LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => Gli ITALIANI e la SOCIETA' INFESTATA da SFASCISTI, PREDONI e MAFIE. => Discussione aperta da: Admin - Giugno 15, 2007, 10:18:07 pm



Titolo: FASSINO...
Inserito da: Admin - Giugno 15, 2007, 10:18:07 pm
Fassino: «La gente è delusa. Serve uno scatto»

Ninni Andriolo


«Una riunione ottima. I Ds non sono affatto un partito allo sbando o nella bufera. Al contrario, siamo un gruppo dirigente solidale e consapevole dei passaggi delicati che abbiamo di fronte». Piero Fassino trae un bilancio del Comitato politico della Quercia. «Usciamo con l’obiettivo di realizzare uno scatto nell’azione di governo e uno scatto nella costruzione del Partito democratico», spiega il leader della Quercia.

Molti interventi, per la verità, hanno espresso preoccupazione per l’azione di governo. Le sorti del Pd, si è detto, non possono coincidere con quelle dell’esecutivo...
«So bene che c’è chi sostiene “puntiamo sul Pd, poi se il governo ce la fa, bene, altrimenti pazienza”. Ma questo è un ragionamento che non regge. Governo Prodi e Partito democratico sono due entità separate ma non separabili. È chiaro che l’azione di governo è una cosa e la costruzione del Pd un’altra, e che ciascuna di queste due dimensioni ha una propria autonomia. L’una, però, determina l’altra. Un’azione di governo efficace renderebbe più forte la costruzione del Partito democratico. E, reciprocamente, un Pd che nasca sullo slancio di una forte e larga partecipazione può dare al governo solidità e forza».

Ieri, però, è stata chiesta a Prodi qualcosa di più di uno scatto. Tra i Ds c’è disillusione, non crede ?
«Tutti gli interventi hanno mostrato grande condivisione della mia relazione e si sono mossi in sintonia con le indicazioni che ho dato. Partiamo da un giudizio che non minimizza l’esito delle elezioni. Queste hanno segnalato un disagio, una diffidenza, una estraneità dei cittadini verso la politica in generale. Tant’è che l’astensionismo ha colpito sia il centrosinistra che il centrodestra. È chiaro, però, che quel sentimento di estraneità ha penalizzato molto di più il centrosinistra».

Perché ad un anno appena dalle elezioni politiche?
« Intanto perché è evidente che il malessere dei cittadini si scarica nei confronti di chi governa. Quelle città del Nord che abbiamo perso sono le stesse che Berlusconi aveva perso nel 2002. Naturalmente, nel voto si è registrato anche un disagio e un malessere nei confronti della politica del governo. Anche se noi, in questi mesi, ci siamo sforzati di portare avanti un’azione coerente di cambiamenti, riforme e innovazione»

L’elettorato non l’ha vissuta così...
«Certo, le aspettative che i cittadini avevano non sono state corrisposte, nel senso che abbiamo misurato uno scarto tra ciò che siamo riusciti a fare e le attese della gente»

Anche i fischi di ieri al ministro Bersani sono un segno evidente del malessere diffuso, non crede?
«Le contestazioni rivolte a Bersani, come rappresentante del governo, nel corso dell’Assemblea di Confartigianato, non sono una sorpresa. Se ricordiamo bene, settori di lavoro autonomo avevano già espresso disagio molto forte nei confronti della Finanziaria. I fischi di oggi (ieri,ndr.) vengono da una categoria che non si sente coinvolta e riconosciuta, e che vive ogni provvedimento, anche quando può essere giusto, come atto di ostilità»

Nelle contestazioni, però, c’è anche il segno di resistenze corporative, egoismi, particolarismi...
«Certo. Io non mi sono mai illuso che la lotta all’evasione fiscale, che ci porta a scontrarci con interessi e furbizie, fosse un pranzo di gala. Proprio per questo è necessario un metodo di condivisione con quelle categorie che, in maggioranza, pagano le tasse e non vogliono eluderle. Con loro bisogna fare l’alleanza per sconfiggere chi evade. Se, al contrario, il messaggio che si trasmette è che basta essere artigiano o commerciante per essere considerato un evasore, immediatamente si determina un muro di incomunicabilità».

Lei, per la verità, il problema lo aveva segnalato all’epoca della Finanziaria, Non è che da allora le cose siano cambiate in meglio...
«Io avevo detto: “attenzione, c’è una criticità di rapporto con settori di lavoro autonomo, di impresa media e piccola, un disagio che si concentra soprattutto nel Nord”. Personalmente ho anche cercato di mostrarli i segnali d’attenzione, ma è evidente che non sono stati sufficienti. Questi ceti si attendono risposte concrete»

E i nuovi studi di settore lo sono?
«Io credo che il modo come è stata sviluppata la discussione in queste settimane non ha favorito il rapporto con il lavoro autonomo. Al di là del merito, visto che gli studi di settore sono uno strumento di lotta all’evasione fiscale, è emersa - anche questa volta - una difficoltà di comunicazione, di sedi di confronto e di condivisione, tra il governo e un settore importante e decisivo del mondo dell’impresa e del lavoro. Anche nel metodo, quindi, ci vuole uno scatto. Non si governa un grande Paese senza ricercare, tutti i giorni, la condivisione della società. Ma lo scatto serve innanzitutto sui tempi di decisione. I cittadini, infatti, misurano ogni giorno una distanza sempre meno sopportabile tra il tempo in cui vivono e il tempo delle scelte politiche. E uno scatto serve anche nei contenuti...»

Un banco di prova immediato è il Dpef, segretario...
«Dobbiamo dare risposte su più fronti. Sul fronte delle domande che ci vengono dal mondo dell’impresa, dell’innovazione e del lavoro. E su quello del disagio sociale, aumentando le pensioni basse, finanziando gli ammortizzatori sociali, mettendo mano al pacchetto casa, tutelando i redditi bassi. Lo scatto dobbiamo farlo intorno a questi fronti che vanno tenuti insieme. E c’è un tema che unifica questi campi: il nodo fiscale...»

Meno tasse?
«Abbiamo fatto una Finanziaria ambiziosa e per certi versi impopolare che, però, sta dando risultati: stiamo riducendo il deficit di bilancio e il debito pubblico, mentre cresce il prodotto interno lordo. Tutto questo ci mette in condizione, dalla prossima Finanziaria, di procedere alla riduzione fiscale. Dobbiamo dirlo e dobbiamo individuare le riduzioni fiscali da mettere in campo».

L’Unione europea, però, chiede coerenza nel risanamento dei conti pubblici, dove troverete i soldi per le politiche che lei auspica, segretario?
«Dobbiamo usare il cosiddetto Tesoretto lungo le tre linee di marcia già individuate dalla legge Finanziaria: risanamento, sviluppo e redistribuzione sociale. Si può e si deve procedere su quella strada con coerenza»

Nell’Unione, però, le posizioni sono diverse. Come farete a conciliare le proposte della sinistra radicale con quelle più riformiste?
«Io credo che intorno all’impianto che ho descritto si possa, e si debba, realizzare un maggiore grado di coesione del centrosinistra. Il voto ci dice che distinguersi non premia nessuno. Nella maggioranza è prevalsa una babele di linguaggi. Distinguersi non salva l’anima e non ti salva nemmeno i voti. Serve, al contrario, una politica che governa, sceglie, decide. L’accordo sulla Tav di mercoledì scorso ha dato un buon segnale. È possibile, quindi, farsi carico insieme dei problemi. Discuterli, cercare soluzioni praticabili che, una volta individuate, possano essere sostenute insieme. Una maggioranza non è una caserma, non si tratta quindi di vietare la manifestazione della propria opinione. Ma una maggioranza non può nemmeno essere un’armata Brancaleone. Serve un gioco di squadra».

Al momento, però, sembra addirittura prossimo il collasso del governo...
«Non è così. E, d’altra parte, ho detto con chiarezza che governi di larghe intese non sono praticabili, non appaiono realistici esecutivi istituzionali e non c’è una maggioranza di centrodestra, visto che anche in queste ore la Cdl manifesta le proprie divisioni. L’unica maggioranza che esiste, quindi, è quella di centrosinistra. Naturalmente dobbiamo essere consapevoli che questa maggioranza soffre al Senato di numeri esigui e che serve, quindi, grande coesione. Del centrosinistra, del governo e tra governo e gruppi parlamentari. In ragione tale da determinare una griglia di priorità intorno alle quali caratterizzare l’azione del governo».

Anche il Partito democratico sembra in affanno, come se ne esce?
Anche qui serve uno scatto. Tra quattro mesi eleggeremo l’Assemblea costituente. Abbiamo percorso una strada enorme, considerando che abbiamo cominciato a discutere di Pd soltanto un anno e mezzo fa. Adesso siamo nella fase cruciale e tutto ciò che abbiamo alle spalle ci sta portando a fondare il nuovo partito, chiamando a votare una moltitudine amplissima di cittadini».

La spinta propulsiva dei congressi Ds e Dl, però, sembra un ricordo...
«Dopo quei congressi, e con la straordinaria passione dimostrata dal nostro di Firenze, c’e stato - in realtà - il rischio di un ripiegamento autoreferenziale. Noi dobbiamo liberarcene subito, compiendo uno scatto. A patto, però, di tornare a motivare con chiarezza il perché del Pd. Abbiamo bisogno di una grande forza politica che dia risposte alle domande dei cittadini, alle loro aspirazioni, al loro bisogno di avere un Paese moderno e giusto. Dobbiamo dare respiro, profilo ed energia al progetto. Guai a frustrare la passione e l’entusiasmo che registro in tutta Italia. Il 14 ottobre oltre un milione di cittadini si dovrà recare ai seggi. Possono essere anche di più se saremo capaci di lavorare bene in questi mesi. Le quattromila feste de l’Unità sono un’occasione da non perdere. Come avvenne due anni fa, in preparazione delle primarie».

L’Assemblea costituente eleggerà un segretario politico?
«Approverà il manifesto del Pd, nella nuova versione rivista e corretta, e lo Statuto del nuovo partito. Eleggeremo anche il segretario politico che non sarà né una figura burocratica, né solo organizzativa. Ma un vero leader che affianchi, alla guida del Pd, il presidente del partito, che è anche Presidente del Consiglio».

Sul caso Unipol, in questi giorni, i Ds non hanno incassato grande solidarietà dai compagni di strada del Pd. Silenzio dalla Margherita e appoggio un po’ tiepido da Prodi...
«No, non è così. C’è stata la solidarietà chiara e inequivoca di Prodi. E c’è stata solidarietà da parte della Margherita e di tutti i dirigenti del centrosinistra».

La vicenda intercettazioni non inciderà sulla costruzione del Pd?
«È chiaro che il doppio scatto nell’azione di governo e nella costruzione del Pd sono resi più difficili, ma anche più necessari, dal clima torbido in cui viviamo. Stiamo subendo un’aggressione del tutto immotivata. La vicenda Unipol è nota da due anni. Nel gennaio 2006, quando esplose, noi riflettemmo a fondo. Facendo le autocritiche necessarie e riconoscemmo che c’era stato un di più di sovraesposizione, dettato tuttavia da ragioni politiche e non da convenienze di partito e tanto meno personali. All’epoca dei fatti, peraltro, noi non eravamo a conoscenza di molti aspetti discutibili con cui era stata gestita la vicenda. Quando ne siamo venuti a conoscenza abbiamo preso le distanze in modo netto e severo. Noi, allora, ci battemmo per affermare un principio politico di non discriminazione. Che il movimento cooperativo, cioè, potesse avere le stesse opportunità di qualsiasi altro attore economico. Guardammo con favore alla possibilità di una fusione Unipol-Bnl, perché un progetto di banca-assicurazione ci sembrava plausibile dal punto di vista industriale e imprenditoriale. Dopodiché non abbiamo compiuto alcun atto né di ingerenza, né di partecipazione alla vicenda. Perché non ne avevamo titolo e ruolo. Le telefonate confermano tutto questo...»

Confermano anche un certo tifo per Unipol...
«Le telefonate pubblicate dimostrano che io e D’Alema abbiamo avuto rapporti con Consorte solo al fine di essere informati sull’andamento della vicenda, dal momento che i giornali ne parlavano tutti i giorni. Con una girandola infinita di voci, illazioni, indiscrezioni. A conferma che il nostro comportamento è stato pulito e limpido c’è un dato: non risulta esserci alcuna telefonata mia a nessun altro che non fosse Consorte. Né con Fazio, né con Ricucci, né con Statuto, né con Coppola».

Latorre però con Ricucci parlava...
«Vorrei sottolineare che non è Latorre che chiama Ricucci, ma è Ricucci che chiama Latorre. Un tentativo di Ricucci di accreditarsi, cosa che non mi pare abbia sortito effetto. Perché, al di là di quella telefonata, nessuno di noi poi ha avuto rapporti né con Ricucci né con altri. Attenzione però. Le intercettazioni vanno gestite con prudenza. Non solo perché una telefonata è un fatto privato, ma perché la trascrizione di una telefonata è falsa in sé. Una stessa parola, infatti, a secondo del tono con cui la pronuncia, può essere ironica, seria, irritata, canzonatoria, una battuta o no. Le trascrizioni non ti danno il tono della voce e, dunque, offrono un testo sottoposto a interpretazioni che possono rivelarsi lontanissime dal vero».

Questo, però, non può valere solo per i politici...
«Attenzione, non si tratta di tutelare i politici o i parlamentari. Ma di salvaguardare i diritti di ogni cittadino. In questo caso, invece, c’è stata una violazione palese di fatti privati che ogni cittadino deve vedere rispettati. E che invece, con le procedure della magistratura di Milano, non sono stati rispettati. Siccome, però, noi non abbiamo nulla da temere - e le telefonate dimostrano l’assoluta trasparenza, correttezza e buona fede di quelle conversazioni - non ho alcuna preoccupazione. Quello che accade in questi giorni è inaccettabile. La verità è che la vicenda Unipol è l’ultimo episodio di una tendenza ricorrente alla destabilizzazione della politica italiana. Non sono alla ricerca né di complotti né di grandi vecchi, ma registro un tentativo costante di delegittimare la politica, di ridurre il ruolo delle istituzioni, di denigrare i singoli. Questo mi preoccupa. Ma non perché i Ds abbiano qualcosa da temere, visto che non c’è nessuna questione morale e non siamo al ‘92, come è stato scritto. Quello che temo, invece, è un serio indebolimento della democrazia italiana»


Pubblicato il: 15.06.07
Modificato il: 15.06.07 alle ore 9.04   
© l'Unità.


Titolo: Subito primarie e un vero leader o il Partito democratico affonda
Inserito da: Arlecchino - Giugno 16, 2007, 10:23:31 pm
POLITICA

L'ANALISI

Subito primarie e un vero leader o il Partito democratico affonda

di MARIO PIRANI


LA SINISTRA è in preda a una sindrome scaramantica. Rifiutando di discutere a fondo le dimensioni e soprattutto le cause della sua sconfitta, s'illude che questa non oltrepassi i confini municipali e non presenti, comunque, sintomi di tale gravità da meritare approfonditi dibattiti e pronte decisioni. Impressiona la perdita del senso di realtà come denota quella frase auto consolatoria, ripetuta ad ogni pié sospinto: "La spallata non c'è stata!". Quasi una giaculatoria rivolta al santo patrono perché il terremoto non ha spianato l'intero Paese e si possa tornare alle abituali occupazioni senza guardare se il sisma abbia scosso le fondamenta strutturali e i muri maestri, con l'incombere sempre in agguato di un crollo catastrofico improvviso. Al più si ripete a mo' di post scriptum l'altra frase dall'incomprensibile significato: "Ora il governo deve cambiare passo".

A tentare una analisi non restano che i bistrattati mass-media, col limite intrinseco della loro estemporaneità e soggettività. Nel caso in questione ho cercato di temperarne gli effetti rivolgendomi a due affermati studiosi sociali, particolarmente esperti dei flussi elettorali, Ilvo Diamanti e Nando Pagnoncelli. Il primo - che ne ha scritto già su Repubblica - invita a non limitare l'indagine sullo smottamento verificatosi in quasi tutto il Settentrione (con l'eccezione ligure, dove, peraltro, la vittoria è stata di una corta incollatura) ma a puntare la lente sull'Italia centrale (Emilia, Toscana, Marche ed Umbria) dove il recente voto amministrativo "ha intaccato a fondo il mito della immobilità politica delle zone rosse", tanto che nei comuni sopra i 15.000 abitanti l'Ulivo perde quasi l'8%. Un dato non dovuto ad un aumento della destra ma alla defezione assenteistica e di protesta di una componente non piccola di quello che un tempo si chiamava "zoccolo duro".

Alle criticità addebitabili alla fiscalità, all'ordine pubblico, all'emigrazione, si sono aggiunte la crescente impopolarità del governo e il ripiegarsi delle speranze suscitate dalla prospettiva del Partito democratico, allorquando tra infinite mediazioni, le nomenklature hanno imposto un tortuoso cammino di scarsissima attrattiva per arrivare alla meta.

L'interrogativo è se l'aprirsi di questa linea di faglia nei pilastri storici delle organizzazioni di sinistra sia o no prodromo di un futuro e rapido crollo, paragonabile a quello che ha ridotto al 4,6% il partito comunista francese.

L'analisi di Pagnoncelli, simile nei giudizi di fondo, è però segnata da una ipotesi più ottimistica. In primo luogo invita a non sottovalutare l'influenza dei fattori locali nei voti comunali, pur evidenziando il significato dell'astensionismo asimmetrico (che, cioè, ha colpito una sola parte politica e non tutto il corpo elettorale), prova della disaffezione marcata nei confronti dell'Unione e del governo. D'altra parte anche Berlusconi, ad un anno dalla vittoria del 2001, soffrì un calo di ben 14 punti, passando dal 59% al 44% nell'indice di gradimento. L'effetto fu attribuito ai contraccolpi dell'entrata in funzione dell'euro e alla Finanziaria. Il diagramma di Prodi parte, invece, dal 52% iniziale (maggio 2006) e sale al 56% nel luglio 2006 in coincidenza con i primi decreti Bersani sulle liberalizzazioni e con la vittoria ai Campionati del mondo. Crolla di venti punti nell'arco di tempo fra l'indulto e la Finanziaria, risale al 39 fra dicembre e gennaio e al 42% in aprile, immediatamente dopo i congressi Ds e Margherita, ma il rapido riemergere delle diatribe interne segna un ripiegamento fino al 37%, con un ulteriore scivolamento al 34 e mezzo in coincidenza con l'affare Visco-Speciale. Non sono state ancora valutate le conseguenze delle recenti intercettazioni e della rivolta fiscale di artigiani e piccoli industriali in seguito alle variazioni degli studi di settore.

Sempre secondo Pagnoncelli l'affievolimento marcato del consenso indica che le preoccupazioni del popolo di centro sinistra sono nell'ordine rappresentate dal fisco, dalla sicurezza e dal precariato, accompagnate dal convincimento che almeno sui primi due temi Prodi non sia in grado di dare risposte soddisfacenti. Coefficiente comune è anche l'insopportabilità per i dissidi ormai insanabili tra i vari partner dell'Unione e all'interno stesso dei partiti che ne fanno parte. Di qui l'insorgenza dell'anti politica e la speranza, continuamente rimessa in gioco, di una ritrovata unità attraverso il Partito democratico. Un soffio di ottimismo è, peraltro, offerto dall'analista che ricorda come, al momento delle elezioni politiche, una aliquota dei "disaffezionati" torna, in genere, a dare il voto allo schieramento di tradizionale appartenenza "turandosi il naso". Non è detto che questa reazione si verifichi comunque, e senz'altro non gioca nelle classi giovani.

Che fare in un frangente tanto rischioso in cui le ragioni di vita della sinistra sono in bilico su un crinale stretto e franoso? Non basta a consolidarlo il cemento dell'antiberlusconismo e neppure qualche concessione economica per tacitare provvisoriamente le sinistre di governo, emotivamente nostalgiche del vecchio ruolo di oppositori. L'acido corrosivo dell'antipolitica trova una inesauribile sorgente negli atti, nei comportamenti, nel linguaggio supponente di un ceto politico indistinguibile fra destra e sinistra, nella pervasività di una lottizzazione prepotente e priva di competenze, negli sprechi assurdi e offensivi a tutti i livelli della cosa pubblica. Solo una netta e proclamata rottura di continuità su questo terreno può rovesciare la tendenza in atto e ridare spinta propulsiva al centro sinistra. Il decalogo per il Palazzo, che ho suggerito su Repubblica, condiviso da ben 150.000 lettori, voleva rappresentare l'incitamento ad un gruppo di coraggiosi tra i propugnatori del Partito democratico a divenirne i mallevadori. Tutto si gioca ora sulla fondazione di questo partito ma esso darà anelito a un recupero di massa della buona politica solo se verranno rovesciate le premesse meschine su cui sembra reggere un asfittico compromesso. Altrimenti l'iniziativa si risolverà in una Cosa Tre, più deludente delle precedenti.

Due fasi ci appaiono indispensabili. Primo: invitare il popolo delle primarie dell'ottobre 2005 ad iscriversi e a votare per nuove primarie, ma primarie vere per un vero leader. Questa volta, quindi, non per manifestare il loro sostegno plebiscitario ad un candidato praticamente unico (la presenza di Bertinotti fu un abile inserimento di bandiera) ma per scegliere, fra vari candidati, quello destinato, in un primo tempo, a guidare il partito con l'autorevolezza, l'indipendenza e la piena legittimità che solo il voto diretto conferisce, e, quando verrà il momento, a concorrere come premier del futuro governo.

Secondo: organizzare le primarie in modo da rendere il partito libero, aperto e contendibile, non imbrigliato in partenza dai vecchi apparati. Se si seguisse la procedura di compromesso proposta, le primarie locali eleggerebbero solo i delegati all'assemblea nazionale; questa si svolgerebbe inevitabilmente sotto la regia della nomenklatura bipartitica Ds-Margherita, ed eleggerebbe un segretario precotto e dimezzato, esplicitamente escluso in partenza dalla candidatura a premier. Ad un segretario azzoppato corrisponderebbe un partito demotivato. Le primarie debbono, per contro, essere aperte a tutti assicurando in primo luogo la possibilità di iscriversi, versare il contributo fissato e votare il nome preferito attraverso Internet (esistono sperimentati metodi per escludere doppi voti e altre contraffazioni d'identità). È giustissimo procedere su scala circoscrizionale e, ancor meglio, regionale ma solo se la competizione non resta monca e artificiosa.

Per renderla completa è indispensabile che i nomi dei candidati nazionali alla premiership siano abbinati a liste locali di riferimento (oppure votati su una seconda scheda).

Se fin qui è stata, per contro, privilegiata la scelta che abbiamo definito monca la ragione c'è ma riguarda esclusivamente le preoccupazioni personali dei maggiori candidati, non certo il bene del futuro partito. Parleremo senza diplomazia: una votazione diretta alle primarie di ottobre è temuta da Prodi perché aprirebbe una vera dialettica tra l'azione di governo e il capo indiscusso del partito unificato di maggioranza, già designato futuro leader, con l'ombra di una successione in caso di crisi ; prospettiva ostica anche per Veltroni, che oggi tutti i sondaggi danno di gran lunga come l'unica carta con sufficienti possibilità di affermazione in future elezioni, ma che non ha certo interesse ad accollarsi una eredità negativa senza il lavacro del voto, in coda alla Legislatura attuale; non piace a D'Alema che vorrebbe fin d'ora sbarrare la strada Veltroni e svolgere il ruolo del kingmaker mandando avanti una donna come Anna Finocchiaro, in qualità, però, di segretario provvisorio e dimezzato.

Per Rutelli e Fassino valgono analoghe considerazioni con l'irrisolto dubbio se correre ad ottobre o alla vigilia della campagna elettorale. Tutte obiezioni da non prendere sottogamba perché hanno qualche fondamento. Bisogna, però, riflettere al fatto che esse, per quanto comprensibili, confliggono con le fortune del partito nascente che non può restare fino al 2011 senza una figura che lo regga con assoluta autonomia e piena legittimazione. O affrontare elezioni anticipate con un partito senza guida politica fino all'ultimo minuto.

E, allora? Credo che la risposta debba tale da sciogliere il dilemma: Prodi, Veltroni, Rutelli, Fassino e chiunque altro lo ambisca, concorra a primarie dirette fin da ottobre. Chiunque ottenga la maggioranza dei suffragi, sia esso il presidente del Consiglio, un vice presidente, il sindaco di Roma o chiunque altro, questi mantenga la carica istituzionale attuale, assumendo ad un tempo la direzione del partito con un vice segretario esecutivo, di sua scelta, per gli affari correnti. Nel caso di crisi, può correre l'alea di rinsaldare la maggioranza e proporre un nuovo governo, profondamente rivoluzionato e innovativo, oppure si punti ad un gabinetto istituzionale, con alla testa il presidente del Senato o un'altra personalità designata dal Capo dello Stato, con l'obbiettivo di definire una nuova legge elettorale ed andare alle urne.

Anche in questo caso scenderebbe naturalmente in campo per il centro sinistra il leader scelto a suo tempo alle primarie. Si può, infine, non far nulla e lasciarsi trascinare dall'andazzo corrente. La fine è prevedibile ma non sarà indolore.

(16 giugno 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Governo promosso solo dal 34%
Inserito da: Admin - Giugno 19, 2007, 12:02:04 pm
L'osservatorio Fiducia, governo a -12 punti in un mese però l’Unione non ha perso consensi

Governo promosso solo dal 34% 

 
La percentuale, già poco elevata (46% a maggio scorso), di quanti ritengono «positivo» l’operato del governo appare nelle ultime settimane erodersi significativamente, sino ad abbassarsi attorno al 34%, vale a dire grosso modo il livello toccato a suo tempo da Berlusconi dopo due anni di governo. In realtà, il flusso odierno va suddiviso in due parti: per metà c’è stato un passaggio diretto da opinioni favorevoli a sfavorevoli, mentre i restanti hanno preferito sospendere il giudizio per rifugiarsi in questa occasione nel «non so».

Va sottolineato che questo risultato può dipendere da una situazione contingente, da un picco all’ingiù dovuto alle tensioni di questo periodo: solo successive rilevazioni ci potranno dire se si tratta di un vero trend.

Resta il fatto, che oggi circa due italiani su tre si dichiarano scontenti dell’azione dell’esecutivo. I giudizi personali sul presidente del Consiglio si collocano all’incirca sugli stessi livelli, con, come in passato, una ulteriore lieve erosione. Il calo di fiducia appare ovviamente maggiore tra chi si dichiara di centrodestra (-16%), ma è rilevante anche tra chi afferma di votare per il centrosinistra (-11%, con un’accentuazione ulteriore tra gli elettori di Rif. Com.). Ma esso appare particolarmente elevato (-14%) nel segmento cruciale che dice di non sapere oggi per quale partito o coalizione votare. Riguardo ai caratteri socioeconomici, l’erosione più intensa si manifesta tra i giovani, ove vi è addirittura un dimezzamento del consenso per l’esecutivo. Come si ricorderà, Prodi era riuscito, diversamente da molti suoi predecessori, amobilitare in qualche misura gli under 25: oggi questi sembrano essere tornati nella loro disillusione e apatia. Inoltre, com’era prevedibile il calo di popolarità si rileva maggiormente tra i lavoratori autonomi, tra i possessori di titoli di studio più elevati (che sono sempre i più critici), tra i residenti nei comuni di maggiore ampiezza: vale a dire in buona parte delle aree centrali del nostro tessuto sociale.

L’elemento più interessante del fenomeno è però un altro: la caduta di popolarità del governo non pare riflettersi, se non in misura contenuta, sulle intenzioni di voto per il centrosinistra. Beninteso, lo svantaggio rispetto al centrodestra resta elevato (10-12%), ma inferiore al divario tra giudizi negativi e positivi sul governo (32%) e, specialmente, senza spostamenti significativi nell’ultimo periodo. Ciò che suggerisce tra l’altro come i risultati delle amministrative costituiscano il frutto più del progressivo calo del centrosinistra maturato nei mesi precedenti (e puntualmente documentato dai sondaggi) che di mutamenti occorsi nelle ultime settimane.

Il trend recente di disaffezione dall’esecutivo è dunque legato all’accentuazione di un fenomeno diverso, che potremmo definire di scoramento. Vi è, certo, il disappunto derivante dalla diffusa percezione della mancata realizzazione di quanto promesso in campagna elettorale e ribadito in dichiarazioni successive. Ma ciò che più sembra preoccupare gli elettori è la visione del futuro. Il Governo appare, a torto o a ragione, imbrigliato nelle sue contraddizioni interne. Molti suoi componenti sembrano muoversi prevalentemente in un’ottica di breve periodo, cercando di raccogliere consensi in vista delle prossime elezioni, sempre più probabili. Agendo spesso in modo scoordinato, anche in contraddizione tra loro. E Prodi appare talvolta agli elettori come un nocchiero che tenta invano di tenere a bada il suo rissoso equipaggio. In questa situazione, buona parte degli italiani ritiene improbabile che l’esecutivo possa davvero realizzare ciò che si è impegnato a fare. E prova «scoramento », ancor più che delusione, di fronte al succedersi delle esperienze negative di Berlusconi e Prodi. Anche per questo, gli elettori di centrosinistra non appaiono per ora intenzionati, più di quanto non lo siano stati in occasione delle amministrative, a passare all’altro schieramento.

E’ facile concludere, ancora una volta, che occorrerebbe che Prodi imprimesse un mutamento di ritmo e, per quello che può, di coesione all’esecutivo. Il processo di formazione del Partito Democratico potrebbe aiutarlo molto.Mase agli occhi degli elettori dovesse risultare deludente o addirittura fallimentare, le conseguenze non potrebbero che ricadere anche sul governo.

Renato Mannhemier
19 giugno 2007
 
DA corriere.it


Titolo: Piero Fassino: «L´integralismo non si batte con i regimi militari»
Inserito da: Admin - Luglio 01, 2007, 12:11:07 pm
A Togliatti mancò il coraggio
Piero Fassino


Sono qui oggi a Levashovo per portare il saluto commosso mio e dei Democratici di Sinistra italiani e per onorare la memoria di una storia di terrore, di ingiustizia, di dittatura, ma anche e soprattutto per rendere onore a donne e uomini che hanno pagato con la vita e con atroci sofferenze la loro fede nella libertà e nella dignità. Donne e uomini accusati di colpe mai commesse, obbligati a confessioni false, violentati nei loro affetti familiari e nella loro dignità umana.

Donne e uomini accusati di colpe mai commesse, obbligati a confessioni false, violentati nei loro affetti familiari e nella loro dignità umana. Furono vittime innocenti e incolpevoli milioni di russi. Caddero sotto la repressone tantissimi ebrei. Subirono lo stesso destino tragico migliaia di soldati italiani e tra questi tanti alpini - internati come prigionieri di guerra a Tambov, Suzdal, Suslanger, Oranky, Bunkerlanger, Krinovaja - cui vennero fatte ingiustamente pagare le sofferenze inflitte al popolo russo dal fascismo.

E furono vittime anche molti che, provenendo da ogni parte d’Europa e anche da più lontano, avevano creduto nella ispirazione liberatrice della Rivoluzione di ottobre, avevano raggiunto l’Urss come "una terra promessa" impegnando ogni giorno la propria intelligenza, la propria competenza professionale, il proprio entusiasmo nella costruzione di una società nuova, in cui ognuno potesse essere libero e riconosciuto nelle sue aspirazioni di vita.

I crimini staliniani furono la manifestazione più atroce del comunismo, un regime dittatoriale che ha creduto di poter realizzare uguaglianza e giustizia separandole dalla libertà.

Proprio settant’anni di comunismo hanno dimostrato quanto impossibile e aberrante fosse quell’idea. E la caduta del muro di Berlino, il crollo dei regimi sotto l’egida sovietica e la scomparsa dell’Urss testimoniano il fallimento del comunismo.

Non ci può essere uguaglianza e giustizia se non nella libertà. Una società che soffoca la libertà non è in grado neanche di realizzare giustizia sociale e uguaglianza. Nell’oppressione le disuguaglianze crescono, le ingiustizie si aggravano, la dignità umana viene umiliata.

La democrazia è un valore universale e insopprimibile e ogni obiettivo di giustizia e uguaglianza non può che essere realizzato nella libertà e nella democrazia.

Tra le vittime che ricordiamo qui oggi vi sono anche 1000 italiani, tra i quali un gruppo di 300 comunisti italiani internati nei gulag staliniani, assassinati senza colpa dalla macchina bestiale della violenza di stato sovietica. Donne e uomini che fuggivano dal fascismo e che si erano rifugiati in Unione Sovietica con l’ingenua speranza di essere protagonisti della creazione di una società nuova.

Tragedia nella tragedia, perché vittime prima ancora che della violenza della polizia segreta, della delazione dei loro stessi compagni, e della colpevole connivenza di quei dirigenti che - pur autorevoli come Togliatti - non ebbero il coraggio di sfidare la macchina oppressiva della dittatura.

Non tutti si sottrassero alla propria responsabilità morale e politica. Tra chi non si piegò anche Antonio Gramsci che si battè per sottrarre i suoi compagni a un destino tragico.

Siamo qui, oggi, insieme a Gabriele Nissim e a Luciana De Marchi, per testimoniare il valore esemplare della vicenda di suo padre Gino, un comunista italiano, amico di Gramsci, confinato in Urss dal partito nel ’21 perché ingiustamente accusato - e senza appello, anche dai suoi compagni - di aver collaborato con la Polizia Italiana. Incarcerato una prima volta in Unione Sovietica nel ’21, fu liberato e riabilitato grazie all’intervento di Gramsci. Nella bufera delle purghe staliniane, De Marchi fu riarrestato nel 1938, su delazione falsa di colui che credeva essere il suo più caro collaboratore, sottoposto a violenze fisiche e psichiche di ogni tipo e infine ucciso il 3 giugno di quello stesso anno dalla polizia segreta. Gino lasciava sua moglie e sua figlia Luciana di 13 anni allora, che è qui con noi oggi, e che cominciò subito, ancora bambina, una disperata battaglia di verità per rendere giustizia a suo padre, militante comunista sincero, ucciso per il tradimento dei suoi stessi compagni.

Una bambina prima e una donna poi, di straordinaria forza, la cui perseveranza ha permesso a tutti noi, oggi, di alzare la spessa coperta di ipocrisia che per troppi anni ha legittimato una storia di omissioni e falsità. La perseveranza di Luciana permette a tutti noi oggi di dire che c’è sempre la possibilità di dire di no alla falsità, alla violenza, alla dittatura. Noi oggi con la nostra presenza qui, vogliamo testimoniare che non dimenticheremo questo insegnamento, che non dimenticheremo mai la dignità morale di Luciana de Marchi, Lucia Bartashevic e Robert Barbetti e di quanti si sono battutu per riscrivere la verità sui loro cari e su tutti i compagni di sofferenza. Siamo qui perchè non cali mai l’oblio sulla storia dei totalitarismi del ’900, sui gulag di Stalin e su chi fu complice di questa terribile violenza contro l’umanità. Siamo qui a rendere onore a donne e uomini vittime della brutalità del comunismo.

Siamo qui perché nessuno e nulla sia dimenticato. E quel che è accaduto in quegli anni bui non accada mai più.

Pubblicato il: 30.06.07
Modificato il: 01.07.07 alle ore 10.18   
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Titolo: Re: Fassino: «La gente è delusa. Serve uno scatto»
Inserito da: Arlecchino - Luglio 02, 2007, 08:02:41 pm
Il ministro Bersani: prima la discussione poi le candidature Pd.

Letta: «Nessuno ci può fermare» Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio a Milano: «Tutti possono concorrere»

 
MILANO - Resta in primo piano all'interno della maggioranza il dibattito sul futuro Partito democratico. «Tutti possono concorrere, nessuno ci può fermare» ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta, intervenuto al Forum regionale Alla prova del nord insieme con il ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, e il ministro delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini. Letta ha sottolineato che non è ancora il momento delle candidature per il Partito Democratico. «Oggi - ha spiegato - si è parlato di cose e di proposte, questo è il Partito Democratico. Ci stiamo muovendo, la sfida è rinnovare la politica». A chi gli chiedeva di possibili candidature, ha spiegato che il processo «è aperto, tutti possono concorrere».

«PRIMA DISCUSSIONE POI CANDIDATURE» Dello stesso parere il ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani. «Sono molto convinto - ha detto - che ci voglia un po' di discussione, di pensiero sul percorso che dobbiamo fare. Vedo che tutto viene ridotto ai meccanismi di candidatura, alle liste, ma io non ho in testa questo tipo di problema». Immancabile la domanda da parte dei giornalisti su una sua possibile candidatura o su una candidatura del Nord. «Ci mancherebbe - ha risposto Bersani - che ci mettessimo a fare candidature del Nord, del Sud, dell'Est o dell'Ovest. Io non ho in testa questo problema. Quando ci saranno regole definite, vedremo come fare». Bersani ha spiegato di essere «alla ricerca di quali possano essere le forme perchè ci sia questa discussione».

02 luglio 2007
 
da corriere.it


Titolo: Costi o sprechi: Tagliamo le Province, altro che i cellulari
Inserito da: Arlecchino - Luglio 04, 2007, 07:41:22 pm
Tagliamo le Province, altro che i cellulari
Mario Lancisi


 FIRENZE. «Se è questo il disegno di legge del governo sui costi della politica per la Toscana è una pacchia», sorride sornione un dirigente regionale. «Telefonini, auto blu... certo sono misure importanti, per carità, ma il vero problema del costo della politica è la riorganizzazione pubblica dell’amministrazione. La verità è che nel nostro Paese ci sono troppe istituzioni. Abbiamo un numero eccessivo di Province, di Comuni piccoli e di Comunità montane», sbotta Paolo Fontanelli, sindaco di Pisa e presidente dell’Anci.

 Se il disegno di legge che venerdì prossimo verrà varato dal governo è quello anticipato ieri (anche se il ministro Giulio Santagata si è affrettato a precisare che alcune anticipazioni non sono corrette) per la Toscana - Regione, Province e Comuni - sarà non un taglio, ma un taglietto, o addirittura «una pacchia», come l’ha definita un dirigente regionale. Vediamo perché.

 Così taglio i consiglieri. Nel ddl del governo, stando almeno alle anticipazioni, si prevede una riduzione del 10% dei consiglieri regionali, provinciali e comunali. Una bazzecola. Prendiamo il parlamentino toscano. La settimana scorsa è stato approvato un ordine del giorno che impegna il consiglio a ridurre il numero dei consiglieri entro un anno. Tra i partiti ci sono diverse ipotesi sul taglio dei consiglieri. C’è chi sostiene la necessità di un ritorno al numero di 50 consiglieri e chi punta su 55, ma il 10% previsto dal governo significa che la riduzione sarà solo di 6-7 consiglieri e quindi dagli attuali 65 si passerebbe a 58-59. Diverso sarebbe stato se non fossero stati aumentati i consiglieri: in quel caso da 50 sarebbero scesi a 45.

 E anche per quanto riguarda i consigli provinciali e comunali, il taglio del 10% si rivela poca cosa, soprattutto per enti locali di piccola e media grandezza come quelli toscani. «A Pisa i consiglieri comunali sono 40: portandoli a 36 si risparmia davvero poco», osserva Fontanelli.

 Cellulari gratis addio. E’ forse uno dei provvedimenti più popolari. Secondo il disegno di legge deve possederli solo chi deve garantire la reperibilità, ma non sarà difficile dimostrarla. «A Pisa ce li hanno solo gli assessori e alcuni dirigenti, ma la spesa è sotto controllo. Più esteso l’uso del telefonino per quanto riguarda la Regione. Lo possiedono gli assessori, i 65 consiglieri e 68 dipendenti. Nel 2006 la somma stanziata per le spese telefoniche fu di 539.194 euro, grosso modo un miliardo di vecchie lire. E’ già stato deciso che chi spende più di 500 euro dovrà pagare il 40% della bolletta. In sintesi: fino a 500 euro un consigliere paga solo il 20%, cioé 100 euro. Se spende 600 euro, per quei 100 euro in più dovrà pagare il 40%.
 Il sindaco sponsorizza l’auto. Anche qui si prevede una riduzione drastica quanto imprecisata. Molti Comuni però si sono già messi a dieta. Quello di Pisa ad esempio ha 3 auto blu: una per il sindaco, un’altra per gli assessori e una terza per i dirigenti. «Si tratta di costi esigui perché la mia è stata concessa da una concessionaria pisana in prestito come forma di sponsorizzazione. Poi c’è un’Alfa a noleggio. Insomma le concessionarie tendono oggi a prestare le loro auto come forma di promozione», spiega Fontanelli.

 Più fumo che arrosto. Zero conseguenze per la Toscana se dovesse passare un altro punto del ddl: quello cioé che prevede che l’indennità di risultato di un dirigente e di un manager non debba superare il 30%. Telefonini, auto blu e consiglieri - secondo Fontanelli - sono più fumo che arrosto. Fanno colpo sull’opinione pubblica, ma non producono risparmi consistenti. La vera scommessa è quella che riguarda i livelli istituzionali, sostiene il presidente dell’Anci toscana. Ma su Comunità montane e consigli di circoscrizione il governo sembra voler rinviare alla Finanziaria.
 Se dimezzo le Province. Lui, Fontanelli, invece una sua proposta corposa ce l’ha. A cominciare dalle province. «Si potrebbe fissare un tetto di abitanti tra 200-300 mila», spiega. Proviamo (noi, non il presidente dell’Anci, che non vuole inimicarsi i suoi colleghi presidenti di Provincia) ad assumere come metro i 300mila abitanti: in Toscana sparirebbero 5 province su 10: Praticamente la metà, e cioé Grosseto, Massa Carrara, Pistoia, Prato («una città-provincia», la definisce Fontanelli) e Siena. Così come 287 Comuni sono troppi, sostiene il presidente dell’Anci. «Bisogna assegnare alle Comunità montane le funzioni dei piccoli Comuni e favorire le forme associate dei servizi. Piccolo non è più bello e soprattutto non è risparmioso...», conclude Fontanelli.

(03 luglio 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Addio Gayleft, viva Gaydem
Inserito da: Admin - Luglio 05, 2007, 12:23:51 am
Addio Gayleft, viva Gaydem

Andrea Benedino - Anna Paola Concia


Eccoci, tutte e tutti, esercito di democratici ad affrontare una prova davvero speciale, quella di dare vita ad un partito nuovo, ad una nuova prospettiva per la politica italiana, ad un sogno nuovo, perché no? La candidatura di Veltroni ci dà una mano, e la dà soprattutto a chi, come noi, pensa che la politica sia fatta molto di piccoli gesti quotidiani, di una costruzione paziente di terreni comuni dove sperimentare lo stare insieme tra persone diverse, e che proprio quella diversità sia la ricchezza per «fare» un mondo nuovo. L'unica ricchezza. Noi, in questi anni, come Gayleft, tutti insieme, in tante città italiane, da Torino a Siracusa, da Trieste a Napoli, da Milano a Roma, da Verbania ad Avellino, da Bologna a Bari, abbiamo lavorato per cambiare la cultura politica dei Ds rispetto ai diritti civili, da non contrapporre ai diritti sociali, anzi, da tenere insieme, legare. Lo abbiamo fatto convinti che i diritti degli omosessuali siano innanzitutto diritti umani, e perché una società se vuole essere davvero civile deve fare i conti con questi diritti negati.

Lo deve fare. Perché i diritti umani SONO una priorità. Dietro l’angolo, altrimenti, c’è la barbarie. In questi anni, in questi mesi tante e tanti di noi hanno accettato la sfida di costruire il Pd. Tanti e tante, invece, tra noi di Gayleft hanno scelto di andarsene. È la vita, è la politica. Questi sono tempi di scelte. Ma noi sappiamo quanto l’esperienza del coordinamento degli omosessuali abbia inciso nella politica della sinistra, dei Ds, grazie al contributo di tutte e tutti i compagni e le compagne che nel territorio hanno lavorato sodo. Questo è il nostro patrimonio ed è patrimonio di tutti. Alcuni lo metteranno a disposizione della Sinistra Democratica, altri dentro la fase costituente del futuro Pd. Sapendo che la nostra è una battaglia comune, e più siamo ad incidere, anche in luoghi diversi, e più efficaci saremo.

La sfida che noi abbiamo scelto di raccogliere è quella del Partito Democratico. È una sfida difficile ed affascinante al tempo stesso: quella di contaminare quel progetto con la nostra cultura politica. Per arricchirlo. E per far sì che quel partito possa essere affascinante almeno per una parte di quel popolo di persone che ha affollato il 16 giugno scorso le strade di Roma e Piazza San Giovanni in occasione del Gay Pride, chiedendo alla politica italiana più coraggio nelle battaglie per i diritti e protestando per la tante, troppe timidezze di questi mesi.

In queste settimane sta nascendo in Italia Gaydem, un movimento di gay, lesbiche e transessuali per il Partito Democratico. L'idea non è nuova: il primo a lanciarla fu Franco Grillini ad ottobre del 2006 nel Convegno di Orvieto. Si tratta di una sfida importante, perché costringe tutti quanti, noi per primi, a rimettersi in gioco in nome di un progetto inedito, con l'obiettivo di attrarre entusiasmi nuovi e al tempo stesso di non disperdere alcuna delle forze già in campo.

Gayleft intende aderire con forza e convinzione a questo nuovo progetto politico e intende farlo fin da subito, promuovendo in ognuna delle tante città italiane dove siamo presenti i comitati promotori di Gaydem. Lavoreremo per tenere assieme quanta più gente possibile in questo nuovo progetto provando a mettere da parte ogni tipo di personalismo. Per arrivare pronti a ottobre, quando, con l’avvio del nuovo partito, parallelamente allo scioglimento dei Ds anche l’esperienza di Gayleft terminerà, per dar vita ad un cantiere nuovo, più grande e più aperto al confronto, soprattutto con quante e quanti arrivano da percorsi politici diversi da chi, come noi, ha in questi anni vissuto la propria militanza all’interno dei Democratici di Sinistra. Anche perché Gaydem potrà funzionare solo se sapremo perseguire nei fatti il massimo di apertura. Non ci nascondiamo le difficoltà che dovremo affrontare e sappiamo quanto sia concreto il rischio che negli equilibri del futuro partito continuino a prevalere i veti dei teo-dem su ogni battaglia di libertà. Ma sappiamo anche quanto Veltroni, nel suo discorso di mercoledì scorso, abbia segnato una svolta profonda, segnalando con preoccupazione il crescere dell’omofobia nella nostra società e indicando in una legge che riconosca «anche in Italia, come hanno fatto tutte le altre grandi democrazie... i diritti delle persone che si amano e convivono» una delle priorità programmatiche del nuovo partito.

Non concordiamo con chi dice che si è trattato di un «discorso di buon senso» che merita poco più che la «sufficienza». Se certe scelte sono state indicate con quella chiarezza non è stato di certo casuale, ma è dovuto alla grande insofferenza che l'opinione pubblica laica di centrosinistra sta dimostrando da mesi rispetto alle incertezze di un governo claudicante ogni qualvolta si parla di diritti civili e di temi eticamente sensibili. È dovuto alla consapevolezza, che evidentemente Veltroni ha maturato, che quell'insofferenza meriti risposte chiare e che il nuovo Partito Democratico può, anzi deve essere lo strumento per costruirle quelle risposte. Naturalmente anche Veltroni, come tutti, andrà richiamato alla coerenza e al coraggio nei prossimi mesi, e bisognerà lavorare perché questa spinta di innovazione non si spenga presto di fronte all'insorgere di nuovi eventuali veti clericali.

È per questo, principalmente per questo che noi questa sfida la vogliamo raccogliere: essere di sostegno alla speranza e di pungolo alla coerenza. Se ce la faremo o meno, però, dipenderà soprattutto da quante e da quanti, soprattutto non omosessuali, sapranno raccoglierla assieme a noi combattendo insieme.
Andrea Benedino e Anna Paola Concia sono portavoce nazionali Gayleft e componenti del Comitato Politico dei Ds

Pubblicato il: 04.07.07
Modificato il: 04.07.07 alle ore 13.34   
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Titolo: Stalin a Togliatti: non attaccare i cattolici
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2007, 05:28:21 pm
10/7/2007 - L'INEDITO

Stalin a Togliatti: non attaccare i cattolici
 
Gli appunti raccolti dal leader del Pci in un incontro col dittatore al Cremlino nel ’49 sulla solita questione: "Si può forzare la situazione in Italia?".

E la solita risposta: "Impossibile"

MIRELLA SERRI


Da voi le cose vanno abbastanza bene», commenta S. La risposta a questa positiva constatazione sulla situazione italiana alla fine del 1949 è una domanda: «Si può forzare?». Con questo interrogativo Palmiro Togliatti si rivolgeva a S., ovvero a Josif Stalin, e chiedeva se era giunto il momento fatidico, se si doveva imboccare la via dello spargimento di sangue e della lotta armata per la conquista del potere in Italia. A riportare in luce questo inquietante dialogo in cui il Migliore si sigla con il nome di battaglia di Ercoli, sono sette paginette vergate proprio dal leader comunista. Con la sua calligrafia ordinata da professore di liceo d'altri tempi, Togliatti registra con frasi telegrafiche l'incontro avvenuto in Urss il 26 dicembre con il dittatore sovietico. Scrive con l'imparzialità dello stenografo che sdegna la prima e parla in terza persona e verga gli appunti che, fino a oggi mai interamente pubblicati, usciranno nel prossimo numero della rivista Ventunesimo secolo a cura di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky. I due studiosi li hanno ritrovati mentre lavoravano alla nuova edizione di Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca (Il Mulino).

Uscito nel 1997, il libro è oggi arricchito da nuovi materiali ma già alla sua prima edizione aveva suscitato moltissime polemiche. Aveva ricostruito infatti per la prima volta la presenza fondamentale della longa manus di Stalin sulla svolta di Salerno del 1944 e sulla decisione di Togliatti, appena rientrato dall'Urss, di combattere i tedeschi e i fascisti a fianco del re e di Badoglio. Ora arriva anche la rivelazione del peso determinante di Stalin sulle scelte del 1949 che avrebbero potuto rivelarsi tragiche. «Alcune frasi di questo documento erano già state citate dallo storico Silvio Pons nel 1992», osserva Zaslavsky che nella nuova versione del libro ha ricostruito in particolare la strategia mediterranea dell'Urss. «A lungo si è cercato il resoconto verbalizzato in russo negli archivi sovietici. Poi si è capito il rebus. A differenza di quanto capitava di solito, questa volta non c'era stato un verbale redatto da un interprete. I due dialogavano nella lingua di Stalin e il resoconto è scritto da Togliatti».

L'ultimo momento in cui si riteneva che la Penisola avesse sfiorato l'ora X e fosse stata assai prossima allo sconvolgimento della lotta armata, era stato l'attentato a Togliatti del luglio 1948. Dopo un'imponente mobilitazione di massa aveva prevalso però la via della moderazione. L'altro fatidico incrocio con la possibilità di una violenta presa del potere era stata la sconfitta elettorale dell'aprile dello stesso anno. Nell'imminenza delle elezioni, il 23 marzo, durante un incontro segretissimo in un bosco vicino a Roma, Togliatti aveva chiesto lumi a Mosca tramite l'ambasciatore Kostylev. La reazione era stata immediata: «No ad azioni rivoluzionarie». Ma, al contrario di quel che si è sempre creduto, l'opzione-rivoluzione non era stata messa in cantina nel 1948. Togliatti coglie l'occasione di uno scambio riservato di opinioni con Stalin, durante i grandi festeggiamenti per il 70esimo compleanno del dittatore, forse nella dacia di Kuncevo forse al Cremlino.

Gli appunti presi dal Migliore sono contrassegnati da un paio di titoli: il primo è «questioni italiane» e l'altro «sulle condizioni economiche del Paese e dominio americano». Sotto le «questioni italiane» arriva la domanda se si può forzare. Stalin spiega che si potrà pensare a forzare la situazione solo in una prospettiva a lungo termine. I comunisti prima farebbero meglio a conquistarsi un posto al sole in un «governo di unità nazionale». «Anche Togliatti nonostante non rifiutasse la prospettiva rivoluzionaria non appariva molto convinto», osserva Zaslavsky. «Temeva che una guerra civile avrebbe inevitabilmente aperto le porte a una terza guerra mondiale. Ma proponeva agli “amici di Mosca” il quesito anche per essere coperto di fronte all'ala “massimalista” incarnata da Pietro Secchia che da tempo non dubitava della necessità dell'insurrezione immediata».

Il dittatore comunque dà lezioni a Togliatti. Mostra per esempio anche di temere più la Chiesa cattolica della Democrazia cristiana e ordina: «non attaccare religione. Potete anche credere al dio-gatto come gli egiziani», ammonisce. In ogni caso si dimostra prudente. «Era un grande statista e Togliatti ne interpretava le direttive da par suo. Ma a determinare l'opzione di Stalin è il quadro internazionale e dati fino a oggi mai recuperati. Per anni, per esempio, si è ritenuto che Stalin non avesse avuto nessun ruolo nella sollevazione comunista in Grecia», osserva lo storico, «pur evitando l'intervento militare diretto, invece, appoggiò la ripresa della lotta armata a partire dalla primavera del 1947. Era la prova generale per un'analoga iniziativa anche in Italia. Il fallimento dovuto alla determinazione americana fece scartare i piani che riguardavano la Penisola. Tito si stava nel frattempo mostrando sempre più indipendente. Fin dal 1948 Stalin non voleva “forzare” la situazione italiana poiché era iniziata anche la rottura con la Jugoslavia».

Se Stalin avesse dato il suo consenso? «Togliatti avrebbe obbedito. Nella cultura politica stalinista una critica aperta della suprema leadership era impensabile. Il moderatismo di Togliatti non sarebbe comunque bastato a evitare una nuova guerra civile. Se Stalin avesse deciso altrimenti avrebbe trovato entusiasti sostenitori della scelta rivoluzionaria sia in Secchia che in Pietro Nenni».

da lastampa.it


Titolo: Litigare costa
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2007, 10:10:41 pm
Litigare costa

Vittorio Emiliani


Si pensava che tutte le forze politiche rispondessero insieme alle attese suscitate nell’opinione pubblica dalle denunce, per lo più fondate, sul costo crescente dell’apparato politico-parlamentare e sulla sua assai scarsa efficienza «produttiva» rispetto al resto d’Europa. Trent’anni fa i nostri parlamentari e i nostri sindaci erano decisamente i meno remunerati del continente, mentre oggi, specie i primi, sono in testa a quella graduatoria. Purtroppo quello scatto morale d’insieme, quella molla politica a capire l’indignazione, o, peggio, il rassegnato scetticismo, e quindi assenteismo politico, di massa, non c’è stato e non c’è tuttora. Ci sono state le solite polemichette di basso profilo fra maggioranza e minoranza, le solite battute e battutacce.

Ci sono soprattutto stati, sciaguratamente, i soliti litigi all’interno del centrosinistra e della sua compagine di governo. Che del resto col suo centinaio di ministri, vice-ministri e sottosegretari è l’emblema primo della moltiplicazione di poltrone e poltroncine.

La questione, certamente strategica, del costo eccessivo della politica riguarda tutte le forze in campo. Centrosinistra e centrodestra si sono infatti alternati al governo del Paese e si dividono il controllo di Regioni, Province, Comuni e loro aziende da quel 1994 seguito alle vicende di Tangentopoli. Con quali risultati? Probabilmente (ma v’è chi lo nega) col risultato di ridurre il coinvolgimento dei rappresentanti politici in traffici e affari illeciti. Sicuramente senza diminuire però, in modo tangibile, il costo della politica. Anzi, le remunerazioni dei parlamentari, dei governatori, dei sindaci e della marea di assessori e consiglieri hanno registrato, ad ogni livello, fino alle Circoscrizioni, vistosi incrementi (alcuni giustificati, molti no) proprio nell’ultimo quindicennio, o decennio: quello che si riferisce ad una cosiddetta Seconda Repubblica. La caduta del finanziamento pubblico dei partiti, la sua sostituzione con rimborsi elettorali e di altro tipo anche meno controllabili hanno moltiplicato, anche negli anni più recenti, i posti di potere, locale e nazionale, e quindi la massa delle prebende ad essi collegate.

Negli ultimi cinque anni - e qui dunque i due schieramenti hanno responsabilità bi-partisan - il numero dei dipendenti delle aziende pubbliche locali è aumentato del 7 per cento scarso, mentre, parallelamente, il numero delle imprese ha galoppato balzando da 405 a 889 (+119,5 per cento), come ha documentato Sergio Rizzo, autore con Gian Antonio Stella del volume La casta (Rizzoli), sul Corriere Economia del 25 giugno. Moltiplicando di conseguenza presidenti, vice-presidenti e consigli di amministrazione.

Di fronte a fenomeni di questa portata, in un Paese più responsabile del nostro, il governo centrale avrebbe assunto l’impegno di redigere a tempi rapidi, assieme a Regioni e ad Enti locali, un Libro Bianco e di definire, in base ad esso, tutte le misure di taglio e di contenimento, da attuare subito o, comunque, nel breve periodo.

Al contrario, il disegno di legge predisposto dal ministro per l’attuazione del programma, Giulio Santagata, portato in consiglio dei ministri venerdì scorso, ha riscosso parecchi dissensi da parte di chi lo voleva ben altrimenti incisivo. Di qui nuovi contrasti pubblici. Di qui il rinvio alla settimana entrante, dopo aver sentito pure gli enti locali. Ma possibile che questo Consiglio dei ministri non abbia sentito il dovere di evitare, di fronte al Paese, nuovi bisticci e nuove lacerazioni dopo quelli esposti al pubblico nell’ultimo anno?

D’accordo che una trentina di ministri fanno un numero doppio rispetto all’esecutivo francese e rispetto alla stessa (dimenticata) legge Bassanini, e tuttavia un po’ di senso delle istituzioni doveva consigliare atteggiamenti ben diversi, su misure tanto attese da una pubblica opinione fortemente indignata, oppure demotivata, frustrata (quando non già conquistata dal facile populismo dell’anti-politica).

I conflitti in atto, quotidianamente, sulla riforma pensionistica, per quanto spiacevoli (e peggio), hanno motivazioni profonde. Personalmente penso che un’altra crisi di governo simile a quella per le 35 ore risulterebbe, a dir poco, suicida. Ma i contrasti insorti sulle misure di «taglio» (per 500 milioni di euro) dei costi della politica, visti dal versante dei cittadini, confermano in modo desolante la lontananza ormai della politica «professionale» dall’opinione pubblica, dall’elettorato ancora attivo.

La Camera intanto ha annunciato risparmi per quasi 24 milioni di euro sui 1.053 complessivi di costo di Montecitorio, nemmeno il 2,3 per cento. Ma si apprende che in questi giorni scatta automaticamente un nuovo aumento annuale sui 4.000 euro lordi per ogni deputato. Ai nostri rappresentanti di ogni parte politica, e in primo luogo a chi ci governa, chiediamo, in questi stessi giorni, un altro scatto, questo non automatico: uno scatto di volontà politica, di dignità, di senso delle istituzioni, e, permettete, della realtà.


Pubblicato il: 10.07.07
Modificato il: 10.07.07 alle ore 9.52   
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Titolo: Fassino: «Centrosinistra unito per allargare l’Unione»
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2007, 12:09:51 am
Fassino: «Centrosinistra unito per allargare l’Unione»

Simone Collini


«Il centrosinistra deve porsi l’obiettivo di garantire una più stabile governabilità», dice Piero Fassino. E, secondo il segretario Ds, per farlo sono necessarie innanzitutto due cose. La prima: «Ritrovare la compattezza necessaria». La seconda: «Guardare oltre i confini dell’Unione». Spiega il leader della Quercia che «non si tratta di sostituire un pezzo del centrosinistra con qualcun altro». Però «gli esigui rapporti di forza al Senato», da una parte, «i movimenti in corso nel centrodestra», dall’altra, «ci sollecitano a lavorare per costruire delle convergenze politiche più ampie».

Partiamo dalla “buona notizia”, come la definisce Mastella: l’Anm ha revocato lo sciopero. Come giudica, segretario Fassino, questa decisione dei magistrati?

«Come un riconoscimento allo sforzo che il governo ha fatto per rimuovere definitivamente la brutta controriforma Castelli e per sostituirla con una nuova legge sull’ordinamento giudiziario che consente alla magistratura di poter d’ora in avanti lavorare con maggiore serenità, maggiore certezza della propria azione, maggior rispetto della propria autonomia e indipendenza».

Veniamo alle altre notizie: proprio nelle votazioni sull’ordinamento giudiziario al Senato è venuta alla luce, ancora una volta, tutta la debolezza della maggioranza. Condannati a rimanere in questa condizione?

«L’esiguità dei seggi di maggioranza di cui dispone il centrosinistra al Senato ci ripropone quello che è il vero nodo che sta di fronte all’Unione. Da un lato, se si guarda alle politiche, non si può non vedere che c’è un’azione di governo che ogni giorno assume provvedimenti importanti, innova, riforma e cambia la vita del paese. Dall’altro, c’è una percezione da parte dei cittadini di una maggioranza debole, esposta più alle divisioni che non incline alla coesione, e ogni settimana sembra che il governo sia sull’orlo della crisi».

Non è così?

«Non è così, anche perché ad oggi maggioranze diverse in Parlamento non ce n’è. Tuttavia dobbiamo vedere che c’è una divaricazione tra le politiche che si attuano, utili ed efficaci per il paese, e la percezione diversa che ne ha l’opinione pubblica».

Percezione che si è fatta evidente al voto amministrativo di due mesi fa. Non dovevate far tesoro di quei risultati e cambiare passo?

«Sul fronte dell’azione di governo lo scatto c’è stato. Basterebbe pensare soltanto all’ultimo mese: abbiamo sottoscritto i contratti del pubblico impiego, deciso l’aumento delle pensioni basse, finanziato la riforma degli ammortizzatori sociali per ridurre la precarietà del lavoro, abbiamo finanziato con oltre 600 milioni di euro un piano consistente per le politiche giovanili, abbiamo rafforzato le politiche di sostegno alla competitività, varato il federalismo fiscale, e siamo ormai in dirittura d’arrivo anche per ciò che riguarda l’accordo sull’età pensionabile e il superamento dello scalone».

Gli elettori forse si aspettano anche una redistribuzione del reddito.

«Ma anche su questo piano ci stiamo muovendo. Adesso abbiamo aumentato le pensioni basse. Il Dpef e la Finanziaria che stiamo impostando per l’autunno saranno l’ulteriore conferma di uno scatto della politica economica sempre di più nella direzione dello sviluppo, degli investimenti, della crescita, ivi compresa la possibilità, dopo lo sforzo chiesto ai cittadini l’anno scorso per risanare i conti pubblici, di poter avviare con la prossima Finanziaria prime riduzioni fiscali».

Tutte cose dette, scritte e lette, e però la percezione dei cittadini su questo governo non sembra cambiare: perché?

«Perché tutto questo non può bastare se parallelamente non c’è uno scatto anche sul fronte della coesione della maggioranza. L’episodio che è avvenuto al Senato l’altro ieri è sintomatico. Se tutti i parlamentari del centrosinistra e tutte le forze politiche dell’Unione non sono consapevoli di quanto sia necessario far prevalere la coesione su distinzioni, anche legittime ma che vanno sempre graduate con lo scenario attuale e con i rapporti di forza, se non subentra una maggiore responsabilità da parte di ciascuno, una maggioranza così esigua in Senato è esposta tutti i giorni al rischio di incidenti. E ciascuno di questi episodi avvalora nell’opinione pubblica un’idea di fragilità del governo e della maggioranza che certamente non aiuta. Quindi innanzitutto il centrosinistra deve ritrovare quella compattezza, quello spirito di unità necessari a dare l’immagine di un governo forte».

Però non è che in questi mesi il governo al Senato sia andato sotto solo per un emendamento del centrosinistra. È più generale il problema, non crede?

«Ma infatti sono il primo a ritenere che la compattezza è necessaria ma non sufficiente. La verità è che noi siamo in presenza di un sistema politico fragile perché la legge elettorale imposta dal centrodestra alla vigilia delle elezioni ci ha consegnato equilibri più precari e una minore governabilità. E quindi torna di assoluta attualità il tema della legge elettorale».

Ora è d’attualità anche perché siamo alle battute finali della raccolta di firme per il referendum. La soluzione al problema arriverà dalle urne anziché dal Parlamento?

«Io non credo che il fatto che la raccolta delle firme e un referendum che molto probabilmente significhino necessariamente che non vi è più alcuno spazio per fare una nuova legge elettorale. Credo anzi che si debba tentare anche in queste settimane e poi alla ripresa dei lavori dopo le ferie estive di fare una nuova legge in Parlamento. D’altra parte i tanti cittadini che hanno firmato per il referendum lo hanno fatto perché hanno individuato in esso uno strumento per cambiare la legge elettorale. Noi abbiamo il dovere di cambiarla, ma cambiarla in meglio».

Il referendum non lo fa?

«Come sappiamo il referendum è soltanto abrogativo, potrà modificare la legge attuale in alcune sue parti, ma non ci consegnerà una nuova legge elettorale che effettivamente dia stabilità e governabilità al paese. Penso che dobbiamo mettere in campo ancora tutte le iniziative possibili per fare una buona legge».

Finora le discussioni non hanno portato a nulla.

«Le proposte sono molte, e diverse, ma io continuo a pensare che uno sforzo di tutte le forze politiche per trovare una legge elettorale che possa raccogliere un consenso vasto in Parlamento si debba e si possa fare».

I Ds continuano a sostenere il doppio turno alla francese?

«Secondo noi sarebbe il modello elettorale più efficace in un sistema bipolare di tipo pluripartitico. Però sappiamo bene che attorno a questa proposta non c’è ancora il consenso sufficiente. Allora cerchiamo altre soluzioni. Mi pare ad esempio che intorno a una legge elettorale di tipo tedesco sia possibile costruire un consenso ampio, sia di gran parte dei partiti del centrosinistra che di gran parte del centrodestra».

Una nuova legge elettorale avrà comunque riflessi sulla prossima legislatura. Al di là della necessaria compattezza, come si risponde ai problemi dell’oggi?

«La fragilità degli equilibri politici ci pone il tema di costruire convergenze politiche più ampie che possano consentire una maggiore governabilità. Non si tratta di mettere in discussione l’alleanza di centrosinistra che ha vinto le elezioni, che per quello che ci riguarda deve essere confermata. Però non possiamo non vedere che nel centrodestra si è prodotta una frattura: tra l’Udc da una parte e Fi e An dall’altra; e anche su molti temi concreti si sta producendo sempre di più una distinzione tra la Lega, da una parte, e Fi e An dall’altra. Quindi il tema di come il centrosinistra assuma un’iniziativa politica che interloquisca con quelle forze politiche di opposizione che stanno cercando nuove collocazioni è sicuramente da affrontare».

Questo vuol dire pensare a nuove maggioranze, o no?

«No, non si tratta di sostituire qualche pezzo del centrosinistra con qualcun altro. Noi ci siamo presentati agli elettori con una maggioranza di centrosinistra, abbiamo vinto con quella maggioranza, stiamo governando con quella maggioranza e dobbiamo continuare a farlo. Al tempo stesso dobbiamo però prendere atto che sono in corso movimenti con cui dobbiamo fare i conti. Anche perché dobbiamo sapere che in almeno due importanti regioni del nord, la Lombardia e il Veneto, la semplice riproposizione agli elettori di una coalizione di centrosinistra non è sufficiente per raccogliere la maggioranza dei consensi. Sono ormai 15 anni che in Lombardia siamo all’opposizione, e altrettanto in Veneto. E anche i dati elettorali delle amministrative di un mese fa ci dicono che se il centrosinistra non mette in campo un’iniziativa per allargare le sue alleanze in quelle realtà rischia di non riuscire a diventare mai maggioranza. Questo vale sul piano locale. Sul piano nazionale, gli esigui rapporti di forza al Senato ci sollecitano a lavorare per costruire convergenze più ampie».

Convergenze più ampie è diverso da centrosinistra di “nuovo conio”, o sbaglio?

«Non è chiaro che cosa voglia dire davvero l’espressione centrosinistra di nuovo conio. In ogni caso io dico che il centrosinistra, tutto insieme e unito, deve porsi l’obiettivo di garantire una governabilità più stabile, e per farlo abbiamo bisogno di guardare oltre gli orizzonti dell’Unione. Ma dobbiamo farlo tutti insieme, perché il problema di garantire la governabilità dell’Italia non ce l’ha soltanto l’Ulivo. Anche Rifondazione comunista deve fare i conti col fatto che con un voto o due di maggioranza governare è difficile, anche la sinistra radicale deve fare i conti col fatto che in Veneto e in Lombardia se non allarghiamo il campo rischiamo di restare all’opposizione per sempre».

Su quali temi vede possibili convergenze al di là dei confini dell’Unione?

«Penso che attorno al federalismo fiscale sia possibile realizzare una convergenza con la Lega. Che non significa che entra a far parte della maggioranza. Così come intorno a una legge elettorale di tipo tedesco mi sembrano possibili ampie convergenze al di là del centrosinistra».

Rutelli nel manifesto dei “coraggiosi” sostiene che è finita la stagione in cui la coesione del centrosinistra era garantita dall’antiberlusconismo. Non si starà consegnando un po’ troppo in fretta al passato Berlusconi?

«Io credo che in quella frase di Rutelli ci sia un richiamo al centrosinistra a non pensare che sia sufficiente, per avere il consenso dei cittadini, presentarsi come una coalizione che evita il ritorno di Berlusconi. Perché questo è troppo poco. Per evitare che la destra torni al governo abbiamo bisogno di attuare delle politiche in positivo, che diano risposte ai problemi degli italiani. È in quanto noi diamo risposte più convincenti e credibili di quelle che la destra ha dato che Berlusconi non torna. Questo mi pare sia il senso delle parole di Rutelli, e credo che questo passaggio del suo documento sia condivisibile».

E nel metodo, la presentazione di questo manifesto è condivisibile? I prodiani e la Bindi lo hanno contestato.

«Considero questo documento un contributo al dibattito, credo che non lo si debba enfatizzare più di tanto. D’altra parte, nelle prossime settimane è possibile che ci siano molti altri contributi. E sarà utile per la piattaforma politica e progettuale che dovremo presentare all’Assemblea costituente del 14 ottobre».

Avete approvato le regole per le primarie: obiettivo per quella data?

«Che vada a votare almeno un milione di persone. Se saremo in grado, come abbiamo fatto alle primarie del 2005, di allestire 10 mila seggi è un obiettivo alla nostra portata. E dal valore straordinario: in nessuna parte del mondo è mai nato un partito fondato da un milione di persone che votano per sceglierne il leader ed eleggere i delegati che poi approveranno lo statuto, il manifesto, daranno al partito la forma che gli è propria».

Come si fa a garantire che il Pd non sia né un partito dei gazebo e del leader né un partito il cui segretario è imbrigliato da organismi costituenti come quelli che si profilano all’orizzonte?

«Abbiamo scelto delle regole che ci consentono di avere un segretario nazionale e dei segretari regionali forti perché eletti direttamente dai cittadini. E al tempo stesso, però, la loro elezione avviene contestualmente all’elezione delle assemblee costituenti nazionale e regionali, che saranno una sede democratica, pluralistica nella rappresentanza, in cui si discuterà il manifesto del Pd, lo statuto, in cui si eleggeranno gli organismi dirigenti. Questo percorso ci consente un equilibrio giusto tra l’avere un leader forte, sia sul piano nazionale che sul piano regionale, e un partito democratico nella sua vita e nella sua rappresentanza».

Altre candidature, oltre a quella di Veltroni, sono auspicabili?

«La decisione di Veltroni di candidarsi è un segnale importante. Dopodiché, nessuno ha mai sostenuto che ci debba essere un solo candidato. È bene che ci sia una pluralità di candidati. A una condizione: chi ritiene di candidarsi lo faccia sulla base di motivazioni politiche esplicite, per cui gli elettori al momento del voto possano sapere di scegliere uno piuttosto che un altro sulla base di elementi politici di distinzione. Nelle scorse settimane è sembrato quasi che fossero necessari tanti candidati per dimostrare che siamo democratici. Il che è ridicolo».

E per quanto riguarda le liste?

«Vale per le liste quello che ho detto per i candidati. Ci siamo dati un regolamento che consente di avere più liste in competizione e anche più liste che sostengono lo stesso candidato segretario. Quindi una regola che sollecita al pluralismo. Purché la formazione di liste sia sulla base di piattaforme politiche e non sia gli amici di qualcuno contro gli amici di qualcun altro».



Pubblicato il: 15.07.07
Modificato il: 15.07.07 alle ore 14.42   
© l'Unità.


Titolo: Intercettazioni, Fassino sì all'utilizzo
Inserito da: Arlecchino - Luglio 26, 2007, 11:27:24 pm
POLITICA

Il segretario dei Ds ribadisce la sua estraneità e annuncia: "Procedete pure"

Il leader della Cdl: "I nostri principi non cambiano in base alle persone"

Intercettazioni, Fassino sì all'utilizzo

Berlusconi: "Pronti a votare contro"

D'Alema: "Respingo le accuse, d'accordo con qualunque decisione della Giunta""

Per Mastella serve una normativa nuova: "Stop al clima di violenza"

 
ROMA - Che la magistratura utilizzi pure le intercettazioni sulla Bnl-Unipol: Fassino e D'Alema non si opporranno alla scelta del Parlamento. Lo hanno scritto al presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera a cui, nei giorni scorsi, il gip milanese Clementina Forleo ha chiesto di poter accludere al fascicolo penale anche le telefonate tra gli imputati e alcuni politici. Ribadendo la loro "totale estraneità a qualsiasi atto illecito", Fassino e D'Alema hanno espresso il loro parere favorevole all'uso delle intercettazioni. Berlusconi invece annuncia il suo no: "Noi - spiega l'ex presidente del Consiglio - abbiamo dei principi che sono sempre quelli, indipendentemente dalle persone che sono coinvolte. Questo sistema delle intercettazioni è inaccettabile". Giudizio non dissimile dal pensiero del ministro della Giustizia anche lui convinto che l'attuale normativa fa acqua: "Il Senato deve rimettere mano al ddl sulle intercettazioni già approvato in prima lettura dalla Camera. Non accetterò mai che ci sia nel paese questo clima di violenza", ha detto Clemente Mastella. "Vorrei che le intercettazioni servissero davvero a produrre giustizia".

Fassino: "Utilizzate le intercettazioni". Dopo lo scontro tra Piero Fassino e Fausto Bertinotti, il segretario dei Ds ha scritto alla Giunta per le autorizzazioni della Camera "ribadendo la sua totale estraneità a qualsiasi atto illecito o illegale che sia maturato nella vicenda Bnl-Unipol", e annuncia che chiederà alla Giunta di accogliere le richieste del Gip di Milano: "Sono unicamente interessato ad un pieno accertamento dei fatti - scrive Fassino - da cui non potrà che emergere la piena correttezza dei miei comportamenti. Per questo - aggiunge - condividerò ogni decisione che in questa direzione la Giunta voglia assumere, ivi compreso l'accoglimento dell'istanza del Gip Forleo".

D'Alema: "Accogliete pure l'istanza Forleo". Parole più o meno identiche sono state pronunciate anche dal vicepremier Massimo D'Alema, anch'egli citato nelle intercettazioni raccolte dalla magistratura milanese. In una lettera inviata al presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera, il ministro degli Esteri si dice "turbato e preoccupato" per le accuse "tanto gravi quanto palesemente infondate" che gli sono rinvolte nelle ordinanze del Gip e conferma la sua "assoluta estraneità ad atti illeciti": "Condividerò ogni decisione che il Parlamento intenda prendere, compreso l'accoglimento dell'istanza della dottoressa Forleo" di utilizzare le intercettazioni nell'indagine penale.

Berlusconi: "Voteremo no". Dal banco dell'opposizione, Silvio Berlusconi fa sapere invece che "in Aula, sulle intercettazioni, voteremo no".Per il leader di Cdl bisogna negare l'autorizzazione a utilizzare le intercettazioni riguardanti le scalate ad Antonveneta, Unipol e Rcs. "Noi - spiega l'ex presidente del Consiglio al termine di una cena con i deputati azzurri - abbiamo dei principi che restano fermi, che sono sempre quelli, indipendentemente dalle persone che sono coinvolte. Questo sistema delle
intercettazioni è inaccettabile. Basta con uno stato di polizia fiscale e burocratico".

Mastella: "Serve una normativa nuova". Prendendo spunto dalla notizia della pubblicazione, domani, su un settimanale, di alcune intercettazioni che lo riguardano mentre parla con persone indagate dalla procura di Catanzaro nell'ambito dell'inchiesta che ha tirato in ballo anche il premier Prodi, Clemente Mastella, ministro della Giustizia, ha ribadito che "il problema delle intercettazioni è diventato una cosa seria", tale da indurre il Senato a rimettere mano al ddl sulle intercettazioni già approvato in prima lettura dalla Camera. "Non accetterò mai che ci sia nel
paese questo clima di violenza. Non vorrei - ha aggiunto - che le intercettazioni assumessero il sapore garantista di quando arrivava l'avviso di garanzia, per cui nell'opinione pubblica si conficcavano i chiodi della sconfitta dell'illegalità o dell'immoralità. Vorrei che le intercettazioni servissero davvero a produrre giustizia".

Divisioni tra i poli. Le ordinanze del gip Forleo dividono però entrambi i poli. Se l'Udeur annuncia il suo 'no' alla richiesta del Gip insieme a FI, l'Udc ribadisce il suo essere 'garantista' (''Lasciamo liberta' di coscienza ai nostri parlamentari'', ha detto Pier Ferdinando Casini), mentre An è favorevole all'autorizzazione. E nella maggioranza c'è chi sospetta che la Cdl stia provando "ad agganciare" la storia delle intercettazioni Unipol-Bnl a quella di Cesare Previti, alla Camera, e a quella Mitrokhin del tandem Mario Scaramella-Paolo Guzzanti, al Senato.

I tempi della decisione di Giunta. Difficile dire quando la Giunta si pronuncerà. C'è chi sostiene le scelte saranno prese dopo l'estate. Finora in agenda sono fissate per martedì solo le relazioni dei tre parlamentari incaricati di riferire sulla richiesta presentata dal gip di Milano.

(26 luglio 2007) 
da repubblica.it


Titolo: Intercettazioni, Berlusconi: «Voteremo no» ... (furbooooooooo lui).
Inserito da: Arlecchino - Luglio 26, 2007, 11:30:35 pm
«Non si può andare avanti con questo Stato di polizia fiscale»

Intercettazioni, Berlusconi: «Voteremo no»

Per il leader di Fi bisogna negarne l'uso.

Fassino e D'Alema scrivono alla Giunta: «Dia l'autorizzazione» 
 
 
ROMA -«Voteremo no in Parlamento alla richiesta di utilizzare le intercettazioni telefoniche di parlamentari». Lo conferma Silvio Berlusconi arrivando in un hotel romano per un pranzo con i parlamentari europei di Forza Italia alla chiusura dei lavori parlamentari in vista delle vacanze estive. Per Berlusconi bisogna negare l'autorizzazione a utilizzare le intercettazioni riguardanti le scalate ad Antonveneta, Unipol e Rcs. «Questo sistema è inaccettabile, basta interventi invasivi della Stato. Siamo sottoposti a un sistema di controllo dei telefoni che non ha pari in nessuna democrazia del mondo. Non si può andare avanti con questo Stato di polizia fiscale». «Non ha nessuna importanza - ha aggiunto Berlusconi - che possano essere D’Alema o Fassino a poter essere favoriti, noi restiamo sui nostri principi anche se riguardano due nostri "competitor"».

«CON FINI È TUTTO CHIARO» - «Nessun chiarimento, con Fini è tutto tranquillo», ha detto Berlusconi rispondendo a chi gli chiedeva dell’incontro che avrà giovedì pomeriggio con Gianfranco Fini, dopo le tensioni degli ultimi giorni. Autorevoli esponenti di An, invece, come Gasparri e Matteoli, hanno lasciato intendere che il partito potrebbe votare a favore alla richiesta dl gip di Milano Clementina Forleo.

«MI AUGURO CHE IL GOVERNO CADA IN AUTUNNO» - «Mi auguro che il governo Prodi cada nel prossimo autunno» ha aggiunto il leader di Forza Italia lasciando l'hotel nel quale ha pranzato con gli eurodeputati azzurri. L'ex premier ha sottolineato che «tre cittadini su quattro ritengono che Prodi presto cadrà. L'ultimo sondaggio in materia dimostra infatti che soltanto il 23% degli italiani conserva - ha concluso Berlusconi - la fiducia nel Governo».

DI PIETRO: «ATTENTI ALLA TRAPPOLA» - Immediata la reazione dell'Italia dei Valori alla dichiarazione dell'ex premier sulle intercettazioni. «Avevamo sperato in una scelta di sensibilità istituzionale» ha commentato a caldo Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell'IdV. Più esplicito il ministro Antonio Di Pietro: «Il centrosinistra - ha detto - non cada nella trappola tesa da Berlusconi e dai suoi. Farsi paladino nel dire no alle intercettazioni dei giudici di Milano - continua Di Pietro - è solo il tentativo per mettere, sullo stesso piano, i parlamentari direttamente interessati di Forza Italia e quelli del centrosinistra. A me pare, invece, che ci sia una bella differenza; non fosse altro per il fatto che alcuni di essi che militano nelle fila del partito di Berlusconi sono già indagati». E sul caso Forleo interviene anche Erminia Mazzoni, capogruppo dell'Udc in commissione Giustizia della Camera. «L'anticipazione di un voto su una questione così delicata, come quella relativa all'autorizzazione all'utilizzo delle intercettazioni, ritengo produca effetti anche più gravi di una presunta anticipazione di sentenza» ha detto la Mazzoni. Un sostegno pieno alle parole di Belusconi arriva invece da Gianfranco Rotondi, segretario della Democrazia cristiana per le autonomie. «Voteremo no senza se e senza ma».

MASTELLA: «NO A UN CLIMA DI VIOLENZA» - «Non accetterò mai che ci sia nel paese questo clima di violenza che ritorna» ha detto il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Intervenendo in Aula alla Camera. il Guardasigilli si è scagliato contro il rischio di un utilizzo politico delle intercettazioni, richiamando l'attenzione sul pericolo che un mancato atteggiamento di «rispetto tra politica e magistratura» possa tradursi in un «alterato rapporto dela democrazia nel Paese».
 
LE LETTERE DI FASSINO E D'ALEMA- Il segretario dei Ds, Piero Fassino, ha scritto alla Giunta per le autorizzazioni della Camera «ribadendo la sua totale estraneità a qualsiasi atto illecito o illegale che sia maturato nella vicenda Bnl-Unipol», e chiede che la Giunta proceda ad accogliere le richieste del gip di Milano. E una missiva alla Giunta per le autorizzazioni della Camera è stata inviata anche da Massimo D'Alema. Nella lettera inviata al presidente della Giunta Giovanardi, il vicepremier si dice «turbato e preoccupato» per le accuse «tanto gravi quanto palesemente infondate» che gli sono rivolte nelle ordinanze del Gip di Milano Clementina Forleo, confermando la sua «assoluta estraneità ad atti illeciti o disegni criminosi». D'Alema sottolinea di essere «interessato più di ogni altro» all'accertamento della verità e pronto a collaborare con la magistratura «indipendentemente dalle conclusioni della giunta». Per questo, il vicepresidente del Consiglio sottolinea che condividerà «ogni decisione che il Parlamento intenda prendere, compreso l'accoglimento dell'istanza della dottoressa Forleo».

MARTEDI' IL VOTO - Già martedì 31 luglio, la Giunta per le autorizzazioni della Camera potrebbe votare sulla richiesta all'uso delle intercettazioni di Piero Fassino, Massimo D'Alema e Salvatore Cicu formulata dal Gip di Milano Clementina Forleo. A renderlo noto è il presidente della Giunta Carlo Giovanardi (Udc).

26 luglio 2007
 
da corriere.it


Titolo: Fassino: «Sui Ds superato ogni limite»
Inserito da: Admin - Luglio 29, 2007, 06:23:08 pm
Fassino: «Sui Ds superato ogni limite»
Ninni Andriolo


«C´è una strumentalizzazione evidente e un´enfasi scandalistica oltre ogni limite, nella vicenda Unipol. È chiaro il tentativo di utilizzarla per fini politici».

Onorevole Fassino, strumentalizzazione perché oggi tocca ai Ds e non agli avversari dei Ds?
«Per la verità si sta inventando un nuovo reato: "concorso in conversazione telefonica". La pubblicazione continua delle mie telefonate con Consorte sta equiparando l´interesse spropositato dei media per il delitto di Cogne».

E non ce ne sarebbe il motivo? Le scalate bancarie dovrebbero rimanere top secret?
«Vogliamo ricostruire la dinamica della vicenda, vista l´enorme confusione di queste ore?.
La vicenda Unipol è nota in tutti i suoi passaggi. Così come è noto che i comportamenti dei dirigenti dei Democratici di sinistra sono stati lineari, limpidi e inequivocabili. Un primo dato che viene spesso dimenticato è che tra il 2002 e il 2005 uno dei temi cruciali del dibattito economico riguardava la fragilità del sistema bancario. La sollecitazione di allora di economisti, istituzioni finanziarie, commentatori politici era a promuovere progetti di aggregazione, fusione, integrazione che consentissero a un sistema bancario molto polverizzato di dare vita a gruppi di dimensioni adeguate ai mercati finanziari europei e mondiali. Quelli erano gli anni in cui Unicredito si espandeva enormemente, si allargava Intesa, nasceva Capitalia, la San Paolo acquisiva il Banco di Napoli e così via. Lo ricordo perché oggi sembra che il progetto di creare una banca tra Unipol e Bnl fosse una stravaganza... ».

In realtà si parlò anche di disegni politici collaterali ai Ds...
«Non c´erano né fini occulti, né finalità politiche. La fusione tra Unipol e Bnl era del tutto coerente con un processo più generale di riorganizzazione bancaria che in quegli anni investiva tutto il sistema. Voglio ricordare che una delle ipotesi di aggregazione di cui si discuteva apertamente, basta rileggere i giornali del tempo a partire dal Sole 24ore, era la fusione tra Bnl e Monte dei Paschi di Siena».

Che però non andò in porto...
«Ma non per ragioni di natura politica. Bnl e Monte dei Paschi venivano considerate due banche che per dimensioni, radicamenti territoriali e profilo, apparivano complementari e quindi potevano integrarsi. Le ragioni per le quali quel progetto non decollò riguardarono diversità d´impostazioni organizzative e di finalità strategiche dei dirigenti che non trovarono l´intesa. Fu allora che Unipol decise di continuare a perseguire l´obiettivo di un rapporto con Bnl. E non scelse quel fronte per un disegno politico, ma per realizzare un interesse industriale ed economico».

Unipol aveva già accordi con Bnl...
«Appunto. Perché Unipol era socio di Bnl-Vita, perché Unipol attraverso Finsoe era già azionista del progetto Monte dei Paschi e partecipe del progetto Bnl-Mps, perché Unipol aveva creato "Unipol banca" che voleva integrare in un istituto di maggiori dimensioni. Il fatto che Unipol decidesse con altri partner di perseguire la fusione con Bnl, quindi, non rispondeva a mire di potere politico. Unipol voleva costituire un grande polo bancario e assicurativo. Rilevo che allora per impedirlo si disse che mettere insieme banche e assicurazioni era un errore, mentre oggi non c´è grande gruppo bancario italiano che tra le sue strategie non abbia corpose attività anche nel capo assicurativo».

Le polemiche di questi anni, però, si basano sul fatto che il rafforzamento economico di Unipol avrebbe accresciuto l´influenza politica dei Ds. Le intercettazioni ne sarebbero la prova...
«Si tratta di polemiche consapevolmente strumentali. Era del tutto ovvio che un grande partito come i Ds seguisse con attenzione tutti i processi di fusione e di riorganizzazione del sistema bancario. Ed era ancora più ovvio che il nostro partito guardasse con attenzione a un processo che vedeva coinvolta una delle imprese principali del movimento cooperativo. Movimento cooperativo che, piaccia o non piaccia, è parte della storia della sinistra da 150 anni. Ed è diventato un soggetto economico di grande rilievo, con imprese che esercitano un ruolo leader in settori produttivi strategici. Questa nostra attenzione e questa nostra simpatia, però, non si è mai tradotta nemmeno per un istante in un´ingerenza nella realizzazione di quel progetto. Noi, al contrario, abbiamo tenuto sempre una posizione squisitamente politica, senza interferire né avere parte in nessuna delle scelte compiute dal gruppo Unipol».

Il movimento cooperativo non può essere considerato "il figlio di un Dio minore", ricordando una sua dichiarazione di allora...
«Esattamente. Noi abbiamo sostenuto il diritto del movimento cooperativo, e di una sua impresa, a godere delle stesse opportunità di qualsiasi altra impresa italiana, ivi compreso quello di poter essere presente nel sistema bancario. Tutto ciò ancora oggi non è accettato e non lo era quattro anni fa. Basti ricordare che il presidente degli industriali italiani, di fronte alla possibilità che Unipol diventasse un soggetto bancario e non solo assicurativo, chiese: "ma cosa vogliono queste cooperative? Si occupino di supermercati"».

Il tema però era quello dei diritti delle Coop, ma anche quello dei doveri. Ricorda la polemica sui vantaggi fiscali di cui godono le cooperative?
«Nel momento in cui sostenevamo che il movimento cooperativo dovesse avere gli stessi diritti, sostenevamo anche che dovesse rispettare le regole del mercato e una scrupolosa applicazione delle leggi. Tanto è vero che quando nei mesi successivi vennero alla luce da parte di dirigenti Unipol comportamenti disinvolti o scorretti non esitammo a dirlo con chiarezza. La nostra posizione era: "stesse opportunità, ma contemporaneamente nessuna condizione di privilegio". All´interno di questa visione dell´economia di mercato ci siamo battuti perché un´impresa del movimento cooperativo potesse realizzare il proprio progetto di espansione industriale e finanziaria. La nostra linea, quindi, è stata limpida e coerente».

Però c´è chi ipotizza scambi di favori tra i Ds e il governatore Fazio per coprire la scalata Unipol a Bnl...
«Quella di un nostro atteggiamento ambiguo e reticente verso Fazio è una delle tante sciocchezze che circolano e che non fanno i conti con i nostri comportamenti concreti e verificabili. I Ds furono la forza che per prima, dopo lo scandalo Parmalat, presentò un disegno di legge a tutela dei risparmiatori. Ma soprattutto i Ds si batterono con maggiore determinazione in Parlamento perché il mandato del Governatore della Banca d´Italia non fosse più a vita ma a termine, e perché la competenza sulla concorrenza tra istituti bancari venisse sottratta a Bankitalia e trasferita all´Antitrust. Riforme alle quali Fazio era assolutamente ostile. Quando riuscimmo a fare approvare in commissione quelle proposte, il Governatore andò da Berlusconi per chiedergli che il centrodestra in Aula sopprimesse quelle riforme. Cosa che puntualmente avvenne. Insomma, noi non abbiamo fatto alcuno sconto a Fazio. Tutt´altro».

Il Gip di Milano, in ogni caso, individua attraverso le telefonate tra dirigenti Ds e Consorte un disegno criminoso che va oltre il semplice tifo per Unipol. Strumentali anche le conclusioni del giudice Forleo?
«È un´accusa assolutamente priva di fondamento che la dottoressa Forleo ha formulato con espressioni censurate anche da buona parte della magistratura. Noi non siamo stati complici di alcun disegno criminoso. Le mie - ma anche quelle di D´Alema e di Latorre - sono telefonate per acquisire conoscenza su come evolvesse quel progetto. Nulla di più di questo. Acquisizione di conoscenza non per ingerirci o essere compartecipi della gestione di un progetto, visto che siamo un partito politico e non un´azienda. E io le conversazioni telefoniche le ho avute solo con Consorte, con nessun altro dei tantissimi protagonisti di quelle vicende. Non solo, nelle conversazioni con Consorte ho avuto sempre informazioni su cose tutte già note e tutte già avvenute. Non c´è nessun aspetto, quindi, che non sia corretto».

Lei fa a Consorte molte domande, però...
«Faccio molte domande sui dettagli perché il progetto Bnl-Unipol era oggetto, in quelle settimane, di una discussione pubblica sui giornali e venivano avanzati molti interrogativi e molti dubbi: se Unipol avesse sufficiente solidità finanziaria, se fosse giusto mettere assieme banche e assicurazioni, quale dovesse essere l´apporto di eventuali banche straniere e così via. Ecco, io mi informavo perché sui giornali se ne discuteva e perché su certi punti si concentravano coloro che erano ostili al progetto. Mi informavo per capire se le quelle obiezioni fossero figlie di un pregiudizio o avessero fondamento».

Il giudice Forleo, in realtà, sostiene che i politici furono complici di un´operazione molto più vasta che coinvolgeva Unipol-Bnl da una parte e Rcs-Antonveneta dall´altra...
«Faccio notare che nelle mie telefonate si parla unicamente della vicenda Bnl-Unipol e puramente in termini informativi. Io non parlo mai di Rcs-Antonveneta, né me ne parla Consorte. Il giudice dice che c´era un legame tra i protagonisti di queste vicende? Per quel che mi riguarda io non mi sono mai occupato né di Rcs né di Antonveneta. Né in quel momento ero a conoscenza dei rapporti che successivamente sono emersi tra i protagonisti delle diverse scalate. Di quale disegno criminoso sarei complice, allora?»

I Ds daranno via libera alla richiesta avanzata al Parlamento dal Gip di Milano, quindi?
«Noi non abbiamo nulla da nascondere. Abbiamo già detto alla Giunta per le autorizzazioni che quello che a noi interessa è l´accertamento della verità, perché siamo sicuri che da questa risulterà che i nostri comportamenti sono stati limpidi. Quindi, tutte le decisioni che la Giunta assumerà nella direzione della massima chiarezza e della massima trasparenza noi le condivideremo, ivi compreso l´accoglimento della richiesta del Gip di Milano».

Lei presenterà entro martedì la sua memoria difensiva?
«Per chi è chiamato in causa c´è la possibilità di presentare una nota con le valutazioni sulla vicenda. È un´opportunità, non è un obbligo, né un vincolo che debba condizionare la Giunta parlamentare che è assolutamente libera di decidere nei tempi e con le modalità che riterrà più opportuni».

Nessuna remora, quindi? La Giunta potrà votare martedì, come propone Giovanardi?
«La Giunta è sovrana, valuti lei quello che è opportuno fare. Noi siamo interessati all´accertamento della verità».

Segretario, all´inizio di questa intervista lei puntava il dito sulle strumentalizzazioni. A cosa si riferiva?
«La domanda da porsi è: "perché tanto clamore in questi giorni?". Le telefonate erano già state pubblicate in tre fasi successive, questa è la quarta. La vicenda Unipol-Bnl è stata sviscerata in tutti i suoi aspetti e non c´è un solo elemento di novità. Perché allora i giornali sono pieni nuovamente delle stesse conversazioni, con paginate su paginate di commenti e interviste?»

Lei ritiene che i lettori non abbiano il diritto di comprendere cosa comporti la richiesta del gip di Milano?
«Vedo un´esasperata ed eccessiva enfasi politica. Non può non colpire la violenza con la quale viene gestita quotidianamente la vicenda dai giornali. Quasi ci fosse il desiderio che questo caso travolga la politica, travolga una classe dirigente, mandi a casa delle persone. E, francamente, mi sembrano poco convincenti articoli che stabiliscono un parallelismo tra il ´92 di Tangentopoli e le vicende di oggi... ».

Si riferisce al fondo del Corriere della Sera di ieri, naturalmente...
«Sulle vicende di Tangentopoli gli aspetti giudiziari li ha già valutati la magistratura, mentre gli aspetti politici li indagheranno gli storici. E in ogni caso io sono pronto a tornare a discutere anche di quelle vicende, cogliendone errori e contraddizioni. Personalmente non sono mai stato giustizialista in nessun momento. Sono tra i pochi esponenti della sinistra che ha sempre guardato alla persona di Craxi senza alcun atteggiamento criminalizzante. Ma non posso condividere parallelismi del tutto inappropriati. Nella vicenda Unipol-Bnl, per ciò che riguarda gli uomini politici, non c´è una tangente, non c´è corruzione, non c´è concussione, non c´è un solo reato penale analogo a quelli di Tangentopoli. Solo paginate e paginate di telefonate. Per quel che mi riguarda, mi permetta la battuta, in Italia ci stiamo inventando un nuovo reato: il "concorso in conversazione telefonica", appunto. Detto ciò è chiaro che io mi interrogo sui problemi politici che pongono le vicende Bnl-Unipol e Rcs-Antonveneta».

E a quali conclusioni è giunto?
«Che quelle vicende ci obbligano ad affrontare in termini nuovi almeno tre nodi. In primo luogo le regole necessarie per rendere sempre più trasparente il rapporto tra politica ed economia; poi c´è da ridefinire il rapporto tra la politica e una giustizia che deve essere sempre più riconosciuta nella sua indipendenza perché questa sia garanzia di imparzialità... ».

Nel caso dell´inchiesta Unipol la magistratura non è imparziale?
«Non metto in discussione la buona fede dei singoli magistrati. Ma non possiamo non vedere che da troppi anni in Italia assistiamo a inchieste che rapidamente si trasformano in strumento di battaglia politica. Non mi riferisco solo al caso Unipol, basti pensare a quante volte lo stesso Romano Prodi è stato vittima di campagne di aggressione politica innestate su indagine della magistratura. Il terzo problema su cui mi interrogo, poi, riguarda il rapporto tra politica e informazione. Ecco, non mi si venga a dire che le paginate di questi giorni corrispondono soltanto al diritto di cronaca... ».

I giornali strumenti di manovre politiche, quindi? Berlusconi da Palazzo Chigi sosteneva la stessa cosa...
«Guardi, quando si pubblica per quattro volte la stessa intercettazione il diritto di cronaca è stato ampiamente risolto. C´è solo il delitto di Cogne che è stato reiterato più delle telefonate di Consorte. Ecco, è evidente che c´è un problema serio, che non è soltanto italiano. Non è vero che i media nella società di oggi assolvono soltanto alla funzione di informare e commentare i fatti. Oggi i giornali sono parte del sistema politico-istituzionale. Promuovono campagne, condizionano la formazione dei governi, orientano la formazione delle leadership, mettono spesso le priorità dell´agenda politica. Ci deve essere a questo punto un´assunzione di responsabilità. Non lo dico per prendermela con qualcuno. Ma perché voglio ricordare a tutti che una democrazia forte è tale perché ha un sistema di regole che consente a ciascuno di esercitare il proprio ruolo e la propria libertà nella responsabilità. E se non affrontiamo i nodi del rapporto politica-economia, politica-giustizia, politica-informazione, la nostra democrazia sarà sempre più esposta ai rischi delle derive populistiche, plebiscitarie e demagogiche. Destrutturate la democrazia implica conseguenze nefaste. E noi il Partito democratico lo stiamo costruendo per rafforzare la democrazia e per far vincere una nuova cultura politica. Perché, allora, nel momento in cui si fa lo sforzo di far nascere il Pd si usa la vicenda Unipol per delegittimare coloro che il partito democratico lo stanno costruendo?»

È più forte l´attacco al Partito democratico o ai Ds, nel timore che i Democratici di sinistra possano condizionarne linea e assetti della nuova formazione politica?
«Una cosa è certa l´attacco ai Ds c´è ed è violento. E non sfugge a nessuno che vi è in Italia chi ha teorizzato abbondantemente che il Partito democratico doveva nascere sulla liquidazione della sinistra. Chi la pensa così, vedendo ora che la sinistra non solo non viene liquidata ma è protagonista nel costruire il Pd, non si rassegna. E spera usando l´azione della magistratura di dare alla sinistra un colpo».

Il direttore del Corriere della Sera invita i dirigenti Ds a lasciarsi processare. Cosa risponde, segretario?
«Appunto, quelle parole sono "voce dal sen fuggita". A Mieli non interessa accertare la verità, ma processare in ogni caso i Ds e la loro classe dirigente. I giudici di Milano non dispongono ancora dell´autorizzazione a usare le telefonate che il direttore del Corriere della Sera ha già stabilito che bisogna fare un processo e ha anche già pronta la sentenza di condanna. È la dimostrazione che forse chi deve interrogarsi sulla correttezza dei propri comportamenti non siamo noi. Stia tranquilla, in ogni caso, la nostra gente. Stiano tranquilli i nostri dirigenti, i nostri iscritti, i nostri elettori. Assicuro ancora una volta che possono andare fieri della correttezza dei nostri comportamenti. Siamo un partito di donne e di uomini che possono sbagliare. Ma siamo persone perbene. Possiamo guardare negli occhi tranquillamente ogni italiano perché non abbiamo nulla di cui vergognarci».



Pubblicato il: 29.07.07
Modificato il: 29.07.07 alle ore 14.52   
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Titolo: FASSINO...
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2007, 06:34:44 pm
Allarghiamo l'orizzonte
Piero Fassino


Caro Walter, fin dall’inizio di questo affascinante progetto sono stato convinto che la sua originalità e fecondità consista nel duplice obiettivo di unire nel Partito Democratico storie e culture riformiste che per lungo tempo la storia ha diviso e, al tempo stesso, di non limitarci a unire quel che già c’è per allargare l’orizzonte a quella vasta parte di società italiana che guarda al Pd con la speranza di un forte rinnovamento della politica.

E d’altra parte la stessa scadenza del 14 ottobre la abbiamo concepita e voluta come un grande momento di legittimazione democratica e popolare del nuovo partito e come l’apertura di una nuova stagione della democrazia italiana. Come te penso che a questa ispirazione si debba essere tanto più coerenti oggi. Sbaglia chi riducesse il Pd al solo incontro tra i Ds e Margherita, quando l’esperienza dell’Ulivo di questi anni ci parla di una volontà di partecipazione ben più ampia di quel che i partiti da soli oggi rappresentano. E sbaglia, specularmente, chi cavalcando l’onda antipolitica del momento pensa il PD come la negazione di ciò che è esistito fin qui, ignorando che senza la determinazione dei partiti – e in primo luogo dei Democratici di Sinistra – il progetto del PD non avrebbe forse conosciuto la luce.

Per queste ragioni condivido spirito e proposte della tua lettera di ieri che vanno nella direzione di dare al PD quei caratteri di innovazione, apertura e radicamento indispensabili per far sì che davvero nasca un “partito nuovo” per cultura, progettualità, linguaggio e forma organizzativa.

Credo anch’io che il 14 ottobre sia una grandissima occasione per rinnovare la politica, riconquistare la fiducia dei cittadini e aprire così una stagione nuova per l’Italia. E, dunque, condivido con te che la formazione delle liste per l’Assemblea Costituente debba essere caratterizzata da un forte grado di rappresentatività e apertura, coinvolgendo accanto a esponenti politici e delle istituzioni nazionali, regionali e locali personalità significative della società italiana e dei suoi molti mondi, nonché un’amplissima presenza di donne e di giovani.

D’altra parte è questo l’obiettivo che abbiamo indicato alle nostre organizzazioni e su cui in tutta Italia i DS stanno lavorando: operare perché ovunque si sottopongano al voto degli elettori liste caratterizzate da composizione unitaria, pluralismo culturale, parità donne-uomini, rappresentatività sociale e apertura a competenze, saperi e professioni.

Per questo accolgo molto volentieri la rosa di personalità che proporrai di includere nelle liste che ti sostengono e mi batterò perché essa sia accolta nel modo più ampio possibile in tutte le liste alla cui formazione i DS concorrano. E naturalmente mi auguro che analoga apertura si realizzi nelle liste a sostegno degli altri candidati nazionali e nelle liste per le Assemblee Costituenti regionali.

Condivido altresì la tua sollecitazione a fare della elezione delle Assemblee Costituenti regionali e dei Segretari regionali l’occasione per dare al Pd carattere federale e regionalista.Il che significa evitare che la giusta e legittima competizione tra liste e candidati comprima le tante specificità territoriali e culturali di cui è ricco il nostro Paese e che nel Pd dovranno trovare piena valorizzazione.

Puoi contare, insomma, sulla nostra piena condivisione delle tue proposte e come sempre sull’impegno generoso e leale per dargli corso.

Pubblicato il: 24.08.07
Modificato il: 24.08.07 alle ore 11.14   
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Titolo: Fassino chiude l'ultima Festa diessina
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2007, 12:25:42 pm
POLITICA

Bologna, il comizio finale alla Festa nazionale dell'Unità

Una replica a Grillo: "Non si salva l'Italia mandando a quel Paese i partiti"

Fassino chiude l'ultima Festa diessina

"Adesso tocca a te, caro Walter"

 

BOLOGNA - Finisce con Fassino che fa gli auguri a Veltroni: "Adesso tocca a te, caro Walter" e i due che si abbracciano commossi sul palco dell'ultima festa dell'Unità targata Ds. Oggi, a Bologna, davanti a oltre cinquantamila persone, si è chiuso un altro pezzo di storia: quello delle Feste dell'Unità, del giornale comunista che fu del Pci. Una storia che i Ds avevano continuato e che, probabilmente, andrà avanti ancora ma i forme certamente diverse.

Non era un compito facile, quello di Fassino e molti, tra i quali Massimo D'Alema (che era sul palco insieme ad altri dirigenti Ds), gli hanno riconosciuto un ruolo importante e anche di sacrificio nella nascita del nuovo partito che forse aveva sperato di poter guidare: "In questa nuova storia che oggi comincia - ha detto - ci sarò anch'io, come tanti altri, per dare all'Italia quel Pd che sia capace di corrispondere alle esigenze che tanti cittadini ci chiedono". A chi gli domanda se abbia rimpianti, Fassino risponde: "No, ho fatto tutto quello che dovevo con la passione e la generosità che erano necessarie. Credo di aver contribuito, assieme a tanti, a realizzare gli obiettivi che solo qualche anche anno fa sembravano impensabili".

Il segretario Ds aveva alcuni temi obbligati dall'agenda e dai fatti e non si è sottratto: a partire dal "V-day" di Beppe Grillo, dalle probabili liste "benedette" dal comico genovese che nasceranno per ora a livello comunale e di tutte le polemiche degli ultimi giorni. Ma Fassino ha parlato anche di governo, delle regole del nuovo partito, di legge elettorale.

Grillo e il "V-day". "Non è mandando a quel paese i partiti che si salva l'Italia - ha detto Fassino -. La politica è anche quella cosa che può riempire degnamente una vita. A Beppe Grillo, che dichiara di voler distruiggere i partiti - ha proseguito - vorrei dire di guardare a questa Festa, alle nostre feste. Non può essere svilito l'impegno e la disponibilità di tanti". aliana sarebbe più debole". Per Fassino, inoltre, non si può ridurre il ruolo delle istituzioni ad una somma di sprechi e privilegi, quando ogni giorno migliaia di sindaci, di amministratori regionali e locali spendono le loro migliori capacità per rispondere alle attese dei cittadini: "C'è una politica pulita in Italia e noi sentiamo il dovere di metterla al servizio del Paese".

Le regole del Pd. Ma ad alcuni dei temi posti da Grillo, Fassino non si è sottratto. Almeno a quello della moralizzazione della politica: "Propongo - ha detto - che l'assemblea costituente del Pd, che sarà eletta il 14 ottobre, adotti già nella sua prima seduta regole e norme di comportamento vincolanti per tutti i suoi dirigenti ed esponenti istituzionali". "Soprattutto chi ricopre incarichi politici, istituzionali e pubblici - ha aggiunto - ispiri la propria condotta non solo al rispetto formale delle leggi, ma anche alla sobrietà dei comportamenti e al rispetto dell'etica pubblica". Ma qui, Fassino ha voluto parlare anche alla sua gente e rispondere a un grande cartello che diceva: "Cambierà il nome, cambieranno i componenti, ma in fondo al nostro cuore ci sarà sempre 'rosso vivo'': "Oggi - ha detto - 'democratico' significa essere progressista, riformista. Vuol dire essere di sinistra".

Governo, finanziaria e welfare. Fassino ha difeso Prodi e ha accusato l'opposizione di avvelenare il clima politico: "Se tra qualche settimana il ministro Padoa-Schioppa potrà presentare una Finanziaria 2008 più leggera, che, sostenendo la competitività e gli investimenti e proseguendo nel risanamento dei conti pubblici, potrà comprendere meno tasse - ha spiegato Fassino, - ebbene, ciò è il risultato dell'azione di questo primo anno di governo". E il segretario Ds ha polemizzato con chi (partiti o sindacati) attaccano l'accordo sul welfare: "Non si comprende il rifiuto manifestato da alcuni settori politici e sindacali. In ogni materia trattata nell'accordo di luglio, infatti si realizzano condizioni di maggiori certezze ed efficacia rispetto alle norme di oggi".

Legge elettorale. Fassino ha anche fornito la sua ricetta per la riforma della legge elettorale: "Una legge - ha spiegato - che riduca il numero dei parlamentari e riduca la esasperata frammentazione politica che vede oggi sedere in Parlamento 24 partiti. Una legge che rafforzi la democrazia dell'alternanza e restituisca agli elettori il diritto di scegliere gli eletti. E una legge che dia applicazione all'articolo 51 della Costituzione sulla parità uomo-donna, visto che oggi il 54 per cento delle donne italiane è rappresentato solo dal 17 per cento di elette".


(16 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: Fassino "Sarò nella storia del Pd"
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2007, 06:37:59 pm
17/9/2007 (7:49)

Fassino "Sarò nella storia del Pd"
 
«Il Pd, un obiettivo fascinante a cui continuerò a dedicare le mie energie e il mio impegno politico anche dopo il 14 ottobre»

BOLOGNA


Piero Fassino ha salutato il suo popolo, i suoi militanti, gli uomini e le donne che ha guidato alla segreteria dei Ds dal 2001, con l’ultimo discorso da segretario alla festa dell’Unità di Bologna, e ancora una volta si è commosso, come già era successo a Firenze, durante l’ultimo congresso della Quercia. Stavolta però il momento è stato scandito da un vero e proprio passaggio del testimone, «ora tocca a Walter» ha detto, assicurando però che questo «non è un addio» perchè «nella nuova storia» quella del Pd «ci sarò anch’io».

Il ruolo che Fassino assumerà, non è ancora stato definito. Si è parlato di un possibile incarico di governo, forse, in futuro, per il momento Fassino ha ricevuto il tributo del presidente del Consiglio, Romano Prodi. «Senza il suo impegno e lavoro il Partito democratico non ci sarebbe», ha detto il premier, che era a Bologna ma non ha assistito al discorso perchè quest’anno ha deciso di non partecipare a nessuna festa di partito, e mantiene l’impegno. Ma lo ha sentito al telefono e lo ha ringraziato «di tutto cuore per quello che ha fatto in questi anni, soprattutto negli ultimi mesi, per costruire il Partito democratico».

Il sindaco di Roma e futuro leader del Pd, invece, era seduto sul palco, insieme a Massimo D’Alema e Dario Franceschini. Come molti dei dirigenti e dei ministri diessini erano venuti a Bologna per ascoltare l’ultimo discorso del segretario dei Ds. I militanti erano cinquantamila. È stata una lunga relazione, 27 pagine, ma più breve di altre svolte da Fassino davanti ai ’suoì. Le prime parole infatti sono dedicate a loro, a rassicurarli che questa non sarà l’ultima festa dell’Unità, ma è già «la prima festa del Pd».

La relazione è stata come sempre dettagliata nel toccare tutti i temi dell’agenda politica: riforme, legge elettorale, risultati di governo. Un passaggio è dedicato anche al fenomeno del V-Day di Beppe Grillo. Che il leader della Quercia non condivide: «Non è mandando a quel paese i partiti che si salva l’Italia. Né la risposta al disagio dei cittadini può venire dalle caricature demagogiche e dalle denigrazioni populistiche con cui si descrive la politica e chi la fa». Ma serve una risposta al disagio che i cittadini esprimono verso la politica e Fassino ha proposto a governo e Parlamento di mettere subito in campo misure contro sprechi e privilegi che vanno dalla riforma della Rai alla soppressione di enti inutili, evitando lottizzazioni in tutti gli incarichi pubblici.

Una moralizzazione ancora più stretta viene proposta per la costituzione del nuovo partito: la prima regola del Partito democratico deve essere «trasparenza, rigore, moralità. Soprattutto chi ricopre incarichi politici, istituzionali e pubblici ispiri la propria condotta non solo al rispetto formale delle leggi, ma anche alla sobrietà dei comportamenti e al rispetto dell’etica pubblica». Il leader della Quercia ha lanciato poi un appello all’opposizione affinchè rinunci alle «mosse tattiche» e accetti di varare insieme una nuova legge elettorale «che riduca il numero dei parlamentari e riduca la esasperata frammentazione politica che vede oggi sedere in Parlamento 24 partiti». Fassino ha difeso il protocollo sul welfare varato dal governo: «Per la prima volta si mette in campo un pacchettoo al Partito democratico. A ribadirne i tratti essenziali. Essere Democratici - ha scandito Fassino - non è meno impegnativo, significa essere di sinistra, e il Pd rappresenterà una nuova stagione della democrazia« in cui »ciascuno porta la propria storia e i propri valori«, non sarà un partito moderato, ma un partito riformista capace con la sua politica e la sua cultura di governo di parlare ad una platea larga di cittadini, conquistando anche quegli elettori moderati che vogliono un’Italia moderna. Un partito che saprà cambiare anche il riformismo europeo, ha assicurato il leader della Quercia: facendo incontrare il socialismo europeo e i suoi partiti con le altre culture riformiste e progressiste del continente. Un obiettivo affascinante a cui continuerò a dedicare le mie energie e il mio impegno politico anche dopo il 14 ottobre.

Le lacrime sono spuntate sul suo volto quando Fassino ha pronunciato la fatidica formula: Sono l’ultimo segretario nazionale«, e la folla dei militanti ha cominciato ad applaudire e a cantare cori inneggianti il segretario. Sventolando bandiere rosse e cartelli. Applausi per oltre un minuto. Non è un addio - ha aggiunto -, adesso un nuovo grande progetto comincia. E adesso tocca a te, caro Walter«. Al futuro leader del Pd Fassino lascia in eredità il popolo dei Ds, quel popolo al quale ha tributato mille ringraziamenti durante il discorso, quel popolo che ha fatto la storia d’Italia con il suo impegno e la sua passione, quel popolo che anche stavolta »farà la sua parte, per servire l’Italia.

da lastampa.it


Titolo: La forza di Piero
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2007, 06:38:54 pm
La forza di Piero

Antonio Padellaro


Se, cifre ufficiali, nell´arena della Festa sono arrivati in cinquantamila, allora erano quanti quelli della piazza di Beppe Grillo. Il che semplicemente per dire che pure in questa Italia insofferente e scontenta a nutrire ancora fiducia nella ammaccata democrazia dei partiti son pur sempre in tanti. E se, malgrado tutto, le istituzioni tengono e forse un giorno ce la faranno a tornare pienamente credibili anche per quelli dell´altra piazza, il merito è anche di uomini come Piero Fassino. Piero non ha bisogno di commemorazioni anche se ieri si è commosso e ha commosso perché era l´ultimo discorso da segretario della Quercia alla Festa dell´Unità. Che a partire dall´anno prossimo sarà conclusa dal prossimo leader del Pd: «Adesso caro Walter tocca a te».

La vita politica di un leader come Fassino non finisce certo qui. Ma indubbiamente ,ieri, a Bologna egli ha chiuso una importante pagina, oltre che personale, della intera politica italiana e dunque un bilancio va fatto. Non è stato facile, sei anni fa, prendere le redini di un partito piegato dalla dura sconfitta elettorale subìta da Berlusconi e che s´interrogava incerto sul proprio futuro. Non è stato facile riorganizzarlo, restituirgli un progetto e un´identità e farne la punta di lancia di una coalizione che da quel momento in poi ha vinto tutte le elezioni. Una riscossa che ha riportato Romano Prodi a palazzo Chigi. Che con Giorgio Napolitano ha eletto per la prima volta un «comunista» al Quirinale.

Fassino non ha un carattere semplice, soprattutto quando gli gira male. Ma è un uomo schietto, abituato a dire le cose in faccia e a farsele dire. Un segretario ancora giovane ma vecchio stile, con una visione forse un po´ leninista dell´organizzazione ma con la quale ha rafforzato l´orgoglio dei militanti e il rispetto degli avversari. Senza il lavoro di Fassino non ci sarebbe il Pd, ha detto Prodi. Ma il suo merito maggiore pensiamo sia un altro. Non è facile guidare un partito, il tuo partito, allo scioglimento in un partito ancora da costruire. Non è facile pagare per quell´obiettivo il prezzo amaro di una scissione da parte di amici e compagni con i quali per una vita hai condiviso tutto. Non è facile chiedersi ogni giorno se quella sarà la scelta più giusta o l´errore più grave. E non è stato facile potendo candidarsi alla guida di quel nuovo partito decidere di cedere il passo a un altro candidato in nome di un interesse più alto della propria legittima ambizione. E cioé il futuro del Pd. Questo significa essere classe dirigente. Questa è la forza di Fassino.


Pubblicato il: 17.09.07
Modificato il: 17.09.07 alle ore 10.39   
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Titolo: Piero Fassino - Il congedo dei Ds: Una lunga storia d'amore
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2007, 06:45:35 pm
Il congedo dei Ds: Una lunga storia d'amore

Giovanni Visone


Le lacrime di Piero Fassino scuotono l’epilogo di un lungo comizio, l’ultimo comizio di un segretario dei Democratici di sinistra ad una Festa de l’Unità. È come un sussulto. Ci voleva. Perché quelli che lo ascoltano sotto una fastidiosa pioggerellina di fine estate, lo salutano con un applauso sincero e affettuoso. Quando mi giro vedo decine di occhi lucidi. Lacrimoni. Veri singhiozzi. «È stata una lunga storia d’amore – scandisce Piero con la voce rotta – lo devo a tutti voi, siete tutti voi che devo ringraziare». Qualcosa oggi finisce davvero. «Siamo arrivati alla conclusione», sospira Fassino. E quel sospiro vale forse più del messaggio carico di speranza che lo segue: «Se oggi mi rivolgo a voi non è per un addio, ma per partire insieme per un nuovo viaggio. Adesso caro Walter tocca a te».

Eccolo, dunque, il futuro. Siede sul palco, fra ministri, dirigenti e ragazzi della Sinistra Giovanile, proprio alle spalle dell’ultimo segretario. Walter Veltroni è arrivato fianco a fianco a Massimo D’Alema e a Dario Franceschini, tutti applauditissimi. Romano Prodi, invece, non c’è: è a Bologna, ma ha preferito restare a casa su. Ci sono, in sua vece, i fedelissimi Ricky Levi e Santagata. E c’è il sindaco Cofferati, non sul palco, ma nella tribunetta laterale, accanto al braccio destro di Veltroni, Walter Verini.

Scene dalla fine di un partito. Non ci sono i 300mila militanti attesi dagli organizzatori, saremo in 50mila. Qualcosa, forse, significa. La Festa de l’Unità è la misura plastica del corpo del partito, termometro dei suoi umori e sismografo dei suoi mutamenti. Cinque anni fa, l’arena stracolma della Festa de l’Unità di Bologna aveva mostrato l’orgoglio di un partito che qualcuno voleva morto e che invece aveva deciso di rialzare la testa («Abbiamo vinto ad Asti, Verona, Gorizia…», ripeteva allora Fassino, elencando le città strappate alla destra e pochi mesi fa riperse). Un anno fa, a Pesaro, avevamo racontato un partito inquieto, incerto sulla meta e presago di scissioni. Oggi quello che si mostra a Bologna è il partito che si scioglie. La decisione è stata presa molti mesi fa.

Il discorso di Fassino, prima di sciogliersi nella commozione finale, è puntuale e pignolo come sempre. Un mix di storia e futuro. La promessa di un partito nuovo e l’orgoglio di quello che si lascia. «La storia siamo noi non è solo una canzone», «la storia siete voi» e «i valori non cambiano con il trascorrere del tempo».

Il lungo elenco delle buone cose fatte dal governo, l’appello al centrodestra per le riforme istituzionali e la nuova legge elettorale, la lunga digressione sulle relazioni internazionali del partito nuovo. Ma forse il passaggio più significativo del discorso di Fassino è la risposta che il segretario dei Ds prova a dare all’onda antipolitica cavalcata del Vaffa Day di Beppe Grillo, lo stesso Grillo che meno di ventiquattrore fa ha scosso anche la Festa de l’Unità, a Milano. La ricetta di Fassino è sempre la stessa: «Raccogliere il disagio». Farsi carico. E per questo chiede trasparenza per il finanziamento dei partiti, limitazione di tutti i Cda a 5 membri, selezione meritocratica dei manager pubblici e riduzione delle consulenze esterne, riforma della Rai, cancellazione degli aumenti numerici dei consigli regionali, riduzione dei parlamentari. E poi norme di comportamento elementari «Andare allo stadio o al cinema pagando il biglietto, fare la spesa al supermercato, accompagnare i figli a scuola con la propria macchina, prenotare le analisi mediche in fila allo sportello».

Per dire no alla «caricature demoagogiche e alle denigrazioni populistiche», Fassino si affida alla memoria di Enrico Berlinguer. La citazione dal più amato segretario del Pci sembra un lascito che Fassino consegna al partito democratico: «La politica è una cosa che può riempire degnamente una vita». Anche nel Partito Democratico Fassino vuole portare subito una nuova tensione etica. Attraverso una sorta di codice di autoregolamentazione che vincoli i membri dell’assemblea costituente. E poi chiedendo apertura alla società civile, conferma del metodo delle primarie ad ogni livello e limite di mandato.

Così, dunque, finisce la Quercia. E ora tocca a Veltroni, che della Quercia è il figlio più amato e popolare. Resta ultimo dubbio. Che fine faranno ora le feste de l’Unità? Fassino rassicura subito i militanti. Tra «le cose buone» da salvare al trasloco e portare nella nuova casa del Pd, le feste ci sono di sicuro. Ricorda che a Firenze si sono già candidati per l’anno prossimo, anche se a dire il vero hanno parlato di una «Prima Festa del Partito Democratico». Non proprio la stessa cosa. O forse sì.

Pubblicato il: 16.09.07
Modificato il: 17.09.07 alle ore 13.40   
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Titolo: Fassino «A Walter non chiedo galloni, ma la trincea è qui».
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2007, 04:36:37 pm
19/9/2007 (7:29)

"Ora sarò l'uomo del Pd al Nord"
 
«A Walter non chiedo galloni, ma la trincea è qui».

«Grillo? Soltanto un moralista a pagamento»

FEDERICO GEREMICCA


La politica, in fondo, è una metafora della vita. E non esistono vite fatte solo di felicità o solo di delusioni... E così è per me, che faccio politica da quando avevo 16 anni. Ho avuto asprezze e difficoltà, ma anche - le assicuro - gratificazioni e gioie». Piero Fassino si interrompe solo un momento. Sta raccontando i suoi anni «da Papa» ora che, in procinto di lasciare la segreteria Ds, si accinge «a tornare chierico», come ha detto al suo popolo della festa de «l’Unità». Un chierico ingombrante, non c’è dubbio. E con le idee chiare intorno alle prossime missioni. Certamente occuparsi a livello internazionale del Pd, delle sue alleanze e della sua collocazione, facendo incontrare il Partito democratico con il socialismo europeo per creare un campo riformista unito anche in Europa: insomma, l’ambasciatore nel Pd nel mondo, anche perchè Fassino il mondo lo conosce e nel mondo è conosciuto. Ma soprattutto prendere di petto l’ormai annosa «questione settentrionale», diventare l’«uomo del nord» del Partito democratico, l’area dove si decidono i destini del Paese.

«Sono un uomo del nord - spiega Piero Fassino -. So come ragiona la gente che vive lì e credo di poterne capire sensibilità e attese. Quell’area rappresenta una delle frontiere decisive per il successo del Pd, no? Veneto e Lombardia sono ancora governate dalla destra, e nelle ultime amministrative abbiamo visto che in città come Asti e Alessandria, Gorizia, Monza e Verona continua a esserci un rapporto critico con noi. Se il Pd si pone l’obiettivo di essere una grande forza che guida l’Italia in una fase di enormi cambiamenti - dice Fassino - non può non porsi il problema di raccogliere un consenso maggioritario anche nell’area più forte del Paese. Ecco, insieme al ruolo internazionale del Pd, io penso di essere in grado di contribuire, di dare una mano lungo la trincea settentrionale. E senza ricercare galloni o incarichi: se Veltroni riterrà che io debba assolvere a qualche funzione, me lo dirà. In ogni caso la mia parte la farò».

Intanto , signor Segretario, per lei si sta chiudendo una fase. Provi a voltarsi indietro e ripensi ai suoi «sei anni da Papa»: come li vogliamo giudicare?
«Guardi, il mio stato d’animo è di soddisfazione e serenità. Per essere più preciso: sono in pace con me stesso».

Non capita a tutti... E’ un uomo fortunato.
«E’ semplicemente che credo di aver assolto al compito che mi fu affidato sei anni fa, quando mi candidai a guidare i Ds dopo una brutta sconfitta elettorale, col centrosinistra diviso, l’Ulivo battuto e un risultato molto deludente per la Quercia. Per quanto riguarda noi, poi, i Ds, vi erano critici che addirittura consideravano quelle elezioni la fine di una storia, un capolinea. E io passavo per essere una sorta di curatore fallimentare...».

Poi, invece, ha guidato la rimonta: questo vuol dire?
«Certo non da solo. Ma abbiamo ricostruito l’unità del centrosinistra, da Mastella a Bertinotti, riprogettato l’Ulivo e vinto tutte le elezioni dal 2001 al 2006. Questo non l’hanno fatto i Ds da soli, né tantomeno io da solo: ma la Quercia è stata l’architrave, il motore in ognuno dei passaggi compiuti. E’ il lavoro di questi anni che ha creato le condizioni per lanciare il Partito democratico».

Che sancirà, però, la fine dei Ds... Lei sarà ricordato come l’ultimo Segretario: possibile non le dispiaccia?
«Domenica, alla festa de “l’Unità”, ci siamo commossi un po’ tutti: io che parlavo e i compagni che mi ascoltavano. Ma era commozione, appunto, emozione, non tristezza. Sappiamo quel che siamo stati per questo Paese, e poi la sfida - stavolta - è ancor più affascinante di quella dei passaggi dal Pci al Pds ai Ds: allora abbiamo cambiato noi stessi da soli, adesso nel Pd lo facciamo assieme ad altri».

E certo non è una gran fortuna fondare un partito con l’aria che tira, no?
«Si riferisce a Grillo?».

Perchè, non ne vuole parlare?
«Si figuri. Ma se Grillo pensa che distruggendo la politica salva il Paese, si sbaglia di grosso: lo consegna solo ad altri, magari a delle massonerie, certamente a poteri meno democratici».

Però la gente lo segue...
«Perchè nel Paese c’è un disagio vero, reale. Un disagio al quale i partiti devono guardare con più attenzione. Partendo da una premessa: chi fa politica deve sapere che la sua credibilità dipende dalla vita che conduce, se fa la fila agli sportelli, in ospedale, se paga il biglietto quando va allo stadio o prende l’aereo... Se fa la vita di tutti gli altri, insomma, senza privilegi. Altrimenti è chiaro che poi spopola anche un moralista a pagamento come Grillo, perchè ai suoi spettacoli si paga il biglietto, o sbaglio?».

Tornando per un momento a guardare indietro...
«Ma attenti che io non mi sto ritirando dalla politica!».

E si figuri se qualcuno lo pensa. L’accusano addirittura di voler entrare al governo...
«E’ stata scatenata una canea, con espressioni miserevoli, come si io cercassi una poltrona. E allora sa che le dico? Non intendo più affrontare il tema. Chiuso».

Addirittura! Magari un rimpasto sarebbe davvero utile, no?
«Chiuso. Una mia sola parola verrebbe rilanciata nello stesso modo dei giorni scorsi. Non voglio più parlare di questo. Io sono una persona perbene. Chiuso. Non sono alla ricerca di posti e non ne chiedo. Ringrazio Rutelli e gli altri per la stima. Tutto il resto è materia esclusiva del presidente del Consiglio».

Insomma, un’amarezza... Ne ha avute molte altre nei suoi «sei anni da Papa»?
«Guardi, c’è una cosa che mi ha ferito, perchè totalmente falsa: che io con le mie scelte liquidassi la sinistra in Italia. Quando fui eletto a Pesaro, dissi: o si cambia o si muore. Ma cambiare non vuol dire rinnegare i nostri valori, che restano intatti. Significa, al contrario, mutare gli strumenti per affermarli, consapevoli dei grandi cambiamenti che ci circondano».

Da Segretario quali errori si rimprovera?
«Forse si sorprenderà, ma rifarei la strada fatta: i Ds, l’Ulivo, il Pd. Magari qualche piccolo errore...».

Intende di gestione, non strategico.
«Sì, ma quando dirigi un partito con migliaia di dirigenti e decine di migliaia di militanti...».

Ma lei, alla vigilia delle elezioni del 2001, avrebbe scaricato Amato, come decise Veltroni, per candidare a premier Francesco Rutelli?
«Intatta la stima verso Amato, si fece quel passaggio con la speranza che un leader nuovo potesse allargare i consensi ad un centrosinistra che già temeva di perdere. Sembrò in quel momento che fosse una chanche in più».

Dopo le ultime elezioni, invece, era certo che lei sarebbe entrato al governo: poi, invece, fallì la trattativa per eleggere D’Alema alla presidenza della Camera, lui entrò al governo e lei fu costretto a restar fuori. Non si arrabbiò?
«No, perchè la mia scelta di restare al partito nacque dalla consapevolezza che il lavoro di costruzione del Pd avrebbe avuto passaggi anche difficili. E poi i Ds sarebbero stati appunto ben rappresentati al governo da D’Alema. Certo, se Massimo fosse stato eletto presidente della Camera magari i Ds al governo li avrei rappresentati io».

E si arrabbiò.
«No, e le spiego perchè. Vede, ci sono due modi per fare il segretario di un grande partito: o stronchi tutti i possibili concorrenti o li metti tutti in campo per ottenere il meglio dalla squadra. Io ho sempre scelto questa seconda via».

Senta Fassino, quant’è triste finire di fare il Segretario con i fari della magistratura addosso?
«Penso che ci sia molta cattiveria e ingenerosità nel modo in cui vengono utilizzate delle telefonate del tutto innocue. Io posso forse accettare di discutere dell’opportunità di quelle telefonate, ma non costituiscono certo nè un reato nè alcuna forma di illecito. In ogni caso, ormai ci siamo quasi abituati. Già con Telekom Serbia tentarono di colpirci: Cicogna, Ranocchio, Mortadella... e poi finì come finì. Noi siamo persone perbene, la gente ci conosce e lo sa. E’ per questo che, Papa o chierico, sono tranquillo. E la notte dormo sereno, come tanti anni fa».

da lastampa.it


Titolo: FASSINO... Giudizio positivo sulle tesi dell'ad di Fiat su welfare e società
Inserito da: Admin - Settembre 24, 2007, 11:14:04 pm
«Si deve essere contro la precarietà non contro la flessibilità» «Pronto ad allearmi con Marchionne»

Il leader dei Ds, Piero Fassino: è un vero socialdemocratico.

Giudizio positivo sulle tesi dell'ad di Fiat su welfare e società   


MILANO — «Un articolo importante quello di Marchionne. E con un impianto largamente condivisibile. Lo definirei fortemente riformista: vuole cogliere tutte le opportunità che offre il mercato e la concorrenza ma non chiude gli occhi di fronte ai rischi sociali che questo comporta». Piero Fassino ha appena finito di leggere l'intervento dell'amministratore delegato della Fiat. E sembra quasi considerare Sergio Marchionne un alleato. Un alleato naturale contro quello schieramento trasversale «a destra e a sinistra» dice, che non vuole accettare «il cambiamento e la sfida di una società che non è più quella nella quale la nostra generazione è cresciuta».

Non si tratta tanto di modelli di capitalismo più o meno validi o più o meno in concorrenza tra di loro, «quanto di comprendere che c'è uno scenario tutto nuovo. Averne paura o semplicemente difendersi dal cambiamento, significa condannarsi a subirne solo le conseguenze senza governarne gli effetti e coglierne le opportunità». Se a parole chiunque sembra pronto ad accettare una situazione molto diversa rispetto a qualche anno fa, la novità sta nel fatto che il leader dei Ds individua chiaramente l'asse trasversale e conservatore che si è creato e che frena il potenziale di crescita dell'Italia. È certo a destra. «Quella destra — dice — che ha ingenerato nel Paese negli anni scorsi la paura ad esempio dell'Europa e dell'euro, di un mercato aperto, di confini che dovevano allentarsi, esaltandone invece sempre e solo tutti i rischi e i potenziali pericoli. Una destra, ancora, che vede nell'immigrazione una minaccia più che un'opportunità e una necessità. E che dire di un certo antiscientismo che cavalca la paura delle tecnologie, della ricerca?».

Ma anche a sinistra — aggiunge — «ci sono settori dove è manifesta l'ostilità, ad esempio, alla flessibilità del lavoro. Si fa fatica a capire che se è giusto essere contro la precarietà, è invece sbagliato rifiutare una flessibilità connaturata a un mercato non più racchiuso nei confini nazionali. Il tema non è "flessibilità sì o no" ma come gestirla. È qui che Marchionne coglie nel segno. Quando dice che va accettata la sfida dell'innovazione e del nuovo, senza abbandonare al suo destino chi subisce le conseguenze del cambiamento».

«Una forte impostazione riformista, direi socialdemocratica » come la definisce Fassino. Che non nega si scontri con gli atteggiamenti di «certa sinistra che vede, ad esempio, in un'autostrada, in una grande opera infrastrutturale, solo il peggioramento momentaneo della qualità della vita e non l'opportunità legata allo sviluppo e alla crescita. Pensi all'accordo sulle pensioni e sul lavoro sottoscritto a luglio tra governo e sindacati, è esattamente questo: riuscire a dare tutele sul fronte degli ammortizzatori sociali a quanti dovessero trovarsi in difficoltà a causa dell'innovazione». Anche se è da dentro la maggioranza che quell'accordo dovrebbe varare, che arrivano invece critiche che puntano a smontare l'intesa. Addirittura ben quattro ministri dell'attuale governo hanno proposto la classica politica dei due tempi. «Vedremo con il referendum sindacale di ottobre se passerà la linea della conservazione o se invece, come credo, milioni di lavoratori diranno sì a quell'accordo sconfessando coloro che si arroccano nella difesa del passato. Che sono una minoranza, questo non va mai dimenticato. È certo che coniugare modernità e diritti non è facile. Una linea di semplice resistenza ai cambiamenti come quella ad esempio della Fiom quali diritti veri riesce a tutelare?».

Parole che riecheggiano il paradosso evidenziato dal recente libro di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina «Il liberismo è di sinistra», dove la sfida è esattamente accettare la modernità perché permette di tutelare i più deboli. La reazione a sinistra però, ancora una volta, non è stata così favorevole. «La sinistra ha sempre difeso i deboli — dice il leader dei Ds — e chi è più debole se perde quel poco che ha è privo di tutto. Comprensibile una reazione istintiva di difesa che però rischia di essere velleitaria e perdente, non è arroccandosi che si ottengono maggiori certezze». Forse tutto sta nel riuscire a definire chi oggi è più debole. «Non avrei dubbi: sono i giovani. Se il 60% dei matrimoni avvengono tra i 25 e i 35 anni, se 4,5 milioni di persone nella stessa fascia vivono ancora con i genitori è evidente che esiste il problema».

Marchionne lega il ragionamento sul cambiamento ad alcuni principi precisi che sono il mercato, la concorrenza, ma anche il merito che può permettere a un giovane appunto di farsi valere. Ma la sola parola «merito» in Italia è ancora tabù. «Sì, perché si è sempre pensato che il merito fosse un trucco dei ricchi per fregare i poveri, non capendo che è esattamente il contrario. È grazie al merito, al talento che il povero può annullare le differenze sociali e avere le stesse opportunità». Eppure quando Pietro Ichino pone la questione del cambiamento nella Pubblica amministrazione per aprirla ai giovani, per introdurre elementi di giudizio sugli impiegati, arrivando anche al licenziamento dei «fannulloni», la reazione è di totale chiusura.
«Ichino pone problemi veri. Si può e si deve licenziare l'impiegato fannullone. Ma il nodo è appunto l'efficienza, anche lì accettare la sfida del nuovo, fare sì ad esempio che la mobilità nella Pubblica amministrazione non sia una parola ma che si possa attuare superando tutte le resistenze corporative che oggi la rendono impossibile, come dimostrano le barriere immediatamente alzate alle proposte innovative del ministro Nicolais».

Discorsi che però non hanno vita facile nel governo, nella maggioranza. Anzi. «Non è vero. Non credo di essere una mosca bianca. Questi concetti sono scritti nelle tesi del congresso Ds, Veltroni nel suo discorso proprio a Torino li ha ribaditi. Lo stesso Mussi con la sua azione contro i concorsi truccati e le lauree facili dimostra che il processo è iniziato. Basti pensare alle liberalizzazioni di Bersani». Già ma sempre Marchionne citando "Braveheart" dice che gli uomini non seguono gli uomini ma il coraggio... «Ha ragione. Se avesse tenuto la Fiat che c'era, se Marchionne non avesse innovato, non avesse avuto il coraggio di dire che la Fiat aveva un futuro mentre tutti dicevano che doveva essere solo venduta, oggi probabilmente il Paese sarebbe più povero».
Ma accettando la sfida dell'innovazione e del nuovo ha pagato anche dei prezzi, è sicuro che a sinistra si abbia lo stesso coraggio? «Stiamo facendo decollare il Partito democratico per cambiare la politica italiana, per questo obiettivo non abbiamo avuto paura di pagare prezzi anche dolorosi: se si vuole guidare il cambiamento si deve essere i primi a mettersi in gioco».

Daniele Manca
24 settembre 2007
 
da corriere.it


Titolo: Piero Fassino: «Smettiamo di farci del male e occupiamoci della gente»
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2007, 10:50:49 pm
Piero Fassino: «Smettiamo di farci del male e occupiamoci della gente»

Ninni Andriolo


Onorevole Fassino, crisi alle porte sulla Finanziaria?
«Le drammatizzazioni di queste ore sono eccessive. Siamo in una fase istruttoria di preparazione della legge di Bilancio ed è del tutto naturale che in una coalizione, composta da quattordici partiti in Parlamento e undici al governo, si sviluppi una discussione sulle priorità. La presentazione della Finanziaria è da sempre occasione di confronto fra le forze politiche che compongono la maggioranza di governo. È stato così anche in questi giorni, ed è stato così anche l’altra sera».

Mercoledì, però, la sinistra radicale ha chiesto che la manovra venga riscritta...
«Mercoledì sera i rappresentanti della cosiddetta sinistra radicale hanno sottolineato alcuni punti, che per loro sono prioritari. Il fatto che ci sia stata una discussione aperta ed esplicita, però, non significa che non sia possibile scrivere una Finanziaria in cui tutto il centrosinistra possa riconoscersi».

Fiducioso, quindi, nel lavoro di mediazione affidato a Prodi?
«Lo sforzo che è stato fatto dal Presidente Prodi e dal ministro Padoa Schioppa è quello di realizzare una sintesi da portare al Consiglio dei ministri. La riunione di oggi dell’esecutivo, però, rappresenterà un’ulteriore sede di confronto. Un luogo in cui potranno essere approfonditi quei capitoli sui quali, eventualmente, la sintesi proposta dal ministro non apparisse ancora soddisfacente. La Finanziaria, in ogni caso, non viene varata dal governo. La sede in cui, alla fine, si deve decidere è quella del Parlamento. Sarà lì che verranno definiti gli aggiustamenti e le integrazioni che si renderanno necessari».

Fino a dove potrà spingersi la mediazione di Prodi? Non si rischia di scoprire la coperta dalla parte del centro?
«Quello che non deve andare smarrito è che ci apprestiamo a presentare la nuova legge di bilancio in un quadro economico e di finanza pubblica molto diverso da quello di un anno fa. Nel 2006 presentammo una Finanziaria particolarmente onerosa e impegnativa, di oltre 30 miliardi di euro. E questo per far fronte alla pesante eredità lasciata da Tremonti. Un anno dopo stiamo per varare la Finanziaria in uno scenario del tutto diverso. Il deficit è sceso al 2,7%; il debito pubblico comincia a ridursi; la crescita economica si avvicina la 2%; c’è stato un forte recupero d’introito fiscale; le esportazioni sono in netta ripresa; il tasso di disoccupazione è il più basso degli ultimi trenta anni...»

Tutto questo non basta a creare armonia nella maggioranza. Come trovare la quadra tra Rifondazione e Dini?
«Le cifre dimostrano che questi 15 mesi di governo non sono passati invano. Governo e maggioranza, anzi, sono riusciti a superare l’emergenza di un anno fa, stabilizzare l’economia, rimettere in moto la ripresa. E tutto ciò è talmente vero che presentiamo una Finanziaria più leggera, molto diversa da quella dell’anno scorso. La manovra si pone tre obiettivi: continuare in una linea di risanamento dei conti pubblici; sostenere la ripresa economica; realizzare forme di redistribuzione sociale e di equità fiscale».

Il protocollo sul welfare ne sarà parte integrante?
«La Finanziaria includerà come sua parte integrante l’accordo sottoscritto da governo e sindacati su pensioni, lavoro e welfare. Ma prevederà, anche, una riduzione dell’Ici; agevolazioni fiscali sul fronte degli affitti; alleggerimenti del prelievo sulle imprese e misure a tutela delle fasce di reddito più basse. Una Finanziaria, quindi, che, da un lato, prosegue la nuova politica economica varata dal governo e, dall’altro, comincia a restituire agli italiani lo sforzo economico chiesto un anno fa».

La manovra non prevede nulla per ridurre i costi della politica?
«Al contrario. La Finanziaria dovrà porsi quell’obiettivo, realizzando i provvedimenti che mi sono sforzato di indicare: la riduzione del numero dei parlamentari e delle dimensioni dei consigli regionali, provinciali, comunali e delle giunte; il contenimento dei consigli d’amministrazione di enti pubblici entro le cinque unità; la revisione di tutto il sistema delle indennità per incarichi pubblici; la revisione del sistema dei rimborsi elettorali; l’eliminazione della garanzia a carico dello Stato per i mutui contratti dai partiti politici».

E i fondi per la sicurezza?
«In Italia c’è una percezione di insicurezza molto diffusa tra i cittadini. A questi vanno offerte rassicurazioni concrete. Attraverso misure di rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine nel territorio; di repressione del crimine quando viene compiuto; di gestione ordinata del fenomeno dell’immigrazione; di lotta a tutte le forme di illegalità e marginalità, in modo da consentire a ciascuno di sentirsi più sicuro nella propria vita quotidiana. Servono, quindi, risorse finanziarie e umane. Nella Finanziaria, inoltre, è necessario dare una risposta adeguata al mondo dell’Università, della ricerca, dell’innovazione che non fu adeguatamente soddisfatto nella manovra dell’anno scorso. Ci sono le condizioni, oggi, per dotate le università delle risorse necessarie alla propria attività didattica e al rilancio di una efficace attività di ricerca».

Segretario, la sinistra radicale chiede la tassazione delle rendite finanziarie. Prodi non è d’accordo. Come se ne esce?
«La richiesta di innalzamento del prelievo fiscale sui titoli di Stato è del tutto inopportuna. Sappiamo benissimo che i mercati finanziari sono turbati dalle vicende delle società di mutuo americane. Sappiamo che in questi due anni il prelievo fiscale in Italia è stato sufficientemente alto, tanto che la maggioranza dei cittadini chiede un allentamento. Un provvedimento come quello che vorrebbe il Prc e gli altri partiti della sinistra radicale produrrebbe solo l’esito di spaventare i cittadini, di renderli più preoccupati sul valore dei propri redditi e sulla qualità della loro vita. Una misura di questo genere può essere discussa, perché sappiamo che l’aliquota unica sulle rendite finanziarie esiste in molti paesi europei. Ma certo questo è il momento meno opportuno per farlo».

Non pensa che il tema vero sia quello dei rapporti tra sinistra radicale e Pd? Il Prc parla di Partito democratico pigliatutto...
«Questa ansia, questa preoccupazione qualche volta angosciosa di Rifondazione o dei Comunisti italiani di dover manifestare a tutti i costi la loro esistenza, il loro ruolo, il loro peso, mi sembra francamente eccessiva. Perché in un governo di coalizione tutti sono indispensabili. E la sinistra radicale non può pretendere di dettare le sue posizioni alla maggioranza di centrosinistra. Deve tenere conto degli altri partiti. E viceversa, le altre forze politiche della maggioranza, a partire dall’Ulivo-Partito democratico, devono fare i conti con tutti gli alleati, Prc compresa. In un governo di coalizione non c’è uno che comanda e uno che obbedisce, c’è un sistema di alleanze in cui tutti hanno pari dignità. Ci si mette intorno a un tavolo, si ragiona, si discute e si costruiscono insieme le soluzioni. L’importante è partire dal Paese. Sapendo, però, che il problema non è quello di piantare bandiere e vessilli simbolici, quanto quello di fare una politica che corrisponda agli interessi della gente».

Intanto nella maggioranza c’è divisione tra riformisti e radicali...
«Non dividiamoci astrattamente tra riformisti e radicali. Questa distinzione molto spesso dice poco. Partiamo, al contrario, dalle domande e dalle esigenze della società italiana. È a iniziare da lì che dobbiamo insieme costruire le risposte. E io, anche guardando la riunione dell’altro ieri, sento il dovere di dire a me stesso come ai nostri alleati che ciascuno dei noi deve farsi carico delle aspettative che i cittadini hanno nei confronti del centrosinistra. E capire che ogni volta che il centrosinistra manifesta un dissidio, una divisione, un distinguo infondato e immotivato tutto questo trasferisce all’opinione pubblica un’immagine di fragilità che riduce il credito del governo e della maggioranza».

L’assenza di Mastella dal vertice dell’altro ieri non contribuisce a rasserenare il clima...
«Voglio esprimere solidarietà umana e politica a Clemente Mastella. Con Mastella, così come con qualsiasi altro esponente politico, si possono avere opinioni convergenti o dissensi. Ma non può mai venire meno il rispetto per l’uomo politico. Né l’amicizia nei confronti di un alleato che in questi anni è stato leale. Voglio dirlo anche a quei settori di sinistra che spesso hanno un’immagine di Mastella che non corrisponde alla realtà. Clemente è un uomo certamente estroverso, con un carattere qualche volta tempestoso. È uno che le cose non le cela e le dice anche con una certa rudezza. In tanti anni di vita politica, però, da Mastella un atto di slealtà non l’ho ricevuto mai. È un uomo che conduce la sua battaglia. Lo fa con le posizioni che sono proprie del suo movimento, copre uno spettro più centrista in un’alleanza di centrosinistra. E penso che meriti rispetto. Il linciaggio cui è stato sottoposto nei giorni scorsi, quindi, lo considero indecente».

I sondaggi darebbero il centrodestra al 56% e il centrosinistra al 42%. Percentuali spiegabili soltanto con l’effetto Grillo?
«Io non sottovaluto i sondaggi, ma quelli lontani dalle elezioni hanno un’attendibilità meno precisa. È vero, tuttavia, che in questa fase la politica è guardata da una parte dell’opinione pubblica con disagio, sospetto e diffidenza. Si scaricano sulla politica febbri e inquietudini che corrono sotto la pelle della società italiana. L’ansia che c’è in molte famiglie per il futuro dei figli, la preoccupazione per un reddito e un lavoro meno certi e sicuri di un tempo, la paura per la propria sicurezza individuale, il fastidio per un sistema fiscale percepito come troppo oneroso, l’indignazione verso i concorsi truccati all’università, gli appalti guidati, le assunzioni di favore che rappresentano la negazione del merito e della competenza».

E il centrosinistra quali risposte immediate è in grado di dare?
«Io penso che la politica debba avere l’intelligenza di non volgere lo sguardo altrove, di raccogliere questo stato di disagio e tradurlo in riforme. E anche di questo la Finanziaria dovrà farsi carico. Bisogna dare risposte. La diffidenza dei cittadini si riconquista se la buona politica scaccia la cattiva politica. Non è cavalcando l’antipolitica, ma dimostrando che della politica ci si può ancora fidare, che si rende un servizio al Paese»

Lei, nei giorni scorsi, è stato molto duro con Di Pietro...
«Penso che sia molto pericolosa la linea che sta perseguendo. Quella, cioè, di cavalcare l’antipolitica e di pensare di correre dietro a Grillo per ottenere un punto percentuale in più. Per ottenerlo Di Pietro rischia di produrre una crisi nella maggioranza di centrosinistra che può avere esiti catastrofici. E questo, invece, è il momento di trasmettere al Paese messaggi di coesione, di unità e di forza».

In realtà avviene l’esatto contrario guardando anche dalle parti della maggioranza...
«E bisogna invertire subito questa tendenza. Anche perché un’altra maggioranza non c’è, la Destra non è in grado di proporre un governo alternativo e io continuo a pensare che un esecutivo istituzionale sia molto difficile in una situazione complessa come quella italiana. L’unico governo che può guidare effettivamente il Paese, quindi, è quello di centrosinistra presieduto da Romano Prodi. Se guardiamo ai risultati, questi 15 mesi di governo sono stati molto positivi per l’Italia. Stiamo facendo tante cose di cui il Paese beneficia, ed è paradossale che siamo noi stessi, poi, a offrire agli italiani l’immagine di una coalizione debole, divisa, frammentata, che sembra sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Ma tutto questo dipende da noi, dobbiamo smettere di farci male con le nostre mani. Dobbiamo lavorare tutti anche con il senso di una responsabilità collettiva e anche con l’orgoglio di essere capaci di guidare il Paese e tirarlo fuori dalle secche in cui l’avevano precipitato Berlusconi e Tremonti»

Pubblicato il: 28.09.07
Modificato il: 28.09.07 alle ore 9.27   
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Titolo: Piero Fassino: «L´integralismo non si batte con i regimi militari»
Inserito da: Admin - Dicembre 30, 2007, 04:38:58 pm
Piero Fassino: «L´integralismo non si batte con i regimi militari»

Umberto De Giovannangeli


«Quel che accade in Pakistan, a migliaia di chilometri da noi, in realtà ci riguarda, ed è l´ennesima riprova che non esistono più conflitti locali. Ogni conflitto locale in realtà immediatamente investe il mondo, la sua sicurezza, la sua stabilità». Piero Fassino analizza, in questa intervista a l´Unità, le gravissime conseguenze dell´omicidio di Benazir Bhutto. Parla del ruolo dell´Occidente e dell´Europa e spiega: «Non sono i regimi militari che possono sconfiggere l´integralismo, ma è solo la democrazia che può farlo. Musharraf ne è la riprova».

Qual è il segno politico dei drammatici eventi che stanno sconvolgendo il Pakistan a partire dall´attentato che è costato la vita a Benazir Bhutto?
«Tutti avvertiamo l´enormità di quello che è accaduto in Pakistan. Intanto perché è stata uccisa una personalità di grande rilievo come Benazir Bhutto, ma anche perché quell´assassinio segna un aggravamento ulteriore sia della situazione interna al Pakistan, ancora più stretto oggi tra integralismo islamico e autoritarismo militare, e sia per l´instabilità e l´insicurezza a livello globale che una tale crisi può produrre. Basta pensare a dove è collocato il Pakistan: in una delle aree-cerniera del mondo, ai confini con quell´Afghanistan dove da sei anni è in corso una lotta durissima contro il terrorismo e contro i Talebani; in un´area segnata dalla guerra irachena e da tutte le sue conseguenze; a pochi passi da quell´Iran che è al centro di una crisi politica internazionale dagli esiti imprevedibili, nel cuore del Grande Medio Oriente, in cui è tuttora aperta la ferita del conflitto israelo-palestinese; alle porte di India e Cina, che sono non solo più colossi dell´economia mondiale ma sempre di più protagonisti della politica internazionale; in quell´Asia scossa nei mesi scorsi dalla crisi birmana. Non solo, Il Pakistan è l´unico Paese islamico a possedere la bomba atomica, quando gli armamenti nucleari tornano ad essere un problema non risolto per la Comunità internazionale...».

Cosa ci dice tutto questo?
«Ci dice che quel che accade in Pakistan, a migliaia di chilometri da noi, in realtà ci riguarda, ed è l´ennesima riprova che non esistono più conflitti solo "locali". Ogni conflitto locale in realtà immediatamente investe il mondo, la sua sicurezza, la sua stabilità. Le immagini dell´assassinio della Bhutto e le drammatiche giornate di scontri di Karachi, di Islambad, sono entrate nelle case di tutti noi ogni giorno attraverso le televisioni, e tutti avvertiamo come quello che accade anche a migliaia e migliaia di clinometri da noi, in realtà investe la nostra vita, la nostra sicurezza, il nostro domani. E di qui deriva una prima conseguenza che va tratta da questa ennesima tragedia...».

Qual è questa conseguenza?
«La stabilità e la sicurezza del mondo, richiedono che ogni Paese faccia la propria parte assumendosi tutte le responsabilità necessarie. Così come sta alle nostre spalle l´idea che i conflitti possano essere confinati nella loro dimensione locale, sta alle nostre spalle anche l´idea che la sicurezza del mondo possa essere delegata a qualcuno. Un tempo, nell´epoca dell´equilibrio bipolare, si pensava che alla sicurezza e alla stabilità del mondo dovevano provvedere Usa e Urss, e quando scoppiava un conflitto in qualche parte del mondo, ci si affidava all´intervento delle due superpotenze per sedarlo e risolverlo. Oggi siamo in un mondo del tutto diverso, in cui non ci sono più super potenze a cui poter delegare sicurezza e stabilità, c´è un pianeta caratterizzato, nella globalizzazione, da un grado di interdipendenza assai più grande. Tanto più dopo la guerra in Iraq, che ha fortemente ridotto l´autorevolezza e la funzione di garante dell´ordine internazionale degli Stati Uniti, diventa essenziale come la Comunità internazionale si assume solidalmente il compito di garantire la sicurezza e la stabilità del pianeta. Non a caso la guerra in Iraq ha segnato la crisi dell´unilateralismo e ha riproposto la necessità del multilateralismo e di istituzioni internazionali legittimate e forti, che possano intervenire nei conflitti e offrire elementi di governo alla globalizzazione. E non è un caso che la Nato da alcuni anni operi fuori di quel Continente europeo per la cui sicurezza era sorta, e che la stessa Unione Europea senta il dovere, la responsabilità, di essere presente con la sua politica e con i suoi soldati in aree molto lontane dal Continente. È compito di ogni nazione partecipare alla produzione di quella sicurezza di cui il mondo ha bisogno. Non possiamo più vivere in un mondo in cui qualcuno produce sicurezza e molti altri la consumano».

Un discorso rivolto anche all´Italia?
«Certo che sì. Dalla vicenda del Pakistan, l´Italia, è direttamente investita, se solo pensiamo che abbiamo duemila soldati in Afghanistan, altrettanti in Libano, quattromila soldati nei Balcani, e che abbiamo mandato a suo tempo i nostri militari a Timor Est: queste nostre presenze militari per realizzare missioni di pace decise dalle Nazioni Unite, esprimono bene il più alto livello di responsabilità a cui l´Italia, come ogni altra nazione, oggi è chiamata».

Tornando allo scenario pachistano ma mantenendo questo sguardo globale, è possibile spiegare il caos in Pakistan, leggere ciò che è avvenuto, solo riferendosi, come da più parti è stato fatto, alla minaccia di Al Qaeda?
« Al Qaeda e il suo terrorismo sono certamente oggi l´insidia più grande per la sicurezza e la stabilità del mondo, e la lotta al terrorismo deve essere condotta senza incertezze. Tuttavia, proprio per vincere, serve anche uno sguardo più ampio, Proprio le vicende pachistane ci dicono che Al Qaeda alligna e il terrorismo può prendere piede laddove si diffonde l´integralismo. Perché l´integralismo, con il suo fanatismo, con la sua intolleranza, con la sua pretesa di imporre come uniche le proprie regole e il proprio credo, crea il terreno favorevole a che le manifestazioni più estreme del fanatismo integralista possano organizzarsi e agire come forze terroriste. E non a caso è stata colpita Benazir Bhutto...».

Perché proprio lei?
«Perché era l´espressione di quella borghesia islamica che rifiuta lo scontro di civiltà, che si è formata in Occidente e rigetta la rappresentazione dell´Occidente come demone. È quella borghesia musulmana che ritiene che Islam e modernità non siano incompatibili ma anzi debbano incontrarsi; è quella borghesia islamica che senza rinunciare alle ragioni della propria identità però la vive con laicità. Benazir Bhutto era tutto questo, era il simbolo di tutto questo. Lei, la sua famiglia, la sua cultura, il modo di concepire la politica. Dalle vicende pachistane di questi anni, di questi mesi, da questa tragedia, dobbiamo trarre ancora di più la convinzione che la lotta all´integralismo è una priorità che non si esaurisce soltanto nella lotta al terrorismo. Il terrorismo è la manifestazione più estrema, più acuta, più drammaticamente pericolosa di un integralismo che se si diffonde crea le condizioni favorevoli al che il terrorismo possa agire. C´è dunque anche la necessità di una specifica iniziativa contro l´integralismo in quanto tale, senza aspettare che diventi terrorismo. Quello della secolarizzazione è un tema non risolto nei Paesi islamici. C´è continuamente la tendenza di una parte di queste società a far coincidere religione, Stato e politica in una identificazione che crea una miscela il cui esito è intolleranza, fanatismo e violenza. È una tendenza che peraltro è contestata e combattuta da ampi settori democratici e laici di quelle società. E noi dobbiamo stare con loro. Ma vi è un´altra questione cruciale che emerge con forza guardando al Pakistan...».

Quale?
«La risposta a tutto questo non sono i regimi militari. Se la vicenda pachistana ci dice che il problema che si pone è lottare non solo contro il terrorismo e le sue organizzazioni, ma anche contro l´integralismo come fenomeno culturale, sociale e politico, la risposta non può esser data dall´autoritarismo, ma solo dalla democrazia. Musharraf ne è la riprova. Musharraf è l´espressione di un potere militare autoritario, che ha disposto del sostegno di tutta la Comunità internazionale, a partire dagli Stati Uniti e anche dell´Europa. Dopo di che questo non ha rappresentato una sconfitta dell´integralismo in Pakistan. Al contrario, ed è stata una delle ultime denunce di Benazir Bhutto, abbiamo assistito e assistiamo ancor oggi alle infiltrazioni di uomini legati all´integralismo anche in gangli nevralgici degli apparati dello Stato e della sicurezza pachistani. E anzi in questi anni, troppe volte abbiamo scoperto rapporti equivoci e occulti, tra regimi autoritari e militari con gruppi integralisti e anche terroristici. Insomma: torna in campo il nodo della democrazia, che oggi in Asia è il vero cuore di tanti processi politici».

Perché proprio in Asia?
«Sta accadendo in Asia oggi, un fenomeno analogo a quello accaduto alla fine degli anni Ottanta in America Latina. Il fallimento di regimi autoritari e militari ripropone la necessità della democrazia. E oggi in molti Paesi asiatici, questa sta diventando la frontiera nuova dell´evoluzione politica. Pensiamo alla Thailandia, dove il regime militare ha dovuto lasciare nuovamente il posto a elezioni; guardiamo all´Indonesia, che ha conosciuto un colpo di stato militare ma che ha poi ha dovuto via via cedere il passo al ritorno della democrazia. Un discorso che investe le Filippine, lì è stata la carta democratica a riscattare quel Paese dalla dittatura di Marcos; pensiamo anche alla Birmania, dove quella crisi ripropone il tema della democrazia come l ‘unica possibilità di uscire da una situazione drammatica. E non è un caso che questo tema si ponga proprio oggi, quando cioè l´Asia conosce il più grande sviluppo economico. Perché c´è una relazione tra l´espansione e lo sviluppo del mercato e della sua dialettica economica e sociale, e l´affermarsi di forme democratiche nella rappresentanza politica e istituzionale. E in un mondo sempre più globale e interdipendente, in cui tutto si tiene, la possibilità per l´Asia di essere non solo un gigante economico, ma di diventare, come sta diventando sempre di più, un soggetto politico primario, passa per l´adozione in tutti i suoi Paesi, dei principi fondamentali che regolano la vita politica internazionale: lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani, il pluralismo e la democrazia. Ma c´è qualcosa di più che la vicenda pachistana, e non solo essa, ci sta indicando....».

Qual è questa indicazione?
«Questa nuova frontiera della democrazia come il terreno nuovo su cui si ridefinisce il destino di grandi nazioni in Asia, ha come protagoniste le donne. Cory Aquino e l´Arroyo nelle Filippine, Indira Gandhi ieri e Sonia Gandhi oggi in India, Aung San Suu Kyi in Birmania, Benazir Bhutto in Pakistan, Sherin Ebadi in Iran. Non è un caso, perché la lotta per la democrazia non può non coincidere con la battaglia per il riconoscimento pieno della soggettività delle donne, dei loro diritti, della loro uguaglianza, della loro parità. Una delle forme attraverso cui l´integralismo da un lato e l´autoritarismo dall´altro, si manifestano è quella di una forte oppressione sul piano dei costumi, di cui le prime vittime sono le donne, spesso costrette a una condizione di subalternità e di disconoscimento».

Anche di fronte a tutto questo c´è una nostra responsabilità?
«Certo. Di fronte ad una tragedia come quella del Pakistan, noi non solo dobbiamo esprimere indignazione per un attentato atroce, dolore e cordoglio per la morte di una leader politica che sentiamo come nostra. Occorre fare di più...».

Cosa fare?
«È compito di tutte le forze democratiche non lasciare solo il Pakistan, e soprattutto non lasciare solo le forze democratiche di quel Paese. Siamo alla vigilia di elezioni, di cui in questo momento è in dubbio perfino lo svolgimento; in ogni caso, quale che sia la decisione sulle elezioni, che si svolgano o no, il Pakistan può uscire dal caos di oggi soltanto se intraprende la strada democratica, quella che Benazir Bhutto voleva percorrere. Benazir è caduta sul campo, e la sua bandiera non può essere lasciata per terra, va presa nelle mani delle forze democratiche, certamente quelle pachistane ma non solo. Abbiamo il dovere, tutti, di sostenere in Pakistan come in tutti gli altri i Paesi asiatici, chi si batte pr la democrazia. Abbiamo il dovere di sostenere Aung San Su Ki e le forze democratiche in Birmania, così come abbiamo il dovere di sostenere in Iran coloro che si battono contro il fanatismo e l´integralismo religioso. Abbiamo il dovere di batterci in ogni Paese perché prevalga il rispetto dei diritti umani e della democrazia. Perché proprio la vicenda pachistana ci dice che questi sono valori universali, di cui c´è bisogno in ogni Paese, per garantire maggiori condizioni di sicurezza, di stabilità, di prosperità, ai cittadini di quella nazione e al mondo intero».


Pubblicato il: 30.12.07
Modificato il: 30.12.07 alle ore 10.24   
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Titolo: Bonino a Fassino: «Non sono un'accattona»
Inserito da: Admin - Febbraio 11, 2008, 05:09:27 pm
Il leader dei socialisti vede Veltroni e poi dichiara: «Nessuno può chiederci di scioglierci»

Bonino e Boselli dicono "no" a Veltroni

L'ex ministro boccia la proposta di una sua candidatura nel Pd formulata da Fassino: «Non sono un'accattona»


ROMA - C'è fermento all'interno del Pd, all'indomani del discorso-candidatura di Walter Veltroni al Spello. Il leader del Partito democratico deve fare i conti con i paletti posti dai «piccoli».

Da un parte il leader dei Socialisti, Enrico Boselli. «Nessuno può chiederci un accordo che preveda lo scioglimento del nostro partito.

Noi non abbiamo nessuna intenzione di scioglierci né di essere annessi» ha detto Boselli al termine dell'incontro con il segretario del Pd, teso proprio a valutare se ci sono i presupposti di un accordo per le elezioni del 13 aprile. Presupposti che, a questo punto, non sembrano essere all'orizzonte: Boselli spiega infatti che la proposta avanzatagli dal Pd è di confluire nelle liste dei democratici senza che compaia il simbolo dei Socialisti.

Per contro, i Socialisti hanno proposto al Pd «liste collegate». «Ci hanno chiesto di entrare nelle loro liste - spiega Boselli - ma noi ci saremmo aspettati un accordo sul programma riformista. Invece l'alternativa è stata "o vi sciogliete o nulla"». E anche se Pd e Socialisti si sono dati 24 ore per una risposta definitiva, Boselli ha già annunciato che i Socialisti «andranno con loro simbolo. Faremo nostre liste e vedremo se ci saranno accordi con altre forze».

«NON SONO UN'ACCATTONA» - D'altra parte Veltroni deve prendere atto del netto "no" di Emma Bonino a una sua possibile candidatura nel Partito democratico: «Non se ne parla proprio, non sono un'accattona» ha detto l'ex ministro delle Politiche europee, bocciando così la proposta formulata da Piero Fassino in un'intervista a «La Stampa».

Bonino ha aggiunto: «Quelle di Fassino sono parole offensive e sconcertanti per le menzogne adottate nelle sue argomentazioni. Spero che questo crei delle reazioni anche sdegnate nel Pd».


11 febbraio 2008
da corriere.it


Titolo: Eduardo Di Blasi. Fassino: le liste degli evasori siano rese pubbliche
Inserito da: Admin - Febbraio 29, 2008, 06:27:52 pm
Fassino: le liste degli evasori siano rese pubbliche

Eduardo Di Blasi


«Nessuno di noi ha interesse di perdere per la strada nulla». Nel disegnare il futuro delle Feste dell’Unità e del quotidiano che state leggendo, il segretario dei Ds Piero Fassino lancia un messaggio chiaro. Intervistato da Antonio Padellaro, nello spazio pubblico del proprio blog (www.pierofassino.it), Fassino usa parole nette: «Le feste dell’Unità sono un pezzo della storia della sinistra e del movimento democratico italiano. Non rappresentano solo una raccolta di fondi», anche se, ribadisce, hanno il valore aggiunto di restituirci l’immagine di una politica «pulita», fatta con i soldi di chi volontariamente affida i propri contributi al partito attraverso un momento di incontro, pubblico, politico. «Sono il più grande appuntamento politico che la politica offra ai cittadini, uno strumento della partecipazione dei cittadini». E, anche per questo, ricorda come nell’imminenza della campagna elettorale il circuito delle feste si sia rimesso in moto. «Strumento fondamentale prima del Pci, del Pds, dei Ds, possono essere strumento come sono le feste della Margherita e di Europa». Così come usa parole nette sull’attualità del Liechtenstein: «Se il ministero delle Finanze ha le liste, occorre che l'amministrazione finanziaria accerti se i depositi sono tali in rispetto delle leggi o no. Per quei nominativi che sono in condizione di illegalità, credo che sia giusto che la lista sia pubblicata anche per evitare veline e veleni, quel gioco al massacro che è già cominciato».

Perché, per il segretario della Quercia, il processo di creazione del Pd solo «gradualmente fonde le esperienze, le storie, le culture». Perché, appunto, «nessuno di noi ha interesse di perdere per la strada nulla». È lo stesso discorso che Fassino propone sul nostro quotidiano: «È un grande giornale che non solo deve andare avanti ma essere più forte. C’è tutto lo spazio editoriale perché ciò avvenga». Ribadisce: «L’Unità, come le feste dell’Unità, è un pezzo della storia della politica italiana, della sinistra, della democrazia di questo Paese. Non è ma mai stato “solo” un giornale di partito, ma anche un grande giornale di informazione. Un giornale vero». Per tali ragioni, auspica: «Tutti dobbiamo lavorare perché continui ad esserlo». Promette, dal punto di vista politico, «tutto l’apprezzamento, il sostegno e l’impegno pieno di tutto il Pd a sostenere l’Unità nella sua vita». E da quello squisitamente economico sottolinea: «Siamo pronti a compiere tutti gli atti che possano favorire questa stabilità. Il Pd ha due quotidiani di riferimento. Credo sia importante che in un grande partito possano entrambi vivere». Anche sui principi, si direbbe, nessuno lascerà per strada nulla: «Ciascuno tiene ai suoi principi - spiega Fassino - I principi non sono negoziabili. Ma la politica non deve negoziare principi, deve trovare soluzioni. La 194 - esemplifica - è una buona legge per questo. Non mette in discussione valutazioni personali sull’interruzione di gravidanza. Non obbliga nessuno a cambiare il proprio pensiero su questo tema. Ma risolve un problema». Proprio per questo bacchetta la lista di Ferrara («modo sbagliato di enfatizzare un problema che andrebbe trattato con più equilibrio»). Nell’intervista Fassino paragona le primarie democratiche alla campagna del Pd: «Si diceva che Barak Obama non ce l’avrebbe fatta. Che quando si arrivava ai grandi Stati avrebbe perso. Invece ha vinto nei grandi Stati, e poi ha continuato a vincere. Questo vale anche per noi». Come Berlusconi fermo nei sondaggi perché «non ha un messaggio, un progetto per il Paese» e non ha nemmeno un’immagine appetibile anche perché «fatto unico in Europa, si presenta per la quinta volta per la guida del Paese».

Pubblicato il: 29.02.08
Modificato il: 29.02.08 alle ore 13.06   
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Titolo: LIECHTENSTEIN: 390 INDAGATI, ATTI A 37 PROCURE
Inserito da: Admin - Marzo 26, 2008, 04:32:39 pm
2008-03-26 14:48

LIECHTENSTEIN: 390 INDAGATI, ATTI A 37 PROCURE


 ROMA - Sono stati iscritti nel registro degli indagati della procura di Roma i 390 nominativi della lista di titolari di conti correnti in Liechtenstein. Sulla vicenda indagheranno 37 procure, compresa quella della capitale.

Gli atti sulle posizioni delle procure di competenza sono partiti oggi. La maggior parte delle posizioni, oltre 100, riguardano Milano, seguono Roma (circa 60), Bolzano (40) e Firenze (20). Pochissimi casi di persone residenti nel sud Italia, tranne due che sono a Napoli. I reati ipotizzati nei confronti degli indagati sono la infedele e la omessa dichiarazione dei redditi, espressamente previsti negli articoli 4 e 5 della legge n.74 del 2000 in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto. I fatti presi in esame risalgono ad un periodo che termina nel 2002 e sono a rischio prescrizione. Tali reati decadono, infatti, in sette anni e mezzo. Le somme depositate nel Liechtenstein variano da un minimo di 200 mila euro ad un massimo di 400 milioni di euro.

COINVOLTE ANCHE DUE FONDAZIONI
Tra i presunti evasori fiscali indicati nella lista di titolari di conti nel Liechetnstein ci sono anche due fondazioni. Gli altri, secondo quanto si è appreso, sono soggetti fisici e soltanto una ventina non sono stati ancora compiutamente identificati. Le indagini sono coordinate dal procuratore Giovanni Ferrara, dall'aggiunto Pierfilippo Laviani e dal sostituto Mario Dovinola. Gli accertamenti sono stati svolti dal nucleo di polizia tributaria di Roma comandato dal colonnello Vito Augelli. La procura di Roma, per gli indagati di competenza, ma altrettanto faranno anche le altre procure coinvolte, si attiverà ora con il ministero della Giustizia per chiedere una rogatoria internazionale alle autorità del Liechtenstein per avere riscontri sui depositi e l'autenticità della lista.

Gli accertamenti sono stati svolti dalla guardia di finanza vagliando le posizioni della lista, acquisita dall'Agenzia delle entrate. I controlli, una volta identificati i presunti evasori, sono confrontati con il patrimonio informativo di ciascuno di loro con le banche dati come ad esempio quella dell'Anagrafe tributaria. Non risultano, al momento, posizioni di persone che abbiano denunciato, come da norma di legge, il trasferimento di denaro all'estero tranne una o due persone, che però hanno fornito dati inesatti sulla quantità di denaro trasferito e sulla destinazione dello stesso. Oltre alla posizione penale, c'é un profilo tributario all'attenzione dell'Agenzia delle entrate. I titolari di conti esteri potranno dimostrare all'erario che hanno eventualmente usufruito del cosiddetto 'scudo fiscale' che consentiva di sanare eventuali violazioni di norme tributarie. Oltre all'indagine della procura di Roma e delle altre procure italiane coinvolte, è in corso un'inchiesta della procura nazionale antimafia e dello Scico della Guardia di Finanza. L'inchiesta dovrà accertare eventuali profili di riciclaggio di denaro sporco, la presenza di eventuali prestanome, dietro l'apertura dei conti in Liechtenstein.

20 SOTTO INCHIESTA IN FRANCIA
Il fisco si accinge a lanciare nei prossimi giorni un'inchiesta approfondita su 20 delle 200 persone o gruppi familiari che figuravano sulla lista di francesi con conti bancari nel Liechtenstein. Lo ha annunciato oggi il ministro del bilancio Eric Woerth. L'inchiesta, ha aggiunto, si concentrerà soprattutto sull'imposta sui redditi e la patrimoniale delle persone o gruppi familiari che potrebbero essersi resi colpevoli di evasione fiscale. Le autorità francesi avevano ricevuto alla fine del 2007 una lista che comprendeva i nomi di 200 persone riunite in 64 gruppi familiari. A fine gennaio Londra ha poi trasmesso, ha detto Woerth, nuovi elementi su 20 persone o gruppi familiari che sono ora quelli presi di mira dall'inchiesta. 

da ansa.it


Titolo: Piero Fassino: io dico che possiamo farcela
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2008, 04:24:08 pm
Piero Fassino: io dico che possiamo farcela

Ninni Andriolo


«Non dobbiamo fermarci, dobbiamo convincere gli indecisi, gli ultimi minuti sono importanti». Piero Fassino lancia il suo appello dopo una lunga («e bellissima») campagna elettorale.
«È stata una bellissima campagna elettorale e anche queste ultimissime ore sono decisive per raccoglierne i frutti». Piero Fassino batte da settimane il Nordovest e Nordest. Instancabile quest'anno come nel 2006. Decine di migliaia di chilometri macinati come sempre, «Oltre centocinquanta iniziative in 45 giorni». L'ultimo segretario della Quercia è stato protagonista della nascita del Partito democratico e con lui traiamo le somme della prima campagna elettorale del Pd. Che, premette, «è stata condotta in modo straordinario e generoso da Walter, che si è confermato la scelta giusta e ha trascinato tutto il partito a combattere una battaglia appassionata».

Onorevole Fassino, si respira ottimismo nel loft democratico di piazza Sant'Anastasia. Anche lei dal Piemonte pensa che un successo del Pd sia a portata di mano?
«Il nervosismo di Berlusconi parla da solo. Il Pd ha allargato oltremodo i propri consensi. Bisogna convincere gli indecisi che si aggirano ancora intorno al 20%. Anche in queste ultime ore non dobbiamo risparmiare le energie di cui disponiamo per raggiungere il bellissimo risultato che tutti auspichiamo».

Grazie ai brogli che ventila Berlusconi? Ci sarebbe anche Dell'Utri nell'inchiesta di Reggio Calabria sul voto degli italiani all'estero.
«Berlusconi vaneggia da giorni su fantomatici brogli della sinistra, facendo finta di non sapere che a Palermo sono stati arrestati due presidenti di seggio, accusati di aver favorito Forza Italia alle amministrative dell'anno scorso».

Berlusconi non ha risparmiato perfino attacchi al Capo dello Stato..
«Ha cercato di trascinare Napolitano nel gorgo della campagna elettorale. Una cosa francamente sconcertante che dimostra che dimostra uno scarsissimo senso dello Stato. Cercare di utilizzare la presidenza della Repubblica come merce di scambio è umiliante per le istituzioni e rappresenta una incredibile mancanza di rispetto nei confronti di una personalità come Napolitano, che è stato eletto da un Parlamento sovrano, e che assolve ad una funzione di garanzia essenziale per la vita del Paese, e gode di prestigio, stima e fiducia straordinari».

Attacca il Colle perché vorrebbe ipotecare il dopo elezioni in caso di pareggio?
«Non ha altra preoccupazione se non quella di vincere le elezioni in qualsiasi modo, senza avere un progetto per l'Italia. In queste ultime settimane la destra ha fornito molti esempi di come considera le istituzioni della Repubblica e la democrazia. Bossi che si rivolge agli avversari chiamandoli "canaglie", Dell'Utri che ripropone un revisionismo storico che riscriva la Resistenza…».

È lo stesso Dell'Utri che riabilita Mangano…
«Sì, ha qualificato come un eroe una persona giudicata dai tribunali della Repubblica perché collusa con la mafia. E, alla luce delle notizie che giungono da Reggio Calabria, i destinatari di quelle incredibili parole appaiono adesso più chiari. Da ultimo, la stessa proposta di Berlusconi di scambiare la presidenza della Repubblica con quella del Senato è la riprova di quanto il berlusconismo appartenga al passato. La destra, in realtà, non è più in grado di interpretare le domande, le aspettative, le ansie di un Paese che chiede altro alla politica».

Alcuni descrivono questa campagna elettorale più noiosa delle altre. Colpa dei mancati confronti tra Veltroni e Berlusconi?
«Non è stato certo Walter a sottrarsi. Berlusconi, in realtà, temeva il confronto perché Veltroni ha da spendere argomenti più seri e credibili, rispetto ai suoi soliti vecchi slogan del passato. Al di là di questo, però, la nostra campagna elettorale è stata tutt'altro che noiosa, perché è stata fatta tra la gente, tastando il polso al Paese, parlando un linguaggio chiaro, comprensibile a tutti».

Che impressione ne ha ricavato? Come sta l'Italia che lei ha visitato?
«Ho girato i mercati, le piazze, le strade di città grandi e piccole di questo meraviglioso Paese. Ho incontrato pensionati che non ce la fanno a tirare avanti con cinquecento euro al mese, donne i cui mariti hanno stipendi che non superano i mille-millecento euro, mamme che parlano con angoscia del futuro dei loro figli, giovani che fanno i conti con una precarietà lavorativa che non ha precedenti. Ho incontrato un'Italia preoccupata che, però, non si dà per vinta. Pronta a ripartire, a ritrovare fiducia, a darsi una missione. Il Partito democratico è nato proprio per questo».

Ed è stato percepito il messaggio del Pd?
«Questa campagna elettorale ha avuto un unico protagonista: il Partito democratico. Il Pd si è sforzato ogni giorno di rispondere alle domande dei cittadini. L'agenda di queste settimane è stata scandita dalle nostre proposte: da quella per rivalutare le pensioni a quella per contrastare la precarietà del lavoro, da quella per la sicurezza dei cittadini a quella per dare efficienza alla Pubblica amministrazione, da quelle che rispondono alle domande del Nord e del Mezzogiorno a quelle che servono a rimettere in moto uno sviluppo che garantisca equità e crescita. I salari, innanzitutto. Perché bisogna garantire alle famiglie maggiori certezze di reddito e di vita quotidiana. Ecco di tutto questo abbiamo discusso con gli elettori, mentre la destra cercava ossessivamente la rissa».

C'è chi ha storto il muso, però, esortando Veltroni a replicare all'avversario colpo su colpo.
«Il Pd ha saputo fare emergere le contraddizioni e i giochi di prestigio della destra conducendo una campagna elettorale pacata, legata alla proposte concrete per il Paese, cercando di non dare sponda alla spinta continua allo scontro venuta dal fronte opposto. Gli italiani sono stanchi di liti e di polemiche. Ed è proprio perché abbiamo condotto la campagna elettorale a modo nostro che abbiamo potuto raccogliere lungo la strada un numero crescente di consensi».

È possibile fare un raffronto tra le campagne elettorali dei Ds e quella del neonato Pd?
«Questa campagna elettorale ha dimostrato quanto sia stato giusto fondare il Partito democratico, che viene percepito come una novità capace di restituire speranza, di creare fiducia, di rimettere in moto energie. E che vede protagonista il popolo delle primarie sceso in campo il 14 ottobre. Abbiamo visto accanto a noi moltissimi giovani, a dimostrazione che il Pd ha dato a tanti di loro la possibilità di intercettare la politica. Abbiamo incontrato tantissime donne, incoraggiate anche dall'impegno di portare in Parlamento il 35% di candidature femminili. Ho incontrato non solo militanti ed elettori dei Ds e della Margherita, ma anche tanta nuova gente. E ho riscontrato interesse in ambienti che tradizionalmente sono stati attratti dal centrodestra. Un imprenditore di Treviso mi ha detto una cosa significativa: "Fino ad oggi noi avevamo una sola possibilità", si riferiva evidentemente al voto per Berlusconi, "Ora con il Pd di possibilità ne abbiamo due"».

Sarebbe stato diverso senza la scelta di andare "liberi al voto"?
«Sì, sarebbe stato diverso. Basti pensare che il Parlamento che ci lasciamo alle spalle era costituito da 39 partiti, mentre quello che eleggeremo sarà costituito da 5 o, al massimo, da 6 partiti. Questo non è avvenuto per caso, ma perché noi - mettendo in campo un grande partito a vocazione maggioritaria - abbiamo spinto Berlusconi e Fini a unirsi, così come si è unita anche la Sinistra Arcobaleno. E abbiamo innescato una riforma politica che consegna agli italiani un sistema parlamentare capace di rappresentarli meglio, libero dal cancro della frammentazione. E questa novità ha permesso di produrne un'altra…».

Quale?
«Questa volta non si presentano davanti agli elettori due coalizioni larghe, costituite per prendere un voto in più piuttosto che per avere la forza che serve per governare il Paese. Questa volta ciascun partito chiede i voti presentandosi davanti agli elettori con il proprio programma. E chi voterà per il Pd sa che, se questo partito vincerà le elezioni, Veltroni sarà il Presidente del Consiglio, il governo sarà formato da ministri indicati dal Partito democratico e, soprattutto, il programma sarà quello votato dagli italiani».

E un governo Veltroni è già dietro l'angolo, secondo lei?
«Dobbiamo continuare anche in queste ultimissime ore lo sforzo straordinario profuso in campagna elettorale. Ci sono 43 milioni di elettori. Possiamo suddividerli in due enormi cerchi. Nel primo possiamo mettere tutti coloro che si occupano di politica, che partecipano alle manifestazioni, che guardano la Tv e leggono i giornali. In questa parte dell'elettorato già oggi noi siamo maggioranza, perché abbiamo conquistato un credito maggiore dei nostri avversari. Nel secondo cerchio ci sono coloro che hanno un minore coinvolgimento diretto con la politica ed è lì che uno slogan facile o una suggestione del centrodestra possono fare breccia. Noi dobbiamo vincere anche in questo elettorato. E per farlo abbiamo bisogno di mettere in campo tutta la mobilitazione della nostro popolo».

Il Pd come i partiti di massa di una volta che facevano appello ai militanti perché si spendessero a urne aperte per racimolare consensi?
«Abbiamo deciso di fare un partito moderno che vive della partecipazione dei cittadini. Le campagne elettorali si vincono se tanta gente parla con altra gente ed è per questo che, anche in queste ultime ore, fino alla chiusura dei seggi, dobbiamo mettere in campo una grande mobilitazione. Non dimentichiamo che il Partito democratico noi lo abbiamo fondato con tre milioni e mezzo di cittadini in una domenica di ottobre. E quella gente, poi, l'abbiamo chiamata nuovamente in tutti i comuni italiani per fondare 8000 circoli. La marcia in più che abbiamo rispetto all'avversario è questo popolo generoso che si spende con entusiasmo e che si mobiliterà anche in queste ore, per questa volata finale».

L'Unità partecipa alla "volata finale" promovendo la diffusione straordinaria di oggi. Naturalmente acquisterà anche lei una copia in più da regalare agli indecisi...
«Ne comprerò molte di più. L'Unità si è rivelato uno strumento prezioso che, come sempre è avvenuto, ha accompagnato la nostra campagna elettorale fornendo ai suoi lettori e alla nostra gente informazioni, argomenti, spunti. L'Unità è una grande voce della democrazia italiana, è parte della storia della sinistra e della Repubblica. Ogni volta che l'Italia si è trovata di fronte a passaggi politici decisivi, l'Unità è stata in campo da protagonista. E io confido che anche grazie allo sforzo che l'Unità - chi la dirige, chi la scrive, chi la diffonde e chi la legge - compie in queste ore, il 14 aprile potremo avere quel successo nel quale speriamo con così tanta determinazione».

Pubblicato il: 13.04.08
Modificato il: 13.04.08 alle ore 11.56   
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Titolo: Fassino: salari, Rai, sicurezza, niente sconti al governo
Inserito da: Admin - Maggio 18, 2008, 11:06:40 pm
Fassino: salari, Rai, sicurezza, niente sconti al governo

Ninni Andriolo


Sì al dialogo con Berlusconi per cambiare le regole istituzionali, ma nessun annacquamento dell’opposizione. Così Piero Fassino giudica il confronto che Veltroni ha aperto nei confronti del governo del centrodestra. Quanto al Pd spiega che «non possiamo rassegnarci a essere solo una larga minoranza».

Onorevole Fassino, soddisfatto del confronto Berlusconi-Veltroni o si attendeva «qualcosa in più»?

«Si è trattato di un primo incontro per verificare se esistono davvero le condizioni per realizzare le riforme istituzionali di cui ha bisogno il Paese. Anche in Parlamento, tra l'altro, abbiamo sottolineato che a toni più civili, che abbiamo apprezzato, devono corrispondere atti concreti, sostanziali e coerenti. L'incontro ha avuto sicuramente una utilità. Ma, come era prevedibile, non poteva essere risolutivo. Noi auspichiamo che il confronto continui e porti a scelte condivise sulle questioni istituzionali. Partendo dalla bozza elaborata dalla Commissione presieduta da Violante, che indicava priorità intorno alle quali si era registrata un'ampia convergenza».

Berlusconi glissa sulla riforma della Rai che per il Pd costituisce una sorta di banco di prova…

«Nella concezione di una moderna democrazia rientrano, naturalmente, anche le modalità con le quali si garantisce un'informazione libera, pluralista e non invasa dalla politica. Ed è questa la ragione per la quale continuiamo a chiedere che il rinnovo del Cda della Rai avvenga riformando i criteri di nomina e recuperando una maggiore autonomia dai partiti».

Cosa risponde a chi ritiene che l'obiettivo vero di Berlusconi sia quello di depotenziare l'opposizione?

«Il confronto ha riguardato, e non poteva che essere così, le materie di natura istituzionale e costituzionale. Per ciò che riguarda i temi propri dell'azione di governo, infatti, è chiarissima la distinzione dei ruoli. Berlusconi e la sua coalizione hanno vinto le elezioni e quindi hanno il dovere e il diritto di governare. Da parte nostra, non verremo meno ad una funzione di opposizione democratica. Non miope, non ispirata da pregiudizio, ma determinata e ferma nel battersi per risolvere i problemi del Paese».

Il "dialogo", tuttavia, provoca disorientamento nel popolo che si è avvicinato al Pd…

«La convergenza sulle questioni istituzionali, non metterà la sordina alla nostra iniziativa politica che sarà fermissima. Ci siamo dotati del governo ombra perché la nostra opposizione sia ancora più incisiva ed efficace. I banchi di prova che ci consentiranno di verificare le reali intenzioni della maggioranza non mancheranno, anche nel brevissimo periodo. La soluzione della vicenda Alitalia, dopo che la destra ha sbarrato strumentalmente la strada Air France, è uno di questi».

Veltroni ha chiesto misure efficaci per affrontare l'emergenza sociale, prioritarie anche rispetto alla riduzione dell’Ici…

«La politica dei redditi è un altro banco di prova per misurare la volontà del governo di onorare le promesse. Bisogna offrire maggiore sostegno ai redditi, alle pensioni basse, a quell'80% di lavoratori dipendenti che vive con stipendi che non superano i 1200 euro. È urgente un intervento efficace per elevare il potere d'acquisto degli italiani. A breve, tra l'altro, il governo dovrà portare in Parlamento il Dpef che conterrà le linee guide della Finanziaria. Questa dovrà garantire crescita, senza compromettere la politica di risanamento imboccata dal governo Prodi».

Sulla sicurezza è vero che la propaganda elettorale del Pdl e della Lega sta lasciando posto a un maggiore realismo?

«Si dimostra come fossero velleitarie molte delle dichiarazioni fatte su questo tema, che evocavano demagogicamente misure difficilmente praticabili. Valga per tutte la proposta di Frattini di modificare il trattato di Schengen e che ha provocato l'immediata risposta negativa di Bruxelles. La stessa ipotesi di definire un apposito reato per l'ingresso illegale è stata riposta nel cassetto. Non avrebbe risolto il problema e, in più, avrebbe fatto scoppiare le carceri in pochi mesi, obbligando proprio questo governo magari a un nuovo indulto. Si conferma, quindi, che c'è una differenza significativa tra vincere le elezioni e governare il Paese».

La maggioranza, in ogni caso, ha i numeri per andare avanti da sola, sulle riforme istituzionali come su altro. Lo scoramento che si avverte nel popolo dei gazebo non è figlio anche dell'illusione di una vittoria elettorale «a portata di mano»?

«Noi dobbiamo intrecciare la nostra iniziativa politica a una riflessione ampia e profonda sul voto. Nel coordinamento nazionale del Pd c'è stata già una buona discussione, nella consapevolezza che dobbiamo fare i conti con una sconfitta elettorale dura. Abbiamo perso alle politiche e a Roma. E in Friuli, con un candidato che non poteva certo essere considerato parte della casta. E abbiamo perso a Brescia, nella stessa provincia di Foggia, in insediamenti storici come San Severo o Cerignola».

C’è chi rimprovera alla leadership del Pd un ritardo nell'avvio della riflessione sul voto…

«Al coordinamento abbiamo avuto una discussione vera e fortemente unitaria. A dimostrazione di quanto siano lontane dal vero "rese dei conti" o scontri tra questo o quel dirigente politico. Tutto questo non attiene né al nostro stile, né al nostro modo di concepire la politica. Dobbiamo estendere la riflessione sul voto e dobbiamo mettere il Pd nelle condizioni di espandere il proprio consenso. Questa analisi deve partire da un dato: da 15 anni Berlusconi sta sulla scena e raccoglie, intorno a lui, un centrodestra che è diventato punto di riferimento di un blocco di forze ampio. E questo mentre, da 15 anni, il centrosinistra non riesce ad avere - anche quando vince le elezioni - un consenso piu' largo di quello del centrodestra».

Il Pd era nato anche per sfondare al centro…

«La costante con cui fare i conti è che la principale forza riformista, che si caratterizza come progressista e democratica, fino a oggi, sul piano nazionale, non è riuscita a valicare il muro del 33% ottenuto dal Pd. Tra il 2004 e il 2006 l'Ulivo raccolse tra il 31 e il 34%. La somma dei voti di Dl e Ds nel 2001 si attestò tra il 31 e il 32%. Questo dato strutturale può essere visto perfino andando indietro nel tempo. Il 33% delle ultime elezioni rappresenta la stessa percentuale che ottenne il Pci di Berlinguer nel momento di massima apertura riformista e di maggiore cultura di governo, con la moderazione sindacale della politica dell'Eur, con il compromesso storico, con la lotta al terrorismo e con il riconoscimento del ruolo della Nato. In Italia si ripete quello che avviene in Europa, dove gran parte dei partiti socialisti e socialdemocratici oggi non supera la rappresentanza di un terzo del loro paese».

Questo assolve solo in parte, visto che le elezioni a volte si vincono anche in Italia…

«Certo, ma quel muro non è invalicabile e noi non possiamo rassegnarci ad essere soltanto una larga minoranza. Tra il 2001 e il 2006, ad esempio, in tutte le elezioni regionali e locali, il centrosinistra è riuscito a rastrellare un consenso maggioritario in tanta parte del Paese e l'Ulivo a superare spesso il muro di un terzo. D'altra parte anche il 14 aprile noi abbiamo avuto città come Torino o come Roma dove il Pd ha superato il 40%, oltre ad avere raggiunto percentuali molto alte nelle tradizionali regioni rosse. E se si guarda al voto delle città con oltre 100mila abitanti si vede che siamo il partito di una maggioranza relativa molto ampia. Il problema è di riuscire a mettersi in sintonia con il Paese».

Appunto, le risse nel centrosinistra non hanno aiutato…

«C’era questo, sicuramente. E l'azione del governo Prodi è stata fortemente logorata e messa in crisi da una coalizione spesso divisa e rissosa. La lista Arcobaleno è stata sconfitta da questo e non solo dal voto utile. Ma il dato elettorale ci mette di fronte a un cumulo di disagi: ai pensionati che vivono con 500 euro, ai lavoratori dipendenti che non arrivano alla fine del mese, alla preoccupazione di tante famiglie per il lavoro precario e insicuro dei figli, agli artigiani o ai commercianti che si sentono vessati dal fisco, alle nuove paure ingenerate dall'immigrazione. Queste inquietudini di segno diverso hanno trovato un punto di unificazione in un sentimento di ostilità, di fastidio, di insofferenza per tutto ciò che è Stato, politica, istituzioni».

E allora?

«Allora dobbiamo guardare con chiarezza i terreni sui quali è maturata l'avversione nei confronti dello Stato e della politica, e la diffidenza verso di noi. Io ne indico alcuni. Primo: dobbiamo fare i conti con una diversa percezione dell'Europa che si è fatta strada in vasti settori dell'opinione pubblica. Noi abbiamo alle spalle passaggi sottovalutati nella loro portata e che i referendum olandese e francese sulla Costituzione europea avevano già evidenziato».

Le elezioni il Pd le ha perse anche perché chi si attendeva dal centrosinistra condizioni di vita migliori è rimasto deluso…

«Noi ci siamo posti l'obiettivo giusto di ridurre il debito pubblico e il deficit dello Stato e di risanare i conti. Guai se non lo avessimo fatto. Ma non è sufficiente governare bene le variabili "macro" dell'economia - debito, pil, avanzo primario, ecc - se non ti chiedi anche cosa succede nella dimensione "micro" della vita quotidiana».

Sbagliata, quindi, la politica dei due tempi, prima i sacrifici dopo l’equità e lo sviluppo?

«Bisogna mantenere un rapporto tra risanamento e politiche sociali e di sviluppo. Noi, però, abbiamo pagato anche le inefficienze di pezzi fondamentali dello Stato, dei suoi apparati e delle sue imprese. La crisi dell'Alitalia, che si trascina da tantissimi anni anche per responsabilità del centrodestra, è apparsa come la crisi di una politica incapace di affrontare i problemi. La stessa immondizia di Napoli è diventata l’emblema dell’incapacità dei pubblici poteri».

Anche la sicurezza è un nervo scoperto del centrosinistra, non crede?

«La società è pervasa da una sensibilità molto più elevata di un tempo sul tema della sicurezza. Il problema dell'immigrazione si pone con una pregnanza superiore al passato. Attenzione, qui c'è un'emergenza nuova che non riguarda solo i clandestini. Ma gli stessi immigrati regolari che cominciano ad essere percepiti, dallo strato più modesto della popolazione, come dei competitori: per il lavoro, per l'assegnazione di una casa, per un posto nell'asilo nido, ecc. Se non siamo in grado di affrontare il problema con una strategia forte rischiamo una guerra tra poveri che può devastare una società... ».

Il Pd quali rotte dovrà seguire per recuperare?

«Nonostante la sconfitta elettorale il Partito democratico è una realtà che rappresenta un terzo del Paese, ha contribuito a riformare il sistema politico e può diventare il punto di riferimento di una parte larga della società italiana, che vuole un’Italia più dinamica, più aperta, più giusta. Per farlo il Pd deve muoversi su tre fronti. Dotandosi di una cultura politica e di un programma autenticamente riformista che lo mettano in sintonia con il Paese e le sue tante inquietudini. Dandosi radici profonde e diffuse nella società, con una organizzazione capace di rappresentare i tanti territori e i tanti interessi che caratterizzano la società. Consolidando la semplificazione del sistema politico bipolare con alleanze che rendano il sistema politico italiano analogo a quello degli altri paesi europei, dove centrosinistra e centrodestra sono guidati da due principali forze politiche, a vocazione maggioritaria, che si candidano a governare avendo anche forze minori come alleate. Di tutto questo dobbiamo discutere. Negli 8000 circoli del Pd e aprendo un grande confronto con la società italiana».

Pubblicato il: 18.05.08
Modificato il: 18.05.08 alle ore 15.00   
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Titolo: Piero Fassino Birmania, un anno dopo
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2008, 06:55:22 pm
Birmania, un anno dopo

Piero Fassino


Un anno fa, di questi giorni, entravano nelle nostre case le immagini di migliaia di monaci buddisti, scalzi e a mani nude, nelle loro tuniche color zafferano, in corteo nelle strade delle città birmane. Protestavano contro un violento rincaro dei prezzi che rendeva ancora più penose le condizioni di vita quotidiana di una popolazione già frustrata dalla povertà e dall’oppressione della dittatura. La protesta dilagò per settimane in tutto il paese. Fino a che la giunta militare - inizialmente sorpresa e incerta di fronte a quel moto di popolo - lo soffocò con la violenza.

L’indignazione fu enorme. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condannò la repressione. Il Segretario generale Ban Ki Moon nominò un Rappresentante speciale, Ibrahim Gambari, con il compito di promuovere e favorire una stagione di riconciliazione nazionale e di transizione democratica. Stati Uniti, Unione Europea e altre nazioni occidentali adottarono sanzioni. L’Asean - l’associazione regionale dei Paesi del Sud-est asiatico - e i principali Paesi della regione, pur non adottando sanzioni, chiesero la fine della repressione e l'avvio di un dialogo tra Giunta e opposizione democratica guidata da Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e leader di quella Lega Nazionale per la Democrazia (Ndl) che nel '90 aveva ottenuto una schiacciante vittoria elettorale, subito soffocata dai militari.

Nelle settimane immediatamente successive alla repressione la Giunta - consapevole e preoccupata dell’assoluto isolamento internazionale in cui era precipitata - fece qualche timida apertura: Gambari potè visitare il Paese, ottenendo la liberazione di gran parte degli arrestati, incontrando Aung San Suu Kyi e promuovendo l’avvio di colloqui tra un rappresentante della Giunta e la stessa Aung San Suu Kyi, che ebbe anche la possibilità di riunirsi - per la prima volta dopo anni di isolamento - con i pochi dirigenti della Nld ancora in libertà. Sembrò, e questa era la speranza del mondo intero, che si aprisse quella fase di dialogo che, coinvolgendo tutti gli attori del Paese - Giunta militare, opposizione democratica, minoranze etniche, autorità religiose - consentisse alla Birmania di realizzare una transizione democratica e di farlo nella stabilità, aspetto quest’ultimo a cui sono particolarmente attenti i Paesi asiatici, in primo luogo Cina, India e Thailandia che in Myanmar hanno rilevanti interessi economici. Le cose in realtà non sono andate così e il decorrere del tempo ha via via smorzato e frustrato le speranze di una rapida soluzione della crisi.

Mentre, infatti, i colloqui tra Aung San Suu Kyi e la Giunta - cinque tra novembre 2007 e febbraio 2008 - non andavano al di là di una vuota formalità e le proposte avanzate da Gambari venivano rifiutate, la Giunta ha accelerato unilateralmente la sua road map in sette tappe per lo stabilimento di una “democrazia disciplinata”.

Ha fatto approvare una Costituzione, redatta soltanto da esponenti del potere; l’ha sottoposta ad un referendum svoltosi senza effettive garanzie democratiche; ha annunciato elezioni per il 2010 insediando una Commissione preparatoria in cui non siede alcun esponente dell’opposizione. Contemporaneamente ha prolungato gli arresti domiciliari a cui è sottoposta da anni Aung San Suu Kyi. E, infine, ha eluso qualsiasi risposta alle proposte nuovamente avanzate da Gambari nella sua visita di qualche giorno fa. Al punto che Aung San Suu Kyi ha reso pubblica la sua profonda esasperazione, non incontrando Gambari e rifiutando gli approvvigionamenti alimentari inoltrati nella sua residenza coatta.

Di fronte a questo scenario è doveroso chiedersi quali margini ci siano per l’azione di mediazione politica messa in campo dall’Onu e come si possa sbloccare l’impasse. Una indicazione ci viene da quel che è accaduto a maggio, quando la Birmania è stata colpita dal ciclone Nargis, la cui violenza ha causato decine di migliaia di vittime, centinaia di migliaia di sfollati, la devastazione delle aree più fertili di un'agricoltura peraltro povera e spesso di pura sussistenza. Anche in quell’occasione all’immediata e vasta solidarietà internazionale, le autorità di Yangoon risposero con un atteggiamento di chiusura, impedendo a buona parte degli aiuti di entrare tempestivamente nel paese e non consentendo a equipes mediche e di assistenza di soccorrere la popolazione. Di fronte ad un atteggiamento così gravido di conseguenze drammatiche, il Segretario Generale dell’Onu - con decisione inusuale e coraggiosa - decise di recarsi in prima persona a Yangoon e di mettere quei generali di fronte alle loro responsabilità. Un atto forte che ottenne importanti risultati: l’apertura del Paese ai soccorsi e al personale internazionali; una maggiore libertà di azione per Agenzie Onu e Ong; l’accettazione da parte della Giunta di un ruolo di Coordinamento degli aiuti da parte dell’Asean; la convocazione a Yangoon di una Conferenza dei donatori.

Quell’esperienza può essere utile anche oggi. La tessitura paziente messa in opera da Gambari e la intensa azione diplomatica dell’Unione Europea e degli altri soggetti internazionali possono non essere vane se a questo punto - con un salto di qualità - è il Segretario Generale dell’Onu, direttamente e in prima persona, a entrare in campo, recandosi in Myanmar per ottenere l'apertura effettiva di quel dialogo che è ineludibile se si vuole dare una soluzione stabile e condivisa alla crisi birmana. Un atto forte che, per avere possibilità di successo, richiede il sostegno pieno di tutta la comunità internazionale e in particolare dei paesi asiatici, a partire dai più influenti - Cina, India, Giappone, Indonesia, Vietnam, Thailandia - che devono rendere chiara alle autorità di Myanmar la necessità di una svolta. E l'ASEAN - forte del ruolo assunto nell’assistenza umanitaria - può essere altrettanto preziosa nell’accompagnare e assistere una fase di dialogo. E l’Unione Europea è pronta a sostenerla. La ripresa di una iniziativa per la democrazia in Birmania richiede, al tempo stesso, che non si allenti l’attenzione delle opinioni pubbliche del mondo. E questo chiama la responsabilità del sistema mediatico: così come un anno fa furono le immagini dei monaci in corteo a suscitare la solidarietà internazionale, anche oggi c’è bisogno di una informazione attenta e tempestiva, capace di accompagnare ogni giorno la battaglia per i diritti umani e per la democrazia in Birmania.

Inviato speciale dell’Unione Europea per Myanmar/Birmania

Pubblicato il: 29.08.08
Modificato il: 29.08.08 alle ore 11.34   
© l'Unità.


Titolo: Salvate «Fassino-Paperino» dai faccendieri
Inserito da: Admin - Settembre 12, 2008, 04:45:26 pm
Eterna vittima. Ora a coinvolgerlo è la volta dell 'accusatore di Del Turco

Salvate «Fassino-Paperino» dai faccendieri

L'ex segretario ds sempre tirato in ballo e poi «scagionato»


Fassino traffichino? Fassino birichino? O magari Fassino come Paolino Paperino? Che è papero iracondo eppur gioviale, malmostoso, spesso vittima.

Piero Fassino viene sempre tirato dentro altrui beghe; che vengano da zio Paperone- D'Alema, da Gastone Paperone- Veltroni, da Paperoga-i giornalisti che lo maltrattano come non riuscirebbero a fare con altri leader. Più altri. Da dieci anni e rotti, molte storie strane che coinvolgono il Pds-Ds-Pd e il centrosinistra lo vedono coinvolto.

Lui, bisogna capirlo, si arrabbia. Si infuriò per Telekom Serbia. C'era un faccendiere di nome Igor Marini, ex attore e stuntman. Accusò Fassino insieme a Romano Prodi e Lamberto Dini (nomi in codice Cicogna, Mortadella e Ranocchio) di aver preso tangenti da Milosevic. In seguito Marini indicò anche Veltroni, Rutelli, Mastella, e i cardinali Ruini e Martini. Alla fine risultò «teste non credibile». Fassino disse che Marini era stato manovrato da Berlusconi (è stato assolto dall'accusa di calunnia; Fassino, non Berlusconi). Poi c'è stato il caso Unipol. Nel 2005, mentre ci si chiedeva se Anna Falchi allora in Ricucci sarebbe stata al Corriere quel che Katharine Graham era stata al Washington Post, Fassino parlava al telefono. Con l'ad di Unipol, Giovanni Consorte, che combatteva per conquistare la Bnl.

Al di là della storica frase «abbiamo una banca?», le intercettazioni mostrarono come Fassino era forse informato dei fatti ma certamente non ne capiva granché (Fassino: «Quindi le comprate voi». Consorte: «No, le comprano quattro banche italiane»… F.: «Ma comunque fate una società». C.: «No, no. Loro comprano il 27 per cento». Ecc.). Più rapido fu il chiarimento, quest'estate, dopo le accuse di Giuliano Tavaroli, ex sicurezza Telecom. Secondo Tavaroli, Fassino e il deputato Ds-Pd Nicola Rossi erano titolari di conti esteri intestati all'Oak Fund (Fondo Quercia, originalissimo). Ambedue hanno facilmente smentito.

Ora un'altra accusa, meno internazionale, altrettanto pesante: Vincenzo Angelini, accusatore di Ottaviano Del Turco, parla di un cartello di sanità privata in Abruzzo che, via Del Turco, «avrebbe come punto di riferimento politico Piero Fassino ». Lui ha subito querelato. Sua moglie Anna Paperina Serafini poi nel 2001 in Abruzzo non è neanche stata eletta. E Fassinik è di nuovo da solo a difendersi; unica colpa sicura, il non aver formato degli svegli e fedeli Qui, Quo e Qua che ora lo sostengano. D'altra parte «non c'è nessuno che fa niente per te, Piero, a 'sto mondo. Siamo rimasti in pochi, secondo me», gli diceva Consorte in un'intercettazione, magari per buoni motivi.

Maria Laura Rodotà
12 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Intervista a Piero Fassino
Inserito da: Admin - Febbraio 21, 2009, 06:37:52 pm
Intervista a Piero Fassino


La partita è aperta. L’Assemblea Costituente è sovrana.

Può eleggere il nuovo Segretario, convocare il Congresso, indire le Primarie. Nessuno sa quale sarà la decisione dei 2800 chiamati oggi alla Fiera di Roma. Piero Fassino si augura che il partito esca dall’oceanica riunione con un segretario: «Un segretario vero, non un reggente. Un segretario che costituisca subito organismi dirigenti nuovi e che ci porti al Congresso di ottobre senza perdere di vista i problemi che abbiamo di fronte. Una crisi economica gravissima, passaggi parlamentari cruciali - il testamento biologico, il federalismo fiscale, la giustizia solo per citare i primi -, le elezioni amministrative ed europee per le quali entro 70 giorni dobbiamo depositare le liste. Sento e capisco molto bene il senso della richiesta di primarie: è una spinta sana, mostra una forte volontà di partecipazione e di rinnovamento che parla di un elettorato grande e vitale. Tuttavia non possiamo avviare ora una discussione solo sui nomi: si innescherebbe un meccanismo plebiscitario scollegato dal progetto politico. Al di là delle nostre migliori intenzioni, rischieremmo una discussione tutta interna che ci allontanerebbe dai problemi sul tappeto nel paese».

L’esperienza del Pd ha un futuro o è l’ora di tornare alla ’casa madre’?
«Indietro non si torna. L’interrogativo sul futuro del Pd è legittimo: il momento è difficilissimo. Ma le ragioni per cui abbiamo costituito il Pd sono tutte valide, ancor più di due anni fa. Lo abbiamo fatto per costruire un pensiero riformista adatto ad affrontare il nuovo secolo. Abbiamo fondato il Pd per creare un soggetto politico capace di riformare il sistema politico: con la nascita del Pd i gruppi parlamentari sono già passati da 17 a 6: dobbiamo continuare con una nuova legge elettorale, con le riforme istituzionali. Abbiamo fatto il Pd per dare un contributo italiano al rinnovamento del riformismo europeo. Nei 27 paesi dell’Unione i partiti progressisti che raccolgono un terzo dell’elettorato sono 5. Con 12 milioni di voti ce ne sono 2: l’Spd e noi. Abbiamo creato il PD, infine, per rinnovare il modo di fare politica, tant’è che lo abbiamo fondato con le primarie. E’ un progetto in cui credono milioni di persone: abbiamo in mano un patrimonio straordinario».

Che rischia di impoverirsi, però, in assenza di una indicazione di marcia chiara e di un gruppo dirigente coeso.
«È vero, ma dire che il partito è prigioniero di dieci oligarchi è una rappresentazione distorta. Questo è un grande partito di popolo. Il limite di questi mesi è stato non essere riusciti a costruire un radicamento sul territorio. C’è stato poco partito, non troppo».

D’Alema dice che Veltroni ha cercato il consenso di popolo senza dedicarsi agli organismi dirigenti.
«So per esperienza quanto sia difficile guidare un grande partito. Veltroni ha speso con passione tutte le sue energie alla guida di una organizzazione complessa, fatta di molte personalità. Non si possono scaricare le colpe su uno solo. Credo piuttosto che abbiamo sottovalutato il rapporto fra proposta politica e partito. Ci è mancata la costruzione di un soggetto organizzato nella società: le radici. La presenza sul territorio è decisiva per comprendere le ragioni dell’Italia che cambia e dei motivi per cui Berlusconi vince. Non è solo la corruzione, non sono solo le tv. Dobbiamo capire i cittadini e dar loro risposte non ideologiche. Il tema dell’immigrazione per esempio, è complesso e cruciale. Così la sicurezza. Il lavoro per molti non è più certezza di vita . Temi che non possiamo liquidare in modo sommario. Giro molto il Nord, respiro con preoccupazione un senso di estraneità ad un’Italia che sta tornando ad essere quella dei decenni passati».

Per radicarsi nel territorio serve una organizzazione forte.
«Certo. Dobbiamo ripensare il modo di far funzionare il gruppo dirigente. Dario Franceschini ha la forza e la qualità per caratterizzarsi come un segretario di innovazione e puntare sulla discontinuità. Consideriamo esauriti il Coordinamento politico e la Direzione di 200 persone. Credo che serva una Direzione molto agile, di 40 persone al massimo, di cui 20 espressione dei territori: segretari regionali, sindaci e presidenti di regione. Poi una Segreteria esecutiva vera: snella, fatta da dirigenti politici forti alla guida dei settori di lavoro cruciali. Ci sono dirigenti anche giovani in grado di farlo. Quanto alle personalità storiche - che sono riconosciute nella società non in quanto oligarchi, ma per quello che hanno fatto - bisogna che si mettano a disposizione, con generosità e senza invadenze. Franceschini deve essere libero di attingere alla loro esperienza, ma senza condizionamenti o patteggiamenti. E serve una solidarietà umana, oltre che politica, superiore a quella vista in questi mesi. Poi bisognerà subito riprendere il tesseramento».

Senza il quale, diceva Anna Finocchiaro, è assurdo andare al congresso. Un terzo delle tessere sono concentrate in Campania.
«Il Pd deve avere una base associativa molto larga. Il tesseramento deve essere trasparente. È un lungo lavoro da fare, ma le energie ci sono».

Chi vuole le primarie dice che un segretario eletto da duemila persone è meno legittimato di uno votato da tre milioni.
«È senz’altro vero, ma la forza di un segretario non è data solo dal modo in cui viene eletto. L’autorevolezza deriva da come si dirige e Franceschini ha le capacità per dare respiro alla collegialità e ai territori. E poi le primarie per le primarie rischiano di portarci a una discussione tutta sui nomi. Al Congresso, fissato per ottobre, bisogna arrivarci con un partito strutturato e col tesseramento completato. Poi le primarie».

Lei ricorda le leggi da votare: il malcontento dell’elettorato dipende anche dall’incapacità del Pd di dire una parola chiara sui temi etici, del lavoro, sul rapporto col sindacato. La politica dell’orientamento prevalente non basta.
«È vero, e anche per questo dobbiamo andare agli appuntamenti con una leadership che consenta di scegliere. Un grande partito non funziona solo con l’orientamento prevalente. Un partito discute, cerca finchè possibile la sintesi, poi decide. Quando è necessario anche a maggioranza».

21 febbraio 2009
da unita.it


Titolo: FASSINO. «Nessuna riposta alle parole di Fini».
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2009, 10:30:59 pm
Fassino: «Nessuna riposta alle parole di Fini».

Casini: «Pieni poteri, ma promesse non mantenute»

di Riccardo Ferrazza
 
 

ROMA - Consenso (quasi) unanime al discorso di Silvio Berlusconi dalla sua maggioranza, mentre piovono critiche dall'opposizione che lo accusa di non aver proposto soluzioni alla crisi e aver eluso i nodi posti dal discorso del giorno precedente di Gianfranco Fini.

Per il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto «il discorso del presidente è stato chiarissimo: nasce per la prima volta una formazione unitaria di tutto lo schieramento del centro-destra che copre largamente il centro e lascia pochissimi spazi a destra». Una formazione «articolata» che «ha una leadership chiara, quella di Silvio Berlusconi e in Fini un ruolo di responsabilità di grande rilievo» che metterà tutto l'impegno «sul Governo e la riforma delle istituzioni».

A pensarla diversamente nel Pdl sembra essere solo Roberto Menia, sottosegretario all'Ambiente di provenienza An, critico sui tempi e modi di una fusione tra partiti che non condivide. «È stato un discorso didascalico. Ho apprezzato ieri Fini che ci ha dato delle sollecitazioni alle quali immaginavo il premier avrebbe risposto oggi. Forse - ha aggiunto ironico - lo farà domani...».

Nelle parole del premier, Pier Luigi Bersani (Pd) ci ha visto «molta retorica, molta autocelebrazione, un'ennesima auto apoteosi di Berlusconi, niente di concreto per questo Paese, le parole sulla crisi sono state di una distanza stellare dalla realtà». «Ieri Fini - osserva Piero Fassino (Pd) - ha posto la questione delle riforme istituzionali da fare insieme all'opposizione e ha detto che la laicità non può essere sacrificata. Oggi Berlusconi ha eluso questi nodi che sono rilevanti e sui quali noi incalzeremo il centro-destra».

Molto critiche anche le parole dell'ex alleato Pier Ferdinando Casini, leader dell'Udc che il premier non naconde di voler riportare nell'alveo del Pdl. «Berlusconi - dice l'ex presidente della Camera - è un uomo solo al comando, ha ottenuto tutto il potere che voleva, neanche De Gasperi aveva tanta forza. Ma nei 15 anni precedenti non ha fatto tutto quello che ha promesso e se non serve a risolvere i problemi degli italiani, mi viene il dubbio che il potere per il premier ci sia ma non serve all'Italia».

Il più duro, come gli capita da tempo, è Antonio Di Pietro: «Da Berlusconi - dice il leader dell'Idv - un tipico discorso da vero e proprio ducetto: vuole azzerare la Costituzione e diventare il padre padrone della sua nuova azienda "Italia"».

29 marzo 2009
 
da ilsole24ore.com


Titolo: FASSINO. «No a Pse, in Europa stiamo creando nuovo gruppo»
Inserito da: Admin - Aprile 23, 2009, 10:14:11 pm
Fassino: «No a Pse, in Europa stiamo creando nuovo gruppo»


Il Pd «non è assimilabile a un partito socialista e il nostro impegno in Europa sarà di creare un nuovo gruppo parlamentare che sancisca l'alleanza tra socialisti e democratici». Lo ha detto Piero Fassino, alla partenza del Treno per l'Europa del Pd, con 400 giovani a bordo, simbolico inizio della campagna elettorale per Strasburgo. «Non vivremo quindi in solitudine nel Parlamento Europeo - ha affermato Fassino - ma per unire le forze riformiste e progressiste: non lo faremo aderendo al Pse, ma per creare un nuovo gruppo costituito da socialisti e democratici». Fassino, responsabile Esteri del Pd, ha ricordato «l'importanza del voto in Europa, che coincide - ha sottolineato - con la prima crisi della globalizzazione. Per questo il voto alle Europee questa volta è ancora più importante». «Il ruolo dell'Europa - ha aggiunto Fassino - è essenziale per uscire dalla crisi perchè nessuno Stato, per quanto grande sia, può farcela da solo».

Sul treno anche il segretario Pd: «Da Praga a Venezia dormirò in cuccetta, come quando ero segretario dei giovani della Dc». A quei tempi, Dario Franceschini studiava da avvocato a Ferrara e aveva l'età dei quasi 400 giovani che viaggiano sul "Treno per l'Europa". Sull'espresso per Parigi si studia in prima classe: tre vagoni-aula hanno ospitato corsi teorici sull'Europa sociale, sulla crisi finanziaria e sulla Costituzione europea. Franceschini ha voluto salutarli uno per uno, chiedendo da dove venivano, facendosi fotografare, baciare e abbracciare. «Ci sono anche ragazze carine fra i giovani del Pd, anche se noi non le scegliamo con criteri estetici» ridacchia, alludendo alle polemiche sulle candidature per l'Europa.

Ma tra i giovani ci sono stati anche un po' di mormorii: «Il rapporto fra i giovani e i vertici con Franceschini non è cambiato - fa notare un gruppo di giovani toscani - c'è ancora tanta disorganizzazione, abbiamo saputo per caso sul sito del Pd di questa iniziativa». Myriam, 24 anni, studentessa di chimica, però apprezza l'opportunità: «Possiamo finalmente incontrarci, fare amicizia, evitando di litigare come fanno i senior». Francesco, 24 anni, aspirante medico, ha seguito il corso di Europa sociale: «Interessante, ma troppo tecnico. Quando ci parleranno di politica? Noi siamo senza bussola, ci chiedono di formare il pensiero politico, ma ci dicano per favore quando e come».

La «scarsa comunicazione» descritta dal gruppo è forse giustificata dall'impegno in Abruzzo: «In tanti stanno aiutando la Protezione civile», spiegano i giovani. Una trentina arrivano dalla regione del terremoto: «Grazie, segretario, per avere espresso la sua solidarietà con discrezione», ha detto a Franceschini Alessio da Sulmona incrociandolo prima della carrozza ristorante. I giovani si fermeranno a Parigi, poi partiranno per Berlino, da lì per Praga, e la notte del 25 aprile per Venezia: «Non so ancora con chi dividerò lo scompartimento in cuccetta», ha scherzato Franceschini.

22 aprile 2009
da unita.it


Titolo: FASSINO. "Partito forte? Bersani non ha l'eslcusiva..."
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2009, 11:17:05 am
Intervista a Piero Fassino

Fassino: "Partito forte? Bersani non ha l'eslcusiva..."


di Maria Zegarelli

"Vorrei che il dibattito politico di queste settimane fugasse l’equivoco secondo cui l’unico modo per fare un partito forte e radicato è che il segretario sia Bersani.
Ho diretto per 7 anni un partito che era al collasso, l’ho ricostruito, con me alla guida ha vinto tutte le elezioni, l’ho traghettato nel Pd. Se oggi sostengo Franceschini è chiaro che è proprio perché ho a cuore un partito vero".

Piero Fassino, festa pre-congressuale, lei come se l’aspetta il dibattito?
«Genova è la più importante di 3500 feste in tutto il Paese, che è il più grande momento di contatto dell’opinione pubblica italiana con la politica. E quest’anno assumono un significato particolare perché interagiscono con il congresso. I grandi temi sia delle feste che del congresso sono due: la crisi del paese e le proposte del Pd per affrontarla, partendo dalla consapevolezza che il governo è inadeguato a mettere in campo le strategie necessarie. Il nostro compito è anche di indicare una strada.
Il congresso serve a questo».

Non c’è il rischio che invece il Pd appaia al paese come un partito chiuso in un dibattito interno?
«Noi parliamo di politica e dei problemi reali del Paese, non è colpa dei dirigenti Pd se i media danno una rappresentazione diversa. Capisco che per esigenze mediatiche ai giornali piace molto di più rappresentare il congresso come un continuo rincorrersi tra Orazi e Curiazi, ma non è così. La politica è la capacità di esaminare i problemi e costruire le soluzioni, trovando anche le sintesi necessarie. Il congresso sarà tanto più proficuo se sarà un confronto vero e non una contrapposizione di piattaforme blindate. E anzi, io mi auguro che al termine del congresso su molti punti si possa arrivare a posizioni di sintesi che vadano oltre le singole mozioni».

Il suo appoggio a Franceschini anziché a Bersani, come nasce?
«Si fonda su tre motivi: Franceschini ha iniziato il suo lavoro come segretario sei mesi fa, un tempo troppo breve per considerare esaurita l’esperienza di un leader e non credo faccia bene al Pd cambiare leader troppo spesso. In secondo luogo, in questi mesi ha diretto il partito in modo solido avendo grande attenzione all’unità del partito, gestendo fasi delicate, come la vicenda Englaro e la collocazione internazionale del Pd, facendo scelte chiare. Infine, noi abbiamo voluto creare un Pd dove si potessero incontrare provenienze, culture e storie diverse, che si fondessero intorno a un progetto. Confermare Franceschini è la scelta più coerente con questo progetto».

Mescolanza riuscita?
«Quando nel 2007 feci la scelta di tenere uniti tutti i Ds nella candidatura di Veltroni qualcuno ci vide il riflesso dell’antico mito comunista dell’unità. In realtà quella era la migliore condizione per far nascere bene il Pd, senza lacerazioni. Oggi scelgo Franceschini perché due anni dopo la priorità, invece, è di non interrompere il rimescolamento delle culture».

La Lega attacca i valori fondanti dell’Unità d’Italia. C’è un pericolo reale?
«Siamo al paradosso: mentre stiamo per celebrare un secolo e mezzo di storia unitaria esplodono in modo acuto e in termini centrifughi, la questione settentrionale e la sempre irrisolta questione meridionale. Uno dei fattori di crisi di questi anni è l’indebolimento del senso di appartenenza comune a una stessa nazione. Credo che abbiano influito tante ragioni, sicuramente anche un certo modo di governare della destra che ha frammentato i valori fondanti per la vita di una nazione, ha depresso l’etica pubblica e lo spirito civico».

Cicchitto vi accusa di antiberlusconismo infantile, per la battuta su i festini del premier.
«Le battute sono battute perché mordenti e irriverenti. Se noi avessimo dovuto offenderci per tutte le volte che Berlusconi ha parlato di noi in termini pesanti e non ironici, non avremmo dovuto neanche prendere un caffè con gli esponenti del Pdl. I ministri vengano alla nostra festa, li accoglieremo come abbiamo sempre fatto: con rispetto e ascoltando le loro opinioni».

Ma lo scandalo delle escort è o no un problema politico?
«Quello che è accaduto è sotto gli occhi di tutti. Gli elettori alle europee hanno già dato la loro prima sanzione: il 42% dei voti che il premier si aspettava alla vigilia non ci sono stati e anzi ha preso due punti in meno del 2008».

24 agosto 2009
da unita.it


Titolo: FASSINO. "Assurdo attaccare l'Europa"
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2009, 11:22:09 am
24/8/2009 (7:24) - INTERVISTA


Fassino: "Assurdo attaccare l'Europa"
 
Piero Fassino è componente della Commissione Affari Esteri

Il leader Pd: «Frattini è stato per 4 anni commissario Ue con delega all'immigrazione»

FEDERICO GEREMICCA
ROMA


Colpito dalle polemiche sviluppate dal ministro Frattini nei confronti della Unione europea dopo l’ultimo naufragio nel canale di Sicilia; sorpreso dall’intenzione dei ministri di Berlusconi di disertare la Festa democratica di Genova; perplesso di fronte ad alcune affermazioni di Beppe Vacca, direttore dell’Istituto Gramsci, rilasciate in una intervista al “La Stampa”. Ecco Piero Fassino, pronto ad affrontare un autunno che, per il Paese ed il Pd, si annuncia “caldo” su più fronti.

Onorevole Fassino, cos’è che l’ha colpita delle ultime affermazioni del ministro Frattini?
«Il fatto che, partendo dall’ultima tragedia in Sicilia, abbia puntato l’indice contro l’Unione Europea, accusata di parlare ma di non intervenire. E’ una polemica che mi sorprende».

Perchè?
«Non è stato lui commissario europeo - e per quattro anni - proprio alla sicurezza, con delega in materia di immigrazione? Non solo: è stato ministro degli Esteri in passato e lo è attualmente. Ora punta l’indice contro l’assenza dell’Europa: ma la verità è che il governo italiano ha puntualmente cercato, proprio su queste materie, di evitare ogni confronto con l’Unione europea, forse temendo che venisse loro chiesto di fare cose che non vogliono fare».

Per esempio modulare con più attenzione la politica dei respingimenti?
«Il contrasto del traffico di immigrati, per quanto severo sia, non può significare che si lasciano morire persone in mezzo al mare. Le mie posizioni sono note: verso l’immigrazione clandestina bisogna avere un atteggiamento rigido. Non lo dico da ora, e per aver sostenuto che i respingimenti non vanno demonizzati, ho avuto anche i miei problemi. Ma una cosa è riaccompagnare l’imbarcazione clandestina nel porto da cui è partita, altra è rifiutare il soccorso e abbandonarla ad un destino tragico: e qui non indico solo responsabilità italiane. In più, è agghiacciante che dopo l’ultimo terribile naufragio non si siano sentite parole di pietà, se non da parte della Chiesa».

Secondo alcuni, anche il Pd sarebbe intervenuto con voce flebile, perchè preso dalle sue vicende congressuali.
«E’ una contestazione che respingo. E osservo che nei confronti del Partito democratico viene spesso esercitata una severità che sarebbe forse meglio indirizzare verso il governo. Infatti, dall’immigrazione alla polemica sulle cosiddette gabbie salariali, non c’è questione sulla quale Franceschini, Bersani e io stesso non si sia intervenuti per esplicitare la posizione del Pd».

A proposito di Partito democratico, cos’è che non l’ha convinta dell’intervista rilasciata da Beppe Vacca a “La Stampa”?
«Ci sono due cose che mi hanno colpito. La prima è il sostenere che l’affermarsi in politica di un modello leaderistico sia responsabilità da attribuire al Pds-Ds. Vede, io ho fatto il segretario per sette anni, e l’ho fatto ricostruendo e guidando un partito che ha vinto tutte le elezioni attraverso le quali è passato, riportando il centrosinistra al governo e poi favorendo la nascita del Pd. Ad esser onesti, non mi sembra un esempio di leaderismo senza partito...».

E l’altra cosa che non la convince?
«E’ l’affermazione secondo la quale, per fare un forte Pd, dovremmo ripartire da Gramsci, Intendiamoci: per la storia da cui provengo e per il fatto di essere torinese, mi potrebbe anche star bene. Ma noi stiamo costruendo il Pd. E allora, solo per restare a Torino, dico che affianco a Gramsci dobbiamo citare Angelo Tasca e Piero Gobetti, Noberto Bobbio e Vittorio Foa, Piergiorgio Frassati, don Orione e don Cafasso. E’ così, secondo me, che si rilancia e si radica il Pd: unificando una pluralità di culture progressiste».

Un’ultima cosa, onorevole Fassino: i ministri del governo Berlusconi intendono disertare la vostra festa per la battuta sul “festino” riservata al premier. Non era forse il caso di chiedere scusa e di chiuderla lì?
«Guardi, mi offre l’occasione per rivolgere un appello ai nostri avversari politici: e l’appello è a recuperare il senso della misura. Una battuta è una battuta, irriverente per definizione. Quella in questione può esser stata più o meno felice, ma non giustifica guerre di religione. Non ci si scusa per una battuta: altrimenti dovremmo pretendere che lo faccia Calderoli, per esempio, che ieri ha definito la nostra festa un funerale. Non è un funerale, naturalmente. Vengano e vedano, partecipino ai nostri dibattiti come è sempre stato: saranno ospiti graditi, accolti con cortesia e ascoltati con attenzione. Ma per favore, con i tanti guai che già ci sono, evitiamo di scatenare tempeste in un bicchier d’acqua».

da lastampa.it


Titolo: Perché io, ultimo Segretario dei DS, sostengo Dario Franceschini
Inserito da: Admin - Settembre 03, 2009, 05:16:07 pm
Perché io, ultimo Segretario dei DS, sostengo Dario Franceschini


Piero Fassino

Ho scelto di sostenere la riconferma Dario Franceschini a Segretario nazionale del Partito Democratico.
L'ho fatto per più ragioni.
Intanto perché sei mesi sono un tempo troppo breve per chiudere un'esperienza così complessa come la direzione politica di un grande partito. E non credo che accresca il credito del PD l'immagine di un partito che rinnova e cambia i propri dirigenti troppo spesso.

Peraltro in questi pochi mesi Franceschini ha dimostrato di essere un dirigente capace di scegliere, decidere e agire.

Ha tenuto la barra a dritta sulla laicità confermando il profilo chiaro di un credente laico, consapevole delle responsabilità che la politica ha nei confronti delle persone e delle loro scelte di vita. E mi piace ricordare che - nei mesi in cui si discuteva in Italia di coppie di fatto - Dario Franceschini fu tra i promotori di un'importante lettera sottoscritta da 60 parlamentari della Margherita con la quale, di fronte ad un appello della Conferenza episcopale italiana che chiedeva ai parlamentari credenti di uniformare il loro voto alle loro ragioni di fede, si rispose a chiare lettere che l'essere credente non può far venire meno per chi ricopra incarichi istituzionali, il dovere prioritario di essere fedeli alla Costituzione e alle leggi dello Stato.

Franceschini ha tenuto la barra a dritta sulla collocazione europea condividendo la scelta di costruire in Europa un nuovo campo progressista fondato sull'alleanza al Parlamento europeo tra gli eletti del Partito Democratico e gli eletti socialisti e socialdemocratici. Scelta né facile, né scontata e che Franceschini ha praticato e vissuto con coerenza e lealtà.
E in una campagna elettorale difficile e in salita Dario Franceschini ha impresso al nostro agire il profilo di una proposta concreta sui contenuti, sulle esigenze, sui bisogni dei cittadini. Lo ha fatto spendendosi con generosità, passione e stabilendo un rapporto di fiducia e di simpatia con l'elettorato. E ha ottenuto un risultato che, sia pure inferiore all'esito delle elezioni politiche del 2008, non era affatto scontato, alla vigilia del voto.

Ma c'è una ragione ancora più profonda che attiene al PD, al suo carattere di casa comune dei riformisti italiani: il PD e prima l'Ulivo, lo abbiamo voluto plurale, fondato sull'incontro, la reciproca contaminazione, l'intreccio delle esperienze di donne e uomini provenienti da storie e culture diverse. Abbiamo voluto costruire un Partito che riconoscesse il valore delle differenze e, tenendo conto dell'apporto di ciascuno, fosse in grado di creare contaminazione culturale, pensiero nuovo, identità nuova. E pure in mezzo a difficoltà, limiti, insufficienze abbiamo cominciato a costruire quel PD che per questo oggi non può e non deve essere omologato a una sola delle culture originarie che lo hanno promosso.

E Franceschini è il Segretario che offre oggi le maggiori garanzie che il PD mantenga quel profilo largo, aperto e plurale che è essenziale per la funzione nazionale che deve assolvere.

E' un errore pensare che chi viene dai DS e chi viene dalla Margherita debba automaticamente scegliere un Segretario che venga dalla stessa esperienza. Dobbiamo, invece, scegliere un Segretario non guardando alle provenienze di origine, ma al progetto del Partito Democratico e alla sua identità di un partito che mescola, fonde e unisce culture e storie diverse in un progetto per l'Italia che vada oltre il passato e in cui tutti possiamo identificarci insieme.

Peraltro, proprio perché abbiamo scelto in Europa l'alleanza a Strasburgo con i socialisti - scelta in cui io ho creduto con convinzione - è opportuno e necessario che a gestire l'avvio di tale rapporto sia un Segretario che viene da un percorso diverso, garantendo così al PD quel profilo largo e plurale che è la ragione stessa per cui noi abbiamo voluto e fondato il Partito Democratico.

Certo, la scelta che ho compiuto e che compirà chi mi accompagnerà in questo cammino, non è facile. D'altra parte non ho mai scelto nella mia vita per convenienza o per comodità, né mi sono mai chiesto se una decisione fosse facile, ma se fosse giusta e sono convinto che sostenere Franceschini sia oggi la scelta giusta per l'Italia, giusta per il Partito Democratico e il suo futuro.

da Partito Democratico


Titolo: FASSINO. "Bettino fu un capro espiatorio"
Inserito da: Admin - Dicembre 31, 2009, 04:54:00 pm
31/12/2009 (7:42)  - INTERVISTA

"Bettino fu un capro espiatorio"

Per Piero Fassino «la dimensione giudiziaria in Craxi ha sovrastato la riflessione politica»
   
Fassino: silenzio reticente della classe politica al suo discorso alla Camera

FABIO MARTINI
ROMA


Piero Fassino che da giovane dirigente del Pci, non criminalizzò mai il Psi di Craxi, ora può sobriamente citarsi: «Sette anni fa, in un libro che in alcuni passaggi sembrò eretico, provai ad uscire dagli opposti manicheismi nei confronti di Craxi. Continuo a pensare che dipingerlo come un criminale sia una caricatura sciocca e inaccettabile. Così come descriverlo come la vittima di una congiura».

In Craxi ci sono i prodromi di Berlusconi o restò un uomo di sinistra?
«Non ci sono dubbi. Craxi è stato un politico della sinistra, nel solco della storia del socialismo riformista. Ha rivitalizzato il Psi, ha intuito prima di altri quanto l’Italia avesse bisogno di una modernizzazione economica ed istituzionale, su questo sfidò due grandi forze come la Dc e il Pci ed avvertendo il rischio di non farcela, non sfuggì alla tentazione di un alleanza con i poteri forti, come la P2 di Gelli, terreno sul quale è maturata la degenerazione e la corruzione».

Craxi, che non era un santo, ha finito per diventare un capro espiatorio? «Probabilmente sì. Intendiamoci. Tangentopoli non è stata un’invenzione della magistratura, le tangenti, le corruzioni e le concussioni c’erano e sono state provate e non si poteva chiedere ai magistrati di guardare dall’altra parte. Ma al di là delle responsabilità penali, la dimensione giudiziaria ha finito per sovrastare la riflessione politica».

L’intervento alla Camera col quale Craxi chiamò tutti i partiti a confessare le proprie colpe, cadde in un silenzio ipocrita che si traformò in odio anche da parte vostra... «Rivisto oggi, non c’è dubbio che ci fu un silenzio assolutamente reticente e ambiguo da parte di tutta la classe politica davanti al discorso che Craxi fece alla Camera e nel quale disse con parole crude che il problema del finanziamento illegale non riguardava soltanto il Psi ma l’intero sistema politico».

Sostanzialmente era così?
«Difficile negarlo, anche se c’era e c’è una differenza tra finanziamento illecito e corruzione. Ciò non poteva significare assoluzione giudiziaria, ma neppure rimozione politica. In ogni caso quel che allora mancò fu una seria riflessione sul finanziamento della politica e su come renderlo trasparente».

Lei la intitolerebbe una strada a Craxi? Il nome di una via non è qualcosa che dovrebbe essere «sentito» dai cittadini e non imposto a maggioranza?
«Non mi pare davvero utile infilarsi adesso in un referendum pro o contro la proposta della Moratti. Deciderà il Consiglio comunale di Milano, ma nei panni del sindaco, avrei colto l’occasione del decennale per proporre un impegnativo convegno sulla figura di Craxi, chiamando politici, economisti, giuristi, sindacalisti, per riflettere seriamente su un uomo che, tra luci e ombre, è stato un protagonista della politica italiana».

Uomo di Stato lo fu oggettivamente. Ma fu anche statista, uomo di governo con forte senso dello Stato?
«Lo fu quando si assunse la responsabilità di decisioni difficili e conflittuali come, per fare un esempio, l’intervento sulla scala mobile. Ma anche quando fece significative scelte internazionali, da Sigonella alla strategia dell’attenzione verso l’Est europeo alla vigilia della caduta del Muro».

Uno statista può sottrarsi alla giustizia del proprio Paese?
«Certamente no, anche se, quando un uomo si trova nella bufera, intervengono fattori di natura umana e personale sui quali penso che occorra avere prudenza di giudizio».

Sarebbe simbolicamente giusto che una delegazione del Pd partecipasse ad una delle manifestazioni programmate ad Hammamet?
«Sono tanti i modi per rendere esplicito un nostro giudizio più meditato, ma le forme più opportune sarà Bersani a deciderle». Craxi non ebbe complessi di inferiorità verso Dc e Pci né paura di avere nemici a sinistra: una lezione per il Pd? «Sì, Craxi ebbe queste caratteristiche ma sul piano della cultura politica si tratta di “complessi” che la nostra tradizione ha oramai superato».

da lastampa.it


Titolo: PIERO FASSINO In Medio Oriente il tempo di agire è adesso
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2010, 09:57:26 am
25/1/2010

In Medio Oriente il tempo di agire è adesso
   
PIERO FASSINO*


Sono settimane di intensa attività della diplomazia americana in Medio Oriente. Prima Hillary Clinton, poi Denis Ross e il generale Jones, in queste ore l’inviato speciale Mitchell, si sono susseguiti nella regione nello sforzo di convincere israeliani e palestinesi a riavviare i negoziati di pace.

Nessuno ignora le difficoltà e le differenze di vedute che tuttora sussistono tra le parti. Gli israeliani dichiarano Gerusalemme unica e indivisibile capitale dello Stato di Israele e i palestinesi, invece, chiedono che sia capitale di due Stati. I palestinesi chiedono il blocco totale degli insediamenti di nuove colonie, mentre il governo di Israele ne ha disposto un congelamento parziale, che non include gli insediamenti già autorizzati, né il territorio di Gerusalemme. Alla richiesta dei palestinesi di riconoscere ai rifugiati il diritto al ritorno, Israele oppone di non poter accettare soluzioni che mettano in discussione l’equilibrio demografico e la ragione stessa dell’esistenza di Israele, nato per dare una patria al popolo ebraico. Israele chiede, per la sua sicurezza, di esercitare il controllo di confini e spazio aereo del futuro Stato palestinese, mentre Abu Mazen è disposto ad accettare che tale garanzia sia affidata ad una forza multinazionale di pace. E, infine, nessuno può ignorare la frattura che contrappone Hamas e Abu Mazen e la criticità della situazione di Gaza, dove le condizioni di vita sono sempre più drammatiche e si pone urgente la necessità di riaprire i valichi di accesso e consentire l’inoltro degli aiuti umanitari.

E tuttavia, l’unico modo per dirimere anche le questioni più delicate è dialogare, discutere e negoziare. L’esperienza di questi decenni ci dice che il tempo non lavora per la pace. Al contrario, nel tempo sono cresciute la frustrazione e la sfiducia e oggi è responsabilità di tutti riavviare i negoziati per giungere finalmente ad una pace stabile e sicura per entrambi i popoli.

Nonostante le tante difficoltà ci sono, infatti, anche segnali che consentono di tornare a credere nella pace. L’accettazione del Primo ministro Netanyahu della soluzione «Due Stati per due popoli» rimuove ogni ostacolo di principio alla nascita, accanto allo Stato di Israele, di uno Stato palestinese indipendente sulla base dei confini del ‘67, modificati con eventuali scambi concordati di territori che tengano conto dei cambiamenti di questi 40 anni. E la decisione del governo israeliano di sospendere nuovi insediamenti in Cisgiordania, anche se parziale e se non include Gerusalemme Est, costituisce un primo passo, a cui potrebbero seguirne altri.

Peraltro anche dalla Cisgiordania vengono segnali positivi, come la riduzione dei checkpoint e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, la crescita economica, la presa di controllo del territorio da parte della polizia palestinese. Fatti che dimostrano la capacità del presidente Abu Mazen, del Primo Ministro Fayyad e dell’Anp di esercitare con efficacia e credibilità l’autorità di governo.

C’è poi la ripresa di un impegno forte della comunità internazionale. Non solo la determinazione di Obama - che dal discorso de Il Cairo in poi ha fatto della questione israelo-palestinese una priorità della sua agenda - ma anche la dichiarazione dell’8 dicembre dei ministri degli Esteri dell’Ue; il Piano arabo di pace e il ruolo attivo che stanno giocando Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Turchia; il ritorno sulla scena della Russia con la proposta di una nuova Conferenza internazionale a Mosca: sono altrettanti segnali della consapevolezza che il tempo di agire è adesso. Tanto più di fronte alla ripresa di iniziativa di Al Qaeda, che dimostra quanto le organizzazioni terroristiche siano determinate a far saltare la strategia di apertura di Obama al mondo islamico. Così come rimettere in moto il processo di pace è essenziale per contenere e contrastare le posizioni islamiche radicali che, guidate dall’Iran, fanno dell’irrisolto conflitto israelo-palestinese una bandiera per la loro azione destabilizzante.

Dunque decisivo è tornare a negoziare e al più presto. Certo, nulla è scontato e facile in Medio Oriente. Soprattutto dopo i troppi fallimenti di questi anni. E però - come mi ha detto un interlocutore nella visita che ho compiuto in questi giorni in Israele e a Ramallah incontrando i tanti protagonisti di quel conflitto - «il ponte è traballante, ma non ce n’è un altro per attraversare il fiume».

*Rapporteur sul Medio Oriente per il Consiglio d’Europa
da lastampa.it


Titolo: PIERO FASSINO La Germania non parli solo tedesco
Inserito da: Admin - Aprile 30, 2010, 11:01:17 pm
30/4/2010

La Germania non parli solo tedesco

PIERO FASSINO

Caro direttore,
«In un’Europa senza leader, la Germania è l’unica a esercitare una leadership: e, dunque, non si può che accettarne le condizioni».
Gian Enrico Rusconi (La Stampa, 28 aprile) con esercizio di crudo realismo dice certamente una scomoda verità, che tuttavia non è priva di conseguenze.

A preoccupare non è il richiamo duro e severo della Merkel perché ogni Paese rispetti puntigliosamente le regole che presiedono alla stabilità dell’euro. Tutti, infatti, siamo consapevoli di quanto sia necessario evitare che la moneta europea sia travolta dalla bufera che da mesi investe le economie e i mercati finanziari.

Né è motivo di stupore la fermezza con cui Berlino chiede ad Atene l’adozione di provvedimenti strutturali drastici e incisivi, onde evitare che l’aiuto prestato dall’Europa sia vano. Sollecitazione più che fondata, visto che al severo piano di austerità proposto coraggiosamente dal primo ministro greco Papandreou si sono contrapposti vaste proteste popolari e uno sciopero generale il 5 maggio.

Quel che colpisce sono gli argomenti offerti all’opinione pubblica tedesca e soprattutto la traduzione popolare che se ne è data: «Non saremo noi tedeschi a pagare i debiti e le bugie dei greci, che - come i portoghesi, gli spagnoli, gli italiani - hanno il vizio levantino di lavorare poco e spendere troppo». Basta scorrere i titoli e gli articoli di gran parte della stampa tedesca - in testa la popolare Bild, più di 5 milioni di copie giornaliere - per rendersi conto di quanto la vicenda greca faccia riemergere vecchi pregiudizi, dannosi stereotipi e stolidi luoghi comuni.

Insomma: quel che colpisce nell’atteggiamento tedesco è il ripiegamento, culturale prima ancora che politico, su una concezione miope e velleitaria dell’interesse nazionale. E se è assolutamente vero che l’integrazione europea non fa venire meno l’esistenza e lo spessore degli interessi nazionali, è altrettanto vero che l’Ue è stata pensata e voluta per collocare quegli interessi in un orizzonte più ampio, con la consapevolezza che il comune destino delle nazioni europee richiede che a problemi comuni si diano risposte comuni.

Peraltro è curioso come in Germania governo e opinione pubblica abbiano dimenticato che l’unificazione tedesca si poté realizzare grazie a una forte solidarietà - non solo politica, anche finanziaria - dell’intera Europa, che accettò la forzosa parità 1 a 1 tra marco occidentale e marco orientale e assecondò la politica di più alti tassi di interesse praticata dal Tesoro tedesco per raccogliere le risorse necessarie all’enorme sforzo di integrazione della ex Ddr. Politiche che ebbero non piccola incidenza sulla finanza pubblica degli altri Paesi europei e sui loro deficit.

Ma a parte questa considerazione, davvero le autorità tedesche pensano che la stabilità dell’euro e del mercato unico si difenda abbandonando al proprio destino i Paesi in difficoltà, oggi la Grecia e magari domani il Portogallo o la Spagna? Tanto più se si considera che lo sforzo richiesto alla Germania a favore della Grecia - un prestito di 8,4 milioni di euro - è di dimensioni certo non insostenibili per la forza della principale economia del continente.

Per questo non può non allarmare che a Berlino ci si arrocchi nella convinzione che dalla crisi ci si possa difendere meglio da soli o in pochi. E’ quel rischio di «rinazionalizzazione dell’Europa» di cui abbiamo avuto molti segni in questi anni: il cammino lungo e sfibrante del Trattato di Lisbona; il netto prevalere nella gestione della crisi della dimensione intergovernativa sulla dimensione comunitaria, plasticamente evidenziato dalla sostanziale marginalità della Commissione a vantaggio della centralità del Consiglio Eurozona e dell’Ecofin; e lo stesso piano di salvataggio ipotizzato per la Grecia, in cui l’Unione Europea è semplicemente la cornice di un intervento del Fondo Monetario Internazionale sostenuto da prestiti bilaterali di singoli Stati europei.

Peraltro, che in Europa tiri una brutta aria per l’integrazione europea ce lo hanno detto gli esiti elettorali che, negli ultimi anni, hanno visto in ogni Paese del continente crescere i consensi per movimenti e partiti antieuropei e nazionalisti (e spesso xenofobi). Ultimo esempio i 48 (!) seggi conquistati nelle elezioni ungheresi di domenica scorsa dal movimento populista Jobbik.

Nessuno naturalmente può ignorare le inquietudini e le paure suscitate nelle opinioni pubbliche europee dalla «globalizzazione sull’uscio di casa», rese ancor più acute da una crisi che ha accresciuto condizioni di precarietà nel lavoro, nel reddito, nelle opportunità di vita di milioni di famiglie. Ma è una mera illusione, gravida di conseguenze negative, pensare che si rassicurino le paure assecondandole o cavalcandole. E se a farlo è il principale e più forte Paese dell’Unione, i guai possono essere davvero grandi per tutti. Insomma: se a Berlino si torna a parlare solo tedesco, è l’intera Europa a rischiare. E la stessa Germania, sola, rischia di più.

da lastampa.it