare quanto accadde 88 anni fa e gli effetti che ne derivarono per questo sempre immaturo Paese.



(23 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI... Traditi dal traduttore
Inserito da: Admin - Ottobre 20, 2007, 04:26:05 pm
IL VETRO SOFFIATO

Traditi dal traduttore
di Eugenio Scalfari


Fino a che punto i testi tradotti sono fedeli agli originali? O sono diversi a tutti gli effetti?  Ho letto con interesse e diletto la 'Bustina di Minerva' che Umberto Eco su questa stessa pagina ha dedicato la settimana scorsa ai traduttori. Un mestiere impervio e un ruolo assai poco gratificante quello di chi è chiamato a tradurre nella propria lingua testi scritti in lingua straniera e per un pubblico diverso dal nostro, con diverso apprendimento e diversa sensibilità. Si va - osserva Eco - verso un'unica lingua predominante, quindi verso una semplificazione del linguaggio resa necessaria in un'economia globale che accresce l'intensità delle comunicazioni e si serve sempre più del supporto tecnico della Rete al posto della parola scritta sulla carta.

Ma accanto a questa semplificazione è proprio l'aumento delle comunicazioni a rendere indispensabile il ruolo del traduttore: la gente continua infatti ad esprimersi nei linguaggi locali, i dialetti entrano anch'essi nell'area della traducibilità, la quale si applica ormai anche alla parola parlata oltreché a quella scritta. Di qui le traduzioni simultanee nei convegni d'ogni genere e tipo. Per districarsi dal rischio d'una Babele entra in scena il traduttore che cessa di essere un'opzione e diventa una necessità.

I traduttori si sono resi conto di questa trasformazione e hanno cominciato a porre con energia le loro rivendicazioni. Il livello medio della loro retribuzione è in aumento e così pure la valorizzazione del loro ruolo: il nome del traduttore, finora indicato quasi sempre in una nota o addirittura del tutto omesso, viene sempre più spesso collocato nella pagina d'apertura del libro o addirittura in copertina e così per gli articoli di giornale che passano la frontiera e per ogni altra operazione di trasferimento da un linguaggio all'altro. Ma resta una domanda: fino a che punto i testi tradotti rispecchiano quelli originali?
O sono invece da considerare diversi a tutti gli effetti? Il traduttore rende un servizio subalterno oppure creativo e autonomo? Fornisce una copia conforme o un originale che meriti a sua volta d'esser tradotto creando un terzo e un quarto originale fino a perdere qualunque corrispondenza con il testo dal quale partì quell'infinita schiera di prototipi?

La domanda è antica e non facilmente risolvibile. Ricordo che quando lessi e studiai per la prima volta 'l'Iliade' in seconda ginnasiale il testo a quell'epoca usato nelle scuole era la traduzione di Vincenzo Monti: "Narrami o musa del Pelide Achille l'ira funesta", con quel che segue. La mia generazione, come quella di mio padre e di mio nonno, studiò su quel testo il poema omerico sebbene fosse noto a tutti che il Monti ignorava il greco e utilizzò come originale il testo latino meritandosi l'insulto letterario di essere "il traduttor dei traduttor d'Omero". Non è che un esempio, ma la letteratura e in particolare la narrativa sono piene di traduzioni di terza o di quarta mano, frequenti in particolare per lingue poco diffuse al di là dei loro confini territoriali. Il russo, per esempio: i grandi romanzi e il grande teatro russo si diffusero nell'Ottocento in Europa per merito delle edizioni francesi dalle quali vennero poi tradotti in tutte le altre lingue del continente.

Questi procedimenti sembrano comunque più accettabili per le opere narrative. Certo lo stile è lo stile e rischia di trasformarsi o addirittura di scomparire nella traduzione, ma resta pur sempre la trama del romanzo a render più prossima la somiglianza con l'originale. È vero anche per la poesia? Molto meno. La poesia, almeno fino ai primi anni del secolo scorso, era vincolata anche a forme metriche costrittive e addirittura al rispetto della rima. Pensate alla 'Commedia' dantesca sulla quale si fondò la costruzione della lingua italiana; pensate a quelle terzine a rima alternata di undici battute per riga, versi che sembrano scolpiti più che scritti, molto più efficaci se affidati ad una voce recitante che ne scandisca la sonorità anziché letti e trasmessi silenziosamente al proprio pensiero.

A me, tutte le volte che mi è accaduto di leggere liriche italiane tradotte in altra lingua da me conosciuta o viceversa, è sembrato di leggere un'opera del tutto diversa. Spesso ridicola o grottesca rispetto all'originale, ma talvolta invece d'una intensità analoga o superiore, comunque lontana e altra.

Valgano come esempio i lirici greci nella traduzione di Quasimodo: altissima poesia italiana ma molto diversa dall'originale e, a mio avviso, d'una qualità e intensità poetica assai maggiore delle liriche del poeta Quasimodo.

Non conosco l'ebraico e tanto meno l'aramaico. So però che le traduzioni di Ceronetti del libro di Giobbe e degli altri testi sapienzali della Bibbia hanno una forza poetica imparagonabile alle altre traduzioni 'ufficiali' accreditate dalle autorità religiose. Non sono in grado di dire quali siano più fedeli ai testi originali, a loro volta passati attraverso infiniti e discordanti codici, ma non ho dubbi sulla qualità estetica e sulla forza poetica di Ceronetti. Il quale fece del suo Giobbe due diverse edizioni, peggiorando - secondo me - nella seconda i versi che aveva mirabilmente reso nella prima. Forse per aderire più fedelmente al testo ebraico a scapito dei requisiti poetici del suo italiano?

Concluderò accennando alle traduzioni simultanee di dibattiti politici o filosofici o culturali ai quali mi è capitato di partecipare. Malgrado la bravura dei traduttori, costretti a seguire in corsa i discorsi dei vari oratori, la corrispondenza tra il parlato originale e quello tradotto è enorme. Se non conosci la lingua altrui e ti metti la cuffia per ascoltarne la traduzione, ti trovi quasi sempre di fronte ad un referto pressoché incomprensibile e inutilizzabile.

Resterà celebre il caso - più volte menzionato - di alcuni discorsi di Aldo Moro in convegni internazionali, durante i quali i traduttori ad un certo punto dichiararono in cuffia che non erano in grado di seguire l'oratore perché non riuscivano a comprendere e quindi a tradurre il significato del suo dire. Questo episodio è diventato il simbolo dell'astrusa difficoltà della politica italiana, delle sue spesso inesplicabili contraddizioni e ossimori, della strutturale mancanza di trasparenza che si esprime con un linguaggio oscuro e quindi non traducibile in lingue animate da pensieri limpidi e non contraddittori.

(05 ottobre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI... Quando la posta decide chi vince
Inserito da: Admin - Ottobre 20, 2007, 06:37:40 pm
IL VETRO SOFFIATO

Quando la posta decide chi vince
di Eugenio Scalfari

Come nel poker anche nel mercato si avvantaggia chi dispone di maggiori capitali da rischiare. Determinando non solo i prezzi ma anche l'allocazione delle risorse e quindi gli investimenti  Dedicherò oggi questa pagina ai giochi d'azzardo; non alle tecniche che li disciplinano ma al loro valore simbolico e metaforico rispetto alla vita e al carattere degli individui. Personalmente non sono un giocatore, amo il rischio purché sia calcolabile e calcolato.

Di giochi ne conosco molti, dalla roulette ai dadi, dagli scacchi al 'trente et quarante', dallo 'chemin de fer' al poker. Se debbo dire quali siano quelli che più rivelano il carattere dei giocatori metterei il poker in cima alla lista, immediatamente seguito dagli scacchi. Sia nell'uno che nell'altro ci vogliono abilità, conoscenza di strategia per stancare e ingannare l'avversario, forte tenuta dei propri nervi e delle proprie reazioni. E, sia nell'uno che nell'altro, capacità di mettere in campo le 'finte'; negli scacchi le finte sono manovre che sembrano mirare ad un certo obiettivo e servono invece a ingannare l'avversario e indurlo a scoprirsi; nel poker si chiamano 'bluff', trappole per far credere di avere in mano una combinazione di carte vincente e mettere in fuga l'avversario.

Ma c'è un altro elemento che influisce fortemente sull'andamento del gioco ed è il tempo di permanenza al tavolo verde. Per spiegare meglio l'importanza del fattore tempo farò l'esempio del 'trente et quarante', che è uno dei più in uso nelle case da gioco ed anche il più gradito ai clienti della casa perché non prevede alcun apparente vantaggio per il 'banco'. Nella roulette c'è lo zero, nel 'trente et quarante' i giocatori e il banco si confrontano alla pari, salvo una sola differenza che è appunto l'elemento tempo: il banco è fisso nelle mani del gestore della casa da gioco il quale, a differenza dei giocatori, non si alza mai dal tavolo della partita. L'orario di gioco dall'apertura alla chiusura del tavolo è stabilito dal gestore il più lungamente possibile, proprio perché nel calcolo delle probabilità la continuità e la durata sono elementi decisivi sull'esito della partita.

L'ultimo ma fondamentale elemento determinante è la 'posta'. Il suo ammontare limita l'accesso alla partita. Quando non è previsto un limite e la posta è lasciata all'arbitrio dei giocatori, se ne avvantaggia chi dispone di maggiori capitali da rischiare al tavolo verde. Un pensionato con la sola risorsa del suo magro reddito si troverebbe molto sfavorito se giocasse a poker con l'erede di un Agnelli o con Marina Berlusconi.
Poi, naturalmente, c'è la fortuna e quella come sappiamo è una dea bendata. Tuttavia, secondo la mia esperienza, la fortuna è assai meno blindata e quindi assai meno casuale di quanto sembri. La fortuna premia chi sa giocare; alla lunga chi vince è il giocatore bravo che abbia tempo e disponga di adeguata ricchezza.

Spesso mi sono chiesto se il mercato, sì, quello dove s'incontrano le persone che vogliono scambiare tra loro una qualsiasi merce, abbia anch'esso alcune caratteristiche che lo facciano assomigliare ad un gioco. La mia risposta è affermativa: il mercato somiglia ad un gioco in numerosi aspetti, il più importante dei quali è la 'posta'. Chi ha più mezzi e più ricchezza accede al mercato molto più facilmente e ampiamente di chi dispone di risorse minori. I soggetti che sono al di sotto della soglia di povertà al mercato non arrivano proprio, ne sono di fatto esclusi. Quando gli economisti ci spiegano le leggi che governano il mercato e il sistema di formazione dei prezzi, usano una frase di scuola che nella maggior parte dei casi passa inosservata. La frase è questa: "Data una certa distribuzione della ricchezza...", etc. etc. Ma che cosa vuol dire quella frase buttata lì come le controindicazioni d'un medicinale stampate in corpo piccolissimo sul foglietto delle avvertenze?

Vuol dire che la distribuzione del reddito e della ricchezza è determinante nel formare il sistema dei prezzi, l'allocazione delle risorse e quindi degli investimenti. In una società con redditi fortemente diseguali i beni e i servizi richiesti sono quelli desiderati dai soggetti presenti sul mercato con maggiori mezzi; se cambiasse la distribuzione dei redditi nel senso d'una maggiore eguaglianza nel potere d'acquisto, l'intero sistema si capovolgerebbe e beni e servizi fino a quel momento poco richiesti e quindi poco offerti potrebbero invece essere domandati massicciamente provocando mutamenti radicali nell'allocazione degli investimenti. Insomma la frase "data una certa distribuzione del reddito" non è da prendere sottogamba, anzi è il centro dell'economia politica la quale, non a caso, abbina quel sostantivo a quell'aggettivo.

(19 ottobre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI... Quei dieci voti comprati e venduti
Inserito da: Admin - Ottobre 21, 2007, 10:51:22 pm
POLITICA

"Quello che Prodi chiama complottone per far cadere il governo sulla Finanziaria è compravendita di voti.

Secondo il codice penale, voto di scambio"

Quei dieci voti comprati e venduti

di EUGENIO SCALFARI

 
C'È un complottone, come sospetta Prodi, per far cadere il governo sulla Finanziaria? Io non lo chiamerei così. L'immagine del complottone evoca un gruppo di cospiratori animati da un ideale o da un interesse comune, ma nel caso nostro di ideali non ne vedo neppure l'ombra, interessi sì, ma nient'affatto comuni, anzi spesso contrapposti uno all'altro.

No, non lo chiamerei complottone; lo chiamo invece col nome giusto che rispecchia la realtà: si tratta, né più né meno, d'una compravendita di voti che nel lessico della legge penale si chiama "voto di scambio".
Di solito si verifica nelle campagne elettorali, quando un candidato si rivolge a chi dispone di voti clientelari acquistabili; l'acquirente offre una cifra e/o benefici graditi a quella clientela ed ottiene in contropartita tutti i suoi voti. Le mafie hanno sempre agito in questa ottica e così si è creata intorno alle varie famiglie mafiose quella zona grigia che ha permeato o addirittura condizionato il funzionamento delle istituzioni.

Anche le logge massoniche segrete hanno operato in questo modo: tu dai una cosa a me, io do una cosa a te, scambio di voti e di favori. Ma il caso nostro è diverso e viene praticato con minore frequenza; nel caso nostro - cioè, per esser chiari, nel caso di Silvio Berlusconi - non si tratta di voti elettorali in vendita bensì di voti di senatori che si preparano a passare da un partito ad un altro, anzi da uno schieramento ad un altro e, nella fattispecie, dalla maggioranza all'opposizione. Insomma un ribaltone in piena regola. Sì, proprio quell'operazione che tutto il centrodestra con in testa proprio Silvio Berlusconi ha demonizzato come la più diabolica operazione politica che si sia mai vista e contro la quale sono anche stati escogitati appositi deterrenti legislativi, come lo scioglimento automatico delle Camere, nel momento stesso in cui si verificasse in Parlamento un cambiamento di maggioranza.

Naturalmente è del tutto inutile accusare un uomo e una parte politica di incoerenza. Ieri il ribaltone era il diavolo, oggi diventa un obiettivo salvifico. Certo, è un'incoerenza evidente, ma la politica è il mondo dell'ossimoro, se lo scopo è la conquista del potere tutti i mezzi sono buoni e vada a quel paese anche il principio di non contraddizione.

Però è anche vero che c'è ribaltone e ribaltone. Prendiamo quello della Lega del 1994-'95, che determinò la caduta, a pochi mesi di distanza dalla vittoria elettorale, del primo governo Berlusconi e la nascita del governo Dini. In quel caso la Lega, dopo una convivenza agitata con Alleanza nazionale e dopo avere mandato invano segnali di crescente malcontento, decise di uscire dal governo determinandone la caduta.

Fu un ribaltone? Certamente sì. Una compravendita di voti? Certamente no. La Lega aveva obiettivi politici di federalismo molto spinto che cozzavano con il nazionalismo missino del Fini di allora. La mediazione di Berlusconi tra le due opposte sponde a lui alleate non fu efficace e il governo cadde. Nessuno comprò i voti della Lega, Bossi decise di testa sua. Non ci fu nessun "vulnus" costituzionale perché il presidente della Repubblica ha il potere-dovere di verificare se in Parlamento vi sia una maggioranza prima di decretarne lo scioglimento e così correttamente fece Scalfaro. Il governo Dini fu l'esito parlamentare di quella verifica e durò fino al '96, quando le Camere furono sciolte. Tutto legittimo, tutto regolare, tranne che per Berlusconi che gridò sui tetti alla vergogna costituzionale, politica, morale del ribaltone. Fino ad oggi. Ognuno giudichi come gli pare ma, lo ripeto, oggi il caso è completamente diverso anche se un ribaltone sembra alle viste. Perché lo ripeto ancora, questo che sembra profilarsi non è un ribaltone politico ma una compravendita di voti. Cioè un reato penale.

* * *

Vediamo più da vicino questa compravendita. Con i comportamenti e le dichiarazioni di Berlusconi e le ghiotte indiscrezioni di un altro singolare personaggio "informato dei fatti", Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica e senatore a vita. Berlusconi, nel corso d'una colazione riservata con il presidente emerito, gli comunica che "l'operazione" è ormai conclusa, che i senatori d'accordo con lui sono già una decina; su richiesta dell'interlocutore gli mostra la lista. Cossiga la legge, commenta con un "lo sapevo già" (e figurarsi se avrebbe dimostrato sorpresa) esce e passa la notizia alle agenzie. Alcuni dei "comprati" hanno confermato con lo schiaffo della mano, un paio hanno addirittura firmato un accordo scritto (si dice).
Berlusconi offre posti. Posti da ministro, posti da sottosegretario, presidenze di enti pubblici che ingolosirebbero perfino un anoressico, e anche denaro. Denaro finalizzato a sostenere campagne elettorali, spese politiche, apertura di sedi, assunzione di personale. Insomma denaro.

I venditori sono gelosi l'uno dell'altro. I posti appetitosi non sono moltissimi e ciascuno teme che un altro gli sia preferito. Ma anche dentro "all'inner club" berlusconiano scoppiano gelosie. Formigoni si preoccupa, Scajola si preoccupa e si preoccupa anche Dell'Utri, già molto allarmato dalla stella nascente di Michela Vittoria Brambilla. Ognuno corre ai ripari come può. Alla fine, tre o quattro giorni fa, il "puzzle" berlusconiano si realizza. Il compratore fissa la data: prima metà di novembre. E dichiara: "Non sono stato io a contattarli, sono stati loro a venire da me, io ho solo cercato di trovargli un posto adatto". Appunto, voto di scambio, compravendita.

* * *

Resta da vedere se il "puzzle" sia stato veramente compiuto o se almeno in parte sia ancora in dubbio; se darlo per fatto sia reale o faccia parte della guerra dei nervi. Personalmente penso che sia compiuto. Stando alle sue più recenti dichiarazioni così pensa anche Prodi ed anche Mastella. Certo è che la maggioranza si sfarina ogni giorno che passa. Quasi mille emendamenti presentati dal centrosinistra alla Finanziaria, metà dei quali da parlamentari ulivisti, anzi ormai democratici. La sinistra radicale in piazza a chiedere di più sul piano sociale, al di là del referendum sindacale. Non è contro il governo? E allora contro chi? Contro il Partito democratico? Contro Padoa- Schioppa? Contro la Ragioneria dello Stato? Chi sono quei mascalzoni che lesinano il pane ai lavoratori? Quali che siano quei nomi, la piazza di sinistra non fa sconti alla Finanziaria di Prodi e di Padoa-Schioppa, vuole molto di più.

Ieri è accaduto un fatto strano: per la prima volta dopo un anno e mezzo il "Corriere della Sera" ha pubblicato un articolo di fondo nel quale il vicedirettore del giornale, Dario Di Vico, elogia Prodi, elogia la sinistra radicale, elogia il "feeling" tra Prodi e Rifondazione.
Di Vico è un bravo collega e ovviamente ha scritto ciò che pensano lui e il suo direttore. Solo che da un anno e mezzo in qua ha scritto esattamente il contrario infinite volte. Io aborro la dietrologia, ma non la logica. Se si verifica un mutamento così improvviso e così totale una causa ci dev'essere, questa non è stagione da colpi di sole.

La logica mi dice che le cause possono essere due: 1. Placare lo scontento notorio e reso pubblico di Bazoli nei confronti del "Corriere" di cui Banca Intesa è azionista. 2. Valorizzare l'asse Prodi-Bertinotti per tagliar fuori Veltroni nel momento in cui il neo-leader del Pd è entrato in campo balzando in testa nei sondaggi d'opinione. E nell'imminenza di una possibile crisi di governo e delle consultazioni per risolverla in qualche modo. In proposito le intenzioni del Pd veltroniano avrebbero un peso notevole sui colloqui del capo dello Stato. Può condizionarle un articolo di giornale? Pro o contro elezioni immediate? Berlusconi è pro. Veltroni parlerà quando sarà consultato, ovviamente d'accordo con Prodi. Ma Prodi?

* * *

Prodi finora ha detto e ripetuto che se cade il suo governo non c'è che andare alle urne. Meglio ancora se alle urne ci si va con l'attuale governo in carica per far svolgere le elezioni. Probabilmente la posizione di Prodi è un deterrente per evitare la crisi. Ma se non fosse un deterrente sarebbe a mio avviso un grave errore. Le elezioni a primavera con questa legge elettorale darebbero partita vinta al centrodestra che ancora una volta si presenterebbe compatto dietro Berlusconi, tutti per uno uno per tutti.

Veltroni dovrebbe fare un miracolo. E forse potrebbe anche farlo, il Pd potrebbe arrivare al 40 per cento, ma dovrebbe presentarsi da solo e questo, con l'attuale legge elettorale e il premio di coalizione è manifestamente impossibile. Per contrastare il Berlusconi "ter" e i suoi alleati bisogna andarci con lo stesso schieramento di centrosinistra attuale, ma con la frana dell'area centrista. Una frana di scarso peso elettorale ma di forte peso politico perché arginerebbe quel deflusso di voti moderati verso il Partito democratico sul quale punta Veltroni. Senza quel deflusso ed anzi con un sia pur modesto deflusso di segno contrario, la vittoria del centrodestra è scontata, non c'è miracolo che possa evitarla, checché ne pensino Ferrero e Diliberto.

Questi sono i dati del problema. Noi, vecchi liberaldemocratici, rischiamo di morire sotto Berlusconi. E' vero che abbiamo altre risorse e altri interessi da coltivare per il tempo spero lungo che ci resta, ma per l'amore che portiamo a questo Paese vederlo sottoposto ad un ulteriore degrado morale ci riempie di tristezza.

Qualcuno mi rimprovera il mio pessimismo, ma io non sono pessimista; cerco di vedere la realtà e la realtà non è né buona né cattiva se non per come ciascuno di noi la vive. Questa realtà io personalmente la vivo male. Non mi piace. Non mi ci sento. Ma non è affatto detto che altri non ci si troveranno bene. "Goodbye and farewell".

(21 ottobre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI... Il nuovo partito che rompe con il '900
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2007, 03:54:33 pm
POLITICA

Il nuovo partito che rompe con il '900

EUGENIO SCALFARI


FACEVA senso assistere ieri all'assemblea costituente del Partito democratico avendo ancora negli occhi l'aula del Senato riunita per dodici ore di seguito e scossa da un piccolo ma continuo maremoto di voti e controvoti. Faceva senso la nascita d'un partito fondato da 3 milioni e mezzo di persone - fatto mai accaduto nella storia europea - rispetto alle pervicaci rissosità di partiti-mosca che stanno devastando la maggioranza parlamentare e che, tutti insieme (sono poco meno d'una dozzina) rappresentano il 5 per cento dei consensi elettorali.

All'assemblea costituente di Milano (quasi metà dei suoi delegati erano donne) aleggiava una richiesta di unità, onestà, competenza, innovazione. Si è parlato di passato e di presente ma soprattutto di futuro. Prodi e Veltroni, in concordia tra loro, hanno confermato che con la legge elettorale vigente è impossibile andare a votare; riecheggiando le parole e il giudizio più volte ripetuto dal Capo dello Stato hanno detto che votare con la "legge-porcata" di Calderoli sarebbe una beffa per gli elettori e renderebbe per la seconda volta il Paese ingovernabile.

In Senato si votava il decreto fiscale ma i pensieri dei guastatori erano altrove. Vedevano quel voto come l'occasione per regolare i conti tra loro e nello stesso tempo lavorare "al corpo" Prodi e lo stesso Partito democratico la cui nascita è vista come minaccia all'esistenza dei micro-partiti e dei loro grotteschi apparati.

Gran parte dei "media" l'altro ieri hanno titolato sulla sconfitta parlamentare del governo, messo in minoranza per sette volte dal voto variamente congiunto dell'opposizione e dei senatori "nomadi" o "apolidi" che dir si voglia. Almeno in apparenza avevano ragione di aprire con quella notizia.

Avrebbero tuttavia dovuto valutare che l'esito parlamentare della giornata non era quello. Il decreto fiscale è stato convertito in legge senza alcuna variante rispetto al testo governativo, dopo 350 votazioni in 12 ore che l'hanno interamente confermato. Le sette votazioni incriminate sono avvenute su emendamenti marginali presentati durante il dibattito in commissione e approdati in aula, su cinque dei quali il governo si era rimesso all'assemblea per la loro irrilevanza. Nel voto finale sulla conversione in legge la maggioranza ha vinto con i soliti due voti di scarto.

Sono pochissimi e a rischio continuo di incidenti di percorso, ma questi sono appunto gli effetti nefasti della legge - porcata approvata nello scorcio della precedente legislatura dalla maggioranza di allora, ivi compresa l'Udc di Casini che oggi giustamente reclama una legge diversa.

Faccia almeno le sue scuse agli elettori l'Udc di Casini e dichiari d'aver sbagliato e di essersi pentita. Invece no, si dichiara vittima della legge che ha voluto e si dice pronta a votarne un'altra migliore ma solo se prima Prodi si sia dimesso. Dove stia la coerenza non si capisce, ma sono tante le cose di Casini che non si capiscono.

* * *

Sul voto in Senato di giovedì scorso si è per l'ennesima volta innestata la polemica contro i senatori a vita e in particolare contro l'ultranovantenne Levi-Montalcini, bersaglio di insulti definiti giustamente indegni dal Presidente della Repubblica. Indegni perché scagliati contro una donna, contro una scienziata insignita di altissime onorificenze al merito e contro un membro del Senato che ha gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri componenti di quel ramo del Parlamento.

Credo che la migliore definizione di questo problema inventato dal centrodestra l'abbia data Oscar Luigi Scalfaro nell'intervista di ieri al nostro giornale: il voto dei senatori a vita non appartiene ad alcuno schieramento ma agli interessi generali del Paese e alla salvaguardia della Costituzione. Sta dunque a ciascuno di loro giudicare quali siano i temi che richiedono la loro presenza in aula e determinano il loro voto.

Ha perfettamente ragione Scalfaro. I senatori a vita Andreotti, Colombo, Levi-Montalcini ritengono evidentemente che l'approvazione della Finanziaria e dei suoi collegati sia un esito conforme all'interesse generale e per questo partecipano a sedute snervanti. Penso che così debbano fare anche gli ex Presidenti della Repubblica che siedono a vita in Senato a meno di eccezionali motivi di impedimento.

Dovrebbero farlo anche per solidarizzare con la senatrice Levi-Montalcini; affiancarla nel voto è la maniera più efficace per manifestarle solidarietà. Mi auguro perciò che non deluderanno le nostre attese; dopo tutto è in gioco una legge fondamentale per l'economia del Paese; la sua caduta produrrebbe danni assai gravi all'economia italiana e al credito di cui per fortuna ancora godiamo in Europa e nel mondo.

* * *

Il discorso di Veltroni all'assemblea del Pd ha, mi sembra, ha soddisfatto pienamente le aspettative di milioni di cittadini che hanno votato per lui e per il nuovo partito e per i tanti altri milioni che guardano con fiduciosa attesa alla sua crescita nella realtà sociale e politica. Ha ribadito il programma già toccato al Lingotto di Torino quando accettò la candidatura; ha riaffermato che il Pd si muoverà nel segno dell'innovazione e della discontinuità; infine ha ricevuto da Prodi e dall'assemblea il mandato di negoziare con tutte le altre forze politiche una nuova legge elettorale che ci liberi dalla situazione attuale.

Ma è evidente che d'ora in avanti le posizioni del Pd e di Walter Veltroni avranno un peso determinante sulle decisioni del governo, sulle delicate questioni dell'economia, della fiscalità, della giustizia, delle liberalizzazioni, dell'istruzione. Nonché sulle questioni eticamente sensibili, come oggi si definiscono quelle che coinvolgono anche il rapporto tutt'altro che facile tra lo Stato e la Chiesa.

Certo Veltroni non deciderà da solo; avrà una squadra e avrà addosso gli occhi di quei tre milioni e mezzo di cittadini che hanno votato Pd per poter partecipare alle decisioni.

Qui viene acconcio parlare della discontinuità evocata dal nuovo segretario. Che cosa voleva dire Veltroni con quella parola? Discontinuità rispetto a chi e a che cosa? Veltroni l'ha chiarito ma giova ripeterlo perché si tratta di un punto essenziale. Discontinuità del Pd rispetto all'organizzazione dei partiti di massa del Novecento: la Dc, il Pci, il Psi e i partiti piccoli e piccolissimi che con questi tre maggiori hanno convissuto intrecciando con essi le loro vicende.

I partiti del Novecento erano costruiti sul territorio, avevano una struttura gerarchica piramidale, le correnti proliferavano e si finanziavano autonomamente assumendo forme di sotto-partiti veri e propri sia pure nell'ambito d'un contenitore comune. Questa è stata la storia della partitocrazia, della cosiddetta costituzione materiale con la quale i partiti soffocarono lo spirito e la lettera della Costituzione repubblicana degradando e occupando le istituzioni, nessuna esclusa, a cominciare dalla massima carica dello Stato. Gran parte delle cause che portarono alla fine di quel sistema fu proprio la degenerazione partitocratica, i finanziamenti illeciti, la corruzione elevata a metodo accettato e legalizzato.

La Seconda Repubblica nacque per ricostruire l'effettiva rappresentatività dei partiti e il loro nesso tra la società e le istituzioni, ma ha mancato questo obiettivo.

Gli errori sono stati tanti e vanno equamente ripartiti, ma l'errore di fondo è stato per l'appunto la persistenza della vecchia forma-partito gerarchica, burocratica, correntizia.

Questo è dunque il punto sensibile sul quale Veltroni ha deciso di operare una sorta di rivoluzione riservando ai tre milioni e mezzo di cittadini-fondatori del Pd un ruolo di decisiva partecipazione attraverso la scelta dei dirigenti regionali e di tutte le candidature ad incarichi pubblici nazionali, regionali, locali. Accanto ad essi una rete di "volontari della politica" cioè di militanti dedicati all'organizzazione esecutiva e all'attivazione di associazioni tematiche per l'approfondimento degli argomenti e la proposta di nuove idee e iniziative.

Se come sembra questa sarà la forma-partito dei democratici è lecito prevedere che anche altre forze politiche saranno indotte a farla propria creando una generale e benefica innovazione nella società politica italiana e probabilmente europea.

* * *

Debbo, per finire, dedicare l'attenzione che merita al discorso pronunciato venerdì dal Governatore della Banca d'Italia all'Università di Torino; un discorso sull'economia italiana pieno di dati e di riflessioni.
I resoconti giornalistici e i primi commenti si sono concentrati su alcuni punti salienti di quel discorso: crescita frenata e insufficiente dei consumi negli ultimi quindici anni; salari ai lavoratori dipendenti troppo bassi rispetto ai livelli salariali di Francia, Germania, Gran Bretagna; troppa bassa produttività; disparità salariali tra vecchi e giovani; troppo lunga permanenza dei figli nelle case paterne; cattiva istruzione nelle scuole superiori; necessità di investire nel "capitale umano"; età pensionabile troppo bassa; maggiore flessibilità nel mercato del lavoro.

Su alcuni di questi punti c'è stata una convergenza molto ampia, su altri i sindacati hanno eccepito. Montezemolo ha plaudito su tutto, compreso il punto sui bassi salari e sui loro effetti negativi nella crescita del Paese.

Una sola osservazione sull'importante adesione di Montezemolo al Draghi-pensiero: il presidente della Fiat poteva risparmiarsi di portare come esempio ai governi la vittoria della Ferrari. Anche Berlusconi si avvale spesso delle Coppe vinte dal Milan come strumento di pressione politica. Speravamo che Luca Montezemolo fosse consapevole che usare lo sport come asset politico è populismo allo stato puro.

Ma torniamo al Draghi-pensiero. Ci sono molti altri elementi e cifre che il Governatore ha offerto alla riflessione pubblica. Per esempio: il reddito dei giovani è migliore di quello dell'età di mezzo (33-55 anni); tuttavia i salari d'ingresso italiani sono nettamente più bassi degli altri Paesi europei presi come riferimento; gran parte dell'aumento della produttività, peraltro insufficiente, è stata assorbita dai profitti anziché dai salari.

Ma il punto più importante riguarda la precarietà. Draghi punta ad una maggiore flessibilità del lavoro ma aggiunge che la precarietà è la causa principale della insufficiente crescita dei consumi. Sì alla flessibilità dunque, ma no alla precarietà: sembra il ricalco del programma di Prodi, anche se Draghi non l'ha detto.

Infine: dove trovare le risorse per rendere praticabile il Draghi-pensiero? Il Governatore esclude ovviamente ulteriori aumenti della tassazione e raccomanda un taglio radicale della spesa, ma in un altro punto del suo discorso afferma che un'altra delle cause che frenano la domanda interna deriva dal timore di tagli di spesa che diminuiscano i servizi fondamentali e l'occupazione. Allora dove bisogna tagliare? Se le tante esortazioni fossero anche confortate da indicazioni concrete di terapia ciò sarebbe utile alla discussione che, fatta in questo modo, finisce per somigliare a invocazioni a Padre Pio e a miracolosi santi consimili.

Post scriptum. Sono stato ieri al funerale di Pietro Scoppola svoltosi nella chiesa di Cristo Re a Roma in viale Mazzini. C'erano almeno mille persone, intente e commosse. Officiava il cardinal Silvestrini insieme a tutto il capitolo della parrocchia.

Non entravo in quella chiesa da settant'anni; la frequentai da bambino e mentre assistevo alla messa funebre e pensavo all'amico scomparso sono anche riandato a quegli anni così lontani della mia infanzia devota.

La folla assiepata nei banchi e nelle navate rappresentava un campione autentico di cattolici ferventi, animati dalla fede e da un impegno civile ammirevole. Lo dico perché conosco molti di loro e so di quell'impegno e di quella fede responsabile e non bigotta.

Si sono tutti comunicati. L'intera folla presente ha preso l'eucaristia. Più d'uno si è avvicinato a me per dirmi che preferiscono frequentare i non credenti sinceri piuttosto che i falsi cattolici.

Il cardinale ha parlato benissimo e così pure, con brevi parole, il parroco della chiesa. Figli e nipoti del morto si sono avvicendati con letture e pensieri appropriati e commossi.

Ho avuto la sensazione di stare con persone perbene, moralmente, intellettualmente e professionalmente perbene. Da non credente mi ci sono trovato a mio agio. Mi hanno dato fiducia nel futuro. Per questo rinnovo il mio ringraziamento alla memoria di Pietro Scoppola, sicuro che i cattolici presenti in quella chiesa e i tanti simili a loro proseguano l'opera sua.

(28 ottobre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Il non senso del poeta impegnato
Inserito da: Admin - Novembre 03, 2007, 08:12:25 am
IL VETRO SOFFIATO

Il non senso del poeta impegnato

di Eugenio Scalfari


Ritorna la polemica sugli scrittori e gli artisti 'organici' o comunque schierati. Basata su una serie di equivoci in parte voluti in parte inconsapevoli  Eungenio ScalfariEnnesima polemica sugli scrittori e sugli artisti politicamente impegnati, sugli intellettuali 'organici' e comunque schierati. Rappresentano una fase di crisi e mettono la parola fine al libero pensiero, alla libera creatività, alla forma che dovrebbe esser sovrana indiscussa di ogni opera di poesia e che invece viene soverchiata da contenuti ideologici e propagandistici?

Questa discussione è ripetitiva. Da una parte e dall'altra si sfoderano sempre gli stessi argomenti, si va avanti per un po' su giornali e riviste, si pubblica qualche saggio sul tema e poi ciascuno dei partecipanti al dibattito rinfodera la spada, nessuno ha convinto nessuno a modificare o addirittura a rinunciare ai propri argomenti e tutto finisce lì, salvo riprendere il tema alla prossima puntata.

Vorrei esortare gli abituali duellanti a cessare una volta per tutte di rimettere in scena lo stesso copione: è frusto e non interessa. Vedo però che la coazione a ripetere è irresistibile. Penso che in gran parte ciò sia dovuto all'uso improprio delle parole e delle definizioni. Insomma, secondo me, la coazione a ripetere deriva da una serie di equivoci lessicali, in parte voluti e in parte inconsapevoli. Chiariti quegli equivoci e ridato alle parole il loro significato proprio, credo che il dibattito avrebbe fine per 'mancanza di oggetto'.

Quando il contenuto si sovrappone alla forma il risultato è, dal punto di vista estetico, lo zero assoluto, ma la stessa cosa avviene quando la forma riproduce la forma. In questi casi, come quando si propugna l'arte per l'arte, si scrive sull'acqua e niente più.

Un'altra parola da mettere sotto esame è la definizione di 'intellettuale'. Che cosa vuol dire? Vuol dire produrre opere affidate all'intelletto, esclusivamente o prevalentemente.

Un docente è senza dubbio un intellettuale e così un avvocato, un giudice, un medico, un filosofo, un architetto, uno studente. Ed anche un giornalista. Un dirigente d'azienda. Un uomo politico. Sono tutte persone che lavorano prevalentemente con l'intelletto e quindi meritano l'appellativo di intellettuale.


Non è questo però il senso semantico con cui viene usato quel sostantivo. Esso vuole designare una persona specializzata nel prevedere gli effetti di certe cause. Esamina una situazione e indica i comportamenti necessari a modificarla nel modo voluto. Insomma è un consigliere. Può mettere questa sua capacità a frutto senza necessità di schierarsi, può dar consigli a Prodi come a Berlusconi. Un capitano di ventura che sta sul mercato.

Ma può anche schierarsi. Se ha delle sue proprie convinzioni offrirà i suoi servizi non a chi paga meglio, ma a chi è più vicino ai suoi ideali politici, sociali, culturali.

Un'altra parola da mettere a fuoco è 'artista'. Si può schierare politicamente senza tradire la sua vocazione? Credo che nessuno possa impedire ad un artista di avere opinioni proprie da cittadino. Può alimentare con quelle opinioni anche la sua creatività artistica? Sicuramente sì e faccio un esempio: l'importanza della 'committenza' nella pittura, nell'architettura e nella musica. Ci furono, soprattutto nel Quattrocento e nel Cinquecento, committenze religiose e committenze laiche, committenze domenicane e francescane. Per fermarci a queste due, dalle committenze domenicane nacque il gotico fiorito, da quelle francescane il giottismo e tutto quello che ne derivò. Potrei moltiplicare gli esempi all'infinito, ma concludo su questo punto dicendo che l'artista crea opere esteticamente valide tutte le volte che dà forma artistica ad un soggetto, non importa se sia la nascita di Venere o l'annunciazione a Maria vergine. Tutto può essere artisticamente trasfigurato. Se la trasfigurazione non ha luogo l'opera giace inerte, aborto senza vita.

Impegno o disimpegno sono dunque parole senza senso se applicate ad artisti, a poeti, a compositori, a romanzieri e in genere alla letteratura. Poesia e letteratura vivono, come ci ha ricordato Claudio Magris in un suo recente e bellissimo articolo sul 'Corriere della sera': "Come la rosa che non ha perché e fiorisce perché fiorisce".

Più oltre Magris conclude con appassionata lucidità il tema che qui ho cercato di svolgere e con il suo pensiero anch'io concludo: "Se mettersi al servizio d'una causa diventa passione, potenza fantastica che identifica quella causa con la vita, allora anche l'impegno può diventare poesia, estro, libertà immaginosa. È questo l'impegno morale e di conseguenza l'impegno politico della letteratura, che non predica bensì mostra".

(02 novembre 2007)
da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Il socialista solitario
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2007, 11:28:49 am
CRONACA

Il socialista solitario

di EUGENIO SCALFARI


NON parlerò di come e quando l'ho conosciuto, di come e quando io lavorai per lui e lui lavorò per me qui, sulle pagine di "Repubblica" che per alcuni anni fu la sua casa giornalistica. La morte di un amico porta sempre un pezzetto di noi sottoterra insieme con lui, sicché è inevitabile personalizzare il compianto.

Cercherò di resistere a questa tentazione. Enzo Biagi ha avuto centinaia di migliaia di lettori dei suoi articoli e dei suoi libri e milioni di telespettatori delle sue apparizioni televisive.

Dunque di amici, le persone che condividevano le sue parole, i suoi pensieri, il suo stile. Uno stile asciutto, intessuto di proverbi, di citazioni, di luoghi comuni elevati a dignità letteraria. Uno stile corroborato da fatti precisi e circostanziati che di solito si concludevano con un giudizio tagliente e definitivo.

Non è mai stato fautore della regola che vuole i fatti separati dalle opinioni; per lui valeva una regola diversa: mai un'opinione senza un fatto e viceversa, poiché sono le due facce della stessa medaglia e quindi vanno insieme.

Questa massima non ha significato faziosità e spirito di parte; la sua ricerca di imparzialità era un'ossessione per lui e lo sanno bene i suoi collaboratori che lo aiutarono a raccogliere il materiale per quella rubrica televisiva che gli valse la scomunica berlusconiana e l'estromissione dalla Rai. Si può essere imparziali e neutrali oppure imparzialmente partecipi.

Biagi non fu mai la prima cosa, fu sempre la seconda.

Nonostante la moltitudine di amici lettori e telespettatori, Enzo è stato un solitario. Non so se per scontrosità o innata timidezza o per superbo orgoglio di sé. Propendo per la timidezza e per un pizzico di diffidenza verso l'umana natura. Questo mostro sacro del nostro giornalismo non si è mai trovato a suo agio in veste direttoriale. Quando ha diretto "il Resto del Carlino" e il telegiornale Rai ai tempi del monopolio televisivo, l'ha fatto con sicura professionalità ma facendo forza alla sua natura. Infatti furono tutte brevi le sue esperienze direzionali e cessarono più per suo desiderio che per decisioni editoriali. La sua vocazione era quella del cavaliere solitario e l'ha realizzata per più di mezzo secolo come grande cronista, grande intervistatore, grande commentatore. I suoi libri erano lo sviluppo del suo giornalismo e furono seguiti in massa dai suoi abituali lettori.

Aveva alcuni punti di riferimento molto chiari e direi elementari nella loro semplicità. Era di idee socialiste, d'un socialismo all'antica, quello che riscaldava i cuori dei lavoratori agli inizi del Novecento, la solidarietà delle leghe cooperative, delle Case del popolo, delle associazioni di mutuo soccorso nella Bassa Padana e nelle Romagne.

Quello era il socialismo che gli piaceva e che ha continuato fino all'ultimo a ricordare nelle sue pagine: il socialismo di Treves e di Turati, il socialismo di Pietro Nenni, delle scuole serali e delle università popolari.

Tutta roba che ormai non c'è più e di cui è stato l'ultimo cantore.

Biagi non era e non si riteneva un intellettuale. Ha voluto essere un giornalista, punto e basta. Non a caso il suo esempio preferito e da lui spesso citato era Giulio de Benedetti, direttore per dieci anni della "Gazzetta del Popolo" negli anni Venti e della "Stampa" dal 1948 fino al '68.

Erano fatti della stessa pasta, perciò si capirono e si piacquero a prima vista.

I suoi affetti profondi sono stati la famiglia e la professione. Un giorno senza scrivere era per Enzo una penitenza. Scrisse anche nei giorni di malattia e di interventi chirurgici e quando usciva dalla narcosi già aveva in mente la sua rubrica e come avrebbe ricominciato a raccontare.

Non so che cosa scriveranno sulla sua tomba ma penso che cosa avrebbe voluto lui: Enzo Biagi, giornalista.

Riposa in pace, caro amico.

(7 novembre 2007)
da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Il non senso del poeta impegnato
Inserito da: Admin - Novembre 09, 2007, 05:52:12 pm
IL VETRO SOFFIATO

Il non senso del poeta impegnato
di Eugenio Scalfari


Ritorna la polemica sugli scrittori e gli artisti 'organici' o comunque schierati. Basata su una serie di equivoci in parte voluti in parte inconsapevoli  Eungenio ScalfariEnnesima polemica sugli scrittori e sugli artisti politicamente impegnati, sugli intellettuali 'organici' e comunque schierati. Rappresentano una fase di crisi e mettono la parola fine al libero pensiero, alla libera creatività, alla forma che dovrebbe esser sovrana indiscussa di ogni opera di poesia e che invece viene soverchiata da contenuti ideologici e propagandistici?

Questa discussione è ripetitiva. Da una parte e dall'altra si sfoderano sempre gli stessi argomenti, si va avanti per un po' su giornali e riviste, si pubblica qualche saggio sul tema e poi ciascuno dei partecipanti al dibattito rinfodera la spada, nessuno ha convinto nessuno a modificare o addirittura a rinunciare ai propri argomenti e tutto finisce lì, salvo riprendere il tema alla prossima puntata.

Vorrei esortare gli abituali duellanti a cessare una volta per tutte di rimettere in scena lo stesso copione: è frusto e non interessa. Vedo però che la coazione a ripetere è irresistibile. Penso che in gran parte ciò sia dovuto all'uso improprio delle parole e delle definizioni. Insomma, secondo me, la coazione a ripetere deriva da una serie di equivoci lessicali, in parte voluti e in parte inconsapevoli. Chiariti quegli equivoci e ridato alle parole il loro significato proprio, credo che il dibattito avrebbe fine per 'mancanza di oggetto'.

Quando il contenuto si sovrappone alla forma il risultato è, dal punto di vista estetico, lo zero assoluto, ma la stessa cosa avviene quando la forma riproduce la forma. In questi casi, come quando si propugna l'arte per l'arte, si scrive sull'acqua e niente più.

Un'altra parola da mettere sotto esame è la definizione di 'intellettuale'. Che cosa vuol dire? Vuol dire produrre opere affidate all'intelletto, esclusivamente o prevalentemente.

Un docente è senza dubbio un intellettuale e così un avvocato, un giudice, un medico, un filosofo, un architetto, uno studente. Ed anche un giornalista. Un dirigente d'azienda. Un uomo politico. Sono tutte persone che lavorano prevalentemente con l'intelletto e quindi meritano l'appellativo di intellettuale.


Non è questo però il senso semantico con cui viene usato quel sostantivo. Esso vuole designare una persona specializzata nel prevedere gli effetti di certe cause. Esamina una situazione e indica i comportamenti necessari a modificarla nel modo voluto. Insomma è un consigliere. Può mettere questa sua capacità a frutto senza necessità di schierarsi, può dar consigli a Prodi come a Berlusconi. Un capitano di ventura che sta sul mercato.

Ma può anche schierarsi. Se ha delle sue proprie convinzioni offrirà i suoi servizi non a chi paga meglio, ma a chi è più vicino ai suoi ideali politici, sociali, culturali.

Un'altra parola da mettere a fuoco è 'artista'. Si può schierare politicamente senza tradire la sua vocazione? Credo che nessuno possa impedire ad un artista di avere opinioni proprie da cittadino. Può alimentare con quelle opinioni anche la sua creatività artistica? Sicuramente sì e faccio un esempio: l'importanza della 'committenza' nella pittura, nell'architettura e nella musica. Ci furono, soprattutto nel Quattrocento e nel Cinquecento, committenze religiose e committenze laiche, committenze domenicane e francescane. Per fermarci a queste due, dalle committenze domenicane nacque il gotico fiorito, da quelle francescane il giottismo e tutto quello che ne derivò. Potrei moltiplicare gli esempi all'infinito, ma concludo su questo punto dicendo che l'artista crea opere esteticamente valide tutte le volte che dà forma artistica ad un soggetto, non importa se sia la nascita di Venere o l'annunciazione a Maria vergine. Tutto può essere artisticamente trasfigurato. Se la trasfigurazione non ha luogo l'opera giace inerte, aborto senza vita.

Impegno o disimpegno sono dunque parole senza senso se applicate ad artisti, a poeti, a compositori, a romanzieri e in genere alla letteratura. Poesia e letteratura vivono, come ci ha ricordato Claudio Magris in un suo recente e bellissimo articolo sul 'Corriere della sera': "Come la rosa che non ha perché e fiorisce perché fiorisce".

Più oltre Magris conclude con appassionata lucidità il tema che qui ho cercato di svolgere e con il suo pensiero anch'io concludo: "Se mettersi al servizio d'una causa diventa passione, potenza fantastica che identifica quella causa con la vita, allora anche l'impegno può diventare poesia, estro, libertà immaginosa. È questo l'impegno morale e di conseguenza l'impegno politico della letteratura, che non predica bensì mostra".

(02 novembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Il passo doppio Prodi-Veltroni
Inserito da: Admin - Novembre 18, 2007, 06:28:59 pm
POLITICA

Il passo doppio Prodi-Veltroni

di EUGENIO SCALFARI


GIOVEDI' 15 novembre, alle ore 22.30 il quadro elettronico nell'aula del Senato ha registrato l'approvazione della legge finanziaria (senza voto di fiducia) con una maggioranza di quattro voti. Venerdì 16 novembre Walter Veltroni ha presieduto una riunione alla quale erano stati invitati i rappresentanti di tutti i partiti per discutere le riforme istituzionali e una nuova legge elettorale.

Gli invitati c'erano tutti. I rappresentanti di Forza Italia hanno opposto il solito "niet" all'apertura del dialogo. Fini, Casini e Maroni per la Lega, si sono dichiarati disponibili.

Prodi dal canto suo, nell'intervista rilasciata ieri a Ezio Mauro, ha sponsorizzato l'iniziativa di Veltroni ed ha lanciato un appello al paese e a tutte le forze politiche, nessuna esclusa, per collaborare alla fase delle grandi riforme che ora, dopo il varo della Finanziaria, è finalmente possibile aprire.

Chi dava il governo per morto dovrà ancora una volta ricredersi. Chi critica, impropriamente, il voto dei senatori a vita e lo sottrae dal risultato numerico, arriva tuttavia alla conclusione che la maggioranza, sia pure con un solo voto, è ancora lì mentre l'opposizione, subito dopo la sconfitta parlamentare, si è spaccata in due: da una parte Berlusconi e Storace, dall'altra - pronti al negoziato - An, Udc, Lega.

Questo è dunque lo stato dei fatti. Il negoziato sulle riforme andrà avanti speditamente con un'alta probabilità di successo. Ai nastri di partenza i pilastri sui quali si cercherà di costruire una buona legge elettorale sono condivisi da tutte le principali forze politiche: il principio della proporzionalità che evita le "ammucchiate" non omogenee tra forze politiche di diversa e spesso opposta identità culturale; il principio della governabilità; il rifiuto del premio di maggioranza; il principio d'un rafforzamento dei partiti di maggior dimensione numerica implicito sia nel modello tedesco sia in quello francese, in quello britannico e in quello spagnolo.
il doppio passo prodi-veltroni

Maggiori poteri al primo ministro e poteri di controllo più penetranti al Parlamento. Senato federale.
Questa è la piattaforma condivisa. Ora bisognerà chiarire qualche punto controverso e passare dai principi alle norme, operazione non facile ma nient'affatto impossibile.

Se non vi saranno incidenti di percorso il lavoro potrebbe compiersi entro luglio o entro ottobre al più tardi.

Comunque in tempo per le elezioni europee del 2009, alle quali potrebbero essere abbinate quelle politiche.
Ma c'è l'incognita Dini e - al seguito - l'incognita Bordon. Vorranno impedire con i loro cinque voti che questa strategia si compia? E potranno farlo?

* * *

Voci maliziose quanto anonime sussurrano di un vero e proprio contratto che sarebbe stato stipulato tra Dini e Berlusconi. Personalmente non ci credo. Non per ragioni di tempra morale che, per quanto riguarda il secondo, sarebbe rischioso invocare, ma per quanto riguarda Dini per ragioni di convenienza. Vendersi l'anima? Essere schiavo per tutta la vita? Non è credibile. Convenienza politica allora? Ma quale?

Elezioni nel 2008 non ci saranno. Se il governo entrasse in crisi nei prossimi mesi ce ne sarà un altro "di scopo": per attuare le riforme istituzionali e una nuova legge elettorale. Sarebbe sostenuto dal Partito democratico ed anche da Fini Casini e dalla Lega.

Se la crisi fosse provocata da Dini evidentemente non potrebbe esser lui a presiederlo né ad insediarsi in un ministero importante. Dovrebbe dunque aspettare le elezioni future quando saranno. Campa cavallo. E con un futuro quanto mai incerto. Non si vede alcuna convenienza in questa strategia.

Dini ha in mente, se la crisi comunque ci fosse, di ricavarsi uno spazio politico radunando i liberl-moderati.

Non sono moltissimi i liberal-moderati e sono già sotto varie bandiere: Casini, Tabacci, Mastella. Anche Rutelli.

Anche una parte dei Popolari. Fuori ruolo anche Pezzotta.

Ma sono divisi e difficilmente accorpabili. Ciascuno segue un proprio vessillo e un proprio leader. Nessun leader di questi raggruppamenti cederebbe il suo posto a Dini.

La sua sola convenienza è restare dov'è acquistando più spazio e più peso, se potrà.

Può darsi che questa analisi sia sbagliata. Può darsi che Dini faccia un colpo di testa. Francamente non mi pare il tipo ma non si può escluderlo. Staremo a vedere e non ci sarà molto da aspettare perché per votare a marzo-aprile quel colpo di testa bisognerà farlo non oltre febbraio.

* * *

Restiamo tuttavia ancora per qualche riga al tema del mercato politico così vivacemente sollevato nella sua dichiarazione di voto al Senato dal capogruppo dei Democratici, Anna Finocchiaro.

A dibattito già chiuso domandò la parola il senatore De Gregorio, presidente della Commissione Difesa, eletto nelle liste di Di Pietro e trasmigrato dopo breve tempo allo schieramento di centrodestra.

Il presidente Marini gli chiese quale fosse il tema sul quale voleva intervenire. Rispose che voleva controbattere le parole "infamanti" della Finocchiaro. Nei due minuti che gli furono concessi riempì di insulti la senatrice affermando che quanto a lui aveva la coscienza a posto, a prova di bomba. Tutti capirono che si trattava di una autodifesa anche se la Finocchiaro non aveva fatto alcun nome.

Perché dunque l'intervento di De Gregorio? Parecchi giornali hanno pubblicato qualche tempo fa una notizia desunta dall'analisi dei bilanci dei partiti depositati in Parlamento. È risultato che una cospicua somma fu versata da Forza Italia ad un'associazione-partito fondata da Di Gregorio. Il versamento seguì di poco il piccolo ribaltone personale del medesimo. La notizia è stata pubblicata da "24 Ore" e poi da "Repubblica" e dal "Corriere della Sera". Bisognerebbe approfondirla.
Forse è soltanto la punta di un "iceberg".

* * *

Abbiamo già segnalato la stretta sequenza tra l'approvazione della Finanziaria e l'iniziativa di Veltroni di aprire il confronto su riforme e legge elettorale tra tutte le forze politiche. Questa iniziativa apre la stagione del nuovo partito e del suo segretario. Il fatto nuovo è questo: il Partito democratico ha dettato per la prima volta l'agenda politica dei prossimi mesi. Prima ancora di farsi le ossa l'iniziativa è ora nelle sue mani.

Intanto si sono insediati o stanno per esserlo alcuni suoi organi nell'ambito della Costituente: una segreteria provvisoria, una direzione provvisoria, la commissione per lo statuto, la commissione per il programma.

In particolare l'indicazione dei valori e delle strategie per tradurre quei valori in atti politici.

Il dibattito attorno a questi temi parte da una domanda: qual è il fondamento del nuovo partito? L'unione di due culture, quella socialista e quella cattolico-democratica?

Oppure qualche cosa di più e di più complesso? Elementi di liberalismo? Elementi di liberismo economico? È un partito che guarda a sinistra o che guarda piuttosto al centro?

Liberale di sinistra? Reincarnazione post-moderna del Partito d'azione?

Questo dibattito merita di esser seguito con attenzione. Mi permetto di dire la mia opinione di testimone interessato.

Io penso che il fondamento del Pd sia quello di avere come punti di riferimento le opportunità positive offerte dal processo di globalizzazione mondiale, i pericoli che esso comporta, i diritti che suscita e i doveri che si accompagnano ad ogni diritto, la necessità di garantire a tutti l'efficienza dei servizi pubblici indivisibili, a cominciare dalla scuola, e poi dalla sanità dall'assistenza dalla formazione dalla ricerca dalla giustizia rapida dall'inserimento dei giovani. Una pubblica amministrazione efficiente e snella. Ammortizzatori sociali adeguati.

Sicurezza. Meno Stato e più società. Mercato libero da monopoli e corporazioni. Manutenzione attenta della libera concorrenza.

Sono parole? Tante, troppe volte ripetute e scarsamente e spesso raramente attuate. Ebbene, il nuovo partito dev'essere il cane da slitta e da guardia di quelle parole, del loro autentico significato, della loro duratura attuazione. Cane da slitta per portare avanti il carico e da guardia per custodirlo. Per concludere con un'immagine direi che dovrebbe essere un partito che viene da sinistra e guarda in avanti.

Ho letto pochi giorni fa sul "Corriere della Sera" un articolo di Pietro Ichino su una politica economica di sinistra liberale. Con le sue tesi concordo pienamente. Ho letto le tante pagine di Gustavo Zagrebelsky sulla democrazia e la laicità ed anche con lui concordo. E con Claudio Magris quando scrive di analoghe questioni e parla delle loro interazioni con la letteratura. Ho letto le riflessioni del professor Toniolo sulla politica economica necessaria nell'Italia e nell'Europa di oggi. Infine Ilvo Diamanti e le sue analisi sui giovani e la politica.

Ricordo ancora i convegni degli "amici del Mondo" che fornirono all'allora nascente centrosinistra la base culturale della sua politica. È un buon esempio da tener presente. Gli autori che qui ho citato a titolo di esemplificazione confermano l'esistenza di un deposito culturale ed etico-politico di prim'ordine con cui il nuovo partito dovrebbe attingere e che darebbe agli italiani maggior sicurezza e fiducia nel futuro.

* * *

Credo doveroso che l'opinione pubblica esprima gratitudine - al di là delle convinzioni politiche - a quei senatori a vita che si sono sobbarcati ad una scelta di campo non per sostenere un governo ma per assicurare al paese quel minimo di stabilità possibile nelle condizioni esistenti, evitando rischiosissime avventure. Spesso sono stati ricoperti di insulti che hanno affrontato con dignitosa sopportazione.

Nel loro comportamento non c'è e non ci poteva essere alcun tornaconto e alcun calcolo personale né retropensieri di sorta né capricciose meschinità da soddisfare ma soltanto il diritto-dovere di salvaguardare le istituzioni e il tessuto connettivo della nostra società.

Ne faccio i nomi: Andreotti, Ciampi, Colombo, Levi Montalcini, Scalfaro. Ad essi il nostro rispettoso saluto e augurio di buona vita.

(18 novembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - La miscela esplosiva che incendia il cavaliere
Inserito da: Admin - Novembre 25, 2007, 11:41:51 am
POLITICA

IL COMMENTO

La miscela esplosiva che incendia il cavaliere

di EUGENIO SCALFARI


L'ACCUSA che da sempre e ora più che mai viene lanciata contro Silvio Berlusconi è di essere populista.

Non dico che non corrisponda a verità, ma dico che è soltanto una parte della verità anche perché c'è populismo e populismo. Mazzini - in ben altro modo - era un populista. Anche Garibaldi. Anche Bakunin. Ma a nessuno verrebbe in mente di paragonare Berlusconi a queste figure del passato.

Per meglio definire il signore di Arcore è preferibile rifarsi a due grandi poeti romaneschi, Belli e Trilussa. Il primo, nel sonetto sull'"Editto" esordisce: "Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo / sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto". L'altro, ne "L'incontro de li sovrani" pone una domanda e dà una risposta del re: "E er popolo? Se gratta. E er resto? Va da sé".

Il populismo del re (o del demagogo aspirante dittatore, affetto da bulimia del potere) è cosa del tutto diversa dal populismo del rivoluzionario. Berlusconi appartiene a questa categoria. Vellica gli istinti peggiori che ci sono in tutti gli esseri umani. Impastando insieme illusorie promesse, munificenza, bugie elette a sistema, tentazioni corruttrici, potere mediatico. Una miscela esplosiva, capace di manipolare e modificare in peggio l'antropologia d'un intero paese. Ottant'anni fa Mussolini fece altrettanto; non a caso il suo giornale, affidato alla direzione di suo fratello Arnaldo, fu chiamato "Il popolo d'Italia". Il popolo?: "Se gratta e guarda la fregata che sul mare scintilla" scrisse Trilussa. E purtroppo di quel suo grattarsi non pare abbia conservato sufficiente memoria.

Quest'atteggiamento del "boss" spiega tante cose, a cominciare da quel suo "vibrare" davanti alla platea radunata da Storace che lo accolse con le braccia levate nel saluto romano scandendo il "duce duce" d'infausta memoria.

La sua operazione politica del nuovo partito è da questo punto di vista perfetta: lo sottrae ad una cocente sconfitta, realizza i bagni di folla di cui ha perenne bisogno come dell'aria che respira, aggancia la sua demagogia e il suo populismo alla destra fascista e alle sue pulsioni; infine scatena la sua vendetta contro i "traditori" che lui (sono parole sue) "ha tirato fuori dalle fogne e nelle fogne li rimanderà".
Ineccepibile, non c'è che dire.

* * *

Veltroni lo incontrerà venerdì dopo aver visto domani Fini, poi Casini e per ultimi, lunedì 3 dicembre, quelli della Lega. Tema: una nuova legge elettorale, ma anche modifiche istituzionali e costituzionali, riforme dei regolamenti parlamentari, Senato federale.
Berlusconi ha posto una condizione: la trattativa dovrà riguardare soltanto la legge elettorale, votata la quale la legislatura si chiude e il popolo è chiamato al voto che dovrà avvenire entro la primavera del 2008. Veltroni ha già risposto che questa condizione è inaccettabile, abbinare il negoziato alla caduta del governo Prodi non è nelle sue intenzioni oltre ad essere un accordo di natura anticostituzionale, quindi nessuna elezione politica fino a quando il governo sarà legittimamente in carica.

Con queste premesse i due si incontreranno. Berlusconi punta ad una legge proporzionale (alla tedesca) come del resto vorrebbe anche Casini; Veltroni preferisce un proporzionale corretto in senso maggioritario, come vorrebbe anche Fini.
Come finirà? Penso che Berlusconi accetterà di negoziare abbandonando la pregiudiziale della caduta del governo Prodi. Negoziato lungo. Tanto - pensa lui - Prodi cadrà egualmente, pugnalato da Bruto, cioè da Lamberto Dini. Questione di giorni.

* * *

Però, a pensarci bene, mandare Prodi a gambe levate non conviene al signore di Arcore. Il Quirinale a quel punto ha l'obbligo di cercare una nuova maggioranza. Ebbene, la nuova maggioranza per un governo "di scopo" che porti avanti la legislatura fino a quando le riforme istituzionali ed elettorali siano state realizzate ed attui la Finanziaria e i suoi collegati, è sulla carta disponibile: la maggioranza attuale più An e Udc. Per un governo "di scopo". Maggioranza di emergenza.
Conviene a Berlusconi? Sarebbe di fatto una sua piena sconfitta. Se non ha del tutto perso la ragione, a lui conviene tenersi Prodi e andare avanti nella trattativa rinunciando all'appuntamento elettorale. Sarebbe una sconfitta anche questa ma almeno senza l'onta di vedere i suoi ex delfini traditori riprender confidenza con il potere. Dalla padella alla brace. Scelta difficile ma obbligata: la padella è meglio.

Quanto a Dini, se il governo non gli offre un pretesto valido non può esser così scriteriato da fare la parte di Bruto che non ha mai portato fortuna a nessuno. Ma poi quale Bruto? Quali ideali? Quale prospettiva politica? Andrebbe a far compagnia a Schifani e a Cicchitto, a Dell'Utri e alla Brambilla; una compagnia già troppo numerosa per lasciare spazio ad un nuovo venuto, ex traditore anche lui. Non sembra credibile. Andrebbe forse con Casini mentre Casini tratta a sua volta con Veltroni? Sarebbe imbarazzante. Per un piatto, anzi un piattino di lenticchie e senza primogenitura.
Dini può condizionare soltanto Prodi. Col risultato di rafforzarlo. Oppure di farlo cadere se la sinistra dovesse votargli contro sul voto di fiducia.
Bertinotti, Diliberto, Pecoraro Scanio come Bruto? Mentre anche loro sono chiamati a negoziare sulle riforme? Tutto questo per ottenere qualche briciola sui lavori usuranti e sullo "staff leasing"? Ma siamo seri!

* * *

Quale legge elettorale? Alla fin fine sarà la proporzionale tedesca con qualche (modesta) correzione maggioritaria che favorisca i partiti di maggiori dimensioni.
Entreranno in Parlamento sei partiti: il partito del popolo berlusconiano, il partito democratico, An, Udc, Lega, Sinistra radicale (Cosa rossa). Verdi, socialisti, radicali, dipietrini dovranno accasarsi a sinistra in qualche modo.
A guardare le cose così - e non vedo in quale altro modo guardarle - non esisterebbe una maggioranza. A meno che i berlusconiani e/o il Pd non riescano a sfondare portandosi in vista del 40 per cento dei voti.
È possibile un esito elettorale del genere? Possibile sì, probabile non direi. I berlusconiani al 40 per cento dovrebbero aver risucchiato almeno metà dei voti di An costringendo Fini a rientrare nei ranghi insieme alla Lega. E il Pd?

* * *

Qui si apre un discorso molto serio che va oltre le contingenze emergenziali dettate dall'attualità. Riguarda i tanti lavoratori e pensionati che hanno votato Berlusconi, i tanti giovani che non votano, i tanti delusi di sinistra che non votano più. I tanti imprenditori di piccola e media dimensione che stanno tra il leghismo e il riformismo. Le tante "casalinghe" che pensano al futuro dei loro figli. Insomma il paese spaesato che vuole onestà ed efficienza, innovazione e laicità religiosa. Che vuole fare da sé ma in un quadro politico che lo orienti e lo aiuti a fare da sé.
Il Partito democratico ha la potenzialità per compiere questo miracolo se saprà esprimere, interpretare e dare concrete risposte ai bisogni, ai desideri e ai sogni di questo settore maggioritario del paese.
Politologi e sondaggisti travestiti da politologi pensano che i voti fluttuanti capaci di cambiare partito tra un'elezione e l'altra siano un piccolo settore del corpo elettorale e questo è vero quando si fronteggino due solidi blocchi con solide appartenenze in mezzo ai quali si interponga uno strato sottile di elettori "centrali" che di volta in volta si muovano verso destra o verso sinistra.
Ma non è più vero quando il quadro è frammentato, i blocchi e le appartenenze sono fragili e la politica cosiddetta dei due forni non è possibile.
Non concordo con quanti sostengono che un ritorno al proporzionale significhi ritorno alla Prima Repubblica. Allora c'era un partito di centro - la Democrazia cristiana - largamente dominante. La politica dei due forni era lei a farla, scegliendo di volta in volta i suoi alleati. Il sistema proporzionale (come ha scritto giustamente Giovanni Sartori) funzionava di fatto come un sistema bipolare: Dc da una parte, Pci dall'altra. Bipolare ma senza alternanza.

Oggi il problema è quello di costruire un partito di maggioranza sul quale convergano riformisti seri e liberali altrettanto seri. Ceti che abbiano capito il valore democratico delle istituzioni, il valore di agire in un quadro europeo, il valore di collocare l'Italia nel processo di globalizzazione cogliendone i vantaggi e limitandone i danni. Riconquistando la fiducia del Nord e rilanciando il Sud come investimento nazionale e internazionale.

Questa mi sembra essere la vocazione del Partito democratico e ad essa dovranno dedicarsi quelli che l'hanno voluto e i tanti che hanno compreso e partecipato al progetto.

Berlusconi ha detto l'altro ieri ai suoi ex alleati "Voi tenetevi il progetto, io mi prenderò i voti". Sembra una battuta più o meno felice, ma il dramma dell'ex centrodestra è che quella battuta corrisponde esattamente al pensiero e alla personalità del suo autore. Il quale vede gli italiani come un popolo da accalappiare a forza di battutacce, barzellette grevi e carisma personal-mediatico.

Con questi ingredienti non si va da nessuna parte, il paese resta fermo o regredisce, come di fatto è avvenuto.
Il centrosinistra ha anch'esso rilevanti responsabilità nello stallo in cui ci troviamo da anni. Ma - non scordiamolo mai - ha compiuto una riforma di inestimabile valore portando l'Italia in Europa e nell'area della moneta europea, senza la quale a quest'ora saremmo rimbalzati in una condizione da Terzo Mondo.

Ora ci vuole uno scatto di qualità e di quantità, al quale sono chiamati tutti gli italiani. Riguarda infatti il Partito democratico ma anche la sinistra e i cittadini che sentono con maggiore sensibilità tradizioni liberali e moderate. Tutti sono interessati a far emergere le potenzialità delle quali l'Italia dispone. Questa è la vera maggioranza e questo dev'essere il progetto comune delle persone di buona volontà. I voti, quali che siano le battute della demagogia berlusconiana, verranno insieme al progetto, motivate dal progetto e con la volontà di attuarlo.

* * *

Non ho nulla da aggiungere a quanto ha già scritto il direttore di "Repubblica" sullo scandalo Rai-Mediaset, sull'operazione "Delta", sulla sua eccezionale gravità e sulla necessità di affrontarlo con appropriate terapie. Affrontarlo subito, perché è in gioco il mercato dell'informazione, la sua qualità e i suoi effetti sulla formazione della coscienza nazionale.

Aggiungo a quanto hanno scritto Giovanni Valentini, Michele Serra e Giuseppe D'Avanzo due considerazioni. La prima riguarda la cosiddetta "fuga di notizie" a proposito delle intercettazioni telefoniche nel processo per bancarotta della società controllata dall'ex sondaggista di Berlusconi. La fase istruttoria è chiusa da tempo, tutti gli atti relativi sono stati depositati nella cancelleria del Tribunale di Milano a disposizione delle parti e quindi sono pubblici. La cosa stupefacente è che vi siano ancora recriminazioni sulla "fuga" di queste notizie che non sono più soggette ad alcun obbligo di secretazione.

La seconda osservazione riguarda la terapia affinché la Rai cessi di essere un corpaccione dominato dai partiti e dalle camarille interne e divenga invece un'azienda indipendente, incaricata di compiere il servizio pubblico dell'informazione. Non parlo ovviamente della necessità di accertare i fatti e sanzionarne severamente gli autori: è un atto dovuto. Parlo della necessità di trasformare l'azienda scrostandola dalle camarille interne e dalla pressione esterna-interna dei partiti.

C'è un solo modo per farlo: trasferire la proprietà dell'azienda dal governo ad una Fondazione i cui dirigenti siano designati dal Presidente della Repubblica e da altre Autorità indipendenti. La Commissione di vigilanza dev'essere a mio avviso abolita perché ha la sola funzione, non più accettabile, di tutelare i partiti. La Fondazione avrà il potere di nominare l'organo di amministrazione dell'azienda e questo nominerà i direttori delle reti e dei telegiornali oltre che gestire le risorse e gli investimenti.

Non è cosa difficile e non richiede molto tempo ma soltanto volontà politica. E urgenza.
Una volta che la Rai sia di proprietà d'una Fondazione indipendente dalla politica, anche il problema del conflitto d'interessi sarà risolto, almeno per questa parte che è poi quella essenziale.
Non aspettate, per favore, neppure un minuto di più.


(25 novembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Nietzsche ultimo moderno
Inserito da: Admin - Dicembre 04, 2007, 11:26:13 pm
Eugenio Scalfari.

Nietzsche ultimo moderno

Dopo di lui un confuso balbettìo.

Nel quale emergono anche figure di grande peso e validità artistica, ma non tali da configurare una 'poetica'


Un libro recentissimo di Alfonso Berardinelli, 'Casi critici', apre e chiude la discussione sul post-modernismo, cioè sulla letteratura, la poesia e l'arte fiorite (si fa per dire) nella seconda metà del Novecento come omologazione e distacco dalla modernità. Stando all'analisi di Berardinelli il post-moderno sarebbe cominciato già negli anni Quaranta del secolo scorso e avrebbe dunque coinvolto anche scrittori e poeti come Moravia, Calvino, Pasolini, il secondo Montale (quello di 'Satura' e delle opere ultime), i 'Cent'anni di solitudine' e perfino un poeta come Auden che ha illuminato la poesia del XX secolo.

Berardinelli si pone, ovviamente, la domanda di che cosa sia e in che cosa consista il post-modernismo e abbozza una risposta. Anzitutto ciò che non è: non è moderno ma neppure avanguardia; non è un 'ritorno all'ordine'; non è invenzione innovativa. Invece è barocchismo, citazionismo, lontananza dalla modernità senza la potenza necessaria ad indicare una strada nuova e diversa. Pensiero debole, lo definisce in conclusione l'autore senza necessariamente dare a questa definizione un significato dispregiativo.

Questo, se ho capito bene, sarebbe il post-modernismo del quale comunque Berardinelli annuncia la fine. Una fine, direi, per estenuazione, dopo la quale non si intravedono altri inizi.

Non faccio il mestiere del critico e quindi non voglio invadere campi di scrittura che non sono i miei; tuttavia sono un lettore di professione, come avrebbe detto Paolo Milano che di critica se ne intendeva. Lettore di professione. Come tale mi arrischio a dire la mia sul tema sollevato da Berardinelli e comincio dall'inizio, cioè dalla modernità.

Ho la sensazione che non si abbia un'idea chiara della modernità, di che cosa si intenda per pensiero moderno. Che riguarda anche, e produce effetti, sulla letteratura, la poesia, la pittura, l'architettura, la musica, la scienza. Insomma su tutte le manifestazioni della vita perché il pensiero è la principale modalità che caratterizza il vivere della nostra specie nel mondo.

Ebbene, il pensiero moderno nasce nel momento in cui la personalità individuale si autopropone come soggetto centrale e autonomo di coscienza e di creatività. Rompendo con i canoni tradizionali dell''ipse dixit', con l'imitazione del passato, con la fissità dei generi letterari e artistici.

La modernità rappresenta cioè la grande rottura rispetto all'antichità classica. Una rottura che coinvolge anche il costume e la politica, l''ancient régime' e la Chiesa da un lato, i moderni dall'altro. Se dovessi scegliere qualche nome direi Caravaggio, Donatello, Michelangelo, direi Mozart, direi Cartesio, Machiavelli, Shakespeare, Galileo e Newton, direi Pascal ed anche Rabelais e Cervantes.

Questo è l''incipit' della modernità, che non comincia tutta insieme e dovunque ma si espande gradualmente a macchia di leopardo per abbracciare alla fine l'insieme della civiltà occidentale.

Il culmine della modernità è raggiunto agli inizi del XIX secolo, a cavallo tra l'Illuminismo e il Romanticismo. Con qualche riserva su quest'ultimo, che regredisce verso il 'Gotico' ma con un'altra parte di sé irrompe ancor più avanti nella creatività soggettiva, soprattutto nella musica, nel romanzo e infine nelle arti figurative e nella poesia.

Fino a quando dura la modernità? Questa sì che è una bella e difficile domanda. Ad essa non si può dare un'unica risposta se non dicendo che la modernità dura fino a quando permane la sua creatività o, se si vuole dirlo in altro modo, la sua forza propulsiva.

Brahms, Mahler, Wagner, sono certamente moderni romantici; ma anche Stravinskij e Debussy fanno parte della modernità sia pure in chiave di avanguardia.

In pittura la modernità arriva fino a Picasso e a Matisse. Ma perfino a Rothko. Avanguardia moderna. Creativa. Innovativa. Che viaggia sull'ascissa del tempo e sull'ordinata della classicità perché la grande modernità è classica, duratura, dinamica. Mi viene da dire eraclitea. Forse aiuta a capire ciò che intendo per modernità se faccio i nomi di Leopardi, Keats, Flaubert, Stendhal, Tolstoj ma poi anche Proust, Joyce, Faulkner, Auden, Rilke, Kafka.

Questa è la modernità classica per dire la più matura e avanzata. Nella scienza la creatività moderna si fregia dei nomi di Einstein, Max Planck, Freud. Poi comincia la 'décadence'. È una fase assai complessa, quella della decadenza. Sopraggiunge quando la modernità raggiunge la pienezza ed è presa da una sorta di languore creativo, dubbiosa sulle proprie capacità e ripiegata su sé stessa. Infine estenuata anzi stremata. Con discontinui bagliori di ripresa che ben presto si spengono in un balbettìo sempre più opaco e insignificante.

Su questo panorama si erge la figura di Federico Nietzsche che è insieme filosofo, poeta, profeta. E chiude, lui sì, definitivamente la modernità poiché la porta al suo punto di estrema radicalità e di nichilismo. Se questo è stato il percorso, e così io penso sia stato, ciò che viene dopo è un confuso balbettìo nel quale emergono figure di grande peso e di grande validità artistica ma non tali da configurare una 'poetica'. Perciò andare a caccia di scuole e di definizioni è tempo sprecato. Dopo la modernità ci sono i contemporanei, che sono inclassificabili. Nasce il linguaggio della fotografia e quello del cinema. Poi quello di Internet. Qualcuno lancia l'immagine delle invasioni barbariche. Perché no?

(30 novembre 2007)


da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Bertinotti e il dovere del silenzio
Inserito da: Admin - Dicembre 07, 2007, 11:15:01 pm
POLITICA IL COMMENTO

Bertinotti e il dovere del silenzio

di EUGENIO SCALFARI


HA ragione il capo dello Stato che si dichiara "perplesso" delle parole dedicate dal presidente della Camera a Prodi e al governo da lui presieduto, nell'intervista pubblicata qualche giorno fa dal nostro giornale. Perplesso è l'aggettivo giusto. Fossimo alla Camera dei Comuni l'aggettivo appropriato sarebbe "scandalizzato", ma qui da noi da tempo i presidenti della Camera e del Senato hanno cessato di essere considerati e da considerarsi semplicemente gli "speaker" delle rispettive assemblee. Sono uomini politici che parlano di politica dalle più alte sedi istituzionali, con la sola cautela di astenersi dalle singole votazioni.

Ma anche se questa è la prassi invalsa, questa volta Fausto Bertinotti l'ha visibilmente oltrepassata. Augurarsi, anzi prevedere, anzi dichiarare che il presidente del Consiglio "è morente", che il centrosinistra ha fallito, che l'opinione pubblica l'ha abbandonato e che il suo partito (di Bertinotti) si propone di dissociarsi dalla coalizione e avere "le mani libere", raffigurano un leader politico a tempo pieno che crea un vero e proprio conflitto istituzionale di inaudite proporzioni. Ne era consapevole il presidente della Camera? Ne aveva valutato gli effetti? Oppure si è fatto prendere la mano mettendosi in una posizione che definire imbarazzante è dire assai poco? Ho grande stima per le capacità suggestive del suo linguaggio e per la sua immaginazione politica. Un po' meno per quanto riguarda il suo senso delle istituzioni.

Ma il problema ora è di capire perché Bertinotti ha detto ciò che ha detto e poi vedere qual è la via - se ce n'è una - per ricomporre il devastante conflitto istituzionale che si è creato.

Capire ciò che ha detto significa anche valutare ciò che non ha detto. Non ha detto che tra gli sconfitti della situazione politica attuale il primo è proprio lui. La pretesa sconfitta del centrosinistra è in realtà l'isolamento della sinistra radicale e il suo ritorno a quel ruolo di semplice testimonianza antagonista dal quale proprio lui, Fausto Bertinotti, ha tentato di liberarla affidandole una funzione di presenza politica governante e concretamente riformatrice.

Nell'idea di Bertinotti la sua sinistra avrebbe dovuto rappresentare una sorta di affluente nel grande fiume del riformismo italiano. Un affluente di grande importanza e di ampio volume di acque, che avrebbe potuto e dovuto modificare in modo significativo il corso del fiume senza proporsi di invertirlo.
Quest'operazione era molto ambiziosa. Il suo partito era infatti nato non per affluire in un fiume riformista ma per dar vita ad un fiume autonomo. Magari parallelo per una parte del percorso, ma poi orientato verso un altro punto cardinale e sospinto da un'altra pendenza.

Superare questa concezione originaria è stato, fin dal 2004 e sempre più con l'approssimarsi delle elezioni politiche del 2006, l'obiettivo di Bertinotti. Per raggiungerlo si è "inventato" il partito transnazionale della sinistra europea. Per la stessa ragione ha accettato la leadership di Prodi, cioè di un leader senza partito; per dare corpo alla sua strategia ha chiesto la presidenza della Camera, mettendosi oggettivamente di traverso alla candidatura di Massimo D'Alema.

So (l'ho saputo dallo stesso D'Alema) che nella "spiegazione" che ci fu tra loro due, D'Alema gli manifestò il timore che Rifondazione, perdendo il suo segretario, avrebbe rischiato di sbandarsi. Fu rassicurato da Bertinotti su questo punto e - come ricordato da Benigni con l'irresistibile comicità che gli è propria - "fece un passo indietro", ma la sua diagnosi si è dimostrata giusta. Rifondazione ha accettato con molto disagio i nuovi compiti politici che gli venivano assegnati, ha accentuato la necessità di distinguersi all'interno del governo, ha alimentato lo scontro anche se alla fine di ogni "round" decideva poi di riallinearsi per evitare la caduta del governo.

La perdita di consenso di Prodi si deve in gran parte alla permanente rissosità che i ministri della sinistra radicale hanno via via accresciuto, dando agli italiani la sensazione che il governo non fosse in grado di governare. Un giudizio che non corrispondeva alla realtà: il governo in un anno e mezzo e malgrado la situazione numerica al Senato, ha governato. Ha varato due Finanziarie importanti, ha recuperato un accettabile risanamento finanziario, ha dato inizio ad una politica redistributiva non trascurabile, ha svolto un ruolo importante nella politica estera.

Eppure tutto è stato reso invisibile dalla rissa continua all'interno dell'Unione e all'interno del governo. Sui "media" non c'era giorno che non vi fossero titoli su quella rissa, se ne fornissero i retroscena, se ne raccontasse lo svolgimento. La gente ha perso progressivamente fiducia, l'opposizione ha puntato tutto sull'implosione della maggioranza. Chi si è assunto la responsabilità dei danni creati da questa continua ricerca di visibilità? Gli attori mai stanchi di rilanciare lo scontro interno sono stati i gruppi di Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi, oggettivamente coadiuvati sull'opposto versante da Mastella, Di Pietro, Dini. La nascita del Partito democratico ha accelerato questo percorso: dal momento in cui il fiume riformista veniva personificato da un partito e da un leader la situazione degli affluenti non poteva che risultare sempre più disagevole.

Concluderei su questo punto con il vecchio adagio: chi è causa del suo mal pianga se stesso. I "cespugli" della sinistra radicale e Rifondazione non si sono accontentati di correggere il corso del fiume riformista, hanno tentato di invertirne il corso o almeno di dare l'apparenza di questa operazione. Di qui l'apparenza di un governo che galleggiava anziché governare, d'un Prodi Re Travicello travolto dai marosi della sua coalizione.

C'era un'alternativa per la sinistra radicale? Non ce n'era altra che tornare al suo vecchio ruolo di testimonianza antagonista. Bertinotti ha resistito finché ha potuto, poi ha mollato. L'intervista a "Repubblica" è la testimonianza del fallimento della sua politica. Purtroppo porta con sé, a scadenza più o meno breve, la fine dell'esperimento prodiano. A meno che Bertinotti innesti ora la retromarcia. Ma il suo partito lo seguirà?

C'è un punto che va chiarito: la citazione di Riccardo Lombardi che nelle parole di Bertinotti a "Repubblica" risulta essere il modello della sua azione politica. Bertinotti come Lombardi? Rifondazione come la sinistra lombardiana?

Non posso credere che Bertinotti non conosca a fondo il pensiero e la biografia politica di Lombardi, perciò o ha travisato volutamente o vuole fornire un'immagine di sé e del suo partito che non collima con la realtà. Lombardi apparteneva allo stesso ceppo riformista di Pietro Nenni. Veniva dal Partito d'azione. Non ebbe mai indulgenze verso l'ala filo-comunista e filo-sovietica che nel Psi era rappresentata da Vecchietti e da Valori. Aveva una solida conoscenza dell'economia, non amava il piccolo cabotaggio riformista e puntava invece sulle riforme da lui definite strutturali: quelle che potevano modificare appunto la struttura del capitalismo senza però impedirne il funzionamento ed anzi rivitalizzandone la concorrenzialità, la trasparenza, l'efficacia e rafforzando la sua scelta democratica.

Le riforme alle quali lavorò quando ebbe inizio il centrosinistra nel 1962, erano quattro: la nazionalizzazione dell'industria elettrica, la nominatività dei titoli azionari, l'abolizione del segreto bancario, la nazionalizzazione dei suoli edificabili. Conosco bene questa storia perché la seguii assai da vicino. Assistetti anche ad un incontro decisivo su tutta questa tematica tra Carli e Lombardi che avvenne in casa mia nel 1963 su richiesta di Riccardo.

La conclusione fu - per dirla molto in breve - che Carli convinse Lombardi sull'impossibilità politica, sociale ed economica di fare quattro riforme di quella portata in un breve spazio di tempo. Avrebbero provocato il panico di tutti i ceti sociali, una crisi nei depositi bancari, una gigantesca fuga di capitali e reazioni politiche di segno autoritario. L'incontro durò fino alle due del mattino. Alla fine Lombardi si convinse. Stralciò la nazionalizzazione dei suoli e l'abolizione del segreto bancario. Concentrò l'azione del Psi sulla nazionalizzazione dell'industria elettrica e sulla nominatività non dei titoli azionari ma delle cedole e dei dividendi all'incasso.

Il suo riformismo cioè riuscì a correggere il corso del fiume riformista senza precipitare in un antagonismo sistemico che serve soltanto a mantenere in vita la ditta dei cespugli grossi e piccoli. Perciò il modello lombardiano è forse quello cui Bertinotti aspirava ma che il suo partito non ha condiviso.

Quanto alla crisi istituzionale, è evidente che essa deve essere immediatamente ricomposta. Sulla carta ci sono due modi di affrontarla: le dimissioni di Bertinotti dalla presidenza della Camera oppure una sua stagione di stretto riserbo politico nei limiti d'uno scrupoloso esercizio del suo ruolo istituzionale. La prima soluzione - quella delle dimissioni - è di gran lunga la peggiore. Aggraverebbe drammaticamente la crisi anziché risolverla; forse sarebbe possibile in un Paese diverso e in una diversa situazione. La seconda dunque è in realtà la sola strada, ma deve avere rilievo pubblico, deve essere esplicita e non implicita.

Non si deve certamente chiedere a Bertinotti ciò che nessun politico è disposto a dare, non gli si può chiedere di smentire se stesso. Ma si ha ragione di chiedergli che dica che d'ora in avanti non farà più esternazioni politiche visto che esse provocano disagio e contrasti accrescendo la confusione.

Prenda atto del dato di fatto e cominci la sua nuova stagione di "speaker", lasciando che il suo partito e gli organi che lo guidano orientino da soli il loro cammino senza bisogno del suo patrocinio. Così avrebbe dovuto essere fin dall'inizio. Lo sia almeno da ora. E lo sia soprattutto per quanto riguarda la riforma della legge elettorale. Sarebbe grottesco e assolutamente intollerabile che il presidente della Camera fosse di fatto uno degli interlocutori degli altri partiti in causa su una materia che troverà in Parlamento la sua sorte. Mai come in questa occasione l'arbitro non può giocare in campo con i giocatori, né nella forma né nella sostanza. Perciò si turi le orecchie, si bendi gli occhi e abbia di mira esclusivamente la corretta applicazione del regolamento parlamentare.

(7 dicembre 2007)
da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Cade, non cade, magari ce la fa
Inserito da: Admin - Dicembre 09, 2007, 04:54:31 pm
POLITICA IL COMMENTO

Cade, non cade, magari ce la fa

di EUGENIO SCALFARI


CADRÀ a gennaio. No, cadrà prima. Non durerà fino al 2009. I pareri sono discordi, le scommesse impazzano. Perfino i cronisti e i notisti politici dei giornali ne sono stati contagiati e invece di raccontare e di analizzare quel che accade si impigliano in vaticini, spesso orientati dagli uffici stampa dei partiti in barba all'oggettività deontologica della professione.

Se il governo cadrà prima di gennaio, cioè nei prossimi giorni, la causa scatenante sarà stata l'emendamento del decreto sulla sicurezza che prevede pene detentive contro chi incita alla discriminazione razziale e omofobica. Cioè il caso sollevato in Senato dalla cattolicissima Paola Binetti.

A gennaio invece si parlerà di verifica: la vuole Prodi per sapere se Rifondazione ha deciso di uscire dall'Unione e la vuole Rifondazione per imporre al governo una politica economica più impegnata nel sociale, per aumentare il potere d'acquisto dei salari e per contrastare il lavoro precario.

Se questi appuntamenti saranno superati il governo avrà guadagnato un anno. Poi si vedrà. Su questi diversi scenari bisogna riflettere. E poi, magari, anche scommettere, ma con cognizione di causa.

* * *

Paola Binetti è senatrice cattolica. Ultracattolica. Di tanto in tanto porta il cilicio (l'ha detto lei) per mortificare il corpo e offrire a Gesù il suo sacrificio.
Questa prassi, ormai desueta, suscita rispetto ma fa anche impressione. Nello smaliziato mondo di oggi può perfino provocare comicità. Infine la Binetti è seguace dell'Opus Dei. Ma si è iscritta al Partito democratico o meglio: viene dai Popolari di Marini, quindi dalla Margherita, per avvenuta fusione è infine approdata al partito di Veltroni.

Sembra che ci si trovi a suo agio. Fa piacere saperlo, la democrazia pluralista del Pd non può che essere rafforzata da questa "contaminazione".
Per i valori che rappresenta, la Binetti è stata inserita nella commissione di quel partito e incaricata di redigere il "manifesto", cioè appunto la carta dei valori. Il presidente della commissione è Alfredo Reichlin, una vita da dirigente del Pci, un intelletto fervido e rispettoso delle diversità, ma certo non un baciapile.

La Binetti e i valori da lei rappresentati saranno indubbiamente contaminanti (utilmente contaminanti) ma dovranno a loro volta venir contaminati dai valori della laicità (utilmente a loro volta contaminanti). Insomma ci dovrà essere una sintesi. Da subito perché il caso Binetti è già scoppiato, rischia di provocare la caduta del governo, il Pd deve dunque prendere una decisione. È evidente che la Binetti non può essere espulsa dal partito: un partito democratico non può, per definizione, sanzionare i casi di coscienza.

Da parte sua la senatrice ultracattolica deve rispondere a due domande. La prima: è vero che alla vigilia del voto ha ricevuto una telefonata dal segretario della Conferenza episcopale che le raccomandava di votare contro? Se è vero, il fatto è molto grave. Non tanto per lei, che avrà certamente seguito la sua coscienza, quanto per monsignor Betori. Lo spazio pubblico di cui la Chiesa gode in abbondanza le dà titolo a propagandare i suoi principi di dottrina, di fede e di morale. Spesso sconfina - e non dovrebbe - nella politica. Ma assolutamente non può intervenire direttamente per condizionare il voto di un membro del Parlamento.

L'intervento del segretario della Cei raffigura una macroscopica lesione delle norme concordatarie. Se l'intervento c'è stato, il ministro degli Esteri della Repubblica italiana dovrà chiedere spiegazioni e scuse formali alla Segreteria di Stato vaticana. Perciò la Binetti ha l'obbligo di dirci la verità su questo punto essenziale.

C'è però una seconda domanda cui deve rispondere. La Costituzione italiana prescrive in modo esplicito che non vi possano essere discriminazioni nei confronti dei cittadini, eguali di fronte alla legge indipendentemente dall'età, dal sesso, dalla religione. Perciò parlare, o peggio ancora legiferare, discriminando gli omosessuali è un atteggiamento anticostituzionale.

L'emendamento inserito nel decreto in questione tende a dare attuazione con legge ordinaria ad un principio essenziale stabilito dalla Costituzione. La senatrice Binetti contesta la stesura di quell'emendamento (che può essere modificato) o contesta il principio sancito in Costituzione? Nel primo caso è giusto che operi per emendare l'emendamento; nel secondo è doveroso che si dimetta dal Partito democratico che tutti può ospitare salvo chi anteponga i suoi principi a quelli della Costituzione.

Non mi pare che sul caso Binetti ci sia altro da dire. C'è solo da attendere le risposte dell'interessata. Se vorrà darle a noi le saremo grati. Comunque le deve dare al suo partito e, più ancora, al Senato della Repubblica.

* * *

Se non cadrà sul caso Binetti, supererà il governo la verifica di gennaio? Io credo di sì.
Rifondazione chiede un robusto impegno sul potere d'acquisto dei ceti più deboli, sul precariato, sulla chiusura dei contratti di lavoro ancora aperti. Per mettere altra carne al fuoco, i ministri della sinistra radicale chiedono anche a Prodi un ripensamento sulla base militare americana a Vicenza.

Il ripensamento violerebbe un accordo internazionale già firmato e confermato. Perciò la richiesta mi sembra più provocatoria che sostenibile. I contratti riguardano la controparte dei sindacati e non il governo, il quale può soltanto auspicarne la chiusura e offrirsi come mediatore se richiesto dalle parti contraenti.

Quanto alla politica redistributiva e al precariato, si tratta di obiettivi che fanno parte integrante degli impegni programmatici del governo il quale ha già dato inizio al loro adempimento e ha già dichiarato la sua ferma intenzione di andare avanti su quella strada nella Finanziaria del 2009. Se anticiperà i tempi sarà ben fatto e penso che lo farà.

Il limite sta esclusivamente nelle risorse disponibili. Cioè nella copertura finanziaria, che dovrà tener conto del vincolo europeo. Già nella Finanziaria del 2008 il governo si è mosso in un'ottica di rispetto di quel vincolo dandone però un'interpretazione intelligente e flessibile, anche se ne è derivato un conflitto con la Commissione di Bruxelles, poi superato in sede Ecofin.

Immagino che la stessa interpretazione sarà mantenuta ferma anche nel prossimo esercizio finanziario. Ma nella sostanza quel vincolo permane ed è interesse del Paese rispettarlo. Per di più, in una materia che investe la politica sociale, è evidente che la verifica politica dovrà svolgersi in parallelo con la verifica con le parti sociali, che del resto l'hanno già chiesta anche loro.

Comunque: non c'è alcuna contrapposizione sugli obiettivi, che sono comuni del governo, della sinistra, dei sindacati. Ed anche della Confindustria e della Banca d'Italia. Altrettanto comuni sono (o dovrebbero essere) gli obiettivi riguardanti la pressione fiscale, la spesa corrente, il disavanzo, il debito pubblico, che dovrebbero tutti diminuire, e l'avanzo primario che dovrebbe invece aumentare.

Non vedo dunque come e perché il governo dovrebbe cadere sulla verifica, sempre che Rifondazione non sia a caccia di pretesti e non abbia già deciso di mettere in crisi il governo.

Se l'ha deciso, se ne assumerà le responsabilità. È vero che la crisi del governo Prodi non significa necessariamente la fine della legislatura. Berlusconi, a quanto si sa, ha assunto l'impegno con Veltroni di continuare il negoziato sulle riforme e lo stesso proposito hanno manifestato Fini e Casini. Tuttavia lo stesso Veltroni ha poi dichiarato che, nonostante questo impegno, una crisi del governo Prodi aprirebbe una fase di precarietà generale che rischierebbe di chiudersi con le elezioni anticipate fatte con l'attuale legge elettorale.

Perciò ci pensi bene la "Cosa rossa" prima di giocare a dadi sulla sorte di Prodi. Ci pensi molto bene perché con quella giocata mette contemporaneamente a rischio gli interessi del Paese e anche i propri.

* * *

Dovrei ora esaminare lo stato della trattativa sulle riforme e il tipo di legge elettorale che potrà risultarne.
Da quanto sappiamo si va verso una legge proporzionale, con uno sbarramento del 5 per cento, qualche specifica normativa per i partiti ad insediamento regionale, la sfiducia costruttiva come prevista dal modello tedesco.
Forse anche una dichiarazione preventiva di alleanze ma non impegnativa rispetto a risultati che richiedessero altre soluzioni.

All'interno del Pd questo risultato (probabile ma nient'affatto facile da raggiungere) ha incontrato finora la netta ostilità di Parisi e della Bindi che rivendicano il sistema maggioritario con premio di coalizione. Perché si aggrappino a questa soluzione è un mistero. Non certo per difendere il bipolarismo, che esiste in ogni caso visto che alla fine, in un regime democratico, ci deve essere una maggioranza che governa e un'opposizione che la contrasta.

Non è dunque il premio di maggioranza che crea il bipolarismo ma la differenza dei programmi e delle forze sociali che i partiti rappresentano. Il premio obbliga a comporre coalizioni non coese, alle quali la pubblica opinione si ribella dopo averle viste all'opera con Berlusconi prima e con Prodi dopo.

Parisi e Bindi fanno finta di ignorare questo generale rifiuto dell'opinione pubblica, ma ne sono perfettamente edotti. Allora qual è la ragione della loro contrarietà? A questa domanda non hanno dato alcuna risposta. Nei fatti la loro ostilità sembra mirare ad un'operazione di indebolimento di Veltroni. Essi lo negano, ma la logica politica porta a questa conclusione. Perciò si spieghino.

Ne hanno il diritto ma soprattutto il dovere.

* * *

Sull'opposto versante, non si riesce ancora a capire la qualità dei rapporti politici tra Fini e Casini e tra i loro rispettivi partiti. Casini dice che sono rapporti improntati al massimo rispetto reciproco, ma questa frase non dice assolutamente nulla. Si stanno avviando verso una federazione elettorale? Un patto di unità d'azione necessario per far loro raggiungere una massa critica numericamente rispettabile, anche al netto di probabili incursioni berlusconiane nel loro elettorato?

Se così fosse e se la legge elettorale fosse proporzionale, il panorama post-elettorale potrebbe essere il seguente: due partiti maggiori - il Pd e i berlusconiani comunque si chiameranno - intorno al 30-35 per cento ciascuno; due partiti di medie dimensioni (Fini-Casini da un lato e Cosa rossa dall'altro) intorno al 15-17 per cento. La Lega e altre formazioni minori di natura locale.

Questo panorama è probabile. Una variante potrebbe essere il rientro di Fini nell'ovile berlusconiano. A quali condizioni? Ancora un lungo e sempre incerto delfinato?
Tutto è possibile ma, allo stato, largamente improbabile.

Intanto la politica, stando agli ultimi rilevamenti del Censis, ha raggiunto il massimo della disistima nella pubblica opinione italiana. Non la destra o il centro o la sinistra, ma la politica complessivamente considerata.
La società civile - ha sentenziato De Rita, ispiratore e fondatore del Censis - è diventata una poltiglia, priva di principi di struttura sociale, di convinzioni radicate. Ed ha illustrato doviziosamente, con analisi e tabelle, questo degrado della nostra società.

Purtroppo sapevamo da un pezzo, molto prima del rapporto Censis, che i blocchi sociali si erano dissolti, la scomparsa delle ideologie aveva dato campo libero alle "lobbies", alle corporazioni, alle clientele ed avevano trasformato le masse in folla anonima, emotiva, dentro la quale ogni individuo è solitario e non chiede altro che di uscire, sia pure per un attimo, dal pozzo nero dell'anonimato.

Questo è lo stato miserevole delle nostre società, di quella italiana in particolare.
Non è un buon segno la disistima verso la politica. Magari meritata, ma non è un buon segno. Come dice Celentano, il nostro lavandino non funziona. Non è con le grida e gli insulti antipolitici che si possa riparare. Ci vuole un buon idraulico. I buoni idraulici non mancano. Qualcuno l'abbiamo già conosciuto, altri possono farsi luce. Bisogna aver fiducia e investire sul futuro.



(9 dicembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - A proposito dell'amore secondo Jean-Luc Marion
Inserito da: Admin - Dicembre 14, 2007, 05:04:05 pm
Eugenio Scalfari


A proposito dell'amore secondo Jean-Luc Marion

Sesso, denaro, tecnologia, hanno scacciato l'eros dalla nostra società: è la tesi del filosofo cattolico francese nel suo trattato 'Il fenomeno erotico' che ha fatto discutere in Francia e ora in Italia.

Perché Marion ha chiuso in soffitta Cartesio e ne ha gettato via la chiave


"Amo, dunque sono": è un libro appena tradotto in italiano, l'autore è un noto filosofo francese (editore Cantagalli) che insegna alla Sorbona, si chiama Jean-Luc Marion, il titolo del volume 'Il fenomeno erotico'. In Francia è già un best-seller ed ha suscitato un dibattito molto intenso. Marion professa la fede cattolica e infatti una parte sostanziosa delle 380 pagine del libro è dedicato all'amore mistico verso Dio e ad una dell'encicliche di Papa Ratzinger sull'amore visto come carità, verso il prossimo e quindi verso Dio.

La tesi centrale dell'opera di Marion è comunque quella parafrasata dal 'Discorso sul metodo' di Descartes. Questa poneva nel pensiero l'evidenza esistenziale dell'io; Marion la colloca nell'amore, anzi per esser più precisi nell'amore erotico, nell'eros, che non si esaurisce soltanto nell'atto sessuale ma in una serie di altri comportamenti altrettanto erotici e forse di più, a cominciare dalla castità dei mistici che amano Dio e/o Gesù non solo con l'intelletto e con la fede ma soprattutto con il corpo, anzi con la carne.

La tesi di Marion è certamente interessante e potremmo anche definirla 'trendy' contrariamente a quanto pensano alcuni dei suoi sostenitori. Nel dibattito che il libro ha suscitato in Francia ma ora anche in Italia si confrontano infatti varie tesi. La prima è che nella nostra società, dominata dalla scienza e dall'economia, non ci sia più posto per l'amore ma soltanto per il sesso. Sesso, denaro, tecnologia: sarebbero questi gli idoli del presente che avrebbero scacciato l'eros. Questa è comunque la tesi di Marion e di chi sostiene le sue affermazioni.

A me non sembra che le cose stiano così. A me sembra invece che l'amore erotico abbia una parte crescente nella nostra modernità. Il corpo e la carne hanno una parte crescente, la carità ha una parte crescente, le varie forme di misticismo religioso hanno una parte crescente. Sarei perciò molto cauto nel sostenere che la società moderna sia sessualmente ricca ma eroticamente povera. A me sembra piuttosto vero il contrario. Se c'è un aspetto in netto declino è piuttosto quello dell'amore intellettuale e della conoscenza disinteressata. Questo sì, sta quasi scomparendo: la filosofia, l'amore per la sapienza e per il sapere.

Un altro punto di confronto nel dibattito suscitato dal libro di Marion riguarda un problema più propriamente filosofico: la felice formula "amo, dunque sono" avrebbe liquidato, dopo quattro secoli di incontrastata egemonia, il "penso, dunque sono" cartesiano ed anche la polarità cartesiana che contrappone o per lo meno distingue la 'res cogitans' dalla 'res extensa'. Saremmo cioè in presenza di una vera e propria rivoluzione nella storia delle idee filosofiche.

Ho usato prima la parola 'dibattito' ma mi correggo: sulla radicalità delle tesi di Marion non c'è stato dibattito ma una sostanziale unanimità. Marion ha chiuso in soffitta Cartesio e ne ha gettato via la chiave. Ebbene, una posizione di questo genere dimostra soltanto a mio modo di vedere la pochezza del sapere filosofico dell'epoca nostra. La tesi cartesiana che definisce la bipolarità tra il corpo e il pensiero era già stata superata da Baruch Spinoza pochi anni dopo la pubblicazione del 'Discorso sul metodo'. Da allora cessò di egemonizzare la storia della filosofia pur essendole perennemente riconosciuta l'importanza d'aver detronizzato l'egemonia della 'Scolastica' aprendo la strada al pensiero moderno.

Diverso il giudizio che si deve dare sul 'Cogito, ergo sum'. La sostituzione di Marion dell'Io amante all'Io pensante costituisce certamente una variante che si affianca all'evidenza cartesiana senza tuttavia spossessarla della sua validità. D'altra parte non è la sola variante possibile dell'evidenza del soggetto; se ne potrebbero indicare parecchie altre di eguale evidenza e validità, tratte dai requisiti essenziali che caratterizzano la nostra specie. Per esempio: "rido, dunque sono", "gioco, dunque sono", "uccido, dunque sono", "sono nato, dunque sono" e infine, forse la più decisiva di tutti, "morirò, dunque sono".

(13 luglio 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Le mie riflessioni su alcuni saggi dell'ultimo libro di Eco..
Inserito da: Admin - Dicembre 15, 2007, 05:53:14 pm
Il fatto e la verità

Le mie riflessioni su alcuni saggi dell'ultimo libro di Umberto Eco 'Dall'albero al labirinto' 

DI EUGENIO SCALFARI


Pochi giorni fa è arrivato nelle librerie un nuovo libro di Umberto Eco. Si intitola 'Dall'albero al labirinto' con un sottotitolo che è una sorta di didascalia: 'Studi storici sul segno e l'interpretazione' (l'editore è Bompiani, le pagine sono 536, l'indice e i testi sbalordiscono per erudizione, acutezza mentale, capacità metaforica, chiarezza di scrittura).

Queste mie riflessioni non vogliono certo essere una recensione. Confesso umilmente che non ne sarei capace. Solo un sapiente di semiologia può affrontare un testo di tal genere. Chi, come me, non possiede questo sapere e ne sa soltanto per ciò che ha letto intorno ad esso, non può cimentarsi se non cogliendone alcuni aspetti dei quali anche lui abbia cognizione e frequentazione non episodica. Ed è quello che qui mi propongo di fare anche perché solo su alcuni dei saggi lì raccolti mi sono concentrato per affinità e curiosità diciamo elettive. Così ho letto 'L'Arbor Porphyriana', le 'Ontologie', le pagine dedicate a Kant, quelle sull''Estetica' di Croce (una stroncatura senza appello ma insieme un inno alla suggestione letteraria della prosa crociana), il capitolo dedicato ai 'Promessi sposi' e infine quello sul pensiero debole e l'interpretazione.

Ho enumerato i limiti quantitativi della mia lettura che corrispondono tuttavia ad una mia selezione qualitativa. La mia mente cioè ha scelto ciò che riteneva di poter comprendere nel vasto arcipelago del sapere d'un autore che non a caso è considerato tra i più fertili della nostra modernità. La mia mente cioè ha deciso autonomamente e preliminarmente in che modo affrontare il testo pretendendo di capirlo e magari giudicarlo non nella sua interezza ma assumendone alcune parti come decisive e simbolicamente rappresentative del tutto. Il lettore avrà compreso che faccio queste precisazioni per entrare a far parte della metodica con la quale l'autore pone la Mente di fronte al Mondo in questo caso la Mente è la mia e il Mondo è il libro che ho tra le mani.

Esaurito questo preambolo vengo a quello che per me è il tema centrale dei saggi qui raccolti e cioè il rapporto tra i fatti e le interpretazioni. Si potrebbe dirlo in vari altri modi. Per esempio: oggettività e soggettività, oppure incomunicabilità della cosa in sé, e altre ancora.

Perché dico che questo tema - che Eco affronta con la sapienza e l'equilibrio che gli sono propri - è centrale? Perché pone al centro la questione della verità. Se vi sia una verità assoluta. Se possa concepirsi e se sia correttamente pensabile una verità assoluta. E quindi se sia correttamente pensabile l'Assoluto, che in questo caso va scritto con la lettera maiuscola perché rappresenterebbe l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine, la Causa prima dalla quale tutto discende e che tutto comprende.

Eco si è confrontato molte volte con questo tema, anche nei romanzi dove assume una funzione essenziale l'enigma, la lettura ambivalente, il 'giallo' raccontato come coesistenza di molte soluzioni possibili, il cavallo alato sulla cui groppa vola la fantasia dell'autore.

Ho segnalato prima l'equilibrio di Eco, per dire che egli evita di radicalizzare le tesi verso le quali propende. Propende ma fino a un certo punto. Propende ma con buon senso. È fedele alla sua tesi ma anche alle 'resistenze' che essa incontra. Fa addirittura l'elogio di quelle resistenze.

Questa sua prudenza, equilibrio e perfino ambivalenza risultano evidenti nelle pagine dedicate al rapporto tra i fatti e le interpretazioni, che chiamano in causa il pensiero di Nietzsche. Il mondo come moltitudine di interpretazioni è infatti la parte essenziale della visione nietzschiana. Servendosi di quello strumento Nietzsche ha messo la parola fine al capitolo della metafisica, che ha dominato la filosofia occidentale da Platone fino all'autore di Zarathustra. Duemila anni di metafisica si sono conclusi nel momento in cui l'interpretazione dei fatti ha detronizzato la verità assoluta. Eco condivide - in parte? - la posizione di Nietzsche che altri filosofi hanno arruolato nel cosiddetto 'pensiero debole'. A me pare invece un pensiero forte, anzi fortissimo per le implicazioni che ha comportato e comporta, ma accantoniamo le definizioni.

Nel ragionamento di Eco, tuttavia, le interpretazioni non possono prescindere dai fatti. I fatti resistono alle cattive interpretazioni. I fatti (è sempre Eco che parla) costituiscono il canone di se stessi nel senso che rappresentano la sola fonte autentica cui si può fare ricorso per scoprire le interpretazioni non pertinenti, non appropriate, insomma fuorvianti.

Debbo dire che Eco non spiega però in quale modo i fatti possono intervenire sulle interpretazioni. Chi parla per conto dei fatti? Chi è il loro 'speaker'?

I fatti (questo penso io) sono muti proprio perché materia interpretabile. I fatti sono una cosa. Una cosa che appare. Fenomenologia. Oggetto di sguardo. Lo sguardo è di per sé un'interpretazione né può essere altra cosa perché è il mio sguardo e non quello di un qualsiasi altro; io guardo quel fatto e leggo quel testo dalla posizione in cui mi trovo in quel momento e in quel luogo; nessun altro individuo può guardare quel fatto dalla mia stessa posizione, nello stesso istante e nel medesimo luogo dal quale la guardo io. Ecco perché la realtà è relativa. Ed ecco perché non esiste alcuna possibilità che il fatto opponga resistenza alla mia interpretazione se non con un'altra interpretazione. Non a caso Nietzsche scrive che "il centro non esiste". Esiste una moltitudine di centri perché ognuno di noi si sente ed è al centro del mondo. Intorno a ciascuno di noi il mondo è una sterminata periferia, dunque il centro è dappertutto, cioè in nessun luogo.

Lo spazio, caro Umberto, è tiranno e qui debbo fermarmi. Spero d'aver scritto abbastanza per stimolare le tue riflessioni come tu hai intensamente stimolato le mie.

(14 dicembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: La Chiesa non può influenzare le scelte del Parlamento.
Inserito da: Admin - Dicembre 17, 2007, 03:52:09 pm
Sinistra poco laica

di Daniela Minerva

La Chiesa non può influenzare le scelte del Parlamento.

E se lo fa, le istituzioni hanno il dovere di reagire.

Il giudizio del fondatore di 'Repubblica'.

Colloquio con Eugenio Scalfari 

 
Nel momento in cui la senatrice Paola Binetti, il 6 dicembre scorso, dopo aver invocato lo Spirito Santo, vota contro il governo sostenuto dal suo partito, si consuma lo strappo. Lei afferma che la sua coscienza le impedisce di voler punire la violenza indotta da omofobia. E squaderna il conflitto che sia Romano Prodi sia Walter Veltroni hanno accuratamente evitato nascondendolo sotto l'oscura etichetta di 'temi eticamente sensibili', e affidandolo, in buona sostanza, alla coscienza dei singoli. Così, all'indomani del voto della Binetti sulla discriminazione degli omosessuali, nella settimana in cui il comune governato da Veltroni deve decidere sulle unioni civili, i temi eticamente sensibili acquistano concretezza, e si rivelano per quello che sono: carne viva del popolo del Pd. Che, a questo punto, si chiede, che razza di partito sta nascendo. E quali compromessi debba trovare con la Conferenza Episcopale per conquistare il diritto di esistere. Noi lo abbiamo chiesto a Eugenio Scalfari.

Il Pd nasce evitando accuratamente i temi cosiddetti etici. Veltroni ha parlato di tutto tranne che di unioni civili, di testamento biologico, di fecondazione assistita. Le pare un buon inizio? O solo un inizio inevitabile?
"È un inizio inevitabile. In quel partito convivono vari nuclei di pensiero tra i quali c'è quello dei cattolici, degli ex popolari, che non vogliono essere stranieri in patria. E vogliono che i propri valori si affermino, insieme a quelli degli altri. Quindi occorre trovare una sintesi. Non solo: questo Pd, a vocazione maggioritaria come ripete il suo leader, vorrebbe espandersi sia verso la propria sinistra sia verso il centro. Ma al centro si imbatte innanzitutto in una formazione moderata cattolica, l'Udc. Pertanto, se si presenta con un volto accesamente laicista, avrà sicuramente molta difficoltà a espandersi verso destra. E verso sinistra, non è su questi temi che trova consensi".

Perché?
"Perché la sinistra radicale non ha una propensione spiccata verso il laicismo. Non è quello il suo terreno: preferisce il terreno sociale. Quindi io penso che il Pd coltivi chiaramente in sé lo spirito di laicità forte. Ma, specie nel muovere i suoi primi passi, lo risolve sul piano definito dal documento che rappresenta la base del Partito democratico su questi temi: quello che fu firmato dai 40 deputati della Margherita guidati da Enrico Letta e Rosy Bindi. In quel testo i 40 dicono che loro, in quanto cattolici, sono molto rispettosi del magistero della Chiesa. Ma aggiungono che non è bene che questo magistero morale entri nella politica, o addirittura nelle normative della politica. Perché a quel punto si pone un confine: l'autonomia dei cattolici entrati in politica e, in particolare, l'autonomia dei parlamentari eletti. Questa è la linea di demarcazione".

Il problema che sembra insormontabile è proprio quello di definire un crinale certo tra le competenze della Chiesa e quelle dello Stato. La Chiesa non può non avere diritto di parola su quelli che sono, da sempre, gli ambiti del suo magistero (la famiglia, la vita, la morte). Non può, insomma, rinunciare al suo mandato di formare le coscienze. Quando questo diritto diventa intromissione inaccettabile?
"Faccio un esempio preso dall'attualità, che mi serve per definire concretamente il limite. Si dice che il segretario della Conferenza Episcopale, monsignor Giuseppe Betori, abbia telefonato a Paola Binetti raccomandandole di votare come poi ha votato. Alcuni però dicono che il monsignore ha telefonato dopo il voto per congratularsi della scelta. Domenica scorsa, scrivendo su 'la Repubblica', ho chiesto alla senatrice di dire chiaramente com'è andata, ovvero se questa telefonata è avvenuta e, eventualmente, quando è avvenuta. La senatrice Binetti è liberissima di non rispondere a me, ma dovrebbe certamente rispondere se a farle la domanda fosse il suo segretario. O se fosse un'interrogazione presentata al Senato. E questa è una questione centrale se parliamo del confine: è necessario che si sappia come è andata e può dircelo solo lei. Allora, se la senatrice dichiarasse che monsignor Betori le ha telefonato prima del voto: questo sarebbe stato un tentativo di condizionare il voto di un parlamentare dichiaratamente cattolico. E quindi sarebbe una lesione macroscopica delle norme concordatarie che dovrebbe indurre, se accertata, un governo serio a inviare alla Santa Sede, tramite il suo ambasciatore in Italia, una nota diplomatica del ministero degli Esteri. E il leader del Partito democratico dovrebbe sollecitare il governo a imboccare la strada di questa procedura".

Tuttavia la Chiesa non può essere ridotta alle opinioni di alcuni grandi prelati. Insomma, sembra legittimo il dubbio che Bertone o persino Angelo Bagnasco non rappresentino la Chiesa nel suo complesso. Lei ritiene che l'interlocutore del Pd sia la Chiesa di Roma o la Chiesa dei credenti?
"Il Pd non ha interlocutori nella gerarchia ecclesiastica. Che può essere interlocutore ufficiale del governo, della presidenza della Repubblica. Delle istituzioni, insomma".

Quindi quando il Pd dice che deve guardare al mondo cattolico, a chi si riferisce: alle gerarchie o alle coscienze?
"Chiaramente alle coscienze. Le gerarchie sono delle istituzioni, le quali colloquiano con la loro gente e con le istituzioni civili del paese di cui fanno parte. Perché, non dimentichiamolo, i vescovi sono cittadini italiani, con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani".

Sembra, però, che Veltroni e il Pd abbiano molto a cuore il dialogo con monsignor Bagnasco...
"Veltroni può incontrare chi vuole, ed è bene che incontri Bagnasco. Il problema nasce non nel dialogo con le istituzioni ecclesiastiche, ma quando esse dicono cose che violano i patti. Se la Conferenza Episcopale insiste su una linea che viola la sostanza, e talvolta addirittura la lettera, del Concordato, allora le istituzioni italiane devono opporre resistenza".

Giuliano Amato, nel commentare su 'L'espresso' come il Pd deve affrontare i nervi scoperti del rapporto con la Chiesa, ha detto che dovrà essere "la classica formazione collettiva di un'area di consenso comune", come fosse una trasformazione "di elementi chimici diversi", la tradizione cattolica e laica. Il che non mi pare diverso da quanto lei scriveva su 'la Repubblica' nel riferirsi ai valori della senatrice Binetti che sono "giustamente contaminanti" e che devono venir "contaminati" dai valori della laicità. Ora, oggi pare che l'ala teodem del Pd non abbia molta voglia di farsi contaminare. Che ne pensa?
"Non la metterei così. Alfredo Reichlin, che è il presidente della Commissione incaricata di stendere il Manifesto dei valori del Pd e di cui Paola Binetti fa parte, mi ha raccontato che nell'ultima seduta della commissione, avvenuta dopo il voto del 6 dicembre, c'è stato uno scambio di battute vivace che però si è concluso con un abbraccio".

Come hanno trovato la sintesi sui gay i saggi della Commissione?
"Cominciamo a dire che la non discriminazione nei confronti degli omosessuali, come di chiunque altro, è sancita da un principio della Costituzione. E a dire che essa è, peraltro, un principio cristiano, parte del patrimonio della predicazione evangelica: ama il prossimo tuo come te stesso. La senatrice Binetti in commissione ha detto che, ovviamente, lei non discrimina nessuno, e neppure gli omosessuali. Ma che ritiene gli omosessuali siano devianti rispetto alla Natura, e che si riserva il diritto di dire che, in quanto tali, non possono accedere a certe istituzioni, fatte per l'uomo e la donna insieme, come il matrimonio o l'adozione. Allora il problema nasce davanti a una legge in cui il diritto sancito dalla Costituzione è detto molto male, tanto male che un giudice, nell'interpretarla, potrebbe condannare un religioso o un laico che sostenga la devianza degli omosessuali e neghi loro matrimonio e adozione. Quindi, secondo la senatrice Binetti questa legge non va bene, e lei non la vota. E questo è un suo diritto. Ma è anche un punto di vista che il Pd deve considerare perché questo articolo è malscritto, e così come è configura un reato d'opinione. Noi democratici, possiamo accettare un articolo che configura un reato d'opinione? Certamente no".

Come le pare questo paese senza morale che, però, si esalta a parlare di etica? E, conseguentemente, cosa pensa di questa epidemia di devozioni? Oggi sono davvero in molti a sentire il 'fascino della fede'. Le pare genuino?
"La maggior parte degli italiani è credente. I non credenti sono una minoranza infima. I credenti veri sono un'altra minoranza. I credenti fai da te sono una maggioranza larghissima. Questa è la situazione del paese, quindi anche la situazione del Pd. I credenti fai da te sono dei laici, non dei laicisti, vagamente credenti. E certamente non sono molto interessati a chiedersi se monsignor Bagnasco possa o non possa intervenire nel dibattito politico. E a dire il vero non sono nemmeno molto interessati a cosa monsignor Bagnasco abbia da dire. È come se dicessero: 'se parla lasciatelo parlare', tanto noi ci comportiamo secondo la nostra coscienza".

(17 dicembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - L'Italia non è triste ma è solo schifata
Inserito da: Admin - Dicembre 23, 2007, 11:03:12 pm
POLITICA

L'Italia non è triste ma è solo schifata

di EUGENIO SCALFARI


La discussione sulla legge elettorale non è molto popolare. Le tv quasi non ne parlano salvo che in qualche salotto televisivo riservato ai pochi appassionati del politichese. I giornali e gli editorialisti si accostano all'argomento con toni sopraccigliosi (con l'eccezione di Giovanni Sartori che è uno specialista in chiarezza sulla materia). Il Paese ha bisogno di ben altro, scrivono, e giù l'elenco dei bisogni insoddisfatti e delle speranze tradite, che sono tanti e anche tanto antichi.

Lo stesso presidente della Repubblica - che pure ha fatto della riforma delle legge elettorale uno dei temi principali della sua predicazione democratica - l'altro giorno ha manifestato il suo malcontento nei confronti del governo per i troppi voti di fiducia ai quali è stato costretto a ricorrere, del resto nel solco aperto dal governo che l'ha preceduto e che peraltro disponeva nelle due Camere di maggioranze numericamente imponenti.

Ma il presidente della Repubblica sa benissimo che il voto di fiducia più volte reiterato al Senato, non è altro che la risposta necessaria all'avvelenamento dei pozzi operato dalla legge-porcata, il "porcellum" proposto dal leghista Calderoli sullo scorcio della passata legislatura e approvato da tutto il centrodestra, Casini in prima fila. I due voti, anzi ormai uno soltanto, di maggioranza al netto dei senatori a vita, non consentono la sopravvivenza del governo senza il ricorso alla fiducia. Perciò è inutile prendersela col termometro, bisogna invece curare la febbre, i sintomi e soprattutto le cause.

È sicuramente vero che il Paese ha bisogno di ben altro, ma è altrettanto vero che una buona legge elettorale costituisce la premessa necessaria e indispensabile affinché quel "ben altro" abbia almeno un inizio. Se c'è bisogno di acqua serve un secchio per trasportarla, ma se il secchio è sfondato bisogna anzitutto ripararlo.

Come si vede, la discussione sulla legge elettorale è tutt'altro che oziosa. Allo stato dei fatti è anzi la questione da risolvere se si vuole che la democrazia italiana possa ancora sopravvivere alla crisi che la sta squassando.

* * *

Una riforma dunque. Ma poi bisogna anche dire quale riforma e perché. Non sono uno specialista, ma la sostanza delle cose è abbastanza semplice da spiegare e da capire.

Non abbiamo in Italia due soli partiti che si contendano il potere di governare. Il Partito democratico di due ne ha fatto uno, ma ne restano ancora troppi, a sinistra come a destra. A sinistra ce ne sono a dir poco sei (senza contare Dini e alcuni "cani sciolti"). A destra quattro (senza contare Storace). Forse ne dimentico qualcuno ma il quadro in sostanza è questo.

Gli elettori sono stufi di questa polverizzazione che accentua il distacco crescente tra l'opinione pubblica e le istituzioni. Sono stufi dei poteri di veto diffusi, delle risse continue, della continua ricerca di visibilità. Un accorpamento è quindi necessario ed è questo l'obiettivo principale della riforma elettorale.

Si può raggiungere in vari modi. Con una legge proporzionale con soglia di sbarramento di almeno il 5 per cento. Chi resta sotto a quella soglia è fuori dal Parlamento. Oppure con il doppio turno e i collegi uninominali. Oppure con una proporzionale con piccole correzioni che premino i partiti di maggiori dimensioni.
Il risultato comune a tutti questi diversi meccanismi è comunque di ridurre i partiti a non più di sei: a destra Berlusconi, Fini, Casini e Bossi; a sinistra il Pd e la sinistra radicale. Più alcune minoranze "linguistiche" come gli altoatesini. Sarebbe già un buon risultato.
Il proporzionale fotograferebbe i consensi ricevuti da ciascuno.

Il proporzionale corretto in senso maggioritario darebbe un premio aggiuntivo ai partiti maggiori: quello di Berlusconi da un lato, quello di Veltroni dall'altro. Rendendo tuttavia necessarie le alleanze dopo il voto poiché nessuno dei due da solo potrà raggiungere il 51 per cento dei seggi parlamentari.
Quali alleanze? Problema difficile da risolvere prima di conoscere dove andranno i voti degli elettori. Se i partiti maggiori supereranno ciascuno il 40 per cento dei voti sarà più facile comporre il "puzzle". Se si attesteranno intorno al 30-35 si rischia l'ingovernabilità.

Ecco la ragione che suggerisce un proporzionale con qualche elemento correttivo in senso maggioritario, visto che bisogna pure che un governo ci sia ed abbia la forza di governare e la capacità necessaria per affrontare pochi ma essenziali temi.

L'interesse del Paese richiede qualche sacrificio alle varie "ditte" partitiche. Gli elettori hanno comunque il potere di concentrare i voti se la governabilità è l'obiettivo per riparare il secchio sfondato. Lo usino, quale che sia il meccanismo della legge. Se non saranno capaci di usarlo non si lamentino poi di ciò che accadrà.

Per un giorno almeno il potere sarà nelle loro mani.

* * *

Quando arriverà quel giorno?
Molti danno per conclusa l'esperienza del governo Prodi. La previsione è che entro gennaio ci sarà la crisi. Provocata da un voto di sfiducia cui basterebbe la diserzione di Dini e gli altri senatori "extra-vagantes".
È possibile che ciò avvenga anche se non è affatto
certo.

Prodi si accinge a varare un pacchetto di iniziative in campo sociale che dovrebbe far aumentare in misura consistente il potere d'acquisto dei lavoratori e dei redditi più bassi. Non sembri strano, ma la copertura finanziaria di queste misure c'è ed è anche abbondante. La spesa pubblica infatti negli ultimi mesi ha rallentato il suo flusso. Il deficit è diminuito dal previsto 2,4 sul Pil niente meno che all'1,5. Nove punti in meno. Basterebbe darne un paio all'ulteriore rafforzamento dei parametri europei attestandoci sul 2,2; resterebbero comunque 7 punti per sostenere i salari e i redditi bassi.

Se il governo affronterà questo tema, reclamato perfino dal governatore della Banca d'Italia e dal presidente della Confindustria oltre che dai sindacati confederali, sarà difficile licenziarlo su due piedi. Tecnicamente può accadere, i cespugli del Senato sono in grado di farlo, ma senza alcuna apprezzabile motivazione di fronte al Paese. Tanto più che la permanenza in carica del governo non impedisce (anzi) il negoziato sulla riforma elettorale. Neppure la pronuncia della Corte costituzionale sul referendum la impedisce. Fino a marzo il Parlamento è in grado di approvare la riforma quale che sia e bloccare il referendum.

Ci sono perciò tutte le condizioni affinché il governo resti in carica e governi.

Un consiglio al presidente Prodi (da uno che è stato tra i pochi a ravvisare più i suoi meriti che i suoi difetti): non si occupi della legge elettorale. È un tema che riguarda il Parlamento e non il governo. Pensi a governare, ce n'è già abbastanza per occupare il suo tempo e quello dei suoi ministri, nessuno escluso a cominciare dai vice-presidenti del Consiglio.

"Lasci il mestiere a chi tocca, Vostra Signoria" disse il padre provinciale dei cappuccini al conte zio che reclamava il trasferimento di fra Cristoforo e suggeriva una sede molto lontana da Milano. Il mestiere in questo caso è dei partiti. I ministri facciano i ministri.

* * *

È chiaro che comunque resta il tema del disagio del Paese e del suo distacco profondo dalle istituzioni. Dalla sfera pubblica. Il suo chiudersi nel privato. Le sue incertezze, le sue paure. La sua indifferenza.
Non è vero che gli italiani siano improvvisamente diventati pigri e tristi. Non è vero che solo piccole minoranze siano ancora animate dalla voglia di intraprendere e di farsi largo nel mondo. Questa è una rappresentazione distorta della realtà, affidata alle rozze domande di rozzi sondaggi.

Gli italiani di provincia e di città hanno voglia di fare e anche di ridere e divertirsi. Di pensare con la propria testa e di non farsi imbonire.

Ce ne sono anche disposti ad essere manipolati, a ricevere passivamente gli slogan, le ideologie, perfino i lazzi dei tanti Dulcamara e dei tanti buffoni di corte che li attorniano. Ma quegli italiani, loro sì, sono minoranza. Tre, quattro, cinque milioni tra manipolati, furbetti, furboni. "Clientes". Non è questa la maggioranza del Paese.

Ma un punto resta fermo: la maggioranza del Paese ha rigetto per gli spettacoli che gli vengono inflitti da chi, maggioranza od opposizione, dovrebbe rappresentarli. Un rigetto crescente, che sta superando i limiti di guardia.

Una magistratura che ricama sgorbi sulle sue toghe aggrappandosi al cavillo della norma senza capacità né voglia di coglierne la sostanza. Magistratura pubblicitaria, così dovrebbe chiamarsi la parte ormai largamente diffusa che insegue la propria visibilità non meno dei Diliberto e dei Mastella.

La vicenda Forleo è il sintomo palese di questa devastazione pubblicitaria che sta sconvolgendo l'Ordine giudiziario e, con esso, il corretto esercizio della giurisdizione. Ho grande rispetto per Franco Cordero, nostro esimio collaboratore, e capisco anche le motivazioni giuridiche che l'hanno indotto a difendere il Gip milanese.

Secondo me quel Gip andrebbe censurato dal Csm non per la procedura che ha seguito ma per l'esibizione di volta in volta vittimistica e sguaiata, con la quale ha invaso teleschermi e giornali. Disdicevole. Aberrante per un magistrato. Falcone, tanto per dire, non ha mai usato quel metodo né lo usarono il magistrato Alessandrini, l'avvocato Giorgio Ambrosoli e tutti coloro che del mondo della giustizia caddero sotto il piombo del terrorismo o della mafia.

Ma la maggioranza degli italiani è anche schifata per la vergognosa commedia che si continua a recitare alla Rai, tra il capo di Mediaset e i suoi servi inseriti in servizio permanente nell'azienda pubblica.

Ha scritto ieri Giovanni Valentini su queste pagine commentando la telefonata tra Berlusconi e Agostino Saccà: "Così la Rai, già greppia e alcova di Stato, viene ridotta al rango d'una filiale di Mediaset, una società controllata, una "dependance" e un "pied a' terre" del Biscione".

Bisogna averla ascoltata oltre che letta quella telefonata, quelle due voci, la voce del padrone di volta in volta annoiata e imperativa, e quella del servo, omaggiante, inginocchiato, pronto ad anticipare i voleri del padrone cercando di riceverne qualche briciola e qualche osso per andarselo a rosicchiare in cucina. Disdicevole. Anzi stomachevole. Ma i politici, tutti senza quasi eccezione, hanno avuto come reazione quella di accelerare il decreto che bloccherà le intercettazioni e la loro pubblicazione. Sul merito, sui contenuti, hanno sorvolato come se fosse ininfluente che il pubblico li conoscesse. Solo Prodi, voglio dargliene atto, ha frenato lo zelo assai mal riposto del Guardasigilli.

Non parlerò del Tar del Lazio. Le sue pronunce parlano da sole. In una doppietta di sentenze ha stabilito nella prima il principio che l'azionista della Rai, che ha il diritto di nominare un solo membro del consiglio d'amministrazione dell'azienda su nove, non può revocarlo dopo averne messo alla prova per un anno intero l'obiettività o la partigianeria. E, secondo colpo della doppietta, aver stabilito l'altro incredibile principio che il ministro che ha la responsabilità politica della Guardia di Finanza non può revocarne il Comandante quando il rapporto fiduciario sia venuto meno per scorrettezze gravi e fondati elementi di negativo giudizio a carico del Comandante in questione.

Come si deve valutare un Tribunale che è una delle più importanti istituzioni giudiziarie e che sentenzia in modo anti-istituzionale? L'opinione pubblica che riceve questo tipo di esempi dai presidi dello Stato, come può riconoscersi nello Stato?

No, colleghi del "New York Times" il nostro non è un Paese né triste né inerte. Semmai è un Paese indignato che non si sente rappresentato oggi come ieri come l'altro ieri e più indietro ancora, fino ai Viceré di triste memoria. L'hanno fatto diventare un Paese anarcoide e allo stesso tempo pronto a farsi cavalcare dai potenti di turno. Ma ci sono ancora - e sono tanti - che rifiutano questi attributi e si aspettano un cambio di marcia e nuove speranze.
Noi siamo tra questi.


(23 dicembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Non nominate il nome di Dio invano
Inserito da: Admin - Dicembre 28, 2007, 04:32:37 pm
POLITICA COMMENTO

Non nominate il nome di Dio invano

di EUGENIO SCALFARI


MI HANNO molto colpito i pensieri e le parole scritte nei giorni scorsi dalla senatrice Paola Binetti e da lei affidate in una lettera al "Foglio" che, a quanto lei stessa scrive, è ormai il suo giornale di elezione. Il testo di quella lettera è stato poi integralmente ripubblicato dal "Corriere della Sera". E di nuovo la senatrice ha ripetuto e ancor più estesamente formulato i suoi pensieri in un dialogo sulla "Stampa" con Piergiorgio Odifreddi.

Il tema di questi interventi è singolare. Viene affrontato per la prima volta nel mondo e per la prima volta nella Chiesa cattolica da parte d'un cattolico militante che si riconosce in un partito ed ha un seggio nel Senato della Repubblica. Si tratta dell'intervento di Dio nella formulazione delle leggi, sollecitato dalle preghiere della senatrice devota.

Ricordo il caso per completezza di informazione. Si votò pochi giorni fa in Senato la conversione in legge del decreto sulla sicurezza. Tra le varie norme ce n'era una che configurava come reato di razzismo la discriminazione nei confronti degli omosessuali effettuata con atti o parole di istigazione a discriminare. La Chiesa si allarmò per timore che la sua predicazione che considera l'amore tra omosessuali una devianza contro natura venisse giudicata reato penalmente perseguibile. Reclamò la cancellazione di quella norma e invitò esplicitamente i parlamentari cattolici a votare contro di essa.

Si trattava con tutta evidenza d'un intervento e d'una interferenza che violavano in modo grave le disposizioni concordatarie. Talmente scoperta - quell'interferenza - da richiedere una protesta formale del governo nei confronti della Santa Sede. Protesta che invece e purtroppo non c'è stata.

Il governo però, a sua volta allarmato dai possibili effetti di quell'interferenza clericale, pose la fiducia sul decreto e sui singoli articoli. I molti parlamentari cattolici che fanno parte della maggioranza votarono la fiducia pur con qualche disagio di coscienza. La Binetti, anch'essa con qualche disagio di segno opposto, votò invece contro la fiducia, cioè contro il suo partito e il suo governo, in obbedienza al dettame della gerarchia ecclesiastica romana.
Il Partito democratico nel quale la senatrice milita decise di mostrare comprensione per il suo voto di dissenso e di non applicare nei suoi confronti alcuna censura politica.

Quanto alla norma concernente l'omofobia, essa fu approvata per un solo voto. Quello contrario della Binetti (e l'altro egualmente contrario del senatore a vita Giulio Andreotti) furono infatti compensati da altri voti. Forse ispirati, questi ultimi, dal demonio. Non si sa e non si saprà mai.

* * *

Fin qui il caso Binetti. Niente di speciale: un caso di coscienza che avrebbe potuto far cadere il governo il quale riuscì tuttavia ad ottenere la fiducia e passare ancora una volta indenne in mezzo a tante traversie.

Trasferitosi l'esame della legge alla Camera, dove il governo dispone d'una più solida maggioranza, si scoprì però che proprio quell'articolo sull'omofobia era affetto da un errore di redazione. Si menzionava infatti come punto di riferimento della norma una direttiva dell'Unione Europea contenuta in un trattato che risultò non essere quello citato ma un altro. Insomma una citazione sbagliata, un errore di sbaglio come si dice in casi analoghi con qualche ironia.
Per evitare che l'emendamento dovesse nuovamente implicare un voto del Senato, il governo decise alla fine di far cadere l'articolo in questione per poi ripresentarlo in altro modo e con altro strumento legislativo.
Normale gestione d'una situazione parlamentare complicata.

* * *

Ma ecco a questo punto insorgere un secondo caso Binetti. Ben più clamoroso del precedente, anche se per fortuna senza effetti parlamentari immediati. E sono appunto le lettere al "Foglio" e il dibattito sulla "Stampa" dove la senatrice sostiene la tesi del miracolo. L'errore di sbaglio, la citazione incomprensibilmente sbagliata non si può attribuire, secondo la Binetti, ad una trascuratezza umana. Quella trascuratezza c'è indubbiamente stata, ma non è né dolosa né colposa. E' talmente macroscopica e impensabile che non può che essere stata effetto d'un "intervento dall'Alto" - così testualmente scrive la Binetti - stimolato dalle sue preghiere.
La senatrice enumera altri casi di leggi e norme da lei ritenute indispensabili per il bene della comunità e della morale, che sono state approvate in Parlamento e da lei attribuite ad altri "interventi dall'Alto", anch'essi stimolati dalle sue preghiere.

Altre norme da lei desiderate e altre preghiere da lei elevate al cielo non hanno invece trovato ascolto (è sempre la senatrice che parla) ma ella non dispera che lo troveranno in un prossimo futuro.

Siamo di fronte ad un caso che, come ho prima accennato, non ha riscontro nella storia né parlamentare né religiosa di nessun Paese. Leggi e norme sull'approvazione delle quali si sarebbero verificati interventi di Dio in accoglienza di preghiere di parlamentari. Come giudicare simili affermazioni? Una presunzione inaudita? Un disturbo mentale? Una fede capace di muovere le montagne e quindi nel caso specifico di ottenere risultati parlamentari altrimenti inspiegabili? Una forma di fondamentalismo ideologico che può suscitare un anti-fondamentalismo di analoga natura ma di segno diverso?

* * *

Mi permetto di segnalare alla senatrice Binetti che il tipo di preghiere da lei elevate a Dio affinché intervenga nella legislazione italiana sono decisamente in contrasto con la costante dottrina della religione da lei professata.

E' curioso che la senatrice non se ne renda conto. È ancor più curioso che sia io a segnalarglielo. Ciò crea una situazione a dir poco comica. Divertente. Paradossale.

La dottrina cattolica infatti ha costantemente incoraggiato la preghiera dei suoi fedeli. La preghiera privata ma soprattutto quella liturgica, tanto meglio se effettuata pubblicamente e coralmente nelle chiese o in qualsiasi sede appropriata.

Ha anche indicato - la dottrina - quale debba essere l'oggetto della preghiera. Non già invocare Dio a compiere miracoli su casi concreti come la guarigione da una malattia o, peggio, un beneficio immediato, una promozione, una vincita alla lotteria, l'ottenimento d'un posto di lavoro e simili.

L'approvazione di un articolo o di un comma o la vittoria d'un quesito referendario non sono state mai contemplate in questa casistica, ma ritengo che possano logicamente rientrarvi. Impegnare il nome e l'intervento di Dio in questi "ex voto" avrebbe piuttosto l'aria d'una provocazione e sfiorerebbe la blasfemia violando il comandamento mosaico che fa divieto di "nominare il nome di Dio invano".

L'oggetto della preghiera deve essere solo quello di chiedere a Dio che la sua grazia discenda sull'orante, che lo aiuti a sopportare il dolore e la sofferenza, che non lo induca in tentazioni, che lo liberi dal Male (cioè dal peccato), che fortifichi il suo amore per il prossimo.
Perciò lei fa benissimo, senatrice Binetti, a pregare affinché la grazia discenda su Giuliano Ferrara (nella sua lettera al "Foglio" c'è scritto anche questo) volendo, potrebbe anche cimentarsi a chiedere che la grazia divina scenda su di me. Non me ne offenderei affatto e sarebbe carino da parte sua.

Ma coinvolgere Dio nella discussione parlamentare, questo, gentile senatrice, è una bestemmia di cui forse lei dovrebbe confessarsi. Però da un sacerdote scelto a caso. Se va da sua eminenza Ruini sarebbe sicuramente assolta in terra. In cielo non so.

Post scriptum. "Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore. Nella preghiera l'uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio, che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l'altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze".

Queste parole si leggono nell'enciclica "Spe Salvi" di Benedetto XVI, a pagina 64 nell'edizione dell'"Osservatore Romano". Le rilegga, senatrice, e cerchi di capirne bene il senso. Soprattutto non si autogiustifichi: il Papa, nella pagina seguente, ne fa espresso divieto.

(27 dicembre 2007)
 
da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Adesso qualcuno dall'alto aiuti Lamberto Dini
Inserito da: Admin - Dicembre 30, 2007, 12:27:16 pm
POLITICA

Adesso qualcuno dall'alto aiuti Lamberto Dini

di EUGENIO SCALFARI

 
ROMA - Il 2007 si chiude. E' stato l'anno del distacco. Se vogliamo sintetizzarne l'elemento dominante rispetto a tutti gli altri, questo si impone per la sua coralità, al Sud come al Nord, tra gli uomini e tra le donne, tra i giovani e i vecchi: distacco, indifferenza, riflusso. Insicurezza. Precarietà psicologica prima ancora che professionale. Sensazione di impoverimento, in basso come in alto. Perdita di senso.

Quando una società si ripiega su se stessa e si rifugia nel suo privato, scompare uno dei suoi requisiti essenziali che è appunto quello della socievolezza.
Subentra solitudine. La scelta di fare da sé alla lunga non paga se non c'è più lo sfondo pubblico entro il quale collocare il proprio talento e la propria intraprendenza. L'anno che sta per chiudersi è stato terribile da questo punto di vista, ma ci consegna almeno quest'insegnamento: la dimensione privata distaccata da quella pubblica non produce ricchezza morale né materiale. Siamo diventati amorali e asociali. Fiori finti invece che fiori freschi, senza profumo, senza polline, senza miele.

Penso e spero che nel nuovo anno la gente metta a frutto questa lezione; butti alle ortiche l'indifferenza, riacquisti l'impegno civile. Le nazioni prosperano quando hanno coscienza di sé, altrimenti declinano. Da questo stato larvale dobbiamo uscire. Sta a noi farlo, a ciascuno di noi, per ritrovare socievolezza, creatività, allegria. Fiducia in se stessi e negli altri. Amore di sé e amore del prossimo. Credetemi, non c'è altro modo per uscire dall'apatia della volontà, dalla bulimia delle richieste corporative, insomma dal pantano.

Ho ascoltato la conferenza di fine d'anno del presidente del Consiglio. Aveva la voce rauca per un'infreddatura di stagione. Che ha dato maggior risalto alla fermezza e al senso delle sue parole. Ha rivendicato i risultati raggiunti nell'anno e mezzo trascorso da quando il suo governo si è insediato.
Questi risultati ci sono, sul fronte dell'economia lo dimostrano le cifre che non sono opinioni ma fatti.
L'opposizione ripete ogni giorno che questo è stato il peggior governo dell'Italia repubblicana ma le cifre non dicono questo, dicono anzi il contrario. Il deficit che fu ereditato nel maggio 2006 era al 4,3 quando Prodi prese il posto di Berlusconi e Padoa-Schioppa quello di Tremonti; ci eravamo impegnati a portarlo quest'anno al 2,4 e siamo attualmente al 2, viaggiamo cioè con un anno di anticipo rispetto agli impegni presi con l'Europa.

Probabilmente il deficit nei prossimi mesi scenderà ancora. La spesa corrente è rallentata. La lotta all'evasione ha fruttato finora 20 miliardi di maggiori entrate. Questi miglioramenti hanno già consentito una Finanziaria che ha avviato un processo di ridistribuzione del reddito e di rilancio della crescita. Nei prossimi mesi bisognerà fare di più. L'8 gennaio ci sarà il primo incontro con le parti sociali. Riprende la concertazione a tre, con i sindacati e la Confindustria. Per stipulare un patto, accrescere la produttività e il reddito, sostenere il potere d'acquisto dei ceti in sofferenza, chiudere i contratti di lavoro. Eppure questi risultati non si sono tradotti in un ritorno di fiducia.

Il governo viaggia ancora con un consenso bassissimo, sotto al 30 per cento. E' esposto al rischio di crisi ogni giorno. Ma non cade malgrado i cupi vaticini dell'opposizione. Il prossimo appuntamento di questa "via crucis" lo avremo il 21 gennaio quando si voterà la mozione di sfiducia contro il ministro dell'Economia, colpito da due sentenze del Tar del Lazio, rispettivamente sulla revoca di un consigliere di amministrazione della Rai e del Comandante generale della Guardia di Finanza.

Ho già scritto domenica scorsa su queste inquietanti sentenze della giustizia amministrativa, ma voglio tornarci ancora perché esse sono rappresentative d'una palese distorsione d'un principio essenziale dello Stato di diritto e della divisione dei poteri. La giustizia amministrativa è nata centotrenta anni fa per tutelare gli interessi dei cittadini nei confronti di eventuali decisioni arbitrarie del governo. Ma negli anni più recenti la debolezza politica dei governi ha incoraggiato i tribunali amministrativi a proclamare la propria competenza anche sugli atti politici.
Quest'interpretazione estensiva da parte dei tribunali amministrativi non ha alcun riscontro né nella Costituzione né nell'ordinamento giudiziario e crea una situazione abnorme: si sottopone a giudizio un atto politico, si invade la sfera politica, si vieta ad un ministro politicamente responsabile dell'operato di un corpo militare posto alle sue dipendenze di esonerarne il Comandante pro tempore che ha perso la sua fiducia.
La cosa ancor più paradossale è che l'opposizione parlamentare, anziché unirsi alla maggioranza per riportare le competenze dei tribunali amministrativi nel loro alveo naturale, ne tragga invece spunto per sfiduciare quel ministro accettando e strumentalizzando un'invasione di campo molto grave.

So che il governo non ha ancora deciso se ricorrere in appello contro il Tar del Lazio al Consiglio di Stato. Ma non è il Consiglio di Stato, a mio avviso, a dover essere interpellato con un ricorso poiché qui non si tratta di rivedere ed eventualmente correggere una sentenza, bensì di mettere sotto esame uno sconfinamento della massima gravità da parte della giustizia amministrativa. E' dunque materia per un verso della Corte di Cassazione e per un altro della Corte Costituzionale per dirimere un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato.

* * *

Mi sono soffermato su questa inquietante vicenda perché essa è simbolicamente rappresentativa della devastazione avvenuta nella vita pubblica e nei rapporti tra i poteri costituzionali. Ma un altro esempio altrettanto simbolico lo si può ravvisare nel caso Alitalia. Sappiamo quali siano stati i torti e gli errori dei governi succedutisi negli ultimi dieci anni per quanto riguarda la nostra ex compagnia di bandiera. Dieci anni fa l'Alitalia poteva ancora essere rilanciata, poteva unirsi in condizioni di forza con altre compagnie europee, poteva esser venduta a privati in grado di gestirla meglio. Non fu fatto allora né negli anni e dai governi successivi. I sindacati dell'azienda dal canto loro fecero la loro brava parte per appesantire il bilancio. Le società di gestione dei servizi aeroportuali fecero il resto sulla pelle degli utenti. Adesso siamo arrivati al punto finale, il consiglio di amministrazione della società ha scelto all'unanimità l'Air France tra i contendenti rimasti in gara. Il governo dopo breve riflessione ha confermato quella scelta. Ci saranno ancora due mesi per metterne a punto le condizioni, ma la decisione è avvenuta e sembra la migliore. Air France è la più grande compagnia internazionale di trasporto aereo; l'Alitalia può trovare in quel quadro un suo ruolo, una sua vitalità e un suo rilancio.

A questo punto insorge la questione Malpensa che diventa una bandiera politica nelle mani di Bossi e di Formigoni. Il capo della Lega, con la brutalità lessicale che gli è propria, minaccia insorgenza armata, blocchi stradali, occupazione di aeroporti in nome della Padania mortificata e offesa. Il governatore della Lombardia appoggia quelle minacce e mette il suo veto alla decisione del governo in nome della difesa di Malpensa. Ma nessuno dei "protestanti" ricorda che il flop di Malpensa ha un nome ben preciso; si chiama Linate. L'aeroporto di Malpensa ha perso ruolo e possibilità di successo in due fasi: la decisione, tutta lombarda, di conservare a Linate la tratta più redditizia del traffico aereo italiano, cioè Milano-Roma e, seconda fase, l'apertura e il potenziamento di decine di nuovi aeroporti proprio nella Padania a cominciare da Bergamo, da Padova, da Verona. Da questi aeroporti i passeggeri di voli intercontinentali partono a migliaia saltando Malpensa e dirigendosi direttamente a Parigi, a Francoforte, a Zurigo, dove trovano coincidenze in vari orari della giornata verso tutti gli scali del pianeta. Chi ha vanificato gli investimenti fatti a Malpensa non è stata Roma, è stata Milano. Né Bossi né Formigoni misero un dito per contrastare quelle circostanze, a creare le quali hanno anzi collaborato per quanto stava in loro.

* * *

Dicevo che il governo ha dimostrato di voler rilanciare il proprio programma puntando sulla crescita senza abbandonare il rigore e discutendo questi suoi propositi con le parti sociali nei prossimi giorni. Ma si trova esposto continuamente al rischio d'esser battuto al Senato.Lamberto Dini e una cinquina di senatori hanno ora lanciato l'ultimatum definitivo: elaboreranno un loro programma alternativo e lo presenteranno a Prodi; se lo accetterà integralmente, bene, altrimenti lo sfiduceranno unendo i loro voti a quelli dell'opposizione. Qui si pone il tema (filosofico e psicologico), di interpretare il personaggio di Lamberto Dini.

E' stato da giovane un brillante direttore del Fondo monetario internazionale. Stanco di vivere a Washington tornò in Italia dove entrò nella Banca centrale diventandone il direttore generale. Quando Ciampi lasciò l'Istituto, chiamato da Scalfaro alla presidenza del governo, Dini avrebbe voluto prenderne il posto, al quale tuttavia Ciampi non lo ritenne idoneo. Le ragioni non si sono mai sapute, ma debbono essere state piuttosto serie per indurre un personaggio come Ciampi a pronunciare il suo veto.

Si aprì allora per Dini la carriera politica che non fu certo avara nei suoi confronti: ministro del Tesoro con Berlusconi, fu autore della migliore riforma pensionistica tuttora in atto; poi presidente del Consiglio per due anni guidando un governo appoggiato dal centrosinistra e dalla Lega, che guidò con efficacia e discrezione. Eletto al Senato nelle liste dell'Ulivo è attualmente presidente della commissione Esteri. Ha 77 anni. Non li dimostra, ma li ha. Che cosa vuole Lamberto Dini? Pare che aspiri alla presidenza del Senato. Oppure al Tesoro. Oppure, a tempo debito cioè tra cinque anni, alla presidenza della Repubblica.
Ripercorrere il "cursus honorum" di Ciampi ad un'età ancora più tarda di lui: questo sembra il desiderio di Dini.

Desiderio arduo e tuttavia legittimo. Solo che la strada imboccata non è moralmente e politicamente la migliore. Fabbricare a tavolino un programma quando si è stati eletti appena un anno e mezzo fa su un altro programma suffragato dal voto di molti milioni di elettori, è un comportamento bizzarro. Contrapporre il suo documento a quello che l'ha portato in Parlamento e che ha ottenuto risultati non disprezzabili, approvati anche dal Fondo monetario e dalle autorità europee, non dimostra doti di coerenza etica e logica, rivela anzi una subordinazione ai desideri berlusconiani. Subordinazione preoccupante dopo le notizie trapelate sulla compravendita di senatori da parte del Cavaliere.
Dini non fa parte (così si spera) della campagna acquisti di Berlusconi, ma dovrebbe preoccuparsi delle apparenze. Non dovrebbe favorirne la circolazione facendosi lui promotore d'una crisi di governo qualora non sia approvato un testo da lui redatto e approvato da due senatori suoi amici. E' ragionevole questo modo di procedere? Riapre la strada a cariche istituzionali?
Fossi in lui, manterrei più "aplomb", se mai cercherei di ottenere le preghiere della sua collega Binetti e l'intervento della Provvidenza per ascendere al Senato in una prossima legislatura.

Abbia pazienza, senatore Dini. Lei ha 77 anni ma, come ho già detto, non li dimostra. Vedrà che dall'Alto qualcuno si muoverà in suo favore se lei troverà gli intermediari giusti. Come lei ben sa, è sempre questione di maniglie...

(30 dicembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Il sacro e il profano
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2008, 04:34:27 pm
Eugenio Scalfari.

Il sacro e il profano

Ieri il conformismo imperava. Oggi ha un segno diverso ma ce n'è a piene mani.

Con Babbo Natale e le renne in testa al corteo. È di Gesù bambino non si parla più


I miei primi ricordi delle Feste mi riportano ad abitudini molto diverse da quelle di oggi. È vero che sono trascorsi ottant'anni da allora e il mondo intorno a noi è molto cambiato, ma vale la pena di raccontarle, quelle abitudini e questa diversità, non fosse che per confrontarla col presente. Se siamo mutati in meglio o in peggio non so. Dico soltanto che sono un'altra cosa.

Le Feste con la effe maiuscola per noi bambini e per i nostri genitori erano le due settimane che vanno dal 23 dicembre fino all'Epifania che infatti (lo si dice ancora) tutte le feste le porta via. Allora non esisteva il 'week-end', il finesettimana. Il sabato e la domenica pochi si muovevano, la seconda casa era un lusso che le famiglie della piccola borghesia e degli operai non si potevano concedere. Ci si riposava, si passeggiava. Magari si andava al cinema e questo era tutto.

Dunque le Feste. Attese. Vagheggiate. Gioiose.

Cominciavano con le letterine, indirizzate ai genitori, cara mamma e caro papà, sempre le stesse con scarsa fantasia. Piene di buoni propositi: sarò buono, sarò obbediente, vi voglio bene, eccetera. Ne conservo ancora qualcuna insieme alle pagelle della prima e della seconda elementare.

L'apertura ufficiale arrivava la sera del 24 dicembre. Il cenone della vigilia. E il presepe. Anzi presepio. Ci avevano lavorato a lungo, bambini e genitori. Avevano raccolto la vellutina in campagna e nei giardini delle città. I personaggi del presepio venivano conservati da un anno all'altro e così le casette dei contadini, le pecore dei pastori, i tre Re magi, la Madonna col suo manto azzurro e San Giuseppe che non so perché risultava calvo, forse per dargli un sembiante da persona anziana e senza le tentazioni della carne. E il bambino. Il bambino Gesù, un corpicino nudo o appena velato per nascondere il sesso.

Da un anno all'altro il teatrino veniva arricchito con nuovi acquisti: un pozzo, un pastore in più, un'altra casupola.

Finita la cena, i bambini recitavano una poesiola o leggevano la letterina. Poi andavano a dormire e venivano svegliati pochi minuti prima della mezzanotte. Si formava un piccolo corteo col bimbo più piccolo in testa che portava il bambino Gesù e lo deponeva nella culla vigilata dalla mucca e dall'asino. La cerimonia finiva lì e si tornava a dormire, ma non era facile riprender sonno anche perché si sapeva che al risveglio avremmo trovato i regali.

I regali del Natale erano tuttavia leggeri. Una bambolina per le femmine, ai maschi un gioco dell'oca o il meccano che allora era in voga, abituava a una manualità molto incoraggiata dai maestri della scuola.

I grandi, genitori e altri parenti e amici, non si scambiavano regali tra loro, non era uso. L'albero di Natale ci era del tutto sconosciuto e lo stesso Babbo Natale - almeno nelle regioni del Centro e del Sud - non esisteva. Qualche vaga eco ce ne arrivava da conoscenti che abitavano a Milano e Torino. Da Roma in giù di papà Natale non si aveva notizia.

I giorni successivi della Festa i bambini giocavano alla guerra. Avevano, eccezionalmente, zona franca in gran parte della casa e ne approfittavano. Costruivano accampamenti con vecchie coperte fissate al muro e appoggiate sulle sedie e si sparavano fagioli e ceci con pistolette a molla. Le femmine, all'interno della tenda, reclamavano un loro spazio destinato alla cucina. Il gatto (c'era sempre un gatto) si tentava di introdurlo in tenda, ma lui non gradiva, graffiava e fuggiva mettendo in pericolo il fragile equilibrio di quella costruzione.

Poi si giocava all'oca. O al nascondino. O a moscacieca. Così passavano i giorni aspettando con impazienza la Befana perché era lei che portava i regali veri.

La sera del 5 gennaio l'attesa raggiungeva il culmine. La Befana sarebbe arrivata a notte fonda e non ci era permesso di aspettarla, ma i bambini erano all'erta, sorvegliavano ogni entrata e ogni uscita. I grandi mostravano un'aria insolitamente misteriosa. C'era un punto della casa con la porta chiusa a chiave. Lì, evidentemente, si nascondeva un mistero.

Alla fine ci addormentavamo ma il risveglio era anticipato da un rumore di coperchi e di pentole battute una con l'altra che ci buttava dal letto. I regali erano allineati davanti al presepio ma non era Gesù ad averceli fatti. Il sacro non veniva mescolato col profano.

Sull'identità della Befana non s'è mai fatta chiarezza. Escluso che fosse una strega. Altrettanto escluso che fosse una zia o comunque una parente della Madonna e di San Giuseppe. Faceva parte di un altro mondo, fiabesco e per noi piccoli più affascinante di quello religioso. Un mondo fatato, popolato di principi, cavalieri, fate benevole, folletti burloni, contadinelle, bestiole amorevoli.

Nessuno di loro ci imponeva comportamenti edificanti né richiedeva preghiere e fioretti. Semplicemente, animavano la nostra immaginazione. Credevamo anche che la notte, quando tutti dormivamo, gli oggetti della casa si animassero e vivessero una loro vita allegra e protettiva vegliando su di noi che dormivamo. E sognavamo.

Queste erano le Feste per noi. Purtroppo gran parte delle famiglie di allora non se le poteva permettere e le riduceva al minimo. Le famiglie d'altra parte non erano tutte così amorose come i bambini avrebbero voluto. Però le tradizioni erano rispettate e chi trasgrediva era cattivo.

Il conformismo imperava. Perché, oggi no? Avrà un segno diverso ma ce n'è a piene mani, con Babbo Natale e le sue renne in testa al corteo. Di Gesù bambino non si parla quasi più, ve lo dice un laico come me. Si direbbe che il trasgressivo sia diventato lui.

(04 gennaio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - La montagna di "monnezza" che sfiora la luna
Inserito da: Admin - Gennaio 06, 2008, 04:18:02 pm
CRONACA L'EDITORIALE

La montagna di "monnezza" che sfiora la luna

di EUGENIO SCALFARI


LA SETTIMANA che oggi si conclude con la festa (religiosa?) dell'Epifania offre alla nostra riflessione di cittadini italiani e cittadini d'un mondo globalizzato almeno cinque argomenti di primaria importanza: l'inizio delle primarie americane con il sorprendente sorpasso di Barack Obama su Hillary Clinton, il timore della recessione economica in tutti i paesi dell'Occidente, la "monnezza" napoletana, il tentativo di rilancio del governo Prodi sui temi della politica sociale, lo scontro intorno alla legge elettorale.

Per completare il quadro ci sarebbe anche da esaminare il dibattito sull'aborto, improvvisamente aperto dall'accoppiata Ruini-Giuliano Ferrara dietro ai quali si staglia la figura di papa Ratzinger con tutto il corteggio di cardinali e vescovi, la cosiddetta "gerarchia" al gran completo con zucchetti rossi e paramenti d'occasione.

Sei argomenti sono troppi per essere affrontati tutti insieme, anche se denotano un'effervescenza insolita in un mondo che pure in questi ultimi anni dà prova di crescente agitazione, frutto al tempo stesso di alacrità e ricerca del nuovo ma, insieme, di distacco, ripiegamento, declino.

Alcuni di questi temi hanno un fondamento autonomo. Ma altri sono profondamente interconnessi, specie se li guardiamo dalla nostra visuale domestica. Così la "monnezza" napoletana ci richiama al problema dell'incapacità decisionale nostrana e questa alle malformazioni delle nostre istituzioni. Infine la minaccia della recessione e della "stagflation" (inflazione-depressione) diffonde la sua ombra sul faticoso rilancio del governo Prodi e della sua politica sociale.

Perciò cerchiamo di chiarire qualche aspetto di queste sequenze e individuare il "trend" che configura la nostra pubblica opinione.

Comincio con la "monnezza" napoletana, non a caso seguita con foto e cronache dai principali giornali del mondo e perfino dalle autorità europee di Bruxelles allarmate da quanto accade.

Lo scrittore Roberto Saviano ne ha diffusamente scritto ieri sul nostro giornale con la conoscenza di "persona informata dei fatti", indicando i colpevoli, i profittatori, l'inerzia irresponsabile delle istituzioni locali, la pessima gestione tecnica e politica d'un fenomeno che resterebbe incomprensibile senza l'oggettiva congiura di tutte queste circostanze che configurano una serie di aggravanti e non di attenuanti come invece ci si vorrebbe far credere.

Il problema dello smaltimento dei rifiuti riguarda le città di tutto il pianeta ma ha trovato da tempo la sua normalizzazione. Se ne sono occupati gli amministratori, i tecnici e perfino i romanzieri. Don DeLillo gli ha dedicato uno dei suoi romanzi più significativi. I rifiuti hanno dato vita ad una delle industrie più prospere del capitalismo post-industriale, producono profitti ingenti e occupano milioni di persone.

Ma lo spettacolo di una grande città sepolta da tonnellate di schifezze con effetti gravi sulla salute degli abitanti si è visto e si continua a vedere soltanto a Napoli e in tutta la Campania. Nulla di simile è accaduto a New York, a Los Angeles, a Londra, a Parigi, a Berlino, a Tokyo, a Shanghai, al Cairo, a Rio de Janeiro e in nessun altro angolo del pianeta.
A Napoli sì. Da quindici anni. Non è e non può essere un problema antropologico. Semplicemente: le istituzioni non funzionano, la camorra ne approfitta, non funziona la Regione, non funziona il Comune, non funziona il Commissario ai rifiuti, non funzionano le imprese addette a quel servizio. Celentano avrebbe detto: non funziona il rubinetto di casa mia.

Dovevano puntare sui termovalorizzatori e sulla raccolta differenziata. Le discariche avrebbero dovuto essere una valvola "tattica" per ospitare alcune punte stagionali, come accade in tutte le altre regioni italiane e nel mondo intero. Invece le discariche sono diventate la soluzione preminente e permanente facendo la ricchezza dei proprietari di quei terreni e l'infelicità dei loro abitanti.

Solo adesso, con almeno dieci anni di ritardo, si è deciso di costruire un termovalorizzatore che - si dice - entrerà in funzione tra un anno, ma più probabilmente ce ne vorranno almeno tre. Dovrà smaltire l'accumulo di rifiuti che nel frattempo sarà stato stoccato nelle discariche riaperte con l'ausilio della forza pubblica in tenuta da sommossa.

Chi ha commesso questo macroscopico errore? Forse i Verdi hanno qualche responsabilità, ma i responsabili principali sono il governatore Bassolino e il sindaco di Napoli, Russo Iervolino.

Ho avuto in passato simpatia e stima per entrambi, ma adesso sia la stima che la simpatia si sono molto attenuate. Penso che dovrebbero andarsene. Scusarsi e andarsene. Mi auguro che il presidente del Consiglio glielo chieda. La loro uscita di scena non è certo la bacchetta magica per far sparire la montagna di rifiuti che ammorba la città e i paesi del circondario, ma rappresenta comunque la doverosa punizione dell'errore strategico compiuto e nel quale per anni hanno perseverato.

La disistima della gente per la politica si deve principalmente ad un sistema perdonatorio che premia l'insipienza e le clientele. Il contrario di una democrazia efficiente e trasparente.

* * *

La "monnezza" napoletana riflette le malformazioni più generali della nostra democrazia, in ritardo di molti decenni rispetto ai mutamenti nel frattempo avvenuti in tutti i Paesi equiparabili al nostro.

Noi abbiamo un Parlamento irretito dal voto di fiducia, senza alcun correttivo che vi ponga riparo. Crediamo anzi tentano di farci credere che la fiducia parlamentare rappresenti il culmine della sovranità popolare delegata ai rappresentanti del popolo che siedono (fin troppo numerosi) sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ma non è così, anzi è il contrario di così.

L'istituto della fiducia non rappresenta affatto un potere del Parlamento sull'Esecutivo ma piuttosto il guinzaglio con cui l'Esecutivo tiene il Parlamento per il collo.

Il presidente degli Stati Uniti non ha bisogno della fiducia del Congresso; in Usa non sanno neppure che cosa sia il voto di fiducia: il Presidente eletto dal popolo ha nelle sue mani tutto il potere esecutivo, nomina i ministri segretari di Stato e li revoca, propone disegni di legge, può mettere il veto a leggi non gradite. In compenso il Congresso, depositario del potere legislativo federale, ha poteri formidabili di controllo sull'operato dell'Amministrazione che li esercita senza scrupoli di sorta. Nessuna nomina può esser fatta senza la sua approvazione, i dirigenti e i ministri debbono riferire periodicamente alle commissioni del Congresso e del Senato.

Il potere non è acefalo ma bicefalo. Non è affatto indenne da errori e disfunzioni ma da più di duecento anni guida un Paese che ormai da tempo ha le dimensioni d'un impero mondiale.

In Europa le democrazie più solide hanno impianti diversi da quello americano ma il tema dell'efficienza decisionale è stato affrontato e risolto da tutti, in Francia in Gran Bretagna in Germania in Spagna.
In Italia no. Governo e Parlamento sono legati a doppia catena con le conseguenze d'una debolezza congenita e di una lentezza decisionale esasperante. La stessa che ha tolto dignità e peso alla magistratura. La "monnezza" è di casa a Napoli, i fascicoli accumulati nei Tribunali civili e penali sono di casa in tutti i Palazzi di giustizia italiani. E' la loro (e la nostra) monnezza.

Ho letto che se i rifiuti di Napoli fossero tutti accatastati con un base di trentamila metri quadrati, raggiungerebbero oggi un'altezza di quasi quindicimila metri, il doppio dell'Everest. Analoga e gigantesca montagna la si potrebbe costruire accatastando i fascicoli dei processi in attesa di sentenza; forse anche più alta.

Per risolvere almeno in parte la disfunzione democratica ci vuole una legge elettorale adeguata e alcune riforme costituzionali. Veltroni si è preso in carico la soluzione del problema che non è di forma ma di sostanza e non riguarda solo i politici ma tutti i cittadini, visto che siamo noi, almeno per un giorno, il popolo sovrano. Ci riguarda tutti; riguarda anche il tema della "monnezza" napoletana, anche la Tav in Val di Susa, anche il testamento biologico, anche i Dico o come diavolo si chiamano. Riguarda la legislazione, la giurisdizione, l'amministrazione e l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E anche l'aborto e la pillola RU 486.

Veltroni e i dirigenti del Partito democratico hanno indicato nelle elezioni uninominali con ballottaggio tra i candidati che al primo turno non abbiano raggiunto la maggioranza assoluta ed abbiano almeno ottenuto il 12 per cento dei voti, il sistema adatto purché combinato con l'elezione popolare del presidente della Repubblica e col rafforzamento dei suoi poteri in chiave presidenzialista.

Si tratta d'una riforma complessa che potrà rappresentare il tema dominante della futura campagna elettorale. Nella sua intervista di ieri al nostro giornale il segretario del Pd ha citato un passaggio importante che Cesare Salvi (sinistra radicale), allora relatore alla Bicamerale del 1997, scrisse proponendo il sistema presidenziale ed elettorale francese. Da allora, ha aggiunto Veltroni, questa è stata la posizione costante del riformismo italiano.

Ma per ora si tratta soltanto di una prospettiva. Per ora così Veltroni si deve andare verso un sistema elettorale a base proporzionale con un ragionevole correttivo maggioritario che dia più forza ai partiti di maggiori dimensioni e induca i minori a raggrupparsi tra loro.

Perché questo è l'obiettivo attuale? Perché è il solo capace di darci governabilità. Senza di esso non c'è che la cosiddetta Grande Coalizione: Pd e Forza Italia insieme.

Veltroni ha dichiarato (e non ce n'era neppure bisogno) che il Partito democratico non è disponibile a questa soluzione. Ma chi lavora per un proporzionale puro vuole in realtà arrivare a questo risultato. I numeri gli danno pienamente ragione.

Per il poco che possa valere, penso che Veltroni abbia scelto la posizione più adatta a risolvere i problemi della governabilità e penso anche che essa potrà passare soltanto se ci sarà l'accordo con Forza Italia e con Rifondazione, più tutti gli altri che vorranno uscire dal pantano attuale.

* * *

Per portare a termine questo primo blocco di riforme elettorali e costituzionali, comprensive del Senato federale e della riduzione del numero dei parlamentari nella prossima legislatura, Veltroni pensa ragionevolmente che ci voglia un anno di tempo. E la prosecuzione fattiva del governo attuale con l'obiettivo di ridare fiato ai ceti economicamente più deboli, insidiati sempre più dall'aumento dell'inflazione e da un probabile rallentamento nella crescita dei redditi.

In realtà in Usa si parla ormai esplicitamente di recessione. Molti economisti affermano che è già in atto da almeno tre mesi, accompagnata da un'inflazione che ha rialzato la testa e da un netto aumento della disoccupazione.

Pensare che l'Europa e l'Italia non risentano di quanto sta avvenendo nell'economia americana è pura illusione. Alla crisi devastante dell'industria e della finanza immobiliaristica si aggiunge ormai il ribasso di Wall Street e di tutte le Borse mondiali, l'indebolimento dei consumi, l'aumento dei tassi sui mutui e una liquidità più severa.

In queste condizioni il bilancio italiano si trova, una volta tanto, in migliori condizioni per quanto riguarda l'andamento delle entrate e la diminuzione del fabbisogno.

Ma abbiamo pur sempre la palla al piede del debito pubblico che ci mangia ogni anno 70 miliardi di interessi.

Per ridare fiato ai cittadini e ai lavoratori ci vorranno più o meno 8-10 miliardi di euro. In teoria la copertura c'è e non è esatto dire che il ministro dell'Economia si opponga a questa manovra che dovrebbe prender l'avvio tra il marzo e il giugno prossimi.

L'obiezione di Padoa-Schioppa non è tanto sui numeri ma sui modi. Probabilmente sarebbe d'accordo se quelle cifre fossero erogate con provvedimenti "una tantum" in attesa di vedere che cosa avverrà nel mondo e in Europa nel corso di un anno così incerto come questo. Se il buon tempo tornerà, nel 2009 e negli anni successivi i provvedimenti "una tantum" potranno diventare strutturali ed essere ulteriormente migliorati.

Queste diverse impostazioni saranno comunque l'oggetto della nuova concertazione tra governo e parti sociali, insieme al tema dei contratti di lavoro da chiudere.

La "stagflation" dev'essere tenuta ben presente perché configura l'imposta più iniqua sul potere d'acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Una rincorsa tra salari nominali e costo della vita dev'essere dunque il primo argomento da esaminare tra le parti concertanti, insieme a quello della produttività.

* * *

Mi resta da parlare dell'aborto, sul quale tuttavia non c'è da dire se non ciò che è stato già detto da me domenica scorsa e da altri man mano che l'offensiva clericale si articolava con i vari interventi della "gerarchia".

I laici - credenti e non credenti che siano - sono favorevoli alla libera manifestazione di tutte le opinioni e a tutti quegli interventi legislativi, amministrativi e giurisdizionali che tutelino i diritti di libertà quando non ledano diritti altrui. Per quanto riguarda la legge sull'aborto i laici ritengono che essa tuteli la maternità consapevole e la libertà di scelta delle donne. Sono anche favorevoli ad aumentare il flusso di informazioni che debbono essere fornite alle donne sui possibili effetti dell'interruzione di gravidanza nonché sulla fecondazione assistita.

Tutto il resto, a cominciare dalla cosiddetta moratoria, è del tutto aberrante. E' un puro strumento propagandistico equiparare l'interruzione di gravidanza, consentita solo in determinati tempi e circostanze, alla pena di morte.

Si tratta in realtà di un'operazione mediatica con due precisi obiettivi. Uno, di carattere culturale, per stringere i laici alla difensiva e per preparare l'affondo vero e proprio contro la legge vigente. L'altro, temporalistico, di rilanciare la potestà della gerarchia ecclesiastica come unica e sacrale depositaria del pensiero e della dottrina della Chiesa, confiscando sempre di più al laicato cattolico la sua attiva partecipazione all'elaborazione della dottrina relegandolo in un ruolo di platea passivamente e silenziosamente consenziente, cinghia di trasmissione dei voleri dell'episcopato e del Vaticano fin nelle aule comunali, regionali e parlamentari. Proprio per questo suo contenuto temporalistico ho usato prima l'aggettivo "clericale": i chierici all'offensiva contro il laici. Di questo si tratta. A questo bisogna reagire. E' auspicabile che il Partito democratico non sottovaluti la questione. Penso e scrivo da molto tempo che libertà e laicità sono sinonimi vedo con piacere che la Bonino concorda su questa sinonimia, del resto non ne dubitavo.

Laicità e democrazia senza aggettivi. Non ne hanno alcun bisogno.

(6 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Una Chiesa che scambia il sacro col profano
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2008, 12:16:55 am
POLITICA

IL COMMENTO

Una Chiesa che scambia il sacro col profano

di EUGENIO SCALFARI


E' durato ventiquattr'ore il gelo tra Vaticano e Campidoglio, tra il Papa e il sindaco di Roma. Poi c'è stata la marcia indietro guidata dal cardinal Bertone, Segretario di Stato, e Roma da città in "gravissimo degrado" come aveva affermato Benedetto XVI di fronte a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra allibiti di tanta inattesa severità, è diventata di colpo una "città godibile e accogliente" e le istituzioni locali "alacremente impegnate a migliorare la socievolezza e il benessere diffuso".

Le due diplomazie parallele hanno lavorato sotto traccia senza risparmiarsi, ottenendo infine il risultato desiderato da entrambe (quella di Veltroni e quella di Bertone): correggere la "gaffe" di papa Ratzinger, ristabilire rapporti amichevolmente corretti tra le due sponde del Tevere, mettere allo scoperto l'ultimo colpo di coda di Ruini, autore del dossier cui si era ispirato il Papa per la sua improvvida sortita. Ruini sta facendo i bagagli, tra poco lascerà il Vicariato (per limiti d'età).
Al suo posto andrà il prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica, candidato del Segretario di Stato.

Quanto all'assalto antiveltroniano scaturito dopo l'intervento papale dell'altro giorno, la correzione effettuata dal cardinale Segretario di Stato ha avuto l'effetto di un "boomerang": per l'ennesima volta gli statisti del centrodestra - con la sola eccezione di Casini - si sono esposti con strepiti e sceneggiate clericaloidi per poi trovarsi spiazzati e beffati.
Una vittoria non trascurabile per Veltroni, derivante da un appuntamento che in condizioni diverse avrebbe avuto dai "media" l'attenzione di poche righe e che si è invece trasformato in una prova di forza del sindaco di Roma e leader del Partito democratico.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma è proprio così?

Dipende dai punti di vista. Per i laici-laici (adesso si usa definirli così) restano molti punti interrogativi dopo questa vicenda, ma problemi ancora maggiori si pongono al laicato cattolico.

Non che siano nati dalla "gaffe" di Benedetto XVI; esistono da molto tempo e precedono di anni l'incoronazione dell'attuale pontefice. Ma quest'ultima sua sortita ha avuto l'effetto di riproporli tutti, insoluti e sempre più urticanti.

Al di là della palese inconsistenza politica e culturale di papa Ratzinger, che da Ratisbona in qua si comporta come un allievo di questo o quel dignitario della sua corte spostando la barra del timone secondo i suggerimenti che gli vengono da chi di volta in volta lo consiglia, esiste più che mai un disagio profondo nella Chiesa e nel laicato cattolico. La Chiesa di Benedetto XVI, ma anche quella di Giovanni Paolo II, non riesce ad entrare in sintonia con la cultura moderna e con la moderna società. Questo è il vero tema che dovrebbero porsi tutti coloro che si occupano dei rapporti tra la società ecclesiale e la società civile all'inizio del XXI secolo.

La gerarchia ecclesiastica e quello che pomposamente viene definito il Magistero si sono da tempo e sempre più trasformati in una "lobby" che chiede e promette favori e benefici, quanto di più lontano e disdicevole dall'attività pastorale e dall'approfondimento culturale. Il "popolo di Dio" soffre di questa trasformazione; i laici non trovano terreno adatto al dialogo se non sul piano miserevole di comportarsi anch'essi come una confraternita pronta a compromessi e patteggiamenti.
Quando un Papa arriva al punto di bacchettare un sindaco di Roma e un presidente di Regione e reclama maggiori aiuti finanziari per il Gemelli e il Gesù Bambino e per le scuole cattoliche; quando il Vicariato di Roma e il vertice della Conferenza episcopale intervengono direttamente sui membri del Parlamento e del Consiglio comunale romano per bloccare una legge o mandarne avanti un'altra; quando questa prassi va avanti da anni di fronte a problemi mondiali che chiamano in causa civiltà e culture, bisogna pur dire che siamo in presenza di spettacoli desolanti.

Aggiungo che si tratta di responsabilità condivise. La gerarchia cattolica baratta da anni (o da secoli?) il sacro con il profano; le istituzioni politiche l'accompagnano su questa strada di compromessi al ribasso per cavarne improbabili tornaconti elettorali; lo stuolo sempre più vociante degli atei devoti affianca o precede il corteo.
Verrebbe spontaneo di voltar la faccia dall'altra parte per non vedere.

* * *

Veltroni ha fatto bene a protestare sottotraccia e portare a casa la vistosa correzione di rotta vaticana.
Zapatero, in una situazione per molti versi analoga, ha scelto una strada diversa. L'Episcopato spagnolo guidato dal primate vescovo di Madrid aveva pochi giorni fa portato in piazza un milione di fedeli per protestare contro la legge sul matrimonio dei "gay"; la vicepresidente del governo, signora Fernandez de la Vega, ha ufficialmente commentato quella manifestazione con queste parole: "La società spagnola non è disposta a tornare ai tempi in cui una morale unica era imposta a tutto il Paese né ha bisogno di tutele morali. Tanto meno ne ha bisogno il governo che non le accetta".

Capisco che Madrid non è Roma e il vescovo di Madrid non è il Papa. Ma la Chiesa è la stessa in Spagna come in Italia. I laici-laici italiani avrebbero probabilmente preferito che la protesta del leader del partito democratico fosse stata simile a quella del suo collega spagnolo, ma in Italia non si può. L'Italia è una provincia papalina, Porta Pia è una data caduta in disuso, il Concordato fu voluto e firmato da un altro ateo devoto come Benito Mussolini e inserito nella Costituzione con il voto determinante di un altro ateo come Togliatti per ragioni esclusivamente politiche.
In Italia ci sono oggi due minoranze, quelle dei cattolici autentici e quella degli autentici laici. In mezzo c'è un corpaccione di laici e di cattolici "dimezzati", che ostentano virtù civiche e religiose che non praticano affatto. Quella è la maggioranza del paese. Il resto viene da sé.

Il guaio è che la gerarchia ecclesiastica e il Magistero non sono affatto turbati da questa situazione paganeggiante. La loro preoccupazione è l'otto per mille, i contributi pubblici agli oratori, la costruzione di nuove chiese e parrocchie, l'esenzione dall'Ici, l'insegnamento del catechismo nella scuola pubblica, il finanziamento di quella privata. E naturalmente la crociata antiabortista, la moratoria.

A loro interessa non già di usare lo spazio pubblico per propagandare la dottrina e il Vangelo ma entrare nelle istituzioni politiche per guidare il voto dei parlamentari e condizionare i partiti. L'attuale Segretario di Stato, che rimpiange il Togliatti dell'articolo 7 della Costituzione, è comunque un progresso rispetto al suo predecessore, cardinal Sodano che, alla vigilia di ogni elezione, esaminava i leader dei vari partiti per vedere chi offriva maggiori garanzie alla Santa Sede. E quelli si facevano esaminare, felici quando il "master" toccava ad uno di loro invece che all'altro.
Serve a qualche cosa una Chiesa così? Fa barriera contro le invasioni barbariche del terzo millennio o invece apre loro la porta?

* * *

Risponderò con una citazione quanto mai attuale: "La Chiesa sembra porsi di fronte allo Stato e alle forze politiche italiane come un altro Stato e un'altra forza politica; l'immagine stessa della Chiesa risulta appiattita sulle logiche dello scambio, impoverita di ogni slancio profetico, lontana dal compito di offrire ad una società inquieta e per tanti aspetti lacerata motivi di fiducia, di speranza, di coesione. Le responsabilità del laicato cattolico sono del tutto ignorate. La sorpresa e il disorientamento sono forti per tutti i cattolici che hanno assorbito la lezione del Concilio Vaticano II su una Chiesa popolo di Dio nella quale il ruolo della gerarchia non cancella ma anzi è al servizio di un laicato che ha proprie e specifiche responsabilità. Tra queste vi è proprio quella di tradurre nel concreto della vita politica e della legislazione di uno Stato democratico esigenze e valori di cui la coscienza cattolica è portatrice. E' legittimo e doveroso per tutti i cittadini, e perciò anche per i cattolici, contribuire a far sì che le leggi dello Stato siano ispirate ai propri convincimenti ma questo diritto dovere non è la stessa cosa che esigere una piena identità tra i propri valori e la legge. E' in questa complessa dinamica che si esprime la responsabilità dei cattolici nella vita politica. Urgente si è fatta l'esigenza della formazione del laicato cattolico alle responsabilità della democrazia. Perché mai l'Italia e i cattolici italiani debbono sempre esser trattati come "il giardino della Chiesa"?".

L'autore di questa pagina è Pietro Scoppola e la data è del febbraio 2001, nel pieno d'una campagna elettorale che si concluse con la vittoria di Berlusconi e del suo cattolicesimo ateo e paganeggiante. Ma potrebbe essere stata scritta anche oggi con la stessa attualità. Purtroppo l'autore è scomparso, la sua voce non parla più e la perdita è stata grave per i laici ma soprattutto per i cattolici.

Scoppola si rendeva conto che solo il dialogo tra la minoranza dei veri laici e la minoranza dei cattolici autentici avrebbe ridotto il peso di quell'indifferenziato corpaccione di finti devoti e di finti laici "appiattiti sullo scambio dei benefici e dei favori, impoveriti di slancio profetico e pastorale, dominati dalla gerarchia e dalle oligarchie".

Questo era il problema di allora ed è ancora quello di oggi. Di esso il Partito democratico, la sinistra radicale, i cattolici moderati, gli uomini e le donne di buona volontà, dovrebbero discutere; su di esso dovrebbero dialogare. La gerarchia occupi tutto lo spazio pubblico che vuole ma non interferisca nell'autonomia dei laici e delle istituzioni civili. I rappresentanti di queste ultime impediscano le interferenze anziché assecondarle o nel caso migliore tollerarle fingendo che non vi siano state. Queste finzioni non fanno bene né alla Chiesa popolo di Dio né alla democrazia.

Post scriptum. Molti lettori mi chiedono di intervenire a proposito della campagna per una moratoria sull'aborto.

L'ho già fatto nei miei due ultimi articoli domenicali e non mi sembra di dover aggiungere altro. Mi chiedono anche un'opinione sulla disponibilità di Veltroni a dialogare su questi temi con Giuliano Ferrara, l'ateo devoto che ha promosso quella moratoria. Non ho opinioni in proposito.

Anche a me capita talvolta di dialogare con il conduttore di "Otto e mezzo" in qualcuna delle sue trasmissioni. Certo Veltroni è un capo partito, ma questo non cambia molto le cose. Mi permetto semmai di incitare Veltroni a discuterne con le donne che sono le vere protagoniste, anzi le vere vittime di questa campagna di stampa regressiva. Il corpo delle donne, dal momento in cui è stato fecondato dal seme maschile e quali che siano le circostanze di quella fecondazione, dovrebbe diventare di proprietà della legge, cioè dello Stato? Questo sarebbe l'illuminismo cristiano di cui si scrive sul "Foglio"? Se questo è il tema, credo e spero che Veltroni avrà usi più utili per impiegare il suo tempo.

(13 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Atei devoti nel giardino del Papa
Inserito da: Admin - Gennaio 20, 2008, 04:56:13 pm
ESTERI IL COMMENTO

Atei devoti nel giardino del Papa

di EUGENIO SCALFARI


NON CI sarebbe, secondo me, alcun bisogno di tornar a scrivere sull'agitato rapporto tra laici e cattolici, tra laicità sana o malata, tra spazio pubblico e spazio privato.

Questi e altri temi strettamente connessi sono infatti della massima importanza per il rafforzamento delle regole di convivenza sociale in uno Stato democratico, ma si evolvono e maturano con il passo lento dei processi storici. È quindi, o almeno così sembra a me, inutile e forse dannoso dibattere quotidianamente temi che sono già chiari alla coscienza di molti anche se le risposte di una società complessa non sono univoche ma plurime.

Capisco la voglia di farle convergere, capisco anche il legittimo desiderio dei credenti e di chi li guida a spingere i non credenti verso le loro convinzioni di fede per guadagnar loro la salvezza, ma capisco meno la petulanza ripetitiva che talvolta accoppia lo slancio missionario con un'attività pedagogica fondata sulla ferma credenza di chi depositario della verità considera come inferiori intellettualmente e spiritualmente quanti dissentono dal suo zelo religioso o ne accettano alcuni principi ispiratori respingendone la precettistica che l'accompagna.

Il dibattito sulla presenza-assenza del Papa all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza ha rinfocolato alcune differenze sui modi di pensare e sui comportamenti pratici che ne derivano.
Il Vicario di Roma, cardinal Camillo Ruini, ha lanciato da giorni l'appello ad un'adunata di massa all'"Angelus" di oggi in piazza San Pietro. L'adunata ha preso inevitabilmente la forma politica che è propria delle manifestazioni di massa, dove è più il numero che la qualità a determinare gli esiti di una politica "muscolare".

Così bisogna di nuovo affrontare quei temi, precisare il significato di gesti e di parole, capire, se possibile, il senso di ciò che accade. La storia dello Stato italiano è fortemente intrecciata con quella della Chiesa. In nessun altro Paese questo intreccio è stato tanto condizionante e la ragione è evidente: siamo il luogo ospitante del Capo della cattolicità. Siamo stati e siamo il "giardino del Papa", ci piaccia o no. Questa condizione ha determinato in larga misura la nostra storia sociale e nazionale. Nel positivo e nel negativo, nelle azioni degli uni e nelle reazioni degli altri. Le persone ragionevoli non dovrebbero mai dimenticare queste condizioni di partenza, ma spesso purtroppo accade il contrario.

* * *

Metto al primo posto del mio ragionare l'incidente della Sapienza. Su di esso si è già espresso il nostro direttore ed io concordo interamente con lui: una laicità malata ha suggerito ad un gruppo di docenti e di studenti comportamenti di contestazione in sé legittimi ma divenuti oggettivamente provocatori. Di qui la necessità di garantire la sicurezza dell'insigne ospite, di qui la possibilità di tumulto tra opposte fazioni, di qui infine il fondato timore che Benedetto XVI dovesse parlare nell'aula magna mentre sotto a quelle finestre i lacrimogeni e i manganelli avrebbero potuto esser necessari: spettacolo certamente insopportabile per il "Pastor Angelicus" che predica pace e carità.

La contestazione "stupida", tuttavia, non è nata dal nulla ed è l'effetto di varie cause, anch'esse ricordate nell'articolo di Ezio Mauro: l'invito incauto del Rettore nel giorno, nell'ora e nel luogo dell'inaugurazione dell'anno accademico. Non dovrebbe essere un evento mondano e mediatico bensì l'indicazione delle linee-guida culturali e dei problemi concreti della docenza e degli studenti.

Il Rettore, evidentemente, ha un altro concetto, voleva l'evento. E l'ha avuto col risultato di dividere l'Università, la società, la cultura, le forze politiche, in una fase estremamente delicata della nostra vita pubblica.

Un esito catastrofico da ogni punto di vista, di cui il Rettore dovrebbe esser consapevole e trarne le conseguenze per quanto lo riguarda. Ci saranno tra breve le elezioni del nuovo Rettore. Quello attuale vinse la precedente tornata per una manciata di voti. Questa volta si presenterà come quello che voleva che il Papa parlasse alla Sapienza e ne è stato impedito. Un "asset" elettorale di notevole effetto.

Mi auguro che il Rettore non se ne renda conto, ma in tal caso la sua intelligenza risulterebbe assai modesta. Se se ne rende conto, il sospetto di un invito con motivazioni elettoralistiche acquisterebbe fondatezza.
Per fugarlo non c'è che un rimedio: protestare la sua ingenuità e non presentarsi in gara. I guelfi e i ghibellini nacquero anche così.

* * *

La risposta della gerarchia, guidata ancora da Ruini, è stata l'adunata di stamattina. Mentre scrivo non so ancora quale sarà l'esito quantitativo ma prevedo una piazza gremita e un mare di folla fino al bordo del Tevere. È un evento da salutare con piena soddisfazione? È una "serena manifestazione di affetto e di preghiera" per testimoniare l'amore dei fedeli al Santo Padre? Certamente è una manifestazione più che legittima.

Certamente le presenze spontanee saranno robustamente rinforzate dalle presenze organizzate, treni e pullman sono stati ampiamente mobilitati senza risparmio di mezzi dal Vicario del Vicario. La motivazione è esplicita: dimostrare al Papa l'amore del suo gregge dopo l'offesa subita.

Se questa non è una motivazione politica domando al Vicario del Vicario che cosa è. Se questo non avrà come effetto di acuire la tensione degli animi, la lacerazione d'un tessuto già usurato e logoro, ne deduco che il Vicario è privo di intelligenza politica. Ma siccome sappiamo che invece ne è ampiamente provvisto, ne consegue che il Vicariato di Roma si prefigge di accrescere la tensione degli animi e di annunciare venuta l'ora di rilanciare il partito guelfo che ha sempre avuto in cuore.

La Segreteria di Stato vaticana è dello stesso avviso? La Chiesa è unanime in questo obiettivo?

* * *

Abbiamo celebrato giovedì scorso in Senato il senatore, lo storico, il fervido credente Pietro Scoppola, da poco scomparso, alla presenza di molti cattolici che hanno condiviso il suo pensiero e la sua fede e si propongono di continuare nell'impegno da lui auspicato.

Scoppola aveva scavato a fondo nella storia dei cattolici italiani e nell'atteggiamento di volta in volta assunto dalla gerarchia e dal magistero papale. Distingueva il popolo di Dio dalla gerarchia; sosteneva che la gerarchia è al servizio del popolo di Dio e non viceversa.

Mi ha fatto molto senso vedere, proprio alla vigilia del mancato intervento del Papa alla Sapienza, la messa celebrata da Benedetto XVI nella Sistina col vecchio rito liturgico rinverdito a testimoniare la curva ad U rispetto al Concilio Vaticano II: il Papa con la schiena rivolta ai fedeli e la messa celebrata in latino.
Qual è il senso di questa scelta regressiva se non quello di ribadire che il mistero della trasformazione del vino e del pane in sangue e carne di Gesù Cristo viene amministrato dal celebrante senza che i fedeli possano seguire con gli occhi e in una lingua sconosciuta ai più? Il senso è chiarissimo: l'intermediazione dei sacerdoti non può essere sorpassata da un rapporto diretto tra i fedeli e Dio. Il laicato cattolico è agli ordini della gerarchia e non viceversa. Lo spazio pubblico è fruito dalla gerarchia e - paradosso dei paradossi - dagli atei devoti che hanno come fine dichiarato quello di utilizzare politicamente la Chiesa.

* * *

Si continua a dire, da parte della gerarchia e degli atei devoti, che i laici-laici (come vengono chiamati i credenti veramente laici e i non credenti che praticano la laicità democratica) vogliono relegare la religione nello spazio privato delle coscienze.

Questa affermazione è falsa. Chi pratica la laicità democratica sostiene che tutte le opinioni dispongono legittimamente di uno spazio pubblico per esporre e sostenere i loro modi di pensare.

La libertà religiosa è una, e direi la più importante, da tutelare sia nel foro della coscienza che in quello pubblico. Non mi pare che difetti quello spazio, mi sembra anzi che la gerarchia lo utilizzi pienamente anche a scapito di altre religioni e massimamente di chi non crede e potrebbe in teoria reclamare uno spazio più confacente.

Ma noi non abbiamo obiettivi di proselitismo. Facciamo, come si dice, quel che riteniamo di dover fare, accada quel che può. Tra l'altro cerchiamo di amare il prossimo e riteniamo che la predicazione evangelica contenga grande ricchezza pastorale quando non venga stravolta in strumento di potere, il che è accaduto purtroppo per gran parte della storia del Cristianesimo da parte non del popolo di Dio ma della gerarchia che l'ha guidato con l'obiettivo del temporalismo e del neo-temporalismo.

La lettura della storia dei Papi insegna molte cose e, quella sì, andrebbe fatta nelle scuole pubbliche. Papa Wojtyla ha chiesto perdono per alcuni di quegli episodi, ma non poteva certo chiederlo per tutti: avrebbe certificato che per secoli e secoli la gerarchia si è messa sul terreno della politica, della guerra ed anche purtroppo della simonia piuttosto che praticare nello specifico il messaggio di pace e di povertà della predicazione evangelica.

* * *

Ci saranno modi e occasioni per riprendere questo discorso che tende a chiarire ciò che non sempre è chiaro.

Mi restano due osservazioni da fare. Giornali di antica tradizione laica sembrano aver perso la bussola e si schierano apertamente accanto agli atei devoti.
Di atei devoti la storia d'Italia è purtroppo gremita.
L'ultimo nella fase dell'Italia monarchica fu Benito Mussolini. In tempi di storia repubblicana gli atei devoti fanno ressa e la faranno anche oggi alle transenne di piazza San Pietro.

Questa prima osservazione mi conduce alla seconda.
L'onorevole Mastella nella sua conferenza stampa di Benevento, mentre gli grandinavano addosso pesanti provvedimenti giudiziari, ha fatto come prima affermazione quella relativa alla sua presenza oggi a piazza San Pietro.

Dopo averla fatta si è guardato fieramente intorno con sguardo lampeggiante e ha scandito: "Io sono con il Papa e andrò a testimoniarlo in piazza".
Ne ha pieno diritto. Personalmente mi auguro che i pretesi reati di Mastella, di sua moglie, del suo clan, si rivelino per una montatura. Ma il problema è sul comportamento politico e morale di Mastella, di sua moglie del suo clan.

Un comportamento clientelare e ricattatorio che non ha scuse di sorta, rappresenta una deviazione molto grave dalla democrazia. Non è assolutamente valida la giustificazione proveniente dal fatto che si tratta di un male diffuso.

Negli stessi giorni della "mastelleide" abbiamo assistito anche alla "cuffareide": il popolo non di Dio ma di Totò Cuffaro si è radunato in preghiera nelle chiese della Sicilia; il "governatore" ha pianto di gioia e si è fatto il segno della croce quando ha ascoltato la lettura della sentenza dalla quale è stato condannato a cinque anni di reclusione (che non farà) e all'interdizione dai pubblici uffici che non rispetterà.

Il capo del suo partito, Casini, e il capo della coalizione di centrodestra, Berlusconi, si sono immediatamente complimentati con lui.

Che cos'ha di cattolico il comportamento di Clemente Mastella e di Totò Cuffaro? Nulla. Anzi è il contrario dello spirito cristiano.

Fossi nei panni del Vicario del Vicario farei discretamente e con mitezza sapere a Mastella, a Cuffaro, a Berlusconi, a Casini, che i loro comportamenti sono a dir poco imbarazzanti per la Chiesa e forse farebbero bene a non presenziare manifestazioni di testimonianza cristiana. Ma se poi si venisse a sapere che anche Camillo Ruini è un ateo devoto? Del resto sarebbe l'ultimo in ordine di tempo di un'interminabile sfilata di papi, cardinali, vescovi, abati, che tradirono - devotamente - il messaggio celeste del Figlio dell'uomo, da essi rappresentato.

(20 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Quanto briga Tony Blair
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2008, 04:22:49 pm
Quanto briga Tony Blair

Mi piaceva poco prima, ma da quando non è più a Downing Street l'ex premier inglese mi piace ancora meno.

Con Sarkozy fa un tandem perfetto. Con Berlusconi avremmo la più famosa terzina 

DI EUGENIO SCALFARI

Mi è capitato più volte, nel corso del suo lungo periodo trascorso come 'premier' alla guida del governo britannico, di scrivere su Tony Blair.
Un personaggio certamente notevole per intelligenza politica, gusto dell'innovazione, tenacia, pragmatismo.

In Italia per molto tempo c'è stata simpatia nei suoi confronti, sia da parte della sinistra riformista sia da parte del centrodestra.
Il suo 'new labour' è stato preso come esempio dagli uni e dagli altri. Per i riformisti del centrosinistra la simpatia ha sconfinato addirittura nell'entusiasmo almeno fino allo scoppio della guerra irachena di cui Blair fu uno dei più convinti sostenitori e partecipi.

Dal canto mio ho apprezzato parecchie delle sue iniziative politiche. Anzitutto la tenacia con cui riuscì a mettere la parola fine sotto all'interminabile e drammatica guerra irlandese tra cattolici intransigenti e protestanti. Poi per la politica economica di liberalizzazione e nel contempo di sostegno sociale. Infine per l'azione di rinnovamento del partito laburista che lo riportò alla vittoria e al potere.

Mi insospettiva però l'eccessiva flessibilità del suo modo di governare. Passava con estrema naturalezza da una posizione al suo opposto se questi mutamenti di rotta servivano a rafforzare la sua popolarità interna e internazionale e poiché era dotato d'una grande capacità mediatica, le sue 'trasformazioni' riuscivano ad essere accettate come esempi di coerenza oltre che di fiuto politico.

So benissimo che la prontezza decisionale, la facoltà di comunicare e il pragmatismo costituiscono elementi essenziali dell'uomo politico. Ma anche la misura è un ingrediente dal quale un leader non può prescindere. La misura è anzi il requisito che fa di un uomo politico uno statista.

Le mie riserve su Blair riguardavano proprio questo punto: la misura gli faceva difetto, i cambiamenti di linea erano repentini, bruschi e clamorosi, la tenacia diventava spesso testardaggine, l'amore del potere per il potere fin troppo evidente.

Ricordo che queste mie riserve determinarono un certo disagio professionale tra me, che ero allora direttore di 'Repubblica', e il nostro corrispondente da Londra Antonio Polito. Lui era tra quelli che avevano preso una vera e propria cotta per Tony Blair di cui non faceva mistero nelle sue corrispondenze.
Io ovviamente le pubblicavo senza alcuna censura ma non mancavo di esprimergli le mie valutazioni spesso divergenti dalle sue.

Blair non è più a Downing Street ormai da parecchi mesi. Ha lasciato la 'premiership', la guida del partito e la vita politica pur essendo ancora molto giovane, come è tradizione per chi ha esercitato il massimo potere per molti anni. Era stato abbandonato dal consenso della pubblica opinione e la situazione, da questo punto di vista, è ulteriormente peggiorata con il suo successore Gordon Brown.

Debbo dire che il Blair che abbiamo visto dopo la sua uscita dalla scena politica sembra più scadente del Blair precedente: ha brigato scopertamente per ottenere dall'Onu un incarico di visibilità internazionale; sta brigando altrettanto esplicitamente - a destra e a sinistra - per essere nominato 'mister Europa' dall'Unione europea; contemporaneamente ha messo in vendita al miglior offerente la sua consulenza finanziaria e bancaria nel mondo delle banche d'affari anglo-americane ed ha ottenuto un incarico assai ben pagato da una di esse. Infine, avendo evidentemente altre valenze vitali scoperte, ha accettato di affiancare ed aiutare Sarkozy nella sua politica 'bipartisan', per averne l'appoggio per le sue aspirazioni europee.

Il tandem Sarkozy-Blair è perfetto: sono i più flessibili al mondo, i più capaci di comunicare, i più capaci di incantare, i più bravi a vendere la patacca dell'innovazione politica, i più esperti nel conquistare il potere e tenerselo con tutti i mezzi democraticamente possibili.

Blair ha detto: se fossi stato francese, mi avrebbero scelto al posto di Sarkozy. Qui in Italia, li avrebbero scelti tutti e due in accoppiata. Forse facendoli coordinare da Berlusconi che tanto ce l'abbiamo già. Invece di un ambo avremmo avuto la più famosa terzina.

(21 gennaio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - La rotta per salvare il paese dei naufragi
Inserito da: Admin - Gennaio 28, 2008, 11:17:47 am
POLITICA

La rotta per salvare il paese dei naufragi

di EUGENIO SCALFARI


IL GIORNO in cui ha deciso di staccare la spina e mandare a casa il governo e forse la legislatura, Clemente Mastella ha recitato la poesia d'una poetessa brasiliana che concludeva con il verso "Lentamente muore" riferito ovviamente al destino politico di Romano Prodi. Una civetteria letteraria? Un modo elegante di annunciare il suo voto negativo da parte d'un personaggio nei cui comportamenti l'eleganza è piuttosto rara?

Direi soprattutto una citazione sbagliata. E' vero che l'esperienza politica del governo Prodi si è conclusa esattamente in quella seduta del Senato, non molto lentamente poiché la sua vita è stata abbastanza breve. Ma non è stata soltanto l'esistenza del governo Prodi a concludersi. E' terminato un ciclo e sono di colpo invecchiati tutti i protagonisti e i comprimari che lo hanno animato, quale che sia la loro età anagrafica e professionale. Tra di essi anche Mastella.

Traslocando al centrodestra forse avrà i collegi pattuiti con Berlusconi, ma non avrà più (per nostra fortuna di italiani) quei poteri di interdizione che il suo uno per cento gli dava in una maggioranza friabile e microscopica. Il Mastella degli ultimatum manterrà la signoria di Ceppaloni rientrando nel rango dei vassalli di paese dal quale era inopinatamente uscito in forza di una legge elettorale ("la porcata" votata dal centrodestra nello scorcio della scorsa legislatura) che ha reso il suo uno per cento essenziale come altrettanto essenziali sono diventati gli altri microscopici per cento dei Diliberto, dei Pecoraro, dei socialisti e perfino i voti individuali dei Dini, dei Turigliatto, dei De Gregorio.

La citazione giusta doveva dunque essere un'altra. Sta in "Allegria di naufragi" di Ungaretti e suona così: "Si sta come d'autunno/sugli alberi le foglie". Riguarda tutti, insigne Mastella, non soltanto Prodi.

Adesso si discute sulle vere cause della crisi. Giuliano Ferrara sostiene che sia il contrasto pluridecennale tra magistratura e classe politica; altri ne fanno carico alla nascita del Partito democratico; altri ancora al bombardamento mediatico o al cardinal Ruini e ai vescovi italiani o al fatto che il governo mancava di una missione, a differenza del Prodi del '96 che si propose di portare l'Italia nell'Eurolandia e ci riuscì.

La tesi di Ferrara non ha alcun riscontro probatorio: Prodi non cadde nel '98 per cause di giustizia, né il centrosinistra cadde nel 2001 per contrasti con la magistratura, né Berlusconi nel 2006. Il bombardamento mediatico c'è stato (e molto intenso) contro Prodi ma ci fu anche, sia pure assai più ridotto, contro il Berlusconi della precedente legislatura; comunque non basta a spiegare una crisi di queste proporzioni.

Quanto alla mancanza di una missione, che Angelo Panebianco gli imputa sul "Corriere della Sera" di ieri, si tratta di un argomento a mio avviso inesistente. La missione era duplice e fu dichiarata esplicitamente durante la campagna elettorale: risanamento dei conti pubblici, ereditati in pessime condizioni dal governo Berlusconi/Tremonti; rilancio della crescita economica e perequazione delle intollerabili disuguaglianze sociali in essere. Il primo punto è stato realizzato con la Finanziaria del 2007, il secondo aveva preso l'avvio con quella del 2008 e aveva già dato frutti importanti.

Restano le pretese responsabilità del Partito democratico, delle quali manca tuttavia qualunque traccia. Veltroni e il gruppo dirigente del Pd hanno concordato e appoggiato completamente l'azione del governo. Il dissenso c'è stato non con il governo ma con la maggioranza su un punto soltanto anche se essenziale: il rifiuto del frazionamento insopportabile dei partiti, dei veti, della rissa continua, delle estenuanti mediazioni, del rallentamento esasperante di ogni decisione, dell'immagine desolante che rimbalzava su un'opinione pubblica insicura, impaurita dalla globalizzazione, frustrata dalla Babele che i "media" non potevano non registrare e che la potenza mediatica berlusconiana esasperava con ogni mezzo.

Il Pd ha denunciato questo stato di cose e si è impegnato per quanto stava in lui di porvi riparo. Ha creato una nuova forma-partito basata sulle primarie. Ha annunciato che alle future elezioni si sarebbe presentato da solo e che le alleanze le avrebbe stipulate sulla base d'un programma semplice, abbandonando la prassi universalmente diffusa di programmi che hanno il solo scopo di metter d'accordo sulle parole ma non nella sostanza il diavolo con l'acqua santa.

Su questo punto, è vero, il Pd di Veltroni è stato netto. Sarebbe possibile rivedere sullo stesso palcoscenico affratellati per sole due ore Mastella, Pecoraro, Boselli, Giordano, Ferrero, Padoa-Schioppa, Dini, Diliberto? Sarebbe possibile, senza che quelle presenze e quelle persone fossero non solo fischiate ma disprezzate sia dalla destra sia dalla sinistra sia dall'antipolitica becera sia dagli italiani responsabili e maturi?

Questo ha detto il Partito democratico e su questo ha promesso di tener ferma la barra del suo timone. Speriamo che mantenga l'impegno. Se perderà, sarà con onore e potrà continuare la sua battaglia. Ma solo a queste condizioni potrà giocare la sua partita con molte speranze.

* * *

Dopo la sconfitta di Prodi al Senato Ezio Mauro ha scritto che questo governo è stato assai migliore di quanto apparisse, "ha razzolato bene e predicato male".
Sono anch'io del suo stesso parere e cominciano a dirlo anche quelli che finora l'hanno avuto come bersaglio fisso sul quale sparare. L'ha biascicato a mezza bocca perfino Berlusconi, che è tutto dire.

Mi ha dato un senso di sincera tristezza assistere dagli schermi televisivi a quella seduta che non esito a definire drammatica, anzi tragica per la sguaiataggine da bordello in cui è precipitata l'aula del Senato al momento delle votazioni. Le aggressioni fisiche, la rissa, gli sputi, gli svenimenti e quello spregevole buffone che dai banchi missini, col pullover rosso annodato al collo, gli occhiali neri e una bottiglia di spumante in mano, lanciava sconcezze e innaffiava di spuma i banchi e i senatori che vi erano seduti. Ha fatto il giro del mondo quell'immagine.

Non so se e quando il Senato riaprirà le porte, ma a quel guitto da due soldi dovrebbe esser comminata dalla presidenza la sanzione massima. Quanto al suo partito, dovrebbe espellerlo su due piedi, ma sono certissimo che non lo farà. C'è una parte (non tutta per fortuna) della classe politica che si diverte e festeggia personaggi come Strano e come Cuffaro, "vasa-vasa", che festeggia con i cannoli una condanna a cinque anni di reclusione. Quella politica ha i Beppe Grillo che si merita. Purtroppo su questi lazzi e questa vergognosa giungla di clientele affonda lo Stato, ciò che ne resta.

* * *

Si dice da parte di alcuni che Prodi avrebbe forse fatto meglio a dimettersi senza formalizzare la sua sconfitta al Senato. Si attribuiscono analoghe riflessioni al Presidente della Repubblica ma senza un minimo di riscontri verificabili.

Credo invece (e ancora una volta sono con lui) che Prodi abbia fatto pienamente il suo dovere interpellando entrambi i rami del Parlamento. La sconfitta a Palazzo Madama era più che certa ma doveva essere certificata dal voto e il voto doveva avere la firma di chi lo dava. L'assunzione di responsabilità di chi votava il sì o il no.

Così è stato ed ora almeno questo punto è chiaro. L'ombra d'un eventuale reincarico avrebbe accresciuto tensioni e confusioni. Personalmente ho visto con amarezza la caduta di un uomo forte delle sue convinzioni che ha accettato il voto contrario con dignità repubblicana. Senza quel passaggio senatoriale, senza la sofferenza di quella sconfitta, le dimissioni date dopo la fiducia ottenuta alla Camera avrebbero avuto l'aria d'un sotterfugio. Così prevede la Costituzione e Prodi ad essa si è attenuto semplificando per quanto stava in lui il fardello pesantissimo che ora è sulle spalle del Capo dello Stato.

* * *

Il Presidente si è preso oggi una giornata di riflessione dopo aver iniziato le consultazioni che entreranno nel vivo domani e si concluderanno con l'incontro con i partiti maggiori dopodomani. Si parla anche di possibili incarichi esplorativi nel tentativo di convincere Berlusconi, Fini e Bossi all'idea di un governo "di scopo" che abbia il compito di varare la legge elettorale e gli altri adempimenti connessi e nel frattempo sia in grado di fronteggiare l'emergenza economica e finanziaria che sta scuotendo il pianeta.
Ho la sensazione che gli incarichi esplorativi abbiano poco senso. Non c'è niente di recondito da scoprire.

Quanto alla "moral suasion" nessuno ha maggior titolo per usarla del Capo dello Stato. Ci si domanda quante divisioni (nel senso militaresco del termine) abbia a sua disposizione il Presidente della Repubblica, di quali strumenti operativi disponga per realizzare quello che è il suo dichiarato convincimento: andare al voto dopo aver cambiato il sistema elettorale e non prima. E a questa domanda la risposta è pressoché unanime: pochissime divisioni, pochissimi strumenti, forse soltanto l'opera di convincimento da esercitare su chi non è del suo stesso parere.

Ebbene, uno strumento il Presidente ce l'ha, deriva direttamente dal dettato costituzionale ed ha anche a suo sostegno qualche importante precedente. La Costituzione prevede che il Presidente, in presenza d'una crisi di governo, "dopo avere ascoltato le opinioni dei presidenti delle Camere, nomina il presidente del Consiglio dei ministri e su sua proposta i ministri. Il governo, dopo aver prestato giuramento, si presenta entro quindici giorni alle Camere per ottenerne la fiducia".

Fin qui la Costituzione. Tutte le altre formalità sono state introdotte dalla prassi ma non sono scritte negli articoli della Carta. Nulla vieta, anzi così è prescritto, che mercoledì o quando egli decida, il Presidente convochi la persona da lui scelta e la nomini senza altri indugi alla guida del governo e che entro poche ore riceva dal nominato i nomi dei ministri. Firmati i decreti, i ministri giurano e il governo entra nel pieno possesso dei suoi poteri in attesa di ricevere la fiducia dalle due assemblee parlamentari.

Due settimane dopo vi sarà il voto di fiducia. Se sarà positivo il governo avrà adempiuto a tutte le condizioni previste, se sarà negativo il governo si dimetterà e il Capo dello Stato avrà motivo di sciogliere il Parlamento.

Quali vantaggi possono venire da questa correttissima procedura? Non sarebbe il governo presieduto da Prodi ad "accompagnare" le elezioni, ma un nuovo governo istituzionale. Berlusconi e Fini preferiscono avere Prodi ancora in carica per poter scaricare pugni a volontà su un "punching ball" che non ha titolo né mezzi per rispondere. I pugni sferrati su Prodi colpirebbero inevitabilmente il Partito democratico che anziché presentarsi come l'unica novità in campo verrebbe incastrato sotto il patronimico prodiano.

L'arrivo in campo d'un governo composto interamente da personalità indipendenti e tecnicamente competenti metterebbe il Parlamento nelle condizioni migliori per votare o negare la fiducia, senza doversi far carico di proporre questa o quella soluzione. Al governo del Presidente i partiti e i singoli parlamentari debbono solo rispondere sì, no, astenuto, o disertare la riunione.
Nessuna forza politica rinuncerebbe a nulla. La conta non si fa in piazza ma in Parlamento dove ognuno risponde di sé "senza vincolo di mandato".

* * *

Conosco la possibile obiezione: se attorno ad un simile governo si formasse una inedita maggioranza, saremmo in presenza di un ribaltone. Obiezione che non ha alcun sostegno. Infatti il ribaltone, o cambiamento di maggioranza, non è previsto né vietato in nessun articolo della nostra Costituzione ed è in palese contrasto con la libertà del singolo parlamentare di comportarsi come meglio ritiene nell'interesse del paese.

Del resto di ribaltoni e ribaltini è piena la storia della nostra Repubblica parlamentare. Il governo berlusconiano del '94 esordì con il ribaltino di Tremonti che passò dal centro al centrodestra a pochi giorni di distanza dalla sua elezione. Pochi mesi dopo fu la Lega a lasciare l'alleanza di centrodestra determinando la crisi e la nascita del governo Dini. Nel '98, caduto Prodi, D'Alema incassò i voti di Mastella rimpiazzando con lui quelli perduti di Rifondazione. Adesso è Mastella che abbandona la coalizione in cui è stato eletto e passa dall'altra parte. Chi vituperava i ribaltoni applaude oggi i ribaltati. Perciò questo tipo di obiezione non ha senso alcuno con la legislazione vigente.

Per quanto riguarda i precedenti governi istituzionali, ne ricordo i tre più clamorosi: quello di Pella del 1953, nominato dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi senza che il suo nome fosse stato indicato da alcun gruppo parlamentare e meno che mai dalla Dc; quello del sesto governo Fanfani, nominato da Cossiga nell'aprile del 1987, sfiduciato dalle Camere e in particolare dal suo partito, che portò alle elezioni anticipate nel giugno dello stesso anno. Infine il governo Dini del '95, nominato da Scalfaro, che trovò in Parlamento il consenso del centrosinistra e della Lega.

Una procedura del genere ha dunque dalla sua cospicui precedenti oltre che le norme della Costituzione. Aggiungo per quel che vale - e vale molto - che anche ha dalla sua l'appoggio di tutte le parti sociali, dai sindacati ai commercianti e alla Confindustria. Cioè dall'insieme del paese che produce, lavora e consuma. Forse quel paese non ama i politici, ma sa che della politica nessuna società può fare a meno, salvo i paesi (e i paesetti) tribali.


(27 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Il complesso mazzafionda
Inserito da: Admin - Febbraio 02, 2008, 09:59:29 am
Eugenio Scalfari

Il complesso mazzafionda

Ne sono afflitti un bel po' di politici: da Turigliatto a Rotondi, da Pecoraro a Diliberto. Ma non solo loro. Anche intellettuali come Ferrara e Galli della Loggia  Franco TurigliattoAlcuni anni fa andava di moda la barzelletta della mazzafionda, che metteva in burla un disturbo mentale purtroppo abbastanza diffuso: quello dell'idea fissa, ossessiva, che cancella tutte le altre possibili idee, speranze, obiettivi, riducendo il soggetto che ne è affetto ad un monomaniaco. Un giovane - così raccontava quella barzelletta - era ammalato di monomania della mazzafionda: voleva a tutti i costi costruirsene o procurarsene una e non appena ci riusciva ne voleva un'altra e poi un'altra ancora per arricchire la sua collezione. I genitori erano disperati, il ragazzo aveva abbandonato gli studi e non aveva altro impegno che quello di realizzare il suo maniacale obiettivo. Fu indotto infine a consultare uno psichiatra che cercò di prenderlo per il verso giusto e scoprire le vere intenzioni del giovane.

"Facciamo l'ipotesi", esordì il medico, "che io le presenti una bella ragazza e che a lei piaccia. Che cosa farà?". "L'inviterò a cena", rispose il paziente. "Benissimo", disse il medico, incoraggiato da quell'esordio. "E poi?". "Ceneremo insieme e l'inviterò a prendere un caffè in casa mia". "Bravissimo. E poi?". "Poi le dirò parole dolci e cercherò di baciarla". "Magnifico, e poi?". "Se lei sarà d'accordo l'aiuterò a spogliarsi". "Ma bravo! E infine?". "Infine prenderò le sue giarrettiere e ci costruirò una mazzafionda". Qui finiva la barzelletta tra le risate degli astanti.

L'ho raccontata perché ho la sensazione che buona parte degli uomini politici siano profondamente disturbati dal complesso della mazzafionda. Prendete il senatore Turigliatto, eletto nelle liste di Rifondazione e poi espulso da quel partito quando, infrangendone le direttive, votò contro un provvedimento del governo. Turigliatto dopo quella vicenda ha fondato un partito del quale è un dei 'venticinque' iscritti, che ha come obiettivo la rivoluzione comunista mondiale. Per muovere i primi passi in quella luminosa direzione ha pensato bene di votare, insieme a Fini, Storace e Berlusconi, contro la fiducia a Prodi, contribuendo col suo voto alla caduta del governo. D'ora in poi Turigliatto potrà concentrarsi sulla prossima rivoluzione mondiale di cui questo è solo il primo passo.

Ma sono molti i politici ispirati dal complesso della mazzafionda. Per esempio il leader dei Verdi, Pecoraro Scanio. Il suo problema è quello di poter esser presente per almeno 15 secondi ogni sera sul Tg1 delle ore 20. Farebbe qualunque cosa per non mancare a quell'appuntamento durante il quale non ha mai nulla da dire che sia di qualche rilievo. Non importa, non è quello che dice il suo problema ma quello di esserci. La cosa incredibile è che il redattore che compila il palinsesto del Tg1 gli dia regolarmente ogni sera accesso diretto al video. Le ragioni di questa apparizione non si conoscono ma devono ben esserci.

Lo stesso complesso e la stessa facilitazione nel palinsesto riguardano un certo Rotondi, il quale non rappresenta neppure un partito ma semplicemente un marchio e cioè lo scudo crociato della vecchia Dc. Ricostruire le vicende attraverso le quali quel marchio, dopo mezzo secolo di vita che coinvolse nel bene e nel male l'intera Italia, sia diventato proprietà del Rotondi, non ci è stato possibile, ma resta il fatto che anche lui, come Pecoraro, appare ogni sera sui teleschermi per commentare con parole sue quanto è accaduto in Italia in quel giorno. La mano d'un buon samaritano impiegato al Tg1 compie questa buona azione e noi ascoltatori ne godiamo.

Analogo è il caso dell'onorevole Diliberto, segretario del partito dei Comunisti italiani. Diliberto vuole superare e 'far succhiare la ruota' come si dice in gergo ciclistico, ai suoi rivali di Rifondazione comunista. La sua presenza quotidiana sui teleschermi ha questa sola motivazione. Le sorti del Paese, del comunismo, della classe operaia, per lui sono obiettivi del tutto secondari; conta il suo duello personale con i 'rifondaroli'. Quelli vogliono dieci e lui rilancia 50, quelli vogliono la luna e lui vuole il sole, quelli sono riformisti e lui è per la rivoluzione, ma sei poi quelli sono tentati dal messaggio della rivoluzione, allora lui si sposta verso il riformismo. La sua mazzafionda è questa e Diliberto fa un lavoro da facchino per costruirsela tutti i giorni.

La politica italiana è piena di mazzafiondisti e questo è il nostro punto di eccellenza nei confronti del mondo intero. Ma non sono soltanto i politici ad essere affetti da monomania. Anche nella categoria dei 'petits maîtres' vi sono casi degni di segnalazione. Giuliano Ferrara, per dire, vede nei magistrati l'origine di tutti i mali della nazione e destina buona parte del suo tempo a denunciarne i complotti permanenti contro tutti e contro tutto. Ernesto Galli della Loggia è invece posseduto da un'altra mania: non c'è articolo o saggio da lui pubblicato in cui tutti i mali d'Italia sono dovuti al mancato o insufficiente pentimento di quelli che in tempi ormai lontani aderirono al Pci. Questo mancato o parziale autodafé spiega tutto e della Loggia lo vede come causa esclusiva anche dell'immondizia napoletana e della mancata visita del papa alla Sapienza.

Per me anche questo è un caso tipico di mazzafiondismo.

(01 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Battetevi bene e buona fortuna
Inserito da: Admin - Febbraio 03, 2008, 03:50:30 pm
POLITICA IL COMMENTO

Battetevi bene e buona fortuna

di EUGENIO SCALFARI


ZAPATERO e i Vescovi di Spagna.
Anche lì sono imminenti le elezioni dopo un quadriennio di ininterrotto governo. Le faranno all'inizio di marzo, un mese prima di noi che andremo a votare a metà aprile se come sembra tra lunedì e martedì Marini tornerà al Quirinale per comunicare al Presidente che non c'è altra via al di fuori del voto anticipato con questa schifosa legge elettorale.

Perciò Zapatero e i vescovi di Spagna possono essere utili come esempio.
In Spagna votarono quattro anni fa con una buona legge che ha dato maggioranze solide e stabilità di governo. Zapatero prese impegni con gli elettori e li mantenne rigorosamente, dal ritiro del corpo di spedizione in Iraq ai matrimoni omosessuali, dalle trattative con l'Eta all'educazione civile nelle scuole, alla struttura federale dello Stato, a provvedimenti economici di stimolo alla crescita del Paese. Adesso presenta il suo bilancio per essere riconfermato o sostituito.

I vescovi di Spagna, dopo aver mobilitato la piazza, nei giorni scorsi hanno diffuso una sorta di manifesto politico nel quale, dopo aver premesso che i programmi elettorali non sono neutrali rispetto ai problemi della fede e della morale e che quindi la Chiesa è autorizzata a giudicarli, hanno elencato uno per uno tutti i punti di dissenso da quanto il governo ha realizzato e da quanto si propone di fare nella prossima legislatura. A conclusione di questo severissimo esame hanno invitato i cattolici a votare contro quei partiti e quei candidati che condividano quello "scempio" delle coscienze cristiane.

La risposta di Zapatero è stata al tempo stesso sobria, rispettosa e fermissima.

Ha detto che i vescovi hanno diritto e libertà di parola, ha ribadito il suo rispetto verso la Chiesa ed ha concluso con la riaffermazione di tutto quanto ha fatto e si propone di fare se vincerà, ricordando che le leggi approvate dal governo e dalle Cortes sono vincolanti per tutti indipendentemente dalla fede religiosa e da altre differenze di genere e di luogo. Il popolo sovrano deciderà perché questa è la democrazia.

Presumo che sua eminenza Ruini si sia congratulato con i suoi colleghi di Spagna che sono entrati a piede dritto nella politica del loro Paese dando indicazioni esplicite di voto. Presumo che anche il Papa si sia compiaciuto della combattività dell'episcopato di Spagna; infatti la Santa Sede non ha manifestato alcuna riserva sulle sue iniziative.

In Italia il linguaggio dell'episcopato è stato appena più cauto. Le interferenze politiche non sono mancate, abbiamo anzi assistito al loro moltiplicarsi anche se non siamo ancora arrivati ad una vera e propria dichiarazione di voto elettorale. Non ancora. E la ragione è facilmente spiegabile. Qui da noi la classe politica è molto più malleabile in confronto alla nettezza del governo socialista spagnolo. Qui basta ed avanza che la Cei aggrotti il sopracciglio per indurre all'obbedienza il laicato, cattolico e non cattolico. Ma si può stare certi che se ci fosse alla testa di un governo e di una maggioranza uno Zapatero italiano, sarebbe guerra aperta con la gerarchia vescovile assai più acerba di quanto oggi non avvenga.

Mi domando se sia un bene od un male. Abbiamo già tanti problemi e tante anomalie da sconsigliare un fronte caldo con la Chiesa. Ma per converso mi domando anche se i compromessi al ribasso con le pretese della gerarchia ecclesiastica non indeboliscano la coscienza democratica lasciando che i diritti civili abbiano una protezione così limitata e precaria quando non siano semplicemente impediti e negati. Sono anche convinto che i cattolici debbano sentirsi a casa loro nella democrazia italiana a condizione che i laici non ne divengano estranei e marginali.

La democrazia senza i cattolici sarebbe impensabile in un Paese come il nostro, ma senza i laici cesserebbe di esistere se è vero che laicità e democrazia sono sinonimi.

Incito perciò i laici ad affermare e sostenere a testa alta e a piena voce i propri valori e le proprie ragioni e le forze democratiche a non vergognarsi di esserlo. Anche questo è un modo di porsi nella campagna elettorale che sta per cominciare.


* * *

La campagna elettorale di Berlusconi e dei suoi soci avrà i toni consueti e la consueta distribuzione delle parti. La voce dominante sarà, come sempre è avvenuto e come è giusto che sia, quella del Capo. Gli argomenti sono scontati: il disastro del governo Prodi (utilissimo per loro il fatto che Prodi sia ancora e fino a dopo il voto il titolare di Palazzo Chigi), le tasse da abbattere a cominciare dall'Ici, i comunisti da espellere dal circuito politico, la Chiesa da soddisfare in tutte le sue richieste, l'economia da rilanciare.

Ma ci sarà un tema nuovo sul quale sia Berlusconi sia Casini (gli altri non so) batteranno molto; un tema seduttivo: la nuova legislatura guidata dal centrodestra avrà caratteristiche "costituenti". Farà le riforme istituzionali, farà una nuova legge elettorale, assocerà l'opposizione sul modello Sarkozy-Attali. Chiamerà a collaborare i cervelli migliori e le migliori energie senza badare ai colori di bandiera. Gianni Letta come vessillo.

Il programma è questo. I soci maggiori si sono già spartiti le cariche: Fini alla presidenza della Camera, Casini agli Esteri. Letta dove la sua presenza "pacificatrice" sarà più utile. Alla presidenza della Rai un uomo "morbido" di centrosinistra con maggioranza targata centrodestra. Tutto come prima, ma in clima "bipartisan".

C'è da credere? Me l'hanno chiesto l'altro giorno anche i colleghi del New York Times che stavano lavorando proprio su questo tema: un Berlusconi nuovo di zecca, ravveduto, mite, senza vendette, dedito una volta tanto all'interesse del Paese prima che alle leggi "ad personam". Un Berlusconi liberale nei fatti e non solo nella parole. Ci credete? Ci crediamo? Vorrei accantonare le antipatie e le simpatie e rispondere sulla base di analisi dei fatti e dell'esperienza.

E' difficile che un uomo di settant'anni cambi carattere. Difficile anche se non impossibile. Berlusconi vuole essere amato, questo è sempre stato il tratto distintivo del suo carattere. Lui si ama molto ma l'amore degli altri gli è indispensabile. Il suo populismo e la sua innata demagogia sono nutriti dall'amore verso di sé e dal bisogno di conquistare gli altri. E' anche molto furbo e perciò consapevole di questi suoi istinti che sa guidare e mettere a frutto. Perciò non prenderà mai provvedimenti impopolari.

Volete i fatti? Eccone qualcuno. L'immondizia a Napoli è esplosa durante i diciotto mesi del governo Prodi ma ha radici più antiche che risalgono al quinquennio berlusconiano. La Tav e l'insorgenza in Val d'Aosta è tutta nata sotto il governo 2001-2006; la stessa cosa per la base Usa a Vicenza. Stessa cosa per la crisi dell'Alitalia. Non parliamo delle liberalizzazioni: non ne ha fatta nemmeno mezza. E non parliamo della finanza pubblica: è andato avanti a botte di condoni. La Banca d'Italia una settimana fa ha esaminato il risultato di quei condoni e la sentenza di Draghi è stata questa: nel periodo considerato il reddito dei lavoratori autonomi è aumentato il doppio di quello dei lavoratori dipendenti. Inutile dire il perché di questo colossale spostamento di risorse.

Riformare questo stato di cose è difficile, suscita malcontento e quindi impopolarità. Ecco perché queste riforme Berlusconi non le farà se vincerà nel 2008 come non le ha fatte nel quinquennio 2001-2006.
Neppure Sarkozy le farà, che per alcuni rilevanti aspetti gli somiglia anche se il suo potere è molto più ampio e solido di quello di Berlusconi.

Sarkozy ha nominato una commissione di studio presieduta da un uomo intellettualmente fascinoso e socialista. La commissione Attali ha presentato pochi giorni fa il suo dossier al presidente della Repubblica francese. Le farà quelle riforme? Seguirà quei suggerimenti? Tra di essi campeggia quello di abolire la "funzione pubblica", che significa abbattere uno dei cardini dello Stato francese e della pubblica amministrazione. Non sarà una passeggiata perché anche Sarkozy come Berlusconi vuole essere amato. E non soltanto da Carla Bruni.


* * *

Ho ascoltato l'altra sera nella trasmissione del Tg1 il mio amico Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera in un dibattito con Pisanu, Rutelli e Casini. Solite schermaglie sul governo Prodi e sulle elezioni ad aprile oppure a giugno.

Non entrerò in questa ormai stucchevole disputa della quale tutto è stato detto salvo una cosa peraltro evidente: al centrodestra conviene votare al più presto, quando ancora l'emozione "liberatoria" suscitata dalla caduta del governo Prodi è intensa. Tre mesi di più sembrano pochi ma possono far sbollire quell'emozione e fare emergere una realtà ancora nascosta: che quel governo ha operato molto meglio di quanto non sia apparso. Il commissario europeo Almunia ha già cominciato ad ammetterlo.

Il tempo è galantuomo e anche tre mesi in più rappresentano in questo momento un rischio per Berlusconi.

Comunque non è di questo che voglio occuparmi ma di un'opinione del direttore del Corriere su una questione molto importante: quella della continuità della politica economica e finanziaria.

Ha detto Mieli che i risultati in questo essenziale settore realizzati da Prodi e da Padoa-Schioppa (bisognerebbe aggiungere il nome di Vincenzo Visco che è l'autore di interventi tecnici decisivi) sono stati molto positivi; ha citato anche lui il favorevole giudizio della Commissione europea; ha aggiunto che questi risultati si sono anche giovati di quanto aveva fatto in precedenza il ministro del Tesoro Tremonti conducendo una politica economica e finanziaria analoga a quella poi attuata da Padoa-Schioppa ed ha continuato infine affermando che ci sarà piena continuità tra Padoa-Schioppa e il futuro Tremonti così come ci fu continuità tra il Tremonti della precedente legislatura e il Padoa-Schioppa che seguì.

Caro Mieli, amico mio, la continuità si può auspicare ma non inventare.

Se c'è un settore dove la discontinuità è stata pressoché totale è proprio quello tra Prodi e Berlusconi, tra Padoa-Schioppa e Tremonti. Le consegne del maggio 2006 furono un avanzo delle partite correnti azzerato, un'evasione fiscale al massimo livello, un debito pubblico accresciuto, un deficit rispetto ai parametri di Maastricht del 4,1 per cento, una crescita del Pil a livello zero.

Le consegne che Padoa-Schioppa farà, se Berlusconi vincerà, saranno: una diminuzione del debito pubblico e del fabbisogno finanziario, la ricostruzione dell'avanzo delle partite correnti, il deficit ridotto dal 4,1 al 2 per cento (attualmente siamo addirittura scesi all'1,3), una pacificazione mai raggiunta finora tra il fisco e alcuni milioni di piccoli e medi contribuenti con nuovi studi di settore e nuove semplificazioni burocratiche; infine una riduzione cospicua dell'evasione fiscale. Le tasse? Il gettito è aumentato senza una sola nuova imposta né modifica e rialzo di aliquote, anzi con sei miliardi di euro in favore delle imprese con l'abbattimento dell'Irap e dell'Ires.

Come vedi, caro Mieli, la discontinuità è stata totale nella politica economica dei due governi. Non so se Tremonti si sia convertito alla linea Padoa-Schioppa-Visco. Non mi pare, purtroppo. Tremonti è uno di quelli che crede di avere sempre ragione e lo spiega in ogni occasione. Anche lui si ama moltissimo ma non riesce ad essere amato per mancanza di umiltà.


* * *

Domani o al massimo dopodomani Marini rinuncerà. Le Camere saranno sciolte. La vittoria del centrodestra ad aprile è già scritta.

Ne siete sicuri? Per la terza volta la maggioranza degli italiani sarà con lui? E' vero che il centrosinistra ha fatto il possibile e l'impossibile per rimetterlo in sella, ma nonostante tutto non sono così convinto che vincerà.

Credo che il Partito democratico e Veltroni siano pienamente in partita sul terreno di gara ed abbiano carte forti da giocare. Si presentino da soli con un programma di pochi punti, concreti e precisi. Procedano con coraggio, onestà, trasparenza. Facce giovani e nuove senza rinunciare all'esperienza dei vecchi quando sia stata positiva.

Se saranno sconfitti cadano in piedi e lavorino per il futuro. E buona fortuna.

(3 febbraio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI Quando Casini fa rima con Ruini
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2008, 09:35:36 pm
Eugenio Scalfari

Quando Casini fa rima con Ruini


Dall'avvento di Benedetto XVI sono cadute le cautele della Chiesa nell'interferire sulla politica italiana. Dal referendum sulla fecondazione assistita all'annunciata lista di Ferrara per la moratoria sull'aborto  Pierferdinando CasiniDue settimane fa ho raccontato su questa pagina la barzelletta della mazzafionda per sviluppare, partendo da quella, un ragionamento su alcuni 'tic' che affliggono molti politici e alcuni giornalisti. A giudicare dalle tante lettere che ho ricevuto, i lettori hanno gradito, perciò ne racconterò altre due e su di esse ragionerò.

La prima. La santissima Trinità decide di fare un viaggio sulla terra per vedere come vanno le cose quaggiù. Il Padreterno propone agli altri due di andare a Gerusalemme, culla della cristianità, ma Gesù è perplesso. "Io ci sono già stato una volta - dice - e non mi sono trovato bene". "Hai ragione - ammette il Padreterno - cerchiamo un posto migliore. Potremmo andare a Roma, è una città splendida e ci abita il nostro Vicario. Ci accoglierà benissimo. Andiamo a Roma". "Meravigliosa idea - interviene lo Spirito Santo. Mi fa un gran piacere a andare a Roma perché io non ci sono mai stato".

Forse è un po' dissacratoria ma rende l'idea perché in effetti, dopo due millenni di storia cattolica, a Roma città papale non si può proprio dire che lo Spirito Santo si sia sentito spesso.

Anche la seconda barzelletta riguarda tangenzialmente un analogo argomento. Questa volta il protagonista è Giuliano Ferrara, l'ateo devoto per eccellenza. Il quale è sempre stato credente. Quando era giovane credeva in Stalin e in Togliatti; poi col passar degli anni e delle esperienze credette in Craxi, poi in Berlusconi. Infine, ormai deluso da tutti, ora crede in Dio. È vero, no?

Faccio una prima osservazione: si stanno moltiplicando le barzellette su temi religiosi. Di solito questa forma di satira prende di mira poteri consolidati. Si sono sprecate barzellette e vignette (clandestine) su Mussolini ai tempi del Regime; poi sulla Dc; poi sul Pci e su Berlinguer. Adesso è il turno della Chiesa e dei Vescovi. Evidentemente sono sempre più considerati come un potere mondano più che religioso e per questo vengono messi alla berlina.

L'argomento merita tuttavia una più seria considerazione. Finora la Chiesa e in modo particolare il papa Benedetto XVI hanno occupato con crescente vigore il cosiddetto spazio pubblico, cioè la pubblica manifestazione delle idee e nel caso specifico della dottrina cattolica, della morale e delle implicazioni politiche che questi temi comportano.

La democrazia garantisce, perché questa è la sua essenza, che tutte le opinioni possano esprimersi liberamente e la Chiesa ha utilizzato questo diritto. L'ha utilizzato molto ampiamente: i media italiani sono diventati una vera e propria cassa di risonanza del pensiero della Chiesa, cosa che non accade in questa misura in nessun'altra democrazia occidentale.

Fino a qualche tempo fa tuttavia la Chiesa stava attenta a salvare le forme, agiva sulla politica ma di sbieco, mai direttamente. Dall'avvento di Benedetto XVI tuttavia queste cautele stanno cadendo una ad una. La prima grave interferenza e la violazione palese del principio "date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio" avvenne in occasione del referendum sulla legge delle fecondazioni assistite, quando l'allora presidente della Cei, Camillo Ruini, predicò l'astensione dal voto facendo così fallire i quesiti referendari. Poi ci fu la vicenda dell'articolo di legge sull'omofobia e la telefonata del segretario della Cei ad una senatrice cattolica di cui i Vescovi si vollero assicurare il voto che infatti fu conforme ai loro desideri nonostante che il governo avesse messo la fiducia su quel passaggio parlamentare.

Nei giorni scorsi le residue cautele sono interamente cadute. Casini, maltrattato politicamente da Berlusconi, è ricorso al consiglio e all'aiuto del cardinale Ruini; quest'ultimo è intervenuto tramite Gianni Letta affinché Berlusconi scendesse a più miti consigli poiché era interesse della Chiesa che nel raggruppamento berlusconiano vi fosse - come finora è stato - il partito cattolico di Casini con il proprio simbolo e la propria autonomia.

Su un altro ma analogo versante Giuliano Ferrara sta promuovendo una lista che abbia come obiettivo la moratoria sull'aborto. La lista rappresenta scopertamente la proiezione elettorale della Cei e il pensiero del Papa che ha pubblicamente ringraziato Ferrara per la sua campagna sulla moratoria. Non si sa se quella lista si farà, i rischi sono più dei vantaggi. Ma se ne parla e la Cei non l'ha sconfessata, anzi.

A me sembra chiaro, vedendo simili dissennatezze, che lo Spirito Santo a Roma non c'è mai venuto.

(15 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI Walter, il Cavaliere e l'Italia al bivio
Inserito da: Admin - Febbraio 17, 2008, 03:48:28 pm
Walter, il Cavaliere e l'Italia al bivio

di EUGENIO SCALFARI
 

Walter Veltroni all'Assemblea costituente al Palafiera di Roma
Mancano 56 giorni da oggi al 13 aprile, quando gli elettori andranno a deporre il loro voto nelle urne. Nei paesi democratici quello è un momento importante: il popolo esprime la propria sovranità, sceglie chi dovrà guidarlo, gli delega la sua rappresentanza, gli affida per qualche tempo il suo destino.

In tempi di ideologie dominanti e totalizzanti le elezioni non producevano grandi cambiamenti, i confini tra le parti politiche erano netti, i flussi elettorali tra un partito e l'altro impercettibili, ma nonostante questa stabilità di superficie la società era in perenne cambiamento. Così nei primi vent'anni della Repubblica scomparve la società contadina e prese corpo quella industriale; nei secondi vent'anni emerse la consapevolezza dei diritti civili; nella terza fase avvennero fenomeni regressivi: prevalsero gli interessi di corporazione e di clientela, le forze politiche si chiusero in se stesse perdendo la capacità di rappresentanza, la corruttela pubblica diventò sistema, le istituzioni furono occupate dai partiti, l'esercizio della democrazia fu deturpato e svuotato dei suoi contenuti, sentimenti antipolitici latenti emersero impetuosamente, specie tra le generazioni più giovani.
Ora siamo arrivati al capolinea e forse sta per cominciare un'altra storia.

Dico forse perché pesano ancora i gravami del recente passato di declino e di regressione. Ma qualche cosa di nuovo si intravede ed è questo che sta dando il tono alla campagna elettorale appena iniziata. Cinquantasei giorni per capire da che parte stiamo andando e per decidere come ci comporteremo in quel breve ma decisivo momento della nostra sovranità popolare.

Ci sono due slogan o meglio due immagini lanciate dai due candidati principali ai nastri di partenza della gara.
Quello di Berlusconi è: "Alzati Italia", e quello di Veltroni: "L'Italia è in piedi ma la politica si deve alzare". Sembrano abbastanza simili, invece sono profondamente diversi.

Berlusconi chiede che gli italiani si alzino fino a lui, lo raggiungano e seguano il suo sogno e il suo carisma nel mondo dei miracoli, come avvenne nel '94, nel 2001, nel 2006 quando mancò per un soffio l'obiettivo.
Veltroni pensa invece che gli italiani siano più avanti dei politici e che spetti a questi di rinnovarsi, rompere il muro dietro il quale si sono rinserrati, abbandonare i privilegi che difendono la loro separatezza e raggiungano il Paese che anela soltanto a rimettersi in movimento. Dietro queste due diverse immagini ci sono due diversissimi approcci.

Berlusconi propone il ritorno al già visto, Veltroni vuole che tutto cambi nei programmi e nelle persone. Cambia il candidato "premier", cambiano i suoi più diretti collaboratori, cambiano i candidati al Parlamento. Berlusconi ripresenta tutti i parlamentari uscenti, Veltroni ne lascia a terra la metà ed apre la porta alle donne, ai giovani, agli imprenditori, agli operai, a volti nuovi e sconosciuti. Il partito di Berlusconi è quello di sempre, il partito di Fini allinea i soliti Gasparri, La Russa, Alemanno, Matteoli.

Il partito di Veltroni è nato dalle primarie di pochi mesi fa, dal voto di tre milioni e mezzo di persone e gli iscritti hanno già superato il milione in appena un mese dall'apertura dei "circoli", un fenomeno mai visto prima. Berlusconi ha dalla sua i sondaggi con uno scarto del 10 per cento, ma il recupero del Pd procede con una velocità notevole. Da quando ha deciso di presentarsi da solo ha guadagnato due punti. Gli ultimi sondaggi lo danno entro una forchetta tra il 33 e il 35 per cento dei consensi; l'alleanza con Di Pietro potrebbe portare quella forchetta al 37-39.
 
Silvio Berlusconi

Il bacino potenziale dei due maggiori contendenti copre il 90 per cento dei consensi. Il restante 10 per cento dovrebbe andare alla sinistra radicale ed altri raggruppamenti minori. Ma in quel 90 per cento di potenziali elettori dei due partiti principali, quasi il 12 sta ancora sulla linea di confine, è disponibile a votare sia l'uno che l'altro e non ha ancora deciso tra i due.
L'esito finale sta tutto lì, in quel 12 per cento ancora combattuto tra l'astensione o il voto per l'uno o l'altro dei contendenti. Quattro milioni, in gran parte giovani e donne, il cui voto determinerà l'esito della gara.
Questo è lo stato della situazione ai blocchi di partenza.

* * *

Fuori dal recinto di gioco infuria nel mondo una tempesta economica di notevole gravità. Calano le Borse, rallenta la produzione e la domanda, la liquidità ristagna nei depositi e in impieghi a breve durata e si restringono i prestiti e i mutui. I prezzi aumentano falcidiando i redditi reali, specie quelli dei pensionati e dei lavoratori dipendenti, per conseguenza sale il livello dell'inflazione, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e le derrate della catena alimentare.
Il 2008 sarà un anno difficile per l'economia mondiale, per l'Europa e per noi. Bisognerà preservare il discreto andamento dei conti pubblici ma contemporaneamente adottare coraggiose misure di rifinanziamento della domanda e degli investimenti trovando il giusto equilibrio tra i due pedali del freno e dell'acceleratore.

Giulio Tremonti è diventato strenuo sostenitore d'un governo di larghe intese, chiunque sia il vincitore della competizione elettorale. Secondo lui una politica economica così difficile non può esser intrapresa se non con la condivisione delle responsabilità da parte dei due partiti maggiori. Il personaggio non è tra i più gradevoli e porta sulle spalle un pesante carico di errori precedentemente compiuti, ma la sua visione del futuro è purtroppo realistica. Non altrettanto la terapia da lui proposta.

Egli è sicuro che la vittoria arriderà alla sua parte; il suo appello alla condivisione del potere sconta un futuro di difficoltà che una alleanza di governo diluirebbe. L'ordine delle priorità e la distribuzione dei carichi trova tuttavia discordi i due partiti contrapposti, sicché la gestione comune potrebbe risultare paralizzante anziché incisiva.

Il tema è comunque prematuro, specie se proposto da chi, volendo profittare d'un vantaggio elettorale, ha imposto il ricorso immediato alle elezioni facendo perdere almeno quattro mesi proprio nel momento più delicato della crisi economica internazionale.

Ormai non c'è che da aspettare i risultati del voto ma è giusto tenere sott'occhio il tema della recessione. Una cosa si può dire fin d'ora: quel tema ha sempre accresciuto il ruolo che incombe alla politica e alla mano pubblica; così è sempre avvenuto in tutto il mondo in fasi analoghe del ciclo economico. Lo tengano ben presente i dirigenti del Partito democratico che non a caso hanno Franklin Delano Roosevelt nel pantheon degli spiriti fondatori.

* * *

C'è un altro tema che sovrasta la competizione elettorale ed è quello della laicità. È cosa saggia evitarne le asprezze e respingere le provocazioni miranti a farne uno strumento incendiario con l'intento di inferocire il confronto. Se fosse soltanto questo, sarebbe facile disinnescare le bombe-carta della moratoria anti-aborto e procedere oltre misurandosi con argomenti e problemi di ben maggior peso.
Purtroppo c'è dell'altro.

Le iniziative provocatorie fungono da avanguardia ad una "reconquista" condotta dalla gerarchia ecclesiastica "versus" le istituzioni per condizionarne il funzionamento e la legislazione che ne ispira i comportamenti.

La gerarchia alterna momenti di moderazione a momenti di intervento diretto sul delicatissimo terreno della politica, dettando alleanze tra partiti, comportamenti dei parlamentari cattolici, sentenze inappellabili sulle questioni definite "indisponibili", lusinghe e minacce spesso implicite ma in misura crescente pubblicamente esplicitate.

Questo alternarsi di fasi dipende spesso dal fatto che a guidare sia il Segretario di Stato, cardinal Bertone, o il Vicario di Roma, cardinal Ruini, il primo in veste di diplomatico, il secondo di guerriero delle armate (spirituali naturalmente) pontificie. Benedetto XVI dal canto suo sembra lasciar mano libera all'uno e all'altro anche se nei documenti e nelle dichiarazioni da lui direttamente emanati appare assai più vicino al dio degli eserciti che a quello della misericordia.

Aldo Schiavone ha efficacemente descritto su questo giornale quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi come una sorta di "ondata guelfa" che starebbe rinascendo nel nostro Paese. Stefano Rodotà ha segnalato un'offensiva clericale in atto contro i diritti civili, Francesco Merlo, Edmondo Berselli e Natalia Aspesi sono intervenuti prendendo lo spunto dal vergognoso episodio avvenuto giorni fa a Napoli, con la polizia nelle corsie ospedaliere e una donna che aveva praticato un aborto terapeutico pienamente legale, sotto interrogatorio mentre si era appena risvegliata dalla narcosi.

Le ragioni per preoccuparsi di questa deriva clericale purtroppo ci sono tutte. Bisogna certamente guardarsi dal cadere nelle trappole della provocazione ma al tempo stesso non è sopportabile che la Chiesa occupi un terreno che non le è proprio e anzi le è esplicitamente vietato, nella politica, nelle istituzioni e addirittura all'interno dei partiti.

Se il cardinal Ruini ha voglia di cimentarsi politicamente la strada è molto semplice e nessuno gliela vieterà: lasci le sue cariche ecclesiali e concorra alle elezioni con un proprio partito o dentro un partito che lo accolga. Una soluzione del genere avrebbe il pregio della chiarezza, pregio che dovrebbe essere prezioso per un cattolico e per un sacerdote.

* * *

Attendevamo da molti giorni che finisse la telenovela Berlusconi-Casini, canticchiata dai due protagonisti sui versetti di "Vengo anch'io? No tu no. Ma perché? Perché no". Adesso si è conclusa: andranno alle elezioni separati.

Il Cavaliere ostenta calma e disprezzo, si sente più sicuro senza l'Udc in casa. Fini se l'è mangiato in un boccone, operazione facile perché i colonnelli di An erano già tutti al suo servizio. Con Casini era più difficile per via di Ruini.

L'Udc ha davanti a sé una strada in salita. Forse ha aspettato troppo, forse il buon momento sarebbe stato quello scelto da Follini quando si dimise da segretario e se ne andò dal partito. Un anno fa tutto era diverso e molte cose sarebbero andate in altro modo, ma con i se e i forse non si fa storia. D'ora in avanti Casini navigherà in mare aperto e sarà la prima volta nella sua vita. Può darsi che gli piaccia. Magari senza Mastella, che sarà pure credente e ruiniano come lui, ma non sembra un "asset" appropriato al rinnovamento della politica italiana.

(17 febbraio 2008)

da repubblica.it


Titolo: L'inseguitore accelera l'inseguito perde colpi
Inserito da: Admin - Febbraio 24, 2008, 11:54:22 am
POLITICA

L'inseguitore accelera l'inseguito perde colpi

di EUGENIO SCALFARI


IL 2 MARZO si concluderà l'inevitabile giostra delle candidature e delle alleanze e la campagna elettorale entrerà nel suo pieno, ma i suoi lineamenti sono già chiari e profilati: Berlusconi conduce nei sondaggi, Veltroni insegue accelerando il recupero. Per la prima volta in questa settimana il recupero dell'inseguitore ha prodotto un regresso nello "share" dell'inseguito. Se i sondaggi rispecchiassero l'effettiva realtà questa novità sarebbe della massima importanza; significherebbe infatti il profilarsi d'un deflusso dal Popolo della libertà verso il Partito democratico e quindi il dimezzamento aritmetico del distacco tra l'inseguito e l'inseguitore.

Sin d'ora comunque si va diffondendo nella pubblica opinione e nei "media" la sensazione del dinamismo di Veltroni e della staticità del suo avversario. In un paese bloccato da decenni che aspira a liberarsi dalle bende e a rinnovarsi, questa sensazione può tradursi in un capovolgimento di tutti i pronostici che fin qui sembravano certi: il Partito democratico, già ora, non ha più come obiettivo massimo quello di pareggiare al Senato, ma addirittura quello di vincere nelle elezioni per la Camera incassando così il premio di maggioranza che la legge elettorale prevede. Chi l'avrebbe mai immaginato appena un mese fa? Naturalmente questi ragionamenti simulano una realtà virtuale e vanno quindi presi con molta cautela.

* * *

I temi dell'economia mordono invece più da vicino la vita quotidiana dei cittadini, lavoratori, consumatori, famiglie, imprese e sono ormai balzati in primissima fila. I prezzi soprattutto perché è con essi che tutti abbiamo a che fare ogni giorno. E di conseguenza i salari e le retribuzioni. L'occupazione, la cui tenuta comincia a suscitare preoccupazioni. L'inflazione. Il livello ufficiale che registra una media si colloca in questo momento al 2,9 per cento, ma l'ultima notizia di due giorni fa indica nel 4,8 l'aumento dei prezzi relativi a generi di larga diffusione.

Non è una sorpresa, l'inflazione infatti è la peggiore delle imposte perché ha carattere regressivo, colpisce i redditi più bassi in misura nettamente maggiore di quelli più elevati, risparmia i ricchi e deruba i poveri, falcidia i percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati) consentendo qualche recupero ai lavoratori autonomi, ai professionisti, ai settori che operano su mercati protetti rispetto alla concorrenza. Ecco, la situazione dell'economia occidentale e quindi anche dell'Europa e in particolare dell'Italia si trova a questo punto. Gli Usa sono in piena recessione.

L'Europa registra un sensibile rallentamento e l'Italia è il fanale di coda. Le previsioni delle agenzie internazionali danno il nostro prodotto interno lordo allo 0,7 per cento nell'anno in corso con una tendenza ad appiattirsi ancora.

In queste condizioni la politica economica dovrebbe reagire adottando misure anticicliche. La teoria suggerisce infatti che, quando la congiuntura rallenta e addirittura volge verso lo zero, la domanda venga sostenuta con acconci interventi di spesa. In questo senso si muovono i programmi presentati dai partiti nei giorni scorsi; le differenze riguardano le modalità ma non la sostanza. Tutti infatti hanno in animo di sostenere i salari, i giovani, le famiglie, gli investimenti in infrastrutture.

Il problema è quello della copertura finanziaria e reale di queste politiche: dove trovare le risorse necessarie? Dove concentrare lo sforzo? Come evitare ricaschi dannosi sull'inflazione? Come impedire contraccolpi sul deficit? Infine, a quanto deve ammontare il complesso dei provvedimenti di sostegno per esercitare un effetto sensibile sulla domanda interna e sulla crescita reale?

* * *

Comincio da quest'ultima domanda: a quanto ammontano le risorse da mobilitare per ottenere risultati apprezzabili? Direi: non meno di un punto del Pil, cioè in cifra tonda 15 miliardi di euro da investire entro e non oltre l'esercizio in corso e dei quali almeno un terzo entro il prossimo giugno.

Da questo punto di vista è grave il rifiuto di Berlusconi di inserire i provvedimenti a favore dei salari nel decreto definito "mille proroghe" che sarà approvato dal Parlamento entro il 29 febbraio prossimo. Se avesse accettato, quelle misure valutate a circa 2 miliardi, avrebbero potuto beneficiare i salari fin dal prossimo aprile dando un sensibile sollievo ai redditi medio - inferiori e sostenendo il consumo.

L'autore di quel provvedimento era il famigerato governo Prodi e questa è la sola ragione per cui il leader del centrodestra ha opposto il suo rifiuto. Così tutta la politica destinata alla crescita viene spostata in avanti di almeno quattro mesi se non di più, con effetti negativi che è difficile sottovalutare. Il governo (quale che sia) che uscirà dalle urne il 14 aprile, sarà operativo al più presto ai primi di maggio.

Anche se i leader dei due maggiori partiti si sono impegnati a far partire la propria politica fin dal primo Consiglio dei ministri, gli effetti richiederanno un tempo tecnico di almeno due mesi per farsi sentire. Se ne parlerà dunque ai primi di luglio per le misure di più pronto impiego. Il danno di questo scriteriato comportamento è evidente e dispiace che l'ottimo Mentana, che ha lungamente intervistato a Matrix dell'altro ieri il principale azionista di Mediaset, non gli abbia posto questa elementare domanda.

Resta comunque il problema di dove reperire risorse da destinare alla crescita per un ammontare pari a 15 miliardi. Ebbene, ci sono spese in attesa di copertura già previste entro il 2008, pari a 7 miliardi. Gli stanziamenti sono già stati indicati da Padoa-Schioppa. Una parte delle destinazioni sono coerenti con il sostegno della crescita; quelle che non lo sono possono esser rinviate e il loro ammontare utilizzato diversamente.

Le risorse restanti vanno, a mio avviso, mobilitate lasciando lievitare il deficit dal 2,2 preventivato dal governo Prodi al 2,8. Il commissario europeo Joaquin Almunia manderà alti lai, poiché una politica del genere allontana inevitabilmente il pareggio del nostro bilancio che Padoa-Schioppa aveva previsto per il 2010. Resteremmo tuttavia al di sotto della fatidica soglia del 3 per cento.

L'obiezione, lo so bene, riguarda gli effetti negativi sullo stock del debito pubblico. A questo riguardo però si potrebbe (a mio parere si dovrà) mettere in pista una robusta operazione di vendita del patrimonio mobiliare posseduto dallo Stato. Il Tesoro detiene ancora un largo pacco di partecipazioni mobiliari che possono essere collocate dal sistema bancario gradualmente sul mercato quando esso sarà uscito dalle attuali difficoltà.

Le partecipazioni in mano al Tesoro riguardano aziende di prim'ordine che fruttano anche cospicui dividendi. La loro privatizzazione rientra nei progetti dei due maggiori partiti. Del resto l'operazione potrebbe essere contenuta entro i limiti richiesti dai maggiori oneri sul debito pubblico derivanti dall'aumento del disavanzo. In pratica: un "deficit spending" neutralizzato da alienazioni di patrimonio, con l'obiettivo di imprimere uno scatto anti - recessivo che potrebbe fruttare almeno mezzo punto di Pil dal previsto 0,7 a qualche decimale al di sopra dell'1 per cento. Freno e acceleratore, appunto.

* * *

Dove concentrare lo sforzo. Capisco la necessità sociale di un piano per gli asili nido. Capisco e condivido i maggiori investimenti per la ricerca, indispensabili per riqualificare le Università. Capisco i fondi per la scuola superiore, punto nero anzi nerissimo del nostro sistema scolastico. Qui necessitano piani di riforma che si estendono su un arco di tempo pluriannuale. Si tratta di mettere in moto i processi che esulano però da interventi anticiclici di immediato impiego.

A mio avviso il grosso del "deficit spending" ipotizzato dovrà esser destinato al potere d'acquisto delle fasce deboli, allo stipendio minimo del lavoro a tempo determinato e alle infrastrutture. Lo Stato si deve far carico d'un piano di investimenti pubblici che inneschi processi virtuosi di collaborazione con il capitale privato, superi le lentezze burocratiche, riduca al minimo il tempo delle gare d'appalto.

Questo tipo di investimento rappresenta un braccio di leva o meglio un motore d'avviamento con un elevato moltiplicatore; sostiene l'occupazione, accresce le dotazioni infrastrutturali e migliora per questa via la produttività di tutto il sistema.

Berlusconi, che anche lui ha formulato alcune proposte, ha indicato un programma informatico a vasto raggio per snellire e ridurre i costi della pubblica amministrazione. Credo sia una strada da seguire con l'avvertenza però che anche questo è un intervento che richiede un arco di tempo per dare frutti concreti.

* * *

Insomma "si può fare". La crisi internazionale è purtroppo fuori dal controllo dei singoli governi nazionali, ognuno dei quali tuttavia ha la possibilità anzi il dovere di attivare tutte le risorse disponibili per migliorare la propria economia e contribuire per questa via al rilancio complessivo del ciclo.

Larghe intese? Berlusconi le propone in caso di parità elettorale. Veltroni ne ha delineato rigorosamente il campo. La maggioranza, quella che uscirà dalle urne, deve avere il diritto e la responsabilità di governare. D'altra parte, per quanto riguarda la Camera, basta un solo voto elettorale in più per far scattare il premio di maggioranza. Quanto al Senato, una maggioranza comunque ci sarà e sarebbe sufficiente che l'opposizione avesse il "fair play" di non perseguire la politica delle "spallate" voluta da Berlusconi per tutta la durata del governo Prodi e nel frattempo varasse le riforme costituzionali, queste sì "bipartisan", tra le quali la nuova legge del Senato regionale. L'obiettivo si sposta dunque su chi si aggiudicherà un voto in più alla Camera. "Si può fare".

Post scriptum. Ancora una volta voglio dare lode a Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, Pier Luigi Bersani, Vincenzo Visco, per il positivo lavoro sui conti pubblici e sul programma di rilancio di cui la loro politica ha posto le necessarie premesse. Tre di loro hanno passato la mano in obbedienza ai propositi di rinnovamento da essi stessi condivisi. Ma meritano di essere salutati con onore. Gli aspetti negativi non sono dipesi dalla loro azione ma da una coalizione discorde e rissosa che Veltroni ha il merito d'aver finalmente e definitivamente liquidato.

(24 febbraio 2008)

da repubblica.it


Titolo: Il dollaro ha perso il dominio del mondo
Inserito da: Admin - Marzo 02, 2008, 11:15:33 am
POLITICA

Il dollaro ha perso il dominio del mondo

di EUGENIO SCALFARI


Alcuni "guru" della finanza americana fanno previsioni catastrofiche sull'evoluzione della crisi scatenata dai "subprime" immobiliari; altri, in America e in Europa, usano toni meno drammatici e prevedono che al massimo entro un anno la tempesta si placherà e rivedremo il sereno.

Nessuno può giurare sull'una o sull'altra tesi, le scommesse fanno parte del gioco e del funzionamento del mercato, ma bisogna esser ben consapevoli che si gioca a testa o croce, o al rosso e nero: cinquanta per cento di probabilità di vincere o di perdere.

Ciò premesso, ribadirò quanto scrissi nel giugno dell'anno scorso di fronte ai primi segnali dell'uragano: questa non è una crisi come le altre, non si limita ad un settore geografico del pianeta ma lo coinvolge tutto, non ha soltanto carattere finanziario ma dilaga nell'economia reale e intacca inevitabilmente i cosiddetti "fondamentali", cioè gli elementi di fondo che sorreggono l'economia. Merita quindi d'esser chiamata "grande crisi", definizione fin qui riservata a designare quella che cominciò a Wall Street nel 1929, si diffuse in Europa nel 1931 e non cessò di incombere sull'intero pianeta fino allo scoppio della guerra del 1939, nonostante che nel frattempo ci fosse stato il "New Deal" rooseveltiano e i fascismi europei.
Siamo dunque di fronte ad una grande crisi. Forse sbollirà tra un anno, forse si aggraverà ancora di più e si prolungherà. Forse intaccherà le strutture portanti del capitalismo e della democrazia oppure - a tempesta passata - tutto tornerà come prima. Ma a quest'ultima ipotesi, francamente non credo.

Mario Deaglio in un bell'articolo sulla "Stampa" di qualche giorno fa, ha spiegato quali sono i mutamenti più che mai reali che stanno fin d'ora modificando le strutture del sistema economico mondiale. Concordo completamente con la sua analisi che segnala i tre fattori della mutazione in corso.

Primo: una massa sterminata di nuovi consumatori si sta affacciando sul mercato delle derrate alimentari di base, soprattutto i cereali e il grano in particolare. Quantitativamente si tratta di almeno un miliardo di persone e nei prossimi anni questa cifra è destinata a raddoppiare a parità di abitanti del pianeta; ma sappiamo già che il tasso demografico è destinato ad aumentare di molto la popolazione mondiale con gli effetti nutrizionali che ne deriveranno.

Secondo: le nazioni emergenti (Cina, India, America Latina) hanno fame di energia e premono sulle risorse esistenti, in particolare sul petrolio. La ricerca di nuovi giacimenti e di nuove fonti sarà certamente stimolata, ma non abbastanza da ridurre l'effetto della domanda sui prezzi.

Terzo: il dollaro sta perdendo una parte del suo ruolo di moneta esclusiva sia per quanto riguarda le transazioni commerciali sia come unica moneta di riserva del valore.

La grande crisi non è responsabile di queste mutazioni, ma funziona come acceleratore. Spinge avanti i tre fenomeni in atto e li diffonde ovunque rendendo più difficile il contenimento e la gradualità.

* * *

Nouriel Roubini, il maggior catastrofista tra gli economisti che disegnano gli scenari del prossimo futuro, valuta a mille miliardi di dollari le perdite causate dai "subprime" immobiliari, dai debiti dei proprietari di case, dai debiti "in sofferenza" causati dagli strumenti finanziari "derivati", dai debiti dei titolari di carte di credito, dai debiti delle imprese fallite o minacciate da fallimento, dalle perdite che le banche e le compagnie d'assicurazione non hanno ancora iscritto nei loro bilanci e, infine, dall'andamento negativo delle Borse mondiali e dall'andamento altrettanto negativo dei margini di copertura degli operatori finanziari.

Mille miliardi di perdite sono una cifra enorme. Anche se non tutti i ragionamenti di Roubini sono condivisibili, la sua valutazione delle perdite complessive sembra abbastanza ragionevole. Essa incide soprattutto sul terzo degli elementi di mutazione del sistema e cioè sul ruolo del dollaro e sulla tenuta del "dollar standard" in vigore fin dai primi anni Settanta.

Le istituzioni monetarie internazionali e cioè il Fondo monetario, le Banche centrali (comprese quelle di Pechino, di New Delhi, di Brasilia, di Buenos Aires e di Città del Messico) e i rispettivi governi dovrebbero prendere l'iniziativa di una riforma del sistema monetario mondiale.

Capisco che una proposta del genere ha il sapore di un'ipotesi priva di fattibilità politica, ma in mancanza di un tentativo convinto in quella direzione tra pochi anni saranno i governi e le Banche centrali asiatiche a dettare la legge. Il grosso del finanziamento del Tesoro americano e delle attività finanziarie denominate in dollari è da tempo nelle mani di Cina, India e Giappone. Per cifre minori ma altrettanto cospicue, a quelle attività finanziarie monetarie dei tre grandi paesi asiatici vanno aggiunti i petrodollari in mano ai paesi arabi e alla Russia.

Una situazione del genere è estremamente squilibrata, può creare oscillazioni dei cambi molto gravi, delle quali l'attuale apprezzamento dell'euro rappresenta soltanto una pallida anticipazione. Una riforma del sistema non può che andare verso meccanismi di ridistribuzione dei valori monetari e dei tassi di cambio che ne sono l'espressione, connessa con il reddito reale delle varie aree economiche del pianeta, con le rispettive quote di commercio internazionale e con la stabilità dei bilanci dei singoli paesi.

Nel 1945 problemi analoghi furono esaminati da esperti e governi dei paesi vincitori, soprattutto da Stati Uniti e Gran Bretagna. Sulla visione più equilibrata suggerita da Keynes prevalse il "dollar exchange standard" sostenuto dal governo americano. Mi azzardo a dire che una rilettura aggiornata e politica del piano Keynes potrebbe fornire idee di attuale interesse. Non varrebbe la pena di promuovere un'iniziativa di questa natura?

* * *

Su scala infinitamente minore ma per noi molto più vicina alla nostra vita quotidiana, si pone il tema della politica economica italiana nell'ambito della campagna elettorale in corso, delle proposte avanzate dalle forze politiche e di ciò che potrà avvenire quando dalle urne uscirà una nuova maggioranza e nuove opposizioni.
In proposito non ho che da ribadire quanto già scritto nelle scorse settimane: credo necessario mirare - nei limiti del possibile - ad una strategia anticiclica che sostenga una crescita purtroppo appiattita e in progressivo rallentamento. I margini per una linea di questa natura esistono. Si tratta a mio avviso di mobilitare risorse pari ad un punto di Pil (1.500 miliardi in cifra tonda) concentrando l'azione sul rifinanziamento della domanda interna di consumi e di investimenti, capace di contenere il rallentamento del Pil creando nuove risorse cui attingere negli esercizi 2009-2010.

Per non girare intorno e chiamare invece le cose con il loro nome, credo sia possibile attuare una calcolata politica di "deficit spending" senza oltrepassare la soglia europea del 3 per cento e coordinando quest'operazione con alienazioni di patrimonio da destinare interamente ad un abbassamento del debito pubblico e quindi degli oneri che ne derivano al bilancio dello Stato.

L'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, mi ha cortesemente inviato il testo della sua "deposizione" dinanzi alle competenti commissioni parlamentari. Lo ringrazio di quest'attenzione anche se conoscevo già quel documento. Esso rappresenta una ricostruzione difensiva della politica attuata dal ministro dell'Economia durante il quinquennio del governo Berlusconi.

Non interessa in questa sede discutere il merito di quella difesa, convincente su alcuni aspetti e non convincente affatto su altri non marginali. Salvo un punto che merita risposta. Tremonti ritiene (con ragione) che il cambio di moneta dalle valute nazionali all'euro, effettuato nel 2000, abbia prodotto consistenti mutamenti nella distribuzione della ricchezza e della povertà tra le varie classi sociali, alimentando un malcontento largamente maggioritario nella popolazione europea e in quella italiana in particolare nei confronti dell'euro e dell'Europa.
L'ex ministro dell'Economia ritiene che l'errore dei governi dell'Eurozona sia stato quello di effettuare in un colpo solo il cambio della moneta. Le cose sarebbero andate diversamente se per tre-quattro anni ci fosse stata nei paesi di Eurolandia una doppia circolazione, quella dell'euro affiancata dalle monete nazionali.

Tremonti pensa che la doppia circolazione avrebbe evitato i massicci spostamenti di ricchezza e di povertà e le massicce speculazioni che li hanno prodotti. Penso che abbia ragione in teoria, ma torto politicamente: la doppia circolazione era impossibile; il passaggio dalle monete nazionali all'euro avvenne dopo una durissima battaglia soprattutto tra tedeschi e francesi, che fu vinta dal cancelliere Kohl quando riuscì a convincere Mitterrand, pur in contrasto con il parere delle rispettive Banche centrali. Una tergiversazione era a quel punto impossibile; la doppia circolazione, per di più, non avrebbe reso irreversibile il cambio di moneta e avrebbe alimentato innumerevoli speculazioni contro le monete più deboli, a cominciare dalla nostra, polverizzando l'operazione e agitando quotidianamente il mercato dei cambi.

Tremonti è un buon avvocato difensore di se stesso "ex post", ma sostituisce in questo caso la sua soggettiva visione alla dura realtà. Sta di fatto che il "money exchange" non fu seguito dal governo con gli opportuni controlli e infatti gli effetti sulla società italiana furono decisamente peggiori di quanto avvenne contemporaneamente negli altri maggiori paesi di Eurolandia.

Su un punto mi dichiaro del tutto d'accordo con l'ex ministro dell'Economia: egli ricorda d'esser stato favorevole al piano Delors di finanziare un grande programma di opere pubbliche europee con l'emissione di Eurobond sul mercato finanziario internazionale. Aveva ragione. Posso dire che il suo appoggio a quella proposta non fu così energico come avrebbe potuto e dovuto? Il governo Berlusconi-Tremonti pose le sue priorità su altri obiettivi politici ed economici.

L'appoggio al piano Delors fu puramente accademico e non sortì infatti alcun effetto.

Domando a mia volta: qual è l'opinione di Tremonti su una politica anticiclica da adottare subito dopo il 14 aprile, quale che sia la maggioranza che uscirà dalle urne? Questo sì, sarebbe interessante saperlo. Grazie se vorrà dircelo.


(2 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Attualità di Moro
Inserito da: Admin - Marzo 08, 2008, 04:57:54 pm
Eugenio Scalfari.

Attualità di Moro


A trent'anni dal sequestro e dalla uccisione del leader democristiano il suo disegno politico mantiene ancora oggi, purtroppo, intera la sua validità  Aldo Moro a un ricevimento negli anni '60Saranno tra poco trent'anni dal rapimento e poi dall'uccisione di Aldo Moro, eppure a me sembra preistoria. Quei volti, quelle persone, quei destini: un museo delle cere, anche se molti sono ancora vivi e alcuni addirittura operanti. Ma remoti, provenienti da un'epoca lontana, come sopravvissuti.

L'uccisione di Moro segnò un displuvio nella vita italiana, chiuse alcuni sbocchi e ne aprì altri. Accelerò la deriva della corruzione pubblica che nel decennio degli anni Ottanta toccò il suo culmine e ancora oggi mantiene una pesante ipoteca sulla politica e sui suoi molteplici derivati. Chiuse la fase di predominio che la Democrazia cristiana aveva fin lì esercitato nel bene e nel male, provocando il contraccolpo del declino del Partito comunista di Berlinguer nonostante il distacco dalla sudditanza moscovita da lui avviato.

Il rapimento di Moro, le sue lettere dalla prigionia, infine il ritrovamento del suo cadavere nel bagagliaio di quella auto simbolicamente parcheggiata a mezza via tra Botteghe Oscure e piazza del Gesù, rispettivamente sedi del Pci e della Dc, coinvolsero tutti gli italiani e interpellarono la pubblica opinione con domande gravi: il valore della vita, delle leggi, dello Stato, l'impazzimento ideologico, il terrorismo e la sua spietatezza.

Ho detto che quell'epoca mi sembra remota, eppure ne conservo vivissimo ricordo, forse perché tutti quelli che in qualche modo ne furono coinvolti uscirono cambiati. Quando, alle otto di una livida mattina di marzo si diffuse come un lampo accecante la notizia del rapimento del presidente della Dc, la sua scorta massacrata, l'azione terroristica rivendicata dalle Brigate rosse, ci fu in tutto il Paese un attimo di vita sospesa, come in un film le immagini scorrono veloci e tutto ad un tratto vengono bloccate mostrando figure colte in posture strane nella loro improvvisa immobilità.

Il nuovo governo voluto da Moro e presieduto da Andreotti doveva presentarsi proprio quella mattina alle Camere. Avrebbe dovuto avere, per la prima volta nella storia italiana, il voto favorevole dei comunisti, a lungo voluto da Moro e da Berlinguer. Sul movente dell'attentato si è discusso moltissimo, ma una cosa è certa: l'attentato, la prigionia e infine l'uccisione dell'ostaggio furono la trave gettata sulla strada per impedire l'alternanza tra i due maggiori partiti, per bloccare i loro intenti riformatori e provocare invece una rivoluzione eversiva, vagheggiata in un vuoto e sanguinoso anacronismo.

Riprendendo un'immagine di Carlo Levi scrissi allora che il corpo esanime di Aldo Moro nel bagagliaio di quella macchina fu come un crisantemo gettato su un letamaio e questa è l'immagine che m'è rimasta nella memoria di quei cupi e tristissimi giorni.

Ma perché il leader democristiano aveva così tenacemente voluto l'incontro politico con il Pci, causa di gravi contrasti nel suo partito e infine della sua morte? La risposta l'ebbi dalla sua stessa voce due settimane prima del suo rapimento.

C'era stato un dissenso grave tra lui e me, che interruppe per dieci anni i nostri rapporti professionali che nel periodo precedente erano stati frequenti e anche amichevoli. Nel 1968 'L'Espresso' che allora dirigevo aveva rivelato l'intrigo tra il generale De Lorenzo, il presidente della Repubblica Antonio Segni e i servizi segreti del Sifar, per minacciare un colpo di forza che piegasse i socialisti a più miti consigli nella loro politica di riforme. Fu quello che allora Nenni chiamò 'rumore di sciabole' culminato nel Piano Solo, che 'L'Espresso' rivelò mettendo in subbuglio il centrosinistra. Ci fu un processo che ebbe uno svolgimento clamoroso e si concluse in primo grado con la nostra condanna nonostante il parere a noi favorevole del pubblico ministero Vittorio Occorsio.

La sentenza contro di noi fu dovuta ad una settantina di 'omissis' cioè di frasi tagliate da documenti portati dai nostri avvocati a difesa e cancellati nei loro passi salienti da Moro, allora presidente del Consiglio, invocando il segreto di Stato.

Dieci anni di rottura, interrotti nel febbraio del '78 da una iniziativa inattesa dello stesso Moro il quale, tramite il suo più fidato consigliere, mi fece sapere che desiderava incontrarmi. L'incontro si svolse nel suo studio in via Savoia alla presenza del suo consigliere, Guerzoni, e fu in quell'occasione che il leader della Dc mi spiegò la sua politica verso il Pci. Moro sapeva che, a causa della guerra fredda, il Pci non poteva costituire un'alternativa politicamente praticabile; per conseguenza la Dc era 'costretta a governare' e la democrazia italiana era incompiuta e bloccata.

Questa situazione (così riteneva Moro) non era più oltre accettabile perché causava una deformazione strutturale e involutiva del nostro sistema democratico. Di qui la necessità di associare il Pci al governo del Paese in compresenza con la Dc, affinché desse prova della sua maturità democratica per un periodo sufficiente a dare stabilità e a consentire un'alternanza. "Siamo ora", disse Moro, "a questo delicatissimo passaggio. Non so quanto durerà, probabilmente alcuni anni, durante i quali i due partiti popolari faranno insieme le riforme necessarie a modernizzare il Paese".

Qualche giorno dopo fu rapito; due mesi dopo fu ucciso. Da allora sono passati trent'anni. Questa storia va dunque ricordata. È remota, ma purtroppo attuale.

(29 febbraio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. - Lo strappo del palalido la risposta del nord-est
Inserito da: Admin - Marzo 09, 2008, 11:22:24 am
POLITICA IL COMMENTO

Lo strappo del palalido la risposta del nord-est

di EUGENIO SCALFARI


AL PALALIDO di Milano, con la folla delle grandi occasioni, Silvio Berlusconi ha compiuto un gesto inaudito all'inizio del suo comizio elettorale: ha stracciato il documento che conteneva il programma del Partito democratico gettandone i pezzi in aria e definendolo carta straccia.

Non era mai accaduto un fatto simile in nessuna campagna elettorale. Quel gesto, quelle parole, quei pezzi di carta svolazzanti in aria fanno piazza pulita di ogni ipotesi di "fair play", di rispetto dell'avversario, di consapevolezza dei problemi del Paese e della loro gravità. Tradiscono un senso di paura per un risultato che ancora pochi giorni fa sembrava assegnare con certezza la vittoria alla destra e che invece comincia ad esser percepito come incerto.

Gli ultimi sondaggi segnalano una progressiva rimonta del Partito democratico, un aumento degli incerti, lo smottamento del blocco berlusconiano perfino in zone e in ceti sociali che sembravano inespugnabili. Nelle stesse ore, mentre il vecchio leader di Arcore si abbandonava alla demagogia del capopopolo, Veltroni riceveva accoglienze mai viste prima nelle roccaforti del berlusconismo e della Lega, a Rovigo, a Venezia, a Treviso.

Si è aperta una crepa profonda nel cuore del Nordest che mette in gioco la tenuta del consenso verso il Pdl con ripercussioni diffusive su tutta l'area padana. Lo scontro tra due visioni opposte del Paese e dei suoi problemi è insomma entrato nel vivo, alla compostezza dell'uno fa riscontro l'agitazione scomposta dell'altro, il vuoto delle sue proposte e soprattutto l'impossibilità di spiegare come mai, avendo governato per cinque anni con maggioranze parlamentari inattaccabili, nessuno degli impegni presi nel 2001 sia stato realizzato.

L'inadempienza è di tale evidenza da minare la credibilità di chi indica nel 2008 gli stessi obiettivi di sette anni fa. Resteranno molto spiazzati, dopo l'esibizione del Palalido, quanti si sono spesi fin qui ad evocare una sorta di patto d'alleanza tra i due maggiori partiti in lizza, una convergenza sospetta e trasformistica, un compromesso già negoziato per la spartizione del potere subito dopo il voto.

Veltrusconi: così è stato definito l'immaginato duopolio da chi pensa e crede che la politica non sia che accaparramento di potere e di risorse a danno del bene comune. Molti usano la politica in quella turpe direzione, ma molti altri si ribellano proponendo un'altra visione e opposti comportamenti. Lo scontro è questo e non è mai risultato tanto chiaro come nella giornata di sabato 8 marzo a 35 giorni di distanza dall'apertura delle urne elettorali.

* * *

Da un lato c'è una visione che continua a demonizzare l'avversario facendo leva sulle paure e le incertezze che agitano una parte consistente del paese e che hanno un fondamento nella realtà: paure per la propria sicurezza, paure per le difficoltà crescenti di far quadrare i conti familiari, paura per il futuro dei giovani. Alcuni di questi problemi derivano da una situazione internazionale gravida di pesanti nuvole, altri chiamano in causa le classi dirigenti italiane che hanno guidato la vita politica ed economica nell'ultimo trentennio, dalla fine degli anni Settanta ad oggi.
Un partito politico responsabile, nel momento in cui affronta una campagna elettorale decisiva dovrebbe proporre soluzioni idonee a risolvere i problemi, dissipando le paure che paralizzano e suscitando speranze e attiva partecipazione.

La premessa non può che essere un rinnovamento nelle idee e nel personale politico chiamato a tradurre in fatti concreti e plausibili. Rinnovamento facile ad esser promesso ma assai più difficile ad essere realizzato nei fatti. Dalla destra si è risposto finora puntando ad ingigantire quelle paure e proponendo un guazzabuglio di ricette che vanno dal protezionismo e dallo statalismo di Tremonti alla miscela demagogica di Berlusconi. Il costo del programma berlusconiano ammonta a 80 miliardi di euro; dove prendere le risorse per attuarlo rimane un inesplicabile mistero. Le cifre fin qui fornite si aggirano sui 20 miliardi. Quanto al protezionismo daziario di marca tremontiana, si tace sul fatto che una politica fondata sui dazi all'importazione non è più, da tempo, nella disponibilità dei governi nazionali ma dovrebbe essere adottata dall'Unione europea che non è affatto d'accordo (e con ragione) a inoltrarsi su una politica di chiusura delle frontiere.

Il Partito democratico dal canto suo ha accettato la sfida del rinnovamento e l'ha condotta con molta fermezza. Il programma economico punta sul sostegno del potere d'acquisto dei ceti più deboli, delle famiglie, del lavoro giovanile e precario. Il costo è di 27 miliardi, compatibile nel prossimo triennio con le risorse disponibili e con quelle che la crescita possibile dell'economia potrà generare.

E' stato costruito un partito del tutto diverso da quelli fin qui esistenti in Italia, radicato su tre idee forti: la libertà, l'eguaglianza, la solidarietà. Dopo il crollo delle ideologie totalizzanti, che hanno dominato gran parte del Novecento lasciando in eredità una catasta di milioni di morti ammazzati dalla guerra e dall'orrore degli stermini, quelle tre idee forti costituiscono il nerbo della civiltà occidentale. Abbiamo tutti la convinzione che nessuna di loro, da sola, può avviarci verso un equilibrio stabile e duraturo. Libertà senza eguaglianza o, viceversa, eguaglianza senza libertà conducono (e l'esperienza novecentesca ne è una tragica prova) a catastrofi terribili. Bisogna applicarle congiuntamente, sottolineando di volta in volta l'una o l'altra secondo i bisogni, i desideri, le speranze delle persone, dei ceti, della società.

Gli elettori e specialmente i giovani, le donne e gli anziani che sono i segmenti più esclusi dai circuiti della sicurezza e del benessere, sono in grado di scegliere. Senza la loro attiva partecipazione non c'è progetto che sia attuabile. Restare sulla riva a guardare ciò che avverrà come se in gioco non ci fosse il loro stesso destino, significa soltanto rinunciare a render possibile un progetto di futuro. Questo è il senso vero dello scontro in atto tra due proposte e questa è la posta in gioco: il nostro, il vostro destino di cittadini e di nazione.

(9 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Luci e ombre di un miracolo
Inserito da: Admin - Marzo 15, 2008, 12:25:10 pm
Eugenio scalfari

Luci e ombre di un miracolo

Un libro scritto trent'anni fa con Guido Carli oggi viene ristampato.

Andrebbe riletto per conoscere il passato e potrebbe servire anche a preparare il futuro quando era governato di Bankitalia

Ho riletto in questi giorni un libro che fu scritto trent'anni fa.

Il titolo è 'Intervista sul capitalismo italiano' e gli autori sono due: Guido Carli ed io.

Ad esser più precisi l'autore è il primo; il secondo lo interroga, interloquisce, gli fa da spalla per 120 pagine.

Lavorammo parecchi giorni per realizzare quel colloquio, registrato su un magnetofono e poi messo in carta da me e rivisto da lui.

Infine l'editore Laterza lo stampò.


Per ricordare la memoria di un uomo che ebbe un peso rilevante nell'economia italiana e nel governo del paese, quel libro è stato ristampato dall'editore Boringhieri e sarà presentato il 21 aprile all'Università Luiss di cui Carli fu presidente.

Mi ha fatto uno strano effetto rileggere quelle pagine nelle quali c'è la storia economica d'un paese interpretata da uno dei suoi protagonisti: governatore della Banca d'Italia dal 1960 per quindici anni, poi presidente di Confindustria e infine ministro del Tesoro.

Il periodo che nel libro venne preso in considerazione fu il trentennio tra il 1945 e il 1975, ma le premesse più volte richiamate rimontano addirittura agli anni Trenta dello scorso secolo.

Carli racconta in qual modo, dopo la catastrofe della guerra, "un paese scalciante e urlante passò da una civiltà contadina a quella industriale sotto gli occhi impietosi della televisione, del cinema e dei mezzi di comunicazione di massa".

Quest'immagine mi è rimasta nella memoria e l'ho citata più volte nei tanti articoli che ho scritto su quell'argomento. Non era infatti mai accaduta una trasformazione economica e sociale così radicale "sotto gli occhi della televisione" cioè sotto gli occhi del paese che si stava trasformando. Nell'Inghilterra di fine Settecento, nella Francia e nella Germania di metà Ottocento come pure negli Stati Uniti d'America, la rivoluzione industriale si era verificata in modo assai più 'coperto'. Ne erano consapevoli solo quelli che ne furono direttamente coinvolti; tutti gli altri non ne conoscevano i costi sociali, le condizioni di partenza, le forze che l'avevano provocata, la crudeltà dell'attuazione, gli obiettivi e le speranze che l'avevano spinta avanti.

In Italia fu diverso e quella diversità costituì un costo aggiuntivo perché il paese cambiava e cambiando guardava e giudicava se stesso: uno psicodramma che non poteva non influire sui processi in corso.

Parlammo a lungo di quanto era avvenuto nei trent'anni che ci stavano alle spalle e di quella non silenziosa rivoluzione. Parlammo del miracolo italiano del 1960-63 che ebbe proprio Guido Carli come protagonista e che raggiunse per la prima volta la piena occupazione delle forze-lavoro, il pareggio del bilancio pubblico, un'economia robusta con una crescita del reddito nazionale ad un tasso che per molti anni fu di oltre il 5 per cento, un regime di prezzi stabili, consumi ed esportazioni in aumento.

Ma parlammo anche degli aspetti negativi di quel miracolo.
Esso era stato ottenuto senza che nulla fosse stato predisposto per ridurre gli inevitabili scompensi sociali che ne sarebbero derivati. Era caduto sulla testa e sulle spalle della classe politica, degli imprenditori, dei sindacati come una meteora venuta dal cielo all'improvviso.

Una popolazione di cinque milioni di italiani si era trasferita in meno di tre anni dal Sud al Nord, dalle campagne alle città, passando dall'autoconsumo, dall'isolamento, dall'analfabetismo, dalla famiglia tribale, da latifondi senza scuole, senza ospedali, senza tribunali, dalle case di paglia e dalle 'mammane': insomma da un paese contadino e arcaico alla civiltà moderna e industriale. Ma a Roma, a Bologna e soprattutto a Genova, Torino, Milano non aveva trovato nulla dei beni e dei servizi dei quali improvvisamente aveva assoluta e urgente necessità. Si cantava allora, nei lunghi convogli ferroviari che dal profondo Sud portavano verso il triangolo industriale, una canzone che diceva "Torino Milano le belle città/si mangia si beve e bene si sta". Ma la realtà non era esattamente quella: certo si stava molto meglio rispetto alle campagne dalle quali quel popolo di emigranti stava fuggendo, ma nello stesso tempo si stava assai peggio, si pativa uno sradicamento profondo, un altro tipo di isolamento anche più terribile. Soprattutto nasceva la coscienza dei diritti di cittadinanza che nel nuovo contesto erano per la prima volta percepiti e reclamati.

La mia sorpresa, rileggendo le pagine dell''Intervista', è stata la sincerità appassionata con la quale Carli ha ripercorso quelle vicende nei loro aspetti positivi e negativi, l'amarezza e l'autocritica per non aver avvertito il dramma di quella rivoluzione, l'insufficienza della classe dirigente italiana, impreparata a governare i processi dai quali tuttavia traeva profitto e benessere. Nel corso dei nostri colloqui io non mi ero accorto della passione e dell'amarezza del mio interlocutore; eravamo amici da molti anni, lo conoscevo bene, ma lo sapevo orgoglioso, solitario, lucido ma freddo, una grande mente ma una psicologia come rattrappita, una timidezza che gli impediva di aprirsi come forse avrebbe desiderato. Eppure nelle pagine di quel libro l'apertura c'è, è forte, in certi tratti perfino disperata per ciò che si poteva far meglio e non fu fatto.

Parlammo poi del Sessantotto e lì, anche lì, il suo linguaggio e la sua analisi mi stupirono: erano molto più avanti di come gli 'apparati', le oligarchie, l'Italia ufficiale, avessero recepito ciò che in quella fase stava accadendo.

Infine affrontò il tema delle 'arciconfraternite del potere' che a suo avviso erano una caratteristica della nostra società: le mafie, le logge segrete, le corporazioni, le clientele. L'egoismo e la poca solidarietà. I forti e gli esclusi. Il benessere parcellizzato. La libera concorrenza inesistente.

Questo libro andrebbe riletto oggi. Nelle scuole e nelle Università. Spiega molte cose che pochi conoscono. Racconta il passato. Fotografa il presente. Potrebbe servire a preparare il futuro se soltanto ritrovassimo la voglia di batterci e il sentimento morale per farlo.

(14 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. - Il drammatico errore dell'euro alle stelle
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2008, 07:37:29 pm
POLITICA

Il drammatico errore dell'euro alle stelle

di EUGENIO SCALFARI


C'È ANCORA molto da dire sulla situazione economica italiana dopo gli ultimi dati dell'Istat, della Banca d'Italia e della "Relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica" (Ruef) che sostituisce la vecchia "Trimestrale di cassa". Stando a quest'ultimo documento il nostro debito pubblico alla fine del 2007 era diminuito di 2,5 punti in rapporto al Pil scendendo dal 106,5 al 104. Ben oltre le previsioni dello stesso Padoa-Schioppa.

Non si è riflettuto abbastanza su questo dato. I tanti Soloni (e Catoni) che sdottoreggiano sui mancati tagli della spesa, sulla dissipazione delle risorse e sul cattivo impiego del "tesoretto" tirando la croce addosso al governo Prodi e ai suoi ministri economici, hanno pressoché ignorato la diminuzione del debito sottolineando invece il rallentamento del Pil previsto per il 2008 dall'1,5 allo 0,6 per cento.

Capisco che il dimezzamento di una crescita già fiacca fa più notizia, ma i due fenomeni sono profondamente diversi. Il secondo dipende infatti interamente dall'andamento pessimo della congiuntura internazionale che è fuori dal controllo dei governi nazionali. Il primo invece è opera nostra e riguarda uno degli aspetti più delicati della nostra finanza pubblica.

L'andamento virtuoso del debito ha infatti una sola causa: la diminuzione della spesa corrente e quindi del disavanzo del Tesoro. Nel quinquennio berlusconiano la spesa aumentò di 2,5 punti di Pil, in cifre assolute 35 miliardi di euro. Nel biennio prodiano l'aumento della spesa è stato invece dell'1,4 (inferiore alla crescita del Pil).

Ci si dovrebbe chiedere da che cosa sia stato causato un divario così rilevante tra la maggiore spesa del governo Berlusconi-Tremonti e quella molto minore del governo Prodi-Padoa-Schioppa. Forse il primo ha alleviato i redditi individuali, i salari, le pensioni?

Oppure ha intrapreso una politica di lavori pubblici e di infrastrutture particolarmente consistente? Ha sostenuto i giovani, le famiglie, gli anziani? Non risulta che vi siano stati miglioramenti consistenti in queste voci della spesa sociale. I pochi provvedimenti in favore di quei settori e di quelle categorie sono stati effettuati in gran parte con sgravi fiscali e quindi con minori entrate. Ma la spesa è nel frattempo cresciuta in cifre relative e in cifre assolute. Dove sono andati a finire quei soldi?

In gran parte nella spesa sanitaria, abbandonata a se stessa senza controlli; e poi nei cosiddetti consumi intermedi della pubblica amministrazione, acquisti di beni e servizi che rappresentano quasi la metà della spesa corrente. Lì c'è stata la dilapidazione delle risorse senza alcun beneficio né per la crescita dell'economia né per la riorganizzazione della pubblica amministrazione centrale e locale.

Stupisce che questi processi siano passati quasi inavvertiti dinanzi all'opinione pubblica e ai cosiddetti esperti. Oggi ne abbiamo ufficiale conferma, certificata anche dalle autorità internazionali: la spesa pubblica è tornata sotto controllo mentre la lotta contro l'evasione ha fornito un surplus di entrate di 20 miliardi.

Tra maggiori entrate e minori spese si tratta dunque di 40 miliardi di euro che, pur in mezzo alla tempesta internazionale cominciata dal giugno scorso, hanno fatto diminuire il deficit ereditato dalla precedente legislatura dal 4 all'1,9 per cento, hanno ridotto il debito pubblico di 2,5 punti rispetto al Pil, hanno portato il disavanzo dello Stato al punto più basso degli ultimi nove anni.

* * *

Purtroppo a questi buoni risultati nella pubblica finanza non hanno corrisposto analoghi segnali positivi nell'economia e nel benessere degli italiani. Anzi quel benessere è stato seriamente colpito, le condizioni degli individui e delle famiglie sono decisamente peggiorate, il costo della vita è aumentato, le retribuzioni (salari, stipendi, pensioni) sono sempre più insufficienti costringendo a diminuire i consumi sia in quantità sia in qualità.

L'Istat stima l'inflazione ufficiale intorno al 2,6 per cento ma quella dei generi di largo consumo ad oltre il 5. Particolarmente elevati i prezzi dei cereali, dell'energia, dei trasporti. Insomma l'ossatura del sistema, sia dal lato dei consumi sia da quello degli investimenti.

A che cosa si deve questa situazione di sofferenza e di precarietà economica e sociale? Aggravata da aspettative ancor più negative che si trasformano, come sempre avviene in questi casi, in ulteriori peggioramenti percepiti prima ancora di essere avvenuti?

La risposta è nei fatti: un miliardo di persone, soprattutto nei paesi asiatici, sta gradualmente entrando nel circuito dei consumi di qualità; quattro o cinque governi (India, Cina, Corea, Singapore, Indonesia) stanno investendo massicciamente nella modernizzazione dei rispettivi paesi.

Tutti questi elementi sono fuori dal controllo dei governi nazionali europei, dell'Europa nel suo insieme e perfino degli Stati Uniti d'America. È la nuova domanda a spingere in alto i prezzi dei cereali, del petrolio e dell'energia. Accrescere l'offerta di questi beni non è impossibile, ma procede con rapidità molto minore dell'irruente aumento di domanda dei nuovi consumatori. Per di più l'aumento dell'offerta non avverrà che in presenza di prezzi non inferiori al livello attualmente raggiunto.

Siamo così, in tutto l'Occidente, dinanzi ad un'inflazione importata dall'estero da paesi con sistemi economici diversi dai nostri, livelli retributivi decisamente più bassi, monete inconvertibili, Banche centrali non integrate con quelle occidentali. Da questo punto di vista la politica dei tassi d'interesse (e quindi il valore del cambio estero della moneta europea) attuata ormai da un anno dalla Banca europea è del tutto insensata. Per il rispetto dovuto a una grande istituzione la stampa si è finora astenuta dal prender di mira la Bce; i governi e l'Ecofin hanno fatto altrettanto. Ma ora l'errore e l'inspiegabile tenacia con cui la Banca mantiene un livello dei tassi sempre più squilibrato non può esser sottaciuto. Mantenere il tasso ufficiale dell'euro al 4 per cento con una forbice in continuo aumento rispetto al tasso della Fed che tra poco sarà la metà di quello europeo significa marciare ad occhi bendati verso il disastro.

Questa politica ha già spinto il cambio con il dollaro ad un'altezza insostenibile. Non soltanto con il dollaro ma anche con le altre monete che hanno cambi fissi con quella americana e quindi si svalutano con essa, a cominciare dallo yuan cinese. La conseguenza è quella di render difficilissime le esportazioni dell'Europa verso il resto del mondo, di bloccare il turismo diretto verso i nostri paesi e tra di essi di colpire soprattutto quelli come l'Italia le cui imprese operano principalmente in settori convenzionali con scarso valore aggiunto e bassa produttività.

Il futuro governo che uscirà tra un mese dalle urne dovrà dunque affrontare questi problemi in primissima battuta. L'indipendenza della Bce nella politica dei tassi d'interesse non può e non deve essere intaccata, ma la sua sovranità non si estende al cambio estero. Si tratta di due grandezze strettamente collegate ma che fanno capo ad istituzioni diverse. Perciò una dialettica tra il Consiglio dei ministri europei e la Banca centrale non è soltanto auspicabile ma a questo punto urgente e necessaria.

* * * *

I nostri due maggiori partiti che si fronteggiano in questa campagna elettorale dovranno comunque adottare provvedimenti rivolti a sostenere il potere d'acquisto dei ceti medi e inferiori della nostra società. Le tecnicalità sono diverse ma l'intento non può che esser comune: intervenire a sorreggere una domanda di consumi e di investimenti particolarmente calante e un flusso di esportazioni anch'esso in preoccupante ristagno.

Le risorse per finanziare questa strategia sono scarse sicché una politica anticiclica di "deficit spending" è diventata inevitabile. È la sola strada per sollevare il livello di crescita del Pil almeno fino al livello dell'1 per cento dall'attuale previsione dello 0,6. Ma poiché questa politica non potrà attuarsi prima del prossimo mese di maggio e avrà dunque dinanzi a sé soltanto il secondo semestre dell'anno, diventerà necessario adottare misure di impatto immediato sulla realtà economica. Soprattutto bisognerà iniettare nel sistema non solo risorse materiali ma anche fiducia per rovesciare le aspettative dei consumatori e delle imprese.

Si discute tra gli economisti se un'operazione di sostegno della domanda avrà gli effetti desiderati oppure - come in altre occasioni è accaduto - non sarà immobilizzata dai beneficiari in impegni liquidi anziché in un'espansione dell'economia. Ma l'attuale compressione della domanda è arrivata ad un punto tale da rendere impensabile la tesorizzazione della liquidità. Perciò l'effetto desiderato avrà sicuramente luogo.

Al timore che si possa determinare accanto all'inflazione importata un'ulteriore impennata dovuta al rilancio della domanda interna si dovrà rispondere aumentando il livello della libera concorrenza, spingendo avanti le liberalizzazioni e agganciando le retribuzioni non all'inflazione ma alla produttività del sistema.

Lo ripeto: non c'è altra via. Da questo punto di vista è stato un gravissimo errore quello del centrodestra di non aver risposto positivamente all'invito di Veltroni, ancora rinnovato in questi ultimi giorni, di render possibile da subito un accordo bipartisan sull'attuazione di provvedimenti di detassazione dei salari dei lavoratori dipendenti. Avremmo guadagnato mesi preziosi, riconciliato imprenditori e sindacati, diminuito la distanza tra società e istituzioni. Forze politiche che avessero a cuore gli interessi del paese avrebbero accettato quella proposta. Tanto più sbagliato e odioso appare il rifiuto che è stato opposto e l'egoismo elettorale che l'ha motivato.

Post Scriptum. Una parola sul "protezionismo" sostenuto da Tremonti nelle sue recenti sortite. Molti l'hanno preso sul serio e ne hanno fatt o motivo di polemica mostrandone gli aspetti perversi che avrebbe sull'economia.

Concordo sulla loro perversità ma debbo avvertire che un protezionismo nazionale è del tutto incompatibile con la nostra appartenenza all'Unione europea che è la sede esclusiva per poter decidere se le frontiere debbano restare aperte o invece presidiate da dazi e contingentamenti nei confronti del resto del mondo. Lo stesso Tremonti ne è del resto pienamente consapevole e l'ha scritto nel pamphlet che contiene quell'improvvida proposta.

La sua era dunque soltanto una provocazione, forse un "lanciare la palla in tribuna" per non affrontare argomenti assai più spinosi e realistici d'un protezionismo al di fuori della nostra portata. Poiché l'ex ministro dell'Economia berlusconiana conosce bene i problemi che abbiamo di fronte avrebbe potuto impegnare assai meglio il suo talento e la sua influenza inducendo il leader di Forza Italia ad accettare la proposta di Veltroni. Così pure avrebbe potuto spendersi per far accettare l'altra proposta del Partito democratico di tagliare fin da ora il costo del finanziamento pubblico dei partiti. Due segnali importanti che avrebbero potuto esser dati e che invece sono stati soffocati dall'assordante silenzio di chi parla nei momenti sbagliati e tace in quelli opportuni.

(16 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Alitalia, chi pagherà i conti della "cordata elettorale"
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2008, 12:15:08 pm
POLITICA


L'EDITORIALE

Alitalia, chi pagherà i conti della "cordata elettorale"

di EUGENIO SCALFARI


BERLUSCONI, per come racconta la cronaca e come lo ricordo io che fui anche testimone diretto, è stato l'inventore delle cordate fasulle.

La più celebre fu quella della Sme, passata anche sui tavoli della giustizia civile e penale. Per bloccare il contratto già firmato tra De Benedetti e l'Iri, s'inventò un'inesistente cordata guidata da un suo prestanome, certo Scalera, che rimise in gioco l'accordo per il tempo necessario a riaprire il gioco. Poi Scalera scomparve, scomparve fisicamente, e la cordata Fininvest-Ferrero-Barilla ne prese il posto, ma era fasulla anche quella. Alla fine lui si ritirò e Ferrero-Barilla si divisero le spoglie della Sme.

In quel caso la Fininvest non aveva altro interesse che fare un favore politico a Craxi. Il compenso fu il famoso decreto soprannominato "decreto Berlusconi" con il quale il governo bloccò la sentenza della Corte Costituzionale autorizzando le televisioni Fininvest a trasmettere in barba alla sentenza della Corte e dei tribunali che le avevano emesse.

Non fu il solo caso. Ce n'erano stati altri all'epoca della guerra di Segrate, che vide ancora una volta opposti lui da un lato e la Cir di De Benedetti dall'altro e che culminarono nel famoso "lodo Mondadori" anch'esso transitato sui tavoli della giustizia civile e penale con esiti a volte a lui favorevoli a volte contrari, sepolti infine dalla prescrizione.

Il personaggio è dunque coniato in questo modo, se ne infischia dei conflitti d'interesse, se ne infischia delle leggi e se ne strainfischia delle norme europee. Guarda al sodo, al suo interesse, animato dall'istinto del combattente e dagli spiriti animali d'un capitalismo senza regole.

Però questa volta non gioca sul tavolo delle tre carte. Questa volta - credetemi - fa sul serio.
La cordata italiana lui la vuole veramente e riuscirà a farla decollare in un modo o in un altro, magari imbarcando per la strada i tedeschi o i fondi americani o qualche arabo di quelli che lui conosce.

Questa volta gioca da presidente del Consiglio "in pectore". L'Alitalia la considera cosa sua e considera cosa sua anche l'hub di Malpensa e quello di Fiumicino. Considera cosa sua i sindacati di Alitalia e quelli della Sea. Anche di Linate. Anche i dieci aeroporti che infiocchettano il lombardo-veneto da Bergamo a Treviso.

Si è calato interamente nella figura del leader autoritario preconizzato da Giulio Tremonti. Decide la politica, l'economia segue. Il mercato, se ostacola i suoi disegni, vada a farsi fottere. E se necessario vada a farsi fottere anche l'Europa tecnocratica.
Dio, Patria, Famiglia e ora anche Alitalia. Tremonti dixit.

* * *

È opportuno a questo punto valutare oggettivamente i costi dell'operazione cominciando dall'Alitalia e dal piano industriale presentato da Air France, che prevede un investimento immediato di due miliardi di euro.

Questa cifra è la somma di 150 milioni di esborso per gli azionisti di Alitalia, più 600 milioni di rimborso delle obbligazioni emesse da quella società, più l'assunzione dei debiti che figurano nel bilancio della Compagnia di bandiera. Air France si è anche impegnata a ricapitalizzare l'azienda con un miliardo di capitale. E fanno tre. Ci vogliono dunque tre miliardi per assumere il controllo di Alitalia e assicurarle il capitale di funzionamento. Ma resta che la Compagnia continuerà a perdere a dir poco 350 milioni l'anno se non sarà risanata e rilanciata.

Il corso Spinetta, che fa l'amore col progetto Alitalia ormai da quindici anni, prevede di portare la società al profitto entro cinque anni col taglio degli esuberi, il rinnovamento della flotta, l'abbandono di Malpensa e un investimento complessivo di 6,5 miliardi entro il 2013 nel quadro di un grande gruppo che comprende Air France, Klm, e la stessa Alitalia.
L'impegno totale dell'acquisto e del rilancio contempla dunque 10 miliardi di investimenti. Queste sono le cifre di partenza.

* * *

Ma per una cordata patriottica che abbia come obiettivo di rilanciare non solo Alitalia ma anche Malpensa tutelando i sindacati interni delle due aziende senza tuttavia smantellare Linate e tanto meno gli altri aeroporti padani, il costo dell'investimento non si ferma qui.

Senza eliminare gli esuberi non si risana un bel niente. Quanto a Malpensa le perdite attuali ammontano a 200 milioni annui. Per arrivare all'aeroporto partendo da Milano si impegna un'ora e venti minuti. Ci vogliono quindi altri investimenti indispensabili in strada e ferrovia. I diritti di traffico dell'Alitalia dovranno poi essere divisi tra i tre aeroporti di Malpensa, Fiumicino e Linate. La Sea non ha un soldo e deve essere ricapitalizzata.

Non si è dunque lontani dal vero ipotizzando che la cordata patriottica dovrà darsi carico di almeno altri 4 miliardi entro il 2013, da aggiungere ai 10 previsti da Air France. Totale quattordici. Ammesso che due hub siano un peso sostenibile.
Non mi sembra che Toto sia affidabile per un'impresa di queste dimensioni né mi sembra che Banca Intesa si possa accollare da sola una responsabilità di questo genere.

I nomi chiamati in causa e cioè Ligresti, Bracco, Soglia, Moratti, Fininvest, Della Valle, possono mobilitare l'un per l'altro 200 milioni a testa. Sapendo che nessuno di loro guiderà l'operazione. Cordata patriottica, appunto. Come la fede d'oro per finanziare la conquista dell'Impero.

Comunque un miliardo o giù di lì. Ne mancano almeno altri tredici. Ma il leader patriottico non bada a queste quisquilie. Lui guiderà il governo, su questo non ha dubbi. È in grado di compensare chi lo aiuta. Troverà il modo. E poi c'è lo Stato. Lo Stato pagherà. Il rischio e l'investimento saranno distribuiti sulle spalle dei contribuenti e dei risparmiatori. Sarà lanciato un prestito obbligazionario. Si formerà un consorzio di banche. Al Tesoro ci sarà Tremonti il creativo. Tremonti il protezionista. Tremonti il colbertiano. Che vuole la politica autoritaria alla testa dell'Europa e dell'Italia. Amico di Sarkozy.
La Cassa Depositi e Prestiti avrà un ruolo. Mediobanca anche.

Naturalmente le risorse che saranno gettate su Alitalia-Malpensa dovranno essere sottratte da altri impieghi. Ma la decisione è politica. Se il Capo è d'accordo, si va alla guerra e così sia.
Dio, naturalmente, è con noi e intanto ci farà vincere le elezioni, che è ciò che conta.

* * *

I sindacati incontreranno Spinetta il 25 prossimo, dopodomani. Forse sul cargo tratteranno (cinque vecchi aerei, 135 piloti per guidarli, 200 milioni di fatturato annuo, 70 milioni annui di perdita). Forse si aprirà uno spiraglio sugli esuberi di AZ Servizi e sul tempo di dismissione.

Se rompono la crisi sarà immediata. Se rompono si assumono i rischi della rottura perché Spinetta è stato chiaro su questo punto: senza l'accordo con i lavoratori mi ritiro. E' un ricatto? A me sembra un dato di fatto e un segno di considerazione. Ma ognuno decide con la sua testa.

Può darsi però che i sindacati non rompano, che il piano industriale francese li convinca, ma che abbiano bisogno di qualche giorno per perfezionarlo.
Può darsi che cinque giorni, dal 25 al 31 marzo, non bastino. Può darsi che ne vogliano dieci o giù di lì. Spinetta concederà quei pochi giorni fissando una data certa e accettata? Prodi e Padoa-Schioppa accetteranno una proroga breve con data prefissata e non superabile?

Esprimo un'opinione personale: una proroga di cinque o sei giorni oltre il 31 marzo sembra accettabile. Oltre quel limite non lo è.
Quanto al prestito che Berlusconi chiede al governo, Prodi ha già detto che non si può fare se non è garantito da un soggetto bancabile. La Ue vieta operazioni di prestito a rischio da parte di un governo ad una società per azioni.

Al di là di questo non ci sono altri orizzonti che l'amministrazione controllata. Significa congelamento dei debiti, nomina d'un commissario giudiziale, risanamento con vendita delle poche attività e concordato con i creditori. Esuberi? Da quel momento la controparte dei sindacati sarà il commissario. La flotta continuerà a volare? Così come Parmalat continuò a produrre il suo latte e i suoi yogurt?

C'è una differenza di fondo tra i due casi: la gestione di Parmalat era attiva ma il capitale finanziario non c'era più. Per Alitalia invece il capitale finanziario non c'è più e la gestione è in pesante passivo.
Affinché la flotta continui a volare occorre che i fornitori vendano il carburante a credito, la manutenzione e il personale di volo e di terra lavori senza sapere se a fine mese gli stipendi saranno pagati. Una situazione ovviamente impossibile quale che siano le opinioni in proposito di Giordano, Diliberto e Pecoraro Scanio.

Berlusconi strillerà e con lui Fini. E con loro Formigoni e la Moratti che sono tra i principali responsabili del flop di Malpensa. E gli elettori?
Nessuno può dire quale sarà l'effetto dell'affaire Alitalia-Malpensa sugli elettori del Nord. Forse la maggioranza se ne infischia o forse no. Quanto agli industriali, è un fatto che in quindici anni da quando dura quest'agonia sotto quattro diversi governi, gli industriali del Nord nessuno li ha visti. Avevano altri pensieri. Li vedremo oggi? Daranno oro alla Patria? In barba al mercato? Col solo vantaggio d'essere i finanziatori di Berlusconi?

Tutto è possibile. Nel 1921 finanziarono Mussolini pensando che sarebbe stato una marionetta nelle loro mani. Non fu così, ma quando se ne accorsero era troppo tardi. Dovettero aspettare vent'anni e una catastrofe epocale.
Qui se ne preparano altri cinque e siamo ancora alle prese con lo stesso leader, lo stesso personale politico, la stessa Lega, lo stesso Fini, gli stessi "ascari" con i cannoli o senza cannoli.

Ma il popolo è sovrano. A volte decide per il suo bene, a volte si dà il martello sui piedi, a volte resta a casa a guardare lo spettacolo dalla finestra. E questa è la cosa peggiore che possa accadere.


(23 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI - Il Cavaliere liberale ha abolito il mercato
Inserito da: Admin - Marzo 30, 2008, 03:50:07 pm
ECONOMIA L'EDITORIALE

Il Cavaliere liberale ha abolito il mercato

di EUGENIO SCALFARI


TEMPO fa, in uno dei miei articoli domenicali, citai una battuta di Petrolini raccontata da un suo scrupoloso biografo. La cito di nuovo perché si attaglia bene al caso presente. Il grande comico romano stava cantando la sua canzone intitolata "Gastone". Arrivato alla fine, uno spettatore del loggione fischiò sonoramente. Petrolini avanzò fino al bordo del palcoscenico, puntò il dito verso il fischiatore e nel silenzio generale disse: "Io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che stanno intorno e che ancora nun t'hanno buttato de sotto". Seguì un piccolo parapiglia sopraffatto dagli applausi di tutto il teatro. Così si dovrebbe dire oggi a Berlusconi per il suo comportamento sull'Alitalia, oltre che per tante altre cose.

Pare che finalmente la Consob abbia acceso un faro su quel comportamento e così pure la Procura di Roma. Starebbero esaminando se nelle quotidiane esternazioni berlusconiane vi siano gli estremi del reato di "insider trading" e di turbativa del mercato.
Non voglio credere e non credo che il leader del centrodestra stia speculando in Borsa (altri certamente lo fanno e si saranno già arricchiti di parecchi milioni di euro) ma sulla turbativa di mercato non c'è da accender fari, basta affiancare ad ogni dichiarazione berlusconiana le oscillazioni del titolo Alitalia che sono dell'ordine di 30/40 punti all'insù o all'ingiù.

In qualunque mercato del mondo Berlusconi sarebbe già stato chiamato a render conto di quanto dice; l'Agenzia che tutela le contrattazioni di Borsa lo avrebbe ammonito e multato, la magistratura inquirente l'avrebbe già messo sotto processo. Ma soprattutto gli elettori ne avrebbero ricavato un giudizio di inaffidabilità e di non credibilità definitivo.
Voglio sperare che gli elettori ancora incerti su chi votare l'abbiano a questo punto escluso dal loro ventaglio di possibilità.

Affidare il governo del paese per i prossimi cinque anni a un personaggio che non si fa scrupolo di turbare il mercato con false notizie riportate e diffuse da tutto il sistema mediatico è uno di quegli spettacoli che purtroppo squalificano un paese intero almeno quanto l'immondizia napoletana.

Eccellono in questa gara soprattutto le emittenti televisive, quelle private e quelle pubbliche; in particolare - dispiace dirlo - il Tg1 il quale riferisce in presa diretta le sortite del Cavaliere senza che vi sia una voce che ne sottolinei gli effetti sul listino borsistico. Il risultato è che Berlusconi resta in video per il doppio del tempo del suo principale avversario turbando non solo i mercati borsistici ma anche l'andamento del negoziato tra Air France e sindacati tra lo stupore di tutti gli operatori internazionali.

Venerdì sera l'annunciatrice del Tg1 delle ore 20 si è addirittura lasciata andare ad una critica contro la legge della "par condicio", da lei ritenuta incivile, senza spiegare perché in Italia esista una legge del genere, dovuta ad un vergognoso conflitto di interessi che fa capo al proprietario delle reti Mediaset. Legge che peraltro nessuna delle emittenti televisive rispetta a cominciare dal Tg1, già ufficialmente ammonito dall'Agenzia delle comunicazioni.

Evidentemente direttori e conduttori danno per scontata la vittoria elettorale del centrodestra e sanno anche che se l'esito fosse diverso il vincitore di centrosinistra si guarderebbe bene dal praticare vendette. Perciò tanto vale scommettere in anticipo senza rischiare nulla se non la reputazione. Ma chi si preoccupa della reputazione nell'Italia dei cannoli alla siciliana.


* * *

Domenica scorsa, occupandomi dell'Alitalia e della fantomatica cordata patriottica berlusconiana, scrissi che a mio avviso quella cordata ci sarà davvero se Berlusconi vincerà. Per lui è un punto d'onore e i mezzi per realizzare l'obiettivo ci sono. Li ho anche enumerati ed è stato proprio il leader del centrodestra a confermarlo quando ha detto appena ieri che dopo la sua sicura vittoria chiamerà uno ad uno gli imprenditori italiani per chiedere l'obolo di san Silvio e "voglio vedere chi non ci starà".

Ci staranno tutti, non c'è dubbio alcuno, "chinati erba che passa il vento". Ci staranno i capi delle società pubbliche a cominciare dall'Eni e da Finmeccanica, in attesa di riconferma o di nuova nomina; ci staranno i capi di imprese private concessionarie dello Stato, ci staranno le banche desiderose di benefici; ci staranno le imprese medie che hanno già o ambiscono di avere rapporti fluidi con l'uomo che dovrebbe governare l'Italia per altri cinque anni in attesa di volare per altri sette sul più alto Colle di Roma.

Il mercato? Chissenefrega del mercato, contano i rapporti tra affari e politica e il Berlusca è imbattibile su quel terreno: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Il mercato di Berlusconi si configura così e non saranno certo un Tremonti o un Letta ad impedirglielo, anzi. Quanto a Fini non è neppure il caso di scomodarsi a chiedere: lui aspetta l'eredità ed è d'accordo su tutto, sebbene non sia ancora certo dell'esito d'una così lunga attesa.

Dunque la cordata patriottica ci sarà. Ma che tipo di cordata? L'obolo di san Silvio versato dagli imprenditori non è sufficiente, se supererà il miliardo sarà già molto, ma diciamo pure che arrivi a due o a tre. Per rilanciare Alitalia e insieme Malpensa e la Sea ce ne vogliono almeno altri otto. E in più ci vuole un "know-how" che non si improvvisa. Forse i tedeschi di Lufthansa? Forse gli americani del Tpg? Forse l'Aeroflot di Putin? Air One non è decentemente presentabile come vettore di due hub con pretese internazionali.

Dunque la cordata patriottica non sarebbe patriottica se non nei fiocchi che impacchettano il torrone. Il torrone sarebbe straniero. L'organizzazione sarebbe straniera. Gli esuberi sarebbero trattati dal gestore straniero, esattamente come sta accadendo in queste ore con Air France, ma con una variante in più: la pratica richiede tempo e il tempo non c'è. Per allungarlo ci vuole un aiuto di Stato, vietato dall'Ue in mancanza di garanzie bancabili. Se questa norma fosse violata saremmo denunciati alla Corte di giustizia europea e multati pesantemente.

Oppure si va, volutamente, al fallimento come anche ora si rischia di fare. Allora tutto diventa più facile perché il fallimento significa congelamento dei debiti e interruzione dei contratti di lavoro. I nuovi padroni decideranno a tempo debito quali di quei contratti rinnovare e quali no, ripartendo comunque da zero.
Dov'è la vittoria? Si sciolga la chioma e se la lasci tagliare. La prospettiva, diciamolo, non è esaltante.


* * *

Nella stessa giornata di ieri il Cavaliere si è manifestato anche a proposito del cosiddetto voto disgiunto e ha tirato in ballo sua eminenza il cardinal Ruini. Eminence, come dice la Littizzetto. È stata una pagina da manuale. Per chi se la fosse persa raccontiamola perché ne vale la pena. E cominciamo dal voto disgiunto. Che cosa significa? Perché è venuta fuori questa ipotesi?

Normalmente un elettore vota per lo stesso partito nella scheda della Camera e in quella del Senato, specie ora con una legge come l'attuale che non prevede preferenze ai candidati. Nella sua assoluta certezza di vincere le elezioni alla Camera, nell'animo di Berlusconi si è però insinuato il dubbio di pareggiare o addirittura di perdere al Senato (aggiungo tra parentesi che questa ipotesi corrisponde esattamente alla realtà). Perciò suggerisce agli elettori centristi il cosiddetto voto disgiunto: votino pure per Casini Udc alla Camera, ma al Senato no, al Senato votino per il Pdl in modo da evitare il pareggio.

Che c'entra Eminence in questo pasticcio? Il Cavaliere ce lo fa entrare, gli chiede pubblicamente di entrarci e gli fa pubblicamente presenti i vantaggi che avrà se eseguirà il mandato o invece i danni che può subire se rifiuterà di adoperarsi in favore.

Convinca Casini a incoraggiare o almeno a subire senza strilli il voto disgiunto. In cambio (è il Cavaliere che parla) avrà l'impegno del nuovo governo ad adottare tutti i provvedimenti chiesti dalla Chiesa in tema di coppie di fatto (mai), di procreazione assistita (abolirla), di eutanasia (quod deus avertat), di testamento biologico (come sopra), di aborto (moratoria e radicale riforma), di Corano nelle scuole (divieto), di insegnamento religioso (anche all'Università). Se c'è altro chiedetelo e "aperietur".

Ma se rifiuterà, tutto diventerà problematico. In fondo (molto in fondo) lo Stato è laico e bisogna pur tenerne conto. Se lo ricordi, sua Eminenza, e non creda che la partita si giochi sul velluto. Del resto il Papa ha pur battezzato Magdi Allam. E dunque il Cavaliere ne adotterà il programma e magari farà in modo di fargli affidare la direzione del "Corriere della Sera", purché gli elettori dell'Udc votino per Berlusconi al Senato.
Ha sentito, Eminenza?


* * *

Una cosa risulta chiara: hanno ridotto la religione ad una partita di giro. Forse per la gerarchia ecclesiastica lo è sempre stata, per i cardinali e per molti vescovi. Ma non fino a questo punto. I credenti per primi dovrebbero esserne schifati e ribellarsi di fronte a questa vera e propria simonia. Gli opinionisti (esistono ancora?) dovrebbero spiegarla e indignarsene.
Ho un presentimento: il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato. Fino a pochi giorni fa pensavo il contrario, che non ce l'avrebbe fatta. Ebbene ho cambiato idea. Ce la fa. Con avversari di questo livello non si può perdere. Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci.

(30 marzo 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. - Una destra gotica e guelfa
Inserito da: Admin - Marzo 31, 2008, 07:10:45 pm
Eugenio Scalfari

Una destra gotica e guelfa


L'ultimo libro di Tremonti descrive la crisi come farebbero Ruffolo o Reichlin. Ma quando indica la terapia va incontro a De Maistre  Giulio TremontiL'ultimo libro di Giulio Tremonti ('La paura e la speranza' editore Garzanti) è nelle librerie da pochi giorni ma è già diventato oggetto di pubbliche presentazioni e di private discussioni. L'autore stesso è molto attivo nel promuoverlo, al punto che i suoi detrattori non hanno mancato di far circolare la battuta di un ex ministro del Tesoro che tenta di riciclarsi come intellettuale in attesa di riprendere la carica perduta due anni fa se le urne elettorali saranno benevole con lui e con i suoi amici politici.

Mi astengo dal far mia quella battuta. Tremonti ha dimestichezza con le idee, spesso le maneggia come un giocoliere. Soprattutto è molto attento all'importanza del 'senso comune', allo 'spirito dei tempi' cui attribuisce un peso oggettivo assai forte.

Secondo me un intellettuale dovrebbe contrastare il senso comune e non assumerlo come canone cui ispirare i propri pensieri. E qui vedo una prima contraddizione che emerge da queste pagine: l'autore usa a piene mani il senso comune per diagnosticare il male che secondo lui corrode l'Europa e la cultura occidentale, ma la sua ricetta terapeutica per vincere quel male contrasta il senso comune in modo radicale. Disegna infatti una civiltà gotica, obbediente al dio medievale, alla 'Kultur' della legge e dell'ordine, della terra e del sangue, della famiglia e della comunità, in contrasto con la modernità secolarizzata, con il pluralismo e il relativismo delle verità.

C'è da aggiungere che il Tremonti uomo politico torna invece ad ispirarsi al senso comune: gli chiedevano meno tasse e lui se la cavò con i condoni, con l'aumento della spesa pubblica, con l'aumento del debito (palese e occulto). Ma questo è un altro discorso e non c'entra con le pagine del libro. Il quale è nettamente diviso nelle due parti preannunciate dal titolo, la paura (diagnosi della crisi) e la speranza (terapia per uscirne).

La prima parte stupisce per chi credeva di conoscere Tremonti giudicandolo dalla sua biografia professionale e politica. Un esperto nella conoscenza del fisco e dei modi per difendersene, un uomo politico di destra con marcate simpatie leghiste. Sedotto da Berlusconi e dalla sua capacità di sciamano e di venditore. Sicuro come pochi di possedere la verità in esclusiva.

Quest'ultimo tratto del suo carattere emerge riconfermato e ampliato nelle pagine del libro, soprattutto nello stile, quanto mai apodittico, assertivo, dilemmatico, icastico. Bisognerebbe stare attenti a non esagerare con quel tipo di stile; usato con parsimonia ha una sua efficacia, ma usato a piene mani diventa stucchevole e ripetitivo.

Nella prima pagina del libro per esempio l'autore dice che "siamo passati da Marx al marketing". È vero ed è ben detto con una battuta che descrive in tre parole una trasformazione epocale. Ma di battute, di dilemmi, di assiomi ce ne sono almeno una decina per pagina (non esagero). Non lascia spazio al lettore di riflettere, lo inchioda, lo stringe con le spalle al muro, lo obbliga a rincorse che tolgono il fiato. Insomma lo manipola per averlo alla fine esanime e domato nelle sue mani. Questo non va bene, l'eccesso di bravura va a detrimento della credibilità e dello spessore dei pensieri.

Ma dove nasce lo stupore del lettore? Dal fatto di scoprire, nella prima parte del libro, un Tremonti di sinistra. Contro il 'mercatismo'. Contro la globalizzazione. Contro le multinazionali. Contro il consumismo. Contro l'asservimento della pubblica opinione alle manipolazioni tecnologiche. Contro le disuguaglianze. Contro i veleni che deturpano l'ambiente e devastano il paesaggio. Contro il mito del Pil.

Beninteso, l'autore imputa alla sinistra la mostruosità del regime staliniano e conduce una serrata arringa contro gli intellettuali che imbonirono le masse con ilmito del paradiso comunista in terra. Ma per tutto il resto - in questa parte del suo scritto - la sua diagnosi non è lontana da quella che potrebbero fare un Giorgio Ruffolo o un Alfredo Reichlin e, con loro, anche molti liberali di sinistra tra i quali mi ascrivo. Non a caso l'autore esprime ammirazione per il Partito d'azione che commise però un errore di 'intellettualismo' e non tenne conto del senso comune. E quindi finì rapidamente in mille pezzi.

Tra le tante battute che gremiscono le pagine ne cito una che riassume il pensiero tremontiano: "Abbiamo creato un tipo umano che non solo consuma per esistere ma esiste per consumare". Sembra Pasolini se non addirittura Enrico Berlinguer. E allora sorge la domanda: quest'uomo è lo stesso che da tredici anni lavora spalla a spalla con Berlusconi ed è il fedele esecutore delle sue intuizioni e dei suoi umori? Il padrone delle televisioni incarna, proprio lui, quell'arcicapitalismo contro il quale l'intellettuale Tremonti bandisce la sua crociata?

La risposta arriva nella seconda parte del libro ed è, debbo dire, agghiacciante. L'ho definita una risposta gotica, medievalistica e l'autore del resto non ne fa mistero.

In un mondo dove la globalizzazione ha risvegliato le masse addormentate e le ha trasformate in 'campi di forza' che hanno lanciato una sfida senza precedenti all'Europa, all'Occidente, alla razza bianca, bisogna rispondere inalberando le nostre radici cattoliche, bisogna dotare l'Europa d'una visione politica e di un'autorità che la imponga, bisogna che quell'Europa divenga una fortezza capace di opporsi alle potenze emergenti, bisogna accogliere il flusso di emigranti soltanto se siano disponibili all'integrazione immediata fin dal primo giorno d'ingresso nel nostro territorio. Bisogna instaurare un sistema di doveri e vagliare attentamente i diritti col metro della morale cristiana. Bisogna canalizzare la pubblica opinione.

La sinistra non è in grado di attuare questa svolta, anzi questa rivoluzione. Può aiutarla se vuole, dare una mano. Ma si tratta d'un compito enorme, quello che la nuova destra gotica e guelfa di Giulio Tremonti deve assumersi; l'icona - pare a me - è quella di Sisifo che spinge il masso verso la cima. Una cima tuttavia dove incontreremo De Maistre. Prospettiva che può piacere a papa Ratzinger, al cardinale Ruini e a Roberto Formigoni, ma certo non è esaltante, almeno per me.

(28 marzo 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Se scende a valle la montagna degli indecisi
Inserito da: Admin - Aprile 06, 2008, 06:39:23 pm
IL COMMENTO

Se scende a valle la montagna degli indecisi

di EUGENIO SCALFARI


TRENT'ANNI fa scrissi, avendo Guido Carli come interlocutore, un libro dal titolo "Intervista sul capitalismo", che sarà ripresentato dalla Luiss il 21 aprile prossimo. E' passato molto tempo da allora, e molte cose sono profondamente cambiate ma i pensieri e i giudizi di Carli sono a tal punto anteveggenti che quelle pagine sembrano scritte oggi, la loro attualità è stupefacente.

Cito una di quelle previsioni perché racchiude in una sola frase lo spirito di tutta l'intervista; si riferisce al Trattato di fondazione della Comunità europea firmato a Roma nel 1957, vent'anni prima di quando il libro venne alla luce. "Non fu un errore entrare nel gruppo dei fondatori della nuova Europa, era indispensabile, se ne fossimo rimasti fuori oggi l'Italia sarebbe regredita a livello d'un paese africano. Ma fu invece un grave errore pensare che potevamo stare in Europa senza cambiare i nostri comportamenti sia nell'economia sia nella politica. Un grave errore del quale misuriamo oggi i nefasti effetti; fu commesso da tutta la classe dirigente del Paese, dagli imprenditori, dai politici, dai sindacalisti, dai professionisti, dai docenti. Lo Stato, gli Enti locali, le imprese pubbliche e private, il mercato, rimasero quali erano con le stesse leggi, le stesse regole, la stessa arretratezza, la stessa arcaica visione. Inadatti all'Europa, accettammo di misurarci con i paesi più evoluti del nostro continente senza fare nulla per metterci alla loro altezza. Fidammo soltanto nelle svalutazioni della lira e nell'evasione fiscale. Partecipare alla gara in quelle condizioni era impossibile".

Così Guido Carli nel 1977. L'ultima e più clamorosa conferma l'abbiamo avuta in questi giorni dalla crisi dell'Alitalia, un'altra altrettanto clamorosa è venuta dalla crisi dei rifiuti in Campania, il Paese mezzo secolo dopo il Trattato di Roma e sette anni dopo la nascita della moneta unica europea è ancora inadeguato. La sua classe dirigente vive ancora aggrappata ai "totem" del nazionalismo economico, dell'assistenzialismo, dello scambio di favori tra affari e politica, delle arciconfraternite del potere e del diritto di veto in mano alle corporazioni e alle "lobbies".

* * *

Qual è stato l'ultimo e tragico errore commesso dai sindacati durante la trattativa con Air France per il salvataggio dell'Alitalia? Puntare sull'ingresso nella Compagnia di Fintecna, una società pubblica posseduta dal Tesoro, nella speranza che essa fosse in grado di pilotare Air France e rendere indolore il cambiamento di proprietà.

Qual è stato l'errore altrettanto tragico commesso da Berlusconi, da Formigoni e da Bertinotti? Puntare su una fantomatica cordata patriottica che, a carico dello Stato, mantenesse la Compagnia di bandiera con i soldi delle banche (cioè dei risparmiatori) e dei contribuenti.

Politici di destra, politici della sinistra radicale, sindacalisti, lobbisti padani, non si rassegnavano alla realtà di una società arrivata alla soglia del fallimento dopo aver dissipato 15 miliardi di euro con un miliardo e mezzo di debiti, il capitale azzerato, la cassa vuota e perdite di 400 milioni l'anno.

Così Air France ha abbandonato il tavolo del negoziato. La Borsa francese che temeva i rischi dell'operazione Alitalia ha premiato il titolo Air France dopo l'abbandono. Buona parte dei dipendenti di Alitalia protestano ora contro i sindacati. Questi a loro volta chiedono a Spinetta di tornare al tavolo del negoziato e si dicono pronti a ritirare le loro improvvide proposte. Il ministro Padoa Schioppa avvisa che per chiudere - sempre che i francesi tornino a Roma - ci sono solo pochi giorni e comunque prima delle elezioni.
Sapremo domani se Spinetta tornerà a negoziare. C'è ancora chi sostiene che il governo ha lasciato "nudi" i sindacati. Lo dice Berlusconi, lo dice Bertinotti, lo dicono Bonanni della Cisl ed Epifani della Cgil. Ancora non hanno capito che cosa è il mercato e quali sono gli standard europei. Ancora non hanno capito che Alitalia è finanziariamente ed economicamente un rottame e che Air France era e resta l'ultima sponda sulla quale si poteva approdare. Speriamo che lo si possa ancora fare ma speriamo soprattutto che questa durissima lezione serva a qualcosa.

* * *

Intanto la campagna elettorale si avvicina al termine, entriamo oggi nell'ultima settimana prima del voto. Si sa dagli ultimi sondaggi prima del divieto di diffusione che la partita decisiva si gioca sugli indecisi. Per la Camera si tratta degli indecisi di tutta Italia, per il Senato quelli soprattutto della Liguria, delle Marche, del Lazio, della Calabria, della Puglia, dell'Abruzzo. Il fatto più significativo rilevato dai sondaggi è che la maggior parte degli indecisi è formato da ex elettori dell'Ulivo delusi dalla coalizione che vinse di stretta misura nel maggio di due anni fa.

Le ragioni di questa delusione sono note e in buona parte condivisibili. Molti di loro sognavano una maggioranza capace di dire e di fare "cose di sinistra".
Molti altri speravano e sognavano una maggioranza ed un governo efficienti, capaci di modernizzare la pubblica amministrazione, le istituzioni e lo Stato.
Difficile dire (i sondaggi non lo rilevano) quale di questi due modi di sentire abbia maggior peso quantitativo tra i delusi. Probabilmente il secondo, quello dei modernizzatori, cioè dei riformisti, ma anche gli altri vanno considerati con attenzione.

Dicono i sondaggi, con un margine di errore che va sempre tenuto ben presente, che il complesso degli indecisi sia da valutare attorno al 10 per cento dei presumibili votanti.

Dicono anche che il 45 per cento di quel dieci sia orientato a votare Veltroni. E dicono infine che se quel 45 diventasse il 13 aprile il 60, alla Camera si potrebbe pareggiare, i due maggiori partiti si troverebbero spalla a spalla e uno dei due otterrebbe la vittoria con uno scarto minimo di voti.

Se poi il Partito democratico convogliasse su di sé il 75 per cento degli indecisi la vittoria alla Camera diventerebbe una quasi certa probabilità. Il Senato è una roulette e come tale va considerato, ma indubbiamente se alla Camera i risultati fossero quelli più favorevoli al Pd anche al Senato ci sarebbe vittoria.

Queste previsioni sono molto aleatorie. E' invece cosa certa che la partita si decide nei prossimi sette giorni.
Se la montagna degli indecisi smotterà a valle tutto può accadere.

* * *

Da parecchie settimane Silvio Berlusconi parla di possibili brogli elettorali ed è ancora tornato a parlarne ieri con un appello (improprio) al Capo dello Stato prendendo a pretesto un preteso errore nella redazione delle schede elettorali.

Questo continuo allarme contro i brogli (che già costituì il tema delle proteste berlusconiane dopo la sconfitta del 2006) è un segnale evidente di debolezza e timore di sconfitta in una gara che era data sicuramente per vinta dal centrodestra con uno scarto iniziale in suo favore del 20 per cento Nel testa a testa tra le due parti e in particolare tra i due leader sta emergendo un dato di fatto di giorno in giorno più evidente: Berlusconi sa di vecchio.

Non si tratta dell'anagrafe, che pure ha un suo peso in un'Europa nella quale i leader appartengono tutti alla generazione dei quaranta-cinquantenni. Ma si tratta della stucchevole ripetitività degli slogan, delle parole d'ordine, dei lazzi, delle gaffe. Quelle sulle casalinghe, quelle sui cardinali, sulle precarie, sugli omosessuali, sull'Alitalia, sulle tasse da evadere se sono troppo alte e tante altre ancora al ritmo di almeno un paio al giorno.

E si tratta anche del personale politico. Non c'è un solo nome nuovo e rappresentativo nelle liste berlusconiane se si eccettua una dozzina di ex veline e vallette che ringiovaniscono e ingraziosiscono la media.
Il tutto sa di vecchio, anche di vecchiume. Perfino Fini, intruppato e quasi scomparso in quella compagnia, dimostra più anni mentali di quanti ne ha. Ha fatto un salto all'indietro, a prima della curetta di Fiuggi che già sembra antidiluviana.

Secondo me la gente se ne accorge.

(6 aprile 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Rivoluzione possibile
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2008, 04:13:22 pm
Eugenio Scalfari

Rivoluzione possibile


L'attualità dei classici come Valéry ci indica un percorso per riappropriarci della nostra libertà. E in questi giorni ci si offre l'occasione  Lo scrittore Paul ValéryDedicare ai classici le proprie ore di lettura (al netto dei tanti giornali da sfogliare, che è un altro genere d'impegno) sottrae tempo ad altre ricreazioni della mente, ai libri di recente pubblicazione, al cinematografo, alla televisione, alla navigazione nei siti di Internet. Forse non è una gran perdita, mi suggerisce una vocina intima e maliziosa. Ma io so che quella vocina esprime una pigrizia intellettuale che non mi piace, quella che induce le persone di età avanzata a lodare i tempi passati a scapito di quelli presenti. Perciò soffoco quella vocina e mi rammarico di trascurare il mio aggiornamento. È un danno per me e un'ingiustizia per gli artisti contemporanei che certo esistono e lavorano anche se non abbondano (così mi sembra).

L'effetto positivo di dedicarsi ai classici consiste invece nello scoprire la loro attualità e i suoi aspetti duraturi. Del resto chi legge e rilegge i classici è in cerca delle risonanze che essi ci inviano dal passato, tanto più preziose in quanto provengono da voci remote eppure incredibilmente moderne.

Io frugo spesso nella mia disordinata biblioteca in cerca di questi classici 'moderni'. Quando li trovo e ne rileggo le pagine ne resto spesso confortato e ristorato, ho la conferma che si può antivedere il futuro con gli occhi chiari della ragione e della saggezza. Non siamo dunque schiavi né del presente né del passato. Chi è capace di saper leggere il futuro, lui sì è un uomo in grado di esercitare la sua libertà di previsione e di giudizio.

Mi sono casualmente trovato tra le mani nei giorni scorsi uno dei classici più inaspettatamente attuali ed è Paul Valéry nel suo libro intitolato 'Regards sur le monde actuel et autres essais' pubblicato da Gallimard nel 1945 all'indomani della guerra (l'edizione italiana è di Adelphi 1994 con il titolo 'Sguardi sul mondo attuale'). Era il mondo attuale del '45, ma molti di quei saggi portano addirittura le date del 1932 e di altri anni precedenti lo scoppio della guerra. Se non è un secolo poco ci manca, eppure sembrano scritti oggi. Ne cito alcune frasi particolarmente significative perché sembrano descrivere il mondo in cui ora viviamo.

"La pace è una vittoria virtuale, muta, continua, delle forze possibili contro le bramosie probabili. Ci si vanta di poter imporre la propria volontà all'avversario. Ma può essere una volontà nefasta. Gli unici trattati che varrebbe la pena di concludere sarebbero quelli tra i pregiudizi. L'operato di pochi ha per milioni di uomini conseguenze paragonabili a quelle che per tutti gli esseri viventi derivano dai mutamenti del loro ambiente. Così come le cause naturali producono la grandine, il tifone, le epidemie, allo stesso modo le cause intelligenti agiscono su milioni di uomini la stragrande maggioranza dei quali le subisce così come subisce i capricci del cielo, del mare e della crosta terrestre. L'intelligenza e la volontà che colpiscono le masse come cause fisiche e cieche: ecco ciò che si definisce politica".

"Le nazioni sono estranee le une alle altre così come lo sono gli individui diversi per carattere, età, credenze, costumi, bisogni. Molte nazioni nutrono il convincimento di essere in sé e per sé la nazione per eccellenza, l'eletta dell'avvenire infinito. Nell'eterna partita che sono impegnate a giocare ognuna ha le sue carte, alcune sono reali e altre immaginarie. Vi sono nazioni che hanno in mano soltanto ricordi che risalgono al Medioevo o all'antichità, valori morti e sepolti. Altre contano sulle belle arti, i paesaggi, le canzoni, che gettano sul tappeto verde in mezzo agli autentici semi di fiori e di picche".

"I fenomeni politici della nostra epoca sono resi più complessi da un mutamento di scala senza precedenti. Il sistema delle cause che governa il destino di ognuno di noi estendendosi ormai alla totalità del globo, lo fa ad ogni scossa riecheggiare tutto quanto. Non esistono più questioni delimitate. Le grandezze, le superfici, le masse in conflitto, la prontezza delle ripercussioni e la loro connessione impongono sempre più una politica molto diversa dall'attuale".

"Un uomo si interrogava sul suo essere libero e si smarrì nei propri pensieri. 'Ah - disse - possiamo fare tutto ciò che vogliamo tutte le volte che non vogliamo fare nulla'. Attenti! Appena entriamo nell'azione vi troviamo un miscuglio orribile di determinismo e di casualità".

Infine: "Si sono visti schiavi soffrire per essere stati liberati e si vedono popoli disorientati di esser restituiti a se stessi che nel più breve tempo possibile tornano a darsi dei padroni. Accade anche che tali popoli siano tra i più colti e i più intelligenti della loro epoca".

Io trovo formidabili questi pensieri e tanti altri disseminati nel libro. In particolare l'ultimo tra quelli che ho citato, quello sulla libertà e sull'indipendenza che spingono molti popoli a cercarsi in fretta un padrone cui delegare il potere. Questo fenomeno è particolarmente visibile in tutta la storia italiana dopo la caduta dell'antico impero di Roma. La nostra è stata una lunghissima vicenda di secoli nel corso dei quali abbiamo sempre cercato o tollerato di esser servi pur di non fare la fatica di gestire la nostra libertà e le responsabilità che ne derivano. Forse è proprio questo desiderio di regredire ad una fanciullezza collettiva e collettivamente irresponsabile ad aver favorito la nascita d'una casta detentrice del potere in nome di tutti. Anzi di molte caste, di molte mafie, di molte confraternite, ciascuna con le proprie regole, il proprio codice, il proprio 'boss' e padrone.

Di tanto in tanto sentiamo anche la tentazione di riappropriarci della nostra libertà responsabile, ma finora questi conati sono durati breve tempo; subito dopo quel male antico ha ripreso possesso di noi.

In questi giorni siamo nuovamente di fronte ad una di quelle occasioni. Se fosse colta sarebbe non una svolta ma una rivoluzione.

(11 aprile 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Oggi possiamo cambiare il Paese
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2008, 02:43:15 pm
POLITICA IL COMMENTO

Oggi possiamo cambiare il Paese

di EUGENIO SCALFARI


SOLE e nuvole si alternano nei cieli d'Italia in questi giorni di un aprile che trattiene ancora una coda d'inverno ma preannuncia col verde dei prati e il profumo dei fiori la più dolce stagione dell'anno. Così ci auguriamo che sia anche per la società italiana, appesantita dai tanti fardelli del passato ma desiderosa di riprendere slancio e di lavorare per un futuro meno avaro di speranze e di risultati.

Vedo che la preoccupazione maggiore di molti osservatori delle vicende politiche, giunti alla scadenza della campagna elettorale, si appunta sul dopo elezioni. Quale che sia l'esito, vinca l'uno o l'altro dei due principali competitori, si teme che dalle urne non esca una netta vittoria e di conseguenza un governo più affannato a durare che capace di affrontare i problemi di fondo che incombono sull'Italia, sull'Europa e sul mondo intero.

Si ripropone a questo punto un tema con il quale siamo alle prese da quindici anni, cioè dall'irruzione di Silvio Berlusconi nella politica: quello della sua legittimità, quello dell'anomalia da lui introdotta nella democrazia italiana e della sua demonizzazione da parte di quella metà del Paese che non si riconosce in lui e lo considera a tutti gli effetti il nemico pubblico numero uno.

Questo diffuso sentimento di delegittimazione che provoca inevitabilmente un'analoga reazione, condizionerà la fase politica successiva al voto? Renderà ancora più arduo governare? Spingerà il vincitore a esercitare vendette e discriminazioni contro i perdenti? Trasformerà l'autorevolezza in autoritarismo seguendo uno schema purtroppo frequente nella nostra storia?

La maggior parte degli osservatori indipendenti riconosce a Walter Veltroni d'aver condotto una campagna elettorale misurata e responsabile, senza toni di rissa, senza attacchi scomposti all'avversario, innovativa ed equilibrata sugli impegni assunti con gli elettori. Il timore che si fa strada in queste ore di pausa e di attesa, anche di fronte alle frequenti incontinenze del leader di centrodestra, è che questo clima possa radicalmente cambiare.

L'esperienza dei due anni passati, durante i quali l'opposizione di centrodestra non ha fatto altro che puntare sulla "spallata" per sgominare l'esile maggioranza di Prodi al Senato pesa giustamente nel ricordo di quanti seguono con attenzione le vicende della politica. Non potendo chiedere a Berlusconi di correggere la sua natura, lo chiedono a Veltroni: quale che sarà la sua posizione post-elettorale, spetterebbe a lui e sopportare con inesauribile pazienza gli spiriti animali dell'avversario.

Doppio gravame per Veltroni e per quella metà del paese che non si riconosce in Berlusconi: blandirlo in caso di vittoria dei democratici, sopportarlo se fosse lui a prevalere di poco senza imitare quanto lui stesso fece. Chiedere che i democratici ed il loro leader si assumano questa duplice responsabilità significa considerarli come la parte politica più responsabile. Per certi aspetti suona come un titolo di merito, per altri somiglia ad una "mission impossible": fare da punching ball non piace a nessuno e non sta scritto in nessun luogo che sia sempre e comunque utile al Paese.

In realtà - chi lo conosce bene lo sa - non è un fascista e neppure un dittatore nel senso militaresco del termine. Non è spietato. Non è xenofobo. Non è razzista. Berlusconi è un pubblicitario. Un venditore. Venderebbe qualunque cosa. Sia detto senza offesa per i pubblicitari di professione: lui è pubblicitario nell'anima, venditore nell'anima.

Quando vende patacche (e gli accade spesso) si convince rapidamente che la sua patacca vale oro zecchino. Perciò è bugiardo con la ferma convinzione di dire sempre la verità. Come tutti i venditori bugiardi è un imbonitore. Come tutti gli imbonitori è un demagogo. Non ha il senso della misura. Strafà. Non rispetta nessuna regola perché le regole le fa solo lui. Guardate l'ultimo atto della sua campagna elettorale, venerdì sera. Pochi minuti alla mezzanotte. Matrix, cioè casa sua, Canale 5. Conduttore Enrico Mentana.

Prima di lui aveva parlato Veltroni per cinquanta minuti. Lui era stato brevemente intervistato da Mimun per il telegiornale delle 20. Poi si era ritirato nello studio del direttore e di lì aveva ascoltato il "récit" del suo avversario. Infine è arrivato il suo turno e ha impiegato gran parte del tempo a ribattere gli argomenti di chi l'aveva preceduto con molta enfasi e parecchi insulti.

Tanto Veltroni era stato pacato e raziocinante tanto lui ha mostrato i denti e la rabbia, ma fin qui niente di speciale, il bello, anzi il bruttissimo, è venuto dopo quando il suo show era terminato, Mentana aveva dichiarato chiusa la trasmissione e aveva cominciato ad illustrare il modo di votare correttamente con davanti un tabellone che riportava un facsimile di scheda elettorale.

Lui non se n'era andato dallo studio, era sempre lì ma fuoricampo. A un certo punto, nello stupore generale, è rientrato in campo, si è sostituito a Mentana ed ha indicato lui il modo di mettere la crocetta sulle schede. Prima che accadesse il peggio, che in realtà stava già accadendo, Mentana ha chiamato la pubblicità e l'indebito spettacolo è stato oscurato. Quest'episodio rivela meglio di qualunque discorso la natura del personaggio e dei suoi spiriti animali.

L'Economist ha scritto che Berlusconi è inadatto a governare una nazione. "Unfit". Non è un insulto e neppure una demonizzazione. Semplicemente una constatazione. "Unfit". Inadatto. Metà degli italiani, da Casini fino a Bertinotti passando per i democratici, la pensano esattamente allo stesso modo e così pure i governi e il Parlamento europei.
Si dirà: contano i voti che usciranno dalle urne. Giustissimo, contano i voti e solo i voti. Resta un Paese diviso in due non soltanto per differenze politiche ma anche da un giudizio sulla persona: "unfit", inadatto, imbonitore, demagogo, venditore di patacche. Metà del Paese pensa questo, ne ha conferma tutti i giorni e sarà molto difficile che cambi idea.

Ci sono infinite altre prove della sua "unfitness" oltre alla miseranda scenetta a Matrix. La più rivoltante è la proclamazione di Mangano, il finto stalliere di Arcore ad eroe. Non si capisce quale tipo di eroismo sia stato il suo, ma sappiamo che è stato condannato a tre ergastoli per associazione mafiosa.

Sappiamo anche che Dell'Utri è in qualche modo connesso a un tentativo di taroccare le schede degli italiani all'estero: un mafioso latitante in Argentina gli ha telefonato proponendogli quell'imbroglio ma Dell'Utri ha risposto di non esser lui la persona adatta e l'ha indirizzato al responsabile del suo partito per gli elettori all'estero, senza però informare di quel contatto né la magistratura né il ministero dell'Interno. Mentre brogli veri si preparano, il leader già ora, in via preventiva, manda in scena una campagna contro i brogli supposti per precostituirsi un alibi in caso di sconfitta elettorale come già fece per tutti i due anni del governo Prodi. "Unfit".

Sostiene di aver lasciato nel 2006 i conti pubblici in perfetto ordine. La controprova sta nelle cifre a causa delle quali siamo stati per due anni messi sotto processo dall'Europa e ne siamo usciti solo dopo le leggi finanziarie di Paoda-Schioppa.

Sostiene anche di aver realizzato il suo "contratto con gli italiani" per l'85 per cento durante gli anni del suo governo, ma in realtà non ha realizzato se non il 15 perché nessuna delle proposte è diventata legge pur disponendo di 100 voti di maggioranza alla Camera e 50 al Senato. Quei voti servivano ad approvare le leggi a suo personale beneficio, dall'abolizione del falso in bilancio alle norme giudiziarie che accorciavano i tempi di prescrizione dei processi, alla Gasparri che ha mantenuto in vita Retequattro contro le reiterate sentenze della Corte.

"Unfit". Si potrebbe e forse si dovrebbe continuare, ma a che pro? L'altro giorno ho ricevuto una lettera da un lettore che mi rimprovera perché - dice lui - ho un pregiudizio contro. Io non ho pregiudizi contro e neppure a favore. Esamino la realtà e conosco le persone. Lui è inadatto.

Venderebbe la Cupola di San Pietro al primo che ci creda. Purtroppo molti ci credono. Forse gli inadatti sono adatti ad una parte di questo Paese il quale, non a caso, è in declino. L'altro ieri l'Ocse ha dimostrato che il nostro declino ha toccato il culmine nel quinquennio 2001-2006. È proprio il quinquennio del suo governo. Sarà magari un caso ma è un dato di fatto e coi dati di fatto non si può polemizzare.

Il pareggio elettorale non ci sarà, o vince uno o vince l'altro. Ma al Senato questa regola vale di meno. Può accadere che uno vinca con una maggioranza relativa e non assoluta. Oppure con una maggioranza di pochissimi voti come fu per Prodi. Tuttavia chi vince anche per un solo voto dovrà governare perché questa è la regola in democrazia.

Veltroni ha proposto un patto di "lealtà repubblicana" che significa un'opposizione che controlla, propone alternative, ma non paralizza l'azione del governo votato dalla maggioranza. Berlusconi ha rifiutato questa proposta.

Questo è lo stato dei fatti. Voglio ancora una volta ricordare la frase di Petrolini a chi l'aveva fischiato.
Disse: "Io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t'hanno buttato de sotto". È la terza volta che la cito perché descrive splendidamente la situazione e mi sembra una buona chiusura nel giorno in cui andiamo a votare.

Si è creato in queste ultime ore un sommovimento nella pubblica opinione che ricorda quanto avvenne nel 1991 con il referendum di Mario Segni: un voto corale che fece saltare la Prima Repubblica ormai logora e dominata da una logora casta. Questo stesso sentimento può prevalere domani. Domani si può voltar pagina e aprire un ciclo nuovo che rimetta la politica al livello di un'Italia desiderosa di cambiare. Non sprecate questa grande occasione. Siate popolo sovrano perché è questo il vostro giorno.

(13 aprile 2008)

da repubblica.it


Titolo: Per chi suonano le campane di Bossi
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2008, 03:36:44 pm
POLITICA IL COMMENTO

Per chi suonano le campane di Bossi

di EUGENIO SCALFARI


ROMA - Io non credo che chi ha sperato nella vittoria del Partito democratico abbia confuso i suoi sogni con la realtà e un paese immaginario con quello esistente. Credo che esistano due paesi reali, due contrapposte visioni della politica e del bene comune come sempre accade in tutti i luoghi dove è assicurata la libera espressione delle idee e la libera formazione di maggioranze che governano e di minoranze che controllano il rispetto della legalità e preparano le alternative future. Molti amici mi hanno chiesto nei giorni scorsi come mai chi si è battuto per la vittoria dei democratici (ed io sono tra questi) non ha percepito che essa era impossibile.

Ma non è vero. Sapevamo e abbiamo detto e scritto che sarebbe stato miracoloso riagguantare nelle urne elettorali un avversario che nel novembre del 2007, quando si è aperta la gara, aveva nei sondaggi un vantaggio di oltre 20 punti e c'erano soltanto quattro mesi di tempo prima del voto. Se l'avverarsi di un'ipotesi viene definita miracolosa ciò significa che le dimensioni dell'ostacolo da superare non sono state sottovalutate ma esattamente pesate per quello che realmente erano. Tuttavia un errore è stato certamente commesso: non è stata avvertita l'onda di piena della Lega.

Non se n'è accorto nessuno, gli stessi dirigenti di quel movimento ne sono rimasti felicemente stupiti. Fino alle ore 16 del lunedì elettorale la Lega veniva data nei sondaggi attorno al 6 per cento. Nessuno le attribuiva di più e i leghisti sarebbero stati soddisfatti di quel risultato. Stavano marciando verso il 9 per cento su scala nazionale con punte fino al 30 nel lombardo-veneto e successi consistenti in tutta la Padania anche sulla riva destra del Po, e non lo sapevano.

Se si confrontano i risultati elettorali tra il partito di Veltroni e quello guidato da Berlusconi e Fini, la differenza è più o meno di 4 punti, tra il novembre e l'aprile il recupero è stato dunque di 16 punti percentuali.

La vittoria della Lega in quelle dimensioni è stata la sorpresa e qui va approfondita l'indagine, scoperte le cause dell'errore e la natura profonda di ciò che è avvenuto senza trascurare la Lega siciliana di Lombardo e del suo alleato Cuffaro, che anch'essa merita la massima attenzione.

* * *

Si dice sempre più frequentemente che i termini di Sinistra e Destra non esprimono più la natura politica della realtà. Probabilmente è vero e non da poco tempo. Il crollo delle ideologie ha accelerato la rivelazione di un fenomeno già presente da anni.
Del resto quelle due parole sono nate e sono entrate nell'uso comune nel corso dell'Ottocento. All'epoca della Rivoluzione dell'Ottantanove non si parlava di Destra e di Sinistra, si parlava di monarchici e repubblicani e poi di montagnardi e di girondini, in Inghilterra di conservatori e di liberali. Al tempo d'oggi in una società come la nostra si può correttamente parlare di riformisti che puntano sulla modernizzazione del paese, dell'economia e dello Stato, ai quali si contrappongono coloro che vogliono recuperare l'identità e la sicurezza. In un certo senso sono anch'essi riformisti. Per realizzare modernità e innovazione ci vogliono profonde riforme, ma anche per recuperare sicurezza identitaria ce ne vogliono. Riforme in un senso, riforme in un altro. Due contrapposte visioni di Paese e di ruoli.

E' fin troppo ovvio dire che nell'una e nell'altra di queste visioni esistono elementi della visione opposta. E' diverso il dosaggio e questo fa una differenza non da poco che si estende ben oltre la politica, determina diversità di costume, di stili di vita, di impegno del tempo libero, di letture, di sentimenti, di scelte.
C'è infatti un altro elemento che entra in questo complesso incastro di messaggi e di dosaggi ed è un elemento tipicamente culturale. Si può definire come rapporto tra il tempo e la felicità.

Le generazioni più giovani sono state schiacciate sul tempo presente, la memoria del passato interessa loro poco o nulla, non sembrano disposte a condividere quel tanto di felicità attuale con le generazioni che le seguiranno. Questo rapporto tra felicità e tempo è un fenomeno relativamente recente e ha prodotto una serie di effetti non sempre positivi. Per esempio lo scarso tasso di nuove nascite e la richiesta sempre più pressante di protezione sociale ed economica. Un altro effetto lo si vede nel localismo degli insediamenti più produttivi e più ricchi: contrariamente a quanto finora era accaduto sono proprio le comunità più agiate ad aver perso di vista i cosiddetti interessi nazionali dando invece schiacciante prevalenza a quelli del territorio dove essi risiedono. Si tratta di un aspetto essenziale per capire la vittoria leghista di così ampie dimensioni. La Pianura Padana è un pezzo dell'Europa agiata; l'Italia peninsulare comincia a sud-est delle Alpi Marittime e a sud dell'Appennino Tosco-Emiliano, all'incirca seguendo la vecchia linea gotica d'infausta memoria.

Questo luogo sociale e politico considera, da trent'anni in qua, l'Italia peninsulare come un fardello da portare sulle spalle senza ricavarne alcun vantaggio. Perciò è ormai convinta della necessità di un federalismo fiscale che si riassume così: il peso delle tasse deve diminuire per tutti e almeno i due terzi del gettito dovrà rimanere sul territorio dove viene generato.
L'altro terzo andrà allo Stato centrale per i suoi bisogni primari cioè per il funzionamento dei servizi pubblici indivisibili.

Da questa concezione l'idea di una redistribuzione del reddito con criteri sociali e geografici è del tutto assente. Lo slogan per definire lo spirito di questa filosofia potrebbe essere "chi fa da sé fa per tre". Ognuno pensi ai suoi poveri, ai suoi bambini, alle sue famiglie, ai suoi artigiani, alle sue partite Iva. E vedrete che anche i "terroni" si troveranno meglio di adesso.

* * *

In un mondo globale questa visione significa costruire compartimenti stagni che separano le comunità locali dall'insieme. Significa dare vita ad un Paese non più soltanto duale (il Nord e il Sud) ma con velocità plurime e con dislivelli crescenti all'interno stesso dei distretti più produttivi e più agiati e con contraddizioni mai viste prima.

Ne cito alcune. Le imposte pagate da imprese delle dimensioni di una Fiat, di una Telecom, di un Enel, di un Eni, di una Finmeccanica così come le grandi banche o le grandi compagnie d'assicurazione presenti in tutto il Paese, dove saranno incassate e da chi? Si scorporerà il loro reddito stabilimento per stabilimento, il valore del gas e del petrolio importati e altre grandezze economiche difficilmente divisibili sul territorio? Oppure per dare attuazione a questo tipo di federalismo fiscale si prenderà in considerazione la natura delle varie imposte e tasse? L'Iva resterà nei luoghi dove viene pagata? E le imposte sui consumi? E quelle sui redditi personali o aziendali? Un ginepraio. E' possibile che la creatività di Giulio Tremonti ne venga a capo, ma non sarà certo una facile impresa.
Segnalo tuttavia una contraddizione difficilmente risolvibile. La maggioranza relativa dei pensionati vive nelle regioni del Nord; in esse infatti c'è stato e c'è maggior lavoro e quindi maggiori pensioni. Nel Nord vive anche gran parte dei possessori di titoli pubblici.
L'erogazione delle pensioni e il pagamento delle cedole sui titoli di Stato costituiscono una fonte imponente di uscite dalle casse dello Stato verso le regioni del Settentrione.

Come verrà valutato in un'Italia a compartimenti stagni questo flusso imponente di spesa pubblica?
La verità è che l'idea di trattenere due terzi delle entrate sui territori locali è pura demagogia inapplicabile in quelle proporzioni. Ma intanto la gente ci crede così come crede anche che la sicurezza pubblica sarà migliorata se una parte dei poteri che oggi incombono all'autorità centrale sarà attribuita ai sindaci e ai vigili urbani.

* * *

Qui viene a proposito meditare sulla Sicilia autonomista di Lombardo e Cuffaro.
Si tratta di province potenzialmente ricche ma attualmente povere. Province deturpate da secoli di lontananza dal mercato e dalla presenza del racket, di poteri criminali, di traffici illegali e mafiosi.
Oggi è in atto, per merito di industriali e commercianti coraggiosi, una nuova forma di lotta contro il racket che ha già avuto le sue vittime e i suoi morti. La politica centrale e soprattutto quella locale avrebbero dovuto precedere o quantomeno affiancare questa battaglia ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi sembra esattamente il contrario per quanto riguarda i poteri locali, molti dei quali infiltrati da illegalità e mafioseria.

Tra le istituzioni e la criminalità organizzata esiste da tempo e si allarga sempre più un'ampia zona grigia, un impasto di indifferenza, contiguità, tolleranza, collusione. Il confine tra la zona grigia e i mercati illegali non è affatto blindato anzi è largamente permeabile. Si svolge un continuo andirivieni da quelle parti, gente che va e gente che viene. Si attenuano le asprezze dell'ordine pubblico in proporzione diretta all'andirivieni sul confine tra zona grigia e poteri criminali. Più il potere criminale riesce a legalizzare i suoi membri, i loro figli, i loro nipoti, più diminuisce la crudeltà della lupara. Ricordate il Padrino? La dinamica è quella.

Ma torniamo alla Sicilia di Lombardo. Aumenteranno le richieste di denaro pubblico e di autonomia locale della loro gestione. Non dimentichiamo che i padri dei Lombardo e dei Cuffaro volevano il separatismo, così come il Bossi di vent'anni fa voleva la secessione. Adesso sia gli uni che gli altri hanno capito che una forte autonomia abbinata a un altrettanto forte separatismo fiscale configurano una secessione dolce e duratura.

I due separatismi del Nord e del Sud hanno come obiettivo primario le casse dello Stato e come conseguenza la competizione tra loro a chi riuscirà meglio nell'impresa.

E' infine evidente che per fronteggiare una situazione di questo genere i poteri di quanto resta dell'autorità centrale dovranno essere rafforzati da robuste dosi di autoritarismo per tenere insieme le forze centrifughe operanti in tutto il sistema.


* * *

Questo quadro è qui descritto al nero ma può anche essere raccontato in rosa anzi in azzurro: un'autorità centrale forte ma democratica, un'articolazione regionale rappresentata dal Senato federale non diversamente da quanto accade nel sistema tedesco.
Ma sta di fatto che la Germania dispone di elementi centripeti molto robusti mentre in Italia la centrifugazione localistica è una costante secolare, anzi millenaria.

Quella che un tempo si chiamava sinistra trovava la sua identità nell'ideologia della classe. Ma la classe ormai non c'è più e perciò la sinistra è affondata. E' curioso che per spiegare la sparizione della sinistra dal Parlamento del 2008 si cerchino motivazioni di carattere elettorale.

Eppure, specie da parte di chi ancora pensa marxista, la spiegazione è evidente: quando una certa struttura delle forze produttive viene meno, l'effetto inevitabile è che scompaia anche la sovrastruttura che quelle forze avevano prodotto e configurato. Questi fenomeni erano già presenti da anni nella società italiana; i nodi sono arrivati al pettine in questa campagna elettorale.
Il popolo sovrano che si è manifestato nelle urne elettorali del 14 aprile è, con una maggioranza di oltre tre milioni di voti, più localistico che nazionale, vive più il presente che il futuro, è più identitario che innovatore e più protezionista che liberale. Questi sono dati di fatto con i quali è difficile anzi inutile polemizzare. Il Partito democratico ha conservato per fortuna la memoria del passato ma ha cambiato posizione e linguaggio diventando la maggiore forza politica a sostegno dell'innovazione e della modernizzazione delle istituzioni e della società.
Per spostare su questa strada le scelte future del popolo sovrano ci vorrà però uno sforzo senza risparmio soprattutto in due settori: la presenza sul territorio e una progettazione culturale che capovolga quella esistente. Soprattutto nel rapporto tra il tempo e la felicità, che deve includere anche gli esclusi e i nipoti. Non è compito da poco, significa recuperare nello stesso tempo il valore del passato e la creatività del futuro. Perciò basta con le condoglianze e buon lavoro per la democrazia italiana.

(20 aprile 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Tsunami Leghe
Inserito da: Admin - Aprile 26, 2008, 10:04:44 am
Eugenio Scalfari

Tsunami Leghe


Giornalisti, ma anche opinionisti e sondaggisti non avevano colto l'ondata leghista del nord e quella siciliana. E ora c'è molto da raccontare e da capire  Molti amici mi domandano: come ti senti dopo questa batosta elettorale? Rispondo: non sono contento. Perché dovrei esserlo? Ho un'altra visione e un altro sogno per l'Italia, anch'io ho il diritto, come ogni cittadino di questo Paese, d'avere un sogno e una mia visione.

Mi domandano anche: come mai non avevi percepito ciò che sarebbe accaduto? Tu sei un giornalista e vivi in mezzo a giornali che hanno redazioni e inviati in tutta Italia. I vostri contatti sono dunque imperfetti? Va bene sognare, ma la realtà l'avete persa di vista?

Queste osservazioni, anzi questo rimprovero, lo leggo anche su molti giornali. Editorialisti e osservatori di spicco che fino a l'altro ieri raccontavano le vicende politiche italiane senza accorgersi dell'ondata di piena leghista né di quella siciliana di Lombardo e Cuffaro, adesso si domandano come mai i loro stessi giornali non abbiano 'sentito' lo tsunami che stava arrivando. E loro, quegli stessi editorialisti e osservatori, l'avevano sentito? I sondaggisti (non tutti ma una larga maggioranza) si erano accorti che la Lega marciava verso il 10 per cento e Lombardo verso il 65 dei voti siciliani?

Ma voglio parlare di me, che faccio, spero non indegnamente, questo mestiere da 60 anni, non nascondo (non l'ho mai fatto) le mie preferenze politiche ma cerco (ho sempre cercato) di raccontare i fatti così come riesco a percepirli.

Ero convinto che il Partito Democratico avesse dato un avvio profondamente innovativo alla campagna elettorale. Di questo avvio tutti gli hanno riconosciuto il merito, lo stesso Berlusconi l'ha ammesso e venendo da lui non è un riconoscimento da poco. Portare il PD da solo nell'arena elettorale ha messo in moto un sommovimento sistemico e gli effetti si sono visti: il partito del riformismo di centrosinistra ha per la prima volta nella storia dell'Italia repubblicana una consistenza reale e può, se saprà farlo, dare vita ad un'alternativa permanente con una destra ancora gremita di non risolte contraddizioni.


Poteva vincere o almeno pareggiare il risultato elettorale questo partito nato appena sei mesi fa dopo tre anni di travagliata incubazione?

Ricordano tutti che quando Veltroni accettò la leadership del PD i sondaggi davano la sua consistenza al 22 per cento. Confrontare i voti raccolti il 14 aprile con quelli dell'Ulivo del 2006 non tiene conto che tra il maggio 2006 e l'ottobre 2007 ci sono stati diciotto mesi di impopolarità crescente intorno al governo Prodi, una rissa continua dentro la sua maggioranza e dentro lo stesso governo, un aumento del costo della vita proveniente dall'estero, ma che comunque faceva percepire ai ceti del lavoro, ai pensionati, alle casalinghe, un taglio del reddito reale difficile da sopportare.

Tutti pensavano - ed io tra questi - che vittoria o pareggio del PD sarebbero stati un miracolo. Lo stesso Veltroni l'ha così definito più di una volta. La parola miracolo definisce un evento di cui la ragione esclude la realizzazione, un'ipotesi impossibile di terzo grado se non, appunto, vi sarà un intervento miracoloso.

Di tutto ciò eravamo dunque tutti ben consapevoli. Che cos'è dunque che non avevamo capito?

L'ho già detto: non avevamo capito l'ondata leghista e quella siciliana. La Lega è stata valutata, fino alle ore sedici del lunedì elettorale, intorno al 6 per cento su scala nazionale. I siciliani di Lombardo erano accreditati dello zero virgola, nel confronto regionale attorno al 50 per cento. La sconfitta del PD per le dimensioni che ha avuto è venuta da lì, dalle due Leghe, quella del nord e quella siciliana. Aggiungo che il divario tra il PD senza Di Pietro e il PDL senza le Leghe è stato di quattro punti e non di nove.

Non è questa la sede per esaminare i flussi elettorali verificatisi il 14 aprile, ma una cosa va detta: sono stati flussi imponenti che hanno cambiato la geografia politica del Paese. Lo zoccolo duro di Forza Italia si è dimostrato il più resistente poiché quel partito è stato rivotato dall'82 per cento di coloro che l'avevano scelto nel 2006. Dunque non è più il partito di plastica di dieci anni fa. L'altro consistente zoccolo duro se lo accredita il PD con il 63 per cento di elettori che avevano votato Ulivo due anni prima. Ma gli altri partiti sono stati teatro di veri e propri terremoti. La Sinistra Arcobaleno è scesa dall'11 al 3 per cento. L' elettorato di Casini è rimasto stabile per poco più di un terzo, ma il resto dei consensi raccolti provengono dal centrodestra e dal centrosinistra ai quali cede a sua volta percentuali importanti. Ma anche la Lega ha avuto il suo sisma e non da poco. E anche Di Pietro. Sismi positivi per entrambi.

La Lega ha tolto a Forza Italia e ad An 800 mila voti nel Lombardo Veneto. Lombardo in Sicilia ha drenato 7 punti percentuali ai due partiti uniti nel PDL: ebbero il 40 per cento nel 2006, ne hanno avuto il 33 per cento il 14 aprile.

Una mobilità elettorale estrema: questo abbiamo visto. C'è molto da capire ancora e, per noi giornalisti, molto da raccontare. Questa, per chi fa con impegno il nostro mestiere, è una buona notizia.

(24 aprile 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Lo specchio d'Italia è sempre più rotto
Inserito da: Admin - Aprile 27, 2008, 11:08:17 am
POLITICA

La nazione è più sconnessa che mai, vive soltanto nella mente di una minoranza e la speranza di recuperarne l'unità è diventato un pallido miraggio

Lo specchio d'Italia è sempre più rotto

La secessione del Nord è un altro segnale di indebolimento del paese e la conseguenza più vistosa è l'affondamento di Alitalia

di EUGENIO SCALFARI


HO ascoltato venerdì sera Alemanno e Rutelli a "Matrix" come li avevo ascoltati pochi giorni prima da "Ballarò". Più o meno ripetevano le stesse cose come in tanti altri comizi e trasmissioni. Del resto sarebbe ingeneroso pretendere che ogni sera cambino battute e repertorio, accade anche in teatro, se vai a vedere una commedia, una tragedia, un "musical", il copione è quello, non può subire variazioni di rilievo.
Alemanno ha battuto e ribattuto sull'insicurezza e la paura della gente e ce l'ha messa tutta per farla aumentare.

Rutelli ha denunciato quella tecnica allarmistica e ha descritto i modi per risolvere un problema che affligge le metropoli di tutto il mondo da New York a Parigi, da Londra a Rio, da Amburgo a Canton, a Shanghai, a Mosca, a Washington e naturalmente a Milano e a Roma.

Ma venerdì sera Alemanno ad un certo punto un'improvvisazione l'ha fatta: ha detto che in sedici anni di centrosinistra al Campidoglio, Rutelli prima e Veltroni poi non sono riusciti a cambiare il volto della città come invece hanno fatto i francesi a Parigi e i tedeschi a Berlino. "Berlino - ha detto Alemanno - era ancora pochi anni fa una città di rovine, oggi è splendidamente risorta diventando una grande metropoli moderna. Perché voi non siete riusciti a cambiare Roma?".

Rutelli gli ha risposto mostrando fotografie di lavori importanti che sia lui sia Veltroni hanno promosso, il piano regolatore che hanno varato, le brutture che hanno eliminato, ma il suo contraddittore continuava a scuotere la testa e a denunciare l'assenza d'una nuova identità della nostra "caput mundi".
Per fortuna, dico io, che Roma non è stata cambiata. Per fortuna. E come poteva esserlo?

A Roma convivono almeno cinque diverse metropoli: quella dei ruderi e delle rovine dell'impero di Cesare e di Adriano, quella rinascimentale e papalina, quella barocca, quella dei quartieri piemontesi del nuovo regno, quella moderna da Piacentini all'"Ara Pacis" di Meier. Queste città si sono aggiunte e intrecciate l'una con l'altra.

Certo hanno creato problemi: di traffico, di adattabilità, di struttura urbanistica, ma hanno creato e mantenuto un esempio irripetibile di storia, di estetica, di multipresenza che non ha eguali nel mondo, dai Fori Imperiali all'Auditorium, lungo venti secoli di continua evoluzione.

Ad Alemanno non piace? Vorrebbe metterci le mani? In nome del cemento palazzinaro?

* * *

Oggi e domani si concluderà questa lunghissima gara elettorale con gli ultimi ballottaggi. Sei milioni di elettori ancora alle urne, ma il senso e il risultato politico ci sono già stati due settimane fa: Berlusconi ha vinto, la Lega soprattutto tiene in mano la partita e ha posto il suo sigillo sui prossimi cinque anni.
Molti hanno scritto e detto che dalle urne del 14 aprile è uscito un elemento apprezzabile di maggiore semplificazione parlamentare e di più solida stabilità. Lo specchio rotto è stato almeno in parte ricomposto e ne emerge una visione del paese che può piacere ad alcuni e dispiacere ad altri ma è comunque percepibile e meno magmatica di prima.

L'ho detto anch'io ma sono bastati quindici giorni per smentire quest'unica e timida speranza: lo specchio in cui il paese dovrebbe riflettersi è più frammentato e sconnesso di prima, la riduzione da trenta a quattro o cinque partiti è una chimera, la nazione italiana è più sconnessa che mai, vive soltanto nella mente d'una minoranza e la speranza di recuperarne l'unità è diventata un pallido e lontano miraggio.

Lo si vede da molti segnali: la secessione del Nord ne è il dato più appariscente, l'affondamento dell'Alitalia ne è la conseguenza più vistosa, la regressione missina del centrodestra ne rappresenta l'inevitabile contraccolpo cui fa da controcanto il sussulto identitario dell'estrema sinistra.

Le rauche invettive di Beppe Grillo completano il quadro d'una società che sembra avere smarrito ogni bussola, ogni orientamento, ogni immagine di sé, ogni memoria del suo passato ed ogni progettualità del suo futuro. Si va avanti alla giornata senza timone e senza stelle.

* * *

Berlusconi - non il governo Prodi che non c'è più - ha buttato nella fornace Alitalia 300 milioni presi dalle casse pubbliche per guadagnare tre o quattro mesi di tempo.

In attesa di chi e di che cosa? Alitalia non può esser rimessa in piedi da sola. Non è una questione di soldi ma di imprenditorialità e di dimensioni. Non esiste neppure una remota probabilità di una compagnia aerea italiana che abbia da sola un ruolo internazionale.

Aeroflot è una compagnia regionale e statale ancor più piccola del rottame Alitalia. Lufthansa pone condizioni ancora più severe di quelle di Air France.

Gli italiani chiamati da Berlusconi a contribuire alla cordata patriottica si riducono a Ligresti e forse a Tronchetti Provera. Se tra tutti e due metteranno insieme 150 milioni sarà un miracolo. Le banche tireranno fuori un finanziamento solo se ci sarà un piano industriale.

Bruxelles non accetterà mai un aiuto di Stato per rianimare un moribondo, l'ha già concesso una volta e non è servito a niente. Londra, Berlino, Parigi son lì a vigilare perché una violazione delle regole europee in un settore strategico come l'aeronautica non avvenga.
Tutta questa incredibile storia è la degna inaugurazione del Berlusconi-ter. Bossi se ne frega, il Nord secessionista vola benissimo con i suoi aeroporti padani.

Da lui Berlusconi non avrà nessun aiuto per Alitalia ladrona.

* * *

Ho letto con interesse l'intervista alla "Stampa" di Veronica Lario in Berlusconi. Abbiamo scoperto che la signora è leghista nell'animo anche se il 14 aprile ha votato, come era logico, per il marito. Abbiamo anche appreso che il figlio Luigi se ne infischia della politica, si occupa di finanza e gli basta. La politica è solo imbroglio. Valeva la pena, signora Berlusconi, di mandarlo alla scuola steineriana? Che la politica fosse solo imbroglio poteva tranquillamente impararlo in famiglia, gli esempi domestici erano ampiamente sufficienti. Almeno, così ci sembra ed è lei stessa che più d'una volta ce l'ha fatto capire.

* * *

La signora Marcegaglia, nuovo presidente di Confindustra, si è già guadagnata diversi Oscar: è donna, è tosta, anzi virile, ha le idee chiare in tema di rapporti con i sindacati con il governo e soprattutto con i suoi associati.

Non mi ha affatto scandalizzato la sua colazione a Palazzo Grazioli con il futuro presidente del Consiglio insieme a Luca Montezemolo officiato per un ministero. Perché no? Non c'è niente di male che un industriale diventi ministro, in Usa accade spesso ed anche in Europa. L'ipotesi non piacerebbe affatto ai colonnelli di Forza Italia e di An. A Bossi invece, anche su questo terreno, non gliene importa niente: lui i suoi ministri li avrà e nessuno glieli può levare.

C'è una sola cosa che non mi è piaciuta della Marcegaglia: ha dichiarato che la Confindustria non si occuperà più di legge elettorale né di altre questioni istituzionali, ma soltanto della sua missione di sindacato degli industriali.

Mi sbaglierò, ma è una dichiarazione grave per chi, come me, ha sperato che prima o poi gli imprenditori italiani diventassero una borghesia.

Diventare borghesia significa avere un'idea di Paese entro la quale collocare i propri legittimi interessi di azienda e di categoria.

Bossi ha una sua idea di Paese nord e di tutto il resto si disinteressa. Ma gli industriali italiani non sono solo al Nord. La Confindustria di Montezemolo sembrò avere una sua idea di Paese e si interessò di legge elettorale e di altre questioni istituzionali.

La signora Marcegaglia cambia rotta? Vuol dire che non ha un'idea di Paese o quanto meno non ce l'ha come presidente di Confindustria. Non crede che sia una questione riguardante la rappresentanza degli industriali.

Il suo dirimpettaio Bonanni, segretario della Cisl, la pensa allo stesso modo. Quelli della Fiom anche. Epifani sembra di no, lui un'idea di Paese ce l'ha come tutti i suoi predecessori da Di Vittorio a Trentin a Lama e a Cofferati. Ma anche la Cgil sta diventando una minoranza, la sua gente nel Nord le preferisce Maroni e Calderoli.

Ecco perché dico che lo specchio è più rotto di prima.

(27 aprile 2008)


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Il potere blindato della destra
Inserito da: Admin - Maggio 04, 2008, 11:23:26 am
POLITICA

Il potere blindato della destra

di EUGENIO SCALFARI

CIRCA mezzo secolo fa - forse qualcuno ancora se lo ricorda - Mina lanciò una canzone che diceva così: "Renato Renato Renato/così carino così educato". Mi è tornata in mente ascoltando il discorso del neo-presidente del Senato, Renato Schifani, che fino a pochi giorni fa era soprannominato "iena ridens" per la sua capacità di ripetere i voleri del Capo e i suoi truculenti insulti al popolo di sinistra con un ghigno sul volto che non presagiva nulla di buono. Oggi si è trasformato: così carino così educato. La canzone di Mina gli si attaglia perfettamente.

E si attaglia anche a Gianfranco Fini, neo-presidente della Camera, e a Gianni Alemanno, neo-sindaco di Roma. Le loro movenze sono diverse da quelle di Schifani, hanno un pizzico di volontà di potenza in più e un maggior orgoglio di sé. Non sono - oggi come ieri - lo scendiletto del Capo, hanno un loro partito, una loro provenienza, una loro storia (anche se poco commendevole) dietro le spalle. Ma anche loro "governano per tutti i cittadini" anche se non per conto e in nome di tutti. Anche loro promuoveranno i talenti al di sopra degli steccati partigiani. Anche loro insomma non sono più politici politicanti ma statisti governanti. C'è da credervi?

Io penso di sì, c'è da crederci. Del resto non si è mai visto in democrazia qualcuno che, arrivato al potere sulla base del libero voto popolare, si metta a proclamare che lo userà per favorire la sua parte. Non lo fece neppure Mussolini dall'ottobre del '22 al gennaio del '25. Aveva vinto le elezioni, sia pure con una porcata di legge, e aveva formato un governo di coalizione con dentro vecchi cattolici e ancor più vecchi moderati.

Poteva fare, come disse, dell'aula sorda e grigia di Montecitorio un bivacco di manipoli, ma lo fece soltanto due anni dopo sulla scia del delitto Matteotti. La dittatura rompe le regole della democrazia e rende inutile l'ipocrisia. Il Parlamento fu abolito, i partiti dissolti salvo il suo che fu identificato con lo Stato, la libera stampa mandata in soffitta, come ha auspicato Beppe Grillo e le centinaia di migliaia dei suoi seguaci paganti nel "Vaffa-day" del 25 aprile.

Questa volta le cose non andranno così per molte ragioni. Il mondo è globale, l'economia è globale, la cultura è globale, le informazioni sono globali e anche il commercio è globale. L'Italia è una regione dell'Europa. La nostra moneta è quella europea. Una dittatura totalitaria oggi è impensabile in Europa e in Occidente. E poi la classe dirigente del centrodestra non ha alcuna somiglianza con lo squadrismo diciannovista.

Perciò quel pericolo non c'è. Ce ne sono altri che possono suscitare serie preoccupazioni.

* * *

I marxisti spiegavano la storia dei popoli attraverso il rapporto tra le forze produttive e le istituzioni chiamando le prime "struttura" e le seconde "sovrastruttura". Lo ricorda Giorgio Ruffolo nel suo bellissimo libro "Il capitalismo ha i secoli contati" che è la più lucida ricostruzione della globalizzazione che stiamo vivendo e dei fenomeni che l'hanno preceduta.

Tra la struttura e la sovrastruttura non esiste un rapporto di automatica determinazione come pensavano rozzamente i marxisti militanti del secolo scorso. C'è invece una continua interazione, un reciproco condizionamento. Io credo che l'emergere elettorale del centrodestra e la rivoluzione parlamentare che ne è seguita siano state largamente determinate dal nuovo atteggiarsi strutturale delle forze produttive, lo sgretolarsi dei tradizionali blocchi sociali, la scomparsa delle classi, il frazionarsi degli interessi fino alla loro completa polverizzazione.

Questo mutamento strutturale spiega anche la nascita del partito "liquido" dei democratici, la sconfitta del partito cattolico come arbitro centrista che era nel disegno di Casini, infine l'affondamento della sinistra massimalista.

Il comportamento più strano, ai confini dell'assurdo, è stato proprio quello della sinistra radical-massimalista, che ha attribuito a Veltroni la sua scomparsa e ha punito con il voto e con l'astensione Rutelli per castigare il leader democratico. Per gli ultimi marxisti militanti è un errore squalificante non rendersi conto che le strutture negli ultimi quindici anni sono completamente cambiate ed hanno determinato una rivoluzione sovrastrutturale. La sinistra radicale, le sue ideologie, i suoi slogan, la sua organizzazione politica galleggiavano sul vuoto che essa stessa aveva ulteriormente aggravato segando l'ultimo ramo che ancora la sosteneva e cioè l'operatività del governo Prodi.

Il loro stupore per la scomparsa del loro mondo, quello sì, è stupefacente e direi senza appello: chi ha smesso di pensare smette di vivere. Questo è accaduto, con buona pace di Sansonetti, direttore del più assurdo (e come tale utile) giornale oggi in circolazione.

* * *

L'ascesa al potere del triumvirato Berlusconi, Bossi, Fini-Alemanno, che si completa in quadrumvirato con l'inevitabile cooptazione del siciliano Lombardo, si fonda su una precisa ideologia, sì, riemerge l'ideologia, è un fatto nuovo del quale è bene prendere atto. Chi l'ha declinata meglio di tutti è stato Fini nel suo discorso alla Camera dei deputati.

Si basa sulle radici cristiane, anzi cattoliche, sulla condanna del relativismo, sull'esistenza d'una verità assoluta e sulla morale che ne deriva. Sulla tolleranza (relativa) delle altre culture a discrezione del Principe. Sulla protezione e la sicurezza dei cittadini per mettere in fuga la loro insicurezza. Sulla convivenza tra il potere forte dello Stato e la società federale.

Berlusconi rappresenta il vertice del Triumvirato-Quadrumvirato: un tavolo a tre gambe, un triangolo retto che è sempre uguale a se stesso su qualunque lato venga poggiato perché il bello del populismo consiste nella ubiquità di Berlusconi, leghista, statalista, liberista, per naturale e plurima vocazione.

Perciò, salvo errori o malasorte, puntare su laceranti contrasti tra i triumviri è sbagliato: c'è trippa per tutti e anche per Grillo che dissoda il terreno dove i triumviri semineranno e raccoglieranno. Così saranno i cinque anni che ci aspettano. Buon pro ci faccia.
Ma dunque non c'è niente da fare? Al contrario, penso che ci sia moltissimo.

* * *

Una volta tanto provo a descrivere il Partito democratico in negativo, cioè per quello che non è. Un modo come un altro per disegnarne un profilo identitario.

Non è il partito dell'ideologia assolutista. Non è un partito con radici cattoliche o comunque religiose. Non è un partito liberista. Non è un partito classista. Non è il partito dello Stato forte. Non è un partito protezionista.

Quindi: è un partito laico e non ideologico, liberal-democratico, costituzionale di questa Costituzione e dei suoi principi fondativi. Non trasformista ma disponibile a partecipare - se potrà - all'elaborazione delle riforme istituzionali. Vuole un libero mercato nutrito di libera concorrenza, con regole efficaci e istituzioni capaci di farle rispettare. Un partito con una sua visione nazionale nel quadro di un'Europa federale.

Così sembra a me che debba essere.

Nell'idea originaria Veltroni ha puntato su una forma che fu definita "liquida", poggiata sul popolo delle primarie. Questa formula, che anche a me sembrava utilmente innovativa rispetto alla tradizionale forma-partito, si è invece rivelata inefficace. L'esperienza della campagna elettorale ha dimostrato che le primarie sono uno strumento selettivo utile ma non l'ossatura di un partito che deve vivere sul radicamento territoriale. C'è bisogno d'una struttura militante e identificata con gli interessi del territorio e di un vertice solido e plurimo che indichi le priorità e i mezzi disponibili per attuarle. Che non sia casta ma rappresentanza. Locale ma con visione nazionale.

Il Partito democratico rappresenta il solo sbocco politico possibile della sinistra italiana e deve perseguire quest'obiettivo. Rappresenta il solo sblocco possibile dei cattolici adulti, che abbiano intensi sentimenti di fede e non di idolatrie o di calcoli politicanti. Questi cattolici sono minoranza tra i tanti battezzati indifferenti e ruiniani? Ma i cattolici veri, quelli di fede e di responsabilità personale, sono sempre stati minoritari, quello è il loro vanto e la loro dignità religiosa così come lo è per i laici non credenti ma rispettosi del sacro e delle sue non idolatriche manifestazioni.

Ricordo qui una lezione di Ugo La Malfa: impegnò la sua vita politica per cambiare la sinistra di cui si sentiva parte, per cambiare la Democrazia cristiana con la quale fu alleato e per cambiare il capitalismo italiano trasformando gli imprenditori in una consapevole borghesia.

Secondo il mio modo di vedere il Partito democratico deve farsi portatore di analoghe e alte ambizioni che sono al tempo stesso culturali sociali e politiche.

Il riformismo di centrosinistra in un paese come il nostro è minoritario. Lo è sempre stato ma ha, deve avere, vocazione maggioritaria. Del resto le grandi trasformazioni sono sempre state - e non solo in Italia - realizzate da minoranze che seppero operare nel senso della storia programmando il futuro, rappresentando il paese vitale e responsabile, consapevole dei difetti, dei limiti e delle virtù degli italiani.

Un gruppo dirigente coeso e non castale può e dev'essere animato da una grande ambizione. La sconfitta è stata dura, gli errori ci sono stati. Ambizione, non vanità. Dialogo, non trasformismo. Pragmatismo, non improvvisazione.

C'è molto da fare.


(4 maggio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Grillo l'arcitaliano
Inserito da: Admin - Maggio 12, 2008, 09:55:13 pm
Eugenio Scalfari

Grillo l'arcitaliano

L'ultima impresa di questo scarmigliato profeta ha preso di mira Visco e l'Agenzia delle entrate rei di avere pubblicato i redditi su Internet. Compreso il suo: 4 milioni e 200 mila euro. In edicola da venerdì  Beppe GrilloDiscutendo con amici della situazione presente, che certo non è tra le più semplici da interpretare e delle più liete da vivere per chi la pensa come me, qualcuno ha posto la domanda di chi sia il personaggio che più da vicino rappresenti i difetti degli italiani. Chi sia insomma l'arcitaliano del peggio.

Ci sono state varie risposte. C'è chi ha fatto il nome di Mussolini. Chi ha proposto Giulio Andreotti. Chi Berlusconi. Personaggi, come si vede, molto diversi l'uno dall'altro, con ciascuno dei quali tuttavia una larga maggioranza di italiani si è di volta in volta identificata per un lungo tratto di anni: vent'anni per Mussolini, altrettanti per Andreotti e già una quindicina per Berlusconi.

Ma uno degli amici con i quali si faceva chiacchiera su questo argomento più per passatempo che per analisi seria, alla fine se n'è uscito col nome di Beppe Grillo. E allora la chiacchiera svagata si è riscaldata e le opinioni si sono divise. Grillo - a suo modo - denuncia la casta politica e la licenzia ogni sera con il suo 'Vaffa' che non risparmia nessuno: destra e sinistra, politici e magistrati, imprenditori e sindacati, banchieri e giornalisti. Una condanna generale di tutta la classe dirigente, dal Capo dello Stato all'ultimo dei portaborse, con l'intenzione che scompaiano dalla scena e non tornino mai più e con l'invito al popolo di prendere nelle sue mani il destino del Paese e di rivoltarlo sottosopra.

Questa condanna generale, che ha trovato nel libro di due valenti colleghi il suo vangelo, è ampiamente condivisa dal medio ceto e anche dai ceti popolari, operai, artigiani. Ma non soltanto: quelli che un tempo militavano all'estrema sinistra sono animati da sentimenti di rigetto analoghi, sicché intorno ai 'Vaffa' che la voce rauca e urlante dell'ex comico autopromossosi a tribuno della plebe lancia puntualmente si è raccolta una vasta platea di italiani.

Se Beppe Grillo è il personaggio che meglio incarna i difetti degli italiani ma, nello stesso tempo, è il leader di tutti coloro che avversano la casta dei potenti e dei privilegiati, si dovrebbe arrivare alla paradossale conclusione che se Grillo rappresenta il peggio la casta rappresenterebbe il meglio del Paese. Paradosso certamente inaccettabile.

Ecco perché la discussione su Grillo incattivisce gli animi, divide opinioni un tempo concordi ed ha contribuito in modo non marginale alla vittoria elettorale del 'Popolo della Libertà'.

Ho scritto domenica scorsa su 'Repubblica' che Grillo dissoda il terreno sul quale Berlusconi e Bossi gettano i semi e raccolgono i frutti; se guardate al fondo delle cose vi accorgerete che esse stanno esattamente in questa maniera.

L'ultima impresa di questo scarmigliato profeta ha preso di mira Vincenzo Visco e l'Agenzia delle entrate, rei di aver pubblicato sul sito Internet della stessa agenzia le dichiarazioni dei redditi di tutti i contribuenti, già rese pubbliche da una legge vigente fin dal 1973 (ministro delle Finanze Rino Formica). La legge non prevede che le dichiarazioni siano rese note on line poiché all'epoca Internet non esisteva, ma successivamente alcuni giornali utilizzarono questa nuova tecnologia senza che l'Agenzia della privacy avesse nulla da eccepire.

Ma il Grillo di oggi ha da eccepire (e con lui il Codacons) e paragona la diffusione dei 740 ad una sorta di crocifissione, un martirio che deve esser pagato severamente dagli aguzzini e cioè da Visco. A sua volta l'Agenzia della privacy è entrata in fibrillazione e così pure la Procura di Roma che ha aperto un'indagine contro ignoti.

Ma perché Grillo si agita? La risposta è semplice: nell'elenco dei contribuenti c'è ovviamente anche il suo nome (ed anche il nostro); risulta che nell'anno in questione il Profeta abbia dichiarato un reddito di 4 milioni e 200 mila euro. In questa notizia non c'è nulla di scandaloso se non un aspetto: Grillo non ha un lavoro retribuito, la sua esclusiva attività già da molti anni è appunto quella del Profeta politico che 'giudica e manda'. Naturalmente alle sue adunate in teatro i partecipanti pagano un biglietto di ingresso, i più entusiasti versano contributi per finanziare i raduni e acquistano i Dvd dove sono raccolte le parole del tribuno. Questi incassi - ripetiamolo - dovrebbero servire a preparare e diffondere nuove iniziative ma evidentemente c'è un sovrappiù che Grillo considera come proprio reddito personale e che nell'anno in questione ha lasciato nelle sue mani l'equivalente di 8 miliardi di vecchie lire.

Il Nostro, come molti, predica bene e razzola malissimo. Perciò mi sembra giusto annoverarlo tra i personaggi emblematici dell'Italia peggiore.

(08 maggio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. La dolce dittatura della nuova democrazia
Inserito da: Admin - Maggio 12, 2008, 11:53:09 pm
POLITICA IL COMMENTO

La dolce dittatura della nuova democrazia

di EUGENIO SCALFARI


CON QUELLO che capita nel mondo e soprattutto nel Medio Oriente, terra rivierasca del lago Mediterraneo, verrebbe voglia di sorvolare sui fatti di casa nostra, i primi passi del Berlusconi-Quater, il governo-ombra del Partito democratico, l'eterno duello eternamente smentito tra Veltroni e D'Alema. A paragone dell'orizzonte planetario sono cosette di provincia, ma quella provincia è casa nostra e quindi ci tocca da vicino. Ne va dei nostri interessi, delle nostre convinzioni e delle nostre speranze.

L'impatto della crisi libanese provocata da Hezbollah e di quella israeliano-palestinese provocata da Hamas è comunque troppo violento per esser trascurato. Per di più abbiamo in Libano un contingente di tremila soldati, la nostra più importante missione militare la cui sorte condizionerà inevitabilmente le altre nostre presenze all'estero a cominciare da quella in Afghanistan.

A questo punto si pone la prima domanda: esiste un legame strategico tra le iniziative militari e politiche di Hezbollah e quelle di Hamas? E - seconda domanda - si tratta di iniziative autonome o ispirate dall'esterno? C'è un'indubbia affinità tra quei due movimenti: entrambi hanno caratteristiche strutturali nei rispettivi teatri d'operazione; entrambi sono al tempo stesso milizie armate e strutture assistenziali, educative, sociali. Anche religiose, soprattutto per quanto riguarda Hezbollah.

Probabilmente Hamas ha in se stessa la sua referenza ideologica e politica ma subisce ovviamente un forte condizionamento dal contesto della regione; la tuttora mancata pacificazione irachena e la presenza da ormai cinque anni di un'armata americana impantanata dalla guerriglia sciita e sunnita tra Bagdad e Bassora ha impedito il rafforzamento dell'Autorità palestinese favorendo invece il nazionalismo di Hamas e la sua identificazione con il panarabismo radicale e con il terrorismo.

Per Hezbollah il fattore religioso ha sempre giocato un ruolo primario; il vincolo sciita ha progressivamente spostato la sua dipendenza da Damasco a Teheran. Allo stato attuale si gioca sullo scacchiere libanese una triplice partita: quella d'una grande Siria in funzione antisraeliana, quella d'un blocco sciita contro i governi arabi filo-americani e quella di un nazionalismo libanese come nuova potenza islamica e mediterranea.

In un quadro così complesso emerge drammaticamente l'assenza d'una politica unitaria europea e la pochezza della politica mediorientale americana. Emerge altresì la catena di errori commessi dai governi d'Israele dalla fondazione di quello Stato fino ad oggi: sessant'anni di occasioni perdute, una guerra diventata endemica, l'evocazione dal nulla d'una nazione palestinese inesistente sessant'anni fa e il miraggio d'una pace che si allontana sempre di più. La formula "due paesi due Stati" ha un fascino lessicale che corrisponde sempre meno alla realtà.

Il solo modo di realizzarla sarebbe quello di collocarla in un quadro internazionale sponsorizzato dall'Onu, dalla Nato e dall'Unione europea, impensabile tuttavia fino a quando l'Europa non disponga di istituzioni federali e di una sua politica estera e militare. Siamo cioè più nel regno dei sogni che in quello della realtà.

Nel frattempo il nuovo governo italiano si è installato ed è iniziata la quarta reincarnazione berlusconiana all'insegna di una dolce dittatura, come abbiamo già avuto modo di scrivere domenica scorsa.
Dittatura dolce è un ossimoro con il quale cerchiamo di configurare un'entità politica inconsueta ma reale. Ci sono due polarità nel Berlusconi-Quater, che si confronteranno tra loro nei prossimi cinque anni e che convivono all'interno del triumvirato Forza Italia-An-Lega ma perfino all'interno di ciascuno dei tre partiti alleati. Convivono addirittura nella personalità dei tre leader e dei loro stati maggiori.

Il "lider maximo" è probabilmente il più consapevole di questa duplice polarità e della blindatura zuccherosa che è l'immagine più realistica del governo testé insediato. Per questa ragione egli ha privilegiato la compattezza sul prestigio collocando nei dicasteri e nelle posizioni più sensibili persone clonate sulla fedeltà al capo piuttosto che sul prestigio e sulla competenza.

Blindatura zuccherosa evoca sia il populismo sia il trasformismo, due elementi connaturati a tutto il quindicennio berlusconiano e profondamente radicati nella storia politica e antropologica del nostro Paese. Nei suoi primi atteggiamenti di nuova maggioranza tutti i dirigenti già insediati nelle varie cariche istituzionali, ministri, sindaci, presidenti di Regione e di Provincia, non fanno che lanciare appelli di collaborazione ai talenti individuali lasciando in ombra il ruolo dell'opposizione.

Questa a sua volta tende a concentrare la sua forma-partito per esorcizzare tentazioni centrifughe e fughe in avanti verso ipotesi immaginarie.
L'aspetto più visibile della blindatura zuccherosa è il tentativo di coinvolgere il Capo dello Stato effettuato da Berlusconi il giorno stesso del giuramento nella sala del Quirinale durante il brindisi augurale con i nuovi ministri e in assenza del presidente Napolitano appena ritiratosi per urgenti impegni istituzionali. "Questa legislatura - ha detto il neo-presidente del Consiglio - procederà sotto il segno di un patto con il presidente della Repubblica che avrà il nostro pieno appoggio e al quale sottoporremo le linee guida del governo per averne consiglio e preventivo incoraggiamento".

Una simile dichiarazione era del tutto inattesa dopo una fase di crescente disagio reciproco tra i due massimi poteri istituzionali. Essa rivela la preoccupazione di Berlusconi di fronte alla complessità dei problemi da affrontare e il suo bisogno di collocare il governo nel quadro d'una "moral suasion" preventiva e preventivamente sollecitata e ascoltata come tramite e garanzia di fronte ad un'opinione pubblica frammentata e instabile.

Il Quirinale non ha fatto alcun commento alle parole del presidente del Consiglio né poteva farlo essendo esse del tutto informali; del resto i rapporti tra la presidenza della Repubblica e il potere esecutivo si sono sempre basati sulla collaborazione, ferma restando la netta distinzione dei reciproci ruoli. La "moral suasion" è sempre stata uno degli strumenti di quella collaborazione nell'interesse dello Stato, a cominciare dai "biglietti" tra Quirinale e Palazzo Chigi ai tempi di Luigi Einaudi. Ma altro è la collaborazione istituzionale tra due poteri dello Stato, altro la confusione dei ruoli e un patto di legislatura che equivarrebbe ad una sorta di "annessione" del Capo dello Stato alla maggioranza parlamentare.

Annessioni del genere ci furono durante la Prima repubblica e raggiunsero il culmine con la presidenza Leone, ma dalla presidenza Pertini in poi scomparvero del tutto e i ruoli riacquistarono la doverosa nettezza prevista dalla Costituzione. Nettezza tanto più necessaria in una fase in cui - al di là del conteggio dei seggi parlamentari - la maggioranza è stata votata dal 47 per cento degli elettori.

Sappiamo che il nuovo governo, subito dopo il voto di fiducia, si appresta ad affrontare i due primi e importanti appuntamenti: quello della sicurezza e quello dell'economia per un rilancio della domanda interna. Questioni complesse e irte di difficoltà. Il ministro dell'Interno, Maroni e quello della Giustizia, Alfano, stanno lavorando sul primo tema; il ministro dell'Economia, Tremonti, sul secondo.

La premessa al pacchetto "sicurezza" è una direttiva europea in corso di avanzato esame, che dovrebbe prolungare la permanenza degli immigrati nei centri di accoglienza e custodia fino a 18 mesi. Se e quando questa direttiva entrerà in vigore, essa darebbe tempo di esaminare in modo approfondito la figura dei vari immigrati e accoglierli o rispedirli ai paesi di provenienza.

Ma di ben più incisivo contenuto sono le misure di pertinenza del governo, predisposte dall'avvocato Ghedini, uno dei difensori di Berlusconi e membro del Parlamento. Si va da un elenco di reati particolarmente sensibili ai quali applicare le nuove misure, ad aumenti di pena rilevanti, all'obbligo di processi per direttissima nei casi di semi-flagranza, all'abolizione dei benefici di legge per i reati reiterati, all'istituzione del reato d'immigrazione clandestina. Infine alla chiusura delle frontiere per i "rom" provenienti dalla Romania, e al rimpatrio immediato di quelli irregolarmente entrati e residenti in Italia.

Quest'ultimo punto è particolarmente delicato perché richiede un accordo con il governo di Bucarest che non sembra affatto disposto a concederlo ed anzi minaccia eventuali rappresaglie sugli italiani residenti in Romania.

Il pacchetto nel suo complesso configura una politica assai dura e non priva di efficace deterrenza almeno in una prima fase, anche se è generale convinzione che politiche anti-immigrazione non avranno, sul tempo medio, alcuna efficacia se non nel quadro di un'assunzione di responsabilità europea e di accordi con i Paesi dai quali i flussi migratori provengono.

Dal punto di vista della politica immediata il governo trarrebbe indubbio giovamento di popolarità da queste misure, visto che quello della sicurezza è il tema principale intorno al quale si è formato il consenso degli elettori. Proprio per questo Berlusconi punta su un decreto legge d'immediata esecutività a dispetto della complessità e delicatezza della materia. Sarà decisiva su questo specifico tema la posizione del Capo dello Stato cui spetta di decidere se l'urgenza debba prevalere sull'esame approfondito ed ampio in sede parlamentare.

Ancora più ardua l'apertura di partita sul terreno dell'economia. Tremonti ha ieri affermato che non esiste alcun "tesoretto" spendibile. Affermazione discutibile dopo le dichiarazioni di Padoa-Schioppa nel momento del passaggio di consegne, anche considerando che l'ex ministro non è certo incline agli ottimismi contabili.

Comunque questa è la posizione di Tremonti, dalla quale discende che non c'è copertura né per il taglio dell'Ici né per la defiscalizzazione degli straordinari e dei premi di produzione per i lavoratori dipendenti.
L'ammontare delle risorse necessarie per questi provvedimenti oscilla tra i cinque e i sette miliardi di euro. Se non ci sono non ci sono e si resterà al palo oppure, come Tremonti ha dichiarato, si tasseranno altri soggetti che il ministro ha indicato nelle banche e nelle società petrolifere.

Ha certamente coraggio, Giulio Tremonti: tassare i ricchi (banche e petrolieri) per dare ai meno ricchi. Però attenzione: l'abolizione dell'Ici non premia i proprietari di case modeste, già esentati da Prodi, bensì i proprietari di immobili di qualità e prestigio. Questo provvedimento è classicamente elettoralistico, costa due miliardi e mezzo e non ha alcuna utilità né sociale né economica. Meglio sarebbe se Tremonti lo levasse di mezzo, ma Berlusconi ci ha costruito una buona parte della sua vittoria elettorale, ecco il guaio per il ministro dell'Economia.

Le misure sulla detassazione degli straordinari sono invece importanti per ragioni sia sociali sia economiche.
Abbiamo ragione di credere che per quella operazione la copertura ci sia.

Pensiamo che le minacce di Tremonti alle banche e ai petrolieri abbiano come obiettivo quello di indurre le prime a sostanziali sconti sui mutui e i secondi a ribassi sui prezzi dei carburanti.

Comunque sarà bene che il ministro proceda confrontandosi in Parlamento con le proposte alternative dell'opposizione: se vuole dare prove di ascolto politico, questo è il tema più adatto.

Non parlerò oggi del Partito democratico, in fase di riassetto e presa di coscienza della sconfitta elettorale.
Condivido in proposito la diagnosi fatta l'altro ieri su questo giornale da Aldo Schiavone: Veltroni ha puntato sulla voglia di cambiamento della società italiana, Berlusconi invece sulla insicurezza e la voglia di protezione nonché su un sussulto identitario, localistico e tradizionale. La maggioranza degli elettori ha condiviso.

Si deve per questo abbandonare la visione d'una società più moderna e dinamica? Credo di no. Bisognerà riproporla in modi più efficaci e meno dispersivi, concentrando l'attenzione su punti e provvedimenti concreti. Questo è mancato e questo va fatto a cominciare da subito.

Ciò che non va fatto è di aprire di nuovo scontri interni e regolamenti di conti. Ciò che non va fatto è rimettere in scena lo scontro Veltroni-D'Alema. Riproporre un duello così trito sarebbe esiziale per i duellanti e per il loro partito.

Temo che nessuno dei due abbia fatto abbastanza per evitare che l'ipotesi di un rinnovato scontro prendesse consistenza. Penso che debbano entrambi provvedere, ciascuno per la parte che gli compete, a dissipare l'immagine che si è formata. Se sono responsabili certamente lo faranno.

(11 maggio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. L'ultima maschera del nuovo statista
Inserito da: Admin - Maggio 18, 2008, 11:57:14 am
POLITICA IL COMMENTO

L'ultima maschera del nuovo statista

di EUGENIO SCALFARI


COMINCIO questa mia rassegna settimanale dei principali fatti e misfatti politici con una citazione. E' tratta da un libro di Alexis de Tocqueville, "La democrazia in America" scritto due secoli fa e ormai diventato un classico. L'ha ricordato Umberto Eco nella sua "bustina" sull'Espresso di venerdì.

"Nella vita di ogni popolo democratico c'è un passaggio assai pericoloso, quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente dell'abitudine alla libertà. Arriva un momento in cui gli uomini non riescono più a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore e da un momento all'alto può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Non è raro vedere pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o distratta e che agiscono in mezzo all'universale immobilità cambiando le leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi. Non si può fare a meno di rimanere stupefatti di vedere in quali mani indegne possa cadere anche un grande popolo". Aggiungo per doverosa completezza l'avvertenza che spesso compare in certi film che trattano problemi e casi di stretta attualità: "Ogni riferimento a personaggi reali è infondato o puramente casuale".

Abbiamo assistito ed assistiamo, dopo la vittoria del centrodestra ad una profonda trasformazione del leader di quella parte politica, da pochi giorni asceso per la quarta volta in 14 anni alla presidenza del Consiglio. Tanto è stato demagogico e iracondo nelle sue precedenti apparizioni e tanto appare oggi uno statista pensieroso del bene comune. Molti dubitano della sincerità di questa trasformazione.

Un campione intervistato da "Sky Tg24" su questo tema, rispondendo alla domanda "è sincero o è bugiardo?" ha dichiarato per l'82 per cento "è bugiardo". Una parte consistente del campione è formata evidentemente da persone che appena pochi giorni prima avevano votato per lui. Ciò rende estremamente pertinente l'analisi di Tocqueville.
Ma io non credo - e l'ho già scritto domenica scorsa - che Silvio Berlusconi, bugiardo per antonomasia, in questo caso menta. E' un grande attore e un grande venditore del suo prodotto, cioè di se stesso, e come tutti i grandi attori si immedesima completamente con ciò che dice. Nel momento in cui decide di assumere e interpretare il personaggio dello statista, quella maschera diventa vera, diventa realtà, l'attore si comporta da statista e lo è. Quindi va preso sul serio. Del resto in politica le parole sono pietre ed è precluso fare il processo alle intenzioni.

Tuttavia la memoria delle maschere assunte in precedenza rimane e deve rimanere perché l'attore può cambiar maschera a suo piacimento e in qualunque momento se gli ostacoli che incontra lungo la strada si rivelino troppo difficili e troppo ostici ai suoi interessi e alle sue ambizioni. Il grande attore non ha convinzioni proprie e una propria identità: si immedesima nella parte e quella è la sua forza. Finita una recita ne comincia un'altra; talvolta interpreta due parti e due personaggi diversi e addirittura contrapposti. In queste situazioni pirandelliane Berlusconi ci si ritrova molto bene e tutti noi, cittadini di questo Paese, dobbiamo ricordarcelo.

Ho detto che il grande attore non ha convinzioni proprie o, se pure ne ha, esse sono irrilevanti di fronte alla sua personalità recitante. Ma quando la recita è finita le sue pulsioni istintuali affiorano e determinano i suoi comportamenti. Abbiamo imparato a conoscerle, le pulsioni istintuali di Berlusconi che è sulla scena nazionale da ormai trent'anni. Il neo-statista va preso sul serio e gli si può e anzi gli si deve fare un'apertura di credito; del resto le elezioni le ha vinte e la sua legittimità è piena e fuori discussione. Non altrettanto la sua tempra morale e politica. Perciò con lui la disponibilità deve andare di pari passo alla memoria vigile e al riscontro costante tra parole e fatti, tra intenzioni e realizzazioni.

* * *
La sua campagna elettorale e quella dei suoi alleati Bossi e Fini è stata costruita soprattutto sul tema della sicurezza. Gli errori del centrosinistra su questo tema sono stati molti e gravi: la maggioranza si è più volte sfaldata, i dirigenti della sinistra radicale hanno frequentemente bloccato provvedimenti di energica prevenzione e di necessaria repressione predisposti a suo tempo dal ministro dell'Interno Giuliano Amato in accordo con Prodi. La magistratura, le sue lentezze e i suoi riti hanno fatto il resto e la delinquenza ha goduto di una diffusa impunità. Non tale tuttavia da rappresentare una minaccia nazionale. Se essa è balzata al primo posto nelle preoccupazioni degli italiani ciò è avvenuto perché la percezione di quella minaccia e la paura che ne è derivata sono state cavalcate senza risparmio e senza ritegno dai triumviri del centrodestra.

Cecità di fronte al fenomeno della micro-delinquenza da parte della sinistra radicale, eccitamento della paura da parte della destra: in queste condizioni i richiami alla ragione e al senso di responsabilità dei democratici sono caduti nel vuoto.

Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Berlusconi è scoppiata la sindrome delle ronde di strada, della repressione fai-da-te, del giustizialismo di quartiere. Nelle province di camorra la criminalità organizzata si è trasformata in giustizialismo di piazza: la manovalanza camorrista ha preceduto la polizia e i carabinieri, l'assalto ai campi rom è venuto prima delle leggi in corso di redazione da parte del nuovo ministro dell'Interno il quale, in accordo con il sindaco di Milano e con quello di Roma, ha anche istituito la nuovissima figura del "Commissario ai rom".
Che cosa debba fare un commissario addetto ad un'etnia è un mistero, ma una cosa è certa: si tratta di un'inutile e pericolosissima criminalizzazione d'una collettività.

Maroni si affanna da qualche ora a ridimensionare gli aspetti abnormi di queste sue iniziative strombazzate a pieno volume durante la campagna elettorale. Il reato di immigrazione clandestina, che costituiva uno dei punti forti della predicazione leghista, ha dovuto essere depennato di fronte alle obiezioni del capo dello Stato e dell'opinione pubblica europea, ma resta un contesto non solo repressivo ma persecutorio che eccita ancora di più la gente di mano e il teppismo della destra estrema.

L'altro ieri a Napoli uno stuolo di mamme scarmigliate e urlanti voleva scacciare alcuni handicappati-rom che per una notte erano stati ricoverati in un convitto dopo l'incendio del campo di Ponticelli. "Bruciarli no, ma scacciarli sì e subito" urlavano quelle mamme ed una in particolare che era la più agitata. Si è poi saputo che è la moglie del boss camorrista di quel quartiere.
A questo siamo arrivati, ma c'è una logica nella follia d'aver cavalcato la paura fino a questo punto: poiché miracoli in economia non se ne potranno fare, bisognava suscitare un nemico interno sul quale scaricare le tensioni e doveva essere un nemico capace di concentrare su di sé l'immaginario della nazione. Ora quell'isteria dell'immaginario ha preso la mano da Napoli a Verona e può dar luogo a conseguenze assai gravi.

* * *
Walter Veltroni ha fatto bene ad incontrare Berlusconi a Palazzo Chigi venerdì mattina. Dal resoconto fatto dallo stesso segretario del Pd risulta che abbiano toccato vari e importanti argomenti: dalle riforme istituzionali da fare insieme ai programmi dei due schieramenti che restano invece, come è giusto che sia, fortemente conflittuali.

In particolare hanno parlato di Rai (qui la conflittualità è massima) di sostegno dei salari (anche su questo punto non c'è stato accordo) di legge elettorale europea (istituzione d'una soglia di sbarramento del 3 per cento).

Non si è parlato invece di sicurezza, per riguardo (così è stato detto) alle prerogative del Capo dello Stato cui spetta di controfirmare i decreti e i disegni di legge.
A noi non sembra una buona cosa avere escluso dall'agenda di questo primo incontro il tema della sicurezza. Al dà degli specifici provvedimenti di prevenzione e di repressione che si dovranno adottare, resta una visione d'insieme che riguarda - come scrive Tocqueville nella citazione sopra riportata - "il gusto di civiltà e di libertà".

La nostra visione di cittadini democratici mette strettamente insieme la legalità, la protezione dei cittadini, la certezza delle pene, la repressione rigorosa della giustizia di strada e delle ronde "volontarie", l'opposizione più ferma ad ogni criminalizzazione di etnie e di collettività.

Questo avremmo voluto che il segretario del Pd dicesse a titolo di premessa nel suo primo incontro con il presidente del Consiglio. Sappiamo che questa visione e questi valori appartengono interamente al patrimonio etico-politico di Veltroni e del partito da lui guidato. Vogliamo sperare che siano condivisi anche da Silvio Berlusconi nella sua nuova veste di statista. Ma se ci si deve impegnare in una politica di dialogo istituzionale, questi valori non possono essere sottaciuti e dati per noti; vanno viceversa proclamati e la loro condivisione va posta come premessa e condizione indispensabile al dialogo. Se non fossero condivisi e tradotti in atti legislativi e in linee guida amministrative conformi, il dialogo non potrebbe e non dovrebbe evidentemente aver luogo.

* * *

Poche altre cose vogliamo aggiungere a proposito delle riforme istituzionali che maggioranza ed opposizione dovranno portare avanti insieme.

Ben venga il riconoscimento da parte di Berlusconi del governo-ombra come interlocutore del governo governante. Ma non c'è soltanto il Partito democratico all'opposizione, sicché se si vorrà formalizzare questa novità bisognerà volgere al plurale quella parola perché tutte le opposizione hanno il diritto di interloquire. Oppure non si formalizzi nulla e si aumentino piuttosto i poteri di controllo del Parlamento in pari misura ai maggiori poteri che è giusto riconoscere al presidente del Consiglio, capo dell'Esecutivo.

E' passato quasi sotto silenzio (se si esclude il lucido articolo di Ignazio Marino su "Repubblica" di venerdì) il fatto che nel nuovo governo non esiste più il dicastero della Sanità, derubricato come parte del dicastero del "Welfare" affidato ad un sottosegretario o vice ministro che sia.

La derubricazione d'un ministero le cui attribuzioni sono sotto l'usbergo della Costituzione sotto forma del diritto alla salute di tutti i cittadini, è incomprensibile e inaccettabile. Capisco che la derubricazione possa esser gradita ai presidenti delle Regioni più ricche ma proprio per mantenere la parità di prestazioni sanitarie secondo il bisogno e non secondo il reddito che la Costituzione sancisce, non si può abolire il ministero della Salute e disossare il Servizio sanitario nazionale.
Questa materia riporta l'attenzione sul federalismo fiscale, altro tema delicatissimo che fa parte di quelle riforme da fare insieme tra maggioranza ed opposizione.

Bossi ha programmato da tempo la sua secessione dolce del Lombardo-Veneto basata su un federalismo fiscale spinto all'estremo e Berlusconi, Tremonti e Fini gli hanno dato carta bianca. Dove ci può portare questo salto nel buio in termini politici ed economici è ancora del tutto ignoto. I primi studi effettuati da economisti indipendenti mostrano squilibri fortissimi tra Nord e Sud, tra regioni ricche e regioni povere, tra entrate tributarie incassate e fonti di reddito che le generano.

Il federalismo fiscale si ripercuote anche su alcuni principi costituzionali, sul Senato federale, sulla composizione e i poteri della Corte Costituzionale. Se non ci sarà accordo su queste complesse e delicatissime questioni il governo dovrà procedere da solo e poiché non dispone della maggioranza necessaria per leggi di natura costituzionale dovrà ricorrere ad un referendum che spaccherebbe il Paese in due.

Ci pensi bene il neo-statista di Palazzo Chigi. Noi ci auguriamo che la sua sopravvenuta saggezza gli porti consiglio e gli dia la forza di far marciare i suoi alleati in accordo con lui anziché lui in accordo con loro. In caso contrario la strada sarà tutta in salita e non sarebbe un bene per un Paese che ha bisogno di crescere crescere crescere. Crescere soprattutto moralmente, signor presidente del Consiglio, perché questa è ormai diventata la nostra principale emergenza.

(18 maggio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. L'esempio di Einaudi
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2008, 04:42:29 pm
L'esempio di Einaudi

Eugenio Scalfari


Il presidente Napolitano ha riproposto all'attenzione degli italiani la sua figura di liberale senza aggettivi, cattolico nel privato, laico di stretta osservanza nel pubblico. Un modello di grande attualità anche oggi  Il presidente della Repubblica ha inaugurato qualche giorno fa una mostra allestita nelle sale del Quirinale su Luigi Einaudi, la sua vita, le sue opere e soprattutto la fase in cui ricoprì incarichi pubblici: la guida della Banca d'Italia nel 1947, poi il ministero del Bilancio appositamente creato per lui da De Gasperi, infine l'ascesa al Quirinale per la prima presidenza repubblicana subito dopo l'approvazione della Carta Costituzionale.

Non è stata una semplice inaugurazione, quella di Napolitano. Il capo dello Stato ha utilizzato l'occasione per cogliere il primo formarsi dell'ossatura strutturale dello Stato, dei rapporti tra i poteri, del ruolo del presidente di fronte alle sue controparti: il Parlamento, il Governo e - in Italia - anche il Vaticano.

Einaudi era un liberale senza aggettivi, privatamente un cattolico, nelle sue funzioni pubbliche un laico di stretta osservanza, uno studioso di economia e di scienza delle finanze, un docente. Era un carattere di grande tempra morale, uno dei padre fondatori insieme a pochi altri e Napolitano ha fatto benissimo a riproporre la sua figura all'attenzione degli italiani.

Sono passati sessant'anni da allora ma sembra molto di più. Mezza Italia era ancora per terra dopo il disastro della guerra e le rovine che aveva lasciato dovunque, eppure c'era un fervore, una fiducia nel futuro, un desiderio di ricostruire, di progettare, di ripresentarsi nell'agone internazionale senza più i complessi di superiorità e di inferiorità che avevano caratterizzato la lunga e cupa stagione del ventennio autarchico e fascista.

Oggi quell'alacrità e quella voglia di progettare il futuro si sono molto attenuate. Ciò che manca è la consapevolezza che il benessere individuale acquista un senso se va di pari passo con il benessere degli altri, se la felicità è condivisa, se l'impegno civile è diffuso in tutti i ceti e le regioni del Paese. Questo fu il 'credo' costante di Luigi Einaudi e questa è dunque
la sua attualità. Napolitano lo ha riproposto con evidente e sottolineata intenzione nella speranza che l'esempio sia compreso e giovi a ritemprare lo spirito nazionale.

Einaudi, proprio perché liberale, aveva una visione 'leggera' dello Stato. Faceva affidamento sullo spirito d'impresa degli individui, sulle loro libere iniziative, sulla gara che produce innovazione e progresso. Ma sapeva che la competizione non basta a diffondere benessere e a dare slancio all'intero Paese. Sapeva che il mercato è un prezioso strumento di selezione ma non supplisce all'assenza della morale civica; abbandonato a se stesso il mercato genera mostri, monopoli, rendite, collusioni. Distrugge anziché costruire. Impedisce l'accesso di nuove e più fresche energie.

I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: Einaudi ebbe questo pericolo ben chiaro nella mente e per scongiurarlo intervenne infinite volte con gli scritti e con appropriate azioni sia da governatore della Banca centrale sia da presidente della Repubblica.

Arrivo al punto di proporre un'imposta di successione che ogni due o tre generazioni avocasse allo Stato larga parte dei patrimoni più cospicui affinché i figli e i nipoti di chi aveva creato ricchezza non si addormentassero sugli agi e sui privilegi ereditati ma fossero costretti a ricominciare da capo costruendo sul merito proprio e sul talento e non su quello dei nonni e dei genitori.

Infine il suo principale assillo fu quello di allineare in condizioni di parità sia i ricchi sia i poveri ai nastri di partenza, nella scuola e in tutte le occasioni competitive che la vita offre.

Questo è stato l'insegnamento di un liberale raro. Giustizia e libertà era a quel tempo il motto del Partito d'azione ma anche dei liberali veramente tali. Purtroppo il tempo ha deposto molta polvere su quegli ideali che sembrano ormai voci d'un passato sempre più remoto. Ma un buon liberale non smette mai d'aver fiducia poiché la vera vecchia talpa che scava sotterranee gallerie per poi riemergere alla luce e alla vita è la libertà.

Il fatto che l'attuale presidente della Repubblica, di origine e cultura comunista, riproponga oggi all'attenzione degli italiani il primo presidente dello Stato repubblicano, di origine e cultura liberale, non è forse la prova che la vecchia talpa della libertà riemerge nei luoghi e nei tempi più impensati? La storia è imprevedibile. Bisogna aver fiducia nella sua imprevedibilità.

(23 maggio 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Gli effetti ottici del cavaliere decisionista
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2008, 11:04:43 pm
IL COMMENTO

Gli effetti ottici del cavaliere decisionista

di EUGENIO SCALFARI


DICE bene il nostro D'Avanzo che ieri ha definito la strategia del Berlusconi-quater come la militarizzazione della politica. È così. Napoli si prestava perfettamente per questa militarizzazione simbolica sia per quanto riguarda i rifiuti sia per il varo del pacchetto sicurezza e il governo ha condotto egregiamente la sua prima uscita pubblica. Ci sono state proteste popolari contro l'apertura delle nuove discariche, molte delle quali erano quelle già individuate dal governo Prodi e da Bertolaso. Individuate ma non aperte. Prodi non poteva militarizzare le sue decisioni, Verdi e sinistra radicale glielo impedivano. Berlusconi non ha questi impedimenti.

Ci saranno altre proteste? Altri scontri con la polizia?. Spero di no. Lo stoccaggio dei rifiuti è una necessità. I termovalorizzatori sono una necessità. I treni verso la Germania sono una necessità. La raccolta differenziata dei rifiuti è una necessità. L'approccio "militare" del governo ha incontrato il favore dell'opinione pubblica anche se è stato contrastato dagli abitanti delle località direttamente coinvolte. La popolarità del governo, stando ai più recenti sondaggi, è cresciuta del 10 per cento. Anche l'opposizione ha fatto buon viso.

Più complessa è la questione del pacchetto sicurezza. I provvedimenti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri sono chiari nella loro strategia di "tolleranza zero" e in quanto tali bene accolti anch'essi dall'opinione pubblica. Ma sono molto confusi e talvolta perfino contraddittori nella loro articolazione normativa. Ci sono aspetti di dubbia costituzionalità, come ieri ha chiarito Stefano Rodotà. Ma il ministro dell'Interno ha precisato che si tratta di decreti e di disegni di legge aperti alla discussione parlamentare e ad emendamenti migliorativi.

La "tolleranza zero", se affiancata dal rispetto dei diritti fondamentali delle persone, è approvata da gran parte degli italiani. La paura montata ad arte è sorretta tuttavia da una paura effettiva. Le due paure mescolate insieme hanno determinato la vittoria elettorale di Berlusconi, della Lega e di Alleanza Nazionale. Ora si sgonfieranno tutte e due proprio in virtù della "militarizzazione" della sicurezza. I reati commessi da immigrati resteranno più o meno al livello attuale che non presenta speciali patologie, ma la loro "percezione" diminuirà e sarà un bene per tutti.

* * *

Quanto alla camorra e alle altre organizzazioni criminali il discorso è diverso, come è diverso il problema dello Stato e della sua ricostruzione.
La camorra infesta Napoli e la Campania fin dalla fine dell'Ottocento, più o meno alla stessa data risale la mafia siciliana e americana. Quella calabrese è invece un fenomeno che non ha più di trent'anni di esistenza, più o meno come la Sacra Corona in Puglia. Da fenomeni di criminalità locale sono diventati nazionali, le cellule di questo cancro sono arrivate nel Centro e nel Nord, i legami internazionali passano per Marsiglia, Zurigo, Amburgo, Amsterdam, Londra, Barcellona e arrivano in Marocco, Turchia, Kosovo, Montenegro, Caraibi, Colombia, Bolivia, Venezuela, Messico. E naturalmente New York, Miami, Las Vegas, Los Angeles.

La traccia che delinea questa geografia planetaria e criminogena è la droga. Il racket, gli appalti, la prostituzione, rappresentano la coda della cometa delinquenziale e non è questione di immigrati o di indigeni, ma di Stati illegali che prosperano dentro e contro la legalità pubblica.

Lo Stato c'è ed è qui, ha detto Berlusconi aprendo il suo primo Consiglio dei ministri a Napoli. Purtroppo non era neppure l'inizio ma un'immagine evanescente di Stato. Nel pacchetto sicurezza non c'è assolutamente nulla che possa scalfire sia pure marginalmente l'anti-Stato delle mafie, la Gomorra e le sue propaggini. La Sicilia di Lombardo, di Schifani, di Micciché, di Cuffaro non è certo quella che possa guidare la cultura della legalità e la rinascita dello spirito pubblico.

C'è un immenso buco nero nel quale sprofondano i corpi e le coscienze. Il populismo e l'antipolitica sono il concime di questo brodo di coltura che erode la legalità e allarga la voragine. Il berlusconismo non è una medicina contro questa peste, tutt'al più un placebo se non addirittura un veicolo inconsapevole che accresce la diffusione dell'epidemia. Spero con tutto il cuore di sbagliarmi, ma temo di no.

* * *

Poi c'è l'economia e Giulio Tremonti in veste di Grande Elemosiniere. Emma Marcegaglia e la luna di miele tra la sua Confindustria e un governo "capace di inaugurare una nuova e irripetibile stagione" all'insegna del decisionismo. Va guardata con molta attenzione questa capacità decisionale della politica. Personalmente penso anch'io che sia un elemento positivo per realizzare soluzioni appropriate.

La crescita non è una soluzione ma un auspicio e semmai un effetto. La Marcegaglia punta sull'aumento di produttività e lo lega soprattutto al costo del lavoro e ad una nuova contrattualistica aziendale. Sono certamente due elementi di rilievo ma non quelli essenziali. La contrattazione aziendale lascia fuori a dir poco l'85 per cento delle imprese, cioè tutte quelle che stanno al di sotto dei trenta dipendenti. In quella moltitudine non c'è traccia di sindacato, l'alternativa al contratto territoriale è il nulla.

Aggiungo che il vero elemento che influisce sulla produttività è l'innovazione, che non dipende dai lavoratori ma dall'imprenditore, dal suo genio e dalle sue capacità di ricerca. Innovazione di processo e innovazione di prodotto. La seconda molto più decisiva della prima.

Emma Marcegaglia e la sua Confindustria rappresentano le imprese, ne sono un ufficio di relazioni pubbliche, ma l'innovazione sono le imprese che debbono produrla. Se c'è stato un crollo di produttività e un crollo ancora maggiore di competitività, le responsabilità ricadono almeno per il 40 per cento sulle imprese, per il 50 per cento sulle carenze infrastrutturali e di illegalità pubblica, cioè sullo Stato. Il costo del lavoro non pesa più del 10 per cento. Non è irrilevante ma non è da lì che si risolve il problema.

Tremonti lo sa benissimo. Anche Draghi lo sa e anche la Marcegaglia dovrebbe. Purtroppo per loro e per tutti noi, saperlo non basta.

***

La ricontrattazione dei mutui immobiliari è un buffetto sulla guancia dei mutuatari, un'operazione di pura immagine. Se stai affondando ti converrà accettare il tasso fisso del 2006 invece di quello attuale, assoggettandoti al prolungamento delle rate più gli interessi aggiuntivi. Otterrai un uovo oggi e dovrai ripagarlo con una gallina domani. L'operazione non è a costo zero, le banche ci guadagneranno, lo fanno per questo.

L'abolizione dell'Ici non serve assolutamente a nulla. Tremonti vi è costretto per onorare l'impegno elettorale assunto da Berlusconi. Anche qui pura immagine fornita ad una platea credulona. Il ministro dell'Economia ne valuta il costo ad un miliardo e lo motiva come un modo per rilanciare la domanda interna. Questa è un'enormità che una persona responsabile non dovrebbe propinare senza arrossire per quel che vuole far credere. Un miliardo per rilanciare la domanda? Un miliardo ottenuto detassando un'imposta di natura patrimoniale? Onorevole ministro dell'Economia, ma si rende conto? Ritiene gli italiani gonzi al punto da credere ad una panzana di queste dimensioni? Poi c'è la detassazione degli straordinari e delle parti flessibili delle retribuzioni. Emma Marcegaglia si è fatta male alle mani per gli applausi tributati a questo provvedimento. Costa - secondo il ministro - 2,6 miliardi.

Personalmente credo che costerà di meno. Il fatturato delle imprese rallenta, i premi di produzione si assottigliano. Se c'è meno fatturato ci saranno meno straordinari, non è così? Oppure ci sarà un blocco nelle assunzioni o addirittura chiusura di aziende e trasferimenti di produzione ad altre aziende collegate. Aumento di straordinari contro diminuzione dell'occupazione. Non è così che funziona, gentile Marcegaglia? Non è questa la logica del capitalismo, onorevole Tremonti?

Accrescere la produttività con queste misure è un marchiano errore. Accrescere la domanda, nemmeno parlarne. Quelle che certamente cresceranno saranno le disuguaglianze di trattamento. Il pubblico impiego è escluso dal provvedimento. Le donne che lavorano non fanno straordinari. Le piccole imprese e il lavoro precario sono un mondo nell'ombra con vita e logiche proprie difficilmente visibili. Quanto al lavoro degli immigrati è inutile parlarne.

Ma soprattutto, lo ripeto: detassare la parte flessibile del salario ha un senso in un'economia che tira; se è ferma o addirittura regredisce si tratta di pura immagine per avere titoli sui giornali e in tivù e qualche commento favorevole. Mi stupisce il Bonanni della Cisl. Angeletti almeno è più prudente.

* * *

Due parole sul ritorno del nucleare. Sono d'accordo con Umberto Veronesi: il tabù contro non ha più ragion d'essere ammesso che l'abbia avuta venticinque anni fa. Oggi una battaglia ideologica è priva di senso. Infatti non mi pare che ci sia qualcuno che voglia farla. Ci vorranno nove anni a dir poco per avere quattro centrali e un 10 per cento di nuova energia: questo è il piano preparato dall'Enel, altri studi specifici non ci sono e quindi diamolo per buono.

Saranno centrali di terza generazione. Detto in breve: nascono vecchie. Producono scorie. L'ammortamento è molto elevato, l'energia prodotta, per conseguenza, molto costosa. I francesi, tanto per parlare d'una economia della quale il nucleare rappresenta l'elemento-base, producono ormai con centrali quasi tutte ammortizzate. Ciò significa che l'energia prodotta oggi è vicina al costo zero. Le nostre, secondo l'Enel, avranno un costo di 30 miliardi.

L'ammortamento comincerà a pesare sul primo chilowattore prodotto. Dunque fuori mercato. Marcegaglia batte le mani. È un tic? Forse bisognerà imboccarla comunque, questa strada, ma c'è poco da applaudire. Non sarebbe meglio usare quella montagna di soldi per nuove ricerche di gas o nuove iniziative nelle energie alternative?

Agli esperti l'ardua sentenza. La sola cosa certa, lo ripeto, è che le future centrali di Scajola-Marcegaglia nascono vecchie. Per degli innovatori ad oltranza non è un grande obiettivo.

25/05/2008

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Andreotti visto da vicino
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2008, 05:00:25 pm
Eugenio scalfari

Andreotti visto da vicino


Il film 'Il Divo' è bello ma non mi ha convinto. Perché il senatore è un personaggio difficilissimo da classificare. È un 'unico' tra i politici italiani  Giulio AndreottiIl divo Giulio. Sono andato a vedere il film su Andreotti che ha meritatamente vinto il premio della giuria al Festival di Cannes ed ora è in programmazione nelle sale con buon successo di pubblico.

Il regista Sorrentino è bravissimo, usa la macchina da presa mirabilmente, sia quando la tiene fissa sul personaggio sia quando la muove con un ritmo frenetico su oggetti, paesaggi, interni, comprimari, con un gusto di calligrafia e di citazioni colte di livello eccezionale. L'attore protagonista, Servillo, è il migliore di quanti lavorano in Italia e non teme confronti neanche sul mercato internazionale. Comprimari, comparse, luci, impaginazione grafica: tutto da approvare, sicché era giusto quanto hanno scritto i critici da Cannes quando si rallegrarono del rilancio del cinema italiano rappresentato da 'Gomorra' e da 'Il Divo'. Ma, detto tutto questo, il film non mi ha convinto. Nonostante il regista, l'attore e tutto il resto.

Giulio Andreotti è un personaggio problematico, enigmatico, difficilissimo da classificare e da incasellare. Non somiglia a nessun altro. Nella galleria dei politici italiani è un 'unico'.

Avendone scritto più volte nel corso di mezzo secolo credo di aver trovato un solo precedente che possa servire da pietra di paragone: Talleyrand. La tipologia è analoga: gusto del potere, cinismo, cattolicesimo, tradizione, trasgressione, ironia. Certo Talleyrand aveva alle spalle una grande famiglia e la Francia. Visse tra la Rivoluzione dell'Ottantanove, il Terrore, Napoleone, la restaurazione, la monarchia borghese di Filippo d'Orleans.

Andreotti non può vantare nulla di simile. Se si vuole, può rappresentare il Talleyrand dei poveri, ma lo stigma è quello.

Tutto questo per dire che un'interpretazione artistica che voglia mettersi al livello del personaggio non può che essere problematica quanto lo è lui; un'opera aperta che lasci allo spettatore di cavarne una conclusione e un senso.
Ma il film non lascia questo spazio, è schierato dalla prima all'ultima scena. Sostiene una tesi e la porta fino in fondo dalle immagini di presentazione a quelle di coda con l'elenco dei processi, delle condanne, delle assoluzioni, elencate con una oggettività che parla da sola e sottolinea la tesi come per dire: sempre assolto nonostante tutto quello che finora avete visto. Del resto una delle bravure andreottiane, nel film come nella vita, è stata quella di non lasciar tracce, segno di innocenza o indizio grave di colpevolezza?

Può sembrare strano che sia proprio io a criticare il film perché troppo schierato contro. Nel corso di mezzo secolo di giornalismo mi sono infatti trovato più volte alle prese col personaggio Andreotti, con i governi da lui presieduti, con discussioni e polemiche sorte intorno a lui. Di solito sono stato apertamente e duramente critico nei suoi confronti, ma soprattutto ho cercato di decifrarne l'enigma che resisteva. In alcune occasioni non marginali mi è capitato anche di trovarmi su posizioni prossime alle sue. Per esempio quando nel 1972 toccò il culmine la guerra chimica (così fu definita) e vide schierati da una parte Eugenio Cefis alla guida della Montedison e dall'altra Girotti (Eni) e Rovelli. 'L'Espresso' condusse in quegli anni una campagna fortemente polemica nei confronti di Cefis, il libro 'Razza padrona' ne fu una delle tappe. In quella occasione incontrammo come oggettivo alleato Andreotti, allora presidente del Consiglio.

Un'altra vicinanza oggettiva vi fu nei mesi della prigionia di Aldo Moro, sulla linea da tenere verso le Br. E ancora, più tardi, sulla politica antimafia che nei primi anni Novanta Andreotti finalmente adottò dopo un lungo periodo di 'distrazione' o addirittura di collusione gestita dai suoi uomini in Sicilia.

Lui aveva in comune un solo tratto caratteriale con Moro, uno solo ma importante: tutti e due erano 'inclusivi'. Per rinforzare il potere erano pronti a includervi gli avversari o almeno alcuni di essi. Non a caso il primo governo con il Pci dentro la maggioranza fu voluto da Moro ma con Andreotti presidente del Consiglio.

Quando Moro fu rapito, lo stesso giorno in cui quel governo si presentava alle Camere e cominciò il suo calvario che si sarebbe concluso con la morte, il disegno politico del presidente della Dc fu di includere le Brigate rosse nel sistema democratico. Riconoscere il partito armato, salvare la propria vita e dare alla lunga un'altra gamba alla democrazia italiana.

Andreotti era già andato più oltre: non avendo gli scrupoli morali di Moro aveva di fatto incluso nel sistema anche la mafia. Salvo Lima gestì questa situazione ai tempi in cui era la famiglia Badalamenti a comandare a Palermo. La mafia come supporto dello Stato per mantenere l'ordine pubblico. E come serbatoio di voti e di preferenze per la Dc e per la corrente andreottiana. In cambio mano libera sugli appalti, sulla gestione degli enti locali a cominciare da Palermo, da Trapani, da Caltanissetta. Ma quando la mafia decise di entrare nel commercio in grande stile della droga, lì Andreotti cambiò registro. Lima ci rimise la pelle. Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia, fu l'intelligente esecutore di quella svolta.

Chi è dunque Andreotti? Un uomo di potere, innamorato del potere. Pessimista sull'Italia e sugli italiani. Governarli è necessario, trasformarli impossibile. Cattolico devoto quanto miscredente se lo si guarda in un'ottica cristiana. Figure come De Gasperi, Moro, Fanfani, Dossetti, Andreatta, Scoppola non avevano niente a che fare col suo modo d'esser cattolico.

C'è un passaggio illuminante nel film, quando lui dice: bisogna saper fare anche il male per arrivare al bene, io lo so fare e anche Dio lo sa.

(05 giugno 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. La questione cattolica
Inserito da: Admin - Giugno 21, 2008, 04:59:50 pm
Eugenio Scalfari

La questione cattolica


L'otto per mille sull'Irpef. Sgravi fiscali per attività di commercio. Fondi alle scuole cattoliche e finanziamento dell'insegnamento religioso nelle pubbliche. Per oltre sei miliardi di euro. Come non avviene in nessun altro Paese  Fra le tante questioni che affliggono il nostro paese c'è anche la questione cattolica. In nessun'altra nazione del mondo il cattolicesimo è diventato un problema. Semmai altre religioni sono state all'origine di difficoltà; così la minoranza protestante nella cattolica Irlanda o la minoranza cristiano-maronita nel Libano islamico. Ma una questione cattolica no, in nessun paese occidentale, né in Europa né in Nord America né in America Latina. Soltanto in Italia, che pure viene definita da molti studiosi delle religioni "il giardino del Papa" in quanto sede storica del Vicario di Cristo in terra. Forse proprio per questo esiste in Italia una questione cattolica ignota in altri paesi: è un nostro privilegio ma anche una nostra croce della quale faremmo volentieri a meno.

In tempi di monarchia i re di Francia venivano chiamati 'maestà cristianissima' e i re di Spagna 'maestà cattolica'. Il re d'Italia invece non mai è stato definito sulla base della religione probabilmente perché i papi l'hanno sempre considerato un usurpatore, almeno fino al Concordato del 1929. Ma anche nell'Italia concordataria e repubblicana continua ad esistere una questione cattolica. Esiste per i cattolici e per i laici, per lo Stato italiano e per il Vaticano. Oggi questo problema è diventato più che mai acuto perché mai la Chiesa ha avuto tanto potere, neppure quando la Democrazia cristiana governava. Neppure allora la Chiesa, il Vaticano, la Santa Sede, la Conferenza episcopale italiana hanno avuto il potere che hanno oggi.

Naturalmente questa affermazione va dimostrata ed è quello che ora proverò a fare cominciando con l'aspetto più vistosamente materiale del problema e cioè con i benefici economici che la Chiesa riceve dallo Stato italiano. Nelle successive puntate affronteremo gli altri aspetti di questa complessa questione.

Il nucleo centrale del sostegno finanziario che lo Stato offre alla Chiesa è costituito dal famoso otto per mille prelevato dall'erario sull'imposta personale di tutti i contribuenti e destinato in larga misura al finanziamento delle parrocchie e di altre istituzioni ecclesiastiche secondo criteri decisi dalla Conferenza episcopale cui il gettito di questo prelievo viene versato. Si tratta di oltre un miliardo di euro, una cifra che è in assoluto la più elevata tra quelle destinate da paesi e governi cattolici europei al sostegno dei preti con cura di anime. La Chiesa italiana è infatti la più ricca di tutte le Chiese cattoliche nazionali, al punto di poter effettuare prestiti alle consorelle che versano in difficoltà e a poter stanziare cospicui contributi a fondo perduto per Chiese di paesi africani e asiatici nonché per iniziative missionarie in varie zone del mondo.

Ma il sostegno finanziario non si esaurisce all'otto per mille. Vanno messi in conto una serie di sgravi fiscali in favore di iniziative anche commerciali di enti religiosi, il finanziamento di scuole cattoliche, il finanziamento dell'insegnamento cattolico nelle scuole pubbliche, la manutenzione e il restauro di opere d'arte disseminate nelle chiese italiane e di loro proprietà.

Il complesso di queste provvidenze arriva ad una cifra complessiva che supera i sei miliardi di euro, ma non esaurisce questa complessa materia, come documenta il libro 'La questua' di Curzio Maltese di recentissima pubblicazione.

Non era mai accaduto prima che la Chiesa avesse tanti doni da uno Stato. La prospettiva a breve termine è d'un ulteriore e cospicuo aumento di tali benefici con le conseguenze che ne derivano sul potere complessivo della gerarchia ecclesiastica nel nostro paese

(20 giugno 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. La patacca del ministro nella foresta di Sherwood
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2008, 04:26:53 pm
ECONOMIA

IL COMMENTO

La patacca del ministro nella foresta di Sherwood

di EUGENIO SCALFARI


A LEGGERE i titoli e i testi pubblicati dai giornali sulla Finanziaria di Giulio Tremonti si direbbe che mai prima d'ora si era vista una legge così perfetta ed una politica economica così adatta a soddisfare i bisogni, i desideri, le speranze d'un paese. Nonostante una crisi che sta squassando il mondo intero. Nonostante la pessima eredità lasciata dal precedente governo. Nonostante la fragilità del capitalismo italiano. Nonostante l'inefficienza della pubblica amministrazione. Nonostante la pochezza del sindacalismo. Nonostante i malanni dell'Europa.

La grandezza di Tremonti. La saggezza di Tremonti. La prudenza di Tremonti. La cultura di Tremonti. L'audacia di Tremonti. La forza di Tremonti. Di personaggi come lui ne nasce uno ogni secolo. Nella sala della Maggioranza, quella dove Giovanni Giolitti teneva ai tempi suoi il Consiglio dei ministri, il ministro dell'Economia ha presentato il suo capolavoro con ai fianchi il fior fiore del governo: Brunetta, Scajola, Alfano, Sacconi, Maroni. Alle spalle, appeso al muro, il ritratto di Camillo Benso Conte di Cavour. Berlusconi non c'era, per non offuscare la gloria del pro-dittatore.

A leggere i titoli e i testi dei giornali, necessariamente sintetici, gli aspetti di maggior rilievo del capolavoro tremontiano erano soprattutto quattro: la miracolosa rapidità con la quale il governo era riuscito ad approvare la legge finanziaria (nove minuti e mezzo), la Robin tax, la carta dei poveri, la "deregulation" del mercato del lavoro. Un impasto virtuoso di liberismo e di socialismo. Più governo e più mercato. Concretezza e filosofia. Durezza e dolcezza. Federalismo e autorità. Infine la Chiesa, il suo insegnamento morale, i suoi valori sola speranza d'Europa e della società italiana giardino del Papa. Ne saremo noi degni?

Commentando il capolavoro tremontiano il ministro-ombra Bersani ha detto: ci sono moltissime cose in quella legge ma manca la cosa. Tito Boeri, a proposito della Robin tax, ha scritto ieri che si tratta d'una bufala di eccezionali dimensioni. Il giornale della Confindustria, contraddicendo l'entusiasmo dei suoi proprietari, ha sottolineato in sei pagine di seguito l'impianto classista della manovra e i rischi di addossarne il peso ai ceti più deboli.

Chi ha ragione? Non vorrei passare da un eccesso all'altro. C'è anche del buono nella manovra di Tremonti. Per esempio aver anticipato i decreti d'applicazione della Finanziaria a giugno e la loro conversione in legge entro luglio insieme al documento di programmazione triennale. Di aver asciugato la sessione di bilancio che si concluderà entrò il prossimo ottobre. Questioni di metodo, in buona parte anticipate da Padoa-Schioppa. Di aver puntato sulla liberalizzazione di alcuni servizi locali già predisposta dalla Lanzillotta.

Di aver previsto un programma di contenimento della spesa pubblica intermedia, quella in gran parte destinata all'acquisto di beni necessari al funzionamento della pubblica amministrazione. Mettendo sotto controllo quei capitoli di spesa il predecessore di Tremonti riuscì a bloccare il ritmo di aumento della spesa corrente che nel quinquennio 2001-2006 aveva sperperato due punti e mezzo di Pil.

A parte questi aspetti positivi, il vero senso politico della manovra di Tremonti sta nello smantellamento degli strumenti di contrasto all'evasione. Con un sofisticato meccanismo di anticipi di entrate e posticipi di uscite secondo uno schema di cassa che lo stesso Tremonti aveva già sperimentato nel quinquennio 2001-2006 e infine con varie "una tantum" a cominciare dall'imposta patrimoniale sulle risorse petrolifere.

Ne saranno beneficiari i professionisti e le partite Iva, verranno tassati i servizi pubblici cioè i loro utenti. L'aumento di cinque punti e mezzo dell'Ires sarà inevitabilmente trasferito sui prezzi al consumo. Nessun provvedimento avrà più luogo sui salari e sulle famiglie che non ce la fanno. Lo sgravio dell'Ici ha dissipato 2 miliardi di euro, la carta di povertà testé istituita butterà via un altro mezzo miliardo e questo sarà stato tutto per alleviare i pesi e rilanciare la domanda.

Ma bisogna riconoscere che c'è del genio nel sedurre i "media" con gli specchietti e le collane di vetro come fecero i "conquistadores" sbarcati cinque secoli fa in Messico e in Florida. La carta di povertà è geniale, la Robin tax è geniale: conquistano per giorni le prime pagine dei giornali e i video di tutte le televisioni, si aprono dibattiti sulla personalità di Robin Hood, sulla foresta di Sherwood, un governo guidato dal più ricco degli italiani tasserà i ricchi per dare ai poveri, che cosa si vuole di più? Non è questo il miracolo? Non serve a moltiplicare il consenso e a prolungare il più possibile la luna di miele?

Poi si scoprirà che si è trattato di patacche. Qualcuno l'ha già dimostrato ma non buca il video e neppure le prime pagine. Intanto il governo guadagna un tempo prezioso tanto quanto ne perse il governo Prodi logorato dalle risse interne fra i troppi galletti di quel pollaio.

Decidere decidere decidere. In nove minuti e mezzo se possibile, in due ore, in un giorno. Michele Serra ha scritto: 127 decisioni al giorno, non importa se tutte sbagliate. Ha ragione, oggi è questa la sindrome della gente.

Un presidente emerito della Repubblica di cui ho l'onore di essere buon amico mi ha confidato l'altro giorno tutta la sua amarezza nel constatare che gli italiani sono abbacinati dal decisionismo purché sia. Non tentano nemmeno di esaminarne i contenuti, sono felici di delegare ogni responsabilità ad un'autorità e se quella mostra i muscoli e strappa alcune regole fondamentali che presidiano lo stato di diritto e la democrazia, chi se ne infischia. Purché si decida.

Forse alla prova dei fatti si sveglieranno. Intanto gli intellettuali dibattono se è fascismo oppure no, se è dittatura oppure no, si citano autori, si rievocano Gramsci e Pasolini. Tempo perso e pagine sprecate.

* * *

Si rafforza un luogo comune in questi giorni: bisogna sperare che i provvedimenti adottati si attuino e portino buoni frutti, augurarsi il peggio sarebbe criminale.

Giuro sui miei figli di non essere un criminale e quindi non mi auguro affatto il peggio. Questo mi obbliga ad applaudire una politica basata soltanto sull'immagine e... sotto il vestito niente? Oppure a parlar d'altro per distrarre il pubblico come si usa fare per accalappiar le allodole e friggerle in padella?

Mentre Tremonti mandava in scena il suo capolavoro economico e finanziario, Berlusconi teneva anche lui il palcoscenico da par suo sulla sicurezza e sulla giustizia. Bloccava ogni notizia sulla magistratura inquirente e scriveva al presidente del Senato una lettera che farà storia, assumendosi la diretta responsabilità del congelamento dei processi, giurando naturalmente sui suoi figli la sua innocenza e accusando d'esser sovversivi i giudici che pretendono di giudicarlo.

"Ci riporta di nuovo ad una situazione che speravamo di aver superato" ha detto Veltroni dinanzi all'assemblea dei democratici preannunciando una resistenza ferma e responsabile. Gli organi rappresentativi della magistratura hanno anch'essi reagito con composta fermezza allo stravolgimento dello stato di diritto. Il presidente della Repubblica continua a sottolineare la gravità di questa situazione. La stessa opinione pubblica, ancorché imbambolata dalle televisioni, mostra qualche primo segnale di resistenza: il consenso a Berlusconi che aveva toccato il tetto-record del 58 per cento a metà maggio, quattro giorni fa è sceso di quattro punti al 54 per cento.

Ma appena un anno fa la pubblica opinione avrebbe reagito con ben diversa energia a queste sceneggiate. Il deterioramento dello spirito pubblico ha molte cause: paura del nuovo, aumento degli egoismi, difficoltà di tirare avanti la vita e per i giovani di costruirne una nuova, mediocrità delle classi dirigenti sia di destra sia di sinistra, rifugio nell'antipolitica e nel "gossip" come antidoto alla frustrazione.

La conseguenza è un Paese fermo, ripiegato sui luoghi comuni che deturpano il senso comune. Intanto la linea di successione di questa Repubblica in cerca di un Lord Protettore è già stabilita: sarà Giulio Tremonti dopo il Berlusconi IV. Fini non sarà contento ma Bossi sì: è il nordismo, bellezza, nella sua peggiore declinazione.

(22 giugno 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Come hanno ridotto noi poveri italiani
Inserito da: Admin - Giugno 29, 2008, 12:05:03 pm
POLITICA

Come hanno ridotto noi poveri italiani

di EUGENIO SCALFARI



ROMA - Nel 1972 due giornalisti del Washington Post iniziarono un'inchiesta sui comportamenti del presidente degli Stati Uniti d'America, Nixon, e dell'entourage dei suoi più intimi collaboratori, accusati di aver spiato i loro avversari del Partito democratico. L'inchiesta andò avanti per due anni con una serie di articoli sempre più documentati e sempre più aspri nei confronti del Presidente, supportati da documenti e testimonianze spesso coperte da anonimato. La Casa Bianca cercò in tutti i modi di intimidire l'editore (anzi l'editrice) di quel giornale senza riuscirvi. Due anni dopo, nel 1974, Nixon si dimise dalla carica per evitare l'imminente e ormai inevitabile messa in stato d'accusa da parte del Congresso.

Nel 1998, cioè ventiquattro anni dopo la conclusione del "Watergate", scoppiò lo scandalo Lewinsky, subito battezzato "Sexygate". Questa volta il bersaglio fu Bill Clinton, presidente democratico. Il reato non era neppure un reato ma pratiche di sesso orale effettuate ripetutamente nella sala ovale della Casa Bianca. Per mesi e mesi i giornali e le televisioni americane e di tutto il mondo aprirono le loro pagine alle rivelazioni sul sesso orale tra Monica e Bill, i protagonisti furono intervistati decine di volte e così pure Hillary, la moglie del Presidente. La vita privata e le intemperanze sessuali di Clinton furono raccontate nei minimi dettagli. Alla scadenza del mandato il giovane Bush, repubblicano, vinse le elezioni a mani basse.
Nessuno in America propose restrizioni alla libertà di stampa. Casa Bianca e Congresso non vararono alcuna legge che vietasse alcunché alla stampa essendo che, per radicata convinzione degli americani, la vita privata e quella pubblica dei politici sono sempre state sotto il controllo dei "media" senza restrizioni di sorta se non nei casi di diffamatoria e calunniosa non verità.

Poche settimane fa è stato presentato al Festival cinematografico di Cannes il film "Il divo" del regista Sorrentino che si è guadagnato il premio della giuria. Il protagonista è un bravissimo attore italiano che impersona Giulio Andreotti, l'accento complessivo del film è colpevolista anche se non risolve volutamente l'enigma di quell'uomo politico che fu sette volte presidente del Consiglio e fu accusato dai giornali e dai tribunali di ogni genere di nefandezze. Andreotti non ha querelato gli autori del film. Dico di più: Andreotti è stato coinvolto in processi gravissimi, condannato a gravissime pene nei processi di primo grado, poi ridotte o cancellate in appello e definitivamente annullate in Cassazione. Lui non si è mai sottratto ai processi; li ha affrontati e i suoi avvocati l'hanno difeso con tenacia e composta professionalità. Niente a che vedere con il piglio eversivo dell'avvocato Ghedini, difensore di Silvio Berlusconi e redattore delle leggi "ad personam" in favore del suo cliente.

Ricordo qui i casi di Nixon, di Clinton e di Andreotti perché segnano una differenza abissale rispetto al caso Berlusconi. Differenza che riguarda contemporaneamente i protagonisti dei quattro casi, il conformismo della maggior parte della stampa italiana rispetto a quella americana, l'imbambolamento dell'opinione pubblica nostra rispetto alla reattività di quella d'oltreoceano e infine l'incapacità dei parlamentari del centrodestra di distinguere il loro ruolo di membri del potere legislativo dalle insane voglie d'un presidente del Consiglio che si vuole affrancare da ogni controllo istituzionale, giudiziario, politico, mediatico.

* * *
Bisogna tutelare la dignità privata delle persone. Principio sacrosanto. Per tutelarla c'è il codice penale e i previsti reati di calunnia e di diffamazione. Aggravata per mezzo della stampa. Se le pene si ritengono troppo lievi è giusto aggravarle. Se i processi procedono con lentezza si faccia in modo di renderli più veloci. Del resto contro la stampa di solito si procede per "direttissima".

Per proteggere la dignità dei privati (e anche degli uomini pubblici) occorre che la dignità vi sia. Nixon che usa i suoi poteri di presidente per spiare gli avversari politici non ha dignità. Clinton che si rotola sui tappeti della sala ovale con Monica non ha dignità. Berlusconi che traffica con un dirigente della Rai per collocare veline a lui ben note, favorisce quel medesimo dirigente per sue future iniziative private, negozia accordi collusivi tra Rai e Mediaset con dirigenti del servizio pubblico e perfino con un membro dell'Autorità di controllo delle comunicazioni e che infine usa alcuni di questi suoi poteri per convincere membri del Senato ad abbandonare la maggioranza e passare dalla sua parte, non ha dignità.

Ma ne ha ancora di meno quando ritaglia la sua silhouette di imputato in una legge blocca-processi, che intaserà l'intero sistema giudiziario. Nel contempo manda avanti una legge che faccia da scudo alle quattro alte cariche dello Stato. Il tutto con la connivenza dei presidenti delle Camere i quali consentono che vengano inseriti emendamenti inaccettabili e inammissibili in testi di decreto approvati dal presidente della Repubblica.

Giorgio Napolitano ha ben presente il suo ruolo "super partes" anche se le iniziative scriteriate del "premier" rendono sempre più stretto il suo spazio di mediazione. Ma si può star certi che userà i poteri di sua competenza se, nel momento in cui il disegno di legge sull'immunità delle alte cariche dello Stato sarà presentato in Parlamento e calendarizzato, la maggioranza non ritirerà l'emendamento blocca-processi inserito surrettiziamente nel decreto legge sulla sicurezza. Si può star certi che il capo dello Stato rinvierà alle Camere una legge che contenesse quell'emendamento sciagurato, inserito a sua insaputa e non bloccato come sarebbe stato suo stretto dovere dal presidente del Senato. Non già per incostituzionalità, ma per mancanza dei requisiti di urgenza. Della costituzionalità dovrà occuparsi la Corte quando sarà chiamata in causa, sia per la legge sulla sicurezza sia per l'immunità delle alte cariche e per la durata di quel privilegio immunitario.

Un collega cui non manca il talento ma che sta soffrendo (così mi sembra) d'un preoccupante prolasso di moralità deontologica, ha scritto di recente della necessità di concedere a Berlusconi una sorta di salvacondotto giudiziario; solo così, a suo avviso, si potrà risolvere l'anomalia italiana. Naturalmente chi dovrebbe prendersi carico di questa delicata operazione dovrebbe essere l'opposizione che metterebbe così le basi per affermarsi e legittimarsi di fronte alla pubblica opinione.

Favorire le scelleratezze (o le mattane) politiche d'un imputato assurto ai vertici del potere per acquistare credito da una pubblica opinione in larga misura cloroformizzata: è vero che il cinismo è di moda in politica, ma non dovrebbe spadroneggiare anche nei "media". Invece spadroneggia eccome! Questo del salvacondotto è un culmine da primato.

* * *

Lo confesso: ho un debole per la Marcegaglia. È chiara, decisa, dice sì sì, no no. Una capigliatura ondosa. Una femminile virilità. La sua ricetta è meno tasse, meno spese, salari agganciati alla produttività. Il programma di Berlusconi e anche di Tremonti, ma con qualche variante di non piccolo rilievo.

Prima variante: di diminuire le tasse non se ne parlerà fino al 2013. Avevano promesso di portare la pressione fiscale dal 43 al 40 per cento, ma ora che i voti li hanno avuti ci informano che nel 2013 la pressione fiscale sarà del 42,90. È contenta la Marcegaglia? Mi piacerebbe saperlo ma lei di queste cose non parla anche se su questo punto hanno fatto il diavolo a quattro ai tempi di Padoa-Schioppa e di Visco. Loro almeno i soldi li prendevano agli evasori e a Confindustria hanno dato cinque punti in meno di Irap e Ires. Tremonti l'Ires l'ha già riportata al livello originario, cinque punti e mezzo in più. È contenta signora? Lo dica, sì sì, no no, non muore nessuno. Qualcuno veramente ci lascia la pelle per uno straccio di contratto precario o in nero. Non dovreste espellerli da Confindustria quelli che assumono in nero?

Le spese. Tagliare gli sprechi va bene. Continuità con Padoa-Schioppa. L'Ufficio studi della Confindustria l'ha onestamente ricordato: continuità. Ma Tremonti non taglia solo le spese intermedie, taglia tutto. Tremonti è bravo. Ma lei, gentile Emma, constata con molto disappunto che la crescita nel 2008 sarà zero e nel 2009, se va bene, salirà allo 0,6. Andiamo di lusso. Con l'inflazione al 3,6 e per energia e alimentari al 5,5.

Crescita zero. Investimenti sotto zero. Taglio di spese deflatorio. Però due miliardi buttati per l'Ici. Trecento milioni buttati per Alitalia, che stanno per diventare un milione e mezzo se Banca Intesa darà il disco verde. Sommiamo queste cifre e aggiungiamoci l'elemosina dei 500 milioni "una tantum" ai pensionati poveri. Sono già quattro miliardi buttati dalla finestra. Però niente aumento dei salari se non aumenta la produttività.

Ma i suoi industriali, gentile Marcegaglia, loro per la produttività non è che abbiano fatto miracoli. Salvo il costo del lavoro da comprimere. Prodotti nuovi? Non se ne parla. Ricerca? Idem. Intanto crolla la Borsa. Non è colpa sua, signora Emma, né di Tremonti, né di Draghi. Però crolla. Trichet alzerà i tassi mentre la Fed li abbasserà. Chi ha ragione? Forse Draghi dovrebbe esprimersi e forse anche Tremonti e magari anche Confindustria.

Berlusconi è esentato. Lui si occupa di processi con Ghedini, di militari in strada con La Russa e di schedatura dei "rom" con Maroni. Ha ragione quel genio di Altan sull'ultimo numero dell'Espresso: una donnina con le labbra rosse e gli occhi pensierosi dice: "Ho paura ma non so di che cosa". Gli italiani li avete ridotti così.

(29 giugno 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Per chi suonano le campane di Bossi
Inserito da: Admin - Giugno 29, 2008, 06:44:27 pm
POLITICA


IL COMMENTO


Per chi suonano le campane di Bossi

di EUGENIO SCALFARI



ROMA - Io non credo che chi ha sperato nella vittoria del Partito democratico abbia confuso i suoi sogni con la realtà e un paese immaginario con quello esistente. Credo che esistano due paesi reali, due contrapposte visioni della politica e del bene comune come sempre accade in tutti i luoghi dove è assicurata la libera espressione delle idee e la libera formazione di maggioranze che governano e di minoranze che controllano il rispetto della legalità e preparano le alternative future. Molti amici mi hanno chiesto nei giorni scorsi come mai chi si è battuto per la vittoria dei democratici (ed io sono tra questi) non ha percepito che essa era impossibile.

Ma non è vero. Sapevamo e abbiamo detto e scritto che sarebbe stato miracoloso riagguantare nelle urne elettorali un avversario che nel novembre del 2007, quando si è aperta la gara, aveva nei sondaggi un vantaggio di oltre 20 punti e c'erano soltanto quattro mesi di tempo prima del voto. Se l'avverarsi di un'ipotesi viene definita miracolosa ciò significa che le dimensioni dell'ostacolo da superare non sono state sottovalutate ma esattamente pesate per quello che realmente erano. Tuttavia un errore è stato certamente commesso: non è stata avvertita l'onda di piena della Lega.

Non se n'è accorto nessuno, gli stessi dirigenti di quel movimento ne sono rimasti felicemente stupiti. Fino alle ore 16 del lunedì elettorale la Lega veniva data nei sondaggi attorno al 6 per cento. Nessuno le attribuiva di più e i leghisti sarebbero stati soddisfatti di quel risultato. Stavano marciando verso il 9 per cento su scala nazionale con punte fino al 30 nel lombardo-veneto e successi consistenti in tutta la Padania anche sulla riva destra del Po, e non lo sapevano.

Se si confrontano i risultati elettorali tra il partito di Veltroni e quello guidato da Berlusconi e Fini, la differenza è più o meno di 4 punti, tra il novembre e l'aprile il recupero è stato dunque di 16 punti percentuali.

La vittoria della Lega in quelle dimensioni è stata la sorpresa e qui va approfondita l'indagine, scoperte le cause dell'errore e la natura profonda di ciò che è avvenuto senza trascurare la Lega siciliana di Lombardo e del suo alleato Cuffaro, che anch'essa merita la massima attenzione.

* * *

Si dice sempre più frequentemente che i termini di Sinistra e Destra non esprimono più la natura politica della realtà. Probabilmente è vero e non da poco tempo. Il crollo delle ideologie ha accelerato la rivelazione di un fenomeno già presente da anni.
Del resto quelle due parole sono nate e sono entrate nell'uso comune nel corso dell'Ottocento. All'epoca della Rivoluzione dell'Ottantanove non si parlava di Destra e di Sinistra, si parlava di monarchici e repubblicani e poi di montagnardi e di girondini, in Inghilterra di conservatori e di liberali. Al tempo d'oggi in una società come la nostra si può correttamente parlare di riformisti che puntano sulla modernizzazione del paese, dell'economia e dello Stato, ai quali si contrappongono coloro che vogliono recuperare l'identità e la sicurezza. In un certo senso sono anch'essi riformisti. Per realizzare modernità e innovazione ci vogliono profonde riforme, ma anche per recuperare sicurezza identitaria ce ne vogliono. Riforme in un senso, riforme in un altro. Due contrapposte visioni di Paese e di ruoli.

E' fin troppo ovvio dire che nell'una e nell'altra di queste visioni esistono elementi della visione opposta. E' diverso il dosaggio e questo fa una differenza non da poco che si estende ben oltre la politica, determina diversità di costume, di stili di vita, di impegno del tempo libero, di letture, di sentimenti, di scelte.
C'è infatti un altro elemento che entra in questo complesso incastro di messaggi e di dosaggi ed è un elemento tipicamente culturale. Si può definire come rapporto tra il tempo e la felicità.

Le generazioni più giovani sono state schiacciate sul tempo presente, la memoria del passato interessa loro poco o nulla, non sembrano disposte a condividere quel tanto di felicità attuale con le generazioni che le seguiranno. Questo rapporto tra felicità e tempo è un fenomeno relativamente recente e ha prodotto una serie di effetti non sempre positivi. Per esempio lo scarso tasso di nuove nascite e la richiesta sempre più pressante di protezione sociale ed economica. Un altro effetto lo si vede nel localismo degli insediamenti più produttivi e più ricchi: contrariamente a quanto finora era accaduto sono proprio le comunità più agiate ad aver perso di vista i cosiddetti interessi nazionali dando invece schiacciante prevalenza a quelli del territorio dove essi risiedono. Si tratta di un aspetto essenziale per capire la vittoria leghista di così ampie dimensioni. La Pianura Padana è un pezzo dell'Europa agiata; l'Italia peninsulare comincia a sud-est delle Alpi Marittime e a sud dell'Appennino Tosco-Emiliano, all'incirca seguendo la vecchia linea gotica d'infausta memoria.

Questo luogo sociale e politico considera, da trent'anni in qua, l'Italia peninsulare come un fardello da portare sulle spalle senza ricavarne alcun vantaggio. Perciò è ormai convinta della necessità di un federalismo fiscale che si riassume così: il peso delle tasse deve diminuire per tutti e almeno i due terzi del gettito dovrà rimanere sul territorio dove viene generato.
L'altro terzo andrà allo Stato centrale per i suoi bisogni primari cioè per il funzionamento dei servizi pubblici indivisibili.

Da questa concezione l'idea di una redistribuzione del reddito con criteri sociali e geografici è del tutto assente. Lo slogan per definire lo spirito di questa filosofia potrebbe essere "chi fa da sé fa per tre". Ognuno pensi ai suoi poveri, ai suoi bambini, alle sue famiglie, ai suoi artigiani, alle sue partite Iva. E vedrete che anche i "terroni" si troveranno meglio di adesso.

* * *

In un mondo globale questa visione significa costruire compartimenti stagni che separano le comunità locali dall'insieme. Significa dare vita ad un Paese non più soltanto duale (il Nord e il Sud) ma con velocità plurime e con dislivelli crescenti all'interno stesso dei distretti più produttivi e più agiati e con contraddizioni mai viste prima.

Ne cito alcune. Le imposte pagate da imprese delle dimensioni di una Fiat, di una Telecom, di un Enel, di un Eni, di una Finmeccanica così come le grandi banche o le grandi compagnie d'assicurazione presenti in tutto il Paese, dove saranno incassate e da chi? Si scorporerà il loro reddito stabilimento per stabilimento, il valore del gas e del petrolio importati e altre grandezze economiche difficilmente divisibili sul territorio? Oppure per dare attuazione a questo tipo di federalismo fiscale si prenderà in considerazione la natura delle varie imposte e tasse? L'Iva resterà nei luoghi dove viene pagata? E le imposte sui consumi? E quelle sui redditi personali o aziendali? Un ginepraio. E' possibile che la creatività di Giulio Tremonti ne venga a capo, ma non sarà certo una facile impresa.
Segnalo tuttavia una contraddizione difficilmente risolvibile. La maggioranza relativa dei pensionati vive nelle regioni del Nord; in esse infatti c'è stato e c'è maggior lavoro e quindi maggiori pensioni. Nel Nord vive anche gran parte dei possessori di titoli pubblici.
L'erogazione delle pensioni e il pagamento delle cedole sui titoli di Stato costituiscono una fonte imponente di uscite dalle casse dello Stato verso le regioni del Settentrione.

Come verrà valutato in un'Italia a compartimenti stagni questo flusso imponente di spesa pubblica?
La verità è che l'idea di trattenere due terzi delle entrate sui territori locali è pura demagogia inapplicabile in quelle proporzioni. Ma intanto la gente ci crede così come crede anche che la sicurezza pubblica sarà migliorata se una parte dei poteri che oggi incombono all'autorità centrale sarà attribuita ai sindaci e ai vigili urbani.

* * *

Qui viene a proposito meditare sulla Sicilia autonomista di Lombardo e Cuffaro.
Si tratta di province potenzialmente ricche ma attualmente povere. Province deturpate da secoli di lontananza dal mercato e dalla presenza del racket, di poteri criminali, di traffici illegali e mafiosi.
Oggi è in atto, per merito di industriali e commercianti coraggiosi, una nuova forma di lotta contro il racket che ha già avuto le sue vittime e i suoi morti. La politica centrale e soprattutto quella locale avrebbero dovuto precedere o quantomeno affiancare questa battaglia ma non pare che ciò sia avvenuto, anzi sembra esattamente il contrario per quanto riguarda i poteri locali, molti dei quali infiltrati da illegalità e mafioseria.

Tra le istituzioni e la criminalità organizzata esiste da tempo e si allarga sempre più un'ampia zona grigia, un impasto di indifferenza, contiguità, tolleranza, collusione. Il confine tra la zona grigia e i mercati illegali non è affatto blindato anzi è largamente permeabile. Si svolge un continuo andirivieni da quelle parti, gente che va e gente che viene. Si attenuano le asprezze dell'ordine pubblico in proporzione diretta all'andirivieni sul confine tra zona grigia e poteri criminali. Più il potere criminale riesce a legalizzare i suoi membri, i loro figli, i loro nipoti, più diminuisce la crudeltà della lupara. Ricordate il Padrino? La dinamica è quella.

Ma torniamo alla Sicilia di Lombardo. Aumenteranno le richieste di denaro pubblico e di autonomia locale della loro gestione. Non dimentichiamo che i padri dei Lombardo e dei Cuffaro volevano il separatismo, così come il Bossi di vent'anni fa voleva la secessione. Adesso sia gli uni che gli altri hanno capito che una forte autonomia abbinata a un altrettanto forte separatismo fiscale configurano una secessione dolce e duratura.

I due separatismi del Nord e del Sud hanno come obiettivo primario le casse dello Stato e come conseguenza la competizione tra loro a chi riuscirà meglio nell'impresa.

E' infine evidente che per fronteggiare una situazione di questo genere i poteri di quanto resta dell'autorità centrale dovranno essere rafforzati da robuste dosi di autoritarismo per tenere insieme le forze centrifughe operanti in tutto il sistema.

* * *

Questo quadro è qui descritto al nero ma può anche essere raccontato in rosa anzi in azzurro: un'autorità centrale forte ma democratica, un'articolazione regionale rappresentata dal Senato federale non diversamente da quanto accade nel sistema tedesco.
Ma sta di fatto che la Germania dispone di elementi centripeti molto robusti mentre in Italia la centrifugazione localistica è una costante secolare, anzi millenaria.

Quella che un tempo si chiamava sinistra trovava la sua identità nell'ideologia della classe. Ma la classe ormai non c'è più e perciò la sinistra è affondata. E' curioso che per spiegare la sparizione della sinistra dal Parlamento del 2008 si cerchino motivazioni di carattere elettorale.

Eppure, specie da parte di chi ancora pensa marxista, la spiegazione è evidente: quando una certa struttura delle forze produttive viene meno, l'effetto inevitabile è che scompaia anche la sovrastruttura che quelle forze avevano prodotto e configurato. Questi fenomeni erano già presenti da anni nella società italiana; i nodi sono arrivati al pettine in questa campagna elettorale.
Il popolo sovrano che si è manifestato nelle urne elettorali del 14 aprile è, con una maggioranza di oltre tre milioni di voti, più localistico che nazionale, vive più il presente che il futuro, è più identitario che innovatore e più protezionista che liberale. Questi sono dati di fatto con i quali è difficile anzi inutile polemizzare. Il Partito democratico ha conservato per fortuna la memoria del passato ma ha cambiato posizione e linguaggio diventando la maggiore forza politica a sostegno dell'innovazione e della modernizzazione delle istituzioni e della società.
Per spostare su questa strada le scelte future del popolo sovrano ci vorrà però uno sforzo senza risparmio soprattutto in due settori: la presenza sul territorio e una progettazione culturale che capovolga quella esistente. Soprattutto nel rapporto tra il tempo e la felicità, che deve includere anche gli esclusi e i nipoti. Non è compito da poco, significa recuperare nello stesso tempo il valore del passato e la creatività del futuro. Perciò basta con le condoglianze e buon lavoro per la democrazia italiana.

(20 aprile 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Nel giardino del papa / 2
Inserito da: Admin - Luglio 05, 2008, 09:24:42 am
Eugenio Scalfari

Nel giardino del papa / 2


I frutti e i fiori religiosi sbocciati in quest'arco di anni sono stati pochissimi, stentati, spesso bacati e intirizziti. Qualitativamente modesti, quantitativamente insignificanti  Ho scritto due settimane fa su questa pagina un articolo dal titolo 'La questione cattolica' al quale faccio seguito oggi. L'argomento è infatti di tali dimensioni da richiedere più di una puntata; su di esso del resto sono state scritte intere biblioteche e io stesso me ne sono occupato numerose volte.

Ora però voglio trattare il tema da un punto di vista poco frequentato e cioè: fino a che punto la presenza a Roma e in Italia della sede pontificia ha giovato alla religiosità dei cattolici italiani e al loro deposito di fede, di carità e di morale.

L'Italia e Roma sono considerate 'il giardino del papa', per dire un territorio da lui stesso coltivato e a lui in modo speciale dedicato. Nessun altro paese gode di questo privilegio che l'Italia tuttavia ha pagato ad un prezzo molto alto se consideriamo la questione dall'angolo visuale dello Stato italiano, della sua laicità e della sua democraticità. Se tuttavia nel giardino del papa la religiosità fosse lussureggiante, i valori di solidarietà rigogliosi, l'egoismo contenuto, il consumismo limitato alla fisiologia e non debordante in patologia, il senso di responsabilità radicato e l'adempimento dei doveri morali e sociali ampiamente diffuso, il prezzo storico pagato dallo Stato italiano risulterebbe ampiamente compensato dai vantaggi ricevuti dalla società.

È questo ciò che è avvenuto? Il giardino del papa ha fatto fiorire anche un giardino degli italiani e della società in cui vivono?

Non risalirò al passato remoto. Sarebbe facile ricordare che lo Stato Pontificio, cioè il potere temporale dei papi, fu elemento costante di divisione, ostacolo ad ogni ipotesi di unità italiana, fonte di guerre e - al proprio interno - esempio di potere assoluto sui sudditi, tenuti in condizioni di ignoranza e di soggezione da parte della nobiltà papalina e della gendarmeria vaticana. Ma questa è acqua passata. Occupiamoci soltanto del presente e del passato prossimo, occupiamoci cioè dell'episcopato italiano e del suo ruolo di magistero nei diciassette anni durante i quali è stato guidato dal cardinale Camillo Ruini, uscito di scena appena pochi giorni fa.


Ebbene, i frutti ed i fiori religiosi sbocciati in quest'arco di anni nel giardino del papa sono stati pochissimi, stentati, spesso bacati e intirizziti. Qualitativamente modesti, quantitativamente insignificanti.

I cattolici praticanti, nel senso della frequentazione della chiesa e dei sacramenti, ammontano a circa il 30 per cento, ma i cattolici di fervida fede non arrivano al 10 che si riduce al 7 al di sopra dei quindici anni di età.

Del resto la situazione non è migliore per quanto riguarda i laici. Il pensiero laico intensamente vissuto nei suoi valori di tolleranza, liberalismo democratico, responsabilità verso la società e verso le leggi dello Stato, rappresenta anch'esso tra il 5 e il 7 per cento della società. Come qualificare dunque la larghissima maggioranza dei cittadini di questo Paese, indipendentemente dal fatto d'aver ricevuto il battesimo e dalla maggiore o minore frequentazione della messa e dei riti sacramentali?

L'aggettivo più appropriato è indifferenti. Indifferenza religiosa. Indifferenza morale. Indifferenza civica.

L'indifferenza non preclude l'improvviso accendersi di fiammate d'entusiasmo, di passionalità e di avversioni. Anzi lo favorisce. Una coscienza dominata dall'indifferenza, priva di valori radicati, somiglia ad una vasta prateria priva di alberi, spazzata dai venti o schiacciata da una calma piatta e senza ombra. Un'intensa religiosità potrebbe essere - ed è stata ed è ancora in molti paesi - un elemento importante di coesione civica oltre che religiosa, ma la religiosità degli italiani non ha queste caratteristiche né l'episcopato ha fatto nulla per innestarle sull'indifferentismo ereditato da un lungo passato.

Semmai, nell'ultimo ventennio, questa situazione di arida precarietà è decisamente peggiorata. Basta guardare alla qualità culturale e religiosa dei vescovi per averne la prova. Dall'immediato dopoguerra fino al Vaticano II ci sono state figure eminenti nell'episcopato italiano, l'ultima delle quali è stata quella del cardinale Martini. Dopo di lui la qualità media dei vescovi italiani è stata di modesto spessore pastorale e intellettuale e di modestissima indipendenza. Ruini che li ha lungamente rappresentati appartiene del resto più alla categoria del politico-politicante che non a quella del pastore. Lui stesso l'ha ammesso nella sua omelia di addio di pochi giorni fa.

Nel giardino del papa la religiosità è dunque rappresentata da rovi e cespugli secchi. La politica invece signoreggia rigogliosamente. Torneremo ancora su quest'aspetto della questione cattolica.
(04 luglio 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. L'autunno sarà nero... Ma Tremonti ci salverà
Inserito da: Admin - Luglio 06, 2008, 09:40:57 pm
POLITICA

L'autunno sarà nero Ma Tremonti ci salverà

di EUGENIO SCALFARI


Non voglio eludere i problemi della giustizia e del come il presidente del Consiglio li ha dapprima aggravati, poi improvvisamente risolti aggravandoli di nuovo, col pieno e incondizionato consenso dei suoi ministri e ministre e in particolare del giovane Guardasigilli ridotto ad uno scendiletto del Sultano. Giovanni Sartori sul "Corriere della Sera" di ieri ha usato la parola "sultanato" per definire la situazione attuale dello Stato italiano. È un moderato che scrive quella parola sulla quale dovrebbero riflettere soprattutto gli altri eminenti colleghi di quel giornale.

Non voglio eludere questi problemi, ma li toccherò alla fine perché non sono quelli che occupano e preoccupano le famiglie italiane. Perciò sarà lo stato dell'economia il numero uno della mia agenda domenicale: l'aumento del tasso d'interesse deciso giovedì dalla Banca centrale europea, le reazioni che l'hanno accompagnata, la clamorosa scoperta del pro-dittatore Giulio Tremonti che ha indicato all'Europa la vera peste da estirpare per ritrovare equilibrio e stabilità e le nubi sempre più minacciose che preannunciano uno dei più neri autunni dell'economia mondiale.

La Bce (con voto unanime del suo direttorio allargato) ha aumentato dello 0,25 il tasso centrale di riferimento che è salito così a 4,25, due punti e un quarto più alto del tasso vigente in Usa. È possibile, anzi probabile che questo delta tra le due monete più importanti del mondo aumenti nel prossimo futuro poiché la Federal Reserve sembra intenzionata a diminuire il suo già bassissimo 2 per cento.

Nel momento stesso in cui la Bce stringeva la sua politica monetaria, il suo presidente si premurava di far sapere al mercato che la stretta si sarebbe per ora limitata a quello 0,25. Altri inasprimenti non erano previsti.

Questo modo di procedere è francamente incomprensibile. Non se ne comprendono le ragioni né la Bce ha fornito uno straccio di spiegazione. Egualmente abbottonati sono stati i commissari europei e il loro presidente Barroso, nonché i governatori delle Banche centrali nazionali, federate nella Bce, nel nostro caso Draghi. Tutti hanno affermato che la decisione della Bce era un atto necessario per stabilizzare l'inflazione, ma tutti hanno all'unisono ricordato che la predetta inflazione proviene dall'estero e quindi è fuori dal controllo europeo.

A sentire questi ragionamenti viene in mente la Nave dei folli. L'inflazione viene da fuori Europa. Quindi è fuori dal controllo della Bce. Il problema dell'Europa è la mancata crescita. Un altro problema dell'Europa è l'eccessivo apprezzamento dell'euro rispetto al dollaro. Tuttavia era necessaria la stretta della Bce che, per unanime riconoscimento, non scalfirà l'inflazione e darà uno spunto ulteriore all'apprezzamento dell'euro. Nave dei folli, puramente e semplicemente.

Aggiungo che la debolezza del dollaro è una delle cause non secondarie dell'aumento di prezzo del petrolio e delle materie prime: i produttori, pagati in dollari, aumentano i prezzi in moneta svalutata; i risparmiatori dal canto loro fuggono dal dollaro e investono in titoli petroliferi e in "commodities".

È possibile che la sola vera motivazione della dissennata decisione della Banca di Francoforte sia quella di rafforzare la sua indipendenza dai governi europei. Dunque una motivazione di pura immagine. Se questo fosse il movente una decisione scriteriata sarebbe stata presa per sole ragioni d'immagine. Noi italiani non siamo nuovi, purtroppo, a politiche determinate da questioni d'immagine ma speravamo che in Europa le cose andassero diversamente. Un'altra disillusione tra tante.

* * *

Per fortuna il nocciolo della questione l'ha intuito Tremonti. Ha detto che l'aumento di prezzo del petrolio e delle derrate di base non proviene da una carenza di offerta né da un eccesso di domanda ma dalla speculazione. Bisogna dunque tagliare le unghie agli speculatori e lui ha scoperto il modo per farlo: utilizzare l'articolo 81 del Trattato istitutivo della Comunità europea il quale prevede che la Comunità possa usare strumenti appropriati per stroncare manovre speculative se fosse provato che alcuni operatori colludono tra di loro per manipolare il mercato.

Tremonti, con ammirevole rapidità, invierà nelle prossime quarantott'ore una proposta all'Ecofin e alla Commissione europea per applicare alla speculazione internazionale l'articolo 81 del Trattato.

Le autorità europee hanno giudicato interessante la proposta di Tremonti anche se di non facile attuazione. La gran parte dei "media" italiani ha applaudito all'inventiva tremontiana così apprezzata nel mondo intero. Il nostro pro-dittatore dell'economia ha incassato per quarantott'ore le prime pagine dei giornali e delle Tv. Un risultato di immagine perché altro non accadrà né può accadere.

Altro non può accadere per le seguenti ragioni:

1. Non è affatto sicuro che la speculazione sia la vera causa dell'aumento dei prezzi e quindi dell'inflazione.

2. Quand'anche, non è affatto sicuro che gli speculatori siano collusi tra di loro per manipolare il mercato.

3. Quand'anche, raggiungere la prova della suddetta collusione sarebbe difficilissimo.

4. Quand'anche, l'Europa non possiede nessuno strumento per stroncare un'eventuale manipolazione del mercato che si svolge su piazze non europee. Bisognerebbe nientemeno impedire acquisti di titoli "derivati" e "futuri" che sono negoziati in dollari su piazze americane, soprattutto a Chicago e a New York. Il governo Usa ha già manifestato la propria contrarietà a intervenire su quei mercati. Di lì dunque non si passa.

Tremonti naturalmente queste cose le sa benissimo. Perde tempo. Non caverà nessun ragno da nessun buco. Gli serve per consolidare la sua immagine in un circuito mediatico dominato dal conformismo e per distrarre l'opinione pubblico con lo spauracchio d'un nemico esterno che non c'è. Un untore che non esiste, indicato come autore della peste speculativa. L'ha scritto ieri Giavazzi e, una volta tanto, sono completamente d'accordo con lui.

***

Le tante buone cose con le quali, dopo il pessimo governo economico di Prodi-Padoa Schioppa-Visco, il governo Berlusconi-Tremonti sta risollevando l'economia italiana.

a) Una finanziaria snella, un bilancio redatto per "missioni", il taglio delle spese correnti intermedie. Tutte queste cose erano state preparate e inserite da Padoa-Schioppa nella Finanziaria 2009. L'ha ricordato la settimana scorsa l'Ufficio Studi di Confindustria che ha lodato la continuità Padoa-Tremonti. Ma nessuno ha ripreso questa non trascurabile annotazione e Tremonti meno che mai.

b) Il taglio dell'Ici ha una copertura di 2.600 milioni di euro, ma gli uffici della Camera e del Senato hanno scoperto che quel provvedimento costerà molto di più. I tecnici del Senato hanno quantificato il costo del provvedimento in 3,7 miliardi, il relatore della Commissione bilancio, Gilberto Pichetto del Pdl, è arrivato a 3,5 miliardi, 900 milioni in più della copertura esistente. Dunque il Tesoro ha spedito in Parlamento un provvedimento "scoperto" per il 35-40 per cento. Incoscienza, incapacità o abilità truffaldina? Tanto, almeno in prima battuta, il taglio dell'imposta grava sui Comuni. Peggio per loro.

c) Molti commentatori hanno notato che - contrariamente a quanto affermato in campagna elettorale - le tasse non diminuiranno affatto, fino al 2013 la pressione fiscale resterà esattamente quella attuale. In compenso una serie di segnali fa prevedere che una parte di questo peso graverà ancora di più sul lavoro dipendente e un po' meno sul lavoro autonomo, sulle partite Iva e sui professionisti.

d) Per rilanciare la crescita bisognerebbe detassare i salari e le pensioni, sostenere i giovani e gli incapienti. Il Partito democratico pensa di mobilitare i suoi aderenti su questi obiettivi, ma il governo risorse non ne ha e nemmeno le cerca.

e) Le cerca però per tenere in vita Alitalia dopo averne impedito la vendita all'Air France nel marzo 2007. Il piano allo studio di Banca Intesa prevede una "nuova Alitalia" senza debiti né esuberi di personale, da cedere a investitori privati, e una "vecchia Alitalia" a carico dello Stato con dentro tutti i debiti e tutte le spese per ammortizzare le migliaia di lavoratori che saranno licenziati. Il costo di queste operazioni non sarà inferiore ai 3 miliardi. Quanto alla "nuova Alitalia", sarà con ogni probabilità una piccola compagnia italiana per rotte prevalentemente italiane. Naturalmente di bandiera.

f) Infine gli oneri sul bilancio dello Stato derivanti dall'aumento del tasso di interesse europeo. Sul "Sole 24 ore" di ieri l'aggravio viene stimato in 10 miliardi, da spalmare sui prossimi cinque anni, tenendo presente che il peso maggiore graverà su quest'anno e sul prossimo perché c'è una massa di Bot e Cct in scadenza, contrattati a tassi di poco superiori al 2 per cento. Solo per il 2008 l'aggravio per il Tesoro è previsto in 2,5 miliardi di euro.

Questa purtroppo è la situazione. Aumento di salari? È l'ultima delle cose che occupa Tremonti. Lui pensa ad altro. Fuffa probabilmente. Oppure al suo libro-vangelo che dice tutto e il contrario di tutto.

* * *

Berlusconi e la giustizia. Il lodo Alfano va avanti. La maggior parte dei costituzionalisti italiani ritiene che ci siano motivi di incostituzionalità, ma questo riguarderà eventualmente la Corte. Sta di fatto che l'immunità riguarda in tutta Europa soltanto la Regina di Inghilterra, il Re di Spagna e il Presidente francese. Nessun capo di governo. Dico nessuno.
L'emendamento blocca-processi è "irragionevole" come recita il parere del Csm e come sostiene tutta la dottrina giurisprudenziale italiana. Intaserà irrimediabilmente il sistema. Ma il servitorello che guarda i sigilli ha già detto che non verrà tolto. Quindi il famoso dialogo con l'opposizione non riprenderà.
Ma dialogo su che cosa? La sola questione ancora in piedi riguarda la legge elettorale che però è un tema di là da venire. Altro non c'è per la semplice ragione che quel che c'era il Sultano l'ha già risolto per conto proprio in privata solitudine.

Sarà dunque una legislatura di battaglia. Il collega di talento cui ho fatto cenno la scorsa settimana proponeva che l'opposizione rilasciasse al "premier" un salvacondotto giudiziario. Mi parve un'idea bizzarra e anche bislacca e l'ho scritto. Ma ora anche questa questione è stata risolta: il nostro presidente del Consiglio il salvacondotto se l'è firmato da solo. Non ha bisogno di aiuti. La sola persona che ancora lo impensierisce un po' è la moglie Veronica ma per ora su quel fronte non ci sono novità.

Il resto spetta agli italiani di buona volontà. Perciò diamoci da fare.



(6 luglio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Un disegno perverso e autoritario
Inserito da: Admin - Luglio 13, 2008, 12:21:52 pm
POLITICA IL COMMENTO

Un disegno perverso e autoritario

di EUGENIO SCALFARI


E' NECESSARIO parlare di giustizia, della legge Ghedini-Alfano in via di velocissima approvazione, dell'emendamento blocca-processi e del suo auspicato smantellamento, del divieto ai giornali di riferire notizie sulla fase inquirente delle inchieste giudiziarie. È necessario ribadire con forza, come ha fatto Ezio Mauro nel suo articolo di venerdì, la vergogna d'una strategia dominata dall'ossessione del "premier" di evitare a tutti i costi e con tutti i mezzi la celebrazione di un processo a suo carico per un reato assai grave (corruzione di magistrati) che non rientra nelle sue funzioni ministeriali; un reato infamante di diritto comune sottratto all'accertamento giurisdizionale con un grave "vulnus" dell'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Tutto ciò è necessario e bene ha fatto il Partito Democratico ad opporsi con fermezza al complesso di questi atti legislativi, inaccettabili sia nel merito sia nelle procedure e nella tempistica che li hanno caratterizzati. Ma c'è un aspetto della situazione ancora più grave perché va al di là del caso specifico della denegata giustizia riguardante Silvio Berlusconi. E riguarda il mutamento in corso della Costituzione materiale.

Si sta infatti verificando dopo appena due mesi dall'insediamento del governo un massiccio spostamento di potere verso la figura del "premier" e del governo da lui guidato, un'intimidazione crescente nei confronti della magistratura inquirente e giudicante, una vera e propria confisca del controllo parlamentare di cui gli attori principali sono gli stessi presidenti delle due assemblee e la maggioranza parlamentare nel suo complesso. Non si era mai visto nei sessant'anni di storia repubblicana un Parlamento così prono di fronte al potere esecutivo che dovrebbe essere sottoposto al suo controllo.

Le Camere si sono di fatto trasformate in anticamere del governo, i loro presidenti hanno accettato senza fiatare che decreti firmati dal capo dello Stato per ragioni di urgenza fossero manomessi da emendamenti indecenti e non pertinenti, disegni di legge dei quali il capo dello Stato aveva rifiutato la decretazione per evidente mancanza dei presupposti di urgenza sono stati votati in quarantott'ore invertendo l'ordine dei lavori e l'intera agenda parlamentare.

Lo ripeto: qui non emerge soltanto l'ossessione dell'imputato Berlusconi, emerge un mutamento profondo ed estremamente pericoloso della Costituzione materiale della Repubblica, che avvia la democrazia italiana verso forme autoritarie, affievolisce l'indipendenza e lo spazio operativo dei contropoteri, mette in gioco gli istituti di garanzia a cominciare da quello essenziale della Presidenza della Repubblica.

Siamo entrati in una fase politica dominata dall'urgenza, qualche volta reale ma assai più spesso inventata e suscitata artificialmente. L'urgenza diventa emergenza, l'emergenza diventa eccezionalità. Il governo opera come se ci trovassimo in condizioni di stato d'assedio o in presenza di enormi calamità naturali; i decreti si susseguono; i testi dei provvedimenti finanziari sono approvati in nove minuti senza che nessuno dei componenti del governo ne abbia preso visione; la velocità diventa un valore in sé indipendentemente dal merito; la schedatura dei "rom" e dei loro bambini deve essere eseguita a passo di carica; tremila militari debbono affiancare trecentomila poliziotti e carabinieri per dare ai cittadini la sensazione di una minaccia incombente ed enorme e al tempo stesso la rassicurazione dell'intervento dell'Esercito per dominarla.

Questo sta avvenendo sotto gli occhi d'una pubblica opinione sbalordita, ricattata da paure inconcrete e invelenita dall'antipolitica dilagante che provvede ad infiacchirne la responsabilità sociale e il sentimento morale.

* * *

È pur vero che nell'era globale gli enti depositari a vari livelli di poteri sovrani debbono poter decidere con appropriata rapidità. La rapidità è diventata addirittura uno dei requisiti di merito delle decisioni poiché la lentocrazia non si addice alla dimensione globale dei problemi. A livello locale, nazionale, continentale, imperiale, la rapidità rappresenta un valore in sé che comporta un'autorità centralizzata ed efficiente. Il paradigma più calzante di questa forma post-moderna di democrazia presidenziale è fornito dagli Stati Uniti, dove il Presidente, direttamente eletto, fruisce di strumenti di alta sovranità e d'un apparato amministrativo che a lui direttamente si rapporta. La democrazia presidenziale cesserebbe tuttavia di esser tale se non fosse collocata in uno stato di diritto fondato sull'esistenza di poteri plurimi reciprocamente bilanciati. Il primo di tali poteri bilanciati è l'autonomia degli Stati dell'Unione, che delimita territorialmente la competenza federale.

Il secondo è il Congresso e in particolare il Senato dove il legame elettorale dei senatori con i cittadini dello Stato in cui sono stati eletti è nettamente superiore al legame verso il partito di appartenenza: partiti liquidi che hanno piuttosto le sembianze di comitati elettorali finalizzati alla selezione dei candidati piuttosto che alla custodia di ideologie e discipline partitocratiche. In queste condizioni i membri del Congresso e le sue potenti commissioni rappresentano un "countervailing power" di particolare efficacia sia nell'ambito finanziario sia nella nomina di tutti i dirigenti dell'amministrazione federale sia nei poteri d'inchiesta e di controllo che non sono affievoliti dalla labile appartenenza ai partiti.

Il terzo potere risiede nella Suprema Corte che agisce sulla base dei ricorsi intervenendo sulla giurisdizione e sulla costituzionalità.

Il quarto potere è quello della libera stampa, nella quale nessun altro potere ha mai chiesto restrizioni e vincoli speciali a tutela di istituzioni e di pubbliche personalità. Giornali e giornalisti incorrono, come tutti, nei reati contemplati dalle leggi ma non esiste alcun limite alla stampa di pubblicare notizie su qualunque argomento e qualunque persona, tanto più se si tratti di personaggi pubblici, della loro attività pubblica e dei loro comportamenti privati e privatissimi.

Questo è nelle sue grandi linee il quadro complesso della democrazia presidenziale, ulteriormente arricchito dalla pluralità delle Chiese e dalla libertà religiosa che ne consegue. Non si tratta certo d'un modello statico né di un modello privo di storture, di vizi, di grandi e grandissime magagne; tanto meno di una società ideale da imitare in tutto e per tutto. Ma configura un punto di riferimento importante nell'evoluzione di un centralismo democratico nell'ambito dello Stato di diritto e della separazione bilanciata dei poteri e dei contropoteri. Nulla di simile alla nuova Costituzione materiale verso la quale si sta involvendo la situazione italiana.

* * *

Sbaglierebbe di grosso chi ritenesse che l'involuzione del nostro sistema verso istituzioni di democrazia deformata risparmi l'economia. In realtà essa è la più esposta alle intemperie dell'interventismo pubblico e delle cosiddette politiche creative e immaginose delle quali abbiamo già fatto tristissima esperienza nel quinquennio tremontiano 2001-2006. Quelle politiche sono ritornate all'opera in un quadro internazionale ancor più complesso e preoccupante.

L'esempio che desta maggior allarme è fornito dal caso Alitalia del quale abbiamo più volte parlato e che ora sembra delinearsi in tutta la sua gravità. A quanto risulta dalle più attendibili indiscrezioni fatte filtrare direttamente dall'"advisor" Banca Intesa, si procede verso la formazione di una "nuova Alitalia" che potrebbe utilizzare l'80 per cento delle rotte di volo sul territorio nazionale e del personale di volo e di terra necessario all'esercizio di questa attività. La proprietà della nuova compagnia sarebbe interamente privata e nazionale. Essa non avrebbe più alcun debito poiché debiti, perdite, esuberi di personale sarebbero interamente trasferiti ad una "bad company" o "vecchia Alitalia" che dir si voglia, di proprietà pubblica, avviata alla liquidazione con tutti gli oneri conseguenti.

In uno schema di questo genere il maggior beneficiario è rappresentato dai proprietari di Air One, società sostanzialmente fallita che scaricherebbe i suoi debiti e le sue perdite nella "bad company" e percepirebbe quote azionarie della "new company": un salvataggio in piena regola a carico del danaro pubblico. Molti altri aspetti assai dubitabili si intravedono in questo progetto, lo sbocco del quale sarebbe una compagnia regionale del tipo della Sabena o della Swiss Air, risorte sulle ceneri di un fallimento per servire un mercato poco più che regionale. Se questo accadrà, l'opinione pubblica e i dipendenti di Alitalia avranno modo di misurare il danno che la sconsiderata condotta di Berlusconi-Tremonti ha procurato al Paese affondando la trattativa con Air France senza alcun piano alternativo e agitando lo specchietto per allodole della Compagnia di bandiera.

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Tiene ancora banco la disputa tra Tremonti e Draghi sulla "Robin Hood Tax". Nella recente riunione dell'Abi (Associazione bancaria italiana) il ministro e il governatore erano entrambi presenti e parlanti. I giornali hanno riferito in dettaglio lo scontro - peraltro assai sorvegliato nelle forme - che si è verificato tra i due, col governatore che ha battuto sulla necessità di evitare che la "Robin Tax" si traduca in un aggravio dei costi dell'energia e dell'attività bancaria e il ministro che difendeva la sua figura di difensore dei ceti deboli e di severo tassatore dei profitti speculativi. "Prima si tassavano gli operai che non potevano certo trasferire su altri le loro imposte" ha detto ad un certo punto il ministro dell'Economia guardandosi fieramente intorno come gli capita di fare quando pensa d'aver inferto un colpo dritto al petto dell'avversario.

Prima si tassavano gli operai. I lavoratori dipendenti. Certo, è così. È stato sempre così perché i lavoratori dipendenti sono stati la sola categoria sociale che ha pagato le tasse per intero, salvo dover accettare d'immergersi nel precariato del lavoro nero con tutto ciò che ne consegue sia sul piano salariale sia sulle protezioni antinfortunistiche e le provvidenze sociali. Prima si tassavano gli operai. Perché il ministro usa l'imperfetto storico? Ora non si tassano più? Al contrario: ora si tassano ancora più di prima. Basta scorrere le cifre uscite dall'Istat appena due giorni fa.

Il peso dell'Irpef è in aumento e, all'interno del gettito dell'imposta personale, è in aumento l'onere dei lavoratori in genere e di quelli dipendenti in particolare. Prima si tassavano? Mai come adesso sono tassati, onorevole Tremonti ed è proprio lei a farlo. Perciò non usi l'imperfetto storico perché il tema è terribilmente presente (e futuro).

* * *

Lo stesso Tremonti ha presentato nei giorni scorsi a Bruxelles il suo documento sull'importanza della speculazione nell'aumento dei prezzi dell'energia e delle "commodities". Avrebbe dovuto essere, nelle aspettative del ministro e dei tanti giornali che gli fanno coro, una sorta di marcia trionfale. Invece è stato un flop né poteva essere altrimenti per le tante ragioni che abbiamo elencato domenica scorsa. Le autorità europee hanno cortesemente messo in dubbio che l'aumento dei prezzi derivi dalla speculazione (la stessa osservazione ha fatto Draghi nella riunione dell'Abi sopra ricordata), hanno messo in dubbio che si possa dimostrare una collusione tra operatori e infine hanno messo in dubbio che l'Europa abbia strumenti adeguati per intervenire sul mercato delle "commodities" e del petrolio che si svolge per la maggior parte su piazze extraeuropee.

Questa storia della speculazione peste del secolo è un modo come un altro di suscitare un nemico esterno immaginario e distrarre l'attenzione da realtà assai più rilevanti e preoccupanti. Così il governo affronterà un durissimo autunno. Ora anche la Marcegaglia è "estremamente preoccupata" dal calo di produzione industriale dello scorso maggio e di quanto ancora si prevede per giugno e per i mesi successivi. Ma non lo sapeva, non lo prevedeva, non era nei segnali delle sue antenne, gentile presidente di Confindustria? Il clima era buono fino a un paio di settimane fa, diceva lei. Dunque una brutta sorpresa, un fulmine a ciel sereno? Stia più attenta, signora Marcegaglia: questa è roba seria e non ci si può impunemente distrarre.

(13 luglio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. LA CHIESA E I PAGANI/3
Inserito da: Admin - Luglio 20, 2008, 08:15:08 am
Eugenio Scalfari


LA CHIESA E I PAGANI/3


Vaticano e Cei hanno stretto un'alleanza di ferro, basata su vantaggi cospicui nel settore delle risorse economiche, delle scuole cattoliche e del veto a ogni discussione bioetica  Ho ancora qualche cosa da aggiungere alla piccola serie sul 'giardino del Papa' e cioè sulla questione cattolica come si è configurata nei secoli e ancora continua a configurarsi in Italia. Questa sarà l'ultima puntata, ma altri interventi inevitabilmente seguiranno perché le posizioni tra la Chiesa e lo Stato, tra la Chiesa e i cattolici e il pensiero laico sono dinamiche e meritano di essere registrate in tutte le loro evoluzioni.

Desidero tuttavia premettere a quest'ultima puntata un breve cenno sull'intervento di alcuni personaggi, in particolare Sabina Guzzanti, che hanno avuto luogo qualche giorno fa in Piazza Navona a Roma nel corso di una manifestazione politica indetta da Antonio Di Pietro e dal suo partito. C'è stata discussione dopo questa manifestazione per distinguere la satira e i comici che la praticano dalla politica; dibattito tuttavia chiuso dalla stessa Guzzanti che ha rivendicato (secondo me giustamente) il diritto dei comici di esprimersi in quanto cittadini e dunque di esprimere le intenzioni e di produrre gli effetti politici che i loro interventi creano.

Giudicato dunque da questo punto di vista 'autentico' l'intervento aggressivamente irrisorio e insultante della Guzzanti nei confronti di Benedetto XVI è stato di pessima qualità, mosso evidentemente da problemi di visibilità esasperata che, uniti agli urlacci di Grillo, hanno finito per connotare l'intera manifestazione. C'erano alcune migliaia di cittadini in quella piazza spinti dall'intenzione di manifestare contro il governo per validissime ragioni. Come può accadere quando si prepara una maionese con uova fresche e ingredienti di buona qualità e tuttavia basta un piccolo errore di dosaggio per farla impazzire, così le insulse intemperanze di alcuni personaggi hanno deturpato e reso politicamente inservibile quella manifestazione.


Detto questo torniamo al nostro tema che oggi riguarda il rapporto che negli anni recenti ha posto la Chiesa a confronto con i governi italiani, con la politica e quindi anche con i cattolici che ne costituiscono un elemento fondamentale. Parlo qui - lo ripeto - del rapporto tra la Chiesa intesa come gerarchia ecclesiastica e i governi; non lo Stato (aspetto sul quale ci siamo già intrattenuti nelle precedenti puntate), ma i governi, da quando nel 1992 scomparve la Dc dalla scena italiana e con essa la cosiddetta unità politica dei cattolici.

Sarebbe potuto accadere - e fu auspicato da molti esponenti sia del mondo cattolico sia di quello laico - che la fine dell'unità politica dei cattolici coincidesse con un impegno maggiore da parte della gerarchia sulla predicazione propriamente religiosa, pastorale, morale. Ce ne sarebbe stato grande bisogno perché la società italiana stava antropologicamente e culturalmente cambiando nel profondo come era già accaduto in gran parte delle società occidentali, con un processo assai rapido di secolarizzazione e di indifferentismo religioso e, dal punto di vista della Chiesa, riproponeva con la massima urgenza la necessità di affrontare la questione della modernità in tutti i suoi numerosi e complessi aspetti.

Questa attesa, anzi questa necessità, è stata completamente delusa ed elusa. L'attività pastorale è rimasta affidata al clero minore e ad alcune comunità cattoliche (Paolini, salesiani, Sant'Egidio), mentre la gerarchia in quanto tale e gran parte delle comunità, a cominciare dall'Opus Dei e da Comunione e liberazione, hanno imboccato il sentiero della politica (e degli affari), privilegiando il pragmatismo e la spregiudicatezza.

Da questo punto di vista il papato di Wojtyla è stato molto complesso. La deriva politicizzante vi ha avuto il suo terreno di coltura perché Giovanni Paolo II sostanzialmente si disinteressò della 'provincia italiana'.Vedeva il mondo intero come terra di missione, aveva l'assillo di porsi dalla parte dei deboli e degli esclusi nel momento in cui - anche per sua diretta azione - la grande ipocrisia del socialismo reale era implosa. Possedeva capacità e virtù mediatiche di prima grandezza e le mise al servizio del suo disegno planetario.

I conti con la gerarchia ecclesiastica italiana non lo interessavano e lasciò a briglia lunga la coltivazione del 'giardino del Papa' ai vescovi italiani e alla Conferenza episcopale. Situazione che si è nettamente aggravata col pontificato attuale. Qui non c'è più, come ai tempi di Wojtyla, la lontananza del Papa ma al contrario la sua costante presenza a guida e sostegno dell'interventismo politico della Cei e delle comunità che l'affiancano.

Con questa conseguenza: lo stretto rapporto politico e personale del Vaticano e della Cei con la forza politica e il suo leader più 'pagani' che si siano avuti dalla storia italiana. Devoti forse, pagani nel modo più popolaresco e rozzo, negli interessi, nel costume, nei modi di pensare e di vivere. Pagani da basso impero.

Con questo tipo di forza politica Vaticano e Cei hanno costruito un'alleanza di ferro, basata su vantaggi cospicui nel settore delle risorse economiche, delle scuole cattoliche, del veto a ogni discussione bioetica che non si svolga sotto l'ala chiesastica, col rinvio del confronto con la modernità all'interno del mondo cattolico. Il 'giardino del Papa' è un ammasso di rovi religiosi e di fiori politici e lo si vede dal bisogno crescente dei cattolici 'religiosi', diventati stranieri nella propria terra.

(18 luglio 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. La spazzatura di Napoli e quella del governo
Inserito da: Admin - Luglio 20, 2008, 05:59:50 pm
POLITICA

L'EDITORIALE


La spazzatura di Napoli e quella del governo

di EUGENIO SCALFARI



NAPOLI restituita all'Occidente è uno slogan enfatico che Berlusconi ha usato per celebrare lo sgombero dei rifiuti dopo 56 giorni dall'inizio dell'operazione. Un po' enfatico ma tuttavia adatto alla circostanza. Erano infatti sette od otto anni che il problema dei rifiuti, con alti e bassi, affliggeva la città e la provincia.
I responsabili sono molti: il governo di centrodestra 2001-2006, il governo Prodi 2006-2008, il sindaco Russo Jervolino, il presidente della Regione Bassolino, la società Impregilo, alcuni dei commissari che si sono succeduti, Pecoraro Scanio ministro dell'Ambiente. E soprattutto la camorra.

Ma il culmine del disastro è avvenuto nel biennio prodiano e il centrosinistra ne porta la responsabilità. Berlusconi da quel grande comunicatore che è l'ha capito al volo, ci ha impostato la campagna elettorale e poi i primi atti del suo governo. Dopo due mesi ha risolto il problema. Non era poi così difficile ma segna la linea di confine tra chi privilegia il fare sul mediare, tra chi ha carisma e chi non ce l'ha.

Dopodiché Berlusconi resta quello che è, un venditore al quale il successo ha dato alla testa, un egocentrico, un populista, un demagogo. Ma se non gli riconosciamo i pochi meriti che ha e soprattutto i demeriti dei suoi avversari su questo specifico tema diventa difficile criticarlo come merita di esserlo e con la durezza che la situazione richiede.

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Quanto a tutto il resto, dare consigli al nostro presidente del Consiglio su come dovrebbe governare è tempo perso: lui, come scrisse Montanelli quando lasciò la direzione del "Giornale", si ritiene un incrocio tra Churchill e De Gaulle. Dare consigli a Tremonti è addirittura patetico: il pro-dittatore della nostra economia pensa e dice che Berlusconi gli è spesso d'impaccio.

Tra i due s'è aperta negli ultimi tempi una gara di megalomania di dimensioni patologiche che dovrebbe seriamente preoccupare i loro collaboratori, i loro alleati e soprattutto i cittadini da loro sgovernati.
Personalmente credo che la cosa più utile sia quella di filmare, fotografare, raccontare alcuni passaggi significativi dei due "statisti" con l'intento di risvegliare la pubblica opinione; tentativo che ha già avuto qualche successo se è vero che i più recenti sondaggi registrano un calo di dieci punti nei consensi del capo del governo tra giugno e luglio.

Per quanto riguarda il pro-dittatore dell'economia non si hanno ancora dati ma il mugugno cresce e si diffonde. La polizia di Stato scende in piazza, famiglie e lavoratori sono sempre più incattiviti, tra gli imprenditori grandi e piccoli preoccupazione e malcontento si tagliano a fette, i leghisti scalpitano, Regioni e Comuni sono sul piede di guerra.
Non è propriamente un bel clima e molti segnali dicono che peggiorerà.

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La fotografia più tragica di Berlusconi (tragica per il Paese da lui rappresentato) ci è arrivata dal G8 di Tokyo. Terminate le riunioni di quell'ormai inutile convegno di impotenti, il nostro "premier" ha dato pubblicamente le pagelle agli altri sette protagonisti come fanno i giornali sportivi dopo le partite di Coppa e di Campionato. Con i voti e le motivazioni. Il nostro ha dato le pagelle sul serio. Poi, con appena un pizzico di ironia, l'ha data anche a se stesso concludendo che il migliore era lui.

Tre giorni dopo, parlando ai parlamentari del suo partito, ha ricordato che quello di Tokyo era il terzo G8 cui partecipava e saranno quattro l'anno prossimo. "Non merito un applauso?" ha detto ai suoi deputati. Naturalmente l'ha avuto.

Come si fa a giudicare un uomo così, che arriva al punto di tirare in ballo Maria Goretti quando parla della Carfagna? Che ha immobilizzato la politica per sfuggire ad un suo processo? Che per bloccare il prezzo del petrolio propone una riunione dei paesi consumatori per determinarne il livello massimo? Che accusa di disfattismo tutti quelli sono pessimisti sull'andamento dell'economia internazionale e italiana? E il pessimismo di Tremonti allora? Non è il suo superministro dell'economia? Siamo nel più esilarante e tragico farnetico.

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Di Giulio Tremonti, tanto per cominciare, voglio ricordare tre recentissimi passaggi.
Il primo riguarda i condoni da lui effettuati durante la legislatura 2001-2006. Qualche giorno fa la Corte di Giustizia dell'Unione europea ha condannato l'Italia per il condono sull'Iva del 2002 e per il condono "tombale" del 2004. La motivazione è durissima: "Richiedendo il pagamento di un'imposta assai modesto rispetto a quello effettivamente dovuto, la misura in questione ha consentito ai soggetti interessati di sottrarsi agli obblighi ad essi incombenti.
Ciò rimette in discussone la responsabilità che grava su ogni Stato membro di garantire l'esatta riscossione dell'imposta. Per questa ragione la Corte dichiara che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi degli articoli..." eccetera eccetera. Stupefacente il commento di Tremonti con una nota ufficiale del suo ministero: "Messaggio ricevuto. Per il futuro c'è un esplicito impegno del governo ad evitare nuovi condoni".

Bene. I lettori ricorderanno che in tutto quel quinquennio la politica economica di Tremonti fece dei condoni lo strumento principale insieme ad altri trucchi della cosiddetta finanza creativa. La ragione di questa bizzarra e bislacca strategia fu quella di invogliare i contribuenti disonesti a patteggiare su una base minimale che procurasse tuttavia entrate capaci di far cassa fino al mutamento congiunturale che Tremonti dava per imminente.

Ma poiché quel mutamento tardava, l'evasione aumentava e il debito pubblico anche, il risultato fu che nel 2006 Tremonti consegnò a Padoa-Schioppa un'economia a crescita zero, un deficit del 4,6 del Pil, l'Italia sotto inchiesta europea per infrazione degli accordi di stabilità e l'avanzo primario tra spese e entrate annullato. Spettò a Padoa-Schioppa e a Visco di raddrizzare quella catastrofe, cosa che riuscirono a fare in meno di un biennio senza imporre alcuna nuova tassa né aumentare alcuna aliquota ed anzi abbassando di 5 punti le imposte sulle imprese e sul lavoro. Messaggio ricevuto, dice oggi Tremonti. Il quale ovviamente sapeva di violare con i suoi condoni le regole della Comunità europea e di fare contemporaneamente un enorme favore agli evasori.

Secondo passaggio. Tremonti ha presentato lo sgravio dell'Ici indicando una copertura di 2.600 miliardi. Successive analisi della Commissione bilancio e del servizio studi del Senato hanno accertato che il costo di quella misura era di un miliardo e mezzo in più. Un ministro-statista del calibro di Tremonti non dovrebbe presentare provvedimenti scoperti per oltre un terzo. Adesso comunque la copertura è saltata fuori. Da dove non è chiaro. Perciò domando: da dove? Mi si dice: nelle pieghe del bilancio c'è sempre qualche riserva. Qualche tesoretto? O che cosa?

Terzo passaggio. Polizia e Carabinieri stanno facendo il diavolo a quattro per i tagli al ministero dell'Interno e della Difesa. Hanno ragione. Anche Berlusconi, anche Maroni, anche La Russa stanno strepitando. Ed ecco la brillante idea: ci sono caserme e immobili del demanio da vendere. Vendiamole e col ricavato diamo un po' di soldi alla Polizia e ai Carabinieri. In realtà quando si vende un bene del demanio, cioè del patrimonio dello Stato, il ricavato dovrebbe andare a diminuzione del debito pubblico.

Non è così, onorevole ministro? Non a spese correnti, tanto più che i ricavi di una vendita sono "una tantum" e allora? Tre passaggi, tre fotogrammi, un personaggio. Un po' bugiardino. Con poca coerenza e molta "volagerie" negli atti e nelle opinioni.
A lui sono affidati i nostri destini economici, mi viene la pelle d'oca al solo pensiero.

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Tralascerei il capitolo che i giornali hanno intitolato: "Brunetta e i fannulloni". Se non per dire che gran parte delle regole sulle visite fiscali e le sanzioni contro gli assenteisti risalgono al 1998. Non furono applicate perché per effettuare seriamente i controlli previsti ci voleva (e ci vorrà) un apparato organizzativo più costoso dei vantaggi di efficienza da conseguire.

Brunetta però ha ragione: lo sconcio dell'assenteismo e ancor più del doppio lavoro dovrebbe esser represso. Ma la faccia feroce serve a poco. Ci vuole un approccio appropriato. Per esempio la responsabilità dei dirigenti. Basterebbe controllarli da vicino e stabilire per loro premi o sanzioni sulla base dei risultati.
Quanto all'idea di azzerare i premi esistenti incorporati negli stipendi, tutto si può fare salvo schierare un ministro contro al categoria da lui amministrata. Si finisce con lo sbatterci il muso e farsi male.

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Scusatemi se torno su Tremonti ma il personaggio merita attenzione.
Dice che quella che stiamo attraversando è la crisi internazionale più grave dal 1929 e forse peggio di allora. Dice che fu il solo ad averlo capito fin dal giugno 2007. Veramente in quegli stessi giorni lo scrisse anche Stiglitz, premio Nobel per l'economia, lo scrisse anche Nouriel Roubini, docente alla New York University e, assai più modestamente, anche il sottoscritto.

Comunque Tremonti capì e me ne rallegrai a suo tempo con lui. Ma visto che aveva capito, sapeva fin da allora che soldi da buttar via non ci sarebbero stati. Perciò avrebbe dovuto fermare la mano di Berlusconi quando promise in campagna elettorale l'abolizione dell'Ici e l'effettuò nel suo primo Consiglio dei ministri. Avrebbe risparmiato 4 miliardi di euro, un vero tesoretto da destinare alla detassazione dei salari. Invece non l'ha fatto.

Quattro miliardi buttati al vento. Non va bene, onorevole Tremonti. So che lei ha in mente di utilizzare la Cassa depositi e prestiti, il risparmio postale e le Fondazioni bancarie per finanziare le infrastrutture. E' un progetto ardito, soprattutto ardito usare il risparmio postale.

Comunque, di quali infrastrutture si parla? Quelle disegnate col gesso da Berlusconi nel 2001 sulla lavagna di Vespa e rimaste al palo? Vorremmo un elenco, le priorità, il rendimento e l'ammontare delle risorse. Si tratta comunque di progetti ad almeno tre anni. Nel frattempo dovranno intervenire le banche.
Sempre le banche. Per Alitalia, per le infrastrutture, per gli "swap", per i mutui immobiliari. Intanto i tassi salgono, gli oneri per il Tesoro aumentano, la pressione fiscale non diminuirà. La sua Finanziaria è piena di buchi e dove non ci sono buchi ci sono errori di strategia. Lei ha gratificato D'Alema con l'appellativo di statista.

D'Alema se lo merita immagino l'avrà ringraziata. Ma non s'illuda con questo di averne fatto un suo "supporter".
D'Alema è amabile ma molto mobile, cambia spesso scenario. E poi, se lei ha bisogno dell'opposizione per discutere di federalismo fiscale, non le basterà D'Alema. Ci vorrà tutto il Partito democratico, ci vorranno le Regioni e Comuni, ci vorranno le parti sociali. Non credo che il vostro federalismo diventerà legge in nove minuti e mezzo.

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Giorni fa ho rivisto dopo cinquant'anni sulla tv "La7" il film "Accattone" di Pier Paolo Pasolini che fu presentato a Venezia suscitando allora vivaci discussioni. E' un film di un'attualità sorprendente e sconcertante. Racconta di un "magnaccia" che ne fa di tutti i colori fino al punto di rubare la catenina d'oro dal collo di suo figlio, un bambinetto di quattro anni, per sedurre una ragazza e poi avviarla sulla strada della prostituzione.

Il tutto sullo sfondo delle baraccopoli della Roma degli anni Cinquanta, una desolazione e un degrado senza limiti tornato oggi di tremenda attualità, campi nomadi e povertà straniera e nostrana.
Il ministro Maroni dovrebbe vederlo quel film, ne trarrebbe grande profitto. Fa bene a preoccuparsi dei bambini "rom", che rappresentano tuttavia una goccia nel mare delle violenze contro bambini e donne all'interno delle famiglie. Delle famiglie italiane, quelle degradate ma anche quelle apparentemente non degradate.

Comunque, prendere impronte a bambini è violenza. Magari a fin di bene ma sempre violenza. Uno stupro dell'innocenza. Maroni l'ha promesso ai suoi elettori ma questo non lo assolve perché uno stupro è pur sempre uno stupro. Stuprare l'innocenza d'un bambino è un fatto gravissimo. Questo sì, è un tema che vale una piazza, cento piazze, mille piazze.


(20 luglio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. La calma del Quirinale baluardo di libertà
Inserito da: Admin - Luglio 27, 2008, 10:52:49 am
POLITICA

La calma del Quirinale baluardo di libertà

di EUGENIO SCALFARI


SI POSSONO criticare i comportamenti e le decisioni di un presidente della Repubblica? Certo che si può, in Italia come in qualunque paese democratico del mondo. A me è capitato più volte di farlo, con Gronchi, con Segni, con Saragat, con Leone. Anche con Pertini, del quale sono stato amico ed estimatore. Perciò non vedo nulla di sconveniente nelle critiche che alcuni uomini politici e alcuni opinionisti hanno mosso al presidente Napolitano in occasione della promulgazione della legge Alfano sull'immunità delle quattro cariche istituzionali. Gli insulti e le offese di Grillo sono un'altra cosa, per quelli c'è il reato di vilipendio che spetta alla magistratura di perseguire.

Dal canto mio sono del parere espresso su questo tema da Walter Veltroni: il presidente boccia le leggi palesemente incostituzionali e quelle prive di copertura finanziaria; le altre, approvate dal Parlamento, è tenuto a promulgarle, che gli piacciano oppure no.

Nel caso di specie, non essendo la legge Alfano palesemente incostituzionale e non avendo problemi di copertura finanziaria, la firma di Napolitano era un atto dovuto. Il che non toglie, ovviamente, che quella legge possa non piacere. A me - per restare nel personale - non piace affatto.

Non mi piace nel merito poiché non esiste al mondo una specifica immunità per i presidenti delle assemblee parlamentari e per il capo del governo. Esiste in pochi luoghi limitatamente al capo dello Stato. Gasparri, Bonaiuti, per non parlare di Berlusconi e degli stessi presidenti delle Camere, dicono perciò una rotonda menzogna quando si riparano dietro l'esempio (inesistente) di altri Paesi europei ed occidentali: non è vero, non esiste in nessun luogo una simile legge.

Ma non mi piace neppure per quanto riguarda la procedura adottata. È stato invertito di prepotenza l'ordine dei lavori parlamentari; la legge Alfano è stata messa al primo posto dell'agenda, prima dei decreti economici, prima della legge sulla sicurezza, prima di quella sulle intercettazioni. Nonostante il parere contrario di tutte le opposizioni. La discussione in commissione e nelle aule è stata condotta a passo di carica come se un qualche Attila fosse alle porte. I presidenti delle Camere hanno dato manforte non prestando alcun ascolto alle opposizioni alle quali dovrebbero invece riservare una priorità istituzionale.

La ragione di tutto ciò sta nel fatto che la legge sulla sicurezza era stata manipolata: nata sotto forma di decreto legge e come tale firmato da Napolitano che aveva apprezzato le ragioni di urgenza, vi era stato inserito indebitamente l'emendamento "blocca-processi", che avrebbe paralizzato la giurisdizione e avrebbe stravolto la costituzione materiale e perfino quella letterale.

Di fronte a tanto scempio Napolitano aveva avvertito il governo che non avrebbe firmato la legge di conversione. Per evitare un così clamoroso conflitto istituzionale l'avvocato di Berlusconi che è anche deputato aveva rispolverato il disegno di legge Schifani e a tambur battente l'aveva messo in pista.

L'urgenza riguardava unicamente e soltanto l'imputato Berlusconi. Questo è l'arcano niente affatto arcano di quanto è accaduto e qui c'è la dimostrazione - del resto pubblicamente dichiarata da Berlusconi - che la legge Alfano così come l'emendamento "blocca-processi" sono due strumenti per ottenere l'impunità dell'imputato Berlusconi.

Si è detto che Napolitano abbia scelto il male minore, ma neppure questo è vero: Napolitano si è limitato ad informare il governo che la legge sulla sicurezza non l'avrebbe firmata se non fosse stato ritirato o radicalmente corretto l'emendamento in questione, palesemente incostituzionale e subdolamente inserito con la connivenza dei presidenti delle Camere.

Questo dunque è quanto avvenuto.

* * *

Naturalmente la partita sulla giustizia non è affatto terminata anzi, nelle intenzioni di Berlusconi, è appena cominciata. Qualcuno teme (l'ha scritto Carlo Federico Grosso sulla "Stampa" di venerdì) che "di male minore in male minore" l'eventuale mediazione del presidente della Repubblica si svolga a un livello sempre più basso e non riesca quindi ad evitare un sostanziale stravolgimento della Costituzione.

Io non credo che ciò avverrà perché non credo che Napolitano possa, voglia e debba mediare alcunché. Deve (e l'ha fatto in quest'occasione) esercitare i suoi poteri-doveri di custode della Costituzione e garante del corretto rapporto tra i poteri dello Stato. Non spetta a lui porsi il problema del male minore, che ha carattere politico e riguarda le forze politiche. Se si ponesse quel problema, a mio modesto avviso sbaglierebbe. La "moral suasion" è una prassi del tutto informale che cessa di fronte a concreti passaggi istituzionali.

Aggiungo che, di fronte alla pervicace intenzione di atti legislativi imposti a colpi di maggioranza, un'eventuale risposta referendaria sarebbe assolutamente legittima, salvo valutarne l'opportunità politica da parte dei promotori.

* * *

Intanto incalza un altro tema del quale è imminente il passaggio parlamentare. Parliamo delle intercettazioni e del divieto che si vuole porre ai giornali e ai giornalisti di dare notizie e svolgere inchieste sulla fase inquirente dei procedimenti giudiziari.

Qui è in atto un vero e proprio attacco alla libertà di stampa e d'informazione, che è un "bene pubblico" garantito dalla Costituzione. Non parlo del sistema delle intercettazioni e dei poteri della magistratura che vanno certamente armonizzati per quanto possibile con il diritto alla riservatezza delle persone intercettate. Parlo della stampa, dei giornalisti, degli editori.

Calare un sipario di ferro sulla fase inquirente della giurisdizione è, né più né meno che una misura incostituzionale. Tra l'altro consentirebbe eventuali atti di "mala-giustizia" che le Procure potrebbero commettere al riparo di quel sipario e impedirebbe il formarsi di una pubblica opinione che rappresenta un elemento essenziale di controllo sull'operato della magistratura.

Non inganni l'eventuale derubricazione delle sanzioni contro i giornalisti da misure di restrizione della libertà personale a misure pecuniarie; in particolare non ingannino misure pecuniarie pesanti contro gli editori. Una sanzione di questo genere determinerebbe un'intrusione delle proprietà nella conduzione giornalistica vera e propria; intrusione assai grave in un sistema come il nostro dove le proprietà dei giornali non sono quasi mai in mano ad editori che non abbiano altre attività oltre quella editoriale.

Quest'intrusione effettuata a causa di una legge costituirebbe un vero e proprio attentato alla libertà di stampa nella concretezza del suo esercizio e quindi richiederà una resistenza ferma e non corporativa se è vero che la libera stampa è un bene costituzionale strettamente inerente alla democrazia.

* * *

Nei giorni scorsi, a proposito di libera stampa e di doveroso controllo dei procedimenti giudiziari anche nella loro fase inquirente, ha suscitato scalpore la pubblicazione sul nostro giornale d'una lunga intervista del collega Giuseppe D'Avanzo a Giuliano Tavaroli, personaggio molto discusso e centrale nell'inchiesta della Procura di Milano sulle intercettazioni illecite della Telecom. Sarebbe ipocrita da parte mia se, parlando di rapporti tra magistratura e libera stampa, ignorassi questo tema e le reazioni di vario tipo che esso ha suscitato in campo politico e in altri giornali. Del resto D'Avanzo ha già ampiamente risposto ad una serie di illazioni che la sua intervista ha provocato e che non hanno alcun fondamento.

L'inchiesta della Procura di Milano è stata, per quanto mi consta, estremamente rigorosa, ha raccolto una massa di documentazione imponente, ha interrogato numerosi testimoni, ha raccolto corposi indizi. A conclusione di questo lavoro durato tre anni la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di Tavaroli e di un'altra ventina di personaggi tra i quali emergono l'ex capo del controspionaggio del Sismi, Mancini, e il capo di una società privata di investigazioni, Cipriani. In combutta con loro il capo della "Security Telecom" Tavaroli e i suoi accoliti avevano creato una vera e propria rete all'interno dell'azienda, in grado di violare ogni privatezza con la collaborazione di personaggi e di spezzoni dei servizi più o meno deviati, agenti di Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

La Procura ha anche chiesto il rinvio a giudizio dei soggetti giuridici Telecom e Pirelli notificando gli atti ai loro legali rappresentanti dell'epoca: Tronchetti Provera e Buora, senza tuttavia chiedere il loro rinvio a giudizio personale perché i riscontri indiziari a loro carico non sono stati ritenuti sufficienti alla loro incriminazione. Appariranno pertanto in dibattimento in veste di testimoni.

Poiché l'imputato numero uno di un processo di questa importanza ha accettato di parlare con il giornalista D'Avanzo, il giornale ha deciso di pubblicare la sua intervista senza apportarvi censure di sorta ma avvertendo più volte nel testo che l'intervistato essendo un indagato esprime le sue tesi ovviamente interessate e non necessariamente coincidenti con quella verità che soltanto in dibattimento potrà emergere. Alcuni giornali si sono preoccupati di erigere una sorta di cintura di protezione attorno a Tronchetti Provera e all'ipotetico rischio che l'intervista di Tavaroli possa farne in dibattimento un coimputato anziché soltanto un testimone.

Tutto è possibile anche perché gli imputati attuali faranno di tutto per chiamare in correità personaggi eminenti (Tronchetti certamente lo è) nel tentativo di diminuire le proprie responsabilità diluendole in capo ad altri. Debbo a dire a questo proposito che molto più dell'intervista di Tavaroli mi ha colpito la lettura dei verbali dell'interrogatorio del presidente della Pirelli. Il quale afferma quasi ad ogni riga d'un lunghissimo documento pieno di domande e di osservazioni da parte dei pubblici ministeri, di non aver mai saputo nulla dell'attività di uno dei suoi più importanti collaboratori.

Ammettiamo che questa tesi sia vera: getterebbe comunque una luce sinistra sull'organizzazione di un'azienda titolare di un servizio di pubblica utilità immensamente importante e depositario delle più intime privatezze dei suoi milioni di utenti.

L'importanza oggettiva dell'intervista di Tavaroli è l'aver portato all'attenzione dell'opinione pubblica questo essenziale aspetto d'una questione che ci riguarda tutti molto da vicino.

* * *

Voglio chiudere queste mie note inviando pubblicamente a Piero Fassino che conosco da vent'anni i sensi della mia affettuosa stima e rinnovata amicizia. Quel figuro che ha cercato di coinvolgerlo aveva nelle mani strumenti sofisticatissimi mirati a falsificare e ricattare. È augurabile che nella Telecom attuale queste pericolosissime pratiche siano rese impossibili. Vorremo esserne sicuri come utenti e come cittadini.


(27 luglio 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. La nuova opposizione
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2008, 09:09:47 am
Eugenio Scalfari.


La nuova opposizione



Quelli che ne lamentano l'assenza vogliono spianare la via alla gestione diretta della gente da parte del nuovo potere autoritario. Ma con la stretta economica, in autunno, la situazione può cambiare  La pubblicistica e gran parte delle forze politiche si concentrano da molte settimane su un tema: in Italia non c'è opposizione. Questa assenza occupa quasi ossessivamente i loro pensieri. Sono preoccupati e tanto più se i loro cuori battono a favore del centrodestra. È un segnale di longanimità? Resipiscenza? Desiderio di mettersi al di sopra della mischia per incoraggiare i più deboli?

I migliori cervelli si arrovellano: è mai possibile che in un Paese che per decenni ha visto un protagonismo fiero e bellicoso dell'opposizione - ai tempi del vecchio Pci - adesso non ci siano che 'animulae blandulae', ombre mute, fantasmi spauriti, proprio mentre un governo efficiente e blindato inanella successi un giorno dopo l'altro senza trovare ostacoli di sorta? Angelo Panebianco, politologo di lungo corso, li enumera compiaciuto quei successi: Napoli finalmente pulita in 58 giorni, una legge finanziaria già varata nelle sue parti essenziali con un anticipo di almeno quattro mesi sul calendario tradizionale, la sicurezza ripristinata o almeno la paura diminuita nell'animo della gente, gli statali fannulloni al lavoro, il precariato alla frusta, gli zingari avviati verso percorsi di operoso ravvedimento, gli immigrati bloccati sul bagnasciuga e rispediti a casa.

Ma Panebianco, pur nella soddisfazione per tutti questi buoni risultati del migliore dei governi possibili, ha un tarlo che gli rode l'anima: l'opposizione non reagisce, non è un vascello da battaglia ma una scialuppa a rimorchio dell'ammiraglia berlusconiana e tremontiana.

Da punti di vista diversi arrivano alle medesime conclusioni Andrea Romano, Luca Ricolfi, Augusto Minzolini, Paolo Franchi, Maria Teresa Meli. Della Loggia è forse il solo a battere percorsi diversi e diverse sono le sue preoccupazioni. Ma perfino Bertinotti è angosciato dalla mancanza di una vera opposizione e con lui Diliberto e quanto resta dei Verdi. Infine
anche all'interno dei democratici il problema è sentito. Molti di loro si chiedono: come si fa a far vivere un'opposizione vera che fermi l'avversario e gli impedisca di fare 'cappotto'?

Naturalmente la quasi totalità di queste anime in pena pone delle condizioni, variabili secondo i diversi talenti. L'opposizione non deve essere giustizialista. Deve volere e praticare il dialogo ma con una propria agenda. Deve scendere in piazza ma non con Di Pietro. Oppure non deve scendere affatto ma il Parlamento non basta come luogo di confronto.

Alla fine quasi tutti concludono che la soluzione è culturale e constatano che, purtroppo, la sinistra e i riformisti una cultura non ce l'hanno o non ce l'hanno più. Della Loggia pensa e scrive che neppure la destra ha una cultura e forse non l'ha mai avuta neppure lei. Ferrara è arrivato da tempo alla conclusione che la sola cultura in campo sia quella del Papa e dei Vescovi. Gli altri, più o meno, annuiscono o tacciono sul punto e chi tace - si sa - acconsente.

Mi scuso con le egregie persone che ho nominato per debita informazione dei miei lettori e per rendere di più chiara comprensione ciò che penso io.

Secondo me l'opposizione c'è ed è destinata ad aumentare man mano che la stretta economica e sociale crescerà. È un fatto naturale: una politica economica necessariamente restrittiva crea disagi e reazioni specie quando è inspirata da una visione della società molto evidente, che distribuisce i pesi in modo difforme tra i vari ceti e categorie. Gli obiettivi possono essere condivisi, ma le modalità per raggiungerli dividono.

Al di là della stretta economica e della sua ispirazione sociale, l'attuale maggioranza persegue anche un altro obiettivo: trasformare la Costituzione vigente in un reggimento autoritario e presidenziale senza i contrappesi necessari a preservare una sostanza di democrazia partecipata.

Questo disegno, ormai evidente in ciascuna mossa del governo, è meno percepibile dalla pubblica opinione perché non tocca interessi immediati. Renderlo percepibile è il compito dell'opposizione politica ed è il compito di tutta la sinistra, che sia quella riformista o quella più estrema o quella liberal-moderata che non condivide il progetto autoritario-populista.


Il perno dell'opposizione politica non può che essere il partito democratico il quale attraversa una fase di costruzione organizzativa certamente non facile. La responsabilità di opporsi ai disegni della maggioranza in Parlamento e nel Paese spetta dunque principalmente al Pd e al suo gruppo dirigente. La crescita di un partito non si improvvisa ma è vero che il tempo a disposizione è molto breve. In autunno si vedrà se la costruzione del maggior partito d'opposizione è in grado di stare in campo con l'efficacia che il compito richiede.

Quelli che lamentano oggi la pochezza o addirittura l'assenza dell'opposizione non sono mossi da sollecitudine ma dal trasparente desiderio di dare per già liquidata l'opposizione politica togliendo di mezzo quel punto di raccolta ideale e sociale e spianando la via alla gestione diretta della gente da parte del nuovo potere autoritario. Dico della gente, cioè di una società 'liquida' che mette ciascun individuo di fronte al potere abolendo ogni contropotere ed ogni struttura intermedia.

La sinistra e l'opposizione in tutte le sue modulazioni ha dunque l'autunno come momento di verifica della sua forza. Ne faccia buon uso.


(01 agosto 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Il bene di vivere e il diritto di morire
Inserito da: Admin - Agosto 03, 2008, 07:46:04 pm
POLITICA

Il bene di vivere e il diritto di morire


di EUGENIO SCALFARI



QUANDO Emanuele Severino e Umberto Galimberti segnalarono l'irruzione della tecnica nel mondo dell'etica sembrò ai più che la questione avesse un contenuto esclusivamente filosofico e quindi astratto e di scarsa importanza pratica.

Se ne erano del resto già occupati scrittori e filosofi americani e, in Europa, tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, greci. Era insomma una questione posta dall'attualità e dall'evidenza: la tecnica, la "tecné", aveva conquistato una vera e propria egemonia che incideva nel mondo dei comportamenti sociali, determinava lo sviluppo dell'economia, accresceva ma al tempo stesso vulnerava i territori della libertà.

Le reazioni più preoccupate da quell'egemonia provennero dal campo religioso, sia di parte cristiana sia di parte islamica sia dalle numerose credenze asiatiche: le religioni denunciavano lo squilibrio tra il progresso tecnico e quello morale e vedevano la propria autorità sempre più insidiata dai progressi delle scienze che non ammettevano limiti alla ricerca né si preoccupavano che i risultati di volta in volta raggiunti fossero compatibili con le verità rivelate delle quali le religioni ritenevano di avere esclusiva rappresentanza. La discussione investì tutte le culture e divenne tanto più intensa quanto più si avvicinava alla fine del secolo e del millennio, con l'inevitabile carica apocalittica che i grandi eventi portano con loro. Sul bordo del XXI secolo e del terzo millennio dell'era cristiana il tema era ormai chiaro in tutta la sua importanza.

Non si trattava più soltanto dell'egemonia ma addirittura dell'avvenuto capovolgimento di dipendenza tra l'uomo e gli strumenti da lui creati: non erano più al suo servizio quegli strumenti, ma era l'uomo al servizio della "tecné", diventata ormai un'ideologia possessiva alla quale l'intero genere umano si era piegato e asservito.

Siamo ormai tutti "tecno-dipendenti" in ogni atto e momento della nostra vita e tutti in un modo o in un altro lavoriamo per accumulare nuovi saperi che accrescono il potere della tecnica a detrimento della nostra libertà.

* * *

Ricordo queste vicende perché da allora, nei pochi anni trascorsi, il tema non è più soltanto filosofico, religioso, scientifico, ma ha fatto irruzione anche nella politica. Come ha rilevato Aldo Schiavone pochi giorni fa su questo giornale, ha messo in discussione due momenti topici dell'esistenza di ciascun essere umano: il momento della nascita e quello della morte, la nostra entrata e la nostra uscita dal mondo.

I due eventi che dominano la nostra intera vita, l'alfa e l'omega delle nostre esistenze individuali, erano fino a poco fa al di fuori del nostro controllo. Ma ora non è più così poiché la tecnica se ne è impadronita: ha creato strumenti che consentono di determinare la nascita non solo secondo natura ma anche in laboratorio ed ha prolungato la vita anche oltre i limiti posti dalla natura.

Le religioni - e quella cattolica in particolare - hanno assunto un atteggiamento dogmatico e ideologico sul tema della vita, trasformandolo in una vera e propria ideologia. Per quanto riguarda la nascita la Chiesa ha rigorosamente vietato la contraccezione respingendo ogni strumento tecnico che potesse limitare le nascite; sul tema della morte al contrario la Chiesa difende il ricorso agli strumenti che la tecnica è in grado di fornire per prolungare artificialmente una pseudo-vita al di là dei limiti segnati dalla natura.

Questo duplice e contraddittorio atteggiamento che vieta la tecnica limitatrice di nascite non volute e invoca invece la tecnica capace di mantenere una vita artificiale, ha ideologizzato la discussione facendo irruzione nella politica, nei governi, nei parlamenti. Si è arrivati al punto di far votare dagli elettori e dai loro rappresentanti parlamentari questioni di estrema privatezza, con tutte le torsioni politiche ed etiche che queste intrusioni comportano nelle coscienze e nella libertà individuale. La privatezza della morte è diventata argomento pubblico non solo come indirizzo generale ma perfino nei casi specifici di questo e di quello. Di conseguenza, mettendo in discussione alcuni diritti fondamentali degli individui, anche la magistratura è stata chiamata in campo.

La discussione sui principi si è incattivita e imbarbarita. Attorno alle camere di rianimazione si svolgono polemiche interminabili; le Corti di giustizia emettono verdetti contrapposti e sentenze inaccettate. Nel caso attualmente aperto di Eluana Englaro le Camere sollevano addirittura conflitti di competenza tra potere legislativo e potere giudiziario. La Corte costituzionale è ora chiamata a sciogliere una questione a dir poco imponderabile, al solo dichiarato intento da parte della maggioranza di centrodestra di guadagnare qualche settimana o mese di tempo lasciando l'esistenza di una persona tecnicamente già morta da 16 anni, agganciata ad un tubo che le somministra sostanze capaci di ossigenarle il sangue, come si trattasse d'una pianta e non di una vita umana.

* * *

La vita e la morte sono argomenti non decidibili o almeno così dovrebbe essere. Esperienze che segnano il carattere e la coscienza di ciascuno. Il nostro destino. La nostra dignità. La nostra libertà.

Scendere da questo livello e discutere se abbia giudicato correttamente un Tribunale, una Procura, una Corte di cassazione; se una legge debba colmare il vuoto di legislazione e in che modo la sua precettistica debba essere formulata: tutto ciò immiserisce una questione che dovrebbe essere affidata alla volontà responsabile della persona interessata o ai suoi legali rappresentanti se l'interessato non è in condizione di intendere, di esprimersi, di volere.

Ma poiché questa è in una molteplicità dei casi lo stato di fatto, di esso bisognerà dunque discutere superando il disagio che ce ne deriva. Le domande che ci dobbiamo porre nel caso specifico di Eluana sono le seguenti: esiste una manifestazione chiara e recente di volontà dell'interessata? Se non esiste o è considerata remota ci sono persone validamente in grado di decidere per lei? Infine: su quali punti d'appoggio o principi si basa la sentenza della Suprema Corte che ha autorizzato il padre di Eluana a interrompere le cure e determinare l'arresto del cuore, pulsante in un corpo che è in coma da 16 anni con encefalogramma piatto e una vita non umana ma vegetale?

* * *

Sappiamo che Eluana manifestò ripetutamente la sua volontà di non sopravvivere alla propria eventuale morte cerebrale. Lo fece ancor giovanissima, perfettamente sana e consapevole, in seguito alla traumatica esperienza di aver visto e assistito persona a lei cara che si trovava in condizioni di morte cerebrale cui per sua fortuna seguì di lì a poco quella cardiaca.

I fautori ad oltranza dell'ideologia della vita obiettano che quelle manifestazioni di volontà siano remote rispetto al momento in cui Eluana entrò in coma e quindi "scadute", prive di legittima volontà.

L'argomento a sostegno di questa tesi si appoggia alla considerazione che in una materia così delicata e privata si può cambiare parere fino ad un attimo prima dell'ultimo respiro. È vero, si può cambiare parere fino all'ultimo respiro se si è in condizioni di cambiar parere e di esprimerlo. Ma se si è già morti cerebralmente? L'espianto degli organi con i quali si salvano altre vite non avviene forse quando la morte cardiaca non è ancora avvenuta e gli organi sono ancora vitali se l'autorizzazione a disporne è già stata data e i se i parenti consentono?

Alla seconda domanda la risposta è netta: il padre e la famiglia di Eluana, che l'hanno assistita per sedici anni ed hanno raccolto una serie di evidenze cliniche sull'irreversibilità del suo stato, vogliono che la vita artificiale non prosegua e che cessi l'accanimento terapeutico. Esprimono in nome della propria figlia il rifiuto delle cure in atto; un rifiuto che è un diritto riconosciuto del malato o di chi lo rappresenta.

Infine la terza domanda: la validità della sentenza della Cassazione. La Suprema Corte è stata chiamata a giudicare sul diritto dell'interessata o di chi la rappresenta di rifiutare le cure. Non ha neppure avuto bisogno di fondare la sentenza sulle manifestazioni di volontà di Eluana di molti anni fa. Ha accertato, la Suprema Corte, l'inesistenza di una legislazione in materia e si è quindi rifatta, come è suo dovere prescritto in Costituzione, al diritto del malato, anch'esso riconosciuto in Costituzione, di rifiutare le cure.

Sentenza ineccepibile: in assenza di norme e in presenza di diritti costituzionalmente garantiti la Corte giudica in base ai principi dell'ordinamento giudiziario che riconosce il dovere del giudice di tutelare i diritti dei cittadini.

* * *

Le Camere su istanza dei deputati e dei senatori di centrodestra, hanno voluto sollevare conflitto di competenza. Non spetta alla magistratura intervenire bensì al popolo sovrano e a chi lo rappresenta, di fornire una normativa che regoli la questione.

Nessuno nega che spetti al potere legislativo legiferare e non certo alla magistratura, ma qui siamo in una situazione in cui il potere legislativo non ha legiferato provocando un vuoto nel quale solo alla magistratura incombe il dovere di tutelare diritti riconosciuti in Costituzione.
Non esiste dunque conflitto tra i due poteri. Quello giudiziario è intervenuto in difesa d'un diritto in mancanza di legislazione. Quando quel vuoto sarà riempito la magistratura disporrà di una legge e dovrà applicarla sempre che essa non sia in contrasto con i principi costituzionali.
Vedremo comunque quale sarà la sentenza della Corte costituzionale investita del problema.

* * *

C'è stata polemica sul comportamento dei deputati e dei senatori del Partito democratico, che in entrambe le votazioni sul conflitto di competenza hanno preferito disertare l'aula anziché votare contro. Giustamente, a mio avviso, Miriam Mafai ha severamente criticato quella decisione. Penso tuttavia opportuno distinguere quanto è avvenuto alla Camera dei deputati da quanto è avvenuto in Senato.

Alla Camera, come poi al Senato, i rappresentanti del Pd hanno espresso la loro opposizione al conflitto di competenza sollevato dalla maggioranza e si sono poi assentati dall'aula per non provocare crisi di coscienza tra i deputati cattolici aderenti al Pd.

Al Senato invece è stato presentato un ordine del giorno proposto da Luigi Zanda che stabiliva l'impegno a discutere ed approvare la normativa sul testamento biologico entro l'anno in corso. L'ordine del giorno è stato votato anche dai senatori di centrodestra e appoggiato dal presidente del Senato. L'astensione ha avuto dunque una contropartita abbastanza forte.

Duole tuttavia registrare che una parte di parlamentari democratici e cattolici ha presentato un disegno di legge sul testamento biologico difforme in alcune parti sostanziali da un altro analogo documento di legge presentato dallo stesso Partito democratico.

È evidente che queste differenze dovranno essere sanate prima dell'inizio del dibattito parlamentare. Il Pd su un argomento di questa importanza non può che avere una sola voce, ispirata alla laicità dello Stato oltreché alla tutela dei diritti del malato.

Ci sono molti problemi davanti al Pd che dovranno esser chiariti entro il prossimo autunno, ma sarebbe grave se questo tema non fosse considerato tra quelli prioritari. Dall'incontro tra laici e cattolici democratici è nato il Pd. La laicità è stato fin dall'inizio considerato il valore fondante. Questa è la prima prova concreta per saggiare la validità dell'incontro tra quelle due culture. Se la prova fallisse le conseguenze metterebbero in discussione l'esistenza stessa del partito.

(3 agosto 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. E tutti sparavano sul quartier generale
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2008, 12:41:31 am
POLITICA

E tutti sparavano sul quartier generale

di EUGENIO SCALFARI


TANTE cose che accadono tutte insieme e delle quali ci sfugge il senso. Tante casematte munite di potenti cannoni che sparano da parti diverse sul Quartier Generale. Ma esiste ancora un Quartier Generale? Tanta confusione sotto il cielo che segnala l'emergere d'una nuova storia. Oppure è la vecchia storia che sotto forme diverse si ripete con inevitabile monotonia? Il potere.

Quella che sta andando in scena a tutti i livelli è ancora una volta l'eterna vicenda del potere, quello mondiale e quelli locali, scontro di poteri vecchi e nuovi, terremoti improvvisi e scosse di assestamento. Aumentano dovunque le diseguaglianze. Tra ricchi e poveri, tra esclusi e inclusi, tra giovani e vecchi, tra istruiti e ignoranti, tra sani e malati, tra Nord e Sud e Est e Ovest, tra religioni e miscredenze, tra maschi e femmine, tra fanatici e tolleranti. Le popolazioni del pianeta hanno le convulsioni e non sappiamo se esse anticipano un generale declino o piuttosto una nuova aurora. Del resto non è la prima volta e il XX secolo è stato attraversato da fenomeni analoghi. Ma questo che si sta svolgendo sotto i nostri occhi è amplificato dalla tecnologia. Avviene ed è percepito dai quattro angoli del mondo in tempo reale e questo fa la differenza.

* * *

I giochi olimpici si svolgono in un immenso paese dominato da un regime autocratico che si sta modernizzando con un tasso di crescita dell'8 per cento l'anno. Un miliardo e 300 milioni di anime delle quali almeno un terzo sono già incluse nella civiltà dei consumi mentre un altro terzo vi entrerà tempo una o due generazioni.

L'autocrazia spinge e regola il mercato. Pervasa dalla corruzione come tutte le autocrazie e come tutte le democrazie, l'austerità non alligna in nessun luogo dalla Grecia di Pericle alla Roma dei Cesari, dalla Compagnia delle Indie alle Corti del Rinascimento.
I giochi rappresentano uno scenario ideale per celebrare la lealtà sportiva e l'amicizia tra i popoli in un contesto di lotte sordide e corposi interessi. In piccolo ne vediamo la ripetizione domestica per quanto sta accadendo all'Expo milanese: Moratti, Tremonti, Formigoni, Ligresti e i leghisti del Dio Po. Spettacolo consueto, niente di nuovo.

Ma a Pechino la posta è immensamente più grande. Una grande potenza emergente si presenta ufficialmente al mondo gettando sul piatto della bilancia il peso della sua forza demografica, economica, politica, militare. La Cina si apre scaricando sul resto del mondo la sua domanda di petrolio, di materie prime, di manufatti, la nube tossica del suo inquinamento, il vincolo tra potere autocratico e sviluppo economico. Ancora una volta i contadini pagano il prezzo del risparmio forzato e dell'accumulazione del capitale. L'esercito di riserva fornisce il combustibile necessario a modernizzare il paese dei "mandarini" e del Celeste Impero.

* * *

Nelle stesse ore è scoppiata la guerra tra Russia e Georgia. Mentre scriviamo i bombardieri distruggono il porto principale della Georgia e sganciano razzi e bombe sulla regione. La posta apparente è l'Ossezia del Sud, un lembo di terra montuosa senza importanza geopolitica ed economica. Ma dietro un minuscolo problema di sovranità c'è l'aspirazione della Georgia ad entrare nella Nato e il desiderio dell'America di accoglierla mettendo un'ipoteca caucasica sul fianco della Russia. Il Caucaso è una terra di cerniera tra Occidente e Oriente, tra il Caspio e il Mar Nero. Lo fu per Alessandro il Grande, lo fu per i mongoli, lo è stato per l'impero inglese ed ora per gli Stati Uniti, ricco di petrolio e sede di transito dei grandi oleodotti che arrivano fino alla Mesopotamia e al Mediterraneo.

La Georgia è la chiave di quella zona del mondo. Il suo esempio di indipendenza può contagiarsi in vasti territori dell'Asia Centrale, le repubbliche islamiche che premono anch'esse per entrare nella galassia euro-americana fino all'Ucraina e alle terre cosacche.
Perciò la reazione russa sarà durissima come lo fu ai tempi di Shevardnadze, il grande comprimario della "perestrojka" ai tempi di Gorbaciov e poi dittatore della Georgia fino alla rivolta popolare che portò alla sua caduta.

Ma lo scossone georgiano sarà avvertito anche a migliaia di chilometri di lontananza. Avrà ripercussioni sulla lotta all'ultimo voto tra Barack Obama, e John McCain, tra i democratici buonisti e i repubblicani intransigenti e conservatori. Bush ha dato per primo il segnale e McCain l'ha seguito a minuti di distanza. Obama ci ha pensato tre ore per allinearsi ma la sua credibilità è scarsa su questo tema; le bombe dei bombardieri russi su Tbilisi spostano voti preziosi in Pennsylvania e in Texas, sulla costa occidentale e nelle grandi pianure dell'Ovest.

* * *

Accade intanto un fatto strano: il prezzo del petrolio diminuisce da due settimane dopo aver superato il traguardo dei 160 dollari al barile. Si pensava che la guerra nel Caucaso lo riportasse al rialzo e ce n'erano parecchi motivi, invece, quando già tuonavano i cannoni e si accatastavano centinaia di morti, il prezzo del greggio ha toccato il minimo di 115 dollari. Le scorte Usa sono in aumento. Contemporaneamente il dollaro si apprezza rispetto all'euro che da 1,60 è sceso in pochi giorni a 1,50.

Petrolio debole, dollaro più forte. Chi pensava che l'ascesa del greggio fosse frutto prevalentemente della speculazione e proponeva lotta ad oltranza per stroncarla si dovrà ora ricredere: la speculazione precede, come è suo utile compito, l'andamento reale delle curve di domanda e di offerta; quando la domanda supera un'offerta la speculazione gioca al rialzo ma quando si indebolisce gioca al ribasso.
Ora la domanda dei consumatori occidentali è in drastica riduzione, il prezzo era andato troppo in alto, i consumi in America e in Europa si sono contratti, la speculazione punta dunque al ribasso. Le proposte e la diagnosi di Tremonti erano sbagliate e non faranno passi avanti.

Il dollaro segue il petrolio: aumentano e diminuiscono insieme. Ma prima che questi movimenti si ripercuotano sui mercati locali passerà un tempo tecnico la cui durata dipende da vari fattori: la lunghezza dei circuiti distributivi, le loro malformazioni monopoloidi, la mancata liberalizzazione delle catene commerciali ed anche alcune imposte mal pensate. La Robin Tax su petrolio ed energia è una di quelle, dovrebbe dare un gettito di oltre 4 miliardi che in gran parte si trasferiranno sulle bollette dei consumatori, ma ne daranno assai di meno se il consumo diminuirà come sta avvenendo, con inevitabili ripercussioni sul gettito.

* * *

In realtà lo spettro della "stagflation" si aggira sull'Europa e sull'Italia in particolare che da due trimestri è a crescita zero. Se il terzo avrà lo stesso andamento o peggio, saremo per la prima volta dopo molti anni ufficialmente in recessione. I sindacati sono preoccupati, le industrie e il commercio sono preoccupati, Emma Marcegaglia è preoccupata e anche Tremonti lo è. Se cercate uno che non lo sia lo troverete facilmente nel "premier" Silvio Berlusconi che ringrazia la sua squadra di governo e ritiene che la legge finanziaria appena approvata sia la migliore del mondo, loda il suo superministro dell'Economia e promette che passata la buriana saremo più forti di prima.

"Più forti e più felici di pria". Ricordate il Nerone di Petrolini? "Grazie" gridava una voce dalla piazza. "Prego" rispondeva Nerone-Petrolini con la cetra in mano dagli spalti del Palatino. "Grazie" "prego", "prego", "grazie", "prego" in uno scambio sempre più rapido ed esilarante. Tito Boeri nel nostro giornale di ieri ha qualificato come pessima la Finanziaria di Tremonti. Non ripeterò se non per dire quanto sia falsa l'affermazione "non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, ma taglieremo le spese". Tagliare gli sprechi è un conto, tagliare 16 miliardi di spese è un conto diverso.

Quel taglio significa mettere le mani nelle tasche degli italiani; che altro avviene infatti quando si tagliano stipendi, contributi agli enti locali, minori posti letto e chiusura di ospedali, imposizione di ticket, peggioramento dei servizi? Crescita zero del reddito? Inflazione? Non è un altro modo di mettere le mani nelle tasche? Pensate che sia un modo indolore?
Se si tagliano così profondamente e indifferenziatamente le spese, bisogna compensarle in qualche modo. Bisogna scegliere chi si può penalizzare e chi no. Una cosa è certa: la tassa inflazione colpisce i redditi fissi cioè il lavoro. Qualcuno ci rimette, qualcuno ci guadagna, anche qui a livelli diversi si riproducono diseguaglianze e lotta per il potere. Nulla è neutrale e chi vuol darcela da bere è un emerito imbroglione.

Post Scriptum 1. Due giorni dopo l'entrata in scena dei militari nel sistema della sicurezza pubblica alcune villette di Sabaudia (chissà quante altre in tutta Italia) sono state depredate dai ladri. Tra di esse quella affittata da Veltroni in cui dormivano la moglie e la figlia. Ma dov'erano quella sera i lancieri di Montebello? Caro Walter non ti fidare: i ladri se ne fregano delle ronde interforze che magari arresteranno un marocchino in più ma non riusciranno ad ottenere un furto in meno. Meglio ingaggiare un vigilante privato. Costa, ma dà lavoro e protegge.

Post Scriptum 2. Sento dire che l'amico Giuliano Amato è amareggiato perché alcuni del Pd criticano la sua accettazione della presidenza di una Commissione voluta congiuntamente dalla Regione Lazio (centrosinistra) dalla Provincia di Roma (idem) e dal Comune capitolino (Alemanno). Amato ritiene che una Commissione bipartisan sia utile a svelenire gli animi e ad avviare un dialogo costruttivo tra le forze politiche, sia pure a livello locale, sulla linea anticipata dal Presidente Napolitano.

Personalmente credo che Amato abbia ragione ma qualche dubbio ce l'ho anch'io. Non sull'esistenza della Commissione e tanto meno sulla presidenza di Amato, ma sui compiti affidati a quell'organismo. Che deve fare? Si dice: studiare la nuova architettura istituzionale della Capitale. Ma ci vuole una Commissione per questo? Si scavalcano i Consigli comunali provinciali regionali? O se ne occupa una Commissione esterna o se ne occupano i Consigli, una delle due entità è uno spreco di troppo. Ma si dice anche che la Commissione dovrà fornire idee sul futuro della Città eterna. Che genere di idee? Coltivare il pistacchio nei prati dell'Eur sarebbe un'idea? Istituire un servizio di mongolfiere o di elicotteri tra l'aeroporto di Fiumicino e la terrazza del Pincio sarebbe un'idea?

Mi viene in mente una poesia satirica del Ragazzoni che aveva come suo principale hobby quello di scavare buchi nella sabbia. "Sento intorno sussurrarmi che ci sono altri mestieri / Bravi, a voi! scolpite marmi / combattete il beri-beri /coltivate ostriche a Chioggia / filugelli in Cadenabbia / fabbricate parapioggia / io fo buchi nella sabbia".

(10 agosto 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. E tutti sparavano sul quartier generale
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2008, 09:13:39 am
POLITICA

E tutti sparavano sul quartier generale

di EUGENIO SCALFARI


TANTE cose che accadono tutte insieme e delle quali ci sfugge il senso. Tante casematte munite di potenti cannoni che sparano da parti diverse sul Quartier Generale. Ma esiste ancora un Quartier Generale? Tanta confusione sotto il cielo che segnala l'emergere d'una nuova storia. Oppure è la vecchia storia che sotto forme diverse si ripete con inevitabile monotonia? Il potere.

Quella che sta andando in scena a tutti i livelli è ancora una volta l'eterna vicenda del potere, quello mondiale e quelli locali, scontro di poteri vecchi e nuovi, terremoti improvvisi e scosse di assestamento. Aumentano dovunque le diseguaglianze. Tra ricchi e poveri, tra esclusi e inclusi, tra giovani e vecchi, tra istruiti e ignoranti, tra sani e malati, tra Nord e Sud e Est e Ovest, tra religioni e miscredenze, tra maschi e femmine, tra fanatici e tolleranti. Le popolazioni del pianeta hanno le convulsioni e non sappiamo se esse anticipano un generale declino o piuttosto una nuova aurora. Del resto non è la prima volta e il XX secolo è stato attraversato da fenomeni analoghi. Ma questo che si sta svolgendo sotto i nostri occhi è amplificato dalla tecnologia. Avviene ed è percepito dai quattro angoli del mondo in tempo reale e questo fa la differenza.

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I giochi olimpici si svolgono in un immenso paese dominato da un regime autocratico che si sta modernizzando con un tasso di crescita dell'8 per cento l'anno. Un miliardo e 300 milioni di anime delle quali almeno un terzo sono già incluse nella civiltà dei consumi mentre un altro terzo vi entrerà tempo una o due generazioni.

L'autocrazia spinge e regola il mercato. Pervasa dalla corruzione come tutte le autocrazie e come tutte le democrazie, l'austerità non alligna in nessun luogo dalla Grecia di Pericle alla Roma dei Cesari, dalla Compagnia delle Indie alle Corti del Rinascimento.
I giochi rappresentano uno scenario ideale per celebrare la lealtà sportiva e l'amicizia tra i popoli in un contesto di lotte sordide e corposi interessi. In piccolo ne vediamo la ripetizione domestica per quanto sta accadendo all'Expo milanese: Moratti, Tremonti, Formigoni, Ligresti e i leghisti del Dio Po. Spettacolo consueto, niente di nuovo.

Ma a Pechino la posta è immensamente più grande. Una grande potenza emergente si presenta ufficialmente al mondo gettando sul piatto della bilancia il peso della sua forza demografica, economica, politica, militare. La Cina si apre scaricando sul resto del mondo la sua domanda di petrolio, di materie prime, di manufatti, la nube tossica del suo inquinamento, il vincolo tra potere autocratico e sviluppo economico. Ancora una volta i contadini pagano il prezzo del risparmio forzato e dell'accumulazione del capitale. L'esercito di riserva fornisce il combustibile necessario a modernizzare il paese dei "mandarini" e del Celeste Impero.

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Nelle stesse ore è scoppiata la guerra tra Russia e Georgia. Mentre scriviamo i bombardieri distruggono il porto principale della Georgia e sganciano razzi e bombe sulla regione. La posta apparente è l'Ossezia del Sud, un lembo di terra montuosa senza importanza geopolitica ed economica. Ma dietro un minuscolo problema di sovranità c'è l'aspirazione della Georgia ad entrare nella Nato e il desiderio dell'America di accoglierla mettendo un'ipoteca caucasica sul fianco della Russia. Il Caucaso è una terra di cerniera tra Occidente e Oriente, tra il Caspio e il Mar Nero. Lo fu per Alessandro il Grande, lo fu per i mongoli, lo è stato per l'impero inglese ed ora per gli Stati Uniti, ricco di petrolio e sede di transito dei grandi oleodotti che arrivano fino alla Mesopotamia e al Mediterraneo.

La Georgia è la chiave di quella zona del mondo. Il suo esempio di indipendenza può contagiarsi in vasti territori dell'Asia Centrale, le repubbliche islamiche che premono anch'esse per entrare nella galassia euro-americana fino all'Ucraina e alle terre cosacche.
Perciò la reazione russa sarà durissima come lo fu ai tempi di Shevardnadze, il grande comprimario della "perestrojka" ai tempi di Gorbaciov e poi dittatore della Georgia fino alla rivolta popolare che portò alla sua caduta.

Ma lo scossone georgiano sarà avvertito anche a migliaia di chilometri di lontananza. Avrà ripercussioni sulla lotta all'ultimo voto tra Barack Obama, e John McCain, tra i democratici buonisti e i repubblicani intransigenti e conservatori. Bush ha dato per primo il segnale e McCain l'ha seguito a minuti di distanza. Obama ci ha pensato tre ore per allinearsi ma la sua credibilità è scarsa su questo tema; le bombe dei bombardieri russi su Tbilisi spostano voti preziosi in Pennsylvania e in Texas, sulla costa occidentale e nelle grandi pianure dell'Ovest.

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Accade intanto un fatto strano: il prezzo del petrolio diminuisce da due settimane dopo aver superato il traguardo dei 160 dollari al barile. Si pensava che la guerra nel Caucaso lo riportasse al rialzo e ce n'erano parecchi motivi, invece, quando già tuonavano i cannoni e si accatastavano centinaia di morti, il prezzo del greggio ha toccato il minimo di 115 dollari. Le scorte Usa sono in aumento. Contemporaneamente il dollaro si apprezza rispetto all'euro che da 1,60 è sceso in pochi giorni a 1,50.

Petrolio debole, dollaro più forte. Chi pensava che l'ascesa del greggio fosse frutto prevalentemente della speculazione e proponeva lotta ad oltranza per stroncarla si dovrà ora ricredere: la speculazione precede, come è suo utile compito, l'andamento reale delle curve di domanda e di offerta; quando la domanda supera un'offerta la speculazione gioca al rialzo ma quando si indebolisce gioca al ribasso.
Ora la domanda dei consumatori occidentali è in drastica riduzione, il prezzo era andato troppo in alto, i consumi in America e in Europa si sono contratti, la speculazione punta dunque al ribasso. Le proposte e la diagnosi di Tremonti erano sbagliate e non faranno passi avanti.

Il dollaro segue il petrolio: aumentano e diminuiscono insieme. Ma prima che questi movimenti si ripercuotano sui mercati locali passerà un tempo tecnico la cui durata dipende da vari fattori: la lunghezza dei circuiti distributivi, le loro malformazioni monopoloidi, la mancata liberalizzazione delle catene commerciali ed anche alcune imposte mal pensate. La Robin Tax su petrolio ed energia è una di quelle, dovrebbe dare un gettito di oltre 4 miliardi che in gran parte si trasferiranno sulle bollette dei consumatori, ma ne daranno assai di meno se il consumo diminuirà come sta avvenendo, con inevitabili ripercussioni sul gettito.

* * *

In realtà lo spettro della "stagflation" si aggira sull'Europa e sull'Italia in particolare che da due trimestri è a crescita zero. Se il terzo avrà lo stesso andamento o peggio, saremo per la prima volta dopo molti anni ufficialmente in recessione. I sindacati sono preoccupati, le industrie e il commercio sono preoccupati, Emma Marcegaglia è preoccupata e anche Tremonti lo è. Se cercate uno che non lo sia lo troverete facilmente nel "premier" Silvio Berlusconi che ringrazia la sua squadra di governo e ritiene che la legge finanziaria appena approvata sia la migliore del mondo, loda il suo superministro dell'Economia e promette che passata la buriana saremo più forti di prima.

"Più forti e più felici di pria". Ricordate il Nerone di Petrolini? "Grazie" gridava una voce dalla piazza. "Prego" rispondeva Nerone-Petrolini con la cetra in mano dagli spalti del Palatino. "Grazie" "prego", "prego", "grazie", "prego" in uno scambio sempre più rapido ed esilarante. Tito Boeri nel nostro giornale di ieri ha qualificato come pessima la Finanziaria di Tremonti. Non ripeterò se non per dire quanto sia falsa l'affermazione "non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, ma taglieremo le spese". Tagliare gli sprechi è un conto, tagliare 16 miliardi di spese è un conto diverso.

Quel taglio significa mettere le mani nelle tasche degli italiani; che altro avviene infatti quando si tagliano stipendi, contributi agli enti locali, minori posti letto e chiusura di ospedali, imposizione di ticket, peggioramento dei servizi? Crescita zero del reddito? Inflazione? Non è un altro modo di mettere le mani nelle tasche? Pensate che sia un modo indolore?
Se si tagliano così profondamente e indifferenziatamente le spese, bisogna compensarle in qualche modo. Bisogna scegliere chi si può penalizzare e chi no. Una cosa è certa: la tassa inflazione colpisce i redditi fissi cioè il lavoro. Qualcuno ci rimette, qualcuno ci guadagna, anche qui a livelli diversi si riproducono diseguaglianze e lotta per il potere. Nulla è neutrale e chi vuol darcela da bere è un emerito imbroglione.

Post Scriptum 1. Due giorni dopo l'entrata in scena dei militari nel sistema della sicurezza pubblica alcune villette di Sabaudia (chissà quante altre in tutta Italia) sono state depredate dai ladri. Tra di esse quella affittata da Veltroni in cui dormivano la moglie e la figlia. Ma dov'erano quella sera i lancieri di Montebello? Caro Walter non ti fidare: i ladri se ne fregano delle ronde interforze che magari arresteranno un marocchino in più ma non riusciranno ad ottenere un furto in meno. Meglio ingaggiare un vigilante privato. Costa, ma dà lavoro e protegge.

Post Scriptum 2. Sento dire che l'amico Giuliano Amato è amareggiato perché alcuni del Pd criticano la sua accettazione della presidenza di una Commissione voluta congiuntamente dalla Regione Lazio (centrosinistra) dalla Provincia di Roma (idem) e dal Comune capitolino (Alemanno). Amato ritiene che una Commissione bipartisan sia utile a svelenire gli animi e ad avviare un dialogo costruttivo tra le forze politiche, sia pure a livello locale, sulla linea anticipata dal Presidente Napolitano.

Personalmente credo che Amato abbia ragione ma qualche dubbio ce l'ho anch'io. Non sull'esistenza della Commissione e tanto meno sulla presidenza di Amato, ma sui compiti affidati a quell'organismo. Che deve fare? Si dice: studiare la nuova architettura istituzionale della Capitale. Ma ci vuole una Commissione per questo? Si scavalcano i Consigli comunali provinciali regionali? O se ne occupa una Commissione esterna o se ne occupano i Consigli, una delle due entità è uno spreco di troppo. Ma si dice anche che la Commissione dovrà fornire idee sul futuro della Città eterna. Che genere di idee? Coltivare il pistacchio nei prati dell'Eur sarebbe un'idea? Istituire un servizio di mongolfiere o di elicotteri tra l'aeroporto di Fiumicino e la terrazza del Pincio sarebbe un'idea?

Mi viene in mente una poesia satirica del Ragazzoni che aveva come suo principale hobby quello di scavare buchi nella sabbia. "Sento intorno sussurrarmi che ci sono altri mestieri / Bravi, a voi! scolpite marmi / combattete il beri-beri /coltivate ostriche a Chioggia / filugelli in Cadenabbia / fabbricate parapioggia / io fo buchi nella sabbia".

(10 agosto 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Arrivano i nostri
Inserito da: Admin - Agosto 14, 2008, 05:25:41 pm
Eugenio Scalfari


Arrivano i nostri


Da quando i creativi di destra hanno ripreso il potere, abbiamo assistito a molte delle loro invenzioni. La più grottesca è quella di inserire i militari nel piano di sicurezza  Ignazio La RussaBerlusconi è creativo. Tremonti è creativo. A modo suo anche Ignazio La Russa è creativo. Diciamo che il centrodestra nel suo complesso è creativo. Forse questa capacità e questa vocazione sono state sottovalutate dalla sinistra.

Gli italiani sono quasi tutti creativi. Bisognerebbe a questo punto definire che cosa si intende per creativo. È una qualità molto individuale, anzi individualistica. I creativi amano molto poco le convenzioni e ancora meno le regole. Esser creativo ti porta inevitabilmente a rompere sia le une che le altre. I creativi non amano l'autorità costituita, non amano lo Stato. Hanno venature di anarchismo. Voglia di fare da sé. Tendenza a delegare ad altri l'onere di amministrare una convivenza sociale della quale i creativi fruiscono a patto di non doversene prender cura. Prezzolini diceva che governare gli italiani non è impossibile, ma è inutile. Mussolini prese in prestito questa battuta e molti altri, anche ora, la ripetono. Perfino Andreotti l'ha fatta propria più di una volta.

In questi ultimi mesi, da quando i creativi di destra hanno di nuovo preso il potere, abbiamo assistito a molte delle loro 'invenzioni', alcune accettabili, altre al limite del grottesco. Ma secondo me la più geniale di tutte è stata quella di inserire un contingente di militari nel piano di sicurezza fortemente voluto dal centrodestra, dai suoi elettori e anche da una larga parte dell'opposizione.

'Arriva l'esercito!' questa frase, sparata dai media, è passata di bocca in bocca tra la fine di luglio e il 4 agosto, giorno in cui i 3 mila uomini del contingente militare sono entrati in campo con le modalità previste dal famoso decreto ormai diventato legge dello Stato.

Arriva l'esercito, come 'arrivano i nostri' cari ai ragazzini della mia generazione quando, nei primi western della storia del cinema i cavalleggeri arrivavano a gran galoppo in soccorso di una piccola pattuglia di cow-boys che stava per arrendersi di fronte ad una marea di indiani. Quando noi ragazzotti di otto-dieci anni seguivamo quelle scene col fiato in gola, lo squillo della tromba che suonava la carica scatenava l'entusiasmo della platea infantile. Battevamo le mani e i piedi gridando 'arrivano i nostri' e le sorti di quella storia si capovolgevano.


Berlusconi è creativo e di scienza delle comunicazioni se ne intende come pochi. Secondo me dovrebbe ricevere, lui sì, una laurea honoris causa in quella disciplina da parte di tutte le Università italiane. L'arrivo dell'esercito è stato il suo capolavoro, condiviso da La Russa. Fiorello, che anche lui se ne intende, ne dovrebbe prender nota per perfezionare le sue imitazioni.

Dico questo perché, esaminata a tavolino, la norma che inserisce un contingente militare nel sistema della Pubblica sicurezza è assolutamente priva di senso. Si tratta di 3 mila soldati e ufficiali scelti tra paracadutisti, alpini, granatieri e lancieri di Montebello. La regola di ingaggio ne prevede compiti di presidio a pubblici edifici e a zone sensibili (per esempio le discariche dei rifiuti), ma anche compiti di pattugliamento in formazione interforze, insieme a carabinieri, polizia e Guardia di Finanza. Ai pattugliamenti sono adibiti 500 militari, vale a dire solo un sesto del contingente.

In che modo un contributo così minuscolo possa rafforzare il sistema della sicurezza pubblica resta un misero. Sommando carabinieri, polizia di Stato e Guardia di Finanza si arriva a un totale di 300 mila uomini. Anche defalcando quelli di loro adibiti a compiti amministrativi ne restano a dir poco 200 mila destinati a investigare, prevenire e reprimere sul campo i colpevoli di reati. I 3 mila militari del contingente sicurezza rappresentano dunque l'1,5 per cento del totale delle forze di Ps; i 500 uomini adibiti ai pattugliamenti ne costituiscono una frazione infinitesimale. Eppure... 'arrivano i nostri'.

Un mio amico siciliano d'un piccolo paese della campagna agrigentina dove ancora risiede sua madre ottantenne, mi ha raccontato un suo colloquio telefonico con la mamma. "Era più tranquilla, mi ha detto, perché stavano per arrivare i militari. Quali militari?, gli ho chiesto. I soldati, quelli dell'esercito. Ma chi te l'ha detto? La televisione. Ma non arriveranno mai nel nostro paese. Invece sì, la televisione l'ha detto. E perché sei più tranquilla? Perché cacceranno gli zingari che rubano i soldi e anche i bambini. Ma non ci sono mai stati zingari da noi. No, ma sono pericolosi e rubano tutto. Mamma, hai mai visto uno zingaro nella tua vita? No, però la televisione dice che sono pericolosi, ma adesso che arrivano i militari mi sento rassicurata. Da noi però c'è la mafia, le ho detto io. Sì, mi ha risposto, ma quelli li conosciamo, sono del paese".

Questa è la stata la telefonata del mio amico con sua madre. Io propongo per Berlusconi e per La Russa un 'master' in creatività, magari rilasciato dai Lincei o dall'Accademia di San Luca. Se lo meritano tutto.
(14 agosto 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. L'opinione pubblica è rimasta senza voce
Inserito da: Admin - Agosto 18, 2008, 04:24:06 pm
POLITICA

L'opinione pubblica è rimasta senza voce

di EUGENIO SCALFARI


DAL FESTIVAL cinematografico di Locarno dove si trovava, Nanni Moretti qualche giorno fa ha lanciato una provocazione politica. "In Italia - ha detto - l'opposizione non esiste più ma c'è un altro fenomeno ancora peggiore: non c'è più un'opinione pubblica. Il dominio di Berlusconi sulle reti televisive ha spostato e devastato il modo di pensare degli italiani".

Moretti non è il solo ad essere arrivato a questa conclusione; l'autore del "Caimano" ha però il pregio di non esser mosso da alcun interesse né ideologico né pratico; esprime icasticamente un modo di pensare e di constatare che in parte anch'io condivido ma che merita comunque alcune precisazioni. Soprattutto per quel che riguarda la pubblica opinione. Il tema è di grande importanza, specialmente nei Paesi democratici. In essi infatti l'opinione pubblica costituisce la sostanza vitale sulla quale la democrazia imprime la propria forma.

Anche nei Paesi governati da sistemi autoritari o, peggio, totalitari l'opinione pubblica rappresenta un elemento essenziale cui il potere dedica specialissime cure. Il fine di questi regimi consiste nella sistematica manipolazione delle coscienze affinché siano persuase ad una credenza conforme. Una variante (non necessariamente alternativa) è quella di smantellare ogni tipo di opinione facendo rifluire l'attenzione dei cittadini sui loro interessi privati. Questo processo, se portato alle sue conseguenze ultime, conduce alla desertificazione dell'opinione pubblica. Mi sembra che l'autore del "Caimano" pensi e tema soprattutto questa variante: il dominio delle opinioni private al posto dell'opinione pubblica, alle mire del regime dominante.

Altre volte ho scritto che lo specchio in cui si rifletteva l'immagine che i cittadini avevano del loro Paese si è rotto in tanti frammenti i quali riflettono soltanto la figura e gli interessi frammentati di chi vi si specchia. Tante opinioni private senza più una visione del bene comune: questo è il prodotto del berlusconismo, agevolato e amplificato dal controllo dei "media". Ad esso l'opposizione non ha saputo rispondere: nonostante le intenzioni di seguire una strada opposta ha subito l'egemonia berlusconiana e si è sintonizzata sulla stessa lunghezza d'onda, convinta di poter diffondere messaggi diversi. Allo stato dei fatti l'esito di questo scontro ha dato un solo vincitore e parecchi sconfitti.

Tuttavia l'esito non è definitivo e non tutte le opinioni sono state ridotte alla sola dimensione privata. Ci sono ancora gruppi consistenti di cittadini che coltivano una visione del bene comune, che sentono il bisogno impellente di pensare in termini di bene comune senza contrabbandare dietro queste due parole i loro privatissimi egoismi e le loro personali egolatrie.

Esiste per esempio un'opinione pubblica "berlusconista". Coltivata, amplificata, puntellata con mezzi imponenti, ma di cui sarebbe un madornale errore negare l'esistenza. Sicurezza, tolleranza zero, intransigenza identitaria, fiducia nel leader anche a costo di veder sacrificati alcuni privati interessi. Un'opinione pubblica così conformata costituisce la base di consenso che accomuna le spinte identitarie berlusconiste e leghiste. Caro Moretti, quest'opinione pubblica c'è; anche se da quello specchio emerge una figura che a te ed a me risulta ripugnante, è tuttavia con essa che si debbono fare i conti.

C'è un altro specchio e un'altra opinione pubblica di diversa natura; è quella di cui parla Giuseppe De Rita quando delinea una strategia cattolica fondata sulle comunità locali, sul volontariato, sul doppio pedale del "sacro" e del "santo", cioè della fede e delle opere.
Questa visione del bene comune indubbiamente esiste ma non si identifica né con il Vaticano né con la Conferenza episcopale. Sono piuttosto i cattolici degli oratori, delle case religiose, delle comunità di dimensioni nazionali, di alcuni Ordini religiosi.

Il sacro e il santo. Riesce molto difficile dare una figura politica a questo tipo di opinione pubblica, ma senza una figura politica non esiste una visione di bene comune perché non esiste una "polis", una città terrena dove applicarla. Il sacro non è infatti di questo mondo. Quanto al santo, cioè alle opere, esse costituiscono un'importante presenza testimoniale e missionaria, una rete flessibile come tutte le reti e quindi disponibile ad essere utilizzata da forze esterne. Dietro il santo c'è molto spesso un vitello d'oro da adorare invece del poverello di Assisi e ne abbiamo tutti i giorni la prova.

Esiste anche, da almeno due secoli, ed opera attivamente in tutte le democrazie occidentali un'altra opinione pubblica con caratteristiche sue proprie ed è quella espressa dalla "business community". Possiede potenti strumenti di formazione e di diffusione ed ha una sua precisa visione del bene comune: libertà di mercato, regole blande, considerazione degli interessi costituiti, Stato efficiente e leggero. Insomma il capitalismo, che può assumere di volta in volta forme molto diverse tra loro, dal liberismo al protezionismo, dall'alleanza con la democrazia a quella con la "governance" autoritaria.

Oggi questa opinione pubblica è tendenzialmente orientata verso la versione berlusconista della democrazia, con simpatie leghiste diffuse soprattutto nel Nord-Nordest, ma la "business community" fa comunque parte a sé, ha il suo metro di giudizio, i suoi valori e la sua moralità che si realizza nel profitto d'impresa, "variabile indipendente" alla quale tutte le altre a cominciare dal lavoro debbono conformarsi.

Infine esiste (stavo per scrivere esiste ancora) un'opinione pubblica di centro e di sinistra riformista, progressista, laica. La sconfitta elettorale di un anno fa sembra averla ridotta ad uno stato larvale; non riesce ad esprimere un pensiero unitario e un'egemonia culturale, percorsa da convinzioni forti ma contrastanti: tolleranza, solidarietà, legalità, federalismo, centralismo, pacifismo, sicurezza, diritti, doveri, gregarismo, moderazione, massimalismo. Spore del possibile avrebbe detto Montale. Belle persone e volti consumati. Lotte per conquistare un potere inesistente e futuribile. Trasformismi sottotraccia e idealismi generosi.

Quest'opinione pubblica avrebbe bisogno d'una voce che la rappresenti e di una forma che la riporti in battaglia. E ancora una volta dico: d'uno specchio in cui possa guardarsi e rassicurarsi del proprio esistere.
Alle primarie dello scorso ottobre questa forma sembrò realizzarsi. Sono passati dieci mesi da allora e sembra un tempo lontanissimo. Può tornare soltanto se ricreato da un atto di volontà collettiva. Le scorciatoie individuali non servono a nulla, nascondono piccole vanità e mediocri trasformismi.

Serve una volontà di massa per risollevare un Paese sdrucito e frastornato. Si può fare? Fino a poco tempo fa pensavo di sì, ma i giorni passano in fretta e non inducono a pensare positivo. Le spinte centrifughe aumentano e il "si salvi chi può" rischia di diventare un sentimento diffuso. Se volete dare un segnale di riscossa dovete alzarvi e camminare. Altrimenti attaccate la bicicletta al chiodo e non pensateci più. Toccherà pensarci ai vostri nipoti se ne avrete.

Post scriptum. Tre giorni fa l'ufficio statistico europeo Eurostat ha diffuso le cifre ufficiali concernenti il Pil di Eurolandia. Per la prima volta dalla nascita della moneta unica il Pil del secondo semestre di quest'anno arretra dello 0.2 per cento. Non vuol dire ancora recessione ma poco ci manca.

L'inflazione dal canto suo è ferma al 4 per cento, ma molti segnali registrano un'inversione di tendenza: petrolio, materie prime, prodotti ferrosi, derrate alimentari denunciano consistenti ribassi sui mercati internazionali anche se su molti mercati locali questi ribassi ancora non arrivano, ostacolati dalla lentezza dei circuiti distributivi e dalla presenza di monopoli e cartelli.

Fermo restando che l'andamento dell'inflazione dev'essere continuamente controllato, il pericolo incombente riguarda - ormai risulta in modo evidente - una drastica caduta della domanda di consumi e di investimenti con il cupo corteggio di disoccupazione e di ulteriore arretramento del reddito nazionale e individuale.

Da questo punto di vista l'intera impostazione della manovra finanziaria risulta a dir poco fuori tempo. La compressione triennale della spesa per un totale di 36 miliardi dei quali 16 già nel primo esercizio, a parità di pressione fiscale, configura una strategia insensata. Se è vero che la crisi attuale ricorda per gravità e dimensioni gli eventi del triennio 1929-1932, è altrettanto vero che le misure finanziarie fin qui attuate ricordano quelle che in Usa furono prese dalla presidenza repubblicana precedente all'avvento di Franklin D. Roosevelt. Misure sciagurate, che aggravarono ulteriormente la crisi e rallentarono gli effetti del rilancio rooseveltiano sulla domanda di consumi e di investimenti.

In queste condizioni, quali che siano le opinioni di Tremonti e di Calderoli, parlare di federalismo fiscale è pura accademia e fumo negli occhi per distogliere l'attenzione da questioni assai più cogenti. Una trasformazione radicale del sistema tributario e dei poteri amministrativi effettuati in tempi di recessione e di deflazione è inattuabile poiché comporta gravissimi rischi. Come se, in tempi di tempesta, il timone della nave fosse affidato a venti timonieri anziché ad uno. Basta enunciare un'ipotesi del genere per esserne terrorizzati.

(17 agosto 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Il rischio federalista nel Paese spezzato
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2008, 06:28:32 pm
L'EDITORIALE

Il rischio federalista nel Paese spezzato

di EUGENIO SCALFARI



DEDICO queste note di oggi al federalismo, fiscale e costituzionale e cioè all'attribuzione di competenze allo Stato, alle Regioni, alle Province, ai Comuni e alle risorse necessarie per farvi fronte. Ancora si sa molto poco delle proposte leghiste e quel poco è molto contraddittorio. Perciò cercherò soprattutto di individuare i vari problemi che il federalismo dovrebbe risolvere e quelli ancora più numerosi che esso solleverà nella società e nell'amministrazione.

Ma prima c'è un altro tema da affrontare, del quale mi sono già occupato domenica scorsa e cioè lo stato dell'opinione pubblica in Italia. Il tema ha suscitato numerosi interventi e anche qualche fraintendimento come sempre accade quando il dibattito si fa vivace e denso di interessi anche politici. Del resto non si tratta di un argomento peregrino rispetto a quello del federalismo; le autonomie del territorio, l'identità nazionale e quelle locali, le loro reciproche compatibilità e idiosincrasie affondano infatti le radici nelle opinioni che le sostengono. L'opinione pubblica è come l'atmosfera: impalpabile, pura o inquinata, strutturata nelle sue componenti chimiche ma al tempo stesso volatile sotto la sferza di venti improvvisi.

Un federalismo che non fosse appoggiato dall'opinione pubblica nazionale sarebbe morto; d'altra parte una nazione che non si riconosca come tale è destinata a sfasciarsi. Per questi motivi il dibattito sull'attuale consistenza delle opinioni costituisce una sorta di pre-condizione al riassetto delle istituzioni, centrali e locali. Ho scritto domenica scorsa che esistono nella nostra società diverse opinioni: una berlusconista, una riformista e laica, una cattolica, una ispirata alle imprese e ai valori economici. Aggiungo che vi è anche un'opinione nordista molto forte. Ma l'aspetto più inquietante non sta nel fatto che queste diverse opinioni forniscano l'immagine di una società divisa in tanti spezzoni discordanti tra loro. La differenza è un fatto normale in una società democratica anzi addirittura positivo.

L'aspetto inquietante consiste invece nel degrado dell'opinione pubblica in una miriade di opinioni private, di gruppo e di corporazione, di territori e di individui. Lo specchio rotto riflette in ogni suo frammento una figura e un interesse particolare. La visione del bene comune in queste condizioni diventa spesso ipocrisia. Si pensa e si agisce per sé e per la propria confraternita. I valori degradano a convenienze personali e corporative. Questa che per me rappresenta la devastazione e la desertificazione di ogni opinione pubblica costituisce il brodo di coltura del populismo, della democrazia plebiscitaria e autoritaria, della delega in bianco. Nadia Urbinati l'ha chiamata "dissenso docile" e quindi indebolimento dell'opposizione. È un modo efficace per descrivere un processo. Ma Aldo Schiavone, che pure concorda sull'immagine dello specchio rotto e del privatizzarsi delle opinioni, vede in quest'ultimo fenomeno alcuni aspetti positivi. Ci vede un modo per resistere all'apatia, alla pigrizia sociale e ci vede una capacità di farsi largo e un modo per restare in gara nell'economia globale.

Non sono d'accordo su questo giudizio consolatorio in mancanza di meglio. Per tre ragioni: la prima è che lo smarrimento dell'interesse generale e la privatizzazione degli interessi favoriscono il dominio dei forti sui deboli e l'attuarsi di intollerabili dislivelli e odiose diseguaglianze sociali. La seconda è la scomparsa della politica come attività regolatrice della convivenza e la sua degradazione a pura funzione di sostegno degli interessi forti. Basta leggere su "Repubblica" di venerdì l'intervento di Federica Guidi, presidente dei giovani industriali di Confindustria, per avere l'immagine di un'ideologia economicista che vede la politica come il "comitato d'affari" del potere economico del quale parlavano i marxisti del secolo scorso, rinverdito nell'epoca della globalizzazione.

Ma la terza ragione a me sembra ancora più dirimente delle prime due: la privatizzazione delle opinioni non è un fenomeno recente ed effimero, ma una costante della storia d'Italia. Una costante nefasta ma per fortuna combattuta da uno spirito pubblico che non si rassegna alla polverizzazione familistica e corporativa e si pone valori collettivi. Valori di colore diverso uno dall'altro ma vissuti come tali e quindi politici.

Lo scontro tra l'Italia "che si arrangia" e l'Italia "che si impegna" non è altro che la storia di questo Paese dall'epoca delle "Signorie" fino ad oggi. In questo scontro l'Italia "che si arrangia" ha avuto la meglio molto più spesso dell'Italia "che si impegna". Quando parlo di impegno sono ben consapevole che questa parola va al di là degli steccati tra destra e sinistra. L'Italia che si arrangia ha vinto tutte le volte che i detentori del potere hanno dato, essi per primi, l'esempio di privatizzare l'interesse pubblico e questo esempio è stato così frequente e così devastante da configurare il nostro Paese con le maschere della commedia dialettale. L'italiano è anarchico, furbo, debole e servile con i potenti, crudele e arrogante con i più deboli. Questa è l'immagine: convenzionale perché reale.

Ad essa si oppongono gli italiani consapevoli delle proprie responsabilità collettive. Anch'essi sono portatori di interessi, non hanno certo natura angelica né eroica. Il loro impegno consiste nel sublimare gli interessi a valori collettivi, impersonati da soggetti collettivi, ricostruendo uno specchio nel quale la società possa riflettersi insieme al proprio passato e alla progettazione del proprio futuro.

Ho colto durante questo dibattito molte voci che rivalutano il presente, la necessità di agire sul presente e nel presente, ma questa è una tautologia perché si opera sempre e comunque nel presente; ma il futuro comincia già un attimo dopo. Chi opera e vive attimo per attimo è una barca senza timone e senza nocchiero, a cominciare dall'imprenditore che vuole realizzare valore (cioè profitti) subito. Quando questo accade la finanza soverchia l'industria e i risultati negativi si vedono. L'investimento imprenditoriale segue una sua strategia e comporta tempi tecnici per attuarla nonché i rischi che ne derivano. Si opera dunque nel presente avendo l'occhio al futuro e la memoria delle origini dalle quali si proviene. Diceva Dante: "Tu sè manto che tosto raccorce / sì che se non s'appon di die in die / lo tempo va dintorno con le force". Parla della vita e della sua nobiltà. Troppo spesso lo dimentichiamo.

Il federalismo è senza dubbio entrato nel sentimento degli italiani in questa fase della nostra vita pubblica, con un'intensità inversamente proporzionale all'attenuarsi del sentimento nazionale e di quello europeista. L'identità localistica, regionale e comunale, ha un netto sopravvento non tanto sulla nazione intesa come patria quanto sullo Stato.

Lo Stato non ha mai goduto d'un grande favore in Italia. Oggi è addirittura detestato dalla maggioranza dei nostri concittadini. Deve essere leggero. Funzionale. Assolutamente privo di etica, cioè non portatore di visioni etiche. L'etica ce la mette semmai la Chiesa. Ma quella della Chiesa è un'etica tradizionale e solidaristica. I suoi pilastri sono la famiglia e la carità, cioè l'amore del prossimo, pilastri che non combaciano con l'identità localistica. Non a caso il popolo leghista è assai poco cattolico, almeno nel senso della solidarietà ecumenica.

Il rischio del federalismo dal punto di vista dei sentimenti è quello di accrescere la separatezza localistica non soltanto tra Nord e Sud ma anche tra Piemonte e Lombardia, Lombardia e Veneto, Puglia e Marche, Lazio e Campania e addirittura tra Padova e Verona, tra Roma e Milano, tra Brescia e Bergamo, tra Parma e Bologna, tra Catania e Palermo.

La Lega infatti è preoccupata da questi contrasti e farà quanto può per superarli o almeno non aggravarli dal punto di vista fiscale. Calderoli nella sua inedita versione di statista ha già fatto il giro delle sette chiese per realizzare un ecumenismo federalista perché alla Lega interessa portare a casa entro la fine dell'anno la legge delega. Rinviare oltre quella data non si può perché la macchina federalista è stata ormai lanciata a pieno motore e fermarla adesso equivarrebbe ad una catastrofe politica.

Gli obiettivi della Lega sono almeno tre: diminuire la distanza tra cittadini e istituzioni, trattenere "in loco" il maggior numero di entrate fiscali, acquistare sovranità locali sul maggior numero di materie. Per rendere accettabili in tutto il Paese queste finalità sentite prevalentemente nel Nord, la Lega ha capito che occorre "vestire" di valori questi interessi e quindi confezionare un'immagine che sia attraente per tutti. L'immagine è quella di un federalismo che avrà come risultato finale la diminuzione del dislivello tra Sud e Nord perché l'autonomia consentirà al Sud di accrescere i suoi redditi; il livello delle imposte diminuirà (in futuro), le amministrazioni locali saranno più snelle e più efficienti, alle regioni di più bassa capacità d'investimento sarà accordato il potere di adottare una fiscalità di vantaggio del tipo di quella irlandese; sarà istituito un fondo nazionale di perequazione alimentato da contributi delle regioni più ricche e dello Stato per sostenere il periodo transitorio di adeguamento delle più povere al livello standard dei servizi pubblici.

Le materie interamente affidate alle Regioni e ai Comuni saranno la sanità (già lo è in gran parte), l'istruzione, l'assistenza, la disciplina degli immigrati con i nuovi poteri affidati ai sindaci.
Mancano al momento indicazioni sugli strumenti fiscali da affidare alle istituzioni locali. Si parla di Iva, ma c'è uno ostacolo europeo; si parla di addizionali Irpef e addirittura dell'Irpef tutta intera. Si parla di accise (benzina e tasse di fabbricazione sui raffinati). Si parla anche di Irpeg e comunque di imposte sulle produzioni svolte sul territorio. L'esempio più eloquente sarebbe di tenere a Melfi l'incasso sul valore delle auto Fiat prodotte in quello stabilimento e a Termini Imerese quello sulle produzioni della fabbrica Fiat lì operante. Scomporre e ricomporre. Una rivoluzione imponente. Forse spostando dalle imposte dirette a quelle indirette il maggior peso del carico tributario con tutto ciò che ne deriva sui singoli contribuenti.

Bisognerebbe anche diminuire i trasferimenti dello Stato alle Regioni a statuto speciale, ma su questo punto si profila un contrasto radicale tra le cinque Regioni in questione e tutte le altre.
Si può mettere in carta e votare in Parlamento una legge delega di queste proporzioni tra l'ottobre e il dicembre prossimo? Senza correre il rischio di varare un aborto informe se non addirittura un mostro legislativo? Per di più in tempi di recessione e di estrema preoccupazione del gettito tributario? Scomporre o produrre solo caos?

Sui costi effettivi di questa mastodontica operazione non si ha alcuna notizia. Lo statista Calderoli ritiene che avverrà a costo zero ma un calcolo accertato e certificato non c'è. Tremonti ha addirittura dichiarato che la messa in pista del federalismo fiscale fornirà risorse aggiuntive, ma non ha precisato se questa sua previsione si riferisca alle spese della pubblica amministrazione nel suo complesso o soltanto a quelle dell'amministrazione centrale: dettaglio tutt'altro che marginale.

Ma c'è un altro aspetto del quale si parla poco o nulla: il diritto dei cittadini ad avere prestazioni eguali dai principali servizi pubblici, senza discriminazioni tra chi vive in Calabria o in Veneto, in Emilia o in Campania, nel Molise o in Sardegna, in Lombardia o nelle Marche. Quest'aspetto della questione spetta allo Stato di garantirlo. Se così non fosse l'intera costruzione federalista si sfascerebbe come un castello di sabbia.

Post Scriptum 1. Il governatore della Sicilia ha auspicato che il federalismo consenta alle Regioni di decidere sulla localizzazione delle centrali nucleari che verranno costruite e si è detto pronto a farne sorgere una in Sicilia. La Sicilia non si identifica con la mafia e la stragrande maggioranza dei siciliani non è mafioso, ma è un dato di fatto che la mafia in Sicilia c'è. Una centrale nucleare in Sicilia? Ci pensate? Altro che rischio atomico...

Post Scriptum 2. Le prospettive di crisi economica in tutti i Paesi dell'Unione europea sono sempre più nere: giù i consumi, giù gli investimenti. Ci vorrebbero interventi espansivi. Lo dice da molto tempo Draghi e lo dicono anche Berlusconi e Tremonti ma poi allargano le braccia e alzano gli occhi al cielo da buoni cattolici: per ora i soldi non ci sono, bisogna pazientare. I soldi non ci sono anche se per ora le entrate registrano ancora un surplus sulle previsioni. Viceversa il rapporto deficit-Pil viaggia ancora al di sotto della soglia del 3 per cento stabilita da Bruxelles.

Si può alzare di qualche frazione di punto quella soglia? L'operazione è audace in tempi di crescita zero del Pil, ma portare il deficit al 2,7 rispetto all'attuale 2,4 è una strategia fattibile. Consentirebbe una disponibilità di cinque miliardi da impegnare in detassazioni di consumi e di investimenti. L'Italia potrebbe adottare questa strategia, resa possibile dal buono stato dei conti che Tremonti ha ereditato da Padoa-Schioppa. Perché non lo fa? Non è la prima volta che gli indirizziamo questa domanda ma lui non risponde, non so se per timidezza o per arroganza o per cattiva educazione. Germania e Francia a suo tempo questa strategia la adottarono. Noi siamo meno eguali di loro?

(24 agosto 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Il gioco dell'oca
Inserito da: Admin - Agosto 27, 2008, 02:30:52 pm
ECONOMIA IL COMMENTO

Il gioco dell'oca

di EUGENIO SCALFARI
 


LA SOLUZIONE dell'"affaire" Alitalia (che è stata formalizzata ieri) non è una bufala. Si chiama con questo termine figurato la vendita di una patacca, una truffa in piena regola. Invece la soluzione Alitalia è un'altra cosa: un imbroglio politico che cerca di far passare con una diversa apparenza e in condizioni peggiori la stessa sostanza che era stata già concordata nello scorso mese di marzo con Air France.
Insomma un'operazione d'immagine che costerà ai contribuenti italiani un miliardo di euro come minimo, più il costo sociale degli esuberi, cioè dei licenziamenti che saranno più del doppio e poco meno del triplo di quanto sarebbe avvenuto in marzo.

Cinque mesi fa l'ipotesi accettata dal capo di Air France, Jean-Cyril Spinetta, ma furiosamente osteggiata da Berlusconi, da Fini e dai sindacati, prevedeva duemila esuberi, altri quattromila dipendenti sarebbero stati parcheggiati in una società di proprietà dello Stato con la prospettiva che almeno metà di loro sarebbe stata riassorbita entro cinque anni. La società si sarebbe fusa nel gruppo Air France-Klm conservando il suo marchio, gran parte del personale e gran parte delle rotte e acquisendone altre per destinazioni internazionali. La flotta sarebbe stata rinnovata gradualmente poiché la consistenza della flotta Air France-Klm insieme agli aerei Alitalia era in grado di far fronte ai previsti incrementi di passeggeri e di merci nei prossimi anni.

All'epoca in cui queste trattative erano sul punto di chiudersi il prezzo del petrolio, già molto alto rispetto ad un anno prima, quotava 80 euro al barile. Sono stati persi cinque mesi da allora ed oggi la trattativa si è svolta con il barile di greggio a 115 euro. Alitalia era sostanzialmente fallita già cinque mesi fa ma si poteva risollevare senza commissariamento e a condizioni migliori per il Paese e per il Tesoro.
Oggi dovrà inevitabilmente passare per il commissariamento, le condizioni per la nascita della "nuova Alitalia" costeranno inevitabilmente di più alla collettività senza cambiare di un ette la sostanza: una compagnia di fittizia bandiera che si avvia a diventare una branca di un gruppo controllato e gestito da una compagnia di altra nazionalità.

A quest'operazione d'immagine partecipano una decina di imprenditori italiani e tre o quattro banche tra le quali Banca Intesa e forse Mediobanca. Non si tratta però di "capitani coraggiosi" come alcuni giornali li hanno affrettatamente chiamati. Si tratta di capitalisti che sanno il fatto loro e che hanno patteggiato il loro ingresso nel capitale di Alitalia con contropartite di notevole interesse.
Ho detto che non è una bufala ma un imbroglio. Non saprei definirlo diversamente.

* * *
La prima constatazione (non si tratta di un'opinione ma di un fatto) è la situazione patrimoniale della "bad company" cioè della vecchia Alitalia, del vecchio e logoro osso che resterà in mano al Tesoro, cioè allo Stato, cioè a tutti noi contribuenti. Come è noto il patrimonio si compone di poste attive e di poste passive. Queste ultime ammontano nel caso Alitalia ad oltre un miliardo di euro perché tanti sono i suoi debiti. Ma in più ci saranno da gestire da cinque a seimila esuberi e forse più. Questa gestione ha un costo sociale e un costo finanziario. Quello sociale riguarda le persone e le famiglie che passeranno dallo stipendio alla Cassa integrazione e poi al licenziamento. Per di più si tratta quasi interamente di persone e famiglie concentrate a Roma, il che rende ancora più pesante l'impatto sociale della crisi.

Il costo finanziario dipenderà da eventuali "finestre" di pre-pensionamenti e dalla possibilità di alcune categorie di creditori di sottrarsi agli effetti del commissariamento pretendendo e ottenendo il pagamento integrale di quanto ad essi dovuto. Tra questi i fornitori di carburante i quali potranno adire il tribunale e ottenere una posizione privilegiata minacciando altrimenti di non rifornire la flotta Alitalia impedendone in questo modo il decollo.
C'è poi da considerare la sorte dei 300 milioni che nello scorso aprile furono conferiti dal Tesoro all'Alitalia per assicurarne la sopravvivenza. Quei soldi furono poi messi a patrimonio con la clausola che sarebbero stati restituiti al Tesoro nei tre mesi successivi all'avvenuto risanamento della società.
Saranno restituiti? Sarebbe una partita di giro, dalla "bad company" al Tesoro stesso. Quindi impraticabile perché inutile. Oppure non saranno restituiti, nel qual caso assumerebbero la natura di un aiuto di Stato e come tale impugnabile dalla Commissione europea dinanzi alla Corte di giustizia dell'Ue. Oppure ancora qualche banca o fondazione compiacente dovrebbe assumersi l'onere di rimborsare il Tesoro. Un samaritano che porti la croce. Ce ne sono in giro? Io non ne vedo. Se ci fossero sarebbero pazzi. Oppure furbi di quattro cotte che darebbero trecento per ottenere di ritorno in altri modi almeno il doppio. Staremo a vedere. Il nostro compito di giornalisti è appunto quello d'informare il pubblico. Non mancheremo di farlo.

* * *
I capitani coraggiosi. Vorrei cominciare dal gruppo Benetton per una ragione molto semplice: il responsabile operativo della famiglia e del gruppo di Ponzano Veneto rilasciò tempo fa un'intervista assai significativa, virgolettata e rivista dall'intervistato. Il giornalista che l'intervistava affacciò il dubbio che la contropartita d'una partecipazione dei Benetton al salvataggio Alitalia fosse già stata ottenuta con le ottime condizioni alle quali lo Stato aveva rinnovato la concessione delle autostrade al gruppo di Ponzano. Ma l'intervistato replicò che no, la partita delle autostrade non aveva alcun nesso con il salvataggio dell'Alitalia; le condizioni della concessione rinnovata non erano affatto un favore ma un'equa pattuizione. E va bene, sarà certamente così.

Il caso Alitalia era invece diverso. I Benetton non hanno alcun interesse a partecipare ad una compagnia di trasporto aereo. Possono metterci qualche spicciolo se proprio serve a salvare l'immagine politica, ma il loro interesse è un altro. I Benetton sono da tempo diventati costruttori di opere pubbliche: l'attuale aeroporto di Fiumicino l'hanno fatto le loro imprese. È un sito studiato per ospitare 30 mila passeggeri al giorno. Ma ora le previsioni per i prossimi vent'anni richiedono un aeroporto da 60 mila passeggeri in transito giornaliero. Perciò bisogna ricostruire Fiumicino nell'ambito di un progetto che ne faccia un "hub" mediterraneo. Ecco: i Benetton puntano su questo obiettivo. Non sono mica molliche.

Naturalmente, se la previsione d'un aeroporto da 60 mila transiti è corretta, non c'è assolutamente nulla di male a mettere in gara l'opera pubblica. Una trattativa privata senza concorrenti sarebbe uno strappo non da poco. Ma Tremonti è capace di questo e di altro nell'ambito di una strategia di Stato-padrone e di primazia della politica.
Però c'è un altro problema che lo stesso Benetton sollevò in quell'intervista: le tariffe da applicare alle compagnie di trasporto per utilizzo dell'aeroporto e, tra queste, in particolare le tariffe della compagnia di fittizia bandiera. Mi domando se non ci sia un conflitto di interessi tra un Benetton gestore dell'aeroporto e un Benetton azionista di Alitalia.

* * *
Di Ligresti si sanno molte cose e molte altre si intuiscono. Costruirà non so quanti milioni di metri cubi connessi (insieme alle circostanti aree) con l'Expo di Milano. Guida un gruppo gigantesco, immobiliare, finanziario, assicurativo. Sta nel sindacato di Mediobanca e come tale allunga l'occhio anche sul Corriere della Sera. Metterà una cinquantina di milioni anche in Alitalia. Per lui sono spiccioli e possono venir buoni con tanta terra al sole. E poi la sua banca di riferimento non è Intesa-Sanpaolo? È opportuno rendersi utili a chi finanzia i propri affari, accade da che mondo è mondo.

Conosco poco gli altri neo-azionisti della nuova Alitalia e quindi mi guardo bene dal formulare su di loro pensieri maliziosi. Ma una cosa va detta e vale per tutti: questi capitani coraggiosi giocano in realtà sul velluto perché hanno giustamente messo come condizione "sine qua non" la presenza nella combinazione d'un grande vettore internazionale. Poiché hanno ora accettato che i loro nomi siano resi pubblici se ne deve dedurre che l'accordo con il vettore straniero sia già stato fatto o sia comunque in avanzata trattativa.

Sappiamo che quando l'accordo sarà ufficializzato risulterà che lo "straniero" avrà il controllo azionario e la gestione della compagnia. È immaginabile e verosimile.
Secondo le informazioni che ho in proposito gran parte dei capitani coraggiosi si propongono di vendere allo "straniero" o sul mercato le loro quote azionarie quando l'accordo sarà diventato operativo. Dal che deduco che una rete di sicurezza i capitani coraggiosi ce l'hanno.
Arriva all'ultim'ora la notizia che Air France ha convocato il suo consiglio d'amministrazione per giovedì ed ha riaperto il dossier Alitalia. Spinetta chiederà anche di incontrarsi con Passera.
A pensarci bene è stato proprio un gioco dell'oca. Cinque mesi dopo torna l'ipotesi di tornare al punto di partenza in condizioni assai peggiori di prima.

* * *
Poiché in quest'operazione compare più volte il nome di Mediobanca, converrà spendere qualche parola su questo leggendario istituto che ha movimentato la storia finanziaria d'Italia dal 1947 ad oggi attraversando anche in casa propria alcune agitate, vicende come del resto accade nelle migliori famiglie. Finora le vicende "domestiche" di piazzetta Cuccia sono sempre finite bene e ci auguriamo che sia sempre così. Non altrettanto si può dire di quelle che Mediobanca ha patrocinato. Alcune a lieto fine altre a fine triste o tristissimo, a cominciare dalla guerra chimica ai tempi della Edison e della Bastogi per arrivare alla Montedison di Cefis e a quella dei Ferruzzi e dei Gardini e per finire con Pirelli e Telecom.
Che sta accadendo adesso a Mediobanca?
È in corso uno scontro molto duro. A volerlo personalizzare i protagonisti sono tre: Geronzi, Profumo, Nagel. Il primo è il presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca dopo aver guidato per molti anni il Banco di Roma che si fuse circa due anni fa con Unicredit; il secondo è l'amministratore delegato di Unicredit; il terzo è l'amministratore delegato del consiglio di gestione dell'Istituto di piazzetta Cuccia (un tempo si diceva via Filodrammatici perché Enrico Cuccia era ancora vivo).
Al momento della fusione del Banco di Roma con Unicredit si pose il problema di trovare una posizione adeguata per Cesare Geronzi che altrimenti sarebbe rimasto disoccupato. Geronzi non è uno che vada in pensione; si può tranquillamente scommettere che morirà (spero il più tardi possibile) lavorando. Banco di Roma e Unicredit possedevano circa il 9 per cento ciascuno del capitale di Mediobanca, in totale il 18 per cento, cioè la maggioranza assoluta nel patto di sindacato. A quel punto Profumo decise di vendere metà della partecipazione restando con il 9 per cento. Decise anche di affidare a Geronzi la presidenza dell'istituto ma per non essere troppo generoso optò per una "governance" duale, dando all'ex presidente del Banco di Roma la guida del consiglio di sorveglianza e insediando alla testa del consiglio di gestione il capo del management di piazzetta Cuccia, Nagel.

Un equilibrio perfetto, almeno sulla carta. Ma non era pensabile che Geronzi si contentasse a lungo di fare il padre nobile. Passato poco più di un anno è entrato infatti in agitazione chiedendo che la governance di Mediobanca tornasse dal sistema duale a quello "monale" e rivendicandone la presidenza operativa.
Profumo non è d'accordo ma è molto prudente, anche lui ha i suoi guai e non da poco. Nagel non è d'accordo neppure lui, ma Geronzi è in maggioranza nel sindacato e nell'assemblea degli azionisti. Dalla sua parte c'è Mediolanum, Ligresti, Generali, i francesi, insomma il grosso degli azionisti. Soprattutto ha l'appoggio politico di Berlusconi.

Ma Nagel e Profumo sono tuttora contrari. Se decideranno di battersi possono raggruppare un terzo dei voti nel sindacato azionario: una minoranza di blocco che riproporrebbe una conduzione duale all'interno di una "governance" unificata.
Infine c'è un'ultima incognita. Geronzi è stato rinviato a giudizio e addirittura condannato in primo grado per alcuni reati di cospicua gravità in materia finanziaria e bancaria. In tempi normali tutto ciò avrebbe determinato automaticamente le dimissioni del rappresentante legale di una banca e in tal senso esiste da tempo una circolare di indirizzo della Banca d'Italia. Ma oggi, lo sappiamo, non siamo in tempi normali. Mi domando però se questa posizione resterà ferma anche nel momento in cui il processo avrà inizio. Ogni previsione è azzardata ma una cosa è certa: la scelta dipenderà in larga misura da Draghi. È una partita cui sarà molto interessante assistere per raccontarla a dovere.

(27 agosto 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. La ricerca e la fede
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2008, 11:31:24 pm
Eugenio Scalfari


La ricerca e la fede


A che punto è la discussione sulla soggettività o oggettività del ricercatore. Sulla 'buona scienza' e la 'cattiva scienza'.
Tra i tanti dibattiti in corso che riguardano la storia delle idee ce n'è uno di importanza particolare: ha come protagonista il pensiero scientifico, i suoi rapporti con la religione, con la politica, con la tecnica, con la filosofia e con ciascuno di noi, uomini e donne che viviamo in quest'epoca agitata, incerta, dinamica quant'altre mai.

Fino a qualche tempo fa tra la scienza e le cosiddette discipline umanistiche c'era una sorta di incomunicabilità: procedevano ciascuna per strade parallele che non si incontravano; perfino il lessico era diverso, due linguaggi estranei e reciprocamente incomprensibili. Ma ciò che le rendeva estranee l'uno all'altra al punto da farle definire 'due culture' era la profonda differenza dei metodi conoscitivi, quasi che due diversi cervelli o due diverse mappe cerebrali presiedessero alla cultura umanistica e a quella scientifica.

Non era stato sempre così. All'alba del pensiero occidentale la filosofia era stata tutt'uno con la scienza, le cosmogonie e il ruolo degli elementi primari, l'aria, l'acqua, il fuoco, nascevano da un pensiero al tempo stesso religioso, artistico, scientifico. L'unità tenne ancora fino a Pitagora, poi le due culture si separarono sviluppandosi ognuna per conto proprio, ma ancora in pieno rinascimento alcune personalità d'eccezione come Leonardo e Giordano Bruno riunificarono i linguaggi delle due culture che l'evoluzione delle idee aveva separato.

Oggi il pensiero scientifico ha avviato un percorso di profonda trasformazione dal quale emerge un aspetto che merita un attento esame: la ricerca sperimentale, che da Galileo in poi ha costituito l'ossatura della scienza moderna, è condizionata da ipotesi teoriche pregiudiziali, esalta il ruolo dello sperimentatore e per conseguenza la soggettività (e la precarietà) dei risultati di volta in volta raggiunti. Quest'aspetto è sempre stato implicito nella ricerca sperimentale ma ora è dichiaratamente esplicito. Senza una visione pregiudiziale del mondo che ci circonda, la sperimentazione sarebbe cieca, ma senza la conferma sperimentale la visione del mondo sarebbe vacua: questa è ormai la convinzione dominante che gli scienziati più avvertiti condividono.

Di qui il bisogno epistemologico di analizzare con cura crescente il ruolo dell'osservatore, cioè del soggetto, dei suoi punti di vista preliminari e dell'influenza che essi possono esercitare sui risultati della ricerca. Attraverso quest'analisi epistemologica si cerca insomma di 'ponderare' l'elemento soggettivo e 'ricaricare' l'oggettività della sperimentazione per quanto possibile. Se poniamo la questione da un altro punto di vista esaminando i rapporti tra il pensiero scientifico e le culture umanistiche, emergono problemi relativi all'autonomia della scienza e alle finalità della ricerca. Le questioni che si pongono sono le seguenti:

1. La scienza accetta che la politica e/o la religione pongano limiti alla ricerca? Accetta cioè vincoli di carattere etico oppure si pone al di fuori dell'etica?

2. La scienza cerca la spiegazione ultima del mistero della vita, la chiave che apra tutte le porte, la formula che racchiuda tutti saperi? Oppure procede a caso nella ricerca essendo consapevole che la spiegazione ultima non esiste se non affidandosi ad una fede che trascende la fenomenologia del mondo?

3. La scienza accetta i vincoli dell'etica e della trascendenza e si limita ad una ricerca con 'sovranità limitata' entro ambiti stabiliti da autorità extra-scientifiche?

Il mondo degli scienziati non è gerarchicamente organizzato, non esiste un papa né un imperatore che possano imporre le loro volontà. Perciò di fronte alle domande sopra formulate ci sono state e ci saranno sempre risposte soggettive. Dal punto di vista religioso esiste infatti una 'buona scienza' (quella che accetta di operare nell'ambito determinato dalla visione religiosa) e una 'cattiva scienza'. Esiste una verità assoluta o molte verità relative e questa divaricazione non deriva soltanto dai rapporti con il pensiero religioso ma anche dalla diversa posizione degli scienziati rispetto alla 'spiegazione ultima' del mistero della vita.

Questo grappolo di questioni variamente intrecciate tra loro hanno più d'un secolo di storia alle spalle. L'inizio che mise in discussione la scienza dell'epoca di Newton risale infatti alla teoria della relatività formulata da Albert Einstein agli inizi del Novecento e, qualche tempo dopo, dalla fisica dei 'quanti' e dei 'fotoni'. La discussione sulla soggettività o sull'oggettività della ricerca raggiunse il suo culmine alla fine degli anni Venti del secolo scorso, quando Heisenberg formulò il principio dell'indeterminazione, constatando che è impossibile conoscere la posizione e la velocità dell'infinitamente piccolo, cioè dell'elettrone che ruota attorno al nucleo atomico. Posizione e velocità sono percepite dall'osservatore soltanto bombardando la particella infinitesima e sbalzandola dall'orbita. Significa rompere il giocattolo, il che preclude la conoscenza del giocattolo integro.

Poco dopo la tappa fondamentale di Heisenberg, la meccanica quantistica andò ancora più oltre. Con Pauli arrivò addirittura a teorizzare l'ipotesi della trascendenza come possibile elemento di inferenza nel processo fisico. Mise in discussione il principio della non contraddizione, quello della reversibilità del tempo e la legge di gravitazione. Infine prospettò la necessità di interconnessione tra pensiero scientifico e pensiero filosofico da effettuare attraverso un nuovo e comune linguaggio. La discussione, sempre più ricca ma non priva di incertezze e di confusione, è a questo punto. Tralascio, sebbene lo consideri essenziale, il rapporto tra scienza e tecnologia sul quale mi propongo di tornare.

(29 agosto 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. L'impossibile dialogo tra il lupo e l'agnello
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2008, 07:41:26 pm
POLITICA

L'impossibile dialogo tra il lupo e l'agnello

di EUGENIO SCALFARI


UN OSSERVATORE spassionato che volesse descrivere quanto sta accadendo nella sinistra italiana in tutte le sue varie espressioni, da quella riformista a quella massimalista, dovrebbe servirsi della parola "implosione". La sinistra sta implodendo, i suoi punti di riferimento non sprigionano più l'energia sufficiente a delineare una direzione di marcia, i fari non emettono più segnali di luce capaci di illuminare i lineamenti della costa e gli scogli che la cospargono.

Implosione ed entropia: dopo lo sforzo compiuto nella campagna elettorale e la sconfitta subita l'energia si è dispersa e degradata. Il secondo principio della termodinamica descrive questo processo che si applica non solo in natura ma in ogni entità organizzata e questo è anche il caso dell'opposizione politica e di quella sindacale. Le forze centrifughe prevalgono su quelle centripete. Il risultato è la frammentazione della sinistra e, al limite, la sua polverizzazione.

Il fenomeno potrebbe ancora essere arrestato? Difficile dirlo, ma certo il punto di non ritorno, la soglia oltre la quale il processo diventa irreversibile è molto vicino e questo si avverte con particolare intensità nel Partito democratico che essendo la forza più rilevante dell'opposizione è quella dove i fenomeni di decomposizione sono più visibili e suscitano i massimi contraccolpi.

Il presidente della Regione Lazio, che vuole entrare come azionista nella nuova Alitalia contro il parere del suo partito, ha detto l'altro ieri che il centralismo democratico è finito. L'ha detto con un senso di liberazione.

È vero, il centralismo democratico del vecchio Pci è finito da tempo e comunque i rappresentanti di istituzioni rispondono ai loro elettori prima ancora che agli organi del partito al quale appartengono.

La rivendicazione di questa autonomia istituzionale è un bene che non va sottovalutato, ma tra l'autonomia e il "liberi tutti" c'è una differenza di fondo quantitativa e qualitativa che non può essere ignorata. Diversamente il "liberi tutti" si trasforma rapidamente in un "tutti a casa" che è esattamente ciò che sta accadendo nel Partito democratico, in Rifondazione comunista e in tutto quel vasto elettorato che rappresenta il 40 per cento di elettori e che sta perdendo il senso dell'appartenenza nel momento stesso in cui perde di vista le finalità dell'azione politica e degli strumenti necessari per realizzarne gli obiettivi concreti.

Ho fatto altre volte il confronto con un fiume che rompe gli argini e si sparge nelle campagne circostanti. Quando questo fenomeno avviene le ipotesi su quanto accadrà subito dopo sono tre. La prima è che l'acqua del fiume rientri nel suo letto naturale e riprenda a scorrere come prima; la seconda è che si scavi un nuovo alveo e scorra con la stessa pendenza tra nuovi argini; infine la terza è che diventi palude, acquitrino infestato da miasmi e zanzare, luogo di caccia alle anatre che, ignare e indifese, starnazzano in cielo.

* * *

Il governo, la sua maggioranza e gran parte dei "media" cercano dal canto loro di accentuare questo processo di disfacimento dell'opposizione. In vari modi. Uno di essi, il più frequentato, si svolge intorno alla parola "dialogo". S'invoca il dialogo, si vuole il dialogo e se ne tesse la tela attraverso il dialogo con pezzi dell'opposizione o addirittura con singoli personaggi. "La sventurata rispose" scrive il Manzoni quando la Monaca di Monza parla con il suo amante e acconsente al rapimento di Lucia. Credo che nella maggioranza dei casi i personaggi che hanno accettato di dialogare siano in perfetta buona fede e non abbiano in animo di far rapire alcuna Lucia, ma non toglie che la polverizzazione d'un partito di opposizione passa anche attraverso pratiche che si prestano ad essere scambiate per trasformismo, quale che siano le intenzioni degli interessati, suscitando fenomeni analoghi e non sempre altrettanto innocenti.

Il vero punto in discussione sta proprio nella parola dialogo. A volte il lessico è lo strumento diabolico che Mefistofele usa con i vari Faust che cadono nelle sue grinfie. Si dovrebbe usare - come fa il presidente Napolitano quando tocca quest'argomento - la parola confronto. Walter Veltroni l'ha detto molte volte: il confronto tra forze politiche in un sistema di democrazia parlamentare avviene in Parlamento e alla luce del sole.

A quel confronto nessuno si può sottrarre a meno di non modificare la Costituzione. E il Partito democratico non si è sottratto, ottenendo in alcuni casi qualche successo. Per esempio nel caso dell'emendamento "blocca processi" che fu tolto dal decreto legge sulla sicurezza, auspice anche la presidenza della Repubblica che fece pesare con forza la sua opinione in proposito. E per esempio nel caso dei "rom" e del "censimento" dei loro bimbi, più volte annunciato dal ministro Maroni a beneficio dei suo elettori leghisti ma poi abbandonato anche per le pressioni della Commissione di Bruxelles e del Consiglio d'Europa.

Il confronto parlamentare avviene tra forze politiche e non tra singoli personaggi e questa è la sostanza della democrazia parlamentare. Certo un partito non vive soltanto in Parlamento: vive, dovrebbe vivere, nel Paese, sul territorio, elaborando programmi specifici e concreti all'interno di una visione complessiva del bene comune e delle regole che ne scandiscono il funzionamento.

Questa presenza politica e questa elaborazione culturale sono gli aspetti manchevoli che abbiamo segnalato; a causa di questa assenza o presenza troppo debole i fenomeni di implosione, frammentazione, dialogo di singoli con lo schieramento avversario, si moltiplicano con diffuso gaudio del governo, della maggioranza e dei "media" consenzienti e addirittura dediti al picconamento dell'opposizione.

* * *

Ho accennato all'intenzione del presidente della Regione Lazio di entrare come azionista nella compagine societaria della nuova Alitalia (Cai). Se il suo desiderio fosse accettato dagli azionisti della Cai la privatizzazione di Alitalia subirebbe uno strappo a favore di un ente locale interessato a "tutelare" le sorti dell'aeroporto di Fiumicino. Lo stesso Marrazzo ha auspicato un analogo ingresso del presidente lombardo Formigoni a tutela degli interessi dell'aeroporto di Malpensa.

C'è qualche cosa di storto in questo modo di ragionare. Se gli enti locali sul cui territorio operano aeroporti importanti dovessero far parte della Compagnia di volo dovrebbero entrarvi anche Napoli, Palermo, Bari, Venezia, Bologna ed altri ancora. L'assemblea della società diventerebbe una stanza di compensazione di interessi contrapposti con tanti saluti alle regole del mercato.

Ma una stanza di compensazione tra interessi forti la nuova Alitalia lo è già. Non a caso il senatore Luigi Zanda ha scritto una lettera pubblica e formale al presidente dell'Antitrust segnalando i macroscopici conflitti di interessi di alcuni azionisti della Cai, in particolare i Benetton, i Riva, gli Aponte e parecchi altri. Sarà interessante vedere come si comporterà l'Antitrust su una questione così delicata.

Quale dovrebbe essere la funzione del Partito democratico, posto che il trasporto aereo è un tema di rilievo nazionale sul quale una forza politica ha pieno titolo di esprimersi? Credo che il Pd - come ogni altro partito - debba dire la sua sulla privatizzazione della Compagnia, sui molteplici conflitti di interesse presenti nella nuova società, sul piano industriale, sugli oneri che esso comporta per la finanza pubblica. Il problema degli esuberi è una derivata del piano industriale, come correttamente sostiene la Cgil.

È pacifico per tutti che in tempi di globalizzazione non esiste la possibilità di una società di trasporto aereo che non sia inserita in un "network" internazionale, a meno che non si tratti d'un vettore esclusivamente locale, con una piccola flotta di aerei e pochi dipendenti. Ma questo non è il caso dell'Alitalia.

I network interessati a livello europeo sono tre: Air France-Klm, British, Lufthansa. I tedeschi vedono in Alitalia uno strumento per aprirsi la strada verso l'Africa e l'Asia. I francesi e gli inglesi questa apertura ce l'hanno già e vedono in Alitalia un contenitore di passeggeri. Trenta milioni di passeggeri che negli anni saranno destinati a raddoppiare se inseriti in un quadro di ben altre dimensioni.

Quanto ai nuovi azionisti della Cai, realisticamente essi sanno che gli utili della Compagnia saranno assai magri nei primi cinque anni; non è quindi per la profittabilità dell'impresa che essi hanno deciso di impegnarvisi. Tantomeno per sentimenti patriottici, lodevoli ma estranei ad un piano industriale. I soci della Cai, tutti ad eccezione di Colaninno, hanno interessi extra-Alitalia da promuovere e tutelare e questa è già una buona ragione per metter nel piatto un "cip" e sedersi a quel tavolo. Ma ce n'è un'altra di ragione: far nascere una nuova Alitalia, ripulita da tutte le croste accumulatesi durante gli anni. La ripulitura non costerà nulla alla Cai, la fa Fantozzi a spese dello Stato.

Una volta compiuta la ripulitura, Alitalia possiederà una flotta di media importanza, una serie di diritti di volo soprattutto sul territorio nazionale e un pacco-passeggeri di trenta milioni di unità destinate ad aumentare fino al raddoppio. Il conto economico, l'abbiamo detto, darà risultati magri, ma il valore patrimoniale di una società ripulita a dovere sarà notevolmente più elevato: dopo il 2011 la Cai potrà valere a dir poco un quarto in più rispetto al patrimonio di partenza. A quel punto gran parte degli attuali azionisti, che non hanno alcun interesse per il trasporto aereo, usciranno dall'affare realizzando cospicue plusvalenze. A spese dello Stato e dei contribuenti.

Questo è l'affare Alitalia, questa è la logica del mercato e questa sarà la soluzione finale della compagnia aerea italiana. Colaninno, che buon per lui non ha conflitti d'interesse in questa vicenda, probabilmente resterà a guidare la sezione italiana del "network" internazionale nelle cui capaci braccia si spegnerà la cordata tricolore.

* * *

Ci sono molti altri temi di confronto tra maggioranza ed opposizione: la sicurezza, la giustizia, l'istruzione, la sanità. L'uscita dei partiti dalle Asl e dalla Rai e il riassetto dell'azienda televisiva. Il federalismo fiscale. E naturalmente le riforme costituzionali, legge elettorale compresa. Il luogo del confronto è il Parlamento dove contano i voti ma conta anche il consenso che i partiti si guadagnano nel Paese con la loro presenza, le loro proposte, i loro programmi, i valori dei quali sono portatori.

Se la crisi della sinistra e in particolare del Pd è l'appannamento della leadership, conviene dunque concentrarsi su questa questione e risolverla. Bisogna contemporaneamente costruire il partito sul territorio, risollevare l'animo e l'impegno degli elettori, dare forza al vertice del partito, utilizzare l'esperienza dei cosiddetti senatori del Pd portando però nella prima linea operativa una generazione di giovani da addestrare e a cui affidare a tempo opportuno la guida.

Nelle aziende e nelle banche di grandi dimensioni questo schema si chiama "duale", un consiglio di sorveglianza e un consiglio di gestione; nel primo stanno i saggi, nel secondo gli operativi. Forse uno schema del genere non si adatta ad un partito politico ma può comunque essere adatto a suggerire una soluzione adeguata.

C'è pochissimo tempo per riprendere la marcia. L'opposizione scricchiola, la gente si disimpegna, le rivalità interne si incistiscono. Bisogna spezzare questo circuito nefasto.

Credo che la responsabilità di riaccendere le luci d'una casa abbuiata incombano su Veltroni. Del resto è lui il segretario in carica. Decida e operi, chiami a raccolta tutti coloro che in quel partito ci credono ancora e cammini insieme a loro con idee precise e chiaramente enunciate.

Chi vuole dialogare con l'avversario a titolo personale non è un traditore. Può essere un ingenuo. Oppure un vanitoso. Comunque, se vuole farlo lo faccia a proprio rischio senza pretendere di rappresentare un partito perché l'ingenuità e la vanità possono condurre al disastro una forza politica.

(7 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Movida mantovana
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2008, 12:36:01 am
Eugenio Scalfari


Movida mantovana


Al Festival della Letteratura ho trovato una tensione allegra verso il futuro, verso il cambiamento, verso sogni e destini che scommettono sull'onestà, sulla creatività e sulla solidarietà  Una presentazione al Festival della LetteraturaIl Festival della Letteratura che si è svolto a Mantova dal 3 al 9 di questo mese è un evento abbastanza singolare nel panorama della vita culturale italiana di questi anni. Non è l'unico. Fenomeni analoghi ci sono stati a Roma con una serie di incontri sulla storia, sull'arte, sulla filosofia, sulle matematiche, che si sono susseguiti all'Auditorium della città; altre iniziative dello stesso livello si sono verificate a Torino, a Udine, a Cortona, a Firenze, a Bologna, a Napoli, a Palermo, a Padova, a Modena.

Milano è forse la sola delle tante capitali del Paese dalle 'cento città' a restare un po' in ombra; la sua vita culturale si è ristretta in ambiti elitari con punte musicali e teatrali di eccellenza ma con scarsa partecipazione. Paragonata a quella di quaranta o trenta anni fa sembra una città assai più spenta e annoiata. Speriamo che anche questa nottata milanese passi.

Il Festival di Mantova è però uno spettacolo molto diverso da tutti gli altri perché qui, per cinque giorni, un'intera città vive di cultura e per la cultura ospitando decine di migliaia di persone, per lo più giovani, che intervengono, discutono, leggono, partecipano con una ininterrotta 'movida', animando le strade, le piazze, i palazzi, i tendoni di questa città-gioiello.

Dibattiti, presentazione di libri e di scrittori, si susseguono senza sosta, ne ho contati più d'una quarantina ogni giorno e tutti affollati e animati come raramente capita di vedere.

Ero stato una sola volta a questo festival dodici anni fa, l'esordio di un'iniziativa che poi è andata crescendo di anno in anno e oggi si propone come un vero e proprio 'test' della vitalità culturale-letteraria della nostra società. Ne emergono alcuni tratti particolari. Li enumero così come mi sono apparsi.

Anzitutto i giovani, il festival è soprattutto un sito di accampamento giovanile, festoso, gioioso, informato. Una parte di questa popolazione giovanile presta anche servizio volontario nell'organizzazione del festival con le mansioni più varie. Senza di loro la città non ce la farebbe perché lo sforzo organizzativo è eccezionale e i risultati corrispondono all'impegno.


L'intera struttura è guidata da otto persone, un ottetto molto affiatato da quanto ho capito, un lavoro di squadra che abbraccia un periodo molto più lungo dei cinque giorni del festival vero e proprio. Ciascuno degli otto fa altri mestieri, ma il festival è ormai il loro impegno costante di tutto l'anno con continui contatti con analoghe iniziative in Usa, in Inghilterra, in Germania, in Francia, in Spagna, in Brasile e ora anche in India e nell'est dell'Asia.

La materia prima è però italiana. Gli otto direttori del festival sono consapevoli del livello non eccelso della letteratura italiana di questi anni. "Lavoriamo su un'arte povera" mi ha detto uno di loro. "Non è solo italiana questa povertà letteraria, in altri paesi europei va anche peggio, ma negli ultimi tempi qualche scintilla di novità si nota e va incoraggiata. L'interesse del pubblico e le sue richieste sono invece in aumento perciò non disperiamo: quando la domanda è così forte l'offerta non tarderà a manifestarsi".

Sarebbe azzardato dire che il pubblico che ha invaso Mantova per cinque giorni mescolandosi agli abitanti di questa città che occupa da anni il primo posto per quanto riguarda il reddito e la ricchezza, abbia una colorazione politica omogenea. A me è capitato di parlare due volte in riunioni molto affollate nelle quali la tonalità di sinistra e laica era di gran lunga prevalente, ma questo si deve probabilmente al fatto che quello era un pubblico intonato alle mie idee e ai miei scritti.

Tuttavia l'atmosfera generale della città in quei giorni non era certo quella del 'law and order'. Diciamo che era intonata a Barack Obama e non certo a Maroni e Bossi sebbene Mantova abbia una presenza leghista di notevole rilievo. Ma quando si uniscono insieme i giovani, i volontari, gli scrittori, i poeti, che altro può venir fuori se non una tensione allegra verso il futuro, verso il cambiamento, verso sogni e destini che scommettono sull'onestà, sulla creatività e sulla solidarietà?

Sono incontri che fanno bene all'anima e riaccendono speranze di futuro che in altri contesti sembrano spente.

(12 settembre 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Il pifferaio, gli allocchi e l'asso di Colaninno
Inserito da: Admin - Settembre 14, 2008, 09:56:46 am
ECONOMIA    IL COMMENTO

Il pifferaio, gli allocchi e l'asso di Colaninno

di EUGENIO SCALFARI


IL tema caldissimo di oggi è l'Alitalia, il tema appena meno scottante ma altrettanto infuocato è il federalismo fiscale. L'accoppiata sarebbe già di per sé esplosiva ma come non bastasse si colloca in un panorama politico estremamente teso e inquietante: una serie di annunci, di disegni di legge, di atti politici e amministrativi che hanno tutti il solo univoco effetto di accrescere le tensioni, inasprire i conflitti, mostrare la faccia feroce e la voglia di menar le mani all'insegna di uno slogan diventato ormai un "passepartout".

Lo slogan è stato inventato dal ministro dell'Interno che lo ripete a dritto e rovescio come una sorta di tic, di intercalare, ed è "tolleranza zero". È diventato il succo programmatico del governo e della sua maggioranza.

Evidentemente funziona e i sondaggi in favore del "premier" hanno toccato il culmine.

La gente vuole che si proclami tolleranza zero nei confronti di chiunque utilizzi i propri diritti di libertà in senso non conforme al senso comune ora in auge. Che poi la tolleranza zero realizzi risultati desiderati oppure no, questo non arresta l'onda d'urto d'una strategia "schiacciasassi" tipica nella storia europea degli ultimi cent'anni tutte le volte che pulsioni autoritarie abbiano, in nome di superiori ragioni di ordine e di sicurezza, ristretto i diritti di cittadinanza.

Speriamo che il "trend" attuale non ci conduca oltre il limite del populismo e delle favole narrate al popolo per distrarlo, ma questa sorta di ipnosi collettiva induce comunque a riflessioni preoccupate in un'epoca in cui si ridisegna la mappa politica ed economica del mondo.

Tolleranza zero, abolizione di fatto della legge Merlin sulla prostituzione, smantellamento della scuola pubblica dell'obbligo senza un progetto che abbia un senso, crescente pressione sui poteri e sull'indipendenza della magistratura inquirente, leggi elettorali che rafforzano il potere degli apparati confiscando ogni diritto di scelta dei cittadini, disprezzo dei valori costituzionali più sensibili, clericalismo di ritorno e impoverimento dei valori cristiani in una ritrovata alleanza tra la gerarchia ecclesiastica e il potere politico, inquinamento reciproco tra politica e affari, rivalutazione del fascismo da parte di ministri e di sindaci in carica: questo è lo sfondo allarmante di questa stagione.

La crisi dell'Alitalia e l'incognita del federalismo fiscale ne rappresentano i punti di massima tensione e di totale mancanza di progettualità. Non la fantasia ma il dilettantismo è oggi al potere. Non è la prima volta che accade nel nostro paese dove purtroppo la memoria è labile e non riesce a diventare matura esperienza.

* * *

Il ministro Tremonti, nella sua lunga ricostruzione del disastro Alitalia esposta davanti alla commissione competente della Camera e successivamente riprodotta nel suo testo integrale su 24 ore di venerdì e di ieri, ha esordito dicendo: "Lasciamo da parte il confronto con le condizioni di Air France dello scorso aprile, era un altro contesto e un'operazione di altra natura".

Seguiamolo in questa sua raccomandazione iniziale, non senza tuttavia aver ricordato che l'offerta di Air France fu respinta dal combinato-disposto del rifiuto dei sindacati, dalla campagna scatenata da Berlusconi contro quel progetto e dall'insistente pressione a favore d'una cosiddetta cordata tricolore sponsorizzata da Banca Intesa.

Se oggi ci troviamo tutti di fronte ad un "malpasso" la responsabilità sta in quel rifiuto dovuto a due soggetti (sindacati e Berlusconi) e alla presenza d'un convitato di pietra in attesa di entrare in scena (Banca Intesa).
Per Tremonti invece le responsabilità incombono interamente su Prodi e Padoa-Schioppa, incapaci secondo lui di afferrare il bandolo della matassa e concludere.

Credo che ci sia stata un'inerzia di Prodi come ci fu, ancor più grave, nella questione dell'immondizia napoletana. Ma Tremonti dimentica almeno due passaggi essenziali avvenuti nel corso del governo Berlusconi e della sua presenza al ministero dell'Economia. Il primo passaggio sta nella valutazione patrimoniale di Alitalia: l'azione in Borsa valeva circa 10 euro nel 2001 e 1,57 nel 2006. Tremonti ha contestato queste cifre, ma il 24 ore dell'11 settembre le ha ricontrollate insieme alla banca dati della Thomson Financial e ne ha certificato l'esattezza. In cinque anni di legislatura il patrimonio della compagnia di volo ha perso dunque i 9 decimi del suo valore patrimoniale. Le cifre non sono opinioni e non hanno bisogno di commenti.

Il secondo passaggio riguarda la proposta dell'amministratore di Alitalia, Mengozzi, nominato a quella carica dal governo Berlusconi e quindi dallo stesso Tremonti. Mengozzi aveva in animo una fusione con Air France. Aveva negoziato a lungo e aveva ottenuto che la fusione fosse fatta attribuendo ad Alitalia il 30-35 per cento del capitale del network francese. Il governo però respinse la proposta. Anche qui c'è poco da commentare, i fatti parlano da soli.

* * *

E veniamo all'oggi. Il governo ha emanato pochi giorni fa un decreto che spacca in due Alitalia: la società controllata dal Tesoro con in capo tutti i debiti, il personale, la flotta, i diritti di volo e i pochi soldi rimasti in cassa; una società sostanzialmente fallita, affidata dal Tesoro ad un commissario secondo le regole della legge Marzano appositamente riveduta per meglio adattarla al caso Alitalia.

A fianco del rottame Alitalia una nuova società di nuovissima istituzione, con 18 azionisti, un presidente (Roberto Colaninno) e un amministratore delegato (Sabelli), depurata da tutti i gravami e pronta a fondersi con Air One.

Sulla base della legge Marzano questa società figlia giovane e bella d'una madre vecchia e moribonda, potrà rilevare tutta la polpa di Alitalia e cioè gli aerei per l'attuazione del piano industriale, le rotte, il personale di volo e di terra necessari. Gli esuberi resteranno in capo alla società madre, così pure i debiti e il personale esuberante. Il prezzo ritenuto giusto da ambo le parti sarebbe attorno ai 450 milioni di euro.

Il capitale messo insieme dai 18 azionisti (tutti italiani) supera il miliardo. Il nome, nuovo di zecca, è Compagnia Aerea Italiana (Cai). Air One si fonderà con essa e i suoi proprietari otterranno 300 milioni portando nella Cai la flotta, le rotte, le opzioni per l'acquisto di nuovi aerei, il personale di volo. L'amministratore di Air One, Toto, entrerà nel capitale della Cai con 120 milioni e siederà nel consiglio d'amministrazione.

Il governo e soprattutto Berlusconi è entusiasta: in centoventi giorni la cordata italiana si è materializzata, il caso Alitalia è stato risolto, tutto è stato previsto: la sospensione per sei mesi delle regole antitrust, una benevola disponibilità della Commissione di Bruxelles a dare il disco verde all'operazione, l'entusiasmo degli azionisti della Cai. Molti di loro - in palese conflitto d'interessi - sono felici di esser adeguatamente compensati da alcuni affari sottobanco. L'amministratore di Banca Intesa, diventato da "advisor" dell'operazione azionista Cai, di fronte all'obiezione sugli affari non chiari di molti colleghi di cordata ha risposto che "i conflitti d'interesse saranno gestiti". Il capo dell'antitrust chiamato in causa dal senatore Zanda non ha risposto. Bonanni della Cisl manifesta disponibilità a collaborare.

Tutto insomma sembra andare a gonfie vele. Certo il Tesoro si dovrà accollare parecchi pesi: i debiti della vecchia Alitalia, gli esuberi di circa 7 mila unità di cui mille piloti; ma l'onore è salvo, perdite future non sono previste, gli esuberi saranno trattati con gli ammortizzatori sociali esistenti. Ma l'attivo sta nella resurrezione della compagnia di bandiera interamente rinnovata e tricolore, un taglio consistente ai vecchi azionisti, l'ingresso d'un vettore straniero con una quota di capitale non superiore ai 120 milioni. Che cosa si vuole di più? Berlusconi dove tocca fa il miracolo. I consensi degli italiani distratti e assuefatti (che sono al momento la larga maggioranza) sono alle stelle. Tremonti sentenzia: "La luna di miele del governo con gli italiani durerà molto a lungo, ci stiamo preparando a festeggiare le nozze d'argento".

Invece no. Poche ore dopo queste celebrazioni scoppia la tempesta. Ci siamo dentro tuttora e non si sa ancora come finirà.

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Il governo e insieme con esso il commissario di Alitalia, Fantozzi, il presidente di Cai, Colaninno, il leader della Cisl, Bonanni, si erano scordati della questione "contratti". O meglio: non se ne erano scordati ma l'avevano considerata di facile soluzione. I dipendenti - pensavano - non hanno alternative: se non accettano le condizioni offerte dalla Cai, la nuova società si ritirerà, l'Alitalia fallirebbe, 20 mila persone forse più, considerando anche il lavoro indotto, andrebbero in mobilità, anticamera del licenziamento entro qualche anno. Quindi accetteranno.

Ma i contratti, per consentire alla Cai di volare con profitto, debbono realizzare una diminuzione di costi del 30 per cento e un pari aumento di produttività. O così o niente, prendere o lasciare. Gli esuberi avranno ammortizzatori lunghi e corsie preferenziali per essere ricollocati, ma sui contratti e sulla produttività non c'è margine. D'altra parte furono proprio i piloti ad affondare l'offerta di Air France. Dunque se la sono voluta. Chi semina vento raccoglie tempesta. E poi il mercato è il mercato.

Invece i piloti, gli assistenti di volo, il nucleo duro dei dipendenti, non ci stanno. All'inizio sembra una manfrina ma col passare dei giorni si vede che no, non è la solita sceneggiata sindacalese. I piloti alla fine si alzano dal tavolo e se ne vanno. Berlusconi chiama Colaninno, Sacconi chiama i sindacati, Matteoli chiama i piloti, Passera chiama tutti, ma la questione sembra ormai chiusa: Cai conferma che non può fare modifiche alla sua piattaforma, i piloti confermano che a quelle condizioni è inutile continuare. Berlusconi ha un momento di sconforto ma poi torna in battaglia: ha ancora qualche carta da giocare e la gioca.

* * *

Alle ore 14 di ieri, sabato, Fantozzi incontra i sindacati e comunica che siamo alla fine: non c'è più un euro in cassa, i fornitori di carburante hanno comunicato che non faranno più forniture a credito, d'ora in poi la flotta Alitalia potrà contare soltanto sulle poche riserve esistenti nei depositi.

Per conseguenza a partire da domani lunedì alcuni voli saranno cancellati e il personale addetto verrà messo in cassa integrazione. I voli da annullare saranno 34. Gli altri e in breve l'intera flotta cesseranno di volare entro una settimana o poco più.

Tra i piloti e gli assistenti di volo la tensione sale alle stelle. Intanto si viene a sapere che il fornitore che ha chiuso i rubinetti del credito è l'Eni. Ennesimo paradosso: la compagnia di bandiera petrolifera non fa più credito alla compagnia di bandiera del trasporto aereo. Il governo è stato informato? Oppure governo ed Eni d'accordo stringono la tenaglia intorno al collo dei sindacati? Roberto Colaninno ha passato a Mantova la notte di venerdì e la mattina di sabato ma nel pomeriggio è all'aeroporto di Verona: rientrerà a Roma in serata. Questa mattina, domenica, inviterà i sindacati ad un colloquio finale.

Ha qualcosa da mettere sul tavolo? Sì, qualcosa ce l'ha. Si era tenuto una riserva da usare all'ultimo minuto e l'ultimo minuto è arrivato. Potrà migliorare il "monte salari" del personale da riassumere in Cai in misura del 20 per cento. Che cosa significa? Se aveva chiesto ai piloti una decurtazione stipendiale del 25 per cento rispetto gli stipendi vigenti, il 20 per cento di miglioramento significa che la decurtazione scenderebbe al 20. Basterà? Questa sarà l'ultima parola.

Ma c'è un però. Colannino non vuole trattare soltanto con i piloti. Se seguisse questa tattica le altre categorie dei dipendenti potrebbero esigere che quel 20 per cento di miglioria sia ripartito tra tutti. Da buon imprenditore Colaninno non ha nessuna voglia di imbottigliarsi in una questione di riparto, perciò la sua offerta sarà fatta al complesso delle sigle sindacali: vedano tra di loro come spartire l'offerta. Comunque entro oggi la questione dev'essere chiusa altrimenti lunedì mattina comincerà non più l'ultima fase ma l'agonia vera e propria di un malato terminale.

* * *

Forse l'accordo oggi si farà: le probabilità si misurano al 51 per cento in favore dell'accordo in extremis contro il 49 che non riesca. Berlusconi, che era ormai con le spalle al muro perché il fallimento dell'Alitalia sarebbe stato per lui una catastrofe d'immagine senza precedenti, deve aver strizzato per bene Colaninno e i membri principali della cordata tricolore. Questi a loro volta avranno rincarato a propria compensazione i vantaggi extra che si aspettano dalla loro partecipazione.

Passera saggiamente aveva detto che i conflitti d'interesse debbono essere gestiti e il "premier" è un asso in quel tipo di gestione. Un'occhiata di riguardo non si può negare a nessuno dei 18 "capitani coraggiosi". Di occhiate di riguardo ne sono già state date parecchie, una di più non la si nega a nessuno pur d'assicurare il lieto fine.

Lieto fine per tutti? Forse per i piloti che rappresentano la nobiltà di spada tra i dipendenti Alitalia, forse per gli assistenti di volo che rappresentano la nobiltà di toga. Il popolaccio dei servizi a terra sarà il più strattonato, ma peggio per loro, qualcuno che trasporti i bagagli lo si trova sempre a buon prezzo magari tra i marocchini e i romeni per bene che fanno la coda per un posto precario.

E poi? Il finale della storia l'abbiamo già scritto domenica scorsa: tra cinque anni Cai avrà registrato una cospicua plusvalenza patrimoniale, gli azionisti venderanno e incasseranno. Cai entrerà a far parte di un bel "network" internazionale, tedesco o franco-olandese, perché nell'economia globale non c'è posto per una compagnia di volo come Alitalia, troppo grande per esser piccola e troppo piccola per esser grande. Così saremo tornati alla casella di partenza avendo perso un sacco di soldi e di tempo. Intanto il pifferaio suona il suo piffero e gli allocchi lo seguono incantati.

È in arrivo il federalismo fiscale, del quale riparleremo. Per ora si sono sentite molte parole ma non s'è visto nessun numero. Prima o poi però i numeri dovranno sbucare da qualche parte e bisognerà leggerli con molta attenzione.

(14 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Benedetta Porta Pia
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2008, 06:27:00 pm
Eugenio Scalfari.

Benedetta Porta Pia



La fine dello Stato pontificio fu un gran bene per la Chiesa e stupisce il silenzio dei cattolici sulla manifestazione indetta dal sindaco fascista che guida il Comune di Roma  Gianni AlemannoLa cosa stupefacente di questo 20 settembre 2008 non è stata la celebrazione dei 19 soldati dell'esercito papalino caduti alla Breccia di Porta Pia, promossa dal Comune di Roma e dal sindaco della città; e neppure l'omesso saluto ai bersaglieri che conquistarono Roma rendendo finalmente possibile il completamento dello Stato unitario.

La cosa stupefacente è stata il silenzio pressoché totale dei cattolici italiani. Da Alemanno e dalla sua giunta siamo ormai abituati ad aspettarci di tutto, anche se in quest'occasione la sua iniziativa supera per fantasia retrograda tutte le altre fin qui messe in scena. Non siamo più soltanto al recupero dell'ideologia fascista; qui si è fatto un salto all'indietro di 138 anni di storia, con uno spirito papalino che neanche il fascismo ebbe.

Ma i cattolici? I cattolici politicamente impegnati? I vescovi della Conferenza episcopale? La Segreteria di Stato vaticana? E il Papa?

Il 20 settembre 1870 cadde finalmente il potere temporale del Papato che durava all'incirca da 1500 anni. L'editto di Costantino ne aveva posto le basi, ma esso diventò effettivo qualche secolo dopo e si allargò nel corso del tempo fino alle Romagne al nord e al Volturno a sud diventando uno Stato vero e proprio, una teocrazia in piena regola, con le sue leggi, le sue magistrature, le sue prigioni, i suoi patiboli, il suo esercito comandato di solito dai nipoti e/o dai figli del Papa in cattedra in quel momento.

Fu questa una delle storture più macroscopiche della Chiesa cattolica, che mise in secondo piano la predicazione evangelica e l'imitazione di Cristo, privilegiando invece i calcoli di potere, le alleanze, i trattati, le guerre.

Lo Stato del Papa fu uno degli ostacoli principali dell'Unità d'Italia e della sua indipendenza, ma soprattutto ostacolò l'evoluzione del pensiero cattolico verso la spiritualità, la pratica della non-violenza, le parole di pace e amore verso il prossimo, verso il diverso e addirittura verso il nemico.

I Papi furono innanzitutto sovrani temporali. Ce ne furono molti dotati di saggezza, di sapienza teologica, di spirito di carità, ma molti altri devastati invece da cupidigia, ambizione, lussuria, spirito di vendetta. Ma sia gli uni sia gli altri non potevano prescindere dalla volontà di potenza insita necessariamente nella natura di ogni potere politico. Se c'è un sentimento lontano ed anzi opposto allo spirito del Cristianesimo, esso è proprio quello della volontà di potenza che diventò la seconda (o la prima?) natura della Chiesa cattolica.

Essa è la sola tra tutte le confessioni cristiane che abbia coltivato per molti secoli il temporalismo, il regno in questo mondo e non solo nell'altro, ed abbia consapevolmente praticato l'ipocrisia di giustificare il temporalismo come irrinunciabile condizione per assicurare alla Chiesa la propria indipendenza. Ipocrisia, perché il mezzo diventò fin dall'inizio una finalità e l'indipendenza della missione pastorale ed evangelica fu perduta perché fu posta al servizio del potere e dei canoni propri del potere.

In tutte le religioni si pongono questioni di potere perché esse sono innate nell'umana natura, ma in nessuna, salvo forse nell'Iran khomeinista degli ayatollah, il desiderio del potere si è materializzato in un vero e proprio Stato, potente tra le potenze e implicato nel gioco politico e militare.

L'esistenza del Regno pontificio spiega anche perché il cattolicesimo italiano sia stato così diverso da quello esistente negli altri paesi cattolici europei, più povero di indipendenza e di protagonismo religioso, più silente e succube della gerarchia.

Da questo punto di vista la caduta dello Stato pontificio fu un gran bene per la Chiesa. O almeno: avrebbe potuto esserlo se il papato l'avesse vissuto e accettato come una liberazione, come l'occasione per riconquistare la sua piena libertà di espressione, di predicazione, di testimonianza.

Purtroppo non fu così. Il papato si chiuse a riccio, i portoni dei palazzi romani furono sbarrati di fronte all'avvento dello Stato italiano, laico per definizione, come sono e debbono essere tutti gli Stati che non siano governati dai preti.

Si vietò ai cattolici di fare politica. L'Italia a Roma fu considerata un atto sacrilego. Ogni rapporto col potere civile fu interrotto. Questa situazione durò per almeno quarant'anni, dal 1870 al Patto Gentiloni del 1911, quando il Vaticano permise ai cattolici di esprimersi politicamente partecipando a liste elettorali di intonazione cattolica e moderata. Infine diciott'anni dopo si arrivò al Concordato del '29 con Lo Stato fascista.

Ma nessun Papa ebbe la forza di proclamare che la caduta del temporalismo era stato uno degli eventi più positivi per l'evoluzione della Chiesa, salvo Giovanni XXIII e i suoi successori, auspice il Concilio Vaticano II.

Purtroppo il Papa attuale mostra un gusto 'retrò' che può motivare lo spirito papalino del sindaco fascista che guida il Comune di Roma.

Stupisce tuttavia che il laicato cattolico non abbia fatto sentire con forza la sua voce dentro la Chiesa e fuori della Chiesa. Questo è uno dei segnali peggiori della tristizia dei tempi che stiamo attraversando.

(26 settembre 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Quanto durerà il regno di Berlusconi
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2008, 12:12:15 pm
IL COMMENTO

Quanto durerà il regno di Berlusconi


di EUGENIO SCALFARI


I PILOTI hanno firmato il contratto da dirigenti, gli assistenti di volo firmeranno da lunedì; gli uni e gli altri hanno ottenuto miglioramenti rispetto alle condizioni iniziali e hanno ceduto su alcuni privilegi che contrastavano con il buon senso e con la natura ormai interamente privata della nuova compagnia di volo. Che peraltro di volo ancora non è, tanto che non può ancora intestarsi gli "slot", le licenze necessarie per far decollare gli aeroplani.

La vicenda tempestosa e ardua dell'Alitalia è dunque arrivata al suo positivo esito finale? Positivo forse sì, finale non direi. Ci saranno, per Colaninno, per Fantozzi e per il governo ancora parecchie gatte da pelare e non sarà un quieto vivere.

Bisognerà anzitutto superare il giudizio della Commissione di Bruxelles sulla legittimità del contratto d'acquisto della polpa di Alitalia che dovrà essere stipulato entro il 30 ottobre tra la Cai di Colaninno e la vecchia Alitalia di Fantozzi.

Secondo le norme europee la scelta iniziale avrebbe dovuto esser fatta mettendo in pubblica gara i possibili acquirenti interessati, ma questa gara non c'è stata; il governo aveva l'idea fissa dell'italianità ed è andato dritto su quella strada, ma ora, prima che il contratto Colaninno-Fantozzi sia stipulato, l'Unione europea potrebbe eccepire e addirittura dichiarare nulla la procedura seguita. Sarebbe una vera catastrofe, non tanto per il Paese ma certamente per il governo; perciò non credo che la Commissione di Barroso e di Almunia si prenderà una simile responsabilità, ma il rischio in teoria esiste.

C'è tuttavia un secondo ostacolo: il prestito dei 300 milioni effettuato con due decreti rispettivamente dal governo Prodi già dimissionario e dal subentrante governo Berlusconi. Quel prestito deve essere rimborsato da Alitalia al Tesoro.

Chi lo deve rimborsare? Fantozzi o Colaninno? La "bad company" di Fantozzi è per il 49 per cento del Tesoro e in più è in liquidazione. Colaninno però quel prestito non l'ha ricevuto perché all'epoca la sua cordata ancora non esisteva. Dunque è discutibile individuare il debitore. Ma esistono dei beni materiali. Per esempio gli aerei e gli "slot".

Potrebbero essere sequestrati dal creditore Tesoro e rivenduti fino a realizzare i 300 milioni. Oppure, anche qui, Bruxelles potrebbe chiudere un occhio visto il buon esito della vicenda.

Infine c'è il problema dell'antitrust. Se e quando nel capitale di Cai entrerà un'impresa straniera il controllo dell'antitrust passerà dall'Autorità italiana a quella europea, rispetto alla quale non vale il decreto Tremonti che ha sospeso i controlli dell'antitrust sull'operato di Cai.

Infine c'è appunto il tema del socio straniero e della quota azionaria da riservargli. Berlusconi vorrebbe che l'arrivo dello straniero avvenisse il più tardi possibile per sfruttare a lungo la rinascita della Compagnia tricolore e desidererebbe che la quota non superasse il 15 per cento del capitale, ma su questo tema la scelta spetta soltanto alla Cai. Si sa che Colaninno preferirebbe Lufthansa che però vorrebbe una quota azionaria maggiore.

Si vedrà, ma questa comunque non è una questione che possa mettere a rischio l'operazione, semmai la rafforza in proporzione diretta alla maggiore o minore presenza straniera.

Gran parte di queste gatte da pelare Padoa-Schioppa, ai suoi tempi, le aveva evitate: la gara internazionale ci fu, la proposta di Air France non prevedeva che lo Stato si accollasse i debiti, non c'era dunque bisogno di alcun prestito se si fosse firmato quell'accordo. Eppure ancora oggi Tremonti svillaneggia il suo predecessore perché secondo lui condusse malissimo quel negoziato il cui fallimento - è bene ripeterlo - fu dovuto all'azione congiunta del personale di volo e di Berlusconi.

Questo è quanto e questo rimarrà agli atti.

* * *

Tuttavia la luna di miele tra il Cavaliere e una robusta maggioranza di italiani continua. Anzi si rafforza. Nonostante le ristrettezze economiche, nonostante alcuni buchi non da poco nella politica finanziaria del governo, nonostante un bel po' di misure oggettivamente sbagliate, nonostante il disagio crescente di vaste categorie sociali e professionali, la luna di miele perdura. Si consolida.

Diventa strutturale o almeno così sembra. Come mai? Alcuni osservatori si sono posti il problema e hanno dato le loro risposte. In particolare su questo giornale che per sua natura e per la qualità dei suoi lettori è il più sensibile a queste questioni e forse il meglio attrezzato per affrontarle.

Il ministro della Cultura, Sandro Bondi, in una lettera pubblicata ieri su Repubblica ci rimprovera perché secondo lui noi non abbiamo capito il fenomeno Berlusconi. Lo attribuiamo - erroneamente - alle sue capacità di demagogo, al suo dominio televisivo e/o alla dabbenaggine di tanti italiani che ripongono in lui la loro fiducia.

"Non avete capito niente" incalza Bondi. "Berlusconi avrà pure i difetti che voi gli avete cucito addosso, gli italiani saranno pure un popolo di allocchi al seguito di un pifferaio, ma la sua vera natura è di essere un modernizzatore e un semplificatore. Conserva le tradizioni ma le modernizza. Decide. Fa girare le ruote della storia. Insomma è uno statista. Se la sinistra non si rende conto di questo e non depone i suoi pregiudizi elitari, scomparirà". Così a un dipresso il nostro ministro della Cultura, che è assolutamente convinto di quanto ci scrive.

Non si stupisca Bondi se, dal canto mio, dico che c'è del vero nella sua visione berlusconista: un modernizzatore che conserva le tradizioni, trasforma l'antropologia sociale e riforma lo Stato. Non un fenomeno effimero ma durevole.

Ce n'è stato più d'uno nella storia dell'Italia moderna. Alcuni di grande livello, altri di mediocre spessore, altri ancora pessimi. Cavour, Giolitti, De Gasperi appartengono alla prima categoria; Bettino Craxi alla seconda. Alla terza - quella dei pessimi - Benito Mussolini. Dove collochiamo l'attuale "premier"?
Bisognerebbe lasciare il giudizio agli storici che rivisiteranno il passato a qualche decennio di distanza, ma anche noi contemporanei abbiamo il diritto di esprimerci. Secondo me Berlusconi va collocato a buon titolo tra i pessimi. La sua modernizzazione procede a ritroso, non è una riforma ma una controriforma. Il suo rispetto delle tradizioni riguarda la loro ritualità e non la loro viva sostanza. Basti guardare al suo rapporto con la Chiesa, che è addirittura blasfemo: non riguarda il cristianesimo ma gli interessi della gerarchia. La stessa cosa avviene quando affronta temi di fondo: la sicurezza, l'immigrazione, la giustizia, la scuola, l'economia, il federalismo, la Costituzione.

Nei primi anni del Novecento Sidney Sonnino lanciò lo slogan "torniamo allo Statuto" (quello promulgato mezzo secolo prima dal re di Sardegna Carlo Alberto). Credo che anche a Berlusconi piacerebbe tornare allo Statuto albertino mettendo se stesso al posto del re. Tutto il resto va di conseguenza.

Gli italiani sono un popolo di allocchi? Non più e non meno di tutti i popoli del mondo. Guardate alla campagna elettorale in corso negli Stati Uniti. Guardate a quella francese di un anno fa: può decidere una battuta, una foggia, un gossip, una promessa lanciata al momento giusto.

Il dominio dei "media" non conta? Non si capisce, se non contasse, perché chi quel dominio ce l'ha non se ne sbarazza nemmeno per tutto l'oro del mondo.

Gli individui di qualunque latitudine pensano innanzitutto alla propria felicità e si arrangiano per realizzarla. Poi, se hanno tempo e spazio, considerano anche la felicità del loro popolo, il bene comune.
"Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / la sua folgore gli dà": così cantavano i poeti del nostro Risorgimento. Ma bisogna che il popolo si desti, cioè che gli individui divengano un popolo. Il che avviene molto di rado.

* * *

Immanuel Kant scrisse nella sua Critica della ragion pura che il peggior pregiudizio è non avere pregiudizi. Lo ricorda Todorov nel suo saggio sull'illuminismo. Sembra un paradosso ma coglie invece un aspetto importante della realtà perché il pre-giudizio è un'ipotesi di lavoro che serve ad orientare la ricerca di una soluzione. Chi non ha un'ipotesi di lavoro procede alla cieca, agisce e decide sulla base dell'emotività propria e di quella della folla. Dei sondaggi. Delle reazioni degli alleati e degli avversari.

Il modernizzatore-tradizionalista-controriformista non ha alcun pre-giudizio. La sua bussola sono i sondaggi e il favore della folla. La folla è la somma degli individui, non è un popolo. La folla è cera molle nelle mani di chi sappia manipolarla. Si tratta di un'arte, non di una scienza e in quell'arte il Nostro è maestro. Perciò è il massimo fautore d'una società "liquida", dove i nuclei associativi, i contropoteri, la pluralità organizzata siano ridotti al minimo.

* * *

La società liquida è un tipico aspetto della modernità a patto che i contropoteri e le istituzioni di garanzia siano in grado di tutelare l'eguaglianza di tutti i cittadini, la libertà di accesso, l'esercizio dei diritti. Se questi presupposti mancano o sono deboli la società liquida non è un aspetto della modernità ma un ritorno all'antico, dal popolo alla plebe. Inoltre favorisce il rafforzamento di corporazioni e di mafie.

La globalizzazione porta con sé società liquide, professionalità ondivaghe e precarie, diritti incerti, mercati senza regole, contropoteri evanescenti. Le crisi assumono ampiezze e intensità mai viste prima, come avviene per gli uragani che sconvolgono i mari e le terre di pianura senza montagne che frenino il furore del vento.

Di fronte a crisi globali lo Stato si ripropone come l'assicuratore di ultima istanza. Riassume i pieni poteri. Non tollera controlli. Semplifica. Spazza via gli ostacoli. Confisca i diritti che possono frenarlo. In una società globale e liquida il potere si identifica con i governi nazionali. Il nazionalismo torna ad essere preminente nelle scale valoriali. I fondi sovrani diventano strumento di potenza e volontà di potenza.
Guardatevi intorno e vedrete che questa è la realtà che ci circonda. E per tornare ai casi nostri, di noi italiani, importa poco stabilire se il "format" berlusconiano sia una causa o un effetto, se sia duraturo o precario. Quel "format" c'è ed è all'opera da quindici anni. Non accenna a indebolirsi.

Dobbiamo unirci a chi lo applaude? Dobbiamo scegliere l'indifferenza e l'estraneità? Dobbiamo capirne la natura e resistergli? Il mio pre-giudizio è di resistergli avendone capito la natura. Sono molto affezionato ad un pre-giudizio che non mi impedisce di comprendere il diverso da me né di sognare e operare per una società dove i diritti e i doveri siano eguali per tutti e non ci sia solo tolleranza ma amore. In un mondo democraticamente ideale la tolleranza è offensiva rispetto all'amore e la tolleranza zero è una turpe bestemmia. Lo dicono anche i preti e questa volta sono d'accordo con loro.

(28 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Lo spot federalista ai tempi della crisi
Inserito da: Admin - Ottobre 05, 2008, 04:57:54 pm
IL COMMENTO

Lo spot federalista ai tempi della crisi


di EUGENIO SCALFARI


I due temi hanno un sottofondo comune: la sovranità degli Stati nazionali e il mercato. Dopo anni di liberismo e di "deregulation" assistiamo ora ad un processo inverso: l'onda della crisi mondiale ha messo in moto un processo di rinazionalizzazione dell'economia. A Washington il Congresso ha finalmente approvato il provvedimento di 700 miliardi di dollari (aumentato a 850 miliardi) voluto da Bush per arginare la crisi del sistema bancario che nei giorni scorsi aveva coinvolto Wall Street.

A Parigi proprio in queste ore Sarkozy ha riunito le delegazioni dei quattro maggiori Paesi dell'Unione europea per una risposta comune e per sostenere le banche minacciate da illiquidità. Il punto sensibile, ancora una volta, è il funzionamento dei sistemi bancari, inquinati dal virus dei titoli-spazzatura. Ma c'è anche una pressione più che comprensibile a consentire gli aiuti di Stato alle imprese e a rendere più flessibile il patto europeo di stabilità.

Nel frattempo, mentre il nostro premier e il nostro ministro dell'Economia sono tra i più caldi fautori della rinazionalizzazione economica, quegli stessi due personaggi danno l'avvio al federalismo fiscale. Non c'è una notevole dose di incongruenza tra questi due processi così difformi, almeno in apparenza?

* * *

Le Borse americane non hanno dimostrato speciale entusiasmo per l'approvazione del provvedimento dei settecento miliardi di dollari sebbene esso abbia arginato il panico che si stava profilando sui mercati.
La ragione d'un tale scetticismo è tuttavia spiegabile: dipende dallo spettro sempre più visibile di una lunga recessione. Infatti sembra imminente a Washington un ribasso del tasso di sconto; si discute se sarà di mezzo punto o di tre quarti di punto.

Anche in Europa il timore d'una recessione-stagnazione è sempre più incombente. In Francia e in Spagna è già una realtà; in Italia l'andamento del Pil sarà lo zero nell'anno in corso e poco al di sopra dello zero nel 2009. Nonostante questa situazione la Banca centrale europea nicchia ancora su una diminuzione del tasso di sconto sebbene per la prima volta il presidente della Bce abbia aperto qualche spiraglio in proposito rinviandone la decisione al prossimo novembre.

Questa politica ha dell'incredibile, come abbiamo più volte segnalato. Il tasso di sconto è ormai da molto tempo fermo sul 4,25 per cento, più del doppio di quello americano. Nelle intenzioni di Trichet un livello così elevato doveva servire a fermare l'inflazione la quale però ha continuato ad aumentare. In pochi mesi siamo passati nell'area Ue da meno del 3 a più del 4 per cento.

Adesso, in settembre, quel tasso è sceso al 3,8 a causa d'una caduta della domanda e del prezzo del petrolio e ad una generale flessione dei consumi e degli investimenti. Il livello del tasso di sconto è dunque stato del tutto ininfluente sia per arrestare l'inflazione sia per determinarne una riduzione. Ma non è invece stato neutrale sugli oneri dei prestiti bancari alle piccole e medie imprese. Insomma una politica sciagurata che ancora persiste nonostante l'evidenza, senza più alcuna plausibile motivazione.

* * *

Dopo un anno e mezzo di sottovalutazione della crisi finanziaria mondiale, il richiamo al 1929 è diventato un luogo comune. Essendo stati tra i primi a segnalare questa analogia vogliamo qui ricordare alcuni strumenti che il "New Deal" rooseveltiano creò per risalire la china della grande depressione. Il primo fu il "Social Security Act" che pose le basi del "welfare"; il secondo fu il "Securities Act" che creò il sistema dei controlli sulle Borse e la trasparenza delle operazioni; ma il terzo e forse il più importante per impedire il ripetersi di crisi bancarie fu il "Glass Stengall Act" che separò le banche di credito ordinario dalle operazioni di credito finanziario.

Tra il 1932 e il '35 anche l'Italia fu investita dall'onda di crisi che travolse le nostre maggiori imprese industriali e l'intero sistema bancario nazionale. Gli strumenti messi in opera furono in parte simili a quelli rooseveltiani: le banche furono nazionalizzate attraverso il Crediop prima e l'Iri poi. La legge bancaria interdisse alle banche di praticare il credito a medio e lungo termine. Per soddisfare l'esigenza del finanziamento delle imprese nacquero Mediobanca e l'Imi, la prima di proprietà delle tre banche di interesse nazionale (Comit, Credit, Banco di Roma), il secondo come ente pubblico sotto la diretta vigilanza della Banca d'Italia.

Ricordo queste vicende poiché proprio in questi giorni sono stati e saranno abbattuti i paletti che la legge bancaria del '36 mise per impedire che le banche di credito ordinario fossero controllate da imprese private e - viceversa - che quelle banche prendessero il controllo di imprese. La separatezza fu cioè considerata un valore. Ora, non si capisce il perché, quella separatezza è diventata incongrua e viene attuata invece una vera e propria "deregulation" in materia di rapporti tra banche e imprese, patrocinata dall'Abi, da Confindustria e dal ministro Tremonti.
La crisi in corso ha rimesso in auge negli Usa la separatezza bancaria. Noi marciamo all'incontrario come già facemmo quando fu depenalizzato il reato di falso in bilancio. Non vi sembra un'altra non piccola anomalia italiana?

* * *

Tremonti vorrebbe un "fondo sovrano" europeo per le infrastrutture. L'Olanda ha proposto un fondo europeo sul modello americano per bonificare le banche dai titoli-spazzatura che hanno in corpo. Sarkozy ha probabilmente in testa qualche cosa di analogo e Berlusconi-Tremonti pure.

Forse sono buone intenzioni. Forse possono accelerare il processo verso un vero e proprio governo federale europeo. Ma allo stato dei fatti sono progetti acchiappanuvole. Qualunque fondo europeo che abbia così alte ambizioni non può che essere gestito da un governo che abbia alle sue spalle la sovranità e la legalità di uno Stato. Ma uno Stato europeo non esiste. Si può incaricare una banca o una qualsiasi agenzia di una missione del genere che dovrebbe mobilitare a dir poco il 3 per cento del Pil di ogni paese membro dell'Ue? Via, questo è uno sciocchezzaio con soli fini mediatici. Basta poco per capire che si tratta di bubbole senza alcun senso di realtà.

* * *

L'avvio del federalismo, avvenuto il 3 ottobre con l'approvazione del disegno di legge delega da parte del Consiglio di ministri, ha avuto un antefatto che merita di esser messo in evidenza. Le Regioni, i Comuni e le Province, hanno chiesto e ottenuto il rispetto da parte del governo di una serie di impegni finanziari che erano stati presi parecchio tempo fa ma fino ad oggi non onorati.

Si tratta del trasferimento alle Regioni di quanto loro spetta per evitare i ticket a carico dei cittadini; ai Comuni di quanto hanno perso per l'abolizione dell'Ici sulla prima casa e dell'Ici sulle seconde case ex rurali; alle Province per la totale mancanza di propri tributi con i quali sostenere i loro bilanci.

Il totale di queste richieste, riconosciute legittime e dovute, è di 3,5 miliardi. Una parte di questa cifra è stata "consacrata" in un ennesimo decreto legge varato dal Consiglio dei ministri nella stessa seduta dell'altro ieri. Un'altra parte dovrà trovar posto nella Finanziaria. Ma le richieste non sono finite perché l'Ici dovrà esser rimborsata ai Comuni anche nel 2008 e 2009. Forse anche nel 2010 fino a quando le finanze comunali non saranno definitivamente stabilizzate dai decreti delegati federativi. Non si tratta di piccole cifre ma di oltre un miliardo l'anno. Di tutte queste ingenti somme si ignora la copertura che tuttavia ci dovrà pur essere, come pure per le emergenze già versate al Comune di Roma e a quello di Catania.

I rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali hanno vigorosamente negato che si sia trattato di un ricatto e di un "do ut des": erano impegni assunti dal governo molti mesi fa senza alcuna connessione col federalismo fiscale. Ma è pur vero che senza questo accordo preliminare la conferenza Stato-Regioni si sarebbe chiusa prima ancora di cominciare e il disegno di legge delega non ci sarebbe stato.

Quel disegno di legge è soltanto una scatola vuota, ma è già costata un bel po' di soldi. L'avevamo scritto più volte che l'abolizione dell'Ici era una totale sciocchezza populistica perché sarebbe comunque ricaduta sulle spalle dei contribuenti. Ed è esattamente ciò che è avvenuto e avverrà.

* * *

Una scatola vuota, riempita di principi generici e di buone intenzioni, cioè appunto di bubbole. Tuttavia qualche contenuto c'è. Per esempio il metodo legislativo scelto. E la tempistica.

Il disegno di legge sarà allegato alla Finanziaria e quindi approvato entro il 30 dicembre. Poiché nei due mesi e mezzo che ci stanno davanti bisognerà approvare anche la conversione di molti altri decreti in scadenza, le norme sulla scuola, la riforma della giustizia che il "premier" antepone ad ogni altra questione, l'esame della legge-quadro sul federalismo ne risulterà inevitabilmente limitato; la tentazione di strozzare il dibattito ci sarà e dipenderà dall'equità dei presidenti delle Camere. Non ci metterei la mano suo fuoco.

Ma il tema è grosso; si tratta infatti di una legge delega, approvata la quale il governo procederà con decreti attuativi del contenuto dei quali il Parlamento sarà semplicemente informato e neppure in assemblea ma nella commissione degli Affari Regionali. Assisteremo così alla trasformazione radicale del sistema tributario in assenza del Parlamento, come ha rilevato con giusto allarme Andrea Manzella sul numero di ieri di Repubblica.

Una soluzione ci sarebbe per evitare un "monstrum" di questo genere e l'hanno proposta lo stesso Manzella e il presidente dell'Anci, Leonardo Dominici: creare una commissione composta dal governo, dai rappresentanti delle Regioni ed Enti locali e dai rappresentanti della competente commissione parlamentare. Questa nuova entità sarebbe incaricata di raccogliere i dati necessari e preparare i decreti delegati.

È una soluzione un po' barocca ma almeno non confisca completamente i poteri di legislazione del Parlamento. Se non sarà accettata verrà compiuto un atto molto grave contro il Parlamento, ai limiti della costituzionalità. Quanto alla tempistica, il governo avrà due anni di tempo per emanare i decreti, poi ci vorranno da un minimo di cinque ad un massimo di dieci anni per rodare il sistema. La fine del processo si avrà insomma intorno al 2020 se tutto andrà bene.
* * *
I problemi di merito sono due: i costi standard e la perequazione. Ne ho parlato a lungo con il professor Giarda, che è forse il massimo esperto indipendente in materia di federalismo fiscale. Nella sua narrazione costruire il costo standard è un'operazione da far tremare i polsi al più attrezzato cervellone, qualche cosa non molto dissimile dalla macchina di accelerazione delle particelle nucleari costruita a Ginevra per simulare il "Big Bang".

Inoltre, ovviamente, c'è un costo standard per ogni servizio reso da una pubblica amministrazione e qui entra nel conto una quantità innumerevole di elementi: sociali, geografici, demografici, professionali, terapeutici, sessuali, culturali, censitari.
Naturalmente si andrà per larghe approssimazioni, ma nasce un problema sul quale si è espresso con efficacia Luca Ricolfi sulla Stampa: il raffronto tra costi standard e spesa storica.

È stata fin qui opinione corrente che la spesa storica, specie nelle Regioni povere, sarebbe stata superiore o eguale al costo standard. Di qui un risparmio significativo e un guadagno di efficienza. Invece non è così. In molte Regioni povere il costo standard risulta più elevato della spesa storica.

Per di più i risultati finanziari varieranno secondo la scelta del "benchmark" cioè della Regione o gruppo di Regioni assunto come punto di riferimento. Ricolfi ha calcolato che se il punto di riferimento fosse la Lombardia (per quanto riguarda la spesa sanitaria che rappresenta buona parte di quella regionale) ci sarebbe un'economia netta di 4,7 miliardi; se fosse l'Emilia il risparmio sarebbe in un paio di miliardi; se fosse la Toscana ci sarebbe invece una maggiore spesa di 5 miliardi e forse più. Come si vede si tratta di cifre ballerine e tutto è ancora aperto.

Il secondo problema è quello della perequazione, cioè dei trasferimenti che debbono esser fatti dalle Regioni con più alta capacità impositiva a quelle con più bassa capacità. Anche qui le difficoltà non sono poche poiché occorre calcolare la dimensione del "sommerso".
Il fondo perequativo dev'essere alimentato anche dalle Regioni a statuto speciale e questo è un altro problema aggiuntivo che si proporrà comunque alla fine dell'intero processo federalistico. Ha un senso mantenerle in uno Stato federale? Tanto più che alcune di quelle Regioni hanno un livello di spesa pro-capite più basso di Regioni a statuto ordinario. Insomma un guazzabuglio.

L'ipotesi più attendibile è che alla fine si procederà su uno schema a doppia velocità: alcune Regioni saranno in grado di entrare nel sistema federalistico mentre molte altre e probabilmente gran parte del Sud, ci arriverà quando potrà. Tutto ciò accade in una fase di grande difficoltà per la nostra finanza, per il nostro debito pubblico e per il nostro welfare. Se c'era un momento in cui sarebbe stato insensato parlare di federalismo fiscale, quel momento è esattamente l'autunno del 2008 cioè i giorni e i mesi che stiamo vivendo. Pensateci tutti molto bene e poi, almeno i credenti, si facciano il segno della croce prima che questo lungo viaggio cominci.

(5 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. I media e la barbarie
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2008, 06:49:12 pm
Eugenio Scalfari.

I media e la barbarie


Il circo mediatico agisce per forza propria, autoalimenta la propria potenza, utilizza i critici e gli autocritici come propellenti anziché come avversari. Tutto è spettacolo e massa  Giornali, televisioni, reti informatiche, film, libri e insomma tutti quei mezzi di comunicazione che nel loro complesso sono definiti 'media' sono responsabili di quell'imbarbarimento collettivo che sembra essere uno degli aspetti più significativi e più deprimenti delle società contemporanee?

Io penso di sì. Forse non si tratta d'una responsabilità esclusiva e forse il sistema mediatico è un effetto e non una causa dell'imbarbarimento sociale. Ma non c'è dubbio che ci sia uno stretto rapporto tra la comunicazione di massa e la barbarie contemporanea, tra il declino della ragione e l'emergere d'una sfrenata emotività, tra la fatiscenza dell'etica e il predominio delle pulsioni egoistiche. Infine tra la progettualità del futuro e la ricerca d'una felicità immediata e precaria.

Faccio queste riflessioni proprio perché, avendo passato gran parte della mia vita all'interno del sistema mediatico, credo di conoscerne a fondo i meccanismi e le difficoltà del singolo giornalista e del singolo giornale di sottrarsi ai condizionamenti del sistema la cui forza è ormai tale da esserne sfuggito il manico agli operatori addetti a quel lavoro.

Naturalmente nessuno potrà mai impedire al giornalista consapevole di esprimere le proprie critiche al mezzo al quale collabora e di preservare la propria indipendenza di pensiero. Né si deve sottovalutare l'importanza di queste critiche e dei loro effetti terapeutici su quanti riescano a coglierne il significato e farlo proprio. Ma pensare che il sistema mediatico nel suo insieme ne sia scalfito, sperare che possa autocorreggersi dall'interno, è pura illusione o astuta ipocrisia. Personalmente questa speranza l'ho persa da un pezzo né credo di salvarmi l'anima con la critica e l'autocritica: ormai il circo mediatico agisce per forza propria, autoalimenta la propria potenza, utilizza i critici e gli autocritici come propellenti anziché come avversari.

Tutto fa brodo nella civiltà di massa e di spettacolo, tutto è spettacolo e massa. Non si butta niente.

Questi pensieri mi sono tornati alla mente domenica scorsa leggendo quanto ha scritto sulla 'Stampa' Barbara Spinelli.

Sono amico di Barbara da una vita. I nostri articoli escono contemporaneamente la domenica sui nostri rispettivi giornali e quasi ogni settimana mi capita di constatare che sosteniamo gli stessi valori, abbiamo analoghe convinzioni, avvistiamo i medesimi ostacoli e critichiamo le medesime storture, quelle che a noi sembrano tali. È inutile dire che queste nostre coincidenze avvengono senza la pur minima consultazione, io vivo a Roma, lei a Parigi, ci incontriamo al massimo una volta l'anno e non abbiamo abitudine di telefonarci.

Così è avvenuto ancora una volta domenica scorsa. Il succo comune era questo: viviamo in un'epoca in cui è in atto un impoverimento drammatico della classe media la quale, proprio perché percepisce l'ineluttabilità del suo declino, è dominata dalla paura. Cerca certezze e non le trova. È stipata in un barcone senza timone e senza timoniere.

In queste condizioni - che di tanto in tanto si producono nella storia delle civiltà - si aprono due possibili opzioni: quella di dare certezze sopprimendo o indebolendo la libertà e quella di darle valorizzando la libertà. Superfluo dire dove stiamo noi.

Quella stessa domenica ho anche letto sulla 'Stampa' l'articolo di un bravo collega che resocontava da Parigi il ruolo di Berlusconi nel 'meeting' dei G4 convocato da Sarkozy per la crisi finanziaria mondiale. Da quella cronaca il nostro 'premier' appariva come il dominatore della situazione, quello che aveva capito tutto prima di tutti, quello che aveva messo d'accordo Bush e l'Europa, la Francia e la Germania, Putin con l'Occidente, rassicurando al tempo stesso le banche, i depositanti, le imprese, i risparmiatori, le Borse. Insomma un gigante della preveggenza e del decisionismo.

La conclusione di quel reportage era ancora più sconvolgente: Berlusconi era indicato come il maggior sostenitore dell'etica nell'economia e nella politica.

Ebbene, il sistema mediatico è questo: l'articolo della Spinelli e quello del suo collega che racconta e sostiene l'opposto, sono entrambi utili a rafforzare il sistema mediatico così come gli è utile ciò che ora sto scrivendo su questa pagina. Il sistema divora tutto, metabolizza tutto e resta uno dei fattori propulsivi della moderna barbarie.

(10 ottobre 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Domani mattina decidono le Borse
Inserito da: Admin - Ottobre 12, 2008, 05:13:12 pm
ECONOMIA    L'EDITORIALE

Domani mattina decidono le Borse

di EUGENIO SCALFARI


Si aspetta con il fiato in gola la campanella d'avvio delle Borse europee di domani mattina. Dopo il G7 di ieri e il vertice europeo di oggi saranno infatti domani i mercati a giudicare l'efficienza delle decisioni raggiunte dai cosiddetti Grandi. Anche questa qualifica è in discussione: se i mercati non avranno recuperato la fiducia nonostante le decisioni di Washington e di Parigi vorrà dire che i Grandi sono ormai considerati come maschere del teatro dei pupi, prive di credibilità e di forza. Speriamo che non sia così perché l'alternativa sarebbe una catastrofe planetaria.
Le conclusioni dei due incontri di Washington e di Parigi si possono così sintetizzare (per quel tanto che finora se ne sa perché quello di Parigi è in corso mentre leggete queste righe):
1. Uno scudo generale di protezione dei depositi bancari garantito dai governi dei paesi del G7 e della Ue.
2. Un secondo scudo che fa capo anch'esso ai governi, che garantisce la solvibilità delle banche e la loro forza patrimoniale. Qualora venissero meno queste condizioni i governi interverrebbero a ripristinarle turando ogni falla che dovesse manifestarsi.
3. Le garanzie fin qui elencate si estendono anche ai prestiti interbancari che rappresentano il punto più sensibile del sistema. Le banche, da quasi un mese, non si prestano più soldi reciprocamente nonostante le continue iniezioni di liquidità effettuate dalle Banche centrali. Si è creato un gigantesco ingorgo che genera conseguenze di estrema pericolosità.
4. In Usa il piano Paulson prevede anche un intervento (i famosi 700 miliardi di dollari) per l'acquisto da parte del Tesoro dei titoli-spazzatura ancora in corpo alle banche.

Questa legge, approvata dal Congresso con molte modifiche e dopo dieci giorni di discussioni, non potrà però entrare in azione prima di un mese perché la sua messa in opera è tecnicamente complessa. Perciò il suo effetto sul mercato è stato finora nullo. Tuttavia il Tesoro americano la considera uno strumento aggiuntivo da mettere comunque in opera appena possibile.

Qualche commento sul complesso delle difese finalmente concordate dai Grandi dell'Occidente si può fare anche se sarà l'appuntamento di domani la prova decisiva.

Anzitutto sulle dimensioni di questo piano: sono immense e illimitate. Non sono state fatte cifre perché non si potevano fare. Nessuno è in grado di conoscere l'ammontare dei titoli-spazzatura in corpo alle banche di tutto il mondo e nessuno può valutare le altre fonti di indebitamento che in una emergenza così acuta possono cumularsi l'una con l'altra a cominciare dalle carte di credito, dalle sofferenze più rischiose, dalle cambiali di carta straccia, dai collocamenti e dalle cartolarizzazioni di più dubbia solvibilità, dalle ipoteche non eseguibili. Il Fondo monetario internazionale azzardò poco tempo fa la cifra di 1.400 miliardi di dollari come ammontare complessivo, ma era una valutazione limitata ai titoli spazzatura connessi ai "subprime" immobiliari.

Qui è invece in discussione la fiducia dei depositanti e dei risparmiatori di due continenti. Perciò non è questione di cifre. Se sulla base degli impegni presi dai governi la fiducia tornerà sui mercati i governi stessi non dovranno sborsare nemmeno un soldo o pochissimi spiccioli come mastice per otturare qualche fessura locale e marginale.

Ma se la fiducia non tornerà non c'è diga costruita dai governi più forti del pianeta che possa resistere all'impatto dell'ondata dei mercati. Questo per dire che è la credibilità dei governi a decidere una partita che si gioca tutta sulla parola più che sui capitali disponibili.

Quanto a credibilità, Bush ne ha ben poca e il suo ministro del Tesoro meno ancora di lui. Per di più tra venticinque giorni da oggi sarà stato eletto un nuovo presidente degli Stati Uniti e tutto il personale politico cambierà. Per conseguenza gli impegni presi oggi dal governo americano saranno attuati da altre persone.

Tuttavia gli Stati Uniti d'America sono una potenza planetaria che si sostiene con il suo stesso peso. Le consultazioni tra lo staff attualmente in carica e i due candidati alla presidenza sono continue e così pure i piani di lavoro elaborati dai rispettivi collaboratori.

I mercati conoscono queste situazioni e le terranno nel debito conto anche se la coincidenza tra la crisi in corso e l'avvicendamento presidenziale non è certo tra le più felici.

* * *

La credibilità del nostro governo, malgrado gli sforzi di Tremonti e la presenza di Draghi alla guida della Banca d'Italia, non è certo un "asset" molto spendibile. Purtroppo è bassa dovunque, in Europa come in America e non bastano certo gli inviti estivi e i rapporti personali di Berlusconi con Bush e con Putin a ravvivarla.

In mezzo al fragore della tempesta che sta sconvolgendo il mondo fa una certa impressione osservare gli alterni comportamenti del nostro capo di governo. In una società dove lo spettacolo di massa ha ormai occupato interamente lo spazio pubblico Silvio Berlusconi grandeggia, l'aspetto ludico è quello che meglio gli si confà e dove dà il meglio di sé e in queste giornate lo applica al dramma delle Borse in picchiata continua. Venerdì scorso ha toccato culmini difficilmente raggiungibili. Ha suggerito quali titoli sarebbe più opportuno comprare, l'Eni e l'Enel. Tre giorni prima, aveva perfino citato Mediaset in conferenza stampa. Poi ha aggiunto che forse a partire da domani le Borse saranno chiuse fino a quando i Grandi avranno concordato nuove regole. Infine, essendo stato immediatamente smentito perfino dalla Casa Bianca, ha smentito se stesso come d'abitudine.
Un uomo così verrebbe interdetto dai suoi familiari. A maggior ragione se è il capo dell'Esecutivo dovrebbe esser sottoposto a "impeachment". Ma poiché piace al pubblico del Bagaglino lui continua e i "media" compiacenti applaudono le sue esibizioni.

Nel frattempo, forse per allentare la tensione, si fa strada la tesi della "distruzione creatrice" di schumpeteriana memoria. Secondo questa scuola di pensiero non tutto il male viene per nuocere: il cataclisma finanziario di queste settimane altro non sarebbe che il normale succedersi dei cicli economici che costituiscono l'ossatura del capitalismo. L'economia un po' va su e un po' va giù e quando va giù serve a ripulire il terreno dalle vecchie impalcature e a preparare nuovi e ancor più promettenti scenari.
Forse sarà così, ma dubito molto che i milioni di persone la cui esistenza viene distrutta si consolino al pensiero che in futuro quell'operazione sarà creatrice di lontane felicità.

* * *

Due giorni prima dei vertici internazionali di sabato e di oggi il nostro governo ha varato un decreto a somiglianza di quanto contemporaneamente facevano i governi inglese, tedesco, francese, spagnolo per erigere lo scudo di garanzia dei depositanti e le misure per rafforzare il capitale delle banche che ne avessero avuto bisogno. Si tratta appunto di quegli stessi provvedimenti che i vertici internazionali hanno infine coordinato, ma ciascun governo li ha modellati con varianti non marginali.

Per quanto riguarda il rapporto con le banche il nostro governo ha scelto di fatto la nazionalizzazione temporanea degli istituti in difficoltà. Bisognava però definire un indicatore oggettivo per limitare la discrezionalità attribuita al ministro del Tesoro.
L'indicatore scelto dal governo è il patrimonio delle banche. Se è sceso al di sotto di una certa soglia e la banca non è in grado di fare ricorso ai propri azionisti, può chiedere l'intervento del Tesoro; il Tesoro dal canto suo può anche intervenire d'ufficio se la Banca d'Italia ravvisa uno stato di sofferenza grave in un istituto di credito e la necessità d'un intervento pubblico.

A quanto ammonta il fabbisogno di questo decreto e quindi la sua copertura? Nessuno può saperlo perché nessuno sa quali sono le banche in pericolo e per quale ammontare. Quelle sotto alla soglia patrimoniale stabilita dalla Banca d'Italia sono poche e i loro azionisti sono abbastanza forti per mettersi in regola, ma si tratta di una speranza e non di una certezza.
In queste condizioni era impossibile cifrare la copertura e d'altra parte il Tesoro non ha risorse da mobilitare, perciò Tremonti ha scelto la sola strada possibile: la copertura si avrà spostando le risorse dei capitoli di bilancio o con emissione di titoli pubblici senza limitazione.

Spostare i capitoli di bilancio senza limite di cifra significa di fatto riscrivere la legge Finanziaria e la legge di Bilancio che andranno in discussione in Parlamento tra venti giorni ma che, nella sostanza, sono già state approvate con validità triennale fin dal luglio scorso. Si può fare un'operazione del genere senza coinvolgere il Parlamento? Senza che esista neppure la parvenza d'un coinvolgimento dell'opposizione?

Poi c'è il problema dei manager "colpevoli". Il governo aveva surrettiziamente cercato di graziarne alcuni infilando un emendamento nella legge sull'Alitalia. Se n'è accorta la giornalista Gabanelli di Report e le ha dato voce Repubblica di giovedì scorso. Scoperto l'inganno nessuno del governo ne ha rivendicato la paternità, Tremonti meritoriamente ha posto l'aut aut: o cancellare l'emendamento o le sue dimissioni. Così è avvenuto e l'emendamento è stato cancellato. Quindi i manager colpevoli saranno perseguiti. Ma da chi e per quali colpe?

L'emendamento ora soppresso erigeva uno scudo legislativo contro la magistratura che perseguiva reati attribuiti a Tanzi, Cragnotti, Geronzi. Il decreto Tremonti punta invece ad un altro tipo di colpevolezza che non comporta necessariamente un reato ma piuttosto una politica aziendale poco efficace o sbagliata. Il Tesoro insieme alla Banca d'Italia avranno il potere di stabilire a propria discrezione se quella politica era sbagliata e se i responsabili dovranno esser cacciati. Ciò significa usare una situazione di emergenza per fare piazza pulita dei manager sgraditi al potere. Non mi pare un criterio accettabile. Si prende un possibile dissesto aziendale come occasione per metter le mani sul credito bancario.

Ma c'è una ciliegina in più su questa torta di assai dubbia fattura ed è la presenza di Mediobanca nella cosiddetta "unità di crisi" composta dal Tesoro, dall'Abi, dalla Confindustria e per l'appunto da Mediobanca di Geronzi. Mediobanca sarebbe dunque uno dei soggetti che elabora la politica bancaria del governo, come se quell'istituto fosse un'autorità neutrale e di garanzia. Scorrete l'elenco degli azionisti di Mediobanca e scorrete anche la biografia professionale e giudiziaria del suo presidente e vedrete che non è così. Tutto ciò è molto preoccupante.

* * *

Al di là di questa matassa di problemi resta il fatto che la crisi non accenna a spegnersi e la ragione è molto chiara: si chiama recessione, si chiama caduta della domanda nel mondo occidentale e qui in Italia, si chiama insolvenza dei consumatori. La gente non ha soldi, le imprese hanno i magazzini pieni di prodotti invenduti, la Cassa integrazione ospita sempre maggiori unità disoccupate, i grandi magazzini vendono di meno per la prima volta da quando esistono, le spese "opzionali" vengono tagliate per poter soddisfare i bisogni primari, la dieta delle famiglie si impoverisce.

L'altro giorno il presidente del Consiglio ha detto: "Adesso diminuiremo le tasse". Doveva pensarci quando poteva ancora farlo, nel giugno scorso al momento in cui il suo governo fu insediato. Invece abolì l'Ici sulla prima casa e sulle case ex rurali e detassò gli straordinari. L'Ici però ha lasciato a secco i Comuni e il governo ha dovuto indennizzarli per l'ammontare integrale che gli aveva sottratto altrimenti il federalismo non avrebbe mosso neppure il primo passo. Perciò tutto si è risolto in una partita di giro puramente mediatica. Quanto alla detassazione degli straordinari le imprese non ne fanno più perché non c'è domanda. Non domanda, non produzione, non detassazione. Questo balletto mediatico non è più sostenibile. Adesso occorre la detassazione sul serio e non soltanto per ragioni di equità sociale ma per frenare il bulldozer della recessione.

Ci troviamo in brutte acque: dobbiamo detassare ma l'erario è a secco; tagliare la spesa senza colpire l'occupazione, fare i contratti di lavoro aumentando le retribuzioni ma con riguardo alle imprese e alla produttività. Questo governo del fare finora ha fatto assai poco: molti annunci, poche cose buone e molte sballate, dall'Alitalia ai grembiulini della Gelmini.
Adesso bisogna fare uscire il paese dalla tempesta e non sarà certo un gioco.

(12 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Figaro qua, figaro là il factotum di Arcore
Inserito da: Admin - Ottobre 20, 2008, 12:37:11 pm
L'OPINIONE

Figaro qua, figaro là il factotum di Arcore

di EUGENIO SCALFARI


GUARDANDO le nostre televisioni e sfogliando le pagine dei nostri giornali (con qualche sempre più rara eccezione) in mezzo ai tanti guai che affliggono l'economia mondiale emerge un aspetto consolante: il patrio governo e il suo leader hanno guadagnato molti punti in tema di prestigio internazionale. Tutti ci cercano, vogliono i nostri consigli, valutano con apprezzamento i nostri programmi, chiedono la nostra mediazione. Tra i grandi della Terra il nostro peso è crescente.

Siamo di pieno diritto nel G20, nel G15, nel G10, nel G9, nel G8, nel G7, nel G4, cioè nei consessi dove vengono forgiati i destini del pianeta, da quelli più estesi a quelli più ristretti. Infine questo periodo di passione si è concluso non a caso con l'incontro intimo e esclusivo tra il presidente degli Stati Uniti d'America (lo sarà ancora per quindici giorni) e il capo del governo italiano. Che cosa si vuole di più?

Questa crescita di autorevolezza trae conferma dalle dichiarazioni degli interessati e in particolare da quelle del presidente del Consiglio e del ministro dell'Economia che i nostri "media" riportano con la massima evidenza e il dovuto compiacimento. Siamo noi ad aver lanciato l'idea d'un fondo a tutela dei depositanti, noi ad aver suggerito la creazione d'un altro fondo sovrano europeo che sostenga gli investimenti, noi ad immaginare un intervento unitario dell'Ue per impedire il fallimento delle banche, noi a progettare una nuova Bretton Woods con l'obiettivo di riscrivere le regole del capitalismo mondiale. E del resto non era stato Berlusconi, già quattordici anni fa, a lanciare l'idea d'un nuovo piano Marshall per la Palestina, quale supremo strumento per metter fine all'interminabile conflitto in Medio Oriente?

In questa immaginaria rassegna dei primati italiani conta poco che gran parte dei progetti siano soltanto scatole vuote, annunci generici, espedienti mediatici ai quali non è mai seguito un qualsiasi avvio di attuazione e contano ancor meno i contributi concreti della Merkel, di Gordon Brown, di Sarkozy, di Bernanke, di Paulson, giuste o sbagliate che furono le loro iniziative.

Per il pubblico italiano, istruito dai media nostrani e dalle dichiarazioni a getto continuo dei nostri governanti, il motore della lotta contro la tempesta economica che si è abbattuta sul pianeta sta a palazzo Chigi e nei suoi immediati dintorni.

Perfino il voto contro la politica "climatica" dell'Europa, che ha comportato due mesi di stallo, è stato presentato come il segno della nostra forza internazionale e della nostra lungimiranza.
E' necessario segnalare che queste esaltazioni mediatiche sono prive di ogni rapporto con la realtà e con la verità dei fatti che si sono svolti in tutt'altro modo, con tutt'altre sequenze e con tutt'altri protagonisti?

* * *

Un altro assai diffuso esercizio mediatico in corso è quello della scoperta dell'acqua calda presentata come la prova della intelligenza e della vigilanza dei governi e delle istituzioni internazionali. Quell'esercizio non è limitato all'Italia ma si estende a tutto l'Occidente.
Si è scoperto pochi giorni fa che la crisi finanziaria sta incidendo sull'economia reale. Il Fondo monetario, il Tesoro americano, la Fed, la Bce, la Commissione di Bruxelles e - per quanto ci riguarda - Berlusconi e Tremonti lanciano l'allarme perché "si è aperta la seconda fase", quella cioè della recessione.

E ve ne accorgete adesso? Non era chiaro fin dall'inizio? Quando le crisi finanziarie superano una certa soglia e una certa dimensione, i loro effetti tracimano inevitabilmente al di là dell'aspetto congiunturale e avviano processi più o meno lunghi di ristagno e recessione.

Invece no, non se n'erano accorti, anzi davano dello stolto o del catastrofista a chi fin dall'inizio raccomandava di attuare provvedimenti capaci di arginare o rallentare le conseguenze negative sull'economia reale.

Da questo punto di vista la palma del primato spetta alla Banca centrale europea e alla Commissione di Bruxelles. La prima per aver mantenuto testardamente il tasso di interesse al 4.25 senza poter esercitare nessun freno sull'inflazione ma provocando invece deleteri effetti sul costo dei mutui immobiliari e dei prestiti alle imprese.

La seconda difendendo rigidamente la soglia di stabilità del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil e martellando i governi affinché perseguissero politiche di tagli di spesa e pareggio dei bilanci.

Trichet, i membri del direttorio della Bce, Barroso e Almunia, portano sulle spalle un'assai pesante responsabilità. Se è giusto dare la caccia ai manager inefficienti di banche e di imprese, lo staff della Bce e quello della Commissione di Bruxelles dovrebbero capeggiare quella lista e trarne le conseguenze dovute.

* * *

In questo panorama Giulio Tremonti rappresenta un caso anomalo e per certi aspetti patetico. Fu tra i primi a dare l'allarme nel giugno scorso sulle dimensioni della crisi finanziaria e bancaria in arrivo. Indicò gli scenari e le opzioni che si aprivano e, sia pure in termini generici, le politiche che si sarebbero dovute adottare. Ma poi, una volta messo alla guida dell'Economia, fece esattamente il contrario di quanto aveva indicato.

Fece approvare in nove minuti e mezzo (ricordate?) una legge finanziaria triennale che non merita altra definizione se non quella di configurare una politica economica deflazionistica. Una legge come quella, che punta ad abbassare la spesa per molte decine di miliardi con tagli "orizzontali", adottata da chi vede arrivare - e lo predice - una tempesta finanziaria con evidenti conseguenze recessive, è un comportamento inspiegabile.

Altrettanto inspiegabile la vicenda della "Robin-tax" che campeggiò nelle prime pagine dei giornali per almeno un mese e su cui Tremonti costruì una parte del suo fascino mediatico. Fu il fiore all'occhiello del nuovo ministro dell'Economia tassare i ricchi per dare ai poveri, tassare le banche per finanziare la "social card" da distribuire ad un milione di italiani con redditi inferiori agli 8 mila euro annui. Totale preventivato 400 milioni.

Sono passati quasi cinque mesi da quel piccolo colpo di teatro mediatico: la "social card" sarà distribuita a dicembre ma nel frattempo le banche hanno cessato d'esser ricche, il governo anziché tassarle deve sostenerle e per farlo ha varato un decreto dove prevede: "cifre illimitate" pur di evitare fallimenti.
Robin Hood se n'è andato dalla foresta di Sherwood, lo sceriffo di Nottingham gira col saio e il bastone del pellegrino e noi contribuenti attendiamo di sapere quanto costa il suo sostentamento.
Non è patetico?

* * *

Comunque il panico delle Borse sembra sia stato frenato dai provvedimenti messi in atto in Europa e in Usa sulla scia del piano indicato da Gordon Brown e dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Quando una banca è in difficoltà lo Stato interviene attraverso una sua agenzia-veicolo (l'Iri del 1933?) che entra nel capitale e nella compagine azionaria della banca. Di fatto si tratta di nazionalizzare quelle banche che non ce la fanno a camminare con le proprie gambe e con i soldi dei propri azionisti.

Questi provvedimenti, adottati con piccole varianti in tutta Europa, hanno avuto un buon effetto; depositanti e risparmiatori sembrano più tranquilli, le Borse stanno recuperando anche se una certa inquietudine permane. C'è anche qualche effetto collaterale sgradito: la speculazione si concentra contro banche "chiacchierate", ne deprime i corsi, provoca l'intervento di salvataggio pubblico e incassa la plusvalenza realizzata quando i corsi riprendono a salire.

L'aspetto positivo di questa manovra, oltre a quello di frenare il panico, consiste in una scarsa esposizione della finanza pubblica che si effettua nella forma di garanzia. L'Italia per esempio non ha neppure previsto una copertura a questo provvedimento: se la credibilità del governo rassicura i risparmiatori e i depositanti, il Tesoro non tirerà fuori neppure un soldo.
Quindi tutto bene, così sembra. Ma la musica cambia quando si passa alla fase due, cioè all'economia reale e alla recessione.

* * *

Se un settore produttivo è in difficoltà, se l'Ue autorizza forme di sostegno alle aziende e se i governi decidono di intervenire, in quel caso non si tratta di garanzie senza esborsi: si tratta di soldi veri che escono dalle casse dell'erario ed emigrano verso le aziende in questione.

Quali aziende? Scelte con quali criteri? Che tipo di sostegno? Quali le dimensioni complessive d'un siffatto e così anomalo intervento?

Il presidente del Consiglio ha immediatamente indicato come oggetto del sostegno il settore automobilistico. Per l'Italia c'è un unico nome: Fiat. Dunque si tratterebbe di entrare nel capitale di quell'impresa e/o finanziare una rottamazione in grande stile con i soldi dei contribuenti e/o incentivare qualche banca ad effettuare prestiti di favore all'azienda di Torino.

Si può fare un'operazione "ad personam" di queste dimensioni senza alterare il mercato europeo e senza suscitare altrettante aspettative e richieste da parte di altre imprese e di altri settori produttivi?

Evidentemente no, non si può fare. L'economia italiana diventerebbe un "suk" (lo è già), i conflitti si moltiplicherebbero, i commercianti, l'industria media e piccola, i sindacati dei lavoratori, i trasporti, le "utilities": un bailamme al di là d'ogni previsione e di ogni governabilità.

Non credo che, consapevole di scenari di tal genere, Bruxelles autorizzerà un'operazione Fiat. Comunque non lo credo possibile né utile. Ecco un'altra prova della torrenziale e dannosa loquacità del presidente del nostro governo.

Se si tocca il tasto degli aiuti di Stato alle imprese si rischia di aprire un buco nero di proporzioni inusitate nel bilancio pubblico. L'ammontare del nostro debito è tale da non poterci permettere politiche così azzardate.

Sono possibili soltanto interventi generali che impediscano qualunque discrezionalità politica. Abbiamo attualmente un deficit/Pil di circa il 2,5. Bruxelles autorizzerà modesti e temporanei aumenti al di sopra del 3 per cento. Diciamo che si possa arrivare al 3,5, un punto di Pil, quindici miliardi di euro.
Questa è la cifra ragionevolmente spendibile, più una parte dei tagli di spesa che erano previsti per ridurre il disavanzo del bilancio.

A fronte di quest'ordine di grandezza, che si potrà spingere al massimo a 20 miliardi, c'è l'immenso fronte dei redditi delle famiglie e dei consumi da sostenere con provvedimenti indicati da tempo dall'opposizione.
Urgono cioè delle scelte precise, degli impegni concreti e una tempistica urgente. Stupisce il silenzio degli interessati, stupisce che Confindustria e Fiat siano pronte a negoziare i loro interessi senza riguardo a quelli generali della crescita. Stupiscono i "media" che prendono sul serio le uscite improvvisate dei dilettanti. Qui c'è da conoscere i meccanismi e farli funzionare perché rimettere in moto la crescita non ha a che vedere col miracolo di San Gennaro.

(19 ottobre 2008)


da repubblica.it




Titolo: EUGENIO SCALFARI. Cesare dittatore democratico
Inserito da: Admin - Ottobre 24, 2008, 10:29:57 pm
Eugenio Scalfari

Cesare dittatore democratico


Il suo potere ebbe come base e principale sostegno il 'demos', il consenso del popolo e la politica fu una delle sue passioni non come missione quanto come conquista del potere per sé  Si è aperta a Roma, al Chiostro del Bramante, un'esposizione che ha come tema Giulio Cesare. Il personaggio è attraente e andrò a vederla nei prossimi giorni. Una mostra su Cesare è soprattutto provocativa, le sue gesta militari e politiche sono provocative, ma soprattutto lo è la sua vita, la sua scrittura, i suoi pensieri per quel tanto che possiamo coglierli dal suo multiforme vissuto.

La definizione più corrente che si dà di lui è quella di dittatore democratico, accreditata da Luciano Canfora che è di Cesare uno dei più attenti e informati storici. Credo sia una definizione appropriata, ma merita una chiosa: tutti i dittatori sono democratici nel senso che il loro potere ha come base e principale sostegno il 'demos', il consenso del popolo. Questo è l'elemento che distingue il dittatore dal tiranno che si appoggia unicamente sulla forza e sulla repressione.

Si sa, o meglio si dice, che Cesare abbia pianto di fronte alla statua di Alessandro che era morto a trentatré anni dopo aver conquistato il mondo mentre lui, alla stessa età, era soltanto un 'edile', gradino iniziale delle magistrature della Roma repubblicana.

Alla distanza Cesare superò Alessandro: l'Impero da lui fatto emergere dalla crisi della Repubblica fu ancora più esteso di quello del macedone e durò molto più a lungo: trecentocinquanta anni e poi altri cento di declino prima della data finale.

Di Alessandro non si sa molto, il mito lo ha avvolto fin dall'adolescenza ed ha fatto sbiadire sotto il suo fulgore la personalità storica del figlio di Filippo. Si conoscono le sue battaglie, la sua stupefacente cavalcata dalla Grecia fino alle terre del Caspio e dell'Indo, all'Arabia, all'Egitto e alle lontane oasi del deserto libico. Si identificava con Achille ma poi andò oltre e si autodivinizzò.

Cesare non gli somiglia in nulla se non nella grandezza delle ambizioni. A differenza dell'Anabasi di Alessandro, l'impero di Cesare nacque più lentamente, come tutte le rivoluzioni politiche che trasformano e rinnovano l'esistente mantenendone il massimo di continuità. Cesare non era soltanto ambizioso ma anche ambiguo, intrigante, spregiudicato, equivoco. Stavo per aggiungere dissoluto, ma questo è un attributo che nella Roma di allora non avrebbe avuto alcun significato particolare.


La politica fu una delle sue passioni non tanto come missione quanto come passione per il potere. La conquista del potere per la brama di averlo per sé ed esercitarlo. Ma la strada era molto lunga: Cesare si trovava ai margini della gerarchia senatoria, aveva scarsi mezzi, nessun seguito e nessuna fama. Perciò intrigò e nel modo peggiore: cercando di destabilizzare il potere senatorio. Lo fece in due modi: rivendicando una sorta di discendenza politica dai Gracchi e da Mario e connivendo con Catilina e con i suoi congiurati. Catilina puntava al dispotismo, in quegli anni di perenne turbolenza si schierò contro la legalità repubblicana. Cesare era troppo intelligente per non vedere la pericolosità di quel 'golpe', ma lo spinse e lo incoraggiò. Non è chiaro ma molto probabile che, alla fine, lo abbia tradito. Certamente si mantenne in bilico tra il tentativo golpista e la repressione senatoria.

In quegli anni turbinosi la Repubblica fu scossa da due questioni intrecciate strettamente l'una con l'altra: la questione sociale e quella dell'impero.

La prima nasceva dalla struttura stessa della città e dal rapporto tra la plebe e gli ottimati. Tra il Senato e i Consoli da una parte e la potestà tribunizia dall'altra. Tra l'economia cittadina e quella delle provincie e delle colonie.

La questione dell'Impero si era posta nel momento in cui tra la seconda e la terza guerra punica si era chiusa la partita per l'egemonia nel Mediterraneo. Portava il nome d'un grande condottiero e di una grande famiglia: Scipione.

Questione sociale e questione imperiale avevano minato alle fondamenta il potere repubblicano. Durò cinquant'anni quella turbolenza e si concluse con la conquista delle Gallie e con la guerra civile, un milione di morti, la nascita dell'Impero e il primo dei Cesari alla sua guida.

Ma l'uomo che assunse la dittatura a vita, interrotta alle Idi di marzo dai pugnali di Bruto e di Cassio, era molto diverso da quello che aveva pianto di invidia di fronte al busto di Alessandro e che aveva incoraggiato Catilina a cospirare contro la Repubblica. Il Cesare imperatore era un effetto dei tempi, un personaggio creato dalla necessità di colmare un immenso vuoto. A volte gli uomini creano i fatti, altre volte al contrario sono i fatti a creare gli uomini adeguati. Credo che sia stato questo il caso di Cesare così come, 1.800 anni dopo, fu quello di Napoleone.

(24 ottobre 2008)

da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Il caos calmo della rabbia riformista
Inserito da: Admin - Ottobre 27, 2008, 03:45:52 pm
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Il caos calmo della rabbia riformista


di EUGENIO SCALFARI


Alle dieci del mattino la città comincia lentamente a formicolare e il brulichio aumenta e si infoltisce col passare delle ore, a mezzogiorno camminano ormai a gruppi, si muovono le associazioni, si formano piccoli cortei di quindici-venti persone: democratici con la bandiera del partito, lavoratori della Cgil con la scritta bianca sulla stoffa rossa, vecchi partigiani con il fazzoletto tricolore al collo. Nel cielo già volteggiano gli elicotteri della polizia.

All'una si formano i due cortei, arrivano i pullman e i treni, scaricano e ripartono. Vengono dal Nord e dal Sud, bandiere e vessilli dei Comuni. Piazza Esedra è già gremita. All'una e mezzo la gente si mette in moto mentre ancora dalle stazioni arriva un fiume di persone.

Vado a vedere, finché ancora si può, il grande catino del Circo Massimo attrezzato per l'occasione, già pieno per metà, ma da quanto visto finora tutta quella vasta pianura erbosa non basterà a contenere il popolo dei cortei e quello dei romani che arrivano alla spicciolata. Riempiranno le vie adiacenti, il piazzale della Celimontana, l'Archeologia.

Alle tre del pomeriggio gli organizzatori sono già convinti che il milione sarà superato, ma si tengono prudenti per non sparare cifre troppo distanti da quelle che saranno date dalla questura. La mobilitazione della gente è comunque imponente per quantità e per passione, per rabbia e per voglia di stare insieme. Direi anche per orgoglio.

Il Circo Massimo è lambito dalle Terme di Caracalla e sovrastato dal Settizonio e dalle Case dei Cesari. "La Dea Roma qui dorme" scriveva il poeta delle Odi Barbare negli ultimi anni dell'Ottocento. Anche quelli erano anni di crisi, di scandali, di scontro vivace di opinioni e di moti di piazza. Le plebi, come allora erano chiamate, erano arrabbiate e il governo, come spesso capita, faceva sfoggio di un decisionismo che decideva soltanto di mostrare i denti e il bastone dei poliziotti. Qualche volta ci scappavano i morti e allora erano guai seri.

Venerdì le Borse hanno preso un'altra scoppola. Leggo sul giornale la cifra delle perdite, specie sulle piazze europee. Non sono tanto i timori sulla consistenza delle banche quanto la paura della recessione che sta dilagando.

Mentre torno a casa dove seguirò il discorso di Veltroni dalla televisione incrocio gli studenti che vengono dall'Università. A giudicare dai cartelli e dagli slogan sono i più arrabbiati di tutti. Umiliati e offesi.
Ma qui, stamattina, tutti quelli che ho incontrato in questo lungo giro per la città mostrano rabbia e orgoglio. Non ho visto differenze di condizione, di foggia, di atteggiamenti. M'è sembrata una massa di popolo che ha deciso di alzarsi in piedi e di muoversi. Rientrare sulla scena, confermare una baldanza, riprendere il posto che le spetta, non farsi abbindolare dai pifferai di qualunque estrazione.

Se fino a ieri c'era nel paese una maggioranza silenziosa che gonfiava le cifre dei sondaggi ogni volta che sentiva pronunciare la frase "tolleranza zero", direi che ora la situazione sta cambiando. I disagi e le paure della crisi mordono ormai la carne viva dei lavoratori, dell'enorme massa del ceto medio, dei vecchi pensionati e dei giovani studenti e precari.
La maggioranza silenziosa si sta sfarinando in una serie di minoranze parlanti e protestanti che hanno bisogno d'una guida capace di unificare i loro diversi interessi lesi in valori comuni. Non si fidano della politica ma, più o meno consapevolmente, chiedono uno sbocco politico che dia rappresentanza alla loro rabbia e la trasformi in concreta proposta.

Molti osservatori si chiedono se la rabbia di piazza sia compatibile col riformismo, ma la risposta viene dalle centinaia di migliaia che occupano le strade di questa giornata e dai milioni che solidarizzano con loro attraverso i teleschermi: la rabbia è la molla che innesca il meccanismo della proposta alternativa, dello sbocco politico e politicamente rappresenta la protesta popolare e la sua partecipazione.

* * *

La proposta economica anzitutto, perché è quella la ferita più crudele nel corpo della società: milioni di famiglie cadute in povertà e milioni di famiglie in pena perché stanno per caderci.

Governi e istituzioni internazionali si sono accorti soltanto ora che la crisi finanziaria e bancaria si sarebbe trasformata inevitabilmente in recessione. Cinque mesi di tempo prezioso sono stati perduti dietro a rimedi fallaci e a colpevoli depistaggi verso falsi obiettivi. Eppure le cause della crisi erano evidenti: una caduta della domanda e per conseguenza un crollo degli investimenti in tutto l'Occidente.

Per cinque mesi sono state perseguite in Europa con opaca testardaggine politiche restrittive mentre era chiaro che sarebbe stato necessario sostenere redditi e consumi e stimolare investimenti. Il taglio degli sprechi è diventato un taglio massiccio della spesa effettuato alla cieca, aprendo la porta alla deflazione.
Quando il prezzo del petrolio crolla in tre mesi da 147 a 65 dollari obbligando i paesi produttori a diminuire la produzione del 20 per cento; quando l'oro dai picchi raggiunti diventa improvvisamente invendibile; quando il valore degli immobili si dimezza mentre i listini delle Borse perdono in un mese il 40 per cento della loro consistenza capitalizzata; quando le assicurazioni e i fondi d'investimento non riescono a far fronte ai premi da pagare e ai riscatti da soddisfare; quando le navi-container restano ferme nei porti per mancanza di clienti e di merci da trasportare; quando la catastrofe dell'economia reale assume queste dimensioni, è chiaro che non siamo in presenza d'una perversa fatalità bensì di gravissimi errori umani commessi per superficialità e imperdonabile dilettantismo, disprezzo degli interessi delle persone e dei ceti sociali, idolatria del mercato ideologizzato, conformismo all'icona del "valore tutto e subito", al vitello d'oro del profitto purchessia.

Il nostro paese non è stato esente da siffatti errori, anzi se ne è fatto baldanzoso sostenitore. In questi ultimi cinque mesi che coincidono con i primi cinque mesi del governo Berlusconi-Tremonti, siamo stati i primi in questa classe di asini. Non i soli ma certo i più convinti e pertinaci, i più iattanti e autoreferenti. Hanno colpito alla cieca interessi e categorie prendendo di mira le opere più necessarie allo sviluppo e i ceti socialmente più deboli.

Emma Marcegaglia, in un soprassalto d'intelligenza suscitato dall'aggravarsi della situazione, interrogata sul disagio nelle scuole causato dalla riforma Gelmini, ha risposto: "Ma quale riforma? Non esiste una riforma, esiste soltanto un decreto di tagli di spesa".
Ha ragione il presidente di Confindustria che non è certo una bolscevica: un decreto di tagli sul tessuto più delicato che vi sia in una qualsiasi società. Riformare la scuola media e superiore, riformare l'Università dopo due o tre tentativi malfatti o non portati a termine è necessario ma la Gelmini non ha proposto alcuna riforma, ha soltanto recepito dal ministro dell'Economia un canestro di tagli che devasteranno la scuola elementare e media.

La risposta al disagio verrà data dalle questure? Noi speriamo che le questure siano più ragionevoli del ministro Gelmini e di chi la sostiene. Qualche segnale in questo senso si è avuto, ma certo la pressione del potere cresce, la tolleranza zero si fa valere. Questa volta non colpirà soltanto gli studenti ma le famiglie che partecipano con i loro figli a questo disastro politico.

* * *

Il momento più emozionante avviene quando nel catino del Circo Massimo arriva la fiumana dei due cortei provenienti dal piazzale Ostiense e da piazza della Repubblica. Le postazioni televisive che seguono l'allegra marcia punteggiata da striscioni e bandiere segnalano che la coda di quel popolo in marcia è ancora ferma nelle due piazze di raccolta, il grosso si snoda come un serpentone gigantesco che sommando i due itinerari supera i quattro chilometri.

Gli organizzatori sono molto prudenti nel valutare la consistenza numerica di quella marea di folla in movimento ma ora azzardano una stima di due milioni. Alla fine arriveranno a due milioni e mezzo valutando non tanto la capienza del Circo Massimo e delle alture che gli stanno intorno quanto le strade adiacenti interamente occupate. Chi segue le dirette televisive ed ha sotto gli occhi la visione panoramica complessiva capisce che quella stima è molto vicina alla realtà.

In mezzo al fragore di questo popolo arrabbiato ma festante, alle cinque Veltroni comincia il suo discorso che durerà quaranta minuti. Dice parole che corrispondono a quelle che il popolo intorno a lui voleva sentire: la rabbia e la ragione, l'ispirazione politica e le proposte concrete, il sentimento dello stare insieme e l'identità di una forza politica che ha cancellato le provenienze storiche e si è immersa nel futuro come suggerisce la frase di Vittorio Foa scritta a grandi lettere sul palco della manifestazione.

Dopo il discorso del Lingotto di Torino, quello di oggi segna la vera nascita del Partito democratico. Sono passati appena cinque mesi dalla sconfitta elettorale, un tempo molto breve per un partito che aveva affrontato le elezioni dopo appena due mesi dall'insediamento del suo nuovo gruppo dirigente.
Chi ha criticato il vertice di questo partito perché in un tempo così breve non ha raggiunto risultati migliori dimostra di non conoscere i meccanismi, i tempi, le difficoltà della nascita politica e organizzativa in una società schiacciata dai disagi del presente e dalla paura del futuro.

Quanto abbiamo visto ieri dà fiducia. Un popolo responsabile, una sinistra nuova e pensante, una visione lucida del bene comune. Un'identità conquistata, la voglia di unità e di partecipazione. La speranza che tra nove giorni vinca Obama.
La partita è aperta. Se sarà continuata fino in fondo con coerenza il risultato di avere un'opposizione ampia e ferma, calma e determinata, sarà un arricchimento di grande valore per l'intera democrazia italiana.

(26 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Ragazzi allegri e burattini di legno
Inserito da: Admin - Novembre 02, 2008, 11:42:59 am
IL COMMENTO

Ragazzi allegri e burattini di legno

di EUGENIO SCALFARI


CHE stia avvenendo qualche cosa di nuovo nel paese Italia, nel paese Europa e in tutto il mondo è sotto gli occhi di tutti. Qualche cosa di profondamente nuovo. Giulio Tremonti lo ha detto due giorni fa parlando nella riunione celebrativa del risparmio. "Non è soltanto una discontinuità, ma qualche cosa di molto più profondo" ha detto con voce sommessa e quasi parlando a se stesso.

Ed ha aggiunto: "Dobbiamo portare al primo posto l'etica e puntare sui valori e non sugli interessi". Sembrava di ascoltare Ugo La Malfa. Quasi quasi me lo sarei abbracciato. Ma poi mi è venuto in mente che gli stessi concetti, in forma magari più disadorna, erano stati enunciati dalla figlia di Berlusconi, non quella entrata nei giorni scorsi nel consiglio d'amministrazione di Mediobanca che sull'etica pecca un po' per difetto, ma la figlia più giovane.

C'è stato un passaparola? Folgorazioni di massa sulla via di Damasco? Le anime belle sono finalmente la maggioranza del paese?

Tutto è possibile anche se stento a crederlo. Però qualche cometa in cammino c'è: tra quarantott'ore voterà l'America e forse avremo un giovane meticcio di pelle scura alla guida della più grande potenza mondiale. Incredibile ma possibile, anzi probabile. I pessimisti ad oltranza si rassicurano ripetendo che anche se ciò avvenisse nulla cambierebbe perché il potere è il potere e chi lo amministra si comporta sempre allo stesso modo da che mondo è mondo.

Il potere è il potere, questo è vero; ma non ha mai la stessa forma e lo stesso volto. Un nero alla guida degli Stati Uniti non somiglia a nessun altro inquilino tra quelli che l'hanno preceduto alla Casa Bianca se non altro per il fatto maledettamente oggettivo d'avere alle spalle un popolo che fu portato in catene nelle pianure della Florida, del Texas e del Tennessee.

Lui farà probabilmente di tutto per non vedersi così, ma gli altri è così che lo vedranno e si aspetteranno un potere che abbatta le barriere tra gli uomini di buona volontà. E lui non potrà deluderli proprio perché lui il potere lo ama.

* * *

Torniamo a casa nel nostro piccolo cortile che amiamo di più. Giovedì mattina guardavo sfilare il corteo degli studenti e dei docenti in via Arenula, allo sbocco di Botteghe Oscure. Un corteo immenso, una fiumana giovanile frammista con capigliature grigie, mamme con bambini, maestre e professori che non perdevano di vista i loro ragazzi. Sembrava ed era un popolo insorto. Un passante mi ha riconosciuto e mi ha chiesto: "La solita ragazzata non è vero? Che ne pensa?". Ho risposto: "Quelle dei ragazzi sono sempre ragazzate ma a volte cambiano la storia".

Pensavo alle ragazzate nell'Europa del 1848. E poi pensavo al Sessantotto dei "figli dei fiori", dai "campus" americani all'occupazione della Sorbonne e alla "Primavera" di Praga. Infine alla piazza di Tienamen, sotto le mura della Città Proibita. Ragazzate, certo. Giocose. A volte tragiche. Maremoti di emozioni e di vitalità dopo i quali alcuni luoghi del mondo furono diversi da prima. Non so se migliori, ma certo diversi e la diversità è comunque un segno di movimento e di allegria.

I cortei dell'altro giorno erano allegri e imponenti. Apolitici? L'apolitico è indifferente per definizione. Non ha interesse alla "polis", cioè alla città, cioè alla "res publica". Ma quei ragazzi, quei maestri, quelle famiglie marciavano, gridavano, cantavano in nome della "res publica". Dicevano no ad uno scempio ma dicevano sì ad una riforma seria, ad una nuova città del sapere.

I pessimisti hanno scritto che quelle ragazzate servono ai "baroni" per mantenere i loro detestabili privilegi. In realtà questi strani pessimisti scrivono ciò che sperano e quando parlano dell'occupazione delle scuole ci mettono due k invece di due c. Non credono a niente e non sperano niente. Sono i grilli parlanti di un mondo di burattini di legno. Quando i burattini diventano ragazzi in carne ed ossa i grilli parlanti perdono il loro ruolo e cessano di esistere.

Io non credo che i ragazzi protagonisti di queste ragazzate coprano gli interessi dei baroni. Ma qui la questione si fa più complessa. Chi sono i baroni oggi nelle Università e nella scuola? Quali sono i malanni della scuola da estirpare e quali interessi la insidiano e vogliono impadronirsene?

* * *

La scuola elementare italiana è, complessivamente considerata, un punto di eccellenza in tutta Europa. Non ci sono fannulloni. Docenti e personale di servizio lavorano come e più dei loro consimili europei e con risultati migliori. Questo risulta da tutte le statistiche internazionali. I costi sono eguali alla media Ocse, ma i maestri sono pagati meno dei colleghi stranieri. Le aule sono insufficienti.

Molti edifici scolastici, specie nel Sud, non sono a norma. Quale che sia il parere del deputato Bocchino e del ministro Gelmini, la moltiplicazione dei pani e dei pesci è un miracolo che ha compiuto soltanto Gesù di Nazareth. Se il tempo pieno è possibile oggi e si potrebbe utilmente estendere e migliorare, non sarà possibile dopo i previsti licenziamenti di massa. Non ci vuole molto a capirlo.

Il vero malanno comincia con la scuola media e peggiora alle "superiori". Lì bisogna preparare una riforma, lì occorre convocare studenti, docenti, famiglie e lì il ministro deve esporre la sua visione culturale di una scuola nella quale entrano ragazzi di ogni ceto sociale e - ormai - di diverse etnie. Lì si affaccerà anche il federalismo con la necessità di coordinare i poteri di indirizzo dello Stato, la competenza regionale e comunale, l'autonomia degli istituti.

Il bullismo è un problema serio ma dominarlo affidandosi soltanto ad una politica scolastica muscolare è pura illusione. Uno dei possibili modi per venirne a capo è quello dei "tutori" e del miglioramento della qualità didattica. Del fascino che una didattica intelligente può suscitare nella fantasia dei giovani. Questo è il contrario dei tagli poiché richiede semmai maggiori investimenti, controlli di qualità su insegnanti e istituti.

Il miglioramento indispensabile della scuola secondaria e superiore comporterebbe di per sé un salto di qualità dei corsi universitari che sono attualmente alle prese con una massa di studenti impreparati ad affrontare l'università. Per risolvere problemi di questa complessità ci vuole grande esperienza e specializzazione fatta sul campo.

Mi ha colpito quanto ha scritto in proposito su "Repubblica" Aldo Schiavone. Ha negato, citando autorevoli fonti statistiche, che l'università italiana sia di pessima qualità. Credo che piacerebbe ai lettori saperne di più in proposito, quella di Schiavone è una voce fuori dal coro. Può approfondire la questione?

Gli studenti temono la privatizzazione delle università.
Anche questo è un tema difficile. Le fondazioni comunque hanno caratteristiche in parte private ma in parte pubbliche. Negli Stati Uniti hanno dato risultati non omogenei, toccando punte di eccellenza e punte di mediocre livello. Certo vanno rivisti il numero eccessivo di corsi di laurea e il numero eccessivo delle università.

I baroni? Esistono ancora ma il loro potere è in declino: la globalizzazione del sapere, specie di quello tecnico scientifico e medico, sta cambiando la struttura stessa della conoscenza applicata. Le baronie accademiche non hanno più la potenza di un tempo rispetto alla casta costituita dagli assessorati regionali e comunali in raccordo con le Asl e con i primariati ospedalieri o con gli appalti e i subappalti nei settori dell'urbanistica e dell'edilizia. E' lì che bisogna incidere e tagliare.

* * *

Motivi di disagio ne esistono dunque a iosa in un mondo dove il lavoro non offre sbocchi sufficienti e la flessibilità si è ormai cristallizzata in precariato generazionale. Due intere generazioni, quelle nate negli anni Settanta e Ottanta, sono state di fatto confinate nella mediocrità dei redditi e nell'inesistenza delle carriere.

I quarantenni di oggi sono umiliati e offesi. I ventenni insorgono. Questa è la novità. Non sono affatto apolitici anzi sono estremamente politicizzati ma non guardano ai partiti, guardano al loro problema, alla scuola e al lavoro, ai fatti e non alle parole. Ai fatti semplici e concreti. Le parole del governo alimentano la loro rabbia. Il decreto dei tagli è offensivo. La Gelmini è oggettivamente offensiva. Maroni, che proclama denunce, è oggettivamente offensivo dove l'avverbio serve a sottolineare la stupidità dei comportamenti di fronte alla serietà dei problemi.

Questa situazione ha cominciato ad erodere il consenso berlusconista. Fino a poche settimane fa sembrava una muraglia non scalfibile, ma adesso molti mattoni hanno cominciato a cadere, qualche travatura è precipitata, l'intonaco si sbriciola ogni giorno di più.
Avevo scritto domenica scorsa che la maggioranza silenziosa che gonfia i sondaggi berlusconiani si sta sfarinando in una serie di minoranze parlanti e protestanti. Scrivevo questo all'indomani della manifestazione del Partito democratico al Circo Massimo. Dopo la settimana studentesca questo sfarinamento della maggioranza silenziosa è ancora più vero e più evidente.

La crisi economica morde ora la carne viva del ceto medio e dei lavoratori, allarma le imprese e gli artigiani. Il governo ha dissipato miliardi in provvedimenti senza senso a cominciare dall'abolizione dell'Ici sulle dimore degli abbienti. Non si è reso conto che tempesta finanziaria avrebbe prodotto recessione produttiva e crollo dei consumi ed è ancora lì che studia rappezzi senza una strategia che ricostruisca la fiducia.

* * *

L'ultima pillola avvelenata tra le molte di questa settimana di passione è arrivata venerdì sera: il pasticcio Alitalia finisce con il rifiuto del personale navigante di firmare il protocollo contrattuale. Piloti e assistenti di volo contestano alcuni aspetti importanti dei loro contratti affermando che siano peggiorativi rispetto all'accordo-quadro accettato da tutti i sindacati venti giorni fa. Può darsi che quel peggioramento vi sia anche se i sindacati confederali hanno firmato. Può darsi che l'aggravamento della crisi economica e il crollo delle prenotazioni di tutte le compagnie aeree abbiano suggerito a Colaninno di introdurre maggior rigore contrattuale.

Ma è altrettanto evidente che i piloti e gli assistenti di volo non si sono minimamente dati carico della sorte del personale di terra che numericamente costituisce il grosso della compagnia e il vaso di coccio che sarebbe finito in frantumi se la Cai si fosse ritirata dal tavolo della trattativa. La famosa cordata tricolore, Europa permettendo, ha dunque passato la cruna dell'ago anche se dovrà ancora confrontarsi con gli equipaggi e con le loro iniziative di lotta sindacale. Siamo all'inizio dell'avventura della nuova Alitalia che lascia a carico dei contribuenti un onere di tre miliardi e dovrà sostenersi con l'appoggio di un socio straniero.

Berlusconi canta vittoria, ma dov'è la vittoria? Non ha alcuna chioma da porgere al supposto vincitore. E' rimasta, la vittoria, completamente calva.
Si conclude così una pagliacciata durata sette mesi e ritorna Air France a condizioni assai peggiori per noi di quelle dell'aprile scorso.

"Gianni Letta risolverà tutto" ha detto il premier lasciando Palazzo Chigi la sera di venerdì. Il suo vice è riuscito a convincere Colaninno da un lato e i confederali dall'altro. Ancora una volta l'ha salvato dal disastro facendo da levatrice ad un neonato rachitico, affidato alle cure d'una balia francese. Ho stima per Gianni Letta, ma ne avrei di più se smettesse di prendere in giro gli italiani vendendo loro le lucciole invece delle lanterne.

(2 novembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Giornalisti con il bollino blu
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2008, 04:04:31 pm
Eugenio Scalfari.


Giornalisti con il bollino blu


È quello ricercato dai giornalisti che si proclamano di sinistra ma che criticano le forze schierate nello stesso campo. Con il risultato che la sinistra ha contro l'intero schieramento mediatico  Luigi AlbertiniSono spesso invitato da scuole e corsi universitari di comunicazione a parlare di giornalismo; va di moda da qualche tempo chiamare queste conferenze con il titolo un po' pomposo di 'lectio magistralis'. Di solito cerco di sottrarmi: avendo dedicato al giornalismo gran parte della mia vita professionale ed essendo tuttora in attività di servizio, discettare su quella materia mi suscita un sottile sentimento di noia e di 'déjà-vu'. Qualche volta accetto, più spesso scappo con qualche pretesto.

Tuttavia l'abitudine contratta in sessant'anni di mestiere mi porta tutti i giorni a leggere molti giornali e mi ispira inevitabilmente qualche riflessione sullo stato dell'arte. In particolare sono incuriosito dal giornalismo e dai giornalisti che nella loro veste di cittadini elettori si dichiarano liberal-democratici o addirittura di sinistra, ma che appunto in quanto giornalisti debbono mantenere un distacco professionale e un'indipendenza che costituiscono l'essenza deontologica di quello che io definisco un mestiere crudele.

I giornali e i giornalisti conservatori non sono molti nel nostro Paese. L'esempio più alto resta quello di Luigi Albertini, ma non ebbe eredi. Il fascismo confiscò per vent'anni la libertà di stampa. La sua caduta inaugurò una stagione di giornalismo democratico durante il quale i giornalisti conservatori intonarono la loro voce sulla lunghezza d'onda della Democrazia cristiana e quelli liberal-democratici sulla sintonia laica. (Ovviamente lascio fuori dal quadro giornali e giornalisti di partito).

Così sono andate le cose per molti anni nella stampa quotidiana e in quella settimanale, con una sola eccezione rilevante che è stata quella di Indro Montanelli. Il quale non è iscrivibile in nessuna delle due tendenze. Non era né un liberal-conservatore né un liberal-democratico. Era un anarco-individualista di scuola prezzoliniana e longanesiana. Talento ne aveva da vendere. Per trent'anni fu il portavoce del senso comune degli italiani; contribuì a crearlo quel senso comune, che in apparenza si identifica con il buon senso ma in realtà ne è molto lontano. Semplifica la realtà: operazione estremamente pericolosa.

Il talento dei semplificatori consiste nel creare un senso comune che rafforzi interessi già forti e indebolisca interessi già deboli. L'obiettivo è quello di guadagnare il consenso. Naturalmente nulla vieterebbe che i 'media' cerchino di guadagnare consenso in favore degli interessi deboli, ma ciò avviene molto di rado in paesi come il nostro.

L'attuale stato dell'arte offre delle varianti di notevole interesse al quadro fin qui delineato. Esse derivano in gran parte dal bipolarismo politico e sociale che nell'ultimo ventennio ha sostituito il bipolarismo ideologico che aveva caratterizzato la prima Repubblica. Caduta l'ideologia comunista con l'implosione dell'Urss, caduta anche l'unità politica dei cattolici, il bipolarismo attuale corre lungo una linea di confine che contrappone due diverse visioni di modernizzazione della società: una visione 'darwinistica' della destra contrapposta a una concezione solidaristica della sinistra.

In questa situazione il giornalismo indipendente stenta a svolgere il proprio ruolo e non sempre riesce a farsi voce di un senso comune che coincida con il buonsenso.

Accade così che la cosiddetta indipendenza di giudizio si eserciti soprattutto contro la visione solidale della democrazia e contro le forze politiche e sociali che ne sono portatrici. Gli attacchi, le critiche, perfino la satira prendono di mira soprattutto la sinistra politica e sindacale sia quando essa è stata al governo sia quando è all'opposizione.

Le critiche alla destra vengono considerate ovvie e quindi sottaciute; quelle alla sinistra sono considerate un elemento indispensabile a garantire l'indipendenza del giornalista e perciò preziose a preservarne l'autorevolezza.

L'aspetto paradossale di questa situazione è costituito dal fatto che i giornalisti indipendenti accentuano come mai prima era accaduto la loro adesione agli ideali di sinistra recuperando lo 'status' di indipendenti con le loro critiche alle forze schierate nel loro stesso campo. Le critiche a sinistra provenienti da giornalisti che si proclamano di sinistra garantiscono infatti una sorta di bollino blu, di marchio di garanzia professionale. Spesso la ricerca di questo bollino blu è inconsapevole, altre volte è lucidamente voluta, ma il risultato è il medesimo: le forze di sinistra hanno contro di loro l'intero schieramento mediatico, sia per i loro errori sia anche per le loro virtù.

Un tempo il giornalismo indipendente si comportava come un contropotere di controllo del potere; oggi le cose sono cambiate e questo contropotere si è fortemente indebolito. È più semplice sparare il pallone nella propria rete che nella rete altrui. Con buone intenzioni naturalmente.


(07 novembre 2008)
da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Aspettando Godot a Bretton Woods
Inserito da: Admin - Novembre 09, 2008, 11:41:41 am
IL COMMENTO

Aspettando Godot a Bretton Woods

di EUGENIO SCALFARI



Il 15 novembre, sabato prossimo, si riunirà a Washington il grande vertice d'Occidente per decidere quali misure prendere per impedire che la grave recessione si trasformi in una grande depressione e per gettare le basi d'una nuova Bretton Woods, cioè del nuovo assetto dell'economia mondiale. Sarkozy, nella riunione dell'altro giorno a Parigi dei ventisette paesi dell'Unione europea, ha detto che nell'incontro di Washington dovranno esser prese "decisioni forti".

Previsione alquanto azzardata, almeno per ciò che riguarda la nuova Bretton Woods. Ed anche per i provvedimenti che servono a bloccare o almeno a contenere la crisi di "Main Street", come gli americani chiamano l'economia reale a differenza di "Wall Street" che sta a designare l'economia finanziaria.
Se il vertice di Washington non producesse decisioni forti i mercati sarebbero delusi e questo sarebbe un grosso guaio.

Il presidente francese parlerà il 15 novembre a Washington in nome dell'Unione europea da lui presieduta fino al prossimo 31 dicembre. Il suo interlocutore sarà George W. Bush, presidente in scadenza degli Stati Uniti. Bush ha ancora 72 giorni di permanenza in carica, il suo successore è stato eletto da cinque giorni e costituzionalmente entrerà in carica il 20 gennaio. Certamente darà suggerimenti a Bush e certamente quei suggerimenti saranno ascoltati per quanto riguarda le misure di massima urgenza. I programmi a lungo termine dovranno invece aspettare l'insediamento di Obama alla Casa Bianca. Perciò, almeno per buttar giù le fondamenta della nuova Bretton Woods, dal "meeting" di Washington non arriveranno che generici auspici e nulla di più.

Del resto le proposte europee formulate dal vertice parigino consistono nell'attribuire al Fondo monetario internazionale poteri di controllo e di pronto intervento sui mercati finanziari internazionali e nella creazione di alcune Autorità di regolazione mondiale che veglino sulla trasparenza dei mercati e sulla natura dei titoli emessi. Sarebbe questa la Bretton Woods numero due? E la moneta internazionale resterebbe il dollaro? Moneta di pagamento e di riserva? Con facoltà per l'America di vivere sulle spalle del resto del mondo?

L'Europa è stata a Parigi molto critica sull'attuale "dollar standard" ma non ha formulato alcuna proposta alternativa. E poi una nuova Bretton Woods che non sia una presa in giro non può esser nemmeno pensata senza la partecipazione delle potenze emergenti e di quelle che stanno invece inabissandosi nella povertà e nella disperazione. Vi pare che avremo "risposte forti" in materia dal vertice di sabato 15 a Washington? Dove non ci sarà neppure Barack Obama?

* * *

Torniamo alle misure di emergenza. Quelle sì, bisognerebbe prenderle subito. Obama ha già indicato alcuni punti di riferimento che però riguardano soprattutto l'economia americana. Anzitutto i riferimenti temporali: gli interventi necessari dovrebbero esser presi prima di Natale, cioè subito, per poter diventare esecutivi non oltre la metà di dicembre.

Sul merito il nuovo presidente eletto ha dato per ora le seguenti indicazioni: dare liquidità alle tre "majors" dell'automobile, General Motors, Ford, Chrysler. Ci vogliono subito una quarantina di miliardi di dollari perché almeno due delle tre "majors" di Detroit rischiano l'insolvenza entro i prossimi trenta giorni.
Obama ha poi chiesto sostegno creditizio per le imprese piccole e medie, ma non è andato oltre questa generica enunciazione. Si sa però che l'ordine di grandezza d'un siffatto intervento in prima battuta si aggirerebbe sui 150 miliardi.

Ha suggerito infine un sostegno ai redditi delle famiglie fino ai 200mila dollari annui attraverso meccanismi di detassazione. E invece maggiori tasse sui redditi superiori ai 250mila dollari. Su questo capitolo le cifre sono puramente induttive ma è logico pensare ad altri 100 miliardi. Il totale raggiungerebbe dunque più o meno quei 250 miliardi che Bush e il suo ministro del Tesoro avevano stanziato come prima tranche per sostenere le banche in pericolo di "default" e rastrellare i titoli spazzatura.

Per ora siamo a questo punto. Può darsi che Bush ripeta ai suoi interlocutori del 15 novembre questo programma del suo successore. Si tratta di misure strettamente limitate all'economia Usa, ma è pur vero che è lì il nucleo del problema e la fonte primaria della recessione in atto. Misure capaci di ripristinare la fiducia delle imprese e dei consumatori rilanciando la domanda e quindi alleggerendo le scorte e mettendo in moto impianti e cantieri. Se questo avvenisse, sarebbe certamente un contributo importante anche per l'economia europea e internazionale.

Tutto dipenderà dalla determinazione con cui Bush parlerà ai suoi interlocutori e dalla sponsorizzazione che riceverà dal suo successore. Un piano di rilancio dell'ordine di 250 miliardi (se questa fosse la cifra indicata) è certamente imponente in senso assoluto ma modesto di fronte all'immensità del disastro che il Fmi ha ripetutamente quantificato tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di dollari. I mercati riprenderanno fiducia di fronte ad un pacchetto che rappresenta più o meno un decimo del disastro totale?

* * *

Naturalmente per produrre una svolta positiva alla crisi in corso non bisogna guardare soltanto all'America. Sul piatto della bilancia vanno messe anche l'Europa e la Cina, la Russia, l'India. Lasciamo da parte questi ultimi tre paesi e soprattutto la Russia che naviga in acque assai brutte e fa anche il cipiglio all'Occidente. E vediamo qual è in Europa lo stato dell'arte.

Lo stato dell'arte, cioè della politica economica europea, è pessimo. Non solo dal giugno sorso, quando ci furono i primi segnali della crisi americana dei "subprime" ma da molto tempo prima. Pessima la politica economica della Commissione di Bruxelles per la parte di sua competenza, pessima la politica monetaria della Bce e pessima quella di gran parte dei governi nazionali membri dell'Ue. Politica restrittiva dei tassi, dei parametri che presiedono al patto di stabilità, della vigilanza sul sistema bancario.

Ho letto ieri su "24 Ore" un articolo di Fabrizio Galimberti dal titolo "Ma si può dir male della Bce?". Finalmente, ma ve ne accorgete soltanto adesso? Noi ne diciamo male da un anno e mezzo ma non siamo economisti accademici, siamo soltanto giornalisti dei quali si dice male tutti i giorni. Non costa nulla dir male dei giornalisti anche se talvolta vedono più lontano dei banchieri centrali e della folta schiera dei loro sostenitori.

La Bce ha mantenuto il tasso di sconto al 4,25 per cento per almeno due anni fino ad un mese fa, quando già infuriava la tempesta recessiva. Due punti sopra al tasso Usa. Poi, un mese fa, ha cominciato a ridurlo a passettini, con il contagocce seguendo con ritardo il crollo delle Borse e lo stallo delle imprese. Non hanno capito assolutamente niente della natura e delle dimensioni di quanto stava accadendo nell'economia americana. Della devastazione dei titoli spazzatura. Dell'inquinamento dei "derivati". E soprattutto della politica del debito che era diventata la base di una piramide rovesciata, di un "boom" cartaceo che si reggeva sulla punta anziché sulla base. Si incoraggiava il debito facile e su di esso si creavano profitti enormi ma enormemente precari.

Nel giugno scorso arrivò il primo scossone, ma le istituzioni in Europa hanno continuato come niente fosse. I "fondamentali" - così dicevano - sono solidi. Fino a quando ci abbiamo sbattuto il muso contro.
Si dice: però fin dai primi segnali di crisi non hanno fatto mai mancare liquidità al sistema. Questo è vero: sia la Fed sia la Bce hanno inondato il sistema di liquidità. Con prestiti reiterati a breve e brevissimo termine.

Nell'ultima fase, una ventina di giorni fa, anche i governi si sono finalmente svegliati intervenendo al salvataggio di alcune banche in "default" (in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, in Olanda, in Belgio) e fornendo in tutti i paesi dell'Ue una garanzia pubblica sui depositi, con il motto "nessuna banca fallirà".

Si pensava che bastasse, ma ovviamente non è bastato. La garanzia dei depositi è un puro e semplice "spot" mediatico. Può servire a ridare fiducia ma nessun governo del mondo sarebbe in grado di garantire i depositi di fronte ad un "default" bancario. Una grande banca amministra depositi per decine di miliardi. Lo "spot" serve a rassicurare i depositanti e non costa nulla, ma se i depositanti dovessero fare ressa agli sportelli anche di una sola grande banca, verrebbe giù tutto come un castello di carta.

Per fortuna non siamo a questo. Allora tutto va bene? Nient'affatto. Sapete dove è finita la liquidità che la Bce ha fornito alle banche? E' finita nelle casse della Bce, questo è il paradosso. Era stata data nella speranza che il credito interbancario, cioè quello che le banche si prestano reciprocamente, riprendesse a scorrere fluentemente. Invece le banche hanno ridepositato la liquidità presso la Banca centrale. Ci lucrano un differenziale ma intanto tagliano i crediti ai clienti. Le cifre sono queste: il 10 settembre i depositi delle banche alla Bce di Francoforte ammontavano a 48 milioni di euro; al 31 ottobre ammontano a 280 milioni. E' evidente che il meccanismo si è inceppato ma nessuno è ancora corso ai ripari.

Un altro problema non risolto e difficilmente risolvibile riguarda i Fondi d'investimento. I clienti scappano chiedendo la restituzione dei risparmi investiti. Nei primi dieci mesi di quest'anno le richieste di riscatto sono state di 55 miliardi di euro. Per farvi fronte i Fondi scaricano sulla Borsa i loro portafogli e i listini vanno giù.

* * *

Adesso è entrata in crisi l'economia reale: aumenta la disoccupazione, diminuisce il reddito reale delle famiglie, tutto il lavoro precario è sotto schiaffo. Il lavoro precario non usufruisce nemmeno di ammortizzatori sociali, non è prevista finora la Cassa integrazione. Attenzione: i precari sono ormai alcuni milioni di persone. Finora il problema era quello di favorirne il passaggio a contratti stabilizzati, ma ora il problema è un altro: evitare che le imprese li buttino sulla strada e predisporre qualche tutela per la loro disoccupazione. Gli impiegati statali si trovano anch'essi in questa situazione perché la pubblica amministrazione è piena di precari. Fannulloni? Alcuni probabilmente sì ma tutti sicuramente no. Ma è facile farli fuori alla scadenza dei contratti.

Il governo ha stanziato un fondo di 650 milioni per sostenere le imprese. Ho riletto più volte questa cifra, credevo si trattasse di un refuso, che mancasse uno zero. Invece no, si tratta di milioni e non di miliardi. Altri 600 milioni dovrebbero servire per rafforzare la Cassa integrazione. Ma se arriva l'ondata dei precari anche questa cifra diventerà ridicola. "Non ci sono soldi" dice Tremonti ed è vero, non ce ne sono. Avete buttato dalla finestra tre miliardi e mezzo annui per abolire l'Ici sulle case degli abbienti. Malgrado i tagli alle spese il fabbisogno del Tesoro è in costante aumento e di conseguenza aumenta il debito pubblico e l'onere degli interessi. Vuol dire che la lotta all'evasione è stata abbandonata.

Ora si sta studiando un provvedimento molto opportuno: prelevare l'Iva al momento dell'incasso del credito e non al momento della emissione della fattura. Un respiro per le imprese, ma ovviamente una diminuzione di entrate da parte dell'erario. Tuttavia salari e pensioni debbono essere aumentati altrimenti il consumo, gli investimenti, la disoccupazione andranno in crisi ancora di più. Ci vuole un piano di rilancio, bisogna immaginare una copertura e utilizzare i margini di flessibilità che l'Europa finalmente concede. Il governo pensa alla Cassa depositi e prestiti e ai 100 miliardi di risparmio postale che essa amministra. Per fare che cosa? Per metterli dove?

Sono depositi di povera gente, libretti postali di vecchi, i risparmi di una vita. Che cosa volete farne? Lo deciderete in nove minuti per decreto e con la fiducia? Cento miliardi di povera gente in operazioni di rischio? Ma siete matti?

Post Scriptum. Il clamore sulla "abbronzatura" del presidente eletto degli Stati Uniti ha indignato il premier italiano. Era una carineria - ha detto - e la stampa imbecille di tutto il mondo non l'ha capita.
Io penso che Berlusconi abbia ragione, il clamore è stato eccessivo. Dovrebbe esser chiaro a tutti che l'Italia ha liberamente scelto di affidare il governo nazionale ad un comico. E' un comico un po' invecchiato ma pur sempre di prim'ordine. Chi se ne stupisce e se ne indigna è male informato. Si tratta di un attore della premiata ditta del Bagaglino. Barack Obama che è intelligente l'ha capito e gli ha telefonato. Forse qualche risata se la sarà fatta anche lui.

(9 novembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Beni culturali sempre più a rischio
Inserito da: Admin - Novembre 12, 2008, 10:03:08 am
POLITICA

La mancata tutela del territorio, dell'ambiente e del paesaggio va di pari passo con la scarsa attenzione all'arte e all'archeologia

Beni culturali sempre più a rischio

Come porre rimedio ai disastri

Investire nella cultura significa anche rafforzare il turismo con tutto l'indotto


di EUGENIO SCALFARI


Può sembrare anacronistico occuparsi di tutela dei beni culturali e del paesaggio mentre infuria una tempesta economica senza precedenti che diffonde incertezza, paura e sfiducia e chiede risposte urgenti ed efficaci. Eppure non si tratta d'un tema peregrino, tantomeno d'un pretesto per parlar d'altro evadendo quelli che più ci riguardano. Si tratta invece d'un tema estremamente pertinente. Viviamo giorni e mesi di decisioni radicali che da un lato tendono a mettere in atto misure di tamponamento che garantiscano nell'immediato i depositi bancari, il patrimonio di banche e di imprese, il sostegno della domanda e dei redditi più deboli.

Ma dall'altro configurino nuovi assetti e nuovi equilibri nei meccanismi di produzione e di distribuzione della ricchezza. Configurino anche una società diversa da quella attuale, una maggiore trasparenza e più incisivi controlli per bilanciare il necessario rafforzarsi dei poteri rispetto ai diritti.

In questo profondo rimescolio esiste il pericolo che la cultura, cui si continua a tributare omaggio di parole, costituisca nei fatti l'anello debole e addirittura la vittima sacrificale. Cultura, ricerca, beni culturali, patrimonio pubblico, paesaggio, sono infatti considerati come altrettanti elementi opzionali dei quali si può tranquillamente fare a meno. I tagli di spesa più cocenti sono avvenuti proprio in questi settori non soltanto per eliminare sprechi ma per recuperare risorse dirottandole verso altre destinazioni. Non si è considerato che non si tratta di spese ma di investimenti che, proprio per la loro natura, non possono essere interrotti senza causare nocumento e deperimento gravissimi.

La totalità di questi beni, la loro salvaguardia e la loro valorizzazione, hanno tra l'altro effetti diretti sull'economia del Paese poiché sono connessi all'industria del turismo che rappresenta una delle maggiori risorse del nostro territorio. Il turismo, dal punto di vista della bilancia commerciale, equivale all'esportazione di beni e servizi, procura entrate di valuta nelle casse dell'erario, con una differenza: non escono merci e servizi dal territorio nazionale ma entrano persone e con esse ricchezza e sostegno della domanda interna. Una flessione del turismo comporta una flessione immediata della domanda e della ricchezza prodotta.

Fino a poco tempo fa l'alto livello dell'euro in termini di dollari scoraggiava il turismo internazionale verso l'Europa, ma è proprio qui che entrava in gioco la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici di ciascuno dei Paesi europei con spiccata vocazione turistica. Abbiamo assistito negli anni di più elevato tasso di cambio dell'euro al decadimento del turismo diretto verso l'Italia a vantaggio di quello canalizzato verso la Spagna, la Francia, la Grecia: stessa moneta, quindi stesse difficoltà per i portatori di un dollaro debole rispetto all'euro, ma diversa attrattiva dovuta alla migliore valorizzazione del paesaggio, del territorio, dei beni culturali che lo animano.

Ora il cambio euro-dollaro è tornato a livelli meno penalizzanti per il turismo europeo, anche se la crisi economica internazionale ha provocato una diminuzione del movimento turistico complessivo. Proprio a causa di questa flessione congiunturale la concorrenza è diventata ancor più severa ed è quindi tanto più necessario investire sulla cultura in tutte le sue articolazioni.

Ma questo non avviene, anzi sta avvenendo il contrario. Ho già accennato al problema d'una mentalità che considera i consumi culturale come un fatto opzionale. Si tratta d'una mentalità economicamente distorta che va denunciata e combattuta

* * *

La condizione in cui versano ormai da anni le nostre Sovrintendenze preposte alla tutela dei beni paesaggistici e culturali è quanto di più misero si possa immaginare: personale ridotto al minimo, sedi vacanti da tempo, servizi pressoché inesistenti. Il ministro competente promette di colmare almeno i vuoti più drammatici e cerca soldi che compensino i pesanti tagli effettuati dalla Finanziaria triennale varata fin dallo scorso luglio. Li cerca ma finora non li ha trovati e dubito molto che possa riuscirvi nel prossimo futuro.

Il guaio è che, risorse finanziarie a parte, il ministro tergiversa anche a compiere alcuni adempimenti che non comportano spese ma che sarebbero necessari per chiarire una normativa confusa, fonte di abusi continui che hanno devastato il nostro territorio da almeno trent'anni in qua, disseminando mostri architettonici, lasciando deperire monumenti di importanza mondiale, occultando il mare con una cortina edilizia che ne ha confiscato la visibilità e la pubblica fruizione.

Questi abusi sono il frutto di inefficienza delle istituzioni di controllo, di scarsissima sensibilità nella pubblica opinione, dell'indifferenza dei "media" e, soprattutto, di una normativa che ha disperso i poteri di controllo tra tre diversi ministeri (Beni culturali, Ambiente, Lavori pubblici) e tre diversi livelli istituzionali: Stato, Regioni, Comuni.

Aggiungete a questa dispersione dei poteri di controllo e di programmazione la scarsità delle risorse e capirete le dimensioni di un disastro che ha mostrificato l'ambiente e si prepara a peggiorarlo ulteriormente con l'avvento di un federalismo che disperderà fino al limite estremo competenze e saperi.

* * *

Il più attento conoscitore del disastro culturale e ambientale italiano è Salvatore Settis, che lotta da decenni per la tutela e la valorizzazione dell'immenso e negletto patrimonio che il Paese possiede e trascuratamente dilapida.

E' sua la definizione dell'unicità concettuale e pratica di questa nostra ricchezza, della sua manutenzione, della sua fruizione pubblica, di ciò che potrebbe e dovrebbe essere e invece non è. La definizione è questa: Esiste un "territorio" senza paesaggio e senza ambiente? Esiste un "ambiente" senza territorio e senza paesaggio? Esiste un "paesaggio" senza territorio e senza ambiente?".

Da questo triplice interrogativo, retorico perché presuppone una risposta negativa alle tre domande, nasce l'esigenza di una politica di tutela e di valorizzazione che sia unificata nei poteri e nelle competenze; tale unificazione non può avvenire che in capo allo Stato, il solo tra i vari enti istituzionali che sia depositario d'una visione generale, che viene inevitabilmente persa di vista man mano che si discende nei livelli locali, la Regione e ancora di più il Comune.

Purtroppo la situazione attuale ha già attribuito gran parte delle competenze alle Regioni consentendo ad esse di delegare ai Comuni una parte rilevante delle competenze e dei poteri propri. Le Sovrintendenze sono state in larga misura svuotate dei loro poteri di controllo e totalmente dei loro poteri di valorizzazione. La pianificazione urbanistica da tempo ha preso il sopravvento su quella paesaggistica e ambientale; a loro volta gli interessi propriamente edilizi hanno stravolto la pianificazione urbanistica; in tali condizioni anche la collusione, la corruzione e il lassismo sono stati oggettivamente incoraggiati.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il disastro ambientale, paesaggistico, urbanistico che ha deturpato il paesaggio, l'ambiente e il territorio.

Il federalismo, in mancanza d'una normativa chiara e netta che si richiami all'articolo 9 della Costituzione ("La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione") e alla giurisprudenza costituzionale che ne è seguita, porterà inevitabilmente questo triplice scempio se l'opinione pubblica non ne farà un obiettivo prioritario del proprio impegno civile.

(11 novembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. L'assalto al futuro della nuova generazione
Inserito da: Admin - Novembre 16, 2008, 05:43:29 pm
ECONOMIA    IL COMMENTO

L'assalto al futuro della nuova generazione

di EUGENIO SCALFARI



EPIFANI ha deciso di isolarsi. E' un massimalista. Si aggrappa al sindacalese del secolo scorso e non capisce che siamo in un'economia globalizzata.
Ha scelto il movimentismo abbandonando il riformismo. Insegue la Fiom. Si crede il centro del mondo. E' uscito di testa ma speriamo che si ravveda. (Quest'ultimo giudizio è di Bonanni, l'uomo forte della Cisl). La sua politica favorisce Berlusconi. La Cgil non conta più niente. Il Pd prenderà le distanze. Lama si rivolterebbe nella tomba. Perfino Di Vittorio...

Venerdì sera l'ho chiamato al telefono, tanta unanimità contro di lui mi aveva incuriosito, del resto non è la prima volta per lui e non è la prima volta per chi guida il maggior sindacato italiano. Vi ricorderete Cofferati: per due anni fu la bestia nera dell'Italia benpensante. Anche lui si era isolato perché Cisl e Uil avevano firmato con Berlusconi il "patto Italia" che tuttavia restò lettera morta. Vi ricorderete Bruno Trentin, del quale tutti riconoscevano l'onestà intellettuale e tutti biasimavano la politica sindacale. E vi ricorderete Lama.

Luciano Lama è stato ricoperto di elogi (dall'Italia benpensante) quando lasciò la carica di segretario della Cgil e soprattutto quando morì. E non parliamo di Di Vittorio. "Post mortem" un generale rimpianto; da vivo invece l'avrebbero volentieri messo in galera per continua violazione dei diritti di proprietà, interruzione di pubblici servizi, resistenza alla forza pubblica.

Diffido molto della cosiddetta "Italia benpensante". Spesso pensa male, il più delle volte non pensa affatto, ripete gli "spot" dai quali viene ogni giorno bombardata e imbottita. Scopre le persone di qualità quando sono morte. Così fu per Ezio Vanoni, per Ugo La Malfa, per Aldo Moro e per Enrico Berlinguer. Da vivi preferisce i truffaldini che promettono miracoli e felicità.

Dunque Epifani. Lui non vuole isolarsi da nessuno e comunque non si sente affatto isolato. L'altro giorno fiancheggiava la manifestazione studentesca nelle strade di Roma, centomila ragazzi che chiedono una riforma vera e seria della scuola e dell'università e non i pannicelli caldi del grembiulino, del maestro unico e dei tagli.

Lo stesso giorno la Cgil insieme agli altri sindacati confederali, ha dato il disco verde alle assunzioni individuali che la Cai di Colaninno comincerà domani. Nei prossimi giorni chiederà al governo di convocare le parti sociali a Palazzo Chigi per discutere della recessione e delle urgenti misure che essa richiede. Poi bisognerà proseguire la discussione con la Confindustria sui contratti di lavoro e sulla loro eventuale riforma.

"Sembro uno che si vuole isolare? Quando il capo di un sindacato va a cena nell'abitazione privata del capo del governo è lui a rompere l'unità ed è lui che si isola".
Quella cena a Palazzo Grazioli l'ha fatto molto arrabbiare. "Non è la prima volta, ormai ci ho fatto l'abitudine, ma il fatto nuovo è stato la presenza di Emma Marcegaglia. Cisl, Uil e Confindustria a cena da Berlusconi per parlare di contratti con la voluta assenza della maggiore organizzazione sindacale. Qual è il senso? Che cosa significa?".

E quindi sciopero generale da soli il 12 dicembre. "No, quello era già previsto. Non sono così imbecille da indire lo sciopero generale per un mancato invito a cena. La motivazione è molto più seria, i lavoratori lo sanno e la loro adesione lo dimostrerà".

* * *

Uno sciopero generale è sempre politico per definizione. Se ci fosse un obiettivo specifico che interessa una specifica categoria professionale non si farebbe appello alla totalità dei lavoratori. Quando si proclama lo sciopero generale vuol dire che si vogliono affermare e conquistare diritti che riguardano tutti i lavoratori e addirittura tutti i cittadini. Riguardano l'interesse generale del paese, naturalmente visto dall'angolazione dei lavoratori. Per questo dico che si tratta d'uno sciopero politico per definizione.

Bisogna dunque capire quali sono i diritti da affermare e conquistare in questa fase dello scontro sociale che pure richiederebbe la collaborazione di tutte le forze per far fronte ad una tempesta economica che ha rari precedenti nella storia degli ultimi cent'anni.
Il diritto è quello che si legge nell'articolo uno della Costituzione: "La Repubblica italiana è fondata sul lavoro".

Sembrerà una frase rituale, mille volte invocata e mille volte elusa, che rappresenta tuttavia l'elemento portante della nostra architettura costituzionale. Tutti quelli che seguono sono diritti ai quali la Costituzione conferisce dignità e tutela giuridica, ma nessuno dei quali è definito come fondamento del patto nazionale. Il lavoro non è soltanto un diritto ma è anzitutto un valore. Così l'hanno voluto i nostri "padri costituenti": il lavoro degli operai e quello dei contadini, dei professionisti e degli imprenditori, dei docenti e dei discenti.

Ma perché proprio oggi uno sciopero per lavoro? E' vero, la disoccupazione sta aumentando, la recessione distrugge ogni giorno posti di lavoro, le imprese riducono il personale dipendente, molte chiudono, anche il lavoro autonomo è in crisi. Ma non sarà certo uno sciopero a far invertire la tendenza. Allora perché lo sciopero generale? Bisogna esaminare con molta attenzione questa questione per capire ciò che sta accadendo.

I redditi reali dei lavoratori negli ultimi due anni e in particolare negli ultimi sei mesi sono aumentati meno dell'inflazione ufficiale e molto meno dell'inflazione reale. Ciò significa che il potere d'acquisto dei redditi inferiori ai trentamila euro annui è fortemente diminuito.

Poiché i redditi nominali sono tuttavia aumentati, di altrettanto è aumentato il prelievo fiscale. Il lavoro dipendente non può evadere e i pensionati neppure, per conseguenza il potere d'acquisto è ulteriormente diminuito.

Il lavoro precario, che negli anni scorsi è stato incoraggiato in molti modi e presentato come lo sbocco più idoneo per fronteggiare i fenomeni dell'economia globale, sarà il primo ad esser colpito sia nelle aziende private che nelle amministrazioni pubbliche. Nei prossimi mesi, ma già fin d'ora, decine di migliaia di lavoratori precari saranno licenziati senza disporre di alcuna tutela sociale.

L'intera gamma degli ammortizzatori sociali è inconsistente. La cassa integrazione non è estesa a tutti, non esiste un salario sociale minimo, il sussidio di disoccupazione è insufficiente e di breve durata, i corsi di formazione sono tuttora nella fase preliminare, privi di sostegno finanziario adeguato.

Nel frattempo la trattativa sul nuovo schema di contratto del lavoro è stata scavalcata dalla crisi recessiva in corso. Quando il negoziato tra le parti sociali ebbe inizio la crisi non era ancora scoppiata e tutti credevano di vivere nel migliore dei mondi possibili. Di qui la lunga discussione tra le parti sociali sui contratti di primo e secondo livello, quello nazionale e quelli aziendali agganciati alla produttività.

La Cgil, tra i tre sindacati confederali, era la meno entusiasta dell'idea di spostare l'asse contrattuale dalla sede nazionale a quella locale; tuttavia accettò l'aggancio alla produttività di settore e di azienda che avrebbe dato maggiore flessibilità al mercato del lavoro.

Nelle condizioni in cui ora ci troviamo, tuttavia, questa discussione è completamente fuori dalla realtà. Con la caduta della domanda e degli investimenti, con la restrizione del credito che sta soffocando il sistema delle imprese e in particolare delle più piccole, con l'aumento della disoccupazione, gli incrementi di produttività sono una giaculatoria puramente verbale, un'icona culturalmente valida ma concretamente inesistente.

Le cose reali, le rivendicazioni da mettere in campo, riguardano il sostegno e i redditi, l'espansione del credito, un sistema di ammortizzatori sociali efficace. In sostanza il rilancio della domanda, dei consumi e della produzione.

Tremonti sa benissimo che di questo si tratta ma ancora ieri ha ribadito che questa politica non si può fare aumentando il deficit e il debito. Ha perfettamente ragione. Si fa infatti riprendendo vigorosamente la lotta all'evasione che è stata di fatto abbandonata, tassando le rendite e i redditi più elevati.

Questa è la ricetta che Barack Obama si appresta a mettere in pratica non appena sarà insediato alla Casa Bianca. Del resto non c'è altra via: coi tempi che corrono la redistribuzione fiscale è lo strumento principale per rilanciare la crescita senza aumentare un debito già enorme.

I miliardi della Cassa depositi e prestiti sui quali il ministro dell'Economia fa tanto affidamento possono essere utilizzati per finanziare le infrastrutture (promesse nel 2001 con il famoso "contratto con gli italiani" stipulato in televisione da Berlusconi e completamente inevaso per tutta la legislatura) ma non possono certo essere usati per sostenere il reddito.

* * *

Una politica così configurata, che è la sola possibile per uscire dalla tempesta della crisi, dovrebbe vedere unite tutte le organizzazioni sindacali e tutti i lavoratori. Accade viceversa che proprio in questo delicatissimo momento di svolta esse si dividano e la loro unità d'azione si spacchi clamorosamente. Questi fatti, oltreché incomprensibili, rendono assai difficile l'adozione della sola politica economica di crescita disponibile per un paese con un debito schiacciante.

L'opposizione reclama da tempo questa politica ma i rapporti di forza parlamentari sono quelli che sono. Diverso è il peso delle organizzazioni sindacali anche se non ha più la forza di un tempo. Il momento di gettarlo sul piatto della bilancia è questo. Il tentativo di convincere Berlusconi, Tremonti, Marcegaglia a tassare i ricchissimi patrimoni e le rendite per rilanciare il motore della crescita è pura illusione. Non è quella la loro strategia e non è quella l'alleanza sociale che li sostiene. Siamo dunque arrivati, dopo sei mesi di legislatura, al punto della svolta.

* * *

Gran parte degli osservatori, in Europa come in America, sostengono che il vento della crisi mondiale ha rimesso in sella il potere politico rispetto al mercato, i governi rispetto al "business", l'interventismo pubblico rispetto al liberismo.
C'è una buona parte di verità in questa diagnosi, ma non tutta la verità. Certamente il liberismo e il pensiero unico che ad esso si ispira sono in netta ritirata. Tuttavia è un fatto che per uscire dalla tempesta serve soprattutto un atto di fiducia. Senza un ritorno della fiducia l'economia mondiale precipiterà da una recessione temporanea in una lunga e devastante depressione.

Chi sono i destinatari della fiducia? I governi e le istituzioni nazionali e internazionali. E la fiducia da dove viene? Dalla società. Dagli individui, dalle famiglie, dai ceti, dai lavoratori-consumatori-contribuenti-risparmiatori che la compongono.
Queste enormi masse di persone sono prevalentemente animate da preoccupazioni economiche, però non soltanto da esse. Su un fondale di bisogni inappagati e di paure del futuro non dissipate si stagliano anche convinzioni profonde di carattere morale, di giustizia, di riconoscimento.
La politica è tornata in sella là dove la società si riconosce in essa. Bush era un'anatra zoppa già molto prima della campagna elettorale di Obama. Del resto Obama è sceso in guerra contro l'establishment del suo partito e McCain ha fatto altrettanto. Dopo le elezioni del 4 novembre la società americana ha determinato una nuova politica e nuove rappresentanze. La società ha espugnato il castello politico e vi ha issato una nuova bandiera.

In Italia il castello della politica berlusconiana era fino a un mese fa fortissimo. Ora è meno forte perché una parte della società si sente disconosciuta e ferita. Non più rappresentata. Questo è il fatto nuovo: una parte crescente della società è ferita per mancanza di futuro. I giovani studenti, i giovani precari, le donne, i lavoratori dipendenti, le imprese del Nordest, il Mezzogiorno non mafioso, le imprese schiacciate dal racket, i moderati che sognano il buon governo, i cattolici cristiani che non si riconoscono nella gerarchia papalina: queste minoranze si stanno cercando tra loro nel momento stesso in cui si distaccano dal castello politico berlusconiano.

Siamo appena ai primi segnali, ma sotto la spinta della crisi i mutamenti e gli smottamenti possono procedere con estrema rapidità. In una direzione o nell'altra. Ricementando il castello politico o smantellandolo.
Siamo ad una svolta di alto rischio dove la partita richiede lucidità e coraggio. Soprattutto coraggio. Bisogna dimenticare le proprie botteghe se si vuole l'assalto al futuro impedendo che ci venga confiscato.

(16 novembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Quei ministri tolleranza zero
Inserito da: Admin - Novembre 21, 2008, 10:53:54 am
Eugenio Scalfari.

Quei ministri tolleranza zero


Renato Brunetta e Mariastella Gelmini, pur in modo difforme, mostrano di non volere dare spazio a una opinione pubblica che riscopre il pluralismo e la tolleranza  Renato Brunetta e Mariastella Gelmini sono i due ministri (rispettivamente della Funzione pubblica e dell'Istruzione) più osteggiati dall'opposizione. Lo scrive Angelo Panebianco sul 'Corriere della sera' di sabato scorso e se ne domanda il perché. La sua risposta è questa: Brunetta e la Gelmini sono i ministri che più hanno colpito gli interessi conservatori e corporativi di due categorie, quella dei docenti e quella dei dipendenti della pubblica amministrazione, due pilastri di sostegno della sinistra in genere e del Partito democratico in particolare ed ecco spiegata la ragione di tanta acredine dell'opposizione contro l'operoso tandem Gelmini-Brunetta. La conclusione di Panebianco è conforme allo stile di tutti i commentatori di centrodestra che auspicano da tempo un'opposizione al guinzaglio: Veltroni aveva fatto sperare in un'opposizione costruttiva (dicono) che appoggiasse le riforme, ma il Veltroni attuale è cambiato, insegue Di Pietro, è diventato massimalista e conservatore.

Se continuerà così finirà con lo scomparire dalla scena politica. Non entro nel merito di questi vaticini. Mi interessa invece analizzare la tesi di Panebianco nella quale vedo annidati alcuni gravi errori di valutazione e alcune altrettante gravi omissioni, al punto da farmi supporre che una mente lucida come la sua sia stata in questo caso soverchiata dalla passionalità. Può accadere e non escludo affatto che accada talvolta anche a me. Quando me ne accorgo cerco di correggermi e spero che anche Panebianco faccia lo stesso. Ciò detto veniamo al merito e cominciamo da Brunetta. Il ministro della Funzione pubblica non ha preparato finora alcun progetto di riforma dell'amministrazione, un tema che pesa sulla struttura dello Stato da almeno 150 anni, dall'epoca del primo ministero Depretis e da allora non ha fatto che aggravarsi.

Ora poi siamo alla vigilia d'un riassetto federalista, sicché una riforma non potrebbe avvenire se non seguendo il nuovo schema federale del quale ancora non si sa assolutamente nulla. Brunetta tuttavia non poteva starsene con le mani in mano né tantomeno avrebbe accettato di lavorare alle dipendenze di Calderoli. Il suo problema personale è quello di farsi vedere e lo fa alternando bizzarrie e volgarità. In questa sua smania di apparire, magistralmente imitata dal comico Crozza, il ministro della Funzione pubblica moltiplica le sue lettere ai giornali (ne saranno apparse almeno una quindicina in questi ultimi tempi). Per rilanciare la sua lotta contro i fannulloni si comporta come un cacciatore che andando in cerca di allodole si sia armato di cannone. Le conseguenze sono di configurare tutti gli impiegati statali come scansafatiche incompetenti in tutto fuorché nella furbizia di prendere lo stipendio senza lavorare.

Non credo che Brunetta pensi questo degli impiegati di Stato ma l'esuberanza della sua natura fa sì che sia quello il risultato del suo modo di parlare e di operare. La conseguenza è stata che gli statali sono diventati ormai il bersaglio sul quale si può sparare liberamente. È strano che un ministro di questo genere susciti diffidenza ironie e animosità? Mariastella Gelmini è un caso più complicato. Non sono state le sue sortite sul maestro unico, sui grembiulini, sul voto in condotta a farne il bersaglio della maggioranza degli italiani e della quasi totalità dei docenti e degli studenti. Di quegli argomenti era possibile discutere senza trasformare la discussione in una rissa. Ancor meno sono state le storture dai lei indicate nell'Università, condivise dalla stragrande maggioranza della pubblica opinione: il numero eccessivo delle sedi universitarie, il baronaggio dei docenti, la sovrabbondanza dei corsi di laurea.

Sull'abolizione di queste storture si poteva e si può raggiungere la quasi unanimità. Ciò detto è perfettamente vero che la Gelmini sia il ministro più contestato da studenti e docenti e dal centrosinistra tant'è che negli ultimi sondaggi è finito in fondo alle classifiche dei ministri con una perdita di cinque punti in trenta giorni. Il motivo di tanto sfavore sta nel fatto che il ministro dell'Istruzione ha imbracciato la politica dei tagli voluti da Tremonti ed ha cercato di motivarla come una politica di profonda e seria riforma. Ha cioè fatto vistosamente e scopertamente un'operazione di disinformazione politica. Per di più ha accettato tagli che, se attuati in quella dimensione, porteranno né più né meno che alla chiusura delle università per asfissia finanziaria. Oggi il ministro si dichiara pronta a dialogare con gli studenti e con l'opposizione escludendo però dal dialogo chiunque persegua il 6 politico e il 18 politico ispirandosi alle 'utopie sessantottine'.

Il merito prima di tutto e le bocciature come strumento per affermarlo. Il ministro non si è accorto che il movimento degli studenti è lontano anni luce dagli ideali che ispirarono il Sessantotto, rivendica anch'esso il merito, non copre affatto i baroni, è guidato non dagli ultimi ma dai migliori. E tuttavia, ed anzi proprio per questo, respinge la meritocrazia muscolare della Gelmini la quale è ormai diventata l'icona di Dell'Utri e della parte più retriva dello schieramento di centrodestra. Questo è un dato di fatto del quale il professor Panebianco dovrebbe domandarsi il perché. Dal canto mio azzardo l'ipotesi che lo slogan 'tolleranza zero' stia passando di moda nella pubblica opinione, in una società che riscopre il pluralismo e la tolleranza.

(21 novembre 2008)
da espresso.repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Le bugie nel palazzo le risse nel cortile
Inserito da: Admin - Novembre 23, 2008, 10:58:36 pm
IL COMMENTO

Le bugie nel palazzo le risse nel cortile

di EUGENIO SCALFARI


I GOVERNI aspettano, nessuno ha voglia di fare la prima mossa. Neppure l'America, messa in angolo dalla troppo lunga transizione tra il presidente uscente e quello già eletto ma non ancora governante. Neppure l'Europa dove la Banca centrale promette un ribasso del tasso di interesse e la Commissione di Bruxelles studia un piano di intervento sulle infrastrutture che è ancora sotto limatura e in mancanza del quale i governi nazionali rinviano le decisioni di loro competenza.

I governi dunque aspettano ma la crisi dell'economia no. Le Borse continuano a crollare, le aziende a licenziare, le famiglie a stringere la cinta. Il Natale non si preannuncia allegro per nessuno; forse, una volta tanto, sarà una festa religiosa per i credenti e un momento di riflessione e di consuntivo morale per tutti.

Questa domenica vorrei fare anche un po' di chiarezza sul programma di sostegno dei redditi e delle imprese che il nostro ministro dell'Economia sta preparando e che, salvo ulteriori rinvii, dovrebbe essere varato dal Consiglio dei ministri il 28 prossimo. Ma vorrei anche esprimere qualche opinione sulla politica italiana e in particolare sul centrosinistra. Di solito evito questo tema, sa troppo di politichese, un genere che mi appassionava in passato ma che ha perso da tempo lo smalto che aveva. Ci sono tuttavia momenti nei quali la politica evoca di nuovo una scelta morale. Stiamo vivendo uno di quei momenti nonostante la diffusa mediocrità degli apparati e delle oligarchie. Perciò mi sembra doveroso parlare anche di questo tema.

Me ne offre lo spunto la conversione del presidente del Consiglio dalla strategia di aggressività nei confronti di chiunque metta in discussione le sue decisioni ad un'improvvisa apertura verso i sindacati, verso il movimento degli studenti e verso quei settori e quei ceti che, sotto l'impatto della crisi economica, cominciano a risvegliarsi dall'ipnosi e a chiedere non più annunci ma fatti concreti.

Le aperture del presidente del Consiglio sono ancora molto caute e contraddittorie, contrastano con la sua natura che lo spinge ad occupare interamente la scena senza condividerla con nessuno, alleato o avversario che sia. Ma la forza dei fatti e le necessità che ne derivano lo inducono a tentare un percorso diverso. Fino a che punto diverso?

L'esperienza ci ha insegnato che le aperture berlusconiane hanno un arco di oscillazione molto limitato. La sola opposizione accettabile è per lui un'opposizione al guinzaglio che si accontenti di qualche briciola e di qualche pacca sulle spalle, che rida alle sue barzellette, che si contenti di essere invitata a cena e trattata con buone maniere. Carota sì, purché si intraveda che il bastone è sempre lì, poggiato in un angolo a portata di mano.

Certo se quella parte di Italia che lo sente incompatibile si innamorasse improvvisamente di lui le cose cambierebbero molto. Per ora l'innamoramento è avvenuto per pochi e non sempre, anzi quasi mai, per conversione sulla via di Damasco ma piuttosto con motivazioni di tornaconto personale. Non è questo che vuole il sire di Arcore e di Palazzo Grazioli. Perciò quel momento magico tarda a venire. Per fortuna, perché quello sì, sarebbe la fine della democrazia italiana.

* * *

Intanto il Partito democratico versa in serie trambasce. Le lacerazioni interne non sono una novità e del resto esistono in tutti i partiti e in tutto il mondo. La sinistra però ne è affetta molto più della destra perché storicamente la sua natura è ideologica. Infatti profonde lacerazioni vi sono nella Spd tedesca, nel Partito socialista francese, tra i laburisti inglesi. E' accaduto perfino in Usa durante la campagna elettorale tra Obama e l'ala clintoniana del partito.

Qui da noi le lacerazioni del Pd viaggiavano sotto traccia fin da quando Veltroni fu chiamato alla "leadership" nell'autunno del 2007 quando il governo Prodi e la legislatura erano oramai alla fine. La sua ascesa alla segreteria fu voluta dai due gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, cioè dall'Ulivo che si trasformò rapidamente in un partito nuovo e affrontò pochi mesi dopo le elezioni politiche guidato dall'ex sindaco di Roma, confermato nel ruolo di leader da tre milioni e mezzo di votanti alle primarie del partito.

Se miracolosamente avesse vinto le elezioni la compattezza del nuovo partito sarebbe stata garantita dall'interesse di tutti cementato dal potere e dall'assenza di contrasti politici. La cornice generale era infatti interamente condivisa: un partito aperto e innovatore che aveva unificato il riformismo laico e quello cristiano, uscito dalle ceneri dell'alleanza con la sinistra estrema che aveva segato il governo Prodi.

La sconfitta elettorale era nel conto ma mancando il cemento del potere emersero le lacerazioni. Non c'era un contrasto nella visione del bene comune e neppure dei mezzi da impiegare per realizzare quell'obiettivo; c'era però materia per uno scontro di potere all'interno del partito. Il Pd aveva difatti incassato un risultato elettorale del 33 per cento dei voti espressi, un partito riformista che aveva ottenuto il consenso di un terzo del corpo elettorale non si era mai visto nella storia italiana, né in tempo di repubblica, né in tempo di monarchia.

I contrasti rimasero tuttavia sotto traccia, ma col passare dei mesi e con la stupefacente luna di miele tra Berlusconi e la pubblica opinione, diventarono sempre più evidenti, nacquero fondazioni che sotto l'apparenza culturale si atteggiavano a vere e proprie correnti. In particolare quella guidata da D'Alema che si dette addirittura un assetto territoriale.

L'obiettivo sembrò esser quello di logorare la leadership veltroniana anche a costo di danneggiare la compattezza del partito ancora in fase organizzativa.
Infine, proprio in queste ultime settimane, arrivarono due mosse strategiche di Berlusconi: la rottura con la Cgil e l'elezione del senatore Villari alla guida della Commissione di vigilanza sulla Rai con i voti della destra e contro il candidato dell'opposizione. Su questa micidiale doppietta lo scontro interno al Pd è esploso in piena luce sotto l'antica e mai risolta rivalità tra Veltroni e D'Alema.

* * *

Con tutto quello che sta accadendo nel mondo uno scontro di cortile è quanto di più mediocre e provinciale si possa immaginare. Frustrante per gli elettori e i simpatizzanti di un partito ancora allo stato nascente ma con un seguito nient'affatto trascurabile come ha dimostrato qualche settimana fa l'imponente raduno del Circo Massimo, poi il rilancio nei sondaggi che vedono il Pd di nuovo al 32 per cento, poi la vittoria elettorale nella provincia di Trento, infine l'inizio d'uno smottamento sociale del consenso berlusconiano.

D'Alema, nel suo ruolo di sfidante, nega sia pure a fior di labbro che lo scontro vi sia, ma i fatti lo smentiscono. Parlano per lui i suoi luogotenenti e i media da lui in qualche modo influenzati. L'attacco a Veltroni è il punto di convergenza di tutte queste voci.

Il testo che traccia con più chiarezza quest'indirizzo politico lo si trova in un articolo di Galli Della Loggia pubblicato di fondo sulla prima pagina del "Corriere della Sera" di martedì scorso, quanto mai rivelatore. L'accusa a Veltroni è motivata dal suo supposto appiattimento su Di Pietro che sarebbe incompatibile con la linea riformista del Pd tradita dal segretario del partito. "Il riformismo - scrive l'autore - ha avuto un rigoglioso sviluppo quando ha rifiutato il massimalismo ed è stato invece condannato al declino quando si è confuso con esso".

Sbagliato in tutti e due questi assunti. Il riformismo italiano è sempre stato minoritario e non ha mai raggiunto un terzo del corpo elettorale come è invece avvenuto per il Pd. Quanto all'appiattimento su Di Pietro i fatti smentiscono la tesi di Della Loggia: né la scelta di Orlando a candidato per la Vigilanza Rai può essere considerata una prova a carico e basterebbe a dimostrarlo il fatto che la scelta fu concordata anche con l'Udc di Casini che non può certo essere definita come una formazione politica massimalista.

Al contrario, la corrente dalemiana, in mancanza di un vero dissenso politico cui appoggiarsi, ha compiuto atti e pronunciato dichiarazioni di sistematica denigrazione ai danni del leader del Pd, culminate nell'appoggio palese e ripetuto verso il neoeletto alla Vigilanza Rai: esempio emblematico della strategia della destra e della spregiudicatezza di una corrente interna del centrosinistra.

Queste risse di cortile sono deprimenti, specialmente in una fase di crisi mondiale che vorrebbe un'opposizione compatta e responsabile, non distratta da beghe interne e capace di offrire all'opinione pubblica risposte convincenti e di formulare in Parlamento contributi per la soluzione dei problemi che incombono.

* * *

Quei problemi non sono né potevano essere avviati a soluzione dal G20 svoltosi a Washington pochi giorni fa. Quel "meeting" al quale per la prima volta hanno partecipato alcune delle potenze emergenti come la Cina, l'India, il Brasile, ha avuto un solo risultato storico: ha gettato le basi di una inevitabile redistribuzione del potere mondiale. Anche in termini istituzionali. La prima conseguenza concreta sarà infatti una redistribuzione già allo studio delle quote di partecipazione dei paesi emergenti al Fondo monetario internazionale e agli altri analoghi organismi. Al di là di questo, peraltro importantissimo, risultato nient'altro è stato né poteva esser deciso in attesa che il nuovo presidente eletto sia insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio.

Ma poiché la crisi non aspetta, l'Europa renderà noto un documento programmatico mercoledì prossimo e il governo italiano dal canto suo ne emetterà uno proprio il prossimo venerdì. Poiché sia l'uno sia l'altro sono già conosciuti nelle loro grandi linee, vediamo di che si tratta.

* * *

Il piano della Commissione europea mobilita 130 miliardi di euro per il 2009, dopo la ratifica dell'Ecofin. Una cifra rispettabile, destinata interamente a costruzione di infrastrutture d'importanza europea e nazionale. Rappresenta la sommatoria dell'1 per cento del Pil dei 27 paesi dell'Unione. Ciascuno di essi mobiliterà risorse per eseguire le opere sul proprio territorio previa notifica alla Commissione che dal canto suo erogherà a supporto risorse proprie per integrare quelle stanziate dai singoli governi. Le risorse della Commissione saranno tratte dal bilancio europeo e poiché il loro ammontare eccederà rispetto alle disponibilità esistenti, i 27 paesi dovranno accrescere di altrettanto le loro contribuzioni all'Unione.

Si tratta dunque, in larga misura, di una complessa partita di giro dall'Unione verso i paesi membri e da questi verso l'Unione che, comunque, dovrà spostare i fondi da alcuni capitoli di spesa ad altri capitoli. Si chiama "raddrizzamento". Ovviamente anche il Parlamento di Strasburgo dovrà dire la sua in proposito. Se volete il mio parere, definirei questo programma le nozze coi fichi secchi, una mano dà, l'altra mano prende. In napoletano si direbbe "facimmo ammuina".

La Commissione ha anche stabilito che i singoli paesi membri possano diminuire l'Iva (imposta sovranazionale) per alleggerire i rispettivi pesi tributari. Infine ha messo su carta l'autorizzazione a sforare la soglia del 3 per cento di deficit/Pil a condizione che lo sforamento non sia superiore ai sedici mesi e non sia maggiore dell'1 per cento. Questi due provvedimenti hanno una loro reale sostanza e consentiranno politiche anticicliche. Secondo me avrebbero dovuto essere adottati almeno sei mesi fa quando già era evidente l'arrivo della tempesta e così pure la riduzione dei tassi d'interesse da parte della Banca centrale europea, che ancora centellina i ribassi mentre le economie reali sono sconvolte dalla depressione.

* * *

Gli 80 miliardi di euro di Tremonti, come ormai hanno capito tutti, sono uno spottone mediatico. Anche lui come la Commissione brussellese, sposta di qua e sposta di là, preleva risorse già impegnate dall'anno scorso ma non spese, attiva opere pubbliche che avrebbero dovuto essere eseguite dal 2001 o almeno dal giugno 2008 e che giacevano e ancora giacciono nei rispettivi capitoli di copertura o nei fondi d'attesa previsti dalle leggi di bilancio.

Gli 80 miliardi dunque sono spese ritardate o coperture destinate ad altri scopi che ora resteranno scoperti. Tanto per fare un esempio: dieci miliardi erano destinati al Mezzogiorno, sono stati prelevati e saranno usati per opere pubbliche in parte destinate al Mezzogiorno stesso. Semplici movimenti contabili, quasi tutta aria fritta di scritture di giro per ottenere ottimi effetti sui giornali e nei teleschermi. Perciò, cari lettori, non fatevi ingannare dalle apparenze e dalle bugie. Di vero in quelle cifre ci sono soltanto 16 miliardi per infrastrutture che il Cipe doveva indicare tre giorni fa ma ha rinviato perché aspetta di conoscere l'ammuina di Bruxelles per modellarvi sopra la propria

Infine 4 o 5 miliardi per le famiglie, un miliardo per rifinanziare la Cassa integrazione e dare qualche soldo ai precari licenziati. Per le imprese l'Iva da versare al momento dell'incasso (e questo è un buon provvedimento) e il rinvio degli acconti di fine anno. Nessuno sconto sull'Irpef. Detassazione degli straordinari (non serve a niente perché in recessione non ci sono straordinari). Nuovo patto con le banche per migliorare i mutui a tasso fisso (il patto precedente tanto strombazzato non ha avuto alcuno effetto). Sottoscrizione governativa di bond bancari per rafforzarne i patrimoni. Chiedendo in contropartita aperture di credito alle piccole e medie imprese. Questo è quanto. Tarallucci e vino. Infatti piovono critiche da Cgil Cisl e Uil e, nientemeno, anche da Confindustria.

Intanto il petrolio è sceso fino a 49 dollari al barile, il credito diminuisce, i canali interbancari restano intasati, la Citigroup licenzia 52mila dipendenti, lunedì dovremo seguire con estrema attenzione l'andamento di Wall Street, Detroit è un dramma, la Opel tedesco-americana pure. A Torino la Fiat non ride.
La ministra Carfagna ad "Invasioni barbariche" (mai titolo le fu più adatto) si è paragonata a Reagan ed anche a Obama. Berlusconi si è commosso perché Forza Italia è stata sciolta per far nascere nel 2009 il nuovo Partito della Libertà. Lo scioglimento è stato approvato con un dibattito di venti minuti. Berlusconi ha nell'occasione rimproverato la Rai perché "parla solo di crisi e il mio messaggio non riesce a passare".
Questo è quanto ci passa il nostro convento. Poiché non c'è di meglio accontentiamoci. Ma per quanto?

(23 novembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Una manovra inesistente da cinque miliardi
Inserito da: Admin - Novembre 30, 2008, 10:46:23 pm
ECONOMIA      L'EDITORIALE

Una manovra inesistente da cinque miliardi

di EUGENIO SCALFARI


PRESI UNO per uno i provvedimenti della manovra di Tremonti sono quasi tutti da approvare anche se alcuni di essi (dirò tra poco quali) suscitano forti preoccupazioni. Ma la manovra nel suo complesso è inesistente. Mobilita in tutto e per tutto cinque miliardi di danaro fresco cioè il 30 per cento di un punto di Pil per quanto riguarda il sostegno della domanda e gli stimoli alla produzione.

Il piano di investimenti è apparentemente più ambizioso perché ammonta a 16 miliardi, ma non sono risorse fresche. Erano somme già previste e stanziate su altri capitoli e con altre destinazioni. Il ministro dell'Economia avrebbe potuto (anzi dovuto) mobilitarle fin dallo scorso giugno, visto che aveva precocemente intuito che una crisi di enormi proporzioni stava arrivando. Ha perso cinque mesi preziosi e purtroppo ne dovranno passare a dir poco altri dodici prima che si aprano i cantieri e sia assunta la mano d'opera necessaria.

Naturalmente quest'avarizia nella spesa è motivata dalla necessità di stare nei limiti imposti dalle regole europee. Questo aspetto della questione merita d'essere approfondito.
Il deficit lasciato dal precedente governo Prodi era al di sotto del 2 per cento. A metà novembre, cioè prima della manovra approvata venerdì scorso ma dopo la Finanziaria 2009, il deficit viaggiava attorno al 3 per cento. Scontava infatti i tre miliardi dovuti all'abolizione dell'Ici, i tre miliardi derivanti dall'operazione Alitalia, l'aumento del fabbisogno derivante dai minori incassi tributari.

L'insieme di questi fenomeni hanno peggiorato i nostri conti pubblici per un punto di Pil e questa è la ragione della politica dei tagli voluta da Tremonti "per mettere in sicurezza il bilancio" come ha più volte ripetuto.
Se non fosse stata abolita l'Ici (che non ha prodotto nulla di positivo sul rilancio della domanda), se non fosse stata creata la nuova Alitalia tricolore e non si fosse abbassata la guardia sull'evasione fiscale, avremmo avuto oggi un punto di Pil, cioè 15 miliardi, da spendere per rivitalizzare i consumi e un altro mezzo punto di sforamento consentito da Bruxelles per chi ha i conti in sicurezza.

In totale 22 miliardi. Vedi caso, è la stessa cifra chiesta da Epifani e dall'opposizione per determinare la svolta che non c'è stata e non poteva esservi. Tremonti ha ripetuto più volte che non fa miracoli e l'ha detto perfino Berlusconi che i miracoli è di solito convinto di poterli fare. Se il nostro ministro dell'Economia avesse in giugno avuto nei confronti del "premier" la stessa grinta dei giorni scorsi, se avesse bloccato l'Ici e l'Alitalia tricolore, se non avesse dato tregua all'evasione fiscale, oggi avrebbe avuto la possibilità di effettuare una politica keynesiana che viceversa è stata impossibile nelle condizioni date.

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Ho premesso che i singoli provvedimenti approvati venerdì scorso sono tutti da approvare. Quasi tutti. Confermo. Ho detto che alcuni sono politicamente preoccupanti. In particolare è preoccupante l'autorizzazione data alla Cassa Depositi e Prestiti di utilizzare il risparmio postale per operazioni bancarie vere e proprie, che rappresenta un'innovazione radicale e non prevista dallo statuto della Cassa e dalle leggi che ne regolano l'attività.

Il risparmio postale ammonta più o meno a centomila miliardi ed è destinato ad aumentare in futuro. Il suo impiego è di concedere mutui a basso tasso d'interesse agli enti locali per il finanziamento di opere pubbliche da essi deciso. I mutui hanno garanzia pubblica e pertanto il risparmio postale è pubblicamente garantito.

L'innovazione voluta da Tremonti non è da poco. D'ora in avanti la Cassa potrà effettuare direttamente e sotto la propria responsabilità finanziamenti ad infrastrutture "segnalate" da enti locali che non saranno però loro i debitori. La Cassa aprirà dunque una sua gestione speciale per un importo per ora limitato a 30 miliardi; le operazioni saranno controllate dal Tesoro e non passeranno per i canali usuali della pubblica amministrazione. Si tratterà insomma di finanziamenti bancari e quindi discrezionali decisi dagli organi dirigenti della Cassa sotto il controllo del Tesoro.

Tremonti voleva una banca del Sud? Adesso ce l'ha per tutt'Italia ed è una banca di grandi dimensioni. L'autorizzazione di venerdì scorso prelude alla riscrittura dello statuto della Cassa e alla "mainmise" sull'intera raccolta del risparmio postale. Si tratta di un'innovazione in linea coi tempi ma è preoccupante la potenza e la discrezionalità che viene in tal modo conferita ad un singolo ministro. Mi sorge il dubbio che vi sia l'ombra dell'incostituzionalità, in quanto la nuova norma è contenuta in un decreto-legge che, per quanto riguarda questo specifico provvedimento, non mi pare abbia le caratteristiche dell'urgenza prevista dalla Costituzione.

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Le cifre della manovra vera e propria sono le seguenti. Bonus per le famiglie (che sarà versato nel febbraio 2009) 2.400 milioni; aumento della Cassa integrazione 600 milioni; ancoraggio dei mutui immobiliari al tasso del 4 per cento per un costo di 600 milioni. Totale 3.600 milioni.

I provvedimenti di stimolo alle imprese e di detassazione ammontano complessivamente a circa due miliardi, sicché il totale generale della manovra è, come già si è detto, di cinque miliardi e mezzo.
Bene il bonus alle famiglie, bene il rafforzamento degli ammortizzatori sociali, bene l'Iva da pagare al momento dell'incasso, bene gli sconti sull'Ires e sull'Irap, bene il blocco delle tariffe ferroviarie in favore dei pendolari, bene aver annullato la detassazione degli straordinari (in tempi di recessione sono ben poche le aziende che ricorrono agli straordinari che comunque vanno contro la formazione di nuovi posti di lavoro. Finalmente il ministro dell'Economia l'ha capito).

Non va invece affatto bene non aver detassato i salari e le pensioni. Tremonti ha sempre parlato della necessità di evitare i benefici a pioggia e di concentrarli invece su pochissimi obiettivi, soprattutto in un periodo di scarsità. Invece ha fatto esattamente il contrario ed è per questo che la sua non è una manovra ma uno stillicidio di interventi disseminati in 36 articoli. Ne bastavano un paio o poco più. Bastava concentrare tutte le risorse disponibili sulla detassazione dei salari al di sotto d'una soglia di 30 mila euro di reddito.

Qui si apre un altro tema della massima importanza: i provvedimenti presi riusciranno a rimettere in moto la domanda? Perché esiste il concreto rischio che la pioggia dei benefici vada a risparmio e non a consumi.
Se si trattasse di benefici duraturi, strutturali, gli effetti sui consumi quasi certamente ci sarebbero. Si tratta invece di "una tantum" e quindi gli effetti desiderati è improbabile che si verifichino. Ma come fare a renderli duraturi con risorse così limitate?

Ci sono tre possibili soluzioni a questo problema.
1. Tagliare gli sprechi e devolverli al sostegno duraturo dei salari, cioè ad una vera e propria redistribuzione del reddito. Ma i tagli sono stati già effettuati nella Finanziaria e con tutt'altra destinazione.
2. Tassare i redditi miliardari, le innumerevoli rendite esistenti, i redditi sommersi.
3. Puntare sulla crescita e sulle nuove risorse tributarie che essa determinerebbe.

Le soluzioni di cui ai numeri 2 e 3 non sono alternative e possono essere utilmente miscelate. Ma se non s'imbocca questa strada avremo soltanto provvedimenti "spot" di assistenza sociale e come tali con un pregevole significato etico, ma nessun effetto di rilancio sulle capacità produttive del Paese.

Aggiungo che l'insieme delle misure fin qui approvate penalizzano nettamente i salariati delle regioni settentrionali, nelle quali si concentra la parte maggiore del lavoro operaio. Si parla tanto di questione settentrionale ma non sembra che l'opinione nordista, prevalente nella maggioranza di centrodestra, si sia resa conto di quest'aspetto tutt'altro che marginale del decreto in questione. I benefici a pioggia sulle famiglie hanno tagliato fuori il lavoro dipendente che entra nel quadro solo tangenzialmente e marginalmente.

Per il lavoro autonomo ci sarà la revisione degli studi di settore e la detassazione avverrà in quel modo. Ma per il lavoro dipendente non è previsto nulla di specifico. Non si capisce in questo quadro che cosa abbiano ottenuto la Cisl e la Uil che hanno dato il loro accordo a questa pseudo-manovra. La detassazione dei miglioramenti salariali di secondo livello? Ed è per questi spiccioli che hanno rotto l'unità sindacale?

* * *

Ci sarebbero parecchie altre osservazioni da fare sui 36 articoli del decreto. Faccio solo qualche esempio.
Esiste un fondo soprannominato Scajola, per dire infrastrutture emergenziali. Esiste un altro fondo soprannominato Sacconi, per dire provvedimenti aggiuntivi sul lavoro ove si rendessero necessari (e si renderanno sicuramente necessari) c'era, e sarà in parte riposizionato, un fondo per le aree sottosviluppate (Fas) di oltre 50 miliardi, dei quali 25 sono stati ricollocati da Tremonti per infrastrutture a tempo futuro.

Quest'abitudine di accumulare denari in fondi provvisori dai quali attingere a tempo opportuno può essere un accorgimento utile in casi eccezionali ma se diventa, come sta diventando, un uso corrente la conseguenza sarà quella di indebolire ancora di più di quanto già non sia il potere di controllo del Parlamento accrescendo la discrezionalità dell'Esecutivo.

Nessuna notizia sul tema dei "bond" e delle obbligazioni convertibili che le banche con patrimoni insufficienti dovrebbero emettere e il Tesoro sottoscrivere. Tutto rinviato. Meglio così, è un segno di solidità del nostro sistema bancario. Sembra però che Tesoro e banche stiano trattando un accordo sul credito alle piccole e medie imprese, quello che la Confindustria chiede con crescente insistenza ma di cui ancora non c'è preannuncio. Sembra che il governo vorrebbe affidare ai prefetti (!) la vigilanza sull'esecuzione dell'accordo in questione quando e se si farà. Se questa fosse la soluzione, avremo una politicizzazione del credito che neppure il fascismo riuscì ad imporre al sistema bancario. Capisco che siamo in tempi molto agitati, ma l'eccezionalità non giustifica lo stravolgimento dei mercati e della Costituzione materiale.

Post scriptum. La ciliegina su questa torta purtroppo assai sottile è rappresentata dal raddoppio dell'Iva, dal 10 al 20 per cento, sui contratti di Sky con i propri utenti. Si tratta di milioni di contratti e di un provvedimento che raschierebbe l'intero margine lordo di quell'impresa che opera sull'emittenza digitale.
Siamo in pieno conflitto di interessi. Un governo presieduto dal proprietario di Mediaset emana un decreto che mette fuori mercato un suo diretto concorrente.

La ministra Carfagna rispondendo in una trasmissione televisiva ad una domanda sulla proprietà di Mediaset, disse non a caso che "in queste questioni Berlusconi fa quello che gli pare". Aveva l'aria di approvarlo e non di biasimarlo ed è evidentemente così: fa quello che gli pare. In questo caso però la faccia ce la mettono Tremonti e l'intero Consiglio dei ministri, Carfagna compresa.
La decenza consiglierebbe di ritirarla subito questa sconcezza.


(30 novembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: EUGENIO SCALFARI. Il rischio della fede
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2008, 10:59:16 pm
Eugenio Scalfari.


Il rischio della fede


Pagine drammatiche e scandalose quelle di 'Conversazioni notturne a Gerusalemme' del cardinale Martini.
Ho letto il libro del cardinale Carlo Maria Martini, 'Conversazioni notturne a Gerusalemme' qualche giorno prima che uscisse nelle librerie: un amico suo e mio me l'aveva fatto avere insieme ai saluti dell'autore. Quel libro ha un sottotitolo molto significativo: 'Sul rischio della fede'. L'autore ne parla ad ogni pagina, si vede che è stato proprio quel rischio ad affascinarlo, la sua fede ha avuto in esso il suo nutrimento e il suo fondamento.

Per me non credente quest'approccio ha catturato la mia attenzione ed anche il mio affetto per l'autore che so molto ammalato e in costante dialogo con la morte. Si direbbe che quella prossimità abbia reso esplicita nei suoi pensieri e nelle sue parole una testimonianza di libertà e di giustizia così profonda da superare ogni steccato e ogni ortodossia. Il rischio della sua fede sta proprio in quella testimonianza che lo avvicina in nome del suo Gesù ad ogni altro testimone che sia altrettanto votato alla giustizia e alla libertà, quale che sia la religione che professa e la cultura che lo ispira.

Mi aspettavo che il libro stimolasse un dibattito ampio soprattutto nella comunità cattolica che ne è la principale destinataria, ma non mi pare che questo dibattito sia avvenuto o almeno non nello spazio pubblico. Molte recensioni al suo apparire, soprattutto sui giornali laici; ma anche quelle dedicate agli aspetti edificanti, all'amore per i giovani, alla speranza del bene e della contemplazione della morte. Sentimenti che abbondano in quelle pagine ma che non fanno trasalire chi le legge e non esprimono il rischio cui si richiama chi le ha scritte.

Voglio qui trascrivere i passi più significativi e più emozionanti delle 'Conversazioni notturne'. Riguardano la Chiesa, i cattolici, i giovani, le donne, l'ecumenismo, l'accoglienza e - prima d'ogni altro valore - la giustizia e la fratellanza.


Non omologate questa testimonianza d'un cardinale arcivescovo con frettolosa compunzione, voi uomini di Chiesa, voi politici che vi dichiarate devoti, voi che avete il Cristo sulle labbra con sospettabile frequenza. Queste pagine non sono rassicuranti ma drammatiche e scandalose nel senso evangelico del termine. Proprio per questo loro spessore sarà difficile omologarle e dimenticarle in qualche polveroso scaffale.

"Nella mia vita mi sono imbattuto in molte cose terribili, la guerra, il terrorismo, le difficoltà della Chiesa, la mia malattia, la mia debolezza. Ma la mia infelicità è poca cosa in confronto alla felicità. La felicità va condivisa. E soprattutto la felicità non è qualcosa che arriva e che dobbiamo solo aspettare. Dobbiamo cercarla".

"Chi ha imparato ad avere fiducia non trema, ha il coraggio di darsi da fare, di protestare quando viene detta qualcosa di spregevole, di cattivo, di distruttivo. E soprattutto ha il coraggio di dire 'sì' quando si ha bisogno di lui".

"Chi legge la Bibbia e ascolta Gesù scoprirà che lui si meraviglia della fede dei pagani. In un passo del Vangelo egli non propone come modello il sacerdote, ma l'eretico, il samaritano. Quando pende dalla croce accoglie in cielo il ladrone. Il migliore esempio è Caino: Dio segna Caino per proteggerlo. Nella Bibbia Dio ama gli stranieri, aiuta i deboli, vuole che soccorriamo e serviamo tutti gli uomini. Gli uomini invece e anche la Chiesa, corrono sempre il rischio di porsi come assoluti".

"Non si può rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Egli non si lascia dominare o addomesticare. Se esaltiamo Gesù e guardiamo i poveri, gli oppressi, i malati, andiamo verso di loro e li tocchiamo, Dio ci conduce fuori, nell'immensità. Ci insegna a pensare in modo aperto".

"Paura e indifferenza sono entrambi presenti nella Chiesa. Gesù risveglierà e scuoterà gli indifferenti e incoraggerà i timorosi. Oggi è difficile far parte della Chiesa ed esserne soltanto un membro passivo. Ma chi agisce e assume responsabilità può cambiare molte cose. Da giovane ed anche da Vescovo il lavoro con i giovani è stato quello che mi ha più aiutato ad essere cristiano. Cristo non ha oggi altre mani e altra bocca che la tua e la mia".

"La Chiesa parla molto di peccato. È forse interessata a far apparire gli uomini più cattivi di quanto non siano? Di peccato la Chiesa ha parlato molto, a volte troppo. Da Gesù può imparare che è meglio incoraggiare gli uomini e stimolarli a lottare contro il peccato del mondo. Con 'peccato del mondo' la Bibbia non si riferisce solo alle nostre colpe personali bensì a tutte le ingiustizie e ai pesi che ereditiamo. Gesù ci chiama a collaborare alla guarigione laddove l'ordine divino del mondo è stato violato".

"Io voglio una Chiesa aperta, porte aperte alla gioventù, alle donne, una Chiesa che guardi lontano. Non saranno né il conformismo né timide proposte a rendere la Chiesa interessante. Io confido nella radicalità della parola di Gesù, nella buona novella che Gesù vuole portare".

"La giustizia è l'attributo fondamentale di Dio. Nel giudizio universale Gesù formula come criterio di distinzione tra il bene e il male la giustizia, l'impegno a favore dei piccoli, degli affamati, degli ignudi, dei carcerati, degli infermi. Il giusto lotta contro le disuguaglianze sociali".

"Quando si conducono guerre di aggressione in nome di Dio, quando il cristianesimo viene usato in modo populistico in campagne elettorali, sento suonare campane di allarme. È repugnante parlare di Dio e non esser fedeli alla sua caratteristica principale: la giustizia. Ci unisce ai musulmani e agli ebrei la fede nel Dio unico. Se si parla di Dio bisogna farlo con serietà altrimenti è meglio non avere il suo nome sulle labbra".

Ci sono molti altri passi di 'Conversazioni notturne' che meriterebbero d'esser citati. Rileggendolo ho notato che la parola Cristo è usata raramente mentre il nome Gesù ricorre più volte in tutte le pagine. Si direbbe che il Figlio dell'Uomo per Martini sia molto più pregnante del Figlio di Dio.

Concludo con un'ultima frase dell'autore: "Con i giovani abbiamo vissuto una Chiesa aperta. Essi lottano contro l'ingiustizia e vogliono imparare l'amore. Danno speranza ad un mondo difficile".

(05 dicembre 2008)
da espresso.repubblica.it