LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => Gli ITALIANI e la SOCIETA' INFESTATA da SFASCISTI, PREDONI e MAFIE. => Discussione aperta da: Admin - Novembre 19, 2007, 07:10:47 pm



Titolo: FRANCESCHINI
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2007, 07:10:47 pm
Franceschini: hanno puntato allo sfascio e hanno perso

Ninni Andriolo


Onorevole Franceschini, Fini dà l’ultimatum, Casini ironizza sulle firme anti Prodi, Bossi non si fida più. La “spallata” schivata dal governo farà “implodere” la leadership di Berlusconi?
«Ciò che sta accadendo è la conseguenza di un anno e mezzo in cui, anziché fare l’opposizione in modo produttivo e dedicarsi ad un riassetto del proprio campo, il centrodestra ha perso tempo nell’attesa che cadesse Prodi. Un po’ fidandosi delle parole di Berlusconi, un po’ affidandosi alla fragilità numerica della maggioranza al Senato. L’attesa spasmodica del fallimento del governo li ha fatti ritrovare, alla fine, con lo stesso schema e il clima ancor più deteriorato del giorno dopo la sconfitta elettorale. Naturale, che si scatenino tensioni»

Berlusconi ha sempre recuperato un ruolo centrale, anche questa volta sarà così?
«Non lo so. I precedenti mostrano che Fini, Casini e Bossi, a turno, hanno annunciato grandi svolte, facendo intendere più volte la conclusione dell’era Berlusconi. Alla fine, però, il leader di Forza Italia ha sempre ripreso saldamente in mano le redini».

Berlusconi oppone la piazza agli alleati. Prima parlava di partito unico, adesso di partito del popolo...
«Naturalmente ciò che sta accadendo nella Cdl riguarda anche noi. Noi pensiamo che dovrebbe prevalere il buon senso a cui tengono tutti gli italiani. È chiaro che, così com’è, il nostro sistema politico e istituzionale non funziona. Altri paesi, al di là di chi li governa, hanno meccanismi che consentono di scegliere e di decidere in fretta. Competere con loro è come correre con una palla al piede. Dovrebbe essere interesse di tutti, della maggioranza e dell’opposizione, prima fare riforme che diano efficienza al Paese, poi andare a votare. E non viceversa».

Il Pd ha già messo in campo proposte concrete...
«Abbiamo messo in campo tre livelli di modifiche delle regole. Riforme istituzionali, innanzitutto. Non più i disegni onnicomprensivi, tipo bicamerale, ma proposte mirate che cambierebbero completamente il meccanismo legislativo e decisionale. Una sola Camera che fa le leggi, Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari, potere di nomina e di revoca dei ministri al Presidente del Consiglio».

Misure già approvate in Commissione alla Camera...
«E che si stanno votando in Aula. Il centrodestra, trascinato da Berlusconi, dopo aver detto sì in commissione, si è messo in una posizione di astensione. Tornino alla realtà. Abbiamo un’occasione concreta, dicano che sono pronti a collaborare e potremo varare insieme quelle proposte in tre giorni. Pensiamo, poi, che si debbano modificare i regolamenti parlamentari e che si debba varare al più presto una nuova legge elettorale».

Gli argomenti opposti al suo ragionamento sono stati: “non vogliamo dare alibi a Prodi per andare avanti”...
«Sarebbe interesse di tutti prima fare insieme le cose che ho detto, e poi - quando sarà - andare a votare. Se nel centrodestra prevalesse questo schema si potrebbero realizzare cose positive. Senza confusione di ruoli, naturalmente. Senza prefigurare ipotesi inesistenti tipo governo di larghe intese. Nella chiarezza delle rispettive collocazioni si può continuare a fare la maggioranza e l’opposizione al governo. Realizzando, contemporaneamente, un’intesa per cambiare le regole del gioco».

Fini, Casini e Bossi sono disponibili. Berlusconi fino a ieri mattina diceva “no”, le sue dichiarazioni del tardo pomeriggio aprono qualche spiraglio?
«I precedenti spingono sempre ad aspettare qualche giorno dopo le affermazioni di Berlusconi. E questo per capire se si tratti di battute o di scelte politiche. Crediamo sia utile fare così anche questa volta»

Nell’eventualità che il Cavaliere continui a mettersi di traverso andrete avanti senza di lui?
«I temi di cui ho parlato richiedono l’accordo più ampio possibile. Siamo andati in piazza quando la Cdl si è approvata da sola la legge elettorale che molti vorrebbero modificare. Non possiamo adottare oggi lo stesso metodo seguito ieri dal Centrodestra. Per noi vale il principio che le regole non le cambia uno dei due giocatori. Questo, però, non significa dichiarare che senza unanimità non si può fare nulla. Se fosse così chiunque potrebbe far valere un potere di veto che renderebbe impraticabile qualunque cambiamento».

Accordo con settori della Cdl e non con tutto il Centrodestra, quindi?
«Sulle regole non abbiamo alcun interesse a dividere la Cdl. È logico che lavoreremo per un’intesa che coinvolga tutti. Qualora solo una parte significativa dell’opposizione dovesse accogliere il nostro appello per le riforme, riterremmo la condizione più che sufficiente per andare avanti».

La proposta Vassallo-Ceccanti incontra perplessità nello stesso centrosinistra. Andrete avanti ugualmente?
«Quella proposta risponde all’idea di un proporzionale che riduce drasticamente la frammentazione del sistema politico, ma non costituisce assolutamente un prendere o lasciare. È chiaro che serve un confronto approfondito. Prima dentro la maggioranza, poi con l’opposizione. Parliamo di un’offerta che risponde ai principi che tutti si dicono disposti a sottoscrivere: stabilità, semplificazione, ricostruzione di un rapporto diretto tra eletto ed elettore. Le riforme istituzionali potrebbero essere votate dalla Camera prima di Natale. Da gennaio, poi - a quel punto si conoscerà l’ammissibilità o meno del referendum - avremo una finestra temporale di due mesi, utile per varare una buona legge elettorale in modo trasparente. Vedremo in Parlamento se ci sarà questa disponibilità».

Lei è il vicesegretario del Partito democratico. A dispetto di certe previsioni, il governo non ha risentito negativamente dell’effetto primarie e della nascita del Pd...
«La risposta l’hanno data i fatti: non c’è stato alcun indebolimento del governo. Si vede chiaramente che l’azione quotidiana di Veltroni, e di tutti noi, punta a dare stabilità a questa coalizione e, contemporaneamente, a qualificare l’azione di governo. Ognuno fa la sua parte. Chi è alla guida dell’esecutivo, o ha responsabilità ministeriale, deve lavorare per trovare la sintesi. I partiti, nel contempo, possono mettere in campo qualche proposta più avanzata che possa consentire quella sintesi. Il Pd non è nato per governare solo al meglio il presente. La domanda dei nostri elettori è quella di cambiare il centrosinistra e l’agenda delle priorità, dando, contemporaneamente, stabilità all’esecutivo»

Stabilità messa a rischio da Dini, non crede?
«Dini ha detto cose in parte anche condivisibili sui contenuti. In una coalizione così larga è naturale che ci sia una componente più a sinistra e ce ne sia una che si colloca più al centro. C’è spazio, quindi, per la posizione che Dini ha scelto di assumere. Che è una di quelle che concorrono a definire la linea della coalizione».

Dini non lascerà la maggioranza, quindi?
«Questo non avverrà. I retroscena che immaginano altri li lascio alle speranze spesso deluse di Berlusconi».

Che bilancio trae dai primi passi del Pd?
«Il Pd sta correndo. E va detto che tra le tante cose inedite c’è la velocità. In pochi giorni si è costruita una segreteria molto giovane, molto mescolata, formata da donne più che da uomini. È stato messo in campo un coordinamento con funzioni di indirizzo politico. Da sabato nelle diverse provincie italiane non ci saranno più i segretari politici Ds e Margherita, perché saranno eletti contemporaneamente i 110 coordinatori provinciali del Pd. Entro Natale si chiameranno alle urne gli elettori delle primarie per eleggere gli organismi dirigenti territoriali. Stiamo lavorando perché entro l’anno nascano i gruppi unici in tutta Italia. Le commissioni si sono già insediate e chiuderanno i lavori entro il 31 gennaio, in modo che a febbraio possa tornare a riunirsi la Costituente per approvare statuto, codice etico e carta dei valori»

Questa “velocità”, però, suscita critiche...
«Era prevedibile qualche timore per un meccanismo troppo veloce che fa saltare certi equilibri. Bisogna ricordare a tutti, però, che i tre milioni e mezzo delle primarie ci hanno dato credito perché si cambi veramente. Per questo il processo deve andare avanti spedito, con il suo carico di idee e di innovazione. Spero che dalla commissione per lo statuto esca un meccanismo nuovo. Non possiamo riportare pigramente nel Pd le stesse forme organizzative dei partiti di provenienza».

Partito “liquido” o strutturato nel territorio con sedi e tesserati?
«Dobbiamo avere la capacità di radicare il Pd nel territorio. E di mescolare la militanza, che è una cosa preziosa, con altre forme di partecipazione. Le grandi scelte non possono essere compiute solo da chi milita. Si dovrà individuare un meccanismo di apertura che consenta a decine di migliaia di persone - che si sentono parte di un processo ma non vogliono impegnarsi politicamente a tempo pieno - di esprimersi pienamente. Come è accaduto alle primarie».


Pubblicato il: 19.11.07
Modificato il: 19.11.07 alle ore 8.52   
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Titolo: FRANCESCHINI
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2008, 12:20:27 am
POLITICA

Il Cavaliere chiude a qualsiasi possibilità di allargare la discussione al ddl Gentiloni

Poi boccia il modello tedesco: "Sarebbe un ritorno indietro al passato"

Riforma elettorale, stop di Berlusconi "Non dialogo con chi vuole la legge tv"

Pdci: "Visione 'commerciale' della politica. Subito la legge sul conflitto di interessi"

Franceschini: "Nessuno scambio con le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese""

 
ROCCARASO - Massima apertura al confronto sulla legge elettorale, ma chiusura netta se il campo viene esteso anche a provvedimenti come il ddl Gentiloni sul riassetto del sistema radiotelevisivo. Silvio Berlusconi torna a farsi sentire con la base del partito e detta le condizioni per le riforme. In collegamento telefonico con Roccaraso, il Cavaliere afferma: "Non potremmo trattare con forze politiche che mettessero in atto una decisione criminale come il disegno Gentiloni. Non ci sarebbe alcuna possibilità di dialogo - rimarca - con chi agisse in questo modo". E se An parla di "intervento positivo" e Fini ritiene "opportuno approfondire la questione", frena la sinistra estrema: "Come si fa a fare accordi sulla legge elettorale con chi ha una visione 'commerciale' della politica? - si domanda il Pdci - servono fatti concreti, subito la legge sul conflitto di interessi". Dello stesso tenore il vicesegretario del Pd Enrico Franceschini: "Non ci può essere nessuno scambio fra le cose che ci siamo impeghnati a fare per il Paese e il dialogo sulla legge elettorale".

Berlusconi: "Eliminare frazionamento". La proposta sulla legge elettorale, osserva il leader di Fi, "deve eliminare il frazionamento eccessivo che rende impossibile governare, espone i grandi partiti ai ricatti delle ali estreme e ci rende ridicoli agli occhi del mondo". Per questo "il sistema tedesco non va bene, sarebbe un ritorno al passato, verrebbe sottratta ai cittadini la possibilità di scegliere premier e governo". La governabilità "è cosa necessaria, lo sbarramento più elevato è, meglio è: il 5% è il minimo che si deve avere".

Ideale il modello francese. Berlusconi ribadisce che dal suo punto di vista il "porcellum" di Calderoli, con qualche piccolo ritocco, potrebbe andare benissimo, mentre a questo punto il traguardo ideale resta il modello francese. "Sono d'accordo con Veltroni, ha dato buoni risultati. Per fare in Italia quello che Sarkozy ha fatto in Francia in poco tempo ci vorrebbero 2-3 anni. Ci vuole un solo turno, una sola scheda, un solo voto. Speriamo che si trovi l'accordo".

"Dialogo con centrosinistra, la legge, poi al voto". Per Berlusconi le "difficoltà" della situazione italiana sono tali da rendere "assolutamente" necessario un dialogo con il centrosinistra. "Noi lo stiamo facendo - insiste - dopo la legge bisognerà andare al voto per dare un governo condiviso dalla maggioranza del Paese. E' assurdo che un esecutivo con il 17-21% dei consensi continui a governare. Se fosse capitato a me, sarei salito da tempo al Quirinale per dare le dimissioni".

Fini: "Intervento positivo". Parla di "intervento doppiamente positivo" Gianfranco Fini, "per la sua contrarietà al sistema elettorale tedesco e per il ribadito sì al sistema elettorale francese, da sempre scelta privilegiata di An. "Poiché nella bozza Bianco il diavolo è nei dettagli - aggiunge il leader di An - che poi tanto dettagli non sono, è comunque opportuno approfondire la questione della legge elettorale. Per quanto riguarda An, è doveroso farlo in uno spirito che salvaguardia il bipolarismo e l'unità della coalizione di centrodestra".

Franceschini: "Non si fanno scambi". Il vicesegretario del Pd parla chiaro: "Non ci può essere nessuno scambio tra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese", tra cui la Gentiloni, "e il dialogo sulla legge elettorale". Franceschini ricorda che "abbiamo spiegato l'esigenza di mantenere due piani distinti, quello delle riforme e delle regole, sul quale servono dialogo e intesa con l'opposizione, e quello dell'azione di governo, su cui sarebbero proseguiti il confronto e lo scontro tra maggioranza e opposizione. Per questo continueremo, mentre dialoghiamo sulle regole, a impegnarci per attuare il programma di governo che, com'è noto, prevede la riforma Gentiloni".

Pdci: "Subito legge conflitto interessi". In una nota, il capogruppo del Pdci alla Camera, Pino Sgobio, invoca una "risposta con fatti concreti" alle parole di Berlusconi, "non con accordicchi di basso profilo, o inciuci". E sottolinea la necessità di "fare subito ciò che si è promesso agli elettori: il conflitto di interessi, punto fondamentale del programma dell'Unione, non attuarlo sarebbe tradire un impegno solenne".

(13 gennaio 2008)

da repubblica.it


Titolo: Atto finale? No. Veltroni:«Ultimo miglio sarà accidentato ma io ci credo ancora»
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2008, 02:19:52 pm
I VELTRONIANI E LE MINACCE ALL'INTESA

Un pomeriggio pieno di sospetti

Atto finale? No. Veltroni:«Ultimo miglio sarà accidentato ma io ci credo ancora»


In casa Veltroni la gelata di Roccaraso arriva alle due del pomeriggio, con il leader del Pd a tavola in famiglia. Lo chiama il portavoce, Roberto Roscani: «Hai saputo, Walter? Berlusconi ha detto che non tratta con chi vuole quella legge criminale che è la Gentiloni...». No che non sapeva, il segretario. Solo 24 ore prima dichiarava al Corriere di sentirsi «a un passo da una soluzione positiva». Seguono minuti di autentico sgomento, Veltroni telefona all'uomo chiave del dialogo col Cavaliere ma il cellulare di Goffredo Bettini è spento, chiama allora Dario Franceschini e la diplomazia del loft si mette in moto. Possibile che il Cavaliere abbia voluto stoppare il dialogo sulle ri forme, alla vigilia del vertice di governo? Mentre pensieri maliziosi viaggiano veloci dal Campidoglio all'indirizzo di Palazzo Chigi — dove alberga un premier determinato ad approvare non solo la Gentiloni, ma anche il conflitto di interessi — nello staff del leader i fedelissimi si dividono i compiti. Chi chiama i giornalisti a Roccaraso per farsi raccontare come è andata e chi sonda collaboratori dell'ex premier. Finché Franceschini, numero due del Pd, trova al telefono il capogruppo azzurro Elio Vito: «Coi ricatti non andiamo lontano, come pensate che possiamo barattare la legge elettorale con la Gentiloni?». Il resto lo fa Bettini. Rintraccia l'amico Gianni Letta e chiede garanzie sulla tenuta dell'accordo tra Walter e Silvio. «Si va avanti», rimette in moto il treno delle riforme il plenipotenziario di Berlusconi. Ma i veltroniani sono guardinghi. Bisogna alzare i toni, è la linea dell'emergenza, convincere alleati e avversari che il Pd non sta trattando sottobanco con l'opposizione. Ed è Franceschini a scandire l'altolà: «Non ci può essere nessuno scambio tra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e il dialogo sulla legge elettorale ». Veltroni, insomma, ha capito che il suo interlocutore «ci sta provando », come si dice a Roma, sospetta che minacciare l'abbandono del campo sia un modo, magari un po' troppo smaccato, per imporre un limite al dosaggio proporzionalista della bozza Bianco che domani andrà al voto in commissione. E dunque si impunta, manda a dire che «se Berlusconi si sfila dovrà assumersi le sue responsabilità, davanti al Paese e davanti a Napolitano » e poi, per voce di Franceschini e Bettini, chiede e ottiene una «prova di fedeltà». Prova che alle cinque si concretizza nella formale correzione di rotta di Paolo Bonaiuti.

 VELTRONI SPERA ANCORA - Ma ormai l'aria è cambiata, i vertici del Pd non si fidano più. «È già qualche giorno che Berlusconi fa circolare i suoi dubbi sulla bozza Bianco...» annota segnali negativi Federica Mogherini, responsabile Istituzioni in esecutivo. Anche Marco Follini si è convinto che l'ex premier abbia «innescato la marcia indietro» e nel volgere di un paio d'ore l'ottimismo nei dintorni del loft scende bruscamente a livelli di allarme. Eppure Veltroni non vuol mostrare cedimenti. «L'ultimo miglio sarà accidentato, ma io ci credo ancora — confida ai suoi —, l'accordo si può ancora trovare». Una scintilla di speranza che Enrico Morando non si rassegna a spegnere: «Berlusconi ha fatto solo una mossa tattica, perché ha bisogno della legge elettorale almeno quanto noi». Sarà. Ma Beppe Fioroni non ci crede. Il ministro si è fatto l'idea che Berlusconi stia girando «il solito film», visto come andò con la Bicamerale: «Quando iniziò speravamo che il Cavaliere non si sarebbe fermato all'antipasto, con D'Alema arrivammo alla crostata, ma poi Silvio fece saltare tutto... ». La strategia del leader azzurro, così almeno la vede Fioroni, è chiara: insinuare il sospetto del «grande inciucio » e mettere Veltroni contro Prodi, ma questa volta, ammonisce il ministro, «la patente di inaffidabile non gliela leva nessuno». Dentro il Pd, però, c'è anche chi ha letto con sollievo le parole minacciose del Cavaliere. «Berlusconi ha ragione, un modello come il tedesco non si può fare — spera nel naufragio il professore Augusto Barbera —. Walter dovrebbe convincersi che sarebbe molto meglio andare al referendum». E chissà che il Veltroni, nel segreto del suo animo, non ne sia già convinto.

Monica Guerzoni
14 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Ermete Realacci: «Non tratteremo mai sulla legge Gentiloni»
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2008, 02:42:46 pm
Ermete Realacci: «Non tratteremo mai sulla legge Gentiloni»

Andrea Carugati

«Preferiamo dar credito alla smentita di Paolo Bonaiuti». Ermete Realacci, responsabile comunicazione del Pd, non insegue Silvio Berlusconi sul terreno del diktat di Roccaraso. «Se fanno la riforma tv niente più dialogo sulla riforma elettorale», tuona il Cavaliere. Risponde Realacci: «Ho visto che Bonaiuti ha corretto il tiro. Ma è evidente che per noi è inaccettabile ogni legame tra l’avvio di un leale confronto sulla riforma elettorale e il blocco dei ddl del governo sulle tv, che per noi sono importanti. Ricordo però che finora il ddl Gentiloni non è andato avanti non solo per l’opposizione del centrodestra, ma anche per una certa rilassatezza da parte della maggioranza».

Dunque il diktat di Roccaraso potrebbe provocare uno scatto d’orgoglio del centrosinistra sulle tv?

«In realtà temo che qualcuno nella maggioranza possa giocare su questa vicenda per far saltare l’accordo elettorale, e anche questo sarebbe inaccettabile. Noto, ad esempio, un certo entusiasmo di Mastella sul ddl Gentiloni che prima non si era visto. Sono contento che si appassioni di riforma tv, ma mi pare che questo atteggiamento sia molto legato a un ragionamento sulla legge elettorale. Per quanto riguarda il Pd, vogliamo che il Parlamento continui a lavorare sulla riforma tv che riteniamo molto importante».

Bonaiuti ha smentito, ma le parole del Cavaliere sono state pronunciate ieri in un contesto pubblico e trasmesse dai tg...

«È un classico, e non è la prima volta che accade. Ma mi auguro che stavolta sia più attendibile la smentita».

Se Berlusconi insiste, voi cosa fate?

«Rispondiamo che è un atteggiamento inaccettabile, al pari di chi dice che fa saltare il governo se non gli piace la riforma elettorale. Sono terreni diversi, che devono restare separati. Ma sulla legge elettorale continuiamo a ritenere giusto dialogare anche con l’opposizione. Berlusconi deve sapere che i ddl sulle tv non saranno mai oggetto di trattativa su un altro tavolo: i ddl sulle tv sono in Parlamento, lì ci si può confrontare e magari anche migliorarli».

Ripeto, se Berlusconi insiste col diktat?

«Se interrompe la trattativa, si assumerà la responsabilità di non dare al Paese una buona legge elettorale. Noi siamo per un confronto leale e trasparente su questo tema: non ci sono clausole occulte, o accordi segreti».

E fare la riforma elettorale senza Berlusconi?

«Mi sembra difficile. Noi restiamo coerenti con quanto abbiamo sempre sostenuto e con quanto dice il presidente della Repubblica: le regole del gioco si decidono insieme. Al Paese serve una nuova legge elettorale che lo renda meno frammentato. Ma questo non può interferire nè con altri terreni di riforma, come le tv, nè sulla tenuta del governo. È un messaggio che vale per Berlusconi ma anche per i nostri alleati».

Pubblicato il: 14.01.08
Modificato il: 14.01.08 alle ore 8.37   
© l'Unità.


Titolo: Massimo Franco. Un altolà prevedibile che rende più vicino il voto referendario
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2008, 02:44:19 pm
Un altolà prevedibile che rende più vicino il voto referendario


Prima o poi l’altolà berlusconiano doveva arrivare. In fondo, l’aveva previsto lo stesso Walter Veltroni. L’altro giorno, alla fine della riunione di Palazzo Chigi con il resto dell’Unione, il segretario del Pd aveva accolto con un velo di disappunto l’insistenza del governo sulla legge Gentiloni che dovrebbe riformare il sistema radiotelevisivo. Sapeva che poteva costituire l’ostacolo più ingombrante ad un accordo sulla riforma elettorale con Silvio Berlusconi. E ritenendo che Romano Prodi ne fosse altrettanto consapevole, confidava di vederlo, se non accantonato, additato con minore perentorietà.
Adesso, però, di fatto, sta diventando una priorità: non perché sia decisione delle prossime ore, ma come argomento polemico che potrebbe allontanare di nuovo l’intesa fra il Pd e il Cavaliere. Una parte dell’Unione vuole discuterne già oggi nel vertice con Romano Prodi. Le parole con le quali ieri il leader di FI ha parlato dell’argomento non lasciano margini di dubbio. Anzi, nella loro durezza i maliziosi tendono a indovinare il calcolo di Berlusconi, di chiedere quello che sa di non essere in grado di ottenere; e dunque una strada di riserva per sottrarsi all’accordo sul nuovo sistema di voto. Definire, come ha fatto il Cavaliere, «decisione criminale » la legge Gentiloni, significa pretendere da Veltroni una scelta di campo a favore del dialogo che lo metterebbe in rotta di collisione con gran parte dell’Unione; e in primo luogo col presidente del Consiglio.

E infatti il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini, respinge l’ultimatum. Eppure, appare difficile che FI accetti di chiudere una trattativa equivalente ad un probabile rinvio delle elezioni, senza ottenere qualcosa di corposo in cambio.

Dunque, la mano a Veltroni è ancora tesa e, apparentemente, fiduciosa. Ma «non è possibile volere un accordo col centrodestra e colpirne il leader», avverte la voce di Berlusconi nel partito, Sandro Bondi. Per FI parole come «Gentiloni» e «conflitto di interessi» sono parolacce; di più, provocazioni. Rappresentano un tabù invalicabile; e l’arma impropria agitata dal governo ogni volta che si avvicinano le posizioni fra maggioranza e opposizione. Bisogna riconoscere che finora l’argomento è stato sollevato o rimesso nel cassetto a seconda delle circostanze, ma mai risolto dal centrosinistra. Dice molto la determinazione con la quale lo ripropongono i partiti minori dell’Unione, attaccando il rischio di «uno scambio sottobanco» e invitando Veltroni a rifiutarlo.

La riforma del sistema tv e il conflitto di interessi sono l’ultima trincea per bloccare una legge elettorale odiata da una parte dell’estrema sinistra e dai centristi dell’Udc quasi quanto il referendum: ritengono infatti che ne vada della propria sopravvivenza. Ma si accentua l’immagine di un’Unione divisa: con Palazzo Chigi in posizione d’attesa, ma preoccupato dall’effetto destabilizzante che un patto Pd-FI-Rifondazione-Udc potrebbe avere sul governo. Non a caso, Berlusconi ripete la propria disponibilità a Veltroni; e in parallelo aggiunge che però dipende dalla capacità del segretario del Pd di «mettere d’accordo i suoi». Una terza ragione che indebolisce la trattativa riguarda i due principali contraenti: entrambi considerano l’ipotesi d’accordo una soluzione transitoria rispetto ad un ideale maggioritario ritenuto irraggiungibile. Su questo sfondo, si spiegano meglio le parole di protagonisti e comprimari.

Si capisce perché ministri come Arturo Parisi e Rosy Bindi chiedano di privilegiare l’azione di governo sulla riforma elettorale; e ripropongano tutti i propri dubbi sull’opportunità stessa di discutere le riforme istituzionali col Cavaliere.

Il berlusconiano Paolo Bonaiuti ritiene che si sta esagerando; che quanto sta succedendo dipende solo dalla voglia prodiana di affossare l’intesa. Eppure, nel centrosinistra nessuno può negare che il baratto fra un accordo e la Gentiloni rappresenta una proposta indecente, da respingere al mittente: almeno nei termini in cui il leader del centrodestra l’ha avanzata. Può darsi che dopo la sentenza della Corte costituzionale sul referendum elettorale, prevista fra pochi giorni, si torni a discutere. Ma sarebbe ingenuo ignorare la zavorra pesantissima dei minuetti inconcludenti e dei veti incrociati di queste settimane.

Massimo Franco
14 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: FRANCESCHINI
Inserito da: Admin - Gennaio 21, 2008, 06:20:46 pm
L'intervista

Franceschini: stupito dai «piccoli».

Sono loro che minacciano il governo

Il numero due del Pd: sosteniamo con la massima lealtà l 'esecutivo. Gli italiani vogliono due grandi partiti

 
ROMA — Dario Franceschini, ma allora davvero vi presenterete da soli alle prossime elezioni?
Il vicesegretario del Partito democratico non ha esitazioni: «Mi stupisce la reazione di chi ha giudicato improvviso e inaspettato, quasi un tradimento, l'annuncio di Veltroni: è sin dall'inizio che abbiamo detto a tutti con chiarezza due cose: da una parte che avremmo continuato a sostenere con la massima lealtà il governo, dall'altra che il Pd è un partito a vocazione maggioritaria».

E allora, come risponde alle proteste delle formazioni minori?
«È paradossale dire che la nascita del Pd o la scelta di presentarsi da soli mettano a rischio la maggioranza, quando molti di quelli che lo affermano non fanno che ripetere da sempre lo stesso ritornello: "O ci ascoltate o facciamo cadere il governo". C'è mai stato un esponente del Partito democratico che ha mai detto questo? Ed è un delitto dire che in futuro dovranno esserci coalizioni meno eterogenee, quindi in grado di governare?»

Veltroni l'ha presntata comunque come una notizia di rilievo. E a fare muro è stata anche l'area del partito che fa capo a Rosy Bindi e Arturo Parisi.
«Non mi scandalizzo. È normale che ci sia dibattito interno in un partito che rappresenta circa un terzo degli italiani. Ma i tre milioni che hanno votato Veltroni alle primarie hanno chiesto un forte impegno a cambiare. Vogliamo aprire una nuova fase del bipolarismo chiudendo quella in cui le alleanze si facevano solo contro qualcuno con il risultato di coalizioni troppo frammentate. E comunque, a mio giudizio, il problema è soprattutto uno».

Quale?
«Appare ormai chiaro che gli italiani hanno voglia di due grandi partiti: uno democratico e uno conservatore, in concorrenza aperta su due programmi diversi e distinti. Poi, se non raggiungono la maggioranza, ovviamente decidono con chi allearsi». Ha ragione quindi chi dice che volete le «mani libere»? «Oltre al Partito democratico ci saranno altre forze che riusciranno a superare la soglia di sbarramento. Ad esempio la Cosa Rossa, quando nascerà. Dato che non possiamo fare patti con le forze del centrodestra, loro potranno essere nostri alleati. Però solo in presenza di una condivisione programmatica vera, chiara e pulita».

Guarderete cioè più a sinistra che al centro?
«Più che alle sigle guarderemo a tutti gli italiani, quindi anche al centro, inteso come quegli elettori moderati che aspettano da tempo una politica del fare connotata dal buon senso e dalla concretezza. Intanto però lavoriamo sulla riforma elettorale ».

Non ci sono troppi veti sulla bozza Bianco che in questi giorni dovrebbe essere votata in commissione al Senato?
«Ci stiamo impegnando per un'intesa più larga e bipartisan possibile: è per questo che abbiamo insistito sulla necessità di dialogare anche con Silvio Berlusconi. Noi, come si sa, avremmo preferito il sistema francese a doppio turno, con elezione diretta del presidente della Repubblica, ma dato che non è possibile stiamo lavorando sulla bozza Bianco. Fra pochi giorni si vedrà comunque chi vuole fare veramente la riforma e chi invece preferisce bloccarla».

Altrimenti ci sarà il referendum, che molti sembrano avere già messo nel conto, a partire dallo stesso Veltroni.
«Puntiamo a fare la legge perché il referendum non risolve le difficoltà nate con l'attuale legge elettorale ».

Ma se non ci si riuscirà e vinceranno i «sì» al referendum, il partito più forte potrà governare anche solo con il 30 per cento, grazie al premio di maggioranza.
«Per questo stiamo lavorando ad un compromesso. Ma una cosa deve essere chiara a tutti, a partire da chi protesta un giorno sì e uno no: non accetteremo mai di abbassare la soglia minima di sbarramento, fissata al 5 per cento. Altrimenti avremmo perso la nostra battaglia contro la frammentazione e la difficoltà a governare. Ci batteremo inoltre per il cambiamento dei regolamenti parlamentari. Perché, soprattutto, non sia possibile creare gruppi parlamentari diversi da quelli che vengono determinati dal voto popolare».

Non teme la settimana «terribile » che attende il governo, a partire dal voto di solidarietà a Mastella richiesto dall'Udeur alla Camera?
«Per quanto riguarda Clemente Mastella ho già espresso nell'aula di Montecitorio la solidarietà umana e politica del Partito democratico. E martedì non mancherà certamente alla Camera il sostegno alla relazione sulla giustizia che sarà presentata dal ministro ad interim Romano Prodi».

E mercoledì a Palazzo Madama, quando verrà discussa e votata la mozione di sfiducia al ministro Pecoraro Scanio, con Dini che ha già annunciato il suo «sì»?
«Sui rifiuti in Campania credo che prima si debba risolvere il problema, poi guardare alle responsabilità. Ma a Lamberto Dini chiedo di ripensarci: se vuole davvero rappresentare quella parte dell'elettorato moderato di cui parla non dovrebbe desiderare di consegnare il Paese alla crisi».

Roberto Zuccolini
21 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: Franceschini: il premier si rassegni, in piazza un’opposizione forte e civile
Inserito da: Admin - Ottobre 11, 2008, 06:02:56 pm
Franceschini: il premier si rassegni, in piazza un’opposizione forte e civile

Eduardo Di Blasi


Dario Franceschini, vice segretario del Pd, sgombera il campo: la crisi economica in atto non cambierà la piattaforma della manifestazione del 25 ottobre.

E spiega che la risposta alla natura della manifestazione di piazza è nel dna stesso del Pd. «Il fatto che in Italia sia tornato un grande partito che non ha l’incubo quotidiano della visibilità per la sopravvivenza, dello 0,1% in più o in meno nei sondaggi, consente di fare un’opposizione moderna che contrasti con tutta la determinazione necessaria in Parlamento e in piazza le scelte del governo che ritiene sbagliate, e, che contemporaneamente non abbia timori di fare la propria parte in un momento di emergenza». Indica l’America: «Mi pare che Obama e McCain se le stiano dando. Poi si sono seduti di fianco a Bush di fronte al tema emergenza finanziaria e nessuno ha gridato allo scandalo...».

Però, a differenza di Bush, quando il Pd ha teso la mano all’esecutivo ha ottenuto per risposta un «me ne frego»...
«In Berlusconi c’è l’assoluta insofferenza verso le regole di un sistema democratico moderno. L’idea di fondo che lo muove è: “Avendo vinto le elezioni, non sono chiamato a governare il Paese per una legislatura ma divento padrone delle istituzioni”. E tutto ciò che ostacola questo suo “diritto” viene vissuto come un fastidio. È un fastidio il Parlamento, sono un fastidio le regole, è un fastidio l’opposizione...».

Ed è un fastidio anche la piazza...
«È un fastidio in generale un’azione dell’opposizione. Però se ne faccia una ragione. Così come abbiamo fatto sull’Alitalia, anche di fronte alla drammatica situazione finanziaria abbiamo messo in campo idee propositive. Negli altri Paesi chi governa dice “grazie” del contributo delle opposizioni. Qui c’è solo una reazione irritata, fatta di insulti. Ragione di più per andare avanti su questa strada. Chi pensa ad un modello di opposizione solo gridato dovrebbe porsi la domanda se non sia proprio quello che vuole Berlusconi...».

Oggi sarà in piazza anche un’altra opposizione al Cavaliere. Diliberto la chiama «la vera opposizione».
«Scelta legittima quella di scendere in piazza. Siamo tutti dalla stessa parte. E troverei molto più utile, anche se con modalità diverse, concentrare l’azione nel contrastare le politiche sciagurate del governo piuttosto che fare una gara a chi è più bravo tra le forze di opposizione».

Quale sarà invece il segno della manifestazione del 25 ottobre?
«Una piazza civile ma forte, piena, è un segnale importante. È innegabile che la manifestazione partecipata che l’allora Cdl mise in campo nel 2006, fece capire che dopo la prima finanziaria si era incrinato qualcosa tra governo e opinione pubblica».

Nel vostro campo troverete la stessa risposta?
«La destra è riuscita a creare una specie di doppio registro, un piano è quello delle cose che fa, l’altro di quelle che annuncia o nasconde.
Naturalmente chi è stato toccato da uno dei provvedimenti sbagliati di questi mesi, vediamo la scuola, è in uno stato di mobilitazione. Ma tutto questo non si è ancora trasformato, grazie al secondo livello, alla manipolazione comunicativa, in una reazione sociale. Ci sono tanti segmenti di società profondamente arrabbiati. La manifestazione del 25 li metterà assieme scoprendo questo gioco del doppio registro. Per questo la manifestazione è promossa dal Pd, ma noi non chiediamo che vengano in piazza solo i nostri militanti. La nostra è una manifestazione che nella sua natura resta assolutamente aperta a tutti coloro che volessero aderire...».

Alcuni dicono che l’idea è partita troppo presto...
«Forse c’è qualcuno che pensa che organizzare una grande manifestazione si possa decidere il lunedì per il venerdì. In più non abbiamo deciso il 14 aprile ma solo dopo aver visto i primi provvedimenti del governo. I mesi che sono passati hanno aggravato quella situazione. Adesso tutti dobbiamo rimboccarci le maniche. La riuscita di quella manifestazione sarà molto importante non solo per il Pd, ma anche perché il governo capisca che ha di fronte una parte fortissima del Paese che non starà lì ad assistere».

Pubblicato il: 11.10.08
Modificato il: 11.10.08 alle ore 8.36   
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Titolo: FRANCESCHINI
Inserito da: Admin - Febbraio 07, 2009, 10:41:15 pm
«Furore ideologico. Gli esiti saranno drammatici»

di Simone Collini


«Sono dominati dal furore ideologico e se ne fregano delle conseguenze drammatiche delle loro scelte». Dario Franceschini è persona solitamente pacata e attenta a controllare il linguaggio. Questa volta no. Di fronte a questa «mancanza di rispetto nei confronti dei più elementari diritti umani» il controllo salta. Complice anche la visita al centro di permanenza di Lampedusa fatta dieci giorni fa dal vicesegretario del Pd.

Le politiche sull’immigrazione della destra la sorprendono?
«È comprensibile che si governi da una posizione di destra, ma loro pensano solo a impugnare una bandiera per costruirsi un’identità e trascurano il danno pazzesco provocato dalle loro decisioni».

Si riferisce al Ddl Sicurezza approvato dal Senato?
«Anche, ma prima già avevano dimostrato tutto il loro furore ideologico dicendo che gli immigrati clandestini verranno rimpatriati direttamente da Lampedusa».

Perché?
«Perché si tratta di una scelta simbolico-ideologica in parte contraddetta dai fatti, perché dei 1800 che erano presenti quando sono andato io 700 sono stati trasferiti in altri centri in Italia, e che comunque non tiene conto delle condizioni degli abitanti dell’isola e di quei poveri disperati che arrivano. L’unica cosa che interessa questo governo è che passi il messaggio che i clandestini non potranno neanche mettere piede sul suolo patrio».

Perché mette in relazione Lampedusa con la cancellazione del divieto per i medici di denunciare i clandestini?
«Perché anche in questo caso c’è il furore ideologico di costruire simboli, disinteressandosi degli effetti pratici. Siamo di fronte alla violazione di tutti i codici deontologici dei medici, visto che questo provvedimento li spinge a fare i delatori. E poi sono evidenti le possibili conseguenze drammatiche di questa norma, per persone costrette a scegliere per loro o per un proprio parente tra la possibilità di essere curate e il rischio di essere denunciati. Questo non è rispetto per la dignità umana».

E voi, in tutto questo?
«Sull’immigrazione il centrosinistra ha commesso degli errori, perché anziché avere il coraggio di dire che la società di questo secolo sarà inesorabilmente multietnica e che questo è anche un bene perché diventiamo una società più giovane, più vivace, meno chiusa, impaurita e destinata inevitabilmente a tramontare, ci siamo limitati ad aggiungere un po’ di buonsenso mentre la destra cavalcava la paura. Ora il Pd deve avere il coraggio di invertire la linea».

Ci sono tutti i presupposti per perdere ulteriormente consensi...
«Arriva un punto in cui devi chiederti se vuoi mantenere i consensi o fare le cose giuste, anche se nell’immediato rischi l’incomprensione. Noi dovremo essere bravi a spiegare che dentro il termine “immigrazione” sono presenti tre piani. Per essere credibili noi dovremo dimostrare massima durezza nei confronti del primo piano, cioè la criminalità legata all’immigrazione clandestina, rispetto per il diritto delle persone che arrivano clandestinamente anche nel momento in cui si contrasta il fenomeno e, terzo piano, sottolineare gli aspetti positivi dell’immigrazione regolare».

Piuttosto complicato, è più facile cavalcare la paura...
«O siamo capaci di ricostruire un tessuto di valori in questo paese, o la partita è persa per molto tempo, non soltanto per una legislatura. Se offri una proposta alternativa puoi perdere nell’immediato ma nel lungo periodo puoi riuscire ad attrarre consensi. Se offri soltanto correttivi al modello altrui, ad attrarre sarà sempre l’originale».

scollini@unita.it

06 febbraio 2009
da unita.it


Titolo: FRANCESCHINI
Inserito da: Admin - Febbraio 19, 2009, 11:50:53 am
GLI SCENARI

Il «reggente» e i dubbi dei veltroniani

Franceschini a Bettini: non posso dirti se farò le primarie.

Il sospetto di un asse con Bersani
 
 
ROMA - Quella frase Veltroni l'aveva scritta negli appunti che aveva preparato per la conferenza stampa di ieri. Suonava così: «Se non mi fossi dimesso una parte del partito avrebbe remato contro per farci perdere». Parole dure, che, però, alla fine ha preferito non pronunciare: «Non sarebbe nel mio stile». Parole dure che qualcuno dei fedelissimi ricorda quando vede il nemico numero uno di Soru, il senatore pd Antonello Cabras, che, per dirla con il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga, «cammina tre metri sopra da terra» in Transatlantico, e sorride parlando del disastro sardo. Ma Veltroni è fatto così. Ha preferito lasciare dietro di sé una serie di «non detti». E ora si acconcia davvero a fare il deputato semplice: oggi sarà alla Camera per partecipare diligentemente alle votazioni e sabato con tutta probabilità diserterà l'assemblea costituente del «suo» (?) partito.

Del resto lo ha detto lui stesso: «Forse sono più uomo di governo e delle istituzioni che uomo di partito». Eppure Veltroni non scompare del tutto di scena. Martedì è stato per lui il giorno della commozione e anche del pianto (lacrime non viste da molti ma versate in un momento di tristezza). Ieri il leader che se ne va, non pareva però rinunciare a dire la sua. E a imporre uno stop a chi, nel coordinamento, chiedeva di andare al congresso anticipato e non alla soluzione ponte di un Franceschini segretario- reggente fino al congresso d'autunno. Sono stati Goffredo Bettini, Giorgio Tonini e Andrea Orlando a evocare e invocare le assise e le primarie per la scelta del nuovo leader. Fassino è restato silente, ma chi ci ha parlato sostiene che l'ipotesi del congresso anticipato tutto sommato non gli dispiaceva. Meglio tacere, però, anche perché il suo nome è circolato come quello di un possibile segretario di transizione al posto di Franceschini. Ai veltroniani che preferivano anticipare il «redde rationem », l'ex sindaco di Roma ha risposto così: «Abbiamo bisogno di un congresso vero, che non sia un confronto tra nomi ma tra piattaforme politiche e programmatiche, e questo ora non si può fare».

In privato, con i fedelissimi, Veltroni si è lasciato sfuggire anche un'altra spiegazione: se facciamo ora il congresso si arriva a Bersani, mentre la reggenza di Dario è una polizza contro questa soluzione. Non è che il segretario dimissionario abbia proprio convinto tutti. Goffredo Bettini, per esempio, ritiene che «andare alle elezioni dando un segnale di "rompete le righe" sia un errore» e per questo sarebbe necessario il congresso. Sia il coordinatore dell'esecutivo pd che Tonini e Orlando hanno comunque assicurato che per «lealtà» ieri non avrebbero parlato pubblicamente di questa loro tesi. Che, però, fa proseliti. I quarantenni sono d'accordo. La pensano così sia Andrea Martella che alcuni segretari regionali, come il lombardo Martina, perché nelle realtà locali la soluzione-ponte Franceschini non convince del tutto. Ma anche i Cacciari, i Burlando, i Cofferati sono perplessi. C'è pure una parte dei dalemiani che preferirebbe accelerare. E Francesco Rutelli ha più di un dubbio sull'opportunità di una reggenza: «Ci dovranno spiegare perché dovremmo votarla».

Tra gli ex Ds c'è il sospetto che alla fine Franceschini faccia il segretario sul serio, ossia che si candidi alle primarie. Bettini glielo ha chiesto in coordinamento. Lui non ha risposto: «Non ve lo posso dire». E c'è un altro dubbio che assale in queste ore una parte dei veltroniani. Che Franceschini non si candidi alle primarie e baratti questa sua rinuncia con Bersani per stringere un accordo con i dalemiani. Già, D'Alema. Che cosa ha intenzione di fare? Con alcuni interlocutori, ieri, l'ex ministro degli Esteri è stato assai chiaro: «Io non partecipo a questo dibattito. Ognuno si assuma le sue responsabilità. Mi hanno tenuto ai margini, e ora che si vuole da me? Il segretario e il coordinamento propongono Franceschini? Bene, sosterrò lui. Che altro devo fare?». Ostenta distacco il D'Alema che si defila dai tormenti pd. Ma lancia anche un ammonimento per il futuro: «Quando si tratterà però di fare la scelta vera del nuovo segretario si dovrà andare alle primarie».


Maria Teresa Meli
19 febbraio 2009

da corriere.it


Titolo: Passi perduti, «serve qualcuno di sinistra»
Inserito da: Admin - Febbraio 19, 2009, 06:39:46 pm
Passi perduti, «serve qualcuno di sinistra»

di Marcella Ciarnelli


La tramontana che spazza Roma sembra soffiare anche nel Transatlantico di Montecitorio dove i deputati attendono che il governo ponga un’altra fiducia, la tredicesima dall’inizio della legislatura, questa volta sul decreto “milleproroghe”. L’opposizione ha poco fiato per commentare questo altro schiaffo al Parlamento. C’è da fare i conti con l’addio di Walter Veltroni alla segreteria del Pd, motivata con argomenti e sentimenti. I deputati del Partito democratico si sentono, e lo sono, sotto i riflettori. Volti suri, sicuramente preoccupati. Qualche sorriso per cercare di sdrammatizzare una situazione imprevista anche da chi con il segretario che ha lasciato d’accordo lo sono stati poco o mai in questi mesi.

In prospettiva c’è l’assemblea costituente convocata per sabato. Fino ad allora sono destinate ad intrecciarsi le ipotesi oltre la strada indicata nel suo discorso finale da Veltroni medesimo. L’orientamento prevalente torna inesorabile nel lessico di un partito che con esso ha dovuto farci i conti nella vicenda appena conclusa sul caso Englaro. Questa volta l’orientamento prevalente è su un reggente, il vice che fu designato.

Si susseguono le riunioni, i capannelli. La soluzione a qualcuno va bene in nome della necessità di non creare altre lacerazioni in un partito che alla prova sembra far riemergere le due anime che non ce l’hanno fatta a diventare ancora una sola. Dispute sui rispettivi “tesori”, sulle sezioni, sui dipendenti, sulla linea da tenere in particolare sui temi che laici e cattolici da sempre hanno vissuto in modo diverso. I nodi mai risolti.

«In quest’aula non c’è più un segretario di partito che venga dalla sinistra», è un’amara considerazione colta al volo. Una battuta? In realtà, a ben vedere, se l’ipotesi Franceschini andrà a compimento, scomparsa nelle urne la sinistra radicale, con Veltroni via, non è che non sia vero. Anche se il ragionamento sul partito nuovo... Ma questa è anche la giornata dei rimpianti. E delle polemiche. Se Veltroni ha fallito perché la responsabilità non devono assumersela anche quelli che con lui hanno lavorato ai vertici in questi mesi? Chi non ha costruito le strutture portanti del partito la cui assenza ora costringe ad un interregno pericoloso date le scadenze elettorali ormai prossime? E il governo ombra decade o resta in campo? Domande di un pomeriggio gelido, e non solo per la temperatura esterna.

I Grandi assenti
Prodi, il presidente mai sostituito, ha scelto da tempo di tacere. Massimo D’Alema è stato il grande assente all’addio come Rutelli, però impegnato a Bruxelles. Si lavora sulle ipotesi e sulle possibilità che regole molto complicate rendono tutte possibili. L’investitura diretta potrebbe scontrarsi anche con candidature alla segreteria che sabato potrebbero essere messe in campo alla Fiera di Roma. La “Velina rossa” lancia Piero Fassino. Mentre Pierluigi Bersani, che ha mostrato di apprezzare le parole di Veltroni, potrebbe essere un altro candidato ad una segreteria ponte. Per tutti deve valere l’impegno a mettersi comunque in gioco con le primarie in ottobre, senza vantare diritti acquisiti. Ma ci potrebbero essere anche protagonismo imprevisti.

Per ora voci. Ipotesi. Confronto che rivela il disagio. Che sembra aver preso anche gli avversari. «Sono preoccupato, ora manca un interlocutore nell’opposizione» dice preoccupato il ministro Calderoli. E Silvio Berlusconi mostra la stessa ansia anche se le parole di Veltroni gli hanno fatta «passare la voglia di chiamarlo». Però «spero di trovare un interlocutore dall’altra parte».

19 febbraio 2009
da unita.it


Titolo: FRANCESCHINI
Inserito da: Admin - Febbraio 21, 2009, 05:56:18 pm
Parisi il suo unico sfidante. Anna finocchiaro: «Non è l'8 settembre che ci attende»

Franceschini nuovo segretario del Pd

Tensioni e contestazione in assemblea

Il vice di Veltroni eletto a grande maggioranza, dopo la decisione di saltare le primaria.

Resterà fino a ottobre

ROMA - Dario Franceschini è il nuovo segretario del Partito democratico. La sua elezione è avvenuta al termine dell'Assemblea nazionale del partito che, in mattinata, aveva deciso di nominare subito un nuovo leader, dopo le dimissioni di Walter Veltroni annunciate all'indomani della sconfitta elettorale alle regionali in Sardegna. Franceschini ha ottenuto 1.047 voti; il suo unico sfidante, Arturo Parisi, ne ha conquistati invece solo 92. I votanti sono stati complessivamente 1.258, meno della metà rispetto al numero di delegati che era atteso nei padiglioni della nuova Fiera di Roma per la convention democratica. Il nuovo leader avrà pieni poteri e nn sarà dunque un semplice reggente. Guiderà il partito nei prossimi mesi - caratterizzati dall'importante appuntamento delle elezioni amministrative ed europee - e lo traghetterà fino al congresso di ottobre. La decisione di votare subito un sostituto di Veltroni, evitando così l'indizione di primarie, come chiedeva una parte dell'assemblea, è stata decisa dall'assemblea stessa, con un voto che ha visto 1.006 delegati a favore dell'immediata votazione, a fronte di 207 no e 16 astenuti.

I DUE SFIDANTI - I candidati alla segreteria, dunque, sono stati solamente due: Dario Franceschini, appunto, che già nel corso del suo intervento di candidatura aveva parlato da segretario in pectore; e il prodiano Arturo Parisi, che ha chiesto di superare la crisi del partito, attribuita senza troppi giri di parole all'attuale dirigenza, Franceschini compreso. Molto critiche le prime reazioni delle altre forze politiche: il centrodestra profetizza altri mesi di sconfitte per il centrosinistra, mentre Rifondazione comunista teme che con un ex della Margherita alla guida del partito non vi sarà vera opposizione al governo, alla Confindustria e al Vaticano.


FINOCCHIARO: «SENZA PAURA» - «Noi non torniamo indietro, non abbiamo paura, non è l'8 settembre che ci attende - aveva affermato in precedenza Anna Finocchiaro aprendo i lavori dell'assemblea -. Noi non siamo un gregge che si disperde alla prima sassata. Quello di oggi è un evento straordinario e anche inaspettato, il passaggio più difficile che un giovane partito può trovarsi a affrontare e la scelta di tornare alla sovranità dell'assemblea è stata una scelta politica contro anche una rappresentazione di noi che viene data dai media: noi siamo capaci di affrontare questo momento in piena democrazia e senza isteria».

LA CONTESTAZIONE - Tuttavia qualche tensione la si è registrata. Gad Lerner, che sosteneva l'ipotesi di svolgere delle primarie, ha parlato del rischio «di farci ancora una volta molto male a non parlare con il Paese e a illuderci di trovarci compatti dietro un gruppo dirigente che ci ha portato di sconfitta in sconfitta». Lerner è stato autore di uno degli interventi più duri, che ha raccolto anche applausi scroscianti da una parte della platea. Rivendicando a viva voce le primarie, il giornalista ha chiesto polemicamente: «Come mai qui oggi non si presenta Bersani, per quando si annunciano le candidature? A cosa si rinvia la propria assunzione di responsabilità? Già una volta Bersani ha ammesso di aver fatto una grossa cavolata a non presentarsi non vorrei che oggi la facessimo noi, se ci chiudessimo dentro ad un gruppo dirigente che deve essere fortemente ricambiato. Il problema vero del paese oggi è un'opposizione che non c'è». L'intervento di Lerner ha riacceso gli animi, dando il via ad una contestazione da parte di un gruppetto di delegati. Al grido di «andate a casa» e «primarie, primarie», alcuni partecipanti all'assemblea nazionale hanno poi interrotto l'intervento di Ermete Realacci, a sostegno della elezione di Dario Franceschini.

VOTO SEGRETO - Le urne sono rimaste aperte dalle 15 alle 16,30, mezz'ora in meno del previsto dato che la gran parte dei delegati ha votato nella prima parte del tempo a disposizione. L'elezione si è svolta a scrutinio segreto. Franceschini è ora segretario a tutti gli effetti e con pieni poteri, anche se la sua permanenza alla guida del partito sarà inizialmente limitata a un periodo di circa otto mesi, fino a quando a ottobre il congresso del Pd chiamerà a raccolta i delegati delle sezioni di tutta Italia per la definizione della linea politica e la scelta del nuovo leader. Sarà solo in quell'occasione che potrebbero uscire allo scoperto anche altri nomi di spicco del Pd - Bersani su tutti - che in questa fase di transizione hanno preferito non esporsi in prima persona.

M.Le./Al. S.
21 febbraio 2009

da corriere.it


Titolo: Pd, la sfida di Franceschini "Non ho padrini, serve unità"
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2009, 10:56:33 am
Alla Fiera di Roma l'assemblea nazionale dei democratici

"Dentro il nuovo, basta divisioni. Diciamo grazie a Veltroni"

Pd, la sfida di Franceschini "Non ho padrini, serve unità"

di MATTEO TONELLI

 
ROMA - Guardarsi in faccia senza negare la crisi. Ripartire, o provare a farlo.
Perché non è l'ora delle emozioni ma della verità. Conscio "della sua fragilità" ma senza, per questo, disposto "a scendere a patti". Davanti alla platea dell'assemblea nazionale del Pd che l'ha eletto segretario Dario Franceschini disegna quello che sarà il filo rosso del suo mandato. Che sarà a termine, fino al congresso di ottobre.
Ma che non sarà, giura Franceschini, quello di un mero reggente, di un segretario dimezzato. Magari facile preda "delle oligarchie" del partito.

E' tarda mattina quando Franceschini sale sul palco. L'assemblea, a larghissima maggioranza, ha appena deciso di puntare sull'elezione del segretario archiviando la richiesta di primarie immediate. L'ex vice di Veltroni sa che dal voto non usciranno sorprese. L'altro candidato, Arturo Parisi, scende in campo solo "per rompere l'unanimismo". Sa di avere addosso gli occhi di tutti. Dei big del partito che lo ascoltano in platea e della base di un partito che cerca di uscire dal caos. E allora mette uno dietro l'altro quelli che saranno i principi cardine del suo mandato.

Prima, però, c'è da rassicurarare gli elettori. Convincerli che non c'è nessun 8 settembre del Pd: "Non è il momento della delusione, della paura, della fuga ma quello della raccolta delle forze per dare vita ad un alunga battaglia civile". Ci tiene Franceschini a fugare lo spettro delle divisioni, dei passi indietro. Quello che vuol fare è un partito aperto, che guardi al territorio, dove "le personalità saranno coinvolte", certo, ma una cosa deve essere chiara: "Non ho fatto patti, non avrò padrini e protettori, non sono qui per preparare il mio futuro personale". La sala esplode in un appaluso. Ma Franceschini avverte: "Non faccio trattative e chi batte le mani adesso non mi chieda domani di nominare qualcuno".

Poi lo sguardo volge al passato. Anche se recente. Alle difficoltà del Pd, alle dimissioni di Veltroni ("i suoi errori sono i miei errori"). A Romano Prodi e all'Ulivo di cui rivendica l'esprienza. Il presente, invece, assume le forme dell'affondo contro Berlusconi e il suo governo "che nega la crisi e che vuole diventare padrone dell'Italia, sfruttando una ragazza morente per attaccare la Costituzione". Ma anche alla Chiesa il cattolico Franceschini manda precisi segnali rivendicando la laicità dello Stato. Parole che la sala accoglie con un lungo applauso. E che fanno storcere il naso alla teodem Binetti.

Ma è al Pd che oggi bisogna guardare. A quello che non sarà più e a quello che diventerà. E allora basta con il partito leggero, meno internet e più militanza, con un forte radicamento sul territorio. Un partito che farà a meno del governo ombra varato da Veltroni. Che userà le primarie, certo, ma che abbia dirigenti che si facciano carico delle responsabilità. "E soprattutto basta con le interviste sulle nostre divisioni - tuona Franceschini tra gli applausi - gli scontri si fanno in casa e non sui giornali e sulle televisioni".

Ed è a questo punto che arriva il richiamo all'unità. L'assicurazione che indietro non si torna: "Abbiamo costituito non soltanto un nuovo contenitore ma una casa nuova, comune. Non abbiate paura, non ci saranno crisi, risultati negativi, o scontri tra dirigenti che ci possano far pensare che si torni indietro dalla scelta di una casa comune".

Lex vice di Veltroni si avvia a concludere. All'inizio aveva confessato di non aver dato retta a chi lo consigliava di fare un discorso che puntasse l'emotività.
Ma alla fine quando annuncia che il suo primo atto da segretario sarà quello di giurare sulla Costituzione davanti alla lapide dei 13 partigiani trucidati dai fascisti a Ferrara nel 1943, la voce gli si incrina per un attimo. Solo un attimo però perché oggi, in questo grande capannone, non è davvero il tempo delle emozioni. Semmai quello di rimboccarsi le maniche.

E, in serata, a elezione avvenuta (con 1.047, Parisi ne ha avuti 92) Franceschini si lascia andare all'ottimismo: "E' tornata la voglia di cambiare. Aveva ragione Walter, serviva una scossa e il suo è stato un atto d'amore. Adesso è la stagione dell'unità, possiamo guardare al futuro".

Poi lascia l'Assemblea diretto proprio a casa Veltroni. Il grande assente di oggi, il suo riferimento fino a ieri.

(21 febbraio 2009)
da repubblica.it


Titolo: Dall'impegno cattolico all'asse con i dalemiani. Chi è Franceschini
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2009, 11:19:21 am
22/2/2009 (7:10) - PERSONAGGIO

Dario, il maestro Zaccagnini e il compagno Bratti
 
Dario Franceschini nel 2007 è diventato vicesegretario del Pd

Dall'impegno cattolico all'asse con i dalemiani. Chi è Franceschini

MATTIA FELTRI
ROMA


Bisognerebbe chiederlo ad Alessandro Bratti, deputato del Pd che da ragazzo era a scuola con Franceschini, allo Scientifico Roiti di Ferrara, e siccome era comunista - e Dario democristiano - gli dava fuoco alla copia del “Popolo”. Se Dario possa farcela, ecco, bisognerebbe chiederlo a Bratti, perché poi i due divennero amici e nel ‘94 provarono a prendersi la città. Dario, nel frattempo, aveva incontrato il suo maestro: Benigno Zaccagnini. Erano lontani i tempi - gli anni Cinquanta - in cui suo padre Giorgio prendeva la bicicletta e di nascosto dai comunisti, per evitar mazzate, andava in provincia ad attaccare i manifesti della Dc insieme con i preti. Dario era uno che negli anni Settanta (è nato nell’ottobre del 1958) circolava per Ferrara con la barbetta rossa e indosso l’eskimo (e il “Popolo” in tasca, prima dell’attentato di Bratti), e insomma, era un Partito democratico ambulante. Si invaghì di Zaccagnini (“il fiore è di nuovo bianco”, disse Zac incantando i ragazzi), della sua idea che con i comunisti ci volesse concorrenza e confronto, del suo richiamo alla questione morale, proprio come Enrico Berlinguer. E dunque, ormai cresciuto, nel ‘94 Franceschini scansò con rabbia la corsa in solitaria del Partito popolare - e Silvio Berlusconi esordì alla vittoria - e con i Cristiano sociali imbarcò i Laburisti e i Verdi, e c’era anche Bratti, e provò la corsa a sindaco. Ora a Ferrara dicono che la sua parsimonia (in realtà sono meno eufemistici) gli precluse il trionfo: gli sarebbe bastato un milione di lire in più in manifesti e l’avrebbe spuntata.

Ma, forse, gli è andata meglio così, ora che gli capita di applicare lo schema Bratti-Zaccagnini alla leadership del Pd. Perché c’era, e c’è, specialmente questa sterminata base diessina della Toscana e della sua Emilia che si vede tutto sfuggirgli dalle mani: il cattolico Matteo Renzi candidato a Firenze, Massimo Carlesi dell’Azione cattolica a Prato, un repubblicano a Forlì, il prodiano Flavio Delbono a Bologna. E ora un cattolico anche alla guida del partito. Non saranno queste cose a impressionare Franceschini. Come scrisse Lucia Annunziata, ha una faccia da bravo gitante della domenica che piace alle mamme ma non alle figlie. E, come dicono a Ferrara, ha la capacità scientifica di stare in prima fila senza stare in primo piano. E cioè, per intenderci, è uno che ha sposato una bella e agiata figlia della sua terra, Silvia, figlia di medico, che gli ha dato due bimbe e ogni sera, cascasse il mondo, lo obbliga a portare il bastardino Dado a far bisogni in piazza Barberini, a Roma, dove abitano. Dunque l’uomo è temprato anche per ragioni familiari. La mamma Gardenia, per esempio, va in giro dicendo che Dado è il cane più brutto del mondo. Ed è una signora perbene, così perbene che quando il Carlino ha scritto che Dario era un secchione, e a scuola era sempre il primo della classe, telefonò infuriata in redazione - «quante stupidaggini scrivete!» - per precisare che allo scientifico si era diplomato col 36. Quanto al padre, deputato per una legislatura, è avvocato molto riverito, una specie di topo di biblioteca e, ora che gli anni pesano e camminare gli costa, s’è tramutato in un mago di Internet e naviga nel sito della biblioteca del Congresso americano.

Senza dire del nonno fascista. Adesso, spiegano gli amici, Franceschini sa che il plebiscito con cui è diventato segretario costituisce un trionfo ambiguo: lo hanno votato tutti, e tutti avranno qualcosa a pretendere. Lui, infatti, annuncia l’azzeramento del gruppo dirigente e lo ricostruirà col bilancino, coi bindiani, coi rutelliani, coi lettiani, coi veltroniani, specialmente coi dalemiani. «Non chiudo nessuna porta», dice, e cerca di superare le recenti tortuosità del partito immaginando il Pd in Europa con i socialisti, ma in un gruppo più ampio, e dicendo la sua - con qualche chiarezza - sul testamento biologico: nutrizione e alimentazione non sono accanimento terapeutico, ma si sospendano se il malato ne fece indubbia richiesta. Basterà? Ce la farà a cancellare tutte queste paure della base, queste acrimonie della nomenclatura, queste indecisioni nel dibattito quotidiano? Ce la farà a superare le Europee senza suicidarsi? Ce la farà, soprattutto, a non essere il servo sciocco dei pretendenti alla leadership? Con il poco che sia ha disposizione per valutarlo, visto che il profilo politico - conciliare, don milianiano - e la carriera non incantano, si può intanto ricordare che «Nelle vene quell’acqua d’argento» è un romanzo di certo migliore di qualsiasi libro di Walter Veltroni, e infatti fu tradotto in Francia da un santuario della cultura come Gallimard e premiato con lo Chambery. Veltroni non lo ha mai confessato, ma invidiò il suo vice. Adesso, probabilmente, non lo invidia più.

da lastampa.it


Titolo: Colloquio con Dario Franceschini
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2009, 06:15:13 pm
Colloquio con Dario Franceschini


I posti in seconda classe erano tutti esauriti. Pazienza, si va in prima. «Ma quando vado a Ferrara con la mia famiglia viaggio sempre in seconda», puntualizza Dario Franceschini. Manca poco alle 10 del mattino, stazione Termini, domenica mattina, binario 6, il segretario del Pd, nel suo primo giorno da leader. «Auguri», si fa avanti un signore. «Ce n'è bisogno», risponde lui. Impermeabile nero sopra il completo grigio fumo, cravatta rosso scuro, quell'aria da buona borghesia padana che forse lo rende poco carismatico, ma che può essere anche un punto di forza.

Di questo almeno è convinto suo padre Giorgio, avvocato come lui ed ex partigiano cattolico, 87 enne che gira ancora in bicicletta: «Si è preso una bella rogna, ma sarà difficile incastrarlo, anche per Berlusconi. Dario è molto più forte di quanto non sembri». «Lui e la mamma mi hanno visto da casa su Youdem, hanno pianto come due fontane», confida Franceschini junior mentre l'Eurostar corre verso le sue nebbie. Parla del nonno podestà fascista, di sua figlia, «mia madre, che ha sposato un partigiano», di comunisti e democristiani che «in Emilia alla fine si volevano un bene dell'anima perché c'era una base di valori condivisi: l'antifascismo,la Costituzione, la laicità». Ecco, quei valori «prima di Berlusconi nessuno li metteva in discussione, non erano di parte ma di tutti». Ora no, il Cavaliere «per 15 anni ha predicato valori distorti, con il controllo dei media ha sabotato questo sentimento costituzionale». «Questo sarà il nostro principale obiettivo: ricostruirlo».

Le europee saranno un banco di prova decisivo: «Se il Pd prende una botta forte, se c'è un plebiscito per il centrodestra, cosa fa il giorno dopo Berlusconi? Prende il piccone sul serio e cambia la nostra Costituzione, rompe l'equilibrio tra i poteri, li concentra in una sola persona. La Sardegna è stata la prova generale. La controprova è Fini: dice cose normali e sembra un eroe». Si torna all'antiberlusconismo e al voto "contro"? «Io non so neppure cosa vuol dire antiberlusconismo, so perfettamente cos'ha in mente lui, forzare le regole. E noi dobbiamo chiamare a raccolta tutte le opposizioni per difendere la democrazia italiana. Alle europee mi va bene anche un voto contro, alle alleanze penseremo dopo».

Sarà opposizione dura«Certo, se fanno le ronde e restano immobili sulla crisi economica, mi pare che avremo poche occasioni per dire dei sì. Legalizzare le ronde prima che esistano è un incitamento a creare una milizia parallela. Se le fanno i naziskin chi li controlla? Per la sicurezza, che è sacrosanta, io voglio più fondi per polizia e carabinieri. Contro le ronde faremo una battaglia dura, anche in piazza». I rapporti con Casini e il suo sogno di un centro stile Kadima? «Dal Pd non ci andrà nessuno, l'idea che Rutelli e Letta possano seguirlo è una cavolata, criticare non significa tradire. E' Casini che deve decidere da che parte stare, non noi. Ma lo conosco da 30 anni, prima di decidere aspetterà fino all'ultimo secondo».

Sul Pd è prudente: «Io voglio salvare la baracca, insieme agli altri, non da solo. Lo so anch'io che ci voleva subito un leader eletto dal congresso, ma non c'era il tempo». E la base come reagirà? «La base non è solo il popolo di Internet, quei 1300 dell'assemblea cosa sono? Io non ci avrei scommesso una lira che venivano così in tanti, convocandoli tre giorni prima. Non sono stati eletti con le primarie? Guai se un politico si fa guidare solo dai sentimenti del popolo dei blog». «No, non mi stupiscono tutti quei voti da una assemblea che in maggioranza proviene dalla storia dei Ds: ci siamo mescolati a una velocità impressionante, e il merito è di Walter che ha lavorato sul terreno fertile dell'Ulivo». E lì cosa farà in ottobre? «Ci sono le europee, la costruzione del partito da completare, il congresso da organizzare. Se ci riesco ho raggiunto il mio traguardo».

23 febbraio 2009
da unita.it


Titolo: Franceschini, l'antiberlusconismo e la prova delle riforme
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2009, 06:16:39 pm
Franceschini, l'antiberlusconismo e la prova delle riforme

di Emilia Patta
 
 

Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato: «La solita solfa annacquata, che fa cadere le braccia a chi invece si aspettava una nuova opposizione che all'antiberlusconismo avesse sostituito un dialogo costruttivo basato sui fatti e non sulle solite menzogne». Ignazio La Russa, ministro della Difesa: «Franceschini si è racchiuso nell'antiberlusconismo e ha fatto una sceneggiata con una ritualità che nemmeno nel '68 si faceva più». Paolo Bonaiuti, sottosegretario azzurro alla Presidenza del Consiglio: «Il solito minestrone dell'antiberlusconismo».

Il neosegretario del Pd Dario Franceschini che giura sulla Costituzione davanti al padre partigiano e accusa il premier Silvio Berlusconi di essere contro la Carta non è piaciuto al Pdl. E gli esponenti della maggioranza hanno buon gioco ad accusare i Democratici di svolta antiberlusconiana dopo le aperture di Walter Veltroni sul tema delle riforme, dal federalismo ai regolamenti parlamentari al premierato soft previsto dalla "bozza Violante".

In effetti, dalla "svolta" laica sul testamento biologico alla crescente attenzione ai temi sociali ed economici, si intravvede una curvatura di sinistra nella strategia del neo leader, in queste ore impegnato a definire i nuovi organismi di partito dopo l'azzeramento del governo ombra e del coordinamento. Una curvatura di sinistra che un ex popolare può forse permettersi, e che punta chiaramente a evitare fughe a sinistra o nell'Idv ai prossimi appuntamenti elettorali di primavera.

Eppure il volto dell'ex allievo di Zaccagnini appare rassicurante agli interlocutori centristi. Come dimostra stamane l'intervista di Pier Ferdinando Casini al Corriere della sera: se da una parte il leader dell'Udc ribadisce che «per battere Berlusconi è sbagliato demonizzarlo» e che «il dialogo diventa difficile se nel rapporto con i sindacati si sceglie la piazza della Cgil e sulla riforma della giustizia si sta con Di Pietro», dall'altra apre significativamente alla candidatura del giovane Matteo Renzi a sindaco di Firenze: «A Firenze, con Renzi, l'alleanza è possibile».

Resta da vedere l'effetto che questo rialzarsi di toni antiberlusconiani avrà sul cantiere riforme aperto in Parlamento. A cominciare dal federalismo fiscale, alla Camera dopo l'astensione del Pd in Senato. Dalla scelta del relatore di minoranza e dalle prime posizioni che prenderà si potrà capire l'aria che tira. Va ricordato che l'astensione voluta da Veltroni a gennaio è stata fortemente osteggiata dalla sinistra del partito e da Massimo D'Alema, che invocava il voto contrario. Vedremo nei prossimi giorni se con il leader cambierà anche la linea.

da ilsole24ore.it
 
 


Titolo: Cammino difficile per Franceschini
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2009, 06:17:50 pm
Il neosegretario del Pd alle prese con il "fuoco amico"

L'Unità: "Elettori arrabbiati per quello che è successo sabato"

Cammino difficile per Franceschini

Tra primarie mancate e scetticismo

Ma D'Alema: "Sono fiducioso che saprà affrontare il cammino


ROMA - Se non è "fuoco amico" poco ci manca. Svaniti gli applausi del giorno dell'elezione i primi passi di Dario Franceschini alla guida del Pd sono segnati da mugugni e critiche che lasciano il segno. E non quelle, attese, del Pdl. Quanto quel misto di scetticismo e diffidenza che traspare da chi, a Franceschini, dovrebbe essere più vicino. Basta dare un'occhiata alle prime pagine di giornali come l'Unità e il Riformista per avvertire un netto sentore di una neppur tanto velata perplessità sulla scelta del Pd. Un rimpianto che sfocia nella critica per non aver dato retta alla base del partito che chiedeva le primarie. Ancora stamattina il quotidiano diretto da Concita de Gregorio insiste, sottolineando "la rabbia del web" e rimarcando "la rabbia degli elettori per quanto accaduto sabato".

Freddina Emma Bonino che definisce il segretario "non brillantissimo", mentre Massimo Cacciari va giù duro: "Era la soluzione più scontata e anche la peggiore. Almeno le primarie avrebbero creato un pò di movimento anche se non sarebbero andate assolutamente bene. L'unica soluzione era il congresso. Ma così hanno deciso... Pace all'anima loro. Certo che un partito chiamato a decidere il leader tra Franceschini e Parisi rasenta il ridicolo". E se da Firenze Matteo Renzi, vincitore delle primarie per la candidatura a sindaco della città, definisce Franceschini "un vicedisastro", ricordando il suo passato di numero 2 di Veltroni e beccandosi i rimbrotti di molti democratici, Livia Turco, che Franceschini l'ha votato, ribatte: "La scelta di non andare subito alle primarie è stata necessaria "perchè in questo momento sarebbero state un disastro, avrebbero significato il dissolvimento del Partito democratico". Mentre al fianco del segretario si schiera Massimo D'Alema: "Sono fiducioso sul fatto che Franceschini saprà affrontare i problemi".

Dunque un clima difficile per il neosegretario. Alle prese sia con la scelta della squadra che lo accompagnerà durante il suo mandato (pare che i big faranno un passo indietro), sia con la questione dei rapporti con le altre forze di opposizione. Con Rifondazione, per bocca del segretario Ferrero, che vede Franceschini "in continuità con l'impronta veltroniana. Mi sembra che non gli passi neanche per l'anticamera del cervello di fare qualcosa di sinistra". E con Di Pietro che taglia corto: "Franceschini ha scoperto il pericolo Berlusconi? Non è mai troppo tardi".

Testamento biologico. Franceschini incontrerà domani il gruppo del Pd al Senato per cercare una posizione unitaria sul testamento biologico. A quanto si apprende da fonti parlamentari, l'incontro si dovrebbe svolgere entro le 14, ora in cui è fissata la riunione della commissione sanità per un primo esame degli emendamenti presentati oggi al testo della maggioranza.

(23 febbraio 2009)
da repubblica.it


Titolo: Prima di parlare di Dario Franceschini vorrei fare ad alta voce ...
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2009, 06:22:58 pm
22/02/2009 12:30

Dipende da noi


Prima di parlare di Dario Franceschini vorrei fare ad alta voce un paio di domande.

La prima prevede un'osservazione preliminare. Non c'è nessun dubbio, nessuno, che la base del partito (gli iscritti, pochi, i simpatizzanti, molti, gli elettori, diversi milioni) preferisse le primarie. Trasformare la crisi in un'opportunità. Anche i giovani dirigenti del Pd, a maggioranza, lo chiedevano. Dodici di loro - tra i 25 e i 45 anni, 45 è già l'età della presbiopia ma in Italia sono giovani - sono stati qui al giornale per un Forum. In dieci hanno chiesto le primarie, congresso subito. Ieri all'Assemblea c'erano presidenti di circoli che depositavano sul tavolo di Anna Finocchiaro raccolte di firme. Se qualcuno avesse un dubbio e un computer può fare un istruttivo giro tra i blog, nei commenti lasciati dai lettori dell'Unità. Il più educato rimprovera Bersani per non essersi candidato, «furbo aspettare l'autunno, comodo lasciare ad altri il compito di andare alla sconfitta anziché provare ad evitarla. Per poi cosa, dopo: per dire col dito alzato l'avevo detto?».

Sì: il popolo del web è radicale. È vero: la base è umorale. Però è la base, sono i dodici milioni di «patrimonio inestimabile». Allora la domanda è: una classe dirigente che voglia «radicare il partito sul territorio e ascoltare le domande che salgono dal paese», come diceva bene ieri Piero Fassino, come pensa di farlo se ignora la prima e la più forte delle richieste? Il vizio - la presunzione - di pensare che gli elettori siano stolti, che siano da indirizzare secondo logiche che non possono capire porta lontanissimi dal consenso, per usare una categoria più interessante porta lontano dalle radici della democrazia. Lo dicono a destra la Lega, ormai padrona nelle fabbriche del Nord, lo dice Di Pietro. Ameno che, ipotesi B, il piano occulto non sia quello di fingere di salvare il salvabile per andare al minimo storico, invece, a un risultato elettorale che giustifichi l'azzeramento del progetto, consumi definitive vendette personali e rimetta in gioco prospettive archiviate.

La seconda domanda, di fronte a una platea dimezzata, è dove fossero i 1300 delegati mancanti, ieri. Siccome i paladini della prudenza e della pur legittima convenienza che hanno scelto per un segretario subito erano tutti lì, 80 contro 20 il risultato, il sospetto è che quelli che volevano le primarie siano rimasti a casa. Perché avevano altro da fare, perché è più facile dire state sbagliando che mettersi in gioco. Se fosse così ha ragione chi ha deciso per loro. Se non fosse così ha ragione lo stesso: la maggioranza è questa. Dario Franceschini nasce dc, certo, il suo maestro è Zaccagnini. Un uomo di nome Benigno, che auspicio raro. Ha fatto un bel discorso, ieri. Onesto, pulito. Il gruppo Pd andrà alle europee poi proverà a costituire un gruppo di «Socialisti e democratici». Ce la farà? Non lo sappiamo. «Non dipende solo da noi», ha detto. È vero. Però dipende anche da noi. Veltroni se ne è andato, c'è chi ha pensato di lasciare a Franceschini la croce. Vai avanti tu, eccetera. Però ride bene chi ride ultimo, recita un altro detto. Azzardo: lo sottovalutano. A ottobre mancano otto mesi, una gestazione. Potrebbe portare alla luce il «volto nuovo» che i sondaggi reclamano. Potrebbe farsi avanti da solo, il nuovo, senza bisogno di baciare pantofole. Potrebbe essere già qui
solo che non lo vediamo. Non dipende solo da noi, è vero. Sempre, però, dipende anche da noi.


Concita De Gregori
da unita.it


Titolo: Franceschini: più poteri alla periferia e niente "caminetti"
Inserito da: Admin - Febbraio 24, 2009, 11:43:00 pm
Pd, le mosse di Franceschini: più poteri alla periferia e niente "caminetti"
 
 
 
 di Nino Bertoloni Meli


ROMA (24 febbraio) - No, non c’è ressa per far parte dei nuovi organismi del nuovo segretario del Pd. La parola d’ordine è ”pax interna”, niente sgomitamenti, niente sgambetti, si lavora tutti d’accordo per la ditta. Dario Franceschini non ha fretta, vuol fare le cose per bene e senza strappi, tanto che il suo attuale capo segreteria, Antonello Giacomelli, ha potuto annunciare che il nuovo organigramma non vedrà la luce prima del fine settimana, «tra domenica e lunedì». Non che ci sia aria di provvisorietà o di qualcosa di transeunte, questo no, ma neanche quella corsa a salire sul carro per farsi vedere e dire ”io c’ero”.

La stella polare di Dario aspirante pacificatore è di arrivare alla duplice scadenza europee-amministrative cercando di limitare al minimo i danni e la caduta di profitti per la ditta, in modo da poter dire almeno ho evitato la bancarotta. E se l’obiettivo diventa amministrative o morte, quale migliore occasione per riscoprire e portare in auge il ”partito del territorio” anziché il ”partito degli oligarchi”? Da qui la prima decisione che al Nazareno sede del Pd sta maturando nella testa del neo segretario: dare un peso maggiore, valorizzare l’apporto dei segretari regionali che, nominati in gestione Veltroni hanno la caratteristica non trascurabile di essere stati eletti con le primarie e di non essere quindi usi a obbedir e basta a seconda di chi sia il leader di turno.

Il vero nuovo organismo franceschiniano sarà dunque un qualcosa che esiste già ma che verrà valorizzato molto più di prima, con convocazioni e riunioni più frequenti.

E i cosiddetti big? I Marini, Rutelli, D’Alema che hanno avuto ruoli di primo piano in passato? Avrebbero fatto sapere di non essere interessati a incarichi esecutivi e neanche a far parte di organismi di qualsiasi tipo, gli piacerebbe solo essere consultati o convocati ogni volta che ci sia da prendere qualche decisione importante, come già accaduto per la questione Pse o sul testamento biologico. Niente caminetti o sinedri dei saggi. C’è piuttosto il problema della ricollocazione dei ministri ombra ormai a spasso perché sciolti, si tratta di 24 persone piombate nel precariato politico, almeno per una buona metà.

Franceschini sta pensando a un organismo politico che sostituisca anche il disciolto coordinamento, un organismo di una trentina di persone tra dirigenti politici e responsabili di settore, gli ex diessini spingono perché si faccia assolutamente non tanto per ”condizionare” il segretario che altrimenti agirebbe giornalmente sciolto da vincoli organizzitivisti, quanto per assicurare una gestione più collegiale, completa e complementare della transizione. In questo organismo, che si chiamerà ufficio politico o esecutivo, dovrebbero trovare posto il nuovo responsabile organizzativo Maurizio Migliavacca, i responsabili di altri settori importanti tipo comunicazione, mezzogiorno e simili più, se si faranno convincere, alcuni amministratori di grido tipo Sergio Chiamparino, Vasco Errani e Michele Emiliano, per il quale si parla di affidargli il settore del mezzogiorno al posto di Sergio D’Antoni che dovrebbe andare a dirigere il Pd siciliano. Nell’esecutivo dovrebbero pure trovare posto dirigenti come Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Beppe Fioroni, Rosy Bindi, nonché Giorgio Tonini come superstite veltroniano e il giovane portavoce del partito Andrea Orlando.

E’ rientrata invece, se mai ci fosse stata, la tentazione di andare a un ricambio dei capigruppo, Anna Finocchiaro al Senato e Antonello Soro alla Camera: l’ipotesi circolata di Bersani capogruppo dei deputati e magari Rutelli dei senatori si è arenata sul nascere, oggi i due capigruppo vedranno Franceschini e tutto dovrebbe rientrare, e se qualcuno osasse andare a proporre alla Finocchiaro la presidenza dell’assemblea costituente, si sentirebbe rispondere che si tratterebbe di una carica che non esiste di un organismo inesistente, condita magari da qualche improperio in catanese.

Col tempo, ma neanche troppo in là, il neo segretario dovrà tornare ad affrontare il nodo capilista alle Europee: se Piero Fassino rimane fisso al Nord ovest; se Pierluigi Castagnetti traballa al Nord est; se al centro risulta confermato Leonardo Domenici seguito da Goffredo Bettini e nelle isole Luigi Cocilovo, al Sud era previsto Veltroni e quindi adesso dovrà trovarsi un altro capolista. 

da ilmessaggero.it


Titolo: Azzerati il governo-ombra e il coordinamento
Inserito da: Admin - Febbraio 24, 2009, 11:47:31 pm
«È un ORGANISMO snellO e decisa in fretta, perché mancano solo 100 giorni alle europee»

Pd, Franceschini vara la nuova segreteria

Chiamparino ed Errani tra i 9 membri

Entrano anche Martina e Melilli.

Azzerati il governo-ombra e il coordinamento
 

ROMA - Una segreteria snella, di nove persone, decisa «in solitudine» e «in fretta, perché mancano solo cento giorni alle europee». Azzerati i vecchi organismi dirigenti, dal coordinamento al governo ombra, il nuovo segretario del Pd, Dario Franceschini, presenta l'organismo che guiderà il partito, organismo scelto «senza trattare con nessuno», e attingendo dai territori in base alle funzioni istituzionali.

I 9 MEMBRI - Oltre che da Franceschini, la nuova segreteria sarà composta da Vasco Errani, presidente della regione Emilia Romagna; Sergio Chiamparino, sindaco di Torino; Fabio Melilli, presidente della provincia di Rieti; Maurizio Martina, segretario regionale del Pd della Lombardia; Elisa Meloni, segretario provinciale del Pd a Siena; Federica Mogherini, parlamentare; Giuseppe Lupo, consigliere del Pd in Sicilia dove il partito è all'opposizione. A Maurizio Migliavacca va la direzione dell'area organizzazione. 
 
La segreteria, ha spiegato Franceschini, sarà l'organo politico del partito che «lavorerà a stretto contatto con i venti segretari regionali del Pd» in riunioni che si terranno a scadenza settimanale. Il primo di questi incontri avverrà già mercoledì pomeriggio.

AZZERATO IL GOVERNO OMBRA - Franceschini ha poi spiegato che dopo l'azzeramento del governo ombra verranno scelti dei responsabili di aree tematiche: «Per queste funzioni - ha detto il segretario del Pd - ricorrerò soprattutto all'esperienza e ai parlamentari, perché queste problematiche vengono affrontate in Parlamento». Nessun cambio, invece, per i capigruppo alla Camera e al Senato: «Su questo argomento - ha sottolineato Franceschini - i gruppi sono sovrani ma la mia opinione è che è bene non inserire elementi di instabilità in questo momento. E poi Antonello Soro e Anna Finocchiaro hanno lavorato bene. Tra l'altro - ha concluso - nessuno mi ha mai posto il problema dei capigruppo».


24 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: Testamento biologico, Franceschini: «Linea comune del Pd»
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2009, 09:53:27 am
Testamento biologico, Franceschini: «Linea comune del Pd»


La linea c'è, ferma su molti punti. Soprattutto su uno: respingere il testo della maggioranza sul testamento biologico. «C'è unanime convinzione che l'impianto del testo base della maggioranza sul testamento biologico sia da respingere». Il segretario del Pd, Dario Franceschini, spiega così la posizione del partito al termine della riunione a Palazzo Madama con i componenti del Pd in Commissione Sanità.

«L'emendamento del Pd è largamente condiviso ed è stato firmato da otto senatori su dieci». Lo riassume il segretario del Partito democratico, Dario Franceschini, che ha lasciato la riunione dei membri democratici della commissione Sanità al Senato riuniti sul testamento biologico. Franceschini ribadisce poi che al di la della posizione prevalente nel Pd, c'è «il massimo rispetto» delle posizioni differenti.

«Noi in questi mesi abbiamo fatto una lunga discussione sul testamento biologico e partendo da posizioni diverse, grazie ad un lavoro positivo, siamo arrivati ad una posizione largamente prevalente che ci vede uniti su 14 punti su 15. Questa posizione prevalente è stata tradotta in un emendamento che è stato firmato - conclude -da otto senatori su dieci» facenti parte della commissione Sanità a Palazzo Madama.

Il neo segretario invita infine i giornalisti «a smetterla di leggere di fronte a ogni dichiarazione su un tema così delicato e su cui uno risponde alla propria coscienza chissà quale manovra politica, non è corretto né onesto». Il segretario parla in particolare delle posizioni espresse da Francesco Rutelli sul tema dell'alimentazione e idratazione artificiale. «Ho letto sulla cronaca le posizioni che ha assunto Francesco Rutelli - dice- non fa parte della commissione ma ha espresso alcune sue posizioni che vanno assolutamente fino in fondo rispettate perché hanno totale legittimità».

Ma pochi minuti dopo l'intervento di Franceschini, arriva la netta presa di posizione dell'onorevole Paola Binetti: «Nel Pd c'è la tentazione di convertire la posizione prevalente nella posizione unica. Io sostengo che il più importante dei diritti umani è la vita, mentre c'è una posizione che marginalizza questo perché riesce a riportare come plausibile la legittimazione del suicidio assistito. Io voterò certamente a favore del testo di legge Calabrò sostenuto dal centrodestra».

Sul tema interviene anche Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd: «Su questo voglio essere chiara. Finché sarò presidente del gruppo garantirò sempre la dignità e la libertà di espressione delle posizioni anche diverse di tutti i senatori, come è normale che accada in un grande partito».  Ai giornalisti che gli chiedono delle divisioni interne, Finocchiaro replica così: «Se qualcuno cominciasse a occuparsi delle divisioni del centrodestra forse sarebbe più interessante che occuparsi invece delle divisioni chirurgiche del centrosinistra».

24 febbraio 2009
da unita.it


Titolo: Bindi: sarà un leader di garanzia, finito il finto unanimismo
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2009, 05:42:07 pm
22 Febbraio 2009

Bindi: sarà un leader di garanzia, finito il finto unanimismo

da Il Messaggero

Rosy Bindi il 14 ottobre si candidò, non da sola, contro Veltroní. Ora ha detto sì a Franceschini.

E spiega perché:
«Io non sono entrata in maggioranza. La mia adesione all'elezione di Dario è esattamente il contrario: è la fine della maggioranza del 14 ottobre. Il mio giudizio su come si è svolta l'assemblea è positivo. Finalmente si è discusso serenamente, si è votato... Le altre volte era liturgia, stavolta è stato un momento di confronto vero. Adesso credo che ci sia bisogno di spiegare ai nostri militanti, alla nostra gente, il perché di questa scelta. Non una decisione delle oligarchie, bensì una scelta di responsabilità in un momento difficile, un segretario di garanzia per il congresso».

da www.democraticidavvero.it


Titolo: Un Pd così può andare avanti ma non si può andare avanti così»
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2009, 11:23:40 pm
«Un Pd così può andare avanti ma non si può andare avanti così»

Da Testaccio a Trastevere, viaggio nelle sezioni dove il popolo dei democratici sbanda ma non molla


 di Mario Ajello



ROMA (25 febbraio) - «Un partito così può andare avanti, ma un partito non può andare avanti così». Chi lo dice? E’ una battuta di Alberto Bitonti, trent’anni, iscritto alla sezione Trastevere del Pd. Chi lo pensa? Lui. Tutti. Il popolo democrat. La mitica base, anzi la «bbase!». Che sbanda ma non molla. Crede nel progetto ma non sopporta più..... Personalismi, correntismi, ansie di visibilità, lobby, bilancini, equilibrismi, i dalemiani e i veltroniani che si scannano per il comando del partito a Roma, gli ex Ds che fanno gli ex Ds e gli ex Margherita che fanno gli ex Margherita. E l’amalgama? «Fra noi militanti è ben riuscito, sono i vertici che non ce la fanno», incalza Alberto. Ed è come un coro, questo, che rimbalza da sezione a sezione.

C’è chi si scoraggia. Ma sono pochi. «Stamo a ffa’ la fine der socio!», sbotta la signora Fiorella, 63 anni e militante a sinistra da quando ne aveva 14, una vita trascorsa nella Cgil e nella sede di Testaccio. Franceschini non va bene? «Ci vuole uno con le p...», dice lei. Corregge il coordinatore di questo circolo di via Zabaglia, Pino Doria, 41 anni: «Ho incontrato Franceschini alla manifestazione del Circo Massimo e gli ho detto: un giorno sarai segretario. E lui, sorridendo, con la mano ha fatto il segno di okkey. Quindi, almeno una palla ce l’ha: la palla di vetro!».

Di là dal fiume, ecco la sede di Trastevere, sormontata dalla scritta «Fare rete». «Rutelli?». Dica, dica. «I nuovi attacchi di Rutelli al partito?». Sì, sì, proprio quelli. Il cronista si eccita per l’ennesima polemica interna nel Pd, ma poveretto viene fulminato. «Secondo lei, per me, per noi, è più importante una dichiarazione di Rutelli o la notizia di quella signora di sessant’anni che s’è appena data fuoco perchè le hanno tolto la casa?», s’infervora - e probabilmente ha ragione lei - una graziosa e attivissima trentenne del circolo Trastevere, Iside Castagnoli. Incalza: «Franceschini sì, Franceschini no... Sono discussioni improduttive. Noi dobbiamo costruire un partito, o almeno rimetterlo in pista, e possiamo perdere tempo a inseguire la polemica dell’uno o dell’altro, la vanità di questo o di quello? Pancia a terra, e lavorare!».

Visto dal basso, il Pd all’ultima spiaggia («Ma noi non molleremo!», è il grido dei circoli) somiglia a quella satira che a un certo punto vergò in versi Maurizio Ferrara, papà di Giulianone e nascosto dietro il nomignolo di Anonimo Romano, sul Pci: «Ma che dichi? Er partito è ’mborghesito, sbarella, è loffio, imburogratizzato?». Riecco la Fiorella del Testaccio, Pasionaria tutta d’un pezzo: «Rutelli? Ma se ne vada. Non ci serve un nuovo Mastella!». Perchè anche Mastella, quando cominciò a smarcarsi dalla maggioranza prodiana, lo faceva invocando «pari dignità». Parlava come ieri ha parlato «Franciasco». A mezzo metro da Fiorella, nella sezione, c’è una bacheca con dentro i libri di Marx, di Lenin, di Rosa Luxemburg, di Giorgio Amendola. Fino al volume scritto da Achille Occhetto con Teresa Bartoli, «Il sentimento e la ragione». «Pensi che Occhetto, me lo ricordo io, benissimo, a piazza San Giovanni, nel ’94 - dice Corrado Campioni, iscritto dal ’48 al Pci e ora al Pd, definendosi un «manovale della politica» - il quale attaccava e riteneva pericoloso più un democristiano perbene e di sinistra come

Martinazzoli piuttosto che Berlusconi. Quanti errori abbiamo fatto. Compreso quello di sottovalutare Berlusconi. Quello mena. E mica è un impolitico. Ad avercene di leader così». Franceschini, no? «Va bene. E’ un ragazzo che ci sa fare. E guai ad abbattersi. In politica bisogna resistere. Sennò che cosa avremmo dovuto fare, noi, dopo la batosta del 18 aprile del ’48, chiuderci in casa o farci tutti preti? Ricordo la rabbia, il giorno dopo della botta, qui dietro, vicino alla chiesa del Testaccio. Tanti compagni che sacramentavano contro Togliatti: ah, ha dato il voto alle donne e le suore ne hanno approfittato per votare in massa Scudo Crociato. Ah, ha accettato l’articolo settimo sul Concordato piegandosi al Vaticano. Molti compagni, al Migliore, l’avrebbero impiccato. Altro che Walter! Questa è una delle tante crisi, e siamo pronti a ripartire». E allora, eccola, negli occhi azzurri di questo anziano lucidissimo, la sinistra ottimista di cui parlava e in cui credeva Vittorio Foa: «Paiono traversie e si rivelano opportunità», era il suo motto.

Arriva in serata il senatore democrat, Enrico Morando, al circolo di Trastevere. Lo aspettano in tanti, ieri, quasi all’ora di cena. E la coordinatrice della sezione, sprona la platea che comunque non appare abbattuta: «Dobbiamo essere ottimisti, più fiduciosi e meno criticoni». Parola d’ordine condivisa al Testaccio. Dove il circolo - le cui iscrizioni sono ancora aperte e si è a quota duecento, mentre furono duemila gli aderenti alle primarie - per radicarsi profondamente dentro la realtà del territorio, e nei problemi di chi ci vive, s’è trasformato anche un po’, sull’esempio del vecchio Pci o della nuova Lega, in un centro di servizi e in uno ”sportello” per i cittadini. Bolletta troppo cara? Dillo al Pd. Sfratto? Dillo al Pd. Sei caduto in una buca stradale e il municipio se ne infischia e sostiene che è colpa tua? Dillo al Pd.

«Siamo sette avvocati - racconta Andreo Bonuomo, trent’anni - che cerchiamo di risolvere i problemi che le persone, anche elettori del Pdl, ci vengono a porre. Noi proviamo a accorciare la distanza fra cittadini e istituzioni. Anche questo è Pd, questo è un bel Pd!».

Quanto al resto, niente tragedie e lo sforzo di prenderla con filosofia: perchè ogni uomo o corpo politico incontra la sua Waterloo (o Walterlooo). Ma non è detto che sia la fine.
 
da ilmessaggero.it


Titolo: Franceschini: «Faremo opposizione dura»
Inserito da: Admin - Febbraio 26, 2009, 03:28:01 pm
Pd, la pax di Dario: basta liti interne e tutto il potere alla periferia

Oggi la prima riunione della nuova segreteria

Franceschini: «Faremo opposizione dura»

 
 
 di Nino Bertoloni Meli


ROMA (26 febbraio) - ”Qui si lavora, non si litiga” potrebbe essere il motto del Pd gestione Franceschini. Il patto non scritto ma già visibilmente operante stretto fra tutti i big e tutte le anime del partito, è che a Dario il traghettatore va assicurata tranquillità di conduzione, «altrimenti cadiamo tutti nel baratro», chiosa Sergio Chiamparino assurto ai vertici del partito. Tanta attenzione a evitare polemiche e altrettanta a preparare ben bene le elezioni europee e amministrative dalle quali si capirà se questo Pd post veltroniano ha ancora spazio e futuro o se, causa mancato amalgama e altro, l’esperienza va archiviata. Le scelte finora fatte da Franceschini rispondono molto a questo schema da pax interna: basta liti, guardare fuori, alla società. E preparare la campagna elettorale più importante per la vita seppur breve del Pd.

Come ha tradotto tutto questo il nuovo segretario nelle sue prime mosse? Inventando uno schema organizzativo assolutamente inedito: tutto il potere alla periferia, nel nuovo vertice non c’è nessun romano né alcun dirigente formatosi politicamente nella Capitale, il più vicino è di Rieti periferia laziale, tutti gli altri vengono dai quattro punti cardinali. Una differenza enorme rispetto al vertice veltroniano, un vero e proprio capovolgimento: con Walter c’erano il romanissimo Bettini, il romano d’alto lignaggio Gentiloni, e poi Fioroni viterbese ma formatosi nei palazzi capitolini e Verini che quegli stessi palazzi ha frequentato e ”occupato” ai tempi del Campidoglio, l’unico ”esterno” era il trentino Tonini. Un vertice, quello veltroniano, impregnato come tanti altri delle storie, dei passi, dei passaggi, delle polemiche, delle divisioni, dei retaggi del passato. Tutto questo la ”pax democrat” non lo contempla più almeno da qui a giugno.

Come fare per evitare di ricadere nelle diatribe interne? Semplice, con una mossa del cavallo che raggiunge il duplice scopo: promuovere dirigenti importanti sì ma periferici da un lato, in modo che, dall’altro, le polemiche e le divisioni di prima non si ripresentino a far bella mostra di sé in un partito impegnato alle elezioni per la sopravvivenza.

Il ”chi è” della nuova segreteria franceschiniana sta lì a dimostrarlo. Accanto ai già noti Vasco Errani, governatore dell’Emilia, e Sergio Chiamparino sindaco di Torino, nonché Maurizio Migliavacca emiliano pure lui ed ex uomo macchina di Piero Fassino ai tempi dei Ds, tutti gli altri sono meno noti e provengono tutti dalla periferia.
Ci sono il reatino Fabio Melilli, grande amico di Franco Marini e ”indicato” da Fioroni; il milanese di belle speranze Maurizio Martina, segretario della Lombardia, ex Ds; Elisa Meloni segretaria provinciale del Pd senese, di provenienza diessina anche lei; Federica Mogherini, neo deputata e fassiniana; c’è infine quel Giuseppe Lupo che ha destato le maggiori attenzioni perché, diciamo, non proprio da copertina dei magazine: è stato segnalato da Sergio D’Antoni visto che Lupo proviene dalla Cisl palermitana, ha fatto sempre il sindacalista, è entrato in politica l’anno scorso direttamente con il Pd che lo ha eletto all’assemblea regionale siciliana, ha 42 anni e quando l’altra sera è stato chiamato da Franceschini ha faticato a capacitarsi. «Io Dario l’avevo visto finora solo due volte, a un convegno di ”Quarta fase” ad Assisi e sabato scorso all’assemblea», ha confessato a chi gli ha parlato.

Le proporzioni nella nuova segreteria sono un/terzo-due/terzi: su nove, segretario compreso, tre sono di provenienza ex Margherita e sei ex diessina. Per non trasformarsi in segreteria telefonica non faranno riunioni via cavo, si vedranno una volta alla settimana a Roma. Lo stesso avverrà con i segretari regionali che ieri hanno eletto il proprio coordinatore nella persona di Andrea Manciulli, capo del Pd toscano in quota ex ds, che entra pure in segreteria (la prima riunione è prevista per oggi).

I primi passi di Franceschini sono all’insegna del gran lavoro interno e poca esposizione esterna. «Mancano 99 giorni alle Europee», ha ricordato davanti ai segretari locali come se sfogliasse il calendario, e ha spronato al lavoro in loco, «dobbiamo riprenderci i voti in periferia». Il prossimo appuntamento importante sarà l’assemblea dei circoli fissata al 21 marzo che segnerà l’inizio ufficiale della campagna elettorale. In questo contesto, l’assemblea programmatica è destinata a trasformarsi in una kermesse pre elettorale e non più in quell’appuntamento da resa dei conti che era diventata in corso d’opera. In serata, davanti ai parlamentari, il nuovo segretario si è calato nella politica politica e ha annunciato: «Faremo opposizione dura». 

da ilmessaggero.it


Titolo: Franceschini riparte dal Nord: «I territori sono la nostra forza. Domani a ...
Inserito da: Admin - Febbraio 27, 2009, 12:08:33 am
Franceschini riparte dal Nord: «I territori sono la nostra forza. Domani a Malpensa»


Trovare alcune «idee forza per i prossimi 100» giorni, quelli che mancano alle elezioni europee e amministrative. È quanto ha chiesto il segretario del Pd, Dario Franceschini, agli otto componenti della nuova segreteria del Partito, riunitasi per la prima volta.

Nell'incontro Franceschini ha ricordato l'esiguità dei tempi che intercorrono da oggi alle europee, e la necessità di presentarsi davanti agli elettori con alcune «idee forza». La cosa principale, però, rimane lo spirito che ha  animato l'Assemblea nazionale di sabato che ha eletto Franceschini, e il
mandato dato da essa ai nuovi dirigenti: quello di lavorare insieme «come squadra» senza più «divisioni laceranti».

Parole che sono state condivise da tutti gli interventi. «Dall'esperienza della segreteria di Veltroni - ha commentato all'uscita Sergio Chiamparino - abbiamo imparato dove abbiamo sbagliato: abbiamo prolungato la sindrome del governo Prodi, e su ogni questione ci sono state sempre posizioni divergenti, mentre ora dobbiamo avere una posizione netta e chiara».

A quanto hanno riferito alcuni partecipanti alla riunione, nel giro di tavolo è emerso come centrale il tema della crisi economica e del lavoro, che sarà dunque anche al centro delle iniziative del Pd, a partire dall'Assemblea dei Circoli del Pd il 21 marzo. «Lì - ha detto Franceschini - dobbiamo parlare non a noi stessi ma dei problemi degli italiani».

In questo ambito è emerso anche il tema della difficoltà che attraversa il Sud, specie dopo i pesanti tagli del governo ai fondi Fas e agli altri capitoli che riguardano il Mezzogiorno. è stata anche ipotizzata una specifica iniziativa su questo tema. Prossimo appuntamento mercoledì prossimo, quando la segreteria si riunirà insieme ai 20 segretari regionali per tradurre queste idee forza in un programma ben preciso, all'ordine del girono anche i criteri per comporre le liste elettorali per le europee e le amministrative.

Intanto comincia dal nord il cammino di Franceschini, neo segretario del Pd: domani a Malpensa per una manifestazione con i lavoratori dello scalo, poi a Varese per una manifestazione di piazza.

 Presentata anche  la "squadra", versione ristretta e "tematica" del governo ombra di Veltroni: Pierluigi Bersani all'economia, Piero Fassino agli esteri, Beppe Fioroni all'educazione, Linda Lanzillotta alla pubblica amministrazione, Enrico Letta al welfare, Giovanna Melandri alla cultura, Marco Minniti alla sicurezza, Margherita Miotto alle politiche regionali, Colomba Mongiello all'agricoltura, Roberta Pinotti alla difesa, Ermete Realacci all'ambiente, Lanfranco Tenaglia alla giustizia. Questa la squadra di governo del Pd: «Dodici responsabili delle aree tematiche invece dei 25 ministri e viceministri del governo ombra. Abbiamo dimezzato le figure scegliendo sulla base dell'esperienza, dell'autorevolezza, del lavoro parlamentare», dice Franceschini presentando la sua squadra.

Ma il Pd riparte anche dai luoghi, lì dove deve mettere radici: «I segretari regionali – spiega Franceschini – avranno un ruolo centrale nella guida del partito, i territori sono la nostra forza». È proprio a loro che il neo segretario ha chiesto di dare al più presto le indicazioni sui capilista alle europee.

Nell'incontro con gli otto membri della segreteria Franceschini ha poi ribadito anche come centrale il tema della crisi economica e del lavoro, che sarà dunque al centro delle iniziative del Pd, a partire dall'Assemblea dei Circoli del Pd il 21 marzo. «Lì - ha detto Franceschini - dobbiamo parlare non a noi stessi ma dei problemi degli italiani».

In questo ambito è emerso anche il tema della difficoltà che attraversa il Sud, specie dopo i pesanti tagli del governo ai fondi Fas e agli altri capitoli che riguardano il Mezzogiorno. è stata anche ipotizzata una specifica iniziativa su questo tema. Prossimo appuntamento mercoledì prossimo, quando la segreteria si riunirà insieme ai 20 segretari regionali per tradurre queste idee forza in un programma ben preciso, all'ordine del girono anche i criteri per comporre le liste elettorali per le europee e le amministrative.

Quanto all'opposizione, Franceschini ha già dettato la linea: alla Pdl, ha detto ieri sera ai parlamentari, non vanno fatti sconti. A cominciare dal testamento biologico: è il momento di affondare, ora che anche la maggioranza si sta spaccando.

Franceschini ha spiegato di aver chiarito le divergenze con il senatore Umberto Veronesi, che mercoledì aveva definito gli emendamenti dei democratici alla legge sul fine-vita «una resa»: «Veronesi mi ha spiegato il contenuto della sua posizione – ha detto Franceschini dopo averlo incontrato – e mi ha detto di essere rimasto stupito della lettura che è stata data della sua lettera che sarebbe contraria alla libertà di decisione dei singoli parlamentari. Su questi temi così delicati – ha aggiunto il segretario – va rispettata la coscienza di ognuno, del laico e del cattolico».

In ogni caso, «non bisogna accentuare le divisioni e le tensioni interne:  tutti - conclude Franceschini - mi hanno chiesto di accantonare le divisioni. Adesso dobbiamo metterci al lavoro a testa bassa, come una squadra».

26 febbraio 2009

DA UNITA.IT


Titolo: Franceschini: «Malpensa simbolo del tradimento di Bossi e Berlusconi»
Inserito da: Admin - Febbraio 27, 2009, 11:54:18 pm
Il leader Pd a Varese

Franceschini: «Malpensa simbolo del tradimento di Bossi e Berlusconi»

E sulle ronde annuncia battaglia durissima in Parlamento.

Oltre a proporre l'indennità di disoccupazione per tutti
 

MALPENSA - «L'aeroporto di Malpensa è il simbolo del tradimento di Bossi e di Berlusconi». Lo ha affermato il segretario del partito Democratico, Dario Franceschini, che ha incontrato i lavoratori dell'aeroporto in cassa integrazione e che rischiano il posto di lavoro. «Io - ha detto Franceschini - sono un uomo del nord come Bossi e Berlusconi e sento di poter denunciare il loro tradimento nei confronti del nord. Dovrebbero chiedere scusa alle persone a cui hanno raccontato di fare delle cose e poi, tragicamente, non ne hanno fatta nessuna».

CONTRO LE RONDE - Sulle ronde il segretario del Pd ha detto che «la battaglia parlamentare sarà fermissima e durissima». «Hanno inventato questa cosa assurda delle ronde - ha detto Franceschini - L'idea di affidare la sicurezza a privati cittadini è fuori da ogni democrazia. Per questo la battaglia parlamentare sarà fermissima e durissima».

INDENNITA' PER TUTTI - E sulla crisi Franceschini ha poi aggiunto che «il dovere della politica è di occuparsi di coloro che non ce la fanno da soli. Serve subito l'indennità di disoccupazione per tutti». E' necessario «alzare la voce e che non è in contrasto con l'azione di un partito riformista». «Dobbiamo far sentire - ha aggiunto - la nostra voce a tutti i livelli. Dobbiamo far vedere ciò che Berlusconi vuole nascondere».


27 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: Pd, Franceschini lancia patto con il Nord - D'Alema: lasci fare (ndr).
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2009, 10:19:07 am
Pd, Franceschini lancia patto con il Nord

D'Alema: no nuovismo partito-palafitta
 
 
ROMA (27 febbraio) - Dario Franceschini sceglie Varese, città simbolo della Lega, per la prima uscita pubblica dopo la sua elezione per lanciare un patto con i cittadini del Nord.

«Saremo - ha detto il segretario del Pd accusando il governo di aver tradito il Nord - al fianco delle persone che qui vivono. Vogliamo fare un patto per stare accanto a chi si batte per la sicurezza, per le infrastrutture, per la difesa delle piccole e medie imprese, dei lavoratori che rischiano di perdere il posto e del federalismo fiscale, purché sia equo e solidale».

Nel primo pomeriggio, a Malpensa Franceschini aveva incontrato i lavoratori dell'aeroporto e aveva attaccato il governo: «Malpensa è il simbolo del tradimento del nord da parte di Bossi e di Berlusconi». Come già sottolineato all'assemblea che ha segnato la sua elezione alla guida del Pd, Franceschini non ha rinnegato nulla della segreteria di Veltroni: «I suoi errori sono i miei. Mi assumo tutte le responsabilità». E ha sollecitato il partito a una maggiore unità e apertura verso chi non viene dai Ds o dalla Margherita. Soprattutto ha invitato ad evitare litigi in pubblico, a risolvere le controversie all'interno e a sostenere all'esterno la causa comune.

Duro è stato poi l'attacco alle ronde: «La battaglia parlamentare sarà fermissima e durissima. Hanno inventato questa cosa assurda delle ronde. L'idea di affidare la sicurezza a privati cittadini è fuori da ogni democrazia». Però non ha sottovalutato il tema della sicurezza che, ha sottolineato, «colpisce le fasce più deboli, le periferie urbane, le aree del disagio». Non c'è nulla di più offensivo, ha spiegato, che parlare di microcriminalità quando un anziano, per esempio, viene scippato della pensione. «Il governo - ha detto - maschera la realtà attraverso il messaggio televisivo.  Berlusconi ha parlato di 30 mila militari per le strade. Chi li ha visti? La verità è che hanno tagliato i fondi per le forze dell'ordine».

D'Alema. Il progetto del Pd «rimane un grande progetto, anche se è partito con fatica». Purché, dice Massimo D'Alema «sia nutrito, abbia una cultura, metta radici nella società italiana». Non sia il parto di «un "nuovismo" spiantato, o come diceva Gramsci, una costruzione su palafitta». Il presidente della Fondazione Italianieuropei cerca di evitare le domande dei giornalisti sullo stato del Pd («sta facendo ottimamente il suo lavoro»). Poi però, in un teatro pieno di gente, parla di Obama, della sinistra europea che dovrebbe imparare dal presidente Usa («Berlusconi dice che sono due uomini del fare. Certo fanno cose assai diverse») e soprattutto del Pd.

Nessun nome, molti riferimenti chiarissimi: «Questo Paese ha bisogno del Pd, che non può avere pretese di autosufficienza, ma vuole essere la guida di una coalizione riformista». Il progetto, «state tranquilli, non è affatto caduto. Nessuno pensa di rifondare un partitino cattolico democratico, né un partito socialista. Queste - ha sentenziato D'Alema - sono le sciocchezze che si leggono sui giornali. Leggete di meno i giornali, meglio leggere libri...come dico sempre». Ciononostante, non si può non capire che «una grande forza riformista deve saper guardare al passato e vedere ciò che è vivo e ciò che è morto. Non si può pensare di fare punto e a capo, perché punto e a capo non funziona».

Certo, ha riconosciuto D'Alema, «internet è importante, le primarie lo sono», ma c'è il rishcio di cadere nella trappola della «primarizzazione, che comporta grandi rischi: quello che non sia neppure più necessario iscriversi al partito, che si aprano comitati elettorali e si raccolgano fondi pure per eleggere un segretario di sezione, o si facciano primarie con dieci candidati sindaci, con il pericolo di trovarsi un vincitore con solo il 25% dei consensi».
 
Per D'Alema quindi è indispensabile «mantenere un rapporto fisico con il Paese, che ha bisogno di una grande forza riformista, in grado di affrontare la crisi e costruire un progetto di lungo periodo per un mondo che fra due anni sarà profondamente cambiato». Obama l'ha capito e ha fatto scelte realmente «di sinistra», come l'aumento delle tasse per i ricchi e l'assistenza sanitaria pubblica per i non abbienti.

da ilmessaggero.it


Titolo: Forte nel Palazzo e nella Rai, debole con Finanza e Vaticano
Inserito da: Admin - Marzo 03, 2009, 05:16:49 pm
3/3/2009 (7:22) - RETROSCENA

La lobby ultraleggera di Dario il pragmatico
 
Dario Franceschini leader del Pd
 
Forte nel Palazzo e nella Rai, debole con Finanza e Vaticano

FABIO MARTINI
ROMA


Walter Veltroni si era olimpicamente congedato 24 ore prima, ma senza confidare a nessuno il suo ultimo cadeau. Quel mercoledì 18 febbraio l’unico che sapeva era Dario Franceschini e toccò a lui annunciare, in una riunione a porte chiuse, le designazioni del Pd per il Cda Rai. Accanto a Nino Rizzo Nervo, spuntò a sorpresa il nome di Giorgio Van Straten (già presidente dell’Agis e del Maggio Musicale), ma anche grande amico (e compagno di vacanze) di Walter Veltroni. Un’indicazione dell’ultima ora che accese la rabbia dei commissari e a quel punto al vicesegretario Franceschini non restò che dire come stavano le cose: «Scusate, ma è l’ultima richiesta fatta da Walter...». C’era del preveggente in quella rivelazione. Nei suoi primi dieci giorni da segretario, Dario Franceschini ha fatto capire subito di voler esercitare appieno il suo potere: i veltroniani doc non sono stati rimossi, ma ricollocati in posizioni più appartate; gli uomini del segretario stanno entrando nelle posizioni-chiave; il nuovo leader prova a dettare l’agenda al governo con proposte, come l’assegno ai disoccupati, che fanno discutere tutti, maggioranza e opposizioni.

Una presa del potere condotta da Franceschini con quel mix di identitario e di moderno, con quell’impasto di cattolicesimo-democratico e di pragmatismo che è la cifra più originale del nuovo segretario del Pd. L’altra sera, da Fabio Fazio, è arrivato a dire: «Non mi considero un leader, sono uno che ha un compito di servizio». Lessico che più democristiano non si potrebbe, un modo antico per avvicinarsi al prossimo scenario: prima o poi il partito democratico dovrà fare un congresso nel quale eleggerà di nuovo il proprio leader. In vista di quell’appuntamento Franceschini si sta organizzando. Partendo dal gruppetto di amici che da anni lo seguono di partito in partito, (la Dc, il Ppi, la Margherita, il Pd) senza mai smarrire la solidarietà strettissima tra di loro. Una squadra stretta, formata da quattro quarantenni: l’ex direttore del Popolo Francesco Saverio Garofani, l’ex sindaco di Belluno Gianclaudio Bressa, il futuro capo della segretaria Antonello Giacomelli e il portavoce Piero Martino, 45 anni, un passato da redattore-capo al “Popolo”, mezza vita trascorsa nel Palazzo, da quando era capo-ufficio stampa al Ppi con Franco Marini. Romano, pragmatico, rapporti con direttori e cronisti, Martino è una figura chiave nella fortuna di Franceschini, che nel suo primo discorso da leader del Pd ad un certo punto è arrivato a dire: «Con gran parte dei giornalisti sono amico personale da anni». Un riconoscimento a «gran parte» degli abitanti del Transatlantico che lo hanno aiutato nella sua escalation, ma anche un implicito richiamo ad uno dei suoi deficit.

A differenza di tutti i suoi predecessori (Veltroni, Fassino, Rutelli, per non parlare di Prodi), Franceschini ha un cursus honorum ricco di vita parlamentare e di partito ma privo di esperienze da amministratore, a parte brevissime parentesi. Lo stesso imprinting dei suoi amici. Come Garofani: prototipo del cattolico-democratico serio e serioso, all’appartato ex direttore del “Popolo” toccherà il compito di primo consigliere politico di Franceschini, mentre Antonello Giacomelli, 47 anni, sindaco mancato di Prato, già direttore della tv “Canale 10”, dovrebbe diventare il “Gianni Letta” del Pd. Il permaloso Giacomelli - uno da “con me o contro di me” - sarà in grado di svolgere le delicate trame fino a pochi giorni fa ordite da Goffredo Bettini? Per ora della diplomazia segreta si è occupato direttamente Franceschini, è lui che sta trattando con Gianni Letta la partita Rai. Una vita trascorsa senza esperienze fuori del Palazzo ha determinato in Franceschini un vuoto di rapporti nel mondo imprenditoriale e finanziario. Se si escludono gli inviti (da due anni a questa parte) nel salotto romano dell’ingegner Carlo De Benedetti e un rapporto con un banchiere come Giovanni Bazoli, in questo mondo la rete del nuovo leader Pd è tutta da costruire.

E curiosamente nel “mondo di Dario”, cattolico praticante, c’è un vuoto anche dalle parti del Vaticano e della Cei. La giovinezza trascorsa da Franceschini nel Giovanile della Dc anziché nell’associazionismo (scuola di formazione degli attuali vescovi) non ha certo favorito la conoscenza personale con gran parte delle gerarchie, se si esclude un buon rapporto col vescovo di Terni Vincenzo Paglia, padre spirituale della Comunità di Sant’Egidio. Agli anni del “giovanile Dc”, dietro l’icona Zaccagnini, risalgono le amicizie con alcuni giornalisti della Rai (David Sassoli, Giorgio Balzoni), azienda-chiave dell’informazione, nella quale Franceschini punta ad avere la direzione del Tg3 o di RaiTre, con la conferma di un personaggio che viene dalla sua stessa cultura: Paolo Ruffini. Nel “mondo di Dario” dunque c’è molto partito e rapporti radi con la società civile. Sostiene Chiara Geloni, vicedirettrice di “Europa”, oramai diventato l’unico giornale del Pd: «Quello raccolto attorno a Franceschini non è né uno staff né una corrente, ma una cosa più leggera» e un vecchio saggio come Pierluigi Castagnetti aggiunge: «Il fatto che Dario non abbia rapporti personali impegnativi con nessuna lobby, interna od esterna al partito, è destinata a diventare una grande forza».

da lastampa.it


Titolo: FRANCESCHINI detta l'agenda al governo.
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2009, 11:27:12 pm
Franceschini detta l'agenda al governo.

Il Pd scopre di avere un nuovo leader

Venerdí 13.03.2009 17:30



Franceschini e Francescani. Dario ha deciso; la risalita del Pd nasce dalle sue radici; occuparci delle disuguaglianze più clamorose presenti nella nostra società, utilizzando i principi della cultura della solidarietà. Dario ha deciso e l’aula, Giovedì 12 marzo 2009, quando Dario presenta il suo piano, gli dedica l’attenzione dovuta ad un leader; che trova le parole giuste, il tono giusto, gli obiettivi giusti. L’Aula è silente, concentrata, forse la destra percepisce per la prima volta, non l’uso occasionale di argomenti buoni solo per la propaganda, ma la scelta razionale di occuparsi delle questioni che magari stanno sfuggendo di mano ai partiti della destra.

Non è un caso che Bossi, sia sulla proposta di assegno di disoccupazione, che sulla proposta di tassazione una tantum dei redditi superiori a 120.000 euro, abbia espresso un parere favorevole. Bossi è un animale politico, ascolta il suo popolo, percepisce disagio e scontento, e capisce che la crisi è più grave di tutto quello che ci eravamo immaginati, e che anche nelle valli bergamasche e varesotte, o trevigiane e astigiane, non si può campare solo di pane e federalismo, che comunque per funzionare avrà bisogno di qualche anno se tutto va bene.

da affaritaliani.it


Titolo: Patto Franceschini-Bossi/ Il Pd si astiene sul federalismo fiscale
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2009, 11:28:30 pm
Patto Franceschini-Bossi/ Il Pd si astiene sul federalismo fiscale

Venerdí 13.03.2009 16:52


Il lavoro certosino di Roberto Calderoli su input di Umberto Bossi ha funzionato. Alla Camera, in Commissione, sono stati apportate diverse modifiche al provvedimento sul federalismo fiscale ritenute "soddisfacenti" dal Partito Democratico. Ed è così che a Montecitorio, come è già avvenuto al Senato - secondo quanto Affaritaliani.it è in grado di anticipare -, la principale forza di opposizione si asterrà. Un risultato ritenuto fondamentale per la Lega Nord e il Senatùr, che fin dall'avvio della legislatura ha puntato tutto sul dialogo con il Pd. L'esperienza della devolution è ancora dolorosa per il Carroccio. Via libera a maggioranza in Parlamento e poi bocciatura sonora da parte del popolo al referendum confermativo. Ed è proprio per questo che il ministro delle Riforme ha insistito per ottenere l'astensione dei Democratici.

L'obiettivo è quello di portare a casa una svolta federale (almeno dal punto di vista fiscale) inattaccabile, ovvero sulla quale non ci sarà alcun referendum abrogativo e nessun rischio di cancellazione prima ancora che i decreti attuativi entrino in vigore (18 mesi). I segnali lanciati dal Senatùr a Franceschini sono stati diversi, l'ultimo in ordine di tempo l'apertura sulla proposta di tassare i "ricchi" per dare un contributo di solidarietà alle fasce maggiormente colpite dalla crisi economica. Una strategia chiara, che ha portato il Carroccio a essere l'anima più morbida del Centrodestra, a differenza del premier e del Popolo della Libertà, impegnati in uno scambio continuo di accuse con l'opposizione.

Il testo del federalismo fiscale sarà quindi approvato dall'aula di Montecitorio entro la fine del mese di marzo, ma dovrà tornare a Palazzo Madama viste le modifiche apportate per "accontentare" i Democratici. A questo punto il via libera definitivo ci sarà probabilmente a maggio. Tutto calcolato in Via Bellerio, per potersi giocare il risultato ottenuto, l'ok al federalismo, in piena campagna elettorale per le Europee e le Amministrative.


FEDERALISMO/ PD: ORA LA MAGGIORANZA ACCOLGA LE NOSTRE PROPOSTE

"Il confronto nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera ha permesso di migliorare in punti non secondari il testo sul federalismo fiscale. Il ddl approvato dal governo il 3 ottobre 2008 è ormai uno sbiadito ricordo". Lo affermano i capigruppo delle commissioni Finanze e Bilancio della Camera, Alberto Fluvi e Pier Paolo Baretta. "L'iniziativa del Pd, prima al Senato, poi nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, e dalla prossima settimana in Aula, sta permettendo - proseguono Fluvi e Baretta - di evidenziare come il federalismo fiscale, lungi dal rappresentare un confronto muscolare fra i territori sull'uso delle risorse, rappresenti un'opportunità per garantire a tutti i cittadini livelli adeguati di servizi. Continueremo ad incalzare nel merito governo e maggioranza per evitare che il federalismo fiscale si esaurisca in uno spot elettorale. Ora bisogna scongiurare il rischio che gli enti locali arrivino sfiniti all'appuntamento del federalismo a causa della mancanza di risorse dovute a tagli e politiche sbagliate del governo".

Secondo i due esponenti del Pd "l'approvazione della mozione del Pd sugli Enti locali, che propone fra l'altro, di garantire l'integrale copertura del minor gettito derivante dall'abolizione dell'Ici sulle abitazioni principali; iniziative per escludere dai saldi utili del patto di stabilità le spese per investimenti; incentivare l'utilizzo del patrimonio immobiliare per sostenere la spesa in conto capitale ed abbattere il debito, rappresenta - concludono Fluvi e Baretta - un primo banco di prova per misurare la reale volontà della maggioranza".


da affaritaliani.it


Titolo: Crisi, Franceschini attacca il premier "Usa armi di distrazione di massa"
Inserito da: Admin - Marzo 22, 2009, 10:18:21 am
21/3/2009 (11:29)

Crisi, Franceschini attacca il premier "Usa armi di distrazione di massa"
 
Il leader del Pd sul piano casa: «Chissà che storiella il premier avrà raccontato all'Unione europea»


ROMA

Il Pd è un «partito vero, di popolo». Dario Franceschini inizia così il suo intervento all’assemblea dei circoli del Pd. «Che belli che siete - esordisce il segretario rivolto alla platea - così i giornalisti che ci hanno raccontato in un certo modo vedranno cosa è il Pd. Siamo un partito vero, di popolo, un partito che ha una gran voglia di cambiare tutto. Abbiamo anche un compito straordinario, fare un partito dentro una crisi enorme, inaspettata, all’inizio di un secolo nuovo in cui sta cambiando tutto».

Solo nelle ultime settimane in Italia si è riusciti a parlare della crisi economica, per mesi il governo ha cercato di nasconderla usando «armi di distrazione di massa» e arrivando a «strumentalizzare addirittura il caso-Englaro» a questo scopo. Ha affermato il segretario del Pd Dario Franceschini. Il governo, sostiene, cerca di «nascondere la crisi, negarla, negarne l’esistenza, parlare d’altro. Finalmente in queste settimane siamo riusciti a parlare della crisi, c’era il tentativo di nasconderla parlando di tutto, addirittura con la strumentalizzazione del caso-Englaro... sono le armi di distrazione di massa messe in campo da Berlusconi».

E sul piano casa: «Sarei veramente curioso di vedere come Berlusconi ha raccontato in Europa il piano casa. Ci vorrebbe una webcam per vedere quale storiella, visto che ne racconta tante, ha raccontato questa volta il Cavaliere». Questo il commento ironico di Dario Franceschini sulle parole del premier Silvio Berlusconi che ha detto che l’Europa guarda al piano casa del governo italiano.

da lastampa.it


Titolo: Europee, Franceschini: "Il Pd non entrerà nel Pse"
Inserito da: Admin - Aprile 02, 2009, 11:06:36 pm
Il segretario del Partito democratico esclude l'ingresso nei socialisti europei

"Cercheremo di costruire un luogo alternativo per le forze progressiste"

Europee, Franceschini: "Il Pd non entrerà nel Pse"

 

BRUXELLES - "Il Pd non entrerà nel Pse". Lo ribadisce e lo conferma il segretario del Partito democratico, Dario Franceschini, a Bruxelles. "Il nostro partito non entrerà nel Partito socialista europeo ma cercherà di costruire un luogo alternativo" ha aggiunto Franceschini a margine del Global Progressive Forum organizzato dai socialisti europei.

Il leader dei democratici ha così escluso l'eventuale ingresso del suo partito nei socialisti europei, sostenendo che gli eurodeputati del Pd nella prossima legislatura aderiranno tutti a uno stesso gruppo, che deve però essere ancora "disegnato" dalle forze progressiste europee.

"Abbiamo già deciso - spiega - che i deputati eletti nel Pd non potranno che stare nello stesso gruppo parlamentare. Non è più la stagione dei Ds e della Margherita, che nel parlamento Ue stavano in due gruppi parlamentari diversi".

Per il segretario, "i tempi e i modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti europei, che siano di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai democratici italiani, è un percorso che richiede del tempo". E le modalità, ha aggiunto, "non dipendono soltanto da noi ma da una serie di incontri con le grandi forze riformiste e socialiste europee con le quali stiamo parlando".

Il Partito democratico, ha concluso Franceschini, "cercherà di costruire un luogo e un gruppo in cui ci siano le forze che vengono dalla tradizione socialista insieme ad altre forze come i democratici italiani e altri che appartengono all'area progressista".

Di sicuro Franceschini non si candiderà: lo ha ribadito Nicola Latorre, vicepresidente del gruppo del Pd al Senato, parlando ai microfoni di Radiocity. "Noi non prenderemo in giro gli elettori, alle elezioni europee candideremo solo chi poi andrà effettivamente al Parlamento europeo" ha detto, alludendo alla polemica ancora in corso fra il segretario del suo partito e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. "Il Pd metterà il lista persone competenti che, in caso di vittoria, andranno effettivamente a fare il deputato europeo".

(2 aprile 2009)
da repubblica.it


Titolo: FRANCESCHINI 'Il governo accetti aiuti internazionali'
Inserito da: Admin - Aprile 07, 2009, 06:51:04 pm
Franceschini: 'Il governo accetti aiuti internazionali'


«Il governo accetti gli aiuti internazionali». Dario Franceschini chiede all'esecutivo di accettare l'offerta di fondi e aiuti offerti dai paesi esteri per affrontare l'emergenza in Abruzzo dopo il terremoto. Berlusconi però, da l'Aquila, per una nuova conferenza stampa dice no. E loda la macchina organizzativa. "L'Italia ha ricevuto  molte offerte di aiuto dagli Stati esteri, abbiamo detto «grazie»,  ma abbiamo chiesto di «non inviare i loro aiuti». Il presidente del Consiglio assicura che «siamo in grado» di fare da soli: «ringraziamo, ma bastiamo  alle situazioni di emergenza», ribadisce.


Franceschini insiste: "Il governo però valuti con attenzione se non sia urgente accettare le offerte di aiuto che provengono da altri Paesi, che si sono detti pronti a mettere a disposizione le loro strutture di Protezione civile».  «Non ci sarebbe niente di male - osserva - anche l'Italia, in passato, ha mandato i propri uomini a fronteggiare l'emergenza per il terremoto in Turchia, per gli incendi in Spagna, per le alluvioni in Germania. Nel frattempo, come abbiamo annunciato ieri, il Pd ha offerto alle Protezioni Civili regionali le proprie strutture e i propri volontari. Già da adesso quindici cucine da campo, utilizzate in occasione delle feste del partito in Umbria, Toscana ed Emilia, sono pronte a partire per le zone colpite dal terremoto».

Ma il premier non ci sente. E anzi loda la macchina organizzativa, snocciolando i dati: "Cinque le tendopoli organizzate". E poi annuncia: «Stiamo studiando di ricomprendere negli ammortizzatori sociali anche i lavoratori autonomi che rischiano la perdita della loro attività e che si trovino nella zona colpita dagli esiti del terremoto».

07 aprile 2009

da unita.it


Titolo: FRANCESCHINI 25 aprile: Franceschini, no a equiparazioni
Inserito da: Admin - Aprile 25, 2009, 02:59:19 pm
25 aprile: Franceschini, no a equiparazioni


(ANSA) - ONNA (L'AQUILA), 25 APR -

Dario Franceschini, in visita ad Onna per il 25 aprile, non condivide le parole del premier sui repubblichini di Salo'. ''Un conto e' il rispetto umano ma non si puo' equiparare chi combatte' dalla parte giusta e chi invece lotto' per una causa tragicamente sbagliata - ha detto il segretario del Pd - Lo dico anche per ragioni familiari: mio padre partigiano ha sposato la figlia di un repubblichino.

Un conto e' la comprensione, altro l'equiparazione, che non va fatta''.

25 aprile 2009
da unita.it


Titolo: Franceschini: Mezzogiorno tradito da Berlusconi
Inserito da: Admin - Aprile 27, 2009, 11:44:50 pm
Politica


Franceschini: Mezzogiorno tradito da Berlusconi


«Il governo Berlusconi ha tradito il Sud. Non Bossi e la Lega ma i cittadini del Sud dovrebbero gridare Roma ladrona». Dario Franceschini apre da Eboli la nuova campagna del Pd: quella per il Mezzogiorno «Non possiamo accettare - ha detto prima di salire su un treno di pendolari che lo condurrà a Salerno - che il Mezzogiorno paghi il prezzo della crisi. Il sud è una risorsa e non un problema per l'Italia. Denunciamo con forza - ha proseguito - tradimento del Sud compiuto dal governo Berlusconi che proprio in questa zona del paese ha ottenuto la maggior parte dei consensi, oltre il 40%».

Franceschini ricorda come dalla copertura del mancato gettito derivante dall'Ici sulla prima casa o fino al finanziamento delle quote latte «tutte queste misure sono state sottratte al Mezzogiorno, si tratta di 20 miliardi di euro, un vero e proprio tradimento per il Sud».

Di qui l'impegno di Franceschini e del Pd «a invertire la tendenza con proposte precise».

27 aprile 2009

da unita.it


Titolo: Franceschini...
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2009, 06:16:15 pm
Franceschini: popolarità premier al 75%? Chi se ne frega, si è costruito un reality

Berlusconi: la sinistra va in business class ai forum no global

Calderoli: «La Lega è come la banana Chiquita: unica»

 
 
ROMA (10 maggio) - «Non me ne frega niente»: è lapidario il giudizio del segretario del Pd, Dario Franceschini, sulla percentuale di popolarità per il premier che Silvio Berlusconi dice essere arrivata al 75 per cento. «Visto che aumenta di un punto al giorno - sottolinea Franceschini - Vorrà dire che il venerdì prima delle elezioni europee sarà arrivata al 100 per cento e lui potrà andare a dormire felice in qualche sua villa. Ma io non ho mai commissionato sondaggi del genere. Io vado a letto felice se ho fatto qualcosa che fa star bene almeno un italiano, non se il mio livello di popolarità aumenta di un punto».

Franceschini: il premier giri il Paese, l'Italia non è via dei Coronari. «Il premier giri un po' per il Paese reale, per vedere lo stato di crisi che c'è e resta preoccupante»: è questo l'invito che il segretario del Pd, Dario Franceschini, ha rivoltoa Berlusconi dal palco di un incontro con la "rete" di "Incontriamoci" dell'ex ministro prodiano Giulio Santagata all'Eliseo. «Dice - ha ironizzato Franceschini parlando della passeggiata di ieri del premier in una via del centro di Roma - che parla con tutti, che gli piace scambiare opinioni con i tassisti, stare con la gente comune, poi ieri è andato a fare una immersione nel mondo reale a via dei Coronari tra gli orafi e gli antiquari... L'Italia non è via dei Coronari, è un'altra cosa, molto diversa. Lui si è costruito questo grande reality, in cui si è imprigionato e in cui vorrebbe coinvolgere anche il Paese».

«Non siamo addomesticati». «Vedete quante cose emergono scientificamente ogni giorno per coprire la crisi? - dice Franceschini - Sono stufo di sentire Berlusconi e i suoi ministri dire che non bisogna parlare della crisi. Parte della maggioranza, su questi temi, vorrebbe una opposizione addomesticata e silenziosa che si renda complice di questo modo intollerabile di coprire la questione. Il centrodestra ha rivendicato la capacità di prevedere la congiuntura economica negativa, e ora vorrebbe ci si comportasse come se fosse finita. Non è così, e noi abbiamo il diritto di dirlo».

«Europee, no al voto di protesta, è in gioco la democrazia». «E' un errore - dice Franceschini - l'astensione o il voto di protesta, perché quello per Di Pietro non può essere altro che un voto di protesta, dato che il voto alle europee avrà un impatto sulla qualità futura della democrazia in Italia. La questione si giocherà sul distacco tra il Pd e Berlusconi, e rischiamo di risvegliarci in un Paese con un padrone assoluto».

«L'informazione italiana non fa il suo dovere». Non è positivo il giudizio del segretario del Pd sul sistema dell'informazione italiano. «In Europa - dice - la stampa passa ai raggi x i comportamenti delle personalità pubbliche e verifica la rispondenza tra ciò che si è detto e ciò che si è fatto. Non si può accettare che venga detta una cosa e poi, il giorno dopo, ne venga detta un'altra, opposta, e non si faccia mai il confronto. A volte basterebbe prendere le videocassette. Sul terremoto, tra le cose dette e le cose fatte c'è una grande distanza, ma il sistema dell'informazione non se ne è occupato. C'è, tra i giornalisti, un misto di pigrizia e di paura».

«Di Pietro: con questo governo torna la lotta di classe». Per Di Pietro, oltre al superamento della stagione del terrorismo indicata dal capo dello Stato, c'è anche un'altra questione di fondo: «A me pare che le regole sociali che si stanno mettendo in campo da parte di questo governo siano regole che ricreano la lotta di classe - dice il leader dell'Idv - Perché un governo che crea disparità di trattamento, crea le premesse di una spaccatura sociale e crea le basi per una rivolta anche di tipo illegale».

Berlusconi ai transfughi dell'Udc: bentornati nella casa comune. Il premier Silvio Berlusconi ha rivolto un caloroso «bentornati» a quei rappresentanti dell'Udc che hanno abbandonato il partito di Casini, in contrasto con la scelta dei centristi di correre da soli alle amministrative. «Ho visto che una parte rilevante dell'Udc - ha detto in collegamento telefonico con la convention elettorale di Guido Podestà, candidato del Pdl alla provincia di Milano - non ha seguito le indicazioni del suo partito e ha scelto di venire con noi. A questi amici voglio rivolgere un particolare benvenuto, anzi, vorrei dire: "Bentornati nella nostra casa comune del Partito popolare europeo"».

«Sinistra in business class al forum no global». Per attaccare la Giunta Penati di spreco di denaro pubblico, il presidente del Consiglio ha detto che alcuni rappresentanti della Provincia di Milano andarono al forum del movimento antagonista di Porto Alegre in business class. «Mi risulta - ha detto - che al Social Forum di Porto Alegre, quello famoso dei no global, i rappresentanti della Provincia di Milano hanno volato in business class a spese dei contribuenti. Spero non sia un pettegolezzo, ma è un fatto significativo di come questi signori utilizzino i soldi dei contribuenti». Berlusconi ha anche contestato la creazione, alla Provincia di Milano, di un assessorato alla Pace. «E' esattamente il contrario del nostro modo di fare - ha affermato - Noi vogliamo che la Provincia non si occupi di politica, non di immagine, non di propaganda, ma di ciò che sa fare, che può fare e che deve fare e garantiamo, in questo momento difficile, che i nostri uomini si applicheranno al massimo per tagliare le spese».

«Penati ha speso 820mila euro in brioche». Sempre attaccando Penati e criticando la paralisi della provincia di Milano che ha dovuto essere commissariata dalla Regione per approvare il piano rifiuti, ma non solo. «Mi hanno raccontato - ha detto - che in 5 anni sono stati spesi 820 mila euro per il catering della provincia. Un miliardo e 600 milioni di lire di brioche mi sembra che siano eccessivi». Berlusconi ha sottolineato che in cinque anni la spesa corrente è aumentata «e ha superato i 500 milioni e nelle spese per investimento, manca all'appello un miliardo di euro rispetto alla legislatura precedente. In mano alla sinistra, la Provincia «è costata di più e ha prodotto di meno, come sempre quando la sinistra è al governo».

Calderoli: la Lega è unica come la banana Chiquita, e gli elettori scelgono l'originale. «La Lega è come la banana Chiquita. Unica» ha detto oggi il ministro Roberto Calderoli ironizzando sui traguardi relativi al contrasto all'immigrazione clandestina a margine degli stati generali della Lega Nord a Vicenza. «Di Lega ce n'è una sola, di Bossi ce n'è uno solo e l'abbiamo noi che siamo l'originale. Tanto, come ho già detto, tra originale e imitazioni gli elettori scelgono l'originale». 
 
da ilmessaggero.it     
 


Titolo: Pd, le tre telefonate di Franceschini: Di Pietro, D'Alema e Veltroni
Inserito da: Admin - Giugno 09, 2009, 06:28:53 pm
Pd, le tre telefonate di Franceschini: Di Pietro, D'Alema e Veltroni
 
 
di Nino Bertoloni Meli


ROMA (9 giugno) - Tre telefonate significative hanno scandito la giornata di Dario Franceschini, che a differenza del principe di Condè è agitato prima della battaglia ma tranquillo subito dopo. Una chiamata l’ha fatta a Tonino Di Pietro, poi si è sentito con Massimo D’Alema, la terza a Walter Veltroni. Con il primo ha curato il fronte esterno, congratulazioni per il risultato, apprezzamenti un po’ meno ma tant’è, il segretario democrat non sta a sentire le sirene della rottura ora e subito con l’ex pm e lo considera ormai come un interlocutore obbligato per il centrosinistra che sarà. Il malumore democrat nei confronti dell’alleato competitore Idv rimane tutto, riassunto dalle parole di Franco Marini «Di Pietro deve smetterla di considerare il Pd alla stregua di una bestia ferita da azzannare per portar via pezzi di carne». Con Veltroni chiacchierata distesa, giudizi in totale sintonia, non si sa se congratulazioni, certo l’incitamento ad andare avanti, e del resto non fu proprio il leader del LIngotto a chiedere «tre ore» prima di lasciare e poi, dopo 180 minuti, confermare le dimissioni solo dopo avere avuto la certezza che Franceschini sarebbe stato il successore?

Con D’Alema, dopo la panoramica sul voto con giudizi collimanti in particolare sull’analisi, si è passati a trattare del fronte interno dove, a quel che si è capito, l’ex ministro degli Esteri avrebbe spiegato di non aver alcuna intenzione di aprire ostilità men che meno guerre di successione, ma per favore, avrebbe aggiunto, calma e gesso anche dal Nazareno, che significano quegli affondi di un Fioroni o quelle punture di un Fassino? Questo avrebbe detto più o meno D’Alema, facendo anche capire, ma questo non l’avrebbe detto apertamente, di stare operando per raffreddare la candidatura di Pierluigi Bersani alla segreteria, o comunque di non farne come finora è avvenuto sponsorizzazione aperta, diretta e convinta. Per come si mettono le cose dentro il Pd, D’Alema non è tipo da trovarsi coinvolto in prima persona in una battaglia che potrebbe risultare di minoranza. Il motivo?

Il motivo lo ha fatto capire direttamente Franceschini. A mezzogiorno in punto, in orario perfetto secondo convocazione, il segretario si presenta ai giornalisti nell’ampio salone all’ultimo piano del Nazareno, si siede da solo al tavolone, viene circondato da telecamere, taccuini e microfoni, appare un po’ provato da un mese di campagna su treni di pendolari, piazze e mercati, ma determinato determinatissimo a tramandare un messaggio: sono qui e non intendo mollare. E perché poi? Dal voto, spiega il segretario che investe sul dopo, emergono due segnali positivi: «La conferma del progetto del Pd» e, secondo, «la destra è stata fermata». Quindi, la smettano i tanti «avvoltoi» che si aggirano, commentatori e portatori di sciagura vari, «il Pd c’è», e il risultato dimostra che quel 26 e rotti per cento «sono una buona base per ripartire». Franceschini non nasconde di aver perso in voti e percentuale, lo ammette apertamente né potrebbe altrimenti, ma aggiunge che quei voti «sono rimasti nel campo dell’opposizione», sono andati a Idv, alla sinistra, forse anche all’Udc, ma non c’è stato sfondamento da destra, da quella stessa destra che «finalmente è stata fermata sfatando il mito dell’invincibilità di Berlusconi», anzi «abbiamo scongiurato di svegliarci con un padrone». Fatti due conti e un paio di addizioni, più aritmetiche che politiche, sommando le percentuali di quanti non stanno nel centrodestra né a destra, il segretario in odore di riconferma sostiene che «il governo è ormai minoranza nel Paese», e comunque «il centrodestra è rimasto molto al di sotto di quel 50 per cento che strombazzava».

Finisce di parlare Franceschini e arriva Piero Fassino, completo blu estivo, aria sorniona di chi sa già come va a finire. L’ultimo leader dei Ds spiega e fa presente che il Pd in Europa è di fatto il primo partito della famiglia progressista assieme alla Spd, poi mentre aspetta un’intervista tv sussurra come tra sé «qui c’è qualche stratega che pensa di sapere tutto e invece basta rivolgersi qua per capire come vanno le cose», e l’allusione ironica agli strateghi non è certo rivolta a chi sostiene Franceschini. Non si sa se il patto sia stato già riconfermato, ma l’asse di maggioranza che ha sostenuto finora Franceschini appare pronto a essere rinverdito, quell’asse che vede insieme Veltroni, Fassino, quasi tutti gli ex popolari e rutelliani, con Rutelli personalmente un po’ più defilato ma della partita. «A questo punto ci vuole più Pd, non meno Pd. Spero che Franceschini possa continuare a essere il segretario», ragiona Walter Verini che è stato l’ombra dell’altro Walter sindaco e poi leader.

Finiscono le dichiarazioni pubbliche e arrivano i numeri e le tabelle. Sul fronte regionale è una sequela di segni negativi per il Pd, una valanga nera: spiccano il meno 12 delle Marche, il meno 10,6 dell’Umbria, il meno 9,8 della Puglia, il meno 9,2 del Lazio, il meno 8,4 della Toscana, il meno 6,6 dell’Emilia, c’erano una volta le roccheforti rosse, nessuna regione ha il segno positivo. Poi c’è la guerra degli eletti: ai dalemiani che alcuni pronostici più o meno gonfiati affibbiavano una decina di europarlamentari a Strasburgo, ne toccano sì e no quattro due dei quali (De Castro e Gualtieri) eletti per il rotto della cuffia, il terzo, Domenici, eletto bene ma un po’ sotto le aspettative, e il quarto, Pittella, è un dalemiano spurio avendo sostenuto Letta alle primarie. Solo refoli di tarda primavera le voci di un rinvio del congresso. Fioroni lo vorrebbe addirittura anticipato e spaccia per tale quello in programma per l’autunno: se Franceschini vuole la riconferma non è che può aspettare le regionali dell’anno prossimo, troppo rischioso fare il segretario in balia dei risultati elettorali. 

ilmessaggero.it


Titolo: Franceschini: intanto facciamo opposizione con una voce sola
Inserito da: Admin - Luglio 08, 2009, 10:50:05 pm
Franceschini: intanto facciamo opposizione con una voce sola


La campagna congressuale non deve far dimenticare che il compito principale del Pd è fare opposizione e parlare con una voce unica e collegiale. Dario Franceschini, candidato alla guida del partito, nell'inaugurare la sede del suo comitato elettorale, ricorda quale è il primo «dovere», nonostante l'impegno nella campagna interna in vista del congresso di ottobre.
 
«Tutti, anche i candidati, non dobbiamo dimenticare nemmeno per un secondo che nei prossimi mesi che mancano al congresso il nostro principale dovere è occuparci dei problemi degli italiani e fare opposizione, alzando la voce quando è
necessario per denunciare questo governo distratto che continua a girare la testa dall'altra parte». Franceschini ci tiene a
«garantire il mio impegno affinchè nei prossimi mesi faremo come abbiamo fatto nei quattro mesi che abbiamo alle spalle e
che sarà così anche dopo il 25 ottobre». Cioè, spiega il leader democratico, «un Pd che discute al suo interno ma che poi dice le stesse cose con collegialità». Perchè «non dobbiamo mai dimenticare di mantenere su due piani distinti il confronto congressuale dalla linea politica all'opposizione e dal messaggio collegiale che esce all'esterno» di un partito che parla con una voce sola. «Questa scelta - garantisce - non sarà ostacolata dalla campagna congressuale».

Ieri il segretario Franceschini in vista della sfida congressuale aveva incassato l'appoggio degli Ecodem di Ermete Realacci. Lo stesso Realacci non si candiderà al congresso, come pure si era ventilato.

08 luglio 2009
da unita.it


Titolo: Franceschini al premier: tregua finita «Dopo il G8 i giorni della chiarezza»
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2009, 06:34:18 pm
Franceschini al premier: tregua finita «Dopo il G8 i giorni della chiarezza»
 
 
 
 di Fabrizio Nicotra

ROMA (10 luglio) - Il G8 finisce oggi, e con il summit termina anche la “tregua” chiesta da Giorgio Napolitano. Il segretario del Pd Dario Franceschini avverte Silvio Berlusconi: «Noi abbiamo accolto l’appello del capo dello Stato anche se non è stato facile, visto che subito dopo il premier ha affermato che l’opposizione è un cadavere che cammina. Noi non abbiamo risposto per senso di responsabilità, ma dopo il vertice verranno i giorni del chiarimento».

Insomma, l’opposizione riprende la battaglia contro il governo senza fare sconti, a partire dai provvedimenti che sono all’esame delle Camere: dal decreto anti-crisi alle intercettazioni fino alla legge sul testamento biologico. Il Pd non molla il Cavaliere e, ripete Franceschini, dovrà essere compatto nonostante il congresso di ottobre: «Discutiamo e dividiamoci, ma restiamo uniti nel fare opposizione». Compito difficile, visto che la campagna elettorale che porta alle assise e poi alle primarie è decisamente entrata nel vivo.

Gli sfidanti organizzano le armate e ieri il segretario è andato a tastare il polso alla platea di ex ds che lo sostiene, e cioè truppe di Piero Fassino. E sembra che il test sia riuscito. Fassino ammette che la sua «è stata una scelta non facile», ma la rivendica per il partito tutto, dal momento che se si fossero riproposte le lacerazioni del passato (i Ds da una parte e la Margherita dall’altra) allora «avremmo azzerato 20 mesi di lavoro». L’ex leader della Quercia (che difende le lo strumento delle primarie), dopo aver stemperato i toni della polemica degli ultimi giorni con Massimo D’Alema «perché il congresso non è una sfida tra persone e non ci sarà nessuna guerra», disegna un Pd che dovrà essere «vero, solido, con radici forti, fondato non sulla nostalgia, ma sull’innovazione».

Franceschini apprezza, sale sul palco con l’alleato e ringrazia: «Senza la scelta di Piero non sarebbe stata possibile l’idea di aggregarci in base al futuro e non in base al passato». E’ convinto, il segretario, che «vinceremo questo congresso, ma senza sconfiggere nessuno». E rivendica la sua gestione del Pd, perché «ci vuole orgoglio nel riconoscere quello che abbiamo fatto». E tuttavia, per provare a vincere le elezioni, bisogna cambiare. Franceschini non nomina l’autosufficienza veltroniana, ma quella linea non esiste più: «E’ chiaro che dovremo costruire una nuova alleanza, ma attorno al Pd e ai suoi contenuti». E ancora Fassino: la vocazione maggioritaria «non è autosufficienza solitaria».

Il tema della ricerca delle alleanze future è ormai all’ordine del giorno e sta a cuore anche a Pier Luigi Bersani e alla sua parte. D’Alema, principale sponsor dell’ex ministro, torna a insistere: «E’ l’unica strada da percorrere perché ogni volta che ci siamo affidati all’ondata nuovista e dell’autosufficienza abbiamo sempre perso». Niente nuovismo e niente partito leggero, incalza D’Alema, convinto anzi che per tornare a pesare servano tessere e radicamento, assieme a una «robusta dose di sano riformismo emiliano», quello di Bersani.

Non la vede così il terzo incomodo, quell’Ignazio Marino che si è buttato anima e corpo nell’avventura congressuale annunciando che farà campagna nei circoli, parlando direttamente agli elettori, saltando l’apparato: «Sono sicuro di vincere. Alle primarie gli italiani opteranno per il candidato più innovativo». L’impegno del chirurgo senatore, in ogni caso, riporta in primo piano il tema della laicità, costringendo gli altri due sfidanti a non eludere una questione che nella breve vita del Pd ha causato scontri all’arma bianca. Per questo dunque Franceschini ribadisce che la laicità è uno dei valori costituenti del partito, che «non deve aver paura di decidere a maggioranza anche su temi difficili, come quelli della bioetica». 
 
da ilmessaggero.it


Titolo: Pd, Franceschini lancia la sfida "Serve un nuovo riformismo"
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2009, 11:57:25 pm
L'ex leader illustra il suo programma per la candidatura a segretario

"Dobbiamo costruire la nostra identità. Berlusconi è solo conservazione"

Pd, Franceschini lancia la sfida "Serve un nuovo riformismo"

"Un errore non aver fatto la legge sul conflitto di interessi"

"Tornare al centro sinistra con il trattino sarebbe un fallimento"


ROMA - "Quello che dobbiamo fare è ricostruire un'identità, sarà un nuovo giorno e noi lo vivremo". Per farlo appieno servono fiducia, regole, uguaglianza, merito e qualità. Alleanze, certo. Ma mai più le vecchie e rissose coalizioni che hanno caratterizzato il centrosinistra in passato. Dario Franceschini, per la presentazione del suo programma, sceglie una scenografia sobria e chiude citando padre Turoldo e "il giorno nuovo da vivere" (sulle note di Better Days di Springsteen). E difende le primarie aperte agli elettori, oltre che agli iscritti al Pd: "Non alziamo barriere".

Dal podio in plexiglas trasparente Franceschini disegna la sua idea del Pd del futuro ("che trova la sintesi e che sa scegliere e decidere"). Che sarà aperto, solido ("senza rispolverare i modelli di 50 anni fa"), laico e radicato sul territorio. Che non teme le primarie e che saprà rinnovare i gruppi dirigenti senza scadere "nel nuovismo scelto dall'alto".

"Valori alternativi alla destra". Lo ascoltano circa cinquecento persone nella sala nell'Acquario romano di piazza Fanti a Roma. Il suo ingresso è accompagnato dalle note di Domani, la canzone pro Abruzzo cantata da numerosi artisti italiani. Poi, dopo l'introduzione di Michela De Biasi, giovane consigliere della VII circoscrizione di Roma, il candidato segretario prende la parola. E inizia parlando di crisi economica e di valori. Definendo la sfida dei riformisti e dei democratici, che è quella "di fissare una gerarchia di valori alternativi" alla destra.

Una sfida difficile. La sfida non è facile, davanti alle pulsioni conservatrici e xenofobe che agitano l'Europa. Italia compresa, "dove la ricetta della destra è una versione riveduta e corretta di Dio, Patria e Famiglia". Attacca il governo, Franceschini. L'idea, scandisce, che dalla crisi possa uscire un'Italia migliore di prima e non, come dice Berlusconi, "identica al passato". Proprio lui che "nel 1994 rappresentava una illusoria proposta di cambiamento, oggi è solo di protezione e conservazione".

Ricostruire un'identità. Quella dei riformisti, ovviamente. Che ancora non c'è. Superare l'idea, riaffermata da anni, che "se voti a destra sai cosa voti e se voti dall'altra parte non lo sai". Servono "messaggi comprensibili" che caratterizzino il partito e indichino la via lungo la quale costruire un programma di governo: "Le parole di un riformismo moderno, che usa le radici e la memoria delle culture politiche del Novecento italiano non per tornare nostalgicamente indietro, o per restare immobile, ma per immergersi in un cammino nuovo ed emozionante" continua Franceschini.

"Serve fiducia". Per farlo serve fiducia, continua l'ex segretario. Fiducia contro la paura che ti spinge a chiuderti in casa. E sono le misure che questa fiducia devono creare, quelle che il Pd deve mettere in pratica: nel mondo del lavoro, come in quello dell'impresa, "che è una parte del mondo di noi emocratici". Immagina un nuovo welfare che tuteli anche chi, oggi, una tutela non ha.

Il partito dei circoli. Franceschini propone un "patto" che rispetti "la pluralità di culture". Perché aver scelto di fare "un grande partito significa necessariamente imparare ad accettare le diversità che ci sono ancora tra noi. L'arcipelago di storie e provenienze che sostengono la mia candidatura non è un limite, è una ricchezza. Sarà mia la responsabilità di fare sintesi".

Laicità. E' un tema caldo, che in passato ha creato non poche frizioni tra i democratici. "Quello della laicità dello Stato è un 'principio intoccabile'" dice Franceschini. Ma per il segretario del Pd "essere laici nelle società contemporanee significa accettare che nessuna scelta politica sia sottratta alla faticosa strada delle necessarie sintesi" perché "la laicità è la garanzia della libertà di tutti".

Immigrazione. Coniugare fermezza e integrazione. "Abbiamo sottovalutato i problemi dei cittadini - ammette Franceschini - che hanno accettato le risposte della destra. Non si tratta di inseguire i proclami repressivi ma di dimostrare che siamo in grado di difendere i cittadini. Se necessario con durezza".

Regole. "Da anni la destra esalta l'assenza di regole. Ma buone regole non sono limiti, bensì strumenti di tutela dalla diseguaglianza. Se ci fosse stato più rispetto delle regole non ci sarebbero i morti sul lavoro, sulle strade. Di regole ha bisogno l'economia. A partire dalla legge sul conflitto di interessi, che non abbiamo approvato quando potevamo farlo".

Riforme. Il candidato segretario apre sulle riforme. A partire dal passaggio a una sola camera legislativa, con un Senato federale ed un dimezzamento dei parlamentari eletti. "Il Pd deve impegnarsi per modernizzare lo Stato anche stando all'opposizione. Noi non ci sottrarremo in questa legislatura alla possibilità di condividere con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l'azione di governo e il ruolo del parlamento".

"Non si torna indietro". "Ci vuole sempre più coraggio quando si sceglie di andare avanti. Fermarsi o tornare indietro può essere più tranquillo e rassicurante, soprattutto in un tempo di paure e incertezze. Ma noi vogliamo un partito che ha il coraggio di rischiare". E' netto Franceschini quando parla delle alleanze. Quando scandisce che se lui sarà segretario non si tornerà al centrosinistra con il trattino: "Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l'esperienza del Pd. Uno schema del genere non esiste più nel nostro popolo ma solo in pezzi di classe dirigente".

No al nuclare. "Serve un Pd più coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no", premette Franceschini che poi si schiera contro il nucleare dicendo invece "sì a una radicale riconversione del nostro sistema energetico verso l'efficienza, il risparmio, le fonti rinnovabili".

(16 luglio 2009)
da repubblica.it


Titolo: «LAICITÀ DEVE ESSERE base condivisa del nostro percorso comune»
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2009, 11:58:22 pm
«LAICITÀ DEVE ESSERE base condivisa del nostro percorso comune»

Franceschini presenta il programma «Dobbiamo ricostruire l'identità del Pd»

Il segretario: «La destra per 15 anni ha avuto un leader unificante. Sul conflitto di interessi non staremo zitti»
 

ROMA - L'identità del Pd, il conflitto di interessi, l'importanza delle primarie e dell'elettorato. Sono tanti i temi del discorso con cui Dario Franceschini ha presentato la propria candidatura a segretario in vista del congresso di ottobre. L'appuntamento, all'Aquario di Roma, è stato trasmesso in diretta su Youdem Tv e con dei messaggi su Twitter.

CONFLITTO DI INTERESSI - Franceschini ha attaccato Berlusconi e promesso che il Pd non starà zitto sul conflitto di interessi: «Dobbiamo dirlo, il centrosinistra ha colpe precise per non avere approvato la normativa sul conflitto di interessi quando era maggioranza dal '96 al 2001, ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti». E sul leader del Pdl: «Nel '94 rappresentava una proposta di cambiamento. Illusoria, ma era una proposta di cambiamento. Oggi anche la sua proposta è solo di protezione e conservazione». Secondo Franceschini, c'è quindi spazio per un «nuovo riformismo e il coraggio di sfidare le destre non rincorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori alternativa e proiettata sul futuro». Cinque le parole chiave indicate da Franceschini: «Fiducia, regole, uguaglianza, merito e qualità».

IDENTITÀ DEL PD - Dunque la necessità di costruire un'identità del partito: «Quello che dobbiamo fare è ricostruire un'identità del nostro campo - dice Franceschini -. La destra italiana in questi 15 anni ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Così ha potuto costruire una identità, percepita da tutti, attorno ad alcuni messaggi chiari: sicurezza, libertà di fare ogni cosa, meno Stato. Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili. E così noi siamo riusciti a trasmettere le sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci. Se voti destra sai cosa voti. Se voti di qua, non sai cosa voti. E questo più di ogni altra cosa spiega la sconfitta dello scorso anno e i risultati negativi della amministrative e delle europee. Ricostruire una identità sarà un lavoro lungo e difficile ma il risultato delle europee ci mette in condizione di ripartire». Franceschini assicura che il Pd non tornerà indietro: «Non torneremo a riconoscerci nelle provenienze che abbiamo scelto liberamente e consapevolmente di lasciare alle nostre spalle. Vogliamo un partito che ha il coraggio di rischiare».

CONGRESSO E LAICITÀ - Il congresso di ottobre, spiega, sarà «l'occasione per far fare al partito un grande passo in avanti» e non sarà affatto «l'anticamera di una scissione». «Qualsiasi cosa accada noi resteremo insieme - assicura -, ma abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti sul futuro e su quello che abbiamo fatto da quando il Pd è nato». A tal proposito Franceschini parla della laicità: «È un principio intoccabile. Non dobbiamo cadere nella tentazione di far diventare questo tema il terreno dello scontro e delle divisioni congressuali. Deve essere invece la base condivisa del nostro percorso comune». Nelle previsioni del segretario c'è una politica di alleanze perché «vogliamo tornare a vincere», ma non tornerà «il centro-sinistra col trattino basato su una divisioni di compiti nel raccogliere consenso o nel rappresentare pezzi di società», ovvero «quella stagione delle coalizione frammentate e litigiose costruite con l'unico collante del nemico». Il Pd, aggiunge, «dovrà riuscire a fare opposizione con più determinazione. Non dobbiamo farci condizionare dalle parole dei nostri avversari o di quei politologi interessati che ci accusano di antiberlusconismo. Contrastare il governo non è antiberlusconismo».

PRIMARIE - Dario Franceschini invita poi il Pd a «non rinunciare» alle primarie e a non considerare i propri elettori come «estranei». «Cambiamo lo statuto dove non funziona - dice -, rivediamo le regole del tesseramento per avere più apertura e più trasparenza insieme, mettiamo un po' d'ordine nelle regole ma non rinunciamo alla scelta che abbiamo fatto alla nascita del Pd, di affidare agli iscritti le scelte del partito e l'elezione degli organi territoriali».




16 luglio 2009

da corriere.òit


Titolo: FRANCESCHINI «Primarie e alleanze, niente passi indietro»
Inserito da: Admin - Luglio 17, 2009, 06:08:10 pm
Il Pd di Franceschini: «Primarie e alleanze, niente passi indietro»


di Andrea Carugati

Dario Franceschini entra nell’elegante catino dell’Acquario romano sulle note di «Domani», il brano a più voci dei big della canzone italiani per i terremotati d’Abruzzo.
Dopo il Fossati di Prodi, il Vasco di Bersani e il Ligabue di Fassino, l’ennesima variante musicale per un centrosinistra che si vuole “ricostruire”. Oltre all’evidente richiamo post-sismico, il brano centra due temi cardine del discorso con cui il segretario Pd si candida a succedere a se stesso: le tanti voci che si fanno coro (lui lo chiama «l’arcipelago di storie che mi sostiene, una ricchezza e non un limite») e il futuro, parola che ricorre più volte nei 60 minuti di relazione dell’ex ragazzo di Zac che si candida a diventare leader.

«Non torneremo indietro», ripete tra gli applausi di una platea che mescola, in prima fila, Marini e Fioroni, Fassino, il super-veltroniano Verini, i rutelliani Gentiloni e Realacci. «Non torneremo indietro», vale per numerosi dossier: dalle primarie al bipolarismo, dal mescolamento alle alleanze, che «non dovranno più essere litigiose e contro qualcuno». Franceschini parla molto dell’Italia, dell’opposizione da fare con più determinazione, «anche alzando la voce contro le prepotenze», dell’«identità riformista da costruire con messaggi chiari». Ma non mancano i messaggi a Bersani e D’Alema. «Tornare indietro può apparire rassicurante in un tempo di incertezze e paure, ma io voglio un Pd che rischia, che ha coraggio e anche orgoglio per i risultati della sua giovane storia, che resta fedele all’idea che l’ha fatto nascere». «Solo ipotizzare un centro sinistra col trattino significa dichiarare fallito il Pd», si infervora. «Quello schema non esiste più nella nostra gente. E per fare un partito solido non c’è bisogno di rispolverare modelli di 50 anni fa». «Non alziamo barriere, i nostri elettori non sono estranei, sono parte di noi», risponde a D’Alema sulle primarie. «Cambiamo lo statuto dove non funziona, ma non rinunciamo ad affidare agli elettori le grandi scelte, come quella del segretario nazionale». C’è anche un riferimento preciso alle «precise colpe» dei governi dell’Ulivo 1996-2001, che «non hanno fatto una legge sul conflitto di interessi. Ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti». Un secco no al sistema tedesco, caro a D’Alema, «non accetteremo mai una legge che permetta di fare alleanze dopo il voto».

Franceschini si rivolge ai circoli del Pd, propone un «patto» con loro, «siano le nostre antenne nel Paese, non il luogo delle conte congressuali». «Ce ne sono tanti che non appartengono a un capo, vogliono restare liberi». Il tema torna a più riprese: la necessità di lasciarsi alle spalle Ds e Margherita, di aprire le porte a chi inizia a fare politica da democratico, il rinnovamento. «Ma nessun nuovismo dall’alto, nella mia squadra voglio valorizzare le esperienze di chi ha fatto la gavetta sul territorio, la squadra la costruirò con questi criteri». Applaude Franco Marini, e applaude ancora più forte Fassino quando «Dario» cita la vittoria «più bella», quella del gruppo in Europa, «eppure sembrava un problema insormontabile». E anche quando ricorda la laicità «intoccabile», «è la base condivisa di tutto il Pd, non un terreno di scontro, coltivare diversità culturali non significa galleggiare, anche sul testamento biologico ci ascolteremo e poi voteremo».

«Non dobbiamo temere il congresso», ammonisce. «Qualsiasi cosa accada resteremo tutti insieme, non ci sarà nessuna scissione». Cinque le parole chiave della relazione: fiducia, regole, uguaglianza, merito e qualità. C’è anche una citazione (implicita) per il terzo uomo Ignazio Marino, quando Franceschini invoca un Pd «netto e coraggioso nei suoi sì e nei suoi no» e boccia il ritorno al nucleare. Si chiude con una citazione di padre Turoldo e «Better Days» di Springsteen: il primo ad abbracciare il candidato è Fassino, seguito da Fioroni. In sala anche molti non allineati, Finocchiaro, Emiliano, Chiamparino, Morassut. Alla fine nessuno si sbilancia. E il sindaco di Bari non nasconde il suo «dolore» per le divisioni: «Dario, D’Alema e Bersani non dicono cose diverse...».

Il lancio della candidatura. Un patto con i circoli: «Siate le nostre antenne, restate liberi». Poi lo stop al modello tedesco che piace a D’Alema: «Mai una legge che permetta di fare alleanze dopo il voto».

17 luglio 2009
da unita.it


Titolo: FRANCESCHINI le coppie di fatto non sono una famiglia
Inserito da: Admin - Luglio 25, 2009, 11:24:35 am
Franceschini: le coppie di fatto non sono una famiglia


Dario Franceschini parla di famiglia, coppie di fatto e adozioni gay. "Sul riconoscimento delle coppie di fatto c'è una posizione che è stata portata in parlamento piu volte  e che io condivido: è il riconoscimento delle coppie di fatto, che in base al nostro ordinamento costituzionale sono una cosa diversa dalla famiglia, ma devono avere diritti, riconoscimento e diritti. Le adozioni - continua il segretario del Pd - sono una cosa diversa, perché nelle adozioni c'è una terza persona, che è la più debole, che ha il diritto di avere in modo naturale un padre e una madre di sesso diverso. E l'adozione è un atto che deve essere riconosciuto dalla legge, penso che in questo caso si debba, la legge debba tutelare prima di tutto il diritto del meno protetto, che è il minore adottato".

"Condivido il riconoscimento dell'esistenza delle coppie di fatto» che però «sono una cosa diversa dalla famiglia». l'ha detto Dario Franceschini. «Diverso - aggiunge - è il caso delle adozioni. qui c'è una terza persona, il minore, che ha diritto di avere una tutela perchè è il meno protetto».

Il segretario del partito, candidato per una riconferma al congresso del partito, si è definito "garante del bipolarismo". «Non dobbiamo credere» che il bipolarismo «sia acquisito per sempre. Dobbiamo pensare che questo sistema vada salvaguardato», messo al sicuro dal ritorno a «uno schema in cui le maggioranza e i governi non sono più decisi dagli elettori ma sono variabili e mobili».

Il segretario Pd mette in guardia dall'eventuale prevalenza di una linea diversa dalla sua: «Bipolarismo e alternanza non sono garantiti, come qualcuno pensa, da una legge elettorale. Il bipolarismo sopravvive a qualsiasi legge se ci sono due grandi partiti alternativi. Se invece scomponi questi grandi partiti e torni a un sistema centro-sinistra e centro-destra, con il famoso trattino, tutto torna in movimento; non ci sono più due grandi partiti avversari, ma prevale il vecchio schema con la sinistra da una parte e il centro del centrosinistra dall'altra».

In un'intervista Franceschini dice: «Io prendo un impegno: garantire che questo schema sopravviva a Berlusconi». Di più: «Del dopo-Berlusconi dobbiamo cominciare ad occuparci. Nessun uomo di buonsenso può pensare che si ricandidi a fine legislatura; è una scadenza inevitabile. Ma ci sono tutti gli ingredienti per una fine traumatica anticipata».

All'altro candidato Pier Luigi Bersani, che chiede maggiore attenzione alla sinistra del partito, Franceschini replica: «Io sarei cauto nell'uso delle parole. Sinistra è una parola e una storia nobilissima, cui io sono anche legato. Ma so pure che c'è una parte degli elettori e dei gruppi dirigenti del Pd che non si riconosce solo in quella parola. O il partito resta la casa di tutti, liberal, cattolici laici, ambientalisti - sottolinea - o diventa un'altra cosa». Franceschini, infine, aggiunge: «Io non escludo una futura alleanza con l'Udc. Ma voglio un Partito democratico che non rinuncia a competere direttamente con il Pdl, che non ha bisogno di appaltare a qualcuno la funzione di parlare con i mondi produttivi, di conquistare il voto mobile».


23 luglio 2009
da unita.it


Titolo: Franceschini sceglie il suo slogan: Liberiamo il futuro (si... ma da chi?).
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2009, 11:18:07 am
Franceschini sceglie il suo slogan: Liberiamo il futuro


Dario Franceschini ha scelto il suo slogan per la campagna elettorale in vista del congresso. «Liberiamo il futuro» è la parola-chiave che, a quanto si apprende, il segretario ha scelto, dopo una consultazione tra fedelissimi e supporter, per i manifesti e le iniziative della sua mozione.

A differenza degli altri candidati Pier Luigi Bersani e Ignazio Marino, Franceschini si è preso la pausa estiva per decidere il suo slogan attraverso un sondaggio, via sms.

I dirigenti che lo sostengono al congresso dirigenti hanno così selezionato lo slogan, a loro parere, migliore in vista della ripresa del dibattito interno, che entrerà nel vivo domani con la presenza di Franceschini alla festa del Pd a Genova.

23 agosto 2009
da unita.it


Titolo: Franceschini: "Il Pd sarà alleato con chi vuole il premier a casa" [sicuro?]
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2009, 09:52:10 pm
Franceschini: "Il Pd sarà alleato con chi vuole il premier a casa"

di Pietro Spataro


"Il Pd non è una parentesi per poi ricominciare daccapo come prima...». Dario Franceschini è segretario da sette mesi, ha preso sulle spalle la difficile eredità di Veltroni, ha guidato il partito nella bufera della sconfitta e ora cerca la riconferma. «Il nostro obiettivo - dice subito scandendo le parole - deve essere chiaro: fare un Pd che sia in grado di mandare a casa Berlusconi...».

Segretario, cominciamo dal premier che provoca imbarazzi internazionali: è davvero un uomo in declino?
«Non vedo più tracce di equilibrio in lui, è un uomo impaurito e nervoso. Credo che siamo in presenza di una forma di moderno autoritarismo e tutte le forme di autoritarismo, anche quelle mascherate, sono più pericolose nella fase del declino perché riservano colpi di coda».

Quindi il dopo Berlusconi è già cominciato?
«Riportiamo l’orologio indietro, alle europee. Tutti ci aspettavamo un Pdl sopra il 40% e il crollo del Pd. Ma questo non è avvenuto. Il dopo Berlusconi è cominciato lì. Attenzione, però: il percorso sarà lungo e doloroso. Per questo dobbiamo vigilare e fare più opposizione».

Fini è sotto tiro nella destra per avere criticato il capo. Il Pd deve fargli da sponda come dice Enrico Letta?
«Mi pare una posizione politologica. Siamo proprio messi male se parole di buonsenso espresse da chi ha un ruolo istituzionale diventano atti di eroismo civico».

A dire la verità non è che la vostra opposizione si veda così tanto. Il paese è in crisi e voi state lì a discutere…
«Sono mesi che denunciamo le omissioni del governo che nega la crisi e non prende alcuna misura per fronteggiarla. Sono mesi che presentiamo proposte che in aula vengono regolarmente bocciate. Ma al circuito comunicativo interessa poco. Fa più notizia la frase a effetto. Per questo il tema dell’informazione oggi è decisivo».

Per le nomine a Raitre perché si deve aspettare il congresso del Pd?
«Le scelte sulle persone le fa il Cda, il nostro congresso non c’entra nulla. Noi però dobbiamo fare di tutto per difendere gli spazi di libertà e Raitre è un importante spazio di libertà. Oggi l’informazione è a rischio, soprattutto per responsabilità di Berlusconi. C’è una parte della stampa condizionata dal conflitto di interessi e dobbiamo ripetere che è stato un grande errore non avere fatto la legge. L’altra parte viene intimidita. Per questo il 19 noi saremo in piazza per difendere la libertà di stampa».

Franceschini, per battere la destra servono buone alleanze. Con Di Pietro e la sinistra, oppure con l’Udc di Casini?
«Così è una domanda fuorviante. Dico che dobbiamo costruire un sistema di alleanze tenendo fermo un punto: che non si deve ridurre la capacità di espansione del Pd. Le nostre alleanze vanno cercate tutte nel campo alternativo alla destra. Se l’Udc si riconosce in questo campo l’allargamento si può fare. Però, sia chiaro: devono essere alleanze vere su programmi precisi. Le vecchie alleanze di venti partiti, frammentate e litigiose, non le vogliamo più vedere».

Nei momenti di confusione in Italia torna sempre il fantasma del grande centro. Lei che ne pensa?
«Io penso che la sfida del Pd è essere la casa dei riformisti, laici e cattolici. È sbagliato pensare che il rapporto con il mondo cattolico vada appaltato. Non abbiamo bisogno di costruire un soggetto al centro per parlare ai cattolici».

Però Rutelli ieri ha aperto a Casini e Fini, prefigurando quas una nuova forza di centro. Che ne dice?
«Dico che se ha proposto un allargamento all’Udc dell’alleanza per battere la destra, è quello su cui sta lavorando il Pd in alcune regioni italiane, per le elezioni del prossimo anno».

Bersani usa una parola chiave senza vergognarsi: sinistra. Qual è la sua parola chiave?
«Sinistra è una parola bellissima che mi appartiene. Vengo dalla sinistra dc, dall’esperienza di Zaccagnini e Moro. La sinistra è un pezzo della storia italiana piena di valori, lotte e conquiste e anche del presente. Ma fare un grande partito è avere dentro tante identità: la sinistra, il centro, i laici, i cattolici».

D’accordo, ma il Pd una propria identità dovrà pure avercela, non crede?
«La nostra sfida è fare delle diverse identità una ricchezza e non un problema. Altrimenti ognuno restava dove era prima, nei Ds e nella Margherita. Se devo usare una parola chiave dico: il Pd come grande forza progressista in cui si sono mescolate le storie. La cosa più bella me l’ha detta abbracciandomi un vecchio signore: “Sono l’ultimo segretario del Pci di Gallipoli ma voterò per te perché non mi interessa da dove vieni ma dove vuoi andare”».

I problemi del Pd nascono dagli errori di Veltroni?
«Le responsabilità sono di tutto il gruppo dirigente. Non si può fare che quando ci sono i meriti vanno divisi e quando ci sono responsabilità vanno addossate solo a uno. Ogni segretario nella nostra storia purtroppo ha avuto più problemi con il “fuoco amico” che con quello avversario. È ora di smetterla».

Dalle inchieste di Bari arrivano notizie poco edificanti per voi: c’è una questione morale anche nel Pd?
«È ingiusto trasformare alcuni episodi in un giudizio collettivo sulla classe dirigente del Pd che è fatta di gente onesta e seria e tantomeno utilizzarli nelle vicende congressuali. Detto questo, il Pd che ho in mente deve pretendere rigore, distinzione tra pubblico e privato e comportamenti coerenti. Al di là di ogni rilevanza penale».

Non crede che il vostro dibattito congressuale sia troppo chiuso nelle stanze?
«Vedo che la rappresentazione è questa. Poi però quando vado nelle feste o nei circoli trovo altro: voglia di fare, passione, iscritti e elettori mescolati. L’opposto di quel che leggo».

Perché ce l’ha tanto con quelli che “c’erano prima”? Le hanno fatto notare che quasi tutti quelli che c’erano prima sono con lei...
«Non ce l’ho con nessuno, non attacco nessuno. Penso solo che il nostro dovere è passare il testimone alle nuove generazioni. La saggezza di quelli che hanno più esperienza va messa al servizio di questa opera di innovazione. Ma non si tratta di un fatto anagrafico. Dobbiamo cambiare noi stessi. Io voglio un partito che faccia della chiarezza la sua cifra. Voglio dei sì e dei no. Quando a Napoli mi hanno chiesto della candidatura di Bassolino a sindaco potevo rispondere con il politichese. E invece ho risposto: no, è ora di cambiare. Ecco, basta con prudenze e ipocrisie».

Secondo lei c’è il rischio di una scissione nel Pd?
«No. Questo partito darà una grande prova di maturità. Il 25 ottobre uno di noi vincerà e gli altri, stia sicuro, lo sosterranno. Chiunque sia. Questa sarà la nostra forza».

13 settembre 2009
da unita.it


Titolo: Marco Damilano Franceschini, sarò un bravo laico
Inserito da: Admin - Ottobre 02, 2009, 05:55:26 pm
Franceschini, sarò un bravo laico

di Marco Damilano

Testamento biologico. Ora di religione. Diritti dei gay. E i rapporti con il governo e con la Chiesa.

La democrazia interna al partito. Parla il segretario.

Colloquio con Dario Franceschini

 
"Ovunque vada, l'applauso più forte lo ricevo quando parlo di laicità" spiega quasi stupito Dario Franceschini. Per forza, viene da rispondergli: per elettori stressati da mesi di interviste di Paola Binetti e non meglio precisate "posizioni prevalenti" è come il pane agli affamati. Il segretario uscente in corsa per le primarie, cattolico democratico, fa un passo in avanti: "Sul testamento biologico il Pd discuterà e deciderà: la posizione sarà una". Si fa coraggio e prova a dire la sua su pillola Ru486, ora di religione, gay e coppie di fatto.

Il popolo del Pd chiede più laicità ai dirigenti del partito: c'è carenza della materia?
"Abbiamo fatto la scelta di un grande partito con la consapevolezza che non sarebbe stato identitario, nascendo dall'incontro tra filoni culturali diversi. Un tempo ci saremmo divisi su altre questioni, oggi sono i temi eticamente sensibili ad appassionare. Pochi anni fa nessuno avrebbe saputo fare distinzione tra accanimento terapeutico, eutanasia, alimentazione forzata, oggi sono questioni di dibattito politico. E in futuro saremo sempre più costretti a confrontarci con queste scelte".

Il Pd su questi temi sembra diviso tra due strade: la spaccatura o il silenzio.
"Non è così. La tentazione di tutti, non solo nel Pd, è di sedersi sulla propria verità e di sbatterla in faccia agli altri. È un errore tragico: la nostra sfida è abbattere quel muro, sarebbe un contributo positivo che il Pd darebbe alla società italiana. Sulla cura delle malattie, la fine della vita, la libertà di ricerca, la libertà individuale i laici e i cattolici condividono le stesse speranze e le stesse paure. E noi dobbiamo muoverci secondo il rispetto della laicità dello Stato, previsto dalla Costituzione, accompagnato dal principio per cui nessun valore religioso può diventare automaticamente norma dello Stato, tanto più in una società ormai multireligiosa come la nostra. Il miglior baluardo della laicità è un partito come il nostro che fa la sintesi".

La può fare lei, cattolico, sottoposto anche come politico alle pressioni della Chiesa?
"Per i credenti a quei principi va aggiunto un altro: l'autonomia delle scelte politiche. La Chiesa ha diritto di intervenire, non si può applaudirla quando parla di pace o di immigrazione e negarle la parola quando dice cose scomode sui temi etici. Ma la Chiesa non può dire a un parlamentare come deve votare: è una scelta che appartiene all'autonomia del politico. Su questo punto rivendico una coerenza: la raccolta di firme tra i deputati cattolici dell'Ulivo sulla legge sui Dico è stata considerata da molti l'atto di nascita del Pd".

Caliamo i principi in terra. Sul biotestamento al Senato avete inventato la cosiddetta posizione prevalente per far convivere tutte le anime, alla Camera che farete?
"Discuteremo e decideremo. Fino a poco tempo fa su questi temi c'era solo la libertà di coscienza, in pratica significava che ognuno votava come voleva. La posizione prevalente è stata il superamento di quella linea. Ora i tempi sono maturi per un passo ulteriore: il Pd deve discutere, poi però deve decidere. La posizione del partito è una. Poi si rispetterà chi, in coscienza, laico o cattolico che sia, non si sentirà di condividerla".

Sul punto chiave, il divieto di sospendere alimentazione e idratazione per il malato, il Pd come voterà?
"Sul caso di Eluana Englaro la cosa più bella l'ha detta il filosofo cattolico Giovanni Reale. La distinzione è tra farsi morire e lasciarsi morire. La prima è eutanasia, la seconda è la cosa più naturale nel senso comune, chiedere di essere portati a casa quando si è vicini alla fine. E in questo caso la scelta della sospensione delle cure non può che essere del diretto interessato o, in caso di sua impossibilità, di chi l'ha amato, i suoi parenti d'accordo con il medico. Non si può imporre con la forza alimentazione e idratazione come norme di legge. Lo Stato deve fermarsi fuori dalla camera di quella persona".

La deputata Paola Binetti la pensa in modo diverso: si mette fuori dal partito?

da espresso.repubblica.it


Titolo: FRANCESCHINI Da Fini non mi aspettavo di più.
Inserito da: Admin - Settembre 06, 2010, 06:05:40 pm
L'INTERVISTA

"Prepariamoci in fretta alle urne Destra spaccata, il Pd può batterla"

Franceschini, capogruppo alla Camera: "Il governo è ormai in agonia".

"Da Fini non mi aspettavo di più. Ha preso le distanze da Berlusconi in modo netto. Appena riaprono le Camere, sarà un altro mondo"


di GIOVANNA CASADIO


ROMA - "Da oggi il governo Berlusconi è in agonia, è un governicchio che dovrà conquistarsi faticosamente provvedimento per provvedimento, emendamento per emendamento, una maggioranza". Dario Franceschini ritiene perciò che il suo partito, il Pd, e il centrosinistra tutto, debbano prepararsi, "e in fretta", allo showdown del berlusconismo.

Fini ha chiesto a Berlusconi un nuovo patto di legislatura. Il Pd al contrario si aspettava da Fini una spallata al governo, onorevole Franceschini?
"Quella di Fini è una svolta. Certo sarebbe troppo facile dire: ma dov'era Fini in questi quindici anni e in questi due anni di governo? C'è stato bisogno che toccasse direttamente la violenza del sistema di potere e il controllo della comunicazione di Berlusconi per capire fino in fondo cos'è il berlusconismo. Al di là di questa premessa, è la fine del berlusconismo in Italia. Il leader di "Futuro e libertà" ha adoperato parole ovvie e rassicuranti, di sostegno al governo e di impegno nel centrodestra: il suo popolo è di destra".

Quindi il discorso di Fini non segna la fine del centrodestra?
"No, è la fine del modello berlusconiano di centrodestra che per sua natura non può accettare la dialettica, il confronto, la democrazia interna senza esplodere. L'anomalia del berlusconismo rispetto a tutti i partiti della destra europea sta in questo: le destre europee normali hanno una dialettica
interna, hanno la contendibilità della leadership. Queste due cose non possono convivere con Berlusconi che ha costruito tutto su una visione proprietaria. Che Fini ha smontato".

Però si aspettava di più da Fini?
"Non mi aspettavo che questo. L'operazione di Fini - lo dico anche per chi si è illuso nel centrosinistra - è nel campo della destra e lui resta un nostro avversario. Ma ha in mente una destra normale ed europea, con cui si può discutere e a cui contendere le leadership. Giudico insanabile la frattura con Berlusconi che non potrà mai accettare lo schema offertogli da Fini a meno di non arrendersi".

Non prevede retromarce?
"Fini ha fatto riferimento alla magistratura, al ruolo del capo dello Stato, alla Costituzione, alle regole. Ha preso le distanze da Berlusconi in modo sostanziale, anche sulle politiche di governo, su scuola, federalismo, sicurezza e politica estera, da Gheddafi alle quote latte. Se questo è l'antipasto è chiaro che appena riaprono le Camere per il governo Berlusconi sarà un altro mondo".

Ha anche parlato degli "anni che ci separano dal momento che si andrà a votare".
"Questa cosa può averla detta non solo per rassicurare il suo elettorato, ma anche convintamente. Quando i nodi però sono di questo tipo, vengono al pettine. Il Pd e il centrosinistra devono essere pronti: prepariamoci, e in fretta. Non possiamo immaginare di affrontare le sfide dei prossimi mesi di questa legislatura, confidando solo sulle fratture del centrodestra. Ho poi intravisto una perfidia nell'affermazione di Fini, che è pronto a sostenere il lodo Alfano o una norma che protegga le alte cariche dello Stato, perché ha capito quello che abbiamo capito noi e cioè che da qualche settimana a Berlusconi interessa sempre meno una norma di "copertura" per il presidente del Consiglio e sempre più un provvedimento che, agendo magari sulla prescrizione, gli faccia scudo anche quando non sarà più premier. Né gli importa se così devasta la giustizia".

Un'alleanza ampia, di salute pubblica, la offrirete a Fini o no?
"Di fronte a un'emergenza democratica, a una forzatura costituzionale di Berlusconi, si fa appello a tutti quelli che vogliono fermare quel colpo di mano. A emergenza si risponde con emergenza. Punto. Dobbiamo essere una credibile alternativa e costruire un campo che dica con chiarezza quali sono le nostre priorità rispetto alla destra e le nostre battaglie di autunno: la scuola pubblica e il welfare universale, ovvero la protezione per tutti quelli che perdono il lavoro anche precari e autonomi. Faccio un appello: basta con le rottamazioni, con le autocandidature, con i rancori del passato. Non regaliamo a una destra spaccata la nostra litigiosità".

(06 settembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/09/06/news/intervista_franceschini-6790404/


Titolo: FRANCESCHINI Franceschini: ''Un errore spaccarci basta col virus autodistruttivo
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2010, 02:23:31 pm
Franceschini: ''Un errore spaccarci basta col virus autodistruttivo''

16 Settembre 2010

Fonte:La Repubblica

ROMA - Una giornata di riunioni e colloqui per Dario Franceschini, il leader della minoranza Pd che questa volta non è d'accordo con Veltroni, di cui è stato vice e poi successore alla segreteria del partito.
 
Onorevole Franceschini, dopo tanta stima e amicizia tra lei e Veltroni è sceso il gelo?
"L'amicizia e la stima sono un'altra cosa e restano intatte. Io faccio una valutazione politica. Ci troviamo in modo imprevisto in una crisi profonda e irreversibile del centrodestra e del modello berlusconiano della destra. Una frattura che potrà essere accompagnata nelle prossime settimane da alti e bassi ma che è irrecuperabile. Siamo in un paese pieno di tensioni sociali, coperte da un sistema d'informazione che appunto le occulta, ma sono drammatiche. In un quadro di questo tipo, nei sistemi che hanno tentazioni autoritarie i rischi per la democrazia aumentano quando si entra nella fase del declino. Perciò c'è il bisogno assoluto di un Pd unito e non attraversato da divisioni.  Non rinuncio a nessuna delle idee su cui alle primarie sono andati un milione di voti a sostegno della mia candidatura. Però penso che quelle idee vadano utilizzate in positivo".

Ci vuole più lealtà, insomma?
"Non si tratta qui di lealtà. Ma va debellato quel virus che ha fatto tanto male prima all'Ulivo, poi all'Unione quindi al Pd, cioè di scegliere un leader per guidare il governo o il partito e, dal giorno dopo, iniziare il lavoro di indebolimento. È una cosa che dal 1996 ha riguardato tutti: Prodi, D'Alema, Amato, Rutelli, Fassino, Veltroni e, buon ultimo, me. Basta".

Il documento di Veltroni, Gentiloni e Fioroni che chiede un  ritorno allo spirito originario del Pd, e a Bersani di cambiare strada, è dunque un errore?
"Non ho mai conosciuto ragioni o leader senza limiti. Ma in questo momento preferisco lavorare per correggerli piuttosto che denunciarli sui giornali. Un documento ora - al di là della volontà dei promotori che non ho dubbi sia costruttiva - finisce per contare solo per il numero di firme che avrà sotto e inesorabilmente divide. Quando c'è una conta, c'è una divisione".

Lei non lo firma quel documento?
"Ci mancherebbe altro. Peraltro non mi pare ci siano sul nostro tavolo argomenti tali da giustificare una spaccatura. Né mi presto alla caricatura per cui chi parla di vocazione maggioritaria pensa a un Pd che arriva da solo al 51% , e dall'altra parte chi parla di alleanze pensa di tornare all'Unione a undici partiti. Se ci sarà un colpo di mano di Berlusconi, si proverà a costituire un governo per cambiare la legge elettorale facendo appello in Parlamento a chi ci sta. Se invece la legislatura fa il suo corso naturale, allora occorre preparare un'alleanza - completamente diversa dall'Unione - attorno a un programma vincolante, riformista e condiviso. I percorsi per arrivare a quest'approdo possono essere elementi di discussione non di divisione".

Non si può non vedere la difficoltà del Pd, che è senza appeal nonostante la crisi della destra.
"È vero che alle regionali non c'è stato alcun recupero rispetto alle europee. Ma ci sono tanti luoghi, negli organismi di  partito, in cui discutere e chi guida il Pd deve ascoltare e trovare la sintesi. Tutti quelli che hanno responsabilità, per primo io, diano prova di altruismo e generosità. Areadem - che rappresenta la minoranza - si riunirà prima della direzione del Pd e là si discute".

Di fatto ci sarà una conta dentro Areadem?
"Spero di no. Nei momenti difficili bisogna far prevalere gli interessi generali su quelli personali".

Veltroni potrebbe essere candidato premier alle primarie?
"Se la legislatura va a scadenza naturale, le primarie saranno nel 2012: direi che c'è tempo per parlare di candidati. Adesso è un altro modo per farsi del male da soli".

http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=6486


Titolo: Franceschini: «L’infarto? Mi ha fatto capire i valori» di Aldo Cazzullo
Inserito da: Admin - Marzo 24, 2014, 05:18:21 pm
Franceschini: «L’infarto? Mi ha fatto capire i valori»
Il ministro: mi è arrivato il conto degli anni passati, ora rientrerò. E poi: «Coinvolgerò i privati nella Cultura: voglio salvare e valorizzare il patrimonio, non svenderlo

di Aldo Cazzullo
L'Intervista

Dario Franceschini, 55 anni, nel governo Renzi è ministro dei Beni culturali (Ansa) Dario Franceschini, 55 anni, nel governo Renzi è ministro dei Beni culturali (Ansa)

Dario Franceschini, che cosa le è successo?
«Sabato 8 marzo ero a Palmanova, a salutare i volontari che puliscono le mura. È una città per me fortemente simbolica: Zaccagnini tenne qui il suo più grande comizio da segretario della Dc, davanti a centomila giovani. Tutto andava per il meglio: ero stato a Ferrara per la mostra di Matisse, poi a Venezia alla sede della Biennale. D’un tratto ho sentito un forte dolore alla schiena. Mi hanno portato in ospedale, prima a Palmanova, poi a Udine».

Infarto?
«Sì. Sono stato ricoverato una settimana. Poi una settimana di riposo. Ora sono pronto, gradualmente, a rientrare. Ho avuto modo di pensare, di riflettere, di rileggere la gerarchia della vita. Mi sono reso conto che spesso mettiamo in coda i valori più importanti: gli affetti; il tempo per sé. La cosa paradossale è che nella mia vita politica ho fatto cose diverse da quelle che avrei scelto. Ora mi è capitata un’esperienza che mi appassiona molto: fare il ministro della Cultura e del Turismo. Si vede che proprio adesso mi è arrivato il conto degli anni passati».

Le avevano offerto altri ministeri, come la Giustizia?
«Io volevo il più importante: la Cultura. Qualcuno ha ironizzato: “Vuoi andare a divertirti”. In passato questo è stato considerato un ministero di serie B. Grave errore».

Lei ha detto che la Cultura in Italia è il primo ministero economico. Cosa intende?
«Nel mondo globalizzato ogni Paese investe su ciò che lo rende competitivo: le materie prime, la manodopera a basso costo. Noi dobbiamo puntare sulla storia, l’arte, il talento, la bellezza, l’intelligenza, la creatività».

In passato l’Italia ha oscillato tra una destra che diceva “con la cultura non si mangia”, e una sinistra che diceva “giù le mani” di fronte all’ipotesi che il patrimonio potesse creare reddito, anche grazie all’intervento dei privati. Lei come si muoverà?
«La bussola è l’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo
«Ho avuto modo di pensare, di riflettere, di rileggere la gerarchia della vita»

della cultura. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. In due righe i padri costituenti hanno previsto sia la tutela sia la valorizzazione. Usciamo dalla semplificazione per cui da una parte ci si vorrebbe occupare solo della tutela, e dall’altra parte si vorrebbe privatizzare il patrimonio pubblico. Troviamo un meccanismo condiviso. La bellezza deve essere una condizione di crescita del Paese: non solo con il turismo, ma anche con la capacità di attrarre investimenti».

Che cosa intende?
«La parte alta della filiera produttiva, in cui conta di più l’intelligenza, si stabilisce volentieri là dov’è maggiore l’offerta culturale e la qualità della vita. L’Italia ha le caratteristiche per diventare il Paese più attraente al mondo».

Quale dovrebbe essere il ruolo dei privati?
«Dobbiamo aprire ai privati. Sia nella forma del mecenatismo, sia in quella della sponsorizzazione. Prendiamo Ercolano, che è a pochi chilometri da Pompei. La convenzione con la Packard ha creato un modello di integrazione pubblico-privato che ha avuto un grande successo. Sto lavorando perché diventi una convenzione-tipo. Individueremo venti siti, piccoli, medi e grandi, e chiederò a venti aziende, italiane e straniere, di farsene carico con un atto di liberalità, secondo le linee sperimentate della convenzione Ercolano. Non credo proprio che rifiuteranno».

La liberalità è nobile. Ma di solito i privati vogliono utili.
«Sia il mecenatismo, sia le sponsorizzazioni hanno un ritorno. Non sempre le aziende hanno trovato l’attenzione che meritavano. Impregilo dice di aver messo venti milioni per Pompei e di non aver mai avuto risposta. Anche il Kuwait ha fatto un’offerta ed è rimasta lì. Si può anche riflettere sulla possibilità di coinvolgere i privati nella gestione di un museo o di un monumento. Qui però occorre cautela: bisogna evitare che si speculi su un bene che appartiene a tutti. Non illudiamoci: il nostro patrimonio è talmente vasto che il ruolo pubblico sarà sempre insostituibile. Ma i privati devono essere coinvolti più di ora».

Non teme una reazione negativa dal vostro stesso mondo, dagli intellettuali della sinistra più intransigente?
«Ma noi non vogliamo svendere il nostro patrimonio; vogliamo salvarlo e valorizzarlo. Ad esempio, le stesse operazioni di marketing pensate per le mostre si devono fare anche per rilanciare musei, aree archeologiche, beni monumentali poco conosciuti. A Ferrara il museo Boldini ha diecimila visitatori l’anno. Il Comune ha avuto l’idea di fare a cento metri di distanza, a Palazzo dei Diamanti, una mostra su Boldini: centomila visitatori in tre mesi».

Franco Tatò, intervistato da Paolo Conti, ha indicato nei sovrintendenti un fattore di conservazione.
«Non generalizziamo. Nell’ambito della spending review dovrò ridurre 32 posti di dirigenti di seconda fascia. Quella sarà la prima occasione per iniziare una riorganizzazione e razionalizzazione del sistema delle sovrintendenze; che però, non dimentichiamolo, applicano l’articolo 9. Penso anche a una nuova direzione generale per l’educazione alla cultura. Dobbiamo occuparci di più anche di arte contemporanea e architettura, in vista di un grande progetto di riqualificazione delle periferie urbane».

Pompei è una vergogna nazionale. Come conta di porre rimedio?
«A Pompei vengono al pettine nodi irrisolti da decenni. Il mio predecessore Bray ha fatto due nomine che condivido: il generale Nistri e il sovrintendente Osanna. Vedremo di spendere bene i fondi europei, sapendo che su Pompei sono puntati i riflettori di tutto il mondo, con il rischio anche di esagerazioni: l’altro giorno è stato scoperto il cedimento di un tetto di calcestruzzo costruito negli Anni 80, e pure questo rischia di diventare uno scandalo...».

Il Louvre ha più visitatori di tutti i nostri musei statali messi assieme. Eravamo il Paese con più turisti al mondo; siamo solo quinti, dietro Francia, Stati Uniti, Spagna e Cina.
«Ma siamo il Paese più “desiderato”. Digitalizzeremo l’offerta: l’80% delle prenotazioni si fa online; siamo in grave ritardo. Lavoreremo di più con la Cina, l’India, il Brasile, gli altri Paesi emergenti. E riporteremo al governo e a un Enit riformato la promozione da fare all’estero, cambiando il titolo V. Affidarla alle Regioni è stato un errore».

Anche lei ha parlato di cultura come petrolio d’Italia...
«È vero. Ma è un’espressione che non userò più. Il petrolio è un bene che si consuma. La cultura semmai è il nostro ossigeno. Per le menti, e per la crescita dell’economia».

Come valuta l’esordio di Renzi a Palazzo Chigi?
«Siamo un Paese conservatore, pigro, spaventato dai cambiamenti. A parole tutti vogliono cambiare, ma poi hanno paura di farlo davvero. Matteo è uomo di rottura, per età e per carattere. Il suo governo è il punto di rottura di incrostazioni e timori antichi. Dobbiamo dargli tutti sostegno convinto e tempo per lavorare».
22 marzo 2014 | 07:42
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_marzo_22/franceschini-l-infarto-mi-ha-fatto-capire-valori-45046f26-b18a-11e3-a9ed-41701ef78e4b.shtml


Titolo: FRANCESCHINI prima enuncia la strategia, poi dove trovate i soldi.
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 07, 2015, 10:51:16 am
1 dicembre 2015

Franceschini: "Sì al Ponte sullo Stretto, sono d'accordo con Renzi"

Il Ponte sullo Stretto "in passato era un simbolo, non collegato a un disegno strategico. La volontà che il presidente del Consiglio ha espresso, e che io condivido assolutamente, di portare l'alta velocità nel Sud, farla arrivare in Sicilia e recuperarla anche sul versante adriatico comporta, come conseguenza di questa scelta, anche il Ponte sullo Stretto".

A dirlo, il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, intervenuto al convegno 'orizzonte 2020: quali risorse per il turismo', promosso dall'osservatorio parlamentare per il turismo e in corso a Roma a palazzo Giustiniani.

Da - http://video.huffingtonpost.it/politica/francschini-si-al-ponte-sullo-stretto-sono-d-accordo-con-renzi/6082/6074


Titolo: La ricetta di Dario Franceschini: “Primarie di coalizione per un nuovo centrosin
Inserito da: Arlecchino - Febbraio 03, 2017, 08:40:47 pm
   Focus
Unità.tv   
@unitaonline
· 3 febbraio 2017

La ricetta di Dario Franceschini: “Primarie di coalizione per un nuovo centrosinistra”
“E’ lo stesso percorso che portò alla sfida per la premiership tra Bersani e Renzi. Il 13 febbraio la direzione del Pd non avrebbe che da applicare quelle regole”

Primarie di coalizione per evitare la scissione nel Pd, e “premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista” come punto di mediazione con Forza Italia e Ncd sulla legge elettorale, “che potrebbe essere l’ultimo atto della legislatura”.

E’ quanto propone Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, in un’intervista al Corriere della Sera. “Quando sento parlare di scissione penso che la sciagura vada evitata”, dice Franceschini. “Un conto è il giusto ricambio dei gruppi dirigenti, altra cosa è la capacità di essere inclusivi, specie davanti ai rischi che stiamo correndo. Abbiamo impiegato vent’anni per fare il Pd: si può disperdere un simile patrimonio?”. Per l’esponente democratico “c’è un percorso che può scongiurare la scissione. Rispetto agli anni in cui il bipolarismo tendeva al bipartitismo, ora, con un sistema proporzionale, bisogna perimetrare il campo riformista per non disperderlo”, osserva. “Lo si può fare con l’azione politica e anche modificando in pochi punti la legge elettorale emersa dalla sentenza della Consulta. A mio avviso il premio di maggioranza andrebbe assegnato alla coalizione, alla Camera e al Senato, rispettando i dettami costituzionali“.

“L’accordo in Parlamento deve essere il più largo possibile e deve contemplare la collaborazione delle forze di opposizione”, prosegue Franceschini. “Nel centrodestra è interesse di tutto il Paese che ci sia un’area moderata non vincolata alle posizioni estreme di Salvini. Nel campo riformista c’è un’area di centro che ha collaborato con i governi di Letta e Renzi, e ora collabora con quello di Gentiloni: sarebbe strano se dopo cinque anni ci candidassimo su fronti contrapposti. C’è infine uno spazio a sinistra del Pd che può essere parte del processo: penso all’operazione di Pisapia. Per tenere insieme questa aggregazione, servirebbero le primarie di coalizione. Peraltro non bisognerebbe inventarsi nulla: è lo stesso percorso che portò alla sfida per la premiership tra Bersani e Renzi. Il 13 febbraio la direzione del Pd non avrebbe che da applicare quelle regole”.

Quanto alla data delle elezioni Franceschini osserva: “In corso d’opera bisognerà verificare le condizioni politiche. È chiaro che se ci fosse un accordo sulla legge elettorale non ci sarebbe il rischio di perdite di tempo in Parlamento. A quel punto l’approvazione della riforma potrebbe anche essere l’ultimo atto della legislatura. Ma questa scelta sarà nelle mani del capo dello Stato, che sentiti i partiti saprà scegliere il momento migliore per il Paese”.

Da - http://www.unita.tv/focus/la-ricetta-di-dario-franceschini-primarie-di-coalizione-per-un-nuovo-centrosinistra/