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Titolo: Uno scambio, che vale la pena di leggere, tra Utenti di Facebook. Inserito da: Admin - Giugno 30, 2026, 06:52:50 pm Caro Marco fai la prova a ridefinire la tua analisi ridefinendola solo agli Italiani e con gli immigrati a casa loro. Prima rileggi quello che dice Rizzo, un comunista che ragiona, su come gli immigrati hanno determinato la distruzione del welfare, l'insufficienza sanitaria, la povertà salariale, il sovraffollamento delle carceri, l'insufficienza delle forze dell'ordine, il favorire lo sfruttamento lavorativo, l'aumento della violenza giovanile
Carlo, mi obblighi ad aprire i dati statistici che non amo scrivere, perché so che pochi li leggono e molti preferiscono insulti e argomentazioni false costruite ad arte da xenofobi e razzisti a caccia di voti. Sul welfare i conti dicono l'opposto di una distruzione. Nel 2023 lo Stato ha speso circa 34,5 miliardi di euro per servizi e prestazioni destinati ai cittadini stranieri residenti, ma nello stesso anno gli immigrati hanno versato 39,1 miliardi tra tasse e contributi, con un saldo positivo di 4,6 miliardi per le casse pubbliche. Hanno dichiarato 72,5 miliardi di redditi e pagato 10,1 miliardi di Irpef, e proprio perché sono in grande maggioranza in età lavorativa pesano meno su sanità e pensioni, tanto che anche il confronto entrate-uscite più stretto chiude con un surplus di 1,2 miliardi. Questo non è un dettaglio. Il valore aggiunto prodotto dai lavoratori immigrati nel 2023 è stato di 164 miliardi di euro, pari all'8,8% del Pil nazionale, e i soli contributi sociali versati sfiorano i 25 miliardi, risorse che vanno direttamente a sostenere l'Inps e quindi le pensioni di tutti. Sulla sanità l'idea di un'insufficienza causata dagli stranieri non trova base normativa né contabile. La legge prevede l'obbligo di iscrizione al Servizio sanitario nazionale per chi ha un permesso regolare, con parità di trattamento e di doveri contributivi rispetto agli italiani. Gli stranieri pagano il ticket, pagano le tasse, e mediamente usano meno ospedali proprio perché sono più giovani. Per i salari la povertà salariale non è importata, è prodotta qui. Gli immigrati sono sovra rappresentati nei lavori poveri perché accettano i contratti che il nostro mercato offre, ma il loro lavoro genera ricchezza che resta in Italia. Senza quel lavoro molti settori, dalla logistica all'agricoltura alla cura degli anziani, si fermerebbero. Veniamo alle carceri e alla sicurezza, i temi più usati. Al 31 dicembre 2024 i detenuti presenti erano 61.861 a fronte di una capienza regolamentare di 51.312 posti, quindi il sovraffollamento c'è ed è grave, ma non è creato dagli immigrati. Gli stranieri in carcere erano 19.694, circa il 31,8% del totale, mentre gli stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, cioè il 9,4% della popolazione. La sovra rappresentazione esiste ed è legata a fattori noti, età più giovane, maggiore esposizione a reati di strada, difficoltà di accesso a misure alternative, patteggiamenti dettati dalla mancanza di risorse economiche, non a una propensione naturale alla violenza ma alla mancanza di programmi di accoglienza che non lascino allo sbando le persone che arrivano. E in termini assoluti i reati restano commessi in maggioranza da italiani, in un Paese dove nel 2024 gli omicidi sono stati 327, con un tasso di 0,55 ogni 100.000 abitanti, tra i più bassi d'Europa. Sullo sfruttamento lavorativo e sulla violenza giovanile i dati dicono che le vittime principali dello sfruttamento sono proprio i lavoratori stranieri irregolari, lavoratori sfruttati da italiani (brava gente). E attribuire agli immigrati l'insufficienza delle forze dell'ordine è un salto logico, gli organici si decidono con le leggi di bilancio, non con i flussi migratori. Non ho alcuna stima di Marco Rizzo ma credo ciò che tu affermi non sia vero. Rileggere Rizzo può essere utile, ma le sue frasi, se davvero ha detto che gli immigrati hanno distrutto il welfare, non sono confermate da nessun dossier pubblico. Il Dossier statistico immigrazione 2024, l'Istat, il ministero della Giustizia e i dati Inps raccontano un'altra storia, quella di una popolazione che paga più di quanto riceve e che tiene in piedi pezzi interi del nostro stato sociale proprio mentre la popolazione italiana invecchia e fa meno figli. Se vogliamo fare un'analisi solo sugli italiani, come proponi, il quadro peggiora, non migliora. Senza l'apporto migratorio avremmo nel 2025 un saldo naturale di meno 296.000 persone, e la popolazione, che l'Istat stima in calo a 54,8 milioni nel 2050, scenderebbe ancora più in fretta. Mandare gli immigrati a casa loro significherebbe togliere 4,6 miliardi netti all'anno al bilancio pubblico, perdere l'8,8% del Pil prodotto e far saltare il sistema pensionistico ancora più in fretta. La destra e una parte della sinistra che insegue la destra possono raccontare un'altra storia, i numeri però restano questi. Massimo Guggia Marco Maria Freddi quanta pazienza a fronte di tanta tracotanza Maria Provini Quello che scrivi è la fotografia di un Paese che vive anche grazie al lavoro degli immigrati. Quello che mi preoccupa è la possibile perdita di identità culturale che contraddistingue un Paese come la nostra Italia. Marco Maria Freddi Capisci Maria, capisco perché l'idea di identità tocca corde profonde. Ma se guardiamo alle storie concrete e alla Storia, la fotografia è diversa da quella di una cultura che si perde. L'Italia vive anche grazie al lavoro degli immigrati, ed è vero, ma vive anche grazie al loro contributo culturale, che non cancella l'italiano, lo rinnova. È successo sempre. La lingua che parliamo, la cucina che mangiamo, la musica che ascoltiamo sono già il risultato di secoli di incontri. Il dialetto veneto ha parole arabe, la pizza napoletana deve il pomodoro alle Americhe, il caffè viene dallo Yemen. L'identità non è un vaso chiuso, è un racconto che cambia restando riconoscibile. Oggi i numeri dicono che questo racconto continua. I figli dell'immigrazione nati o cresciuti qui non si definiscono stranieri. La rete nazionale G2, nata nel 2005 da ragazzi figli di immigrati, lo spiega bene, chi ne fa parte si autodefinisce come figlio di immigrato e non come immigrato, perché chi è nato in Italia non ha compiuto alcuna migrazione. Vivono in bilico tra due culture, ma scelgono l'italiano come lingua prima, studiano nelle nostre scuole, tifano per la Nazionale, aprono attività che mescolano tradizioni. L'Istat ci dice che gli stranieri residenti sono il 9,4% della popolazione, circa 5,56 milioni di persone, in gran parte giovani e in età lavorativa. Non sono una massa separata, sono coloro che tengono aperti i reparti di geriatria, i ragazzi che vincono le olimpiadi di matematica con cognomi non italiani, le seconde generazioni che chiedono la cittadinanza perché si sentono italiane a tutti gli effetti. La paura della perdita di identità nasce spesso dal vuoto di politiche, non dalla presenza degli altri. Dove mancano scuole aperte il pomeriggio, corsi di italiano gratuiti, percorsi di cittadinanza chiari, è normale che si creino sacche di isolamento. Dove invece l'integrazione è accompagnata, e i dati sul lavoro e sui contributi lo dimostrano, la cultura italiana non arretra, si arricchisce. Non si tratta di sostituire, ma di aggiungere. Nessuno chiede di rinunciare a Dante o a Verdi, si tratta di far sì che anche chi arriva possa leggerli, capirli e magari reinterpretarli. È già successo con gli oriundi, con gli italo-americani, con i tanti nuovi italiani che oggi insegnano, curano, fanno impresa. La vera minaccia all'identità culturale non è l'immigrato che apre una rosticceria halal accanto alla trattoria, è un Paese che invecchia, che fa 355.000 nascite contro 652.000 morti in un anno, che rischia di non avere più giovani a cui trasmettere quella cultura. Senza l'apporto di chi arriva, non avremmo solo meno lavoratori, avremmo meno pubblico per i teatri, meno studenti per i conservatori, meno voci per tenere viva la lingua. Per questo, proteggere l'identità italiana oggi significa investire in scuola, in lingua, in cittadinanza, non alzare muri. Significa dare strumenti perché chi vive qui possa sentirsi parte della storia comune, non ospite temporaneo. da FB |