LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => ESTERO fino al 18 agosto 2022. => Discussione aperta da: Admin - Ottobre 18, 2007, 12:00:41 pm



Titolo: VITTORIO ZUCCONI,
Inserito da: Admin - Ottobre 18, 2007, 12:00:41 pm
ESTERI

Incubi alla casa bianca

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


 La chimera del "nuovo secolo americano" che gli ideologi della dottrina Bush ci avevano promesso, si decompone e si sfascia attorno a un presidente smarrito e agitato che vede apririsi, proprio sul fronte centrale del progetto, l'Iraq, una spaventosa crisi con l'unica nazione musulmana democratica e alleata dell'Occidene, la Turchia.

Non è più questione di guerre al terrore, di jihad, di estremismo islamista e di formule sull'islamofascismo: la decisione turca di prendersi mano militare libera per intervenire contro gli storici nemici curdi e sconfinare in quel troncone dell'ex Iraq ormai disfatto, è la durissima rivincita della realtà sulle fantasie ideologiche, il risveglio di uno di quei tanti demoni che gli apprendisti stregoni del "cambio di regime" avevano preferito ignorare e che ora ritornano puntuali a chiedere il conto dell'inettitudine e della miopia.

La conferenza stampa che Bush ha convocato ieri, a sorpresa, poco prima di incontrare il Dalai Lama e aggiungere così anche la sempre permalosa Cina alla lista dei problemi, è stata tutta un tentativo ansimante di sbracciarsi a tamponare le falle che si stanno aprendo a est e a ovest, sui fronti asiatici e mediorientali, tra i quali ormai l'agonia dell'Iraq e le fanfaronate di "vittoria su al Qaeda" passano inosservate. Per ormai cinque anni, la Turchia ha portato pazienza, dopo avere tuttavia rifiutato di prestarsi a essere la rampa di lancio per l'invasione dell'Iraq, avendo intuito subito quali conseguenze per sé stessa avrebbe avuto la decomposizione del Paese vicino.

I suoi militari, chiave di volta dello stato e barriera contro l'islamizzazione del Paese, hanno finto di ignorare la crescita ai proprio confini di un nuovo stato, di fatto un Kurdistan autonomo e protetto proprio dagli Stati Uniti, divenuto il faro di quel popolo curdo che da generazioni nutre il sogno della ribellione e di una propria entità statale attraverso almeno tre nazioni limitrofe. Bush ha un bel raccomandare adesso "moderazione" ad Ankara, e sconsigliare "azioni militari massicce" nel Kurdistan ex iracheno. La dinamica della storia etnica, dei genocidi, degli odi secolari di clan e popolazioni, è stata rimessa in moto dal "cambio di regime" organizzato senza pensare alle conseguenze. E dopo avere perduto l'Iraq abbandonato alla spartizione fra clan, ayatollah e sceicchi, ora Washington, e con essa l'Occidente, rischia di perdere anche la Turchia, che promette di negare le proprie basi alla Nato, della quale fa parte.

Bush ci informa di essere in contatto con tutti i bracieri di crisi in un mondo che prevedibilmente rifiuta i semplicismi di "male" e "bene", di "libertà" contro "tirannide", così cari alla sua visione elementare. Ha parlato con il presidente turco, per tamponare questa che è la falla più grossa e minacciosa, e sta spingendo alle stelle anche il prezzo del petrolio, che ha in Kurdistan importanti giacimenti e pozzi. Ha promesso di chiedere spiegazioni a quell'"amico Putin", compagno di barbecue texani, che sta ricostruendo una politica di potenza imperiale neo zarista cacciando il dito nell'occhio proprio dell'"amico George", quando annuncia che l'Iran canaglia, l'Iran di Ahmadinejad, il negatore dell'Olocausto e di Israele, sarà d'ora in poi sotto il protettorato del Cremlino e degli altri stati del Caspio.
È una sorta di dottrina Monroe in salsa russa che taglia le gambe ai progetti di attacco contro gli impianti nucleari iraniani e rilancia la posta di un blitz aereo, sullo stile di quello condotto da Israele in Siria (e che Bush rifiuta di commentare, approvare o condannare) alle stelle. "Se l'Iran diventasse una nazione nucleare, sarebbe la Terza Guerra Mondiale", vede e rilancia Bush, che ha capito come ormai sia la Russia, e non più l'Iran, il vero avversario.

Potrà chiedere e ottenere spiegazioni da Putin, tornare a guardarlo negli occhi come fece in un famoso incontro nel Texas concludendo che "era un uomo del quale poteva fidarsi", ma se la Russia concede a Teheran la propria protezione, piegare Teheran a miti consigli diviene infinitamente più arduo.
Il caso del Dalai Lama, l'inoffensivo profeta della pace premiato con la medaglia dal Congresso e brevemente incontrato da Bush con qualche imbarazzo, diventa quasi soltanto "colore", curiosità irritante di poche ora fra Cina e Usa, in un giorno nel quale il disastro politico dell'Iraq si metastatizza e si estende a una Turchia che sente, nella crescita dell'irredentismo curdo (ricordate Ocalan?) una minaccia fondamentale alla propria esistenza e alla propria autorità nazionale. Perdere definitivamente la Turchia, che già l'Unione Europea ha umiliato e offeso con il balletto grottesco dell'adesione promessa, negata, rimandata, sarebbe l'effetto più catastrofico di una strategia pur disastrosa, ma almeno contenuta finora nel mezzo insuccesso afgano e nella cronicizzazione della patologia irachena.

L'Europa, il Medio Oriente, l'Asia Minore, si troverebbero a dover affrontare una Turchia esasperata e a sostenere contro di essa un proprio alleato, un Kurdistan cresciuto a cavallo dei confini turchi, rinchiuso dentro la regione e senza precisi limiti territoriali. Una sorta di seconda Palestina in Asia Minore, ma con il combustibile che alimenta le nostre economia sotto il proprio suolo e che dunque non si potrebbe ignorare, come questa Presidenza ha sostanzialmente ignorato la miserabile Palestina. Se a un anno dalla sua destituzione costituzionale George Bush deve telefonare a Mosca, a Pechino, ad Ankara, ai suoi generali e ambasciatori in quella capitale di sé stessa che è Bagdad, per tamponare le crepe, ed è costretto a parlare di possibile "Terza Guerra Mondiale", la sua inquietudine di fronte al mondo che lui stesso ha creato è ben giustificata, come lo è la nostra.

(18 ottobre 2007)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI - Comunque è stato ucciso dal calcio
Inserito da: Admin - Novembre 12, 2007, 02:36:05 pm
IL COMMENTO

Comunque è stato ucciso dal calcio

di VITTORIO ZUCCONI


ORA giratela come vi pare, ma il fatto rimane. Gabriele Sandri è stato ucciso dal calcio, da questa "cosa" deforme e mostruosa che in Italia ha perduto da anni ogni senso, ammazzato anche lui da questo cancro che anno dopo anno, scandalo dopo scandalo, cerotto dopo cerotto, chiacchiera dopo chiacchiera continua a metastatizzare e pretendere, come una divinità pagana, sacrifici umani per sentirsi importante.

Le circostanze nelle quali le vittime del calcio muoiono, e dunque le responsabilità penali, possono essere apparentemente diverse, lo spettatore stroncato da un razzo, un commissario di PS caduto in un sabba di fiamme e di botte, un giovane di 28 anni raggiunto dal proiettile vagante di un agente di polizia, un tifoso abbattuto a coltellate dal tifoso di una squadra avversaria e l'unico esorcismo che il mondo del pallone sa pronunciare è ripetere la giaculatoria del "quelli non sono tifosi".

Sono tifosi, invece, tifosissimi, che comperano i biglietti, gli abbonamenti, i viaggi organizzati, il costoso ciarpame di magliette e souvenir. Oppure, e la formuletta è ancora più disgustosa, ce la caviamo dicendo che "sono minoranze", come se non fossero sempre le "minoranze" a condizionare la storia di tutti, come se non minoranze anche i mussulmani che si imbottiscono di tritolo, i rumeni che violentano, gli italiani mafiosi o non fossero stati una minoranza i tedeschi che indossavano la testa di morto delle SS. Dire che chi fa il male è una minoranza è una ovvietà sociologica e morale cretina che giustifica tutto e non spiega niente.

Le "minoranze" esistono perché le "maggioranze" le producono, o le tollerano o addirittura le proteggono oggettivamente e se il mondo del calcio, dai dirigenti agli appassionati, dai giornali alle televisioni, continua ad accettare di fatto che puntualmente ci scappi il morto, o esplodano bombe nelle sedi ufficiali, o gruppi di fanatici scatenino scene di guerriglia, non sarà sospendendo qualche partita per lutto, o per prudenza, o cambiando classifiche con penalità o promozioni o salvatggio stabiliti secondo criteri inspiegabili, soltanto per placare di volta in volta questa o quella "minoranza, che l'"Apocalypto" di questo dio minore ma crudele finirà.

Le vittime, come in tutti i sacrifici umani, sono sempre innocenti, come innocente era il tifoso del Genoa accoltellato a Marassi, come lo era il commissario Raciti, come lo era Paparella, come lo era Sandri e se un agente di polizia è colpevole di omicidio involontario, la legge lo deve investigare e, se responsabile, punire. Ma non sono innocenti coloro che dall'alto di cattedre pubbliche, studi televisivi e pacchetti azionari aizzano la paranoia dei tifosi rimestando utili (a loro) campanilismi, come se una squadra formata da nomadi latino americani, slavi, africani, scandinavi incarnasse l'onore del mio villaggio.

Lamentando torti e angherie arbitrali, anche di fronte all'evidenza che la squadra ha giocato malissimo e i giocatori sbagliano sempre almeno cinque volte più degli arbitri. Menando moviole avanti e indietro in un continuo frullato di parole e di battute e di sospetti incorporei che qualche idiota prenderà sul serio mentre loro, i sacerdoti del calcio, contano i soldi, i crediti e la fama, senza prendere sul serio quello che dicono. Tanto, dicono, è "un gioco".

L'industria del calcio professionistico italiano è marcia, ed è un miracolo se, al contrario del classico luogo comune, c'è qualche mela sana nel cesto. E non venite a menarcela con il "malessere sociale" che gli omicidi da tifo produrrebbero, perché malesseri sociali e passione sportiva abbondano e convivono in tutte le nazioni del mondo, senza che regolarmente, periodicamente, si arrivi a lutti e strade in fiamme.

Il calcio italiano è una creatura corrotta, che neppure i fino troppo comodi esorcismi del Moggi di turno, possono sanare, perché Moggi fu l'espressione più sfacciata, non la causa, della corruzione di un mondo incapace di diventare un'autentica industria, che si è trovato improvviamente investito da un'alluvione di soldi che non era in grado di gestire per offrire al pubblico un prodotto complessivo credibile ed equilibrato.

Dove la sola cosa che conta non è "il calcio", ma fottere il presidente o il club "nemico". Se queste "minoranze" si sentono in diritto di pestarsi, aggredirsi, attaccarsi fuori dagli stadi o lungo le autostrade, è perché esse si sentono le "ronde" calderoliane, i "vigilantes", i protettori delle proprie squadre, i giustizieri di un mondo nel quale, tra bilanci falsi, cambiali farfalla, compravendite di brocchetti valutati come Ribot, dirigenti senza potere e maneggioni onnipotenti, giustizia non esiste.

Fuorilegge con il passamontagna e il lanciarazzi tra i fuorilegge in sciarpa di pashmina seduti in tribuna d'onore. Cellule malate di un organismo malato che deve essere distrutto, se vuole essere ricostruito.

(11 novembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. "La mia vita in bilico nel casinò Wall Strett"
Inserito da: Admin - Settembre 18, 2008, 03:53:27 pm
ECONOMIA   

Broker a New York: auto di lusso, un bell'appartamento. Si sentiva Signore dell'Universo

Dopo il crollo di Lehman Brothers aspetta rassegnato che anche il suo mondo finisca

"La mia vita in bilico nel casinò Wall Strett"

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


 
NEW YORK - "Esco di casa quando voi dormite, come i ladri. Perché adesso questo sono diventato per voi, il malfattore, l'untore, io che fino a ieri ero l'incarnazione del nuovo secolo americano, questa sera potrei tornare a casa con la mia vita in una scatola, buttata alla rinfusa con i ritratti dei figli che non vedo mai, la foto della moglie che sta già parlando con l'avvocato divorzista, il cappelluccio dei New York Yankees, la coppetta vinta nel torneo aziendale di softball a Central Park, il blackberry muto e il rolodex di clienti che sei mesi fa mi chiamavano a casa di notte per offrirmi soldi e oggi non si fanno trovare. Oggi sono il predatore diventato preda e quella scatola sarà la mia bara di cartone".

"Esco alle quattro, quattro e mezzo nel New Jersey, dove eravamo venuti in tanti a cercare una casa e un giardino per crescere i figli piccolini lontani dalle trappole di lusso di Manhattan, sparpagliati nelle cittadine costruite lungo la ferrovia locale del New Jersey, la NJ Transit, paesi come Summit, Chatham, Madison, Morristown, fino a Dover, la stazione di testa, la terra dei cavalli e delle colline, e sembra di stare in Via col Vento, non a un'ora da New York. Ogni mattina lo stesso orizzonte e lo stesso incubo della bara di cartone alle cinque".

"Un filo di alba che si alza sopra la skyline d'estate in fondo all'autostrada numero 78, buio da lazzaroni in inverno, con l'orecchio alla radio per sapere quale dei tunnel sotto lo Hudson che portano in città, il Lincoln, lo Holland, sia già intruppato da altri ladri come me dentro le loro Bmw, Audi, Rover, Porsche, Mercedes (mai Cadillac, quella è roba da giardinieri italo americani arricchiti) in leasing, che fanno la gara dei topi grassi per arrivare primi dentro le scatole di cristallo attorno a Times Square e Broadway.

Le strade dove siamo scappati dopo il massacro dell'11 settembre che bruciò vivi tanti di noi nelle Torri. Conoscevo tanti di loro e vivevano qui, lungo il percorso del treno e dell'autostrada, miei vicini, grigliata al sabato e birra alla domenica.

Guidiamo veloci, sapendo che la polizia del New Jersey ci conosce e chiude un occhio sul limite, correndo per scoprire se il nostro mondo sia finito mentre dormivamo agitati e quando tornerò a casa per non vedere i miei figli già addormentati dovrò dire a mia moglie, se è ancora sveglia e non ha già firmato i documenti del divorzio, che sono un disoccupato.

Un milionario con le pezze al sedere, senza soldi per pagare le rate di quella casa che non avrei mai dovuto comperare, senza fondi per le scuole private dei figli, senza scorte per saldare i debiti dello shopping nelle boutique dei "mall" di lusso, e senza nessuna possibilità di trovare un altro posto.

Non c'è bisogno di un master a Yale per sapere che il livello delle spese sale sempre con il livello del reddito e anche oltre: questa è la terra del credito. Sarò un profugo come almeno altri 70 od 80 mila come me, che oggi vagano per le vie di Manhattan con il Range Rover a due settimane dal pignoramento per morosità, agitando come barboni da Zegna e Armani curriculum che non interessano a nessuno. Per dare la caccia a posti che non ci sono più, neppure a un decimo di quello che avrei guadagnato ieri.

Sono un broker di "investment bank", settore "hedge funds" e "derivate" che neppure sto a spiegarvi che cosa siano perché non l'ho mai capito neppure io, se non che erano formule create da "idiot savants" sui computer per far fare soldi a tutti, finché ce n'erano, e adesso per farli perdere a tutti.

I nostri "managing directors", quelli che a fine anno devono distribuire i sei, sette, anche nove, proprio come Lehman, miliardi di bonus fra i dipendenti, ci dicono di non preoccuparci, anche se non capiamo le formule che lampeggiano sui nostri monitor, perché "noi siamo come i casinò e non possiamo mai perdere, perché abbiamo la percentuale assicurata su tutte le operazioni e il 20 per cento sui profitti del cliente".

"The sure thing", il sogno di tutti i giocatori, scommettere sul sicuro, a corsa finita, e con i soldi degli altri, nel giro infinito dei credito che sciabordava come l'acqua nella stiva di una nave e bagna tutti. Fino a quando l'acqua finisce e tutti restiamo a secco, come adesso.

La mia banca è una delle poche ancora vive, e non vi dirò quale, almeno questa mattina, mentre vi parlo, avvio il motore senza sgasare per non svegliare i bambini e accendo l'autoradio. Ma anche la mia sanguina e boccheggia come tonni sul ponte di un peschereccio destinato appunto a finire in scatola, una di quelle banche d'affari, cioè senza conti correnti, mutui, flusso di cassa e di soldi dei cadaveri dello stipendio fisso che depositano i loro stipendi che oggi vorremmo tanto avere anche noi, noi che prima neppure guardavamo in faccia chi ci proponeva operazioni sotto i 10 milioni di dollari, il minimo per accedere ai nostri prodotti.

Eravamo gli dei senza controlli governativi, senza quei rompiscatole moralisti e statalisti che fanno le pulci alle banche commerciali, esaltati come i pionieri di un mondo nuovo e senza frontiere, noi che dalle scatole di cristallo e targhe di bronzo alle porte, Bear Stearns, Lehman Brothers, Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, AIG, giocavamo ai "Masters of the Universe", ai signori dell'universo. E oggi ci guardiamo allo specchio lavandoci i denti alle quattro chiedendoci che mestiere potrebbe fare un prete se un giorno qualcuno dimostrasse che Dio non c'è più.

Al mio piano che guarda su Broadway, quando ci sto, perché per almeno una settimana al mese svolazzo tra Chicago, Dallas, New York, San Francisco, Miami, Los Angeles per vendere i miei prodotti - ho più "miglia" nel conto che l'intera Air Force americana - a clienti che fino a ieri ci inseguivano e oggi ci accolgono come un ispettore del fisco, i cubicoli dei traders, le truppe d'assalto che trattano le azioni e di noi "brokers", i mediatori dei grandi affari, sono sempre più deserti.

Nella mia banca, a questo piano, eravamo in 35 ancora nel mese di maggio, fino a un venerdì alle cinque, quando il capo di tutti i capi ci chiamò per dire che 30 di noi avrebbero potuto dormire fino a tardi, lunedì, e non tornare. Grazie e tanti cari saluti. Io sono stato fortunato, sono fra i cinque sopravvissuti, ma a una condizione: devi scordarti di avere una famiglia, una casa, una vita, non voglio più sentire storie di mogli che piagnucolano e bambini che hanno la partita di pallone, chiaro? Chiarissimo. Ora siamo in cinque a fare il lavoro di 35. Rivedrò mio figlio quando licenzieranno anche me o quando si sposerà. Un giorno di permesso credo che per l'occasione me lo daranno.

Qui dentro, come alla Lehman, dove mi avevano ingaggiato con bonus grassi nel 2005, con palate di stock che non potevamo vendere e ora valgono meno della carta igienica, siamo tutti giovani, o almeno lo sembriamo, trent'anni o poco più. La Lehman era "the place to be", il posto dove stare, perché Fuld, il presidente, il Master dei Master dell'Universo, era il più aggressivo e spregiudicato di tutti, enormi rischi, enormi guadagni, andate e moltiplicate i profitti e i bonus, ci dicevano dalla Washington repubblicana, ma per fortuna sono scappato in fretta.

I direttori portavano a casa milioni di bonus a fine anno, noi un gradino sotto, mezzo milione, oltre lo stipendo di 250 mila dollari, vagonate di quattrini che i più sciocchi buttavano subito in barche, seconde case, condomini di lusso venduti a prezzi di rapina per sfilare appunto quei ghiotti bonus e costruiti nei quartieri di Manhattan già malfamati e rasi dai "luxury condos" con annessi ristoranti.

A New York tutto respira con i polmoni di Wall Street, quando i polmoni si sgonfiano, tutto si gonfia, ristoranti, rette per asili privati da 20 mila dollari l'anno, alberghi da 1.500 a notte per la junior suite, fitness club.

Non ci sono quarantenni, attorno a me. Gli anni in questo mondo che lavora dalle 5 del mattino alle 10 di sera, perché oggi i mercati non chiudono mai e puoi fare o perdere fortune a Singapore o a Londra o a Mosca mentre dormi, sono come gli anni dei cani, contano per sei o sette di voi umani. A quarant'anni, o sei assurto al cielo del top management, con garanzia di paracadute d'oro se ti buttano dalla finestra o ti sei fatto un fondo per conto tuo tirandoti dietro i clienti che avevi servito prima. O sei un relitto che nessuno vuole più. Nemmeno nei tempi grassi, figurarsi ora.

Lunedì scorso, dopo il collasso di Lehman, venticinque dei miei ex amici e colleghi sono venuti qui per offrirsi. Ho fatto una proposta a uno solo di loro, che era un mio capo e nel 2006 aveva intascato due milioni e mezzo di bonus a dicembre. Gli ho offerto 150 mila dollari lordi annui, senza bonus, lo stipendio iniziale che prende un ventenne con un Master in Business venuto da Harvard o da Stanford. Ha detto che ci penserà, perché con 100 mila dollari all'anno, pagate le tasse, ci paga si e no cinque mesi del proprio stile di vita che gli costa 15 mila dollari al mese. Sorry, prendere o lasciare e non è detto che domattina ci siano ancora io, la mia banca e l'offerta.

Non sono amareggiato, non ce l'ho con nessuno. Noi in America diciamo che "it was good while it lasted", è stato bello fino a quando è durato, come un amore, una vacanza, un ciclo vittorioso della tua squadra. Soltanto mi addolora sentirmi trattato come una prostituta che ora i clienti fingono di non conoscere dopo avere fatto la coda per andare a letto con lei a qualsiasi prezzo. Quando garantivamo noi, con le nostre formule scritte da geni della matematica come il mio capo, che è un pazzo capace di lavorare 24/7 e nei pochi momenti liberi esegue le Variazioni di Goldberg su uno Steinway da concerto, i milioni di aria fritta accumulati da ventenni brufolosi in California che avevano costruito una "punto.com" fatta di panna montata e volevano tradurre in soldi veri le loro stock options prima che si squagliassero, eravamo i santi protettori della nuova America post industriale e tutta a credito. Chi se ne importa se prendevi il quinto dei profitti, quando i profitti si misuravano a diecine di milioni?

Domani sarò anche io assorbito da un'altra banca e licenziato per esubero, o buttato dalla finestra, o ripescato da quel governo che credeva nella santità del libero mercato e oggi corre con il secchio dell'acqua per spegnere più incendi di quanti secchi abbia, ma non porto rancore. Nessuno mi ha obbligato a lavorare per un casinò. Nessuno mi aveva promesso 40 anni di posto sicuro con pensione, orologio d'oro e liquidazione a 65 anni.

L'ho sempre saputo che alla fine dell'autostrada 78 non c'era la pentola d'oro, ma una scatola di cartone. Almeno potrò dire al mio capo, al genio che non ha mai visto i suoi figli e compila equazioni come fughe di Bach, che i suoi New York Yankees mi hanno sempre fatto schifo".

(18 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. La rivincita di Keynes
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2008, 04:21:13 pm
ECONOMIA   

La rivincita di Keynes

di VITTORIO ZUCCONI



All'inferno le ideologie e il culto irrazionale del sacro mercato, l'America ritrova la virtù che l'ha resa l'America: il pragmatismo. "Misure senza precedenti per affrontare una sfida senza precedenti" annuncia Bush l'ex neocon trasformato in neokeyn, per spiegare che anni di anatemi antistatalisti sono stati buttati nel vento della crisi in favore dell'interventismo pubblico di sapore keynesiano.

Per salvare, se ancora si può, il salvabile. Sarà proprio la esecrata "mano pubblica", con soldi pubblici, a intervenire per stabilizzare i mercati isterici, facendo piovere senza limiti prefissati dollari stampati dalla zecca sui buoni e sui cattivi, su chi lo merita e su chi non lo merita.

George W. Bush è diventato Franklyn Delano Roosevelt, pronto a inondare Wall Street con almeno un trilione di dollari, mille miliardi di dollari, secondo i calcoli degli economisti, per evitare che la grande siccità del credito uccida i giusti e gli ingiusti nel deserto del credito. È una gigantesca "operazione Alitalia" fondata sullo stesso balordo, ma ormai inevitabile principio del "privatizzare i profitti" e "statalizzare i debiti". Con, alle spalle, lo stesso ricatto del fallimento epocale.

Non è finito, in queste ore sconvolgenti, il capitalismo americano. È finito un modo di concepire il capitalismo che aveva dominato il discorso nazionale americano dagli anni '80 di Reagan. Bush, che per mesi aveva ripetuto il mantra sempre più grottesco della "economia fondamentalmente sana", come aveva fatto McCain, ha fatto l'inversione a "U" che sarebbe stata necessaria nel 2007 e che la sua zavorra ideologica, e la fissazione sciagurata con la sempre sfuggente e costosissima "vittoria in Iraq", (700 miliardi finora) gli avevano impedito di fare.

Questa vacanza del potere politico centrale, che nessun tecnico per quanto competente, come sono i vecchi ragazzi della Goldman Sachs che oggi governano a fianco del Presidente, può surrogare in una democrazia, era il cuore infartato di questa crisi. Aggravata dalla confusione di una campagna elettorale che da 14 mesi rimbomba nella testa di una popolazione con messaggi contraddittori, confusi, propagandistici.

Dunque accentua quello stato di incertezza e di irrazionalità che è, sempre, la benzina sul fuoco di ogni incendio finanziario.

Quello che Bush ha annunciato ieri, affiancato dalla trimurti della governance economica americana per dargli autorevolezza, è keynesismo puro. È "deficit spending" classico, senza preoccuparsi di bilanci federali che sprofonderanno nell'inchiostro rosso e sono destinati a raggiungere il 7% del Pil. Ma lo schiaffo della realtà, che arriva sempre a svegliare i presidenti americani dall'ipnosi delle loro ideologie, nel mondo come in casa, ha svegliato anche un Bush che se avesse, quattro anni or sono, annunciato in campagna elettorale l'intenzione di gettare mille miliardi di dollari per salvare i mercati mobiliari e immobiliari sarebbe stato, più che sconfitto, arso vivo.

Ma qui siamo di fronte "a sfide senza precedenti", ha ammesso tardivamente e rischi senza precedenti richiedono "azioni senza precedenti", un eufemismo per dire: si cambia rotta. Lasciare che la nave di Wall Street s'inabissasse trascinando con sé le borse del mondo che rimangono tutte "wallstreet dipendenti", da Shanghai a Mosca, avrebbe devastato l'economia americana dove fa male e garantito la vittoria di Barack Obama, i cui sondaggi avevano ripreso a salire in relazione inversa ai listini di Borsa.

Avrebbe colto non soltanto nei "bonus" delle migliaia di brokers lasciati con lo scatolone dei loro ricordi in braccio, in fondo poche persone in un oceano di 150 milioni di famiglie, ma anche nell'esistenza quotidiana della gente di "Main Street", della via principale dei paesi, dove polizze vita, fondi comuni, gruzzoli di obbligazioni a reddito fisso, crediti al consumo e mutui sono il presente e il futuro dell'esistenza reale.
Sulla latitanza della guida politica del Paese e sulla confusione generata da candidati che dicono alla mattina il contrario di quello che dicono alla sera (McCain era fino a ieri il campione della "deregulation" e oggi invoca un controllore sotto ogni letto a Wall Street, mentre l'inesperienza di Barack Obama non rassicura) la famigerata speculazione aveva puntato.

Era sicura che questa amministrazione non avrebbe mai potuto rinnegare il proprio fondamentalismo liberista e la cultura delle cose che si aggiustano da sole. I ribassisti, coloro che puntano sulla caduta dei titoli e che sparecchiano quei miliardi che impropriamente i media definiscono "bruciati" ma invece arricchiscono tanto quanto i rialzi, avevano avuto il controllo del campo, alimentando una difficoltà di credito reale, ingigantita dalle loro azioni piratesche.
L'ideologo del Texas è stato persuaso a fare ciò che è necessario, non ciò che è ideologicamente corretto. Il Bush che sembrava il tragico Herbert Hoover ottimista del 1929 ("La prosperità è dietro l'angolo") è diventato il Roosevelt del 1932, che inventò quegli strumenti di protezione che da allora, come ha detto giustamente, "non hanno mai fatto perdere un centesimo a chi ha conti correnti", ma non certo per merito della destra.

Estenderà la protezione federale esistente sui CC, sui risparmi e sui certificati di deposito, anche ai fondi di "money market", quelli che fino a ieri non erano assicurati da Washington e flottavano pericolosamente sul mercato seguendo l'andamento degli interessi, costituendo una grossa parte, almeno il 30%, dei fondi pensione.

Prosciugherà, sempre con danaro pubblico, la palude dei mutui immobiliari inesigibili, i "subprime" definiti "tossici" perché avvelenano i bilanci delle banche. Dunque lo stato federale, cioè noi contribuenti, diventerà proprietario involontario di milioni di abitazioni in protesto e di passività che saranno smaltite in anni. Il gioco al ribasso contro le 799 finanziarie ancora in piedi sarà bloccato per dieci giorni e rinnovabile ancora, violando il loro sacro diritto alla speculazione, per salvare il salvabile.

E il Tesoro potrà stampare tutti i miliardi di dollari che desidera senza temere di accendere il falò dell'inflazione, come accadrebbe in tempi normali perché il nemico del giorno è la "deflazione", la paralisi del credito. Naturalmente pagheremo in futuro questo tsunami di dollari, in termini di inflazione, quando la bufera sarà passata, ma questo è un commento per la crisi di domani.

Bush, il cowboy neocon divenuto neokeyn, ha creato un'euforia irrazionale nei mercati eguale e contraria al panico di ieri nella solita altalena di ingordigia e paura. In attesa di un nuovo governo stabile, si può sperare che questa non sia la fine del mondo, ma soltanto la fine di un mondo, dal quale un altro nascerà. La ciclicità di "boom" e "bust", di fortune e di rovesci, di regole e di sregolatezza, è la sola certezza del capitalismo americano che sa, contrariamente a quello che sognava Karl Marx, sopravvivere anche al proprio peggior nemico, cioè se stesso.

(20 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. (Repubblica)
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2008, 10:23:59 am
ECONOMIA    IL COMMENTO

La Pearl Harbor della politica

di VITTORIO ZUCCONI



IL CAOS politico americano, quello che si trascina fra il fallimento del bushismo e una stagione elettorale troppo lunga, e che ha permesso la tragedia finanziaria, ci ha proposto l'inedito "numero" del candidato che scappa.

Un candidato che si chiama fuori dalla partita per due giorni e non vuole più dibattere l'avversario. Come se la democrazia fosse un incontro di basket, John McCain ha chiesto un timeout, per salvare la propria squadra da una sconfitta che il tabellone dei sondaggi cominciava a lampeggiare.

Il dibattito probabilmente si farà, e questa sera assisteremo finalmente al confronto, perché Barack Obama ha risposto che lui si presenterà sul palco in quanto "mai come adesso la nazione deve vedere e conoscere chi vuole guidarla in questi tempi difficili". Ma il fatto stesso che un candidato annunci di avere "sospeso la campagna elettorale", come fosse un puzzle da riporre per qualche ora, a 40 giorni dal voto, è uno di quei colpi di testa (e di nervi) che i colleghi senatori conoscono bene e che molti elettori temono.
John McCain, famosa testa calda dal pessimo carattere che gli ha meritato in Parlamento il soprannome di "McNasty", Mac la peste, ha semplicemente cercato di buttare all'aria il tavolo di gioco, come fanno i bambini molto immaturi o i vecchi molto stizzosi quando perdono.

Nel mezzo di quella che il finanziere più autorevole degli Stati Uniti, quel Warren Buffett che viene guardato come l'ultimo oracolo, ha definito una "nuova Pearl Harbor", la flotta di coloro che dovrebbero proteggerci naviga alla deriva, sballottata dal vento dei sondaggi e delle manovre elettorali, senza ordini né piani chiari. Se il padre di John McCain, il magnifico ammiraglio che consumò tutto sé stesso nella risposta all'aggressione giapponese nel Pacifico e pagò la fatica disumana morendo d'infarto il giorno dopo la vittoria, potesse vedere il figlio annaspare in queste ore, lo spedirebbe in cambusa, lontano dal ponte di comando.

La mossa di McCain, quello che dovrebbe essere l'anziano sicuro, il buon nonno prudente e responsabile di fronte al troppo giovane e irresponsabile avversario Obama, serve a sottolineare la radice profonda della crisi, che non è finanziaria né economica, ma politica. Da quasi otto anni, dal gennaio del 2001, l'America è senza un governo competente e attendibile, che ha creduto di poter surrogare con la superbia la propria cadente autorità morale. Ha perduto ogni credibilità e ogni autorità, presa nella tela di menzogne, propaganda, ideologia, messianesimo, politicizzazione elettoralistica e incompetenza che, una volta tessuta, non può più essere dipanata. Oggi la nazione è governata dal presidente della Fed Bernanke e dall'ex Goldman Sachs, il ministro del Tesoro Paulson. Bush è soltanto un passeggero, al quale gli adulti alla guida chiedono di non toccare niente.

Il piano di salvataggio con danaro pubblico che dovrebbe essere varato oggi, e che è stato imposto ai due candidati, al Congresso e a una nazione che lo osteggia apertamente con un ricatto in stile Alitalia, o così o tutti giù dalla finestra, metterà un tampone sull'emorragia. Ma né i colpi di testa di McCain, né il fiacco discorso del presidente alla nazione, mercoledì sera, possono restituire prestigio morale a una politica che lo ha perduto tra le rovine di Bagdad, nel pasticcio afgano, nella devastazione di New Orleans, nello scandalo costituzionale di Guantanamo, nelle torture in appalto e nella totale indifferenza a quella cultura del profitto facile e sregolato che soltanto ora finge di scoprire con orrore e con ripensamenti statalisti e assistenzialisti.

La catastrofe in atto è la sentenza finale di un processo a Bush che dura da sette anni e otto mesi, e che vede come complice un Parlamento che il suo partito, il repubblicano, aveva controllato per sei anni e i democratici non hanno saputo raddrizzare. È stata un'esperienza surreale ascoltare il presidente accusare tutti di avere prodotto questa "Pearl Harbor", gli speculatori, i brokers, i banchieri, gli immobiliaristi, i consumatori, gli acquirenti di case che hanno assunto mutui eccessivi, tutti colpevoli meno che lui e la sua amministrazione, quella che fino a due settimane or sono ci garantiva che "l'economia americana resta robusta e solida".

Il futuro presidente erediterà due guerre in corso e lontane da una conclusione decisiva, in Iraq e in Afghanistan, un conto mostruoso di debito pubblico da saldare, un bilancio federale devastato, un mercato immobiliare alla canna del gas, una Pearl Harbor finanziaria, un Iran avviato sulla strada del nucleare, una Russia burbanzosa e neo imperiale, ora addirittura una Corea de Nord che torna a scricchiolare. Si capisce perché la parola chiave di questa stagione elettorale adottata persino dai repubblicani e da McCain, che temono Bush come un appestato e lo hanno tenuto lontano dal loro congresso, sia "cambiare". Persino una fanciulla del West scesa a valle col disgelo del bushismo, o un settuagenario, sembrano un progresso.


(26 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. McCain senza carisma Obama troppo freddo
Inserito da: Admin - Settembre 27, 2008, 10:12:45 am
LE PAGELLE DEL PRIMO CONFRONTO

McCain senza carisma

Obama troppo freddo


di VITTORIO ZUCCONI



Ci si attendeva poco e quindi dà molto. Conferma il sospetto che si senta il capitano di una squadra in svantaggio che deve rimontare lanciando attacchi diretti e personali all'avversario che palesemente disprezza e infatti riesce con qualche successo a irritare, approfittando del fatto che giocava in casa, sul campo della politica estera e della strategia. L'attacco personale è sempre rischioso, perché può indisporre gli spettatori, ma McCain deve rischiare per vincere, anche se si scopre. Ripete per sette volte che Obama "non capisce", che è ingenuo e inesperto, dunque non è pronto ad assumere il timone degli Stati Uniti dal 20 gennaio prossimo, seguendo, come era ovvio avrebbe fatto, il copione già scritto da Hillary Clinton per contendere le primarie al più giovane rivale.

Ha tutto il carisma e la capacità di seduzione di una minestrina al brodo di dadi servita nel refettorio di una casa di riposo, e mostra la comprensibile tendenza dell'anziano a incespicare su nomi difficili come quello di Ahmadinejad, che deve ripetere per tre volte prima di azzeccare, ma riesce a evitare che il disastro finanziario in corso, il suo bizzarro comportamento degli ultimi tre giorni e quel piano di salvataggio della Borsa con soldi pubblici in pieno stile Alitalia voluto da Bush e che i suoi stessi colleghi di partito definiscono "socialistico" (sic) gli restino appesi attorno al collo. Il suo obbiettivo principale era quello di essere bianco accanto al nero e quello gli sarebbe riuscito anche se fosse stato zitto per 90 minuti. La sufficienza se la aggiudica ammettendo per due volte che sotto la gestione Bush, prigionieri sono stati torturati. "Non dovremo mai più torturare". Soltanto per questo, merita i tre punti.

BARACK OBAMA 5+
Ci si aspettava molto e quindi dà poco. Non riesce ad approfittare dell'assist che questa settimana di "Mc Follies" e la scomposta agitazione del vecchio senatore di fronte al caos finanziario e al pasticcio del piano Bush salva-Borsa gli avevano offerto e si chiude in un catenaccio politico e retorico come troppo spesso gli accade nei dibattiti. Soffre della sindrome classica di tutti i candidati democratici, Bill Clinton eccettuato, la tendenza a parlare in politichese e in termini complessi, aggravato dal suo personale tic di inserire pause nel mezzo delle fasi e di ripetere parole come "io, io, io" che lo fanno apparire balbuziente e incerto. Di fronte all'evidente disprezzo del collerico dirimpettaio, che a volte sembra fare la parte che Al Gore interpretò contro Bush, risponde con argomentazioni e distinguo ed elenchi che non arrivano al cuore.

Nel suo terrore di apparire troppo "caldo" (leggi: nero) si mostra un po' troppo "freddo" (leggi: bianco) e dunque proietta un'immagine cerebrale e compunta che vuol essere presidenziale, ma risulta distaccata. I dibattiti non servono a sciorinare piattaforme e programmi politico economici che non vengono poi mai rispettati e non avrebbero comunque alcun senso di fronte a un futuro delle finanze pubbliche sconosciuto e terrificante. Servono a conquistare il pubblico attraverso esibizione di carattere, personalità, spontaneità simulata e passione. Fu detto che Bush vinse perché apparve come il compagno di scuola con il quale si andrebbe a bere una birra. Se questo è il criterio, Obama è apparso come il compagno dal quale si copierebbero volentieri i compiti. Continua a fare molto gioco e a non fare il gol decisivo. Ma i primi sondaggi sembrano darlo vincitore e spiegano la aggressività di McCain. Conta sull'ipotesi che il 2008 sia l'anno in cui il cervello torna a contare più della birra. Il più se lo merita ricordando a McCain una delle sue gaffe più sensazionali, quando dimostrò, in un momento di tenera senilità, di non sapere che Zapatero è il premier di una nazione della Nato e non un subcomandante zapatista.

JIM LEHRER 7
L'arbitro è il migliore della partita. Pur essendo addirittura più anziano del senatore (ha 74 anni) il vecchio "anchor" dell'esemplare telegiornale della tv pubblica Pbs è il più vivo dei tre e tenta ripetutamente di strappare McCain e Obama alla stucchevole recitazione dei loro "talking points", delle lezioncine insegnate e memorizzate dalle loro badanti politiche, senza mai mostrarsi nè untuoso, nè partigiano, nè deferente con nessuno dei due. Neppure lui riesce a far dire le cose con le loro parole, ma esibisce quella virtù del giornalismo americano che purtroppo non ha attraversato l'Atlantico insieme con i tanti vizi: la brevità. Pone domande brevi e dirette, conoscendo bene la legge delle interviste televisive e radiofoniche: più lunga è la domanda, più facile sarà per l'intervistato pensare a come aggirarle e a come mentire. Purtroppo è un dinosauro sopravvissuto alla generazione estinta o in via di estinzione dei Cronkite, Murrow, Reasoner, Brokaw, Schafer e Wallace il vecchio.

(27 settembre 2008)


da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. L'11 settembre dell'economia
Inserito da: Admin - Settembre 30, 2008, 05:49:23 pm
ECONOMIA   

L'11 settembre dell'economia

di VITTORIO ZUCCONI


C'È un buco nero nel cuore del disastro finanziario globale, una voragine sulla quale tutti ci affacciamo, scavata dal fallimento di una presidenza che non riesce neppure più a compattare il proprio partito per passare una legge disperata, diretta a una situazione disperata.

E assiste impotente all'ammutinamento dei suoi parlamentari. Quando due terzi dei repubblicani alla Camera dei deputati (e un terzo dei democratici) hanno votato contro il "piano Bush" da 700 miliardi, accusandolo di essere "socialistico" (sic), un'accusa che mai avremmo immaginato potesse essere lanciata contro di lui, un caos aggravato dalla inutile sceneggiata del senatore McCain paracadutato su Washington a complicare le cose per pura propaganda elettorale, ha prodotto un panico sbigottito di fronte alla leadership politica americana allo sbando e ha afferrato anche chi lo aveva voluto e provocato. E ora promette di ripensarci e di gettare il salvagente nei prossimi giorni, dopo che le Borse avranno consumato altre fortune e banche europee come americane si saranno arrese.

Ancora più di una Pearl Harbor, come disse il superfinanziere Warren Buffet, questi giorni sembrano un secondo 11 settembre, e non necessariamente incruento, pensando alle migliaia di piccole tragedie umane che provocheranno. Fanno rivivere ore di una catastrofe alla quale nessuno è preparato, che molti avevano previsto senza fare niente per prevenirla e per la quale non si vogliono adottare soluzione e risposte serie e dolorose, che vadano oltre lo scaricabarile partigiano.

Ma se, nel suo orrore, la strage delle Torri Gemelle fece scattare il senso della coesione e dell'unità nazionale, questo Ground Zero della finanza, della liquidità, della Borsa, ha scatenato la reazione opposta e micidiale dell'anarchia totale. Ha mosso il panico della ribellione e del "si salvi chi può" di parlamentari di provincia preoccupati non di salvare i risparmi, le pensioni, il lavoro, il credito di aziende e di invidui, ma di salvarsi il seggio dal castigo elettorale promesso da cittadini furiosi e sbandati al pensiero di dover salvare i "pescecani" di Wall Street con i soldi delle tasse.

Il panico che ha assalito la Borsa alla conta finale della bocciatura della legge e che si estenderà nel gorgo vizioso degli altri mercati nasce, come ormai è impossibile negare, non dal crollo di questa o quella banca d'affari, ma dal senso di vertigine che assale guardando il vuoto che sta al centro di una potenza come l'America. Se due terzi del partito ancora teoricamente di Bush, il repubblicano, respinge con pretesti puerili ("il discorso della presidente della Camera Pelosi ha irritato i nostri deputati" tentava di spiegare uno dei leader dell'ammutinameto, il repubblicano Kantor della Virigina) il grido del proprio presidente che alle sette e trenta del mattino, un'ora senza precedenti in guerra o in pace, era andato in diretta per un ultimo appello, soltanto il vento della follia politicante e dell'opportunismo più sfacciato possono spiegare che cosa sia accaduto. Ed è incredibile che la "speaker" della Camera e i suoi capi regime non abbiano saputo contare le teste, prima di chiedere il voto.

Il piano Paulson, ministro del Tesoro, sponsorizzato da un Presidente impopolare e detestato da un partito che non lo volle neppure al proprio Congresso come nessuno fu dagli ultimi giorni di Nixon nel Watergate, non sarebbe stato un toccasana magico, ma un salvagente gettato ai naufraghi delle banche che annaspano e che stanno trascinando a fondo innocenti in tutto il mondo. Averlo respinto soltanto perché i sondaggi dicono che gli elettori dei repubblicani duri e puri della destra antistatalista non lo volevano, e per il reciproco, classico giochetto parlamentare di far votare agli altri quello che tu non vuoi, per avere gli effetti positivi della legge senza pagarne il prezzo, è stato un segnale di spaventosa irresponsabilità politica.

"Per salvare il proprio seggio hanno preferito punire la nazione" ha detto il presidente della commissione finanze della Camera, Barney Frank rispondendo alla spiegazione infantile dei repubblicani che sostenevano di avere votato contro perché irritati dal discorso fazioso della presidente della Camera, come se salvare il sistema finanziario fosse questione di buone maniere. Purtroppo, manca ancora più di un mese, 35 giorni, alla liberazione di quel voto del 4 novembre che dovrebbe bonificare l'aria dai fumi tossici di una campagna elettorale micidiale e in 35 giorni la voragine nel Ground Zero di questa catastrofe potrebbe ancora allargarsi.

Ma la dimostrazione di mediocrità provinciale, di anarchia, di ammutinamento egoistico offerta ieri dalla Camera degli Stati Uniti, rimarrà. E solleva il dubbio che la democrazia americana, e la responsabilità di guidare il mondo, siano una cosa troppo seria per essere lasciata a questa America moralmente e politicamente distrutta da otto anni di menzogne bushiste su tutto, dalle guerre alle torture all'economia "sana". L'America e il resto del mondo, sono costretti a continuare a pagare il conto di una "failed presidency", di una presidenza in bancarotta.

(30 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Palin-Biden, le pagelle dopo il duello
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2008, 09:13:18 am
L'ANALISI

Palin-Biden, le pagelle dopo il duello


di VITTORIO ZUCCONI

 
Sarah Palin: 7

Il gioco delle aspettative le aveva posto davanti un'asticella da saltare alta cinque centimetri, ma lei l'ha saltata agilmente. Se il repubblicano John McCain entrerà alla Casa Bianca, la performance della sua badante Sarah Palin ieri sera dovrà essere guardata come il momento in cui la partita, oggi negativa per il vecchio, è cambiata. Può essere troppo tardi per salvare gli eredi di Bush dalla mazzata della recessione che sta arrivando puntuale sull'onda del disastro finanziario e che storicamente punisce il partito che occupa la Casa Bianca, ma Zanna Bianca in tailleur nero ha chiaramente vinto il duello individuale con il senatore Biden e contro il ridicolo che la stava soffocando. Quasi senza tirare il fiato, nell'asia di rigurgitare in fretta le lezioni che i suoi tutori le avevano trapanato in testa, con l'occhio a tratti sbarrato dal rimmel, dal nervosismo e dalla paura di commettere l'errore fatale, ha recitato la sua parte di ragazza pon pon del "Team McCain" approfittando di un formato che escludeva la possibilità del contraddittorio .

Ha fatto la mamma, la rifomatrice, la castiga-corruttori, la "figlia del popolo" che usa espressioni di blando slang da sacrestia, ha strizzato l'occhio al padre tra il pubblico, si è concessa battutine e frecciatine riprese dal copione di Ronald Reagan, ha naturalmente esibito il suo tenerissimo bambino down cullandolo a lungo e accarezzandolo a fine dibattito perché le telecamere la inquadrassero. Ha ripetuto con verve i versetti del corano repubblicano e ha offerto lo show che gli elettori e le elettrici che cercano qualsiasi pretesto per non votare per "l'uomo nero" volevano. Non sappiamo se abbia convertito gli scettici con la sua costanzte ripetizione di frasi fatte contro "l'ingordigia e la corruzione di Wall Street", quella Wall Street che fino a ieri i repubblicani celebravano come l'apoteosi del libero mercato in libero stato, o abbia confortato i nervosi nel proprio partito, e i primi sondaggi sono piuttosto neutri, ma ha detto che se McCain ha una chance, il suo nome è Sarah. Ha tutta la sostanza nutriente e le bollicine di una Coca Cola, ma questo è esattamente il suo compitino. Quello di essere "la pausa che rinfresca".


Joe Biden: 5

Neppure il momento di autentica commozione che gli ha stretto la gola per qualche secondo nel magone del ricordo della tragedia automobilistica che gli portò via la moglie e la figlia, lasciando il figlio tra le vita e la morte per giorni, riesce a togliergli quella patina di politichese professionale e risaputo in stile democristiano anni '50 che più di 30 anni sui banchi del Parlamento appicciherebbero a chiunque. I registi della campagna democratica lo avevano condannato a non essere se stesso, a non cadere nelle infantili provocazioni che la Ginger del vecchio Fred repubblicano gli avrebbe lanciato, a non essere paternalista, maschilista, logorroico, passionale, sarcastico, tutte le cose che lui è.

Il risultato è che la diligente scolaretta che ripeteva frasi fatte e lo sfotticchiava con l'aria studiata della birichinetta, è apparsa più spontanea di lui, che invece sapeva di che parlava. Il volto gli si contraeva in una sorta di smorfia quando ascoltava le garrule vacuità della Palin, ma gli ordini di scuderia erano come briglie di acciaio: non fare nulla che possa offendere le donne e spingerle alla solidarietà di genere attorno alla governatrice dell'Alaska, perché senza il voto delle donne, nessun candidato democratico può mai vincere.

Si poteva avere comprensione per la sua sofferenza di autentico specialista di politica estera nell'ascoltare l'altra storpiare i nomi di Iraq e Iran pronunciandoli alla burina Ai-rak e Ai-Ran, riprendere il vezzo di Bush di pronunciare "nucular" anziché "nuclear" o confondere il nome del nuovo comandante americano in Afghanistan, McKiernan con il generale nordista della Guerra Civile McClellan (1861). Ma non sono gli storici, i professori, gli studenti di dottorato, i consiglieri d'ambasciata o i mezzibusti televisivi a decidere la elezioni, sono coloro che pronunciano Ai-rak e "nucular" come lei e che bevono le sei lattine di birra che lei esalta come simbolo della americanità profonda. Il risultato è che il senatore Joe Biden è tornato a casa con le macchie di rossetto e l'impronta sui calzoni dei dentini della pit bull, che non è mai riuscito a scrollarsi di dosso.


Gwen Ifill: 4

La pur brava e apprezzatissima giornalista incaricata di reggere il dibattito e fare le domande ha offerto assist, non punizioni con l'effetto ai due politicanti che hanno sguazzato nell'evasione e nella aria fritta. Nel timore di apparire Obamaniana, (lei stessa nera) dopo la abile campagna lanciata dai megafoni della destra alla vigilia del dibattito per via di un suo futuro saggio sulla nuova generazione di leader politici afro americani, falsamente presentato come prova della sua faziosità, la conduttrice del telegiornale pubblico sembrava uscita da una desolante puntata di Porta a Porta.

Senza volerlo, ha dunque favorito la contendente meno preparata, con domande generiche e vaghe e ha meritato l'elogio di una sollevatissima Palin che alla fine ha esaltato questo tipo di giornalismo "softball", promettendo di non farsi mai più intervistare da quei giornalisti cattivoni che osano invece farle domande precise che qualche volte esigono risposte precise. E' riuscita a non fare neppure una delle domande più importanti: quella sul diritto di scelta delle donne che la Palin ha sempre sostenuto di voler eliminare, anche in caso di incesto o di stupro.

(3 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. L'altra strada dell'America
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2008, 12:29:36 pm
ECONOMIA    IL COMMENTO

L'altra strada dell'America

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - L'angoscia che da giorni viviamo al risveglio e che ci manda a letto con l'incubo di alzarci senza futuro, senza casa e senza risparmi, non è la fine del mondo. E' al contrario il travaglio per partorirne uno nuovo e che questa sera, nel penultimo scontro fra il passato e il futuro, vedremo interpretato da McCain e Obama, ormai separati da un sensibile margine dei sondaggi a favore di Obama, stabile oltre il fatidico 50% dei favori.

L'America ha creato il "meltdown" politico e finanziario globale. L'America deve risolverlo, sbarazzandosi di chi l'ha reso possibile e indicandoci una strada nuova. Nessuna flebo di analgesico, neppure quella da 850 miliardi di dollari complessivi, potranno cambiare il fatto che questo travaglio non si concluderà fino a quando la nazione avrà partorito la nuova classe dirigente che ci dovrà guidare attraverso la recessione globale che la incompetenza strategica, economica e finanziaria dell'America morta del fondamentalismo liberista e neoconservatore hanno prodotto.

Ormai è l'economia, non più la sola finanza come si era cercato di spacciare anche in Europa, la partoriente in travaglio. "Ci vorrà tempo" ha detto ieri sera Bush. Ci vorrà soprattutto una leadership diversa.
Se tutte le campagne elettorali sono ormai esercizi per incantare i serpenti, agitando stracci o utilizzando attacchi personali come quelle che la strana coppia McCain-Palin ha deciso di scatenare per bloccare l'ascesa di Barack Obama nei sondaggi (53 contro 45, secondo Cnn ieri), vi sono momenti nei quali neppure il più abile degli illusionisti riesce a nascondere i trucchi. Le ricerche demografiche sono eloquenti: peggio va l'economia, più cresce Obama, perché McCain è visto come la continuazione del fallimento Bush.

Non c'è esercizio di "persuasione occulta" che possa distogliere gli occhi dai fatti: l'indice delle Borse americane, cioè il valore delle aziende quotate, è tornato al livello della fine 1999, dunque a nove anni or sono. I 75 milioni di americani che hanno risparmi, investimenti, pensioni, a Wall Street hanno perduto in media il 30% dei loro soldi soltanto dall'inizio di questo 2008, in dieci mesi. Una perdita alla quale di deve aggiungere quel 15 o 20% di valore perduto dal principale investimento di ogni elettori di classe media: la propria casa. Un "uno-due" micidiale, che colpisce coloro che meno potrebbero reggerlo, quei consumatori che hanno aperto linee di credito sul valore teorico delle proprie abitazione per alimentare i consumi, dalle automobili alle borsette, e che ora sprofondano in debiti che non sono più coperti, né dal gruzzolo in Borsa, né dal valore reale della propria casa, dunque riducono i consumi. Il punto dove finanzia ed economia, in una società a credito come quella americana, dominata per il 75% dai consumi privati, s'incontrano e si alimentano.

Di fronte a questa congiunzione viziosa fra credito e consumi, fra finanza ed economia, il sentimento che si diffonde è che sia finita un'epoca e un'altra debba cominciare, quella di un capitalismo responsabile, governato da adulti responsabili, non da vecchi collerici ed "erratici", come dice un efficace spot dei democratici, che fino a un mese addietro annunciavano la "solidità fondamentale dell'economia" e invocavano, come terapia per la sregolatezza, ancora più sregolatezza, più benzina per spegnere le fiamme.
Talmente sensazionale è il fallimento della cultura della destra repubblicana e del mito della riduzione fiscale come toccasana espandendo a dismisura le spese pubbliche anche con follie militari dissanguanti, e così stravagante la campagna elettorale di McCain e della sua valletta, la vaporosa Palin, che persino l'handicap centrale e potezialmente letale di Barack Obama comincia letteralmente a impallidire. La sua "negritudine", la sua visibile diversità radicale dalle 43 presidenze che hanno regnato nei secoli americani, diventa, da freno, un acceleratore di consensi, presso un elettorato che ormai ha chiaro soltanto un obbiettivo: cambiare e finalmente partorire il bambino di una nuova epoca.

Si deve tornare al 1932, all'anno in cui Herbert Hoover, inchiodato dalla sua famosa frase "la prosperità è dietro l'angolo" fu travolto da Franklyn Delano Roosevelt per ritrovare quel clima di ansietà, quel desiderio di cambiare rotta dopo otto anni di George "Manteniamo la rotta" Bush che persino il candidato repubblicano, McCain, ha dovuto farlo suo, dipingendosi come un "maverick", un cavallo sciolto, e come alfiere del "cambiamento giusto". Ma nel suo saltabeccare, nella sua associazione con personaggi quali il senatore Phil Gramm, suo consigliere economico principale e autore di un commento offensivo ("l'America è diventata una nazione di lagnoni") la sua credibilità si è andata sgretolando.

Il dibattito di questa sera, penultimo dei tre fra candidati alla presidenza, è l'occasione finale, prima che le scelte elettorali si solidifichino, per dimostrare quella "gravitas" presidenziale che il collasso dell'economia richiede. La "middle class" americana, non vuol sapere se in Iraq i 150 mila soldati ancora inchiodati al fronte stiano vincendo, perdendo o pareggiando, se Obama abbia avuto rapporti (già ben noti) con radicali di sinistra degli anni '60, quando lui era un neonato, e se il nuovo presidente si chiuderà in quelle sagrestie "valoriali" e bigotte nella quali i registi di Bush lo nascondevano per attirare la destra più arcigna e intollerante. E' di nuovo "the economy, stupid" a far vincere le elezioni, come Clinton si doveva ripetere.

Obama deve soltanto essere credibile, serio, professionale (sì, la politica è una professione che come tutte le professioni va esercitata bene). Deve far capire che con lui torneranno alla Casa Bianca gli adulti, non i fanatici o i dilettanti o gli amici di famiglia che hanno infestato l'amministrazione Bush e ora circondano, con tanti saluti al "cambiamento" propria la squadra di McCain, ma gli amministratori che seppere costruire, sopra il senso di responsabilità del vecchio Bush che sistemò il bilancio sfasciato da Reagan a costo di perdere le elezioni, il boom clintoniano degli anni '90. I cento milioni di famiglie americane che stanno soffrendo nel travaglio sembrano pronte, nel panico, a sottoscrivere il famoso motto di Deng Xiaoping: "Alla fine non importa che il gatto sia bianco e nero, ma che sappia prendere il topo".


(7 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. L'ultimo ruggito di McCain Obama nervi d'acciaio
Inserito da: Admin - Ottobre 16, 2008, 06:55:19 pm
LE PAGELLE DEL TERZO CONFRONTO

L'ultimo ruggito di McCain

Obama nervi d'acciaio


di VITTORIO ZUCCONI



JOHN MCCAIN 6
Ci prova, il re leone della casa di riposo, ci prova, ruggisce, sogghigna, attacca, si agita sulla sedia, tenta di graffiare, alza gli occhi al cielo, smentisce il Berlusconi alla Casa Bianca (come se sapesse chi è o che cosa ha detto) chiarendo una volta per tutte con tono indignato che "io non sono Bush" come se l'avversario gli avesse dato del molestatore di bambine, perché avrà anche lui 72 anni, ma almeno sa che affiancarsi al presidente più impopolare nella storia dei sondaggi è come tuffarsi in mare con una macina da mulino al collo.
Rimena l'aneddoto di "Joe the Plumber", Peppe lo Stagnino dell'Ohio, che ha tanta paura delle tasse di quel comunistone di Obama, alza il grido di ogni repubblicano quando si sente in gabbia, i democratici fanno "guerra di classe", e vincerebbe il dibattito se non cedesse alla tentazione di ascoltare le stolte sirene dei blog e dei network di destra che lo invitavano a riesumare spazzature da anni '60 da gettare sull'avversario.

Purtroppo per lui, cede nel finale, come accade ai vecchi campioni rimasti troppo a lungo sul ring, ridiventando il vecchietto petulante e brontolone che aveva nascosto bene e se neppure questa sua valorosa prestazione riuscirà a spostare la lancetta dei sondaggi schiacciati dal quotidiano bollettino della catastrofe economica, vuol dire che il calco per il bronzo presidenziale si è ormai consolidato.
Almeno è riuscito a tracciare un confine ideologico identificabile fra lui, conservatore anti tasse e anti aborto, e il suo avversario. Come avrebbe detto un famoso comico milanese, Gino Bramieri: dopo averne mangiato tre piatti ha capito che era risotto. Ma l'oste si sta avvicinando con il conto salato di otto anni del "più grande presidente della storia".

BARACK OBAMA 6
Deve avere azoto liquido nelle vene, perché non perde mai la sua coolness, la sua freddezza, neppure quando McCain cerca disperatamente di scaldarlo e di alzargli finalmente il termostato. Piaccia o non piaccia, questo avvocato di 47 anni a schiuma frenata interpreta la figura del possibile presidente nei momenti di crisi assai meglio del suo oppositore, che dà sempre l'impressione di essere sul punto di farsi saltare una valvola e bruciare le bronzine. Tanto più si avvicina il traguardo, quanto più diventa calmo e professorale nel suo tono paziente, da insegnante che deve spiegare a studenti della terza età i misteri della fisica quantistica.

I suoi sostenitori più appassionati vorrebbero che lui scattasse, che accettasse lo scambio di colpi, che desse soddisfazione alla collera che provano ascoltando qualche idiota repubblicano gridare "uccidetelo!" nei comizi dell'ochetta giuliva dell'Artico, la Palin, ma finora ha avuto ragione lui e il cronometro è il suo migliore alleato.
Gioca in difesa, e dei due è l'unico che ricordi il consiglio dei registi televisivi, di fissare l'obbiettivo della telecamera e creare l'impressione di rivolgersi a tutti gli stagnini, gli insegnanti, le donne, i colletti blu e soprattutto gli elettori ancora indecisi.

L'avversario che due settimane or sono lo ignorava e una settimana fa si riferiva a lui come a "quello là", ieri sera è stato costretto a trattarlo con rispetto e ancora una volta i sondaggi a caldo lo danno vincente, come se ormai fossero distaccati dai fatti. Il vento spaventoso di una recessione che potrebbe diventare depressione candeggia anche la sua carnagione così preoccupante per tanti americani e condanna un governo che, nonostante i tradimenti di McCain prima che il gallo canti, è da otto anni un governo repubblicano. Obama comincia ad avere attorno a sé l'aria della inevitabilità.

BOB SCHIEFFER 8
Finalmente, il moderatore si ricorda di essere un giornalista, non un maitre d'hotel, e che il suo compito non è quello di fare il pompiere, ma il piromane. Riesce ad accendere qualche fuochino, facendo quella domanda sul diritto di scelta delle donne che nessuno aveva osato porre e che disegna, in mezzo a vacue fanfaronate su tagli delle tasse che nessuno dei due potrà fare quano vedrà il Mar Rosso spalancato nel bilancio federale dall'uragano in corso, una chiara differenza fra i due, Obama favorevole all'interruzione di gravidanza volontaria fino all'ultime trimestre, McCain contrario. E' il migliore in campo, ma purtroppo è anche quello che non partecipa alla gara.

(16 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. L'assassinio politico ha segnato le vicende politiche del ...
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2008, 09:38:45 am
ESTERI - ELEZIONI USA 2008

Fin dall'inizio sulla corsa di Obama è gravata dalla paura di un attacco razzista

L'assassinio politico ha segnato le vicende politiche del paese

L'incubo della "jihad" bianca che può cambiare la Storia

Da Lincoln ai fratelli Kennedy, c'è sempre qualcuno pronto a uccidere il presidente

La Fox (che sostiene McCain) ha fatto uscire la notizia forse sperando in un effetto sul voto


di VITTORIO ZUCCONI

 
WASHINGTON - L'ombra che da sempre oscura il "sogno" di Barack Obama e che lo accompagnerà per sempre, per ogni minuto della sua presidenza se dovesse raggiungerla, riappare in un documento giudiziario in Tennessee, con il volto di due neonazi bianchi e di una possibile strage.

Lo dice una delle tante braccia del sistema di sicurezza nazionale americana, l'ufficio federale per il controllo di "Alcool, Tabacco e Armi da Fuoco", la Atf, chiamata in causa perché i due aspiranti imitatori di Harvey Lee Oswald e di Shiran Shiran, gli assassini di Kennedy, avevano progettato di svaligiare un'armeria e dotarsi di un arsenale per massacrare Obama e fare strage di ragazzi e ragazze neri in una scuola del Tennessee.

Mitomani, idioti ubriachi o strafatti, immaginari crociati di una jihad bianca e cristiana contro l'uomo nero, qualunque cosa fossero questi due good ole boys, questi vecchi bravi ragazzi sudisti, la loro storia emersa da un documento finora sigillato in un tribunale ripropone, ad appena sette giorni dal voto, la stessa domanda che si legge negli sguardi dei dodici apostoli, degli agenti del Servizio Segreto - molti dei quali neri di pelle come il loro protetto - che da dieci mesi circondano Barack Obama: in una nazione dove l'assassinio politico ha segnato la storia dei grandi e rivoluzionari movimenti civili, da quell'Abramo Lincoln freddato perché aveva osato affrancare gli schiavi, a Luther King, ammazzato perché aveva sconvolto le acque torbide dell'apartheid sudista. Qualcuno, là fuori, fra i proprietari di 200 milioni di armi da fuoco, sta ribollendo di collera e di terrore al pensiero che lo "sporco negro" possa diventare il Capo, e quindi il simbolo vivente, dell'intera nazione.

Non c'è neppure bisogno di essere uno di quei bravi soldati di pace, di quegli uomini e quelle donne che circondano Obama come picchetti umani pronti a incassare il proiettile destinato a lui, per sapere che dal primo giorno nel quale lui lanciò la propria sfida a 220 anni di storia del potere americano, il senatore dell'Illinois è stato, da qualcuno, da qualche parte, nelle anse più buie e malate del ventre americano, considerato un dead man walking, un condannato a morte, un uomo che vive una vita in prestito.

È perfettamente possibile che anche questo complotto di nazi, di klanisti, di imbecilli senza qualità, sia soltanto uno delle migliaia che ogni giorno Fbi, Servizio Segreto (il corpo incaricato della protezione per le alte cariche dello stato), sceriffi e polizie indagano, contro tutti, contro Bush come contro i sindaci dei più modesti villaggi, scoprendo che si tratta di folli millanterie o di pure espressione di malattie mentali. E che la notizia del possibile piano, diffusa per prima proprio da quella rete tv, la Fox, che più detesta e assale Obama, volesse sottolineare la "pericolosità" di eleggere un "morto che cammina" e magari piegare qualche indeciso a favore del vecchio usato sicuro, McCain.
 
E' stata proprio la Fox, e la macchina della propaganda repubblicana, ad alimentare per settimana la storia del rapporto fra Obama e un ex membro del terrorismo radicale di sinistra, e forse oggi spera di ricreare un processo di associazione psicologica.

Ma Barack Obama fu il primo, fra tutti i candidati, a ricevere la protezione del servizio segreto, nel gennaio scorso, segno che il governo federale temeva o sospettava quello che tutti, in tutto il mondo, abbiamo pensato quando abbiamo visto un uomo con la sua storia e il suo volto puntare a quella Casa occupata sempre e soltanto da uomini bianchi, in una nazione che ancora una generazione fa uccideva chiunque, neri, bianchi, cattolici, ebrei, protestanti, osasse riconoscere non il potere, ma i diritti civili minimi ai figli degli schiavi. E chiunque abbia frequentato gli ultimi e ormai sempre più idrofobi comizi anti-Obama di McCain e soprattutto della sua "pit bull col rossetto" e le giacche di Valentino, la Palin, ha visto e sentito i ruggiti di odio, non di semplice avversione politica, contro "il fottuto negro comunista terrorista islamico arabo", giusto per sintetizzare le litanie, e gli slogan, che si alzano come effluvi tossici da una parte della folla e che soltanto una volta McCain, (non la sua valletta) si sono sentiti in dovere di zittire.

Minoranze, questi che sono stati sentiti gridare "ammazzatelo" a quei comizi, pochi fanatici, certamente, perché la maggioranza di chi gli voterà contro non lo farà per ragione razziali o culturali, o almeno non lo ammetterà mai in pubblico. Anche due disperati in Tennessee, che addirittura avevano calcolato in 102 le loro vittime, pronti a morire, da bravi martiri del nulla della jihad neonazi, nella loro privata pulizia etnica, non sono nessuno, in una nazione di 305 milioni di persone, se non una pustola sulla pelle di un popolo che si prepara alla vittoria sensazionale e commovente del figlio di un immigrato keniano e di una ragazza del Kansas. Una "bufala" anche questa, come la grottesca storia del complotto di Denver durante la Convention? Può darsi. Ma se avessero arrestato Lee Harvey Oswald il giorno prima dell'assassinio di Kennedy, con un fucile comperato per posta, e il progetto di sparare all'auto presidenziale da un magazzino di libri a Dallas, probabilmente avremmo scritto, esattamente 45 anni or sono, che era un povero demente. Dimenticando, come la Sarajevo 1914 dovrebbe sempre ricordarci, che basta un demente con un'arma per cambiare la storia.


(28 ottobre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. La rivincita dell'intelligenza
Inserito da: Admin - Novembre 05, 2008, 06:51:57 am
ESTERI - ELEZIONI USA 2008

La rivincita dell'intelligenza

di VITTORIO ZUCCONI


Confesso qualche commozione molto poco professionale, e molto diversa dal cinismo che a volte noi giornalisti affettiamo, nell'ascoltare la network Fox, quella che disperatamente e sfacciatamente ha fatto campagna di calunnie e di montature contro Obama "il terrorista, marxista, mussulmano, radicale" e che mi sono crudelmente goduto per ore nel suo calvario, ha annunciato alle 23 di ieri che l'America avrebbe avuto, per la prima volta nella propria storia, un Presidente di etnia mista africana ed europea.

Nella sua vittoria, e nella insurrezione nazionale e pacifica contro gli otto anni del peggior governo repubblicano che l'America avesse conosciuto dal quadriennio di Herbert Hoover, il padre della Grande Depressione, c'è il riscatto non della sinistra contro la destra, non dei "migliori" contro i "peggiori", perché in democrazia non ci sono "superiori" e "inferiori" e il voto del Rettore Magnifico conta quanto quello del fattorino che gli porta il caffè.

Il successo di Barack Hussein Obama è anche qualcosa di più importante dell'ormai inevitabile riconoscimento che nel club più esclusivo del mondo, quello che ha visto ammessi soltanto 41 uomini bianchi (per 43 presidenze) in duecento vent'anni non potevano non entrare cittadini con volti, e domani con sesso, diversi e più simili al volto dell'America, è la rivincita dell'intelligenza e della preparazione sul mito dell'"uomo qualunque" e della banalizzazione delle istituzioni.

Non sappiamo, e nessuno lo può dire, se Barack Hussein Obama sarà un buon presidente, se riacciufferà l'economia americana dall'abisso nel quale sta precipitando e dove trascinerebbe anche noi (la produzione industriale americana in ottobre è diminuita del 26%, un quarto, questo per coloro che ci ripetevano che la crisi della finanza non era la crisi dell'economia reale), se ritesserà la maglia di amicizia e di stima internazionale che Bush ha lacerato nonostante la piaggeria degli inutili cortigiani alla Berlusconi, se sarà una delusione come Carter o un successo come il vecchio, prudente Bush.

Ma sappiamo che finalmente nello Studio Ovale siederà qualcuno che conosce la differenza fra un libro e una sega a motore, che non considera la cultura e la sintassi come espressioni di "fighettismo", secondo l'atroce neologismo caro ai duri e puri. Non uno "come me", ma uno migliore di me, capace di ascoltare, ma anche di riflettere e di circondarsi di persone delle quali non teme la concorrenza, perché non soffre di complessi di inferiorità.

Molto abbiamo detto, scritto e ascoltato, da mesi ormai, sulla straordinaria novità di un presidente afro americano, insieme bianco (la parte di lui che sempre si dimentica) e nero, ed è ovvia la lezione - anzi, la sberla - che la democrazia americana ha dato ai miserabili sfruttatori delle paure razziali e del provincialismo identitario che oggi purtroppo spadroneggiano in Europa. O che fecero dire in un telegiornale de La7 al Presidente della Camera italiana, onorevole Gianfranco Fini, che l'America non avrebbe mai eletto "un nero". Ma la promessa di Obama è più della etnia, della storia personale, della capacità di superare l'handicap di un nome tremendo come Hussein, è la stessa che fece di Kennedy l'uomo che fermò il mondo a un passo dall'olocausto nucleare leggendo e rileggendo "I cannoni d'Agosto" il libro di una storica americana, Barbara Tuchman, che raccontava come la guerra sia la marcia della follia verso il disastro. E rispondendo di no ai generali che raccomandavano l'invasione dell'isola.

L'elettorato americano ha punito il partito Bush, dando, insieme con la Casa Bianca, una schiacciante maggioranza di seggi si Democratici nella Camera e nel Senato. Ha respinto otto anni di mediocrità spacciata per grande visione morale, ha rifiutato offeso l'assurda candidatura di una governatrice di provincia che le donne americane hanno preso come un insulto, portato da chi - maschilisticamente - crede che le donne votino soltanto nel segno del loro genere e non nella scelta della persona migliore per loro stesse e le loro famiglie. Ma soprattutto ha detto che era stanco di essere trattato come un gregge di idioti contenti di essere governati da un compagno di bicchierate che li fa sentire meno stupidi. La democrazia non deve scegliere geni o premi Nobel ma neppure cadere nella tentazione del gioco al ribasso e all'instupidimento collettivo dei venditori di barzellette e di perline.
God bless America. Sia benedetta l'America che ha ritrovato la forza per credere nella democrazia e la persona per raccogliere in maniera civile e intelligente l'onda dell'antipolitica che anche qui si era alzata.



(5 novembre 2008)

da larepubblica.it


Titolo: Re: VITTORIO ZUCCONI. (Repubblica)
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2008, 10:12:25 am
Davanti alla tomba di Lincoln su un gigantesco cartellone le scritte della speranza

Appelli commossi, proposte d'azione e preghiere di salvezza e redenzione

A Washigton il muro degli ex voto

"Grazie Obama, ora salvaci"

di VITTORIO ZUCCONI

 
WASHINGTON - Il manifesto vivente degli ex voto anticipati scritti dai fedeli per chiedere a Obama la grazia di un miracolo ancora da fare, sta piantato esattamente nel cuore di tutte le tragedie e le speranze della storia americana, nel luogo dal quale parlò Martin Luther King e dove riposa Lincoln, fra i bronzi delle grandi vittorie e i muri delle malinconiche sconfitte.

Grande come un billboard, come un cartellone stradale, ma già insufficiente a contenere le preghiere dei devoti del nuovo Obama Cult, si riempie dei graffiti del mondo che qui vedo sfilare per lasciare il proprio segno in russo, in portoghese, in aramaico, in coreano, in ideogrammi cinesi, in katakana giapponese, in arabo, a volte con foto di vecchie coppie miste, bianche e nere divenute insieme grigie, finalmente riscattate dalla propria diversità, di bambini che non ci sono più, di caduti, di donne arabe velate, di vecchi che proclamano: "Ero viva quando governava Roosevelt e ora posso morire in pace", come scrive Ethan Hayes, dalla Pennsylvania, aggiungendo "anni 94".

L'idea del muro della speranza è venuta a un'organizzazione internazionale di attivisti per la pace, la "Avaaz", che pare significhi in hindi e urdu, "la voce", o il "suono", che ha eretto il cartellone bianco nel cuore del Mall, la spianata d'acqua e di prati che ospita tutti i segni e ricordi della storia americana, da Lincoln nel suo mausoleo neoclassico, alla ferita di marmo nero tagliata nella terra con i nomi dei 58 mila caduti in Indocina. E da mercoledì mattina si è coperto delle voci di chi vuol lasciare il proprio segno, la propria faccia, nei giorni di questa che sembra la "rivoluzione dei pennarelli", tra bambini delle elementari, sorvegliati dalle maestre attente a che i piccoli sciagurati non scrivano porcherie, e coppie di anziani, che arrivano qui davanti a firmare dopo essere andati a salutare il nome del figlio scolpito nel marmo dei caduti, come in un percorso dantesco di entrata e uscita dall'inferno. La religione dell'America, dietro il piagnonismo dei bigotti, resta questa, la religione dell'ottimismo e delle illusioni che si rinnovano.

La retorica della globalità evocata per queste elezioni presidenziali americane 2008 qui prende i nomi e il lessico del mondo. "Per favore, Obama, non punire il popolo iraniano per le colpe dei tiranni che lo governano", firmato Golberg Barzin. "Congratulazioni! Sono felice che tu abbia scelto di diventare presidente degli Stati Uniti e non fare altri morti", si entusiasma Rashid l'iracheno, che non deve avere le idee chiarissime su come si conquista, e non si sceglie, in una democrazia la carica di presidente. "Pasdravlàiem" complimenti, lascia scritto in cirillico un fan da San Pietroburgo che però non si firma, nel dubbio che Vladimir Putin e la sua onnipotente polizia politica non condividano la passione per Barack Obama.

"Assalamaleikum" gli augura Zainudin dalla Malaysia, "da un musulmano la speranze di lavorare insieme fratello per un mondo migliore", esprimendo un empito lodevole, ma che prima del 4 novembre avrebbe rischiato di risollevare lo spettro di quel suo secondo nome, Hussein, che aveva fatto sospettare a un terzo dei texani che Obama fosse "arabo", colpa imperdonabile.

Ai piedi dei tabellone, dozzine di pennarelli neri e rossi stanno sparsi o raccolti in ciotole di plastica, a disposizione di chi vuol aggiungere il proprio "io c'ero" e non soltanto l'atmosfera attorno a questo cartellone all'aperto è gioiosamente religiosa, come da gita in un santuario allegro senza reliquie di morti e mummie di martiri, perché qui non c'è un passato da invocare, ma un domani da sognare. Forse sarà soltanto un dettaglio da cinico viaggiatore, il mio, ma guardo con ammirazione tutti deporre i pennarelli dopo averli usati. A nessuno verrebbe in mente di metterselo in tasca, non più di quanto a un fedele in visita al santuario verrebbe in mente di fregarsi un cuoricino d'argento o la stampella di un risanato.

Non trovo scritte in italiano, ma occorrerebbero giorni per decifrare e leggere tutti i geroglifici che si accavallano su questa stele di Rosetta di carta e italiani ci sono, li osservo intenti a fotografarsi l'un altro davanti al tabellone cercando l'impossibile inquadratura che comprenda il soggetto umano, il billboard e l'altissimo obelisco in memoria di George Washington che chiude la spianata all'altro estremo, tra grida disperate di "non ci stai", "chinati", "spostati".

La gente si contorce e si infila a forza per trovare l'ultimo spazio fra il "Gratuleren" lasciato da Torben il norvegese e un brulichìo di "hangul", di caratteri coreani che si spera siano bene auguranti. Non mancano, naturalmente, gli scettici, gli infedeli, i non convertiti: "SALVATE LA VITA AI BAMBINI NON NATI" implora un anonimo, nello stampatello maiuscolo di chi vuol farsi sentire. E Jacqueline della Virginia lascia una sorta di minieditoriale evidentemente scritto fra i primi, quando ancora c'era spazio nel muro dei sogni: "Che Dio protegga e benedica l'America da questo sconosciuto che sarà il suo presidente" e conclude inquietante: "Attenti, il cambiamento non è sempre una cosa buona".

Siamo, in questa ressa allegra, a neppure cento metri dal "Wall", dal muro dei caduti in Vietnam e se due luoghi potessero riassumere il percorso fatto da questo Paese, fra l'abisso di quella guerra e la speranza di questa elezione, nessuno potrebbe farlo meglio. Il Muro del Vietnam scrive su coloro che lo guardano, lasciando i nomi dei caduti in sovraimpressione sulla carta premuta dalla matita contro il marmo. Il Muro della Speranza lascia che siano i turisti a scrivere sopra se stesso, perché è la storia ancora da scrivere.

La carta vergine del futuro. "Grazie, fratello mio, grazie, grazie, grazie" vuol lasciar detto uno dal Sudafrica, evidentemente troppo commosso per riuscire ad articolare un pensiero. "Ti ho aspettato tutta la mia vita e sei arrivato", annota con toni profetici un kenyano, mentre una classe di bambini tutti neri ride e si sgomita per lasciare fotografie incollate con lo scotch. "Siete di Washington" chiedo a un ragazzo. "No, siamo del Sudest" mi risponde. Ah, Georgia, South Carolina? "No, Sudest qui, dall'altra parte della città" e rabbrividisco. Viene dal ghetto della città, il Sudest, e si considera uno che alla città, a Washington, non appartiene. Ancora non ha capito che dal 4 novembre, anche lui vive qui, con noi, uno di noi.

(7 novembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Un po' Clinton, un po' Reagan il nuovo stile della Casa Bianca
Inserito da: Admin - Novembre 08, 2008, 09:11:19 am
IL PERSONAGGIO

Afrontare subito il pubblico: lo fece soltanto il presidente Kennedy con i topolini della stampa.

La battuta sul cane: sarà un incrocio come me

Un po' Clinton, un po' Reagan il nuovo stile della Casa Bianca


di VITTORIO ZUCCONI


 WASHINGTON - Poiché la presidenza americana è stile, prima ancora che sostanza, se guidare una nazione di nazioni come questa è capacità di parlare direttamente alla gente, prima ancora di pretendere di governarla, è davvero cominciato un giorno nuovo, negli Stati Uniti.
Uno nel quale il futuro presidente sa addirittura prendere in giro sè stesso, non gli altri, e promette di regalare alle bambine un cagnolino senza pedigree, un mutt, un incrocio di razze, "come sono io", sdrammatizzando con una parola sola tutta la retorica debordante del "nero alla Casa Bianca". E ricordarci, sorridendo, che tutti, al mondo, siamo mutt, incroci di razze diverse, come lui.
Per fare quello che soltanto il suo ovvio modello, Kennedy nel 1960, fece, affrontare subito, a urne ancora calde l'esame pubblico della conferenza stampa per dirci, implicitamente e quasi subliminalmente, che lui non ha paura di quello che lo aspetta e dunque neppure noi dobbiamo avere paura, ha scelto un giorno di nuovi, e spaventosi scricchiolii dell'economia americana. 240 mila disoccupati in più, un milione e 200 mila posti di lavoro scomparsi soltanto quest'anno, la General Motors che fa sapere di avere finito i soldi.
Lo fa non perché abbia soluzioni miracolose da offrire per raddrizzare il bilancio catastrofico ereditato dal predecessore Bush, oltre l'attesa promessa di un "stimolo" di una nuova pioggia di assegni e di riduzioni fiscali per la classe media, ma per indicare da subito quale sarà il proprio stile di governo, la "trasparenza" che aveva promesso, quella voglia di "assumersi le responsabilità".

Come Reagan giocava al buon padre che rimbocca le coperte ai bambini la sera, così Barack Obama vuol dare il senso, e non ancora la sostanza, che lassù, all'ultimo piano del potere, sta entrando un giovane adulto. Non più un vecchio ragazzo.
John F. Kennedy, che adorava il rischio delle conferenze stampa e si divertiva a bluffare con i giornalisti, attese appena 48 ore, dalla vittoria strettissima dell'8 novembre al giovedì successivo, il 10, per convocare la stampa e affrontare subito il problema della Guerra Fredda. Lui ha aspettato 72 ore per mostrarci che cosa sarà "l'Obama Style", il doppio volto di un uomo capace di voli retorici quando servono per eccitare la folla, "Yes we Can!", di autoironia, per smontare il "culto" del "nero" e ricordarci che lui è, come il futuro cagnetto, tanto bianco quando nero, ma anche di gelida serietà, quando la festa finisce e arriva il conto.

Lo "stile Obama" non è quello di Kennedy, del gattone che gioca con i topolini della "press" e magari mente, come fece JFK negando di avere problemi di salute. Il "presidente eletto" come vuole il suo titolo prima del 20 gennaio, semmai ricorda quello di Franklyn Roosevelt e del suo "la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa".
Obama è un centrista clintoniano, non quel "marxista in pectore" che la campagna avversaria aveva cercato invano di dipingere, un seguace di quel "parlare a sinistra e governare al centro" che Clinton, un altro che assaporava le conferenze stampa fino a quando fu costretto a parlare non di politica ma a mentire su "relazioni sessuali che non ho mai avuto", aveva adottato.

Governare al centro, per la classe media che è di operai come di impiegati e di "Joe l'Idraulico", è la sua proposta rivoluzionaria, dopo 8 anni di politica fiscale che aveva risucchiato la ricchezza proprio dalla classe media verso l'alto, senza ricadere. Riorientare la grande nave del governo federale verso i "paycheck" le buste paga, e non i dividendi o i bonus, è la prima cosa che ha detto ieri da "eletto", con quella serietà vellutata, ma ferrea, cordiale e distante, come vuole la "gravitas" delle istituzioni che è il suo "stile". Di uno che capito che questa terribile fine 2008 non è tempo di barzellette. Il coro muto dei clintoniani che gli facevano da sfondo, a cominciare dal suo nuovo capo di gabinetto, un altro prodotto di quella dura, cinica, realista "scuola politica di Chicago", Rahm Emanuel, era la testimonianza che il clintonismo senza Clinton è tornato alla Casa Bianca. Un Obama 1 che comincia a somigliare a un Clinton 3.

Chi ricorda le esitanti conferenze stampa di "W" Bush che le centellinava per paura, la rabbia torva di Nixon che gridava "non sono un mascalzone", sapendo di esserlo, il tedio mortifero dell'ingegnere Jimmy Carter che passava dal misticismo alla pignoleria del tecnico che spiega il funzionamento di un reattore, non può non rallegrarsi che alla Casa Bianca sia tornato qualcuno che avvicina l'abilità comunicativa di Reagan, la composta serietà di Bush il Vecchio, la capacità di sorridere, quando è giusto farlo, di Kennedy, discutendo anche del cagnetto per le bambine.
Scelta per la quale, "ho consultato ex presidenti e il presidente in carica", il cui terrier ieri ha morso la mano di un reporter, forse geloso del futuro "first dog" che lo soppianterà, del nuovo "cane supremo" e allegramente "bastardini".
Anche chi gli aveva votato contro, pensando all'arrivo di un ideologo con piani quinquennali in tasca, ha visto che alla Casa Bianca non è arrivato soltanto un uomo giovane, snello ed elegante. Ma qualcuno che invece di provare pietà per i poverelli, come proclamava Bush il "conservatore compassionevole", sa che la macchina del governo, la sola lobby dei senza lobby, deve riportarli al centro del proprio lavoro. O rischiare di distruggere il "sogno" di tutti, non soltanto quello, ora finalmente realizzato, di Martin Luther King.

(8 novembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Due strade per Obama
Inserito da: Admin - Dicembre 30, 2008, 05:32:57 pm
IL COMMENTO

Due strade per Obama


di VITTORIO ZUCCONI

 

Per l'uomo chiamato Hussein, che fra tre settimane erediterà il trono americano, nessuna prova potrebbe essere più spietata di quella che l'esplosione di violenza a Gaza gli presenta. Neppure la crisi globale va diritta al cuore di ciò che lui è, di quel che vorrebbe essere e soprattutto di quello che il mondo ha sperato che egli fosse, un uomo davvero della Provvidenza, portatore di pace dopo troppi anni di attrazione fatale per la guerra. "Yes, we can" era stata la sua promessa, sì, possiamo.

Anche vincere la pace impossibile, possiamo? Viene quasi il sospetto che le "ingiustificate" (l'espressione è del presidente francese Sarkozy) provocazioni di Hamas con il lancio dei razzi katjusha su Israele e la scontata quanto "sproporzionata" (di nuovo Sarkozy) rappresaglia israeliana, siano state, se non un cinico test, un modo per mettere subito Barack Hussein Obama di fronte a quella catastrofe che tutti i presidenti americani del dopo guerra mondiale, da Harry Truman a George W. Bush, hanno dovuto affrontare. Lasciandola sostanzialmente, crudelmente intatta al proprio successore.

Ogni presidente americano, dalla prima guerra del 1947 combattuta per salvare quella che allora era l'ipotesi di uno stato ebraico fino al massacro in atto in quell'anticamera di inferno che è la striscia di Gaza, ha conosciuto attorno a quei fazzoletti di terra la misura del proprio fallimento. Ci sono stati presidenti che possono vantare o millantare di avere vinto la Guerra Fredda, di avere riportato la Cina sotto la tenda della comunità internazionale, di avere contribuito a spegnere l'incendio irlandese, di avere strappato la Jugoslavia dal precipizio del genocidio. Ma nessuno può dire di avere fatto più di quello che fece Jimmy Carter nel 1978 con il trattato di pace fra Egitto e Israele che ebbe il merito di impedire, da allora, almeno la guerra aperta fra le nazioni arabe e lo stato ebraico.

Ora tocca a Barack Hussein Obama, colui che concentra nel proprio certificato di nascita tutto l'intreccio globale di etnie, credenze, lingue, terrori, aspirazioni. Sulla base di quanto lui disse durante la campagna elettorale, e sulle indicazioni che vengono dalla scelta di ministri e consiglieri, per il Palazzo di Vetro, si capisce che il nuovo presidente intende riprendere quel filo che Bill Clinton tese a Camp David negli ultimi giorni della sua presidenza nel 2000 e che proprio il suo quasi omonimo premier israeliano, Barak, ma soprattutto Arafat, lasciarono cadere quando la soluzione pareva finalmente tessuta.
Dalle parole che Obama pronunciò in campagna elettorale, dichiarando la propria fedeltà a Israele e affermando il diritto a proteggere i propri cittadini (ma se il diritto non è mai in discussione è la "maniera" con la quale lo si esercita che disturba anche Sarkozy) sembra evidente che egli sceglierà le due strade che Bush aveva sostanzialmente abbandonato, la diplomazia forte e muscolare, irrobustita da interventi in prima persona. La presenza di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato garantisce che la responsabile della diplomazie tenterà di trovare, nel conflitto in Medio Oriente, quella gloria personale che farebbe di lei una nuova Kissinger e un sicuro nuovo Nobel per la Pace, ora che la Casa Bianca è per sempre fuori dalle sue ambizioni. Affiancare il proprio nome a una soluzione arabo-israeliana sarebbe il solo legittimo modo per brillare di luce propria, senza oscurare il proprio datore di lavoro, il presidente, e questa è per lei una motivazione formidabile. Susan Rice, inviata all'Onu, è una allieva di quel Zbigniew Brzezinski che fu, alle spalle di Carter, l'architetto della pace israelo-egiziana e fu per decenni irriso dalla neo destra rampante come un imbelle colombo.

Ma la chiave della porta sbarrata è lui, Obama. Lui, prima dei ministri e dei collaboratori, deve mettersi in gioco. L'esperienza insegna che senza una forte, coraggiosa e rischiosa partecipazione del "numero uno", di colui che incarna l'impero americano, le missioni e le mediazioni producono cerotti, mai suture. E questo è quanto il nuovo presidente ci ha promesso senza mezzi termini, parlare con tutti, ovunque, con la necessaria preparazione, ma senza precondizioni, estendendo all'intera regione, ai burattinai che nascostamente alimentano una tragedia politicamente (e finanziariamente) assai reddittizia per quei despoti in cerca di alibi, il pressing politico dell'America forte del suo nuovo prestigio. Una promessa che le imminenti elezioni israeliane, convocate per sostituire il premier caduto nel doppio fallimento della propria integrità personale e nella conversione a un processo di pace finito in due guerre, Libano e ora Gaza, renderà specialmente difficile, se la vittoria del "falco che ritorna" di Benjamin Netanyahu favorito dai sondaggi riporterà la destra intransigente al potere in Israele.

Qui si vedrà se l'arte della "triangolazione" che Obama ha imparato da Clinton, dire una cosa e farne un'altra, parlare a sinistra per lavorare a destra, restando lui alla base del triangolo, resisterà al test di un conflitto che non tollera sfumature e "vede" i bluff a colpi di razzi e cannonate. Un lato già è stato solidificato, quando ha dichiarato il proprio sostegno totale a Israele e al suo diritto di esistere. L'altro lato, il versante arabo-palestinese, rimane ancora da costruire, prima che la nuova tracimazione di sdegno e di odio arabi venuta dalla strage di Gaza rianimi la crociata jihadista globale. Il silenzio che l'uomo chiamato Hussein ha finora opposto a chi avrebbe voluto sapere di più, nascondendosi dietro il diritto alle vacanze e alla regola "dell'un presidente solo per volta" è il segno della sua leggendaria prudenza e di quella riflessitività che lo aiutò a non cadere nelle trappole elettorali. Tra 21 giorni, il silenzio non sarà più accettabile e sarà lui a dover affrontare l'enigma che nessun predecessore ha sciolto, giocandosi la riserva di carisma globale che il mondo gli ha riconosciuto sulla parola. Ma la guerra infinita non onora cambiali e gli ha presentato in anticipo il conto.

(30 dicembre 2008)
da repubblica.it


Titolo: Vittorio Zucconi. Legittima difesa (e altro ndr).
Inserito da: Admin - Gennaio 04, 2009, 10:26:04 am
Vittorio Zucconi


3 Gen 2009

Legittima difesa
Secondo le fonti citate dalla CNN, che sono Tzahal, le forze armate israeliane, e l’ospedale di Gaza al-Wafa, la cosiddetta guerra fra Israele e Hamas ha fatto 435 morti palestinesi e 4 israeliani in una settimana, un rapporto di cento palestinesi per ogni israeliano. A parte ogni considerazione morale, politica o strategica, è evidente che esista una certa sproporzione fra l’efficacia dei razzi di Hamas e l’efficacia delle armi israeliane come i micidiali missili americani antiuomo M26, nella foto. La domanda rimane dunque sempre la stessa: la difesa è legittima, ma come si definisce la legittima difesa? Che cosa significa “vincere” se il tuo nemico non soltanto non teme, ma al contrario cerca la propria morte come segno di vittoria e più ne ammazzi, più si considera vincitore?

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3 Gen 2009

Alice nel Paese di Tremonti
I conti di chiusura del 2008 “sono ragione di fiducia per i cittadini e di orgoglio per il governo” ci informa il Minculpop televisivo, citando il ministro Tremonti. Oh, alè, evviva, si comincia bene l’anno. Poi uno va a guardare oltre lo specchio e scopre che il buco nelle casse dello stato per coprire le spese, il “fabbisogno”, è di 52,9 miliardi, vale a dire 102.000.000.000.000 di lire come amava dire proprio Tremonti quando gl faceva comodo pompare gli zeri. E’ il doppio, ripeto, il doppio dei 26 miliardi del 2007 e addirittura peggiore di 7 miliardi rispetto alla cifra negativa di 45 miliardi prevista dal governo. Ma l’impatto di questa frana sarà - attenzione alla formula deliziosamente surreale ai limiti dell’ossimoro - “sostanzialmente marginale”, cosa che non significa assolutamente nulla (provate a invertire i fattori: “marginalmente sostanziale”). Si raccomanda, ai soli adulti, la lettura o rilettura di “Attraverso lo specchio e che cosa Alice vi trovò” di Lewis Carroll. Un mondo di puro “nonsense”, accreditato da quelle patetiche Regine di cuori che sono i TG maggiori.

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3 Gen 2009

E poi buttate la chiave
Sarebbe il caso di aggiungere una fondamentale premessa  al solito ritornello sulla “certezza della pena” ripetuto da ogni politicante di provincia con l’occhietto fisso verso l’obbiettivo della telecamera come gli insegnano alla scuola di comunicazione per corrispondenza Radio Elettra Segrate : che prima della “pena” è necessaria la “certezza della giustizia”. Tutti i tirannelli sono capaci di sbattere dentro la gente e buttare la chiave. Una nazione civile si sforza di accertare che l’imputato sia colpevole del reato e poi, soltanto poi, lo mette sotto chiave nei tempi previsti dalla legge.


da zucconi.blogautore.repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. L'ultima notte da re di George nella casa Bianca dei fantasmi
Inserito da: Admin - Gennaio 19, 2009, 03:11:32 pm
Il trasloco del vecchio inquilino che ha portato via mille metri cubi di carte e documenti.

Da domani a mezzogiorno Bush sarà un semplice pensionato

L'ultima notte da re di George W. nella casa Bianca dei fantasmi

di VITTORIO ZUCCONI

 
WASHINGTON - Nella città sospesa fra due epoche, si consuma un funerale che è insieme un battesimo. Queste ultime 24 ore a Washington sono il tempo dei facchini, degli scatoloni, dei sacrestani laici che officiano la morte e la rinascita di una democrazia costituzionale che ha sempre saputo sopravvivere alla miseria e alla grandezza degli uomini.

Dietro la retorica e le danze, nell'ultimo giorno che diventa il primo, la verità è il rito. Sta in quei furgoni bianchi e gialli con la scritta "Security Storage", l'impresa di traslochi, parcheggiati nelle strade dietro il portico sud della Casa che cambia inquilino (mai padrone) per la 44esima volta. Nei 54 impiegati ancora in servizio e nel 250 soldati comandati al facchinaggio che vanno e vengono, ben contenti di portare scatoloni piuttosto che stare in Iraq. Hanno portato via dalla Casa Bianca finora mille metri cubi, il volume di un discreto appartamento, di carte e documenti, sotto lo sguardo occhiuto della vice direttrice degli Archivi Nazionali, che quattordici camion e due aerei della US Air Force hanno recapitato nella cristianissima Southern Methodist University di Dallas dove George Bush costruirà la propria biblioteca, accanto alla casa da 2,1 milioni di dollari acquistata per la pensione.

Dal mezzogiorno di domani, tutto quel materiale, e quello ancora da scoprire tra le email e i server, non apparterà legalmente più a Bush, ma alla nazione.
Queste sono le ore nelle quali l'uomo più potente del mondo assiste al proprio funerale civile a mezzogiorno e un minuto di domani, il momento fino al quale potrebbe ordinare il bombardamento atomico di Teheran o Mosca, e alle 12.02, neppure un caffè. Senza "rischi per la democrazia", nelle certezza di una liturgia che tutti, da 209 anni quando fu aperta la Casa Bianca, rispettano anche se dentro di loro si divincolano.

Come lo stile fa la persona, così il rito fa la religione e le ultime 24 ore di un presidente alla fine sono, da quando Truman cedette l'ufficio a Eisenhower consegnandogli "la chiave", cioè i codici, per la guerra atomica, molto più di una transizione costituzionale.
E' il trasferimento del potere dell'Apocalisse. Nella loro ultima notte al terzo piano, dove sta la camera da letto matrimoniale, George e Laura Bush dormiranno dentro una casa di fantasmi, svuotata e quindi un po' sinistra, in attesa che la nuova signora, Michelle, decida dove disporre il mobilio di Stato e quello personale, gli accessori, le foto di famiglia.

Persino lo Studio Ovale, la sacrestia, viene ripulito e ridipinto, i due divanetti delle decisioni tremende, la scrivania di legno navale massiccio che la regina Vittoria regalò nel 1890, i vasi, e che tutti da allora hanno usato, meno Johnson che la trovava lugubre, immagazzinati durante la notte. Bush questa sera avrà ancora un tavolo da lavoro. Al risveglio non lo troverà più.

Ricorda Ken Duberstein, il capo gabinetto di Ronald Reagan, che la mattina del 20 gennaio 1989, quando entrò con Colin Powell nello Studio Ovale alle 9 esatte, per fare a Reagan l'ultimo rapporto, rimase di sasso scoprendo che la stanza era completamente spoglia. "Vuol dire che proprio non esisto più", commentò malinconico Reagan, "tanto vale che vi restituisca questa" aggiunse allungando la "chiave" nucleare, in realtà una custodia di plastica da spezzare. "Per carità, mister President, la tenga stretta, fino a mezzogiorno appartiene a lei". Per fortuna, quella mattina, in piedi, Colin Powell, consigliere per la sicurezza nazionale, potè annunciare: "Signor Presidente, il mondo è in pace". Cosa che domattina, Steve Hadley, il capo gabinetto, non potrà dire a George W Bush.

Il momento più amaro avviene quando finalmente, finito il corteo trionfale, il morto deve pure offrire il caffè con pasticcini al vivo, scambiando frasi fatte. Nessuno sa che cosa dire e tutti hanno fretta di farla finita, mentre già l'ufficiale con il "football", la valigetta dei nuovi codici nucleari che devono corrispondere a quelli che il presidente porta sempre in tasca, si è piazzato discretamente alle sue spalle. I nuovi arrivati fremono per mettersi al lavoro, per impadronirsi fisicamente e psicologicamente di quella Casa vuota nella quale per almeno quattro anni dovranno vivere momenti di esaltazione e di angoscia che nessuno può mai prevedere. I vecchi si sentono ormai estranei, appunto morti in casa.

Negli uffici al piano terra, i nuovi funzionari sciamano come scolaretti in una nuova classe occupando le sedie ancora calde liberate pochi minuti prima, perché la cancelleria dell'impero deve funzionare senza interruzioni, sperando che gli uscenti non si siano abbandonati a vandalismi e dispetti come i clintoniani fecero lasciando il posto agli odiati bushisti. Poi, tra il sollievo generale, i saluti. Il nuovo pontefice e quello che contempla un futuro di pipì ai giardinetti con il cane Barney, si stringono la mano, le signore si scambiano "air kisses", baci teatrali in aria, senza contatto. Lo zombie civile cammina verso l'elicottero dei Marines, accenna a un saluto, militaresco o mite, secondo il temperamento, sale a bordo, l'elicottero stacca le ruote dal prato e in quell'istante perde la propria denominazione ufficiale di "Marine One" per diventare un qualsiasi velivolo militare.

Compirà un ultimo sorvolo a 360 gradi sopra la Casa Bianca, virando sul lato dove siede il dipartito per offrirgli la vista del mondo che non gli appartiene più e poi le depositerà alla scaletta del 747 bianco e azzurro per l'ultimo volo verso la casa in Texas. Non più "Air Force One", anche se il Boeing è lo stesso, ma "Air Force volo numero 7000". "Guarda, Nancy - disse Reagan alla moglie poggiandole una mano sul ginocchio - quello è il nostro piccolo bungalow" e tutti, anche i bulli del Servizio Segreto, piansero.

Piangeranno anche domani, perché ai funerali si piange. Là sotto, impazziranno le feste, i Te Deum e i balli per Barack Hussein Obama. La chiesa americana sarà sopravvissuta intatta e la chiave dell'inferno avrà cambiato tasca.

(19 gennaio 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Famiglia in technicolor
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2009, 03:27:17 pm
I PROTAGONISTI.

A Washington tanti parenti della coppia presidenziale, dall'Africa all'Indonesia.

Famiglia in technicolor

La favola della famiglia globale e il mondo sbarca alla Casa Bianca

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - Sono stati necessari duecento vent'anni, 650 mila morti in un massacro fratricida e varie guerre mondiali, ma un altro muro è caduto: nella casa più esclusiva del pianeta ha fatto irruzione il mondo intero, al seguito di un Orfeo nero. Con Barack Hussein Obama, con la sua storia familiare cucita come un "patchwork" di pezze a colori diversi, alla Casa Bianca è entrato il dna dell'umanità intera.

Europeo con i cromosomi della mamma, africano con quello del padre e della moglie Michelle, asiatico con quello del patrigno e della sorella, fra parenti sparsi nei campi di mais del Kansas e tra gli ananas delle Hawaii, in Indonesia e in quel Kenya dove vivono sette dei suoi fratelli e sorelle. Per decenni si è lamentato che i 43 capi di Stato e governo, da George Washington a George Bush, non somigliassero all'America, tutti maschi, tutti - meno uno - bianchi protestanti, ma con l'avvento del 44esimo la storia ha saltato un passaggio. Ora la Casa Bianca somiglia al mondo. Una presidenza in Technicolor.

Tutto parte da una piccola, irrequieta donna, una ragazza chiamata Stanley Ann Dunham che avrebbe consumato la propria vita nelle grandi praterie del Midwest, se non avesse avuto come padre un commesso viaggiatore di mobili, perennemente on the road. Contagiò Ann con il suo wanderlust, con la sua smania di vagabondare. Dal Kansas, al Texas, a Seattle, sulla costa del Pacifico, fu facile per questa giovane donna seguire ancora il padre, che rincorse il sogno di un grande negozio di mobili fino a Honolulu, l'estrema Thule degli Stati Uniti, dove avrebbe conosciuto uno studente kenyano, innamorandosene dopo essere stata stregata dall'"Orfeo Nero" di Marcel Camus, il primo film straniero che lei avesse mai visto. E addirittura sposandolo, troppo giovane, fortunatamente troppo impulsiva. Se Stanley Ann fosse stata una ragazza con la testa sulle spalle, oggi non ci sarebbe un presidente chiamato Obama alla Casa Bianca.

Da quell'incontro, dal prevedibile divorzio, dalla sua fuga ancora più oltre il mare, in Indonesia per sposare Lolo, un militare incontrato alle Hawaii, comincia l'esplosione di quella famiglia globale che abbiamo visto irrompere alla Inauguration e che nei prossimi mesi vedremo sicuramente ospite alla Casa Bianca, in un quadro che scandalizzerà i benpensanti e conforterà gli spiriti liberi. Un'indonesiana, la sorellastra Maya Soetoro Ng, che dormirà nella stanza di Lincoln. La trisnipote di schiavi, la nonna e madre di Michelle, che pranzerà con le preziose porcellane comperate da Nancy Reagan. Qualche fratello kenyano che conversando nei dialetti del suo villaggio, si muoverà tra i mobili aristocraticamente scelti da Jacqueline Bouvier Kennedy.

Ma se in questa "famiglia globale" nella quale il New York Times ha calcolato ci siano le impronte e i conflitti di tutte le etnie umane e i suoni di tutte le lingue, inglese, creolo, dal sud di provenienza della famiglia di Michelle, francese, ebraico, cantonese, tedesco, swahili (nel nome Obama) e arabo, che il Presidente orecchiò studiando il Corano nelle scuole elementari di Giacarta, il mondo può specchiarsi, è nella mater familias, nella nuova First Lady che si concentra la sfida più crudele. Il marito sarà alla fine giudicato per quello che farà. La moglie sarà esaminata, bocciata o promossa, per come apparirà, secondo la condanna delle donne.

E' lei, assai più di Barack che non ha mai davvero vissuto l'esperienza dell'essere nero in America, colei che porta il segno della black experience. Il padre di Obama era kenyano, ma studiò a Harvard. La famiglia di Michelle, cresciuta a Chicago, discende direttamente da schiavi della Sierra Leone incatenati nelle risaie delle Caroline. E dietro i i titoli di studio, la laurea a Princeton, poi il dottorato in legge a Harvard, rimane la ferita di una donna di colore in un'America bianca, come la sua tesi di laurea in sociologia a Princeton raccontò. E si lasciò scappare una frase che le fu duramente rinfacciata: "Ora posso dire di essere orgogliosa di essere americana".

Le sue toilette, da quegli abiti che esibiva durante le campagne elettorali a quell'aggressivo "rosso e nero", che indossò nella sera del trionfo di Chicago, alle "mise" usate per l'insediamento e poi per i 10 balli ai quali ha dovuto partecipare nel suo nuovo lavoro di first lady, sono letti attraverso la lente della sua etnia, prima che quella della moda. Troppo da madre di famiglia in una chiesa battista dell'Alabama per ascoltare il gospel del coro, quell'abito color canarino alla cerimonia, hanno storto il naso. Troppo sfacciato, con quelle spalle ai balli, corretto in extremis da una bretella che lei aveva voluto nella paura di sembrare troppo disinvolta, dopo quelle first lady in tailleur pantalone da preside stile Hillary, i completini da maestrina di Laura, il glamour hollywoodiano di Nancy nei suoi Oscar de la Renta e l'incubo inarrivabile, Jackie eterea nei suoi Oleg Cassini.

Esiste una soluzione "interraziale", non bianca e non nera, ma americana, di essere la matriarca di una nidiata globale?

Al marito potranno essere perdonate o imputate azioni distorte dal prisma della politica. Non a lei. Ha iscritto le figlie a una scuola privata di Quaccheri, nel cuore del ghetto bianco di Washington, Sidwell Friends, perché lei si considera prima di tutto una madre che si deve preoccupare dell'istruzione delle figlie, e a Washington le scuole pubbliche sono deprimenti. Ha arruolato la madre, Margaret Hamilton, la "prima suocera" che, caso senza precedenti nel secolo scorso, vivrà alla Casa Bianca per rassicurare le bambine, come ha fatto durante la campagna elettorale. E dovrà danzare in punta di piedi fra la nuova borghesia nera della capitale e l'arcigno generone bianco, che se la contenderanno, ciascuno giudicandola per suoi "tradimenti" o le sue concessioni agli altri. Letti, in lei donna, nella semantica dell'abito, nel trucco, nelle scarpe, nell'acconciatura.

Tutte le nuove famiglie che in 200 anni erano entrate alla Casa Bianca avevano potuto consultare il libro dei precedenti, per copiare o per fare l'opposto. Ma non c'è un manuale d'istruzioni, un precedente per questa signora, per le bambine, per la nonna. Il mondo era stato ospitato, dalla Regina Elisabetta ai miliardari amici di Clinton che affittavano la stanza da letto di Lincoln. Ma il mondo non era mai stato il padrone di casa, come ora è, attraverso la magnifica babele che la ha invasa.

(22 gennaio 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Il piccone di Barack
Inserito da: Admin - Gennaio 27, 2009, 09:47:03 am
L'ANALISI

Il piccone di Barack

di VITTORIO ZUCCONI


NON è passato un giorno, dei sette trascorsi dalla cerimonia di insediamento, senza che dalla Casa Bianca di Obama non sia arrivata una decisione che picconi un altro mattone dell'edificio politico costruito dal predecessore George Bush, culminata nella tremenda botta ai consumi di carburante annunciata ieri. Perché questa vuole essere una presidenza "basata sui fatti", dice il presidente, non sulle disquisizioni di chiese e circoli, e i fatti indicano l'ovvio, a chi lo vuol vedere. E cioè che il mondo, e l'America per prima, stanno bruciando troppo petrolio, con tutte le disastrose conseguenze politiche, economiche ed ambientali che questa orgia quotidiana provoca.

Non tutto quello che il nuovo presidente ha annunciato può avere effetti esecutivi immediati, come nel caso del viluppo costituzionale e morale creato a Guantanamo e ora complicatissimo da dipanare, ma certamente è riuscito a dare l'impressione di voler demolire e ribaltare il passato, secondo il mandato elettorale ricevuto. Il che, nella nostra epoca della politica per immagini e per "breaking news", per notizie spacciate per ultim'ora anche quando non lo sono, è già realtà. Il messaggio è la sostanza. Mi avete eletto nel nome del "change", del cambiamento, e io cambio, sta dicendo da sette giorni Obama alla nazione e al mondo.

L'occupazione quotidiana dello spazio informativo è l'obbiettivo evidente di questo nuovo leader americano che ha capito in pieno la lezione del cosiddetto "ciclo delle 24 ore", quel flusso e riflusso di annunci che nell'arco di una giornata devono soddisfare l'appetito insaziabile della "bestia", di televisione, radio, Internet, quotidiani, blog, e che, se non viene placata con qualche nutrimento positivo inesorabilmente divora nella negatività chi s'illude di domarla. Almeno in un sistema di media indipendenti e non addomesticati.

Obama l'ha nutrita di tutte quelle decisioni che lui, presidente di una repubblica davvero costituzionale, poteva prendere, perché non si tratta di leggi, o di nuove spese pubbliche, ma di rovesciamenti di decisioni esecutive uguali e contrarie prese dal predecessore. Era stato Bush, nel primo giorno di presidenza, a bloccare i finanziamenti americani alle organizzazioni volontarie internazionali che nel Terzo Mondo tentano di diffondere, soprattutto fra le donne, principi e pratiche di controllo della natalità esplosiva, fino al caso estremo dell'aborto, per ricompensare la destra cristiana che lo aveva puntellato alle elezioni. Ed è stato Obama a cancellare il divieto.

Il lager di Guantanamo, oscenità costituzionale come l'autorizzazione a forme di interrogatorio che qualsiasi persona razionale considererebbe tortura, erano state scelte fatte dall'esecutivo e come tali potevano essere ribaltate senza voti del Congresso. Anche la ostinata difesa dei consumi astronomici di carburante, che avrebbe dovuto proteggere le case di Detroit e le ha invece attardate sulla via dello sviluppo e sfiancate, nasceva dal rifiuto opposto dalla presidenza Bush ad Arnold Schwarzenegger, il "governator" della California, che implorava il presunto compagno di partito Bush di permettere al proprio stato di introdurre limiti drastici al consumo di benzina. Infatti Obama non ha "fatto una legge", che non avrebbe potuto fare, per imporre automobili più sobrie a Gm, Ford o Chrysler. Ha riautorizzato i singoli Stati a fissare i chilometraggi per litro consumato, dunque la California a bandire i "gas guzzlers", i tracanna benzina.

Questa scarica di direttive ci dà non soltanto la misura politica dell'uomo, che, in attesa della battaglia campale con il Parlamento per gli 850 miliardi di flebo all'economia, sta accumulando punti credibilità con l'opinione pubblica, alla quale farà fortemente appello perché lo sostenga nella lotta contro Camera e Senato recalcitranti. Essa ci offre, in più, indizi importanti sul "modus operandi" di Obama, sulla sua abilità di muoversi con sgusciante decisionismo tra le trincee ideologiche opposte creando, o cercando di creare, negli ingenui, l'impressione di non indossare davvero l'uniforme di nessuno. E facendo impazzire coloro che non sanno se definirlo un moderato travestito da radicale o, come in campagna elettorale, un radicale nei panni del moderato.

Ogni sua decisione ha infatti un risvolto flessibile dietro l'aspetto rigido e appunto "decisionista". Guantanamo sarà chiusa, ma soltanto dopo avere pesato bene e uno per uno i casi dei 250 detenuti. La scelta di accelerare i tempi dei risparmi di energia fossile sarà concordata con gli stati, nel rispetto del vero federalismo. Le torture erano già vietate esplicitamente dal nuovo manuale operativo della US Army e appaltate, attraverso la Cia, a governi stranieri o ad aguzzini noleggiati. Si tornano quindi ad applicare i principi, sapendo che il passaggio dai principi alla pratica non è mai agevole e il decisionismo senza moralità e intelligenza è soltanto fanatismo o dispotismo. Per questo le sue azioni appaiono a volte ambigue, perché la democrazia è ambigua e il mondo è un luogo lievemente più complesso di come se lo immaginava chi pretendeva di cambiarlo senza conoscerlo.

(27 gennaio 2009)
da corriere.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. -
Inserito da: Admin - Febbraio 06, 2009, 06:57:08 pm
Vittorio Zucconi.


6
Feb
2009

La macchinetta per fare bambini

“Una persona che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio in stato vegetativo” spiega il dottor Berlusconi, dopo avere esaminato la cartella clinica della signorina Eluana Englaro. Fantastica e illuminante ammissione involontaria, questa del Presidente del Consiglio: una donna, per i talebani e per gli opportunisti, è una fotocopiatrice biologica, un apparecchio di riproduzione, semplice terra nella quale buttare un seme e poi vederlo germogliare, senza che la terra stessa, fertile, ma sorda, possa obbiettare. La sua volontà non conta. Le donne, come la terra, non possono decidere se e quando generare, nella visione di questi seminatori assoluti. Il solo fatto che questa ipotesi sia stata pensata, senza avere visto le immagini di quei resti umani che rendono disumano il solo pensiero di una gravidanza, dimostra la desolazione morale e la insensibilità di chi l’ha formulata. Ora quel corpo è stato anche, figurativamente, violentato nella sua intimità più vulnerabile.

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6
Feb
2009

Eutanasia per la Costituzione

Proviamo a girare il tavolo, nella guerra dichiarata dal governo alla famiglia Englaro e alla magistratura italiana. Se tutti i tribunali avessero sentenziato in via definitiva e inappellabile che i resti della signorina Eluana devono essere mantenuti in alimentazione forzata “sine die” e il governo avesse varato un decreto d’urgenza per staccarle invece il sondino, oggi giustamente grideremmo all’invasione di campo e alla barbarie, se non al colpo di stato. L’esecutivo e il legislativo, nelle democrazie reali, possono fare tutte le leggi che vogliono purchè abbiano i voti e non violentino la Costituzione, possono graziare, perdonare o ridurre le pene a un condannato, ma non possono dichiararlo innocente o proclamare colpevole un assolto in via definitiva. Immaginiamo se, tanto per fare un esempio a caso, un ministro o un presidente del consiglio fosse riconosciuto colpevole di qualche reato fino alla Cassazione e il il governo, per decreto, bloccasse l’applicazione della sentenza. Impossibile da immaginare? Non in Italia, dove si sta tentando di introdurre, su un corpo torturato da 17 anni, l’ eutanasia della Costituzione. Fu quella la ragione per la quale i tribunali americani respinsero seccamente il goffo e demagogico tentativo di Bush e della allora maggioranza repubblicana di impedire l’applicazione della sentenza che permetteva - non imponeva - la fine del dramma di Terri Schiavo.

da zucconi.blogautore.repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Il governo nel letto
Inserito da: Admin - Febbraio 09, 2009, 05:06:41 pm
VITTORIO ZUCCONI

 Lunga giornata verso la notte

9
Feb
2009

Il governo nel letto


Un governo, che purtroppo in Italia è sinonimo di Stato, capace di farfugliare frasi fatte e imparaticce, trasformarle in decreto e far timbrare da un Parlamento addomesticato e ricattato dal pietismo televisivo una legge che si appropria della vita dei cittadini, ordinando a tutti di prolungare senza senso il calvario di una paziente usata come pretesto, dovrebbe terrorizzarci. Con la stessa facilità e faciloneria, uno Stato che si impadronisce di ciò che non gli appartiene, la mia vita, la vita degli individui, può farne quello che vuole e può domani decidere, con la stessa garrula superficialità da talk show o da predellino con la quale questa classe dirigente si muove, di fissare dove e come quella stessa vita possa finire. Quando si agisce per sondaggi, per diversivi o per demagogia, la “difesa della vita” può diventare il giorno dopo “un’apologia della morte”, magari di fronte al prossimo “rumeno assassino” e alla conseguente collera popolare. Uno Stato che entra nel letto dei pazienti (o degli amanti) naturalmente “a fin di bene”, che è sempre stata la giustificazione di tutti gli orrori della storia e il fondamento di ogni totalitarismo, tende a non uscirne più, perchè questa, di essere invadente, è la natura di ogni Stato, se non viene fermato sulla soglia. Soltanto in Italia chi si proclama “liberale” può non vederlo. Questo, oltre il calvario di una famiglia, è ciò che in queste ore disperanti è in gioco anche per coloro che dicono di non avere opinioni sulla signorina Eluana Englaro e si credono fuori dalla tragedia. Non lo siamo.

zucconi.blogautore.repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. - Piccole lucertole crescono
Inserito da: Admin - Febbraio 10, 2009, 05:04:25 pm
10
Feb
2009


Piccole lucertole crescono

Il ministro degli Interni della Repubblica Italiana, on. Roberto Maroni, ha querelato il noto settimanale sovversivo “Famiglia Cristiana” per avere definito “razziste” e rigurgito da “osterie padane” le sue nuove leggi, tra le quali brilla la denuncia di pazienti non italiani senza “papieren” ricoverati, magari privi di sensi oltre che di documenti, negli ospedali.

Nel 1935, oopo la promulgazione delle Leggi di Norimberga per il salvataggio e la protezione del sangue ariano, gli ospedali pubblici tedeschi cominciarono a rifiutare pazienti ebrei per ordine del sindaco, come a Berlino, o, se questi avessero chiesto soccorso presso uno di essi, a denunciarli alle autorità, “sotto pena di carcere o di campo di lavoro duro”, come specificava la legge.

Anche gli alligatori più feroci, da piccoli, sembrano soltanto lucertole.


Vittorio Zucconi (da blogautore.repubblica.it) 



Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Quanto vale la speranza
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2009, 05:46:07 pm
25
Feb
2009

Quanto vale la speranza


Se le parole bastassero per far uscire dal sepolcro il Lazzaro dell’economia americana, stroncato da 8 anni di follie di bilancio da parte di una Presidenza repubblicana che ha lasciato in eredità uno scolapasta sfondato, il primo discorso a Camere riunite di Barack Obama quello che dal secondo anno di presidenza diviene “Lo Stato dell’Unione” questa mattina farebbe il miracolo di saldare tutti i debiti, risanare i bilanci delle banche e disintossicare il sistema dai veleni della mascalzonaggini e della complicità poiliica che lo hanno intossicato. Ieri sera, gli americani, i parlamentari e chi lo aveva seguito durante la campagna elettorale, hanno ritrovato quell’ “Obama in Concert”, quel meglio di Obama, quell’affascinante personalità che ha inflitto al tandem Repubblicano quasi dieci milioni di voti di distacco, dopo essere stato licenziato all’inizio come una creatura del media.

Naturalmente, le parole non bastano per resuscitare i morti o guarire i moribondi e la promessa di “ricostruire l’America”, di aumentare gli investimenti nelle nuove energie, nella salute pubblica e nell’istruzione proprio perchè la nazione è in crisi è entusiasmante, e tutta da mantenere. Ma le parole non sono neppure inutili.

Insieme con la slavina di dollari che stanno per arrivare sull’economia, l’industria, la finanza per salvare chi ha risparmiato, non chi ha speculato, l’America alla quale il mondo continua guardare come alla sola che può tirarci fuori dalle sabbie mobli, ha un disperato bisogno di una buona parola. Non delle fatue chiacchiere degli ottimisti per impotenza, o le manovre diversive per distogliere l’attenzione e puntarlo sopra “l’emergenza” del momenti. Ha bisogno dell’indicazione che sul sedile sinistro dell’aereo, quello dove siede il comandante, ci sia qualcuno che vede oltre le nuvole e la turbolenza. Insieme con i soldi, l’economia americana ha la necessità urgente di una buona notizia, di qualcosa che cambi quello che nello sport si chiama il “momentum”, la forza inerziale che in certi momenti della partita sembra gonfiare le vele dell’ avversarioi.
Per qualche ora, le parole del Presidente, la sua capacità di offrirci “the best of Obama” dopo che abbiamo visto anche il peggio, cioè la sua inesperienza e titubanza dal 20 gennaio, sono servite a spingere via dai teleschermi, dai monitor, dalle prime pagine quel fumo lugubre di cattive notizie che ogni giorno, si tratti di immobiliare, di banche, di lavoro, ammorbano le nostre giornate e tolgono il respiro. E per chi si è ostinato a credere nei valori della democrazia americana, la promessa solenne, davanti al mondo, di “non torturare” e di chiudere il lager di Guantanamo processando e punendo gli eventuali colpevoli in tempi civili, è stato un sollievo a lungo atteso.
La sua è stata una boccata di ossigeno retorico, ma ossigeno non di meno, e un tentativo di cambiare segno al discorso collettivo, alla lugubre “narrazione” quotidiana, per spostarla dalle attese del peggio alla speranze del meglio.

Tutta l’attività finanziaria ed economica è costruita sulla speranza, se è onesta, come lo è la vita. Si acquistano titoli e obbligazioni nella speranza che aumentino di valore, senza averne certezza. Ci si sposa nella speranza che il matrimonio sia felice e che i figli siano sani, buoni, sereni. Si compra casa nella speranza di avere soldi per pagare il mutuo, e che la casa accresca il proprio valore. Si esce di casa al mattina nella speranza, senza certezza, di tornare alla sera. La speranza ha un corso, un valore materiale, un peso di bilancio. Lazzaro non è uscito dalla caverna soltanto perchè Obama glielo ha chiesto per 56 minuti, non essendo il messia delle bisbetiche caricature anti obamiste della Destra durante la campagna. Ma non era quello lo scopo del suo discorso. Era quello di ricordare - ed è meno ovvio di quanto sembri - agli altri che sono ancora vivi.

da zucconi.blogautore.repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Da Boeing a Exxon, tutti gli affari dell'industria della ...
Inserito da: Admin - Marzo 01, 2009, 10:33:57 am
Ogni presidente Usa deve fare i conti con gli interessi di associazioni e imprese

Un esercito di quindicimila professionisti al servizio del potere

Da Boeing a Exxon, tutti gli affari dell'industria della "spintarella"

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - "Tu pensa al ministro che al Parlamento ci pensiamo noi" disse il lobbista di un governo straniero a un avvocato che lo rappresentava. Bei tempi. Oggi un vento freddo soffia lungo il "Fossato di Gucci", la K Street di Washington dove ronza la massima concentrazione al mondo di lobbisti in lussuosi mocassini italiani: il presidente Barack Obama gli ha dichiarato ufficialmente guerra.

Non è il primo leader americano a farlo, nella processione di politici mandati dagli elettori alla Casa Bianca per bonificare la foresta pietrificata di interessi, di gruppi di pressione, di trafficoni, spesso di esimi farabutti, che governano la nazione dietro il palcoscenico della democrazia, più dei rappresentanti scelti per farlo, per conto di chiunque le paghi, siano essi gli avvocati dei processi per danni personali, il sindacato insegnanti - potentissimo - gli industriali siderurgici o i petrolieri rimasti orfani del loro ragazzo alla Casa Bianca, George W. E non sarebbe neppure il primo a fallire miseramente.

Ma ciò che fa rabbrividire i 15 mila e 150 lobbisti registrati ufficialmente in quella bella strada Washington - 28 per ognuno dei 535 deputati e senatori che devono marcare a uomo in un pressing quotidiano - e minaccia i 3 miliardi e mezzo che l'industria della "spintarella" legislativa produce, è il fatto che per realizzare le proprie promesse, per essere Obama, per tradurre in realtà gli impegni della sua finanziaria, il presidente dovrà inevitabilmente entrare in collisione con molti degli interessi che l'armata della K Street rappresenta.

La forza, e la prepotenza, delle lobby è sempre inversamente proporzionale alla debolezza della politica, da quando, forse nel 1865 come vuole la leggenda etimologica, personaggi di varia estrazione e di diversi interessi si accalcavano nella "lobby", nell'atrio dell'Hotel Willard di Washington dove il presidente Ulysses Grant preferiva vivere, fumando corposi Havana. I lobbysti non sono onnipotenti. Posso essere, e sono stati, sconfitti come accadde nel "massacro del 1986", quando l'alleanza ferrea tra i boss democratici del Parlamento, e il popolarissimo presidente repubblicano Reagan, sconfissero i battaglioni di avvocati al servizio delle grandi corporation e vararono una riforma fiscale che alzò le imposte sui profitti finanziari, i "capital gain" alle stesse aliquote dei redditi da lavoro.

Ma la rivoluzione budgetaria disegnata da Obama garantisce dolori e sconfitte più estese di quelle scritte nella legge del 1986. Praticamente tutti i lobbisti del "Fossato di Gucci" hanno qualcosa da perdere, se diventasse legge. I petrolieri, che hanno fatto scandalosi profitti con record assoluti come la Exxon Mobil negli ultimi due anni, tremano al pensiero di miliardi investiti per superare la tossicodipendenza dai carburanti fossili. Il famigerato "complesso militar industriale", quello che Dwight Eisenhower denunciò come un cancro in via di metastasi, vede in pericolo almeno 100 miliardi di dollari di commesse nei prossimi 4 anni, se davvero il Pentagono sarà costretto a rinunciare a progetti d'arma obsoleti, roba "da Guerra Fredda", come ha detto Obama.

Grazie alle irresistibili pressioni sul Senato, l'industria aerospaziale americana è riuscita ad abbattere il contratto che legittimamente l'Airbus aveva firmato per la nuova flotta di aerei cisterna, come ormai morto è anche uno dei cosiddetti trionfi italiani concesso da Bush a Berlusconi, la fornitura dei nuovi elicotteri presidenziali costruiti dalla Alenia. Società come la Halliburton, cara al cuore dell'inflessibile crociato per l'esportazione della democrazia, il vice di Bush Cheney che ne era stato a capo e ancora ne possedeva azioni, dovranno affrontare l'orrore i aste pubbliche per offrire i loro servizi logistici alle truppe in guerra, anziché incassare i miliardi - almeno 20 - regalati senza concorrenza.

I tentacoli del lobbismi per interesse, diverso dal potente lobbismo per cause senza profitto, come i gruppi ecologisti o l'Unione Legale per le Libertà Civili, la Aclu, che tallona le scelte governative considerate anticostituzionali, si estendono a ogni angolo della vita nazionale, ovunque ci siano leggi da fare, da bloccare o finanziamenti da stanziare. Furono le "sturmtruppen" della Assicurazioni ad assalire e demolire l'offensiva di Hillary Clinton nel 1993 per creare un servizio sanitario nazionale, e saranno di nuovo loro, insieme con l'altro mostro da 800 miliardi di dollari l'anno, il "complesso medical-industriale" a battersi contro il tentativo di mettere le compagnie, gli ospedali, la professione medica in lotta gli uni contro gi altri, per abbassare i costi. "Le compagnie d'assicurazione non vogliono competere, e noi le costringeremo a farle", ha promesso ieri Obama. E se la grande finanza, colpita e umiliata dal crac, oggi è, più che lobbista, orfanella, i grandi capitali rimangono e non accetteranno gli aumenti delle tasse oltre i 250 mila dollari di reddito annuo lordo, senza muovere le proprie pedine alla Camera e in Senato, alle quali affettuosamente ricorderanno che, senza i loro finanziamenti elettorali, sarebbero ancora sindaci di paese, azzegarbugli i provincia o venditori di auto usate in Alabama.

Non c'è bisogno di arrivare alla mafia di Jack Abramoff, il gangster associato alle carceri federali fino al 2011, che comperava funzionari della Casa Bianca, parlamentari, assistenti e portaborse all'ingrosso, con una spiccata preferenza per i repubblicani, per sapere in quale limbo grigio fra legalità e illegalità si muovano personaggi capaci di decidere, con i finanziamenti elettorali, il destino di deputati e senatori. E non è neppure una questione di "destra" o "sinistra", perché il lobbista è un perfetto camaleonte, servo di tutti i padroni. Forte della immortale verità pronunciata dal democratico della California, James Unruh soprannominato "Bid Daddy", il paperone ancora nel 1922: "Il danaro è il latte materno della politica".

Nessuno è mai riuscito a svezzarsi, nonostante riforme su riforme che arrivano alla ridicola minuzia di proibire allo staff di un parlamentare di accettare pizze offerta un lobbista e obbligano, sotto pena detentiva, i 3000 funzionari ministeriali di vertice a denunciare ogni contatto con un lobbista. Come prima di lui Reagan, Obama ha una sola arma efficace per combattere le lobby: la popolarità, dunque il mandato e l'abilità di parlare direttamente alla nazione. Paradossalmente, la Depressione in atto sarà la sua migliore alleata, per domare la prepotenza dei grandi interessi costituiti e dei loro armigeri in mocassini lucidi. Almeno fino a quando anche questa crisi passerà le incrostazioni del lobbismo sulla chiglia della nave di governo, ricominceranno a formarsi.

(1 marzo 2009)
da corriere.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI,
Inserito da: Admin - Marzo 21, 2009, 12:06:15 pm
IL COMMENTO

Obama, lo show globale del Presidente

di VITTORIO ZUCCONI


C'E' UN FILO forte che lega due avvenimenti in apparenza inconciliabili come la mano tesa all'Iran non più "canaglia" dal Presidente Obama e la sua temeraria partecipazione a uno show televisivo di satire canagliesche contro di lui. Il filo è l'essenza stessa dell'uomo, la convinzione che parlare con la gente, che "essere Obama" e mobilitare la forza del proprio carisma sia la chiave d'oro che apre ogni porta e sgretola ogni muraglia. Ci sono state molte maniere diverse tentate nella storia per affrontare e contenere un avversario pericoloso oltremare e addomesticare le opposizioni interne.

Dalle censure più grevi come quelle cercate da Nixon, alla tentazione di riportare all'età della pietra i regimi ostili a cannonate. Quella scelta dal Presidente Obama con il suo appello televisivo all'Iran e con la sfida ai propri tormentatori satirici, si colloca a metà fra gli estremi tragici e fallimentari dell'"appeasement" europeo, delle concessioni verso Hitler e della "guerra preventiva" di Bush, puntando sul disarmo della retorica per vincere. E sulla certezza che l'Obamismo sia lui, Obama.

È la strada più difficile, questa scelta dal presidente degli Stati Uniti per rintuzzare la maretta crescente del malcontento interno contro il suo governo e per compiere il suo primo atto insieme simbolico e concreto verso quella nazione che da 1958, quando i servizi inglesi e americani rovesciarono il presidente eletto Mossadeq per compiacere i petrolieri, coltiva ed esporta l'odio per il "Satana americano" e sionista. È la strada della comunicazione diretta, lastricata dalla convinzione di essere, nella propria "coolness", nella distaccata, un po' snobistica sensazione di padronanza che trasmette, insieme il messaggio e messaggero.

Molti ironizzarono sulla sua proposta ripetuta in campagna elettorale di "parlare anche con i nemici", nel timore che vacui summit sarebbero serviti soltanto a dare credito ai teo-despoti dell'Iran e un megafono all'idrofobia antisemita della loro marionetta Ahmadinejad. Ma esisteva, lo si capisce ora, un'altra possibile interpretazione di quella formula elettorale. Quella di parlare "agli" avversari, di scavalcare anche i loro mediatori culturali, appunto i "media" o i loro regimi, come Obama sta cercando di fare scavalcando le cricche parlamentari incrostate a Washington e le lobby di potere anche a costo di incappare in gaffe da improvvisazione, come gli è capitato nel Tonight Show del comico Jay Leno quando è sembrato scherzare sulle Paraolimpiadi, scorrettezza politica estrema.

Ma la posta supera l'azzardo, se il risultato è raggiungere la gente, i cittadini scettici o avversi in casa, addirittura gli iraniani per offrire quello che nessuno prima aveva osato promettere, il "rispetto" al quale tutte le culture asiatiche, dalle Steppe Russe all'arcipelago nipponico, e tutti i cittadini, agognano.

Obama non promette nulla di concreto nel suo "Obama Show" globale. Non agita nessuna carota materiale, ma propone qualcosa di potenzialmente ancor più ghiotto ed esplosivo: trattare chi lo ascolta da adulto, ancora meglio, da suo pari. Andare in un teatrino televisivo come nessun Presidente prima di lui aveva osato fare è infatti prima di tutto un segnale di rispetto per quegli americani che non leggono l'Economist e non studiano le analisi delle banche centrali, ma dei quali egli mostra di avere bisogno, e stima, ridendo con loro, non contro di loro, non trattandoli da ignoranti zotici perché non lo venerano o non afferrano le sottigliezze ideologiche.

Mandare un video alla "canaglia della canaglie", offrendosi di trattarli da "eguali", di "riaccoglierli nella comunità internazionale", di "rispettarli", ripete poi la stessa operazione che l'America condusse nei confronti dell'altra "super canaglia", dell'Unione Sovietica, i cui dirigenti, che erano russi o ucraini prima di essere comunisti, anelavano soprattutto a essere rispettati. E quando furono finalmente trattati da pari, avviluppati nei bozzoli dei vertici e corteggiati anche da colui che li aveva definiti "Impero del Male", rivelarono tutto il vuoto che si nascondeva dietro il cipiglio.

"Obama is back", come avrebbe detto il Terminator di Schwarzenegger, Obama è tornato ed è particolarmente insidioso per gli avversari sia quando parla dallo studio di un comico all'America minuta, sia quando si rivolge ai reietti della Terra facilmente sedotti dal fanatismo fondamentalista, perché lui, con la propria pelle, la propria genealogia, la propria storia rappresenta nei fatti ciò che dice nelle parole, come un Bush, superfiglio di papà, mai avrebbe potuto fare. Un nero americano, figlio di un musulmano, con un nome swahili come Barack e un secondo nome come Hussein, è istantaneamente credibile quando parla di "rispetto" e della fatica tremenda che ai nati nel posto sbagliato dai genitori sbagliati si richiede per conquistarselo. Un leader americano che avesse davvero la capacità, e la possibilità, di parlare con leggerezza "cool", disinvolta e serena, ma non con freddezza, a coloro ai quali nessuno ha mai parlato se non per chiedere voti, dare ordini, lezioni o insulti potrebbe - ed è soltanto un'ipotesi - prosciugare molta di quell'acqua marcia nella quale sguazzano i teocrati lontani e i demagoghi vicini.


(21 marzo 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Filo tra Camelot e Asburgo "Ecco il figlio segreto di JFK"
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2009, 11:25:19 am
IL PERSONAGGIO

Filo tra Camelot e Asburgo "Ecco il figlio segreto di JFK"

Un giornale austriaco scova in California un presunto erede del Presidente-Casanova assassinato a Dallas.

Sarebbe nato nel 1946 da una relazione con una ballerina, nipote dell'ultimo Imperatore d'Austria-Ungheria


di VITTORIO ZUCCONI

 

WASHINGTON - Nella nebbia infinita e densa di amori veri o immaginari, fra stelle di Hollywood e "pupe" della Mafia, affiora dal mito che non morirà mai, John F. Kennedy, anche un nome gigantesco che ha fatto la storia dell'Europa: gli Asburgo. Tra i discendenti ignoti del presidente ucciso ci sarebbe un Kennedy-Asburgo, frutto di un'unione illegittima tra due dinastie collegate dall'amore di una ballerina di nobile lignaggio.

Se dobbiamo credere alla confessione di una elegante e dignitosissima signora di 87 anni, Elisabeth Hortenau oggi sposata Linnet, il suo sesto marito, che ha raccontato una sua storia d'amore con JFK al quotidiano di Vienna Kurier, vive oggi in California commerciando in arte un signore di 63 anni, dall'umile nome di Antonio, "Tony", figlio di una lunga relazione che lei avrebbe avuto con il presidente. Non sarebbe il primo, né certamente l'ultimo, dei figli d'amore e non di talamo nuziale, attribuiti a lui, e almeno due casi, uno recente in Canada, sono passati sulle pagine dei giornali. Ma è la genealogia di questa signora, e la sua storia, a rendere l'idea di un connubio dinastico euro-americano decisamente nuova.

Elisabeth, Lisa per gli amici e i numerosi coniugi, è la nipote del granduca Otto d'Asburgo detto "il Bello", padre dell'ultimo Kaiser dell'Impero Austro-Ungarico morente, Carlo I, che la concepì naturalmente fuori dal matrimonio, secondo le devote consuetudini dei cristianissimi sovrani d'Europa, ma ebbe poi il buon gusto di riconoscerla. Ad appena 20 anni, già sposata una volta, la signora fuggì dall'Austria inghiottita dalla Germania nazista nel 1938 per rifugiarsi a Roma, città dalla quale, con ammirevole sensibilità politica, pensò di andarsene rapidamente all'inizio della guerra. Raggiunse la madre, l'ex amante del padre del Kaiser, che dalle corti viennesi era passata a gestire un motel a Phoenix, in Arizona, il "Monterey Lights".


E sarebbe stato proprio sotto il sole rovente dell'Arizona, che il sangue degli ultimi "Sacri Romani Imperatori" e quello di un ufficialetto di marina, rampollo di una nobile famiglia di contrabbandieri irlandesi di melassa durante il Proibizionismo, i Kennedy, si scaldarono e di mescolarono.

Lisa conobbe John, convalescente proprio a Phoenix - e questo è un fatto riconosciuto anche nella biografia di JFK, "Una vita incompiuta" - dalle ferite di guerra alle schiena subite comandando una motosilurante nel Pacifico. Era più grande di lei di quattro anni, e fu amore. Lei campava come "ballerina e attrice", racconta, definizione notoriamente elastica e soggetta a varie interpretazioni, ma JFK, che aveva un debole per lo show business poi esploso nella frequentazione della gang di Frank Sinatra, di Las Vegas e di Hollywood, non era schizzinoso. Trascorsero weekend in Florida, nel deserto del Sud Ovest americano, e una settimana a Cuba, alla fine degli anni '40, allora il parco divertimenti dell'America sotto il paterno controllo dei "bravi ragazzi" di Cosa Nostra. E nacque, nel 1946, Antonio, oggi Tony.

Un cinico potrebbe chiedersi perché proprio ora, sei decenni più tardi, la nipote del Kaiser decida di rivelare la sua love story austro-ungaro-americana, e domandarsi se la crisi della professione che lei svolge, quella di agente immobiliare in una Florida dove l'immobiliare è devastato dalla crisi, non l'abbia motivata. Ma lei, dignitosa e distinta nel suo appartamento arredato con eleganti e forse autentici mobili d'epoca, nega ogni interesse venale. Il suo "Jack", come tutti chiamavano John Kennedy, le aveva proposto addirittura il matrimonio, scoprendola incinta. Nozze che lei, contravvenendo al motto che aveva guidato per secoli l'espansione dell'impero asburgico attraverso connubi dinastici - "Tu, felix Austria, nube", sposati, Austria felice - aveva rifiutato. Accettò soltano aiuti finanziari per l'istruzione di Tony, che continuarono anche dopo il matrimonio fra l'ex ufficialetto e Jackie Bouvier Kennedy, poi Onassis.

Può essere soltanto l'effetto apparente della eleganza e della severità di questa signora anziana e ancora bella, a rendere più credibile la sua storia, certamente più di quella del "figlio illegittimo" in Canada che la rivista Vanity Fair disse di avere scoperto un anno fa, ma poi ritirò, per mancanza di prove concrete. La nobildonna Elizabeth Hortenau, che avrebbe diritto al titolo per nascita, ha soltanto voluto che il mondo sapesse, come sa da tempo il figlio al quale rivelò il nome del padre naturale soltanto dopo il regicidio di Dallas nel 1963. Chi la conosce dice al Kurier di Vienna che Lisa è assolutamente credibile e non spinta da altro che il timore di portarsi nella tomba il segreto di un incrocio dinastico fra il sangue del Sacro Romano Impero e quello del nuovo, meno sacro, Impero d'Occidente. Ma le probabilità che Antonio l'Antiquario diventi Tony Primo, imperatore d'America, sono modeste.

(23 marzo 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Ecco le storie dei truffati dal "diavolo" della finanza
Inserito da: Admin - Marzo 25, 2009, 08:48:51 am
ECONOMIA     

Sono stati rovinati dal finanziere imbroglione: Non possono più pagare il college ai figli, si sono ammalati.

Ecco le storie dei truffati dal "diavolo" della finanza

Le vittime di Madoff e le lettere dal crac

di VITTORIO ZUCCONI
 

WASHINGTON - "Madoff ha derubato i bambini paralizzati dell'Ospedale pediatrico di Blythdale a New York che oggi è senza fondi. Chiedo che la loro voce sia ascoltata in tribunale". Ascoltate le voci dei dannati nell'inferno del grande magliaro globale, Bernie Madoff. Arrivano a casse ogni giorno, recapitate al giudice Dennis Chin del tribunale di Manhattan che lo sta processando, le lettere delle vite che lui ha distrutto. È un coro tragico di un'umanità dolente che aveva affidato almeno 50 miliardi di risparmi, di speranze, di beneficenza, di futuro a un gioviale ladro che se li è intascati tutti.

"Vostro onore, vorrei venire a raccontarle come Madoff ha spazzato via l'esistenza di quattro generazioni, mio nonno reduce, mio padre, io, e i miei figli, ma non ho più neppure i soldi per pagarmi il biglietto d'aereo". È facile raccontare la storia di questo nipote di immigrati polacchi cresciuto nella comunità israelita di New York, che riuscì a portare via a "polli" ricchi e meno ricchi, in 49 anni di attività almeno un miliardo di dollari all'anno, promettendo profitti favolosi, del 25% all'anno sui loro risparmi. Li pagava con i soldi di altri truffati, in una piramide di carta costruita soltanto sul suo talento di iper magliaro, succhiando soldi a Pietro per pagare Paolo, fino a quando non ci furono più altri da spennare. Niente altro che una classica "catena di Ponzi", dal nome dell'italo americano che per primo la applicò a Boston negli anni '20, ma che Madoff aveva portato a vette sublimi. Rapinando Steven Spielberg come gli ospedali per bambini paralizzati, sinagoghe di Brooklyn ed ereditiere dell'East Side di Manhattan, bottegai e rabbini, cucine per i poveri e università.

Arrivò a fumarsi i risparmi del Nobel per la pace Elie Wiesel superstite di Auschwitz, in un parossismo cinico che ha prodotto la crudele battuta del comico televisivo Jay Leno: "Quando Hitler lo ha saputo, ha detto a Madoff, ehi, Bernie, adesso stai esagerando". Madoff come Hitler. Ma dietro i numeri, i miliardi, i castelli in Francia, e il fondo privato della moglie Ruth ci sono le voci, l'umanità che scrive al giudice Chin, lettere che il New York Times ha potuto pubblicare. Dalla California: "Sono una donna di 61 anni, sposata con un uomo di 70. Nel 2007 ho investito con Madoff tutti i 250 mila dollari dei nostri risparmi. Mio marito da allora ha avuto due ictus ed è paralizzato. Io non ho lavoro. Come vivremo?". Dalla Florida: "Dopo 45 anni di carriera come insegnante, avevo messo 225 mila dollari raschiati dal mio stipendio nel suo fondo, dopo averlo incontrato ed essermi fidata di lui. Non chiedo che di poterlo guardare negli occhi, per fargli vedere chi ha ucciso".

Persone colpevoli di null'altro che di avere creduto al micidiale "passaparola", al nome sussurrato nella caffetteria di una scuola, alla funzione del sabato in sinagoga, su un campo da golf, in un aereo fermo sulla pista, saldato spesso dalla comune appartenenza religiosa. "Mia madre è paralizzata dall'artrite e non può più permettersi gli anti-infiammatori dopo avere perduto tutto. Posso venire io in tribunale a testimoniare contro Madoff?". "Sono una madre single di 60 anni, che era riuscita a risparmiare 18 mila dollari per l'istruzione di mio figlio e ora l'ho dovuto mandare a lavorare perché non posso più neppure mantenerlo a casa". Era democratico, nelle sue truffe, il caro "Bernie". Accettava i 150 milioni (si dice) del creatore di E. T., Spielberg come i 50 milioni del fondo caritatevole della Yeshiva University di New York per gli studenti poveri, ma anche i 18 mila dollari della madre single di Brooklyn. La pecunia, soprattutto se rubata, non puzza.

"Le chiedo soltanto, Vostro Onore, di condannare Madoff a una cella solitaria per il resto della sua vita, solo con le voci di coloro che ha condannato a mort con le sue azioni". "Non posso mettere le mie lacrime su un foglio, ma posso dirti che sei un assassino, perché già due persone si sono suicidate per colpa tua, sei uno stupratore, perché hai violato l'intimità della nostra vita, sei un truffatore, perché hai rubato i sogni di un'intera generazione che su di te aveva contato per il proprio avvenire".

Nella misura gigantesca dell'imbroglio di quest'uomo di 70 anni già dichiarato colpevole di 11 reati, divenuto "un'arma di distruzione di massa", un distruttore di vite senza sparare un colpo, c'è appunto il senso di una "truffa generazionale", di una generazione devastata dalla avidità sua e della sua famiglia. "La moglie sapeva tutto! Andate a cercare i conti e i soldi della moglie!", grida uno dei "morti civili", sperando di recuperare almeno qualcosa dalle proprietà immobiliari e dal miliardo di dollari scoperto a nome della signora oltre mare. "Madoff è l'uomo più odiato d'America. Perseguitate le moglie, il fratello, i figli, i figli dei figli" invoca un uomo con accenti da maledizioni bibliche.

"Scrivo da Berlino e sono un pittore. I miei 300 mila euro, una vita, sono volati via con lui e sono meno soldi di quanto valga la gioielleria che la moglie indossa su una sola mano". Aveva filiali e uffici in Europa, Madoff, per spennare anche polli europei. Truffa generazionale, furto globale senza frontiere. Madoff ha fatto almeno 6 mila vittime.

"Mio padre ha 80 anni, non può più lavorare, non può pagare le tasse e le bollette sulla casa dove vive che sosteneva con il piano pensione gestito da Madoff e deve cercare di venderla in questo momento di crollo immobiliare". "Abbiamo perso 40 anni in 30 secondi, dopo avere investito 375 mila dollari, tutti i nostri risparmi in un fondo che apparteneva al suo gruppo. Saremo presto sfrattati, perché la nostra casa, qui in Florida, non si vende e non possiamo permetterci una casa di riposo. Anche pochi dollari recuperati, magari dai 50 milioni di dollari in contanti della moglie o dalle vendita del suoi chateau in Francia ci farebbero comodo, Vostro Onore". "E ora che cosa racconto ai miei figli, che il lavoro onesto non serve e che la truffa negli Usa paga?" si domanda un padre. "Sono la moglie del maggiore inglese William Foxton, pluridecorato della Seconda Guerra mondiale che aveva affidato la vecchiaia a Madoff. Mio marito si è ucciso". "Mandatelo a pulire i cessi in un parco divertimenti con una forchetta". "Vivo un incubo. Nel 2008 ho venduto l'impresa che avevo costruito per 35 anni e ho investito tutto con Madoff. Oggi ho 66 anni e non ho più nulla. Non posso, non riesco a crederci".

Ma dal coro delle anime innocenti dannate da Madoff e dalla loro credulità nei favolosi profitti promessi dal magliaro globale, secondo la logica necessaria del truffato che s'illude di comperare stoffe pregiate al prezzo di stracci, affiora la domanda che sta nel fondo di questa catastrofe pubblica, della quale il rotondetto, giovale "Bernie", frequentatore assiduo di camere ardenti, bar mitzah, battesimi (il truffatore non è mai fondamentalista) cresime, cerimonie di laurea presso le università che mandava in rovina intascando i loro fondi, è soltanto il "cartoon" più ignobile. "Perché?" chiede un derubato dal Minnesota. "Come è potuto accadere che per decenni quest'uomo, che molti sospettavano di truffa in denunce inviate alle autorità di Borsa, alla Procura, alla Fed, che era diventato presidente del Nasdaq, la borsa delle aziende tecnologiche, che pagava pure le tasse, abbia potuto farla franca fino al 2008 e al crollo della bolla speculativa? Il governo non ha fatto il suo dovere". Perché?

(25 marzo 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, L'agonia di Detroit
Inserito da: Admin - Marzo 31, 2009, 03:55:48 pm
ECONOMIA      IL COMMENTO

L'agonia di Detroit

di VITTORIO ZUCCONI


NELLA rivincita sbalorditiva della lamiera sulla finanza, e del piccolo sul grande, oggi è la Fiat a dover salvare Detroit dalle follie finanziarie e manageriali, e sono gli organismi piccoli, dunque più adattabili e astuti, a sperare di sopravvivere e prosperare, mentre i dinosauri soffocati dalle proprie dimensioni crollano.

Insieme con la testa di Rick Wagoner, dell'uomo che in otto anni di regno assoluto ha distrutto il "tirannosauro" dell'auto, la General Motors, e che Barack Obama ha preteso di far cadere per continuare a foraggiarla, è caduto il mito del gigantismo industriale, piegato dal proprio peso. La Fiat, essa stessa strappata al baratro dalla collaborazione fra la mano pubblica, le banche e un nuovo management, è diventata da peso una "risorsa" e la sola speranza di salvezza per un'altra casa di Detroit agonizzante, la Chrysler, nelle parole dello stesso presidente americano.

C'è un elemento di crudele ironia nel fatto che proprio Wagoner, colui che aveva individuato nella Casa di Torino una possibile via d'uscita dalla incapacità americana di produrre automobili competitive con l'Asia e in sintonia con il nuovo mercato emergente, sia colui che abbia dovuto andarsene, per salvare la Gm e dare al governo americano l'alibi per continuare quella forma di alimentazione forzata che sono i 26 miliardi di dollari concessi in due tranche, prima da Bush e oggi da Obama. Ma la "gestione Wagoner", incluso quell'accordo mai del tutto spiegato con la Fiat, è stata disastrosa, come il corso delle azioni Gm, passate da 60 dollari a poco più di uno, dimostra.

Con la complicità del troppo potente sindacato dell'auto, lo United Auto Workers, e con la propria incapacità di pensare al futuro del mercato scommettendo sul cavallo drogato dei Suv e delle grosse cilindrate, come invece aveva saputo fare la Toyota divenuta ormai numero uno nel mondo sia pure nella corsa del gambero delle vendite, Wagoner ha saputo affondare una società che ancora nel 2008 aveva un fatturato globale di 148 miliardi di dollari. E che sarebbe fallita senza quel presidente Obama che ha voluto la sua testa, per puntellare una città moribonda come Detroit e uno Stato al quale molto era stato promesso, il Michigan, il cuore infartuato del Midwest industriale.

Nell'album degli orrori che il collasso del capitalismo lasciato alla propria, illusoria capacità rigenerativa, il volto di Rick Wagoner avrà diritto a un posto speciale accanto ai magliari della finanza tossica, i farabutti come Bernie Madoff, un semplice ladro di galline su scala globale, o i presidenti avventurieri di banche d'affari come la Bear Sterns, la Lehman Brothers o la assicurazione Aig, un'altra floridissima società che si è suicidata per gli errori e l'ingordigia dei propri strateghi. L'agonia della sua General Motors, di quella azienda che per 101 anni si era considerata l'incarnazione stessa della potenza industriale americana, che era stata "l'arsenale della democrazia" vincente nella guerra materiale contro l'Asse, che identificava i propri interessi con quelli della intera nazione, è il prodotto perfetto di una combinazione micidiale, che mescola tutto ciò che si è concentrato in questi ultimi 24 mesi, devastando l'economia americana.

Al vertice, con Bob Lutz e con lui, regnava un management imperioso e arrogante, convinto della propria infallibilità e indotto a tentativi giusti, ma dei quali non era stato mai convinto davvero, come il patto di reciproco acquisto con Gianni Agnelli, poi frettolosamente e costosamente annullato proprio quando la Fiat sarebbe potuta diventare, come oggi per la Chrysler, una risorsa. Nella "corporate culture", nella cultura aziendale di una società arroccata nei grattacieli di cristallo blu a Detroit, il "Rinascimento", dominava l'incapacità di proteggere il proprio "brand", il proprio marchio, disperso su troppe etichette e su troppa confusione di "badge", di distintivi diversi per gli stessi prodotti, sfornati fino a 14 milioni di pezzi l'anno e destinati a deprezzarsi nei parcheggi degli autonoleggiatori negli aeroporti. I marchi Gm, dalla Cadillac già leggendaria alle banali Chevrolet si deprezzano dopo l'acquisto più di ogni altra casa giapponese, europea o americana.

Ma l'errore fatale, insieme con quello di portarsi il fardello di contratti sindacali concessi negli anni di vacche grasse quando l'aristocrazia operaia dei suoi stabilimenti era la vera "classe media" americana, di avere puntato tutto sui mega Suv, sui Pick Up da cinque litri di cilindrata, sugli ecomostri come la Hummer che promettevano margini di profitto elevati e immediati. Era pura droga in vena. Mentre la Toyota si ostinava a sviluppare quella linea di auto ibride, a batteria e a motore, che soltanto ora cominciano a rendere qualcosa e che per anni la casa di Nagoya ha continuano a finanziare in perdita, non in alternativa, ma accanto a modelli più costosi. La logica micidiale della "trimestrale", del misurare il successo o a difficoltà di un'azienda con il respiro dei risultati calcolati ogni tre mesi, che è la molla, ma anche la maledizione dell'economia americana, aveva drogato la Gm, portandone il titolo a 60 dollari. E portato alla coincidenza fra l'economia "virtuale" e quella "reale" suggellata dalle attività creditizie della stessa Gm che finanziava se stessa, i clienti, i concessionari, i mutui immobiliari.

In questo anello, si è chiuso il cerchio fra "la carta" e la "lamiera" che ha strangolato la regina caduta e portato alla cacciata di Rick Wagoner. Non piace, disturba, questo imperio del governo anche nel santuario dei "board", dei consigli di amministrazione, che somiglia troppo a un'economia dirigista, per i neo liberali e puzza di "welfare state" per i capitalisti falliti, agli occhi dei duri e puri della sinistra come il Nobel Paul Krugman, che attacca Obama, dopo avere visto la sua favorita, la Clinton, sconfitta. Ma senza quella mano che aiuta e quindi impone la propria volontà, soltanto la Ford sopravvivrebbe. E la Fiat, neppure la nuova Fiat, non può da sola salvare tutta l'industria americana.

(31 marzo 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, La politica equilibrista
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2009, 04:58:17 pm
IL COMMENTO

La politica equilibrista

di VITTORIO ZUCCONI


È con "great regrets", spiega il governo americano con l'eufemismo del "rammarico" con il quale ci si sgancia educatamente da un noioso invito a cena, che Barack Obama non parteciperà alla conferenza dell'Onu contro il razzismo da oggi a Ginevra, creando in apparenza un colossale paradosso: quello del primo presidente americano nero, eletto nel trionfo dell'antirazzismo, assente da un'iniziativa internazionale contro il razzismo.
Il rifiuto di Obama, e il ritiro della delegazione americana che pure fino a pochi giorni or sono aveva partecipato alla preparazione di questa "Durban 2", come si chiama perché è la continuazione della prima, organizzata nella città sudafricana di Durban nel 2001, vengono dopo settimane di esitazione, di "nì", di "forse" e di "ma", di sofferenze e di ambiguità che il Presidente stesso si è deciso a tagliare "con rammarico" per non offendere coloro, Israele e la comunità ebraica per prime, che leggono in questo incontro soltanto un'occasione di propaganda antisemita. E dunque una cassa di risonanza per quelle nazioni, come Iran e Libia, che bizzarramente fanno parte della commissione Onu per "i diritti umani", e usano il Palazzo di Vetro come megafono anti israeliano, mentre al proprio interno calpestano proprio quei diritti civili e individuali che domandano agli altri di rispettare.

Ma se il rifiuto di partecipare è stato più facile per i governi che hanno detto "no", come l'Australia, la Francia, l'Olanda, che è agitata al proprio interno dalla più acuta "questione islamica" in tutta l'Europa o l'Italia, mentre il Vaticano, l'Inghilterra, la Spagna hanno accettato l'invito, l'assenza dell'uomo che incarna in questo momento la più alta speranza di superamento del razzismo sembra una contraddizione lancinante. Per questo, e fino all'ultimo, gli inviati americani a Ginevra, e la stessa Casa Bianca avevano tentato di lavorare per linee interne, di modificare dal di dentro quei documenti nei quali i promotori cercano di indicare nel "sionismo", sinonimo di Israele, il bastione del razzismo, che definiscono la barriera costruita dal governo ebraico "il muro dell'apartheid" e riconoscono soltanto nella "Nakba", nella catastrofe e nella diaspora palestinese, l'unico, autentico esempio di tentato genocidio.

Di fronte alla nettezza inconciliabile di questa interpretazione del razzismo, che già aveva spinto George Bush a boicottare "Durban 1", neppure la consumata abilità obamiana di ricomporre gli opposti con il carisma o la sua capacità di fare annunci trancianti seguiti da azioni concrete molto più ambigue, sarebbe bastata. Benedetto XVI può, nel suo ruolo di pontefice di una confessione religiosa senza autentico potere politico, permettersi di sperare che questa conferenza sia "un passo fondamentale verso l'affermazione del valore universale della dignità dell'uomo, contro ogni forma di discriminazione", ma il Papa non deve vedersela con la comunità ebraica americana, con un governo di falchiestremisti come il neo insediato in Israele, con un capo di gabinetto come Rahm Emanuel già volontario con le forze armate israeliane, con lobbies che avrebbero considerato la sua presenza a Ginevra come assenso implicito alle tesi di chi nega l'Olocausto.

La tecnica di governo di Barack Obama, quasi una edizione americana dei "due forni", il presidente che annuncia la chiusura di Guantanamo ma per il momento la lascia aperta, che ammorbidisce l'embargo anti cubano ma non lo cancella, che condanna la tortura ma non i torturatori, che fustiga i bonus e i profitti dei finanzieri ma poi puntella le loro banche agonizzanti, non poteva funzionare di fronte a una conferenza che esalta e sancisce il razzismo mentre dichiara di volerlo estirpare. E non è soltanto il nocciolo radioattivo dell'antisemitismo contenuto già nel primo documento approvato sette anni or sono a inquietare. C'è anche il tentativo di dichiarare ogni "discorso blasfemo" come proibito e di considerare "l'incitamento" alla critica antireligiosa come prova di discriminazione razziale, una tesi cara alle teocrazie fondamentaliste e integraliste che in sostanza sperano di avere il beneplacito dell'Onu alla loro "fatwa", alla persecuzione e repressione di ogni critica e di ogni opposizione vista come satanica.

Il paradosso del presidente venuto dal Terzo Mondo, del primo capo di stato americano eletto "nonostante" la propria diversità e minorità etnica è dunque più apparente che reale. Questa volta, Obama il formidabile equilibrista che riesce a sembrare sempre troppo rivoluzionario ai conservatori e sempre troppo conservatore ai rivoluzionari, essendo tanto un centrista nell'azione quanto appare "estremista" nella parole, non ha potuto camminare sul filo dell'ambiguità. Obama, come gli rimproverano i delusi, è, prima di ogni altra cosa, un realista e lo ha dimostrato, con qualche imbarazzo, rifiutando di presentarsi a questo invito a cena. La realtà, oggi come negli ultimi 60 anni di politica estera americana, con presidenti democratici o repubblicani, insegna che, al momento delle strette, Washington, bianca o nera che sia, si collocherà sempre dalla parte di Israele.

(20 aprile 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Così gli Usa si scoprono europei
Inserito da: Admin - Aprile 21, 2009, 11:25:45 pm
ECONOMIA     

Dopo anni di rincorsa, nel 2002 l'uso del denaro di plastica negli Stati Uniti scavalcò ogni altra forma di pagamento

Stop al regno delle credit card

Così gli Usa si scoprono europei

Nell'ultimo anno il numero di debitori che negli Stati Uniti non riescono a saldare le rate è cresciuto del 260 per cento


di VITTORIO ZUCCONI
 
WASHINGTON - Deve finire il regno dell'oro di plastica, del tesserino di 8 cm. per 5 che, dalla prima "carta" emessa dal Diners Club nel 1949 per cenare a credito, era divenuta l'arma di distruzione di massa dell'economia domestica e poi nazionale. I consumatori devono disintossicarsi e riscoprire le virtù delle nonne italiane: mai fare il passo più lungo della gamba.

Basta con l'orgia delle cartine, ha ordinato la Casa Bianca e ha spiegato Larry Summers, il cardinale della finanza più ascoltato da Obama. Basta con gli acquisti al grido di "charge it!", me lo carichi sulla carta, che hanno sostenuto la falsa prosperità e divorato il risparmio, ridotto a zero dal luglio del 2004. Sono state "the fool's gold", la ricchezza dei folli e quella follia sta costando troppo cara.

Ma staccare i 250 milioni di americani che portano in tasca e in borsetta un miliardo e mezzo di carte di credito - almeno cinque a testa in media - sarà come svezzare un neonato dal biberon. Da quasi sessant'anni, appunto dalla prima carta della Diners, due generazioni sono cresciute aggrappate a quel rettangolino plastificato, sprofondando nell'illusione di essere più ricchi di quel che in realtà erano. Vittime della praticità, e della tentazione, fino all'apoteosi del 2002 quando i pagamenti con l'oro di plastica scavalcarono ogni altra forma di pagamento.

Quella che la presidenza Obama e il suo cardinale Summers vogliono fare è dunque più di una riforma, è una rivoluzione del "modo di consumare", dunque di essere, americano. Non ci sarebbero shopping centers sparsi in ogni sobborgo, cattedrali dell'acquisto come quel mostro nato nel Minnesota, il "Mall America", per due decenni il più vasto del pianeta, e non ci sarebbe stato il boom cinese alimentato dalle esportazioni a credito, senza quelle carte che sono il mattone sul quale è stata costruita l'impressione di prosperità. Ma che hanno divorato ogni forma di risparmio e hanno arricchito le società di emissione fino a corrodere anche loro. Come l'American Express, che offre soldi, 300 dollari, ai clienti perché chiudano i loro conti, quegli stessi consumatori ai quali venivano aperti crediti sempre più alti e proposti ghiotti incentivi per sprofondare nei debiti.

Né Summers, né Obama, lo hanno detto, ma il loro è di fatto un invito a diventare un po' più europei e un po' meno americani, addirittura un po' più italiani, uno dei popoli più recalcitranti nell'accettare l'economia dell'"oro di plastica" e ancora affezionati al "libretto" e al risparmio, tra la diffidenza di negozianti a volte preoccupati per la implacabile tracciabilità fiscale del pagamento con carta e la cautela arcigna delle banche. Come il provincialismo linguistico delle banche italiane le avrebbe protette dall'uragano dei prodotti tossici, secondo la celebre frase di Giulio Tremonti, così la taccagneria degli istituti di credito e la tenace cultura dell'economia domestica ha evitato che oggi l'Italia si trovi con un immenso conto non saldabile. Gli americani eravamo noi, secondo Summers, scopriamo adesso con qualche sorpresa, eravamo le formiche del futuro contro le cicale della plastica.

Ma l'oro dei folli non era soltanto vizio. Nella estensione delle linee di credito, nell'offerta martellante di nuove carte che ogni giorno ingombravano le nostre cassette ("Congratulations! Lei è stato preapprovato per una nuova credit card! Metta una firma qui e avrà 15 mila dollari di credito immediato!") c'era la apparente soluzione miracolosa al problema della piattezza dei redditi reali e alla ormai oscena sperequazione fra chi aveva troppo e chi troppo poco, che il vecchio meccanismo delle rate e delle cambiali non riusciva più ad alimentare. La carta, offerta ormai come oggetto di consumo essa stessa, con l'immagine della squadra preferita, la foto dei bambini o del cane, il logo del proprio partito, era il falso moltiplicatore di reddito per i salari fissi, in un'economia che penalizza il lavoro a favore della rendita. E il ponte che collegava lo stipendio all'imperativo morale del consumo era l'abitazione che generava il margine fra mutuo e valore dell'immobile sul quale tutto il castello del credito tossico era costruito.

Quando il valore nominale della casa si è sgonfiato, milioni di consumatori si sono trovati, fra mutui, ipoteche e linee di credito, con più debiti di quanto la casa valesse. Incapaci, o non più disposti, a pagare. E la grande festa è finita. E' finita per i signori Joe e Jane, che non hanno risparmi ai quali attingere e non hanno spesso più neppure il lavoro. E' finita per le banche, che nei contratti stampati in caratteri invisibili si riservavano il diritto di alzare a piacere gli interessi fino a livelli da usura, al 20% od oltre, e che potevano permettersi, legalmente, di far pagare questi interessi sul totale del debito, anche se in parte saldato. Chi avesse avuto un debito da mille dollari e avesse versato 999 dollari, avrebbe continuato a vedersi addebitare l'interesse sui mille dollari. E guai al moroso: gli avrebbero distrutto il "rating", il grado di affidabilità finanziaria. In un'economia fondata sul credito, avere un basso punteggio nel "rating" equivale alla morte civile.

Tutto questo dovrebbe finire, vuole la Casa Bianca che promette nuove leggi per impedire le pratiche predatorie dei pirati in grisaglia. Ed esorta il pubblico a ridurre quel mazzo di carte di plastica acquisite per portare ciascuna fino al limite, "max out" nel gergo degli indebitati, facendo di loro schiavi a vita, come i contadini che non riescono mai a rimborsare il padrone. Il numero di debitori non in grado di saldare o di pagare le rate mensili è cresciuto nel 260% fra il 2008 e il 2009 e pullulano le organizzazione che vogliono aiutare i tossici della plastica a riabilitarsi e riscoprire la saggezza della nonna. Quella che esecrava i clienti del macellaio che comperavano il lesso a "libretto", cioè a credito.

(21 aprile 2009)

da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Paura nelle scuole e negli ospedali.
Inserito da: Admin - Aprile 28, 2009, 05:53:29 pm
Paura nelle scuole e negli ospedali.

Bandite carni Usa in Russia e Cina

La psicosi della pandemia fa volare a Wall Street le azioni di Big Pharma

New York ora teme l'isolamento e un mal di testa scatena la psicosi

di VITTORIO ZUCCONI

 
WASHINGTON - Vi scrivo dalla terra degli untori, da quell'America che dopo avere diffuso, il "virus finanziario" come disse il presidente del consiglio italiano, oggi è guardata come l'incubatrice del "virus del maiale". Sugli Stati Uniti il resto del mondo ha issato la "bandiera gialla" di una semi quarantena globale. Non venite qui tra noi infetti, non mangiate i nostri maiali, sorvegliate i turisti che arrivano a voi da qui. L'influenza suina è divenuta il "virus nordamericano", nonostante il presidente Obama si affanni a dire che "non ci sono veri motivi di allarme" e il numero dei casi, fra accertati e probabili, sia per ora meno di 50, su una popolazione di 310 milioni.

L'influenza mutante ha qualcosa di mostruosamente inquietante, nonostante la "solita" influenza stagionale uccida 36 mila americani ogni anno, secondo le cifre ufficiali del Centro per il Controllo delle Malattie, nella generale indifferenza. Ma la pandemia del panico, cominciata nel Messico, ha infettato tutta l'America del Nord, quando il ministro per la Sicurezza Nazionale, Janet Napolitano, ha proclamato lo stato d'emergenza per mettere in moto le procedure di controllo e liberare i fondi governativi destinati alla risposta nazionale contro minacce biologiche naturali o terroristiche. E gli Stati Uniti sono divenuti il centro dell'ansia e dell'attenzione.

I casi accertati del morbo che i liceali dell'Istituto San Francesco di Queens hanno contratto in Messico e dal quale sono guariti in pochi giorni, aumenteranno, perché i 350 laboratori federali ora li cercano dietro ogni febbre e tosse. E dunque li trovano. Sono sotto il microscopio le scuole, soprattutto i licei di frontiera col Messico, in Texas, dove tre nuovi casi sono stati segnalati a San Antonio, perché questa infezione sembra colpire non i soliti "vecchi, bambini e malati", ma i giovani, come fece, 90 anni or sono, la madre orribile di tutte le pandemie influenza, la Spagnola.

Starnutisce Wall Street, che aveva appena cominciato la convalescenza dalla terribile influenza finanziaria dell'estate scorsa, e barcolla tra la voglia di accasciarsi e la ricerca di quei titoli di farmaceutiche e industrie della sanità privata che rastrelleranno profitti dai milioni - già 40 milioni di flaconi messi in commercio dalle scorte strategiche nazionali - di confezioni di medicinali antivirali e di antibiotici per trattare le complicanze batteriche, perché non c'è dramma dal quale non si possa guadagnare qualche dollaro (la paura di una pandemia fa decollare le azioni di Big Pharma). S'indignano le voci pubbliche, scoprendo che la Unione Europea invita a non volare negli Usa, come se questo fosse divenuto il lebbrosario del mondo.
Gli allevatori di maiali del Kansas e dell'Iowa scoprono che i loro porcelli sono stati messi al bando dal governo cinese, da quello russo, da Abu Dhabi e da Dubai, nonostante non esista alcun pericolo nel consumi di carni di suini cotte o insaccate.

Il segretario di Stato Clinton ci ammonisce a non fare viaggi oltre frontiera, proprio mentre altre nazioni ammoniscono i loro cittadini a non venire in America, ma nei principali aeroporti internazionali sono stati installati sensori a infrarossi per provare a distanza la temperature dei passeggeri. E a tutti i viaggiatori in ingresso saranno distribuite schede, gialle naturalmente, con numeri di telefono ai quali rivolgersi in caso di sospetta infezione.
"Quello che abbiamo fatto finora - diceva ieri mattina Obama che ora deve affrontare anche l'aggressione del maiale infettivo per la scadenza dei suoi 100 giorni - è creare le condizioni per rispondere a ogni emergenza". "La buona notizia è che finora non ci sono altri focolai di infezioni a New York oltre quelli del Liceo San Francesco - annuncia in diretta tv il sindaco Bloomberg - 45 giorni dopo l'identificazione dei primi casi. La cattiva notizia è che non sappiamo se ne troveremo altri".

La bandiera gialla sventola sulla Statua della Libertà. Tra la sempre presente psicosi dell'attacco bioterroristico e la preoccupazione politica di farsi trovare impreparati come Bush a New Orleans, le autorità americane inconsapevolmente alimentano il panico mentre cercano di controllarlo. Il direttore del Cdc di Atlanta ha cercato di invertire gli ingranaggi della psicosi. Ha spiegato che la trasmissione dei casi è ancora minima, che non ci sono segnali di accelerazione dell'epidemia e che tutti i pazienti accertati sono colpiti da forme benigne. Ma le contee, le città dalle quali in America dipendono le scuole, cominciano a chiudere edifici, ad annullare funzioni pubbliche, perché la minaccia di future querele e di colossali cause per danni, sempre presenti negli Stati Uniti, ispira l'eccesso di cautela.

Ci saranno altri casi, qui nel nostro lazzaretto nordamericano, perché l'indagine ora scoverà il virus. L'aumento produrrà le inevitabili mascherine chirurgiche bianche o blu, anche se al Centro per il Controllo delle Malattie spiegano che la loro efficacia preventiva è dubbia, e le precauzioni migliori restano l'acqua e il sapone ed evitare "il bacetto di saluto". In qualche zone di confine come la California le mascherine sono già comparse e la sindrome dell'untore si allarga. C'è qualcosa di irresistibilmente terrorizzante in questa influenza venuta dai porcili, quasi la vendetta sempre attesa degli animali contro chi li alleva per macellarli. In fondo, segretamente, ideologicamente, non dispiace al resto del mondo l'idea che proprio l'America che per otto anni ha preteso di esportare la democrazia, ora sia accusata di poter esportare l'influenza del maiale. E il liberatore sia divenuto l'untore.

(28 aprile 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Le Fiat ... auto decisive per la svolta Usa
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2009, 12:59:53 pm
ECONOMIA      IL RACCONTO

Cinquecento, il "topolino rampante" che salverà il gigante americano

Le Fiat da oggetti di culto ad auto decisive per la svolta Usa

di VITTORIO ZUCCONI
 

FIGLIA di un dio povero e frugale, che mai avrebbe sognato di convertire le divinità dei motori nel loro santuario, la nostra bambina di latta arriva nella terra dei ciclopi d'acciaio per cercare di salvarli dalla loro cecità. Un'eresia, un'impossibilità, una rivoluzione culturale. Immaginare un'"America in 500" oggi sembra ancora assurdo, un ossimoro, come ieri sarebbero stati impensabili un presidente americano nero, un miliardario russo o un banchiere cinese che salva Wall Street. Dunque può accadere.

Se il signor Walter Percy Chrysler, che dalle officine di riparazione dei treni in Texas divenne il creatore della terza casa automobilistica americana negli anni '20, potesse oggi vedere il "topolino rampante", come già l'hanno ribattezzata, la 500, sulle strade americane, penserebbe a uno sketch televisivo, a un giocattolo per bambini viziato.

Forse a un cartone animato come quell'eccitabile "Luigi", appunto disegnato in forma di Cinquecento, amabilmente preso in giro nel film disneyano "Cars".
L'automobilina che cercherà di rotolare sulle "superhighway" a otto corsie della California, di duellare con i mostruosi tir "18 ruote" è il polo opposto di tutto ciò che siamo abituati a considerare americano, dove il "bigger is better", il più grande è migliore, domina l'identità nazionale. E tutto ciò che è italiano racconta alla cultura popolare di cose belle, eleganti, raffinate, colte, magari delinquenziali, ma parla raramente di eccellenza industriale o ingegneristica.

Se il nome della Cinquecento era sopravvissuto nel subconscio anche al disastro commerciale della Fiat negli anni '70, quando migliaia di acquirenti americani furono abbandonati al loro rugginoso destino a bordo delle "128" e "124 cabrio" senza assistenza, è stato grazie a collezionisti un po' annoiati, consumisti snob, gli stessi che hanno recuperato il culto della Vespa dimenticato dai tempi di "Vacanze Romane" e Audrey Hepburn. Piaceva ai "car fanatics", alle stelle di Hollywood, ai miliardari viziati come Ralph Lauren della Polo o Jay Leno, il signore dei talk show serali, che le compravano per sazietà delle "solite" Ferrari, Rolls Royce, Porsche o BMW. Si diceva che anche Ayn Rand, l'immigrata russa che divenne la sacerdotessa del liberismo, ne possedesse una, ma in realtà la Rand disse soltanto che ne avrebbe voluta una, come esempio di come l'industria libera sappia rispondere al mercato.

Alla delusione per il tradimento della Fiat negli anni '70 e alla collera per l'abbandono del marchio che aveva sfidato i difetti di qualità per affermarsi nei desideri come l'Alfa Romeo, erano sopravvissute rare "Cinquecento" importate direttamente dall'Europa, perché qui mai furono vendute ufficialmente, e scambiate sul mercato delle aste di auto classiche, per 15 mila dollari se ben restaurate. "Topolini rampanti" guidati per fare esibizionismo, come la decapottabile rossa del 1957 che il comico più amato d'America, Jerry Seinfeld, porta in giro per le vie di Manhattan, affrontando le mostruose pozzanghere e i patetici freni a tamburo che a volte lo tradiscono, come accadde in un incidente dello scorso anno, concluso da un testacoda. Ammesso che nella 500 si riesca a distinguere la testa dalla coda.

Ma alla rinata bambina di lamiera che qui sarà saggiamente venduta senza il "badge" Fiat, soltanto come Cinquecento, come fece la BMW lasciando la Mini Morris al proprio nome, spetta la fatica missionaria di continuare la conversione degli americani al "più piccolo è meglio", che da anni i giapponesi, poi i coreani, poi gli europei con la Mini e la Smart dal modestissimo successo di nicchia, hanno cominciato. Con la benzina arrivata lo scorso anno alla cifra di 70 centesimi al litro, mostruosa per chi ancora si crede una nazione autosufficiente e si illude di avere ancora gigantesche riserve sotto i piedi, la speranza di Marchionne, di chi guiderà il guscio della Chrysler, dei creditori, dei sindacati spremuti e di Barack Obama è che il richiamo del portafoglio si sposi alla seduzione del glamour italiano in quella "city car", una sorta di Prada su gomma. E aiuti gli automobilisti, soprattutto le mamme SUV che circondano le creaturine con corazzate da guerra in Iraq vincere il terrore di sfidare a duello, come nel bel film di Spielberg, i mostri del trasporto commerciale.

L'America andrà in 500, anche dopo le lodi concesse dai critici del New York Times e di Popular Mechanics, soltanto se scatterà il passaparola, se la bambina di lamierina diventerà un oggetto insieme di uso e di culto, purché a prezzi concorrenziali con le efficienti scatolette coreane.

Forse non si tornerà più al rispetto che Henry Ford manifestava per la Alfa Romeo, quando invitava a "togliersi il cappello" davanti alle automobili di Arese e la 500 resterà un oggetto di divertimento, un monile da esibire, una "calamita per il sesso", secondo la brutale formula del comico Sasha Cohen in Borat, per rimorchiare signore incuriosite nei parcheggi degli shopping center. Oggetti di sorriso, ma non piu di ridicolo come anche i Simpsons la presero in giro in un episodio.

Per adottare la nostra bambina, mentre altri sperabilmente apprezzeranno le sue sorelle maggiori con il marchio ancora amatissimo del biscione, l'America dovrà innamorarsi di lei e perdonarle qualche rumorino e cigolio, saltabeccando su pozzanghere ancora patriotticamente americane, dunque ancora enormi, nelle quali la ridotta lunghezza della 500 non darà quella sensazione di materasso di piuma che gli inguidabili macchinoni americani concedono.

Dovrà sgomitare fra le altre tascabili che da tempo sono emigrate negli Stati Uniti, accettando la sfida di un mercato spietato al punto di avere costretto i tirannosauri di Detroit e chiedere aiuto ai velociraptor di Torino. Molto è cambiato dai tempi del marchio Fiat letto come "Fix it again Tony", riparamela ancora Tonino e la bambina, un successo l'ha già ottenuto.
Quello di farci ascoltare - sbalorditi - il successore di un presidente chiamato Nixon che esclamò "io me ne strafotto dell'Italia e della lira", ringraziare la Fiat, lodarne il managament e la tecnologia. Trent'anni dopo Tonino, il meccanico dalle unghie nere e dalla tuta ha l'occasione per la sia vendetta. Deve tornare ancora, ma questa volta per riparare l'industria americana.

(1 maggio 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, L'esempio di Barack
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2009, 06:36:07 pm
IL COMMENTO

L'esempio di Barack

di VITTORIO ZUCCONI


In questo che sarà se non l'ultimo, certamente uno degli ultimi, G8, strumento ormai "non idoneo" come ha detto il presidente di turno Berlusconi che ormai non aveva più niente da chiedergli, mentre incassava quella giornata di sole della quale l'Italia, e lui specialmente, avevano tanto bisogno, Barack Obama affrontava invece uno dei primi rovesci internazionali della sua presidenza: il nyet delle nuove potenze nascenti alla sua campagna contro il riscaldamento della Terra.

Alla preoccupazione di immagine che aveva animato il nostro presidente del Consiglio italiano, aveva fatto da contrappunto la battaglia di sostanza che l'americano si era proposto di condurre e che la fuga del presidente cinese Hu Jintao, tanto tempestiva da apparire persino sospetta, aveva svuotato prima ancora che cominciasse. Era evidente che raggiungere accordi parziali sul clima fra nazioni occidentali che comunque erano già d'accordo sarebbe stato facile e il difficile sarebbe venuto nel convincere colossi umani, finanziari, politici e industriali come Cina, Brasile e India, da sole oltre un terzo della popolazione planetaria, a non fare quello che per secoli noi abbiamo fatto, secondo la sindrome del villeggiante al mare che vorrebbe bloccare ogni nuova costruzione dopo essersi comperato la casa.

Questo dell'Aquila, nel secondo giorno in cui proprio Obama ha preso la presidenza del futuro Gruppo, formato non dai soli Otto, ma da quattordici nazioni, era il primo incontro pratico, su terreni concreti, fra il nuovo presidente americano e quella Cina che lui, pur nell'attivismo politico dimostrato nei sei mesi alla Casa Bianca, aveva sempre aggirato ed evitato con cura. A differenza del predecessore Bush che era salito al potere nel gennaio del 2001 annunciando la dottrina contraddittoria dei "concorrenti e partner", un bluff che i Cinesi avevano subito visto costringendo un aereo spia americano ad atterrare e Washington a chiedere scusa, Obama non aveva mai articolato una propria ben definita strategia cinese. E ora si capisce il perché.

Perché la Cina, non ancora un co-eguale negli affari del mondo per la propria natura politica, è già capace di essere il punto di riferimento e di coagulo di coloro che non cercano pacche sulle spalle da Washington e non vogliono accettare a scatola chiusa le scelte fatte dalle nazioni occidentali e dagli Stati Uniti che le guidano.

La risposta di Obama è stata quella di "aprire la scatola", di non imporre a questo gruppo di nazioni che vogliono contare di più, il "chi non è con me è contro di me" caro al manicheismo di Bush, ma di provare a dimostrare che, finalmente, l'America intende praticare quello che predica, in materia di democrazia, di stato di diritto e di difesa della Terra, per "non chiedere ad altri quello che noi non siamo disposti a fare". "I giorni dello spreco sono finiti anche per noi" ha detto nella dichiarazione finale, per togliere quella antica sensazione che i ricchi siano sempre bravissimi a predicare quello che essi non vogliono praticare, magari accusando dall'alto, come il lupo, l'agnello di sporcare l'acqua. O che, come fu in uno dei primi e più infelici atti di Bush stracciando la modesta intesa di Kyoto, neghino addirittura l'esistenza del problema per non doverlo affrontare.

La sfida di Obama al mondo che anela a quei modelli di sviluppo che le nazioni più mature cominciano a riconoscere come insostenibile, è di "lead by example", come disse più volte in campagna elettorale, di "guidare con l'esempio" e di essere il migliore, non il più prepotente. Anche Silvio Berlusconi, che sembra avere già interamente dimenticato gli anni della presidenza Bush con l'entusiasmo del convertito per l'"obamismo", si è prontamente adeguato, e anche questa conversione al neo-ecologismo era parte del prezzo pagato, insieme con i 500 militari in più in Afghanistan e i tre prigionieri di Guantanamo accettati in Italia, per proteggere la propria posizione internazionale e quella dell'Italia.

Se il G8, come istituzione, è ormai in agonia e altri gruppi più rappresentativi del mondo lo sostituiranno, non sarà il caso di piangerlo.

Anche questo, come tutti gli organismi e le organizzazioni ha svolto la propria funzione e ormai palesemente era un sopravvissuto alla propria ragione d'essere. Ma nel Gruppo che lo sostituirà, e del quale fortunatamente l'Italia farà ancora parte in attesa di una rappresentanza collettiva dell'Europa, la lezione di questo ultimo valzer all'Aquila sarà importante, non per massaggiare la vanità dei singoli, ma per avere detto che il tempo del direttori e dei diktat dell'Occidente a "chi ci sta" e peggio per gli altri, sta tramontando. Se l'America, con l'Europa, intende ancora guidare, dovrà farlo convincendo gli altri di meritarlo con l'esempio della propria capacità di governare la propria gente e il proprio spicchio di mondo meglio con più coscienza e integrità di quanto sappiano fare Cina o India o Brasile, se ci riescono, e non per autoinvestituira. Come ha cominciato a fare, o a tentare di fare, Barack Obama riconoscendo che dall'America degli sprechi deve partire la nuova economia dello sviluppo intelligente.

(10 luglio 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, I contrasti dietro i sorrisi
Inserito da: Admin - Luglio 11, 2009, 09:16:24 am
IL COMMENTO

I contrasti dietro i sorrisi


di VITTORIO ZUCCONI

È stato l'incontro fra due viaggiatori venuti dagli estremi opposti della storia umana, il Papa bianco di una Chiesa che non può mai cambiare e il papa laico di un'America che non può fare a meno di cambiare. Dopo tanta sceneggiatura all'Aquila, il loro è stato il solo, autentico "vertice" di questi tre giorni di G8. Perché vedere quei due uomini così diversi fra loro - e basterebbero i nomi a segnalarlo, Barack Hussein e Joseph Aloisius - stringersi le mani calorosamente a nome di grandi comunità di cittadini o di credenti, era la fotografia di che cosa sia divenuto il mondo e di che cosa sia destinato a divenire.

Non esistono due figure che possano reclamare una riconoscibilità globale più immediata ed eloquente di Barack Hussein Obama e di Joseph Aloisius Ratzinger e forse per questo sembravano conoscersi da sempre. È stato probabilmente uno shock, per chi non è abituato vederlo in azione, osservare come addirittura fra i due fosse l'estraneo, Obama, ad apparire più a proprio agio del padrone di casa, che pure in quelle stanze, prima da influentissimo cardinale e ora da Capo della Chiesa, vive da decenni. Semmai il più preoccupato di fare un gesto sbagliato, di mostrarsi un ospite non abbastanza premuroso o troppo premuroso, era papa Benedetto, che posava per i fotografi con la dolorosa timidezza della sua personalità, dardeggiando gli occhi per chiedersi quando farla finita coi flash. Mentre lo straniero, unico volto nero nella folla di pallidi camerlenghi, nobiluomini, prelati, diplomatici, guardie alpine, sorrideva con la collaudata spontaneità di chi lì fosse nato.

La naturalezza del presidente americano, un "natural born leader", un uomo che sembra nato ovunque si trovi e che riempie di sé ogni spazio in cui entri, si tratti di un campetto da basket in una high school dello Iowa o di un'apoteosi di marmi barocchi e di porpore in Vaticano, rendeva spontaneo e facile un incontro che invece era pieno di sottintesi e di difficoltà.

I rapporti fra il Vaticano e gli Stati Uniti d'America non sono una storia facile. Da appena 24 anni, dal 1985 quando era papa Giovanni Paolo e presidente Ronald Reagan, i due stati si riconoscono ufficialmente. Anche oltre la formalità delle relazioni, la sostanza ha conosciuto alte e basse maree violente.

Il gelo del rapporto fra Wojtyla e Clinton, uomo dai costumi privati abominevoli per la Chiesa e dichiaratamente pro aborto, fu visibilissimo nelle visite del Papa negli Usa. A St. Louis nel Missouri e poi a Newark, nel New Jersey, quando il Pontefice e il Presidente passarono l'uno accanto all'altro come due navi che si incrociano nella notte, educatamente tenendo la distanza, senza davvero fermarsi.

L'entusiasmo per la ostentata cristianità di George Bush, che aveva fatto sperare la Santa Sede in una presidenza militante contro aborto e ricerche sulle staminali embrionali, si dissolse nella netta opposizione del Vaticano all'invasione dell'Iraq. Un'opposizione che non si tradusse affatto nell'appoggio ai candidati opposti, come John Kerry, attaccato dall'episcopato americano come "abortista" o a Barack Obama che ricevette la condanna di 73 vescovi, un terzo della Conferenza Episcopale americana, quando fu invitato il mese scorso a parlare nella principale università cattolica della nazione, "Notre Dame" dell'Indiana.

Di questa storia irrisolta, non c'era traccia visibile, nel "vertice" di ieri nei Palazzi Apostolici. Se la First Lady, Michelle, imprigionata come una statua nell'abito nero d'ordinanza sotto un velo che i capelli a crocchia alti sul capo facevano somigliare a una "mantilla", appariva un po' rigida, il marito riusciva a salutare Benedetto XVI come se avesse ritrovato il consigliere spirituale della propria giovinezza, un "brother" più anziano e caro. Lui che fu allevato dal padre e dal patrigno, musulmani, nella lettura del Corano in Indonesia, che abbracciò, tiepidamente il cristianesimo protestante dei Battisti, obbligatorio per un politico americano di colore, ha offerto al Papa la stola del primo santo americano come la cara reliquia di una religione mai professata.

Persino i Kennedy, forse perché cattolici, e Jacqueline, erano apparsi intimiditi da quelle stanze e da quell'atmosfera, quando furono ricevuti nel 1963 da Paolo VI. George Bush, con la sua libraia Laura al fianco, era visibilmente scosso dall'incontro con la schiacciante figura morale di Giovanni Paolo II. Neppure JFK, che conosceva l'arte della spontaneità a comando, aveva mostrato la capacità quasi disumana di Obama di passare dal sorriso più rilassato, in quel mondo a lui completamente estraneo, alla pensosità più riflessiva, di fronte a questo Papa con il quale, in futuro, non potranno mancare i contrasti.

Specialmente quando il nodo delle sentenze e delle leggi sull'aborto tornerà molto presto davanti al Parlamento e alle Corti americane. E Obama non potrà cavarsela con un sorriso e un discorso, come, con la sottigliezza del vecchio sacerdote che non perde occasione di tentare la salvezza della pecorella smarrita, gli ha ricordato Ratzinger regalandogli anche una copia della sua enciclica "Dignitatis personae", summa della sua dottrina anti-abortista.

Uscendo, nel trascinare i piedi per non investire la antica processione del seguito papalino, Obama si è fermato a osservare un Caravaggio, una delle tante tele casualmente appese in quelle stanze, forse pensando alle orrende croste con i ritratti dei suoi predecessori che lo attendono alle pareti della Casa Bianca. Se abbia provato un brivido di invidia e di timidezza almeno in questo confronto, non ha dato a vedere.

(11 luglio 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Barack è il messaggio
Inserito da: Admin - Luglio 12, 2009, 04:39:58 pm
L'ANALISI

Barack è il messaggio

di VITTORIO ZUCCONI



 SOLTANTO un uomo con la sua storia e il suo volto sarebbe potuto saltare dal Vaticano al cuore più nero della turpitudine coloniale bianca e dire all'Africa quello che ieri Obama ha detto in Ghana: "Yes, you can".

Sì, voi potete farcela. "Voi", con il nostro aiuto, non "noi", europei, americani, o asiatici. Non c'è molto che il mondo esterno, i club degli Otto, o Quattordici, o Venti, o quanti decideranno di essere i ricchi del mondo, possa fare per le nazioni africane, se non saranno le nazioni africane a scuotersi e a seguire l'esempio della terra detta del "Re Guerriero", appunto del Ghana.

Il ritorno al paese del figlio che ce l'ha fatta, anche se non fu la terra degli Ashanti, il Ghana, a dare origine alla famiglia paterna di Obama, ma il Kenya evitato per il caos sanguinoso interno, ha molto più di un facile valore simbolico e della carica umana di una folla in estasi. Altri leader politici hanno stanziato aiuti generosamente, come fecero Clinton e Bush, hanno espresso lo stesso concetto della "self reliance", del contare su se stessi, magari dimenticando che si domanda all'Africa di scavalcare montagne che i predicatori ancora innalzano, dalla Cina agli Stati Uniti, per succhiare le risorse del continente.

Ma per la prima volta da quando l'uomo bianco mise piede su questa costa, la persona è il messaggio. La testimonianza ha un volto reale - e intenzioni personalmente sincere - che può rompere il comprensibile scetticismo dei popoli africani verso quei distratti benefattori che si dimenticano di staccare gli assegni. Magari adducendo il pretesto che tanto, in quelle nazioni corrotte, i soldi dei poveri europei finiscono nei conti in Svizzera dei ricchi africani. Come se soltanto i ras tribali del Sub Sahara avessero conti numerati e società matrioska in Svizzera o in Lussemburgo.

Obama è una "piccola Africa" lui stesso, un uomo nato nelle condizioni più sfavorevoli che l'America del Nord potesse offrire, chiuso nel ghetto della propria pelle. Mezzosangue; figlio di una madre poco più che "sedotta e abbandonata"; sballottato attraverso le Praterie, il Pacifico, l'Indonesia, le Hawaii; portatore di un nome che sarebbe divenuto, dopo l'11 settembre, tossico, come Hussein. Sempre esposto alle tentazioni della strada e ai richiami di una comunità di colore che ancora diffida e disconosce il nero che vuole "comportarsi da bianco". E alla fine sarebbe diventato "il Re Guerriero", il Presidente della più potente tribù della Terra. Dunque può dire a chiunque, sia esso un Ghanese o un orfano della South Side di Chicago: "yes, you can". Se io ho potuto, così puoi tu.

E' lo stesso tasto sul quale, accolto con freddezza iniziale, battè nel suo discorso elettorale alla Naacp, la lobby dell'America di colore, quando disse che il tempo delle lamentazioni, del vittimismo, dei rancori era finito e ai giovani "black" americani erano aperte occasioni di successo, di studio, di promozione sociale, che i loro genitori non avrebbero neppure potuto sognare. E che spettava alle famiglie, soprattutto ai padri, assumersi la responsabilità di strappare i figli ai "videogame" e inchiodarli al quaderno dei compiti.

Come il club dei ricchi che si credono "grandi" non possono cercare alibi alla loro indifferenza davanti alla catastrofe di quella parte di umanità che essi continuano a dissanguare, così il triste club dei poveri deve trovare in sé la forza per sfruttare al meglio le proprie risorse umane e materiali, dice all'Africa il figlio tornato per un giorno alla casa del padre. Il Ghana era stato ribattezzato dai predoni di Sua Maestà britannica "la tomba dell'uomo bianco" per la strage, fatta da zanzare e malattie tropicali ignote, dei pallidi mercanti di Londra. Obama offre ai propri fratelli di essere, se lo vorranno, lo strumento per la resurrezione dell'uomo nero.

(12 luglio 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Un premio al futuro
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2009, 04:55:28 pm
IL COMMENTO

Un premio al futuro

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - Voto di incoraggiamento più che voto di profitto il Nobel per la Pace a Obama che ha mandato fuori dai gangheri coloro che non hanno mai digerito la vittoria di quest'uomo troppo diverso, ha un merito e un difetto evidenti.

Ha il merito di premiare le buone intenzioni e il difetto di ignorare l'assenza di risultati concreti ottenuti nei pochi mesi - dieci - di presidenza. Di essere, in una parola sola, una scommessa.

Non è la prima volta, e neppure l'occasione più controversa, nella quale questo Nobel, assegnato da un circolo di giudici norvegesi diversi dall'Accademia svedese, che il riconoscimento per la pace viene conferito a lavori in corso o per successi discutibili. Quando lo vinse Lech Walesa, che ieri è stato ingenerosamente tra i critici di Obama, era l'anno 1983 e la battaglia di Solidarnosc contro il regime polacco era ancora molto lontana dal successo pacifico, mentre infuriavano le voci di un'invasione sovietica. E il primo presidente americano che lo ricevette, Theodore Roosevelt nel 1906, era reduce da una guerra coloniale per strappare Cuba alla Spagna, dove aveva condotto bande di volontari, cowboy e irregolari all'assalto delle colline nemiche.

La novità soprendente di questa edizione 2009 non è il suo essere controversa, perché da Arafat a Le Duc Tho, da Kissinger a Mohamed el Baradei, direttore dell'Agenzia atomica internazionale, molti insigniti hanno lasciato più dubbi che entusiasmi. È l'essere stata dedicata alle intenzioni, prima che alle azioni, e l'aver premiato per la prima volta un capo di Stato all'inizio della propria difficilissima avventura. Un azzardo, una puntata a partita appena iniziata.

Il merito di Barack Obama, quello che ha creato l'unanimità di giudizio fra i giudici, è stato di essersi visto ancora come il non-Bush, la non-Coca Cola, secondo lo slogan celebre di una bibita che voleva fare concorrenza alla marca più famosa; come colui che vede, e fa, la guerra come ultima possibilità e non come scelta ideologica a priori. Almeno agli occhi dell'Europa - un po' meno dell'America, dove l'infatuazione elettorale, come sempre accade, si è inevitabilmente raffreddata - Obama incassa ancora i grassi dividendi (oggi divenuti il milione di euro del Nobel) della plebiscitaria impopolarità di Bush nel mondo.

È sembrato un paradosso anche il fatto che sia stato scelto come simbolo di pace proprio nei giorni in cui potrebbe decidere, con molta riluttanza, di inviare altri 40mila soldati in Afghanistan in missione di guerra come gli domandano i generali. Ma il Nobel non ha mai premiato i pacifisti, come a volte si equivoca, piuttosto coloro che alla pace arrivano anche preparando la guerra, secondo il motto latino, o vincendola. Cordell Hull, il segretario di Stato americano insignito nel 1945, era l'autorevole rappresentante di una nazione che aveva appena sganciato due bombe atomiche sul Giappone e condotto una guerra senza quartiere. Ma aveva aiutato a combattere e a vincere un conflitto che appariva indubitabilmente giusto.

Non tutti, vuole dire questo Nobel ancora più controverso, soggettivo e addirittura screditato - per chi non ne condivide le scelte - di quello per la Letteratura, possono essere apostoli e martiri della non violenza come Martin Luther King, madre Teresa di Calcutta, Albert Schweitzer e Aung Sang Suu Ky. In Obama si è voluta riconoscere la volontà di ammettere, politicamente, gli errori ideologici dei predecessori infilati nel vicolo cieco dei cambi di regime a piacere, anche se l'eredità di quegli errori continua a trascinare il nuovo presidente nel pantano dove si è trovato al suo insediamento.

Anche la reazione della Casa Bianca alla notizia, che Obama ha raccontato di avere saputo dalla figlia che lo ha svegliato annunciandogli di essere stato premiato (graziosa bugia per il pubblico, perché era già stato preavvertito dall'addetto stampa Gibbs alle 6 del mattino) porta quel segno di novità, di aria fresca nel palazzo del massimo potere, che il cupo regno di Bush e del suoi ringhioso vice Cheney avevano reso soffocante. "Wow!" è stata la prima esclamazione, da teenager sopreso da un grosso regalo inatteso. E poi barbecue serale, con bistecche e salsicce e hamburger, come un picnic in famiglia con amici.

Un'assenza di retorica, di vanagloria, di rivincita contro il branco di chi abbaia contro di lui, che conforta ancora più delle sue parole di risposta ufficiali, dove ha ammesso che non sono stati i suoi "accomplishment", i risultati, a meritargli il premio, ma "il riconoscimento del ruolo di leadership dell'America". Possibilmente un'America che somigli più al discorso del Cairo pronunciato da Obama che ai proclami deliranti di "nuovi secoli americani" scritti dai neotrotskisti - poi detti neocon - convertiti alla crociata permanente. Questo premio è semplicemente una "chiamata ad agire". Nel gergo sportivo, Obama ha fatto il gol e ora deve meritarselo.

© Riproduzione riservata (10 ottobre 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Dalle promesse alla realtà
Inserito da: Admin - Novembre 16, 2009, 10:51:17 pm
L'ANALISI

Dalle promesse alla realtà

di VITTORIO ZUCCONI


"Avrebbe potuto prendere il toro dell'inquinamento globale per le corna a Copenaghen e invece lo ha scansato" fremono contro Obama gli ambientalisti del Wwf, aggiunti da ieri alla sempre più lunga lista internazionale dei delusi dal carismatico "profeta del cambiamento" che in 10 mesi di presidenza sembra avere cambiato poco.

La sua rinuncia a fare del vertice Onu in Danimarca sull'ambiente, in dicembre, la affermazione definitiva del nuovo corso americano sul clima, e la notizia che il presidente oggi occupato a parlare di vile moneta e di mercati con i cinesi, neppure si scomoderà a parteciparvi visto che nessun trattato concreto ne uscirà oltre i soliti "impegni politici" sta seminando lo sconforto tra coloro che avevano visto in lui l'attore di quella svolta ambientalista che George Bush aveva scaricato. Se non è proprio lo sprezzante rifiuto del primo accordo di Kyoto che George "W" aveva pronunciato morto nel 2001 per rassicurare subito i poteri economici e industriali americani che lo avevano appoggiato, l'ammissione che anche questo nuovo tentativo di affrontare appunto "per le corna" il toro del degrado ambientale planetario è stato accantonato, sembra la "piccola Kyoto" di Barack Hussein Obama.

Ma una differenza fondamentale, anche se ancora non tradotta in azione politica e diplomatica internazionale, fra la ritirata di Kyoto ordinata da Bush e il "time out" di Copenhagen voluto da Obama esiste e può consolare i delusi del Wwf e gli ambientalisti che si attendevano dalla Danimarca molto più di un "accordo politico vincolante" come lo ha chiamato il premier danese Rasmussen, dove il sostantivo, "politico", svuota l'aggettivo "vincolante". Il Bush dei primi quattro anni era ideologicamente scettico, se non proprio indifferente, all'ambientalismo, alla globalizzazione della risposta, alla cultura dell'"effetto serra" e del surriscaldamento della Terra provocato dall'attività umana che lui, e i suoi suggeritori politici, consideravano, appunto, come un'ideologia, non a caso incarnata dal rivale che aveva (forse) sconfitto alle elezioni del 2000, Al Gore.

Il problema, e l'atteggiamento di Obama, è tutt'altro. Ha la stessa radice di tutte le "delusioni" che la sua politica su Guantanamo, le guerre in Iraq e in Afghanistan, la sfida del terrorismo transnazionale, la riforma della sanità, le grandi questioni etiche e pratiche come l'aborto, le unioni fra persone dello stesso sesso, i "gay" nelle forze armate, stanno sollevando nel "movimento" che lo proiettò alla Casa Bianca. Obama vorrebbe, ma non riesce.
Bush non voleva e riuscì a non fare, che è sempre cosa assai più facile.

Il presidente in carica sta, giorno dopo giorno, scoprendo, o ammettendo dopo la scintillante retorica della sua campagna elettorale, quello che tutti i suoi predecessori avevano scoperto, che cioè tra il promettere e il mantenere esiste, anche per la persona che si definisce come "la più potente" del mondo, un abisso. E che questo abisso pratico appare tanto più largo e profondo quanto più grandi erano le speranze suscitate e le promesse fatte. Si può essere, come non abbiamo ragione di dubitare che lui sia, convinti ambientalisti, ma questa convinzione non si traduce necessariamente in un trattato che imponga - come Copenhagen, molto più del vago accordo di Kyoto avrebbero fatto - alle nazioni sviluppate, alle nuove potenze emergenti come India, Cina o Brasile, all'Africa che insegue arrancando, alla parte dell'Asia ancora arretrata, di rispettare meccanismi severi e minuziosi di comportamento.

Si può, e sicuramente lui lo vorrebbe, cercare di ripulire le stalle di Guantanamo, di chiudere l'insensatezza irakena, di trovare la chiave del rompicapo afghano, di dare una copertura sanitaria agli esclusi per censo o per cattiva salute. Ma il "toro" delle opposizioni, degli interessi contrari, degli opportunismi politici, diciamo pure della realtà, non si lascia infilzare facilmente.

Dalla radicalità delle parole alla vischiosità delle cose sta il passaggio che Obama non riesce ancora a compiere, non essendo comunque lui mai stato quel rivoluzionario che soltanto la propaganda avversaria, e le farneticazione tele e radiofoniche di chi lo detesta anche per il colore della pelle senza naturalmente mai ammetterlo, dipingevano. Per questo, come nel caso della "rivoluzione ambientale" interrotta con la rinuncia, per ora, al trattato di Copenhagen che non sarà abbandonato ma ripreso e spinto da lui, Obama tergiversa, negozia, media, attende, scansa il toro, nella speranza di fiaccarlo. Purtroppo per lui, il tempo passa, le amarezze aumentano, nuove elezioni incombono e il torero rischia di restare solo nell'arena delle delusioni.

© Riproduzione riservata (16 novembre 2009)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Il soldato riluttante
Inserito da: Admin - Dicembre 11, 2009, 04:33:46 pm
IL COMMENTO

Il soldato riluttante

di VITTORIO ZUCCONI


Sta nell'equivoco insidioso tra "pacifico" e "pacifista" la chiave per capire le perplessità e i sarcasmi che hanno accompagnato, in America come nel resto del mondo, la consegna del Nobel per la pace a Barack Obama.

Se il Presidente americano sembra avere tradito le speranze che lui stesso aveva suscitato e avere accettato un riconoscimento che stride con la escalation della guerra in Afghanistan, è perché si vuole ignorare la differenza fondamentale che esiste fra coloro che combattono guerre "per scelta" e coloro che le combattono "per necessità".

È la abissale distanza morale che separa le guerre di Roosevelt in Europa e nel Pacifico, dalle guerre di Johnson e Nixon in Asia, le divisioni di Wilson sacrificate sul fronte francese dalla aggressione nipponica a Pearl Harbor, e che Obama ha riassunto, nell'accettare il premio con modestia ai limiti dell'imbarazzo, in un altro aggettivo chiave: "giusta". Per la nobile sensibilità del pacifista, quella fra "giusta" e "ingiusta" è una distinzione senza una differenza, essendo ogni guerra per definizione il Male assoluto da respingere. Per la responsabilità dell'uomo pacifico e del guerriero riluttante, le armi sono invece l'ultimo ricorso, quando ogni altro tentativo, se fatto seriamente e non soltanto per predisporsi un alibi propagandistico, è fallito.

Nel confondere Obama con Bush, nel mescolare la tragica ideologia della "democrazia da esportare" laddove aggradi al più forte con la amarissima, sofferta scelta di insistere nell'operazione afghana, troppi osservatori dimenticano, forse in malafede, che l'invasione, l'occupazione e le operazioni di controguerriglia in Afghanistan ebbero, e ancora hanno, la piena e formale sanzione dell'Onu, che riconobbe nel regime Talebano e nella metastasi terroristica da esso ospitata, una minaccia per l'umanità, manifestata nell'ignominia delle Due Torri. Fu invece soltanto a cose fatte e decise, dopo la stravagante e inedita formula della "coalizione di chi era disposto a starci", costruita su un cumulo di false prove e di dottrine tagliate su misura, che l'Onu diede a malincuore una copertura agli Stati Uniti, quando invasero e occuparono una nazione governata da un regime abominevole, ma estraneo alle trame del fondamentalismo globale.

Qui si spalanca l'equivoco fra "pacifista" e "pacifico". Se la ideologia del pacifismo fosse accettabile, sarebbe Neville Chamberlain, il premier britannico che non osò fermare Hitler per non spezzare la pace formale in Europa, a meritare il Nobel, e sarebbe invece Winston Churchill, colui che utilizzando ogni arma in proprio possesso, rispose ferocemente all'aggressione tedesca, garantendo così due generazioni di pace e di libertà all'Europa occidentale. Il pacifismo, ben oltre il valore sempre assai discutibile di un premio come questo Nobel che ha coronato discutibili campioni della mitezza come Kissinger, il nordvietnamita Le Duc-Tho o Yasser Arafat, è un lusso che il primo responsabile di una nazione come gli Stati Uniti non si può concedere. Non quando dal sistema di sicurezza collettiva instaurato dopo il 1945, non per volontà americana ma per il risucchio del suicidio europeo, dipende, ieri nella Guerra Fredda, oggi nella guerra subdola e asimmetrica contro il fanatismo armato, la sopravvivenza di chi agli Usa si è affidato. Scoprendosi, come disse un incontestabile leader della sinistra mondiale, Enrico Berlinguer, "più sicuri" da questa parte.

La scelta di accrescere, e non di smobilitare, l'occupazione dell'Afghanistan, lo scontro contro i neo-Taleban risorti grazie al fallimento della strategia adottata da Bush che aveva sprecato consenso e uomini per abbattere Saddam mentre si ricostituiva al Qaeda, l'estensione delle missioni in territorio pakistano - come Obama aveva sempre annunciato di voler fare - potrà rivelarsi catastrofica o vincente, un nuovo Vietnam o almeno una Corea stabilizzata nella sua suddivisione. Ma Obama è sicuramente dentro la storia e la tradizione e la cultura americana, anche se i sondaggi per il momento lo castigano, nell'accettare la tragica necessità della guerra e nello sfuggire, come fecero Wilson, come Roosevelt, come Truman, alla tentazione dell'isolazionismo e dell'autoesclusione da un mondo che non è più separato da comodi oceani.

Obama è l'uomo tranquillo che non vorrebbe battersi, ma non può accettare la violenza, il sopruso e la minaccia alla nazione che gli si è affidata. È il leggendario "Sergente York" interpretato nel 1941 da Gary Cooper, strenuo obbiettore di coscienza e pacifista che, costretto in trincea, impara a uccidere e a sconfiggere il nemico. E sa che la strada per ogni pace, pur effimera, è sempre, nel calvario della storia umana, lastricata dalla guerra. Se quello sarà il risultato, questo Nobel sarà stato ben meritato.

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da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. La roulette Trump
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2010, 10:01:39 am
IL PERSONAGGIO

Serpico, il poliziotto eroe ora vive in una capanna

Denunciò la corruzione dei colleghi. La sua storia diventò un film.

Quarant'anni dopo fa l'eremita e scrive un libro di memorie.

Nel cranio porta i frammenti dei proiettili che gli furono esplosi in faccia nel 1971


di VITTORIO ZUCCONI

Nell'alta valle del fiume Hudson, dove l'acqua del fiume che bagnerà poi Manhattan è ancora limpida, vive da eremita il vecchio che fece crollare il "Blue Wall", il muro blu dell'omertà e della corruzione poliziesca a New York: Serpico. Nel cranio porta ancora i frammenti dei proiettili che gli furono esplosi in faccia. Nel cuore l'amarezza per essere stato dimenticato ed espulso dai "fratelli" in uniforme come un rifiuto tossico. Nel nome riassume la vergogna e lo scandalo che cambiò la polizia in blu e che fece di lui un libro venduto a tre milioni di copie, un'inchiesta ufficiale devastante e un film leggendario.

Lo ha scovato, nella capanna di tronchi da pioniere che egli stesso si è costruito e dove vive con la sua "ragazza" come chiama la signora di cinquant'anni che gli fa compagnia, il New York Times, mezzo secolo dopo quel 1959 nel quale Frank Serpico divenne patrolman, piedipiatti, poliziotto di quartiere a Brooklyn. Frank, che da vecchio somiglia sempre più, nella barba un po' irsuta, nel volto stazzonato da 73 anni di vita dura, nella bandana che gli avvolge la testa ancora trafitta dal dolore dei frammenti di piombo, al personaggio che Al Pacino portò sullo schermo, non è, neppure nella quiete profonda dei boschi, un uomo in pace. Serpico è ancora in guerra col mondo, come era in guerra con i gangster, i pusher, i magnaccia, i mafiosi di Brooklyn, ma soprattutto con i suoi colleghi del "Nypd", il Dipartimento di Polizia, che di quei delinquenti erano al soldo. "Ho ancora incubi - racconta - ogni volta che schiudo una porta, vedo la canna della pistola che mi sparò in faccia".

Vede, soprattutto, quello che accadde dopo, mentre lui cadeva sul pianerottolo della casa di Brooklyn dove era entrato per fermare lo scambio di 10 chili di eroina, con il volto coperto di sangue. Ricorda i colleghi in blu e in borghese, quelli come lui, i detective under cover che assistono alla sua probabile agonia senza invocare nei walkie-talkie e nelle autoradio il "Codice 10-13", "agente a terra colpito" che avrebbe richiamato le ambulanze. Rivede il vecchio immigrato clandestino, un messicano, che da un appartamento vicino chiamò i soccorsi, prima che un'autopattuglia finalmente lo buttasse sul sedile posteriore, portandolo a un ospedale. Frank Serpico, il "napoletano", il figlio di un italiano arrivato da Marigliano, oggi uno dei borghi satellite più inquinati di Napoli, doveva morire, perché tutti sapevano che aveva deciso di scuotere l'albero della cuccagna, i soldi che la polizia incassava dalla malavita.

"Non so che cosa sia cambiato, forse qualcosa, forse niente", dice oggi, da lontano, nella solitudine della sua log cabin, della capanna di tronchi, "Paco", come lo avevano soprannominato, dove sta scrivendo le memoria "prima che sia troppo tardi". Allora, molto sembrò cambiare, e quella schioppettata in faccia che lui si prese entrando nel nido degli spacciatori nell'indifferenza soddisfatta dei colleghi, fece finalmente tremare il "Muro Blu". Fu insediata una commissione d'inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della "faccia".

La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti "on the take", come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i "grass eaters", quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i "meat eaters", i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle "famigghie", delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di "centinaia di milioni di dollari" ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori.

Il figlio dell'immigrato napoletano che "non ci stava" fu celebrato fuori, ed esecrato dentro: "avevo spezzato l'omertà". Venne promosso a detective, decorato con una medaglia che oggi tiene buttata in un cassetto, salutato davanti alle telecamere dai tromboni del potere come un eroe. E poi, appena cinque anni dopo la grande "pokazuka", la sceneggiata del risanamento, allontanato. Scomparve. Emigrò in Europa, in Svizzera, quanto di più lontano dalla sua New York si potesse trovare, vivendo con la quota di diritti d'autore sul libro che Peter Mass aveva scritto su di lui e con lui, e sul film girato da Sidney Lumet con un sensazionale Al Pacino.

Ma neppure la Svizzera fece di lui un mite borghese integrato. Quando si rassegnò a tornare in patria, tornò a New York, sì, ma nello Stato, nel nord selvatico. Riprese i panni dello hippie che usava da investigatore e l'irrequietezza del ribelle che era sempre stato, anche con il "badge", con il distintivo della polizia, e la sua famosa Browing 9mm, sotto gli stracci da vagabondo. E anche dalla solitudine silvana, non avrebbe mai smesso di dar fastidio. Oggi nel suo blog ringhioso, ieri con lettere ai giorni, avrebbe continuato a irritare quella polizia dove, da bambino italiano aveva sognato di entrare. "Forse sono meno corrotti, ma sono ancora più brutali e quindi ancora più fuori dalla legge che dovrebbero far rispettare", dice e ricorda Amadou Diallo, il ghaniano di 23 anni disarmato che quattro poliziotti del Bronx abbatterono nel 1999 sparandogli 41 colpi di pistola in corpo per "malinteso", uscendo tutti assolti.

Non c'è pace per lui, neppure fra i larici e gli abeti del Nord, dove la compagna lo sorprende a seguire tracce di sangue nella neve, per raggiungere animali, cervi, orsi, procioni, martore e scoprire perché abbiano sanguinato. Un matto, un maniaco, come tutti coloro che si ostinano a credere alla giustizia.

© Riproduzione riservata (25 gennaio 2010)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI La "rivoluzione" di Obama spaventa i medici, costretti ad ...
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2010, 10:33:03 am
Lui guadagnerà meno, lei potrà finalmente curarsi.

Confusione e paura dell'ignoto

La "rivoluzione" di Obama spaventa i medici, costretti ad applicare tariffe calmierate

L'ira di Jerry, la gioia di Giorgina il doppio volto della riforma

di VITTORIO ZUCCONI


NEW YORK -"Ho 41 anni, una moglie che non può lavorare con 3 figli piccoli, opero e visito 14 ore al giorno. La riforma della sanità mi condanna".

Il dottore che fa nascere i bambini nell'immenso ospedale del New Jersey dedicato a San Barnaba si toglie la bustina azzurra da sala chirurgica e guarda il secchio di orrido caffè ospedaliero ormai freddo sulla formica rosa della mensa: "Ogni anno pago cifre astronomiche per l'assicurazione, ancora non ho finito di saldare il debito per la laurea e la specializzazione, e Obama mi ha rovinato perché lui deve passare alla storia". Ha appena finito tre cesarei, un isterectomia, un intervento esplorativo, due parti naturali al St. Barnabas di Livingston, un sobborgo a mezz'ora da New York, nella prima mattina della nuova era della "Obamacare", della sanità per tutti, e l'uomo che dà la vita si sente derubato della propria. "Questa riforma che tanto piace ai liberal, ai progressisti, lascerà ancora più donne senza assistenza, perché costringerà gli specialisti come me, gli ostetrici, i cardiologi, gli oncologi, gli ortopedici a lavorare per tariffe fissate dal governo, o a lasciare la professione. Un mio collega radiologo sta già studiando per prendere la licenza da agente immobiliare".

Il dottor Jerry, che è il suo nome vero e che ho visto lavorare da vicino sulle vite della mia famiglia, è l'altra faccia di questa rivoluzione che la legge approvata dalla Camera per tre minuscoli voti di maggioranza su 435 deputati inaugura. In realtà nessuno, il mattino dopo la rivoluzione, di fronte alle 209 pagine che contiene, sa ancora bene dove porterà un'America che mai, nella propria storia, aveva visto niente di simile. Le storie umane degli uomini e delle donne risucchiati da un evento che la nazione aveva atteso per 100 anni, dalla iniziativa di Teddy Roosevelt nel 1912, ma che ora non sa come affrontare, si intercettano e si scontrano come particelle di carica opposta in una molecola. Agitate dalla più elementare e sicura delle verità politiche e sociali: tutti diciamo di essere favorevoli al "cambiamento", il change evocato da Obama, ma quando il cambiamento arriva, scatena la paura dell'ignoto.


Per un dottor Jerry, affranto dalla fatica della sala operatoria e dal terrore di vedersi azzoppato proprio negli anni in cui dovrebbe cominciare a incassare i benefici della professione cominciata di fatto a 32 anni, dopo studi, apprendistati, vita da schiavo in camice bianco negli ospedali, ci sono le Giorgine, la signora del Salvador che ha strappato dopo 12 anni l'agognata cittadinanza americana, ma che lavora in casa mia in nero - come tutte le Giorgine del Salvador e i Lazaro del Nicaragua - e prega tutte le Madonne, le Macumbe, le Santerie, i Serpenti Piumati della propria terra affinché la proteggano dalla malattia. Non ha mai visto un dottor Jerry in vita sua. Non sa che cosa siano mammografie, tac, ecografie, non parliamo di risonanze magnetiche sparate a duemila dollari al colpo per ammortizzare in fretta il costo della macchina, oggi oltre il milione di dollari. La sua polizza è la medaglietta al collo e lo sticker sul paraurti della Toyota sdrucita, "Jesus saves", Gesù ti salva, perché se non ci pensa Lui, nessun altro la salverà.

Non ha capito quasi niente, come non hanno capito niente neppure i 219 deputati che hanno votato sì, o i 216 che hanno detto no, di questo trattato sull'assicurazione obbligatoria e quasi universale. Ieri mattina è andata dove vanno le Giorgine e le Dolores e i Jesus (nel senso degli uomini) in queste occasioni, in chiesa, a sentire dal pastore che cosa cambierà per lei. E ha gli occhi lucidi, forse soltanto stanchi. "Pare che molto presto, entro sei mesi, potrò avere una polizza anch'io, per 300 dollari al mese e senza limite di durata. Se non ce la faccio, "lo Estado" (fa un po' casino fra stati e governo federale) mi darà la differenza fra quanto posso pagare e quei 300 dollari". Ma c'è un limite di reddito, la avverto. "Sì, 88 mila dollari all'anno per un famiglia di quattro, e quando mai ci arrivo". Ride, perché la sua povertà è diventata una forza. "E sa una cosa?" No, me la dica. "Con quei 300 dollari al mese potrò coprire anche mio marito, che è disoccupato, e i miei due figli, fino a 26 anni. I niños saranno coperti, capisce?". Ah, i niños. Non più serpenti piumati e santos.

Appena avrà la polizza, correrà in ospedale per una mammografia, quella che le signore per la quali lavora a ore si fanno religiosamente ogni anno. Sua madre morì alla sua età, 43 anni, di tumore alla mammella. La speranza di sopravvivere, per Giorgina, è un radiologo che non si butti sull'immobiliare.

Nel pronto soccorso del Morristown Memorial Hospital, un altro dei mega ospedali che gravitano attorno a Manhattan e sono regolarmente assaliti perché meno cari, si affolla la solita umanità dei disperati senza copertura, che trascinano bambini con il moccio fino al mento e robusti, tossicolosi giovanotti dall'aria clandestina che il poliziotto finge di non vedere e che gli ospedali sono obbligati a visitare e curare una volta, in emergenza, e poi buona notte e buona fortuna. Ci incontro Greg, il signore di mezza età che finge di fare il concierge nel mio condominio, sempre elegante nella livrea nera passata dalla ditta con le chiavette all'occhiello. Ha il cuore ballerino. Una lunga serie di mance ci ha reso amici. "Qui c'è un medico che mi passa i betabloccanti per regolare il battito, gli ho fatto molti favori in passato, un angelo, tanto qui ne hanno a casse".

Credevo avesse l'assicurazione, come dipendente di una legittima società che amministra condomini. "Ce l'avevo fino a tre anni or sono, poi la società è fallita e la nuova non mi ha potuto assicurare per via del cuore, troppo rischioso". Tra le pagine della legge c'è anche scritto che questo non potrà più accadere. Le assicurazioni saranno obbligate a coprire, inaudito, non soltanto i sani, ma anche i malati, orrore. Greg, che si sente ora come il cliente di uno spacciatore che gli passa sottobanco i betabloccanti per il cuore, potrà andare in farmacia e dire le parole magiche: "Paga l'assicurazione".

"Ma i medici non saranno obbligati a visitarli e curarli", risponde subito l'uomo che fa nascere i futuri americani. "Già oggi i poveri avevano l'assistenza chiamata Medicaid, pagata dagli stati, e i vecchi la Medicare nazionale, ma gli ospedali non sono obbligati a ricoverarli, per i pochi dollari di rimborso pubblico che ricevono e che pure hanno mandato in bancarotta stati come la California. Quello del dottore in Cadillac con la villa a Martha's Vineyard è un mito, forse era vero 30 anni or sono".

Un medico generico, un medico di famiglia, negli Stati Uniti comincia a lavorare, gratis per la pratica in ospedale, ad almeno 30 anni, dopo i 4 anni di università, i 4 successivi di Medicina, la "residenza" ospedaliera. E poi le varie specializzazioni, ormai indispensabili. I medici di prima linea sono sempre più immigrati, laureati in Vietnam, o Messico, o Kenya, o Thailandia o a Grenada, che superano gli esami di accreditatamento in America e poi vanno al fronte dei pronto soccorso. Il costo di una laurea in medicina è raddoppiato dal 2000 a oggi, e il debito medio di un neo dottore, contratto per pagarsi le rette e la vita, è di 154 mila dollari. La loro vita professionale è una corsa che comincia con l'handicap. La accettano perché la promessa, il patto, è che dopo il salasso finanziario e la fatica di studiare per almeno dieci anni, la schiavizzazione e le astronomiche cifre di assicurazione contro le querele per errori medici, "malpractice", che possono demolirli a 40 anni, e che vedono un ostetrico responsabile per eventuali danni al neonato fino ai 16 anni di età, si apre la prateria dei guadagni. O, come scuote la testa il dottor Jerry, adesso si chiude. "C'erano altri modi per allargare la copertura alle donne che non possono permettersi una mammografia, per gli uomini che non possono controllarsi la prostata, ma questo di Obama è il peggiore, perché punisce noi medici, come fossimo noi i responsabili dei 2 mila e cinquecento miliardi che costa la sanità in America o dei 900 miliardi che le assicurazioni sparecchiano".

Parlare con lui, e con altri medici, è, in questo primo giorno di una nuova era, invertire il rapporto fra paziente e dottore: dovrei essere io a consolarlo, a dargli una ricetta contro la depressione. Non tutti, non ufficialmente, sono così pessimisti. La loro Associazione Nazionale si era espressa cautamente a favore, e così l'Associazione degli infermieri, ma in comune hanno la sensazione che il gioco sia cambiato, che il patto implicito stipulato quando si iscrissero alle Medical School sia stato tradito. Fine del mondo in corsia.

Ma non è vero, e tutti lo sanno bene, senza confessarlo. Sanno che l'America non finirà soltanto perché Giorgina potrà andare dal ginecologo con l'aiuto dello "estado" e Greg il concierge non dovrà più ricorrere alla complicità di un medico per le sue pillole, mentre gli uomini e le donne con le bustine azzurre che fanno un po' Armata Rossa, resteranno il signor dottore, anche coi debiti, il mutuo e l'assicurazione legale. La vertigine dell'ignoto, di un Nuovo Mondo nel nuovo mondo, sarà assorbita e il sistema tornerà in equilibro, fra l'uomo che fa nascere i bambini e la donna che vorrebbe averne, ma non può pagare i 25 mila dollari per un parto normale o i 50 mila per un cesareo con quattro giorni di degenza che oggi sono la moneta corrente. Quando Obama e la sua riforma saranno divenuti parte della storia antica, le donne continueranno a fare bambini e i medici ad aiutarli a nascere. E magari, nel frattempo, anche il caffè dell'ospedale dell'apostolo Barnaba farà meno schifo.

© Riproduzione riservata (23 marzo 2010)
da repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI Una impopolare scelta di civiltà
Inserito da: Admin - Agosto 16, 2010, 04:52:04 pm
L'ANALISI

Una impopolare scelta di civiltà

di VITTORIO ZUCCONI

   
CI VOLEVANO fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".

In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.

Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.

Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.

Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.

Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.

Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".

Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.

Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".

E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.

(15 agosto 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/08/15/news/zucconi_obama-6296328/?ref=HREC1-8


Titolo: VITTORIO ZUCCONI - L'arma letale
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2010, 11:52:42 am
L'ANALISI

L'arma letale

di VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON -

Non è uno "scoop" e neppure un altro scandalo, quello che ha investito ieri sera l'universo dei rapporti internazionali, è il "ciclone wiki" che cambierà il mondo politico che abbiamo ereditato sollevando il sudario sopra segreti finora gelosamente custoditi. Ora sappiamo cose che non avremmo mai dovuto sapere, su dittatori, regimi, governi amici, intenzioni, operazioni di spionaggio contro l'Onu, capi di governo e di stato come Sarkozy e Berlusconi.
 
Note sferzanti che non si sarebbero mai dovute rivelare, giudizi riservati a pochi consumatori dentro i palazzi del potere. Sappiamo che cosa pensano davvero degli altri, del governo italiano, e nulla sarà più come prima nelle cancellerie.

Non lo sarà neppure agli occhi del pubblico, che ricorderà, per averlo visto finalmente bianco su nero, che cosa ci sia davvero, quali giudizi reali corrano nel profondo dei governi anche amici dietro i sorrisi e i comunicati finali per il consumo delle telecamere. La storia della diplomazia, che è la forma nobile e pacifica anche se molto spesso bugiarda delle relazioni fra Paesi e governi da secoli prima che degeneri in guerre, deve ricominciare su basi nuove, sapendo che ci può sempre essere un paio d'occhi elettronici che guardano chi scrive, sopra le sue spalle.

Al centro del vortice sta naturalmente l'America i cui rappresentanti nelle capitali del mondo, a Roma come a Berlino, hanno visto i propri giudizi e le proprie valutazioni riservate,
perciò spesso taglienti e sferzanti come devono essere, esposte in pubblico. Questa di Washington è una capitale nel panico, in crisi di nervi ancora più di Roma, dove l'umiliazione dovrebbe essere profonda e si tenta di spiegare l'umiliazione con teoremi di oscuri complotti.

Lo shock letale di questa bufera sta nel fatto che si veda crudamente, su una scala globale che mai era stata raggiunta prima, la verità dietro i panni curiali e gli abiti da sera, spogliata da ogni formula di convenienza e di ogni ipocrisia. Era già accaduto altre volte, a pezzi e bocconi, dai documenti interni del Pentagono sul Vietnam nel 1971 ai rapporti sui finanziamenti della Cia a partiti e organizzazione italiani e sulle bustarelle della Lockheed a ministri e generali, che "Segreti di Stato" americani diventassero pubblici e scuotessero alle fondamenta governi alleati e amici.

Dagli anni del Watergate fino alla strategia della presidenza Obama in Pakistan, giornalisti e autori come Bob Woodward hanno costruito successi e reputazioni mondiali usando rapporti e analisi pensati per restare segreti. Ma il salto di quantità generato dal nuovo strumento di diffusione totale, la Rete, è diventato naturalmente "salto di qualità". Una tempesta occasionale è divenuta un ciclone planetario, senza confini come è senza confini l'ombra della diplomazia Usa.

Tutti i governi sanno perfettamente che i giudizi pubblici, i comunicati finali, le "photo opportunity" con sorriso per le telecamere, nascondono valutazioni spesso molto diverse da quelle fornite per il consumo pubblico. A quei successi e amicizie "personali" vantate per vanagloria o per interesse, crede chi ci vuole credere e non saranno neppure centomila o un milione di comunicazioni riservate ad aprire gli occhi di chi non vuole vedere. Si dirà che sono soltanto giudizi, cose sentite dire, valutazione sommarie e personali di questo o quel funzionario.

Ma una verità è certa: questo è quanto si dicevano fra di loro, nel confessionale della diplomazia, gli americani. Come hanno detto le telefonate della disperazione che il segretario di Stato Clinton ha dovuto fare alle capitali amiche o ha scritto con tono inutilmente minaccioso il massimo consulente legale, Harold Koh, non è il giudizio su Putin, Karzai, il Pakistan, l'Arabia Saudita o Silvio Berlusconi, giudizi che tutti conoscevamo senza averne la prova, quello che getta nell'imbarazzo gli Stati Uniti, è il fatto che sia stato reso pubblico.
L'imbarazzo , anzi, la vergogna dovrebbero colpire chi si vede valutato e descritto per ciò che realmente si pensa e si sa di lui, su documenti scritti per cercare di dire la verità. I diplomatici mentono in pubblico per professione, ma sanno di dovere dire, almeno nelle democrazia, la verità ai propri superiori nei rapporti riservati.

Neppure i giganteschi casi di spionaggio militare emersi negli anni della Guerra Fredda o i progetti segretissime per aerei e armi nuove che finivano sui tavoli del Cremlino prima ancora di essere fabbricati, hanno mai raggiunto la gravità e l'umiliazione di questa tempesta di informazioni che hanno fatto parlare addirittura di "infoterrorismo" e sollevato paragoni con l'attacco dell'11 settembre.
 Nel grande gioco dello spionaggio, e nel precario equilibrio della reciproca distruzione nucleare, le potenze avversarie sapevano, e accettavano, che gli "altri" conoscessero, le intenzioni, come ulteriore garanzia contro colpi di testa.

Questo, invece, è un mondo nuovo nel quale ci siamo avventurati grazie ai computer che tutto ricordano, nulla dimenticano, ma tutto possono anche essere indotti a rigurgitare, con la chiave giusta d'accesso. Il "total recall", la memoria assoluta della Rete è la base per la "rivelazione totale".

Un'arma letale non creata ma sfruttata da Assange e dal suo sito collettore di "raw material", di ogni materiale informativo grezzo, che potrebbe avere affetti paradossale, spiegano i diplomatici di carriera, e generare non più verità, ma la paranoia, e dunque ancora più bugie anche in segreto. La vulnerabilità delle comunicazioni diplomatiche provocheranno inchieste. Il ciclone genererà altre tempeste surrogate. Deputati e senatori hanno già chiesto l'incriminazione di Assange e del suo WikiLeaks, commissioni, udienze teletrasmesse, soprattutto nella Camera a maggioranza anti-Obamiana che si riunirà dal prossimi gennaio. Anche questa vicenda andrà nel calderone delle accuse al Presidente. Washington offrirà uno di quei grandi spettacoli di autoflagellazione e di reciproche accuse che dopo questi eventi inesorabilmente si scatenano.

L'America, ma soprattuto i suoi finti amici pubblici disprezzati o derisi in privato sono, da oggi, un "re nudo".
 

(29 novembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/29/news/zucconi_wiki-9628966/?ref=HREA-1


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Quel finto applauso chiesto a Bush
Inserito da: Admin - Dicembre 03, 2010, 11:21:27 pm
WIKILEAKS

Quel finto applauso chiesto a Bush

di VITTORIO ZUCCONI

Il teatrino dei pupi andò in scena a Washington nell'inverno del 2006, vigilia ansiosa delle elezioni politiche in Italia. Un Berlusconi tormentato dai sondaggi aveva bussato alla porta di Washington e di Bush per avere un salvagente. Gli fu concesso il discorso davanti al Congresso, al Parlamento a Camere riunite, come Washington regala ai clienti che vuole puntellare. Lo show gli fu benignamente concesso, ma, avvertirono ambasciatori e funzionari, "con molta prudenza", perché di lui, "formidabile gaffeur", "pistolero della politica" e vacillante alleato sui fronti russi e iraniani, la capitale che gli concesse il teatro aveva già cominciato a diffidare dietro i proclami di amicizia e di stima. "Cautela" e "impegni chiari da lui" chiese nel suo rapporto confidenziale l'ambasciatore americano a Roma, il repubblicano Ronald Spogli, e "cerchiamo di non contrariare Prodi". Berlusconi ebbe il suo monologo, scrosciarono gli applausi prescritti dall'aula imbottita di "stagisti", assistenti, segretarie e portaborse del Congresso comandati all'ultimo momento per riempire i troppi posti vuoti e due mesi più tardi perse le elezioni contro Prodi.

È un altro di quei retroscena, di quelle verità, che le pacche sulle spalle e le pezze disperatamente cucite ora dall'Amministrazione americana e da Hillary Clinton per coprirle, non riescono più a nascondere e che i rapporti riservati della rete diplomatica americana diffusi attraverso WikiLeaks hanno per sempre strappato.
Lo scambio di cablogrammi e di informative fra via Veneto, dove sta la legazione Usa, e Foggy Bottom, dove sorge il massiccio del Dipartimento di Stato, oggi dimostrano una verità che attraversa le tendenze politiche e il colore delle presidenze americane in questa decade: dal 2001, quando tra Bush e Berlusconi parve formarsi una sintonia politica e umana infrangibile, al 2010, quando la Clinton, sotto la nuova presidenza Obama, cominciò a sentire odore di bruciato e di soldi privati nella ostentata amicizia con Putin, il giudizio di Washington verso Berlusconi è andato inesorabilmente deteriorando.

"Il grande comunicatore schierato fortemente dalla parte dei nostri interessi" delle prime valutazioni entusiastiche si degrada fino all'uomo "inattendibile", il "gunslinger", il pistolero "in cattiva salute per effetto dei suoi stravizi", "intollerante di ogni dissenso", lentamente ma progressivamente tradito anche dalla propria corte che si prepara ad abbandonare la nave e sussurra addirittura indiscrezioni sanitarie sul capo.
Fino a rivelare alla diplomazia di un Paese straniero l'esito preoccupante degli esami clinici. Informazioni che non sono "gossip" o "pettegolezzi" da salotto romano, ma informazioni essenziali per altre nazioni che devono conoscere il profilo psicologico e le condizioni dei loro interlocutori. Gli enormi, e a volte grotteschi sforzi per scoprire come stesse davvero di salute Breznev negli Anni 80, con tentativi di sifonare anche il suo bagno privato per esaminarne le urine, sono noti.

Ma le comunicazioni interne del governo di Washington confermano quello che era facile sospettare e vedere. Berlusconi era un "utile alleato", il leader di una nazione dove, ricorda l'ambasciatore Spogli, "vivono 32mila americani fra militari e le loro famiglie". E il presidente del Consiglio di una nazione che aveva prontamente inviato nostri uomini sui fronti dell'Iraq e dell'Afghanistan. Per questo, Bush concesse a Berlusconi due segni della sua benevolenza.
Invitò il Cavaliere nel rifugio presidenziale di Camp David, dove Berlusconi fece sfoggio di un memorabile inglese divenuto un video cult in Rete, offrendo all'americano "le salutazioni del Presidente della mia Repubblica" e poi imbarcandosi in uno sgangherato elogio della bandiera a stelle e strisce che meritò alla fine i sarcastici complimenti di un incredulo Bush: "Ma lei parla proprio un ottimo inglese". E poi una capatina nel ranch del Texas, per il barbecue presidenziale.

Dietro il sipario, invece, le perplessità dell'America crescevano. "Il governo è alle prese con risse interne alla propria maggioranza" (erano i giorni delle liti fra l'Udc di Casini, la Lega di Bossi, Tremonti, fino all'uscita dal governo) e con una "stagnante situazione economica", notano i report diplomatici. I contatti dell'ambasciata a Roma segnalano la montante agitazione del presidente del Consiglio che, visti i sondaggi negativi per lui nel 2006, implora Washington e domanda un colpo di teatro. "Dobbiamo domandargli in cambio chiarezza di comportamenti verso la Russia di Putin e l'Iran", avverte l'ambasciatore scrivendo al vice presidente Dick Cheney, essere "molto prudenti" con Berlusconi, che è "imprevedibile" e capace di "grandi gaffe pubbliche per seguire la sua strategia comunicativa", e il monologo gli viene concesso.

Leggerà un discorso alle Camere in italiano, senza simultanea, con versione inglese data ai 200 fra senatori e deputati presenti in aula, sui 535 totali, e le parti da applaudire già segnate in precedenza. Concederà l'aneddoto, ma questo in inglese con la pronuncia figurata nel suo testo, della visita di un bambino nel cimitero militare di Anzio e Nettuno, con il padre, per rendere omaggio al sacrificio dei soldati americani, rivelando, senza sorpresa per nessuno, e con l'applauso anche dell'allora senatrice Clinton, che quel bambino era lui. Nel pubblico, fra funzionari e portaborse parlamentari frettolosamente convitati, comparivano cuochi e ristoratori italiani di Chicago invitati per fare da platea osannante.

Ma Washington sapeva, e cominciava a sospettare, che cosa ci fosse dietro la maschera, l'inglese maccheronico, la vitalità giovanilista. Un uomo, un leader, che pochi mesi dopo il teatro a Washington, nel dicembre del 2006, dovette ricoverarsi per due settimane nella clinica di Cleveland specializzata in cardio chirurgia. Per un "check up", disse la corte del presidente del Consiglio, o per l'inserimento di un pace maker destinato a regolare le aritmie e le fibrillazioni ventricolari, le più pericolose del cuore, come scrissero giornali meglio informati, creando da allora la necessità per l'ambasciata di sapere di più sulle sue condizioni.
Un uomo politicamente in via di logoramento fisico e politico, "con quel suo stile da pistolero" scriveva Spogli da Roma a Cheney, costretto dalle difficoltà interne a "puntare tutto sugli apparenti successi e sul prestigio internazionale". Bush fece il possibile, per dare una mano al pistolero italiano e ne ricevette in cambio la definizione di "miglior presidente americano della storia", dopo che gli applausi sintetici avevano finito di echeggiare sotto le volte del discorso misericordiosamente concesso e raccontato in Italia come un trionfo. Ma ora sappiamo che cosa davvero pensassero coloro che lo applaudivano. Uno dei senatori presenti in aula, Jim McDermott, democratico di Washington, lasciò lo spettacolo dopo il primo applauso. Nella capitale dell'impero, allora come oggi, lo show piaceva sempre meno. Ora lo sappiamo anche noi.

(03 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/03/news/berlusconi_congresso-9786213/?ref=HREA-1


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, La Clinton volto della crisi: "Salvo il Paese poi mi ritiro"
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2010, 11:37:37 am
IL PERSONAGGIO

L'ultima partita di Hillary costretta a scusarsi con il mondo

La Clinton volto della crisi: "Salvo il Paese poi mi ritiro"

di VITTORIO ZUCCONI


La faccia di quest'America che ha perduto la faccia è la sua, ed è un viso stanco. È toccato ancora una volta a lei, a Hillary Rodham in Clinton, spendersi in prima persona a 63 anni per salvare la propria nazione dall'imbarazzo internazionale. Prima come moglie umiliata ma leale al fianco del marito farfallone negli anni '90, ora come capo di una diplomazia denudata in pubblico e chiama al "damage control", a limitare i danni inflitti ai regimi e ai governi più fragili, come quello di Silvio Berlusconi. E ha detto basta. Questa è stata l'ultima umiliazione: "Tornerò a fare l'avvocato per i diritti delle donne e dei bambini".

La formidabile signora che aveva sognato di essere la grande tessitrice della pace internazionale e si scopre rammendatrice di calzini bucati forse ne ha avuto abbastanza. Passi salvare il marito dalle proprie trasgressione, ma salvare anche Berlusconi è stata la goccia proverbiale. "Credo che questo sarà il mio ultimo incarico di governo" ha risposto ieri a uno studente nel Bahrain. Per aggiungere però subito un avverbio classicamente clintoniano: "Probabilmente".

Bisogna avere conosciuto e seguito un poco la vita di questa figlia di un piccolo imprenditore tessile dell'Illinois, un destino di familiarità per leggere la rabbiosa stanchezza disgustata dietro quel sorriso troppo forzato accanto a Berlusconi in Kazakhstan, nel tributargli una medaglia di serietà e di credibilità alle quali, come rivelano le sue
corrispondenze diplomatiche riservate, non crede. Hillary non è, e non è mai stata, un personaggio simpatico, una "piaciona" da comizio o da show televisivo. Il pubblico americano aveva imparato a conoscerla da una risposta brusca, stizzita, offerta nel 1992, durante la prima campagna elettorale di Bill, a chi le aveva chiesto se la fama di grande sottaniere del marito, la preoccupasse. "Non sono una di quelle donnette che si consumano a proteggere il loro uomo", aveva sibilato con lo sguardo in fiamme.

Per lei, laureata in giurisprudenza in quella stessa Yale dove conobbe il suo futuro marito e croce, William Clinton, il passaggio dalla vocazione di protettrice dei deboli a quello di badante dei forti, è stato attutito soltanto dal fuoco di un'ambizione bruciante, per la quale aveva sacrificato anche il proprio spirito indipendente. Era cresciuta nel culto, e nella ideologia convinta, dell'autonomia femminile, dell'auto-realizzazione senza dipendere dal patronato o dai favori dei "maschi alfa" e ogni volta che pensa di esserci finalmente riuscita, di non essere più "la moglie", viene risucchiata indietro. "Non sarò la First Lady che servirà tè e pasticcini alla Casa Bianca", aveva detto asciutta alla vigilia dell'elezione del marito.

Dallo scorso week end, quando sulla sua scrivania all'ultimo piano del dipartimento di Stato sono cominciate ad arrivare le segnalazioni di WikiLeaks, Hillary ha dovuto sfoderare teiere e pasticcini virtuali per rabbonire ospiti irritati e svergognati. Ha chiamato per scusarsi il presidente pachistano Zardari, la presidente argentina Kirchner, la presidente liberiana Sirleaf, il ministro degli Esteri canadese Cannon, il ministro degli Esteri tedesco Westerwelle, il ministro degli Esteri francese Alliot-Marie, quello inglese Hague, l'afgano Karzai, il saudita Al-Faisal e ben due "pezzi da 90" cinesi, il consigliere di Stato Bingguo e il ministro Jechi.

E' stata una via crucis di scuse e di "Kiss and Make-up", bacino e facciamo la pace, per lei così orgogliosa, così forte, un calvario di rassicurazioni, di giuramenti d'amore culminato con i salamelecchi di circostanza a quell'uomo che deve averle ricordato molto da vicino le ore indimenticabili del proprio matrimonio amaro e infedele, Silvio Berlusconi. Un'esperienza che la avrà fatto toccare con mano la cinica verità della diplomazia formulata dagli Inglese nell'800 e poi ripresa da Henry Kissinger, secondo la quale "un diplomatico è una persona pagata per mentire a nome del suo Paese". Da qui, il conato di nausea espresso a quello studente. Basta.

Era circolata molto, nel mese di novembre a Washington dopo la bastonatura elettorale dei democratici, la voce di una sua possibile candidatura alla vice presidenza accanto a Obama, e al posto dell'inesistente Joe Biden, per la corsa elettorale del 2012. Sarebbe stato un premio di consolazione, per questa donna che era arrivata a poche migliaia di voti dalla conquista della nomination democratica al posto di Obama e da una probabilissima vittoria contro l'impresentabile duo repubblicano di McCain e della Palin, dopo due turni come senatrice dello Stato di New York. Ma la sua risposta nel Bahrain tradisce tutta la stanchezza di chi ha dovuto digerire già troppi rospi, per avere ancora appetito per altri.

Bastava osservarla, mentre recitava l'atto d'amore e di contrizione a uso dei telegiornali per quel Berlusconi del quale, come ora sappiamo dai rapporti riservati, lei da tempo non si fida e della cui vita vera sa tutto. Bastava guardare quel sorriso tirato che le vedemmo sfoderare in tutti i momenti di crisi, con la piccola eccezione delle lacrime versate dopo una delle sconfitte contro Obama in Iowa, mentre ravviava le penne del pavone italiano arruffate dalla verità imbarazzante, per sentire la rabbia, la stanchezza di una donna ancora volta costretta al classico sacrificio di tutte le donne infelici, zitte e buone "per il bene dei bambini". "La sola differenza fra un uomo e una donna in politica - disse durante la propria sfortunata corsa alla Casa Bianca - è che una donna impiega molto più tempo per rifarsi la faccia prima di uscire". Ma a volte neppure il make up più sapiente riesce a nascondere le rughe della verità.
 

(05 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/05/news/la_via_crucis_di_hillary-9850602/?ref=HREC1-1


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, "La festa è finita anche qui" San Francisco diventa egoista
Inserito da: Admin - Dicembre 27, 2010, 12:43:53 pm
LA STORIA

"La festa è finita anche qui" San Francisco diventa egoista

Una delibera del consiglio comunale abbatte il mito della comunità più di sinistra degli Stati Uniti: per combattere la disoccupazione, il 50 per cento dei posti di lavoro pubblici sarà riservato ai residenti

di VITTORIO ZUCCONI


"If you go to San Francisco", se vai a San Francisco, metti un fiore tra i capelli, cantavano i Mamas and Papas nel 1967, ma se ci vai adesso portati da mangiare e non ti illudere di trovare un lavoro. La città dei fiori e degli hippy, dell'amore universale e dei poeti maledetti, delle cucine e dei supermercati per distribuire il cibo gratis, non ha più un dollaro da regalare e alza il ponte levatoio del lavoro contro i non residenti.

Il sindaco non vi vuole. Dal giorno della vigilia di Natale, quando il democraticissimo sindaco Gary Newsom ha rifiutato di porre il veto a una delibera restrittiva del consiglio comunale della città geograficamente e politicamente più a sinistra degli Stati Uniti, per chi non è residente trovare un impiego è diventato durissimo: il 50% di tutti gli appalti pubblici, di tutti i posti di lavoro legati direttamente o indirettamente alla borsa del Comune, dovranno d'ora in poi essere riservati ai residenti che pagano le tasse locali, sia le addizionali sul reddito, sia l'Ici, l'imposta immobiliare qui specialmente salata. Fino all'antivigilia di Natale la quota era soltanto il 20%. San Francisco, il "villaggio medioevale che biancheggia nell'alba contro l'oceano" che incantava John Steinbeck, ha alzato il ponte levatoio.

San Francisco non è la prima città americana ad arrendersi alla spietata legge di un'economia che sta drenando le risorse degli Stati, delle contee - le nostre province - e delle città, nelle quali i contribuenti esigono che sempre maggiori fette della fiscalità tornino a loro. Dalla capitale Washington, dove il personale della polizia metropolitana e degli uffici pubblici ha l'obbligo di residenza nella città o nei suoi sobborghi satellite, a Denver, nel Colorado, dove è in vigore la "Dura", come si chiama per caso la dura norma sulla ricostruzione urbana riservata agli abitanti e ai residenti legali, sistemi di quote e preferenze localistiche stanno diffondendosi in una nazione che si vanta di non discriminare fra razze, generi, religioni, status legale o preferenze sessuali (come precisa l'ancora apertissima New York).
Ma che al momento di distribuire le sempre più magre risorse pubbliche deve tornare a chiedere i documenti.

Per lo spirito della California, la sua storia, la sua stessa composizione demografica di Stato che ha alla guida un austriaco immigrato, Arnold Schwarzenegger, e vede il 43% della popolazione parlare a casa propria una lingua diversa dall'inglese, ogni meccanismo discriminatorio è un altro passo di allontanamento dalla propria natura. Ma San Francisco, da più di un secolo la "costa dei barbari", degli spiriti liberi, dei poeti maledetti, dei figli del mondo e dei fiori, la comunità dove tutto è possibile e tutto è permesso, era vista come l'ultima roccaforte di un'utopia che aveva avuto il suo zenith nell'estate dell'amore 1967 e conosciuto il suo terribile nadir all'inizio degli anni '80, quando l'Aids devasto la comunità gay di Castro. La resa del "Board of Supervisors" - il potentissimo consiglio comunale che funziona anche da corpo legislativo del quale fece parte il celebrato Harvey Milk, il primo politico apertamente gay poi assassinato - alla realtà della finanza, è dunque specialmente dolorosa.

Il sindaco Newsom, salito al potere con il 72% dei voti, ha grandi ambizioni politiche, e dopo essere stato già eletto anche vice governatore nel novembre scorso, immagina possibili orizzonti futuri alla guida dello Stato intero. Ma la California, già motore dei successi e della crescita americana soprattutto negli dell'illusoria "new economy" nella valle dei computer e di internet, chiuderà il 2010 con 26 miliardi di dollari di disavanzo pubblico. E la falce degli amministratori pubblici sta calando su scuole, servizi pubblici, assistenza, sanità. La zattera alla quale si aggrappano sindaci, amministratori di contea, assessori sono i fondi per la ricostruzione venuti da Washington, nel "Reconstruction Act" del 2009 con i suoi quasi 800 miliardi, e negli stanziamenti locali quasi sempre a credito, finanziati con obbligazioni che i contribuenti dovranno ripagare. Dunque, chi non risiede e non paga le tasse, non avrà diritto a salire sulla zattera. E per essere residente non si può essere "senza documenti". Sono quindi i clandestini i primi a essere esclusi.

"È stato difficile, ma ho dovuto farlo", si è inchinato mestamente il sindaco respingendo le invocazioni di chi gli chiedeva di mettere il veto - in verità pochi perché l'autarchia del lavoro ha avuto l'approvazione di 8 consiglieri su 11 e i supervisors sono oggi espressione dei quartiere della città, non più dei residenti in generale. Il presidente del board è infatti un cinese, Chiu, figlio di immigrati taiwanesi, dunque espressione della etnia più forte, ancora imperniata, ma non più limitata, nella Chinatown.

Fino a quando il morso della recessione non si sarà allentato e il mercato immobiliare, motore primo della finanza locale attraverso l'Ici, non ripartirà, i buoni sentimenti, la tradizione, il ricordo di "San Francisco Città Aperta" continueranno ad appassire come i fiori tra i capelli dei vecchi ragazzi del '67. San Francisco è chiusa per restauri e si culla in un'altra illusione, quella del localismo redentore.
In altre città ancora più inguaiate, come Cleveland e Cincinnati, le metropoli degli altiforni freddi sui Grandi Laghi, le quote riservate ai residenti esistono da anni. Ma non si trovano mai abbastanza residenti per fare gli spiacevoli e mal pagati lavori che a loro sarebbero riservati. Non basta riservare un posto a tavola, se poi nessuno si presenta.

(27 dicembre 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2010/12/27/news/la_festa_finita_anche_qui_san_francisco_diventa_egoista-10607556/?ref=HREC1-7


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Gli insulti nei blog dell'ultradestra: È una venduta comunista
Inserito da: Admin - Gennaio 09, 2011, 11:22:58 am
USA

Quelle battaglie nella terra di nessuno che alimentano la frontiera dell'odio

Gli insulti nei blog dell'ultradestra: "È una venduta comunista".

Il suo collegio elettorale è quello al confine con il Messico dove ogni notte transitano e spesso muoiono i clandestini che tentano di entrare nel Paese dei loro sogni

di VITTORIO ZUCCONI

ERA da poco passato mezzogiorno, nell'Arizona dove il sangue bolle più in fretta del tè e le pistole parlano più forte della legge, quando Gabrielle Giffords, una parlamentare democratica, è stata abbattuta da un proiettile in testa sparato a bruciapelo all'aperto 1, durante un comizio. Almeno altre 17 persone presenti sono state raggiunte nella tempesta di proiettili sparate da una pistola mitragliatrice.

Sei sono morte e tra loro un bambino di nove anni. Ore e ore di intervento disperato al cervello dell'onorevole Giffords nell'ospedale della città di Tucson, l'hanno lasciata in condizione critiche, prima data per morta, poi in fin di vita, poi con buone prospettive di sopravvivere secondo l'annuncio del chirurgo.

È stato un mezzogiorno di fuoco autentico, da western della nuova politica impazzita, davanti a un negozio di alimentari in un modesto shopping center, in queste località un tempo chiamate "territori del New Mexico", non per caso utilizzate dal cinema come fondale per la storia di violenza e di giustizia sommaria che hanno costruito la frontiere del west e del sud ovest. Nei dubbi, e nelle speranze, che ancora circondano la sorte di questa donna rieletta alla Camera dei Deputati appena tre mesi or sono dopo una furibonda battaglia elettorale contro uno dei più fanatici campioni del "partito del tè" più estremo che ha richiesto tre giorni di riconteggio per assegnarle
il seggio per pochi voti, l'attentato sembra quasi una notizia attesa, un evento tragicamente prevedibile nel clima arroventato di odio che gli ultimi anni, e l'avvento del movimentismo degli ultrà della destra gonfi di rabbia, hanno generato.

Il collegio elettorale della Giffords è l'ottavo, che copre la terra quasi di nessuno fra i Messico e l'Arizona, il luogo dal quale transitano ogni notte, e spesso muoiono, i clandestini che corrono fra i cactus e i serpenti a sonagli seguendo le guide, i coyote, che spesso li abbandono a morire di sete. L'avversario della Giffords, il repubblicano Jesse Kelly, aveva ottenuto l'investitura della santa patrona dei nuovo ultrà, la cacciatrice di renne Sarah Palin, e poche settimane prima del voto aveva organizzato una "pubblica sparatoria" invitando i partecipanti a "eliminare la Giffords anche con i fucili". Non è lui, Kelly lo sconfitto, ad essere stato arrestato come sospetto per la sparatoria, e l'identità del possibile attentatore che doveva possedere armi automatiche per compiere una tale strage, è tenuta segreta. Ma questa, nell'Arizona dell'estrema frontiera davanti all'immigrazione legale e illegale, nello stato dove tutto si arroventa come la sabbia del deserto di Sonora che separa Tucson dal Messico, è la febbre che sta divorando di rabbia e di odio i cittadini e sta infettando l'America. E la storia americana insegna che appiccare incendi di rabbia e di odio ideologico o razziale inevitabilmente conduce all'omicidio politico.

L'indignazione e le condanne ufficiali che hanno accompagnato le ore di attesa per l'esito dell'intervento sulla Giffords e la sorte dei molti feriti gravi, la definizione di "attacco spregevole" venuta dal presidente Obama che è stato avvertito mentre assisteva con la figlia Malia a un incontro di basket e di "gesto insensato contro tutti noi" diffusa dal nuovo presidente della Camera appena insediata, il repubblicano moderato John Boehner non cambiano e non cambieranno nulla in quell'Arizona che vive il dramma insolubile dell'immigrazione e la lotta politica nel forno di passioni eccitate dalla diffusioni universale di armi. Insieme con l'Alaska e il Vermont, l'Arizona permette il trasporto di armi da fuoco nascoste senza licenza e le armi hanno il difetto di sparare e uccidere facilmente.

L'incontro politico, il piccolo comizio che la Giffords aveva organizzato in un anonimo centro commerciale di Tucson, una città di un milione di abitanti dove ormai i "bianchi non di origine ispanica" sono il 49% della popolazione, dunque minoranza, non aveva nessuna pretesa di speciale protesta, ma semmai di conferma della popolarità della deputata, forte di una posizione che ovunque apparirebbe fortemente centrista, ma che nell'allucinazione xenofoba o anti democratica che ha afferrato tanti cittadini, dovevano sembrare scandalosamente di sinistra.

Tra il pubblico che assisteva all'incontro, c'erano bambini, madri con neonati, latinos e persino un giudice della Corte Federale, la più alta magistratura. Anche il bambino e il giudice sono stati uccisi.

La piccola Kennedy dell'Arizona, la deputata, è sposata con un ufficiale dell'aeronautica in servizi attivo, Kelly, che ha combattuto in Iraq ed è parte della squadra di aviatori impiegati dalla Nasa per spedizioni nello spazio. Aveva sempre votato per il rifinanziamento dell'occupazione e delle guerra in Iraq e Afghanistan, aveva applaudito la decisione di utilizzare la Guardia Nazionale, l'esercito territoriale che ogni Stato arma, per controllare la frontiera con il Messico ad appena 100 chilometri da Tucson, ma era - e forse questa è la "colpa" che ha mosso il criminale - dichiaratamente ambientalista, favorevole al finanziamento pubblico delle ricerche sulle staminali embrionali e contraria alla inaudita legge dell'Arizona che permette alla polizia di arrestare chiunque appaia, si noti, appaia come un immigrato senza documenti. Questo in una città e in uno stato, dove il 33 per cento della popolazione, una persona su tre, ha sangue latino nelle vene. In Arizona, nella contea di Mariposa, regna da anni come un commissario politico, il famigerato sceriffo Arpajo, implacabile persecutore di forestieri.

Sui blog dei fanatici di destra, come nella campagna elettorale furibonda condotta dal campione sconfitto del "partito del tè", la Giffords era stata variamente descritta come "un clown", un "perfetto esempio degli idioti che ci governano da Washington", una "comunista venduta ai trafficanti di uomini", "un'assassina di bambini non nati" (gli embrioni) o, trattandosi di una donna, come l'immancabile "puttana delle lobby".

Si saprà domani soltanto quali danni abbia fatto il proiettile che attraversato il cranio di Gaby Giffords, anche se il capo del team di neurochirurghi che l'hanno operata sono "ottimisti" sulla sopravvivenza di una donna colpevole di null'altro che di non essere una fanatica xenofoba. Sembra quasi una piccola ricompensa del destino, il fatto che il capo dei chirurghi che potrebbero averle salvato la vita sia un straniero, un immigrato venuto da lontano.

(09 gennaio 2011) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/09/news/frontiera_odio-10997465/?ref=HREA-1


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Quel mare sulla terra nel mondo rovesciato
Inserito da: Admin - Marzo 12, 2011, 10:52:48 am
LE IMMAGINI

Quel mare sulla terra nel mondo rovesciato

di VITTORIO ZUCCONI


VEDIAMO l'acqua che brucia e la terra che si liquefa. Lo sanno da sempre i figli giapponesi di Amaterasu, la dea del sole, che la vendetta della Terra disordinata viene dallo stesso mare che li ha creati. Sono infatti le immagini dell'acqua che divora e che brucia le loro risaie ben ravviate, le loro cittadine precisine, i loro capannoni e serre allineate come soldatini del Tenno, quelle che raccontano meglio la catastrofe giapponese.
Guardate come avanza l'onda lenta e lurida nella piana di Miyagi, la prefettura dove si trova Sendai, trascinando barche e tetti, detriti confusi e irriconoscibili, fiamme in movimento che bruciano sull'acqua, come inghiotte pigramente, senza sforzo, l'ordine impeccabile della campagna e dei quartieri industriali creato in generazioni di sacrifici e fatica. Si lascia alle spalle una distesa grigia e piatta dalle quale spuntano soltanto qualche alberello spoglio e quale scheletro di edifici più robusti ancora in piedi. Un'altra immagine torna subito agli occhi: la Hiroshima dell'agosto 1945.

L'epicentro è stato nell'oceano e contro la spallata dello tsunami - una parola giapponese, come taifun, il tifone, in acque dove ancora oggi spuntano e sprofondano isole vulcaniche come i mostri dei film, non ci sono difese né norme edilizie. Gli uffici della Nhk, la Rai nipponica, sono stati i primi a riprendere e trasmettere le sequenze delle scosse e si vedono monitor di computer, fortunatamente tutti a cristalli liquidi e senza tubi catodici, che crollano in grembo agli impiegati e alle impiegate, mentre i cartelli sospesi
ballano frenetici, ma niente davvero crolla nei grandi palazzi, perché i regolamenti e le precauzioni tengono a Tokyo o nel centro di Sendai.

Ma il lunghissimo muro bianco di schiuma che arriva da est, dal Pacifico, e si muove verso i villaggi della costa rotolando su un acqua perfettamente piatta e intimidita dal mostro prima di mangiarsi i paesi, ha l'andatura e l'implacabilità di quelle onde del Mar Rosso che avrebbero coperto i soldati del Faraone all'inseguimento del popolo di Mosè. Ci sono, nelle sequenze che una nazione di videocamere e di fotomaniaci ha girato in grande abbondanza, quello che possiamo soltanto immaginare accadde sotto la diga del Vajont.
Le casette begioline di due, tre piani al massimo, oggi costruite di cemento e mattoni, non più di legno come erano fino alla guerra, sono sollevate e trasportare sopra altre casette, quando l'acqua sfonda la diga sulle colline e si allarga nella piana. Il Giappone da decenni è la nazione con più dighe al mondo, corsi d'acqua deviati e incanalati in argini di cemento, con chiuse costruite da governi ansiosi di regolare un'orografia inquieta e selvatica, che produce puntuali piene e frane nelle stagioni degli uragani e dei tifoni trascinando a valle i mama san e papa san con le loro avare risaie. Ma quando le briglie di cemento armato cedono l'effetto è quello che vediamo nella piena che porta a valle battelli e barchetti, furgoncini e utilitarie, camion e anche quei Suv che s'illudevano di sfidare la rabbia della terra.

Sono tutti i simboli del Giappone moderno quelli che sono sradicati e sommersi come il modernissimo aeroporto di Sendai, gettati o risucchiati come quella barchetta presa nell'immenso maelstrom, il gorgo che la sta inghiottendo come una briciola nel fondo del lavandino, in un fermo immagine che toglie il respiro. Nel nord, i due eterni amici nemici dell'umanità si alleano, scatenando l'esplosione e poi l'incendio di una raffineria che vomita milioni di litri di carburante in fiamme tra le acque che li circondando, anche qui riesumando ricordi di tragedie belliche navali, di grandi unità che affondano colpite nel fuoco del loro carburante che continua ad ardere consumando i marinai che si gettano dal relitto.
Le scene che il grande sisma di Sendai, la città dove la nazionale italiana di Trapattoni andò i ritiro nei Mondiali del 2002, sono in sostanza filmati di una guerra senza guerra, tutti riconducibili a Hiroshima, ai bombardamenti incendiari che divorarono Tokyo per giorni, a quelle invasioni di nemici che si riversavano sulle spiagge dell'Impero come le muraglie dello tsunami ieri, verso rive difese da soldati che sapevano di poter soltanto morire di fronte alla strapotenza dell'avversario. Sapendo che nessuno sarebbe arrivato, nel 1945 come nel 2011 a salvare il soldato Yoshi dall'assalto venuto da male.

Con l'immancabile spettro dell'orrore nucleare che quelle centrali, particolarmente dense nell'area colpita, proiettano fra notizie inquietanti di fughe radioattive e difficoltà di raffreddamento dei reattori e annunci di allarme nucleare.
C'è un onda gonfia che porta sul pelo grappoli di automobili e automezzi chissà perché tutti bianchi, che in Giappone è il colore dei riti funerari, forse parte di una "flotta" aziendale. Galleggiano come insetti morti con le ruote nere all'aria, destinati a scivolare via sulle rapide artificiali create dalle strade e dalle pendenze inghiottite. Si vede un grosso battello fluviale con la prua diritta da vecchio incrociatore, bianco anch'esso, navigare in una perfetta deriva in linea retta. Supera velocissimo tutti i detriti, i camioncini con le zampe all'aria, le barchette più leggere e sbandate, come una nave ammiraglia di una flotta involontariamente suicida filando verso una cascata artificiale che finirà per spezzarlo.

Non si vedono invece, ma ci saranno, le immagini della ricostruzione che avverrà, come avvenne nel grande terremoto del Kanto, la piana di Tokyo, 80 anni or sono, a Hiroshima, oggi una città brutta, ma tornata grande e viva, a Kobe, che nel 1995 ebbe le sopraelevate schiacciate come frittate dal terremoto sopra sei mila morti, ma sappiamo che ci saranno.

Perché la lotta perenne di un popolo disperatamente razionale contro la natura fanaticamente irrazionale che lo circonda è ciò che ha fatto e continuerà a fare il Giappone.
 

(12 marzo 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/esteri


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Lo scatolone di sabbia (mobile)
Inserito da: Admin - Marzo 20, 2011, 03:20:54 pm
Vittorio ZUCCONI

20
mar
2011

Lo scatolone di sabbia (mobile)

Mi scrivono e mi chiamano amici molto agitati di fronte ai primi bombardamenti sulla Libia e nessuno di noi può sentirsi tranquillo, perchè – esattamente come nel caso di Fukushima – sappiamo benissimo come cominciare le guerre, o lanciare una reazione a catena, ma ancora non sappiamo come finirle. La legge delle “unintended consequences”, delle conseguenze impreviste e non volute, come la legge di Murphy o come la forza di gravità, non cessa mai di agire e contro di essa non c’è schermatura. Ho scritto un milione di volte che io non sono un pacifista, ma una persona pacifica e non violenta, che esiterebbe a imbracciare un fucile per difendere uno dei nipotini da chi osasse far loro male. Fra le tante guerre fatte a capocchia di cavolo, per interessi dinastici, per soldi o per falsi pretesti come fu l’invasione dell’Iraq, questa contro il sinistro clown Gheddafy che si faceva pagare da noi per fare lo sporco lavoro sui migranti e mandarli a morire nella sabbia o marcire in campi di lento sterminio, sembra, dico sembra, avere almeno una causa giusta e una legittimità internazionale. Lo conferma la posizione contraria della Lega Nord verso la quale coltivo il noto e bieco pregiudizio gramsciano (Comunista! Moralista! Terùn! Puritano viscido!): se non so bene quale opinione avere su qualcosa, penso il contrario di quello che pensano Borghezio o Calderoli e so di non sbagliarmi mai troppo. Ma anche una giusta causa non garantisce un giusto effetto.

da - zucconi.blogautore.repubblica.it


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, "Il mio Wojtyla segreto ho vissuto con un santo"
Inserito da: Admin - Aprile 25, 2011, 07:44:43 pm

L'INTERVISTA

"Il mio Wojtyla segreto ho vissuto con un santo"

Domenica prossima Giovanni Paolo II sarà beato. Joaquin Navarro-Valls, il giornalista e psichiatra spagnolo che per 22 anni è stato il portavoce del Papa, racconta il miracolo quotidiano do un uomo che ha saputo conquistare credenti e non credenti, gente comune e grandi della Terra. Il suo capolavoro? Credere sempre nell'happy end

di VITTORIO ZUCCONI

"Il mio Wojtyla segreto ho vissuto con un santo" Papa Giovanni Paolo II con Navarro-Valls
SONO seduto accanto a Gianni Agnelli, nella sede della Stampa estera. La segretaria mi porta un bigliettino scritto a mano: il Papa la vorrebbe vedere a pranzo. È uno scherzo. E quando sarebbe? Subito, tra un'ora". Fu un'ora che sarebbe durata ventidue anni per Joaquin Navarro-Valls, il giornalista e medico psichiatra spagnolo che sarebbe stato fino alla sera dell'addio alla vita di Giovanni Paolo II, il Beato Wojtyla dal primo maggio prossimo, il decoder quotidiano fra l'eterno e il quotidiano, fra la santità e il giornalismo. Nessun altro, salvo monsignor Dziwisz, oggi cardinale, e le suore di pietra che vidi pregare accanto alla salma esposta nella Sala Clementina, avrebbe trascorso tanto tempo, diviso tanti silenzi, tanti segreti e tante parole con Karol Josef Wojtyla, quanto Navarro-Valls. Una vita con il Papa, in perenne equilibrio tra la comunicazione pubblica e le stanze segrete, tra il sublime del messaggio e il purgatorio dei mass media.

Era il 1984.
"Davanti a me c'è il capo della Chiesa Cattolica, il successore di Pietro, di cui avevo letto alcuni testi ma che conoscevo soltanto da lontano, come giornalista. Mi chiede se avessi qualche idea per migliorare la comunicazione della Santa Sede".
In che lingua parlavate?
"In italiano. La vostra, anzi, la nostra lingua come aveva detto la sera della elezione, parlando
dalla Loggia".
Lei che idee gli propose?
"Gli dissi che non sapevo che cosa dire, così, su due piedi. E lui, ridendo: e lei me lo dica lo stesso. Lui taceva, mi studiava con il capo un po' piegato, quei suoi occhi taglienti, ironici, allegri, lo sguardo che mantenne anche quando gli occhi furono imprigionati nella maschera della sofferenza".

Per due decenni, fino a quando l'infermiera suor Tobiana Sobodka riferì di avere sentito il Papa mormorarle all'orecchio in polacco "... pozwólcie mi odejsc do domu Ojca...", "lasciatemi tornare alla casa del Padre", nella sera del 2 aprile 2005, Navarro-Valls avrebbe guardato ogni giorno in quegli occhi, cercando di capire quello che lui stesso non poteva capire, il mistero di un Pontefice destinato al cielo delle beatitudini cristiane.

"Me lo domandavo, agli inizi, anche io chi fosse, che cosa fosse il mistero di Wojtyla. Ha cambiato la storia della politica e della diplomazia, senza essere né un politico né un diplomatico. Ha rivoltato le premesse della filosofia dominante senza esercitare più la professione del filosofo, ha affascinato il mondo dei media prendendo posizioni impopolari. Voleva appassionatamente attirare l'attenzione sul messaggio, ma il mondo sembrava ossessionato dal messaggero. Credevano di amare il cantante, e non si rendevano conto, o non volevano ammetterlo, che in realtà erano attratti dalla musica".

Una musica che all'orecchio del tempo sembrava stonata.
"Perché suonava alla rovescia rispetto agli spartiti dominanti dell'epoca: il pessimismo e la cupezza della nostra esistenza e della nostra condizione umana dietro il benessere materiale del nostro piccolo spicchio di mondo, Europa e Americhe. Il messaggio di Giovanni Paolo II è radicale, rivolta quegli spartiti. Diceva: voi uomini siete molto meglio di quanto la cultura moderna vi faccia credere, siete molto meglio di quanto voi stessi crediate di essere. Dunque non abbiate paura di essere ciò che siete, creature divine".
Invadeva i teleschermi, li "bucava", occupava la televisione ormai divenuta satellitare, dunque globale. Lei non temeva, come curatore della sua immagine, di rischiare l'overdose?
"No, perché sapeva che il segreto per dominare la televisione e non lasciarsene dominare è semplicemente ignorarla, come scrisse il critico televisivo del New York Times quando andammo in America nel 1987. C'era il suo messaggio, c'erano le sue parole, e c'era la fusione tra la forza del suo messaggio e il vissuto esistenziale che si manifestava quando lo comunicava alla gente. Chi lo ascoltava sapeva che quanto diceva era vero. Il suo linguaggio e i suoi gesti esprimevano la verità".
Si preparava a questi eventi? Studiava le pose, gli angoli di ripresa, le luci, la scenografia e la sceneggiatura?
"Mai, neppure una volta. Per lui le telecamere, il trucco, le luci non esistevano. Questi atteggiamenti da personaggetti che si fanno spiegare come e dove devono guardare, se fissare l'obbiettivo o guardare fuori, se sorridere o sembrare seri, non lo sfioravano mai. I primi tempi mi preoccupavo, sapendo quanto la telecamera possa essere crudele. Ma per lui comunicare era far apparire la verità, non costruire un'apparenza".
La Curia diffidava?
"La Curia, come ogni organizzazione istituzionalizzata, può tendere alle volte a guardare verso il proprio interno. Lui la faceva guardare verso l'esterno".
Recalcitravano, le porpore?
"La Curia era non soltanto utile ma necessaria. E lui, come Papa, marcava la strada".
Una lunghissima strada. Duecento viaggi dentro l'Italia, poi in centosessanta nazioni fuori dall'Italia.
"Una volta mi disse una cosa che sembrava elementare: "Sa, nel passato era la gente ad andare in parrocchia. Oggi è il parroco che deve andare dalla gente". Questa, così apparentemente semplice, era una un'illuminazione straordinaria che lui portava con sé da una lunga esperienza nel proprio Paese".
Lei che è un credente, un uomo dell'Opus Dei, si rendeva conto di vivere accanto a un santo?
"Lo andavo comprendendo standogli accanto giorno dopo giorno, non avevo dubbi. La fede non l'ho avuta da lui ma accanto a lui il contenuto della fede si "vedeva", e lo metta tra virgolette perché questo andrebbe spiegato. Quello che cercavo di imparare era come la santità si sarebbe fatta carne in lui, in noi cristiani. Questo lo avrei scoperto soltanto nella convivenza quotidiana".
Per esempio?
"La preghiera. Per un credente, la preghiera spesso è un obbligo. Oppure il risultato di una convinzione fondata. Per lui era una necessità, un bisogno, come per noi respirare".
Aveva un preghiera preferita?
"Nutriva la sua preghiera con i bisogni degli altri. Gli arrivavano migliaia di messaggi di tutto il mondo, in tutte le lingue: una malattia, un problema famigliare, l'angoscia di un futuro senza futuro... L'ho visto in ginocchio per ore nella sua cappella con questi messaggi in mano: tutte le sofferenze umane come tema della sua conversazione con Dio. Penso che per se stesso non rimanesse alcuno spazio nella sua preghiera. Penso che lui non avesse delle "cose sue". Solo cose degli altri".
E c'era una costante nel parlare con Dio?
"Lui, che pure aveva riportato l'ottimismo nel mondo incupito e pessimista, custodiva un suo segreto. Era convinto che quello di cui veramente l'essere umano avesse più bisogno era la misericordia di Dio. Per questo la cerimonia di beatificazione avverrà il primo maggio, il giorno della Misericordia. Sembrerebbe un paradosso. Tanto fiducioso, tanto ottimista, lui che apriva orizzonti sterminati alla persona umana, eppure con il senso della limitatezza della creatura umana. L'ultima messa, celebrata nella stanza in cui morì, era già la messa della domenica, la messa della Divina Misericordia".
Come psichiatra, lei, dottor Navarro, è mai caduto nella tentazione di guardare Karol Wojtyla come a un paziente?
"Non c'era materia per considerarlo un paziente. E non c'era tentazione, semmai deformazione professionale, come il sarto che vede un abito o il calzolaio che guarda le scarpe e le valuta, per abitudine. Mi impressionava il magnifico equilibrio interiore tra tutte le sue virtù. Virtù che, quando coabitano in una sola persona, possono anche impazzire. In lui, questa pazzia delle virtù non c'era. Convivevano senza difficoltà. Per esempio: non sapeva perdere un minuto eppure non aveva mai fretta".
Neppure alla vigilia degli incontri più delicati?
"Nemmeno in queste occasioni. Semplicemente, metteva tutto se stesso nella preparazione di questi viaggi. Sapeva mortificarsi senza spettacolarità: rispetto al cibo, per esempio. Il rapporto con il cibo e con le bevande era di indifferenza, ne era quasi infastidito. Andavamo in paesi tropicali, caldissimi, umidi, come l'Indonesia. Era ovvia la disidratazione per il caldo. Il suo medico, io stesso, eravamo preoccupati per la perdita di liquidi. Lui, con straordinaria e discreta eleganza, ritardava di bere".
Dormiva bene, quando non soffriva?
"Voleva sempre che si viaggiasse di notte nei voli intercontinentali, per arrivare al mattino sul posto e avere così davanti a sé tutta una giornata di lavoro. Nel suo ultimo viaggio in Messico, e aveva ottant'anni, l'Alitalia gli aveva preparato un lettino dietro una tenda. Noi del seguito - laici, cardinali, monsignori - cercavamo di dormire almeno un po', raggomitolandoci nei sedili. Quando atterriamo, l'incaricato della compagnia mi avvicina e mi dice: noi avevamo preparato il lettino per il Papa, ma abbiamo visto che è intatto. Era troppo stretto, era scomodo? Non si preoccupi, lo rassicurai, è stato sveglio tutto il viaggio per prepararsi. Tredici ore di viaggio leggendo, studiando, pregando".
Mangiava anche poco?
"Non gli importava molto di ciò che aveva davanti. In certi periodi dell'anno faceva soltanto un pasto completo al giorno. E fino all'ultimo, il giorno prima di ordinare nuovi vescovi o sacerdoti, digiunava".
Potrebbe essere una definizione laica della santità il riuscire a vivere nell'equilibrio delle proprie virtù. Era questa serenità la radice, la causa del suo essere un uomo allegro, ironico?
"Era un uomo allegro, è verissimo. L'ironia era il suo tratto caratteriale più evidente. Ma la sua gioiosità non era quella banale delle persone che non sanno fare a meno della risata da barzelletta. Le fondamenta del suo carattere, che io definisco allegro, stanno tutte in due righe".
Di diari? Di confessioni?
"No, della Genesi. Dove si dice che siamo stati creati a Sua immagine e somiglianza. È chiaro che se ci credi, ma se ci credi davvero davvero, allora, qualunque cosa accada, anche la tragedia più spaventosa, anche Fukushima, non cambia il fatto che il mio fine ultimo di creatura è il lieto fine, l'happy end. Non ce ne possono essere altri. Dio non può tradire le creature fatte a propria immagine e somiglianza. Se hai questa certezza, anche la sofferenza ha un senso".
Lo sentiva scherzare?
"Molto. Amava scherzare, stuzzicare e prendere affettuosamente in giro anche i suoi collaboratori, i parroci e i preti diocesani delle parrocchie romane che andava a visitare. Incontrandoli la sera prima, voleva sapere quanti vecchi, quanti bambini, quante donne incinte, quanti malati gravi fossero sotto le loro cure, per poi trovarsi preparato a tutto. Ma come, Santità, gli disse un cardinale quando già stava poco bene, vuole andare a visitare un'altra parrocchia romana? Guardi eminenza che forse lei dimentica che io sono il vescovo di Roma".
Cercava sempre il contatto con la gente?
"C'era una grande fisicità in lui, baciava le donne in fronte e coccolava i loro bambini, prendeva sottobraccio i vecchi, afferrava le mani di chi gliele tendeva. "Ma sei proprio tu quello che ho visto in televisione?", gli domandò un bambino colombiano sfuggito alla sorveglianza e corso sul palco del Papa. Prima che lo riacciuffassero, lui lo abbracciò e tolse al bambino quel dubbio - che a quella età doveva essere importante".
Un Papa prete, come sarebbe stato anche Luciani, da cui prese il nome, Giovanni Paolo. Aveva anche lui dubbi sulla morte improvvisa del suo predecessore, nel sonno, appena trenta giorni dopo l'elezione?
"No. Per lui, i sospetti erano letteratura, fiction, non lo interessavano. Mi raccontò invece di come ebbe la notizia della morte di Papa Luciani. Lo seppe dal suo autista, mentre quella mattina andava in visita pastorale a una parrocchia di Cracovia. Lui che era stato nel Conclave pochi giorni prima dovette sapere dall'autista che era morto il Pontefice che aveva eletto".
Come reagì?
"Sentì un'immensa tristezza invaderlo, poi lo assalì un'inquietudine enorme che lo scuoteva e che non riusciva a spiegarsi".
Forse un presentimento.
"Forse. Ma lui non ripartì per Roma, per il secondo Conclave in poche settimane, pensando di doverci restare come Papa. Non parlava mai di quei due Conclavi. Non disse mai se avesse ricevuto qualche voto anche nel Conclave che elesse Luciani".
Anche i santi si arrabbiano?
"Raramente, ma sì, se la ragione è giusta. Le uniche volte in cui l'ho visto arrabbiato, se arrabbiato è la parola corretta, erano sempre situazioni di violenza fisica o morale rivolta contro la gente, come la guerra nel Libano, o nei Balcani. Si tormentava, e tormentava noi chiedendoci che altro può fare il Papa per impedire una guerra. O come sarebbe poi stata l'invasione dell'Iraq, alla quale era molto contrario".
Lo disse pubblicamente.
"E anche privatamente. Quando incontrò George W. Bush, gli disse chiaramente: mister President, lei sa quale opinione ho della guerra in Iraq. Discutiamo di altro. Ogni violenza, contro uno o un milione, era una bestemmia diretta all'immagine e alla somiglianza di Dio. Non accettava che l'essere umano cercasse di risolvere le differenze con gli altri attraverso la violenza, come gli animali".
Molti grandi santi, antichi e moderni, hanno confessato di avere vacillato, di essere stati aggrediti da dubbi. Lo so che sembra una bestemmia, detta per un Papa e oggi un beato, ma Karol Wojtyla credeva davvero davvero, come dice lei, in Dio?
"Penso che possa rispondere qualsiasi persona che lo abbia visto e seguito. La sua fede la si vedeva. Alla fine ormai della sua vita, nel 2005, quando dovettero praticargli una tracheotomia all'ospedale Gemelli per permettergli di respirare e quindi non poteva parlare, in sala post-operatoria fece un gesto. Sembrava voler dire qualcosa che non poteva dire. La suora capì. Gli portò un cartoncino con un pennarello. Lui ci scrisse sopra con decisione, a grandi lettere irregolari: TOTUS TUUS. Era mettere per iscritto la sua accettazione di quello che Dio voleva per lui anche in quel momento".
Era rassegnato.
"No, era convinto della propria totale appartenenza a Dio, attraverso l'intercessione di Maria. Ho detto convinto, perché questa era stata la motivazione profonda di tutta la sua vita di Papa. Non voleva vincere, voleva convincere, come lui stesso era stato convinto dallo Spirito quando era un giovanotto che giocava a calcio come portiere e remava sul suo adorato kayak in Polonia".
Ma il duello contro l'Urss, i regimi, le burocrazie comuniste lo aveva pur vinto.
"Vincere non era una parola che appartenesse alla sua filosofia, al suo orizzonte interiore".
Eppure fu costretto a una sfida che al mondo apparve un duello senza quartiere attorno alle sorti della sua Polonia, nel 1980. Il tempo di Solidarnosc e di Lech Walesa...
"In quei anni di tensione Ronald Reagan gli scriveva molto, gli mandava a Roma l'ambasciatore Vernon Walters, ex generale, uno dei pochi ambasciatori americani che parlassero le lingue, poi il consigliere per la sicurezza nazionale Bob McFarlane. Reagan parlava allora della Russia come "l'impero del male": un'espressione che il Papa non avrebbe mai usato sapendo che il cristianesimo esisteva in Russia da mille anni prima. Era inevitabile vedere in loro due strade diverse. Il fine che muoveva Giovanni Paolo II non era l'America o l'anticomunismo, e neanche in fondo una qualsiasi forma di società neo capitalistica e libertaria idealizzata, bensì la dignità assoluta e trascendente della persona umana che è capace di scegliere il proprio destino. La sua originalità era la potenza dei valori antropologici universali e la fede incrollabile nella persona umana in quanto tale".
Forse perché il Papa non ha divisioni corazzate, come diceva Stalin.
"Aveva una forza diversa e il Cremlino se ne accorse presto. Non è molto noto ma, in quel 1980, i satelliti spia e gli Awacs fotografavano i movimenti delle truppe della Germania comunista che si dispiegavano sul confine occidentale della Polonia, da dove sarebbe partita l'invasione che tutti temevamo. Io ero a Varsavia in quei giorni e andavo a dormire convinto che mi sarei svegliato con i carri sovietici in strada. Era dicembre e Giovanni Paolo II scrisse una lettera personale e privata a Leonid Breznev".
Come Leone Magno con Attila? Per ordinargli in nome di Dio di non toccare la Polonia?
"No, sarebbe forse stato un errore, avrebbe fatto infuriare il Cremlino e offeso l'orgoglio dei sovietici. Gli scrisse, con grande chiarezza e con la conoscenza diretta che aveva di quei regimi e della loro mentalità, solo per ricordargli che appena cinque anni prima, nel 1975, lui stesso, Breznev, aveva firmato a Helsinki un trattato solenne in cui l'Urss si impegnava a non interferire negli affari interni di ogni altra nazione europea. Dunque, se avesse invaso la Polonia avrebbe violato la sua stessa parola, la parola dell'Unione Sovietica".
E Breznev rispose?
"Sì, ma non con una lettera, né per via diplomatica. La sua vera risposta fu la rinuncia all'azione di forza. Eppure Breznev sapeva, come sapevamo tutti, che lasciare la Polonia al proprio destino sarebbe stata la fine per la stessa Unione Sovietica e che il sogno del Papa, che era un'Europa dall'Atlantico agli Urali, ma senza il dominio di una potenza, si sarebbe inesorabilmente avvicinato".
La lettera segreta di Giovanni Paolo II fece quello che le potenze militari e la Guerra fredda non avevano saputo fare.
"Quando andammo a Praga nel 1990, pochi mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, il presidente Vaclav Havel ricevette il Papa all'aeroporto e, da buon letterato, gli disse: "Io non so se so che cosa è un miracolo. Ma oggi mi sembra di vedere un miracolo"".
Un miracolo politico, diplomatico, strategico. Il profeta disarmato che distrugge la massima potenza militare del mondo.
"Questo era chiaro, ma non si deve pensare a lui come a un leader politico in abito religioso, deciso a cambiare regimi e confini. Non salì sulla cattedra di Pietro per liberare l'Europa dell'Est dal comunismo, ma per diffondere il messaggio dell'assoluta centralità della persona umana, della creatura, che esiste come tale perché ha un creatore, e in quella verità deve ritrovarsi. Questa era l'essenza postmoderna, post-ideologica, post-esistenzialista, dunque implicitamente post-marxista e leninista, l'essenza cristiana della sua predicazione".
Ci fu però un'altra risposta, un anno dopo la resa sovietica di fronte alla Polonia. In Piazza San Pietro. Il giorno 13 maggio del 1981. Ali Agca.
"La sofferenza era già entrata nella sua vita da anni ma probabilmente quello fu il suo primo incontro, brutale, inaspettato, con il dolore fisico: uomo robusto e sano, non lo aveva davvero mai affrontato. La prima di una serie tremenda di prove".
La corsa all'ospedale Gemelli, destinato a diventare il "Vaticano 2". Il complicato lavoro dei chirurghi sull'intestino, perforato da due dei quattro proiettili sparati dall'aggressore, con colostomia temporanea.
"Era ancora cosciente, sull'ambulanza. Perse i sensi arrivando in ospedale, per la perdita di sangue e il crollo della pressione sanguigna. Ma riuscì in un momento di lucidità a dire ai medici di lasciargli al collo lo scapolare, il rettangolo di stoffa dei carmelitani dedicato alla Vergine. Fu operato con lo scapolare addosso, quella volta e in tutti gli interventi successivi che dovette subire".
Ebbe la certezza dell'intervento provvidenziale, "materno" come lo definì, della Madonna per deviare le pallottole e non colpire organi vitali. Ci fu chi lo accusò di un peccato di superbia, per averlo pensato.
"È esattamente il contrario. Per una persona che ha il senso della totale dedizione alla Madonna, è semmai un riconoscere di aver ricevuto un dono e di avere un debito".
Ma qualche dubbio doveva averlo.
"Non sull'attentato ma sul possibile collegamento dell'attentato con il terzo segreto di Fatima. Per questo prima di far pubblicare quel testo anni dopo, mandò il cardinale Tarcisio Bertone, allora segretario della Dottrina della fede sotto il cardinale Ratzinger, in missione da suor Lucia, l'ultima superstite dei tre bambini che videro la Madonna. Voleva essere certo, sapere se l'ultimo segreto fosse davvero la profezia dell'attentato al Papa. Bertone chiese a suor Lucia se questa interpretazione fosse coerente con quello che la Madonna le aveva rivelato. Suor Lucia rispose di sì; che era coerente con quanto lei aveva scritto con l'ingenuità di una bambina di allora dieci anni che lo aveva visto attraverso questa immagine. Fece inviare a Fatima il bossolo di un proiettile sparato da Agca che ora è incastonato all'interno della corona della Vergine nel santuario".
Credette dunque alla "mano materna che aveva deviato un'altra mano". Ma chi aveva mosso invece la mano assassina di Agca? I servizi segreti bulgari appaltati da Mosca utilizzando una marionetta turca? Il Papa lo pensava?
"Rispondo con quello che disse lui stesso andando per la prima volta in visita in Bulgaria dopo la fine del regime: non considero il carissimo popolo bulgaro responsabile collettivamente".
Era un uomo solo, come si dice tanto spesso dei potenti e dei veri grandi?
"No, non lo era né di fatto né per carattere. Raramente era da solo o con il suo segretario, durante i pasti. Riceveva vecchi amici, collaboratori, intellettuali... Erano occasioni stupende per conversazioni informali. C'era nella sua vita sempre ampio spazio per l'interazione. Giovanni Paolo II non era mai solo, perché non voleva esserlo. Però questa facilità nei contatti umani non lo privava della solitudine riflessiva, il pensare da solo".
Nessun amico, nessun cardinale, neppure l'amatissimo cardinale Ratzinger, nessun addetto stampa possono però mai essere tua madre, tuo fratello.
"Ricordo che quando una volta gli domandai chi lo avesse accompagnato il giorno in cui fu ordinato sacerdote, lui mi rispose: "A quell'età avevo già perso tutte le persone che avrei potuto amare". Sul tavolino accanto al suo letto di morte c'era la piccola foto del padre e della madre che gli era stata regalata in uno dei viaggi all'estero".
L'incontro con la sofferenza morale era avvenuto molto presto, da ragazzo. La salita sul monte della sofferenza fisica sarebbe cominciata quel giorno in piazza San Pietro e non si sarebbe più fermata fino al morbo di Parkinson, l'umiliazione finale del suo messaggio, il male che colpisce la gestualità, l'espressività. Perché attendeste tanti anni, dodici, per ammettere che ne era stato colpito?
"Perché non ce n'era bisogno. Il Parkinson, con quel tremore incontrollabile alle mani e la rigidità dei muscoli facciali, è una malattia che qualunque studente di medicina del primo anno, qualunque persona che ne sia stata colpita o che abbia un parente che ne sia stato colpito, può diagnosticare guardando un minuto la persona che ne soffre. Lei pensa che è necessario presentare una persona incinta di sei mesi dicendo che è incinta? Lo si vede; è evidente. Anche nella patologia, Wojtyla non poteva e non voleva nascondere nulla".
Vedeste insieme, e a volte lei da solo, i cosiddetti grandi del mondo. Lei andò in missione a Mosca, poi a Pechino per coronare il sogno di un viaggio in Russia e in Cina...
"Che non si fecero....".
... e a Cuba dove invece riusciste.
"Parlai a lungo, dalle otto di sera alle due del mattino, con Fidel Castro, e così si sistemarono alcune precondizioni al viaggio del Papa. Nei colloqui privati non gli parlai mai della sua educazione presso i Gesuiti, fu lui a ricordarla a me".
Si rendeva conto, il Papa, che avrebbe celebrato messe in chiese in cui si mescolavano tranquillamente il cristianesimo con la santeria, le Madonne con i Serpenti di Mare?
"Lo sapeva benissimo. E questa conoscenza era una ragione in più per quel viaggio. La gente aveva bisogno delle sue parole, del suo insegnamento che non trovavano da nessuna parte per la scarsità del clero, l'isolamento cubano e le difficoltà di formarsi".
Le diceva tutto, sui suoi colloqui privati con capi di stato o di governo?
"Raccontava i termini dei colloqui e lasciava decidere che cosa era necessario dire all'opinione pubblica. Naturalmente faceva con tutti loro riflessioni profonde di carattere etico. Un giorno ricevette un capo di stato autocrate e violento. Uscendo, dopo il colloquio, commentò quasi tra sé: "Sembra quasi un agnellino"".
Come vedeva gli Stati Uniti, i suoi presidenti?
"Ammirava moltissime cose dell'America, l'apertura, la mobilità sociale, il senso religioso che pervade la vita e non solo la Costituzione. Ha conosciuto e incontrato cinque presidenti americani. Si comportava allo stesso modo con tutti, con Carter, con Reagan, con Bush padre, con Clinton, con Bush figlio. Di Bush giovane apprezzava, per esempio, la legge che ritirava i finanziamenti pubblici alla ricerca sulle staminali embrionali, non le guerre".
Dunque non poteva apprezzare molto Clinton, che era dichiaratamente pro aborto.
"Il presidente Clinton aveva una certa simpatia naturale. E Clinton, che ammirava Wojtyla, ha scritto: "Non vorrei mai fare una campagna elettorale contro di lui"".
E con Reagan?
"Si sono incontrati diverse volte. Parlavano in profondità ma avevano due missioni diverse anche se alla fine storicamente hanno coinciso. Erano come due linee parallele: la diplomazia della forza e la forza delle virtù".
Come guardava all'Italia, alla vita politica italiana?
"Con enorme tenerezza. In Italia facemmo più di duecento viaggi, visite, pellegrinaggi, e quella sua scelta celebre di rivolgersi alla folla in Piazza San Pietro usando l'italiano...".
... se sbaglio mi coriggerete?
"... Appunto. Fu la testimonianza di quell'affetto, del riconoscimento all'Italia che aveva donato mezzo millennio di papi. Seguiva la politica italiana ma non le scaramucce quotidiane. L'ho detto, non era un politico. Quando andò in Parlamento si rivolse alla nazione italiana, non a questo o quel gruppo; parlò di valori, non di destra o sinistra. Guardava spesso i titoli dei telegiornali alla sera e poi basta. Ma il capitolo di una sua amicizia italiana è tutto da ricordare".
Sandro Pertini.
"Sì, il presidente Pertini. Nel giorno dell'attentato, Pertini si fece portare all'ospedale Gemelli e restò in attesa dell'esito dell'intervento, come un parente prossimo, tempestando di domande medici e infermieri, lui che non era credente. Restò fino alle rassicurazioni dell'équipe dei chirurghi. Soltanto dopo cinque ore tornò al Quirinale".
Wojtyla ricambiò questo gesto?
"Ci provò. Quando seppe che l'ex presidente stava morendo, nel 1990, il Papa andò discretamente nell'ospedale dove era ricoverato. Chiese di vederlo, di parlargli per un'ultima volta perché lui sapeva che Pertini lo avrebbe voluto salutare".
Forse sperava in una conversione sul letto di morte.
"Questo non lo so. Non conosco i pensieri del Papa né quelli di Pertini. Forse voleva soltanto confortare un moribondo, da uomo a uomo. Se avesse voluto anche il conforto religioso, il Papa sarebbe stato lì, il prete accanto al moribondo".
Riuscì a vederlo, prima che morisse?
"No. Non lo lasciarono entrare nella stanza dell'amico. Quando il Papa si sentì negare il permesso, chiese soltanto che gli portassero una sedia. Se la fece sistemare nel corridoio sul quale dava la stanza del Presidente e rimase a pregare in silenzio e in solitudine, per il vecchio amico che se ne stava andando. Dopo parecchio tempo si alzò e disse che tutto era già fatto. E, altrettanto discretamente, tornò in Vaticano. Non volle dare nessuna pubblicità alla cosa".
C'era, anche in tanti che avrebbero voluto ascoltare la sua voce, la delusione per il suo conservatorismo dottrinale e inflessibile in materia di amore, di sesso, di omosessualità, di sacerdozio femminile, di celibato sacerdotale. Sembrava stridere così violentemente con la sua persona pubblica, con la fisicità di cui abbiamo parlato. Eppure era entrato in seminario a diciannove anni, dunque aveva visto e conosciuto la vita.
"Concordo con il giudizio di tanti studiosi - dentro e fuori la geografia cattolica - che il più originale contributo del pensiero di Wojtyla è la sua concezione della persona umana. Ne parlammo molto. Prima ancora di parlare di peccato, di legge divina, di morale, Wojtyla vedeva la natura umana, della quale tutti siamo portatori. Oggi, "natura umana" è un'espressione politicamente scorretta, si tende di più a parlare di "genere", di "costruzione sociale" come antagonista alla natura. Ma anche se la cultura prende origine nell'azione, questo non vuole dire che non sia naturale. E la natura umana ha una sua eloquenza evidente".
Negarlo sembra la negazione della libertà morale, dunque della salvazione?
"Giovanni Paolo II pensava che all'essere umano - e soltanto all'essere umano - appartiene anche il dover essere. Questo fa dell'uomo una "persona". Anche gli animali sono, ma non devono essere niente altro di ciò che sono; la loro perfezione è biologica. Nell'uomo la perfezione non è di natura biologica ma morale. Naturalmente si può rifiutare la questione del "dover essere" ma in questo caso l'uomo sta rifiutando se stesso, sta rifiutando di essere ciò che è".
Era quella intransigenza che i critici avvertivano dietro la sua personalità, la sua figura così affascinante?
"Non c'era nessuna contraddizione, se ci pensiamo. L'intransigenza morale, sui principi che hanno a che vedere con la verità, che non era intellettualmente negoziabile, si accompagnava sempre alla sua infinita, illimitata pietas, alla comprensione, alla tolleranza per la persona. La discussione è sulle idee e, alla fine, sulla verità; la persona merita di più che la discussione. E questo lo portava esattamente a quello di cui l'essere umano aveva per lui un bisogno assoluto: la misericordia, soprattutto quella divina".
Ma prima la devi accettare, questa misericordia?
"Certo e la puoi rifiutare, ma allora si entra nel vuoto della solitudine assoluta, nel buio più completo. Quando lo sentivo parlare, si vedeva insieme la profondità della sua fede e la ricchezza del suo pensiero. O se si vuole, della enorme ragionevolezza della religione e della fede".
Un uomo allegro che predicava non il diritto a non soffrire, come scrive oggi la scienza, ma quasi il dovere di soffrire?
"Direi piuttosto, l'inevitabilità della sofferenza. Con un realismo ottimista ma non ingenuo, pensava che imparare a vivere è anche imparare a soffrire. La sofferenza è l'ambito dell'umano, è la condizione del nostro essere, è ciò di cui abbiamo paura. Non soltanto la sofferenza fisica, ma quella spicciola, quotidiana, il figlio che ti fa penare, il sogno che non si avvera, l'amico che ti tradisce, il mondo che sembra impazzire, tutto quello che ci fa soffrire ma che non ci farà mai andare da un medico perché nessun medico può curare o lenire queste cose".
Eppure l'insegnamento della Chiesa sembra essere così spaventato da questo nostro corpo, dalle sue pulsioni, dai suoi desideri.
"Non per Wojtyla. E io penso nemmeno per la Chiesa. Non aveva nessuna paura del corpo. Accarezzava e benediva la pancia delle donne incinte, faceva sport - quando poteva, e cioè non con la frequenza necessaria - lottava tenacemente per tenere in funzione il proprio corpo anche quando era logoro e già non rispondeva agli impulsi. Amava il corpo perché con il corpo l'essere umano si inserisce nella storia: nella storia umana e in quella della salvezza. Ma a questo amore per il corpo si aggiungeva il rispetto che un corpo - il proprio e quello degli altri - merita proprio perché non è un ammasso di cellule ma la condizione storica della persona. Di tutto questo rimane un suo magnifico libro - Uomo e donna lo creò - che è già un classico non soltanto della letteratura cristiana ma anche del pensiero umano".
Anche a rischio di apparire crudeli, ingenerosi, verso chi risponde ad altri richiami, a chi vorrebbe scegliere la propria fine?
"Anche a rischio di questo perché la più terribile delle crudeltà sarebbe ingannare trattando gli altri come cose anziché come persone".
Un rischio che il successore, Papa Ratzinger, corre anche di più, non mostrando quella fisicità, quella corporeità che Wojtyla esprimeva.
"Ma questo è soltanto l'aspetto esteriore. Si dovrebbe riflettere su quanto profonda fosse la sintonia fra questi due uomini pur tanto diversi fra loro. Era stato lui a chiedere a Ratzinger, nel 1981, di venire a Roma, e poi a trattenerlo anche dopo l'età del pensionamento quasi, direi, contro la sua volontà".
Aveva bisogno di lui?
"Probabilmente, sì".
Si può parlare di un capolavoro del pontificato di Wojtyla?
"Per me, il suo capolavoro è stato quello che verrà confermato nella sua beatificazione. Il capolavoro che, con l'aiuto di Dio, lui ha compiuto in se stesso: aver detto di sì fino all'ultimo momento a tutto quello che Dio gli chiedeva. La sua totale disponibilità ad essere quello che Dio gli domandava che fosse, sia quando era un giovane uomo vigoroso sia quando non ce la faceva più. Quando voleva parlare alla finestra e non ci riusciva e si agitava prima di calmarsi. Totus tuus, non ce la faccio più, e subito dopo Totus tuus. Questo era il presagio di santità che vedevo in lui, come mi avevate chiesto all'inizio, fino al momento in cui si arrese all'ultima volontà divina, che era quella di tornare alla casa del Padre. Non scelse di morire. Scelse - ancora una volta nella sua vita - di accettare quello che un Altro aveva scelto per lui".
Erano le 21,37 del 2 aprile 2005, quando il tracciato cardiografico si appiattì e il dottor Buzzonetti, medico pontificio, certificò la fine. Alla finestra della sua stanza nel Palazzo apostolico, fu accesa la piccola candela della tradizione polacca per i morti. Suor Tobiana gli posò la mano sulla testa. Attorno al letto di morte del Papa, "senza che ci fosse stato prima un accordo" dice ora Joaquin Navarro-Valls, suore, infermieri, preti cominciarono a intonare il Te Deum laudamus, non una nenia funebre, ma l'inno cristiano più solenne e trionfale del ringraziamento. Ringraziamento non per una morte, ma per tutta la vita straordinaria nell'ordinario quotidiano che l'aveva preceduta.
La piazza, là sotto, era piena, ma silenziosa. Le voci del "Santo subito" avrebbero presto riempito quel silenzio.

(24 aprile 2011) © Riproduzione riservata
da - repubblica.it/esteri/2011/04/24/news/


Titolo: VITTORIO ZUCCONI - Il processo impossibile
Inserito da: Admin - Maggio 04, 2011, 05:09:39 pm
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mag
2011

Il processo impossibile

Vittorio ZUCCONI

Leggo che anche Massimo D’Alema, già premier italiano quando bombardammo la Jugoslavia ammazzando senza processi e sentenze, avrebbe preferito un Osama catturato e processato. Tesi che molti, e alcuni anche in buona fede, sostengono, trasversalmente ai partiti e alle opinioni. Proviamo a guardarla un po’ più a fondo con alcune domande:

1) Processo dove? Quale tribunale in quale nazione avrebbe avuto giurisdizione su di lui, visto che i crimini dei quali è imputata al Quaeda hanno colpito dozzine di Paesi in ogni continente? Forse che i morti a New York avrebbero dovuto avere precedenza sui morti in Kenya, in Marocco, in Tanzania, in Inghilterra, a Madrid ecc ecc? Non avremmo subito gridato ai “morti americani” che contano più degli altri? O avremmo portato in giro per il mondo, come un orrendo “Osama’s Traveling Circus” Osama e i suoi avvocati?

2) Quale governo, o governatore di stato nel caso degli Usa (l’11 settembre colpìNew York, la Virgina e la Pennsylvania) avrebbe accettato l’incubo di un processo e di una detenzione che avrebbe molto probabilmente prodotto azioni terroristiche per chiedere la liberazione del “profeta”? Come avremmo reagito se qualche gruppo jihadista avesse catturato un autobus pieno di scolaretti minacciando di sgozzarli tutti uno per volta con web cam per Internet se Osama non fosse stato liberato? Ci siamo già dimenticati gli anni delle BR, dei ricatti con lettere e comunicati ai giornali, che pure al confronto di al Quaeda erano boy scout?

3) Con quale procedura? Militare (corti marziali) o civile? Se militare, avremmo parlato di processo sommario, di “kangaroo court”, di giustizia da Far West, trovate un ramo alto e una corda. Se civile, l’imputato avrebbe avuto diritto, come qualsiasi uxoricida, rapinatore, serial killer, alle piene e totali garanzie offerte alla difesa. Non ci sarebbe stata scarsità di avvocati disposti a rappresentarlo affermando – come è giusto – che ogni imputato deve essere difeso nella pienezza del codice. Altrimenti perchè fargli un processo, se è soltanto una farsa come quella contro Saddam Hussein in Iraq?

4) Per quali reati specifici? Come sappiamo da Norimberga in poi, dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio” il reato di crimini contro l’umanità è difficilissimo e gli esiti sono spesso contraddittori. il Feldmaresciallo Keitel, un militare che sosteneva di avere fatto soltanto il proprio dovere agli ordini del capo dello stato, fu impiccato. Albert Speer, architetto e civile, senza il quale la macchina bellica del Reich si sarebbe inceppata e i Keitel non avrebbe avuto gli strumenti per compiere i loro crimini, se la cavò.

5) Avremmo dovuto usare testimonianze estorte con la tortura? No, perchè ogni tribunale civile vero le avrebbe considerate inammissibili. Pentiti? Ma non ci stanno disperatamente spiegando che i pentiti sono inattendibili? Saremmo ricaduti nella comoda trappola del “mandante morale” che tanti guasti ha fatto anche in Italia?

6) Con quale durata? Nessuno, nelle civiltà giuridiche serie, può fissare limiti temporali per un processo, che si svolge secondo i propri ritmi non in base a scadenze arbitrarie fissate con maggioranza parlamentari, come si vuol fare in Italia. Sarebbero stati necessari anni, sicuramente. Istruire e condurre un processo a un personaggio accusato di avere creato e diretto una struttura che ha patrocinato, ideato, organizzato, finanziato atti criminali per decenni in tutto il mondo non è il processo Bunga Bunga e neppure il caso Framzoni. Con quanti testimoni, per l’accusa e la difesa? Migliaia? Diecine di migliaia? A quali costi?

6) Come avrebbe usato quel pulpito l’accusato? Avrebbe sputtanato l’America, dicono i complottisti, ricordando a tutti di essere stato anche una creatura dei servizi Usa in funzione anti Urss negli anni 70 e 80 e i rapporti che la sua famiglia (non lui, come si blatera in rete) ebbe con i Bush e con altri pezzi da 90 euroamericani. Certamente lo avrebbe fatto, arricchendo la narrazione di prediche, profezie, balle, citazioni sacre, sceneggiate diretti a quel mondo mussulmano che lo stava già abbandonando da tempo, per rinfocolare il proselitismo. Ah ha, molti diranno, ecco la coda di paglia dell’Occidente. Piccolo pro memoria: in guerra, fredda o calda che sia, si formano sempre strane e sordide alleanze per sconfiggere il nemico comune (i nemici dei miei nemici sono i miei amici). Abbiamo già dimenticato che per abbattare Hitler e Mussolini, le democrazie occidentali si allearono con, e rifornirono di armi e soldi, uno dei peggiori criminali di massa della storia, tale Stalin, senza il quale sconfiggere i nazifascisti sarebbe stato molto più duro, se non impossibile?

7) Con quale pena? La forca? La siringa? La fucilazione? Certamente, ma soltanto se fosse stata dimostrata la sua colpevolezza perchè la colpa, nella nostra civiltà giuridica che non è quella tagliata con l’accetta del fallacismo islamofobo, il “siete tutti assassini”, è sempre individuale. Vi immaginate che cosa sarebbe accaduto se fra cinque, dieci, quindici anni, esauriti tutti gli appelli e i ricorsi ai quali avrebbe avuto pieno diritto, Osama bin Laden fosse stato condotto in un penitenziario (di nuovo: dove?) per l’esecuzione? Riuscite a concepire il circo tele-inter-giornalistico che – lo so per esperienza di casi ben più piccoli – sarebbe scoppiato nel mondo intero?

8) Vi pare che la dirigenza politica degli Usa, da Obama in giù, non abbia considerato e valutato la possibilità di catturarlo vivo, riflettuto se sarebbe stato meglio, anche propagandisticamente (quella del terrorismo è una guerra ideologica, prima che armata) esibirlo in catene come il King Kong del Barnum?

La mia personale conclusione è, avendo assistito ad abbastanza “processi del secolo”, purtroppo, dico purtroppo perchè aborro la legge del taglione, che non esistevano alternative reali all’esecuzione sommaria sul posto. Una volta individuato il covo di Osama e avuta la certezza che lui era nascosto lì, il solo finale possibile era il colpo in testa.

da - zucconi.blogautore.repubblica.it/


Titolo: VITTORIO ZUCCONI E per bandiera uno smartphone
Inserito da: Admin - Agosto 23, 2011, 10:28:59 am
E per bandiera uno smartphone

di VITTORIO ZUCCONI

CI GUARDANO e ci sorridono da un tempo che conoscemmo e che abbiamo dimenticato, il giorno della liberazione.
Ce l'hanno fatta. La ragazza con lo hijab nero attorno al capo e gli occhiali "aviator", il bambino con il cappello a cono del piccolo Harry Potter del deserto, il vecchio beduino con la barba grigia e l'occhio incendiato dall'emozione, sono riusciti a vivere quel miracolo che chiamammo "Liberazione". Quel miracolo che la storia regala con estrema avarizia a chi se la sa conquistare.

Forse saranno liberi soltanto per un giorno, e quella felicità che la luce dipinge sui volti dei libici oggi potrà essere cancellata da nuove ombre di buio, perché la storia che ricomincia non è mai una garanzia di nulla e la guerra, neppure se vittoriosa, non è necessariamente una levatrice prodiga. Ma è impossibile non commuoversi e non invidiare una scintilla della loro ebbrezza. Perché in queste ore, dopo quarant'anni, la generazione dei giovani come dei vecchi che si erano forse rassegnati, hanno ritrovato un bene chiamato "speranza". Quella materia prima che per decenni è mancata a centinaia di milioni di prigionieri di regimi e governi torvi, soprattutto, ma non soltanto arabi, dal Nord Africa fino all'Asia Centrale. E che tanti europei e americani li credevano geneticamente, culturalmente incapaci di distillare. Molti di loro esibiscono l'arma letale che sta facendo tremare i tiranni e i tragici pagliacci in tutto il mondo e non sono l'immancabile
AK 47 né la bandoliera di proiettili alla "Viva Zapata" sulle spalle che un ribelle esibisce.
Guardatela: è il telefonino "smart" che la giovane donna con i Ray-Ban a specchio innalza sopra la testa per riprendere il video di se stessa in festa e che il partigiano con il mitra porta appeso al collo come un amuleto. È quell'apparecchio che attraverso i "tweets" e la posta elettronica, facebook e i social network ha trasformato un'altra sommossa tribale e locale, facilmente sopprimibile e ancora più facilmente occultabile dalla televisione, in uno scandalo mondiale, dunque in una mobilitazione internazionale. Neppure il petrolio, senza la miccia dei telefonini, avrebbe fatto esplodere Gheddafi.

La guerra civile libica si è combattuta fra le due immagini opposte e più simboliche di questo evento, la ragazza con lo "smartphone" e la "anchorwoman", la lettrice del tg con la pistola impugnata per la canna che vediamo sbraitare di resistenza fino alla morte quando già bussavano alla porta per arrestarla senza colpo ferire. Ci dicono, queste due immagini, che neppure la televisione dei servi, l'ultimo rifugio dei farabutti, la stampella magica dei bugiardi, è più sufficiente a garantire che un governo possa ingannare tutti, tutti i giorni. Lo "smartphone" fa tremare i regimi sulla piazza Tahiri del Cairo, in Siria, in Iran e come ben sa il Partito Comunista Cinese impegnato ogni giorno in un duello al "gatto col topo" fra la propaganda di stato e la comunicazione elettronica individuale.

Non sono neppure soltanto di giovani, o addirittura di bambini eccitati senza capire, i volti e le figure che queste cartoline dalla speranza ci inviano. Vediamo anche uomini, in grande maggioranza uomini, avanti negli anni, gente di mezza età abbondante, che erano giovani in quell'estate del 1969 quando Muammar Abi Minyar Abd Al Salom Al Gheddafi condusse la sua rivoluzione repubblicana. Probabilmente loro stessi, il vecchio Senussi dal volto magro e l'imam che predica urlando nelle foto, si agitavano nelle stesse vie di Tripoli scandendo il suo nome e agitando poi il "libretto verde" di un'altra speranza tradita, quella del nazionalismo pan arabo dei Nasser in Egitto, dei Saddam Hussein in Iraq, dei Boumedienne in Algeria e degli Assad in Siria.
Oggi vediamo lo stesso vecchio innalzare un ritratto dell'uomo al quale aveva inneggiato e che appare ridicolmente grottesco nel costume di scena da dittatore e condottiero, buttarlo nel falò di un altro predatore travestito da benefattore e gridare insulti contro di lui, mentre i suoi nipoti esibiscono cartoon con l'impiccagione del raìs, ridendo come se fossero a una festa per un mondiale di calcio. Ma non potrà stupire né scandalizzarci questo "tradimento", il solito scoprirsi tutti "anti" nel giorno della Liberazione, di fronte alle acrobazie dei governanti europei che avevano addirittura baciato quella stessa mano che poi avrebbero contribuito a tagliare.

Le cartoline della speranza naturalmente non ci dicono nulla del futuro, di che cosa aspetti questa gente che ha rifatto il percorso che noi europei prigionieri di regimi osceni appena ieri abbiamo fatto, abbattendoli anche grazie alle bombe e agli aerei dei liberators. Non lo possiamo dire perché all'album di questa felicità cruenta e insieme giocosa - la stessa che alcuni di noi ebbero la fortuna di vedere a Kuwait City nel 1991 e, del tutto effimera, a Bagdad nel 2003, perché nessun irakeno aveva preso le armi per deporre Saddam e nessuno sentì come propria la liberazione - manca ancora la foto più importante. Quella di Gheddafi.

Lo vediamo giustiziato in effigie, con il viso torturato e contorto nella smorfia involontaria di un poster che si accartoccia, ma l'uomo resta, in queste ore, uno spettro. Da quella foto, dalla sequenza della sua fine e del trattamento che gli verrà riservato dalla nazione che ha tiranneggiato per una generazione che ancora nessun obbiettivo, neppure di un cellulare, ha ripreso, capiremo molto. Nella speranza, questa volta nostra, di non rivedere l'orrore del Saddam impiccato in video o di un cadavere gonfio appeso a un lampione.

(23 agosto 2011) © Riproduzione riservata
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Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Roma brucia: missione compiuta
Inserito da: Admin - Ottobre 16, 2011, 10:35:50 am
15
ott
2011

Roma brucia: missione compiuta

Vittorio ZUCCONI

Se fossi nei trombettieri del governo, andrei molto cauto nell’approfittare di questa catastrofe, come ha fatto puntualmente il solito TGUno, seguito poi dallo stesso Berlusconi con un comunicato ridicolo e offensivo, nel quale esalta proprio quelle forze dell’ordine alle quali il decreto stabilità appena varato dal Consiglio dei Ministri ha tagliato 60 milioni di Euro.

Un governo che non sa garantire l’ordine e la sicurezza di una manifestazione autorizzata e pacifica nella propria capitale, che non sa prevedere e prevenire quello che tutti noi avevamo temuto, che permette a centinaia di professionisti dello sfascio di arrivare tranquillamente lungo il percorso annunciato della sfilata addirittura con “uniformi nere e maschere antigas” come dice una trafelata inviata del TGUno che si crede di essere a Kabul, dovrebbe dimettersi, invece di tentare di strumentalizzare le operazioni di questi spaccavetrine. Soprattutto se nello stesso giorno in nessun’altra capitale del mondo – nessuna – dove si sono svolte manifestazioni simili è accaduto nulla di lontanamente simile.

Come ha detto il corrispondente da Londra dello stesso TGUno, Antonio Capranica, correttamente informando e involontariamente mettendo in stato d’accusa la città e il governo italiani, “Londra non si è fatta trovare impreparata”. Roma invece sì. Completamente impreparata, nella più benevola delle ipotesi. E Roma chi è, se non chi amministra la città e governa la nazione?

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Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Pensare in Italia
Inserito da: Admin - Novembre 20, 2011, 05:15:17 pm
19
nov
2011

Vittorio ZUCCONI

Pensare in Italia

Tutto quello che abbiamo visto, letto e ascoltato in queste “idi di Novembre” è bello e istruttivo, come avrebbe scritto il grande Giovannino Guareschi, ma la questione centrale per il nostro Paese non è sapere quanto pagheremo di Ici o quanti anni di contributi saranno necessari per andare in pensione a 110 anni. Sono problemi seri, umanamente gravi, ma individuali. La questione è sapere se le aziende italiane, dalle micro alle (poche) macro ritroveranno la creatività, la forza, le idee, le palle e i crediti (non c’è economia senza finanza, anche Jobs ebbe bisogno di essere finanziato per creare la Apple) per riprendere a vincere sui mercati, a competere, a crescere e quindi a creare quel lavoro che lo Stato, non essendo un produttore di ricchezza ma soltanto un consumatore e un redistributore di soldi non suoi, quando va bene, non può creare. Oggi le grandi fortune industriali e i grandi utili per generare nuovo lavoro si fanno con le idee (yes, marketing compreso, non è il demonio) con i frutti della ricerca, con il genio, con quelle cose che un tempo in Italia abbondavano, dai grandi carrozzieri agli stilisti di moda, dalle magliaie di Carpi ai salumieri lattai di Parma, dalla figurine Panini ai freni della Brembo. Guardate che cosa c’è scritto sul vostro iPhone o iPad: “disegnato in California, assemblato in Cina”. E’ meglio essere impiegati alla Apple o alla Google o alla Microsoft o lavorare alla Foxconn come schiavi per fabbricare quello che il “pensiero” altrui farà funzionare, ricordando che un PC, un telefonino, un server sono oggetti inutile se non hanno dentro un’intelligenza che li fa vivere? Questa è la nuova divisione globale del lavoro, tra chi “concepisce” e chi “assembla” le idee degli altri e questo è il limite fondamentale del boom cinese, che ancora non mi risulta abbia creato nulla che sia davvero “cinese”, a parte i salari da fame, le botte e la censura. Se l’Italia non si rimette a “inventare”, non ci saranno governi, coalizioni, elezioni, papocchi, manovre, uomini del destino, che potranno salvarci. Sforziamoci di cercare meno “posti” (che tanto non ci sono) e di farci venire più idee. Sono vent’anni che abbiamo smesso di pensare, paralizzati dalle paure della globalizzazione, della delocalizzazione, dell’immigrazione, dalla difesa di diritti sulla carta svuotati dalla realtà quotidiana, dell’Eurabia (dove è finita la “minaccia islamica”?) del mondo e di noi stessi. Non dobbiamo avere paura di rischiare e di investire nella nostra intelligenza. Non saremo mica tutti diventati Scilipoti, Renzo Bossi o Gasparri, cazzarola.

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Titolo: VITTORIO ZUCCONI. L'ultima lettera dal Vietnam "Mamma, che sporca guerra"
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2012, 04:55:54 pm
 
LA STORIA

L'ultima lettera dal Vietnam "Mamma, che sporca guerra"

Consegnata agli Usa la missiva di un soldato morto 43 anni fa e mai spedita.

Il militare accusava i suoi: così quelle parole divennero propaganda usata dall'esercito di Hanoi 

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - E finalmente Rambo divenne soltanto un inerme postino, perché c'è ancora posta per noi, dall'abisso del Vietnam. Ha impiegato 43 anni, la lettera alla madre del soldato Flaherty, spedita dal fronte dove lui fu ucciso nel 1969, per arrivare a destinazione ieri, nelle mani del ministro della Difesa Leon Panetta.

Panetta l'ha ricevuta a Hanoi per conto di quella donna che non c'è più. Ma dopo quasi mezzo secolo, l'ultima cartolina dal massacro è indirizzata alla famiglia America, all'umanità, non più alla sola famiglia del sergente Steve Flaherty: "Questa è un sporca guerra crudele - scriveva - ma spero che voi a casa riusciate a capire perché la combattiamo".

Furono quelle due parole, dirty war, sporca guerra, a impigliare la lettera del soldato nella rete della propaganda e a impedirne il recapito. Quando Steve Flaherty e il suo plotone finirono nella trappola di un'imboscata dell'esercito regolare Nord Vietnamita nell'"Hamburger Hill", la collina della carne trita, i soldati di Hanoi frugarono nelle sue tasche e trovarono la lettera alla madre che aveva scritto la sera prima di essere lanciato dagli elicotteri. I commissari politici capirono che quelle sue parole avrebbero potuto avere un valore psicologico prezioso e la lettera del soldato venne ripetutamente letta e usata.

Una sporca tattica per combattere una guerra sporca. "Non riuscivamo neppure a recuperare i corpi dei compagni caduti e i nostri zaini, perché
quando ci siamo ritirati, sono arrivati gli aerei e con le bombe e il napalm hanno incenerito tutto. Se ti chiama papà, digli che sono stato vicinissimo alla morte, ma sono scampato anche questa volta". Sarebbe stata l'ultima volta per il sergente Flaherty, da Columbia, South Carolina.

Di questa sua lettera mai arrivata, eppure letta più volte da Radio Hanoi e pubblicata sulla stampa simpatizzante nel mondo, non si era più saputo nulla fino allo scorso anno. Fu allora che un colonnello in pensione dell'esercito vietnamita ne fece menzione su un sito Internet dicendo di averla nelle proprie mani. Potenza della Rete, qualcuno al Pentagono notò questa menzione e cominciò un lavorio sotterraneo di contatti e di segnali per riaverla.

L'occasione sarebbe stata la visita ufficiale di Leon Panetta, il segretario alla Difesa nei primi giorni di questo giugno. L'esca sarebbe stato un quadernino con la copertina bordeaux che un soldato americano aveva trovato sul corpo di un nord-vietamita ucciso, un diario privato con la foto di una donna e qualche banconota del Nord comunista, conservato da un reduce intatto per 40 anni.

Lo scambio, fra Panetta e il collega vietnamita Phung Quang Tanh è avvenuto, infinitamente meno torvo del mercato degli emaciati prigionieri di guerra americani restituiti dai campi di prigionia, sicuramente meno macabro delle scatole di ossa che ancora oggi Hanoi periodicamente consegna all'ambasciata americana per rovistare e stabilire se fra esse ci siano i resti di quei 1.277 "Mia", dispersi ancora missing in action. Con il rischio di trovare, come accadde, anche ossa di cani e animali nelle scatole. Bastano le parole.

"Il nostro plotone era di 35 uomini e quando lo scontro è finito eravamo rimasti in 19. I soldati del Nva (l'esercito regolare del Nord) combattevano fino alla morte e quando ne era rimasto vivo uno solo non siamo riusciti a prenderlo prigioniero, perché si era imbottito di esplosivo e come ci siamo avvicinati a lui, si è fatto esplodere".

Dalla fine formale della guerra, con la resa di fatto firmata da Kissinger a Parigi nel 1973, il destino delle migliaia di dispersi è stato un dramma umano, e ideologico, costante nella storia americana del dopo Vietnam.
Le organizzazioni spontanee dei reduci, raccolte sotto le bandiere nere del movimento per i "Pow-Mia", prigionieri di guerra e dispersi, hanno marcato duro il Parlamento, nel sospetto, per loro la certezza, che ci fossero ancora piccole succursali segrete dell'infame "Hanoi Hilton", il campo di concentramento principale nella capitale, commilitoni usati come merce di scambio. Avventurieri e sciacalli avevano organizzato, o finto di organizzare, incursioni in Laos e in Vietnam ma i soli risultati veri furono la germinazione di falsi eroi in Technicolor, i Sylvester Stallone, i Chuck Norris, con lieto fine hollywoodiano.

Quarant'anni dopo la fine ufficiale della guerra, e ormai venti anni dopo la definitiva normalizzazione voluta da Bill Clinton nel 1993, la fiamma di sdegno dei reduci è ormai brace stanca, come i vecchi che la attizzano, essendo chiaro che Hanoi non ha più alcun interesse a nascondere prigionieri o resti umani. Lo scambio fra la lettera del soldato Flaherty e il calepino del milite ignoto vietnamita è tra le ultime, tenere manifestazioni di una guerra non più infinita. Tutto è cambiato. Portaci la posta, Rambo.
 

(06 giugno 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2012/06/06/news/ultima_lettera_vietnam-36626977/?ref=HRER2-1


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Il gol che cambia la partita Romney vince il primo dibattito
Inserito da: Admin - Ottobre 04, 2012, 03:50:36 pm
ELEZIONI USA

Il gol che cambia la partita Romney vince il primo dibattito

Un fiacco Obama surclassato nel primo faccia a faccia televisivo contro lo sfidante repubblicano.

Il presidente è rimasto passivo, a incassare i colpi portati dall'ex governatore del Massachusetts senza riuscire a incalzarlo.

Apparendo un "non leader"

di VITTORIO ZUCCONI


SE IL Presidente Barack Obama perderà la Casa Bianca il 6 novembre prossimo dovrà guardare al primo scontro con il repubblicano Mitt Romney come all'evento che ne ha segnato la sconfitta. Si sapeva, per averlo visto già nei duelli di quattro anni or sono prima contro Hillary Clinton nelle Primarie e poi contro John McCain per la presidenza, che Obama non è al meglio nei dibattiti, ma la sconfitta di stanotte di fronte a un Romney che sembrava in agonia ed ha fatto quello che la squadra in rimonta deve fare - attaccare, attaccare, attaccare - ha sorpreso anche i pessimisti. E ha fatto infuriare i sostenitori. La serata di Denver potrebbe essere stato il "game changer", il gol che cambia la partita nel quale i repubblicani e la Destra americana speravano.

Non si sarebbe potuto immaginare un peggiore regalo per il suo ventesimo anniversario di matrimonio caduto proprio in coincidenza con l'incontro. Obama ha incassato senza restituire i colpi, anche quando l'avversario palesemente si scopriva negando di avere detto quello che aveva detto in passato e rinnegando quelle posizioni sulle tasse, sulla sicurezza sociale, sulla sanità pubblica per gli anziani e i bambini, che erano stati i capisaldi della propria campagna.

Nel timore di apparire troppo aggressivo e poco presidenziale, Obama ha mostrato una passività che anche il "body language", le espressioni e i movimenti inconsci del corpo, confermavano. Non ha commessa gaffe, non ha detto enormità che resteranno nella storia americana. Ha subito
l'aggressività dell'altro senza reagire. Teneva gli occhi bassi. Lanciava sorrisi troppo larghi per essere sinceri. Si imbarcava in lunghe, complicate spiegazioni e giustificazioni del proprio operato alla Casa Bianca che lo hanno fatto apparire per quello che un Presidente non dovrebbe mai apparire: un "non leader".

I primi sondaggi, registrati a caldo dalle reti televisive indicano unanimemente in Romney il vincitore. Diranno i prossimi giorni, i quattro o cinque che servono perché gli effetti profondi, e non quelli epidermici, dei dibattiti si sedimentino nell'opinione pubblica e si traducano in spostamenti importanti nei sondaggi. E non si deve mai dimenticare che non sono i professionisti della politica, dell'informazione, dello "spin", della piega da dare agli eventi, quelli che decidono l'esito dei duelli né delle elezioni.

Ma nessuno si aspettava un Obama tanto fiacco e passivo, né un Romney così teatralmente, ma efficacemente vivo. La sedia vuota della candidatura repubblicana ha finalmente un uomo seduto sopra, mentre la poltrona dello Studio Ovale è sembrata deserta.

Non sono le cifre, le promesse, le acrobazie di cifre e di formule quelle che restano nella memoria degli spettatori nella case d'America. E' il senso di leadership che i concorrenti sanno trasmettere e in questo Obama ha fallito. L'America non elegge un amministratore di condominio, un economista, un ideologo, ogni quattro anni. Elegge colui che le appare come un leader, come qualcuno che la rappresenti, o che meglio finga di rappresentarla.

La sola buona notizia per il Presidente è che ci sono ancora due dibattiti, il prossimo fra una settimana, l'11 ottobre. E non potrà fare peggio di quanto abbia fatto ieri notte in Colorado.

(04 ottobre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/elezioni-usa/2012/10/04/news/il_gol_che_pu_cambiare_la_partita_romney_vince_il_primo_dibattito-43819145/?ref=HREA-1


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, La maledizione dell'America
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2013, 09:23:09 am
   
La maledizione dell'America

Alle armi anche il presidente Nobel per la pace. Odiata e indispensabile, la condanna dell'America a finire in prima linea. Non potrà nulla l'Onu, un sacco vuoto usato spesso per nascondere cattive intenzioni. La prepotenza americana è l'indicatore inverso dell'impotenza altrui

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - La condanna e il privilegio di chiamarsi America. La felice maledizione della propria "eccezionalità". Stanno conducendo di nuovo gli Stati Uniti verso un'azione militare che nessuno a Washington davvero vuole, ma che tutti sanno essere ormai inevitabile.

Il paradosso storico di una nazione costruita per restare alla larga dai grovigli politici del mondo, per evitare ogni legame con altre nazioni oltre gli oceani, come scrisse nel proprio testamento spirituale il padre della patria George Washington, si ripresenta con implacabile puntualità in Siria.

È uno spettacolo insieme spaventoso e affascinante, come assistere a un'eruzione vulcanica o alla discesa di una valanga, vedere muoversi oggi con Barack Obama gli stessi meccanismi che negli ultimi 150 anni, da quando gli Stati Uniti sigillarono nel sangue fraterno la loro unità, hanno portato presidenti dopo presidenti, repubblicani come democratici, isolazionisti o interventisti a essere risucchiati nel gorgo delle crisi internazionali. Anche in Siria, come nei canali di Fiandra, come tra le dune della Normandia, come nelle paludi Indocinesi, come nei deserti d'Arabia, come in dozzine di altri angoli del mondo spesso sconosciuti anche ai soldati mandati a morire per loro, l'America non può più sfuggire al destino di essere America.

La spiegazione di comodo, quella che la faciloneria dell'ideologismo antiamericano sta risfoderando anche in questa giorni, è che l'interventismo Usa sia soltanto il braccio armato degli interessi commerciali, industriali e oggi finanziari degli americani, mentre una piccola, ma tenace setta di allucinati arriva ad accusarli addirittura di creare gli incidenti che giustificano l'azione armata, dalla distruzione delle Torri Gemelle fino alla fornitura di gas ai ribelli siriani per "autogasarsi" e così provocare la spedizione punitiva contro Assad. Ma se è vero che nella storia del mondo, come in quella americana, non mancano episodi di false provocazioni, come l'esplosione del Maine nel porto dell'Avana o l'incidente immaginario nel Golfo del Tonchino, spiegare con formule paleo marxiane o neo complottiste perché gli Usa si lascino risucchiare in azioni armate dalle quali non traggono né conquiste territoriali né bottini di guerra non spiega niente.

Non spiega soprattutto la specificità e la diversità della espressione di potenza militare come esercitata per gli ultimi 150 anni dagli Stati Uniti. Non ci sono precedenti, nella storia del mondo, di superpotenze che consumino tesori immensi e brucino migliaia di vite senza pretendere annessioni, tributi, cessioni totali di sovranità dai nemici vinti, come ha fatto l'America dopo il doppio intervento nella guerra dei Trent'Anni in Europa, fra il 1914 e il 1945. E neppure l'antimericano più allucinato può sostenere che dai 15 anni di emorragia in Vietnam, dai dodici in Afghanistan e dai dieci in Iraq, Washington abbia tratto vantaggi imperiali. Il Vietnam divenne interamente e trionfalmente comunista, l'Iraq è sempre più un satellite iraniano. E l'Afghanistan sta tornando a scivolare tre le mani del Taliban. Tutto questo mentre nel 2008, quando l'imperialismo yankee avrebbe dovuto conoscere la propria apoteosi, gli Stati Uniti hanno rischiato il collasso economico totale.

Eppure, di fronte a tragedie inqualificabili come quella in atto fra Assad e i suoi nemici, si alza immediatamente la richiesta di intervento americano, perché anche i meno teneri verso gli Usa sanno che se non si muovono i Marines, le superportaerei, i Seals, i missili Cruise, i droni del Pentagono, non si muoverà nessuno. Non potrà nulla l'Onu, che è un sacco vuoto di intenzioni politiche e di forza di persuasione che viene usato per nascondere la propria impotenza o le proprie cattive intenzioni, come quelle di Russia e Cina. Segretamente, inconfessabilmente, si punta sull'"eccezionalismo" americano, sulla disponibilità a intervenire con la violenza per impedire violenza, riservandosi naturalmente il diritto di accusare gli Usa di ogni nefandezza, a posteriori.

La prepotenza americana è l'indicatore inverso della impotenza altrui. Di fronte al vuoto di volontà, di determinazione, di semplice capacità d'azione, Washington si lascia risucchiare ancora e ancora, pur sapendo, come anche oggi i generali stanno dicendo a Obama, che una spedizione punitiva contro Assad è un salto nel buio dove i rischi superano di molto i possibili vantaggi. Ma l'America non può fare a meno di essere l'America, di sentirsi chiamata a rispondere e a indossare la responsabilità di essere insieme il protettore e la vittima, il poliziotto e il killer nella viltà del mondo. Anche Obama, il guerriero riluttante, il titolare di un Nobel per la Pace che fece sorridere anche lui nella evidente assurdità, sta camminando, come gli eroi di tragedie greche trascinati dal destino, verso quegli errori che riconobbe e rimproverò ai predecessori. Non subisce certamente la seduzione del teorico di quel "Nuovo Secolo Americano" che imbambolò Bush il Giovane, ma non ha scampo. Non c'è un'altra America, ma soltanto questa, la somma di tutti i successi e i disastri della storia contemporanea, sempre più sola, sempre meno amata, sempre più indispensabile.

(31 agosto 2013) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/31/news/la_maledizione_dell_america-65591869/?ref=HRER2-1
   


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Non è Paese per ultras
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2014, 05:51:42 pm
20
feb
2014

Non è Paese per ultras

Dal duello Kennedy-Nxon del 1960 alla sceneggiata Renzi-Grillo del 2014 (nella sala intitolata ad Aldo Moro, povero Moro) ci sono 54 anni e alcune migliaia di anni luce di cultura civica. Tutti i partecipanti a questi scontri, ormai divenuti show, si preparano battute precotte, “zinger”, stilettate verbali, controbattute e l’artificiosità dei duelli è ormai evidente. Ma una regola resta fissa da quel giorno del 1960 che cambiò per sempre il modo di fare campagna elettorale: la sbruffoneria e la buffoneria, il bullismo e l’aggressività, l’aria di sufficienza e si superiorità sono boomerang che tornano in faccia a chi li lancia, non importa quale sia la forza dei suoi argomenti.

L’aria infastidita e supponente di Al Gore di fronte a Giorgino Bush lo rese insopportabilmente antipatico e gli costò quelle migliaia di voti che persino nel suo stato, il Tennessee, lo fecero perdere e regalarono la Casa Bianca a Giorgino, ben prima che si scatenasse il sinistro ambaradan della Florida. L’aria paternalistica di Rick Lazio, repubblicano di New York che aggredì Hillary Clinton – una donna, per di più – nello scontro per il seggio senatoriale di New York 2000 distrusse le sue possibilità di vittoria.

La rabbia, la collera, il disprezzo per l’avversario sono ovviamente combustibile potente per lanciare un candidato o un partito verso i successi elettorali, perchè in ogni epoca o luogo ci saranno sempre abbastanza persone furiose con lo status quo sociale, “loro”, le caste vere o immaginarie, il vicino più fortunato con l’auto nuova e il praticello ben rasato, per costruirci sopra un castelletto di voti. Lo si è visto negli USA con il travolgente successo del “Tea Party”, estremisti e radicali decisi a tutto per rovesciare la “dittatura fiscale e statalista” e le vecchie cricche parlamentari, ma al momento di passare dalla furia alla proposta, dall’opposizione al governo, anche il “Tea Party” si è sgonfiato e si è marginalizzato. La rabbia non serve per governare.

Al momento dell’incontro per definire chi, fra i candidati, dovrà governare, il quadro di riferimento cambia drasticamente. Il pubblico “at large”, quello che osserva essendo fuori dai recinti di parte e chiede miglioramenti incrementali non rivoluzionari, vuole istintivamente, prima che razionalmente, vedere in quella donna o quell’uomo il capo famiglia, il leader che potrà guidare tutti verso un futuro più dignitoso, con saggezza. E se il capo degli ultras di curva piace moltissimo quando si tratta di inveire contro l’arbitro, i giocatori lazzaroni, la società, quei porci degli ultrà della curva opposta, la maggioranza degli spettatori non si sognerebbe mai di far di lui l’allenatore della squadra. Pur avendone devastato il nome, la sostanza di quello che la orrida destra italiana ripete rimane vero: l’Italia, come tutte le maggior nazioni sviluppate anche se zoppe, rimane un Paese di “moderati” che diffidano dei capipopolo da piazza e dei giacobini da reality show. Non un popolo controrivoluzionario nè rivoluzionario. Semplicemente un popolo a-rivoluzionario, capace di brevi collere e di lunghissima sopportazione.

Da - http://zucconi.blogautore.repubblica.it/?ref=HRER1-1


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. Usa, incontro Trump-Merkel: lo spettacolo del Cafone in ...
Inserito da: Arlecchino - Marzo 22, 2017, 12:50:23 pm
Usa, incontro Trump-Merkel: lo spettacolo del Cafone in Chief Usa, incontro Trump-Merkel: lo spettacolo del Cafone in Chief
Il rifiuto villano di stringere la mano al capo del governo tedesco, è gesto lanciato come un osso ai più rabbiosi dei suoi fan, ostentato in una Casa Bianca dove i suoi predecessori hanno stretto le mani di nemici formidabili e reali, è pura teatralità da Reality TV che diventa sostanza politica

Di VITTORIO ZUCCONI
17 marzo 2017

CI SONO 60 mila militari americani, distribuiti in 37 basi e installazioni in quella Germania che oggi il Cafone in Chief, il presidente Trump, ha platealmente offeso rifiutando villanamente di stringere la mano al capo del governo tedesco, legittimamente e ripetutamente eletto, Cancelliera Angela Merkel. Ci sono 60 mila uomini e donne in uniforme delle Forze Armate Usa che ora sanno di essere in servizio, e di vivere in una nazione dove la persona che la governa non merita neppure la formale cortesia di una stretta di mano. Non più amici, alleati, ma occupanti di una repubblica governata da una Cancelliera ostile.

La spettacolare maleducazione di quel non gesto lanciato come un osso ai più rabbiosi dei suoi fan, ostentato in una Casa Bianca dove i suoi predecessori avevano stretto le mani di nemici formidabili e reali come i segretari del Pcus, dove persino Arafat e Rabin avevano trovato il coraggio per farlo, è pura teatralità da Reality TV che diventa sostanza politica. Il comportamento del discendente di un profugo tedesco cacciato dalla Baviera natale e ospitato in un'America ben diversa da quella fortezza nazionalista che lo sciagurato nipote sta costruendo, Friederich Drumpf, tradisce tutti i rischi storici di questa sceneggiatura trumpista.
 
Merkel a Trump: "Ci stringiamo la mano?", ma Donald la ignora
Come non sa, o finge di non sapere - ma il confine fra l'ignoranza, il bullismo, la furbizia bottegaia in lui è sempre molto labile - quelle basi militari, quelle migliaia di soldati stazionati in Germania, come in Italia, in Giappone, in Corea e in 80 nazioni del mondo non sono né missioni né povere vittime dello sfruttamento di alleati avari e profittatori che lesinano sulle spese per la difesa.

La loro presenza, giustificata tragicamente, e per nostre colpe, dalla Seconda Guerra Mondiale e poi dalla Guerra Fredda, è stata certamente la garanzia della inviolabilità dei confini europei coperti dall'ombrello della potenza Usa, ma insieme il segno, e gli avamposti dell'Impero americano. Sentinelle di quella Pax Americana che ha assicurato la più favolosa età dell'oro e dell'espansione per la nazione a stelle e strisce, almeno fino al suicidio della finanza impazzita.

Il Cafone in Chief, umiliando Merkel, dimentica una verità che i suoi predecessori conoscevano bene: che non è l'America a fare un favore a noi mantenendo basi, installazioni, radar, depositi di armi nucleari sui nostri territori, ma siamo noi, cittadini della Nato a fare un favore all'America in egual misura, assicurando con l'uso del nostro territorio che sull'Impero di Trump non tramonti mai il sole.

Con lo stolto nazionalismo e neoisolazionismo che ostenta, facendo credere che nei 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Usa siano stati truffati dagli avidi e astuti europei ed asiatici, Trump sta facendo esattamente il contrario di quello che ha promesso a quella minoranza di elettori che lo ha votato: sta rimettendo in discussione le fondamenta sulle quali la potenza, se non la grandezza, americana è stata costruita. Sega quel ramo della Nato sul quale l'America è seduta da due generazioni.

© Riproduzione riservata 17 marzo 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/03/17/news/usa_merkel_trump_commento-160808950/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P9-S1.6-T2


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. La roulette Trump
Inserito da: Arlecchino - Aprile 09, 2017, 05:05:34 pm
La roulette Trump
Fiero isolazionista, vendicatore delle vittime dei despoti o poliziotto nucleare?
Indifferente al dramma assicurazione sanitaria o favorevole all'assistenza?
Ogni mattina c'è da chiedersi quale numero uscirà nella lotteria delle personalità multiple del presidente Usa

Di VITTORIO ZUCCONI
09 aprile 2017

Scrivo queste righe nella sera della Costa Atlantica, mentre il presidente Trump dorme nel castello di sabbia in Florida, Mar-a-Lago. Per qualche ora, non molte perché Donald dorme il sonno dell'inquieto e non si sveglia mai oltre le cinque del mattino, possiamo stare tranquilli. Ma tra poco, la pallina ricomincerà a ruotare sulla roulette mentale di quest'uomo dalle personalità multiple e non sappiamo quale numero uscirà, quale Trump si sveglierà domenica.

Sarà il fiero isolazionista che non voleva fare "il presidente del mondo", ma occuparsi soltanto dell'America e che gli altri s'impicchino? Sarà il vendicatore delle vittime dei despoti, come i bambini siriani? Sarà il poliziotto nucleare che ha inviato una flotta a pattugliare le acque dell'Oceano al largo della Corea, minacciando un altro despota, il nordcoreano Kim Jong-un di lezioni militari preventive se insisterà con test missilistici e atomici? Sarà l'indifferente al dramma dell'assicurazione sanitaria nazionale, pronto a far collassare tutto l'impianto dell'Obamacare, come ha detto stizzito dopo il fallimento della sua controriforma o sarà quell'uomo che in anni passati si era detto favorevole al sistema sanitario canadese, di fatto un sistema di assistenza nazionale per tutti, alla maniera dell'Europa, finanziata dalle tasse?

A quale dei suoi consiglieri che si azzuffano fra di loro e cordialmente si detestano - il capo gabinetto Priebus, prodotto dell'establishment politico repubblicano, l'ideologo nazional svalvolato Bannon, il genero Kushner, il generale McMaster - presterà l'orecchio per un giorno, decidendo impulsivamente, istintivamente, senza pensare alle conseguenze e al dopo, come sta facendo dal primo giorno alla Casa Bianca, di guerra e pace?
Anche i suoi sostenitori, almeno coloro che non si bevono la spremuta di propaganda offerta ogni mattina dal suo ufficio stampa televisivo, la Fox News Network, cominciano a dare segni di nervosismo, manifestati nelle critiche esplose, proprio dalla destra, a quella cascata di missili Cruise su una base aerea siriana. C'è del metodo nella sua follia o Trump è un dissociato che cambia umore, opinione e strategia come il tempo a Londra, se non vi piace quello del mattino aspettate qualche ora perché prima di sera cambierà?

Quanto a lungo può vivere il mondo senza esplodere, vedendo una Casa Bianca trasformata in casinò, nel quale un presidente croupier lancia la pallina e noi giocatori impotenti aspettiamo con il fiato sospeso di vedere dove si fermerà, per oggi, per le prossime ore, fino a domani mattina, la "roulette Trump".
 
© Riproduzione riservata 09 aprile 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/04/09/news/la_roulette_trump-162539621/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2


Titolo: VITTORIO ZUCCONI. L'ombra che segue Trump
Inserito da: Arlecchino - Maggio 26, 2017, 05:11:27 pm
L'ombra che segue Trump

Di VITTORIO ZUCCONI
26 maggio 2017

Per quanto veloce tu possa correre, per quanto lontano tu possa andare, non potrai mai sfuggire alla tua ombra. E le ombre che dal primo giorno del suo insediamento accompagnano Donald Trump lo hanno raggiunto anche nel suo pomposo svolazzare fra Medio Oriente, Bruxelles, Roma e Taormina. Lo ha raggiunto l’ombra del Russiagate, quella inchiesta ormai divenuta formale attraverso la nomina di un Procuratore Speciale, con la notizia uscita giovedì notte che il genero Jared Kushner, colui che accompagna ovunque il Presidente ed è la persona più influente alla Casa Bianca, è “persona d’interesse” nelle indagini, per incontri con emissari russi, sia di governo che privati (distinzione spesso priva di alcuna differenza nella Russia della cleptocrazia putiniana) nelle settimane di transizione fra Obama e suo suocero.

Kushner non è formalmente indagato né sospettato, ma finora nessuno dei “pezzi da novanta” della Casa Bianca era stato formalmente raggiunto dall’inchiesta. E il fatto che uno dei russi con i quali si è visto sia un banchiere di Mosca, dunque una persona che non avrebbe alcuno motivo diplomatico e ufficiale per arrivare tanto vicino al Presidente eletto, riporta un altro classico dei grandi “affaires” politico giudiziari americani: i soldi. Come già sussurrò “Gola Profonda” ai cronisti del Washington Post che nel 1973 cercavano di arrivare a Nixon, “follow the money’, seguite sempre la pista del danaro per arrivare alla verità.

Kushner, il marito della diletta Ivanka, è un milionario senza nessuna esperienza di amministrazione pubblica, padrone di decine di migliaia di appartamenti popolari affittati a quegli americani “dimenticati” che le sua società spremono fino all’ultimo centesimo, come ha rivelato una minuziosa inchiesta del New York Times con nomi e cognomi e sentenze. Nel gergo degli oppressi è uno “Slumlord”, un signore delle topaie che rendono fortuna a chi le sfrutta senza scrupoli.

Mentre il tarlo del Russiagate ricominciava a rosicchiare, un’altra Corte d’Appello, questa volta in Virginia, non nella “California di Sinistra” o nella West Coast “liberale” stronca per l’ennesima volta quei tentativi Trumpisti di discriminare sull’ingresso di viaggiatori con visti regolari – attenzione, non “clandestini” - il cosiddetto “Muslim Ban”. Con un voto schiacciante di dieci a tre, i magistrati hanno deliberato che: “L’autorità del Presidente non può essere incontrollata quando, come in questo caso, il Presidente la esercita attraverso un editto esecutivo che causa danni irreparabili a persone”. Sottolineo quella parola che dice tutto: “Editto”. Il Presidente, gli stanno dicendo tribunali dopo tribunali, non è un imperatore che possa governare per editto.

Quando, nelle prossime ore, Trump avrà finito di pavoneggiarsi sulla scena internazionale, di fare gaffe, di atteggiarsi a bullo magari con leader di nazioni marginali come il Montenegro, il premier che lui ha spintonato via a Bruxelles per essere in prima fila nella foto, scoprirà, rientrando a Washington che la sua ombra lo ha fedelmente seguito. E tutta la retorica e la pomposità dei sempre più inutili “summit’ non ha potuto, come era previsto, scollargliela di dosso. Nessuno può sfuggire alla propria ombra.

© Riproduzione riservata 26 maggio 2017

da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/26/news/l_ombra_che_segue_trump-166425273/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Lo spogliarello della verità
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 28, 2017, 05:59:18 pm
Lo spogliarello della verità

Di VITTORIO ZUCCONI
27 ottobre 2017

Con vile efferatezza e con il sicuro risultato di alimentare la fantasia dei complottisti che da cinquantaquattro anni vivono di teorie alternative alla verità ufficiale sull’omicidio Kennedy (quella che anche Bob Kennedy accettava dopo aver studiato a fondo il caso) il governo americano ha scelto di bloccare la pubblicazione di 209 dei 3100 documenti ancora segreti e di nascondersi dietro “omissis”.

Le agenzie di spionaggio e controspionaggio, la Cia e l'Fbi, hanno chiesto di esaminarle ancora e di decidere se la loro diffusione possa nuocere alla sicurezza nazionale o creare incidenti internazionali, scoprendo altarini di collaborazionisti, potenze straniere, metodi di spionaggio. Il Presidente Trump, che aveva annunciato la desecretazione di tutte le carte ha ceduto, concedendo altri 180 giorni a Cia e Fbi per studiarle e oggi lamenta di non aver potuto pubblicarle. Come se non dipendesse da lui, e da lui soltanto, decidere, essendo Cia e Fbi agenzie dell’Amministrazione alle sue dirette dipendenze. La legge del 1992 che aveva fissato alla mezzanotte di ieri 26 ottobre 2017 la scadenza per togliere il segreto gli concedeva completa discrezione.

Il risultato di questa proroga, grottesca dopo 25 anni di tempo per esaminare e riesaminare questa montagna di carte e di foto, è di avere infittito e non dissipato la nebbia dei sospetti. Come nella famosa metafora del bikini, quelle 2.890 “files” scoperte diventano istantaneamente irrilevanti perché la curiosità punta su quello che rimane ancora coperto. Fra oggi e il 26 aprile del 2018, scadenza (forse) finale per completare lo strip-tease degli archivi, niente di quello che è ancora nascosto cambierà di importanza e sarà servito soltanto ad accedere le fantasie.

Trump, che aveva scelto con discutibile teatralità il suo volo di ieri verso Dallas per dare il via libera a bordo dell’Air Force One si è lasciato convincere dai generali e dai consiglieri che lo circondano a concedere il riesame, probabilmente senza sapere che cosa contengano quei documenti, rimasti segreti. E i “misteri” sull’assassinio Kennedy resteranno misteri, almeno per chi crede che sotto l’inchiesta Warren e poi l’inchiesta parlamentare ci siano complicità impronunciabili.

Mentre esperti, storici, giornalisti spulciano furiosamente le 2.890 pagine senza ancora trovarvi niente di nuovo (i ridicoli piani per uccidere Castro anche attraverso Cosa Nostra e il boss di Chicago Sam Giancana erano noti da anni) ciascuno può restare della propria opinione, appesa a quelle carte ancora occultate. Un complottista avrebbe il diritto di sospettare che dietro questa inspiegabile dilazione ci sia un complotto per tenere viva l’attenzione e per distrarre il pubblico. Centottanta giorni non cambieranno la verità, ma saranno l’occasione per un’altra puntata del più appassionante romanzo verità dell’America del XX Secolo: chi ha ucciso John Fitzgerald Kennedy?
 
© Riproduzione riservata 27 ottobre 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/10/27/news/lo_spogliarello_della_verita_-179443608/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Il patto col diavolo, l'America razzista
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 12, 2018, 11:53:00 am
Il patto col diavolo, l'America razzista
Il suo e quello dei suoi supporter è puro, distillato razzismo, attizzato dal rancore e dall'ansia di vendetta contro quell' "africano", quell'usurpatore con la pelle nera che ossessiona questa base e Trump

Di VITTORIO ZUCCONI
12 gennaio 2018

In una piazza di Savannah, la storica e bella città della Georgia sull'Atlantico, si erge, da dieci anni, un monumento del quale il Presidente Donald Trump non deve avere mai sentito parlare: è il momento che commemora il contributo e il sacrifico dei Chasseurs-Volontaires de Saint-Domingue, i fucilieri volontari che nel 1779 parteciparono alla Rivoluzione Americana combattendo al fianco dei ribelli di George Washington contro le truppe coloniali inglesi.
 
Erano neri di pelle, africani di origine o di nascita, soggetti di una terra che allora era colonia francese e oggi è diventata Haiti, anche grazie a quella rivoluzione che i reduci dalla Guerra d'Indipendenza americana videro e imitarono. Provenivano da quella nazione che oggi il leader degli Stati Uniti d'America ha definito uno "shit hole", un'espressione che l'Agenzia Ansa ha tradotto eufemisticamente in "cesso" ma che all'orecchio di qualsiasi americano suona molto, molto più volgare. Uno "shit hole" è un "buco del culo". Nella più benevola delle traduzioni, un "merdaio".
 
Un merdaio, secondo l'uomo che neppure si rende conto del ruolo di simbolo vivente e pontefice laico della "religione americana" che le sfortune della storia gli hanno assegnato, come è tutta l'Africa, continente fatto di 54 nazioni e di una vertiginosa varietà di etnie, di diversi colori di pelle, storia, cultura, religione, grado di sviluppo industriale, urbanizzazione, come un "merdaio" sono l'Honduras, la più povera della nazioni del Centro America o il Salvador, la più violenta, come sono tutte le terre dalle quali adulti, bambini, vecchi tentano di fuggire precisamente perchè sono "buchi del culo". Nessuno fugge dalla Norvegia di oggi, la nazione che Trump ha citato come esempio di paese dal quale vorrebbe immigrati, forse perchè poche ore prima aveva incontrato la Presidente del Governo di Oslo Erna Olsberg e come tutti i bambini, o i più deboli di mente, anche lui tende a ricordare e a conservare l'impressione dell'ultima persona con la quale ha parlato, fino alla successiva che lo distrarrà.
 
Dopo avere notato che la Casa Bianca e i cortigiani, compresi quei generaloni che dovrebbero essere gli adulti nell'asilo infantile e contenere i capricci del bambinone, tacciono come marmittoni intimiditi quando il Boss ne spara una delle sue, non hanno smentito quelle sue espressioni, non ci sono commenti adeguati per un Capo dello Stato americano che considera "merdai" l'intera Africa e nazioni vicine e sventurate come Haiti.
 
La sola spiegazione che viene data dai suoi sostenitori in Parlamento e dai leccapiedi della Fox News Network è che queste cose sono dette per massaggiare "la base", i caproni più razzisti e zotici fra i suoi elettori ancora aggrappati a lui ed è una spiegazione che ancora più terrorizzante della frase. Il suo e quello dei suoi supporter è puro, distillato razzismo, attizzato dal rancore e dall'ansia di vendetta contro quell' "africano", quell'usurpatore con la pelle nera che ossessiona questa base e Trump, intento a demolire ogni tesserina del Lego faticosamente costruita dal predecessore.
 
Ê disprezzo per chiunque non appartenga all'immaginaria tribù dei "bianchi puri", formata in realtà da un mosaico di popoli fuggiti in America da altri "buchi del culo" del mondo, i ghetti della Polonia, dell'Ukraina, della Bielorussa, la miseria più divorante del Sud d'Europa, Italia inclusa, dalla Germania che gli antenati di Trump, quando ancora si chiamavano Drumpf lasciarono per mangiare, dall'Irlanda devastata dalla carestia delle patate.
 
Siamo oltre alla vergogna di un anziano signore che crede di vivere ancora in uno studio televisivo dove conta soltanto la capacità di raccogliere audience e marcare ratings, dunque ricorre ai trucchi dello "shock" per attirare pubblico. Siamo alla minaccia diretta al cuore di ciò che gli Stati Uniti d'America sono e decisero di diventare 240 anni or sono, anche con il sacrificio dei fucilieri haitiani.
 
Trump si sta rivelando il peggior amico che gli americani possano avere. Una minaccia diretta a ciò che il mondo ha sempre creduto fossero gli Usa, rischiando la vita pur di raggiungerli.
 
Quest'uomo che trabocca di odio per tutti coloro che non sono come lui, che sta ogni giorni ferendo l'immagine, il prestigio, l'onore di quella nazione che proclama di amare, non sapendo che cosa significhi diventare americani, essendo lui nato a New York già con il "cucchiaio d'argento in bocca", milionario prima di imparare a camminare, è il migliore alleato di chi odia l'America.
 
Una parte dell'America ha firmato un patto con il diavolo quando lo ha eletto grazie alla bizzarria del sistema elettorale presidenziale. In cambio di un apparente favore fiscale che beneficerà principalmente chi non ne ha bisogno, ancora tutto da dimostrare, di una Borsa che continua a gonfiarsi verso l'inevitabile scoppio, della retorica di una grandezza perduta che ha sempre significato soltanto il ritorno alla supremazia bianca, ha venduto la propria anima di "nazione di nazione", di città sulla collina che richiama gli stanchi, gli affranti, i poveri, i perseguitati come recita il poema alla base della Statua della Libertà.
 
Poche ore dopo i suoi commenti sull'Africa, Haiti, il Centro America come "merdai" del mondo, Trump aveva registrato per la tv il messaggio di saluto e di commemorazione per la Festa di
Martin Luther King, che sarà commemorato lunedì prossimo, in un orgasmo di ipocrisia che offende quella memoria che a parole vorrebbe onorare. King fu ucciso 50 anni or sono, nel 1968. Se il "trumpismo" dovesse infettare la nazione intera, sarebbe morto invano.
 

© Riproduzione riservata 12 gennaio 2018

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2018/01/12/news/il_patto_col_diavolo-186320943/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2


Titolo: VITTORIO ZUCCONI, Attacco in Siria un'operazione dimostrativa.
Inserito da: Arlecchino - Aprile 17, 2018, 06:33:55 pm
Attacco in Siria un'operazione dimostrativa. Il rischio è l'incidente, l'imprevisto

I pianificatori di questa campagna hanno cercato di minimizzare i rischi utilizzando quelle che nel gergo si chiamano armi 'stand-off', sparate da navi, sottomarini, aerei fuori dalle acque o dai cieli siriani e facendo le solite, desolanti promesse di 'evitare danni collaterali'

Di VITTORIO ZUCCONI
14 aprile 2018

No, non è l'inizio della Terza Guerra Mondiale. L'attacco di Cruise e altri missili e bombe teleguidate sulla Siria e sulla capitale Damasco è finito ed emerge quello che si era capito da giorni, da quando impulsivamente Donald Trump aveva preannunciato un attacco "entro 24 o 48 ore":  i militari americani e russi aveva avuto cura di 'deconflict', di evitare le condizioni di un confitto diretto.

Nei piani abbozzati da Trump alle 21 di Washington e confermati da Londra e Parigi l'intenzione è quella di eventualmente ripetere questi attacchi a distanza avendo estrema cura nell' evitare scontri diretti con aerei o truppe russe che ormai infestano la Siria e hanno il vero controllo della forze armate siriane.

L'attacco è dunque, per tragico che sia dirlo in questi momenti, sostanzialmente dimostrativo, un'operazione di 'deterrenza' come ha detto Theresa May contro il futuro impiego di armi chimiche da parte del dittatore - il 'mostro' lo chiama Trump - Bashar Assad, ammesso che sia state effettivamente usate.

È il genere di operazioni militari a distanza già tentato in passato senza nessun altro risultato che rafforzare la presenza dei forza russe e iraniane a sostegno di Assad.

Ma nella vaghezza degli obiettivi strategici, nella totale mancanza di risultati concreti da poter sfruttare per risolvere l'osceno gomitolo di sangue siriano, la campagna aerea voluta da un presidente americano che aveva bisogno di un tremendo diversivo per uscire dalla gabbia dell'inchiesta che si sta stringendo attorno a lui, sta il tremendo rischio di questa operazione.

Il rischio è l'incidente, l’imprevisto, il missile stupido che colpisce un reparto russo, una base iraniana, un base aerea con velivoli russi o, al contrario, il missile antiaereo russo che abbatte un caccia bombardiere americano o inglese o colpendo una nave al largo.

I pianificatori di questa campagna hanno cercato di minimizzare i rischi utilizzando quelle che nel gergo si chiamano armi 'stand-off', sparate da navi, sottomarini, aerei fuori dalle acque o dai cieli siriani e facendo le solite, desolanti promesse di 'evitare danni collaterali', civili uccisi. Ma solo due risultati possono uscire da queste avventure: il nulla, lasciando Assad nel guscio protettivo dei russi che gli

Usa non osano attaccare. O l'incidente, la scintilla involontaria che scatena l'incendio.

La Storia ha un lungo elenco di guerre cominciati "per caso". E l'operazione, annuncia il Pentagono, potrebbe riprendere. Dunque il rischi di imprevisti cresce.
 
© Riproduzione riservata 14 aprile 2018

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2018/04/14/news/un_operazione_dimostrativa_il_rischio_e_l_incidente_l_imprevisto-193814269/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S4.3-T1