LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Arlecchino - Giugno 18, 2007, 12:33:33 pm



Titolo: Roberto COTRONEO.
Inserito da: Arlecchino - Giugno 18, 2007, 12:33:33 pm
Una Piazza per la Libertà

Roberto Cotroneo


Il convitato di pietra sta lì, nella piazza. Chiuso da cancellate che sembrano invalicabili. È la basilica di san Giovanni: la basilica più importante al mondo dopo San Pietro, ovviamente. Ormai assiste alle nuove guerre, alle nuove contrapposizioni di un paese che sembra cambiato. Dove gli schieramenti si sono fatti netti, e dove poco più di un mese fa sono scesi in piazza i cattolici del Family Day, per protestare contro i Dico e affermare il ruolo della famiglia tradizionale. Ieri il convitato di pietra ha assistito a un altro spettacolo, di tenore opposto.

E non solo perché era il Gay Pride, ma anche perché si trattava di un corteo gioioso e civilissimo, rispettoso e persino liberatorio. Fatto di giovani e meno giovani, gay ed eterosessuali. Fatto di musica e molta ironia, di carri allegorici certo, di qualche risvolto vagamente kitsch e provocatorio, ma soprattutto fatto da gente che si sente minacciata. E non sto parlando solo dei gay e dei loro diritti, ma sto parlando di tutti quelli che hanno la sensazione, da un po’ di tempo a questa parte, di essersi svegliati in un paese che sino a qualche tempo fa non era neanche immaginabile. Un paese che in certe cose sembra tornato indietro di quarant’anni, che si oppone ai diritti delle minoranze con manifestazioni quasi oceaniche come quella di San Giovanni del mese scorso.

Ieri erano in meno, era ovvio. Eppure dal microfono gli organizzatori scherzavano sulle cifre: «Siamo più di un milione», dicevano. Ed erano fischi, risate, e divertimento. Non erano un milione, ma erano tanti lo stesso. E si sentiva che la gente voleva esserci perché i diritti rivendicati ieri, con tutti i distinguo che ognuno può avere per sé, sono i diritti dei gay oggi, e quelli di chiunque altro domani. Mentre il corteo sfilava, tra musica e gente che ballava si notavano sostanzialmente due cose. La prima era che c’era allegria, che era tutto un sorridersi tra quelli che sfilavano. La seconda era che nella sua allegria era un corteo serissimo, che andava oltre la manifestazione, e arrivava al cuore di un problema che ormai sono in troppi a sentire. Il cuore del problema è l’intolleranza, la cupezza, il clima torbido che in molti vogliono far respirare al paese. Preoccuparsi, polemizzare con questo gay pride, da parte dell’opposizione, ma anche di alcune frange della maggioranza è terribilmente fuori luogo, e può spiegarsi solo in un modo: con un irrigidimento civile e sociale di questo paese.

Eppure, mentre il festoso corteo sfilava per Roma, non ci si doveva distrarre dai visi delle persone che non partecipavano, e che erano ferme ai due lati della strada per vederli passare. Erano vecchi, donne, gente in giacca e cravatta che si capiva non avrebbero mai partecipato, ma che avevano scelto, in un certo senso, di curiosare. Forse per capire quanto di eccessivo o di trasgressivo e persino di “immorale” poteva compiersi tra i manifestati. Questi osservatori esterni andavano osservati per rendersi conto di una cosa. Avevano tutti una sorta di sorriso. E non era un sorriso ironico, ma un sorriso di sorpresa. Come a dire: ma guarda come sono allegri, e non sarà che abbiano anche un po’ ragione.

E l’altra piazza? Quella di un mese fa? Nessuno deve scandalizzarsi se non si può che dire una cosa: era più cupa, meno autentica, più politica persino. L’altra piazza era la maggioranza silenziosa quando decide di entrare in campo, e ribadendo le proprie idee e i propri diritti non dimentica di negare quelli degli altri. L’altra piazza, quella di un mese fa, era una sfilata di potere, era un operazione mediatica decisa dall’alto. Questa piazza era una piazza. Senza troppe transenne, molto normale e molto autentica, ma soprattutto molto corretta. Chiedere diritti, mostrare con orgoglio e soprattutto con naturalezza una verità, una realtà, un pezzo di paese che è cresciuto in questi decenni, che esiste, e che non si può dimenticare o cancellare perché vescovi e movimenti cattolici si sono riscoperti di una intolleranza sorprendente. Ieri c’era un paese civile in piazza, un paese moderno, un paese europeo come tanti. Un mese fa, al Family Day, c’era uno psico-dramma incomprensibile.

Alla fine hanno cominciato a parlare i politici e gli organizzatori. Il pomeriggio romano andava a sfumare verso la sera. I telegiornali hanno inquadrato tutto quanto faceva folclore. Il resto del paese avrà pensato a una sorta di baraccone semovente. Quelli che c’erano, e quelli che osservavano senza esserci del tutto, hanno capito che era giusto. Mentre la notte scuriva sempre più la struttura della basilica di San Giovanni e la rendeva meno incombente, come un’ombra lontana e innocua.


Pubblicato il: 17.06.07
Modificato il: 17.06.07 alle ore 12.52   
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Titolo: Roberto Cotroneo - Che c'azzecca Neruda?
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2008, 12:11:26 am
Andrea Camilleri: «Il Sud muore tra rifiuti e Cuffaro»

Roberto Cotroneo


Dall’immondizia in Campania al caso Mastella, passando per la condanna del governatore della Sicilia. Ne discutiamo con Andrea Camilleri, siciliano appunto, uno degli scrittori più famosi del mondo. «È la questione meridionale, e che di volta in volta può assumere la forma di spazzatura, di Mastella, di Cuffaro, di camorra, di mafia, e tutto quello che vogliamo. Ma sempre una maniera di arrampicarsi per sopravvivere in un’Italia nettamente divisa in due».

L’immondizia in Campania, il ministro Clemente Mastella indagato e la moglie agli arresti domiciliari. Antonio Bassolino travolto dalle accuse. Totò Cuffaro, governatore della Sicilia condannato a cinque anni con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. E nonostante questo decide di non dimettersi. La politica, di centro destra come di centro sinistra, travolta da una vecchia storia che ci portiamo dietro da 150 anni, e forse di più. Fatta di due paroline semplici semplici: questione meridionale. Anzi, di più: la nuova questione meridionale, che ormai non è più soltanto emergenza criminalità, ma emergenza totale. Siamo andati a bussare alla porta di Andrea Camilleri, siciliano, uno degli scrittori più famosi del mondo. Per capire assieme a lui i termini di questa emergenza, che rischia innanzi tutto di travolgere il centro sinistra, e l’intero paese.

Camilleri, cominciamo da Cuffaro?

«Per ciò che riguarda Cuffaro, io esprimo la mia solidarietà assoluta a Cuffaro».

Prego?

«Siamo in un periodo in cui va di moda esprimere la solidarietà, e quindi io non vorrei essere da meno. Per un fatto molto semplice: non si capisce perché venga condannato a cinque anni e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, un signore che ha passato un’informazione a un altro signore, non sapendo che quest’altro signore era legato alla mafia. Quindi o lo si assolve riconoscendogli la buonafede, o lo si condanna a quindici anni, con tutte le aggravanti del caso».

Con questo ragionamento cosa vuole intendere?

«Che ancora una volta la magistratura ci mette il carico da undici, nella direzione dell’ambiguità. Noi viviamo in un paese assolutamente ambiguo dove non c’è più un’istituzione che non sia toccata dall’ambiguità dei comportamenti. Trovo questo il punto di decadenza massima di un paese».

Cerchiamo di mettere a fuoco il concetto di ambiguità. Ambiguo perché non si capisce? O ambiguo perché si dice una cosa per l’altra?

«No, si capisce benissimo, purtroppo. Senonché questa cosa che si capisce benissimo viene proposta in un modo tale che diventa un’altra cosa. Noi abbiamo avuto, per esempio, una sentenza esemplare, per richiamarci a un titolo di Leonardo Sciascia, che è quella di Giulio Andreotti. Andreotti è stato riconosciuto, da una sentenza definitiva, colluso con la mafia fino al 1980. Ma questi reati sono stati prescritti. Come è stata presentata all’opinione pubblica? Come un’assoluzione per Andreotti. Ecco un caso di ambiguità».

D’accordo. La sentenza Cuffaro sarà pure ambigua, ma lui dovrebbe comunque dimettersi.

«Non lo fa perché lui dice: vedete, non sono stato condannato per concorso esterno con la mafia. Dunque posso restare al mio posto. Nonostante avesse dichiarato che in qualunque caso e con qualunque sentenza lui si sarebbe dimesso. Questi qui non si scrostano dal loro potere. Perché scrostarsi dal potere per Cuffaro vuol dire far cadere l’Udc in Sicilia».

Un altro che non si dimette è Bassolino. Per motivi assai diversi. Ma certo gravi.

«Bassolino? Senta, i miti invecchiano. Non dovrebbero, ma purtroppo invecchiano. Il compito di un mito è anche quello di avere la percezione dell’appannamento del mito. Se non c’è questa percezione si finisce travolti dalla monnezza».

E invece?

«E invece io penso che se non fosse stato per il papa, se non fosse stato per Mastella, i politici italiani avrebbero trovato il miglior argomento al loro livello della discussione: la monnezza. Quello è un livello dove si muovono bene».

Vuol dire che la monnezza è una metafora dei mali italiani?

«La monnezza è la punta evidente di quello che per anni si continua a ignorare volutamente, e che è la questione meridionale, e che di volta in volta può assumere la forma di spazzatura, di Mastella, di Cuffaro, di camorra, di mafia, e tutto quello che vogliamo. Ma sempre una maniera di arrampicarsi per sopravvivere in un’Italia nettamente divisa in due».

Ma sono anni che la forbice si allarga sempre più.

«Vede, nell’Ottocento, quando cominciò a sorgere la cosiddetta questione meridionale, c’erano parecchi deputati meridionali che si battevano per la questione meridionale. Oggi si battono per altro, non per la questione meridionale».

Parliamo della sinistra. Dal luglio scorso, con il discorso di Veltroni al Lingotto di Torino a oggi sembra passato un secolo. L’immagine del Pd fatica a uscire fuori. I rimbrotti del papa, il problema della Campania, con Bassolino, con Mastella, regione amministrata dal centro sinistra, il trasferimento di magistrati come De Magistris...

«Senta, io verso il partito democratico ho avuto un atteggiamento chiaro fin dal primo momento. Ho pensato che era un qualcosa che non mi riguardava. L’estate scorsa Veltroni mi chiese di fare da garante per ciò che riguardava il Pd in Sicilia».

E lei cosa ha risposto?

«Rinunciai, perché istintivamente ho pensato che non volevo avere nulla a che fare con il Partito Democratico. Prima ancora che un fatto politico era un fatto sentimentale. Per me a 81 anni, era la perdita totale della mia identità di comunista. Mi hanno fatto diventare il mio abito da comunista un vestito da Arlecchino, pieno di vari colori, e non ero disposto a perdere gli ultimi dieci centimetri, di colore rosso che mi erano rimasti, di quel vecchio costume che avevo indossato per settant’anni. Però... ».

Però?

«Tutto quello che è successo dopo nel partito democratico non ha fatto altro che confermare le mie riserve. Comprese le inutili trattative con Berlusconi sulla legge elettorale, dove Veltroni ha fallito».

Ma ne è sicuro? La partita non è ancora per niente chiusa.

«Senta, il cavaliere è abituato come un danzatore a fare delle giravolte, e l’altro ieri ha fatto un’altra giravolta, e ha detto: meglio il referendum. Un’affermazione che pone fine a qualsiasi trattativa possibile sulla legge elettorale. Il problema non è mettere la signora Lario all’interno del Pd, ma è l’identità del Pd. Dove trovi la senatrice Binetti, ma trovi anche persone lontanissime dalle posizioni della Binetti».

Questo è pluralismo, posizioni diverse, è un arricchimento. O no?

«Certo. Io ogni domenica a casa mia ospito degli amici. Uno dei quali è fascista. L’altro giorno si è ammalato e io ho visto il mio salotto diventare grigio perché mancava la sua voce. A casa mia. Non in un partito politico. Un partito politico non può avere che dei timoniere in una direzione. E non può avere dei timonieri che mettono la rotta su diversi percorsi».

Lei pensa che la nuova questione meridionale sarà l’elemento che rischia di mandarci tutti a fondo?

«Ma vede. Io penso che nel 2008 l’operazione colonialista, iniziata subito dopo l’unità d’Italia nei riguardi del sud, sia arrivata al punto finale: questa colonia del sud rendendo sempre di meno, sempre di più viene abbandonata a se stessa. E la colonia del sud è come se non facesse parte dell’Italia, come qualche cosa di aggiunto all’Italia. Però se poi vado a vedere chi costituisce la mente direttiva delle industrie del nord, dell’informazione del nord, mi accorgo che sono dei meridionali. E allora mi sento in dovere di chiedere una quantificazione in denaro delle menti meridionali che promuovono il nord».

Vuole fare il conto?

«Voglio metterlo sul piatto della bilancia. Voglio vedere quanto può valere il cervello di un industriale meridionale che lavora e produce ricchezza al nord».

Ci sono cervelli del nord che producono ricchezza al sud?

«No, non esistono, quel poco di ricchezza del sud è prodotta da gente del sud».

Lei ha una spiegazione?

«La spiegazione risale al 1860. Quando una rivoluzione contadina venne chiamata brigantaggio. Per cui uccisero 17 mila briganti che non esistono da nessuna parte del mondo. Ed erano invece contadini in rivolta, o ex militari borbonici. Tutto già da allora ha preso una piega diversa. Quando fu fatta l’unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così».

Appunto, torniamo a oggi. Tutti questi danni sembrano arrivare sulle spalle della sinistra. Ma ancora non abbiamo toccato il caso Mastella.

«Mastella è un errore politico di Prodi. Che ora sta scontando amaramente. Fino al giorno prima della formazione del governo, io avevo appreso che Mastella era in ballottaggio con Emma Bonino per andare al ministero della difesa. Ci siamo svegliati il giorno dopo e abbiamo saputo che Mastella era diventato ministro della Giustizia. Non abbiamo avuto spiegazioni su cosa sia avvenuto quella notte. Ma è certo che fin dal primo momento, io personalmente, dissi: questo è un errore madornale».

In che senso?

«Mastella era il meno indicato a ricoprire l’incarico di ministro della Giustizia. Intendiamoci: non è detto che doveva andarci un giacobino. Sarebbe stato un errore di pari importanza. Ma al ministero della Giustizia bastano persone di buon senso. Non dico di mettere Francesco Saverio Borrelli. Ma una persona meno coinvolta di Mastella in quella che è la concezione della politica come merce e come potere. Noi ci aspettavamo un governo specchiato e adamantino. Mastella non è quella persona. Noi sappiamo che Mastella è un uomo che ama trattare».

E adesso che cosa si fa?

«Adesso assistiamo alle conseguenze. Ieri Berlusconi, cupamente, con il foularino al collo, ha detto: dobbiamo tornare subito a votare per una sostanziale riforma della giustizia. E tutti sappiamo cosa significa, per lui, la riforma della giustizia».

Un’ultima domanda: lei pensa questo paese sia profondamente corrotto dal punto di vista filosofico e culturale?

«Sì. Io sarò un pazzo però c’è una cosa che mi gira per la testa da un sacco di tempo: gli italiani sono un popolo incolto. Basta vedere quello che leggono e quanto leggono rispetto agli altri popoli. Sono convinto che Berlusconi il suo potere lo ha preparato già da 30 anni a questa parte, e dal momento in cui ha indirizzato in un certo modo le sue tv commerciali. Da quel momento il livello culturale degli italiani si è abbassato in maniera esponenziale. E lo vediamo dai deputati che produciamo. La nostra è una nazione destinata a un misero decadimento se non avviene uno scossone».

E lei crede sia ancora possibile questo scossone?

«Noi siamo capaci di scossoni, ma solo quando arriviamo alle porte coi sassi, come dicono i fiorentini. Non riusciranno più a fare la legge elettorale. Arriveremo al referendum. Va bene così. Sarà devastante? Che lo sia. Vedremo se poi riusciranno a rendersi conto che si devono veramente cambiare le cose».

roberto@robertocotroneo.it



Pubblicato il: 21.01.08
Modificato il: 21.01.08 alle ore 8.23   
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Titolo: Roberto Cotroneo - Che c'azzecca Neruda?
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2008, 11:00:27 pm
Che c'azzecca Neruda?

Roberto Cotroneo


I “pianisti”, gli stenografi che al Senato come alla Camera sono incaricati di trascrivere ogni parola che viene detta in aula, dovrebbero saperlo che stanno mettendo su pagina il miglior teatro dell’assurdo, dalla «Cantatrice calva» di Ionesco a oggi. Peccato che, dopo anni di becerate berlusconiche, l’italiano medio può aver dimenticato chi sia mai stato Eugene Ionesco, e cosa sia mai il teatro dell’assurdo. Ma per farsene un’idea ci voleva poco.

Bastava guardare quel palcoscenico che era l'aula del Senato per avere chiaro cosa stesse accadendo. Il totale «non senso» di una parte della classe politica senza un benché minimo senso di responsabilità. Ma anche senza il benché minimo senso del ridicolo.

Ora tralasciamo la scenata agghiacciante del senatore dell'Udeur Barbato, trattenuto dai commessi a stento, che si saranno anche dovuti pulire il palmo della mano dallo sputo trattenuto del Barbato. Pazienza e solidarietà per il povero Cusumano che sviene sullo scranno, con richiesta urgente di defibrillatore.

Ma dopo tutto questo ci siamo dovuti sorbire Clemente Mastella che anziché parlare cosa fa? Tira fuori un foglietto con una poesia di Neruda, tradotta naturalmente, mica in originale. Neruda, dico. E, come avrebbe detto Antonio Di Pietro, che con Mastella ha un conto apertissimo da sempre: «che ci azzecca Neruda con Mastella?». Niente, infatti la citazione gli esce male. Legge malissimo la poesia, anzi dà l'impressione che qualcuno gliela deve aver girata questa mattina, all'ultimo momento. «Questa va bene, Clemente, fa il suo effetto». E lui, gongolante a sciorinare i versi, come se finalmente tutta quella inconsistenza e volgarità, tutto quel mastellismo, che ha espresso tra corna e sputi pochi minuti prima, e al meglio, il suo sodale Barbato, potesse scivolare via come lo sporco più sporco dei detersivi per cucina, che lucidano, brillano, non graffiano le superfici e non lasciano residui.

Legge i versi maldestro, Pablo Mastella; maldestro perché non gli appartengono, come non gli appartiene Neruda. «Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce»: mai versi furono così profetici.

Non è una delle migliore poesie di Neruda, che non è neanche un grande poeta, e se proprio si voleva impressionare con la cultura c'è di meglio in giro. Soprattutto grandi poeti italiani del Novecento, che non c'è neppure bisogno di tradurre. Ma si sa, Pablo Mastella vuole farci capire che il suo è un travaglio esistenziale e vitalistico. Persino situazionista, per certi aspetti. La legge tutta la poesia, dopo gli sputi e le grida, dopo le ironie e le parole a vuoto, in quel clima senza futuro e senza il benché minimo senso di reponsabilità. La legge tutta tranne l'ultimo verso: quello, qualcuno, glielo ha depennato, non andava tanto bene. Lentamente si muore se non si cambia, lentamente si muore se si tiene troppo Prodi, lentamente si muore se ci si ostina a fare il ministro della Giustizia, ma poi Mastella dimentica di leggere: «Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità».

Forse Mastella ha ritenuto che di ardente c'erano solo le grida del suo collega di Udeur Barbato, e dunque non era il caso di tirar fuori la pazienza. Con il senatore Turigliatto che dichiara di non votare per il governo con l'aria di uno che sembra non non capire dove si trova davvero, e perché e dall'inizio della legislatura. Con il senatore D'Onofrio che ancora un po' tira fuori un mazzo di tarocchi: «Il senatore Cossiga sostiene che quello che io dico si verifica poi puntualmente. E dunque siccome penso che il governo cadrà. Vuol dire che a voi, presidente Prodi, le cose andranno male». E Roberto Castelli, leghista padano, pronto a trasformarsi in storico, esibendo un quiz di cattivo gusto. Indovinate quale di queste frasi è stata pronunciata da Benito Mussolini nel celebre e drammatico discorso del Teatro Lirico di Milano nel 1944, e quali invece sono state pronunciate da Romano Prodi. Agghiacciante per per scarso rispetto delle istituzioni e per ignoranza storica. Ma non è che si può pretendere molto da Castelli, e anche questo si sa. Ma appena si ha la coda si paglia, appena si sente il profumo del potere che mette tutti d'accordo, subito, si salta sul carro di una «porcata» di legge elettorale per riprendersi quello che viene considerato un maltolto. E siccome «pare brutto» come dicono a Roma, metterla giù facile facile, smaccata più di quanto non sia, sono tutti pronti a mettere mano alla cultura, o si fa per dire. A riferimenti storici raffazzonati, a parallelismi vergognosi, e a Pablo Neruda. Citato da Mastella.

Lo spettacolo era tra i peggiori che si potessero immaginare. Più che ridicolo era grottesco, un grand guignol istruttivo e totalmente in cattiva fede. Facce di bronzo come mai se ne erano viste così. Avrebbero tutti preferito non sfilare a dire no, mettendoci la faccia; per primo Mastella, per secondo Lamberto Dini. L'hanno dovuto fare. Ma quel Neruda è quasi più insultante degli insulti di Barbato: «Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati».

Neanche troppo lentamente, andando avanti così, muore un paese. Riguardo a Mastella, ci sembrava stesse benissimo, per fortuna, nonostante avesse fatto sapere di un lieve malore nella mattinata. Però Clemente Mastella che legge e male il comunista Neruda è una cosa che non si vorrebbe vedere e sentire mai più. Per favore...

Pubblicato il: 25.01.08
Modificato il: 25.01.08 alle ore 15.08   
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Titolo: Roberto Cotroneo - La compagnia degli ectoplasmi
Inserito da: Admin - Febbraio 01, 2008, 06:02:38 pm
La compagnia degli ectoplasmi

Roberto Cotroneo


C’è una celebre vignetta di Altan che diceva: «Mi vengono in mente idee che non condivido». Riflettevo su quanto accaduto in questi giorni. Soprattutto sulle posizioni di due leader politici, che non troppo tempo fa, durante la campagna elettorale del 2006, facevano parte della Casa delle libertà. Erano due dei tre tenori, come dissero allora. Il primo tenore era Silvio Berlusconi, e va da sé. Il secondo e il terzo Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini. Tutti e tre d'amore d'accordo, fotografati assieme, pronti a dare battaglia nella campagna elettorale che la sinistra doveva vincere con grande margine. E che vinse con quasi un pareggio e una legge elettorale perfida, e approvata apposta dal centrodestra per non dare stabilità al governo della sinistra. E questo lo sappiamo.

Negli ultimi giorni la Cdl è rinata, quando sembrava ormai una storia finita. Resuscitarla è stata dura, ammettiamolo. Le vecchie ombre erano difficili da scacciare, i ricordi, brucianti di parole non troppo tenere, sembravano impossibili da cancellare. Era solo il 26 novembre scorso quando il Cavaliere etichettava la Cdl un ectoplasma, per colpa dei suoi alleati, Fini e Casini. Tutto dimenticato. Complice il luccichio delle monete d'oro dei posti di governo, del controllo dei gangli vitali del potere, si è passato sopra ogni cosa. Con una leggerezza ammirevole, e con una faccia di bronzo quasi scientifica.

Cominciamo da Fini. L'uomo che doveva candidarsi a essere il Sarkozy italiano. Il traghettatore dei missini dall'estrema destra verso la sterminata terra in cui i conservatori, i moderati possono pascolare liberamente. La destra rispettabile, la destra anche responsabile, anche un po' sociale, anche un po', si sarebbe detto un tempo, parastatale. Ma tanto rassicurante. Fini aveva smesso sin da Fiuggi l'orribile impermeabile beige, e aveva abbracciato la fede moderata. Sdoganato allora, ma davvero furibondo qualche mese fa, quando di fronte a un'uscita, anche un po' senile di Berlusconi, invidioso dei gazebi di Veltroni e del nascente partito democratico, si era inventato il partito delle libertà. Fini gli aveva risposto testuale: siamo alle comiche. E il dissidio sembrava insanabile. Specie dopo che Berlusconi incontrava Veltroni, battendo i suoi sul tempo, per cercare una via per le riforme.

Sembrava un nuovo film. Fini incontrava Veltroni, Veltroni incontrava Berlusconi. Casini incontrava Fini. E poi vedeva Veltroni, con Franceschini. Sembrava un torneo amichevole di calcio, dove le squadre mostrano come si fa a portare avanti una politica responsabile e degna di questo nome. Ma dietro l'angolo c'erano i due bravi Mastella e Dini, che anche con uno sbarramento del 2% (non c'era bisogno del 5), anzi basterebbe forse anche l'1%, diventerebbero dei leader da campanile, ma quello vero: uno qualunque di un paese sperduto da comunità montana. Così quelli sfiduciano, sfilano in Senato, votano no, mettono in crisi Prodi, e il luccichio del tesoro torna inaspettato. Il forziere si riapre. Come il pirata Long John Silver davanti alla fossa del tesoro, nel romanzo di Stevenson. Pronto a cambiare atteggiamento a seconda di quello che sarebbe accaduto, e a fare rocambolesche giravolte di alleanze. Così è avvenuto in questi giorni. Fini dimentica le comiche e si ripresenta sottobraccio a Berlusconi. Bisogna andare a votare. Subito. Ma come? Il Porcellum, il dialogo, le riforme? Niente, qualche sondaggista, come un mago merlino nascosto nei laboratori segreti delle alchimie politiche deve aver detto che il distacco con la sinistra è di 10 punti. E figuriamoci. Ai sondaggisti ci credono sempre tutti.

Persino Casini, che era andato oltre le comiche, e che aveva tenuto atteggiamento da grande attendista, tra cosa bianca, tra io vado da solo, e con Berlusconi proprio non ci capiamo... Negli ultimi 12 mesi ha continuato a spiegare a tutti che i voti dell'Udc non sarebbero mai andati in soccorso al governo. Ed è stato così. Mettendo però in chiaro che si sarebbe ben guardato dal metterli a disposizione dell'opposizione, da cui forse era ancora più distante. Anche a crisi aperta, tra corna, svenimenti, spumante e polemiche, Casini aveva detto subito: governo istituzionale, tecnico, a tempo, finalizzato, perché con questa legge elettorale non si può andare a votare. Non rimettiamo 35 partiti in parlamento. Il giorno dopo, ma guarda un po', le elezioni erano impellenti. Forse Berlusconi ha mostrato a Casini il luccichio della Farnesina: che è una di quelle offerte che non si possono proprio rifiutare.

Così Fini e Casini, uniti un tempo, in un tempo vicinissimo, contro il solito Berlusconi, quei Fini e Casini che volevano ridiscutere la leadership del centrodestra si ritrovano di nuovo a fianco a Berlusconi. E Fini l'altra sera a «Matrix», alla domanda di Enrico Mentana sulle polemiche dei mesi scorsi cosa risponde? In sostanza quello che ha sempre detto: storie vecchie e poi il partito delle libertà non sta più nell'agenda politica. I tre tenori son diventati tre baritoni, se non tre bassi, ma son tornati. I due comprimari hanno delle facce che non ci crede nessuno che vogliono andare alle elezioni per il bene del paese. Casini continua a parlare di margini stretti, strade strette, strettoie e vicoli ciechi. Insomma ci sta stretto. E ieri che ha incontrato Berlusconi si è messo a parlare persino di legislatura costituente. Trovata mediatica tutta da capire.

E Fini? Che cosa indosserà per rendersi credibile nella prossima legislatura Costituente, con Storace, la Mussolini, Mastella, Dini, e tutto il resto della compagnia di giro? Difficile dirlo: tutto cambia di continuo e fare i giornali con questi qui è davvero difficile. Dipende dai sondaggi, dai margini stretti, che poi diventano larghi, da Mastella, Dini, e dalla Lega. Dipende dalla posta in gioco. Metti che tra un mese Veltroni recupera e il distacco si fa più sfumato? Metti che poi le riforme fanno bene al paese ma fanno male alle loro alleanze? Lo spettacolo di questo centrodestra nella gestione di questa crisi, Mastella e Dini inclusi, è spiazzante. La corsa alla diligenza è iniziata. Anche se il fiato non è più quello di un tempo. D'altronde non era quel vecchio e molto sopravvalutato conservatore di Giuseppe Prezzolini a dire che «la coerenza è la virtù degli imbecilli»?

roberto@robertocotroneo.it


Pubblicato il: 31.01.08
Modificato il: 31.01.08 alle ore 8.37   
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Titolo: Roberto COTRONEO.
Inserito da: Admin - Marzo 19, 2008, 02:50:10 pm
Se il Cavaliere si arricchisce

Roberto Cotroneo


E poi dicono che siamo un paese normale. Un paese dove la politica è vicina al cittadino. Dove le possibilità di partenza sono uguali per tutti, un paese uguale a tutti gli altri del mondo occidentale. Ieri le agenzie hanno diffuso i dati dei redditi dei politici italiani del 2006. E naturalmente il più ricco di tutti è Silvio Berlusconi. Fin qui la notizia non c’è, e nessuno si sogna di mettere in discussione le capacità manageriali e i redditi del leader dell’opposizione.

Quello che però appare abnorme è un’altra cosa. Ovvero il livello di disparità che c’è tra Berlusconi e tutti gli altri.

Ora, dai dati diffusi, Berlusconi ha dichiarato nel 2006: 139.245.570 euro. Ovvero qualcosa come 280 miliardi delle vecchie lire. Il secondo più ricco, dietro di lui, è Daniela Santanché che ha dichiarato 237.665 mila euro. Poi seguono tutti gli altri. Romano Prodi ad esempio è solo a 217.221. Fini a 147.814. Se sommiamo i redditi di tutti i leader di partito, arriviamo a due milioni 670 mila euro. Romano Prodi per dichiarare un reddito come quello di Berlusconi dovrebbe moltiplicare per 640 il suo reddito attuale. Se volesse farlo Piero Fassino, il coefficiente di moltiplicazione sarebbe 1120. Credo che tutti i redditi dei deputati e senatori più i redditi dei membri del governo non superino il reddito singolo di Silvio Berlusconi.

Ora, questa cifra dimostra che Berlusconi è un imprenditore che sa fare i suoi affari, ma dimostra anche un’anomalia politica grave. E seria. C’è troppo sbilanciamento, troppa ricchezza, troppa disparità. Sono cose che quando accadono spiegano molto bene perché Berlusconi sia anche politicamente un uomo così potente. Perché la politica in questo modo diventa soprattutto denaro e potere del denaro; perché Berlusconi, con questa posizione economica siderale rispetto agli altri può permettersi quasi tutto. Nessuno dice che un uomo molto ricco non può scendere in politica o non può candidarsi alla guida di un paese, ma c’è da chiedersi però una cosa, forse la più interessante di tutti. Il reddito di Berlusconi del 2006 è di 140 milioni di euro. Nel 2005, ovvero soltanto un anno fa, aveva dichiarato "solo" 28.033.122 di euro. In un anno soltanto Silvio Berlusconi ha quintuplicato i suoi redditi. Cosa è successo? Non c’era una crisi del paese terribile? Prodi non ci aveva messo in ginocchio? Non è lo slogan del centro destra che dice: "la sinistra ha messo il paese in ginocchio. Rialzati?". Certo che lo è. E allora la domanda è davvero seria: come ha fatto Berlusconi a moltiplicare per cinque un reddito che era già di 60 miliardi delle vecchie lire l’anno? Il potere forse negli affari aiuta, e il forse è solo ironico. Il paese starà come dice Berlusconi, in ginocchio, ma a giudicare dai suoi redditi non è del tutto vero. E alla luce di questi dati, anche la recente polemica sul metodo molto personale di risolvere i problemi del precariato dei giovani suona come uno sfottò. Perché è davvero, ma davvero, troppo cavarsela con una battuta di cattivo gusto invitando a sposare qualcuno ricco come lui. Non c’è nessuno in politica e nel mondo che guadagna quanto lui, e riesce a moltiplicare i suoi redditi in questo modo. Ne siamo contenti. Speriamo che faccia molta beneficenza. E che si renda conto, che uomini così ricchi di solito si occupano dei loro affari, e non dei destini di un paese. A meno che non usino il paese per fare i loro affari. E purtroppo, a giudicare dai dati, si potrebbe anche avere quella sensazione. E netta.

roberto@robertocotroneo.it


Pubblicato il: 19.03.08
Modificato il: 19.03.08 alle ore 8.08   
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Titolo: Roberto Cotroneo. Vade retro turista
Inserito da: Admin - Aprile 04, 2008, 05:39:40 pm
Horror Election Show

Roberto Cotroneo


Ci fosse Lucio Battisti, si potrebbe cantare: «Tu chiamale, se vuoi, elezioni». In un paese che ha di fronte immensi problemi, a cominciare dalla drammatica vicenda Alitalia, per proseguire con la difficoltà di dover tornare al voto dopo due anni, con una crisi di governo inaspettata e che non ha giovato al paese, con alcune riforme istituzionali fondamentali che nessuno è riuscito a fare. Insomma in una situazione politica difficile e instabile, dentro una crisi del paese, che non è solo economica, ma è anche morale.

Con i precari, i giovani senza lavoro, le aziende in crisi, le emergenze rifiuti che sono delle bombe vere e proprie. E naturalmente la criminalità organizzata, sempre più incisiva e sommersa, e naturalmente l'ordine pubblico, e ancora la violenza e i morti negli stadi o per il tifo da stadio. Insomma, se proprio si doveva fare una campagna elettorale, che almeno fosse rigorosa. Invece spesso è un disastro. Negli ultimi giorni si è visto tutto, anche troppo. I fischi e le uova di ieri a Giuliano Ferrari sono un gesto inqualificabile. Ma è indubbio che hanno portato a una nuova attenzione verso Ferrara, che negli ultimi tempi sembrava un po' scemata e lo ha rimesso nelle prime pagine dei giornali. Nessuno toglie il diritto al direttore del Foglio di reagire, con dignità, chiedendo rispetto. Ma alla fine sembrava una situazione splatter, che ha ben poco a che fare con una campagna elettorale responsabile e seria.

Certo non è colpa di Ferrara, ma di gente violenta e intollerante che ha attaccato con uova, pomodori ma soprattutto con una vera e propria guerriglia urbana che ha provocato una situazione di tensione per niente facile da gestire, con tanto di scontri con la polizia. Ma è vero che ormai il lavoro di alcuni candidati sembra più orientato a farsi notare a tutti i costi con metodi che hanno poco a che fare con la politica, nel senso più alto del termine, e molto a che fare con il circo. Oltre che con lo scarso buon senso. Prendiamo il generale Mauro Del Vecchio, candidato del partito democratico. Nessuno pensa che un maturo generale dell'esercito debba avere un modo liberale di pensare le cose. E si può capire: nell'esercito ci sono state molte aperture, ma rimane un mondo ancora chiuso, e molto maschile, per non dire macho. Bastava glissare un po' su certe convinzioni, e magari non dare interviste dove si sostiene che «i gay sono inadatti all'esercito, vanno bene le "case di piacere" per i militari all'estero, il nonnismo tra i soldati, se è fatto per scherzo, si può anche sopportare, volontari si può essere anche a sedici anni, ma non per missioni militari». Ed era necessario glissare soprattutto se ti candidi con il partito democratico. È successo il finimondo ovvio. Ma ora sappiamo con più chiarezza che il generale è un candidato. E forse certe uscite non sono proprio casuali, e aiutano a prendere qualche voto nel centro destra. Forse.

Forse non casuale, certo spericolato com atteggiamento. Per non dire del Da due giorni ad esempio non si fa altro che parlare del signor Giuseppe Pizza, l'uomo che vuole fermare le elezioni, perché la sua lista non è stata ammessa, l'uomo che vuole far sequestrare il simbolo dell'Udc. Ma anche no, come si direbbe oggi. Uno di cui il paese non sa nulla, che non si è mai sentito nominare prima, e che potrebbe mettere a soqquadro l'intero sistema Italia. È mai possibile? È una cosa sensata? Ovviamente no. E ovviamente l'idea che questa campagna elettorale possa durare ancora più a lungo irriterebbe moltissimi elettori e fare aumentare l'astensionismo, ma soprtattutto ci renderebbe ridicoli di fronte a mezzo mondo. Immaginate le ironie dei giornali stranieri sul signor Pizza che ferma le elezioni in Italia con il simbolo di un partito che non di fatto non esiste. E immaginate come può apparire agli increduli stranieri, lo sketch (come chiamarlo altrimenti) del transessuale Maurizia Paradiso che ha fatto irruzione nella sala dove teneva un comizio Umberto Bossi, tentando di baciare il senatur. Come recita puntuale la notizia di agenzia: la Paradiso è stata bloccata dalle Forze dell'ordine e portata fuori a forza dal centro congressi Carraresi di Padova all'interno del quartiere fieristico e allontanata. Il perché del gesto si capisce assai poco. Maurizia Paradiso negli ultimi giorni aveva dato molte interviste sui temi più disparati, ha affermato di essere tesserata Lega Nord, e voleva soltanto scambiare un gesto di affetto con Bossi. Dopodiché ha annunciato che è stata bloccata solo perché era un trans. E sembra ormai inevitabile quale uscita folcloristiva della candidata al comune di Roma, la ex pornostar Milly D'Abbraccio per il partito socialista. Certo, sono tutti episodi e situazioni diversissimi tra loro. Non accomunabili. Ma se si mettono tutti assieme, il quadro che ne esce è assolutamente surreale. È proprio vero che stiamo diventando sempre più un paese tragicomico.
roberto@robertocotroneo.it

Pubblicato il: 04.04.08
Modificato il: 04.04.08 alle ore 13.28   
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Titolo: Roberto Cotroneo. Come sopravvivere alla coppia B&B
Inserito da: Admin - Aprile 17, 2008, 08:45:59 pm
Come sopravvivere alla coppia B&B

Roberto Cotroneo


In qualche modo bisognerà farcela. Da qualche parte una possibilità c’è. Per tutti quelli che martedì 15 aprile, come in un romanzo di Kafka, si sono svegliati, e si sono accorti, in un momento, che da ieri, l’Italia sarà di nuovo berlusconiana c’è bisogno di una terapia di sostegno, di un appoggio, di una ragione. Molti vagano increduli, altri sfogliano nervosamente vecchi giornali per ricordarsi com’era solo due anni fa, altri ancora credono che con questa maggioranza “stabile” nessuno ce la farà, perché gli anni potrebbero essere cinque, non uno di meno, e si dovrebbe camminare nella valle del regno di Berlusconi fino al 2013.

Fino al 2013 con Bossi e Cicchitto, con Fini e Maroni, con la Carfagna e Bondi, con Borghezio e Calderoli. Fino al 2013 con Gasparri, con Alemanno, con Lombardo. Fino al 2013 tutti là appassionatamente, o magari anche no, magari anche a litigare ogni tre minuti, ma certi che questa volta il potere se lo tengono stretto e si governa fino alla fine. E se qualcosa va fatto, allora non bastano palliativi facili. E ci sono una serie di strategie che si possono adottare da subito.

1. Evitare le trasmissioni televisive politiche. Innanzi tutto «Porta a Porta». Cominciare a pensare con determinazione che la politica non esiste più in quella forma, e che se ne può fare a meno. Rimuovere, se è possibile. Guardare in televisione solo film e naturalmente molto sport. Occuparsi più di calcio mercato che di toto ministri, ostentare un'indifferenza totale verso qualsiasi tipo di nomina pubblica o istituzionale, per chi vive a Roma tenersi lontani da piazza Montecitorio, perché non vengano pensieri angosciosi.

2. Darsi un'anima internazionale. Le prime tre pagine di qualsiasi quotidiano lasciarle direttamente all’edicolante. Se è opportuno munirsi di una piccola taglierina per rendere l'operazione più semplice. Almeno una volta a settimana immergersi nella lettura di Limes e occuparsi di esteri con passione e competenza. Sapere tutto dell'Africa, della Cina, del Sudamerica. Non sapere nulla della politica interna, tanto non c’è che da incavolarsi. E poi l’opposizione in Parlamento e solida e compatta, e ci penseranno loro. Ovvio. Per quanto riguarda i telegiornali, saltando i primi quindici minuti si dovrebbero evitare le cose peggiori. Dunque Tg1 e Tg5 iniziano per definizione alle 20 e 15 e il Tg2 alle 20 e 45. Desintonizzare per principio Rete 4 dal proprio televisore per non incappare neppure casualmente in Emilio Fede. Se usate internet per informarvi, è preferibile togliere dalla home page la pagina del Corriere o di Repubblica on line, e metterci quella del Paìs.

3. Pensare il meno possibile. Non è opportuno andare a riposarsi, o fare immediate vacanze, in eremi umbri e toscani, in luoghi di riflessione, o in regioni, comuni e provincie amministrate dal centro sinistra in modo particolarmente efficace. Provoca stati d’ansia. Provoca stati d’ansia anche finire in luoghi amministrati dal centro destra, perché poi si capisce cosa ci aspetta. Stare a casa propria è molto meglio. E circondarsi di feticci e simboli rilassanti e positivi. Con pochi euro e possibile farsi stampare una gigantografia di Obama da appendere in salotto, ma senza la frase «we can».

4. Molta natura. La natura funziona sempre. E soprattutto non l'ha inventata Berlusconi, fino a prova contraria. Passeggiate, studio degli insetti, della flora e della fauna. Per chi ama il mare sono indicate lunghe passeggiate sulla spiaggia. Basta che non sia la Costa Smeralda.

5. Molta natura, ma evitare accuratamente le passeggiate per la pianura Padana, o lungo gli argini del Po. Si rischia di incontrare gente con l’armatura che riempie ampolle dal fiume. E vengono inquietanti pensieri.

6. Trovarsi un hobby. Può essere uno sport, ma anche no, ovviamente. Indicati sport ossessivi senza attinenza con la cronaca politica. Il calcio ad esempio non è molto indicato. Meglio il golf. E può funzionare anche il Polo. Per chi non riesce a fare a meno di pensarci, a Berlusconi e Bossi al governo, potrebbero andare bene anche gli scacchi, la dama, il backgammon, e in genere i videogiochi. Da evitare assolutamente i giochi da tavolo. Sopra ogni cosa il “Monopoli”.

7. Allontanarsi il più possibile dalla contemporaneità. Non leggere saggi sull'Italia di oggi, darsi alla magia della letteratura. Esotismo, esotismo e ancora esotismo. Imparare a ballare, per chi non sa farlo. Balli di coppia, scegliendo accuratamente partner che non siano di centro sinistra. Perché poi si finisce per parlare solo di Berlusconi. Tutti i balli vanno bene, eccetto quelli da viveur anni Sessanta. Per chi con il ballo ha dei problemi, imparare a suonare uno strumento, o perfezionarlo è un buon modo per dimenticare. Iscriversi a una stagione di concerti, rigorosamente musica classica. Rarefazione e distanza fanno bene, meglio la musica barocca. Il rigore e le geometrie di Bach fanno illudere di vivere in un Paese migliore.

8. Per chi è single, il vecchio metodo di trovarsi subito un fidanzato o fidanzata potrebbe essere di aiuto. Ma attenzione. Meglio uno straniero o una straniera. Per motivi immaginabili, non pensano troppo a Berlusconi, e non sanno quasi chi siano Bossi o Maroni. Se proprio non si può andare oltre Italia, scegliere anime gemelle nell’area dell’astensionismo. Niente politica, per favore.

9. E niente cultura. Leggere libri certo. Ma meglio non frequentare presentazioni di testi impegnati, cineforum, teatro sperimentale, o musicisti contemporanei. Finisce che ti senti di nicchia. E non va bene affatto.

10. Attendere. Con pazienza. Non c’è altra possibilità. Ascoltare la radio di notte. È raro che telefoni Berlusconi a quell’ora durante i programmi.
Uscire circospetti, provare a sorridere, nonostante tutto. Convincersi che pioverà per cinque anni, più o meno. Perché è andata così. L’importante, come dice il poeta Paolo Conte, è che piova sugli impermeabili, e non sull’anima.


Pubblicato il: 16.04.08
Modificato il: 16.04.08 alle ore 8.19   
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Titolo: Bossi: «Non abbiamo combinato niente»
Inserito da: Admin - Aprile 17, 2008, 08:47:03 pm
Leader Pdl: «programma condiviso con la lega». Bossi: «Non abbiamo combinato niente»

Berlusconi: «Verranno tempi duri»

Il Cavaliere sul futuro governo: serviranno misure impopolari. E sul toto-ministri frena: rispetto Napolitano

 
ROMA - Nessuna ulteriore anticipazione sui nomi dei ministri. Ma una cosa è fuor di dubbio. Nell'esperienza di governo che attende la coalizione di centrodestra «ci saranno momenti difficili, servirà un forte rinnovamento per fare le riforme necessarie che avranno anche contenuti di impopolarità». L'avvertimento arriva dal presidente del Consiglio in pectore Silvio Berlusconi, al termine del vertice con gli alleati Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo a Palazzo Grazioli.

IL TOTO-MINISTRI - Il Cavaliere è cauto sui nomi dei futuri ministri. In tal senso «credo di essermi già spinto troppo avanti» ammette. E poi aggiunge: «Ricordo a tutti che è il capo dello Stato a nominarli su proposta del presidente del Consiglio e io non lo sono ancora». A fare un nome ci pensa invece Fini. «Berlusconi conosce già le personalità di An. Per la sua indiscussa professionalità - spiega il leader di via della Scrofa -. Ritengo che Giulia Bongiorno sarebbe un ottimo ministro della Giustizia», suggerisce.

BOSSI - A proposito di ministri, Bossi fa però sapere che «non si è combinato niente. Finché non si fanno i nomi, prima di fare l'elenco completo passano secoli». «Me ne torno in Insubria - aggiunge il Senatùr - manderò qualcun altro al posto mio». E precisa: «È una questione di metodo, dobbiamo partire dalle cose semplici». Ma quanti saranno i ministri della Lega? «Quattro» assicura Bossi. D'altra parte per Berlusconi «non bisogna avere fretta. Abbiamo tutto il tempo a disposizione...» dice il Cavaliere. Anche se la Lega è in pressing sulla squadra di governo, il leader del Pdl sembra essere stato chiaro con i suoi alleati: «Sarò io a decidere», avrebbe detto.

GLI ALLEATI - I rapporti all'interno della coalizione, garantice Berlusconi, restano comunque distesi. «Il nostro programma è stato largamente condiviso con Bossi» dice il leader del centrodestra, promettendo «identità di vedute su tutti i provvedimenti» che saranno presi dall'esecutivo, «esattamente come nei 5 precedenti anni di nostro governo». Prendendo poi la parola dopo l'affermazione di Bossi (che assicura: «il federalismo fiscale sarà fatto»), il Cavaliere spiega che «si tratterà di un federalismo solidale e non ci sarà una regione italiana che sarà penalizzata». Dal canto suo anche Fini assicura che «non ci sarà alcuna difficoltà nella composizione della squadra».

MODELLO SARKOZY E APERTURE AL PD - Nel suo discorso al termine del vertice di Palazzo Grazioli Berlusconi torna poi in qualche modo ad aprire allo schieramento opposto. «Per il bene del Paese» il Cavaliere potrebbe anche "pescare" nello schieramento avverso personalità per costituire il futuro esecutivo. Lo spiega parlando del "modello Sarkozy". «Lo abbiamo inaugurato noi», dice il numero uno del Pdl, ricordando come la nomina di Amato alla Convenzione europea fu confermata dal suo governo. Berlusconi aggiunge poi che ci sono particolari «competenze tecniche» di personalità del centrosinistra di cui potrebbe usufruire il prossimo esecutivo.

ALITALIA, PONTE, LIBANO E BCE - Una conferenza stampa a tutto campo quella di Berlusconi al termine del vertice con gli alleati. Il leader del Pdl ha parlato di Alitalia (annunciando che incontrerà chi tra i suoi ha curato tutta la pratica) di Ponte sullo Stretto («Il cantiere può riaprire in fretta), della presenza dei militari italiani in Libano («Esamineremo attentamente le regole di ingaggio») e di Bce («Credo che serva un ampliamento delle funzioni, con decisione corale, al di là della funzione di controllo dell'inflazione»).


LEADERSHIP EUROPEA - In mattinata Berlusconi aveva già fatto il punto sulle priorità del nuovo governo. Tra i punti fondamentali, i conti interni. Per verificare la situazione del bilancio, Berlusconi incaricherà una commissione indipendente di stilare un rapporto entro breve tempo. «Stiamo mettendo in piedi una commissione indipendente - ha detto il leader del Pdl a Mattino 5 - per fare una due diligence sui conti dello Stato per non avere sorprese come fu nel 2001, quando la sinistra ci lasciò un extradeficit di 38mila miliardi di debito».


16 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: Roberto Cotroneo. Vade retro turista
Inserito da: Admin - Aprile 26, 2008, 09:44:57 am
Vade retro turista

Roberto Cotroneo


Se fossi Berlusconi resetterei tutto. Se questa volta, la vittoria del Cavaliere doveva essere più interlocutoria e pacata, più matura e disponibile a un dialogo, meno tinta dai «siete tutti comunisti, e amenità di questo genere, beh, allora forse la partenza sarebbe proprio da rifare.

In pochissimi giorni dai risultati delle elezioni, con il governo neanche formato, e le Camere ancora da aprire, non ne ha fatta una giusta.

Le prime le sappiamo. Il mitragliatore contro la giornalista russa che aveva fatto una domanda sulla vita privata di Putin, gli spettacoli del bagaglino in Sardegna. La micidiale «afflizione» per un governo che si annuncia degno del peggior manuale Cencelli, con le liti con la Lega iniziate con un tempismo sorprendente.

E ora l’ultima, che non è affatto una piccola cosa e che purtroppo spiega moltissimo. Tutto nasce da un articolo del New York Times, ripreso poi nell’edizione europea dell’Herald Tribune, dove si dice che Roma è una città sicura, sicura come mai era stata dai tempi dell’Impero. Il sacrilego New York Times non si inventa nulla, naturalmente, e che Roma sia sicura non è una percezione, ma un dato di fatto, statistiche dei crimini alla mano.

Questo non vuol dire che sia una città perfetta, e che non accadano episodi anche raccapriccianti. Ma se messa a confronto con altre capitali europee, e anche a certe città italiane, Roma è città sicura, e negli ultimi anni anche piacevole. Merito di Rutelli prima e di Veltroni poi? Senza dubbio. Ma questo a Berlusconi non va giù. E dimenticandosi di essere diventato il prossimo capo del Governo, dimenticandosi che Roma è la capitale d’Italia e che non siamo alle solite comiche che cosa fa? Attacca il New York Times, e la mette in politica, con i toni consueti.

Si inventa che è un giornale di pericolosi progressisti, e che i progressisti italiani coccolano i progressisti dei giornali americani. Ovviamente non osa dire che il più importante giornale americano è diretto, governato e controllato da pericolosi comunisti. No, questo no. Lui li chiama «progressisti», e dice esattamente: «Questi giornalisti che scrivono sui giornali progressisti degli altri Paesi sono coccolati dalla sinistra qui. E questo la sinistra lo sa fare molto bene». E cosa aggiunge? Dice che Roma «ora è al disastro. Bisogna voltare pagina per avere una capitale più pulita, più vivibile».

Insomma il New York Times non ha capito nulla. E dunque che gli americani se ne facciano una ragione. A Roma è meglio non venirci, i cattivi bolscevichi Rutelli & Veltroni l’hanno ridotta male. E non è proprio il caso capitare da queste parti. Bene, questo non è solo ridicolo, è addirittura grottesco. Perché ve lo immaginate un Sarkozy che dissuade gli stranieri da passare i week end a Parigi perché le periferie sono in fiamme? O George Bush che avverte gli europei di non farsi vedere a Washington o a New York perché sono disastrose e non sono sicure? No, nessuno se lo immagina. Ma lui, Silvio Berlusconi, il nuovo capo del governo di questo Paese, ritiene che il più importante giornale del mondo sia costituito da una cricca di amichetti progressisti che fanno favori ai nostri politici di sinistra, e che a Roma è meglio non venirci. Per la gioia, si intende di tutti quelli che a Roma poi votano per il centro destra da sempre.

Gli amati tassisti che non vedono l’ora di lavorare con gli americani scarrozzandoli tra Fiumicino e il centro storico, con i negozianti che vendono griffe ai turisti stranieri, con i ristoratori che campano da sempre di turismo. Naturalmente Roma è solo un far west, un luogo oscuro dove si rischia grosso. Non è una città che ha ritrovato una sua identità culturale vera, non è una città con un’offerta di eventi come poche altre capitali europee. Se ne accorgono tutti, tranne Alemanno e Berlusconi. La sicurezza certo che è un problema. Ma questo è autolesionismo. Ed è autolesionismo di tipo ossessivo. E alla fine la campagna elettorale prevale sul buonsenso, sulla correttezza, e sulla statura istituzionale. Per essere il preludio dell’inizio dell’era Berlusconi non c’è da stare allegri. E per niente.

roberto@robertocotroneo.it

Pubblicato il: 25.04.08
Modificato il: 25.04.08 alle ore 8.14   
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Titolo: Roberto COTRONEO
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2008, 07:42:31 pm
L'invasione degli alemanni

Roberto Cotroneo


Ma come è? Gianni Alemanno ora è diventato un intellettuale alla Roland Barthes, un politico di razza, un lavoratore instancabile, quello che sorprenderà tutti, il sindaco di tutti i romani. Ma anche un uomo di statura internazionale. Basta leggere i giornali per capirlo. In meno di 24 ore si è attuata la solita rivoluzione all’italiana. Con tanto di carri del vincitore su cui saltare. In 24 ore l’incenso che non era stato usato per Berlusconi, quello rimasto ancora, è stato bruciato per Alemanno.

Che non è diventato, ovviamente, niente di più e niente di meno di quello che è sempre stato. Una persona seria, molto di destra, di una destra sociale che ha sempre guardato con attenzione e rispetto ai ceti più disagiati. Ma ormai su Alemanno si è aperta una gara a chi se la inventa più grossa.

Il Corriere della sera ad esempio intervista Mario Capanna. Capanna, voglio dire, uno che ci ha intontito con l’antifascismo e il Sessantotto per un quarantennio. E cosa dice Capanna? «Che fa un tour per rincuorare gli animi dei romani». Perché è felice che Alemanno abbia vinto. Certo, i saluti romani non gli piacciono ma «gli italiani sono di una saggezza mista a follia». E il nuovo sindaco di Roma «sa ascoltare la gente». Qualche pagina più avanti, nella cronaca di Roma, siamo ormai alla mitologia. Dove vanno i nuovi leader di An a cena? In quali locali? Vengono elencati tutti i luoghi dove se passate la sera potreste incrociare Ignazio La Russa, Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, o lo stesso Alemanno. Con tanto di cartina. «Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa affezionati clienti dell’Osteria del Sostegno. Alemanno al Gallura, La Russa al T-Bone, Fini all’Antica Pesa». Anche se Fini fa vita molto riservata e «lui, quando può, preferisce Anzio: è cliente fisso di Romolo al Porto».

E fosse solo questo. Il titolo dell’articolo principale è il seguente: «Alemanno s’insedia: “Al lavoro senza pietà”». Stessa pagina: «Giancarlo Elia Valori: “Commissione? Idea geniale”». Nella pagina accanto torna Pasquale Squitieri, uno di quelli che hanno fatto la storia del cinema come tutti sappiamo. «Festa del cinema? Porta jella, cambiamo nome». E dice: «Di fare le foto con Clooney e De Niro non me ne frega proprio niente». Chissà se invece De Niro sarà turbato di non avere l’opportunità di farsi fotografare con Squitieri. E qualcuno prima o poi glielo dovrà dire. Anche al principe Carlo dovranno spiegare che Leon Krier prossimamente sarà un po’ meno a Londra, perché l’urbanista del Principe entrerà nella giunta di Alemanno. Come anche il generale Mario Mori. Con un titolo emblematico: «Krier e Mori, le sorprese di Alemanno». E poi Umberto Croppi sarà l’assessore alla Cultura della nuova amministrazione. Il più antico amico di Alemanno, quello che alla domanda: «L’altra sera, al Campidoglio, alcuni festeggiavano con il saluto romano». Risponde: «Fisiologico, direi».

Fisiologico che anche la stampa sia così palesemente entusiasta? Senz’altro strano. E non perché non si possa essere entusiasti di Alemanno. Ognuno è quello che gli pare, ed è quello che ritiene giusto essere. Ma riempire colonne su colonne sulla commissione Attali, che Alemanno vorrebbe fare a Roma, ha qualcosa che non torna. Non si capisce a che cosa serva questa commissione. Chi verrà chiamato a farne parte, se poi dopo pochissime ore dall’elezione, non Alemanno, ma tutti i suoi si sono scatenati a spiegare che niente andava bene, che bisognerà azzerrare tutto quanto ha fatto Veltroni, che era ora di sventolare il tricolore. Che avremo un cinema autarchico, una cultura autarchica, e che sarà tutta un’altra storia. Capanna dice che Rutelli era un «mandarino». Antonio Pennacchi, scrittore, afferma in un’intervista che Alemanno deve rimanere quello che è e se non perde la sua identità diventa un vincente.

Ma attorno a lui c’è poco di Attali. E va detta una cosa. Non è poi solo colpa del nuovo corso che ci aspetta, è più colpa di un certo meccanismo dell’informazione che cambia i nomi, gli schieramenti e su questi applica gli stessi stili. Allora se la sinistra va a cena, ci va anche la destra. E allora si titola: «E la sera andavamo al Sostegno». E tutto sembra identico, e invece non è vero. E non si tratta di capire se sarà un disastro oppure no. Si tratta di capire che le cose sono diverse, e capire come cambierà Roma con la nuova amministrazione di destra. Le cose sono talmente diverse che poi gente come Squitieri usa non le categorie sofisticate e sottili degli intellettuali francesi ma stabilisce che la mostra di Roma «porta jella». Dove la jella è una categoria magica-antropologica, persino alchemica, ha ben poco a che fare con la raffinatezza culturale. E molto a che fare con la rozzezza. Tenerli buoni sarà compito di Alemanno. L’uomo che lavorerà senza fermarsi, l’uomo che viene fotografato sulle montagne, il capospedizione sul K2. Un modo per mettere in evidenza la tempra, il coraggio, l’eroismo, persino.

Credo che Alemanno ne sarà stupito, ed essendo un uomo schivo, persino imbarazzato. Passato dal fascismo romano, dagli scontri degli anni Settanta, dalla croce celtica al collo (che poi è quella del povero Paolo Di Nella, a cui Veltroni ha giustamente dedicato una via di Roma), ai nuovi e sorprendenti squittii dell’alemannismo, una nuova categoria che verrà cavalcata nei prossimi giorni. L’alemannismo per i giornali sta diventando sinonimo di trasparenza, di serietà ma soprattutto di autenticità. E nel modo approssimativo di raccontare il mondo dagli opinion leader e dagli intellettuali, si finisce per trasformare il nuovo sindaco di Roma in un personaggio che in natura non esiste.

roberto@robertocotroneo.it

Pubblicato il: 01.05.08
Modificato il: 01.05.08 alle ore 6.36   
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Titolo: Roberto Cotroneo. La ferocia qualunquista
Inserito da: Admin - Giugno 05, 2008, 09:39:47 pm
La ferocia qualunquista

Roberto Cotroneo


Ma che Paese è diventato il nostro? Che gente siamo diventati? Neanche dei qualunquisti, neanche degli xenofobi duri e cattivi da far paura agli altri (e meno male), ma miserelli da prato del vicino leggermente più verde, poveracci che vanno a fare il conto delle elemosine di miserevole gente che non ha il diritto di avere due gerani in un prefabbricato.

Perché noi italiani dobbiamo avere le case, ma non i Sinti di Mestre, quelli no. Ma che paese siamo diventati? Quello caritatevole e miserevole che ci siamo tanto tramandati? O dei tragici gaffeur che festeggiano davanti a tutta Europa e all’Onu al reato di immigrazione clandestina, e che hanno piacere nel vedere il pugno duro sulla sicurezza. Un paese ipocrita, propagandistico, miserrimo, dove non nessuno legge niente, neanche le statistiche, quelle in cui si dice che la criminalità è in aumento, ed è vero. Ma per colpa è colpa degli italianissimi mafiosi e camorristi che schiacciano un terzo del paese, mentre la microcriminalità, quella di tutti i giorni, ha subito persino una flessione. Dove il problema dei Rom sembra nato oggi. Dove la pochezza è di casa, in tutti. Ora il Giornale lancia una delle sue campagne da quattro soldi, con un titolo di prima pagina da vergognarsi: «Ecco le ville che regaliamo ai Rom». Un campo per i Sinti, voluto in modo sacrosanto da Massimo Cacciari, dal costo di 3 milioni di euro, che «prevede casette con veranda, giardino e garage, un laghetto e un campo di calcio». Il laghetto e il campo di calcio per i bimbi Sinti. Che eresia, che scandalo. No, li vogliamo brutti, sporchi e cattivi, senza palloni, senza acqua, senza niente. Senza i gerani sui balconi, senza i colori, li vogliamo senza cielo, e senza vestiti, li vogliamo cancellare, perché prima veniamo noi, nazione infetta di pressapochismo, e di povertà culturale, ubriacata di televisioni idiote da almeno un ventennio, di fiction patinate, tutte sui buoni sentimenti, ma che rimangono là sullo schermo, lontani da noi. Un paese bastonato da un immobilismo che non ha generato neanche la minima cultura della solidarietà o perlomeno del buon senso. Le villette regalate ai Sinti, dice il Giornale, e spiega che i cittadini veneziani e della Lega nord hanno protestato all’apertura del cantiere, senza umanità e senza vergogna. E poi dicono il nord est vero? Noi il nord est dobbiamo capirlo, perché gli imprenditori lavorano sodo, perché quello è il motore del paese, perché davanti al nord est ci sentiamo come di fronte a un rebus sofisticato e difficile da risolvere, perché sono gente pratica, che mira al sodo, agli sghei e alle infrastrutture, perché prenderebbe il volo il nord est se non ci fosse la zavorra di Roma, e della politica. E sarà anche vero, forse. Ma più che il volo spesso prende delle derive imbarazzanti. E se qualcuno andasse a cercare in quale discarica è finito il solidarismo cattolico di quella gente che votava Dc e Rumor, e ora vota Gentilini. E adesso eccoli a gridare perché i più poveri non possono avere un vaso di fiori al balconcino prefabbricato.

Non saranno stati molti, certo. Saranno stati i soliti quattro su cui si fanno i titoli nelle prime pagine dei giornali. Ma basta e avanza. Il problema è che possiamo mettercela tutta, decidere che vogliamo essere ottimisti, possiamo sperare in un clima politico di collaborazione, ma poi invece esci di casa e il clima è questo. Ed è fatto di gente che non capisce dove è e cosa vuole. Non è qualunquista, non è buona, non è disinteressata, non vuole vivere tranquilla su suoi privilegi. No, questo era il qualunquismo di un tempo. Ora abbiamo fatto un salto nel livello del qualunquismo. Ora questa gente che protesta, questo paese che vorrebbe in galera un immigrato colpevole solo di essere clandestino, questa gente che chiama «villette» dei prefabbricati, e a sua volta vive in ville vere, con campo da calcio vero, e piscine vere - ma con valori catastali delle loro proprietà falsi, ovviamente - questa gente dicevo non si fa i fatti propri, non pensa al proprio particolare, no peggio: rompe le scatole ai poveracci, a quelli che non hanno tetto, e probabilmente non hanno neanche la legge, perché va tutto assieme. Siamo un popolo di navigatori, artisti, scienzati e santi. Ma anche di egoisti ignoranti e diffidenti. E lo siamo diventati. Quindici giorni fa stavo seduto in un bar all’aperto. Era una domenica mattina di sole, e c’era un sacco di gente ai tavolini. Passa un povero mendicante, anziano. Chiede l’elemosina. Ho alzato lo sguardo dal giornale che stavo leggendo e ho osservato la scena. Saranno state cinquanta le persone sedute, disposte in diversi tavoli. Eccetto me, nessuno ha dato una sola moneta a quel pover uomo. Perché non si dà l’elemosina, perché questi se ne devono andare, e non si dà perché certo «con cinquanta centesimi non gli risolvo la vita». No, la vita no, ma un panino forse sì. Ma chi se ne importa dei Rom, degli immigrati, di un terzo mondo che bussa alle porte di tutti quelli che hanno qualcosa in più. È colpa loro, vero. Andassero a lavorare, vedi che poi i soldi arrivano, e l’appartamentino te lo compri senza Cacciari, che spende tre milioni di euro che spettano di diritti agli italiani. Come no, certo. Siamo caduti in basso. Sabato scorso ero a Salamanca, in Spagna, partecipavo a un convegno della Fondazione Gérman Sánchez Ruipérez sulla letteratura per l’infanzia. I miei amici spagnoli mi hanno sommerso di domande. Preoccupati, turbati, affettuosi persino. Persone informate, capaci di capire oltre i luoghi comuni. Mi guardavano come uno che è costretto a vivere in un paese senza speranza: «Ma che succede in Italia?». Io cercavo di spiegarglielo, con equilibrio, senza esagerare, con un tentativo di orgoglio, persino. Ma non si convincevano. A un certo punto mi hanno detto: «Non permetteremo che l’Italia diventi un paese razzista e xenofobo». Sapessero di cosa possiamo ancora essere capaci...

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Pubblicato il: 05.06.08
Modificato il: 05.06.08 alle ore 8.51   
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Titolo: Roberto COTRONEO
Inserito da: Admin - Giugno 28, 2008, 06:03:29 pm
Nani, telefoni e ballerine

Roberto Cotroneo


Rilevanza penale: da accertare. Vero voyeurismo: certo. Eppure è tutto molto interessante per capire cosa succede in questo Paese. In pratica: visto che le hanno messe on line le telefonate di Saccà con Berlusconi, e poi con i produttori, con le attrici e con i consiglieri di amministrazione, tanto vale sentirle, come un tempo si leggeva un romanzo di Arbasino e si sfogliava una rivista di gossip. Con un certo imbarazzo, va detto.

Perché poi alla fine Agostino Saccà, capo della fiction della Rai, una certa tenerezza te la fa. Sta là a rispondere a tutti, gentile, paziente, sull’attenti con il presidente, che lo tiene in attesa con musichetta da anticamera da dentista, che gli chiede di telefonare a un’attrice mai sentita perché quella sta fuori di testa. L’attrice è tal Antonella Troise, «che ha preso parte in alcune fiction in ruoli secondari». Berlusconi pare afflitto, perché lei sostiene di essere stata danneggiata dal presidente. E il presidente prega il capo della fiction della più importante azienda culturale italiana, la Rai, di fargli una telefonata, e dirgli che lui insiste, che lui, Berlusconi, chiede di farla lavorare.

Ma cos’è questa storia qui? Il problema che mi interessa in questa cosa non è se sia giusto o no pubblicare queste intercettazioni. Obbiettivamente pare un po’ di origliare dietro una porta. Il problema è il contenuto. Ma può il capo dell’opposizione, ex presidente del consiglio dei ministri telefonare per (aspettate che mi rileggo il nome se no non mi entra in testa), Antonella Troise? Poi se guardo la foto oltre al nome, comincio a capire. E bando alle ipocrisie, ai moralismi, alle mezze frasi. Questa è una repubblica fondata sulla gnocca. L’ho detto. Andava detto. E non se ne esce. Gnocche di vario genere e di varie gradazioni, ma la sostanza è quella e soltanto quella. Nessuno si scandalizza, nessuno fa del moralismo.

È del tutto comprensibile professare interesse nei confronti di avvenenti fanciulle, che all’occasione possono rendere più piacevole la vita, possono darti motivazioni a lavorare meglio, e tutto quello che sappiamo. Ma santo cielo, ma si può telefonare per dire: mi ha chiamato Marta Flavi, io non ho nulla a che spartire con Marta Flavi, ma sai, però… E poi il presidente, sempre al telefono con il produttore De Angelis: «Llo fai tu “Vivere”, ah no, è di Endemol, perché ieri mi hanno presentato un’attrice di “Vivere”».

E poi il presidente si ferma, perché deve parlarne con il vero produttore. Di cosa? Di un’attrice che ha incontrato in un corridoio? E che forse voleva una parte migliore nella fiction. Nel frattempo il paese va a rotoli, e pazienza. Nel frattempo dovrebbe fare opposizione, il presidente, ma se becca una in un corridoio della fiction "Vivere" se la ricorda e telefona. Nel frattempo il grande capo della fiction Agostino Saccà deve usare il pallottoliere, perché tutti gli rompono le scatole. Giuliano Urbani, che non è passato alla storia come ministro dei beni culturali, e che ha querelato Sgarbi negando di avere una relazione con l’attrice Ida Di Benedetto, chiama Saccà, anche lui, ma «per Ida». Perché c’è una serie, una miniserie anzi, sui pittori, che non parte, e Ida si infuria, e il povero Saccà deve chiamare la segretaria, controllare il budget, capire di che cavolo di miniserie si tratta, vedere che si può fare. E poi nessuno ci capisce niente: che pittori sono, cosa hanno dipinto, e perché il popolo italiano deve sorbirsi questa roba. Saccà sembra il capro espiatorio. La Troise, la Flavi: «si può mettere la Flavi a "Incantesimo"». Non è un’attrice, risponde il povero Agostino. Ah neanche la Troise? La Troise? Eh beh… no… forse, vediamo, magari, chissà. E Letizia Moratti, il sindaco di Milano? Chiama pure lei, e Saccà ferma la proiezione. Perché la Moratti vuole sapere se la moglie di Paolo Glisenti, suo collaboratore a Milano, una certa Eliana Miglio, anche lei con voce quasi assente su Wikipedia, può fare il provino per non so che cosa.

Il che cosa non è una parte nel prossimo film in concorso a Venezia, a Berlino o a Cannes. Qui siamo a fictionucce, a puntatine del giovedì sera, dove, quando va bene, reciti in tutto mezz’ora, e non gliene importa niente a nessuno. C’è una piccola Italia, l’Italia dei balocchi, del luna park dello spettacolo, un’Italia media, un po’ insulsa persino, dove cercano tutti di ingozzarsi di quello che è rimasto; tutti, come fossero di fronte a un buffet di quelli immortalati da Umberto Pizzi. Un buffet da poco: attrici senza nome, amanti di consiglieri di amministrazione, proteste per robe da niente. E poi idee strampalate, con il potere della politica che si interessa, e va a sapere perché, di cose di piccolo conto, che non servono a niente, che non ti emozionano neppure. Una fiction sulla famiglia Scicolone? Diamo un segnale a Francesco Rutelli che ci tiene tanto. E diamoglielo questo segnale a Rutelli, certo. E Alessandra Martines che vuole fare Coco Chanel, e vuole la parte? Cosa ci facciamo con la Martines? Perché Clemente (inteso come Mastella) «ne sarebbe contento». E uno poi dice: ma la Martines non è la moglie di uno dei miti del cinema francese, di Claude Lelouch? Non la immaginiamo romanticamente su una spiaggia della Normandia, genere "Un homme et une femme"? Ma figuriamoci: al massimo a Ceppaloni a farsi raccomandare da Mastella per fare Coco Chanel? Che pare un ossimoro stilistico, vista così.

Ma la cosa più divertente di questo circo Barnum è che nessuno, dopo telefonate su telefonate, riesce a ottenere nulla. Ma nessuno, ma nemmeno Berlusconi. Stanno tutti là a dire, ma a quella glielo fai un provino? Quell’altra si potrebbe per caso… Ohi ma senti, a me non è che me ne importa nulla. Io te l’ho detto, il mio dovere l’ho fatto e poi vedi tu. Eh certo. Che poi tutte queste con i tacchi a spillo, le tette... E il presidente: proponigli di fare Madre Teresa di Calcutta, vedi come poi si tirano tutte indietro. E va bene, così, senza parole, direbbe Vasco. Nessuna ottiene niente. La Moratti, Berlusconi, Minoli che ci prova a fare il direttore generale della Rai, Urbani con la sua Di Benedetto. Chiacchiere, chiacchiere, un po’ di gnocca, la solita gnocca, di un paese così. Dove Saccà dirige il traffico. E tutti vorrebbero stare in quel posto là. Ad azionare la giostra gigolante e arrugginita di questo paese dei Balocchi.

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Pubblicato il: 28.06.08
Modificato il: 28.06.08 alle ore 8.25   
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Titolo: Roberto COTRONEO
Inserito da: Admin - Luglio 02, 2008, 06:30:04 pm
Il pericolo dell’autogol

Roberto Cotroneo


Dobbiamo capirci, e soprattutto fare un po’ di storia politica di questi ultimi tempi. Abbiamo assistito a una campagna elettorale dai toni medi. Anche vagamente depressiva. Berlusconi sembra più stanco del solito, Veltroni si ostinava a cercare una strada se non di dialogo, perlomeno di rispetto e correttezza reciproca.

Le elezioni sono andate nel modo che sappiamo. Ha vinto Berlusconi, e da subito sembrava si fosse creato un clima per la prima volta civile nella politica italiana.

Il cavaliere sembrava pronto a dialogare, riconosceva il governo ombra, e mostrava un’apparente volontà di arrivare a una stagione di riforme che ormai da un decennio sembrano soltanto un sogno nel cassetto. Nel frattempo le cose non andavano bene per niente, l’economia è un disastro, Giulio Tremonti pare eclissato e scomparso nel nulla. Gianfranco Fini appare sbiadito nel suo ruolo istituzionale, e il governo è decisamente in difficoltà, con una Lega, mai così razzista e aggressiva. Vedi ad esempio la schedatura dei Rom, che è qualcosa che ci fa vergognare davanti a tutto il mondo.

E in poche settimane il cavaliere è tornato Caimano. E forse viste, certe premesse, più che non aspettarselo, c’era da non augurarselo. Il problema di Berlusconi è sempre uno ed è sempre lo stesso. Un inesistente senso delle istituzioni e dello stato, un debordante protagonismo politico oltre il rispetto delle regole democratiche, a cominciare dalla libertà di stampa. È nel suo dna, e non c’è niente da fare. Torna sempre come una recidiva prevedibile di una malattia etica e morale di questo Paese. L’ossessione di essere perseguitato dalla magistratura, l’uso di terminologie aggressive e irrituali, e soprattutto l’uso del Parlamento, della maggioranza politica per fare come al solito decreti e leggi ad personam è tornato prepotente e preoccupante.

È un quadro visto, che si ripete con tutte le solite modalità che conosciamo ma con alcuni nuovi elementi inquietanti. L’affondo questa volta è più violento che in passato. Non soltanto Berlusconi ha definito il potere giudiziario un “cancro per questo Paese”. Ma ora ha deciso di imbavagliare la stampa, con il decreto anti intercettazioni.

La maggioranza che il Paese gli ha dato alle elezioni lo ha reso più aggressivo. Al punto che ha intenzione di utilizzare i media nel suo solito modo, e ha già deciso che andrà a parlare agli italiani attraverso «Matrix». Farà la vittima per eccellenza: vittima delle intercettazioni, della magistratura, e ovviamente di Antonio Di Pietro, che usa toni troppo vicini all’antipolitica di Grillo, e dunque sbagliati, ma che nella sostanza esprimono le preoccupazioni che hanno tutti. Ora, andare in piazza l’8 luglio va bene, è anche un modo per dare voce a una opposizione, quella antagonista e girotondina, che dal risultato delle ultime elezioni non ha più voce in parlamento. Ma bisogna stare molto attenti a non fare un autogol. Nel senso che stando così le cose, o porti un milione di persone in piazza, o tutti i mezzi di informazione, la questura e quant’altro diranno che c’è stata poca partecipazione. Non c’è molto tempo da qui all’8 luglio. E forse sarebbe il caso di prendere in considerazione l’idea di aspettare l’autunno e organizzare una manifestazione davvero grande, con una partecipazione più allargata possibile.

Ovvio che le ragioni per manifestare ci sono già da ora. E non si può rimanere con le mani in mano, e guardare Berlusconi che, con la forza di una maggioranza larga e piuttosto compatta dispone delle istituzioni, e del parlamento come gli pare. Ma non si può correre il rischio di una manifestazione che può essere letta, anche solo strumentalmente, come un fallimento. Sarebbe la cosa peggiore in un momento in cui Berlusconi appare forte e determinato.

www.robertocotroneo.net

Pubblicato il: 02.07.08
Modificato il: 02.07.08 alle ore 8.18   
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Titolo: Roberto COTRONEO.
Inserito da: Admin - Novembre 10, 2008, 06:39:15 pm
Undicietrenta, un appuntamento quotidiano con il fatto del giorno.

Visto dalla rete


di Roberto Cotroneo



Sarà una questione di tempo, ma il destino dei giornali cartacei è segnato. Non è una cosa drammatica, ci vorranno ancora almeno quindici anni. Ma in questi quindici anni cambierà tutto: il rapporto con la notizia, il tempo della notizia, il modo di riceverla. Si avrà probabilmente quello che serve in tasca, sullo schermo di un oggetto che non sarà più un palmare, un telefonino, ma un’altra cosa ancora, e non sarà più concepibile leggere il giorno dopo di quello che sappiamo già da molte ore prima.

Sarà una questione di tempo, ma anche per le notizie scritte basteranno una ventina d’anni per vederle scomparire. Si filmerà tutto, perché sarà più facile farlo. E sarà pure una questione di tempo, ma intanto già da ora la rete internet è efficace, i social network mettono in comunicazione la gente, e si aprono buone possibilità per gran parte del mondo. Con buona pace di quelli che ostentano una distanza, e con buona pace di quelli che dicono che è meglio trovarsi al bar «così ci si vede in faccia». Un mare di gente si è guardata in faccia, nei decenni, ma per giocare a carte o a scacchi, per ridere e scherzare, e per tutto quello che si fa ogni giorno. Tutte cose importantissime. Ma da che mondo e mondo le idee circolano anche e soprattutto senza guardarsi in faccia. Si legge, si commenta, si scrive, ci si confronta, si scoprono nuove cose, e tutto circola veramente, e a una velocità un tempo impensabile. Ma soprattutto le persone si parlano di più, si capiscono meglio utilizzando quell’antico mezzo che viene chiamata scrittura.

Sono un internettiano convinto, non pentito e certo della potenza futura di questo mezzo. E con me lo sono tutti quelli che hanno un minimo di intuito vero, e non si lasciano sopraffare dai luoghi comuni. Gli altri se ne facciano una ragione, non c’è sarcarsmo che tenga: qui c’è il giornalismo del futuro prossimo, qui succederà tutto.

Ogni mattina, sul nuovo sito dell’Unità, alle 11 e 30 leggerete un mio commento alla notizia più interessante del giorno, a quella più importante, a quella che colpisce, al libro letto la notte prima, al film che serve a capire meglio che succede nel mondo, a tre righe trovate in un libro, a un video di youtube, a un malcostume, a una cosa bella, a una indignazione, a una storia italiana, a una storia e basta. Ma soprattutto a tutto quanto serve per capire quale strada stiamo percorrendo e perché. Undicietrenta è una rubrica giornalistica, che anziché stare sul quotidiano cartaceo è qui. Perché non può che essere scritta, pensata e finita un minuto prima di farvela leggere, ma soprattutto perché un minuto dopo potete commentarla, dialogare, e dibattere, tra voi lettori, e con me. Non è un blog. Il blog è un mezzo molto usato, ma appartiene allo scorso decennio: e un decennio su internet è davvero troppo. Undicietrenta è un articolo di commento. Il commento di ogni mattina, di ogni giorno, eccetto la domenica. Si comincia da oggi. Sarà un bel viaggio e una bella esperienza che faremo assieme.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. E in video apparve il Berlusconi del 1994
Inserito da: Admin - Novembre 23, 2008, 11:42:29 am
Undicietrenta: E in video apparve il Berlusconi del 1994

di Roberto Cotroneo


Ieri i telegiornali hanno dato la notizia che Forza Italia si è sciolta, e si è formato un nuovo soggetto politico con Alleanza Nazionale, ovvero il Partito delle libertà. Fin qui la notizia è quella che è, era previsto, era in agenda, come si potrebbe dire. Come era prevista la solita claque, i lustrini, e persino il Berlusconi che si commuove, che fa riferimento alla sua età con civetteria, che rilegge alcuni passaggi del famoso discorso della discesa in campo. Ma ieri sera, tardi, Studio Aperto, il telegiornale di Italia 1 ha rimandato un breve brano della cassetta video originale, quella che Berlusconi nel 1994 mandò a tutte le televisioni. Non la vedevo da allora. E l’impressione è stata fortissima. Un Berlusconi ovviamente più giovane, rigido, quasi notarile.

Lo sguardo è severo, il momento è importante, ma soprattutto le parole di Berlusconi di allora, risentite oggi dànno esattamente l’idea di cosa fu allora Forza Italia, del perché Berlusconi scese in campo, come ama dire lui: «Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldemocratiche. Ma non è vero. I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti, i loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non credono nell'iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell'individuo... Non sono cambiati. Per questo dobbiamo contrapporci a loro».

Queste parole ci ricordano, oggi sempre di più di come, in realtà Silvio Berlusconi non fosse altro che un intermediario, un uomo a cui fu chiesto, un uomo che fu pressato. Pressato da un mondo imprenditoriale e culturale di matrice reazionaria, terrorizzato dall’idea che, nella dissoluzione della prima Repubblica e soprattutto nella fine della Democrazia Cristiana, le forze della sinistra avrebbero preso il potere in Italia.

Tutto questo si sapeva, ma dal video rivisto ieri sera, è apparso evidentissimo, perché contrastava assolutamente con il Berlusconi che ormai negli ultimi anni vuole raccontare agli elettori di essere l’espressione della modernità, di un paese delle libertà, di un paese sorridente, di un paese che guarda al futuro e non al passato.
Non era così. Il video del 1994 mostra un Berlusconi figlio di quel mondo finanziario e politico di impronta reazionaria e illiberale che scelse lui per salvare il suo salvabile, e che è stato la rovina del nostro Paese. Scelse lui per “sdoganare” la destra di Gianfranco Fini, per addomesticare ma a briglia sciolta e non troppo, la parte eversiva della Lega Lombarda.

Poi all’interno di Forza Italia si formarono, ma solo in un primo periodo, delle correnti liberal, che mettevano assieme la tradizione socialista con quella liberale, ma sono state sconfitte. Perché l’origine è un’altra. Ed è quella l’origine che spiega ancora oggi quello che sta accadendo, l’equivoco vero: l’idea che Berlusconi, il partito Forza Italia, e la sua coalizione fossero un fenomeno nuovo nella politica italiana. Quando invece rappresentavano la parte più vecchia e disperante di questo paese, quella che non ci ha mai trasformato in un paese normale. Che poi anche a sinistra di vecchio ci sia molto, è vero, ma questa è un’altra storia.

22 Nov 2008   

 
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Titolo: Roberto COTRONEO. Ma questo non è il nulla
Inserito da: Admin - Novembre 25, 2008, 05:23:12 pm
Undicietrenta,

Ma questo non è il nulla

di Roberto Cotroneo


Questa mattina, con orrore, tutti i giornali hanno commentato la notizia dei quattro ventenni che hanno bruciato un clochard. La parola d’ordine, di tutti, è che questi ragazzi rappresentano “il vuoto”. Perché hanno detto che lo hanno fatto “per divertirsi”, perché non appartengono a nessuna organizzazione politica estremista, razzista o xenofoba, perché sono ragazzi “normali”: un elettricista, un ragazzo che lavora in un laboratorio di analisi, un altro che fa lo studente. Ormai purtroppo si ragiona per parole d’ordine collettive, e per paradigmi condivisi. Ma non è vero che questi ragazzi sono il vuoto, non è vero che fanno tutto questo perché vivono in un benessere assoluto, non è vero che sono annoiati, viziati. Purtroppo sarebbe semplice se così fosse, orrendo ma semplice. Il problema dei quattro ragazzi non sta nel fatto che non gli hanno dato i libri giusti quando erano piccoli, che non hanno avuto una figura di riferimento, un professore, un sacerdote, un maestro di arti marziali, che gli cambiasse la vita. E non sta solo nell’uso diffuso da parte di molti ragazzi di quell’età di stostanze stupefacenti, pasticche e alcol. Questo lo stabiliranno le investigatori. Si saprà se hanno bruciato il clochard perché erano sotto gli effetti di droghe sintetiche, oppure no.

In realtà, e spiace deludere tutti quelli che ripiegano sulle formulette sociologiche del vuoto e delle assenze di valori, questi ragazzi i valori ce li hanno. Si portano appresso il disprezzo, si portano addosso la violenza originaria maschile da raid, da guerra, da rastrellamento. Le donne non compiono quasi mai reati di questo genere, possono uccidere persino i propri figli, ma le azioni da branco sono quasi inesistenti. Gli uomini sì, e nella storia queste cose le hanno fatte sempre i giovani di quella età, che è l’età in cui si va in guerra, che è l’età della crudeltà. Sono sempre accadute, purtroppo, e obbediscono a comportamenti razzisti, al sadismo puro. Fossero ragazzi vuoti non si scomoderebbero: sono ragazzi pieni di rancori, di sospetti, di disprezzi, ragazzi che hanno ereditato discorsi e comportamenti collettivi antichi e ripetuti che vengono da molto lontano, e non sono affatto della loro generazione, anzi. Quei padri, quei nonni di questi ragazzi che li definiscono vuoti, dovrebbero andarsi a rileggere i libri di storia, anche di storia italiana. Dovrebbero rivedersi i documentari sulle nostre guerra coloniali, per capire cosa i giovani di allora erano capaci di fare e hanno fatto. Non è la società contemporanea a generare queste cose, è la violenza originaria, come la chiamerebbe René Girard. È una cultura perversa, altro che il vuoto.


25 Nov 2008
da ww.unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. - ... e ora bisogna spiegare e capire
Inserito da: Admin - Novembre 28, 2008, 06:03:06 pm
Undicietrenta, e ora bisogna spiegare e capire

di Roberto Cotroneo


Nessuno mi toglie dalla testa che un ex deputato di Rifondazione Comunista, nota con il nome d’arte Vladimir Luxuria, che partecipa a un reality televisivo e lo vince, non sia una notizia da prima pagina dei giornali, e neppure da seconda. Nessuno mi toglie dalla testa che sia una notizia da trafiletto su pagine interne. E nessuno mi toglie dalla testa che è patetico dichiarare, da parte di un ex deputato, che gli italiani votando per lei per il reality hanno dimostrato di essere maturi. E di essere assai poco omofobi. Il punto è che l’onorevole Guadagno dopo un’esperienza parlamentare avrebbe fatto meglio a non partecipare a un reality, oppure se il suo mondo più congeniale era quello dei reality, avrebbe fatto meglio a non candidarsi e farsi eleggere alla Camera.

Nessuno mi toglie dalla testa che la notizia patetica del dirigente di estrema destra della Basilicata che offre 1500 euro per chi, in cinque piccoli comuni, darà il nome ai proprio figli di Benito e Rachele non vale neppure un trafiletto in fondo a destra. Perché non è vergognoso, non è spiritoso, non è interessante, e non è neppure folcloristico. Non è nulla, in realtà.

Nessuno mi toglie dalla testa che dopo quanto accaduto ieri a Mumbai, dopo tutto quel sangue, dopo che si è preso atto, ancora una volta di quanto i temi seri, quelli veri, entrano nella nostra vita e li sconvolgono, bisognerà cominciare a ripensare a quali sono davvero le notizie che hanno un senso, e servono a qualcosa: ovvero a spiegare a persone che non capiscono, che sono stordite dalla violenza, cosa sta accadendo e perché.

Nessuno mi toglie dalla testa che bisogna reinventarsi la vera gerarchia delle notizie, bisogna fare un lavoro complesso, che non è solo la scelta delle notizie da pubblicare oppure no, ma è soprattutto la capacità di avere, sapere riconoscere, e imporre un paradigma vero. Di fronte a tutto quello che sta accadendo e che accadrà c’è soltanto una soluzione: pensare all’informazione e ai giornali in un modo davvero nuovo, che non è solo quello più serio e più responsabile, ma è quello che porta a capire davvero, è quello che non pensa che tutto sia una notizia, basta che interessi i lettori.

28 Nov 2008
da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. E su internet si cliccano stupidaggini
Inserito da: Admin - Dicembre 01, 2008, 03:08:51 pm
Undicietrenta, E su internet si cliccano stupidaggini

di Roberto Cotroneo


Tutto è davvero molto interessante. E persino grottesco. L’altro giorno Aldo Grasso dalle colonne del “Corriere della Sera” faceva notare che il “Porta a Porta” di Bruno Vespa del 27 novembre scorso, non aveva trovato di meglio che affrontare il tema: «Gli italiani sono contrari al nudo in tv?».
Radunando, a esprimersi sul tema, noti opinion leader come Alba Parietti, Lory Del Santo, Sergio Mariotti, in arte Klaus Davi, Silvana Giacobini, Stefano Zecchi, Roberto Gervaso, Eleonora Daniele, Giancarlo Magalli, Barbara Chiappini. Va be’ non c’è niente di nuovo in questo ma soltanto la solita vecchia storia. Nel mondo accade di tutto, la Rai è servizio pubblico, i telespettatori si fermerebbero volentieri ad ascoltare gente intelligente che spiega loro da che parte va il mondo, e invece siamo alle solite coscie lunghe, e parole in libertà.

Ma proprio questa mattina, girando per i siti dei giornali mi sono accorto che la notizia più cliccata del sito online del “Corriere della Sera”, dai navigatori della rete, è quella pubblicata qualche ora fa, e ripresa non si sa da chi. Si narra, in questa curiosa notiziola, che in Uganda è meglio non accettare offerte seduttive da parte di avvenenti fanciulle. Si tratta di un trucco, le fanciulle si spalmano il seno e il corpo di un potente sedativo, e il malcapitato dopo pochi minuti, entrando in contatto con la pelle della fanciulla, sviene e viene derubato.

E pensare che le notizie da cliccare dovevano essere altre. Il pericolo di una guerra (tra l’altro devastante) India-Pakistan, la strage in corso in Nigeria tra musulmani e cristiani, che ha fatto quattrocento morti, Microsoft, che in barba a qualsiasi posizione dominante, che si sta per comprare Yahoo per soli 20 miliardi di dollari. Berlusconi, che in barba alla sua posizione dominantissima raddoppia l’iv alle pay-tv. Ma tutte queste sono notizie, non sono chiacchiericcio, non sono il fondamento di quella beata irresponsabilità che attraversa sia l’informazione che l’intrattenimento in Italia ormai da quasi un decennio. Se Vespa può mandare in onda una trasmissione trash e inutile è proprio perché c’è gente che anziché cliccare sulla Nigeria quando va su internet, per capire cosa accade, perde tempo a leggere che in Uganda le donne rapinano i gonzi occidentali con i sedativi sulla pelle. «Finora sono trentotto le donne fermate», trentotto in tutta l’Africa, trentotto in tutto il mondo. Poco più in là, in Nigeria, centinaia di persone si massacrano, in un altro continente, l’Asia, è accaduto qualcosa di gravissimo. Ma noi ascoltiamo ancora la Parietti e clicchiamo sulle stupidaggini. Ma possiamo diventare un paese normale andando avanti così?


01 Dec 2008
da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Undicietrenta, ma ci stanno raccontando ancora delle favole
Inserito da: Admin - Dicembre 02, 2008, 06:22:43 pm
Undicietrenta, ma ci stanno raccontando ancora delle favole

di Roberto Cotroneo


Ho sempre pensato che il vero potere in televisione, il potere di orientare politicamente le persone, il potere di spostare le opinioni, non viene dai programmi di informazione, neppure da quelli più seguiti. E non viene neppure dai telegiornali. Ma viene dalle fiction. E dal modo in cui le fiction hanno riscritto la storia del nostro paese, dando verità televisive che rimangono impresse.

Parlo delle fiction sui papi, sugli uomini politici, sui sacerdoti, su tutto quanto è possibile sceneggiare con un risultato retorico, dolciastro, impreciso. L’ultima andata in onda, quella su Paolo VI (interpretato da Fabrizio Gifuni, prodotto dalla Lux Vide di Ettore Bernabei), l’ennesima, è ancora più interessante delle altre, perché come tutti sanno Papa Montini fu uomo assai problematico, non troppo popolare, schivo. Come si diceva allora: un papa intellettuale, che ha cambiato la sua chiesa, ma lo ha fatto attraverso decisioni per nulla spettacolari, e soprattutto assai poco visibili.

Dunque una fiction su Paolo VI poteva essere una scommessa semmai per un film alla Francesco Rosi, non per un fumetto impreciso, e in alcuni punti decisamente didascalico. Invece si è deciso di cambiare, e questo accade ormai da anni, le carte in tavola, si è deciso di ignorare la storia e di trasformarla in una paginetta rassicurante. Ma per chi? E questa è la domanda più interessante. Una propaganda per i più giovani? O invece un’operazione nostalgia messa assieme alla meglio? Direi la seconda ipotesi. Quello che colpisce è soprattutto una cosa: queste fiction non sono pensate per i più giovani, quelli che magari non conoscono la storia, e forse non hanno mai sentito parlare di Paolo VI.

Sappiamo bene che i più giovani non vedono le fiction della televisione generalista. Queste fiction sono pensate per gli anziani, per quelli che c’erano, per quelli che hanno visto, e hanno vissuto quegli anni. Ma li hanno vissuti alla fine. È un modo per risistemare tutto. Per aggiungere gli anelli mancanti, per dare un’idea ancora più salda e ancora più rassicurante a certi eventi. Così il dramma di Montini sull’uccisione di Aldo Moro, con cui inizia la fiction, è un dramma patinato, e invece quello fu l’evento che peggiorò le sue condizioni di salute, e il Montini giovane diventa un barricadero, quasi un sacerdote di frontiera.

Nell’epica delle fiction tutti sono semplici, lineari e comprensibili, e le contraddizioni non sono una costante dell’esistenza, ma solo una sorta di mal di testa, che alla fine passa. E non può non passare. E poi dicono che nessuno è più capace di raccontare le favole.


02 Dic 2008
da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Quando la politica arriva su Facebook
Inserito da: Admin - Dicembre 02, 2008, 11:54:57 pm
Quando la politica arriva su Facebook

Roberto Cotroneo


Le strade della politica sono infinite. E non soltanto perché ormai si parte in pullman per toccare tutte le città e parlare con la gente, ma anche perché si utilizza quello che genericamente chiamiamo internet. E in particolare si utilizzano i Social Network. Ovvero quei siti dove le persone si parlano, si conoscono e si scambiano informazioni. Roba per studenti giovani, dei college americani, che hanno inventato un modo per ritrovarsi tra vecchie matricole, o vecchi laureati, sparsi in giro per il mondo. Ti iscrivevi, mettevi la tua fotografia, poi le informazioni sull'anno di laurea, l'università, il corso, il PhD, o il dottorato, e ti contattava quel vecchio amico del tuo corso, che non vedevi da dieci anni, e che magari fa il manager a Sidney, o lavora come produttore a Bollywood. Chi lo avrebbe mai detto che si poteva inventare un mezzo per ritrovarsi così facilmente. Facebook, che poi è il libro degli studenti dei college americani era questo.

L'inventore può vantare anche una data di fondazione. Facebook è stato fondato il 4 febbraio 2004 da un ragazzino di soli 19 anni: Mark Zuckerberg, studente ad Harvard, esattamente per questo scopo. In un paio di mesi, su Facebook si sono iscritti anche quelli dell'Mit, e via allargando. Per capire le dimensioni del fenomeno in meno di quattro anni, il sito Facebook vale più di 18 miliardi di dollari e ha 120 milioni di iscritti. Il primo uomo politico che ha capito l'importanza dei social network, è il candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama che ha 1.945.000 sostenitori. Ma ora sta succedendo qualcosa anche in Italia. Non solo Facebook sta contagiando studenti e comuni cittadini che si vanno a cercare i vecchi amici persi nei trasferimenti di città, o chissà dove, ma è diventato un punto di riferimento per la politica, soprattutto quella di sinistra, e in particolar modo quella vicina alle varie anime del partito democratico.

Il primo è stato Walter Veltroni, ufficialmente convinto dalla figlia, ma anche attento da sempre ai nuovi mezzi della rete. Veltroni è iscritto a Facebook non come "personaggio pubblico", non con un profilo vetrina, con i fan che si iscrivono (per fare un esempio, come Steve Jobs, o George Clooney) ma con un profilo personale, che secondo la leggenda gestisce lui stesso. Amici: circa 4800. Cosa significa? Significa che uno si iscrive a Facebook, mettendo nome cognome, un indirizzo mail, e possibilmente la fotografia (su Facebook ci si mette la faccia), poi cerca Veltroni, e gli chiede di diventare amico. Con ogni probabilità la risposta sarà affermativa. E a quel punto la pagina di Veltroni sarà visibile: visibile quello che scrive, visibile la sua bacheca, dove si può commentare la politica, quello che accade, e magari anche protestare.

C'è lui dietro il profilo Facebook? Veltroni sostiene di sì, altri dicono che un paio di persone curano il suo profilo di Facebook, la verità, come sempre, sta probabilmente nel mezzo. Ma l'ingresso di Veltroni sul Social Network più popolare del momento, ha portato a un gioco di emulazione che stupisce. Se si va a cercare, si trovano altri politici, incominciando da Pier Ferdinando Casini, presente, anche lui, su Facebook con un profilo personale, e una fotografia dove sfoggia un giubbottino di pelle molto giovanile. Casini ha circa 900 amici ma interagisce poco. In realtà sono tutti messaggi di augurio scritti da fan e da attivisti politici. Anche Enrico Letta è su Facebook, 2000 amici, circa, mette ogni tanto pensieri rapidi su ciò che pensa, e informa su tutto quello che ha fatto, oltre ai suoi incarichi di ministro, la passione per Dylan Dog e per il Subbuteo, gioco da tavolo che pratica ancora oggi. Su Facebook c'è anche Antonio Di Pietro, che legge direttamente i messaggi, e risponde. E questo era immaginabile.

E su Facebook ci sono Capezzone e Gennaro Migliore, già capogruppo di Rifondazione alla Camera, e il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti. E ci sono i giornalisti: c'è Bruno Vespa e il direttore editoriale del "Tempo" Roberto Arditti, c'è il vicedirettore del "Corriere della Sera" Pierluigi Battista, c'è Claudio Sabelli Fioretti, Andrea Purgatori e Marina Valensise, e il direttore di "Europa" Stefano Menichini, il vicedirettore di "Repubblica" Massimo Giannini. E c'è Carlo Freccero, l'editore Alberto Castelvecchi, il regista Ferzan Ozpetek, lo scrittore Giorgio Faletti. Non sono profili messi a caso, c'è ormai un collegamento autentico tra le persone, che senza Facebook sarebbe stato impensabile. Non c'è Massimo D'Alema, ma ci sono gli uomini che sono stati con lui per molto tempo: Fabrizio Rondolino, Claudio Velardi, Gianni Cuperlo, Andrea Romano, tutti presenti e attivi su Facebook. Quello che accade in questa rete è curioso. Perché Facebook è sostanzialmente democratico ed è un modo, in fondo, per capire gli umori delle persone, attraverso la rete di internet. La condizione è che l'identità sia certa, e che non si utilizzi il network per scopi non consentiti.

Anzi, Facebook ha regole così rigide che basta sbagliarsi una volta e ti cancellano. Ma è evidente che questa volta non siamo di fronte a uno dei tanti giochi della politica per rendersi un po' più visibili, ma c'è qualcosa di più. È vero che Facebook annulla le distanze, e sembra seguire dei fili che prima non esistevano, è quasi una lobby che si regge molto sulla scelta di essere presenti su un network, che si muove in modo autonomo e cresce di continuo. Negli ultimi tempi in molti si sono piacevolmente stupiti di trovare tra i profili Facebook il presidente emerito della Repubblica Carlo Azelio Ciampi. È proprio lui? L'elenco degli amici dice che sono circa 300 e la maggior parte sono studenti e giovani. Il mistero rimane. Ma se davvero il presidente Ciampi, dall'alto del suo ruolo e dei suoi anni avesse deciso di farsi un profil su Facebook, vorrebbe dire che la febbre da social network è ormai salita al massimo.

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Pubblicato il: 05.10.08
Modificato il: 05.10.08 alle ore 8.32   
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Titolo: Roberto COTRONEO. Quando un paese è in declino
Inserito da: Admin - Dicembre 03, 2008, 11:59:04 am
Undicietrenta, Quando un paese è in declino

di Roberto Cotroneo


C’è un piccolo dato, nel nostro paese, che spiega meglio di altri che le cose non vanno proprio. Eurostat ha pubblicato proprio ieri ieri i dati che riguardano la diffusione di internet in Europa. Siamo al terz’ultimo posto. Dopo di noi ci sono soltanto Romania e Bulgaria. Il dato già così è sconcertante, ma c’è di più, dal 2007 a 2008 abbiamo perso un punto di percentuale: ovvero nel 2007 accedevano alla rete il 43 per cento degli italiani, mentre nel 2008 accedono il 42 per cento. È un calo unico, che non si ritrova i nessun paese d’Europa. Per intenderci: l'Olanda è al 86 per cento, Norvegia e Svezia all’84, Danimarca 82 per cento, Lussembeurgo 80 per cento, Germania 75 per cento, Regno Unito 71 per cento. Con una media europea del 60 per cento. Tutti i paese europei, compresa Bulgaria e Romania sono comunque in crescita. Noi no.

Questo dato sembra piccolo e non lo è, ed è un segnale sul perché siamo un paese in declino. L’utilizzo di Internet, come accesso a informazioni, come miglioramento della qualità della vita attraverso l’informatizzazione dei gesti quotidiani, è un fatto ormai acquisito. Non utilizzare la rete è per certi versi una nuova forma di analfabetismo. E soprattutto avere solo il 31 per cento di famiglie che utilizzano la banda larga contro il 48 per cento della media europea è un altro dato sconfortante.

I motivi sono vari. La miopia di non aver incoraggiato la banda larga, e questo vale per tutti i governi degli ultimi dieci anni, le tariffe di internet ancora troppo alte, più alte di quelle degli altri paesi europei. La scuola che sulla tecnologia e sull’uso della rete ha fatto soltanto piccoli passi, e poco efficaci.

Ma soprattutto siamo un paese culturalmente vecchio, che ha meno curiosità verso il mondo, che non sente il bisogno di confrontarsi, che non ha nessuna voglia di andarsi a cercare informazioni, di leggere, di usufruire di una posta immediata ed efficace. Di navigare e trovare nuove cose. Siamo un paese ignorante e diffidente, dove la rete non viene considerata una ovvia opportunità, oltre che una comidità, ma viene vista come un surrogato della vita, un modo per perdere tempo. E c’è un secondo aspetto che spiega bene cosa siamo diventati. Siamo il primo paese in Europa per diffusione di telefoni cellulari. E gli ultimi per diffusione di internet. Non informazione e qualità. Ma chiacchiera con il cellulare attaccato all’orecchio, e poca voglia di informarsi e capire cosa avviene nel mondo. Peggio di così…


03 Dic 2008   
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Titolo: Roberto COTRONEO. La vitalità dell'Italia? È finita nel '68
Inserito da: Admin - Dicembre 08, 2008, 06:15:12 pm
Undicietrenta, la vitalità dell'Italia? È finita nel '68

di Roberto Cotroneo 


Ho appena finito di vedere un bel documentario, che deve ancora uscire nelle sale e in dvd, di Gianni Borgna, intitolato “Città Aperta. Vita culturale a Roma dal 1943 al 1968”. Realizzato tutto con i filmati dell’Istituto Luce. Ed è un documentario che fa riflettere.

Intanto perché si vede una vitalità culturale straordinaria del nostro paese. Una vitalità che comincia subito, in un paese ancora distrutto, nel senso vero della parola. Dal cinema neoralista ai capolavori di Federico Fellini, alla Commedia all’Italiana, dai primissimi premi Strega, agli artisti di via Margutta, alle riviste letterarie. Nel documentario ci sono immagini sorprendenti, si vedono e si sentono parlare uomini, intellettuali di cui non si conosce più la voce, forse neppure il viso, se non in foto piccole e sbiadite in bianco nero: Silvio D’Amico, Alberto Savinio, un giovane Giorgio Bassani, e Carlo Emilio Gadda, con il suo accento milanese. Si vede dipingere negli atelier di allora Giorgio De Chirico, Carlo Levi e Renato Guttuso. C’è il giovane Moravia, con Elsa Morante, e poi con Dacia Maraini, che è poco più che una ragazza. C’è Pier Paolo Pasolini, sull’aereo che lo porterà in Israele a girare “Il vangelo secondo Matteo”, che dice: «Questo film non concede niente allo spettatore, ma proprio perché non gli concede niente, gli dà tutto».

Eppure, nonostante sia un bellissimo documentario, soprattutto per le molte parti inedite, questo “Città Aperta” va oltre, non so quanto volontariamente o involontariamente, e apre un nodo importante, che non è ancora stato affrontato nel modo più giusto. Il nodo del 68.

Il film di Borgna finisce proprio nel 1968, un attimo prima della contestazione, e finisce con una frase di Parise, che racconta con nostalgia di come era Roma un tempo e guarda a i nuovi giovani, alle nuove generazioni: «E così guardandoli, mi viene da pensare a Roma quando l’avevo conosciuta io, che era pur sempre quella, ma diversa: forse perché ero io più giovane e mi sembrava meno vecchia. Forse perché, nonostante “La Dolce Vita” che l’aveva così ben ritratta, c’era, anche ne “La Dolce Vita”, un rimasuglio di qualche cosa di agricolo, di laziale, insomma di paesano.

Furono, quello che si dice, i migliori anni della nostra vita. Ora, a piazza del Popolo, a via del Babbuino, a piazza di Spagna, avvicinandomi allo studio vedevo e sentivo scomparso del tutto non soltanto quel mondo e perfino quelle persone, come se fossero morte, e sostituite immediatamente da individui di altra specie».

L’intuizione di Parise è la stessa di Pasolini. Ed è il dubbio di oggi, quando ci accorgiamo che dal 68 in poi il nostro paese non ha più prodotto, per anni, nulla di culturalmente rilevante, e ha fermato il paese. E la provocazione è questa: il 68 è stato un movimento sostanzialmente reazionario che ha interrotto tutti i processi di modernizzazione della cultura italiana, che erano vivi e straordinari fino al 1967. Nell’arte, nella letteratura, nella musica, nel teatro, tutto era stato fatto e scritto nel decennio che andava dal 1957 al 1967. Poi solo il buio, slogan e nessuna preparazione culturale. Perché il 68 è stato la reazione di una borghesia mediocre e inadeguata, che in nome della fantasia al potere, ha trovato il modo per cancellare ogni forma di competenza e di meritocrazia, a danno, e su questo Pasolini aveva capito tutto, delle classi più meritevoli e talvolta semplicemente più disagiate.

08 Dic 2008
da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Bossi e Berlusconi uniti dal sangue
Inserito da: Admin - Dicembre 17, 2008, 03:42:30 pm
Undicietrenta, Bossi e Berlusconi uniti dal sangue

di Roberto Cotroneo


È una agenzia di mezzanotte, la fonte è Agi. Si tratta di poche righe. Le riporto fedelmente. «Pdl: Berlusconi a Bossi, noi uniti col sangue.

(Agi) Roma 16 dicembre: “Noi siamo uniti col sangue. Non ci divideranno mai, non ci riusciranno mai”.
Cosi Silvio Berlusconi durante la “cena natalizia” del pdl rivolto verso il leader della Lega Umberto Bossi.
“Il male non trionferà”, ha sottolineato il Cavaliere».



Parole qualunque, affettuose, dette a una cena di Natale? Chi può dirlo. Ci sono alcune cose in questa brevissima agenzia, sperduta nel mare delle altre notizie e degli altri lanci, come un dettaglio, una vaghezza messa lì, che spiegano non soltanto un mondo, ma una maniera di pensare, un’idea della storia, della politica, lontana, e persino sconvolgente.

Nella politica moderna, o meglio nella politica tout-court non ci si unisce con il sangue, ci si unisce per un progetto, per un’idea della società, per fare guadagnare ancora più soldi a quelli che già ne hanno, o per fare la rivoluzione proletaria, oppure “In God We Trust”, che è il motto nazionale degli Stati Uniti. Ma essere uniti nel sangue significa un’altra cosa. Ha a che fare con il divino e con il misticismo del Santo Graal. Termine che ha la sua origine, e il suo significato, nel Sangre Real, nel sangue del Cristo, raccolto nella coppa. Il sangue fuoriuscito dalla lancia conficcata nel costato.

E l’unione con il sangue ha radici arcaiche, e ha a che fare con il simbolismo del sacrificio. Passa da un cristianesimo esoterico e al limite dell’eresia, è presente tra i Catari, e arriva fino a noi, attraverso anche giuramenti di vario tipo. È impressionante quanto detto da Berlusconi anche per altri due motivi. Il primo è il riferimento al male, che «non trionferà», senza che si riesca esattamente a capire se il presidente del Consiglio si riferisce al male biblico, al male della tradizione cristiana, o a un male laico: il male radicale e assoluto di Kant, o quello di Rousseau. O se invece è spinto da un afflato poetico montaliano, e parlava del male di vivere: «spesso il male di vivere ho incontrato era il rivo strozzato che gorgoglia…».

Sicuramente quello di Berlusconi nella cena di Natale è un pastrocchio mescolato, dove il male va a braccetto con il Graal, il sangue serve a unire, e va di pari passo con le ampolle dell’acqua del fiume Po di Umberto Bossi. Perché sia Bossi che Berlusconi non sanno che buona parte dei riti magici precristiani, venivano compiuti da sacerdoti con il sangue e con l’acqua (e talvolta con il latte). Che il capo di Forza Italia e il leader della Lega siano uniti con il sangue, è una notizia che nessuno sospettava, ed è l’ennesima conferma che siamo un evoluto e limpido paese europeo.

Riguardo al fatto che nessuno potrà separarli, questa è tutta un’ altra storia, e siccome è già accaduto, fossi in Berlusconi la mano sul fuoco non ce la metterei. Nonostante il patto di sangue.


17 dicembre 2008
da unita.it


Titolo: Saviano «popstar» all’Ateneo: ossia, la forza di Gomorra
Inserito da: Admin - Dicembre 19, 2008, 09:20:33 am
Saviano «popstar» all’Ateneo: ossia, la forza di Gomorra

di Roberto Cotroneo


Roberto Saviano? C’è già Saviano? Si è visto il film con noi?

Ma tu l’hai letto? No è troppo lungo, ma il film sì che l’ho visto. L’Università Roma Tre, sulla via Ostiense, è già in subbuglio da ieri mattina, da quando con un passaparola veloce si sa che lui, Roberto, l’eroe che ha scrittoGomorra, sarà da loro a parlare e a rispondere alle domande e far vedere delle fotografie durissime, che in parte aveva mostrato già a Mantova, al Festival delle Letterature. Fotografie di morti ammazzatidi camorra e parole che sono sempre le stesse, molto dure, e che stanno facendo di questo ragazzo, ormai famoso in tutto il mondo, un’icona della lotta alla criminalità organizzata; un fenomeno poco letterario emolto pop. Domande e fotografie shock utili a sentirsi un po’ più forti, assieme a lui, di fronte a quello scempio della legalità, a quella terra di nessuno su cui ha scritto un poderoso volume che ha superato il milione di copie vendute.

“La sala dell’aula magna (circa 550 posti) era strapiena emolti ragazzi sono rimasti fuori: ieri all’Università Roma Tre Roberto Saviano ha incontrato gli studenti. Molti di loro hanno letto solo il suo libro.

”COME BONO VOX

Tutti si agitano per vederlo meglio. Le ragazze gridano come di fronte a una popstar. E lui che arriva: così giovane e così segnato, perché lo sguardo di Roberto Saviano è sempre quello, lo sguardo di un uomo che ha imparato a convivere con una minaccia costante. E che non ha ancora assimilato fino in fondo questa condizione nuova, he è al tempo stesso esaltante e opprimente. Esaltante nel vedere tutti questi ragazzi che lo applaudono come fosse Bono Vox. Opprimente, perché tutto questo ha un prezzo, il prezzo di una libertà, il prezzo di uno scrittore che ormai si è allontanato senza scampo da quel sogno antico di essere scrittore fino in fondo, che Saviano aveva quando mandava i primi racconti alla rivista Nuovi Argomenti. E ora? Ora nel vederlo tra i suoi fan, nel vederlo raccontare la morte,mostrando fotografie dove i bambini sono in prima fila davanti ai cadaveri, capisci che forse serve anche questo. Che forse nel lungo periodo uno come Leonardo Sciascia ha fatto di più per la coscienza civile di questo paese,ma poco importa. Saviano sta sensibilizzando masse di giovani che in lui vedono uno scrittore coraggioso. E forse dopo Gomorra leggeranno altro, e dopo il filmdi Matteo Garrone cercheranno quelli di Damiano Damiani, di Elio Petri, di Francesco Rosi. La letteratura centra poco in tutto questo. Lo spettacolo molto di più. Ma il nodo futuro di Saviano è tutto qui: nella consapevolezza che il ibro successivo, il prossimo, com- porterà uno strappo rispetto a Gomorra. E lì si tratterà davvero di capire se sarà un Gomorra bis, e allora avrà poco senso, o se invece scriverà di altro, e a quel punto tutto cambierà, tutto quel sentire, quell’empatia, quell’entusiasmo che si percepisce qui, oggi pomeriggio, non potrà ripresentarsi allo stesso modo, dovrá diventare un’altra cosa. IL

LIBRO UNICO

Attorno a tutto questo Roberto Saviano non c’è dubbio sia assolutamente carismatico, e le sue parole sono magnetiche. Ma il dubbio è sempre lo stesso, è il dubbio che ti viene guardando tutti loro, tutti questi ragazzi che hanno 19, o 20 o 21 anni. Cosa hanno letto prima di Saviano? E così glielo chiedi. Hanno letto poco o nulla su questi argomenti. E cosa leggeranno dopo? Quello che Saviano scriverà per loro, forse. Ed è così, il talento di Roberto inizia e finisce con loro. E inizia e finisce con lui. In un luogo altro dove si soffre, dove si ha paura, dove ci si indigna, dove la vita cambia, dove i ragazzi che sono nati nei regni dove imperano con il terrore i Casalesi, e sono fuggiti a studiare fuori, anche aRoma, dicono: perché se qualcuno scrive di questi orrori, questi orrori debbono permanere? Perché la letteratura non è salvifica, per una volta? E perché la scrittura non aiuta? Perché la denuncia non dà i suoi frutti? Perché Gomorra non ci ha liberati dal male, quasi fosse un libro sacro?

CAMBIARE LEGGENDO

E lui, mentre lascia l’aula tra gli applausi, ormai lo sa, e sembra dirlo a tutti loro in silenzio. È un cammino lungo, fatto più di domande vere che di risposte. Per una platea che non sa quanto i libri non siano altro che domande senza risposte. Perché le risposte arrivano sempre dopo, e solo se i libri sono capaci di cambiarti davvero. Gomorra può essere uno di questi libri.

18 dicembre 2008
dal blog di Roberto Saviano


Titolo: Roberto COTRONEO. Quando un partito dei cittadini?
Inserito da: Admin - Dicembre 21, 2008, 10:23:00 am
Undicietrenta, Pd e questione morale.

Quando un partito dei cittadini?

di Roberto Cotroneo


Succede di tutto, è in corso una direzione del Partito Democratico che si preannuncia drammatica, il paese sta cambiando. Fausto Bertinotti, riguardo al caso sugli appalti e la politica, da vecchio politico quale è (ed è un titolo di merito) dice che purtroppo la colpa sta nel pensare che gli amministratori siano dei politici e nel non aver messo al centro del lavoro politico un’idea strategica e fondata della società. Così siamo passati dai partiti azienda ai partiti degli assessori e dei sindaci, e naturalmente anche ai partiti degli ex Pm, e raramente si ha il privilegio di trovarsi di fronte ai partiti dei cittadini.

È ancora presto per capire fino in fondo quello che accadrà, ma certo un senso di desolazione ha lasciato il posto allo sgomento e a un’incertezza profonda. L’unica certezza che abbiamo, quel poco che ci rimane, ci è data dal solito film di Natale di Neri Parenti, con Christian De Sica e con Massimo Ghini, con Michelle Hunziker, con le ragazzine carine, le gag, le battute e quant’altro. In questo paese dissestato, in bilico, la Filmauro, casa di produzione di Aurelio De Larentis, è pronta a invadere i cinema con 820 copie di questo “Natale a Rio”. Immancabile come una rata delle tasse, buono per incassi record. Solo che se devi essere trash, devi esserlo fino in fondo. Tutti gli attori nella conferenza stampa si sono affannati a spiegare che visti i tempi, vista la crisi, visto che il «paese è più nevrotico», questa volta i protagonisti non fanno i fedifraghi, traditori, volgaroni, ma fanno i papà seri che dialogano con i figli. E il modello è più sul genere Blues Brothers, e sono finiti quegli anni lì, quando c’era Boldi e tutto il contorno. Per fortuna nessuno ha tirato fuori l’impegno, o l’esigenza di un cine-panettone adeguato ai tempi. Anche se ci è mancato poco.

Ma il fatto sconsolante di dover vedere i cinema natalizi monopolizzati dal film “Natale a Rio”, e persino in versione moraleggiante-light, sarebbe ben prevedibile se non ci fosse un elemento che fa riflettere. Christian De Sica, figlio del grande Vittorio De Sica, in un’intervista a proposito di questo film conclude in questo modo il suo ragionamento: «il film di Natale mi ha dato tantissimo. Grazie a questa scelta ho cominciato a fare teatro, mi hanno chiamato altri registi, ho scritto un libro. Se mai avessi voluto fare “Ladri di biciclette” a quest’ora sarei un fallito». Se suo padre avesse fatto, ai tempi di “Ladri di biciclette”, questo ragionamento, saremo ancora al cinema dei telefoni bianchi. Mala tempora.

19 dicembre 2008

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO, le classifiche dei personaggi pù influenti del mondo
Inserito da: Admin - Dicembre 22, 2008, 03:07:42 pm
Undicietrenta: le classifiche dei personaggi pù influenti del mondo


di Roberto Cotroneo


Tutti gli anni “Newsweek” pubblica “The Global Elite”, e ogni volta, con la classifica dei 50 personaggi più influenti del mondo, si esercitano tutti a capire perché quello non c’è, e quell’altro sta troppo in basso. È il destino delle classifiche: tutte. Ma “The Global Elite” è un bel termometro se lo si va a leggere non per capire chi sta su e chi sta giù, e nemmeno per decidere chi manca. Ma per vedere chi c’è nel senso delle categorie. Certo, colpisce che il Dalai Lama sia soltanto al quaranteseiesimo posto. Soprattutto dopo tutto quello che è accaduto con le Olimpiadi in Cina. Che Obama bin Laden tenga saldo il posto 42, che i “Clintons” siano in coppia sul 13 e il 14, che Khamenei appaia alto, al numero 11. Si accorgeranno tutti che Gordon Brown è settimo, Angela Merkel è ottava, Vladimir Putin è nono, e Nicolas Sarkozy è addirittura terzo, dietro Barack Obama, che è l’uomo più influente del mondo, e il presidente cinese Hu Jintao che è il secondo. Non fosse stato “Newsweek” ovviamente il primo posto sarebbe andato a Hu Jintao, e non a Barack Obama, che sarebbe arrivato secondo, ma forse è giusto così.

Mancano gli italiani, o meglio, manca l’italiano, nel senso totale del termine, sia quello antropologico, che quello politico: Silvio Berlusconi non c’è. Non c’è né perché è potente, e né perché è ricco. Non c’è neanche Luis Zapatero, ma non è ricco, lui. Non c’è la Regina Elisabetta, e stupisce un po’. Ma ci sono Lula, presidente del Brasile e c’è Sonia Gandhi, questo per capire quali sono i paesi che conteranno davvero.
Noi non contiamo nulla. E pazienza, lo sapevamo. Ma ci sono due cose che colpiscono molto. La prima è più facile. Il trentasettesimo posto di papa Benedetto XVI. Contro il posto numero 34 di Steve Jobs. Il papa è molto basso in classifica per essere il papa mentre l’uomo che ha inventato il sistema Apple è molto in alto. Colpisce che non ci sia Bill Gates, che ha il novanta per cento di quota di mercato, contro il dieci scarso di Apple. Ma solo gli ingenui non hanno capito che i veri intellettuali sono quelli che inventano i sistemi operativi dei computer, e non più quelli che scrivono libri di filosofia e di politica. E Jobs non è solo un grande sacerdote di un modo di vedere il mondo, ma anche il tramite per imparare a vederlo (e ad ascoltarlo, con il iPod, e a venderlo con il negozio on line di musica iTunes Music Store).

La seconda cosa che colpisce è il posto numero 41. Dove c’è un nome Shahrukh Khan. Non è un principe indiano ricchissimo, non è un leader mondiale, o un banchiere, non è un politico. È un attore adorato e assolutamente venerato del cinema indiano, quello che chiamiamo Bollywood. Sta davanti al Dalai Lama, e a Osama bin Laden. E soprattutto dimostra quale sarà il cinema più importante del pianeta. Anche se noi, qui in Occidente, non lo abbiamo ancora capito.


22 dicembre 2008     
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Titolo: Roberto COTRONEO. Povia e la sua canzone volgare e pericolosa
Inserito da: Admin - Dicembre 24, 2008, 05:31:03 pm
Undicietrenta, Povia e la sua canzone volgare e pericolosa

di Roberto Cotroneo


Ma ora, dico, ma ci può occupare di Povia a Natale, e anche dopo Natale? Povia, il noto autore di “Quando i bambini fanno oh”, e “Vorrei avere il becco”?, un cantante di Sanremo che pensa che i gay sono malati e dunque vanno guariti. Ma soprattutto: ma con quale buon senso si può mandare a cantare uno che dice cose del genere in un festival più nazional-popolare che più nazional-popolare non si può? Nessun buon senso a pensarci bene. Anzi, una fatastica trovata degna di questi tempi deficienti. Perché le opinioni intellettuali di Povia sono merce poco interessante, e non risulta che i suoi testi siano entrati nella tradizione della canzone d’autore. Non risulta neppure che Povia abbia studiato con Derrida, e forse neppure che abbia studiato molto. Risulta un’altra cosa: che Povia ha più volte espresso apprezzamenti per le teorie di uno strano tipo, come se ne incontrano spesso nell’America integralista, che di nome fa Joseph Nicolosi. Uno che pensa che i gay si guariscono. E persino Povia ne ha guariti almeno due, e ora sono sposati.

Ora ognuno è libero di pensare quello che vuole. E se Povia pensa di guarire i gay pazienza, c’è tanta di quella gente al mondo che pensa cose strane, che uno più o uno meno, non fa la differenza. Il problema è un altro. Puoi mandare a Sanremo uno così? A cantare questa canzone intitolata “Luca era gay”. No che non puoi. Sanremo è un festival di canzoni stinte, di arrangiamenti che sono sempre gli stessi, di artisti che vanno e vengono senza troppa passione. Di giovani cantanti che sembrano già vecchi, e di vecchi cantanti che vogliono sembrare a tutti i costi giovani. Povia non c’entra nulla. È un reazionario, ma con i capelli lunghi, che fa politica. E Paolo Bonolis non può essere così miope da non capire che così non funziona, e che a Sanremo ci puoi mandare vecchie e nuove glorie che cantano la stessa canzone, che fa rima con cuore, con amore, con tutto quello che ti pare. Poi prendi due a caso, e gli fai cantare una bella canzoncina contro la guerra e la fame nel mondo, la miseria, la violenza alle donne. Giusto per mettere su un colonnino sui giornali. Per una manifestazione che non sa di nulla.

Ma questa di Povia è volgare e persino pericolosa. Gli facciamo raccontare a milioni di telespettatori che i gay son dei malati? In un paese moderno e civile? Nel 2008? Sulla rete ammiraglia del servizio pubblico Rai? Se è una trovata pubblicitaria per ridare ossigeno a un festival ansimante e tramortito, nessuna giustificazione: si tratta di una trovata volgare e indegna. Se invece non la è, allora preoccupiamoci, davvero. Siamo alla frutta. Capisco l’Arcigay che vuole impedire che Povia canti quella canzone. Ma se alla Rai rinsaviscono all’improvviso, e se ne accorgono, forse questa farsa grottesca si potrà impedire. Riguardo a Povia, troverà un’altra canzone più consona. E se ha solo quella, vuol dire che se ne farà volentieri a meno.


24 dicembre 2008
da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. ... i bambini davanti a internet e tv
Inserito da: Admin - Dicembre 30, 2008, 09:54:45 am
Unidicietrenta, i bambini davanti a internet e tv

Sarebbe facile bollare come la solita boutade la richiesta del ministro della Cultura britannico Andy Burnham, in un’intervista al “Daily Telegraph”, di monitorare internet e vietarlo ai minori quando è opportuno. Come è facile ironizzare con il ministro Sandro Bondi quando dice che nei telegiornali c’è una quota di violenza che non è concepibile e giustificabile dal diritto di cronaca, e può turbare profondamente i più piccoli. In realtà i due aspetti sono assai ben collegati. Il diritto di cronaca è sacrosanto, e spesso le immagini più crude sono la dimostrazione che la notizia vale il servizio, e dunque si trasmettono. E la libertà di navigare per il web è difficile da limitare, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello giuridico.

Ma il problema esiste. Notizie che raccontano quanto accade nel mondo vanno date, anche se è Natale, e anche se gli israeliani bombardano la striscia di Gaza. Poi li vedi i bambini colpiti e feriti negli ospedali improvvisati, e talvolta vedi il dolore e persino la morte. Su internet, basta andare su alcuni siti e non ti fanno mancare nulla: decapitazioni, morte, orrore, e naturalmente molta pornografia, non filtrata e a gratis. Bisogna rassegnarsi, è un fatto che appartiene alla cultura di un’epoca. La medicalizzazione della malattia, la morte nascosta negli ospedali ha spostato in un luogo remoto la visione della morte da parte dei bambini. Un tempo vedevano morire nonni e parenti nei loro letti, e si abituavano lentamente. In Occidente le guerre hanno allontanato violenza e orrore, per fortuna. Ma fino a settanta anni fa potevi correre tra cadaveri e feriti sotto le macerie delle città. Non c’era internet a mostrarti l’orrore che corre per il mondo, perché lo avevi in casa, purtroppo. Oggi siamo un mondo privilegiato che sposta un po’ più in là paura e la violenza. Però queste cose accadono. A Gaza esistono, in Afghanistan si muore per un nulla, le donne vengono lapidate ancora oggi, e persino le esecuzioni pubbliche sono ancora una realtà. Non fa bene vedere certe cose, ma il novanta per cento del mondo ci convive, e senza scaricarsi il video, o guardarsi il telegiornale, ma in diretta. Ancora fino a qualche anno fa, come genitori, ci preoccupavamo dei cartoni animati troppo violenti, e dei serial che venivano dati in televisione. Il controllo dei programmi televisivi per i più piccoli era tra gli argomenti più dibattuti. Oggi il film di culto di buona parte dei ragazzini è “Kill Bill”di Quentin Tarantino. C’è un’abitudine al vedere la violenza, in tutti i suoi paradossi, che porta a qualcosa di catartico. Per quelli che possono permetterlo. Per i bambini e i ragazzi di mondi più lontani non c’è catarsi purtroppo, ma solo orrore quotidiano.

29 dicembre 2008
 
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Titolo: Roberto COTRONEO. evviva le persone non sostituibili, che fanno la differenza
Inserito da: Admin - Gennaio 07, 2009, 12:34:17 pm
Undicietrenta, evviva le persone non sostituibili, che fanno la differenza

di Roberto Cotroneo


In un certo aziendalismo estremo, imperante negli ultimi vent’anni esiste un detto, e una missione, che nessuno si sogna di mettere in discussione: «ognuno è sostituibile, nessuno è indispensabile». Da vent’anni in tutto il mondo i capi del personale pensano questo, lo pensano gli amministratori delegati, lo pensano tutti quelli che ritengono una cosa: in una organizzazione complessa, talvolta gigantesca, che produce in tutto il mondo, un uomo non fa la differenza, anche se è il capo di tutti. In realtà a farla sono i gruppi, le strategie, le ricerche di mercato, gli ingegneri, i grafici, insomma tutto quello che serve a secondo del prodotto.

Solo che c’è un esempio lampante, davanti a tutti, che smentisce in modo palese questa teoria. È l’esempio di Steve Jobs. Il grande capo di Apple. Appena non partecipa a un meeting internazionale, o appare in video visibilmente dimagrito, lui che ha avuto un cancro al pancreas quattro anni fa, il titolo Apple a Wall Street perde punti. Lo stesso Jobs è stato costretto più volte a scrivere lettere aperte informando, e spesso rassicurando, gli investitori, gli azionisti, e persino gli appassionati dei prodotti Apple, sulle sue condizioni di salute.

Ora l’ultimo caso: una lettera di Jobs due giorni fa dove spiega che il suo visibile dimagrimento, è dato da uno scompenso ormonale, ma che sempre è in condizione di reggere l’azienda. Ma se questo scompenso si dovesse aggravare informerà e tutti e si ritirerà.

Sono anni che in casa Apple si fa un toto-nomina di chi potrà sostituire Steve Jobs alla guida dell’azienda dei computer e degli iPod. Ma in realtà tutti sanno una cosa: nonostante Apple sia un gigante mondiale con il 10 per cento di mercato nei computer, e la quasi totalità del mercato per quanto riguarda i lettori di musica digitale, e il negozio online di musica, film e video iTunes Music Store, e nonostante la realtà di Apple non possa che essere quella complessa delle grandissime aziende, Steve Jobs la controlla la guida e la crea come una sorta di genio della lampada. Quando lasciò la sua azienda nel 1985 la Apple ebbe un crollo e rischiò di fallire. Lui tornò nel 1996, si inventò gli iMac colorati e trasparenti e poi l’iPod, ora iPhone, cambiò tutti i prodotti, la politica dei prezzi. E il successo oggi è una realtà che allora non sembrava immaginabile.

Per questo il suo dimagrimento fa scendere anche del 4 per cento le azione della Apple in borsa. Per questo tutti sanno che lui Steve Jobs è davvero poco sostituibile, e tiriamo tutti un respiro di sollievo nel pensare che gli uomini con le loro idee, con la loro originalità fanno le aziende, e talvolta da soli. E che ci sono persone non sostituibili che fanno la differenza.

06 gennaio 2009
da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Berlusconi e il giuramento di Obama
Inserito da: Admin - Gennaio 15, 2009, 12:18:33 am
Undicietrenta di Roberto Cotroneo



Berlusconi e il giuramento di Obama



Che Silvio Berlusconi non vada al giuramento di Barack Obama, non è di per sé una grande notizia. Intanto perché non andò neppure al giuramento del suo amico George W. Bush, e poi perché può scegliere di non andare, e di mandare un biglietto. Non sarà certo l’unico presidente del Consiglio a non esserci a Washington il giorno dell’insediamento. Ma se si guarda bene dietro le parole che ieri Berlusconi ha detto al volo ai giornalisti mentre era nel centro di Roma a fare shopping si intravedono una serie di pensieri e di strategie. La prima. Tutta interna al nostro paese. «Io sono un protagonista, non una comparsa».

Di fronte al presidente del paese più potente e importante del mondo, di fronte al primo presidente nero della storia degli Stati Uniti, Berlusconi si pone il problema di essere un protagonista? Non è una melagomania, ma è l’applicazione perfetta della battuta di Nanni Moretti (alias il Caimano) in “Ecce bombo”: «Mi si nota di più se vengo e sto in disparte, o se non vengo per niente». Non è una notizia che un capo del governo vada a Washington, è una notizia che non ci vada dicendo che lui è un protagonista e non è una comparsa.

Come sempre Berlusconi ha un curioso istinto che le persone alfabetizzate considerano becero: quello che lascerebbe pensare a una sua megalomania fuori luogo. E che invece nelle masse che lo votano e che continuano a votarlo funziona. L’istinto di spostare l’attenzione. Ora Obama è un presidente del partito democratico, e la sua elezione è il miglior spot per il partito di Walter Veltroni. Per quanto ci siano delle grandissime distanze, lo spirito, il clima, e l’humus sono gli stessi. Avere come presidente degli Stati Uniti un signore che ha pubblicato un libro tradotto in Italia, in tempi non sospetti quando nessuno ancora scommetteva su lui come presidente, con la prefazione di Veltroni, e che incarna quello spirito democratico che vorrebbe essere il sogno di una parte del centro sinistra per Berlusconi è un problema. Ed è un problema anche perché Berlusconi ha sempre fondato la sua politica estera e persino interna nell’appoggio agli Stati Uniti, anche se erano gli Stati Uniti di George W. Bush. Ora è in visibile difficoltà. E prova in tutti i modi a spostare l’attenzione. Prima con Obama abbronzato, ora con la frase: io sono un protagonista, non una comparsa. Ma tanto serve a poco.

da unita


Titolo: Roberto COTRONEO. Se San Tommaso D'Aquino salva la pubblicità atea
Inserito da: Admin - Gennaio 16, 2009, 11:32:44 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Se San Tommaso D'Aquino salva la pubblicità atea


«La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona, è che non ne hai bisogno».

È la frase di una campagna pubblicitaria che apparirà sugli autobus di Genova dal prossimo chiesta dall’Unione atei, agnositici e razionalista (Uaar). È una frase apparsa anche sugli autobus di Londra, e su quelli di Barcellona. Ma leggermente diversa. In catalano è: «Probablemente dios no existe deja de preocuparte y disfruta la vida». In inglese invece è: «There’s probably no God, now stop worryng and enjoy your life». Nel resto d’Europa, in omaggio a patristica e scolastica, la frase è più sfumata. “Probabilmente”. E senza vezzi, slogan o espressioni accattivanti. Da noi c’è il giochetto della cattiva notizia e della buona notizia, che dovrebbe catalizzare l’interesse del pubblico. Ma l’affermazione è netta. Dio non esiste. Su questo l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, tramite gli uffici che si occupano di pubblicità ingannevole e pericolosa sta esaminando il caso.

Ora la vicenda è comica, grottesca e francamente mostra quell’ottusità tipica di molti atei e razionalisti. Se altrove c’è la probabilità che dio non esista, da noi la cosa è assodata. È un aergomento interessante. Si può stabilire la non-esistenza di Dio? Se così è, per chiunque abbia sfogliato un solo libro di filosofia, vuole dire che allo stesso modo si può stabilirne la sua esistenza. Che di questioni ontologiche come queste si debba occupare una commissione che di solito valutà la bonta dei biscotti, degli pneumatici e della maionese, non è male. L’idea che Dio non esiste, e che questo debba essere pubblicizzato, non solo è offensivo per chi ci crede, ma soprattutto è indimostrabile. Anselmo d’Aosta provò a fare il contrario con quattro enunciati, le cosiddette prove a priori, la più convincente delle quattro è: «Tutto ciò che esiste, o esiste in virtù di qualcosa, o esiste in virtù di nulla. Dunque, dato che ciò che esiste in virtù del nulla è il nulla stesso, e dato che qualcosa esiste, ciò esisterà grazie a un Essere supremo, l'essere in virtù».

La questione è controversa. Kant non prese per buone le prove di Anselmo. Hegel (e prima di lui Cartesio e Duns Scoto), le accettò pienamente. Non sappiamo che farà l’autorità, e il presidente Antonio Catricalà. Se la decisione verrà presa tenendo conto del “Proslogion” di Anselmo, o se si proverà a ritornare alla tradizione filosofica greca, rianalizzando attraverso gli “Analitici primi” di Aristotele, tutti i processi logici e arrivando all’idea di motore immobile ripresa da Tommaso d’Aquino (“Omne quod movetur ab alio movetur”), che enunciò cinque prove dell’esistenza di Dio, nella “Summa teologica”. Ma è proprio con Tommaso d’Aquino che l’Autorità del Mercato potrebbe trovare un cavillo teologico per approvare la campagna pubblicitaria degli atei. La quinta prova di Tommaso è quella detta dell’intelligenza ordinatrice. Ovvero le cose del mondo tendono a un fine, sia quelle organiche che quelle inorganiche. Ma le cose inorganiche sono prive di coscienza, dunque è necessaria una intelligenza superiore che attribuisca a loro un fine. Questa intelligenza ordinatrice per Tommaso d’Aquino è Dio.

Beh, è appurato che gli autobus siano privi di coscienza, e se questa campagna deve tendere a un fine, non è certo quello di una intelligenza ordinatrice. Dunque se Dio esiste allora, come si direbbe oggi: rema contro. Perché smentirebbe la quinta prova di Tommaso sulla sua stessa esistenza. A meno che, come al solito, non si tratta di controinformazione. A che pro? Ai dietrologi teologici l’ardua sentenza.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Gaza, la guerra delle ipocrisie e della falsa politica
Inserito da: Admin - Gennaio 18, 2009, 07:42:31 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo



Gaza, la guerra delle ipocrisie e della falsa politica



Oggi le bombe israeliane sono cadute su una scuola dell’Onu. Ancora morti, e ancora morti civili e bambini. È una brutta guerra, quella della striscia di Gaza. E si potrebbe obbiettare che tutte le guerre sono brutte. Ma questa è ancora più brutta, perché vive di condizionamenti esterni, di ipocrisie, di falsa politica. Hamas è un’organizzazione terroristica, che minaccia da sempre Israele e non solo. I pacifisti israeliani per una volta non protestano su questo attacco. È difficile pensare alla vita quotidiana in quelle zone standocene comodamente in poltrona, senza che un missile sparato all’improvviso ti arrivi sulla testa. E stava diventando una situazione insopportabile.

Ma quello che sta accadendo nella striscia di Gaza non è degno di un paese civile, e come tutti ricordiamo, nell’unico paese democratico del Medio Oriente. Non è tollerabile che l’Occidente faccia dei distinguo su una guerra che uccide civili, e moltissimi bambini. Non voglio spiegazioni sull’utilità dell’intervento finché gli israeliani continuano a sparare su tutto, compresi i giornalisti che vogliono attraversare una parte della striscia di Gaza. Non è una guerra che possiamo comprendere. Perché qui non si può comprendere, mai. E non si tratta di essere filopalestinesi o filoisraeliani, non c’entrano le posizioni, le vicinanze e le lontananze. Si tratta di capire se tutto questo porterà a un processo di pace in Medio Oriente, oppure no. E anche i bambini sanno che la risposta è un no. E che questa guerra riaccende un odio che durerà decenni.

Tutti i giornali del mondo, a cominciare dal “New York Times”, sono durissimi con gli isrealiani. Tutti quelli che si occupano di questioni medioorientali, storici, analisti politici, intellettuali sanno che le ragioni di Israele, che ci sono, non bastano ora, come non bastavano all’inizio dei bombardamenti. E che lo scempio di quello che avviene lì non può avere nessuna giustificazione. Ma Lucia Annunziata, ad “Anno Zero” doveva poter parlare, e dire quello che pensava. E Michele Santoro non può rispondere a una argomentazione legittima con le parole “fesserie” o “ne trai qualche vantaggio”, che tra l’altro è una diffamazione grave, e perdipiù nel servizio pubblico. Ha fatto bene l’Annunziata ad andarsene, e siamo alle solite alle prove tecniche di una democrazia incerta, in un paese che sta scivolando nel ridicolo e nel grottesco.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. L'antisemitismo e Israele, D'Alema contro Gasparri
Inserito da: Admin - Gennaio 19, 2009, 03:05:56 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

L'antisemitismo e Israele, D'Alema contro Gasparri

Lo scambio di battute, riguardo Israele e l’antisemitismo, tra Massimo D’Alema e Maurizio Gasparri è abbastanza interessante. D’Alema ricorda che la destra italiana è sempre stata antisemita. E su questo credo che non si possa metterlo in dubbio in alcun modo. L’antisemitismo della destra è un dato verificabile, chiaro, ed è presente ancora oggi. Gasparri risponde che lui è sempre stato con Israele, e che suo padre aiutava gli ebrei. E poi termina con una frase di alto profilo politico: «Vada a fare la valletta da Santoro».

Ora dire a un ex presidente del Consiglio, e a un ex ministro degli Esteri di andare a fare la valletta è una battuta degna di un ragazzotto adolescente. Mentre il racconto degli aiuti agli ebrei rientra perfettamente in quella specie di oleografico quadretto degli “italiani brava gente”. Di quelli che ancora oggi dicono che le leggi razziali furono “un errore”. E non dicono: “una vergogna della nostra storia”. Di “quelli che”, come direbbe Enzo Jannacci, hanno avuto pur sempre uno zio o un nonno o un vicino di casa che gli ebrei gli ha aiutati. Ma ipocritamente dimenticando che gli ebrei italiani sono finiti ad Auschwitz non soltanto per i nazisti, ma con la collaborazione attiva ed entusiasta di molti dei nostri.

Ora, che si venga a dire che la destra non è stata e non è antisemita, è esattamente complementare a dire che non è antisemita la sinistra. E che non c’era uno strisciante e per certi aspetti indicibile antisemitismo nel vecchio Pci. Soprattutto tra gli stalinisti. Se ne incontrano ancora, sono i più trinariciuti, quelli cresciuti nella disciplina rigida di partito. Gli antisemiti a sinistra li vedi oggi. Quelli che dicono che “gli israeliani sono sionisti assassini”, come ha sostenuto Paolo Ferrero, segretaerio del partito di rifondazione comunista. Dimenticando che gli israeliani non sono assassini. Ma che sono un paese democratico, che ha un governo, e un’opinione pubblica esasperata e sotto il tiro di Hamas da troppo tempo, ma che sta reagendo con una guerra vergognosa e inconcepibile, che va fermata in tutti i modi. Una guerra vergognosa come quella di Bush all’Iraq. Peccato che gli striscioni contro il presidente che falsificò le prove contro Saddam erano “Contro Bush”, e non contro gli “Americani assassini”. Mentre nel caso di Israele, nessuno scrive: “Via Olmert dal governo”. No, gli striscioni della sinistra radicale, la migliore erede di certo antisemitismo della sinistra italiana, mettono tra gli assassini tutti i cittadini di un paese, e un movimento della storia come il sionismo. Se non è antisemitismo questo.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Berlusconi, il raccontatore di barzellette
Inserito da: Admin - Gennaio 26, 2009, 10:06:15 am
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Berlusconi, il raccontatore di barzellette


Credevo che le barzellette su ebrei e campi di concentramento non le raccontasse più nessuno, eccetto gli antisemiti, i neonazisti, o gli imbecilli patentati, o gente che non ha mai superato la prova di ammissione alla scuola radio elettra. Ero convinto che nel mondo normale non ci fosse più nessuno che avesse il coraggio di raccontare storielle di quel genere.

Ma avevo sottovalutato Berlusconi. Ora, la barzelletta sugli ebrei che ha raccontato l’altro giorno a Nuoro, e che non riporto per una questione di principio, è particolarmente volgare. Non è divertente perché, come tutti questi tipi di barzellette, tocca una tragedia colossale, che ha cambiato i destini del mondo, e fa orrore scherzare sui morti dell’olocausto.

Ma fin qui è facile. Lo sappiamo tutti. E solo i ragazzini possono raccontare di tanto in tanto barzellette del genere, perché ancora sfuggono al dolore, esorcizzano la paura del mondo scherzando con le tragedie. Poi, un po’ più adulti, passata quella fase balorda e creativa che è l’adolescenza, passa anche questo. A Berlusconi non è passata. E non è passata perché in lui ci sono tutti, ma proprio tutti, i luoghi comuni degli anni Sessanta. Si dirà: nei luoghi comuni degli anni Sessanta ci sono le barzellette sugli ebrei? Nel mondo degli anni Sessanta ci sono soprattutto le barzellette. E in certi casi anche le barzellette sugli ebrei.

La barzelletta è una forma di piccolo cabaret per persone comuni. Alcuni attori hanno inventato un genere vero e proprio, si pensi a Gino Bramieri e al grande Walter Chiari. Le edicole delle stazioni, fino a trent’anni vendevano libri su libri con “le migliori” barzellette. Da leggere, certo, ma anche da raccontare, alle cene, agli amici. Le cene brillanti di un certo tipo di mondo, popolare e goliardico, erano fatte da chi raccontava l’ultima, quella più divertente, quella mai sentita. Spesso raccontate male, spesso raccontate per mostrarsi brillanti e seduttivi, o per sugellare allegramente un accordo aziendale a una cena di lavoro. Tra queste c’erano quelle sugli ebrei. Barzellette che si raccontavano più a bassa voce, che rientravano in quell’indifferenza e quella ferocia di un paese, che si era lasciato alle spalle la guerra e i suoi orrori, in tutti i modi possibili. Ma barzellette che provenivano da un humus antisemita che non ha mai abbandonato grandi parti della popolazione del nostro paese, e che appartiene tanto alla destra quanto a una certa sinistra.

Oggi le barzellette non le racconta più nessuno, fanno parte di un paese che non esiste più. E che ha imparato a ridere con cose più intelligenti. Berlusconi da uomo degli anni Sessanta, continua a raccontarle. Pensa che lo rendano simpatico. Come i cummenda del boom economico.

da unita.it


Titolo: Impronte, ora tocca ai leghisti
Inserito da: Admin - Gennaio 29, 2009, 06:32:00 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Impronte, ora tocca ai leghisti


Uno se la immagina la scena, per certi aspetti persino apocalittica.
Novecento tra deputati e senatori, in fila, come gli immigrati a New York all’inizio del secolo, di fronte a un addetto, seduto a un tavolino improvvisato in Transatlantico (e che sia un Transatlantico è decisamente evocativo): nome, cognome e poi il dito indice della mano sinistra, per prendere l’impronta digitale. Immagine che evoca a tutti, ovviamente, ben altre situazioni, questure, caserme dei carabinieri, carceri. Invece no. Questa è tecnologia signori. Potevamo stupirvi con effetti speciali, ma questa è scienza, non fantascienza. E allora ecco il sistemino per non far votare gli onorevoli colleghi in aula al posto dell’onorevole collega che non c’è ed è assente. Sta per partire la più convinta offensiva contro i pianisti, ovvero coloro che votano al posto degli altri, che la storia dei due rami del Parlamento ricordi, a memoria costituzionale. Alla modica cifra di 550 mila euro, battuta facile a spese dei contribuenti, impediamo la frode a danno dei cittadini, ora dopo le porte di casa che si aprono con le impronte digitali, abbiamo anche il voto a Camera e Senato con le impronte digitali. Sennò, come si dice proprio a Roma, non se ne esce.

L’immagine non è delle più etiche. Se signori adulti, se i rappresentanti dei cittadini, e i legislatori, vanno costretti alla correttezza con metodi che stanno a metà tra Matrix e i controlli degli uffici immigrazioni vuol dire che le cose non vanno troppo bene. Anzi. Ma almeno una piccola soddisfazione ce la possiamo togliere: vedere i leghisti che le impronte digitali volevano prenderle ai bambini Rom, in fila e metterci il loro, di indice della mano destra e a sottoporsi al controllo e al riconoscimento. Ma se non dovesse bastare? Se trovano un escamotage per farla franca? Scannerizzano il dito, mettono assieme una diavoleria che aggira il problema? La faccenda è seria. Si potrebbe provare con la moviola in aula, ad esempio: con alcuni commessi arbitri (dotati di cartellini gialli e rossi) che esaminano le immagini e vedono se la mano dell’onorevole collega supera il confine del suo scranno ed entra in fuori gioco sull’altra tastiera. In caso di violazione ripetuta potrebbe scattare la squalifica, per una o due sedute successive. Oppure, con il progredire della scienza e della tecnologia, si potrebbe fare qualcosa di ancora più preciso, non so un lettore del Dna semplice e immediato che appena voti ti dice chi sei, le malattie ereditarie, la mappa cromosomica, il livello di colesterolo, e il voto all’emendamento, tutti assieme, che sarebbe anche una bella comodità. Oppure risolvere il problema alla radice: dichiarando ineleggibile qualunque cittadino italiano che abbia conseguito nei conservatori italiani il diploma in pianoforte. Aspettiamo di capire. E soprattutto di vederli, tutti là, a metterci il dito, come San Tommaso. Ma in questo caso c’è poco da crederci.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Internet, sessualità e pedofilia
Inserito da: Admin - Febbraio 10, 2009, 05:33:42 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Internet, sessualità e pedofilia


Domani a Palermo sarà presentato il tredicesimo rapporto dell’Osservatorio internazionale di Telefono Arcobaleno sullo sfruttamento dei bambini su internet. I dati, poco conosciuti, sono agghiaccianti: Oltre 36 mila bambini sono stati scambiati in internet 20 miliardi di volte per alimentare il mercato della pedofilia on line. Il 42% ha meno di 7 anni e il 77% meno di 9 anni. Telefono Arcobaleno, in 13 anni ha effettuato 228.079 segnalazioni, e solo nell’ultimo anno ne ha inoltrate più di 3.500 al mese, con punte di oltre 300 in un solo giorno, che nell'84% dei casi hanno portato alla chiusura dei siti nel giro di 48 ore. In questo ultimo anno sono aumentati, ben 7.639, i siti legati al pedobusiness che fanno parte di una galassia ben più vasta di 42.396 siti a contenuto pedopornografico. E naturalmente le possibilità di intervento da parte della giustizia sono scarse, lunghe, e lasciano gran parte dei responsabili impuniti.

Sono dati che lasciano sgomenti, soprattutto perché è difficilissimo capire come intervenire e come stroncare questo crimine collettivo, visti i numeri. E c’è molto da riflettere. Da molti anni sappiamo che buona parte delle molestie sessuali a minori avvengono dentro la famiglia. Ma gli scenari stanno cambiando, e senza criminalizzare un mezzo come internet, è indubbio che c’è un rapporto stretto e diretto tra molestie e nuove possibilità che dà la rete. E non solo. Purtroppo lo sviluppo di internet ha generato quello che gli psicoanalisti hanno definito con il termine: pedofilia indotta.

Ovvero la produzione in rete di moltissimo materiale video porta alla pedofilia persone che forse non lo sarebbero mai diventate, tenendo certe pulsioni insane in uno stato di latenza e lasciando inespresse queste perversioni per il resto della loro vita. I più attenti a questo problema spiegano che bisognerebbe ridurre l’esposizione della sessualità in televisione e su internet. Proprio per non banalizzare la sessualità e portare il limite di trasgressione sempre più lontano. Generando così un mondo di pedofili indotti e pericolosi.

Oggi la rete permette a chiunque, anche ai bambini, di avere accesso a materiale pornografico, liberamente e senza filtri. Per quanto ci si sforzi il fenomeno è ancora inarginabile. Ma il risultato di tutto questo porta a una crescita esponenziale del fenomeno. Serve una risposta ferma, e si devono trovare modi per impedire che questo avvenga. Per troppo tempo abbiamo sottovalutato il fenomeno, preferendo guardare all’altra faccia del web, quella positiva, quella che ci collega con il mondo, quella che permette di accedere a informazioni libere anche in paesi dove non c’è libertà di espressione e di pensiero. Questo lato oscuro e angosciante è rimasto sul fondo, come fosse un inconscio collettivo rimosso. Ora non è più tempo di aspettare. Ma una risposta ferma ed efficace alla domanda “che fare?” purtroppo non l’abbiamo ancora.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Eluana e le macerie di un paese
Inserito da: Admin - Febbraio 11, 2009, 12:36:41 am
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Eluana e le macerie di un paese


Ora rimangono soltanto le macerie di un paese. Adesso che Eluana è morta, assistiamo una parte di paese sfrangiato, privo di pietà, opportunista. Con minuti di silenzio che suonano di opportunismo, battaglie etiche che vanno a perdersi nel calcolo delle opportunità, delle alleanze, o del piacere o no al Vaticano.

La povera Eluana è stata usata su tutto, lei con la sua sofferenza, per tentare di scardinare la Costituzione Italiana, per arrivare a uno scontro politico, per attaccare il Presidente della Repubblica. La crudeltà delle parole irresponsabili è quasi intollerabile.

“Avvenire” di oggi arriva a dire che Beppino Englaro, padre di Eluana, «si è fatto giudice e boia». C’è un clima orrendo che non ha nulla a che fare con il rispetto della vita, e non ha a niente a che spartire con l’etica e la buona fede.

Gente come Maurizio Gasparri aveva ancora una volta l’occasione per tacere e non l’ha fatto, gridando: «Assassini» nell’aula del Senato. Andava rispettato il dolore di un padre che ha attraversato una tragedia con coraggio e immenso dolore per 17 anni, calpestando e stracciando tutto. Senza remore e con un cinismo che non ha eguali.

Ma era prevedibile che sarebbe accaduto questo. Perché il centrodestra, perché questa classe dirigente, non sia riuscita, pur su posizioni che potevano essere non condivisibili ma legittime, ad avere la capacità di tenere questa vicenda nell’ambito del dibattito etico e morale, oltre che giuridico, è facilmente comprensibile. Perché non è classe dirigente, perché sono crudeli e in cattiva fede. Perché sono accecati dal potere. Perché è solo questo che conta.

Ieri a Palazzo Madama è finita quasi in rissa. Il presidente della Camera Gianfranco Fini dà dell’irresponsabile «che dovrebbe imparare a tacere» al suo compagno di partito Maurizio Gasparri. E ha fatto bene. Ma è un teatrino già visto, visto tutte le volte che questa maggioranza scorge la possibilità di strumentalizzare qualsiasi episodio. E lo fa attraverso una cultura che gli è propria, una cultura da bulli rionali, che si riempiono la bocca di parole che non sono le loro, che non appartengono alla loro cultura: «Io sono una persona responsabile che rispetta dalla più alta istituzione all’ultimo cittadino su un letto di ospedale», grida il solito Gasparri. Parole di niente, utili soltanto per accendere la bagarre in un’aula che aveva chiesto semplicemente un minuto di silenzio.

Ieri in Senato si è messa in scena l’anima e la cultura di questa gente. «La cultura della vita e non della morte», dice Silvio Berlusconi. Utilizzando tre parole, cultura vita e morte, che dette in questo contesto e in questo modo servono soltanto ai sondaggisti per capire quanti punti si guadagnano nel voto cattolico.

Ignorando che buona parte del mondo cattolico, nelle stesse condizioni, si sarebbe comportato come Beppino Englaro.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Se la censura è solo censura
Inserito da: Admin - Febbraio 14, 2009, 12:13:14 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Se la censura è solo censura


Bisogna guardare al fondo delle cose per capire davvero cosa accade. Accade ad esempio che il senatore D’Alia, dell’Udc ha preparato un emendamento detto anche “ammazza Facebook”. L’emendamento dice che, di fronte a casi estremi, come le pagine del social network che inneggiano all’antisemitismo, all’odio razziale, o quelle dei “fan” di Totò Riina, il Governo ha il potere di oscurare le pagine del web. Raccontata così non possiamo che essere tutti d’accordo. Ci fa decisamente orrore che si possa inneggiare all’odio razziale o che ci siano delle persone che aprono fan club di capi mafiosi. In realtà però l’emendamento D’Alia ha qualcosa di inquietante.

Vediamo di capirci. Intanto definire l’emendamento di D’Alia come “ammazza Facebook” è decisamente riduttivo. Capisco le mode, e tutto questo parlare dei social network, ma la rete internet non è solo Facebook, anzi, è assai più preoccupante – come scrivevo qui qualche giorno fa – il mercato pedopornografico che circola in rete. La rete internet è tutto, anche il peggio, ma soprattutto è una possibilità immensa di produrre notizie, informazioni, scambio di opinioni, per moltissimi che non avrebbero altri accessi e possibilità. Facebook è una macchina strana. Tutti possono accedervi, e tutti possono mettere quello che vogliono. Se potessimo fare un paragone il più calzante è certamente quello dei muri dei palazzi. Se leggiamo su un muro una scritta razzista, o un’istigazione alla violenza, ci auguriamo che possa essere prima o poi cancellata. Ma non abbattiamo interi quartieri delle città soltanto perché qualcuno può scrivere sui muri delle case.

Invece questo emendamento porta esclusivamente a questo. Dietro si scorge una censura chiara, che si può estendere a qualsiasi cosa. Se quattro imbecilli scrivono o pubblicano pagine indecorose, possiamo decidere che da domani nessuno è più libero di scrivere? E poi chi deciderà questo? Se si apre un fan club su Che Guevara, qualcuno può alzare il dito e dire che il Che, ministro di un governo dittatoriale come quello cubano, non può avere un fan club. Nessun paese democratico al mondo ha un livello di censura preventiva, dei governi, di questo genere. Queste sono cose che accadono in Cina, o in Birmania.

Capisco la buona fede. Capisco che Facebook, che ha una sede legale negli Stati Uniti, spesso non interviene. Ma la rete non è Facebook, è molto di più. E la censura invece è soltanto censura. E sarebbe un errore gravissimo se passasse un emendamento del genere.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Mina e la banalità
Inserito da: Admin - Febbraio 18, 2009, 07:31:46 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo 


Mina e la banalità


Per un mese è stato un tam tam abbastanza stucchevole. Mina torna a Sanremo ma in video, perché Mina, dal vivo non si mostra. E questo video è un evento, finalmente, dopo tanti anni. Canterà “Nessun dorma” dalla “Turandot” di Giacomo Puccini. Sui giornali si leggevano articoli su articoli, su come, perché e in che modo Mina si sarebbe mostrata. Devo dire, ma credo che fosse un ragionamento troppo originale per un paese prevedibile e noioso, che fosse una strategia, un modo per sviare. Una romanza celebre, cantata da tutti, e soprattutto dai tenori che la sanno cantare, per nascondere qualcosa d’altro, una vera sorpresa, che non è Puccini, ma è una canzone di Mina che nessuno si aspetta, che può emozionare il pubblico. Ho pensato persino che Mina alla fine non avrebbe cantato “Nessun dorma”, ma forse un brano di Fabrizio De André, morto da dieci anni, e ormai diventato un cantautore di culto per molte generazioni.

Ma ieri all’apertura del Festival mi sono accorto che al prevedibile e banale non c’è mai un limite, e non c’è mai un limite neppure agli spot pubblicitari e alle operazione commerciali. Il video di Mina era un video per il suo nuovo disco: il video prodotto con tutti i crismi, quello che serve a promuovere i dischi.

La romanza era proprio “Nessun dorma”, e l’effetto non dava nessuna sorpresa e nessuna emozione, talmente evidente era che quel video serviva a promuovere il nuovo album della cantante. E c’è da chiedersi se non si poteva fare di meglio. Se, visto che c’erano, non si poteva convincere Mina a fare un video di quelli veri, di quelli che si girano per pubblicarli poi su YouTube: senza fronzoli, senza registi di clip che lavorano a un montaggio costruito.

Ma un video semplice, pochi strumenti acustici, una canzone ben scelta, e la sua voce e la sua fisicità. Qualcosa di autentico, girato senza stacchi, come se Mina fosse là all’Ariston, come tutti, anche se soltanto attraverso un video. Persino una registrazione fatta in casa e imperfetta.

Ma proprio per questo vera. E invece abbiamo visto un grande spot e basta girato per il disco di Mina che sta per uscire, e come se non bastasse anche un grande lancio dello sceneggiato Rai sulla vita di Giacomo Puccini con Alessio Boni, che andrà in onda a breve, pubblicizzato proprio negli intervalli del Festival.

È stata un’occasione persa, ma anche lo spirito di questi tempi dove non si fan niente per niente, e contano le promozioni e non certo le emozioni.

Neppure quelle musicali, perché “Nessun dorma” non è proprio una romanza adatta alla voce di Mina.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Sanremo o Oscar, vincono gli affari
Inserito da: Admin - Febbraio 24, 2009, 11:27:22 am
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di Roberto Cotroneo 

 Sanremo o Oscar, vincono gli affari


C’è uno scollamento ormai, di cui nessuno tiene più conto. Gli 8 Oscar a “The Millionare”, il film indiano su Bollywood, ha deluso i cinefili, che avrebbero voluto fossero premiati film più importanti. Sabato sera, una parte di spettatori del Festival di Sanremo, che ha avuto un trionfo di ascolti, sono rimasti delusi scoprendo che le tre canzoni in finale erano le più facili e le più popolari. Tra i big di Sanremo avrebbero preferito altri brani, non certo il ragazzino Marco Carta che cantava una canzone che fa il verso a un Baglioni d’annata: orecchiabile e banale. Per non parlare della canzone di Povia o quella di Sal Da Vinci. Ma bisogna tener conto che i premi importanti ormai obbediscono a una logica che è innanzi tutto di tipo commerciale, e non qualitativa. Vale per tutto. Si premia ciò che piace al pubblico, e i festival e i premi funzionano come amplificatori del successo. Al punto tale che il premio più importante al mondo, il premio Nobel per la letteratura, è rimasto l’ultimo premio marziano, e gli accademici di Svezia vengono considerati degli alieni che anziché scegliere i grandi nomi, importanti, di cui si parla molto, continuano a premiare scrittori di cui si sa poco e che pochissimi hanno letto. Ovvero Le Cleziò che prevale su Philip Roth.

Dovrebbe funzionare come il Nobel, ma così non funziona più. A Los Angeles “The Millionare” batte "Il curioso caso di Benjamin Button" di David Fincher. E per tornare a Sanremo non vincono Patty Pravo o Francesco Renga che portano due canzoni sofisticate e non banali. Tra i giovani di Sanremo vince la deliziosa Arisa, con un brano che avrebbe potuto cantare il Trio Lescano cinquant’anni fa, e non quella straordinaria voce di Simona Molinari, forse la miglior scoperta di questo Festival di Sanremo. Ma è inutile continuare a pensare che i premi, i concorsi, i festival siano l’espressione di un élite di critici ed esperti che, pedagogicamente, segnala al pubblico la qualità dove il pubblico non ha gli strumenti per trovarla. Ma gli affari sono affari: si punta su quelli che venderanno. O perché fanno polemica sui gay, o perché hanno il bacino di ascoltatori di Gigi D’Alessio (Sal Da Vinci che cantava una sua canzone) o perché funziona il fenomeno “Amici” di Maria De Filippi per Marco Carta. E da domani “Amici” sarà il programma che ha trasformato in un big uno sconosciuto e gli ha fatto anche vincere Sanremo. E stupirsi vuol dire soltanto non saper leggere veramente gli eventi. Se tra venerdì e sabato scorso, a Festival ancora aperto, si andava sul più grande negozio on line di musica del mondo, iTunes Music Store, dove si comprano al computer canzoni e album, si scopriva che le canzoni di Povia e Marco Carta erano già prime in classifica tra i brani più scaricati. Quelli che cercano la qualità più alta devono trovare altre strade, come sempre. Nel cinema, nella musica, nella letteratura. E forse è giusto così.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Un'Italia alla Superciuk
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2009, 10:50:58 am
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di Roberto Cotroneo 

 Un'Italia alla Superciuk


Per chi è cresciuto con i fumetti degli anni Settanta, ricorderà che esiste un albo che si chiamava Alan Ford, disegnato e sceneggiato dalla coppia Magnus & Bunker. Era un fumetto assai divertente e surreale dove un gruppo di investigatori privati sgangheratissimi cercava risolvere casi al limite del comico. Tra questi il caso di un personaggio avvinazzato chiamato “Superciuk”, uno che beveva vino dal bottiglione, e poi andava a rubare ai poveri per dare ai ricchi. Oggi tutti i quotidiani del mondo, compresi i tre maggiori quotidiani italiani, hanno un titolo soltanto: “Obama: più tasse per i ricchi”. Ovviamente non c’è alcuna demagogia in questa scelta, ma un serio lavoro sulla spesa pubblica e sulla leva fiscale per ridistribuire. Paga chi sta meglio, paga chi ha tratto un giovamento negli ultimi anni, paga chi attraverso questo giovamento ha contribuito alla crisi in cui ci troviamo oggi.

Per il rilancio delle energie alternative ed ecologiche, e la estensione della sanità a tutti, Obama non solo non aveva alternative, ma ha messo in opera il programma elettorale che lo ha portato alla presidenza. Gli americani lo stanno capendo, e nessuno pensa che il presidente Obama sia un pericoloso sovversivo che odia i capitalisti, e punisce onesti cittadini che hanno speculato e guadagnato molto. Non c’è una strumentalizzazione ideologica. Da noi invece le tasse le pagano soprattutto i nuovi poveri, ovvero i lavoratori dipendenti, per gli altri è un gioco di prestigio che nella maggior parte dei casi, tra cavilli, vie di uscite e commercialisti abilissimi porta a dichiare assai meno di quello che si guadagna.

Ma non è soltanto questo il punto. Gli Stati Uniti sono pronti a un requilibrio, chi ha redditi più alti è pronto a fare la sua parte. Loro hanno la certezza di vivere in un paese che è il loro paese. Dove le dietrologie non servono, servono i progetti. Da noi nessuno tenterebbe di agire sulla leva fiscale per ridistribuire. Il centro destra perché rappresenta banalmente gli interessi di tutti quelli che hanno redditi e stili di vita alti. Il centro sinistra, per far dimenticare un passato ferocemente anticapitalista non oserebbe esporsi a una polemica di questo genere. Il risultato è che guardiamo Obama e pensiamo che è un leader vero, che dice esattamente quello che fa. E un po’ di invidia ti viene

da unita.it


Titolo: "Studenti guerriglieri", in una frase la tragedia di un paese ridicolo
Inserito da: Admin - Marzo 20, 2009, 11:45:00 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo 

"Studenti guerriglieri", in una frase la tragedia di un paese ridicolo


La tragedia di un paese ridicolo. Quello che Renato Brunetta ha dichiarato ieri sui manifestanti della Sapienza, oltre a essere irresponsabile ha qualcosa di paradossale. Un ministro che definisce guerriglieri i giovani dell’Onda, poi si rende conto di quello che ha detto, e si corregge: «non son degni di essere definiti guerriglieri, sono soltanto quattro ragazzotti».

Le parole di Brunetta come ormai sembra normale e consueto in questo paese sono decisamente senza senso. Non si definiscono guerriglieri degli studenti, soprattutto perché non è il caso di mettergli in testa l’idea che magari lo sono davvero. E questo sarebbe decisamente un guaio. Se un ministro definisce guerriglieri dei manifestanti, che spesso sono ragazzi, è assai probabile che ti venga voglia di farlo, il guerrigliero. Se dopo poco li definisci quattro ragazzotti, perché «non son degni di essere definiti guerriglieri». Il pasticcio ha qualcosa di grandioso. Perché intanto i guerriglieri non sono di per sé dei personaggi necessariamente etici, e di norma i guerriglieri non sono dei combattenti per la libertà, ma gente che fa la guerriglia, dunque che utilizza un metodo di combattimento assai preciso.

Ora, è vero che il guerrigliero tra i guerriglieri, l’icona del guerrigliero, è quella di Ernesto Guevara, detto il “Che”; ma il mito di Guevara, con gli anni qualche appannamento lo ha avuto, e questo non significa in generale che i guerriglieri siano categoria di persone buone e giuste, se siamo – come spero che siamo tutti – dei pacifisti. Ma Brunetta pensa che per essere guerriglieri si debba «essere degni», dunque nel suo criticare l’Onda ha mostrato una perfetta anima da sabotatore della pampa, da tiratore scelto nella giungla, da incursore con il coltello tra i denti delle foreste tropicali.

Mai lo avrei detto, e mai avrei pensato che in Brunetta tutto questo potesse avere una mitologia inaspettata. La dignità del guerrigliero è una nuova perla della compagine governativa. E mica va sottovalutata. Non son degni «i ragazzotti» dell’Onda di essere «guerriglieri». Quello è troppo. Certo che sì. Perché se stai in un paese ridicolo, ci devi stare fino in fondo.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Berlusconi, il vecchio
Inserito da: Admin - Marzo 28, 2009, 12:27:43 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo 


Berlusconi, il vecchio


Però qualche domanda bisognerebbe farsela. Perché dopo l’intervento di ieri di Berlusconi al congresso della Pdl ci sono alcune cose che stridono tra loro. Ogni volta che definiamo Silvio Berlusconi un uomo dell’antipolitica, un disco rotto che ripete sempre le stesse cose, uno che si occupa soltanto dei suoi affari e lo fa con assoluta determinazione, un narcisista che fa gaffe su gaffe, che ricorre alla chirurgia estetica in modo evidente e grottesco, che non ha niente in cui una persona con un minimo di buon senso possa riconoscersi, e parlo anche di persone di destra; ogni volta dicevo che si incomincia questo discorso c’è un politico, un sociologo, un analista politico di fine lettura, un giornalista attento ai fenomeni di massa che ti rimprovera: nessuno di voi ha capito Berlusconi, perché Berlusconi è uno che intercetta l’elettorato, perché Berlusconi è una sorta di rabdomante, uno che trova l’acqua nei deserti, perché Berlusconi è uno che vince sempre, e se vince un motivo ci sarà. E soprattutto: perché Berlusconi è la modernità, è uno che ha trasformato in vecchio tutto quello che c’era prima; non solo ha spazzato le ceneri del vecchio centro destra, ma ha messo in una vetrinetta antica l’intera sinistra.

Va bene. Non si è capito nulla, e forse le cose stanno proprio così, ma il Berlusconi di ieri non è uno che intercetta, ma è uno che è rimasto uguale al paese del 1994, è uno che torna ancora a dire che questa sinistra non cambierà, è uno che – in un mondo profondamente cambiato da allora – usa gli stessi stilemi, gli stessi luoghi comuni e agita gli stessi fantasmi di quando scese in campo, di quando entrò in politica. E allora? Se vince con questo armamentario, se le armi sono sempre le stesse non vuol dire che lui è moderno, che lui è il futuro, e non lo abbiamo capito.

Ma vuol dire che probabilmente esiste un elettorato di centro destra, quel 51 per cento a cui aspira Berlusconi, che è ancora più vecchio del suo leader, che è più ignorante, che pensa ancora alla sinistra come a qualcosa di cattivo. Forse non è Berlusconi l’elemento modernità, ma Berlusconi è soltanto un po’ meno vecchio dei suoi elettori, che sono culturalmente e socialmente decrepiti. Invecchiati con le sue televisioni. Intercettati da sua Emittenza, come veniva chiamato un tempo, nel modo più prevedibile possibile. Altro che modernità. Forse per disinnescare Berlusconi bisognerebbe fare in questo modo. Continuare a far passare un messaggio, vero, non di propaganda: Berlusconi è vecchio, e sono vecchi tutti quelli che stanno accanto a lui. Non è il nuovo, è il vecchio. E ieri questa vecchiaia politica e culturale si è vista tutta.

da unita,it


Titolo: Roberto COTRONEO. Il terremoto e le polemiche inopportune
Inserito da: Admin - Aprile 09, 2009, 11:23:50 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo 


Il terremoto e le polemiche inopportune


Nella tragedia del terremoto in Abruzzo i soccorsi sono efficaci, la solidarietà è commovente e il nostro paese è veramente unito. C’è una sola nota stonata in tutto questo: la polemica sul fatto che il terremoto si potesse prevedere, e che in realtà non è stato ascoltato il tecnico (che i giornali hanno definito uno scienzato, e poi hanno scritto che era un ricercatore del Cnr, entrambe le cose non vere) poi denunciato per procurato allarme.

Ieri il tecnico del Gran Sasso, Giampaolo Giuliani, ha rilasciato un’intervista a Bruno Vespa per “Porta a Porta”. È apparso come un uomo provato e perbene, che era certamente convinto di quello che diceva. Convinto di poter prevedere quanto stesse accadendo attraverso la lettura dei suoi strumenti: i sismografi e il rilevatore di radom, la radioattività che a volte preannuncia la possibilità di forti terremoti. Ma hanno ragione gli scienziati in tutto il mondo: non c’è purtroppo alcuna possibilità di sapere con certezza né il luogo in cui ci sarà un terremoto, e tantomeno quando.

È una tragedia nella tragedia lasciar pensare che non è stato fatto nulla per salvare persone che alle tre di notte sono rimaste uccise, ferite e senza casa per un terremoto. Ed è una tragedia che possa sorgere il dubbio che ci sia stata, di fronte a un terremoto, la superficialità di non considerare dei dati che preannunciavano il disastro. Ma non è vero, non è possibile ed è noto a tutti.
Perché è accaduto? Perché non rendersi conto che il problema non è tanto prevederlo, il terremoto, quanto forse non aver lavorato abbastanza per consolidare gli edifici situati in zone sismiche? Ma anche dire che, come ha fatto il geologo Franco Barberi, che in Giappone o a Los Angeles, una scossa di quella intensità non avrebbe «fatto neanche un morto», è un modo sviante di affrontare il problema. Los Angeles non ha un centro storico con edifici di quattro secoli fa, ha edifici modernissimi costruiti apposta per reggere l’urto dei terremoti. Los Angeles non è un paesino dell’Abruzzo. È vero che la prefettura doveva tenere, che l’ospedale non poteva lesionarsi in quel modo.

Ma le fatalità esistono, la storia dei luoghi ha un peso. E non si può sempre pensare che la responsabilità è di qualcuno solo perché non si riesce ad accettare che i movimenti dei subcontinenti sono impossibili da controllare e tantomeno da fermare. Non era il momento di dare voce, mentre ancora si estraggono i corpi dalla macerie, a teorie pseudoscientifiche che non hanno un fondamento. Se ne potrà discutere, si potrà cercare di capire, ma solo dopo, più avanti: perché può anche accadere che un tecnico abbia trovato un modo per capire meglio l’imprevedibilità dei movimenti tellurici. Ma ieri no. Ieri era sbagliato, sbagliato che i giornali e le televisioni abbiano ripreso con tanto interesse quell’episodio. Ma la teoria del complotto, degli scienziati chiusi a riccio che non vogliono riconoscere il lavoro di una persona isolata e in buona fede, la favola del potere degli scienziati contro il talento di un uomo solo, non era e non è assolutamente opportuna. E soprattutto è ingiusta.


da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Quell'ospedale inagibile e sconosciuto al Catasto
Inserito da: Admin - Aprile 14, 2009, 03:02:08 pm
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di Roberto Cotroneo 


Quell'ospedale inagibile e sconosciuto al Catasto


Sembra una storia già scritta, ma ogni volta è lo stupore il primo sentimento che provi. L’ospedale dell’Aquila era inagibile, non disponeva del certificato di agibilità (l’atto che attesta la sicurezza, l’igiene e la salubrità dell'edificio). Di più, era anche sconosciuto al catasto, nel senso che quel grande complesso, costruito con un costo di 200 miliardi di vecchie lire, per una spesa prevista invece di 11 miliardi, non era nelle carte catastali, dunque non esisteva. Non è un dato da poco, è la fotografia di un paese purtroppo, dove le regole, quelle basilari del vivere civile, quelle che ogni cittadino è tenuto a osservare, per certe cose non valgono nulla. L’ospedale, e lo sappiamo bene, è venuto giù, la notte della prima scossa, creando un doppio dramma: per i degenti all’interno e per chi si è ritrovato a non avere una struttura a cui appoggiarsi nel momento del massimo bisogno.

Ora diranno tutti che la magistratura farà il suo lavoro e che i responsabili pagheranno. Non c’è dubbio, o meglio, qualche dubbio c’è, visto come vanno le cose nel nostro paese. Ma rimane una consapevolezza, che c’è un dramma anteriore a tutto questo, una malattia italiana che è come una maledizione. Il non rispetto del senso delle regole. L’idea che una comunità ha dei doveri, a tutti i livelli, e deve attenersi a normative. L’idea che ci sono sempre scorciatoie, vie di fuga e superficialità. L’idea che – come qualcuno dice – sotto una certa asticella ci si può andare sempre e comunque.

In questa settimana abbiamo visto un paese solidale, una protezione civile efficiente, aiuti organizzati e spontanei: nei momenti di emergenza questo paese dà il meglio di se stesso. Sono banali e persino strumentali le polemiche su questo. Ma siamo come un iceberg: quando accadono queste cose viene in superficie il meglio, ma sotto c’è un continente antico di superficialità, malaffare e cinismo. Quello dei piloni di cemento con la sabbia di mare, quello di case moderne costruite da poco che vanno giù, mentre rimangono in piedi i vecchi palazzi. Quello che risparmia sulla sicurezza. Quello che non ritiene che l’edificio di un ospedale debba essere il primo degli edifici a esigere l’agibilità. Passerà l’emergenza, inizierà quel lungo percorso dove il futuro potrà apparire solo alla fine del tunnel. Non è lecito dubitare che si tenterà di fare il meglio. Ma è la cultura di un paese che va cambiata, di un paese allergico alle regole, e persino al buon senso.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. L'apertura di Obama a Cuba
Inserito da: Admin - Aprile 19, 2009, 05:03:59 pm
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di Roberto Cotroneo 


L'apertura di Obama a Cuba


Ora davvero cambieranno molte cose. Obama ha aperto a Cuba, e lo ha fatto prima di quanto ci si aspettasse. E sta finendo un’epoca, durata più di un quarantennio. Il presidente degli Stati Uniti ha stretto la mano anche al “nemico” Chavez e sta cambiando la storia. Mentre noi dobbiamo barcamenarci in una palude sempre uguale, con le nomine Rai decise a palazzo Grazioli, come un Monopoli rivisitato, tutti lì a mettere tasselli, a pesare i nomi, quasi sempre gli stessi tra l’altro, a continuare a fare quello che si continua a fare da decenni. Il mondo cambia, con un accelerazione che conforta.

Quando mi dicono che Berlusconi è moderno penso che questa modernità è un mistero: uno ostaggio della Lega, pronto a bruciare 400 milioni di euro per non voler accorpare referendum ed elezioni. Uno che, facendo l’esatto contrario di quanto ha fatto nella sua carriera di imprenditore, si mette come fosse un Cencelli qualsiasi, a dosare le nomine del servizio pubblico, piazzando alle direzioni di rete e di giornali un elenco di persone lottizzate, che rispecchiano, con una certa precisione gli equilibri di potere della maggioranza. In questo paese d’Europa, affacciato sul Mediterraneo, accadono sempre le stesse cose, come un tedioso argomento, direbbe il grande T.S.Eliot. Polemiche sulla satira (ed è stata, comunque la si pensi, una enorme caduta di stile), demagogia sulla sinistra, argomentazioni da guerra fredda, noi siamo l’unico paese che non ha aggiornato la storia, e ritiene esistano ancora i due blocchi, e forse persino il muro di Berlino. Poi cambi canale del tuo televisore, vai su Cnn, e vedi Obama che ha sfaldato molti paradigmi degli equilibri mondiali in pochissimi mesi. Facendo qualcosa che metterà in ombra persino l’ultimo mito della rivoluzione cubana. Perché se Raul e Obama si parleranno, se l’embargo cesserà, e se Cuba si avvierà finalmente verso la strada delle libertà politiche e civili, e verso il riconoscimento dei diritti umani, Fidel diventerà una figura lontana e persino appannata. E suo fratello sarà l’uomo della svolta. Nessuno lo avrebbe mai detto, ma la storia funziona in questo modo.

Ma da noi la storia, anche nelle piccole cose, anche nei piccoli dettagli, che poi dettagli non sono affatto, è sempre la stessa. Logora, insostenibile, uguale a sempre, senza novità, senza sussulti, senza stupori. Senza un colpo di reni, ogni tanto, che ti faccia pensare che non tutto è sempre così prevedibile e scontato, che qualche volta anche da noi, il rullo della storia non sta inceppato in luoghi comuni e pregiudizi, esercizio del potere, e polemiche strumentali, ma in qualcosa di più. In qualcosa di diverso.

Quanto dovremo aspettare?
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Titolo: Roberto COTRONEO. 25 aprile, il balletto delle dichiarazioni inopportune
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2009, 04:03:06 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo 


25 aprile, il balletto delle dichiarazioni inopportune


Siamo alle solite, al passato che non passa. Mancano quattro giorni al 25 aprile, e come ormai accade da qualche anno, ricomincia il balletto delle dichiarazioni inopportune, fuori luogo, e persino gratuite. Un paese diviso, diviso per molti anni sottotraccia, senza che fosse mai resa esplicita questa divisione, deve ricominciare a fare i conti con il giorno della liberazione. Il ministro della difesa Ignazio La Russa, ha dichiarato: «I partigiani rossi meritano rispetto, ma non possono essere celebrati come portatori di libertà». È una dichiarazione provocatoria che riporta ogni volta l’orologio della storia indietro, una incrostrazione che è dura da cancellare.

E che cancella persino quella ipotetica fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale che chiamiamo Pdl.

Una dichiarazione imbarazzante e sentita. E anche fortemente imprecisa.
Perché intanto dà una connotazione alla resistenza, decidendo che i partigiani erano “rossi”, ma è solo parzialmente vero.

Chiunque abbia studiato, non dico da ricercatore o da storico, ma anche soltanto da studente delle scuole medie inferiori, sa bene, che la resistenza ebbe varie componenti: azioniste, riformiste e naturalmente cattoliche. E che la resistenza non fu soltanto rappresentata e combattuta dalle Brigate Garibaldi. Il dibattito storiografico di questi anni, è vero, ha tolto di mezzo anche molte ipocrisie sulla guerra di resistenza, e Claudio Pavone, in un suo saggio esemplare, ci ha fatto capire ormai che si è trattata, nel dolore di un periodo oscuro e controverso, di una guerra civile.

Nessuno nega che anche nella guerra partigiana accadero episodi e fatti condannabili. Ma la resistenza fu una guerra civile combattuta da italiani che stavano dalla parte giusta, e italiani alleati dei nazisti che stavano dalla parte sbagliata.

E la parte sbagliata era rappresentata da ragazzi che combattevano con l’esercito tedesco e le Ss, mentre dall’altra parte c’erano uomini diversissimi che combattevano al fianco delle più importanti democrazie occidentali.

Per quanto dovremo ascoltare ancora frasi a sproposito di questo genere? Quanto ancora quel sottile fascismo eterno dovrà sopravvivere nelle pieghe ideologiche del nostro paese? Per quanto tempo ancora dovremo stupirci che valori condivisi da sempre debbano essere messi in discussione?

E perché mai un ministro della Repubblica deve mettere sullo stesso piano giovani che partecipavano ai rastrellamenti tedeschi, con altri che volevano un paese libero?
La Costituzione Italiana, una delle migliori Costituzioni del mondo, è figlia della resistenza.

Potremo una volta per tutte, trovare un accordo, e del buon senso storico, e celebrare il 25 aprile come è giusto celebrarlo, senza miopie, e senza ignorare anche quel sangue dei vinti, che fu comunque una tragedia per questo paese?

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Cosa c'è dietro gli attacchi alla Costituzione
Inserito da: Admin - Aprile 24, 2009, 10:25:14 am
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di Roberto Cotroneo 


Cosa c'è dietro gli attacchi alla Costituzione


Tutta la polemica sulla Costituzione ha moltissimo che non mi piace. Non mi piace che qualcuno abbia potuto dire che si tratta «di un residuato bellico», da riformare, da smontare, da mettere in discussione. Ora, tutto è migliorabile, ma la Costituzione non è un giocattolo su cui si può dibattere come fosse una legge qualsiasi. Come afferma il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che della Costituzione è prima di ogni cosa il garante: «È del tutto legittimo politicamente modificarla sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti». Ma è proprio su quella parola, utilizzata da Presidente, la parola trasparenza che vorrei soffermarmi. Perché il dibattito sulla Costituzione non ha criteri di trasparenza, ma criteri ideologici e politici. Una buona parte del mondo politico espresso dalla maggioranza del Parlamento ritiene la Costituzione figlia di un momento storico in cui non è opportuno riconoscersi. Perché la Costituzione è stato uno sforzo, e uno sforzo encomiabile, di unità del paese, anche se era il frutto di componenti politiche molto diverse tra loro, se non addirittura antitetiche.

E la Costituzione italiana è stato il punto di partenza per voltare pagina, il distacco vero, l’uscita definitiva e permanente da un regime autoritario a una democrazia moderna. Dietro tutte le polemiche sulla carta costituzionale di questi ultimissimi anni c’è un disegno neppure troppo oscuro per delegittimare, e cancellare i principi generali che hanno ispirato la carta costituzionale. E soprattutto il problema che questi principi sono stati condivisi da un partito cattolico e atlantista come la Democrazia Cristiana, e un partito di ispirazione marxista, con forti legami con l’Unione Sovietica come il Partito Comunista di allora. Come è stato possibile? Centinaia di saggi storici usciti negli ultimi sessant’anni lo spiegano bene, anche con inevitabili divergenze. Ma il punto su cui non si può non concordare è che tutti, ma proprio tutti, hanno avuto a cuore il presente e il futuro civile e democratico di questo paese. Se poi il problema, e mi sembra un problema non da poco, è contestare la Costituzione perché si vogliono negare «i valori maturati nell’opposizione al fascismo, nella Resistenza», come ha detto il presidente della Repubblica. Allora lo si deve dire. Ed è qualcosa di molto sconfortante.

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Titolo: Roberto COTRONEO. Berlusconi, le veline e i politici "maleodoranti"
Inserito da: Admin - Aprile 30, 2009, 05:05:54 pm
Undicietrenta di Roberto Cotroneo 


Berlusconi, le veline e i politici "maleodoranti"


Silvio Berlusconi ha ritirato le veline. Non saranno più candidate dal Pdl alle elezioni europee. E qualche giornale già dice che ha vinto Veronica Lario contro il marito. Sarà anche vero. Certo il problema non riguarda soltanto le veline, ma il modo in cui è cambiata la politica in questi ultimi anni. Ha ragione Ilvo Diamanti a dire che siamo entrati nella categoria dell’impolitico. Ed è comprensibile tutto questo clamore per l’uscita pubblica della Lario. Però sorprendersi di questo vuol dire non essersi accorti di una cosa, che è ripetuta spesso, ma senza troppa convinzione, come a volerla esorcizzare.

Siamo passati da una vecchia politica, quella della prima Repubblica, fatta di carriere vere e proprie, come se il fare politica fosse un mestiere quasi per tutta la vita, a una politica di contorno, che ha regole e strutture tipiche delle aziende dello spettacolo, del cinema, della televisione soprattutto. Se un tempo una candidatura si sudava dopo anni di riunioni, volontariato, dedizione e ovviamente portaborsismo, oggi la politica è trovare il volto nuovo, il nome che tutti conoscono, che siano giornalisti noti al grande pubblico, magistrati di diverso orientamento, attori, e per ultimo belle ragazze prive di competenze, ma con un forte appeal verso l’elettore. Elettore che ormai si è trasformato, attraverso una lenta mutazione, in spettatore. Uno che potrebbe, come paradosso, utilizzare anche il televoto. Se volete votare la signorina bionda per il parlamento europeo inviate un sms, alle tariffe del gestore naturalmente, al numero che vedete sovraimpresso sul video.

Non basterà il dietrofront di Berlusconi per risolvere il problema della selezione della classe dirigente politica in Italia. Si è dissolta quella non troppo gloriosa del passato, ma siamo finiti peggio e ora siamo preda di partiti personali, gestiti da leader che hanno bisogno di stewart e di hostess, e non di competenze. Perché le competenze, quando servono, si utilizzano fuori dalla politica, mentre a schiacciare un pulsante in parlamento è meglio mettere deputati e parlamentari più coreografici.

Ma la domanda è d’obbligo: cosa si diranno alle riunioni tutti questi incompetenti? In che modo si faranno venire delle buone idee, se sommati tutti assieme non riescono a farne una? Forse sono troppo ottimista nel pensare che oggi in Italia questo possa essere considerato un problema.

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Titolo: Roberto COTRONEO. Caso Mattei, quando la Storia è un romanzetto
Inserito da: Admin - Maggio 04, 2009, 06:33:13 pm
 
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Caso Mattei, quando la Storia è un romanzetto

Ieri ho visto con molta attenzione la fiction di Rai Uno su Enrico Mattei. Se ne è parlato molto prima che andasse in onda, come un evento, come un appuntamento da non perdere. Per l’argomento, intanto: il ritratto e la vita di uno degli uomini più controversi di questo dopoguerra. E perché l’attore che interpreta Mattei è Massimo Ghini: un bravo attore, molto amato dal pubblico.

Eppure ho avuto moltissime perplessità. E subito dopo mi sono andato a rivere quel capolavoro di Francesco Rosi, del 1972 che è “Il caso Mattei”. In quel film il ruolo di Mattei è interpretato, come molti ricorderanno, da Gian Maria Volontè. Ora, quali sono le perplessità? La perplessità viene dal fatto che la fiction di Rai Uno è sostanzialmente un fotoromanzo. Dove Mattei appare come un uomo che non è affatto un uomo di quel tempo, e non assomiglia per nulla al vero. Il Mattei di Ghini è un uomo generoso, appassionato, di buoni sentimenti. È un self made man che ama il suo paese, che ha tanta voglia di fare, e che si oppone ai cattivi padroni delle società petrolifere americane, le sette sorelle, come un qualunque signore che si oppone ai soprusi e alle posizioni dominanti, con etica e semplicità.

Il Mattei di Ghini piange con la moglie quando perde il bambino tanto atteso, stacca il telefono quando vuole stare con lei anche se lo chiamano dall’Agip. E quando individua il primo giacimento di metano fa portare la moglie dall’autista fino al luogo del giacimento e accende lui stesso il pozzo.

La fiction alterna episodi veri, ed episodi da romanzo popolare. Ma in nessun modo, da quella fiction (al contrario del film di Rosi) lo spettatore può farsi un’idea di chi fosse davvero Mattei. Ma, anzi, assistiamo, attraverso le fiction a una vera e propria riscrittura della storia d’Italia in chiave buonista; e commovente, e ormai si sta davvero un po’ esagerando.

Nella fiction il Mattei partigiano è un bravo uomo che fa il suo dovere di cittadino e di democratico, La Pira, con tutto il suo misticismo, pare un capo militare assertivo e deciso. Mattei non appare per quello che fu: uno spavaldo manager d’altri tempi, che non ha mai rispettato regole, che pagava, influenzava. Un grande demagogo, capace di cambiare la realtà delle cose. Ucciso nel 1962 in un incidente aereo, è ormai ufficiale, di «natura dolosa», Mattei fu un atlantista convinto, un uomo che possedeva fascicoli riservati, legato ai servizi segreti, tra i fondatori di Gladio, uno dei segreti più impenetrabili, e per decenni, della nostra Repubblica. Raccontarlo come uno che fa il picnic con la moglie sul fiume, è un po’ grottesco.

La cosa che colpisce di più è che la fiction di Rai Uno riprende esattamente il film di Rosi (che quasi 40 anni fa era di una modernità strepitosa) con quasi gli stessi episodi, ma ridisegnati in una chiave buonista, entusiasta, generosa, patinata, fumettistica. Ne viene fuori un eroe buono e al tempo stesso un eroe tragico (che in questa chiave Ghini interpreta con bravura), dentro un paese che non è mai esistito: un racconto che non restituisce a nessuno la complessità del personaggio. Un Mattei a uso famiglia, uguale per certi versi a tutti gli altri eroi della nostra storia recente su cui le reti e i produttori si esercitano da anni.

Eppure per chi sa e per chi conosce davvero la storia c’è un dovere etico nei confronti dei più giovani: raccontare al grande pubblico, con le ovvie semplificazioni, il clima, il colore e la realtà di quello che siamo stati, senza sconti e senza buoni sentimenti, soprattutto quando quei buoni sentimenti non ci sono stati. Non una storia riveduta e corretta, non una retorica per semplici, non la solita favola che non serve a nessuno, e non aiuta a capire il paese che siamo diventati.
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Titolo: Roberto COTRONEO. Non ci resta che vergognarci
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2009, 11:14:58 am
Undicietrenta di Roberto Cotroneo 


Non ci resta che vergognarci


L'articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, riguardante il "Divieto d'espulsione e di rinvio al confine", dice: "Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche. La presente disposizione non può tuttavia essere fatta valere da un rifugiato se per motivi seri egli debba essere considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede oppure costituisca, a causa di una condanna definitiva per un crimine o un delitto particolarmente grave, una minaccia per la collettività di detto paese.

E l'articolo successivo, sulla naturalizzazione, aggiunge: "Gli Stati Contraenti facilitano, entro i limiti del possibile, l'assimilazione e la naturalizzazione dei rifugiati. Essi si sforzano in particolare di accelerare la procedura di naturalizzazione e di ridurre, per quanto possibile, le tasse e le spese della procedura".
Ieri l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Lauren Jolles ha detto chiaramente al nostro ministro degli interni Roberto Maroni che "la nuova politica inaugurata dal governo si pone in contrasto con il principio del non respingimento sancito dalla convenzione di Ginevra del 1951, che trova applicazione anche in acque internazionali: questo fondamentale principio, che non conosce limitazione geografica, è contenuto anche nella normativa europea e nell'ordinamento giuridico italiano".
Siamo riusciti a violare la Convenzione di Ginevra del 1951, e anche la Convenzione di Dublino del 1997, ma soprattutto, e questo è un nodo interessante, l'articolo 10 comma 3 della Costituzione Italiana: "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge".

Il 70 per cento degli irregolari sbarcati sulle coste italiane ha chiesto la status di rifugiato. Provengono da paesi dittatoriali, persecutori, e disumani. Ma il ministro Maroni respinge le obiezioni dell'Alto Commissario e dice: "non ci fermiamo". E chiede fumosi tavoli tecnici, anche con la Libia, per risolvere il problema. Aggiunge: se ne faccia carico l'Unione Europea. Siamo riusciti a violare la Convenzione di Ginevra, e sarebbe curioso capire se il ddl sulla sicurezza non violi anche i principi costituzionali. Ma in ogni caso siamo senza umanità e senza vergogna. Come un paese barbaro, incapace di rispettare un testo approvato 60 anni, e cardine irrinunciabile di qualsiasi paese civile e democratico. Altro che propaganda, molto peggio. Non ci resta che vergognarci.

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Titolo: Roberto COTRONEO. I soliti fini intellettuali
Inserito da: Admin - Maggio 20, 2009, 10:39:30 am
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I soliti fini intellettuali


Io continuo a non capire come sia possibile definire con il termine “dibattito” quello che sta accadendo in questi giorni tra il Governo italiano e l’Onu. La parola dibattito andrebbe usata in maniera un tantino più attenta. E fino a prova contraria un dibattito è un confronto di posizioni, acceso alle volte, persino polemico, ma dove si sostengono tesi ragionate e serie. Dove ci si contrappone, e il piacere del contraddittorio aiuta a capire meglio, a farsi un’idea più chiara, talvolta persino a correggere errori e pregiudizi, raramente – eppure accade – a raggiungere verità altre più efficaci e più utili.

Ma che diavolo di dibattito sarebbe quello del governo sui rifugiati? Un tempo si sarebbe detto che è un dibattito da Bar Sport. Dove per Bar Sport si intenderebbe un luogo dove figuri per nulla acculturati, con una passione per il calcio quasi fideistica, si scambiano accese espressioni da curva da stadio sulle corna di un arbitro che non ha dato un rigore, o sulla broccaggine di un attaccante che sbaglia il gol solo davanti alla porta di calcio. Vecchi tempi, come cantava De André nella sua celebre “Città vecchia”: «una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino, quattro avvinazzati mezzo avvelenati, a un tavolino”. Ma quei Bar Sport, con il progresso, non ci sono più. La moviola rende tutto più chiaro, e il dibattito sportivo può giungere a livelli sublimi di ermeneutica sportiva.

Sull’immigrazione invece, il livello è un po’ più basso. Esistono fondamentalmente due posizioni. La prima potremmo attribuirla a un epigono della Scuola di Francoforte, ed è ben rappresentata dal ministro della Difesa Ignazio Benito Maria La Russa. Dopo aver letto molti testi sulle migrazioni, dagli Ittiti a oggi, La Russa, con una posizione attenta anche alla storia diplomatica internazionale, e al ruolo prima della Società delle Nazioni, e poi dell’Onu, ha detto: «L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati? Non conta un fico secco». Interessante tesi, molto attenta, soprattutto per la citazione del fico secco, frutto ben conosciuto, in quella forma essiccata, in tutta l’area del Mediterraneo sin dai tempi di Alessandro il Grande. Una sensibilità per la storia, per le sue tradizioni, una metafora che avranno apprezzato in molti.

La seconda posizione potremo attribuirla, quasi senza incertezze alla Scuola di Palo Alto. Ed è ben rappresentata da Maurizio Gasparri, che sulla medesima questione, ovvero sull’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha detto, con un’espressione inaspettata, quanto incisiva: «Me ne frego». E cita una vecchia canzone dei primi anni Venti, un inno a sfidare la morte, in nome di D’Annunzio e Mussolini. Non dobbiamo farci ingannare da questo dettaglio, Gasparri vuole riferirsi certamente al rischio che i migranti corrono ogni giorno per raggiungere le nostre coste, e fa un sottile parallelismo tra il desiderio di morte, tipico del superomismo dannunziano e quella stessa pulsione che deve cogliere, uomini, donne e bambini che si mettono in mare e sfidano la sorte per raggiungere un luogo migliore.

Il ministro Maroni, che è il solito leghista, ha detto che certe polemiche posso rovinare un lungo lavoro diplomatico con la Libia. Ma è un povero di spirito, ed è pessimista. Se avesse letto meglio avrebbe capito che da noi il dibattito raggiunge livelli quasi sublimi. E che per fortuna ci facciamo riconoscere sempre, come i soliti fini intellettuali.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. La solita commedia
Inserito da: Admin - Giugno 07, 2009, 07:43:51 pm
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di Roberto Cotroneo 

La solita commedia


Il discorso del presidente degli Stati Uniti Barack Obama al Cairo, ieri, era impressionante. Per forza, autorevolezza, per potenza storica, se così possiamo chiamarla. Un grande presidente che scardina i luoghi comuni, che arriva in fondo alle cose, che apre e vuole risolvere uno dei nodi politici e culturali fondamentali di questo terzo millennio. Tutto il mondo è impressionato dal discorso che ha fatto Obama. Tutto il mondo è impressionato da come la politica, quella vera, possa ancora, fino in fondo, incidere sui progetti, sui sogni delle persone comuni, e cambiare veramente le cose, anche quando sembrava che nessuno fosse più capace di questo. Anche quando si era ormai convinti che i grandi riformatori, che gli uomini con dei sogni, quelli che hanno tentato di costruire futuri migliori non fossero più di questa epoca, di questi anni, ma appartenessero a tempi lontani, dove l’ottimismo e la volontà di realizzare erano ancora qualcosa di possibile. Oggi Obama ha dimostrato che non è più così.

Poi però guardo la politica italiana, qualche riga sotto le notizie sul discorso di Obama, e rimango sconvolto. La nostra politica, i nostri sogni, la nostra progettualità è sul fatto che si possa o non si possa – in un mondo globalizzato – pubblicare le foto delle ragazze carine in piscina da Berlusconi, se sia chiaro o meno quello che dice la famiglia Letizia da Napoli, sulla figlia Noemi e l’amicizia con “papi”, se il cantante napoletano Apicella poteva essere legittimamente sull’aereo di Stato del premier che lo portava in Sardegna, se il “Times” è un giornale influenzato dai soliti comunisti italiani.

Intanto il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi viene attaccato dal presidente del Consiglio. Secondo Berlusconi, quando Draghi dice che 1,6 milioni di lavoratori non hanno alcun tipo di sostegno in caso di perdita dell’occupazione ha dei dati sbagliati. Non era mai accaduto che il capo del Governo smentisse platealmente il governatore della Banca d’Italia. Lo sconforto ci assale nel prendere coscienza che siamo un paese ridicolo, privo di importanza, preso in giro da mezzo mondo. Un paese da commedia all’italiana, che torna ai vecchi

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Lo scossone del G8
Inserito da: Admin - Luglio 05, 2009, 10:55:19 am
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di Roberto Cotroneo 


Lo scossone del G8


Ora, ma dico io, ma tutto si può capire. Che fosse giusto spostare all'Aquila il G8 perché si puntano i riflettori su una città bellissima da ricostruire. Che fosse giusto fare un G8 in piena crisi che non fosse sfarzoso ed eccessivo, e la caserma va benissimo. Che fosse giusto usare L'Aquila per evitare scontri e zone rosse, perché si spera che i provocatori di professione, quelli che movimentano i G8 con vetrine infrante e disordini vari, abbiano rispetto per un luogo e per molta gente che ha già avuto disagi seri e tragedie personali.
Ma si può davvero, tra persone serie, decidere di portare un summit di quella portata in un posto dove ieri c'è stata una scossa di magnitudo 4.1? Roba da far saltare dal letto Obama, e tutti i capi di stato, e tutti i segretari e tutti gli sherpa? Roba da generare il panico veramente? E pensare che anche l'opposizione era d'accordo quando Berlusconi fece la proposta. E sono di quegli abbagli che accadono, per carità, ma abbagli rimangono. È mai possibile che per un summit serio si possa scegliere un luogo dove a un certo punto ti si rovescia l'acqua sul vestito e cominciano a piegarsi le pareti e rischi che ti cade in testa un lampadario?
L'epicentro di ieri era a un chilometro, dicasi un chilometro, dalla caserma di Coppito. Un chilometro è come starci sopra. È accaduto ieri, certo, poteva accadere mercoledì, potrebbe accadere giovedì prossimo o sabato. E non si sa neppure come. Abbiamo passato un mese ad ascoltare tutti i più grandi esperti di geofisica che spiegavano: i terremoti non si possono prevedere. Abbiamo imparato, noi ignari, il termine "sciame sismico". Lo sciame continua, la gente si spaventa e va in strada, e un 4,1 di scala Richter è una cosa da far impallidire chiunque, anche un presidente degli Stati Uniti. Abbiamo lavorato sulla sicurezza e sicuramente in quei giorni L'Aquila sarà blindata, e tutto funzionerà a dovere, compresi gli aerei spia Predator, che sono telecomandati. Peccato che dal centro della terra non arrivano buone notizie, a quanto pare.
Certo, la caserma sarà totalmente antisismica, ma non è piacevole lo stesso. Poi che facciamo dopo, ci scherziamo su? Facciamo una battutona, genere: abbiamo dato uno scossone al G8? Ma per favore...

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. La lezione della Pivano
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2009, 12:00:07 pm
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di Roberto Cotroneo 


La lezione della Pivano


Beati i vecchi che hanno il coraggio, la voglia di parlare con i giovani. Senza temerli, senza averne paura, senza sbarrar loro la strada. L'ultimo articolo, scritto per i suoi 92 anni, di Fernanda Pivano è commovente proprio per questo. Perché dice questo, perché racconta di tutti i giovani che la andavano a trovare e le chiedevano cosa fare, come avvicinarsi ai propri sogni, come riuscire a realizzarsi in un mondo che non lascia spazio a nessuno. In un mondo di gente sempre più vecchia ed egoista, e di gente che sta invecchiando, che si rifiuta di guardare davanti a sé, che non ha il coraggio di formare i più giovani, che non ha alcuna intenzione di insegnare, di passare il testimone, ma che lascia il resto del mondo, quello fatto da gente di 20 e di 30 anni in un limbo senza futuro e senza soddisfazioni, in un sogno scoppiato troppo presto, in un sogno che finisce in una strada senza uscita.

Ieri è morta Fernanda Pivano, ha fatto scoprire a cinque generazioni la beat generation, e non solo. Anche Masters, e anche Henry Miller, e anche Hemingway. Nel suo ultimo articolo, per il "Corriere della Sera", ha scritto: "Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme".

Dovrebbero avere lo stesso atteggiamento verso i giovani anche gli arroganti cinquantenni, e i sessantenni che oggi si tengono stretto fama e poteri immeritati. Dovrebbero riflettere sulle parole di saggezza della Pivano. Dovrebbero capire che questa è la scommessa di tutti noi. Come racconta un altro grande scrittore americano, caro alla "Nanda" come la chiamavano gli amici, ovvero Jerome D. Salinger, dovremo stare là in fondo, in quel campo di segale, a salvarli quando si avvicinano troppo al precipizio.

E invece li abbiamo lasciati soli, indifferenti ai loro sogni e ai loro destini. Questa è l'ultima lezione della Pivano, spero che tutti possano ricordarla, veramente, e senza retorica. Sennò non ci sarà futuro per nessuno.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Berlusconi, Feltri e le bocce
Inserito da: Admin - Settembre 09, 2009, 11:47:49 am
Undicietrenta di Roberto Cotroneo

   
Berlusconi, Feltri e le bocce


La domanda è questa: Silvio Berlusconi conosce davvero la strategia e le intenzioni del direttore del "Giornale" Vittorio Feltri? Il presidente del Consiglio sostiene di non esserne informato. La nota che ha inviato ieri sera, era molto netta: "Come si può ben immaginare non ero a conoscenza dell'articolo del dottor Feltri". Berlusconi si riferisce, questa volta, all'articolo che Feltri ha dedicato a Gianfranco Fini, chiedendogli se è ancora di destra, e ironizzando su ipotetiche aspirazioni di Fini, di salire al Colle dopo Giorgio Napolitano.

Mi ha colpito però quel: "Come si può ben immaginare". Come si può ben immaginare vuol dire che Vittorio Feltri dirige un giornale di famiglia, la proprietà della testata è di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, ma non informa nessuno. Come si può ben immaginare vuol dire che Silvio Berlusconi non ha l'abitudine di fare pressioni e di occuparsi dei suoi direttori di giornale. Ma è davvero così? Fuori dai luoghi comuni su temi come questi, il premier ha avuto negli anni un atteggiamento contrastante: ha lasciato a Enrico Mentana tutta la libertà che voleva, ma poi lo ha rimosso quando Mentana voleva continuare ad avere quella libertà, ha tollerato Antonio Ricci, che in un certo senso fa informazione, e molte sue irriverenze, ma i direttori di Studio Aperto e soprattutto del Tg4 hanno sempre mostrato una fedeltà alla politica del premier indiscutibile. Ha nominato alla direzione di "Panorama" un giornalista indipendente come Pietro Calabrese, ma poi lo ha sostituito con Maurizio Belpietro, che non ha mai nascosto un allineamento ligio alla propaganda berlusconiana. Ha messo al vertice del Tg5 Clemente Mimun, che è uno su cui tutto si può dire, tranne che abbia mai rinunciato a fare il giornalista nella sua vita. Ma poi ha scelto Augusto Minzolini per il Tg1, un uomo che ha sempre avuto un trasporto e un'ammirazione totale e sincera per il premier, basta leggere gli articoli che scriveva sulla "Stampa" da qualche anno a questa parte. Ma poi ha approvato la nomina di Mario Orfeo al Tg2 che invece è culturalmente molto lontano da lui. E infine ha assunto un uomo difficile da gestire come Vittorio Feltri e gli ha dato la direzione del "Giornale".

Chi conosce davvero Feltri sa che non tipo da chiedere il permesso sulle cose che fa. Ma allora? Allora quello che ha combinato Berlusconi è un po' simile a ciò che fa il giocatore di bocce messo alle strette. Che non può più giocare di fino, che non è più in grado di fare il punto con un tiro calibrato. Allora che fa? Spariglia. Colpisce secco. Manda tutto all'aria. E solo dopo vede il risultato. Può vincere, può perdere. Può uscirne bene o male. Ma non lo sa neppure lui. Feltri è la boccia che spariglia. Berlusconi è il tiratore, ma in un vicolo cieco. Cosa accadrà è davvero impossibile da prevedere. Intanto il premier smentisce: ovviamente non ne sa nulla. Come non sa nulla il giocatore di bocce che spariglia, e distrugge il gioco degli avversari.

da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Caro Di Pietro, la finiamo per favore?
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2009, 06:31:10 pm

Undicietrenta di Roberto Cotroneo

Caro Di Pietro, la finiamo per favore?

Qualche volta bisognerebbe spiegare ad Antonio Di Pietro che fare una dura e responsabile opposizione non significa dire sciocchezze lugubri e imbarazzanti. Perché in questo modo non si fa altro che scatenare l'indignazione degli esponenti del centro-destra, e un imbarazzo evidente di tutto il centro-sinistra. Dire che Berlusconi finirà come Saddam Hussein, vuol dire affermare che Silvio Berlusconi sia paragonabile a uno dei più feroci dittatori degli ultimi cento anni. E vuol dire paragonare il nostro paese all'Iraq messo in ginocchio da un maniaco sanguinario che, al pari di Stalin, faceva sopprimere e assassinare oppositori e persino parenti. Tutto questo è francamente raccapricciante.

L'Italia non è l'Iraq e Berlusconi non è Saddam Hussein. Berlusconi è un uomo che vorremmo all'opposizione perché la qualità del suo governo, con alcune eccezioni, è decisamente mediocre, perché il suo modo di governare è inaccettabile, perché si è occupato quasi soltanto di far approvare leggi ad personam che difendono i suoi interessi e che lo mettono a riparo da processi penali dove potrebbe essere condannato. Berlusconi non è Saddam Hussein, ma è un uomo che ha un conflitto di interessi inaccettabile per un paese civile e occidentale. E il conflitto di interessi, mai risolto neppure dai governi di centro-sinistra quando potevano farlo, sta diventando sempre più ingombrante e sempre più difficile da accettare. Berlusconi non è Saddam Hussein, ma dovrebbe finire all'opposizione perché il suo modo di gestire il potere è spesso invadente e privo di regole, e il suo modo di gestire il suo privato è perlomeno discutibile, se non altro perché il presidente del Consiglio non dovrebbe frequentare persone che ieri sono state arrestate per traffico di stupefacenti e sfruttamento della prostituzione.

Anche se non era a conoscenza di queste cose, certamente possiamo dire che non è prudente farlo per il suo alto ruolo e le sue funzioni.

Caro Di Pietro, talvolta non c'è bisogno di sparare nel mucchio dicendo sciocchezze che rendono sempre più in salita il lavoro del resto dell'opposizione, e soprattutto allontaneranno quelli che magari Berlusconi lo votavano, e ora hanno dei dubbi. Ma se la qualità dell'opposizione a Berlusconi è di questo tenore, scommetto che tornano indietro, perché peggio di Saddam ci sono solo Pol Pot, Hitler e Stalin. E speriamo che a nessuno venga in mente di paragonare Berlusconi a Hitler...

31 maggio 2005
da unita.it


Titolo: Roberto COTRONEO. Se Grasso parla di entità
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2009, 05:04:48 pm

Undicietrenta di Roberto Cotroneo


Se Grasso parla di entità


Il nostro è stato un paese di grandi vecchi, o meglio del grande vecchio. Per anni il grande vecchio ha condizionato pensieri, decisioni, interpretazioni. E ha messo gli storici con le spalle al muro, come fosse un pezzo fondamentale, il tassello del puzzle che manca per leggere la storia d'Italia come dovrebbe essere letta davvero.
Per anni ho visto litigare furiosamente colleghi dietrologi, o retroscenisti, e colleghi impegnati e pronti a giurare che dietro la stagione del terrorismo non poteva che esserci il semplice terrorismo. Ho visto giornalisti che per una vita avevano fatto i cronisti di giudiziari, e di nera, e si erano occupati degli anni di piombo, giurare e inveire contro chiunque provasse a ipotizzare che non proprio tutto, di quella stagione era chiaro. E che i terroristi rossi non avevano proprio detto tutta la verità.

E non solo, che quella verità non detta non era affatto marginale, ma piuttosto determinante per leggere le vicende del paese.Per loro, per i media, e per buona parte della politica, di misteri non ce n'erano: neanche uno. Per molti la verità processuale non poteva che essere l'unica verità possibile. E il terrorismo fu fenomeno spontaneo, genuino, figlio degli errori del '68 e delle ideologie.Mentre bisognava sorbirsi queste ingenuità in buona e cattiva fede, sotto correva un fiume carsico di melma vera. Fatto di misteri, di intrecci, di assassinii, di servizi segreti, di centrali del terrorismo straniere su cui nessuno poteva indagare, di scorribande di terroristi palestinesi, di agenti di servizi stranieri che utilizzavano il nostro paese come un'autostrada senza pedaggio. Di trattative con tutti e verso tutti. Stato con i camorristi, camorristi con i terroristi (vedi il caso Cirillo), pezzi deviati (ma poi deviati quanto?) dei servizi con l'intero mondo. Criminali comuni, sebbene politicizzati, fatti fuggire dall'Italia con troppe complicità ad altissimo livello (vedi il delitto del Circeo), e poi latitanti eterni, gente condannata all'ergastolo che non ha mai fatto un giorno di carcere, o criminali e assassini che prima dalla Francia e poi dal Brasile pontificano sul nostro paese, sperando ancora di non essere estradati.Queste sabbie mobili insopportabili, che sono veramente la coscienza sporca di questo paese, e che sono uno degli elementi del degrado culturale e politico italiano (che è troppo facile ed anche un po' idiota imputare solo a Berlusconi) sono state rese ancora più profonde e inquietanti proprio ieri da Piero Grasso in commissione antimafia.Ieri il procuratore nazionale antimafia ha detto, testualmente: "Non c'è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia state commessa da Cosa Nostra. Rimane però l'intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell'ideazione, nell'istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all'attività della mafia".

E poi ha aggiunto: "La scelta dell'attentato ha una modalità chiaramente stragista ed eversiva. Chi ha indicato a Riina queste modalità con cui si uccide Falcone? Finchè non si risponderà a questa domanda sarà difficile cominciare ad entrare nell'ordine di effettivo accertamento della verità che è dietro a questi fatti".Sono parole tremende, che arrivano dopo il sospetto di una trattativa tra mafia e istituzioni dello Stato già dal 1992. Sono parole che dicono che l'attentato a Falcone poteva avere fini "eversivi".

E che questi fini eversivi sono stati ispirati da "un'entità". Sono parole dette da un procuratore nazionale antimafia in Commissione antimafia. Non in un'intervista volante, non riportate da qualcuno che ha capito male. Ma possiamo stare tranquilli, passeranno senza lasciare traccia. È più interessante occuparsi di escort, di trans, e delle liti tra Tremonti e Berlusconi. E poi dicono che siamo un paese normale...

28 ottobre 2009
da unita.it