LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Admin - Giugno 16, 2007, 06:20:17 pm



Titolo: Francesco GIAVAZZI.
Inserito da: Admin - Giugno 16, 2007, 06:20:17 pm
14-06-2007

Risposta a Prodi

Tito Boeri
Francesco Giavazzi


"Le posso assicurare che interveniamo molto meno dei paesi che ci fanno la predica e che ci sono ventuno settori negli Stati Uniti in cui lei non può investire".

Così Romano Prodi al Festival dell’economia di Trento rispondeva alle domande della redazione de lavoce.info che, forse un po’ maliziosamente, gli chiedevano se fosse legittimo interpretare una frase delle Considerazioni finali del governatore Draghi ("Un sistema finanziario moderno non tollera commistioni fra politica e banche") come riferita all’azione del suo governo.
Siamo andati a verificare, come sempre cerchiamo di fare in occasione di dati citati durante confronti pubblici, la veridicità dell’affermazione del presidente del Consiglio.

I settori "chiusi" dell’America

Negli Stati Uniti i settori in cui esiste qualche limitazione agli investimenti esteri in realtà sono sedici, non ventuno. La tabella che pubblichiamo in calce a questo articolo mostra un elenco dei settori nei quali si applicano delle restrizioni e la loro fonte normativa. I dati riportati nella tabella suggeriscono tre considerazioni.
Innanzitutto, in sei casi su sedici, le imprese protette operano in settori molto particolari: dogane, reattori nucleari e impianti di arricchimento di combustibile nucleare, comunicazioni satellitari, società che offrono garanzie agli investimenti in determinati paesi in via di sviluppo. Tra questi sei settori, quelli che non sono militari, o affini, sono agricoltura e pesca - settore nel quale società non americane possono operare, ma sono escluse dagli aiuti di Stato - e il trasporto aereo e marittimo a piccolo raggio, cioè interno agli Stati Uniti, l’unica vera restrizione rilevante. Negli altri dieci settori esistono restrizioni, ma sono più deboli: in generale è richiesta semplicemente la reciprocità. Per citare un esempio recente, sebbene radio e televisioni siano indicate come un settore al quale si applicano talune restrizioni agli investimenti esteri, nessuna autorità Usa ha sinora sollevato obiezioni al progetto dell’australiano Robert Murdoch di acquistare la società che possiede il Wall Street Journal e che controlla numerose stazioni radio negli Stati Uniti.
La seconda osservazione è che la maggior parte dell’economia americana opera al di fuori di questi particolari settori ed è aperta agli investimenti esteri. Ad esempio non è stata sollevata alcuna obiezione all’acquisto da parte della cinese Lenovo dei Pc portatili Ibm.

Certezze Usa e incertezze di casa nostra

La terza considerazione è tuttavia la più importante. Le restrizioni americane, ove esistono, sono determinate con norme di legge, quelle che abbiamo riportato nella tabella. Un eventuale investitore conosce quindi con certezza dove potrà e dove non potrà investire. Ciò che scoraggia gli investimenti esteri in Italia (nel periodo 2000-2004 l’Italia ha ricevuto il 2 per cento del totale degli investimenti diretti esteri pervenuti nell’Unione Europea, a fronte del 6 per cento ciascuno di Francia e Germania, 7 per cento della Spagna, 9 per cento dell’Olanda, 14 per cento del Regno Unito) è l’incertezza normativa.
A metà degli anni Novanta il Banco Bilbao Vizcaja fu invitato a investire nella privatizzazione di Bnl. Nessuna norma vietava agli spagnoli di acquisire il controllo della banca ed essi investirono nell’aspettativa che avrebbero potuto aumentare la loro quota. Decisioni discrezionali della Banca d’Italia impedirono loro di farlo e, alla fine, dovettero abbandonare. Anche nel caso delle autostrade la concessione non prevede un diritto di veto dello Stato sulla proprietà della società che ottiene la concessione. La spagnola Abertis è stata esclusa con un’interpretazione ex-post delle norme.

Si potrebbe argomentare che un qualche grado di incertezza normativa esiste anche negli Stati Uniti. Si è molto parlato, ad esempio, del caso recente delle società che gestiscono i porti. Negli Stati Uniti i porti non sono un settore riservato a soggetti nazionali: anzi, la gestione straniera è la regola. Negli Usa ci sono circa quindici porti importanti: ognuno ha da 3 a 12 terminal. Il totale dei terminal è circa 100. Otto di questi sono gestiti da società statunitensi; una dozzina dai municipi e dagli stati; la gestione di circa 80 terminal è in mano a società straniere. La questione di cui recentemente si è parlato riguardava la Dubai Ports World, una società degli Emirati Arabi che aveva acquistato la Peninsular and Oriental Steam Navigation Company (P&O), un’azienda britannica. Attraverso questa acquisizione la P&O sarebbe entrata in possesso di alcuni importanti terminali situati in porti americani: New York, Miami, Newark-Port Elizabeth, Philadelphia, New Orleans, e Baltimore. Il divieto imposto dal Congresso di Washington era motivato non dall’essere la Dubai Ports World una società estera, ma araba, e l’argomento era il rischio che Al Qaeda potesse acquisire un’influenza sulla società. Altri casi simili sono stati il divieto opposto all’acquisto di Uncoal, una società energetica americana, da parte della cinese Cnooc, e al passaggio, anche in questo caso in mani cinesi, di alcune infrastrutture marittime collocate lungo il Canale di Panama. Nonostante questa incertezza normativa (che tuttavia è limitata a casi specifici) gli investimenti esteri negli Usa crescono ogni anno - come d’altronde è inevitabile considerando l’esigenza di finanziare l’enorme disavanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti Usa.

Gli interventi del governo

Quindi non è neppure l’incertezza normativa il fattore che allontana gli investimenti esteri dall’Italia. Ciò che preoccupa gli investitori internazionali sono gli interventi diretti del governo in decisioni che dovrebbero essere di esclusiva competenza delle imprese.
La notizia che uno stretto e importante collaboratore del presidente del Consiglio, su carta intestata della presidenza del Consiglio, avesse inviato agli amministratori di Telecom Italia, una società privata quotata in borsa, un progetto di ristrutturazione delle attività industriali di quell’azienda, ha fatto molto più danno della stessa presenza, nello statuto della società telefonica, di una "golden share". Lo stesso è accaduto quando il presidente del Consiglio non ha resistito alla tentazione di applaudire alla fusione tra Intesa e Imi-San Paolo prima ancora che i consigli di amministrazione delle due banche la approvassero, così dando l’impressione di essere stato informato dell’operazione prima del mercato. Il 24 agosto 2006 Prodi disse, riferendosi alla fusione bancaria, "bella notizia, mi auguro che la fusione vada in porto". I cda delle due banche si riunirono, per approvare la fusione, due giorni dopo, sabato 26 agosto. Il fatto non è irrilevante: lo scorso anno il governatore Draghi aveva abolito l’obbligo delle banche di informare la Banca d’Italia prima dei loro cda di eventuali progetti di fusione. Si è quindi avuta l’impressione che il governo si fosse appropriato del diritto all’informazione preventiva del quale la Banca d’Italia si era spogliata.
Ci spiace, signor presidente del Consiglio, ma continuiamo a credere che le Considerazioni finali si riferissero proprio all’operato dell’esecutivo da Lei presieduto.
 
da lavoce.info


Titolo: Francesco GIAVAZZI.
Inserito da: Admin - Dicembre 13, 2007, 04:03:06 pm
LA COMPAGNIA IN VENDITA

L'Alitalia e i consumatori

di Francesco Giavazzi


Il governo sta decidendo in queste ore se vendere Alitalia a Air One preferendo l’offerta della compagnia italiana ad altre, in particolare ad Air France. «Il nostro progetto industriale è forte e con basi solide », dice il presidente di Air One. Quanto il suo progetto sia forte dipende dall’ipotesi su ciò che accadrà alla tratta più redditizia del trasporto aereo italiano: Linate-Fiumicino. Se Air One acquisirà Alitalia, la nuova compagnia avrà oltre il 90% del mercato su quella rotta e quote molte elevate anche su altre tratte, ad esempio Catania-Fiumicino.

Essere forti con una simile posizione dominante è relativamente facile: certo più facile che per Air France o Lufthansa, le quali, acquisendo Alitalia, dovrebbero poi vedersela con Air One sulla Linate- Fiumicino. Che farebbe di fronte a questa concentrazione l’Autorità garante della concorrenza, il cui compito è difendere i consumatori? «La nostra legge antitrust vieta concentrazioni che restringono la concorrenza o che rafforzano posizioni già dominanti. Però l’articolo 25 (che in Italia non è mai stato usato) consente deroghe a fronte di un programma governativo concordato con noi, a condizione che tali deroghe siano giustificate da interessi strettamente generali, che si tratti di operazioni comunque favorevoli per i consumatori e che vengano subito fissati tempi ben precisi per il rientro nei limiti fissati dall’Antitrust».

Così il presidente dell’Autorità, Antonio Catricalà, nella sua prima relazione annuale e in un’intervista alla Stampa il 4 dicembre 2006. Quali siano gli interessi «strettamente generali » che verrebbero salvaguardati regalando a Air One un monopolio non mi è chiaro. Ma al presidente Catricalà non viene in mente che l’unica cosa che dovrebbe fare è liberalizzare gli slot e poi lasciare che si fonda chi vuole. È vero che la Germania nel 1998 utilizzò una clausola simile all’articolo 25 per consentire la fusione fra due aziende energetiche, E.On e Ruhrgas, ma il trasporto aereo, a differenza del gas, non è un settore strategico.

Di questo passo il governo potrebbe bloccare la liberalizzazione dei taxi sostenendo che il trasporto cittadino è esso pure strategico. «Se Alitalia dovesse andare a una società straniera saremmo l'unico Paese in Europa a non avere più una compagnia di bandiera », dicono i sindacati. Innanzitutto non è vero: Swissair e Sabena sono fallite, le rotte sono state cedute ad altri, ma a Bruxelles e a Zurigo si continua a volare e non mi pare che i consumatori di quei Paesi abbiano protestato, anzi. Invece è proprio il sostegno dei sindacati all’offerta di Air One a dover preoccupare i molti che approvano questa scelta. Il monopolio consentirebbe a Air One di incassare una buona rendita della quale i sindacati di steward e piloti sapranno facilmente appropriarsi: basterà minacciare uno sciopero sulla tratta Linate- Fiumicino che in assenza di alternative bloccherebbe l’Italia. I consumatori ringraziano.

13 dicembre 2007

da corriere.it


Titolo: Stefano Ceccanti - Due crisi e il buonsenso
Inserito da: Admin - Febbraio 01, 2008, 06:15:51 pm
Due crisi e il buonsenso

Stefano Ceccanti


Ci sono due crisi intrecciate. La prima è quella della coalizione dell’Unione, che ha obiettivamente esaurito la sua spinta propulsiva e che non è pertanto riproponibile quando (e non sarà comunque tra molto) saremo chiamati a votare. Sul piano nazionale esistono dei problemi di complessità tale, ad esempio in materia di politica estera e della difesa, che escludono in questa fase un’intesa stabile con larga parte della cosiddetta sinistra radicale.

Per di più è senz’altro esclusa la possibilità di riannodare un rapporto con quelle forze e personalità moderate che hanno irresponsabilmente affondato il Governo Prodi. Questi sono aspetti che dovremo affrontare con coraggio, autonomamente, a prescindere dalle regole elettorali, al limite anche in controtendenza se dovessero restare quelle attuali, con l’unico vincolo che le proposte siano comprensibili al Paese.

Vanno quindi evitate scorciatoie solo apparentemente ingegnose, sia quelle che tecnicamente non esistono (le diverse coalizioni a scacchiera tra le Regioni al Senato, proibite dalla legge), sia quelle che, pur tecnicamente possibili, sono politicamente insensate (presentare una coalizione per la Camera e una per il Senato; abbiamo già dato con la brillante trovata del 2006 di presentare l’Ulivo alla camera e Ds e Margherita separati al Senato).

Questo è il lavoro che dobbiamo fare noi, sul piano politico, ma, se anche la crisi fosse solo questa, guardiamoci dal cadere nella trappola dei commentatori che, andando spesso sopra le righe, ci invitano a scaricare in negativo le responsabilità su Romano Prodi, un ottimo Presidente del Consiglio di una coalizione strutturalmente poco governabile. C’è poi la seconda crisi, quella obiettiva del sistema, da cui anche la coalizione dell’Unione è sorta come sua figlia legittima. Un sistema che incentiva coalizioni eterogenee, buone per vincere, ma non per governare e contro il quale più di ottocentomila cittadini, di sinistra e di destra, politicizzati e non, hanno sottoscritto per referendum abrogativi che ora debbono essere indetti.

Si può negare l’evidenza, cioè che questa crisi esista? In particolare si può immaginare che la rediviva Casa delle Libertà (definita solo qualche settimana fa «ectoplasma» dai suoi principali leaders) sia in grado di governare senza problemi? Segnalo in particolare due questioni alle personalità e alle forze del centrodestra che dovrebbero essere interessate a una prospettiva effettiva e stabile di Governo. Pressoché tutte le proiezioni sui seggi al Senato, comprese quelle fondate su una possibile ondata di voti favorevoli alla Cdl (tutta da dimostrare) pongono la Lega Nord, il partito più eterogeneo della coalizione, in una posizione determinante. Vediamo bene i numeri. Il partito di Bossi ha già oggi, in una legislatura in cui la Cdl ha perso le elezioni, 12 senatori.

In caso di successo in voti è difficile che ne abbia meno di 15. La Cdl è accreditata dalle proiezioni più benevole a 170, solo 12 in più della maggioranza. Ha senso cacciarsi una simile trappola, ammesso e non concesso che davvero vi sia questa ondata di voti? Ora capiamo tutti meglio perché la Lega Nord abbia la posizione più rigida di tutti nel confronti del presidente incaricato Marini, ma non è molto chiaro perché le altre forze del centro-destra siano anche loro così intransigenti. La seconda questione è quella del referendum che sarebbe solo congelato dallo scioglimento anticipato. A prescindere dalla reazione dei sottoscrittori, compresi quelli di centro-destra, che si vedrebbero improvvisamente privati del loro diritto di voto senza vedere il risultato di una legge approvata dal Parlamento, esso finirebbe col trasformarsi in una spada di Damocle sulla nuova maggioranza, notoriamente divisa sia sui quesiti sia sulle possibili riforme in Parlamento per superarli. È fin d’ora prevedibile che, in caso di scioglimento anticipato, il programma della Cdl sarebbe fatalmente evasivo su questo punto proprio per dissimulare le differenze. Una dissimulazione che reggerebbe poco in Parlamento, dopo il voto. Quando larga parte delle organizzazioni sociali, culturali, ecclesiali del Paese, comprese alcune di quelle più vicine per ispirazione ideale al centrodestra, chiedono un’intesa prima del voto non lo fanno per generico buonismo impolitico, ma perché hanno esattamente in mente questi scenari; paradossalmente rivelano una maggiore capacità di previsione di analisi dei loro referenti nelle istituzioni.

A questo punto non sarebbe per tutti ragionevole seguire il percorso indicato dal Presidente Napolitano nel dare l’incarico al Presidente del Senato, che, per rifarsi alle parole del Presidente «non può essere da nessuna parte inteso come scelta rituale o dilatoria»? Se fosse impossibile un’intesa di merito il governo potrebbe comunque accompagnare la consultazione referendaria che produce, com’è noto, una normativa auto-applicativa già migliorativa della legge vigente, ulteriormente migliorabile anche dopo le elezioni.

In ogni caso sono state prospettate nelle scorse settimane delle proposte ancor più migliorative che renderebbero tranquillamente possibile il voto in poche settimane. Per fare solo un esempio, il progetto esaminato in una riunione del 21 gennaio mattina da vari esperti, con un consenso di fondo di Forza Italia, non prevedendo nuovi collegi uninominali da ritagliare, che segue i confini noti delle province, sarebbe del tutto adeguato a questo scopo. Basterebbe uno sforzo di ragionevolezza di qualche settimana e l’obiettivo sarebbe a portata. Poi la parola agli elettori, comunque.


Pubblicato il: 01.02.08
Modificato il: 01.02.08 alle ore 8.15   
© l'Unità.


Titolo: Francesco Giavazzi Le riforme scomode
Inserito da: Admin - Febbraio 09, 2008, 11:47:04 am
GRANDI INTESE E CONTENUTI

Le riforme scomode

di Francesco Giavazzi


Da più parti si auspica una grande coalizione: un governo fra Forza Italia e Pd, o almeno un accordo bipartisan per realizzare riforme che, si ritiene, né il centrodestra, né il centrosinistra da soli sarebbero in grado di varare. Mario Monti ( Corriere, 3 febbraio) propone che un simile accordo venga stipulato prima delle elezioni, in modo che diventi vincolante qualunque sia la coalizione che le vincerà. Persino Silvio Berlusconi fa capire di non essere pregiudizialmente contrario.

Dopo quindici anni in cui la politica ha navigato a vista, forse è venuto anche il momento delle grandi coalizioni. Ma la domanda da porsi è se una coalizione fra Forza Italia e Pd renda più probabili le riforme. Non è detto. Un esempio: un'alleanza fra avvocati e notai — categorie ben rappresentate da Forza Italia — e i sindacati, rappresentati dal Pd, probabilmente garantirebbe stabilità al governo, ma certo non consentirebbe né la riforma delle professioni né quella del mercato del lavoro.

Romano Prodi ha fallito, ma la sua strategia era sottile. Partiva dall'osservazione che in Italia non esiste una maggioranza in grado di fare le riforme da sola. I riformisti devono quindi trovare degli alleati. Prodi li aveva identificati nella sinistra radicale, alla quale aveva offerto un patto chiaro: riforme in cambio di redistribuzione. La sinistra accettava i provvedimenti Bersani, non chiedeva che venisse abolita la legge Biagi; in cambio avrebbe ottenuto una forte redistribuzione del reddito a favore del lavoro dipendente e delle famiglie più in difficoltà.

All'inizio l'accordo ha retto: non è certo la sinistra che ha ostacolato Bersani, né ha strillato quando il governo ha confermato la legge Biagi. Chi non è stato ai patti sono piuttosto i riformisti: di redistribuzione in questi due anni se ne è vista molto poca. È interessante chiedersi perché.

Prodi si è illuso che per mantenere l'impegno alla redistribuzione fosse sufficiente negoziare ogni legge con i sindacati, che certo non rappresentano i ricchi, ma neppure i poveri. (Errore tipico di una sinistra che ancora pensa che non si possa far nulla senza l'accordo dei sindacati). Un caso emblematico è il modo in cui nell'estate scorsa sono stati distribuiti i fondi stanziati per aumentare le pensioni minime. La quota maggiore non è andata alle famiglie più povere, bensì alle fasce di reddito più presenti fra gli iscritti ai sindacati. Lo stesso è accaduto quando il governo ha deciso di abbassare l'età minima della pensione, un provvedimento che ha favorito i lavoratori anziani, spesso iscritti ai sindacati, e che è stato pagato per una metà tassando i giovani precari, raramente iscritti a un sindacato.

Per la verità accade anche in Francia. Sarkozy ha delegato la riforma del mercato del lavoro a sindacati e imprenditori. Non sorprendentemente l'accordo che hanno siglato (si legga Francis Kramarz, sul sito telos-eu.com) non cambia sostanzialmente nulla, in particolare non fa nulla per aiutare i giovani.
Per giudicare se un accordo politico sia auspicabile occorre innanzitutto chiedersi se esso renda più facile attuare alcune riforme.

Anziché dagli schieramenti meglio quindi partire dai contenuti, da un'analisi dei problemi che il governo, qualunque esso sia, dovrà affrontare dopo le elezioni.


09 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco Giavazzi. Il primo test della libertà
Inserito da: Admin - Giugno 03, 2008, 12:02:08 pm
GOVERNO ED ECONOMIA

Il primo test della libertà


di Francesco Giavazzi



Il governo ha annunciato che «attorno al 20 giugno, insieme a un decreto per anticipare la Finanziaria 2009, adotterà un piano triennale per la stabilizzazione della finanza pubblica e lo sviluppo economico». Il piano comprenderà provvedimenti su privatizzazioni, delegificazioni e semplificazioni, a partire da quelle necessarie per facilitare l'avvio delle attività di impresa. La parola «liberalizzazioni » non compare, ma il ministero dell'Economia osserva che «sta prendendo forma in maniera non virtuale ma sostanziale un vero e proprio piano Attali », ricordando la commissione incaricata dal presidente francese Sarkozy di individuare i provvedimenti di liberalizzazione dei mercati necessari per modernizzare l'economia.

I primissimi passi del governo Berlusconi in economia sono stati di segno alterno. La scorsa settimana il commissario europeo Peter Mandelson è arrivato a Roma preparato ad ascoltare richieste protezioniste. Invece Adolfo Urso, sottosegretario al Commercio internazionale, lo ha sorpreso affermando che le attuali trattative sul Doha Round (il negoziato internazionale per la liberalizzazione degli scambi) sono «una bozza senza ambizioni, molto deludente per chi crede nell'apertura dei mercati» e chiedendo che l'Europa «accetti alcuni sacrifici in cambio di una reciprocità che porti all'apertura dei mercati dei Paesi emergenti».

Il ministro Brunetta ha affrontato la riforma della pubblica amministrazione con determinazione, presentando norme che consentirebbero di premiare il merito: «Per quanto riguarda i premi ci sarà lo zero e il massimo, perché l'incentivo uguale per tutti non è un incentivo. I minimi devono essere molto minimi e i massimi molto massimi ». Ascoltato il progetto del ministro, la Cigl se ne è subito andata, dicendo che con quelle idee non si cominciava neppure a parlare. Ma due giorni dopo ci ha ripensato. Per Brunetta un primo successo.

Più variegati i primi passi del ministro dell'Economia. Il progetto di procedere con la privatizzazione di Fincantieri è un passo importante, considerando che da anni l'unico ostacolo a quella vendita è l'opposizione dei sindacati. Ma nel piano per lo sviluppo ritorna il progetto di creare una Banca del Sud. Ne abbiamo già sperimentate due, il Banco di Sicilia e quello di Napoli: prima di spendere altro denaro pubblico occorrerebbe almeno chiedersi (come si è chiesto sabato il Governatore della Banca d'Italia) che vantaggi ne siano venuti per il Mezzogiorno e quanto siano costati ai contribuenti i fallimenti di quelle due banche (uno per cento del Pil solo Napoli).

La scelta di Intesa-Sanpaolo come consulente del governo per l'ennesimo tentativo di privatizzare Alitalia è davvero sorprendente. Fino a pochi mesi fa quella banca partecipava alle trattative per acquistare Alitalia dal lato dei possibili acquirenti. Inoltre, per procedere alla scelta di un consulente senza una gara, il governo ha dovuto adottare un decreto legge che dispone una «deroga alla legge 474/94 sulle modalità di dismissione delle partecipazioni del Tesoro», una norma che ci era stata imposta da Bruxelles e la cui soppressione scopre il fianco a una contestazione che rischierebbe di far saltare la nuova procedura di vendita e perdere altri mesi. Sarebbe quindi opportuno che il ministro Tremonti ci ripensasse.

L'accordo con le banche sulla possibilità per i clienti di trasformare i mutui a tasso variabile in mutui a tasso fisso con la rata bloccata al 2006 dimostra assai poca fiducia nella concorrenza. La legge già consente ai cittadini di spostare il loro contratto da una banca all'altra se altrove vengono loro proposte condizioni migliori (si legga a questo proposito Angelo Baglioni su www.lavoce.info).

Se le banche ostacolano la «portabilità dei mutui» occorre far rispettare la legge. E' solo la concorrenza fra le banche che farà scendere il costo dei mutui, non gli accordi negoziati dal ministro con l'Associazione bancaria — il cui entusiasmo per il nuovo patto è per lo meno sospetto.

La scelta di ridurre le tasse partendo dall'eliminazione dell'Ici sulla prima casa va in direzione opposta al federalismo fiscale. Solo riducendo la distanza che separa i cittadini dagli amministratori pubblici è possibile qualche forma di controllo sull'efficacia della spesa. Se tutte le tasse finiscono a Roma come può un cittadino valutare il modo in cui vengono spesi i suoi soldi? E infatti i sindaci hanno già cominciato a dire che se paesi e città non funzionano è solo colpa di Roma. Ma c'è un rischio ben più grave. L'unica risorsa propria che ora rimane al sindaco sono gli oneri di urbanizzazione che il comune incassa se trasforma un terreno da zona verde o agricola in area edificabile. E' certamente più facile cementificare e distruggere coste, parchi e ambiente — come abbiano già abbondantemente fatto — che tagliare qualche spesa superflua. Che ne pensa Stefania Prestigiacomo, ministro per l'Ambiente e la tutela del territorio? E Sandro Bondi, ministro per i Beni culturali, che è stato così sollecito nell'impegnarsi a difendere il paesaggio di Monticchiello? (Occorre dare atto al ministro Matteoli di aver lanciato l'allarme, in un'intervista ieri alla Stampa, per gli effetti che la cementificazione ha sul territorio).

Un anno fa Giulio Tremonti aveva criticato le liberalizzazioni di Bersani affermando che in molte materie, in primis le professioni, la riforma della Costituzione assegna le competenze alle Regioni: Bersani legiferava su materie che non erano più di sua competenza, quindi perdeva solo tempo. Il 21 dicembre scorso la sentenza n. 443 della Corte costituzionale ha bocciato i ricorsi della Sicilia e del Veneto che sostenevano quanto affermato dal ministro dell'Economia. Scrive la Corte: «La tutela della concorrenza è riservata alla competenza esclusiva dello Stato dall'art. 117, secondo comma, lettera e) della Costituzione».

La responsabilità di ulteriori passi avanti nella liberalizzazione delle professioni è quindi tutta del governo. Così anche per i servizi pubblici locali.

Il governo non può obbligare Comuni e Province a vendere autostrade, società elettriche e del gas, né a ridurre posti e compensi nei consigli di amministrazione di queste società, moltiplicati da che si è inventata la «governance duale». Ma può annunciare che prima vendono le loro quote e solo dopo possono chiedere soldi allo Stato. Niente denari per la quarta linea del metro a Milano finché il Comune deterrà quote di A2A, l'azienda elettrica lombarda. Né denari alla Provincia finché non venderà la sua quota nell'autostrada Milano-Serravalle.



03 giugno 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Una svolta a metà
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2008, 04:40:32 pm
LA FINANZIARIA DI TREMONTI

Una svolta a metà


di Francesco Giavazzi


I provvedimenti economici approvati ieri dal Governo affrontano problemi di metodo e di sostanza. Sul metodo Giulio Tremonti realizza ciò che ogni ministro del Tesoro ha sognato, ma nessuno è mai riuscito a realizzare. Se i decreti e i disegni di legge varati ieri saranno effettivamente approvati dal Parlamento entro la fine di luglio — come dovrebbe avvenire essendo documenti collegati al Dpef che deve essere approvato entro il 30 luglio — la legge finanziaria che il Governo presenterà alle Camere il 27 settembre potrà essere votata entro il 20 ottobre, con tempi simili a quelli del Parlamento di Londra. Camera e Senato guadagneranno due mesi di attività legislativa, da ottobre a Natale, in passato perduti nell'estenuante discussione di migliaia di emendamenti alla legge di bilancio e ai suoi «collegati ».


La sostanza dei provvedimenti è invece di qualità alterna. Giulio Tremonti ha abbandonato le sue battaglie europee contro il Patto di stabilità e mantiene l'impegno di Prodi a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2011, anche in un momento di forte rallentamento dell'economia. Dal precedente governo eredita il disegno di legge Lanzillotta per la liberalizzazione e l'apertura ai privati dei servizi pubblici locali. Ottime anche l'eliminazione del trattamento fiscale preferenziale per le stock options, le misure sui dipendenti pubblici predisposte dal ministro Brunetta (alcune introdotte per decreto, altre attraverso una legge delega), la trasformazione delle università in fondazioni (speriamo a questo punto libere di stabilire il livello delle tasse universitarie), l'eliminazione dei vincoli di legge che impedivano la privatizzazione di Tirrenia (speriamo che questo impegno valga anche per Fincantieri la cui privatizzazione è bloccata dal veto dei sindacati), la chiusura dell'inutile fondazione Iri e il trasferimento del suo patrimonio all'Istituto Italiano di Tecnologia.


Ma dopo settimane di propaganda sulla cosiddetta Robin Hood Tax, l'innalzamento dal 27 al 33 per cento dell'aliquota sui profitti delle società petrolifere (pur accompagnata dalla patrimoniale imposta tramite una diversa regola per la contabilizzazione delle scorte di petrolio) non mi sembra meritasse tanto clamore. Rimane lo sconsiderato progetto di creare una Banca del Sud: si dice che sarà privata ma la si crea tramite un decreto ministeriale e con una dote di 5 milioni di denaro pubblico. I privati che vogliono creare una banca di solito si rivolgono alla Banca d'Italia per ottenerne l'autorizzazione, non al Governo per ottenere fondi pubblici.
Ma soprattutto si fa fatica a intravedere in questi provvedimenti una strategia a lungo periodo. Durante il precedente Governo Berlusconi la spesa pubblica aumentò, rispetto al Pil, di due punti. Prodi coprì quelle spese aumentando di due punti la pressione fiscale. Il nuovo piano triennale sulle spese non crea spazi per una riduzione delle imposte e prevede che la pressione fiscale rimanga sostanzialmente invariata, a un livello che è oggi tra i più elevati d'Europa. Il taglio delle tasse è rimandato ai provvedimenti sul federalismo annunciati per l'autunno, ma come vi si farà fronte? A meno che Tremonti non pensi di accogliere il suggerimento implicito del governatore della Banca d'Italia di ridurre in modo radicale i trasferimenti alle regioni del Mezzogiorno che oggi valgono circa tre punti di Pil.


20 giugno 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco Giavazzi. Contraddizioni del «duale»
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2008, 09:27:40 am
MEDIOBANCA E GOVERNANCE

Contraddizioni del «duale»


di Francesco Giavazzi


Quando, nel 1970, l'Avvocato Agnelli acquistò la Lancia da Carlo Pesenti, non sdoppiò il consiglio di amministrazione della Fiat per consentire all'industriale bergamasco di continuare a fregiarsi del titolo di presidente. Pagò il prezzo convenuto e basta. Luxottica, una delle nostre aziende di maggior successo, è cresciuta attraverso le acquisizioni: Oakley, Ray-Ban, Sunglass- Hut. A Leonardo Del Vecchio non è mai venuto in mente di creare in Luxottica, oltre al cda, un consiglio di sorveglianza per sistemare presidenti e amministratori delle società che via via comprava. Né a Franco Buzzi quando acquisì Unicem, in una delle fusioni di maggior successo degli ultimi anni.

La « governance duale» è nata quando si sono aggregate imprese pubbliche: banche di proprietà delle fondazioni (soggetti cui è estranea la logica del profitto), aziende elettriche e del gas di proprietà di Comuni e Province. Quando gli azionisti non sono interessati al prezzo ma a potere e poltrone. Quando per ottenere il loro consenso non si tratta sul valore della società, ma sui posti da spartire (Iride, la ex azienda municipale di Torino e Genova, ed Hera, di Bologna, hanno deliberato il passaggio al duale per fondersi senza perdere neppure un posto). Poco importa se alla prova dei fatti la governance duale si dimostra inadatta a una gestione efficiente: consente due presidenti e un numero doppio di consiglieri, questa è la sola cosa che conta.

Si è detto che il sistema duale sarebbe stato un fatto transitorio, un prezzo in fondo modesto per consentire aggregazioni altrimenti impossibili. La verità è che quando si accetta che l'interesse delle aziende si pieghi alle richieste di singole persone, poi si paga il conto.

Mediobanca adottò il modello duale per consentire la fusione fra Unicredit e Capitalia, ma allora nessuno ebbe il coraggio di ammetterlo. I manager della banca hanno spiegato agli investitori che le poltrone e le persone non c'entravano: la governance duale era l'assetto più efficiente per guidare Mediobanca. Oggi gli azionisti pare si siano pentiti e vorrebbero tornare indietro. Che cosa deve pensare un investitore internazionale? Io penso si aspetti di conoscere il pensiero dei manager cui è stata affidata la gestione. Hanno anch'essi cambiato opinione?

In realtà se c'è un'istituzione in cui sarebbe necessario un filtro fra azionisti e manager è proprio Mediobanca perché la maggioranza dei suoi grandi azionisti sono banche che fanno lo stesso mestiere e quindi si trovano in un evidente conflitto di interessi. Ma anziché
governance barocche basterebbe sciogliere il consiglio di sorveglianza e trasformare l'attuale consiglio di gestione in un normale consiglio d'amministrazione, lasciando gli azionisti nel luogo che loro compete: l'assemblea della società.

Che cosa c'entra con tutto questo la politica? Probabilmente nulla. Tranne se da domani la nuova Mediobanca cominciasse a partecipare a operazioni giustificate da un supposto «interesse nazionale», come il salvataggio di Alitalia, anziché dall'interesse dei suoi azionisti, in primis dei risparmiatori che hanno investito nella banca.


30 luglio 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco Giavazzi Alitalia, le insidie di un percorso
Inserito da: Admin - Agosto 27, 2008, 02:43:33 pm
Francesco Giavazzi


Alitalia, le insidie di un percorso


di Francesco Giavazzi


Ci sono quattro buoni motiviper cui il piano per Alitalia predisposto da Banca Intesa desta dubbi e perplessità, inducendo, pare, anche qualche membro del governo a suggerire che venga riconsiderata l’offerta di Air France sdegnosamente rifiutata quattro mesi fa. 1) Il piano rischia di costare ai contribuenti oltre un miliardo di euro, un terzo dei tagli alla scuola previsti dalla Finanziaria; 2) Gli imprenditori che dovrebbero acquisire il controllo della Nuova Alitalia corrono rischi seri: sono stati a lungo minimizzati, ma venuti al dunque non è più possibile nasconderli. Vogliamo davvero rischiare di trasferire su alcune nostre imprese, oltre che sui contribuenti, il costo del disastro di Alitalia? 3) Il piano verrebbe immediatamente impugnato dalla Ue e da quel contenzioso temo usciremmo perdenti; 4) Il piano richiede che vengano sospese le regole anti-trust, creando un precedente pericoloso per la politica della concorrenza.

La Nuova Alitalia che è nata ieri sarà un’azienda senza debiti e con molti dipendenti in meno. Gli imprenditori privati che ne sono i nuovi azionisti apportando un miliardo di euro di capitale fresco apparentemente non corrono rischi: non ereditano debiti né dipendenti in eccesso, e soprattutto hanno la quasi certezza — questa infatti è la condizione necessaria, che essi hanno giustamente preteso—di rivendere fra un anno o poco più l’azienda a Lufthansa o a un’altra compagnia internazionale, recuperando così il miliardo speso oggi, magari con qualche profitto. Quest’operazione così ben congeniata nasconde però un’insidia a mio parere non valutata in modo adeguato dai nuovi azionisti. La Nuova Alitalia acquisterà aerei, slot e altri contratti dalla vecchia azienda della Magliana che domani il Consiglio dei ministri porrà in liquidazione. I prezzi ai quali la Nuova Alitalia acquisterà queste attività determineranno se la Vecchia Alitalia sarà in condizione di far fronte ai debiti che le rimarranno. Ad esempio, due anni fa gli aerei valevano 2,2 miliardi di euro: se i nuovi azionisti accettassero di acquistarli a quel prezzo, la Vecchia Alitalia potrebbe agevolmente pagare i propri debiti e poi chiudere.

Ma dubito che i nuovi azionisti siano disposti a pagare tanto: gli aerei sono vecchi e più sale il prezzo del petrolio meno valgono. Le valutazioni internazionali suggeriscono oggi ragionevolmente un miliardo. Se così fosse la Vecchia Alitalia non avrebbe fondi sufficienti per pagare i propri debiti. I nuovi azionisti hanno richiesto una norma che li protegga dal rischio di revocatorie da parte dei creditori della Vecchia Alitalia, prova del fatto che non sono disposti a pagare molto. Che cosa accadrebbe se la Vecchia Alitalia non fosse in grado di far fronte ai propri debiti verso fornitori, banche e investitori che detengono obbligazioni della società? Una possibilità è non pagare. Due mesi fa, quando fu convertito in legge il decreto (DL 23.4.2008, n. 80) che evitò il fallimento concedendo ad Alitalia un prestito ponte di 300 milioni, il governo disse in Parlamento: «Con la presente norma si tende a salvaguardare per i prossimi dodici mesi la continuità aziendale di Alitalia... escludendo in tale lasso temporale, ogni ricorso ad ipotesi di liquidazione o di applicazione di procedure concorsuali ».

Quindi i creditori di Alitalia hanno diritto ad essere rimborsati in quanto sono protetti da una legge che escludeva esplicitamente la liquidazione o anche solo lo scorporo della società— che invece avviene oggi prima della decorrenza di dodici mesi dall’approvazione del decreto. Che lo Stato debba pagare i debiti della Vecchia Alitalia è quindi certo. Nel momento stesso in cui paga, il governo viola le norme europee sugli aiuti di Stato. Consentire la sopravvivenza di un’azienda decotta trasferendone i debiti allo Stato è un classico caso di aiuto. Una condanna di Bruxelles obbligherebbe la Nuova Alitalia a rimborsare l’aiuto impropriamente ricevuto, cioè ad accollarsi quei debiti (questo è esattamente ciò che avvenne vent’anni fa quando Alfa Romeo fu ceduta alla Fiat senza debiti —di cui si fece carico l’Iri, cioè lo Stato. Dopo la condanna di Bruxelles quei debiti tornarono in capo alla Fiat). Sono consci i nuovi azionisti del rischio in cui incorrono e dal quale evidentemente lo Stato non li può manlevare? Ma non basta. Il decreto legge n. 80 prevede: «La somma erogata ad Alitalia è rimborsata il trentesimo giorno successivo a quello della cessione o della perdita del controllo effettivo da parte del Ministero dell’economia e delle finanze». Questo comma fu inserito nel decreto proprio per evitare che il prestito ponte fosse considerato un aiuto.

Il governo ha poi trasformato il prestito in capitale, ma con una formula ambigua che ne consente la restituzione all’azionista qualora Bruxelles lo richieda. Quindi se la Vecchia Alitalia non avrà fondi sufficienti, sarebbe la Nuova Alitalia a dover rimborsare allo Stato i 300 milioni del prestito (che in cassa non ci sono più perché sono serviti a coprire le perdite dei primi mesi dell’anno). Altrimenti la controversia con Bruxelles si aggraverebbe ulteriormente. Vi è poi il problema Air One. I nuovi azionisti non vogliono la fusione fra Nuova Alitalia e Air One perché questa porterebbe nella Nuova Alitalia debiti e dipendenti di Air One. Essi vogliono semplicemente acquistare da Air One gli aerei, tutti gli slot (grazie a una sospensione delle regole anti-trust) e i contratti stipulati per la consegna di nuovi velivoli. Air One rimarrà quindi una scatola vuota, ma con molti dipendenti e 450 milioni circa di debiti: basterà la vendita di slot e aerei a far fronte ai debiti e al costo degli esuberi? Quanti debiti di Air One finiranno essi pure a carico dello Stato? Anche qui c’è un problema europeo: nel 2004, quando lo Stato rifinanziò Alitalia, Bruxelles acconsentì a patto che i nuovi fondi non fossero usati per allargare la quota di mercato: esattamente quello che oggi Alitalia fa acquisendo le attività di Air One. L’offerta di Air France non apriva problemi con Bruxelles e non costava nulla, tranne le indennità per un numero di esuberi comunque inferiore: anzi portava qualche spicciolo nelle casse dello Stato perché i francesi avrebbero pagato, seppur poco, le azioni di Alitalia.

27 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Il mercato e la finanza
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2008, 10:56:43 am
COME SI ESCE DALLA CRISI

Il mercato e la finanza


di Francesco Giavazzi


Nei momenti di crisi lo smarrimento, la difficoltà di capire ciò che succede, favoriscono la popolarità di un certo numero di sciocchezze. A diffonderle spesso sono i politici: essi avvertono il disorientamento dei cittadini, vogliono dare l'impressione di avere le idee chiare, ma hanno poco tempo per riflettere e spesso elaborano sciocchezze. Il guaio è quando queste si trasformano in azioni di governo. Accadde durante la peste, a Milano nel Seicento, e negli anni Venti del secolo scorso negli Stati Uniti, quando gli errori del presidente Hoover trasformarono una grave crisi finanziaria in una depressione in cui un americano su tre perse il lavoro.

Prima sciocchezza: la crisi dimostra che gli strumenti finanziari che consentono di diversificare il rischio sono il cancro del capitalismo. Non è vero: diversificare il rischio protegge i deboli perché sono i poveri i più esposti alle fluttuazioni dell'economia. Chi soffrirebbe meno se venissero aboliti i mercati finanziari sono i ricchi: un grande proprietario agricolo può usare la sua ricchezza per far fronte ad una cattiva stagione, ma un piccolo coltivatore quando il raccolto va male, può solo tirare la cinghia. Altro che uno strumento per arricchire ancor più i ricchi: i mercati finanziari sono innanzitutto un'opportunità per i poveri. Basta chiedere ad un agricoltore indiano che cosa significa per lui poter vendere il suo prodotto su un mercato a termine e così assicurarsi contro fluttuazioni nel prezzo. Certo, questi strumenti debbono essere regolati e comunque non sostituiranno mai le assicurazioni pubbliche (ad esempio contro la disoccupazione). Ma appunto: regolati, non vietati.

La crisi dimostrerebbe la superiorità dell'industria sui servizi, dei sistemi finanziari fondati sulle vecchie banche commerciali anziché sulle banche di investimento. Non e' vero. Ci sono paesi come la Germania che hanno successo con molta «vecchia» industria, altri come il Regno Unito che hanno scelto la strada dei servizi finanziari e per un decennio sono cresciuti più della media europea. Lo sviluppo di un' economia dipende dalla capacità delle sue aziende di innovare, quindi dalla qualità delle sue scuole, dalla capacità di trasformare idee e brevetti in imprese, da una finanza pronta a sostenere imprenditori nuovi, anziché far credito solo a chi possiede un immobile da dare in garanzia. Non esistono ricette buone per tutti, sebbene l'evidenza suggerisca che nei paesi in cui ci sono più banche di investimento nasce un maggior numero di imprese nuove.

«Vincono i Paesi che difendono le proprie aziende e bloccano gli investitori stranieri». Non mi sembra: basta confrontare Alitalia, un'azienda che vogliamo testardamente mantenere italiana, con il Nuovo Pignone che quindici anni fa vendemmo alla General Electric. Poiché poche aziende al mondo sanno costruire turbine e compressori come il Pignone, Ge concentrò le produzioni a Firenze. Oggi quello stabilimento è un centro di eccellenza per la fabbricazione di macchine che un tempo si costruivano in vari stabilimenti della Ge in giro per il mondo ed oggi solo a Firenze.

Come si uscirà dalla crisi? Il Congresso di Washington sembra voler ripercorrere la strada seguita all'inizio degli anni '80, al tempo della crisi dell'America Latina, e più tardi dopo il fallimento di molte casse di risparmio: togliere dai bilanci delle banche i titoli che sono all' origine della crisi e sostituirli, sia pure a condizioni penalizzanti, con carta dello Stato, liquida ed affidabile. (Osservo, per chi pensa che gli economisti siano inutili, in particolare quelli italiani, che questa è la proposta che avanzò Luigi Spaventa in un articolo sul Financial Times
il 10 aprile scorso).

Può darsi che a questo punto ciò sia inevitabile. Ma non si uscirà dalla crisi finché al sistema finanziario non affluirà una gran quantità di nuovo capitale privato. Dubito che ciò accadrebbe in un mondo in cui la politica diffondesse sfiducia verso il mercato e imponesse regole volte a impedirne il funzionamento. Chi oggi rivendica il diritto della politica di scrivere nuove regole per i mercati finanziari dovrebbe ricordare che fino a poche settimane prima della crisi i politici ritenevano che la maggior area di rischio nei mercati fossero i fondi hedge,
una delle istituzioni che ha meglio retto alla crisi.


20 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco Giavazzi La fabbrica dei docenti
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2008, 07:46:12 pm
L’UNIVERSITà E IL GOVERNO

La fabbrica dei docenti


di Francesco Giavazzi


La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l'università. L'unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo.

I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca.

Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione.

La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.

Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio.

28 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco Giavazzi Chi ha paura del sorteggio
Inserito da: Admin - Novembre 12, 2008, 10:05:16 am
Editoriali          UNIVERSITA’ E DOCENTI

Chi ha paura del sorteggio

di Francesco Giavazzi


Gli studenti di Trieste hanno avuto un’idea brillante. Tutto è nato sul loro blog dove uno si è chiesto perché in tante università rettori e professori partecipino alle manifestazioni contro i «tagli del governo»: «Può essere che utilizzino il nostro movimento non per il bene dell’università, ma per proteggere qualche loro interesse, magari per impedire che si modifichi il sistema con cui vengono reclutati i professori?».

E così sono andati sui siti dove vengono riportate le pubblicazioni scientifiche dei loro docenti e quanto ciascuna è citata in altri lavori. Ad esempio «Publish or perish» che usa i dati di Google Scholar ed è disponibile sul sito www.harzing.com o semplicemente i dati delle valutazioni del Civr disponibili sul sito del ministero dell’Università. Racconta Maddalena Rebecca sul Piccolo che da quel giorno si vedono pochi professori alle assemblee degli studenti triestini. Alcune «anime belle» criticano il decreto del ministro Gelmini che prevede una nuova modalità per la scelta dei commissari nei concorsi universitari: elezione di un numero pari a tre volte i commissari necessari e poi sorteggio. «In Gran Bretagna, dove l’università funziona, i dipartimenti scelgono i professori senza bisogno di un concorso ».

Lo so bene, ma lì il titolo di studio non ha valore legale e i fondi pubblici vengono assegnati alle università non a seconda del numero degli studenti iscritti, ma in funzione della qualità della ricerca: ricerca che nessuno cita, niente fondi e il dipartimento chiude. Se i critici vogliono essere coerenti dicano che sono pronti a cancellare il valore legale del titolo di studio (come ha fatto ieri sul Corriere Giovanni Sartori) e ad accettare che vengano chiusi i dipartimenti scadenti. E dicano anche che preferirebbero che i concorsi banditi venissero tutti rimandati in attesa di una riforma dell’università. In realtà temo che le critiche tradiscano la rabbia per un decreto che ha fatto saltare gli accordi con i quali i professori si erano divisi i 6.000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari.

Ne è un segno il tentativo (fortunatamente fallito) di modificare in extremis il testo del decreto per consentire ai professori associati di partecipare alle commissioni. Un vecchio trucco: gli associati devono ancora essere giudicati (per diventare ordinari) quindi sono facilmente ricattabili. E infatti a premere per estendere l’eleggibilità ai più giovani erano gli anziani non gli stessi associati. Vorrei avanzare una modesta proposta. Fra poco più di un mese in tutte le università si voterà secondo le nuove modalità, cioè per costituire un pool di candidati fra i quali poi avverrà il sorteggio. Affinché si possa votare con sufficiente informazione, le diverse discipline dovrebbero prendere esempio dagli studenti triestini e pubblicare un elenco dei professori eleggibili e della loro produttività scientifica.

Poiché esistono diversi criteri (l’impact factor e altri) si potrebbero pubblicare indici diversi. Io mi impegno a farlo per le materie economiche e statistiche e sono certo altri lo faranno per altre discipline, soprattutto quelle meno abituate a standard internazionali. Poi si vedrà, sia quali discipline non avranno ritenuto utile dare questa informazione sia quelle che, pur avendo stilato gli elenchi, voteranno per candidati non particolarmente brillanti.


11 novembre 2008
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Meno tasse sul lavoro
Inserito da: Admin - Novembre 16, 2008, 10:03:04 am
RECESSIONE E RIMEDI

Meno tasse sul lavoro

di Francesco Giavazzi


La crisi è (forse) entrata in una seconda fase. Superato il momento più acuto, i mercati finanziari ricominciano lentamente a funzionare, le banche riescono di nuovo (seppure ancora a fatica) a reperire liquidità, la caduta libera delle Borse si è arrestata. La crisi finanziaria si sta ora spostando verso i Paesi della periferia: l’Fmi è già intervenuto in Ungheria e Ucraina, la Federal Reserve ha aperto linee di credito a favore di Messico e Brasile. Negli Stati Uniti e in Europa la seconda fase della crisi ora colpisce l’economia reale. Il dubbio non è più se vi sarà una recessione, ma quanto durerà e quale livello raggiungerà il tasso di disoccupazione prima di cominciare a scendere. Che fare? La Bce è finora stata più timorosa della Fed e della Bank of England: il livello dei tassi d’interesse europei è tre volte quello degli Stati Uniti, rimane ampio spazio per ridurli.

Ma un taglio dei tassi, sebbene certamente utile, non avrà grandi effetti sull’economia, almeno finché i mercati finanziari non riprenderanno a funzionare normalmente, e ci vorranno molti mesi. Lo strumento da usare è quindi la politica fiscale: tasse e spesa pubblica. Ce lo possiamo permettere con un debito pubblico che rimane il più alto in Europa? E se sì, meglio ridurre le tasse o accelerare gli investimenti pubblici? La risposta alla prima domanda è sì, purché lo strumento che usiamo aumenti rapidamente i consumi e sia limitato nel tempo. Per «rapidamente» intendo già con le tredicesime di dicembre, non la prossima primavera. Se riuscisse davvero ad attenuare la recessione, gli effetti sul rapporto debito-Pil di un intervento fiscale temporaneo potrebbero essere relativamente modesti. Accelerare gli investimenti pubblici in questo momento servirebbe a poco. Tra permessi e preparazione dei cantieri un’opera pubblica impiega mesi, se non anni a partire.

Il primo strumento da usare è un taglio deciso delle tasse sul lavoro. Per due motivi: innanzitutto perché, diversamente dalle spese per investimenti, agisce al tempo stesso sulla domanda (perché aumenta il potere d’acquisto dei salari) e sul costo del lavoro, quindi sull’offerta, se vengono ridotte pro quota sia le tasse pagate dal lavoratore sia gli oneri a carico dell’impresa. In secondo luogo perché immediato, soprattutto se il taglio è inversamente proporzionale al livello dei salari. Ad esempio si dovrebbe azzerare il cuneo fiscale (cioè la differenza fra costo del lavoro per l’impresa e salario netto per il dipendente) per tutti i salari al di sotto di un certo livello, cioè per le famiglie che oggi sono più in difficoltà quindi è più probabile che spendano il maggior reddito di cui disporrebbero.

Per avere maggiore effetto sui consumi, il taglio delle tasse sul lavoro dovrebbe essere permanente. Temo non possiamo permettercelo. Un taglio limitato nel tempo avrebbe il vantaggio di indurre lavoratori e imprese a sfruttare il momento particolarmente favorevole attenuando la riduzione delle ore lavorate. Altrettanto rapidi sarebbero gli effetti di un provvedimento che estendesse i sussidi di disoccupazione a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro contratto, a tempo determinato o indeterminato. A differenza di un taglio delle tasse sul lavoro, l’estensione dei sussidi non agisce sull’offerta ma solo sulla domanda, ma almeno agisce rapidamente.

16 novembre 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Trovare il coraggio
Inserito da: Admin - Dicembre 08, 2008, 06:06:27 pm
Editoriali

L’ITALIA E LA RECESSIONE


Trovare il coraggio


di Francesco Giavazzi


L’Ocse stima che fra un anno la disoccupazione in Italia raggiungerà l’8%, quasi due punti in più rispetto all’anno scorso. Questo significa che il numero di persone in cerca di lavoro aumenterà di circa mezzo milione: da 1,7 a 2,2 milioni. Ma quando trovare un posto di lavoro diventa difficile, molti lavoratori, soprattutto donne e giovani, si scoraggiano e smettono di cercare, quindi non risultano disoccupati. Nel 2009 si potrebbero perdere ben più di mezzo milione di posti. D’altronde entro la fine di questo mese scadono 305.000 contratti a tempo determinato; da gennaio il numero di contratti in scadenza sarà di circa 200.000 al mese.

Poiché la durata media di questi contratti non è superiore all’anno, entro dicembre 2009 dovranno essere rinnovati quasi tutti, cioè 2,6 milioni. Se due su cinque non venissero rinnovati — un’ipotesi, temo, ottimistica dato che alle imprese non rinnovare un contratto in scadenza non costa nulla, mentre mettere in cassa integrazione un lavoratore con contratto a tempo indeterminato costa — i posti di lavoro persi sarebbero circa un milione: mezzo milione di disoccupati ufficiali emezzo milione di scoraggiati che non rientrano nelle statistiche della disoccupazione ma che comunque non lavorano più. La maggior parte di questi lavoratori oggi non ha alcuna rete di protezione. E questo non vale solo per i lavoratori para-subordinati, che sono considerati autonomi dal punto di vista previdenziale e dunque senza diritto alle prestazioni di disoccupazione. Come mostrano Berton, Richiardi e Sacchi su www.lavoce.info, i lavoratori a tempo determinato che non hanno diritto ad alcun sussidio sono la metà circa, 1,3 milioni.

L’articolo 19 del decreto anticrisi approvato il 28 novembre stanzia, per «il potenziamento ed estensione degli strumenti di tutela del reddito in caso di sospensione dal lavoro o di disoccupazione» 289 milioni di euro. Se venissero tutti dedicati a lavoratori con contratti «precari» (e non lo sono perché i fondi dell’articolo 19 devono servire anche per estendere l’accesso alla cassa integrazione) si tratterebbe di 24 euro al mese per ciascun lavoratore che perde il posto di lavoro. Con il decreto del 28 novembre il governo ha messo a disposizione delle famiglie 4,7 miliardi di euro, lo 0,2% del pil. Questa cifra, seppur ben spesa perché concentrata sui più bisognosi, non basterà per attenuare gli effetti della crisi; tanto meno riuscirà a sostenere i consumi, e quindi gli investimenti delle imprese, che se prevedono di non vendere non investono. Fra cinque o sei mesi, quando la recessione entrerà nella sua fase più acuta, il governo avrà di fronte a sé due vie. Non deflettere dalla linea di rigore indicata oggi e resistere alla pressione sociale, oppure intervenire allora per sostenere il reddito dei disoccupati e i consumi delle famiglie.

La prima scelta richiederà molto coraggio: è bene che il governo si prepari sin d'ora. La seconda è suicida: più tardi si interviene, più cadono i consumi, più crescono i disoccupati e più costano gli interventi. Il ministro dell'Economia ha scelto di non cambiare la legge finanziaria— e quindi implicitamente la prima opzione— adducendo due motivi: (1) i mercati ce la farebbero pagare con un aumento del costo di finanziamento del debito; (2) d'altronde neppure la signora Angela Merkel pare disposta ad allentare la politica di bilancio tedesca. Sono argomenti sbagliati. I mercati sono giustamente preoccupati del livello del debito pubblico italiano, ma sono anche abbastanza avveduti da comprendere che ciò che conta per la sostenibilità del nostro debito non è il deficit di un anno ma le prospettive di medio periodo.

Per abbassare gli spread sui nostri titoli pubblici occorre lasciar crescere il deficit del 2009 —per attenuare la recessione ed evitare che il rapporto debito-pil si impenni per effetto di un crollo del pil — ma al tempo stesso intervenire, in primis sulle pensioni, in modo da garantire la sostenibilità nel medio periodo (in una lettera inviata al Corriere il 22 luglio 2007 Giulio Tremonti e Roberto Maroni rivendicavano con comprensibile orgoglio la riforma pensionistica che reca il nome dell’attualeministro degli Interni e che il governo Prodi cancellò: perché ora la disconoscono?). La strategia che ha scelto, «rigore oggi e incertezza domani», a cominciare dalla possibilità che la linea venga modificata tra sei mesi, questa sì ha l'effetto, come si sta vedendo in questi giorni, di allargare gli spread.

Quanto alla Germania, innanzitutto va detto che essa dispone di un sistema di ammortizzatori sociali infinitamente più efficiente del nostro. Il governo di Berlino aiuterà le famiglie senza bisogno di adottare nuove leggi. E poi la Signora Merkel, non è infallibile. Più che la congiuntura politica (elezioni a settembre) la posizione del cancelliere mi pare riflettere la convinzione, diffusa in Germania, che l'economia tedesca possa crescere solo se trascinata dalle esportazioni (e infatti uno dei pochi interventi decisi dal governo di Berlino è volto a ridurre il costo del lavoro per accrescere la competitività delle aziende).

In passato questa strategia ha spesso funzionato, ma dall'altra parte c'era sempre il consumatore americano. E' stato così negli anni '50 e 60 e poi ancora negli anni '80. L'unico momento in cui la Germania è cresciuta grazie alla propria domanda interna è stato negli anni immediatamente successivi alla riunificazione. Anche il Giappone e oggi la Cina condividono questa visione. Il mondo però è cambiato. Nei prossimi anni gli Stati Uniti ridurranno gradualmente il proprio enorme disavanzo con l'estero, cioè taglieranno le importazioni: pensare di riprendere a crescere esportando in America è un'illusione. Prima la Signora Merkel, e con lei giapponesi e cinesi, se ne rendono conto, meglio è per tutti.

08 dicembre 2008


da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Trovare il coraggio
Inserito da: Admin - Dicembre 09, 2008, 03:27:27 pm
L’ITALIA E LA RECESSIONE

Trovare il coraggio


di Francesco Giavazzi


L’Ocse stima che fra un anno la disoccupazione in Italia raggiungerà l’8%, quasi due punti in più rispetto all’anno scorso. Questo significa che il numero di persone in cerca di lavoro aumenterà di circa mezzo milione: da 1,7 a 2,2 milioni. Ma quando trovare un posto di lavoro diventa difficile, molti lavoratori, soprattutto donne e giovani, si scoraggiano e smettono di cercare, quindi non risultano disoccupati. Nel 2009 si potrebbero perdere ben più di mezzo milione di posti. D’altronde entro la fine di questo mese scadono 305.000 contratti a tempo determinato; da gennaio il numero di contratti in scadenza sarà di circa 200.000 al mese.

Poiché la durata media di questi contratti non è superiore all’anno, entro dicembre 2009 dovranno essere rinnovati quasi tutti, cioè 2,6 milioni. Se due su cinque non venissero rinnovati — un’ipotesi, temo, ottimistica dato che alle imprese non rinnovare un contratto in scadenza non costa nulla, mentre mettere in cassa integrazione un lavoratore con contratto a tempo indeterminato costa — i posti di lavoro persi sarebbero circa un milione: mezzo milione di disoccupati ufficiali emezzo milione di scoraggiati che non rientrano nelle statistiche della disoccupazione ma che comunque non lavorano più. La maggior parte di questi lavoratori oggi non ha alcuna rete di protezione. E questo non vale solo per i lavoratori para-subordinati, che sono considerati autonomi dal punto di vista previdenziale e dunque senza diritto alle prestazioni di disoccupazione. Come mostrano Berton, Richiardi e Sacchi su www.lavoce.info, i lavoratori a tempo determinato che non hanno diritto ad alcun sussidio sono la metà circa, 1,3 milioni.

L’articolo 19 del decreto anticrisi approvato il 28 novembre stanzia, per «il potenziamento ed estensione degli strumenti di tutela del reddito in caso di sospensione dal lavoro o di disoccupazione» 289 milioni di euro. Se venissero tutti dedicati a lavoratori con contratti «precari» (e non lo sono perché i fondi dell’articolo 19 devono servire anche per estendere l’accesso alla cassa integrazione) si tratterebbe di 24 euro al mese per ciascun lavoratore che perde il posto di lavoro. Con il decreto del 28 novembre il governo ha messo a disposizione delle famiglie 4,7 miliardi di euro, lo 0,2% del pil. Questa cifra, seppur ben spesa perché concentrata sui più bisognosi, non basterà per attenuare gli effetti della crisi; tanto meno riuscirà a sostenere i consumi, e quindi gli investimenti delle imprese, che se prevedono di non vendere non investono. Fra cinque o sei mesi, quando la recessione entrerà nella sua fase più acuta, il governo avrà di fronte a sé due vie. Non deflettere dalla linea di rigore indicata oggi e resistere alla pressione sociale, oppure intervenire allora per sostenere il reddito dei disoccupati e i consumi delle famiglie.

La prima scelta richiederà molto coraggio: è bene che il governo si prepari sin d'ora. La seconda è suicida: più tardi si interviene, più cadono i consumi, più crescono i disoccupati e più costano gli interventi. Il ministro dell'Economia ha scelto di non cambiare la legge finanziaria— e quindi implicitamente la prima opzione— adducendo due motivi: (1) i mercati ce la farebbero pagare con un aumento del costo di finanziamento del debito; (2) d'altronde neppure la signora Angela Merkel pare disposta ad allentare la politica di bilancio tedesca. Sono argomenti sbagliati. I mercati sono giustamente preoccupati del livello del debito pubblico italiano, ma sono anche abbastanza avveduti da comprendere che ciò che conta per la sostenibilità del nostro debito non è il deficit di un anno ma le prospettive di medio periodo.

Per abbassare gli spread sui nostri titoli pubblici occorre lasciar crescere il deficit del 2009 —per attenuare la recessione ed evitare che il rapporto debito-pil si impenni per effetto di un crollo del pil — ma al tempo stesso intervenire, in primis sulle pensioni, in modo da garantire la sostenibilità nel medio periodo (in una lettera inviata al Corriere il 22 luglio 2007 Giulio Tremonti e Roberto Maroni rivendicavano con comprensibile orgoglio la riforma pensionistica che reca il nome dell’attualeministro degli Interni e che il governo Prodi cancellò: perché ora la disconoscono?). La strategia che ha scelto, «rigore oggi e incertezza domani», a cominciare dalla possibilità che la linea venga modificata tra sei mesi, questa sì ha l'effetto, come si sta vedendo in questi giorni, di allargare gli spread.

Quanto alla Germania, innanzitutto va detto che essa dispone di un sistema di ammortizzatori sociali infinitamente più efficiente del nostro. Il governo di Berlino aiuterà le famiglie senza bisogno di adottare nuove leggi. E poi la Signora Merkel, non è infallibile. Più che la congiuntura politica (elezioni a settembre) la posizione del cancelliere mi pare riflettere la convinzione, diffusa in Germania, che l'economia tedesca possa crescere solo se trascinata dalle esportazioni (e infatti uno dei pochi interventi decisi dal governo di Berlino è volto a ridurre il costo del lavoro per accrescere la competitività delle aziende).

In passato questa strategia ha spesso funzionato, ma dall'altra parte c'era sempre il consumatore americano. E' stato così negli anni '50 e 60 e poi ancora negli anni '80. L'unico momento in cui la Germania è cresciuta grazie alla propria domanda interna è stato negli anni immediatamente successivi alla riunificazione. Anche il Giappone e oggi la Cina condividono questa visione. Il mondo però è cambiato. Nei prossimi anni gli Stati Uniti ridurranno gradualmente il proprio enorme disavanzo con l'estero, cioè taglieranno le importazioni: pensare di riprendere a crescere esportando in America è un'illusione. Prima la Signora Merkel, e con lei giapponesi e cinesi, se ne rendono conto, meglio è per tutti.

08 dicembre 2008(modificato il: 09 dicembre 2008)

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Cancellare le ombre
Inserito da: Admin - Dicembre 23, 2008, 11:23:11 am
IL GOVERNO E DRAGHI

Cancellare le ombre


di Francesco Giavazzi


Nel tentativo di calmare le acque e dissolvere l'effetto delle critiche rivolte dal ministro dell'Economia al Governatore della Banca d'Italia, Silvio Berlusconi ha detto che si tratta semplicemente di una divergenza di opinioni. Non basta. Il governo ha appena deciso di destinare una quantità ingente di fondi pubblici alla ricapitalizzazione delle banche: i cittadini non possono avere dubbi sul fatto che i loro denari siano ben spesi, cioè che verranno impiegati per mantenere aperto il credito a famiglie e imprese. Sulle banche vigila la Banca d'Italia: prima di proiettare ombre su questa istituzione è bene pensarci due volte.

I cittadini vogliono anche sapere che cosa pensa Berlusconi del lavoro di Mario Draghi nella sua veste di presidente del Financial stability forum (Fsf), principale oggetto delle critiche del ministro (critiche curiose dato che i suoi funzionari partecipano da anni ai lavori del Forum). Il G20 di Washington cui Berlusconi prese parte, non solo approvò il lavoro dell’Fsf, ma gli affidò anche il compito di ridisegnare le regole del sistema finanziario internazionale. Se il presidente del Consiglio condividesse l'opinione del suo ministro («E' demenziale prendere lezioni da chi non ha capito nulla e se ha capito ha sbagliato») avrebbe dovuto chiedere al G20 di sollevare l’Fsf, o almeno il suo presidente, dalle responsabilità loro assegnate.

Il ministro dell’Economia ha evidentemente il diritto di esprimere il suo parere, ma l'opinione che l’Fsf non avesse capito nulla è contraddetta dai fatti. I documenti via via inviati dall’Fsf ai ministri delle Finanze del G7, già nel 2001 individuavano molti degli aspetti che si sono poi rivelati determinanti nella crisi: la possibilità che la liquidità svanisse più rapidamente che in passato; la fragilità del trasferimento di rischio da un’istituzione all’altra; il fatto che alcuni strumenti finanziari non fossero mai stati testati in condizioni di elevata volatilità, quando avrebbero potuto dar luogo ad eccessive concentrazioni di rischio ed erodere all’improvviso il capitale delle banche; i pericoli che nascono quando le banche negoziano titoli in proprio. Concludeva l’Fsf: «Le autorità dovrebbero affrontare queste situazioni ».

Nel 2001 Tremonti cominciava la sua prima esperienza come ministro dell'Economia: non può dire di non essere stato avvertito. L’Fsf non è un regolatore, non ha poteri di vigilanza, solo di proposta. Il ministro dell’Economia invece, nella sua veste di presidente del Cicr, definisce le norme preposte alla difesa del risparmio e può chiedere conto in ogni momento ai regolatori del loro operato (lo fece proprio nel 2001 per i bond Parmalat). Se allora non ritenne di dar seguito alle preoccupazioni dell’Fsf è perché, nonostante fossero gravi e circostanziate, evidentemente non pensava che rappresentassero un reale pericolo.

Infine c'è Goldman Sachs. Il ministro dell’Economia allude spesso alla passata esperienza del Governatore che fu un alto dirigente di quella banca. Poiché né Tremonti né alcun altro ha mai messo in dubbio la trasparenza di Draghi, il problema è se aver lavorato nei mercati aiuti quando si devono riscriverne le regole e vigilarli. Io penso che un’esperienza diretta nei mercati aiuti, perché controllare ciò che si capisce è più facile (così come la sua passata esperienza di imprenditore ha spesso aiutato il Berlusconi primo ministro). Alla luce della gravità della crisi ci saremmo aspettati che Tremonti, come gli suggeriva ieri Angelo De Mattia, su Il Riformista, si preoccupasse piuttosto di come rendere più incisivi i provvedimenti che ha adottato.

22 dicembre 2008

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Obama e la crisi. Facciano presto e tanto
Inserito da: Admin - Febbraio 11, 2009, 02:13:32 pm
Obama e la crisi

Facciano presto e tanto


di Francesco Giavazzi


Dall’inizio della crisi gli Stati Uniti hanno mobilitato una quantità straordinaria di denaro, quasi 9 trilioni di dollari, ai quali si è aggiunto ora il programma fiscale del presidente Obama che vale un altro trilione di dollari. Per avere un’idea delle dimensioni, con una cifra simile il governo di Washington avrebbe potuto acquistare i mutui di tutte le famiglie americane (valgono circa 10,5 trilioni) e così liberare le banche da ogni rischio immobiliare. Entrato in possesso dei mutui ne avrebbe potuto cambiare rate e condizioni di rimborso, in modo da consentire alle famiglie di continuare a pagare e così non perdere la casa. Le abitazioni abbandonate da famiglie che non sono riuscite a tenere il passo con le rate del loro mutuo sono oggi 2,3 milioni, un milione e mezzo più di due anni fa.

Nonostante tanto denaro mobilitato, siamo ancora al punto di partenza. Nei mesi scorsi gli interventi delle banche centrali hanno allentato le tensioni sui mercati finanziari, ma l’opera di riparazione dei bilanci delle banche americane è ancora sostanzialmente tutta da fare. E questa rimane la priorità perché dalla lunga recessione giapponese abbiamo imparato che se non si riparano i bilanci delle banche gli interventi fiscali sono denari gettati al vento.

Dopo diciotto mesi di tentativi falliti, il neoministro del Tesoro, Tim Geithner, e il nuovo consigliere di Obama per le questioni finanziarie, Jerome Stein, si sono convinti che per risanare le banche occorre liberarle dai prestiti andati a male trasferendoli a nuove istituzioni, cosiddette «bad banks» garantite dallo Stato. (Con grande preveggenza già un anno fa, sul «Corriere della Sera», Luigi Spaventa scriveva che questa era l’unica soluzione che avrebbe funzionato). La difficoltà è come valutare i titoli che vengono trasferiti dalle banche alle «bad banks»: se si pagano troppo, i contribuenti fanno un regalo alle banche, se troppo poco l’intervento non serve a salvarle. Geithner avrebbe deciso di affidare queste valutazioni al mercato, dando ad alcuni investitori specializzati (ad esempio fondi di private equity) l’incentivo a farlo.

Teoricamente è il modo giusto, speriamo funzioni.

Alcuni, infatti, temono che il programma di Geithner allinei gli incentivi di questi investitori a quelli dei banchieri, con il rischio che a pagare siano i contribuenti. L’alternativa — sostenuta fino all’ultimo da alcuni dei consiglieri di Obama—è la soluzione inglese: nazionalizzare le banche e poi rivenderle, magari proprio a fondi di private equity, che a quel punto avrebbero interessi opposti a quelli dei banchieri e quindi potrebbero meglio garantire gli interessi dei contribuenti. Ma il Congresso degli Stati Uniti non è pronto ad accettare nazionalizzazioni.

L’avversione ad un intervento diretto dello Stato nelle banche non è solo ideologica, riflette anche qualche valutazione sull’esperienza degli anni Trenta. Secondo alcuni storici, ad esempio Robert Higgs, la Grande Depressione durò così a lungo anche perché il New Deal di Franklin D. Roosevelt diffuse dubbi sul futuro dell’economia di mercato e soffocò gli investimenti privati.

Lammot du Pont, presidente di du Pont de Nemours, una delle maggiori aziende americane, scriveva nel 1937: «L’incertezza su quali saranno le condizioni giuridiche nelle quali le nostre imprese si troveranno a lavorare, quale ruolo avrà lo Stato nell’economia, il rischio di limitazioni alla libertà d’impresa, la possibilità stessa che l’economia di mercato sopravviva alla crisi ci preoccupano e certo non ci incoraggiano a investire».

Riparate le banche, il problema successivo è come cambiare le aspettative. Quanto pessimismo vi sia fra gli imprenditori lo si legge nei dati sulla produttività americana che in questi mesi è aumentata rapidamente: più 3,2% nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Di solito in una recessione la produttività diminuisce perché le aziende riducono i dipendenti meno rapidamente di quanto non riducano la produzione: questa volta è accaduto il contrario, segno che gli imprenditori vedono un futuro particolarmente cupo.

Il modo per cambiare le aspettative delle aziende è ripristinare gli ordini, e la politica fiscale oggi è l’unico strumento che consenta di farlo. Negli Stati Uniti si è svolto un dibattito acceso sui meriti relativi di un taglio delle tasse rispetto ad aumenti di spesa. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario internazionale, ha scritto sull’Economist della scorsa settimana: «Fate come preferite, ma fate presto, soprattutto fate tanto perché interventi marginali non riuscirebbero a cambiare le aspettative».

Il piano che il Congresso approverà oggi soddisfa questa condizione perché la sua dimensione è davvero straordinaria: il 7 per cento del Pil. Riuscirà a salvare il mondo? Speriamo. Il piano di Obama consiste per circa il 60% in aumenti di spesa, 40% in riduzioni di imposte. Gli studi che conosco concludono che il denaro pubblico speso per evitare licenziamenti (il piano include 40 miliardi di dollari di trasferimenti alle amministrazioni locali per evitare riduzioni di dipendenti) o per sostenere il reddito di chi perde il lavoro, si traduce in consumi. Sull’efficacia degli investimenti pubblici o dei tagli generalizzati delle tasse (ad esempio i 70 miliardi previsti per l’eliminazione dell’Alternative minimun tax, un’imposta introdotta da Bush e che colpisce soprattutto le famiglie più abbienti) non sappiamo abbastanza.

Ma una cosa è certa: dopo aver per anni accusato gli Stati Uniti di non risparmiare a sufficienza, Cina, Europa e Giappone oggi sperano che gli americani ricomincino a spendere perché questi paesi il rischio di un’espansione della loro domanda interna non se lo vogliono assumere. Poi non lamentiamoci degli «squilibri dell’economia globale».


11 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Come salvarci dall'abisso
Inserito da: Admin - Febbraio 22, 2009, 11:27:43 am
LA CRISI GLOBALE


Come salvarci dall'abisso


di Francesco Giavazzi


Ci siamo infilati in una situazione assurda. I prezzi delle attività finanziarie, e quindi la ricchezza delle famiglie, sono precipitati, quasi che le economie del mondo fossero state tutte rase al suolo da un bombardamento globale, come la Germania nel 1945. In pochi mesi nel mondo è stata bruciata ricchezza per un valore di circa 40 mila miliardi di dollari. In una settimana Wall Street ha perso il 13 per cento; in poco più di un anno il valore delle azioni americane si è dimezzato. Ma non c’è stato alcun bombardamento: le aziende sono ancora tutte lì, anche le case, anche le nostre risorse naturali e i lavoratori hanno la medesima esperienza oggi che avevano ieri. È la sfiducia che ha trascinato il mondo in questa situazione assurda ed è da lì che occorre partire. La prossima sarà una settimana cruciale.

Se la caduta di Wall Street non si arresta, il vortice rischia di accelerare: un’ulteriore caduta della ricchezza delle famiglie americane rallenterebbe ancor più i consumi e cancellerebbe gli effetti dello straordinario piano fiscale approvato la scorsa settimana dal Congresso. Che fare? Innanzitutto non dimenticare che (grazie alla globalizzazione) mai il mondo era cresciuto tanto rapidamente quanto nel decennio precedente la crisi. E non solo i Paesi ricchi: per la prima volta anche l’Africa sub-sahariana aveva cominciato a crescere. Certo, c’erano molte debolezze: il prezzo delle abitazioni in qualche Paese era salito troppo; negli Stati Uniti ad alcuni immigrati recenti erano stati concessi mutui che non potevano permettersi; le banche si erano illuse di aver diversificato il rischio e invece spesso non lo avevano fatto; la regolamentazione faceva acqua; il Congresso aveva consentito che Fannie Mae e Freddie Mac, istituzioni che avrebbero dovuto essere dei semplici fondi di garanzia, si trasformassero in speculatori aggressivi, trasferendo il rischio su contribuenti ignari.

Ma tutto questo non giustifica l’abisso in cui siamo caduti. I mutui negli Stati Uniti oggi non valgono praticamente più nulla e tuttavia il prezzo delle case è sceso del 20-30%, non si è azzerato. Nelle città americane le abitazioni non sono scomparse, sono ancora tutte lì: varranno meno di due anni fa, ma dubito che non valgano più nulla. Come riportare il mondo alla ragionevolezza, come arrestare questa spirale perversa? È possibile e potrebbe non costare nulla. Il vortice in cui sono entrate le Borse dipende dalle banche: in una settimana Citigroup ha perso metà del suo valore e un’azione oggi vale meno di due dollari (ne valeva 50 un anno e mezzo fa). Ma la banca non è fallita: lo sarebbe se davvero pensassimo che le case e le aziende americane non valgono più nulla, ma così non è. Per far uscire i mercati dal vortice della sfiducia il governo americano dovrebbe garantire tutte le attività finanziarie collegate al mercato immobiliare, cioè impegnarsi ad acquistarle a un prezzo prefissato, superiore all’attuale prezzo di mercato.

Una simile garanzia rialzerebbe immediatamente i prezzi e con essi la ricchezza delle famiglie. Risolverebbe anche i problemi delle banche. Come per Citigroup, se le banche americane siano, o meno, fallite, dipende dai prezzi delle attività che hanno in bilancio: se il prezzo di questi titoli è zero sono tutte fallite; se il prezzo è ragionevole non lo è nessuna (ieri il governatore Draghi ha proposto garanzie pubbliche non sullo stock di attività oggi detenute dalle banche, ma sui nuovi prestiti, un intervento che va nella medesima direzione e aiuterebbe a far ripartire il credito alle nostre aziende). A quale prezzo dovrebbero essere offerte queste garanzie? Certo non ai prezzi precedenti la crisi, ma nemmeno ai prezzi di oggi, che per molti titoli sono prossimi a zero. Una possibilità è usare i prezzi precedenti il fallimento di Lehman, cioè quando i mercati già scontavano la crisi, ma prima del crollo.

E quanto costerebbero le garanzie ai governi? È probabile che su alcuni titoli il governo perda, cioè che i prezzi di realizzo siano inferiori al valore della garanzia. Ma per la maggior parte — quando il mondo tornerà alla ragionevolezza — il prezzo salirà ben oltre il valore della garanzia: in questi casi si potrebbe tassare la plusvalenza. Non solo le garanzie potrebbero non costare nulla: per i contribuenti potrebbero rivelarsi un grande affare. In questo fine settimana a Washington si è fatta strada anche un’altra idea: essa pure potrebbe spegnere il vortice senza costare nulla. Sul Washington Post Ricardo Caballero, economista del Mit, ha proposto che il governo si impegni ad acquistare fra due anni il doppio delle azioni delle quattro maggiori banche al doppio del prezzo di oggi. Il primo effetto sarebbe quello di raddoppiare il capitale delle banche tramite fondi privati.

Nello stesso tempo il prezzo delle azioni salirebbe immediatamente vicino al livello della garanzia pubblica, sollevando tutto il mercato. Anche questo provvedimento non costerebbe nulla ai contribuenti, a meno che davvero pensiamo che l’economia americana sia come la Germania del ’45. Il vantaggio rispetto alle garanzie sull’attivo delle banche è che in questo caso basta un annuncio: potrebbe accadere già domani. Delle garanzie sull’attivo delle banche ci sarà comunque bisogno, ma per quelle c’è un po’ più di tempo (qualche giorno, non qualche mese). Ciò che invece accelera il vortice è parlare di nazionalizzazioni. Nazionalizzare una banca significa azzerare (o almeno diluire) il capitale degli azionisti: non c’è da sorprendersi se questo rischio fa crollare le Borse. Fortunatamente ieri l’amministrazione Obama ha preso le distanze da chi chiede nazionalizzazioni. Nella scena più famosa di Mary Poppins, Mr Dawes, l’anziano impiegato di banca, spaventa il piccolo Michael tentando di sottrargli un penny. La gente non capisce, si impaurisce e travolge la banca. È per evitare questi panici che sono nate le garanzie pubbliche sui depositi bancari. La prossima settimana il mondo potrebbe avvitarsi in una depressione, ma se accadrà sarà solo responsabilità nostra, cioè dei nostri governanti. Il mondo non è radicalmente diverso oggi da quanto fosse un anno fa, tranne che si è persa la fiducia. È da questa osservazione che deve partire l’opera di ricostruzione.

22 febbraio 2009
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Allarmare non paga
Inserito da: Admin - Marzo 03, 2009, 04:51:07 pm
LE NAZIONALIZZAZIONI

Allarmare non paga


di Francesco Giavazzi


Dalla crisi non usciamo finché il prezzo delle azioni negli Stati Uniti non risale. Quasi la metà della ricchezza delle famiglie americane è investita in Borsa: direttamente, o attraverso un fondo di investimento, e soprattutto tramite i 401(k), un sistema molto conveniente perché consente di risparmiare differendo alla vecchiaia la tassazione del reddito. Solo il 10 per cento dei lavoratori americani possiede (oltre alla pensione sociale) una pensione a «benefici definiti», cioè il cui valore dipende soltanto dagli anni di lavoro, non dai rendimenti di mercato. La maggioranza appartiene al sistema «contributivo»: la loro pensione è investita in un 401(k), e quanto ricevono, o riceveranno, dipende da come va la Borsa. La scorsa è stata un’altra settimana negativa per la Borsa; le perdite complessive del solo mese di febbraio sono il 17%. La discesa è continuata ieri. In dodici mesi il valore delle azioni si è dimezzato.

Pensate ad un lavoratore della classe media, andato in pensione un anno fa a 65 anni. Supponiamo che un anno fa la sua ricchezza, tra titoli e 401(k), valesse 700 mila dollari. Anche essendo cauto e ipotizzando un rendimento reale del 3%, egli avrebbe potuto spendere 50 mila dollari l’anno e non esaurire la sua ricchezza prima degli 85 anni, la sua speranza di vita. Oggi, per mantenersi fino a 85 anni, deve affidarsi alla pensione sociale: ai prezzi di oggi quanto ha risparmiato gli renderà poco più di 2 mila dollari al mese. Non è sorprendente che i consumi stiano crollando. Due anni fa le azioni erano probabilmente sopravvalutate, ma, come scrivevo la scorsa settimana, gli Stati Uniti non sono stati distrutti da una guerra, né da una bomba atomica: le case valgono certamente di meno, ma sono ancora tutte lì, e così anche gli aeroporti, le aziende e il capitale umano: quanto accade in Borsa si spiega solo con il panico e con l’incertezza.

L’incertezza riguarda il valore dei titoli: sui mercati finanziari è scomparsa la liquidità e quindi sono scomparsi i prezzi. Chi vuole vendere deve accettare prezzi che non hanno più alcuna relazione con il valore, per quanto basso, dei titoli che vengono scambiati. E poiché le banche devono valutare i titoli che possiedono ai prezzi di queste transazioni, sono contabilmente fallite. Certo, vi sono casi di vera insolvenza, ma il problema maggiore è l’assenza di liquidità. In agosto, quando già era trascorso oltre un anno dall’inizio della crisi, e l’esposizione a subprime e derivati non era più una sorpresa, ma i mercati ancora erano liquidi, le banche valevano poco, ma non erano fallite. In agosto, quando i suoi guai erano già tutti noti, un’azione di Citigroup valeva 20 dollari: non i 55 di un anno prima, ma nemmeno il dollaro e mezzo che vale oggi. Per riportare liquidità sui mercati e far sì che si rivedano prezzi non «da panico » è necessario che tornino gli investitori.

Da questo punto di vista quelle trascorse sono state due pessime settimane per l’amministrazione Obama. Il piano Paulson — che prevedeva una garanzia pubblica sui titoli detenuti dalle banche, o addirittura in alcuni casi il loro acquisto, e che rimane l’unico piano che avrebbe potuto funzionare—è stato di fatto abbandonato. A un certo punto il team economico di Obama si è lasciato sedurre dall’idea di nazionalizzare le banche, senza capire che questo è il modo infallibile per allontanare ancor più gli investitori dalla Borsa. E infatti, due venerdì fa, quando molti parlavano di nazionalizzazione, Citigroup è crollata del 22 per cento trascinando con sé tutta la Borsa. La nazionalizzazione spaventa, ma non per i motivi per cui spaventerebbe in Europa, cioè per il rischio che la politica influisca sulla gestione del credito: difficilmente negli Stati Uniti accadrebbe ciò che è accaduto qualche giorno fa in Francia, dove il presidente Sarkozy ha nominato un suo collaboratore a capo di una grande banca. Spaventa perché l’intervento dello Stato nel capitale delle banche potrebbe diluire i vecchi azionisti, e quindi ridurre il valore delle loro azioni. Resisi conto di questo errore, i ministri di Obama hanno escluso di voler nazionalizzare le banche, ma poi lo hanno sostanzialmente fatto.

Le modalità con cui giovedì il ministro Tim Geitner ha offerto a Citigroup di convertire in ordinarie le azioni privilegiate che il Tesoro aveva sottoscritto alcuni mesi fa comportano una forte diluizione dei vecchi azionisti. Come spiega Ricardo Caballero sul Washington Post, affinché i vecchi azionisti non venissero diluiti la conversione sarebbe dovuta avvenire ad un prezzo intorno ai 6-7 dollari (un terzo del valore di agosto): invece avverrà a 3,25 dollari. Non sorprendentemente la Borsa è di nuovo caduta. Sembra quasi che il team di Obama non riesca a capire che l’obiettivo primario di queste operazioni non è finanziario: non si tratta—o almeno non in primo luogo—di sistemare i bilanci delle banche, ma di mettere fine al panico. Perché se il panico finisce e torna un po’ di liquidità, i bilanci delle banche, o almeno della maggior parte, si aggiustano da soli. Certo, esiste un mondo diverso, nel quale, scomparsa la liquidità, le Borse vengono chiuse, le banche nazionalizzate e la ricchezza delle famiglie è amministrata direttamente dallo Stato.

Nel secolo scorso, come spiegava domenica Angelo Panebianco su queste colonne, quel modello non ha dato gran prova di sé (sebbene alcuni ritengano che la colpa non fu dell’Unione Sovietica ma di chi la accerchiò). Se non vogliamo ripetere quell’esperimento — e gli Stati Uniti certo non sono pronti a ripeterlo — occorre capire che il punto di partenza per risolvere la crisi sta nel riportare gli investitori in Borsa. A questo scopo spaventarli minacciando nazionalizzazioni è la ricetta più sbagliata. Come già ho ricordato, secondo alcuni storici dell’economia la depressione degli anni Trenta durò così a lungo anche perché il New Deal di Franklin D. Roosevelt diffuse dubbi sul futuro dell’economia di mercato e soffocò gli investimenti privati.

03 marzo 2009
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L'alternativa che non c'è
Inserito da: Admin - Marzo 15, 2009, 10:37:17 pm
CAPITALISMO E CRISI

L'alternativa che non c'è


di Francesco Giavazzi


Ricordate i mesi successivi all'11 settembre 2001? Molti si erano convinti che si fosse chiusa una fase storica — era iniziata a Vienna nel 1683 con la sconfitta dell'impero Ottomano — che aveva consentito all'Occidente di esercitare per tre secoli la propria egemonia sul mondo. Pensavano che quell'egemonia fosse in pericolo, forse era finita per sempre. Preoccupazioni oggi in gran parte dimenticate: non perché il problema dei rapporti fra l'Occidente e l'Islam non sia reale, ma perché lo è ora così come lo era prima dell'11 settembre.

Qualcosa di simile accade oggi. Uno straordinario paragrafo del Capitale di Karl Marx — in cui il filosofo tedesco prevede (nel 1867) che i debiti dei lavoratori avrebbero fatto fallire le banche, determinando il passaggio dall'economia capitalista al comunismo — viene richiamato per argomentare che il capitalismo è finito. «L'apertura dei mercati conteneva le radici della propria distruzione», ha scritto Martin Wolf sul Financial Times. «L'epoca della liberalizzazione finanziaria è finita, ma, come negli anni Trenta, non disponiamo di alternative credibili». Il ministro Giulio Tremonti cerca di immaginarle, prefigurando l'abbandono di un sistema fondato sulle leggi dell'economia e sui prezzi di mercato e la sua sostituzione con uno fondato sul diritto, sul conto patrimoniale e sui controlli giurisdizionali e amministrativi.

Il mio sommesso parere è che si tratti di discussioni sterili, che probabilmente faranno la fine dei dibattiti sul declino dell'Occidente, e soprattutto pericolose. Che cosa dovrebbe fare un imprenditore che si lasciasse sedurre da simili visioni? Combattere per far sopravvivere la sua azienda, magari investendovi i profitti accumulati in decenni di lavoro? Se si convince che nel nuovo mondo vi sarà più Stato e meno mercato, meno concorrenza, maggiori ostacoli alle esportazioni, chiude tutto e si ritira in campagna.

Alcuni anni fa le riflessioni sul futuro dell'Occidente erano al centro del dibattito anche negli Stati Uniti; oggi invece la domanda se il capitalismo sopravvivrà affascina gli europei ma non gli americani. E non perché negli Usa non ci si renda conto che la crisi ha evidenziato gravi carenze nel funzionamento e nella regolamentazione dei mercati finanziari. Ma, a differenza dell'Europa, gli americani (o almeno la maggior parte di essi) pensano che le regole fossero cattive non perché vi sia qualcosa di sbagliato nel capitalismo, ma semplicemente perché si era consentita troppa (non troppo poca) vicinanza fra politica ed economia. E quindi sono comprensibilmente scettici di fronte a chi propone di affidare alla politica la guida dell'economia (è interessante a questo proposito il dibattito sulla nazionalizzazione delle banche dove il punto centrale, cui nessuno in Europa mai accenna, è come evitare che i risparmiatori che posseggono azioni delle banche vengano espropriati).

Vi è anche una percezione molto diversa delle priorità. Gli europei possono permettersi di giocare a Monopoli con il futuro del capitalismo — e guardare altrove indispettiti quando i nostri vicini dell'Europa centrale chiedono di essere aiutati ad evitare il collasso economico e politico — perché tanto a salvare Polonia, Ucraina e Lettonia ci pensa il Fondo monetario internazionale. E quale è l'unico Paese che sinora ha dato al Fondo le risorse per farlo? Il Giappone, che non è esattamente confinante con l'Ucraina.


15 marzo 2009
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Non far morire i mercati
Inserito da: Admin - Aprile 02, 2009, 03:43:31 pm
LA SCOMMESSA DI GEITHNER

Non far morire i mercati


di Francesco Giavazzi


Diversamente dagli europei, i quali pensano che la priorità siano nuove regole e trasformazioni radicali nel modo in cui operano i mercati finanziari, le autorità americane stanno lavorando per riportare i mercati alla normalità. Si rendono conto che le regole devono essere migliorate, ma ritengono che regole perfette applicate a mercati morti non servirebbero a granché. La priorità di Washington è far rivivere i mercati.

Negli ultimi vent’anni i mercati finanziari americani si sono profondamente trasformati: non sono più le banche commerciali il principale canale attraverso il quale il risparmio delle famiglie affluisce alle imprese. Un po’ più della metà dei finanziamenti all’economia vengono concessi da istituzioni che si finanziano non con i depositi alla clientela, bensì indebitandosi sui mercati, e lo possono fare perché una leva elevata (cioè un’elevata quantità di debito) consente loro di offrire rendimenti interessanti e quindi attirare investitori privati.

Uno dei motivi che oggi impedisce ai mercati di funzionare, e quindi al credito di affluire alle imprese, è l’eccessiva riduzione della leva finanziaria, cioè il fatto che siamo passati dall’eccesso di debito ad una situazione in cui molte istituzioni non riescono più a indebitarsi. Il volume di commercial paper, ad esempio, si è ridotto in pochi mesi da 2.200 a 1.500 miliardi di dollari, un calo del 30 per cento che si è riflesso in una riduzione equivalente dei finanziamenti a famiglie e imprese. Con una leva eccessivamente ridotta queste istituzioni non riescono più a generare rendimenti capaci di attrarre investitori privati. La riduzione drastica nella leva è uno dei canali attraverso i quali la crisi si è trasmessa all’economia reale.

La possibilità di utilizzare la leva è anche determinante per convincere investitori privati a partecipare ai nuovi fondi pubblici-privati che, nel piano del ministro Tim Geithner, dovrebbero acquistare dalle banche i titoli cosiddetti «tossici ». Valutare questi titoli è difficile: se si offre troppo poco, le banche non hanno interesse a venderli; se si offre troppo si fa loro un regalo. E il problema non si risolve affidandone la valutazione ad una legge o a funzionari pubblici. La partecipazione di investitori privati che rischiano in prima persona è l’unico modo per scoprire il valore dei titoli tossici. Ma senza leva i rendimenti dei nuovi fondi creati da Geithner non attraggono nessuno e il piano non parte.

La priorità del Tesoro e della Federal Reserve è quindi ricostruire la leva delle istituzioni finanziarie. Finché ciò non avviene gli investitori non torneranno sui mercati, i prezzi rimarranno depressi, i titoli tossici rimarranno nei bilanci delle banche e dalla crisi non si uscirà.

Chi ripete, come Angela Merkel e il nostro ministro dell’Economia, che «da una crisi nata dall’eccesso di debito non si esce creando nuovo debito» non capisce né come funzionano i mercati finanziari negli Stati Uniti, né ciò che stanno cercando di fare le autorità di Washington. Questa incomprensione— più ancora che le differenze di opinione sull’opportunità di politiche di sostegno alla domanda—è ciò che dividerà europei ed americani al G20 di domani e renderà difficile raggiungere risultati concreti.

01 aprile 2009

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L’occasione delle riforme
Inserito da: Admin - Aprile 24, 2009, 10:32:41 am
IDEE PER IL DOPO CRISI

L’occasione delle riforme


di Francesco Giavazzi


La crescita cinese, più 6,1% nel primo trimestre dell’anno, seppure in discesa rispetto al 9% del 2008, è il segno che l’economia mondiale non è crollata. Fra le famiglie americane ritorna un po’ di speranza: l’indice della fiducia dei consumatori è salito in Aprile a 61.9, il livello più elevato degli ultimi sette mesi, 12% meglio che nello scorso autunno. La caduta degli investimenti si è attenuata: cresce il numero delle imprese che dice di aver aumentato gli investimenti (sebbene continuino ad essere più numerose quelle che li stanno ancora tagliando).

I tassi di interesse su titoli decennali iniziano a salire, prova che imercati finanziari cominciano a vedere la ripresa e un’inversione della politica monetaria della Federal Reserve. Certo, le banche americane rimangono molto fragili e nell’economia reale — soprattutto in Europa dove il ciclo è tradizionalmente sfasato di sei mesi rispetto a quello americano —il peggio deve ancora arrivare. Ma è venuto il momento di cominciare a pensare al dopo. Nonostante il crollo degli ordini—30-40 per cento meno di un anno fa — gli imprenditori italiani non sembrano aver perduto la fiducia. Come ha scritto sul Corriere Dario Di Vico: «Mentre le élite si accapigliano sul ritorno di Keynes, le aziende del Nord Est non smettono di far girare le macchine, di cercare idee nuove, prodotti diversi, tecnologie più avanzate.

Sono coscienti della gravità della recessione, ma sanno anche che un giorno passerà e che quel giorno non bisogna farsi trovare con le mani in mano. Anzi che è il caso di porsi oggi quei problemi che il travolgente sviluppo a due cifre degli anni scorsi ha aperto e ha lasciato insoluti, a cominciare dal paesaggio distrutto dai capannoni ». Con straordinaria abilità Sergio Marchionne ha sfruttato la crisi per far uscire la Fiat dall’angolo. Un anno fa la domanda ricorrente era: «In Europa c’è un produttore di automobili di troppo: chi chiuderà? ». L’acquisizione della Chrysler apre all’azienda di Torino il mercato americano, che aveva lasciato all’inizio degli anni 70 e nel quale non era più riuscita a rientrare. La domanda «chi chiuderà?» non riguarda più la Fiat. E la politica? Rahm Emanuel, Chief of Staff del presidente Obama e la persona più influente nella nuova amministrazione, ripete spesso: «Non vuoi certo sprecare l’occasione di una grave crisi: le crisi sono opportunità straordinarie per fare cose che in tempi normali paiono impossibili».

Marchionne insegna. Possiamo cogliere appieno l’occasione anche noi? Alzare l’età della pensione non è solo necessario: in un momento in cui le famiglie sono preoccupate per il loro futuro potrebbe essere persino popolare. Il governo potrebbe incalzare Confindustria e sindacato proponendo uno scambio virtuoso fra un sistema moderno di sussidi di disoccupazione e la revisione dello Statuto dei lavoratori. Invece, fino ad oggi, ha limitato gli interventi all’emergenza: palliativi costosi ma insufficienti (estendere via via la cassa integrazione non è il modo per dare certezze a chi ha perso il lavoro e sostenere i consumi) e che non hanno affrontato alcuno dei nostri problemi strutturali. È venuto il momento di smetterla con le inutili discussioni sulle colpe della finanza e sul futuro del capitalismo (certo non saremo noi a determinarne la svolta, se mai ci sarà) e invece pensare al domani.

Roberto Zuccato, presidente degli industriali vicentini, lunedì scorso ha proposto una «agenda di riforme che vanno fatte senza perdere tempo e senza indugi», a cominciare da una profonda riforma del mercato del lavoro che semplifichi gli accessi e migliori i sistemi di protezione sociale. E ha concluso: «La crisi è l’occasione per preparare un futuro migliore. Senza crisi non ci sono sfide e senza sfide la vita è routine, lenta agonia. È dalla crisi che affiora il meglio di ciascuno».

23 aprile 2009
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L'ottimismo un po' eccessivo.
Inserito da: Admin - Maggio 21, 2009, 10:17:32 am
A CHE PUNTO E’ LA CRISI

L'ottimismo un po' eccessivo


Sabato a Mosca il Presidente del Consiglio ha ostentato grande ottimismo: «C’è stato un diluvio ma tutto è tornato come prima, meglio di prima». Le previsioni per l’economia italiana pubblicate il 4 maggio da Bruxelles indicano una caduta dell’occupazione del 3,3% quest’anno e dello 0,6% nel 2010. Il tasso di disoccupazione, oggi poco sopra il 7%, sale all’8,8 alla fine di quest’anno, al 9,4 nel 2010. L’aumento della disoccupazione è più elevato che in Francia e Germania. Il governo ripete da mesi che la crisi è nata negli Stati Uniti e lì deve essere risolta.

Non ne usciremo finché gli Stati Uniti non riprenderanno a crescere e le loro banche a funzionare: nel frattempo nulla si può fare. Questo è vero solo in parte. Dall’inizio della crisi, l’istituzione che ha svolto con maggior successo un ruolo fondamentale è stato il Fondo monetario internazionale. I prestiti che ha concesso ai Paesi emergenti hanno circoscritto la crisi. Se il Fondo si fosse limitato ad attendere le risoluzioni di Washington, le economie dei Paesi baltici, di Ungheria, Polonia e Turchia sarebbero crollate. Gli interventi che il governo ha messo in atto per fronteggiare la crisi sono palliativi costosi e insufficienti. Nonostante l’estensione degli ammortizzatori, in caso di licenziamento circa il 10 per cento dei lavoratori del settore privato non riceverebbe alcun sussidio e una quota analoga un sussidio di poche centinaia di euro al mese.

Il ministro Sacconi dice che «una riforma organica degli ammortizzatori sociali dovrà essere rinviata a tempi migliori». Questo significa che egli pensa che una riforma dovrà prima o poi essere fatta: quale momento migliore? Non è questa l’occasione per offrire al sindacato uno scambio tra un sistema moderno di sussidi di disoccupazione e una riscrittura da zero dello Statuto dei lavoratori? Non è forse questo il momento di alzare l’età pensionabile e così accelerare la transizione al metodo «contributivo », destinando i risparmi al finanziamento di un nuovo sistema di sussidi? Di fronte all’offerta di un sistema moderno di indennità di disoccupazione, si pensa davvero che il sindacato si opporrebbe all’innalzamento dell’età pensionistica o alla riscrittura dello Statuto? Il ministro dell’economia auspica che le banche facciano il «loro dovere e non mollino la spinta etica».

Non sapevo che la sharia fosse entrata a far parte della nostra cultura. La questione non è etica. Si tratta di capire se la scarsità di capitale delle banche sia un ostacolo ai prestiti. Occorre fare ciò che ha fatto Tim Geithner: sottoporre le banche a uno stress test. Se questo individua una scarsità di mezzi propri, il governo deve offrire loro la scelta: trovare nuovo capitale sul mercato o accettare capitale pubblico. Nel primo anno del suo terzo governo, Berlusconi ha ripetuto l’errore che commise nel 2001. Allora, con la scusa dell’11 settembre, Giulio Tremonti lo convinse che non si potevano tagliare le tasse. Il risultato fu il lievitare della spesa e di tagliare le tasse nessuno parlò più. Oggi, come allora, attendere gli Stati Uniti è solo un pretesto: la realtà è che mancano il coraggio e una visione che vada al di là del giorno per giorno.

Francesco Giavazzi

19 maggio 2009
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Le occasioni da non perdere
Inserito da: Admin - Giugno 17, 2009, 12:42:02 pm
LE AZIENDE E LE RIFORME

Le occasioni da non perdere


Le crisi sono mo­menti difficili per le aziende, ma of­frono anche op­portunità che si manife­stano raramente in tempi normali. Come è accadu­to in altre recessioni, la se­lezione delle aziende che sopravvivranno e dei pro­getti per crearne di nuove sta avvenendo in questi mesi.

Nel mezzo della reces­sione del 2001 Diageo ac­quistò Seagram da Viven­di, che era in difficoltà, e con quell’acquisizione ini­ziò a costruire uno dei maggiori gruppi di bevan­de alcooliche al mondo. Dieci anni prima, nella re­cessione del 1991, IBM ac­quistò Lotus avviando il primo tentativo di integra­re hardware e software. Negli stessi anni Johnson&Johnson acqui­stò Acuvue, un piccolo produttore di lenti a con­tatto: partendo da quel­l’acquisizione costruì una nuova piattaforma di pro­dotti per l’oftalmologia.

Fusioni e acquisizioni erano praticamente scom­parse da un anno a questa parte perché era scompar­sa la liquidità necessaria per finanziarle. Oggi stan­no ricominciando, sia per­ché in alcuni settori è ri­masta molta liquidità (l’in­dustria farmaceutica ad esempio, dove il caso em­blematico è il recente ac­quisto per 41 miliardi di dollari, di cui metà in con­tanti, di Schering-Plough da parte della Merck), sia perché fra gli investitori sta ritornando l’appetito per il rischio e molti fondi di private equity hanno solo il problema di come impiegare la liquidità di cui sono inondati.

Lynn Tilton, fondatrice di Patriarch Partners, un fondo di private equity di New York, ha recentemen­te acquistato Stila Cosme­tics, un’azienda california­na in origine di Estée Lau­der. Un altro fondo, Hil­co, ha acquistato la Pola­roid dalla procedura falli­mentare nella corte del Minnesota; ora vuole usa­re il marchio Polaroid per costruire una nuova azien­da elettronica, un proget­to che potrebbe salvare al­meno una parte dei 6mila posti di lavoro di Pola­roid. Oracle ha acquistato Sun, una grande azienda di computer. Intel, il mag­giore produttore di chip al mondo, ha fatto un’of­ferta per Wind River, una società di software nata accanto all’università di Berkeley.

Due riflessioni. Quelle che ho citato sono tutte operazioni di mercato: le autorità pubbliche se ne sono occupate, come è lo­ro compito, solo per verifi­care eventuali violazioni alle regole della concor­renza, ma né le hanno fi­nanziate né, soprattutto, le hanno indirizzate trami­te interventi di «politica industriale». Il fatto che si­ano state finanziate con denari veri, anziché con le tasse dei cittadini, è la garanzia del loro succes­so.

Per effetto di queste operazioni alcune azien­de sono scomparse, men­tre ne sono nate di nuove. Ciò è possibile solo se il mercato del lavoro è suffi­cientemente flessibile e gli ammortizzatori sociali proteggono chi perde il la­voro, ma non eliminano l’incentivo a cercare una nuova occupazione. Ri­spondere alla crisi prolun­gando sine die la cassa in­tegrazione è evidentemen­te la strada sbagliata per­ché la cassa protegge an­che il posto di lavoro, non solo il lavoratore: così fa­cendo lo illude che la sua azienda sopravvivrà alla crisi e non gli dà alcun in­centivo a guardarsi intor­no per cercare una nuova occupazione. Un altro buon motivo per sostitui­re la cassa con un moder­no sistema di sussidi di di­soccupazione.


Francesco Giavazzi
17 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Troppi ritardi sulle banche
Inserito da: Admin - Luglio 21, 2009, 11:12:54 pm
LA LEZIONE (INASCOLTATA) DELLA CRISI

Troppi ritardi sulle banche


Al di là delle scaramucce c'è oggi un solido intreccio di interessi fra i governi e le banche. Le banche sanno che potrebbero aver di nuovo bisogno dell'aiuto dei governi. Questi a loro volta devono convincere gli investitori ad acquistare una straordinaria quantità di titoli pubblici: le banche non sono solo acquirenti importanti, influenzano le scelte di risparmio delle famiglie. Non sorprende quindi la cautela dei governi, in primis dell'amministrazione Obama, nel tradurre le lezioni della crisi in nuove regole per le banche.

Alle riforme si preferiscono i richiami all'etica, quasi l'etica fosse un sostituto delle leggi. Oppure si solletica la pruderie dei cittadini puntando il dito sui compensi dei banchieri: certo, gli incentivi spesso sono stati mal congegnati, ma il compito di disegnare un buon meccanismo di remunerazione dei manager spetta agli azionisti, non alla legge. Le questioni davvero importanti rimangono invece nell'ombra, soprattutto quelle che potrebbero limitare il raggio di azione delle banche e quindi i loro profitti. Porterò due esempi.

1) La crisi ha reso evidente l'importanza della liquidità. Perché un titolo sia liquido è necessario poterlo comprare e vendere in un mercato trasparente, dove i prezzi sono noti a tutti, come accade nell'Mts, il mercato telematico dei titoli di Stato. Così non accade per la maggior parte degli altri titoli e anche per tutti gli strumenti derivati, che si possono acquistare o vendere solo passando attraverso una banca. Creare mercati in cui tutti i titoli, anche i derivati, possano essere scambiati in modo trasparente è quindi la prima cosa da fare e lo si potrebbe fare domani: basterebbe usare la piattaforma del Mts. Ma ciò significherebbe sottrarre alle banche una delle loro maggiori fonti di reddito.

2) I risultati di alcune grandi banche mostrano che la maggior parte dei profitti deriva dalla compravendita di titoli. Ma da quei bilanci è impossibile capire quanti titoli sono stati acquistati e venduti per i clienti, e quanti in proprio, impegnando il capitale della banca, cioè agendo come un fondo hedge. La crisi ha mostrato che le operazioni in proprio sono le più redditizie, ma anche le più rischiose. Come ha spiegato Alberto Giovannini in un intervento sul Financial Times (31/7/08), a una banca non dovrebbe essere permesso di esporsi ai rischi di un hedge. Perché le banche sono stanze di compensazione per gli scambi: se una fallisce, gli acquisti e le vendite che ha fatto per conto dei clienti rischiano di essere cancellate, vi è cioè un rischio di contagio. Se un fondo perde, il gestore ne sopporta i costi, sia direttamente (i gestori investono i loro soldi nei fondi che amministrano) sia attraverso i riscatti dei clienti. Questo in una banca non accade, e perciò le banche sono state, in genere, molto meno caute dei fondi.

Questi temi sono da mesi all'attenzione del Financial stability board (Fsb )— un organismo tecnico che ha il vantaggio di non essere esposto ai conflitti che attanagliano i governi. In un rapporto di oltre un anno fa l'Fsb ha avanzato proposte specifiche. Ma i tempi delle riforme sono lentissimi. Aspettare significa rischiare di non farle mai. Più i mercati si riprendono, meno le banche avranno bisogno dei governi. Non così i governi, che per molti anni avranno bisogno dell'aiuto delle banche per collocare titoli pubblici.

Francesco Giavazzi
21 luglio 2009

 da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Quelle tasse sui salari
Inserito da: Admin - Agosto 26, 2009, 04:32:17 pm
 COME IL FISCO PUÒ AIUTARE LA CRESCITA


Quelle tasse sui salari


Nel suo primo di­scorso politico, il 6 febbraio 1994, presentan­do il programma di Forza Italia, Berlusconi disse: «Noi vogliamo un’Italia con meno tasse. Proporre­mo la riduzione delle ali­quote fiscali, perché sia­mo convinti che aliquote più giuste siano un incen­tivo al lavoro, all’investi­mento, al rischio d’impre­sa, e soprattutto un gran­de disincentivo all’evasio­ne ». Sette anni dopo, nel Contratto con gli italiani, prometteva tre sole aliquo­te: zero, 23 e 33%.

Dal 1994 la pressione fi­scale (e cioè il totale delle tasse che famiglie e impre­se pagano alle varie ammi­nistrazioni pubbliche, e calcolata dall’Ocse in mo­do omogeneo per tutti i Paesi) è cresciuta di oltre 3 punti. Nello stesso perio­do in Germania è scesa di un punto, mentre in Fran­cia è salita, ma meno di un punto (0,7). Il livello della pressione fiscale ita­liana (oltre il 43%) è oggi simile a quello francese, ma 7 punti superiore a quello tedesco. Ci supera­no solo i Paesi scandinavi, di circa 5 punti (negli Stati Uniti la pressione è infe­riore al 30%). Ma in Italia la pressione «ufficiale» non è un buon indicatore del peso del fi­sco perché è commisurata a un Pil che include una stima dell’economia som­mersa, che le tasse non le paga. Questo significa che la pressione fiscale effetti­vamente subita da chi non evade è maggiore di quel­la ufficiale, di circa 11 pun­ti. In Italia chi non evade paga più tasse che in Sve­zia, il Paese dell’Ocse in cui il fisco è più esoso, e la differenza non è piccola, circa 6 punti in più.

Sul lavoro dipendente, dove non si evade e quin­di i dati ufficiali sono più attendibili, tra il 2000 e og­gi (i dati Ocse non sono di­sponibili prima del 2000) il carico fiscale è cambiato in modo diverso per diver­si lavoratori. Un dipenden­te che percepisce lo sti­pendio italiano medio (26.200 euro lordi l’anno) sta un po’ meglio: la sua aliquota marginale è scesa di un punto e mezzo. Ma un dipendente il cui sala­rio è del 30% superiore a quello medio (quindi la gran parte dei lavoratori del Nord, dove i salari lor­di sono più alti) ha subito una vera stangata: un au­mento dell’aliquota di qua­si 8 punti, dal 40 al 49% (questi dati si riferiscono all’aliquota marginale di un lavoratore senza fami­liari a carico).

A meno di una svolta nella politica economica del governo (che non c’è nel Dpef scritto dal mini­stro dell’Economia, ma si intravede nella proposta del ministro Sacconi di de­tassare un’ampia parte dei prossimi rinnovi contrat­tuali), il ventennio di Ber­lusconi si chiuderà con una pressione fiscale più alta del giorno in cui egli scese in campo. La bassa crescita di questo venten­nio (circa un punto in me­no del resto d’Europa) ri­flette anche l’incapacità dei vari governi che si so­no succeduti, anche quelli guidati da Berlusconi, di ridurre il peso del fisco. Un insuccesso che non possiamo giustificare con il livello del debito pubbli­co ereditato dagli anni ’80: la storia insegna che dal debito si esce o con l’inflazione o con la cresci­ta. Nessun Paese è mai riu­scito a ridurre il suo debi­to con più tasse e bassa crescita. Noi l’inflazione (fortunatamente) non la possiamo più fare, quindi non ci resta che crescere. Il modo per riprendere la crescita lo aveva intui­to Berlusconi 15 anni fa: una riforma coraggiosa del fisco.

Francesco Giavazzi
26 agosto 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA

da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Il lavoro e i vantaggi del Fisco leggero
Inserito da: Admin - Settembre 17, 2009, 05:09:07 pm
Il commento

Il lavoro e i vantaggi del Fisco leggero


Nonostante i ripetuti se­gnali di ripresa, la di­soccupazione continua a crescere. Secondo l’Ocse raggiungerà il 10,5% prima di cominciare a scendere. Come si può accelerare il rientro? E' evi­dente che se ricominciamo a cre­scere l'1% l'anno il percorso sara' lunghissimo. Abbiamo risorse sotto-utilizzate che possono esse­re mobilitate per accelerare la cre­scita? La risposta è nei dati sul la­voro.

In Italia il numero di persone che partecipano al mercato del la­voro (cioè che lavorano o, pur non avendo un’occupazione, la cercano attivamente) è straordi­nariamente basso: il 63%. Cioè su 10 persone in età di lavoro (15-64 anni) poco più di sei lavorano o cercano un’occupazione. In Spa­gna, un Paese per molti aspetti si­mile a noi, il tasso di partecipazio­ne è 10 punti più alto, 13 in Germa­nia (dati Ocse per il 2006). Il moti­vo non sono solo le donne, che in Italia hanno un tasso di partecipa­zione 20 punti inferiore alla Ger­mania e 10 alla Spagna. Fra gli uo­mini nella fascia d’età 55-64, in Italia poco più di 4 su dieci lavora­no: in Germania e Spagna due di più. Un’analoga differenza c’è fra i giovani: su dieci maschi nella fa­scia 25-29 anni, quindi ben oltre la fine degli studi, in Italia ne lavo­ra o cerca lavoro uno in meno che in Spagna e in Germania.

Oltre a motivi culturali, religiosi, al ruolo della fami­glia (che tuttavia non possono esse­re la sola ragione considerando le differenze con la Spagna), l’eviden­za empirica mo­stra che una spie­gazione importante della scarsa partecipazione sono le tasse, che in Italia favoriscono la rendita e scoraggiano il lavoro. Siamo uno dei rari Paesi in cui un rentier può investire tutta la sua ricchez­za in titoli di Stato e pagare il 12,5%, mentre l’aliquota media di chi lavora è almeno il doppio. Se poi ha depositato i suoi titoli al­l’estero, ora con lo Scudo fiscale li può riportare in Italia pagando il 5% del capitale: se li ha detenuti per almeno un decennio, con un rendimento medio del 5% l'anno, paga un’aliquota inferiore al 10%. E' un regalo ai rentier (per di più evasori) che nessuno dei Paesi eu­ropei che hanno adottato provve­dimenti simili allo Scudo ha fat­to.

Il primo passo di una riforma del fisco è quindi lo spostamento del prelievo dal lavoro alle rendite finanziarie, ad esempio somman­do gli interessi a tutti gli altri red­diti, come accade nella maggior parte dei Paesi. Oggi è un buon momento per farlo. La domanda di titoli pubblici è elevatissima e i rendimenti sono bassi, quindi l'ef­fetto della nuova imposizione sa­rebbe graduale. Quando i rendi­menti cresceranno (accadrà pre­sto) crescerà anche il gettito. Ma le rendite non sono solo quelle fi­nanziarie: la riallocazione del pre­lievo dovrebbe riguardare ogni for­ma di rendita, ad esempio la con­cessione a privati di beni pubblici, dalle spiagge alle frequenze televisi­ve.

Una simile opera­zione non sarebbe neutrale, cioè non sposterebbe sem­plicemente il peso del fisco da alcuni cittadini ad altri.

Una riduzione dell’aliquota sui redditi da lavoro convincerebbe più persone a lavorare, facendo crescere il numero dei contribuenti, quindi, almeno in parte, si auto finanzierebbe.

Il mio invito al presidente del Consiglio ( Corriere del 26 agosto) affinché riprenda il suo progetto di tre sole aliquote (zero, 23 e 33%) è stato oggetto di un ampio dibattito sulle pagine del Foglio.

I commenti, soprattutto dall’interno della maggioranza di governo, sono stati favorevoli. La critica più frequente è che sarebbe bello, ma non possiamo permettercelo.

L’esempio che ho illustrato mostra che non è vero. Ma occorre un segnale forte: ridurre le aliquote di un punto non convincerebbe nessuno a lavorare di più. Le tre aliquote di Berlusconi sì, eccome.

Francesco Giavazzi
17 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Troppa cautela verso le banche
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2009, 11:09:32 am
IL G20 E LE NUOVE REGOLE

Troppa cautela verso le banche


Una svolta impor­tante nel gover­no dell’econo­mia del mondo, una soluzione intelligen­te al problema dei com­pensi dei banchieri, ma eccessiva cautela nel dise­gnare nuove regole per le banche. In questi tre pun­ti si riassumono i risultati del G20 di Pittsburgh.

Il governo dell’econo­mia del mondo, che anco­ra rispecchiava i rapporti di forza alla fine della Se­conda guerra mondiale, quando Cina, India e Bra­sile erano entità irrilevan­ti, è stato trasformato spo­stando le decisioni dal G8 (che viene abolito) al G20. La nuova architettu­ra ha tre pilastri. Una te­sta politica, il G20, e due strumenti operativi: il Fondo monetario interna­zionale, cui è affidata la responsabilità della stabi­lità macroeconomica, e il Financial stability board (Fsb), responsabile per la stabilità finanziaria. Molti prevedono che il segno dei nuovi rapporti di for­za sarà la designazione al­la testa del Fondo (da sempre affidato a un euro­peo) di Zhou Xiaochuan, l’attuale governatore del­la banca centrale cinese. La perdita d’influenza del­l’Europa a Washington è compensata dalla respon­sabilità per il secondo pi­lastro operativo, l’Fsb, af­fidato al governatore del­la Banca d’Italia. La presi­denza dell’Fsb è la posizio­ne di maggiore peso inter­nazionale che l’Italia ab­bia avuto dal dopoguerra a oggi, un riconoscimen­to alla reputazione di Ma­rio Draghi.

Ironicamente, la solu­zione prospettata per i compensi dei banchieri è ispirata da quanto fanno i migliori hedge fund , che molti avevano dipinto co­me diavoli pericolosi, e in­vece sono sopravvissuti al­la crisi meglio di molte banche. Le nuove regole prevedono tempi lunghi per la liquidazione dei bo­nus e la possibilità per le banche di attingere ai compensi individuali per far fronte a eventuali per­dite. Ma l’idea più innova­tiva è che i requisiti di ca­pitale si applichino a livel­lo individuale. L’ammon­tare di rischio che un ban­chiere può assumersi do­vrebbe dipendere dal ca­pitale che ha accumulato attraverso i bonus ricevu­ti in passato: se li ha spesi non ha capitale e non può lavorare.

Le grandi banche han­no evitato che venisse lo­ro sottratto il monopolio nella negoziazione di tito­li non governativi e di al­tri strumenti finanziari. Il trasferimento di queste contrattazioni su piatta­forme pubbliche (come accade per i Bot) ne au­menterebbe la liquidità, renderebbe più facile vigi­lare su chi li tratta e quin­di imporre requisiti mini­mi di capitale. Ma sottrar­rebbe profitti alle grandi banche e il tema, pure af­frontato dal G20 di Lon­dra, è stato accantonato.

Dei Legal Standards proposti dal nostro mini­stro dell'Economia non c'è traccia nel comunica­to del G20, risultato inevi­tabile di un progetto che nessuno fuori da via XX Settembre ha mai ben ca­pito. Abbiamo sprecato un’occasione. Negli ulti­mi vent’anni il maggior contributo italiano all’in­dustria finanziaria è stata la creazione del Mercato telematico dei titoli di Sta­to (Mts), uno dei primi esempi al mondo di piat­taforma pubblica traspa­rente per la negoziazione dei titoli e un modello og­gi diventato lo standard in molti Paesi. Se avessi­mo fatto leva sul successo dell’Mts, e battuto su que­sto chiodo dal G7 di Lec­ce al G8 dell’Aquila, forse a Pittsburgh i banchieri non avrebbero prevalso.

Francesco Giavazzi

27 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L'Irap punisce chi dà lavoro
Inserito da: Admin - Ottobre 14, 2009, 10:26:18 am
CONSEGUENZE DI UN’IMPOSTA DISCUTIBILE

L'Irap punisce chi dà lavoro


Non sono molte le aziende che quest’anno chiuderanno il proprio bilancio in attivo. Ma tutte, anche quelle che nel 2009 perderanno, dovranno pagare l’Irap, un’imposta che non colpi­sce i profitti, ma il costo del lavoro. Faccio un esempio. Un’azienda che quest’anno fattura 5 mi­lioni ed ha un costo del la­voro, diciamo, di 3 milio­ni, pagherà circa 100.000 euro di Irap, anche se chiuderà il bilancio con una perdita di 100 mila eu­ro. L’Irap cioè raddoppie­rà le perdite di questo im­prenditore.

Il paradosso è che que­sta imposta punisce le aziende che nella crisi hanno cercato di proteg­gere i loro dipendenti, evi­tando di ricorrere alla cas­sa integrazione anche quando gli ordini scarseg­giavano. Chi più ha sfrut­tato la cassa, meno Irap pagherà.

So bene che l’Irap è un’imposta regionale, che sostituisce la vecchia «tassa sulla salute» e ser­ve per pagare la sanità pubblica. Ma allora con­sentiamo alle aziende di considerarla al pari degli altri oneri sul lavoro: così almeno sarebbe intera­mente deducibile.

D’altronde questa è la promessa che aveva fatto Silvio Berlusconi già nel 2003: «Aboliremo l’Irap in 5 anni perché è un’im­posta anomala che colpi­sce il lavoro e le imprese che si vogliono sviluppa­re. Quando la aboliremo occorrerà una contropar­tita, forse ci sarà un ritor­no al passato come il con­tributo sanitario che però potrà essere parzialmen­te recuperato». Promessa rafforzata nel program­ma del Popolo della liber­tà per le elezioni del 2008, dove nel capitolo «Un nuovo fisco per le im­prese » è scritto: «Gradua­le e progressiva abolizio­ne dell’Irap, a partire dal­l’abolizione dell’Irap sul costo del lavoro e sulle perdite» (sic).

Il ministro dell’Econo­mia accusa le banche di strozzare le imprese lesi­nando il credito. Afferma di non comprendere per­ché le banche non usino la possibilità che egli of­fre loro di finanziarsi con i Tremonti-bonds per i quali la Legge finanziaria ha stanziato 12 miliardi di euro. Il motivo per cui le banche rifiutano queste obbligazioni è molto sem­plice: oggi possono finan­ziarsi sul mercato a condi­zioni più favorevoli di quelle che offre loro il Te­soro. Le renda più appeti­bili e vedrà che le banche le utilizzeranno. Finché non lo fa quei 12 miliardi non verranno spesi.

Perché allora non desti­narli all’abolizione del­­l’Irap? Ciò che io temo è che fra qualche giorno leggeremo che quei 12 mi­liardi sono stati destinati a finanziare la Banca del Sud, cioè non ad aiutare tutte le imprese, bensì le più furbe, quelle che cree­ranno attività fittizie nel Mezzogiorno per accede­re ai finanziamenti della nuova banca. Non sareb­be la prima volta.

Si osserverà che 12 mi­liardi non bastano per compensare la perdita dell’intero gettito del­­l’Irap, ne servirebbero al­meno altri 20. Ma se il mi­nistro dell’Economia è davvero convinto che le imprese abbiano dispera­tamente bisogno di liqui­dità, egli converrà che non sottrarre loro oltre 30 miliardi è un modo per sostenere la ripresa, e ciò consentirebbe al Teso­ro di recuperare una par­te del gettito perduto.

Francesco Giavazzi

14 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Tasse, come si può ridurle
Inserito da: Admin - Ottobre 23, 2009, 04:01:09 pm
Tasse, come si può ridurle


Silvio Berlusconi entrò in politi­ca promettendo (febbraio 1994) più libertà per l'impresa priva­ta, uno Stato più efficiente e me­no tasse per tutti. Nel primo anno e mezzo di questa legislatura il suo go­verno ha seguito una strategia oppo­sta. Il ministro dell’Economia esclude­va che ci fosse alcuno spazio per ridur­re le tasse, il ministro del Welfare ripe­teva che il nostro modello si è dimo­strato il migliore al mondo e andrebbe esportato, altro che mi­gliorato! Quindi niente riforme. Quanto alla li­bertà d'impresa, chiede­re che vengano rimossi i vincoli che escludono i privati da ampie aree dell'attività economica ( in primis i servizi pub­blici locali) era quasi pronunciare un'eresia.

L'obiezione che tas­se elevate, un welfare che esclude molti e non protegge chi ne ha davvero bisogno, ampie riser­ve pubbliche, sono alcuni dei motivi per cui da 15 anni l'Italia cresce meno della media Europea, era respinta con disprezzo ed arroganza. Erava­mo incamminati sulla via di una ri­presa lentissima. Se altri Paesi impie­gheranno sette-otto anni per recupe­rare i livelli di occupazione preceden­ti la crisi, noi, crescendo di meno, ne avremmo impiegati quindici.

Se questa era la linea prevalente nel governo, non era la sola. Alcuni ministri, in primis Mariastella Gelmi­ni e Renato Brunetta, sono apparsi perplessi, se non apertamente contra­ri, e quando le decisioni hanno riguar­dato le aree di loro competenza non hanno avuto dubbi nello scegliere le riforme. Ma era una minoranza mal sopportata, soprattutto perché (guar­da, guarda) questi mini­stri sembravano anche relativamente popolari. Altre tensioni si sono avute sulla Banca del Mezzogiorno, apparsa ad alcuni — ad esem­pio al ministro Fitto — fumo negli occhi per non affrontare i proble­mi, ad altri un ritorno a politiche che il Sud lo hanno affossato, altro che fatto crescere!

L'esempio più recen­te si è verificato due giorni fa quando Mariastella Gelmini ha chiesto che ve­nisse messo all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi la sua ri­forma dell'università, e Giulio Tre­monti si è opposto. Se l'Italia è il nuo­vo paese di Bengodi in cui tutto fun­ziona a meraviglia, che bisogno c'è di riforme? Perché cambiare i vecchi con­corsi universitari?

Da qualche giorno l'equilibrio pare esser­si spostato. Quella riforma al Consiglio dei ministri di oggi verrà presentata e proba­bilmente approvata. Non sarà perfetta, ma è un passo avanti importante. Soprattutto dice chiaramente «no» alla richiesta dei sindacati (e del Pd) che ventimila ricercato­ri vengano promossi professori ope legis.

Un buon modo per chiudere una settima­na che il ministro dell'Economia aveva aperta tessendo gli elogi della stabilizzazio­ne sul posto di lavoro.

Anche sulla riduzione delle tasse è cam­biata l'aria. Ha riacquistato credito l’opinio­ne che dal debito pubblico non si esce con più tasse, ma con più crescita e che per ac­celerarla le tasse occorre ridurle. Berlusco­ni stesso, con una chiarezza che gli va rico­nosciuta, ha detto che si può cominciare riducendo l'Irap, un'imposta odiosa che colpisce indifferentemente le imprese che guadagnano e quelle che perdono. Di qui al ritorno al progetto originario di tre sole aliquote il passo potrebbe essere breve.



Francesco Giavazzi

23 ottobre 2009
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da corriere.it



Titolo: Francesco GIAVAZZI. Come coniugare rigore e crescita
Inserito da: Admin - Ottobre 27, 2009, 07:03:43 pm
 DUE LINEE A CONFRONTO

Come coniugare rigore e crescita


Il governo è in un vico­lo cieco. Col trascorre­re delle settimane è evidente che la scelta del ministro dell’Economia di attendere che passi la tempesta, nonostante il de­ficit sia cresciuto meno che altrove, non riesce a far fronte alla caduta dei con­sumi e all'aumento della di­soccupazione. Non solo. Senza riforme, il giorno in cui la crisi finirà riprendere­mo a crescere dell’1% l’an­no: la disoccupazione ri­marrà elevata per oltre un decennio.

Ma non appena la posi­zione di Giulio Tremonti è apparsa indebolirsi, si è fat­to avanti il «partito della spesa». Il gettito dello scu­do fiscale è stato speso più volte, prima ancora che sia rientrato un solo euro. Gli emendamenti alla Finanzia­ria presentati per il Pdl dal senatore Mario Baldassarri aumenterebbero significati­vamente il deficit. I 37 mi­liardi di minori tasse e mag­giori spese in infrastrutture che egli propone sono per­lopiù finanziati da tagli agli acquisti delle pubbliche amministrazioni. Vi è certa­mente molta spesa pubbli­ca inefficiente, ma chiun­que abbia osservato, per esempio, le condizioni in cui versano i nostri edifici scolastici converrà che que­sta copertura è non più che una speranza.
Giulio Tremonti fa bene a resistere al partito della spesa ma, poiché non rie­sce ad arginare la caduta del reddito, il debito cresce comunque: era sceso al 104% del Pil, tornerà al 118 fra un anno. A questo pun­to serve una svolta. Occorre capire che per mantenere stabile il debito, il rigore fi­nanziario deve essere co­niugato con politiche che accelerino la crescita.

La pressione fiscale, che all’inizio del decennio era scesa verso il 40%, è tornata sopra il 43: la riduzione del­le tasse sul lavoro e sulle imprese è quindi la prima condizione. Ma poiché il nostro debito è quasi il dop­pio di quello tedesco, non ci possiamo permettere di seguire la signora Merkel e semplicemente tagliare le tasse. Interventi come l’eli­minazione dell’Irap debbo­no essere parte di un pac­chetto di misure che ne compensino (in tempi bre­vi) le conseguenze sul defi­cit e soprattutto ne amplifi­chino gli effetti sulla cresci­ta.

Tra le molte cose che si potrebbero fare: accelerare l’aumento dell'età della pen­sione ripristinando lo spiri­to delle norme Maroni can­cellate dal governo Prodi; pagare i debiti delle pubbli­che amministrazioni verso le imprese private. Si stima ammontino a 60 miliardi, un aiuto che vale quasi il doppio della eliminazione dell’Irap (e senza effetti sul debito, poiché sono spese già contabilizzate). Allinea­re la tassazione delle rendi­te finanziarie a quanto si fa in Europa. Avvicinare le tas­se ai cittadini, cioè diminui­re le imposte destinate allo Stato e sostituirle con tasse locali che hanno un enor­me vantaggio: i cittadini possono prima decidere co­me destinarle e poi control­lare la qualità dei servizi for­niti. Due esempi. Ripristina­re l’Ici al di sopra di un red­dito minimo e rimuovere il vincolo di legge sulle tasse universitarie consentendo agli atenei di modularle sul reddito familiare, con bor­se di studio per i meno ab­bienti. Si chiama federali­smo fiscale? Bene, allora co­minciamo ad attuarlo subi­to.

Queste misure, accompa­gnate da qualche liberaliz­zazione (ad esempio l’aper­tura dei servizi pubblici lo­cali) e dalle riforme sul pub­blico impiego del ministro Renato Brunetta, accelere­rebbero la crescita e forse consentirebbero a Silvio Berlusconi di adottare, en­tro fine legislatura, le tre ali­quote che ha promesso agli italiani.

Francesco Giavazzi

27 ottobre 2009
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Sono mercati o case da gioco?
Inserito da: Admin - Novembre 23, 2009, 03:22:53 pm
 PIU’ TRASPARENZA MENO SPECULAZIONE

Sono mercati o case da gioco?


Più passa il tempo, più cresce la proba­bilità che questa crisi sia un’occasio­ne sprecata. Di riforme dei mercati finanziari, la cui urgenza la crisi ha reso evi­dente, non si intravede neppure l’ombra. Eppure queste riforme sarebbero l’unico beneficio di una cri­si che è tanto costosa.

Il problema non è certo la mancanza di analisi o di proposte: da mesi il Finan­cial Stability Board ha in­dividuato quali regole deb­bono essere cambiate. Le riforme non vengono fatte perché sono venuti meno l’interesse e la determina­zione dei governi e dei par­lamenti, cui spetta il com­pito di tradurre quelle pro­poste in norme di legge e nuovi regolamenti. Nel Congresso degli Stati Uni­ti, dove l’esigenza di nuove regole è più forte, la discus­sione è appena cominciata e con il piede sbagliato. Si mette in dubbio l’indipen­denza della Banca centrale ma non si fa nulla che pos­sa irritare i banchieri.

Nel frattempo i mercati finanziari hanno ricomin­ciato a funzionare esatta­mente come funzionavano prima delle crisi, con i me­desimi incentivi e le mede­sime debolezze.

Rimandare le riforme si­gnifica scegliere di non far­le più, perché più passa il tempo, più le banche ripa­rano i loro bilanci, più au­mentano il loro potere e la loro capacità di convince­re i governanti a non far nulla che possa intaccare i loro profitti.

Al centro della discussio­ne pubblica ci sono i com­pensi dei banchieri. Ma è una trappola: i banchieri più smaliziati in realtà so­no contenti che questo sia il tema al centro del dibatti­to e la loro apparente resi­stenza è strategica, cioè un modo per evitare regole che possano intaccare i profitti delle banche. Se ci sono ampi profitti, un mo­do per distribuirli lo si tro­va, quali che siano le rego­le sui compensi. Se i criteri per la determinazione dei compensi cambieranno, ma tutto il resto rimarrà in­variato, il sistema rimarrà debole quanto lo era pri­ma della crisi.

C’è qualcosa che il gover­no italiano può fare per evi­tare questo disastro? Il maggior contributo italia­no all’industria finanziaria è stata la creazione del Mercato telematico dei ti­toli di Stato (Mts), uno dei primi esempi al mondo di piattaforma pubblica tra­sparente per la negoziazio­ne dei titoli, un modello di­ventato lo standard in mol­ti Paesi. Il governo potreb­be fare leva su questo no­stro successo e chiedere che il G20 adotti — come l’F sb ha proposto — una norma che impedisca gli scambi over the counter, cioè attraverso una banca, e sposti le compravendite di prodotti finanziari su piattaforme trasparenti. Questa norma può essere adottata domani e trasfor­merebbe i mercati finan­ziari. Non solo perché im­porrebbe la trasparenza e quindi la tracciabilità delle transazioni. Oggi le som­me che chi acquista un tito­lo deve depositare a garan­zia dell’operazione sono impiegate dalle banche co­me se fossero mezzi pro­pri e sono una delle fonti con cui vengono finanzia­te operazioni che espongo­no i bilanci delle banche a rischi impropri. Le piatta­forme invece le considera­no per quello che sono, cioè garanzie, non chip per il casinò.

Francesco Giavazzi

23 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Banchieri dimezzati
Inserito da: Admin - Gennaio 24, 2010, 03:41:08 pm
FINANZA E REGOLE

Banchieri dimezzati


Come regolare le banche è forse il problema più difficile con cui si sia confrontata l’economia di mercato. Come tutti i problemi complessi, anche questo ha soluzioni apparentemente semplici, ma il più delle volte sbagliate o inefficaci. Il ministro Tremonti ha sprecato l’occasione della presidenza del G7 illudendosi (con la proposta dei legal standard, principi contabili uguali per tutti) che fosse sufficiente imporre alle banche nuovi criteri con cui redigere i loro bilanci. La più parte dei politici, sia in Europa sia negli Stati Uniti, ha inseguito la popolarità sostenendo che il vero problema fossero i compensi dei banchieri. In realtà sono caduti in una trappola.

I banchieri più smaliziati sono felici quando si agita il tema dei bonus (anche se evidentemente non lo dicono e apparentemente protestano). I compensi spesso generano effetti perversi. Ma discutere di bonus evita che ci si chieda che cosa può fare o non fare una banca, cioè che si discuta delle regole che potrebbero intaccarne i profitti. Se ci sono ampi profitti, un modo per distribuirli lo si trova, quali che siano le regole sui compensi. Le proposte del presidente Obama hanno finalmente posto al centro dell’attenzione la vera questione, cioè che la medesima istituzione non può essere al tempo stesso una banca, che raccoglie risparmio e lo presta a famiglie e imprese, e un fondo hedge che specula. I risultati trimestrali di alcune grandi banche, pubblicati ieri, mostrano che la maggior parte dei profitti sono stati fatti acquistando e vendendo titoli.

Ma da quei bilanci è impossibile capire quanti titoli sono stati acquistati e venduti per i clienti, e quante operazioni invece sono state fatte in proprio, impegnando il capitale della banca, cioè agendo come un fondo hedge. Le operazioni in proprio (che secondo il piano di Obama non sarebbero più consentite) sono le più redditizie, ma anche le più rischiose. Ad una banca non dovrebbe essere permesso di esporsi ai rischi di un fondo hedge. Perché le banche (come spiega da due anni Alberto Giovannini sul Financial Times, in articoli che hanno influenzato Paul Volcker, l’estensore del piano di Obama) sono stanze di compensazione per gli scambi: se una fallisce, gli acquisti e le vendite che ha fatto per conto dei clienti rischiano di essere cancellate, vi è cioè un rischio di contagio.

Ma c’è un’altra differenza importante, che spiega perché i fallimenti dei fondi hedge sono stati rarissimi, diversamente da quelli delle banche: se un fondo perde, il gestore ne sopporta i costi, perché investe i propri soldi nei fondi che amministra. Questo in una banca non accade. Ma separare le due attività non sarà semplice, forse non sarà neppure possibile. Il merito di Obama è di aver avviato un processo e di aver capito quale fosse la direzione giusta in cui muoversi. Ora la palla passa al Financial Stability Board, l’istituzione che dovrà tradurre questi principi in regole.

Francesco Giavazzi

23 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Grandi capitali e grossi equivoci
Inserito da: Admin - Febbraio 01, 2010, 11:58:57 am
Grandi capitali e grossi equivoci

Alcuni banchieri non hanno evidentemente prestato attenzione a quanto ha detto il presidente Obama. Sembrano non aver capito che a Washington è cambiata l'aria: riprendere a comportarsi come prima della crisi non sarà possibile. In realtà bastava leggere le proposte del Financial Stability Board per rendersene conto. Ma quelle parole di Obama: «Se i banchieri vogliono dar battaglia sono pronto», pronunciate accanto alla figura arcigna e imponente dell'ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, hanno rappresentato uno spartiacque. Talvolta le immagini contano più delle parole.

Alcuni banchieri — come ha spiegato ieri al Financial Times l'amministratore delegato di Deutsche Bank Josef Ackermann — ora propongono di autotassarsi per costituire un fondo di garanzia che dovrebbe far fronte a eventuali fallimenti bancari senza ricorrere ad aiuti pubblici.

Apparentemente è un’idea che dimostra buona volontà; in realtà è il tentativo di distogliere l'attenzione da riforme che metterebbero a rischio i loro profitti. Se non si modificano le regole che hanno consentito che in alcune banche si accumulasse tanto rischio, la prossima crisi è solo questione di tempo. E una volta scoppiata non ci sarà fondo privato, per quanto grande, in grado di farvi fronte.
La proposta di Obama è semplice: a una banca non dovrebbe essere consentito esporsi ai rischi che corre un fondo speculativo. Se uno di questi fallisce, poco male, ma se fallisce una grande banca, essa rischia di trascinare con sé i propri correntisti e tutta l'economia. E’ un problema di «funzioni», cioè di che cosa una banca può e non può fare, non di «dimensioni». Banche troppo grandi sono un ostacolo alla concorrenza, ma se non mettono a rischio il loro capitale speculando non costituiscono necessariamente un pericolo per l'economia. Chi sostiene che sarebbe sufficiente spezzare le grandi banche non ha capito qual è la fonte del rischio.

Certo, separare le funzioni non è semplice. Ad esempio, come ha spiegato Alessandro Penati ( La Repubblica, 30 gennaio), quando una banca garantisce la liquidità di un mercato inevitabilmente prende dei rischi e può anche «mascherare» speculazioni in proprio. Ma questa funzione è essenziale per far sì che i mercati siano liquidi e i risparmiatori possano acquistare e vendere titoli senza costi eccessivi: sarebbe sbagliato impedirlo. Soluzioni perfette non esistono. Il punto è capire in che direzione muoversi evitando due tipi di errori. Da un lato errori dovuti alle illusioni di chi, ad esempio Giulio Tremonti, rimpiange le vecchie banche di 30 anni fa, scordandosi quanto frequenti anche in passato furono le crisi e dimostrando di non capire quanto sia importante per un’economia diversificare il rischio. Dall'altro l'errore di credere ai banchieri quando cercano di convincerci che separare le diverse funzioni di una banca è impossibile. Non lo è: alcune banche già dispongono di una contabilità interna che attribuisce costi e ricavi alle singole funzioni. Basterebbe usarla per identificarle e separarle.

Francesco Giavazzi

01 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L'illusione di fare da soli
Inserito da: Admin - Febbraio 13, 2010, 05:31:19 pm
Serve il Fondo monetario

L'illusione di fare da soli

 di Francesco Giavazzi

Gli europei vogliono fare da soli: rifiutano il contributo del Fondo monetario internazionale per stabilizzare la situazione economica nel sud dell’Europa. È un errore che potrebbe costarci caro perché gli europei non hanno gli strumenti tecnici per intervenire. Il piano di Francia e Germania rischia di essere insufficiente: se fallisse potrebbe segnare la fine dell’unione monetaria. Verrà un giorno in cui l’euro avrà strumenti e istituzioni adatti per risolvere le proprie crisi, ma quel giorno non è ancora arrivato anche perché gli europei non hanno mai accettato che l’euro fosse altro che un’unione monetaria. Non accettare questa realtà significa mettere a rischio l’euro per una mera questione di vanità e di prestigio.

Un piano credibile per arrestare la speculazione contro i titoli pubblici greci richiede due elementi: un programma fiscale politicamente credibile (non lo è imporre alla Grecia di riportare il deficit dal 13 al 3% entro il 2012 come chiede Bruxelles) e liquidità sufficiente ad evitare una crisi del debito. Si tratta di «liquidità» non di un salvataggio. Chi parla di salvataggio lo fa perché in realtà ha interesse a che un intervento divenga politicamente impossibile, e vuole creare le condizioni perché i contribuenti tedeschi non lo consentano. L’Europa non ha gli strumenti né per mettere a disposizione la liquidità necessaria, né per imporre un piano fiscale credibile. La Bce potrebbe offrire la liquidità, ma non potrebbe accompagnarla con condizioni sui tempi della stabilizzazione fiscale. Bruxelles non dispone di fondi propri, almeno non in quantità sufficiente. Il problema infatti non è solo la Grecia. La liquidità necessaria per fermare la speculazione, ed evitare che si sposti a Spagna e Portogallo (e forse anche alla Gran Bretagna) ammonta, nei prossimi mesi, ad almeno 100 miliardi di euro. Infine né la Bce né Bruxelles hanno alcuna esperienza nella gestione di una crisi. E se anziché da un’istituzione europea il piano fosse predisposto da un gruppo di Paesi, ad esempio da Francia e Germania, questi non avrebbero né la liquidità sufficiente, né soprattutto sarebbe politicamente pensabile che essi imponessero condizioni ad un altro Paese dell’Ue.

Mettere a disposizione di un Paese liquidità, ed accompagnarla con impegni fiscali credibili, e con un programma di monitoraggio successivo, è ciò che il Fondo fa da oltre 50 anni. Diversamente dall’Europa, il Fmi ha sia gli strumenti che l’esperienza per farlo, anche in situazioni molto più difficili di quella greca. Gli europei non possono garantire che il loro piano funzionerà, ma non possono neppure correre il rischio che i mercati finanziari lo giudichino insufficiente. Se ciò accadesse gli spread sui titoli pubblici aumenterebbero e potrebbero essere sufficienti per dar luogo ad un default. È proprio l’insistenza degli europei a voler far da soli—quando invece non hanno gli strumenti per farlo —uno dei motivi per cui la crisi greca nelle ultime settimane si è aggravata. La soluzione è un piano concordato fra l’Europa e il Fondo, come è avvenuto (con successo) lo scorso anno durante la crisi in Lettonia. Bruxelles e la Bce parteciperebbero al negoziato, assicurandosi che le regole europee non vengano violate; il Fondo metterebbe a disposizione la liquidità e la propria esperienza. Non vi è nulla di umiliante per l’Europa: il Fondo è un’istituzione multinazionale nel cui Consiglio di amministrazione gli europei hanno la maggioranza (anche la sede sarebbe in Europa, anziché a Washington, se gli europei smettessero di litigare e si facessero rappresentare dalla Bce unendo le loro quote). Mettere a rischio l’euro per una questione di prestigio e di vanità è una stupidaggine. Anche perché, se l’euro non ha gli strumenti per far fronte alle proprie crisi, è solo colpa nostra, di chi non ha mai voluto che l’euro fosse altro che un’unione monetaria.


11 febbraio 2010
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Non scherzate con la Grecia
Inserito da: Admin - Febbraio 18, 2010, 02:59:11 pm
SE SALTA, IL RISCHIO PASSA ALLA SPAGNA

Non scherzate con la Grecia


Il gioco con la Grecia si sta facendo pericoloso. Per alcuni mesi i leader europei hanno lasciato capire — con troppa leggerezza — che non c’era di che preoccuparsi: un default di Atene era fuori discussione. Venuti al dunque, si sono resi conto che concedere un prestito alla Grecia non è politicamente proponibile, forse non è neppure tecnicamente possibile. Non sapendo che fare, hanno cominciato ad alzare la voce, con il bel risultato che il primo ministro greco, George Papandreu, ha scelto la strada della popolarità, cioè del populismo: «I greci non prendono lezioni da nessuno ». A questo punto alcuni propongono di lasciare che la Grecia vada per la propria strada: non ripaghi il suo debito e abbandoni l’euro. La Grecia è piccola: essere inflessibili, rifiutarsi di aiutare chi vive al di sopra dei propri mezzi, non presenta grandi rischi e rafforzerebbe la credibilità dell’euro. Secondo me è invece una strategia che rischia di affossarlo. Il vero problema della Grecia non è il debito, ma la mancanza di crescita. Se l’economia non riprende, per stabilizzare il debito serve una correzione dei conti pubblici enorme: circa 14 punti di Pil, al di là di ciò che qualunque governo possa fare. Se invece la Grecia crescesse al 3%, l’aggiustamento necessario sarebbe severo, ma non impossibile: circa 6 punti.

Ma come fa la Grecia a ricominciare a crescere? Un modo c’è: uscire dall’euro, svalutare del 50% e diventare il luogo più a buon mercato in cui andare in vacanza nel Mediterraneo. Certo, la svalutazione raddoppierebbe il debito, che è tutto in euro, quindi sarebbe giocoforza non ripagarlo. È ciò che ha fatto l’Argentina, con risultati non disprezzabili. Cambiate il nome del Paese, sostituite Grecia con Spagna: il ragionamento è esattamente lo stesso. In due anni i conti pubblici spagnoli sono passati da un avanzo del 2% ad un deficit dell’11,4, più o meno quanto quello greco. Anche la Spagna, se non riprende a crescere, non riuscirà a stabilizzare il debito. Lavarsi le mani della Grecia, spingerla ad abbandonare l’euro, significa spostare l’attenzione sulla Spagna. A differenza della Grecia, la Spagna non è piccola: le sue banche sono fra le più grandi d’Europa. Ma se ciò che rende il debito non sostenibile è la mancanza di crescita, non vedo quale sia la forza dell’Italia: neppure noi cresciamo e il nostro rapporto debito- Pil è ancora il più elevato nell’area dell’euro. Al vertice europeo della scorsa settimana, Silvio Berlusconi — che queste cose le capisce al volo e nutre anche un sano scetticismo verso la vanità di Bruxelles — ha chiesto che la gestione delle crisi nel Sud dell’Europa venga delegata al Fondo monetario internazionale. Diversamente dall’Europa, il Fondo ha gli strumenti e l’esperienza per intervenire, e negli anni ha anche imparato che alzare la voce non è una buona strategia. La richiesta del presidente del Consiglio è stata accettata per metà: il Fondo collaborerà, ma solo come consulente tecnico. Berlusconi deve insistere: il suo intervento potrebbe essere cruciale per salvare l’euro.

di FRANCESCO GIAVAZZI

18 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI - Due partiti contro l'euro
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2010, 08:25:12 pm

LA CRISI GRECA, CHE PIACE A TROPPI

Due partiti contro l'euro

Sull’onda della crisi greca si è all’improvviso diffusa un’isteria collettiva: non solo sulle sorti dell’euro, ma dell’intera costruzione europea. La alimentano due partiti contrapposti, entrambi interessati ad accentuare la gravità di questa crisi.

Da un lato i federalisti sperano che la crisi ci obblighi a fare un passo avanti nell’integrazione politica dell’Europa. Non si può aiutare la Grecia senza mettere in piedi un meccanismo che consenta trasferimenti di bilancio all’interno dell’Europa, e questo è impensabile senza un passo avanti nell’unione politica. Non farlo significherebbe rischiare che Atene abbandoni l’euro, eventualità che essi ritengono inconcepibile. D’altronde i federalisti hanno sempre pensato che l’unione monetaria avrebbe prima o poi reso inevitabile qualche forma di unione politica. È la volta buona: la crisi in fondo è benvenuta.

Dalla parte opposta ci sono gli scettici, coloro che non hanno mai creduto nel progetto europeo. Essi pensano che la crisi vendicherà il loro scetticismo. Determinerà la fine dell’euro e darà un colpo irreparabile alle istituzioni europee. Dietro questa opinione c’è molta politica. Non a caso gli scettici sono soprattutto negli Stati Uniti e in quei Paesi europei che non hanno aderito all’unione monetaria (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca ma anche la Repubblica Ceca), cioè là dove un fallimento dell’euro potrebbe portare qualche vantaggio. I commenti del Financial Times e soprattutto del Wall Street Journal danno per scontato il fallimento dell’euro. E già assaporano la rivincita sulle decisioni dell’antitrust europeo guidato da Mario Monti, che anni fa obbligò Microsoft e General Electric a cedere un po’ del loro potere di mercato.

Scettici e federalisti hanno ideali e intenti contrapposti, ma oggi, paradossalmente, condividono un interesse comune: accentuare la crisi. Per motivi diversi montano una bolla che, una volta gonfiata, non può che produrre un guaio serio. Perché l’illusione dei federalisti si rivelerebbe per quello che è, cioè solo un’illusione, mentre la profezia degli scettici rischierebbe di avverarsi (anche se il fallimento dell’euro rafforzerebbe il dollaro, come già sta accadendo, e non è evidente che ciò aiuti l’economia americana).

Occorre tenere i piedi per terra. La Grecia ha problemi seri, come tanti Paesi. Il debito è elevato, ma per ora inferiore a quello dell’Italia; il deficit è enorme, ma non maggiore che in Gran Bretagna, o negli Usa; l’economia ha perduto competitività, ma meno della Spagna. C’è, è vero, un imminente problema di liquidità: nei prossimi due mesi Atene deve rifinanziare 22 miliardi di euro di titoli pubblici in scadenza, e rischia di non riuscirci. È per affrontare questi problemi che esiste il Fondo monetario internazionale. Vogliamo, per incomprensibile ostinazione e stupida vanità, tener lontano il Fondo, nonostante sia un’istituzione nella quale gli europei detengono la maggioranza del capitale? Basta un consorzio di banche: 22 miliardi di euro sono una cifra relativamente piccola che molte banche sono pronte a garantire. Scettici e federalisti dicono che queste mezze misure non bastano: serve un big bang. Stiamo attenti a non cadere nella loro trappola.

Francesco Giavazzi

27 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Piu’ che un fondo serve il coraggio
Inserito da: Admin - Marzo 11, 2010, 09:30:13 am
Crisi greca - unità europea da rafforzare

Piu’ che un fondo serve il coraggio


Ci sono stati momenti, nella storia recente, in cui i leader europei hanno dimostrato lungimiranza e coraggio.
Negli Anni 50, quando Adenauer, De Gasperi e Schuman crearono la Comunità del carbone e dell’acciaio, la prima istituzione comune europea.
E di nuovo negli Anni 90, quando Kohl, Andreotti eMitterrand aMaastricht crearono l’unione monetaria. Furono, è vero, decisioni frutto della storia. Negli Anni 50 eravamo ancora traumatizzati dalla guerra: creare istituzioni comuni era un modo per impedire che un simile disastro si ripetesse. Quarant’anni dopo l’unione monetaria ci aiutò ad accettare la riunificazione tedesca e il ritorno di una Grande Germania.
Ma quei leader seppero cogliere il momento favorevole: senza la loro lungimiranza l’Europa sarebbe ancora un’entità solo geografica.
La crisi economica che stiamo attraversando, e che in Europa è accentuata dai guai della Grecia, offre un’occasione simile.

L’idea tedesca di affiancare all’euro un Fondo monetario europeo ha aspetti poco convincenti. Ad esempio non è chiaro che cosa un simile Fondo potrebbe fare che già non possa fare il Fondo monetario internazionale. Se il problema è solo di forma — perché l’Fmi ha sede a Washington— basterebbe unificare la rappresentanza europea e usare l’articolo dello statuto che prevede che la sede dell’Fmi sia nel Paese che ha la maggioranza dei voti, che a quel punto sarebbe l’Ue, non più gli Usa.

Ma evidentemente non è questo il punto. La domanda è se la signora Merkel, Sarkozy e Berlusconi sapranno sfruttare questa occasione per far compiere un balzo in avanti al progetto europeo. L’idea del Fondo può essere la scusa per cominciare a riflettere. Occorre chiedersi se l’unione monetaria, per sopravvivere, debba dotarsi di istituzioni che consentano una gestione coordinata delle politiche economiche.
Se la risposta fosse positiva, questo è il momento per farlo.

Certo, occorre un po’ di coraggio. Innanzitutto non farsi spaventare dal presidente della Bundesbank. Axel Weber è contrario al Fondo perché pensa che dotarsi di strumenti per affrontare crisi come quella greca avrebbe l’effetto di rendere le crisi più frequenti. È un’evidente sciocchezza: come dire che sarebbe meglio se non ci fossero i vigili del fuoco perché la loro presenza fa sì che siamo meno attenti al fuoco, e che quindi vi siano più incendi. Né bisogna dare ascolto a chi sostiene che in Europa qualunque nuova istituzione richiede un nuovo trattato. Se così fosse, passi avanti non se ne potranno più fare perché non c’è speranza che un nuovo trattato venga ratificato da 27 Paesi.

Da tempo i trattati europei consentono a gruppi di Stati di instaurare tra loro «cooperazioni rafforzate», cioè accordi che non si estendono a tutti i 27 Paesi (un esempio sono gli accordi di Schengen sulle frontiere). Il Trattato di Nizza ha reso questa possibilità ancor più semplice eliminando (con l’eccezione della politica estera) il diritto di veto dei Paesi che decidono di non partecipare e cancellando il vincolo che i nuovi accordi debbano essere approvati da una maggioranza dei 27 Paesi.

L’unione monetaria è già una cooperazione rafforzata. Si può estenderla. Ma servono visione e coraggio. Altrimenti meglio delegare a Washington la soluzione della crisi greca.

Francesco Giavazzi

11 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. LA MERKEL E LA CRISI DELLA GRECIA
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2010, 11:36:22 pm
LA MERKEL E LA CRISI DELLA GRECIA

La scelta tedesca: egoisti e isolati


Un anno fa, due decisioni hanno mutato la posizione della Germania verso l’Europa. Il parlamento ha inserito nella Costituzione tedesca una clausola che obbliga (dal 2016) il governo federale al pareggio di bilancio e una sentenza della Corte Costituzionale ha sancito che la politica fiscale è materia degli stati nazionali e non può essere soggetta a un coordinamento europeo.

Forte di queste decisioni il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ha assunto una posizione molto dura nei confronti della crisi greca: è contrario non solo a un intervento coordinato europeo (che a questo punto giudica incostituzionale), ma anche ad aiuti del Fondo monetario internazionale, che egli accusa di non essere sufficientemente severo con Atene. Insomma è favorevole a consentire che la crisi di Atene arrivi al suo epilogo naturale: il default, cioè l’impossibilità di fare fronte ai debiti, e, forse, l’uscita dall’euro.

Il 9 maggio si vota nella Renania settentrionale-Vestfalia, 18 milioni di abitanti, il più popoloso stato tedesco, dove si produce quasi un quarto del reddito della Germania. Dopo le elezioni dello scorso settembre è il primo test elettorale per il governo di Angela Merkel e dei liberali di Guido Westerwelle. La Grecia è al centro della campagna elettorale e la dura posizione della Bundesbank ha obbligato il cancelliere tedesco, prima favorevole a un intervento europeo, a cambiare parere. La Germania si appresta a porre il veto alla richiesta italiana e francese di azioni europee a favore di Atene. Li accetterebbe solo se fossero a condizioni di mercato e quindi a questo punto inutili. E un eventuale intervento del Fmi deve ottenere l’approvazione dei suoi azionisti perché il finanziamento di cui Atene ha bisogno eccede la quota greca nel Fondo. Gli europei potrebbero quindi dividersi nel consiglio di amministrazione del Fmi, cosa finora (credo) mai accaduta. E per essere chiara fino in fondo, Berlino fa sapere che della successione a Jean-Claude Trichet alla presidenza della Banca centrale europea non si discuterà più: quella d’ora in poi sarà una posizione tedesca.

Ma tutto questo è davvero nell’interesse della Germania? Da dieci anni i deficit di Grecia, Spagna e Portogallo sono finanziati per lo più dalla Germania. La quota di questi tre Paesi sul totale degli investimenti esteri tedeschi è cresciuta dall’8 al 14% (al confronto gli investimenti tedeschi negli Usa sono solo l’8% del totale). Diversamente dalla Cina, la Germania rifiuta di far crescere i propri consumi interni e di sostituirsi agli Usa come nuovo motore della domanda nel mondo. Difende la propria scelta di risparmiare e investire all’estero pensando al proprio futuro. Ma la saggezza di quegli investimenti oggi appare discutibile.

Molti in Germania si sono pentiti di aver aderito all’unione monetaria. Forse è troppo tardi. L’iniziale intuizione di Angela Merkel pare più coerente con gli interessi tedeschi dell’inflessibilità di Axel Weber. Saggezza suggerirebbe di attendere l’esito delle elezioni del 9 maggio. Purtroppo il default di Atene potrebbe arrivare prima.

Francesco Giavazzi

11 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. La politica non dà credito
Inserito da: Admin - Aprile 19, 2010, 09:35:14 am
LE MIRE DI BOSSI SULLE BANCHE DEL NORD

La politica non dà credito


Nell’agosto 2007, a poche settimane dall’inizio della crisi, la prima istituzione al mondo a diventare insolvente e a dover essere salvata non fu una banca americana, ma la Landesbank della Sassonia, una cassa controllata da amministratori pubblici di questa regione della Repubblica Federale Tedesca. Da allora le banche pubbliche tedesche si sono rivelate fra le più esposte ai titoli «tossici » americani e sono state salvate dallo Stato, una dopo l’altra.

Perché quelle banche avessero acquistato mutui immobiliari in luoghi esotici come Florida o Nevada, sembrò incomprensibile. Poi si capì: i politici locali chiedevano alle loro banche di aiutare le aziende della regione, spesso erogando credito a condizioni non di mercato. A fine anno, però, essi pretendevano, in quanto azionisti, ricchi dividendi. Per i dirigenti della banca venir meno a queste richieste significava mettere in forse il proprio incarico. L’unica via d’uscita era compensare le perdite sui prestiti cercando di guadagnare con la finanza, e le banche lo fecero acquistando titoli ad alto rendimento, senza preoccuparsi dei rischi. Questi incentivi perversi hanno fatto sì che le Landesbanken diventassero, e siano ancor oggi, le più rischiose d’Europa.

In alcuni casi la ricerca di rendimenti particolarmente elevati ha portato ad operazioni singolari, come la decisione della Landesbank della Baviera di acquistare Hypo Alp Adria, una banca austriaca che il giorno dopo l’acquisto si rivelò un buco nero. Hypo dovette essere salvata dalle autorità di Vienna e l’improvvido acquisto aprì una voragine nel bilancio della Landesbank bavarese. Se le banche italiane sono uscite indenni dalla crisi è anche perché le Fondazioni che le controllano hanno nominato amministratori delegati indipendenti e non hanno cercato di influire sulle loro scelte creditizie.

Avendo vinto le elezioni, Bossi vuole contare di più nelle fondazioni bancarie del Nord: richiesta legittima perché le fondazioni sono espressione delle amministrazioni locali dove il peso della Lega è cresciuto. Ma prima di cambiare rotta sul rapporto fra fondazioni e banche, Bossi dovrebbe riflettere sul disastro bancario tedesco. E dovrebbe riflettere anche il sindaco Pd di Torino, Chiamparino, che si considera azionista di riferimento di Intesa-Sanpaolo. Per ottenere rendimenti stabili e il più possibile elevati, in modo da investire sul territorio, le fondazioni dovrebbero diversificare il loro patrimonio. Concentrarlo nel possesso di una singola banca è una pura follia, e ancora più folle sarebbe se la Lega o altri azionisti di nomina politica cercassero di influire sulle scelte dei «loro » banchieri ponendo a rischio i bilanci.

Se davvero l’obiettivo di Bossi è far sì che le banche finanzino le imprese, e che le fondazioni investano in strutture sociali, egli dovrebbe ordinare loro di vendere i pacchetti di controllo delle banche e diversificare il proprio portafoglio. Seguire l’esempio delle Landesbanken significa ritrovarsi con banche deboli e fondazioni prive di risorse, quindi con poco credito alle imprese e pochi investimenti sociali.

Francesco Giavazzi

19 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Crisi greca e aiuti, l’Europa ne esce a pezzi, ...
Inserito da: Admin - Aprile 29, 2010, 10:25:05 am
L'editoriale

Torpori e colpe

Crisi greca e aiuti, l’Europa ne esce a pezzi, altro che un modello per la governance del mondo


Il re è nudo. Per quattro mesi i governanti europei si sono illusi che bastassero le parole per convincere gli investitori a continuare a sottoscrivere i titoli di Atene. Hanno negato che i trattati europei, o più semplicemente i cittadini tedeschi, avrebbero, alla fine, reso impossibile un salvataggio. Non hanno avuto il coraggio di dare una risposta politica forte alla crisi.

Hanno impedito al Fondo monetario internazionale di intervenire ed organizzare una soluzione ordinata. Le loro bugie hanno fatto perdere quattro mesi, ma non hanno cambiato la realtà: ne hanno solo reso più traumatica la soluzione. Atene non rimborserà i propri debiti anche se un aiuto europeo potrebbe spostare in là il default. Rimane l’incertezza se sia preferibile che ciò avvenga con la Grecia dentro o fuori dall’euro. Perché Atene ha due problemi distinti: uno fiscale e uno di competitività che si manifesta in un disavanzo nei conti esteri pari al 10% del Prodotto interno lordo. Riportare in equilibrio i conti pubblici non basta; occorre anche abbassare i salari del 30% circa. Ciò che non è in dubbio sono invece le perdite delle banche francesi e tedesche che in questi anni hanno acquistato titoli greci per circa 100 miliardi di euro.

Berlino non salverà Atene, ma dovrà salvare (ancora una volta) le sue banche. L’Europa esce a pezzi da questa vicenda, altro che un modello per la governance del mondo! Le difficoltà vere cominciano ora. L’epilogo della crisi greca ha rotto un tabù, l’illusione che nell’Unione monetaria tutti i debiti fossero uguali, i titoli tedeschi e finlandesi identici a quelli greci e portoghesi. Non era colpa della miopia dei mercati, semplicemente del fatto che il maggior acquirente di titoli pubblici europei, la Bce, non ha mai distinto fra i titoli dei diversi Paesi. Così facendo ha illuso gli investitori che, se mai ci fosse stato un problema, qualcuno sarebbe intervenuto. Spezzato l’incantesimo, gli investitori hanno aperto gli occhi. Il declassamento, prima del Portogallo, poi della Spagna, gli spread sui titoli di Stato italiani saliti ieri oltre quota 100 ne sono il segnale.

La preoccupazione più grande, ciò che accomuna questi Paesi, è la mancanza di crescita, perché senza crescita è impossibile ripagare i debiti. Da qui bisogna cominciare. Chiedendosi che cosa si deve fare per far ripartire la crescita. La risposta è semplice: non andare in pensione a 60 anni, non proteggere le rendite di qualche corporazione potente che opprime i cittadini, aprire i mercati alla concorrenza per creare più occasioni di crescita alle imprese. Non mi sembrano le priorità del nostro governo. Chissà che lo spavento greco e il rischio che prima o poi gli investitori perdano fiducia anche nei nostri titoli, non ci aiuti a uscire dal torpore.

Francesco Giavazzi

29 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Crisi greca e interventi europei
Inserito da: Admin - Maggio 12, 2010, 10:03:01 am
Crisi greca e interventi europei

Le risposte che mancano

Nonostante gli annunci di domenica notte, la situazione economica nei Paesi del Sud dell’Europa rimane fragile. Della quantità straordinaria di denaro messa in campo dai governi, gli unici soldi immediatamente spendibili sono quelli della Bce e delle banche centrali nazionali. Da lunedì mattina esse hanno incominciato ad acquistare i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, sostenendone i prezzi.

Le risorse messe a disposizione dal Fondo monetario internazionale possono invece essere usate solo se i Paesi le chiedono e, come la Grecia, accettano le condizioni imposte dal Fondo. Il primo ministro Zapatero, preoccupato dai disordini di Atene, si rifiuta di farlo. Quindi per ora le risorse del Fondo non sono disponibili. Tutto il resto, i quasi 500 miliardi annunciati dall’Ue, per ora sono solo sulla carta. Non è ancora chiaro come verrebbero spesi e soprattutto chi pagherà: se una società in comune fra i 16 Paesi dell’euro, che acquista titoli dei governi in difficoltà ed è finanziata o garantita dai 16 pro quota, oppure mediante interventi bilaterali. Rimangono quindi solo le banche centrali, le quali però non possono continuare ad acquistare titoli oltre un certo ammontare e un certo lasso di tempo. Nonostante questi acquisti siano «sterilizzati», cioè non tocchino la base monetaria, le aspettative di inflazione (almeno quelle implicite nei prezzi dei titoli indicizzati all’inflazione) da lunedì hanno cominciato, seppur lievemente, a salire.

È quindi evidente che occorre passare alla «fase 2». Tamponata l’emorragia, è necessario affrontare le cause della crisi: politica di bilancio e crescita. Questo le banche centrali non possono farlo. I mercati lo hanno presto capito e dopo la positiva reazione iniziale sono tornate le preoccupazioni. È una stupidaggine pensare che coloro che vendono i titoli di Grecia, Spagna e Portogallo siano solo speculatori, e che spaventarli facendo la voce grossa sia il modo per risolvere tutto. Non è così. Gli investitori che stanno vendendo titoli europei sono venditori genuini, non speculatori: vogliono sapere se queste economie ricominceranno a crescere, o se invece sono destinate ad un lungo periodo di stagnazione. Perché in questo caso investiranno altrove i risparmi che le famiglie hanno loro affidato.

La soluzione migliore sarebbe attivare, in Spagna e Portogallo, un programma del Fondo monetario che apporterebbe liquidità, ma soprattutto un’attenta procedura di sorveglianza. Zapatero si rifiuta di farlo. Nei prossimi giorni la Spagna annuncerà un programma di riforme economiche che, a suo parere, dovrebbero rassicurare i mercati senza lo stigma di un intervento del Fondo. È un azzardo: se il piano spagnolo non convincesse, e gli investitori non ricominciassero ad acquistare i titoli di Madrid, la Bce si troverebbe in una situazione molto difficile, stretta tra l’impegno a sostenere da sola la Spagna e i rischi di una svolta nelle aspettative di inflazione.

Infine, pur senza allarmismi, non dobbiamo scordare che le preoccupazioni sulla crescita e la disoccupazione riguardano anche l’Italia. Una manovra estiva fatta di qualche tassa in più e qualche spostamento di spesa ai prossimi anni non è ciò che oggi serve. Occorre spiegare in che modo, dopo un decennio di stagnazione, ricominceremo a crescere e a ridurre la disoccupazione.

Francesco Giavazzi

12 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_12/Le-risposte-che-mancano-editoriale-francesco-giavazzi_fa4d8f88-5d84-11df-8e28-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. La manovra da 24 miliardi e la crisi dell'europa
Inserito da: Admin - Maggio 26, 2010, 08:38:37 am
La manovra da 24 miliardi e la crisi dell'europa

Risposte necessarie


Per mesi i governi europei hanno sottovalutato la crisi greca. Impedendo al Fondo monetario di intervenire in tempo hanno consentito che difficoltà locali coinvolgessero l'euro e l'intera Unione monetaria. Quando finalmente si sono svegliati, gli interventi, più maestosi nei numeri che nella sostanza, non hanno convinto i mercati. Nel tentativo di riguadagnare la credibilità perduta ora giocano la carta dei conti pubblici. Dovunque si varano ampie correzioni di bilancio: sicuramente necessarie, ma con il rischio che esse abbiano i medesimi scarsi effetti dell’intervento salva-euro da mille miliardi annunciato due settimane fa.

Gli investitori comprendono che un uso attivo della politica di bilancio è stato fondamentale per fronteggiare la recessione. Se ne stiamo lentamente uscendo è soprattutto perché alcuni Paesi, in primis USA e Gran Bretagna, hanno risposto alla crisi aumentando la spesa pubblica e riducendo le tasse per sostenere la domanda. Inquieta piuttosto il ricordo del 1937, quando un stop affrettato alla politica di bilancio espansiva attuata dall'inizio degli anni Trenta riportò l'economia americana in recessione: il Pil, che dal 1934 aveva ricominciato a crescere al ritmo del 5% l'anno, nel 1938 cadde di oltre il 3%.

Ciò che preoccupa i mercati non sono i deficit di questi anni, quanto le prospettive di medio periodo. Il Fondo monetario ha calcolato i costi della crisi sui bilanci pubblici e li ha confrontati con quelli che deriveranno dall'invecchiamento della popolazione: pensioni, sanità, assistenza agli anziani: costi dieci volte maggiori anche in quei Paesi che durante la recessione hanno usato più attivamente il bilancio dello Stato. È questo il parametro che i mercati useranno per valutare le leggi finanziare: ridurranno strutturalmente i deficit futuri, o si limiteranno a contenere la spesa nei prossimi due-tre anni, con provvedimenti temporanei?

Un solo leader europeo pare averlo compreso: Nicolas Sarkozy. È l'unico che ha avuto il coraggio di annunciare un innalzamento dell'età pensionabile. Tutto il resto, blocchi temporanei degli stipendi pubblici, spostamento in là di alcune «finestre pensionistiche », incassi una tantum, tagli alle dotazioni di alcuni enti pubblici senza sopprimerli, non convincerà i mercati. Anzi, rischia di essere controproducente perché si ammette che un problema esiste senza affrontarlo fino in fondo. La caduta ieri delle Borse potrebbe essere il primo segno.

Al di là dei conti pubblici c'è una domanda che gli investitori da alcuni anni pongono ai governi: come sarà l'Europa fra dieci anni? Un continente che cresce, produce ricerca e innovazione, capace di giocare un ruolo di leader nella politica internazionale, oppure un insieme di Paesi vecchi, dove i pochi che lavorano devono sostenere un esercito di anziani e dai quali i migliori emigrano? È la risposta a questa domanda ciò che i mercati cercheranno di capire leggendo le manovre di queste settimane.

Francesco Giavazzi

26 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_26/giavazzi-risposte-necessarie_05892ee8-6884-11df-9742-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Le barriere alla crescita
Inserito da: Admin - Giugno 14, 2010, 09:49:35 am
PIU' LIBERTA', PIU' MOBILITA' SOCIALE

Le barriere alla crescita


Rassegnarsi alla stagnazione è una sventura. E non perché la crescita economica sia priva di costi.
Sempre più spesso lo sviluppo comporta danni irreversibili all’ambiente, perdita della ricchezza che proviene dalle diversità e pone di fronte al dilemma morale se sia giusto caricare i nostri nipoti dei costi del nostro benessere. Ma questo è solo un aspetto della crescita. «La crescita non comporta solo vantaggi materiali. Aumenta opportunità, tolleranza per la diversità, mobilità sociale, rende più facile perseguire l’equità, rafforza la democrazia » (Benjamin Friedman, Il valore etico della crescita, Università Bocconi Editore, 2008). La stagnazione comporta costi morali altrettanto, se non più gravi, della crescita perché in una società statica non c’è mobilità. Uscire dalla classe sociale in cui si è nati è più difficile perché i privilegi si rafforzano, ciò che conta è la rete di rapporti familiari, non il proprio merito. La mobilità sociale, che è la conseguenza più importante della crescita, smantella la corruzione e le rendite.

L'Italia non cresce più da quindici anni. Non è un caso se dopo una fase in cui corruzione e rendite sembravano recedere, esse oggi si rafforzino. Le liberalizzazioni del ministro Bersani avevano predisposto un punto di partenza. Invece nulla è successo e le corporazioni hanno avuto buon gioco nel riportare la barra verso la difesa delle loro rendite. Il ministro dell’Economia annuncia modifiche costituzionali per favorire il mercato: prima della Costituzione si potrebbero modificare alcune delle norme che il governo sta adottando. «L’aspetto più marcatamente anti- competitivo, scrive Fabiano Schivardi sul sito lavoce. info, riguarda la riforma dell’avvocatura».

Sono reintrodotte le tariffe minime, inderogabili e vincolanti, vietati accordi fra cliente e avvocato, la pubblicità è fortemente regolamentata, si estende la riserva di attività degli avvocati, l’esame di abilitazione diviene più oneroso, così come le condizioni di praticantato, senza riconoscere ai praticanti nessun diritto di compenso. Nel mercato finanziario le norme anti-scalata introdotte dalla Consob, con la benedizione del governo, nella fase più acuta della crisi, sono divenute perenni. I provvedimenti a favore delle piccole e medie imprese, pur importanti, non centrano il problema. I confronti internazionali mostrano che in Italia non nascono meno imprese che altrove. Il problema è che poi non crescono. Più che barriere all’entrata, bisogna interrogarsi sulle barriere alla crescita perché un Paese non cresce senza aziende medie e grandi che investono in ricerca e sviluppo, in marchi, in nuovi prodotti.

In Europa si fa a gara nel tagliare le spese. Bene, ma se questi tagli non sono accompagnati da concrete misure di liberalizzazione, ai nostri figli trasmetteremo società stagnanti in cui ciò che conta è dove sei nato, non quanto ti sei impegnato.

Francesco Giavazzi

14 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_14/giavazzi-crescita-sviluppo_7b9b03a4-7775-11df-9d1c-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. UNIVERSITA’, BLOCCATE LE NUOVE REGOLE
Inserito da: Admin - Giugno 19, 2010, 06:25:58 pm
UNIVERSITA’, BLOCCATE LE NUOVE REGOLE

Una riforma insabbiata


Nei primi sei mesi di questo governo Mariastella Gelmini, uno dei ministri allora più attivi, lavorò ad un ampio progetto di riforma dell’università. Affinché nessuno potesse aver dubbi sulla serietà delle sue intenzioni, nel novembre 2008 ella portò in Consiglio dei ministri un decreto legge che da un giorno all’altro fece saltare migliaia di concorsi universitari, sui cui risultati le baronie accademiche si erano accordate prima ancora che le commissioni giudicatrici si riunissero. Lo sgomento fu tale che il progetto avanzò speditamente: la riforma era pronta nel gennaio 2009. Per portarla in Consiglio dei ministri fu necessario attendere nove mesi, un tempo perduto senza alcun motivo. Il governo finalmente la approvò il 28 ottobre 2009. Quel giorno, accompagnando il ministro Gelmini nella presentazione alla stampa della nuova legge, Giulio Tremonti disse: «Quella dell’università è una nostra grande riforma ».

Era anche un’occasione per dimostrare in modo concreto che la svolta riformatrice annunciata da Berlusconi (addirittura la proposta di cambiare la Costituzione per introdurvi principi liberisti) non si limita a qualche chiacchiera durante i talk-show. La commissione Istruzione del Senato ha studiato il progetto per otto mesi, lo ha modificato in più punti, e il 19 maggio scorso lo ha approvato e passato all’Aula per la votazione finale. L’intenzione era di procedere rapidamente, in modo che la legge potesse essere trasmessa alla Camera in giugno e definitivamente approvata prima dell’inizio del nuovo anno accademico. Settimana dopo settimana, il voto nell’aula del Senato viene prima posto in calendario, poi rimandato. A questo punto è improbabile che la Camera ne discuta prima dell’estate. In autunno il Parlamento è impegnato nella legge Finanziaria: di riforma dell’università si ricomincerà a discutere a gennaio 2011, due anni dal giorno in cui il ministro ne concluse la stesura. Questo con un governo che dispone di una maggioranza amplissima e che non si fa scrupolo nell’usare il voto di fiducia per questioni forse un po’ meno importanti del futuro dei nostri figli.

Nel frattempo le università stanno lentamente morendo, pur continuando a produrre privilegi per pochi e sofferenza per i più. La dedizione di molti insegnanti è ammirevole, ma i ricercatori migliori, appena possono, scappano altrove. La riforma Gelmini è lungi dall’essere una legge ideale. Ma è un passo avanti, soprattutto nelle nuove modalità di reclutamento. Perché è stata fermata? Forse nella maggioranza hanno prevalso i vecchi baroni che dopo lo scacco del novembre 2008 oggi si sono ripresi e difendono i privilegi che la riforma sottrae loro (pochi peraltro). Forse l’iniziale popolarità del ministro lombardo dell’Università ha preoccupato la Lega, che per lei ha decretato la sorte che è toccata a Venezia a Renato Brunetta, lui pure giudicato un concorrente pericoloso di Giulio Tremonti e dei lumbard. Forse il governo ha semplicemente scelto di lasciar morire l’università per lento soffocamento. I ricchi possono sempre mandare i loro figli a studiare in Inghilterra. I poveracci meglio se all’università non ci vanno: continuino a guardare la tv e non leggano troppi libri, così non si faranno venire strane idee.

di Francesco Giavazzi

19 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_19/riforma_insabbiata_giavazzi_bf71aaf8-7b60-11df-aa56-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Il debito delle Regioni
Inserito da: Admin - Luglio 06, 2010, 09:17:52 am
FEDERALISMO, IL CATTIVO ESEMPIO TEDESCO

Il debito delle Regioni


La relazione sul federalismo fiscale approvata dal governo la scorsa settimana ci avvicina all’obiettivo di trasformare l’Italia in uno Stato federale come lo sono Germania e Stati Uniti. Rimane tuttavia un dubbio, che il dibattito sul passaggio al federalismo ha da tempo messo in soffitta: che cosa accade se le Regioni iniziano a chiedere prestiti e poi non riescono a pagare i loro debiti?

È vero che da anni il patto di stabilità interno impedisce agli enti locali di indebitarsi, e che comunque l’articolo 119 della Costituzione esclude «ogni garanzia dello Stato sui prestiti contratti dagli enti territoriali». E tuttavia il dubbio rimane. Si pensi al buco di 140 milioni della città di Catania, ai 500 milioni del Comune di Roma, ai 10 miliardi della sanità in Lazio, tutti prontamente ripagati dallo Stato.

Né tranquillizza l’esperienza tedesca, che i federalisti spesso citano. Negli ultimi vent’anni due Länder si sono trovati nella condizione di non riuscire a ripagare i propri debiti: Brema e la Saarland. E per due volte di seguito (la prima alla fine degli anni ’80, la seconda dieci anni dopo) Berlino si è fatta carico della loro esposizione. Questi salvataggi hanno avuto due effetti: innanzitutto il mercato ormai considera quello dei Länder debito federale e infatti i tassi di interesse pagati sono gli stessi. Ma soprattutto, aver scoperto che le esposizioni locali possono essere scaricate sul governo federale ha eliminato ogni disciplina. Nel 1989 il debito di Brema ammontava a 9.791 euro per cittadino; oggi è salito a 23.100 euro per cittadino.

D’altronde è appena accaduto anche in Europa. Nonostante nei trattati europei sia scritto chiaramente che i debiti di un Paese non possono in nessun caso essere fatti pagare dagli altri, abbiamo appena salvato la Grecia e creato un meccanismo in grado, se fosse necessario, di salvare Spagna e Portogallo.

L’esperienza degli Stati Uniti è diversa. In teoria 49 dei 50 Stati dell’Unione (l’unica eccezione è il Vermont) non potrebbero emettere debito, cioè debbono avere bilanci sempre in pareggio. In realtà la legge è facilmente aggirata, spesso con grande fantasia. Alcuni Stati, come la California, semplicemente non pagano i fornitori; altri classificano l’incasso di una emissione di titoli fra le entrate. La differenza è che Washington non interviene mai per salvarli: quanto questo sia credibile lo si vede nei tassi di interesse pagati dagli Stati che sono sempre più alti di quelli pagati sul debito federale. Ma per arrivare a questo punto c’è voluta una lezione: aver avuto il coraggio trent’anni fa di lasciare fallire la città di New York. Finché salviamo Brema e Catania il messaggio è un po’ diverso.

A questo punto un federalista convinto osserverebbe che per rendere credibile l’impegno a non salvare le Regioni basterebbe eliminare lo Stato centrale: il giorno in cui esso non esistesse più non potrebbe evidentemente salvare nessuno.

L’ipotesi estrema della scomparsa dello Stato centrale è interessante anche perché dimostra che impedire alle Regioni di emettere debito, e cioè imporre loro il pareggio di bilancio, non è la scelta ottimale. Una Regione colpita da una calamità naturale, o da una recessione localizzata, non potrebbe infatti usare la politica di bilancio per farvi fronte. Le recessioni sarebbero più profonde e i costi sociali più elevati. Sono argomenti sui quali sarebbe utile discutere, prima di festeggiare l’arrivo del federalismo.

Francesco Giavazzi

06 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_luglio_06/giavazzi-debito-delle-regioni_d80acafa-88bb-11df-9548-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Il pasticcio della Consob
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2010, 05:30:17 pm
Il pasticcio della Consob


La Consob, l’Autorità che vigila sul mercato finanziario, langue: da un mese è senza presidente, ridotta a soli tre commissari invece dei cinque previsti. Questo non sembra minimamente preoccupare il governo. Il mercato finanziario è il luogo in cui si incrociano le esigenze di finanziamento delle imprese e il risparmio delle famiglie. Informazioni puntuali sono essenziali affinché l’incontro avvenga nelle condizioni di massima trasparenza. Questo è il compito della Consob, che oggi però lo esercita in modo solo formale e burocratico.

Un esempio. Un’eccellente media impresa bergamasca, un caso di imprenditoria di qualità, la Gewiss, quotata in Borsa, è stata recentemente oggetto di un’offerta pubblica di acquisto (Opa) da parte del socio di controllo. A un investitore interessano soprattutto due cose: le motivazioni dell’offerta e il prezzo. Nelle 89 pagine del documento di offerta, approvato dalla Consob, queste informazioni non ci sono. Ad alcuni investitori viene il legittimo sospetto che la società, tolta dalla Borsa, verrà venduta in blocco con un premio sul prezzo dell’Opa: nel Bel Paese succede spesso. Un investitore istituzionale scrive all’offerente per chiedergli se il dubbio è fondato, e informa la Consob. Risposta dell’offerente: leggete il documento, nel quale però di spiegazioni non vi è traccia. La Consob tace. Il documento di offerta dice anche che si «intende offrire agli attuali azionisti un’opportunità di disinvestimento a condizioni più favorevoli di quelle registrate negli ultimi mesi dal titolo»: ci mancherebbe altro, dato che la Borsa si sta riprendendo da un periodo di prezzi depressi! Un investitore istituzionale osserva che il prezzo è basso e di nuovo informa la Consob. L’offerente risponde che consulenti indipendenti (pagati dal medesimo) garantiscono. Di nuovo la Consob non chiede che all’investitore venga data una risposta più articolata e più seria.

È solo un esempio che dimostra l’incapacità di tutelare davvero gli interessi dei risparmiatori. Vengono così quotate in Borsa società che non lo meritano affatto, emesse obbligazioni che non dovrebbero essere offerte al pubblico, effettuate scorribande quotando a un prezzo alto e poi ritirando dal mercato quando il prezzo scende. Si è proposto di nominare presidente della Consob Antonio Catricalà, oggi alla presidenza dell’Antitrust. Sono certo che Catricalà non accetterebbe, in quanto è una nomina che mina la sua indipendenza. Lo statuto di molte istituzioni indipendenti non consente ai membri del proprio consiglio di accettare, a fine mandato, alcuna nomina governativa.

Le Autorità sono organismi terzi rispetto al mercato e alla politica: la loro indipendenza e autorevolezza è garanzia del fatto che perseguano l’interesse collettivo. Oggi la politica, indebolendo le Autorità, si riappropria di questo potere per trattare direttamente con il mercato. Se questo danneggia i risparmiatori, poco importa. Il disprezzo per l’interesse dei cittadini è segno dei tempi. Tant’è che in un Paese in cui sul regionale Bergamo-Milano si va arrosto perché è rotta l’aria condizionata, il governo con grande tempestività ha nominato presidente delle Ferrovie il 76enne presidente uscente della Consob. Non sia mai che lor signori restino un sol giorno con la sola pensione.

Francesco Giavazzi

16 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_luglio_16/giavazzi-pasticcio-consob_e83266f4-909a-11df-8665-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Le invasioni della politica
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2010, 11:09:17 am
LE CONDIZIONI PER USCIRE DALLA CRISI

Le invasioni della politica

La crisi finanziaria, di cui si compie un triennio, ha avuto una radice comune sia negli Stati Uniti che in Europa: la corruzione della politica.


Oltre Atlantico si consentì che Wall Street diventasse il maggior finanziatore delle campagne elettorali americane e così acquisisse il potere di dettare le proprie regole al Congresso. Nel contempo i governi premevano sulle banche perché concedessero mutui a tutti, inclusi molti immigrati recenti. Consentire a queste famiglie di acquistare una casa e realizzare in pochi anni il loro «sogno americano» fu una priorità sia delle amministrazioni di Bill Clinton che di George W. Bush. Poco male se questo incrinava la solidità delle banche: bastava blandire i banchieri consentendo loro di attribuirsi compensi favolosi.

In Germania i presidenti dei Länder spingevano le casse di risparmio, di cui sono i maggiori azionisti, a concedere prestiti a condizioni di favore alle aziende della loro regione. Poiché alla fine dell'anno gli stessi politici esigevano anche ricchi dividendi, i banchieri facevano tornare i conti investendo in titoli molto rischiosi: obbligazioni greche e mutui americani.

Non è un caso che le poche banche che non hanno superato i test di solidità patrimoniale effettuati dalla Bce sono tutte pubbliche. La proprietà pubblica impedisce l'apertura al mercato e rende difficile rafforzare il patrimonio quando ciò si rende necessario: è la situazione del Monte dei Paschi di Siena, che pur avendo superato il test, rimane pericolosamente vicino alla soglia di capitale minima richiesta.

Pensare che la crisi sia stata prodotta da un eccesso di mercato, dalla finanza, o dalla globalizzazione, è una sciocchezza, sostenuta da chi ha interesse a evitare che si sottolineino le responsabilità della politica. Anzi, è proprio la globalizzazione che oggi consente all’Europa di ricominciare a crescere. In pochi anni, grazie all'apertura al mercato di molti Paesi emergenti, il motore dell'economia mondiale si è spostato. Oggi la crescita non proviene più dagli Usa, ma da India, Cina e Brasile, i grandi mercati delle aziende europee.

Negli Stati Uniti la riforma dei mercati finanziari approvata il mese scorso potrebbe ridurre la probabilità di nuove crisi impedendo alle banche di assumere rischi eccessivi. Ma quella legge detta solo principi generali: per capire quanto sarà efficace occorrerà attendere i regolamenti attuativi sui quali è in corso un'aspra battaglia.

Un cambiamento importante è stata la nomina di Mary Schapiro alla guida della Securities and Exchange Commission (Sec), la Consob americana. È diventata una delle persone più temute dalla finanza americana e ha riabilitato la Sec, la cui sudditanza alla politica era stata un'altra causa della crisi.

Diversamente da Washington, il governo italiano non riesce a nominare il presidente della Consob. Eliminato il tappo di un presidente-burocrate, i tre commissari rimasti hanno varato più provvedimenti (e più incisivi) in un mese di quanti la commissione ne avesse approvati in cinque anni. Ma l’incapacità di nominare un nuovo presidente è segno evidente di debolezza della politica.

Come dimostra ancora una volta la crisi finanziaria di questi anni, la politica spesso fa la voce grossa e produce dannose invasioni di campo. Ma poi è debole quando si tratta di affrontare le questioni davvero importanti.

Francesco Giavazzi

11 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_11/giavazzi-invasione-politica_cbc0717c-a509-11df-80bf-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L'emergenza non è finita
Inserito da: Admin - Settembre 06, 2010, 06:24:16 pm
LE MANCATE RIFORME CHE CI TENGONO FERMI

L'emergenza non è finita

Anziché rendere i Paesi che partecipano all’Unione monetaria più simili l’uno all’altro, l’euro ha spaccato l’Europa. La Germania cresce, risparmia e accumula ricchezza che investe nel resto del mondo; il Sud langue, spende più di quanto non riesca a produrre e si indebita. Non si tratta solo di Grecia, Spagna e Portogallo. Nei dieci anni prima della crisi il reddito pro capite italiano è cresciuto un punto all’anno meno che in Germania; durante la crisi è caduto di oltre 6 punti, a fronte del -3,7 tedesco. Anche la nostra ripresa è più lenta: la produzione industriale tedesca è quasi tornata al livello pre crisi; in Italia rimane 15 punti più bassa.

Di questo passo la disoccupazione (soprattutto fra i più giovani) rimarrà elevata per molti anni. La mancanza di crescita si riflette nella difficoltà delle famiglie che non riescono più a risparmiare, almeno tanto quanto prima. In questo decennio il risparmio privato è sceso di 2 punti (dal 20 al 18% del reddito), mentre in Germania saliva dal 22 al 24,5%. Il risultato è che per la prima volta gli italiani cominciano a indebitarsi all’estero: quest’anno prenderemo a prestito circa 50 miliardi di euro. I tagli alla spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale (salita di 3 punti nel decennio, a fronte di -2 in Germania) non sono riusciti a ridurre il debito pubblico. Alla fine degli anni Novanta, grazie alle privatizzazioni, era sceso di dieci punti, ora è risalito di 18, più che in Germania. L’economia tedesca cresce perché più degli altri ha saputo approfittare dell’Europa. Gli studi di Dalia Marin, un’economista austriaca, dimostrano che le aziende tedesche hanno approfittato dell’allargamento a Est sfruttando il capitale umano dei nuovi Paesi membri.

I tedeschi non hanno trasferito in Romania la produzione di scarpe; hanno costruito, in Polonia e nella Repubblica Ceca, fabbriche di automobili e di macchine utensili con management tedesco e operai qualificati locali. La competitività dei prodotti tedeschi non dipende dalla compressione dei salari (che per un operaio cinquantenne sono del 50% circa più elevati dei nostri), ma dall’aumento della produttività reso possibile dalla riorganizzazione della produzione. Ma è anche la nostra debolezza ad aiutare l a competitività tedesca. Senza le difficoltà del Sud dell’Europa, in questi mesi l’euro si sarebbe rafforzato almeno quanto yen e franco svizzero: le esportazioni tedesche ne avrebbero sofferto. L’interesse della Germania è un Sud saldamente ancorato all’euro (e infatti Berlino ha pagato pur di evitare l’uscita della Grecia), ma debilitato, così da mantenere debole il cambio. La nostra bassa crescita non preoccupa i tedeschi: ormai i loro mercati sono Cina, India e Brasile. I nostri politici dovrebbero capire che quando non fanno quelle riforme che libererebbero l’economia aiutando la crescita, danneggiano le famiglie italiane e fanno un regalo a Berlino.

Eppure nell’ambito degli obiettivi europei per il 2020, come ricordava ieri Mario Monti, è di questo che dovrebbero occuparsi. Il presidente della Repubblica lamenta il ritardo nella nomina del ministro per lo Sviluppo. Mi dispiace contraddirlo. Abbiamo già un ministro per lo Sviluppo e la crescita: si chiama Antonio Catricalà, il presidente dell’Antitrust. Anziché rischiare un ministro che si inventi una nuova «politica industriale», meglio tradurre in leggi e regolamenti le segnalazioni che l’Antitrust invia a governo e Parlamento e che ormai nessuno nemmeno più legge. Che fine ha fatto il disegno di legge sulla concorrenza (benzina, commercio, farmaci, appalti) che il governo ha promesso?

Francesco Giavazzi
05 settembre 2010

http://www.corriere.it/editoriali/10_settembre_05/l-emergenza-non-e-finita-francesco-giavazzi_8d15b544-b8ba-11df-aec9-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Un errore, grave
Inserito da: Admin - Settembre 22, 2010, 05:02:21 pm
Un errore, grave


Non è il disaccordo sulla presenza dei libici che ha indotto le fondazioni italiane e gli azionisti tedeschi a sfiduciare Alessandro Profumo, peraltro senza scegliere subito un sostituto, come dovrebbe avvenire in una grande banca internazionale. Sarebbe infatti sciocco opporsi a un socio di minoranza che non esita a mettere mano al portafogli quando la banca ha bisogno di capitale fresco. La Libia è solo un pretesto.

Il vero scontro che oppone Profumo ai grandi azionisti della banca è la sua decisione di trasformare Unicredit da una somma di feudi locali (Monaco di Baviera, Verona, Torino, Modena, Treviso...) in una struttura unica, come lo sono le grandi banche internazionali, ad esempio Hsbc (Hong Kong and Shanghai Banking Corporation), la più estesa e la migliore banca al mondo. Una banca unica è più efficiente, ha costi inferiori ed è in grado di offrire ai propri clienti (aziende e famiglie) credito e servizi a condizioni più favorevoli. È evidente che se fossero i clienti a decidere sceglierebbero una banca unica; ma non sono loro, e gli interessi dei grandi azionisti di Unicredit non coincidono con quelli dei suoi clienti.

Per creare una banca unica è necessario smantellare tanti piccoli feudi, ciascuno con i suoi interessi locali, con le sue parrocchie e le sue poltrone da difendere. «Quando ci sono delle decisioni che incidono sul mio territorio ho diritto di dire la mia» ha proclamato ieri Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona. Non vi è dubbio, anche se il suo diritto si limita a poter esprimere un’opinione perché il sindaco di Verona non è un azionista di Unicredit. Tosi omette di spiegare perché teme la banca unica: forse perché essa ridurrebbe il suo «peso politico» in Unicredit? Oppure pensa che danneggerebbe le aziende della sua città? Ma se così fosse, come mai ieri Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, è scesa in campo in difesa del progetto di Profumo? I politici della Lega non sono diversi dai vecchi democristiani: loro controllavano il territorio (e i voti) attraverso le Casse di risparmio e le municipalizzate, la Lega mi pare sulla stessa strada.

I piccoli feudi non esistono solo in Italia: l’altro ieri la Süddeutsche Zeitung lamentava che Monaco di Baviera non è più un grande centro finanziario; sono rimaste BayernLB, una cassa di risparmio in difficoltà, e l’ex Hvb, una banca che Unicredit ha acquistato salvandola dal fallimento. È curioso che dopo i loro clamorosi insuccessi i bavaresi oggi reclamino posizioni di comando in Unicredit (caso mai, voce in capitolo nella gestione della banca potrebbe chiederla a giusto titolo la Polonia, dove Unicredit va a gonfie vele).

Alessandro Profumo ha anche commesso degli sbagli: comprare Capitalia, per esempio, e gestire troppo frettolosamente l’ingresso dei libici. Ma oggi paga per una sua scelta giusta: non aver accettato di venire a patti con le consorterie che comandano in Italia. In quindici anni ha creato l’unica grande multinazionale con una testa italiana. I piccoli feudi sono fermamente intenzionati a distruggerla. Con il capitalismo dei feudi le nostre imprese non andranno lontane. E le modalità ieri usate dagli azionisti possono solo danneggiare la reputazione dell’Italia.

Francesco Giavazzi

22 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_settembre_22/giavazzi-grave-errore_aa024ec8-c608-11df-89af-00144f02aabe.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. SE VINCE SOLO LA GERMANIA
Inserito da: Admin - Ottobre 11, 2010, 06:18:19 pm
SE VINCE SOLO LA GERMANIA

Chi è ostaggio dell'euro forte

Da qualche giorno il problema più grave non sembra essere la disoccupazione, o un'economia americana sull'orlo di una nuova recessione, ma i tassi di cambio fra le monete. I ministri finanziari del G7 hanno dedicato gran parte della giornata di venerdì al problema di che fare per «stabilizzare» i cambi, senza concludere alcunché. Qual è il tasso di cambio «giusto» fra l'euro e il dollaro? La parità cui le due monete si stavano avvicinando prima dell'estate, o 1,4 dollari per un euro, il cambio della scorsa settimana? Nessuno lo sa. I tassi di cambio non sono il toccasana che può sostituirsi alla politica economica: sono prezzi che riflettono le scelte dei governi e i loro limiti. Ogni giorno sui mercati si scambiano valute per 4 mila miliardi di dollari, un quarto di quanto produce l'America in un anno.

La debolezza del dollaro è il riflesso dell'impotenza di Obama che non riesce a convincere le famiglie americane a spendere. Se i consumi interni non riprendono, l'unico modo per evitare una nuova recessione è aumentare le esportazioni: il dollaro debole serve proprio a questo. Cercare di arrestarne la caduta sarebbe una sciocchezza.

L'euro forte è il riflesso del dilemma in cui si dibatte la Banca centrale europea (Bce). La ripresa dell'economia tedesca consiglierebbe di aumentare i tassi. Ma la debolezza di molte banche non consente di farlo. L'euro forte risolve il dilemma della Bce: rallenta la Germania e non obbliga Trichet a tagliare i finanziamenti alle banche. Anche in questo caso intervenire sarebbe, oltre che inutile, sciocco.

Il guaio è che l'euro forte risolve il dilemma tedesco ma condanna la periferia dell'Europa. I sub-fornitori della Germania oggi si trovano a Est e sempre meno in Italia. A Varsavia la qualità del lavoro è simile a quella di Modena, ma il costo è una frazione di quello italiano. Sempre meno la crescita tedesca si tramuta in ordini per le nostre aziende. Per recuperare i livelli di produzione pre-crisi (siamo ancora 15% sotto) possiamo contare solo su noi stessi. Poiché da anni i consumi ristagnano, avremmo bisogno, come l'America, di un euro debole. Ma siamo troppo piccoli ed è la Germania a determinare il valore della moneta comune.

Come risolvere il nostro dilemma? Riducendo le tasse sul lavoro per far crescere il potere d'acquisto delle famiglie; tagliando le rendite con una «botta di concorrenza» per ridurre i prezzi; aumentando la produttività per ridurre il costo del lavoro senza tagliare i salari. Servirebbe un governo pienamente impegnato sullo sviluppo e l'occupazione ma questi punti non appaiono al centro del programma di Berlusconi.

Da tre anni la Federal Reserve, la banca centrale americana, e la Bce creano un'enorme quantità di liquidità: questo consente alle banche di riprendere a concedere prestiti, ma è anche una miccia che può da un giorno all'altro alimentare la speculazione, soprattutto verso i Paesi dove il debito è elevato. Non fare nulla, confidare sulla nostra «buona stella» e sperare di averla fatta franca mi pare una scelta azzardata.

Francesco Giavazzi

11 ottobre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_11/giavazzi-euro-forte_0436c2c8-d4f7-11df-a471-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Un paese fuori corso
Inserito da: Admin - Ottobre 24, 2010, 10:34:01 am
UNIVERSITÀ E CATTIVA COSCIENZA

Un paese fuori corso


In questi giorni molti ragazzi iniziano l'università. Per alcune famiglie si tratta della prima generazione che può continuare gli studi dopo la scuola. Che immagine hanno questi ragazzi del Paese in cui diventano cittadini adulti? In molti atenei le lezioni non cominciano: interi corsi di laurea sono stati rinviati (per ora) al secondo semestre. Gli studenti si aggirano spaesati per aule vuote, preoccupati dall'incertezza che li attende.

Del disastro universitario siamo tutti responsabili. Baroni delle cattedre, politici cinici o ignoranti, una classe dirigente che guarda all'università con sufficienza e alla prima delusione manda i figli a studiare lontano dall'Italia. In tre anni 4.500 professori, il 12% del totale, sono andati in pensione. Molti dei corsi che insegnavano non ci sono più perché, tranne casi rari, chi è andato in pensione non è stato sostituito. Il motivo è che i tagli ai finanziamenti pubblici hanno fatto sì che nella quasi totalità degli atenei la spesa per stipendi oggi superi il 90% delle risorse, soglia al di sopra della quale non si può più assumere nessuno. I ricercatori sono 24 mila. Fino a ieri due su tre insegnavano, sebbene una legge sciocca ma ancora in vigore dica che dovrebbero fare solo ricerca, non insegnare. Quest'anno oltre un terzo dei ricercatori non farà lezione: altri corsi che non partono, spesso i più avanzati poiché i più vicini alla frontiera della ricerca.

Che nell'università ci siano troppi professori è un fatto. La responsabilità è di quei sindaci e presidenti di Provincia, di destra, di centro e di sinistra, che hanno ottenuto che si aprissero università ovunque, e che in ciascuna si avviassero corsi di triennio, biennio e dottorato. Se a errori ripetuti per decenni si vuol rimediare in un giorno c'è un solo modo: chiudere i corsi di laurea. È la strada che ha scelto il ministro dell'Economia che in nome del vincolo di bilancio ha deciso di sacrificare l'università. Se i ragazzi buttano al vento un anno della loro vita, poco male. Ma se davvero il vincolo di bilancio è così stretto, come mai nel primo semestre dell'anno il governo ha consentito che la spesa corrente al netto degli interessi, evidentemente in altri settori, aumentasse di 2.800 miliardi? Chi sono i privilegiati? Possiamo permetterci di sprecare il nostro capitale umano? Non credo. Si poteva far meglio? Sì.

In luglio il Senato ha approvato la riforma dell'università. Non è una legge ideale, ma va dato atto al ministro Gelmini di aver fatto un importante passo avanti. La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse. Ma si propone di farlo gradualmente, con un piano di sostituzioni solo parziali dei professori che vanno in pensione: altri 5.800 nei prossimi cinque anni. La Camera è pronta ad approvare la legge. I deputati della maggioranza non esigono che i tagli all'università (1.200 miliardi, un ulteriore 15% in meno il prossimo anno) siano cancellati: chiedono che siano ridotti della metà, per consentire alle università di funzionare. Neppure questo è compatibile con i vincoli di bilancio? Allora si abbia il coraggio di spiegare alle famiglie che non possiamo più permetterci un'università quasi gratuita, cioè rette che coprono meno di un terzo del costo degli studi. Trovo terribile il cinismo di chi lascia una generazione allo sbando perché non ha il coraggio di dire la verità.

Francesco Giavazzi

24 ottobre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_24/un-paese-fuori-corso-editoriale-francesco-giavazzi_b658834c-df3d-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Febbre irlandese, miopia tedesca
Inserito da: Admin - Novembre 13, 2010, 04:47:22 pm

MERCATI, SIAMO TORNATI AL PUNTO DI PARTENZA?

Febbre irlandese, miopia tedesca

Sei mesi fa l’indecisione dell’Europa fu sul punto di trasformare la crisi della Grecia nella crisi terminale dell’euro. Quando alcuni già studiavano in che modo un Paese potesse uscire dall’unione monetaria, l’Europa trovò la forza di reagire. Alla Grecia furono concessi prestiti che le consentiranno di non ricorrere ai mercati per i prossimi tre anni, e i capi di Stato si impegnarono a far sì che mai un Paese dell’euro si trovi nella situazione di non poter onorare i propri debiti. Per rendere credibile questo impegno essi hanno creato una nuova istituzione, il Fondo europeo per la stabilità finanziaria, il cui compito è offrire ai Paesi in difficoltà prestiti garantiti.

Si disse che la «paura greca» aveva insegnato all’Europa che tergiversare può essere fatale. Invece siamo tornati al punto di partenza. Il rendimento dei titoli irlandesi oggi ha raggiunto il 9 per cento, oltre sei punti più dei corrispondenti titoli tedeschi. Dublino non dovrà emettere nuovo debito fino alla prossima primavera, ma è evidente che con questi tassi non può tornare sul mercato. Perché i rendimenti irlandesi sono saliti tanto? Il nuovo Fondo offre finanziamenti a tassi poco superiori al 5 per cento, e non avrebbe difficoltà ad acquistare l’intero debito irlandese: inoltre può assumere impegni per circa 400 miliardi di euro, tre volte il debito di Dublino. Perché i mercati non si fidano?

Due settimane fa, nel vertice di Deauville, il presidente Sarkozy e la signora Merkel trovarono un accordo politico. Alla Francia, preoccupata di non riuscire a ridurre il proprio deficit tanto rapidamente quanto Bruxelles vorrebbe, la Merkel concesse che eventuali multe non fossero automatiche, ma subordinate ad un’approvazione politica. Questo consentiva a Sarkozy di dire che la Francia avrebbe ridotto il deficit alla velocità che riteneva più opportuna, senza imposizioni esterne. In cambio la Germania ottenne un impegno a non estendere la vita del Fondo oltre il 2013. Entro quella data, chiede la signora Merkel, l’Europa dovrà approntare un meccanismo per la «gestione ordinata di un fallimento sovrano », un modo educato per dire che dopo il 2013, diversamente da ciò che era stato annunciato a maggio, il default di un Paese dell’euro non sarà più un’eventualità da escludere. Dobbiamo sorprenderci se sui mercati sono tornate le preoccupazioni dei momenti peggiori della crisi greca?

Due anni fa, quando il Tesoro americano consentì che Lehman fallisse io scrissi sul sito www.voce.info: «È un bel giorno per il capitalismo, perché non si possono salvare i banchieri sempre e comunque». Era un’evidente sciocchezza perché quel fallimento fu una delle cause, forse la maggiore, che ha precipitato il mondo nella Grande recessione. La signora Merkel ha evidentemente ragione quando sostiene che impegnarsi a salvare i Paesi dell’euro sempre e comunque è un pessimo segnale. Purtroppo Lehman insegna che oggi questo rigore non possiamo permettercelo: il costo potrebbe essere la fine della moneta unica.

Il paradosso dell’euro è che la Germania è il Paese che più trae vantaggio dall’unione monetaria: senza la moneta unica il marco avrebbe seguito il rialzo dello yen e del franco svizzero, penalizzando le esportazioni tedesche. Ma la signora Merkel non riesce a spiegarlo ai suoi concittadini: è costretta ad essere inflessibile, apparentemente con buone ragioni, in realtà mettendo l’euro a repentaglio.

Francesco Giavazzi

13 novembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_novembre_13/giavazzi-febbre-irlandese-miopia-tedesca_9be60b62-eeef-11df-979e-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Quei giochi pericolosi
Inserito da: Admin - Novembre 25, 2010, 09:06:27 am
I MERCATI EUROPEI

Quei giochi pericolosi


Non si può continuare ad affrontare la crisi che da quasi un anno attraversa i Paesi dell’euro «a spizzichi e bocconi », sempre in ritardo, senza mai risolvere i problemi fino in fondo. Per affrontare la crisi greca si impiegarono cinque mesi perché non si poteva decidere prima delle elezioni regionali tedesche. Il negoziato fra l’Europa e Dublino è durato molte settimane e la sua conclusione ha tanto convinto i mercati che la speculazione si è spostata a Lisbona senza peraltro ridurre la pressione sui titoli irlandesi. Fra qualche settimana, dopo un po’ di fibrillazione, Europa e Fondo monetario salveranno anche il Portogallo.

Sarà poi la volta della Spagna? Dopo gli interventi a favore di Grecia, Irlanda e Portogallo le risorse del nuovo Fondo europeo per la stabilità finanziaria saranno esaurite: sarà necessario rifinanziarlo ed è facile prevedere che quel negoziato richiederà una lunga trattativa. Tempi compatibili con la pressione che i mercati potrebbero esercitare su Madrid? A quel punto l’Italia potrebbe trovarsi nel mezzo di una difficile transizione politica: che accadrà alle aste dei nostri titoli pubblici? Se l’accordo non ci fosse, i problemi della solvibilità dei governi verrebbero trasferiti sulla Banca centrale europea posta di fronte alla scelta se evitare una crisi finanziaria o difendere la stabilità dei prezzi. Non tranquillizzerebbe i mercati sapere che la Bce potrebbe diventare la nuova autorità fiscale federale dell’Europa.

Mi pare un gioco al massacro dal quale l’euro (e l’Europa) rischiano di uscire a pezzi. Eppure Irlanda, Portogallo, Spagna, e a maggior ragione l’Italia, non hanno difficoltà maggiori di Gran Bretagna o Stati Uniti. Sono l’incertezza e i ritardi della politica che preoccupano i mercati e alimentano la speculazione: perché non si può essere certi che ogni crisi verrà risolta. C’è il rischio che prima o poi un ritardo, un’impuntatura facciano saltare un accordo e portino un Paese alla bancarotta. Se si vuole salvare l’euro occorre che i governi europei cambino strategia, diano una risposta politica alla crisi e la smettano di rincorrere i mercati. Ormai è chiaro che nessun Paese è disposto a rischiare la fine della moneta unica. In primis la Germania, che dall’euro sta traendo i benefici maggiori.

Ma fino a che punto sono pronti a pagarne il prezzo? Dieci anni fa, quando si decise di adottare una moneta unica, il patto che i Paesi europei sottoscrissero era molto chiaro: nessuno avrebbe lasciato crescere il debito pubblico oltre il 60%. Chi, come l’Italia, si trovava al di sopra di quella soglia, si impegnava a raggiungerla «ad una velocità adeguata». Un debito pari al 60% del reddito nazionale era quindi il livello considerato «normale ». Bene, si mantenga quel patto e ci si impegni a garantire il debito di tutti i Paesi dell’euro entro quella soglia. Gli effetti sui mercati sarebbero immediati. La Spagna, ad esempio, finirà l’anno con un debito pari al 65% del reddito, 5 punti solo sopra la soglia. Ciò significa che praticamente l’intero debito spagnolo sarebbe automaticamente garantito dall’Unione.

Il Portogallo ha un debito maggiore, l’85%, ma se il 60% fosse garantito, gli investitori non si preoccuperebbero certo della solvibilità di Lisbona. E l’Italia, che ha un debito doppio rispetto alla soglia, dovrebbe far leva sulla stabilità del suo sistema finanziario. Il nuovo Fondo europeo diverrebbe l’embrione del federalismo fiscale dell’Unione: non senza vincoli, come di fatto sta avvenendo oggi, ma con una soglia di interventi ben chiara. Limitare la garanzia al livello pattuito nel Trattato avrebbe anche l’effetto di ridurre l’azzardo morale. Oggi, se scoppia una crisi, non c’è altra scelta che garantire tutti i titoli di un Paese. Gli incentivi, sia dei mercati che dei Paesi, sarebbero molto diversi se fosse chiaro che oltre il 60% ciascuno deve risolvere i propri problemi da solo.

Francesco Giavazzi

24 novembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_novembre_24/quei-giochi-pericolosi-francesco-giavazzi_05b4e2ac-f792-11df-9137-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Riforma che va difesa
Inserito da: Admin - Novembre 30, 2010, 05:28:41 pm
UNIVERSITA', IL REALISMO NECESSARIO

Riforma che va difesa


«Del valore dei laureati unico giudice è il cliente; questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia, al geometra invece che all'ingegnere, e libero di fare meno di ambedue se i loro servigi non gli paiano di valore uguale alle tariffe scritte in decreti che creano solo monopoli e privilegi». (Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953).

Il ministro Gelmini non ha il coraggio di Luigi Einaudi, non ha proposto di abolire il valore legale dei titoli di studio. Né la sua legge fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, neppure se le maggiori entrate fossero interamente devolute al finanziamento di borse di studio, cioè ad «avvicinare i punti di partenza» (Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1944). Né ha avuto il coraggio di separare medicina dalle altre facoltà, creando istituti simili a ciò che sono i politecnici per la facoltà di ingegneria. Perché a quella separazione si oppongono con forza i medici che grazie al loro numero oggi dominano le università e riescono a trasferire su altre facoltà i loro costi.

Ma chi, nella maggioranza o nell'opposizione, con la sola eccezione del Partito Radicale, oggi appoggerebbe queste tre proposte? La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica.

Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa. La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti «in prova per sei anni», e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell'insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la «precarizzazione» dell'università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant'anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca.

«Non si fanno le nozze con i fichi secchi», è la critica più diffusa. Nel 2007-08 il finanziamento dello Stato alle università era di 7 miliardi l'anno. Il ministro dell'Economia lo aveva ridotto, per il 2011, di un miliardo. Poi, di fronte alla mobilitazione di studenti, ricercatori, opinione pubblica e alle proteste del ministro Gelmini, Tremonti ha dovuto fare un passo indietro: i fondi sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa. «La legge tradisce i giovani che oggi lavorano nell'università, non dando loro alcuna prospettiva». Purtroppo ne dà fin troppe. Per ogni dieci nuovi posti che si apriranno, solo due sono riservati a giovani ricercatori che nell'università non hanno ancora avuto la fortuna di entrare: gli altri sono destinati a promozioni di chi già c'è.

La legge innova la governance delle università: limita l'autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione (seppure il ministro non abbia avuto la forza di accentuare la «terzietà» del cda impedendo che il rettore presieda, al tempo stesso, l'ateneo e il suo cda). Per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati.

La valutazione è l'unico modo per non sprecare risorse, per consentirci di risalire nelle graduatorie mondiali e fornire agli studenti un'istruzione migliore. Per questo l'Anvur, l'Agenzia per la valutazione degli atenei, è il vero perno della riforma. Purtroppo il ministro Mussi, che nel precedente governo la creò, ne scrisse un regolamento incoerente con la legge. Fu bocciato dal Consiglio di Stato e ha dovuto essere riscritto da zero con il risultato che l'Anvur parte soltanto ora.

La legge però non deve essere approvata ad ogni costo. Agli articoli ancora da discutere sono opposti (dall'opposizione, ma anche dalla Lega) emendamenti che la snaturerebbero. Uno alquanto bizzarro, dell'Udc, abroga il Comitato dei garanti per la ricerca, introdotto su richiesta del Gruppo 2003, i trenta ricercatori italiani i cui lavori hanno ottenuto il maggior numero di citazioni al mondo. La scorsa settimana Fli ha proposto che i 18 milioni che la legge finanziaria destina ad aumenti di stipendio per chi nell'università già c'è non siano riservati ai giovani, ma estesi a tutti. Così quei 18 milioni si sarebbero tradotti in venti euro al mese in più per tutti, anziché quaranta al mese per i giovani. Fortunatamente quell'emendamento non è passato. Ma altri sono in agguato, tra cui alcuni che introducono ope legis di vario tipo. Se passassero, meglio ritirare la legge.

Il Pd ha annunciato che voterà contro. Davvero Bersani pensa che se vincesse le elezioni riuscirebbe a far approvare una legge migliore? Migliore forse per chi nell'università ha avuto la fortuna di riuscire a entrare. Dubito per chi ne è fuori nonostante spesso nella ricerca abbia ottenuto risultati più significativi di chi è dentro.

Francesco Giavazzi

30 novembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_novembre_30/giavazzi-riforma-universita_d4d29fcc-fc4a-11df-8fb3-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco Giavazzi Voti (severi) agli atenei
Inserito da: Admin - Dicembre 22, 2010, 04:53:50 pm
PIU' RISORSE SOLO A CHI LE MERITA

Voti (severi) agli atenei


La legge sull'Università dovrebbe essere approvata fra oggi e domani. A Mariastella Gelmini va il merito dell'unica riforma varata in due anni e mezzo di governo. Ma l'esecutivo ha perso un'occasione. Il dibattito sulla legge era un'opportunità. Per smascherare chi si è opposto in nome dell'autonomia della ricerca e dell'insegnamento, quando in realtà proteggeva la sua piccola rendita. Per convincere gli studenti che un'Università più aperta è innanzitutto nel loro interesse: difendere chi nell'Università ha avuto la fortuna di entrare, tenendo fuori chi non ha potuto godere di sorte analoga, danneggia prima di tutti i giovani. Per incalzare infine l'opposizione e vedere se il Pd è pronto a tutelare il merito anche quando questo entra in collisione con i sindacati dei docenti.

Invece il governo ha ridotto la discussione a un problema di ordine pubblico. Non ha capito che il movimento degli studenti ha ragioni profonde: è il sintomo preoccupante di una generazione che si sente sempre più abbandonata. Ragazzi allibiti dalla politica che raccontano i giornali, angosciati dalla prospettiva del lavoro che non c'è, delusi da un governo che non ha fatto nulla per loro. Se lo ha fatto, questa era l'occasione per spiegarlo. Accettando il dialogo, non invitando i giovani a restare a casa come ha fatto ieri il capogruppo pdl al Senato Maurizio Gasparri. Gli studenti non rimarranno a casa perché è l'Università la loro casa, ma non cadranno neppure nella trappola di chi vuole farli passare per violenti teppisti.

Ciò premesso, la legge Gelmini non è certo una riforma perfetta, soprattutto per una maggioranza che si dichiara «liberale»: Luigi Einaudi avrebbe redatto un testo molto diverso. Ma, come ho già scritto Corriere, 30 novembre, è la migliore che possiamo attenderci da questa classe politica. In due anni di discussione le proposte avanzate dal Pd sono state o variazioni marginali sul testo del governo, o modifiche più sostanziali, ma nella direzione di una maggiore protezione di chi nell'Università già c'è. La legge è un canovaccio tutto da riempire: se sarà una buona riforma, dipende da come saranno redatti, e in che tempi, i regolamenti attuativi. Tenere accesa l'attenzione è responsabilità dell'opposizione che nei prossimi mesi non dovrà dimenticarsene.

Se la parziale liberalizzazione avrà risultati positivi, sarà effetto degli incentivi che gli atenei percepiranno, cioè dell'efficacia della valutazione, che è il vero cardine della legge. Anche aver trasformato le università telematiche in normali università private non è necessariamente uno scandalo. L'open university inglese è un'istituzione seria e utile. Le nostre telematiche sono per lo più delle truffe: promuovere un insegnamento a distanza qualificato sarà uno dei compiti della valutazione.

L'Anvur, l'Agenzia nazionale per la valutazione dell'Università e della ricerca, nasce oggi con la designazione dei membri del suo consiglio direttivo. Essi dovranno essere molto ambiziosi, avere come propri riferimenti la Banca d'Italia e la Consob perché la formazione del capitale umano è più importante sia delle banche sia della Borsa. Per farlo l'Anvur dovrà avere risorse adeguate. La credibilità del ministro si giocherà anche sui fondi di cui riuscirà a dotarla: se questi verranno lesinati, la riforma sarà stata un esercizio inutile.

Francesco Giavazzi

22 dicembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_dicembre_22/voti-severi-atene-editoriale-francesco-giavazzi_e46bf2e0-0d92-11e0-8558-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Se Pechino compra tutto
Inserito da: Admin - Gennaio 09, 2011, 11:26:53 am
GLI AFFARI E LA DEMOCRAZIA

Se Pechino compra tutto


Molti continuano a credere che aprire i nostri mercati ai prodotti cinesi, accettando Pechino nell'Organizzazione mondiale del commercio, sia stato un errore, l'origine lontana della crisi che stiamo vivendo. Altri pensano invece che sarà proprio la Cina a salvarci dalla crisi, sostituendosi agli Usa come nuovo motore della crescita mondiale. Spesso questa contraddizione risiede nelle medesime persone. Il ministro Tremonti da anni tuona contro la globalizzazione, ma parlando alla Scuola del Partito comunista cinese ha detto: «Il mondo è ormai multipolare». Ed ha aggiunto: «Dobbiamo rispettare forme politiche diverse dalla nostra», un duro colpo per chi, dalle prigioni cinesi, lotta per la libertà di critica.

Dal timore per la Cina siamo passati alla speranza che Pechino acquisti i nostri titoli pubblici. Si stima che a fine giugno il governo cinese detenesse 630 miliardi di obbligazioni dell'Eurozona, il 7,4% del totale e il 28% di quelle detenute fuori dalla zona. Alcuni temono che questi titoli siano uno strumento di pressione che la Cina userà nel momento opportuno.

È venuto il tempo di riflettere in modo meno episodico sui nostri rapporti con Pechino. Occorre innanzitutto rendersi conto che il governo cinese è meno sicuro della propria forza di quanto spesso si pensi. Sostiene l'euro perché teme un mondo bipolare che lo lasci solo di fronte agli Usa. Un mese fa diffidò dal recarsi a Oslo per la consegna del premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo (che a Oslo non c'era perché in carcere). Gli europei invece ci andarono, ma Pechino non si vendicò: anzi, pochi giorni dopo fece un comunicato di forte sostegno all'euro. Prysmian, l'ex divisione cavi della Pirelli, ha lanciato un'offerta pubblica su Draka, una società olandese. A Draka erano interessati anche i cinesi, ma la gara l'hanno vinta gli italiani. Il governo di Pechino ha accettato lo smacco con spirito sportivo, non ha minacciato di vendere i Btp che detiene.

Il surplus cinese (oltre 200 miliardi di euro) è in gran parte il riflesso della pirateria informatica. Il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni anche perché i cinesi copiano la maggior parte del software che usano. Se acquistassero le licenze, il saldo sarebbe molto più vicino al pareggio. La tutela dei diritti di proprietà è la prima cosa da chiedere a Pechino. Garanzie su questo punto potrebbero creare le condizioni per eliminare l'embargo sulla vendita ai cinesi di tecnologie duali, cioè utilizzabili sia per scopi civili che militari, una loro vecchia richiesta. Per alcune aziende europee, ad esempio Alenia Thales, la società italo-francese che produce satelliti, si aprirebbe un mercato enorme, oggi precluso.

Per stabilire nuovi rapporti con la Cina dobbiamo innanzitutto smetterla di pensare che la globalizzazione è il diavolo. Ma al tempo stesso essere consci della nostra forza che è la tecnologia, ma anche la democrazia. Rinunciare alle nostre convinzioni, passare sotto silenzio le violazioni dei diritti civili e di proprietà ha solo l'effetto di indebolirci agli occhi dei cinesi.

Francesco Giavazzi

09 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_09/giavazzi_se-pechino-compra-tutto_f3ff12b6-1bc8-11e0-9ee8-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. La Merkel decide (anche per noi)
Inserito da: Admin - Gennaio 29, 2011, 11:32:32 am

L'IPOTECA TEDESCA SULL'EURO

Il futuro dell'euro si deciderà nel Consiglio europeo del 24 marzo. Quella riunione potrebbe cambiare il nostro ordinamento economico in modo più profondo delle blande norme sul federalismo che il Parlamento discuterà la prossima settimana.
La posta in gioco sono le condizioni che la Germania chiede per salvare l'unione monetaria. O meglio: le condizioni che la signora Merkel ritiene necessarie per convincere i suoi cittadini a farlo.
Da molti anni la Germania ha un eccesso di risparmio, cioè spende meno di quanto non produca e investe una parte del suo reddito all'estero. Nel 2011 l'eccesso di risparmio ammonterà a oltre 120 miliardi di euro.

Diversamente dalla Germania, altri Paesi dell'eurozona hanno un deficit di risparmio, cioè spendono più di quanto non producano. La somma dei loro deficit è identica al surplus tedesco: 40 miliardi circa Spagna e Italia, 20 circa Portogallo e Grecia, 120 miliardi in tutto.

Per un decennio l'equilibrio dell'unione monetaria è stato garantito dal fatto che i tedeschi investivano il loro eccesso di risparmio nei Paesi in deficit. Era evidentemente una libera scelta, dettata dall'aspettativa che quei Paesi sarebbero cresciuti e avrebbero garantito rendimenti più elevati che in Germania.

Oggi tuttavia gli investitori tedeschi si chiedono se investire nella periferia dell'euro sia ancora prudente. Se non sarebbe meglio acquistare attività cinesi, brasiliane o indiane. Il risparmio destinato ai Paesi della periferia ha sempre più il sapore di un sussidio anziché di un investimento interessante.

Che cosa accadrebbe se quel flusso di risparmio s'interrompesse? È un fenomeno ben noto nell'esperienza latinoamericana, che va sotto il nome di sudden stop, un brusco arresto. Il Paese che non riesce più a finanziare il suo eccesso di spesa deve tagliare consumi e investimenti e precipita in una recessione profonda. Il brusco arresto è amplificato dal fatto che il Paese non solo non riesce più a finanziare i flussi, ma neppure il debito in scadenza. In America Latina ciò che a quel punto di solito accade è una grande svalutazione che dà fiato alle esportazioni e attenua la recessione. Ma poiché nell'unione monetaria ciò non è possibile, un sudden stop finirebbe per indurre il Paese che lo subisce a uscire dall'euro.

Che condizioni pone la Germania per continuare a finanziare la periferia? Essenzialmente tre. Che la Grecia accetti la ristrutturazione del proprio debito e quindi l'evidenza di non riuscire a sostenerlo, con la conseguenza di dover rivedere interessi e tempi di rimborso. Una lezione per chi, come Atene, ha raccontato bugie sui propri conti pubblici. In secondo luogo che ogni trasferimento fiscale - come quelli di cui lo scorso anno hanno goduto Grecia e Irlanda - sia d'ora in poi soggetto al veto tedesco. Infine (come confermato l'altro ieri dal viceministro delle Finanze, Jörg Asmussen) che ogni Paese appartenente all'eurozona modifichi la propria Costituzione, introducendovi la regola del pareggio di bilancio, come ha fatto la Germania due anni fa. È una regola che non consente di usare la politica di bilancio come strumento per stabilizzare l'economia, e che è particolarmente dura per i Paesi con molto debito. L'Italia sarebbe costretta a compensare con maggiori tasse o tagli alle spese ogni fluttuazione nei tassi di interesse.

Se queste sono le condizioni per salvare l'euro, siamo pronti a sottoscriverle?

Francesco Giavazzi

29 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_29/giavazzi_merkel_decide_52e13008-2b6d-11e0-8f5d-00144f02aabc.shtml


Titolo: Francesco Giavazzi. Il reddito degli italiani
Inserito da: Admin - Marzo 06, 2011, 11:46:35 am
PIU' CORAGGIO PER CRESCERE

Il reddito degli italiani

Nella classifica della ricchezza privata, le famiglie italiane sono al primo posto. La loro ricchezza netta è pari a quasi otto volte il loro reddito annuale (dopo le imposte). In Germania il rapporto è di 6 volte, 7,5 in Francia. La classifica tuttavia s'inverte se anziché la ricchezza consideriamo la crescita. In un decennio (fra il 2001 e il 2010) il reddito delle famiglie italiane è diminuito del 4%. In Francia, in Germania e nella media dell'eurozona è cresciuto fra il 5 e il 7%.
Evidentemente utilizziamo male la nostra ricchezza, cioè non la impieghiamo là dove potrebbe aiutare la crescita.

Alcuni ritengono che l'errore sia una distribuzione squilibrata fra lo Stato e le famiglie: troppo patrimonio privato e al tempo stesso troppo debito pubblico. E propongono di usare una parte della ricchezza delle famiglie per ridurre il debito dello Stato. Il modo per farlo è un'imposta patrimoniale straordinaria. L'effetto sulla crescita sarebbe devastante. Allineerebbe l'Italia a Paesi come il Venezuela, dove la proprietà privata è alla mercé dell'arbitrio dei governanti. Farebbe scappare gli investimenti e anche le persone migliori che cercherebbero lavoro in Paesi in cui le regole sono meno arbitrarie. (Giulio Tremonti non è apertamente favorevole a una patrimoniale, ma che cosa ha in mente quando dice che ricchezza privata e debito pubblico vanno sommati?).

È vero che la nostra bassa crescita è anche frutto di una ricchezza mal distribuita, ma lo squilibrio rilevante non è fra Stato e privati. È nel modo in cui i capitali si sono accumulati e come essi sono impiegati. Troppo spesso sono frutto di posizioni di rendita e rimangono estranei al circuito della crescita. È il caso di aree economiche dove il guadagno è garantito da norme che concedono ampie riserve di attività. Raramente le sostanze accumulate grazie a posizioni di rendita finanziano idee nuove, che hanno bisogno di capitali per trasformarsi in imprese. Lo stesso vale per la ricchezza investita in imprese mature, le quali resistono solo perché protette dalla concorrenza, occupando uno spazio di mercato che impedisce la crescita di aziende più giovani e produttive.

Affinché il patrimonio accumulato possa diventare un motore della crescita è quindi necessario abbattere rendite e protezioni, consentendo alla ricchezza di accumularsi là dove è più facile che finanzi lo sviluppo. Giulio Tremonti ritiene che per farlo sia necessario modificare la Costituzione. È un modo (forse) per tranquillizzare parte della sua base elettorale, che teme un colpo alle rendite. La lunghezza e l'incertezza di una riforma costituzionale non cambierebbe nulla e lascerebbe tutti tranquilli per molti anni.

Se si vuole dare un segnale concreto occorrono microinterventi che favoriscano la concorrenza e indichino una nuova direzione di marcia: possono essere varati in pochi giorni e non costano nulla. Due esempi. Evitare il ripristino delle tariffe minime previsto nella riforma forense approvata dal Senato (ma non ancora dalla Camera) che impediscono ai giovani che accedono alla professione di poter offrire prezzi più competitivi. Consentire l'apertura di nuove parafarmacie, uno degli esperimenti di maggior successo di questi anni. Poter acquistare un'aspirina a mezzanotte in autostrada (da un farmacista neolaureato che non ha avuto la fortuna di ereditare il negozio dai genitori) ha fatto capire anche ai più scettici che cosa significhino le liberalizzazioni.

Francesco Giavazzi

04 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali


Titolo: Francesco GIAVAZZI. I veri nemici dell'euro
Inserito da: Admin - Aprile 08, 2011, 10:28:12 pm
I veri nemici dell'euro

Non sarà la crisi portoghese a determinare il fallimento dell'euro, così come non lo fu un anno fa la crisi greca, o in autunno quella irlandese. L'euro sopravvive a queste ricorrenti turbolenze (anzi si rafforza, in un anno il suo valore rispetto al dollaro è aumentato del 16 per cento) per due motivi. Innanzitutto perché una generazione di politici europei ha legato la propria credibilità al successo dell'unione monetaria. Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, lo stesso Silvio Berlusconi sono pronti a tutto pur di non essere giudicati responsabili della fine dell'euro. I loro elettori non lo capirebbero, soprattutto i giovani, che neppure ricordano le vecchie monete nazionali, alcuni non le hanno mai viste nella loro vita adulta.

La Merkel, Sarkozy, Berlusconi non appartengono alla generazione di François Mitterrand, Helmut Kohl, Giulio Andreotti, i padri dell'unione monetaria. Anzi, alcuni di loro in passato la criticarono, spesso con violenza. Eppure oggi ne sono i difensori più strenui: basti pensare a come si è ribaltata la posizione di Giulio Tremonti nei confronti dell'euro.
Ha avuto ragione chi pensava che sarebbe stata la moneta unica a far crescere l'Europa politica, non viceversa. Il primo a sostenerlo fu Gustav Stresemanns, cancelliere della Repubblica di Weimar: a Ginevra, alla Lega delle Nazioni, nel 1929, disse: «Al congresso di Versailles abbiamo creato un gran numero di nuovi Stati europei. Ora ci vuole una moneta europea».

Il secondo motivo per cui l'euro si salverà è che chi è davvero nei guai non sono i debitori (Grecia, Portogallo, Irlanda) ma chi li ha finanziati: soprattutto le banche pubbliche tedesche. Male amministrate e succubi dei loro padroni, i governatori dei Länder, queste banche hanno inseguito qualche decimo di rendimento in più senza chiedersi quale fosse il rischio cui andavano incontro. Hanno riempito i loro bilanci di titoli greci, irlandesi, portoghesi, anche di mutui subprime americani. Altro che superiorità dello Stato sul mercato, come alcuni si ostinano a ripetere! Lo aveva capito dieci anni fa Mario Monti quando, da commissario europeo, tolse alle banche pubbliche tedesche i privilegi di cui godevano: evidentemente non è bastato per sottrarle all'influenza della politica. Come sempre accade i debitori verranno tutti salvati, per salvare i loro creditori.

Ciò che mette a rischio l'euro non sono i debiti, per i quali si troverà una soluzione, ma la mancanza di crescita. Questo vale per la Grecia quanto per l'Italia. Se i cittadini identificheranno nell'euro la causa della bassa crescita e dell'alta disoccupazione, la generazione di governanti che oggi difende l'unione monetaria sarà rimpiazzata da politici che stanno costruendo la propria fortuna sulla critica all'euro. La tentazione dei liberali tedeschi di risollevarsi dal disastro elettorale cavalcando il populismo, e soprattutto la popolarità di Marine Le Pen in Francia, sono il maggior pericolo che corre la moneta unica. L'unico modo per evitarlo è ricominciare a crescere.

Francesco Giavazzi

08 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_aprile_08/


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Chi verrà dopo Draghi
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2011, 04:28:30 pm
LA SCELTA PER LA BANCA D'ITALIA

Chi verrà dopo Draghi

Una settimana fa l'Ecofin, il Consiglio dei ministri finanziari europei, ha designato il governatore della Banca d'Italia per la presidenza della Banca centrale europea. Se, come è probabile, la scelta verrà ratificata dal Consiglio europeo del 24 giugno, il primo novembre Mario Draghi succederà a Jean-Claude Trichet. Si dovrà quindi aprire la procedura per la nomina di un nuovo governatore. La legge prevede che egli sia nominato con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio, sentito il Consiglio superiore della Banca.

La struttura dell'Unione monetaria europea rassomiglia sempre più al sistema della Riserva federale degli Stati Uniti. Le banche centrali nazionali sono le strutture operative, ma ogni decisione è presa a Francoforte, dove ciascun governatore dispone di un voto su 23.

E tuttavia, più che altrove in Europa, la Banca d'Italia continua ad essere una delle istituzioni più importanti perché è, insieme all'Antitrust, l'unica autorità davvero indipendente dal governo. E lo è grazie alla sua storia centenaria e alla qualità delle persone che hanno ricoperto la funzione di governatore, da Einaudi, a Ciampi, a Draghi. L'indipendenza della Banca è stata rafforzata dal suo essere «fucina di talenti», in grado di produrre un gran numero di persone di straordinaria qualità, selezionate sulla base del merito. Cosicché, nella scelta del governatore, i presidenti del Consiglio, in quarant'anni, non hanno mai dovuto ricorrere a persone esterne. Questo vale anche per l'attuale governatore che pur non essendo un interno in senso stretto appartiene a quell'esiguo gruppo di professori (oltre a lui Modigliani, Caffè, Vicarelli, Rey e Tarantelli) che, in periodi diversi, i suoi predecessori hanno voluto accanto come consulenti. Scegliere un governatore esterno significa rinunciare a una tradizione che finora ha ben funzionato, umiliare la Banca e indebolirla.

Fuori da Palazzo Koch persone che potrebbero ricoprire la funzione di governatore con grande dignità ed esperienza non mancano certo, ma una scelta esterna esporrebbe la Banca d'Italia al mercato della politica. Anche se la persona designata fosse la più meritevole, e certamente lo sarebbe, il precedente potrebbe in futuro riservare qualche brutta sorpresa. La scelta più opportuna è quella di un membro del direttorio (Saccomanni, Visco, Tarantola, Carosio), nella tradizione della Banca.

La funzione più importante e delicata che oggi svolge la Banca d'Italia è la vigilanza sugli istituti di credito. Molte attività sono state trasferite a livello europeo, ma il ruolo del «vigilante» locale rimane insostituibile: perché non ci sono carte e moduli che descrivano la situazione di una banca con altrettanta immediatezza come il faccia a faccia fra la vigilanza e i suoi dirigenti. La vigilanza di Banca d'Italia, e la disponibilità del ministro Tremonti a ricapitalizzarle, hanno contribuito a tenere le nostre banche fuori dal ciclone della crisi. La fermezza di Draghi ha infastidito qualche banchiere, soprattutto le Popolari, che hanno più difficoltà a rafforzare il loro capitale. Oggi premono sulla politica e auspicano un cambio della guardia e un governatore esterno, meno severo e che guardi più di buon occhio alle «banche di sistema». Non è accettabile che coloro che debbono essere vigilati esercitino pressioni sulla scelta di chi dovrà vigilarli. Il nuovo governatore non deve avere referenti politici: una ragione in più per non deflettere dalla tradizione di scegliere un successore interno alla Banca.

Francesco Giavazzi

24 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_maggio_24/


Titolo: Francesco GIAVAZZI. GLI OSTACOLI ALLA CRESCITA Giustizia lenta, imprese piccole
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2011, 10:46:17 am
GLI OSTACOLI ALLA CRESCITA

Giustizia lenta, imprese piccole

Nelle sue «Considerazioni finali» il Governatore della Banca d'Italia, riflettendo sulle ragioni per cui da un decennio l'Italia ha smesso di crescere, ha detto due cose, apparentemente non collegate. La prima è che «le imprese italiane sono in media il 40 per cento più piccole di quelle degli altri Paesi nell'area dell'euro... e i passaggi da una classe dimensionale a quella superiore sono rari». La seconda affermazione riguarda la lentezza della giustizia civile: «La durata dei processi ordinari di primo grado supera i mille giorni e colloca l'Italia al 157esimo posto su 183 nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale».

Queste due osservazioni sono invece strettamente collegate. Difficilmente una piccola impresa riesce a diventare media senza ricorrere a risorse finanziarie esterne, siano queste il credito da parte di una banca, o l'ingresso di nuovi soci nel capitale. Perché il patrimonio dell'imprenditore che la guida, o della sua famiglia, raramente consentono di fare il salto dimensionale.

Ma una banca, o nuovi soci, saranno disposti a finanziare l'azienda, e ad assumerne i rischi, solo in presenza di un sistema giudiziario sul quale possono fare affidamento. Cioè solo se, nel caso di una controversia con l'imprenditore che guida l'azienda, potranno far valere i loro diritti di fronte ad un giudice ottenendo una sentenza equa in tempi ragionevoli.

Se invece i tribunali sono lenti e opachi, intrattenere rapporti creditizi o contrattuali con controparti poco conosciute, come lo è una piccola impresa che sta cercando di crescere, diventa molto rischioso. Ecco allora che credito e capitali affluiscono a chi già ha una storia ed è conosciuto nel mercato. Alle imprese giovani e relativamente piccole vengono richieste garanzie reali di cui spesso non dispongono. Questo limita l'espansione delle aziende. Se poi, come spesso accade, i nuovi imprenditori sono anche i più giovani, ecco un altro motivo della difficoltà che i giovani incontrano ad inserirsi nel sistema produttivo, un argomento di cui ci siamo occupati sul Corriere del 10 maggio scorso.

Insomma, la lentezza e la scarsa affidabilità della giustizia civile sono tra le ragioni, e le più importanti, del «nanismo» delle aziende italiane. La giustizia civile in Italia non solo è lenta: i suoi tempi si stanno ancor più allungando. Negli anni Ottanta una procedura fallimentare durava, in media, poco più di 4 anni, ora ne dura più di 9 (dati Istat). E così le aziende trovano sempre maggiori ostacoli alla crescita. Che fare? Scartiamo subito la risposta ovvia e sbagliata: che si dovrebbe spendere di più per la giustizia. La Commissione europea sull'efficienza della giustizia (un organo del Consiglio d'Europa) calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante (dati relativi al 2008). La spesa in Francia è 58 euro per abitante. E non perché la Francia abbia molti meno giudici e cancellieri. I numeri sono simili: i giudici sono 9 per 100mila abitanti in Francia e 10 in Italia; i dipendenti dei tribunali con qualifica diversa da giudice sono 4 per ciascun giudice in Italia, 3 in Francia. Ciononostante la lunghezza media di un procedimento civile è la metà in Francia che in Italia. I giudici italiani sono anche pagati un po' meglio: lo stipendio base è superiore del 20% circa al corrispondente stipendio francese.

Una ragione della lentezza della nostra giustizia civile è lo straordinario numero di avvocati (vedi i numerosi articoli di Daniela Marchesi su www.lavoce.info). Gli avvocati italiani sono circa 200mila, 332 ogni 100mila abitanti. In Francia sono 48mila, 76 per 100mila abitanti. Il rapporto giudici/avvocati è 32,4 avvocati per ogni giudice in Italia, solo 8,2 in Francia. L'elevato numero di avvocati, e il modo in cui sono strutturate le loro parcelle, è un incentivo a moltiplicare le cause e a prolungarne la durata, altrimenti non ci sarebbe lavoro per questa armata.
In Germania gli avvocati sono remunerati a forfait: questo evidentemente li incentiva a chiudere le controversie il più rapidamente possibile. Non solo sono più veloci, i loro compensi sono anche più elevati di quelli dei loro colleghi italiani. Nessun ministro della Giustizia ha finora avuto il coraggio di introdurre un sistema forfettario di retribuzione dei nostri avvocati. E tuttavia, nonostante un sistema che incentiva la moltiplicazione e la lunghezza delle cause, molti, soprattutto gli avvocati più giovani, non hanno lavoro: come scrive Fabiano Schivardi su www.lavoce.info «basta leggere un romanzo di Gianrico Carofiglio o di Diego Da Silva per comprendere la condizione di sottoccupazione di molti giovani avvocati italiani».

E allora perché tanti giovani continuano ad iscriversi alla facoltà di giurisprudenza? Quest'anno gli iscritti al primo anno di corso sono 41mila, poco meno degli iscritti a medicina o ingegneria (rispettivamente 45 e 48mila). Il fenomeno è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno: a Bari gli iscritti al primo anno di giurisprudenza sono 1.218, contro 283 a medicina, 238 a ingegneria. Con il numero chiuso a medicina abbiamo ridotto il numero di medici (e forse si è esagerato perché ora i medici cominciano a scarseggiare). Invece il numero chiuso a giurisprudenza non c'e, né alcuno propone di introdurlo. Forse per l'illusione, soprattutto nel Mezzogiorno, che una laurea in giurisprudenza apra le porte di un impiego pubblico o, più probabilmente, perché un'armata di giovani avvocati alla ricerca di un lavoro tiene bassi i loro stipendi avvantaggiando gli avvocati più anziani e i grandi studi legali.

Fortunatamente per abbreviare la durata media delle cause civili esistono modi che non costano nulla al contribuente. In una serie di importanti lavori scientifici tre economisti (Decio Coviello, Andrea Ichino e Nicola Persico) ci hanno spiegato come. Si tratta innanzitutto di riorganizzare il lavoro dei giudici. Invece di iniziare tante cause tutte insieme, e poi portarle avanti in parallelo, è meglio aprirne poche alla volta e finirle prima di aprirne di nuove. Un esempio: supponiamo che due cause richiedano dieci giorni di lavoro l'una. Se un giudice lavora un giorno su una e un giorno sull'altra, le due cause finiscono dopo venti giorni (per la precisione una in 19 ed una in 20, con durata media di 19,5 giorni). Se invece si comincia una causa e si termina il lavoro in 10 giorni, e poi si apre la seconda, la durata media è 15 giorni perché la prima causa finisce in 10 giorni e la seconda in 20. Ovviamente vi sono altre considerazioni da tener presente, come il fatto che vi siano tempi morti (il che spingerebbe ad aver più cause attive tutte insieme) ed il fatto che concentrandosi su poche cause il giudice potrebbe essere più produttivo (il che spingerebbe nella direzione opposta).

E non è solo teoria, i tre economisti hanno esaminato l'esperienza delle Sezioni Lavoro dei Tribunali di Torino e Milano. Nel primo caso i tempi di risoluzione delle cause sono molto più veloci che nel secondo: i processi a Torino durano in media 174 giorni, contro 324 a Milano. Il motivo è proprio una diversa organizzazione del lavoro dei giudici. E non si tratta solo del Nord. Un'esperienza simile, alla Sezione Lavoro del Tribunale di Napoli, in pochi anni ha ridotto la durata media dei processi del 20 per cento. A questo risultato ha contribuito anche una pratica quasi banale: quando un giudice è assente, ad esempio per una gravidanza, i suoi processi, anziché venir rimandati di un anno, sono attribuiti agli altri giudici del Tribunale, incluso, se necessario, il presidente.

Per migliorare il funzionamento della giustizia non servono grandi riforme. Basterebbero presidenti di Tribunale intelligenti e non impigriti e un governo che introducesse il numero chiuso a giurisprudenza e avesse il coraggio di liberalizzare le tariffe degli avvocati.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

05 giugno 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_giugno_05/


Titolo: Francesco GIAVAZZI. La tassa peggiore non si vede
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2011, 05:37:26 pm
SPESA PUBBLICA, EFFETTO PERVERSO

La tassa peggiore non si vede


L' imposizione che grava sulle imprese italiane e francesi è apparentemente simile. L'aliquota legale sul reddito delle società è pari al 31,4 per cento in Italia, 34,4 in Francia (dati Eurostat, riferiti al 2009). E tuttavia rilevanti differenze nel sistema di deduzioni fiscali e nella determinazione della base imponibile fanno sì che le imprese italiane paghino al fisco molto di più. Antonio Accetturo e Carlo Menon, due ricercatori della Banca d'Italia, hanno ricostruito l'imposizione effettiva studiando i dati di bilancio di due campioni di imprese localizzate in regioni per molti aspetti simili: il Nord-Est italiano e l'Alpi-Rodano in Francia, la regione il cui capoluogo è Lione. A parità di settore produttivo la pressione fiscale per le imprese italiane (calcolata come rapporto fra totale delle imposte pagate e profitti prima delle imposte, escludendo le imprese che hanno chiuso il bilancio in perdita) era pari al 43 per cento circa, contro il 26 per cento in Francia (questi dati si riferiscono al 2008).
Una differenza tanto elevata, 17 punti in più, non si spiega con un diverso livello di spesa pubblica da finanziare. Anche tenendo conto degli interessi sul debito, che sono molto più elevati in Italia che in Francia, la spesa pubblica francese è più alta: 52 per cento del prodotto interno lordo, contro il nostro 47. L'unica spiegazione è che la distribuzione del carico fiscale è molto diversa, e in Italia grava sulle imprese in misura molto maggiore che in Francia.

Il fisco non grava sulle aziende solo con le imposte. Una media impresa di Padova (anche questi dati provengono dallo studio della Banca d'Italia) deve compiere 15 pagamenti fiscali l'anno, che richiedono circa 351 ore di lavoro. In Francia il numero dei pagamenti è 7, e richiedono 132 ore.
Si potrebbe pensare che le aziende italiane pagano di più perché ricevono dallo Stato servizi migliori. Evidentemente non è così, almeno per i servizi offerti dai tribunali, un caso di cui Alberto Alesina ed io abbiamo già scritto sul Corriere del 5 giugno. Una ricerca svolta dalla Banca mondiale per conto della Regione Veneto mostra che per ottenere una sentenza di primo grado su una disputa commerciale a Padova sono necessarie 41 procedure e 1.808 giorni, con una spesa pari al 27,3 per cento del valore della causa. In Francia il numero di procedure è 29, che richiedono 331 giorni con un costo pari al 17,4 per cento della causa.

Né è il caso per le infrastrutture: in un confronto con circa 100 regioni europee, Veneto ed Emilia-Romagna si collocano nei primi 15 posti della graduatoria Eurostat sulla congestione da traffico pesante, sebbene recentemente il nuovo Passante di Mestre abbia significativamente migliorato la situazione.

Insomma, abbiamo certamente un problema di eccessivo carico fiscale sul lavoro. Riguarda le imprese, ma anche i lavoratori, che pagano un'aliquota del 30 per cento quando quella sui redditi finanziari è meno della metà, 12,50. Abbiamo anche un problema di qualità ed efficienza della spesa. Questa non si migliora con tagli uguali per tutti, né impedendo ai Comuni con un bilancio in attivo di spendere i loro soldi, mentre lo Stato ripiana i debiti di Roma e di Catania. Ciò che servirebbe è un'analisi approfondita dei vari capitoli di spesa, come aveva iniziato a fare Tommaso Padoa-Schioppa con i suoi «quaderni bianchi».

Francesco Giavazzi

24 giugno 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_giugno_24/la-tassa-peggiore-non-si-vede-francesco-giavazzi_dd4041fe-9e21-11e0-b150-aadf3d02a302.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. CHI FRENA LE RIFORME A COSTO ZERO
Inserito da: Admin - Luglio 03, 2011, 11:55:06 am
CHI FRENA LE RIFORME A COSTO ZERO

Giustizia lenta, i tre ostacoli


Con l'obiettivo di accelerare i tempi della giustizia civile, ieri il ministro Alfano ha annunciato che i presidenti dei tribunali saranno obbligati a programmare il lavoro dei loro uffici, con vincoli sulla durata dei procedimenti e incentivi economici per i più efficienti. «Per migliorare il funzionamento della giustizia civile non servono grandi riforme: basterebbero presidenti di Tribunale intelligenti ed operosi», scrivevamo sul Corriere del 5 giugno.

L'importanza di riorganizzare il lavoro dei giudici è stata dimostrata in alcuni seri lavori scientifici che ricordavamo in quell'articolo, ma questo cambiamento non è possibile se non si modifica il modo in cui sono scelti i presidenti dei Tribunali e i capi degli uffici. Oggi essi sono designati dal Consiglio superiore della magistratura (Csm) con un meccanismo simile a quello dei vecchi concorsi universitari: i magistrati che fanno parte del Csm (due terzi dei componenti del Consiglio) sono eletti dai loro colleghi e pertanto, presumibilmente, contraggono debiti verso i loro elettori che spesso poi «ripagano» con promozioni e trasferimenti. Un sistema, come accadeva nei vecchi concorsi universitari, che raramente promuove i migliori. Negli atenei il ministro Gelmini, prima di varare la sua riforma, sostituì le elezioni con il sorteggio delle commissioni: un meccanismo che nei due anni passati, almeno in alcune discipline, ha fatto saltare molti accordi dietro le quinte, consentendo la promozione di giovani ricercatori di valore. Si potrebbe istituire il sorteggio anche per i membri togati del Csm.

Un secondo problema è la proliferazione delle sedi giudiziarie. In Piemonte, ad esempio, vi sono ben 17 tribunali e 139 uffici giudiziari. Molti andrebbero eliminati. Non lo si fa per il peso delle potenti lobby locali, soprattutto avvocati, alcuni dei quali temono di perdere i loro piccoli monopoli provinciali. E tutto ciò nonostante magistratura e professione forense, a livello nazionale, approvino la razionalizzazione delle sedi.

Un terzo problema è il numero degli avvocati. In Italia ci sono circa 200 mila avvocati, in Francia sono 48 mila. Difficile migliorare l'efficienza della giustizia se non si limita il loro numero. Un avvocato per sopravvivere economicamente deve avere una cinquantina di cause l'anno. Mille professionisti in più significano quindi, in teoria, almeno 50 mila cause l'anno in più. La soluzione è evidentemente il numero chiuso alla facoltà di Giurisprudenza, come peraltro chiesto dagli stessi avvocati. Non solo, ma andrebbe anche abolito il valore legale della laurea.

Il decreto legislativo approvato il 4 marzo 2010 introduce l'obbligatorietà, per alcune cause civili, della mediazione, o comunque di un tentativo di conciliazione. È una via importante per cercare di accelerare i tempi della giustizia civile. E tuttavia l'Organismo unitario dell'avvocatura, l'organizzazione che li rappresenta, ritiene che mediazione e conciliazione siano «lesive degli interessi della categoria» e ha ottenuto dal Tribunale amministrativo del Lazio che la Corte costituzionale ne giudichi la legittimità. Quello della giustizia è un esempio di riforme importanti che si possono fare a costo zero per il contribuente, e con grandi benefici per l'efficienza e la crescita economica del Paese. Se non si fa è spesso perché qualche categoria rema contro.


Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
02 luglio 2011 09:07
© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_02/giustizia-lenta-i-tre-ostacoli-alberto-alesina-francesco-giavazzi_bb99bd58-a468-11e0-9ba2-3e9ac4006989.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. LA MANOVRA DA SOLA NON BASTA
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2011, 04:52:33 pm
LA MANOVRA DA SOLA NON BASTA

Non coltiviamo troppe illusioni


I mercati non si sono tranquillizzati. Martedì pareva che si fossero un po' calmati, ma solo perché la caduta dei prezzi era stata arrestata dall'intervento della Banca centrale europea che ha acquistato molti titoli pubblici italiani. Ma c'è un limite a quanto anche la Bce possa fare. Un'alternativa è che sia il Fondo europeo per la stabilità finanziaria ad acquistare titoli italiani, ma ciò significherebbe rendere ancor più trasparente il trasferimento fiscale dai contribuenti tedeschi a quelli italiani. Ma la riluttanza della Germania a farsi carico dei problemi di altri Paesi è sempre piu evidente. Ecco perché gli investitori si stanno chiedendo se l'Italia possa farcela da sola.
Da lunedì scorso la nostra posizione è cambiata: ora non stiamo più con Francia e Germania nel gruppo dei Paesi «sicuri», ma con la Spagna: il rendimento dei Btp italiani è ormai uguale a quello dei titoli spagnoli e lontano trecento punti dagli analoghi Bund tedeschi e dagli Oat francesi. Ciò significa che gli investitori non pensano più che un default dell'Italia (l'incapacità cioè di rimborsare i titoli di Stato) sia un evento con possibilità pressoché nulla. A questi prezzi, sui mercati si calcola che, in un orizzonte di cinque anni, la probabilità che l'Italia possa restituire solo 50 centesimi per ogni euro avuto in prestito è pari al 20%.
Un default italiano rimane comunque una possibilità molto remota, ma ciò che si sta facendo per evitarlo non basta. È per questo che la nuova manovra finanziaria non ha convinto i mercati. Per due motivi: le misure sono ancora troppo sbilanciate sul 2013 e 2014, cioè dopo le prossime elezioni. Nel 2011 la manovra sarà di tre miliardi, di sei nel 2012 su una dimensione totale di 79 miliardi. Si deve anticiparne e di molto l'impatto. È per di più troppo sbilanciata sul lato delle entrate e fa poco sul taglio delle spese.
L'annuncio che ripartiranno le privatizzazioni «nel 2013», cioè quando ci sarà un nuovo governo, anziché tranquillizzare i mercati li ha probabilmente preoccupati ancor di più, perché rende evidente che considerazioni elettorali prevalgono sulla gravità della situazione. Inoltre l'Italia paga il fatto che misure per la crescita, deregolamentazione di certe professioni, miglioramenti nel campo della giustizia civile e nei costi burocratici per le imprese, vengono annunciati all'ultima ora sull'orlo del tracollo invece che costruite con calma anni orsono. E anche questo i mercati lo capiscono benissimo: danno cioè l'impressione di essere scelte preterintenzionali e non meditate.
L'esperienza di altre crisi finanziarie insegna che la metà di agosto è un momento propizio per gli attacchi: i mercati sono poco liquidi e le decisioni di un piccolo numero di investitori sono facilmente amplificate. È accaduto nell'agosto del 1998 con il default della Russia e nell'agosto del 2007 quando scoppiò la crisi dei subprime americani.
Il governo ha poche settimane di tempo per evitarlo. Ma ciò non significa concentrarsi su misure contabili di breve periodo che aumentano una pressione fiscale già alta. Bisogna anche annunciare riforme credibili che accelerino la crescita. È vero che queste riforme strutturali non daranno risultati sullo sviluppo immediati, ma in questo momento l'effetto annuncio, se credibile, può molto aiutare. I mercati devono convincersi che l'Italia sta cambiando passo. Altrimenti chi vorrà continuare a investire in un Paese che non cresce?
Illudersi di avercela fatta solo perché stiamo per approvare questa manovra sarebbe un errore gravissimo.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

15 luglio 2011 08:31© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_15/alesina_giavazzi_coltivare_illusioni_c5b18e94-aea7-11e0-82fd-68e04dbc5f96.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Il credito c'è e anche morale
Inserito da: Admin - Luglio 23, 2011, 05:43:28 pm
GRECIA, EURO, BCE. RIFLESSI NON SOLO ECONOMICI

Il credito c'è e anche morale


La signora Merkel doveva scegliere: difendere l'indipendenza della Banca centrale europea, o usare il bilancio della Bce per mascherare i costi degli interventi fiscali che si sono resi necessari per salvare l'euro. Fedele alla tradizione tedesca, ha scelto l'indipendenza della Bce. Se si vuole riassumere con un'immagine il risultato del vertice europeo di giovedì, questo produrrà rigore monetario e una politica fiscale austera, ma non inflessibile. Ciò significa tassi di interesse che ritorneranno alla normalità (i tassi al netto dell'inflazione sono negativi da tempo) e un euro rafforzato.

La Bce ha ottenuto tre risultati importanti: 1) i rischi che in questi mesi la Banca si è assunta acquistando titoli pubblici per sostenere i Paesi in difficoltà vengono garantiti dal Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Fesf o Efsf, European Financial Stability Facility), quindi dai contribuenti degli Stati forti. Per ora questa garanzia si applica solo ai titoli greci acquistati dalla Bce, ma, accettato il principio, sarà difficile non applicarlo in futuro ad altri Paesi. Di una garanzia simile godono peraltro la Federal Reserve americana e la Banca d'Inghilterra: finora in Europa non era stato possibile per l'assenza di un'autorità fiscale federale; 2) le risorse del Fesf potranno essere utilizzate per ricapitalizzare le banche. Da tempo la Bce sostiene che dalla crisi non si esce se non si rafforza il capitale delle banche, mettendole nelle condizioni di non temere l'insolvenza di uno Stato sovrano. Considerando che fino al giorno prima del vertice il presidente Sarkozy proponeva il contrario, cioè di tassare le banche, il risultato è una vittoria significativa per la Bce; 3) il Fesf potrà acquistare sul mercato titoli pubblici di qualunque Paese dell'area dell'euro. Finora non lo poteva fare, e ciò lasciava la Bce sola a fronteggiare improvvise crisi di fiducia nel debito di un Paese (è accaduto 10 giorni fa con i titoli italiani).

A fronte di questi risultati Jean-Claude Trichet ha pagato comunque un prezzo: ha dovuto accettare l'insolvenza della Grecia e, pur garantito dal Fesf, impegnarsi a non escludere le banche greche dai finanziamenti della Bce. In altre parole accettare una realtà che per molti mesi aveva negato: quando si presta denaro ad uno Stato, anche europeo, c'è il rischio di non essere ripagati. Fino a ieri questo pericolo non c'era, da oggi è un fattore del quale gli investitori dovranno tener conto.
L'architrave degli accordi di giovedì è l'aumento delle risorse del Fesf tramite l'emissione di titoli garantiti dagli Stati forti. I capi di Stato non hanno voluto impegnarsi con una cifra, ma se vogliono che l'accordo sia credibile non potranno attendere a lungo. Inoltre, finora il Fondo decideva all'unanimità, con il rischio che un singolo Paese (è accaduto con la Finlandia) bloccasse tutto. Il testo di giovedì evita la parola unanimità e parla di mutual agreement, un concetto meno impegnativo che prevede l'unanimità solo di chi è presente alle riunioni.

Al rigore monetario si accompagna maggiore flessibilità nelle regole di bilancio. Dopo non aver fatto quasi nulla per due anni, ed aver speso i 110 miliardi di euro ricevuti un anno fa, la Grecia ottiene altri 109 miliardi ad un tasso da Paese virtuoso, il 3,5%. Ottiene anche che le banche le condonino (di fatto) debiti per altri 106 miliardi nei prossimi 8 anni, un terzo di tutto il suo debito. Non c'era altra via, a meno di accettare che Atene uscisse dall'euro mettendo a rischio la costruzione monetaria europea. Ma il segnale ai Paesi indebitati è che bisogna fare sacrifici, ma senza dannarsi.

Francesco Giavazzi

23 luglio 2011 08:56© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_23/giavazzi_credito_morale_0ca2b6c6-b4ec-11e0-9870-5546c4221366.shtml


Titolo: Francesco Giavazzi. DECISIONI CORAGGIOSE E RUOLO DEL PREMIER
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2011, 11:50:04 am
DECISIONI CORAGGIOSE E RUOLO DEL PREMIER

Ultima occasione per una svolta

Wall Street non ha brindato all'accordo fra democratici e repubblicani: l'indice delle 500 maggiori società quotate ha chiuso in ribasso dello 0,4%. Preoccupano i dati sull'economia americana. Nel primo semestre dell'anno la crescita ha rallentato dal 3% a meno dell'1%; ieri i dati di luglio sull'industria manifatturiera hanno confermato questa frenata. La flessione di New York si è trasferita in Europa e ancora una volta si è amplificata in Italia: la Borsa di Milano è scesa di un altro 3,87%.

«Chiuso l'accordo sul debito, occupiamoci di ciò per cui gli americani ci hanno eletto: creare posti di lavoro, consentire alle aziende di pagare salari migliori, in una parola far sì che l'economia riprenda a crescere». Con queste parole il presidente Obama ha colto ciò che angoscia i mercati e i cittadini: il rischio che la ripresa svanisca e la disoccupazione non scenda.

Domani Silvio Berlusconi si presenterà in Parlamento per parlare della crisi. È importante che sia lui a farlo. La strategia dei suoi ministri economici evidentemente non ha funzionato. Dopo aver ripetuto per tre anni che l'Italia era al riparo dalla tempesta, che le nostre banche erano le più solide al mondo e il nostro sistema di protezione sociale il migliore, il ministro dell'Economia, evocando il naufragio del Titanic, ha detto che era necessaria una correzione violenta dei conti pubblici. Ma poi non è stato capace di realizzarla e ha varato una manovra fatta per lo più di maggiori tasse e spostata a dopo il 2013, quando chissà se questo governo ci sarà ancora. Non sorprende che i mercati non gli abbiano creduto: il Tesoro, che in aprile, prima che Tremonti alludesse al Titanic, si finanziava a 10 anni pagando il 4,8%, ora paga attorno al 6%.

Dopo aver tuonato contro il mercato, e aver irriso i liberisti, il ministro Sacconi ora chiede, nei cinque punti dell'intervista di ieri al Corriere , una «stagione di privatizzazioni e liberalizzazioni». Troppo tardi.

Ci attende un autunno molto difficile. In settembre il Tesoro dovrà emettere una quantità straordinaria di titoli. Gli investitori cui chiederà d'acquistarli pongono una sola domanda: dopo un decennio di stagnazione, sarete capaci di ricominciare a crescere? Altrimenti chi garantisce che ripagherete ciò che ora ci chiedete in prestito? Aspettare settembre è una strategia suicida: se la crisi si aggrava, tutto diventerà più difficile. Dopo aver perso tre anni, non gettiamo al vento altre settimane.

Silvio Berlusconi ha un'ultima chance per salvare se stesso, il suo governo, e non ultimo questo sfortunato Paese. Egli è stato un imprenditore che nella sua vita ha saputo cogliere grandi successi. Dia prova di saper affrontare questa nuova emergenza. È in grado, se lo vuole, di prendere in mano il timone della politica economica. Lasci perdere leggi e leggine ad personam. Pensi al Paese.

È un'opera in cui l'intuizione è più importante delle scelte tecniche e Berlusconi, diversamente dai suoi ministri economici, non ha mai avuto dubbi che si dovesse lavorare per la crescita. Se avrà bisogno di un supporto tecnico, e certamente ne avrà bisogno, chieda alla Banca d'Italia di mettere uno staff al suo servizio. La Banca è l'unica istituzione che da anni ripete che solo la crescita ci salverà. Una guida politica forte e diretta, priorità chiare e uno staff credibile ci possono salvare. Ma la strategia deve partire domani. Dopo le vacanze sarà troppo tardi.

Francesco Giavazzi

02 agosto 2011 07:57© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_02/ultima-occasione-per-una-svolta-francesco-giavazzi_17822ef0-bccb-11e0-b530-d2ad6f731cf9.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L'incertezza non risparmia nessuno
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2011, 12:30:30 pm
L'incertezza non risparmia nessuno


L'indice Vix, che misura le attese degli investitori sulla volatilità della Borsa di New York nei prossimi 30 giorni, è salito martedì a 48, tre volte il valore di inizio luglio. Non è l'80 dei giorni del fallimento della Lehman, ma a parte quell'episodio è il valore più elevato da anni. Nulla meglio di questo numero spiega ciò che sta accadendo nei mercati: un improvviso aumento dell'incertezza. Che cosa è cambiato in quattro settimane?

Che dopo una crisi finanziaria la ripresa fosse lenta non è una novità. Lo abbiamo imparato dal libro di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart («This time is different», Princeton University Press, 2009) o semplicemente osservando il Giappone dopo la crisi della fine degli anni Ottanta. Che la ripresa lenta di Europa e Stati Uniti fosse in parte compensata dalla grande vitalità delle economie dei Paesi emergenti, continua a essere vero.

Le imprese, soprattutto quelle americane, macinano profitti e raramente sono state tanto liquide: se non investono è per via dell'incertezza sull'economia, non perché manchino le risorse per finanziare nuovi progetti. Né è una novità che l'invecchiamento della popolazione metta a rischio nel mondo occidentale i conti pubblici. E neppure è una novità che da oltre un decennio la nostra economia non cresca e che ciò sia la maggior preoccupazione di chi ha prestato denaro al Tesoro italiano.
E allora perché improvvisamente tanta incertezza? A mio parere il motivo lo ha spiegato Alberto Alesina sul Corriere dell'8 agosto: la percezione che non vi sia una chiara leadership politica. Ciò che manca è «il riconoscimento della gravità della situazione e la dimostrazione di voler e saper affrontare i problemi con urgenza e non rimandarli, ovvero un atteggiamento di lungimiranza al di là delle scadenze elettorali».

Pesa l'assurda discussione americana sul tetto al debito, e in Europa, il non aver ancora dato seguito alle decisioni del vertice di Bruxelles di luglio, in particolare non aver ancora modificato le regole operative del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (EFSF). E così il peso di evitare un collasso cade tutto sulle spalle delle banche centrali: la Fed e la Bce.

Anche nell'autunno del 2008, dopo Lehman, furono le banche centrali a «salvare il mondo». Ma i loro interventi furono presto accompagnati da una risposta politica forte, disegnata negli incontri del G7 di Washington e del G20 di Londra.

I mercati sanno bene che le banche centrali possono offrire un sollievo solo temporaneo. Non possono risolvere né i problemi della crescita, né quelli dell'invecchiamento. E rispetto a tre anni fa le loro armi oggi sono spuntate. La crisi è quindi nelle mani dei governi. Se non intervengono rapidamente e in modo credibile, a questi livelli del Vix le economie occidentali entrano in stallo.

Francesco Giavazzi

11 agosto 2011 08:48© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_11/giavazzi_incertezza-non-risparmia-nessuno_4642612e-c3d8-11e0-9d94-686c787ab248.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI & Alberto Alesina. Berlino frena? Un'occasione
Inserito da: Admin - Agosto 27, 2011, 04:15:09 pm
Berlino frena? Un'occasione

Paradossalmente, il rallentamento dell'economia tedesca potrebbe essere un'inaspettata fortuna per le sorti dell'euro.
Fino all'estate le condizioni dei Paesi dell'unione monetaria erano molto diverse. Da un lato la Germania cresceva, con conti pubblici solidi; dall'altro i Paesi della periferia (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) erano fermi e la crisi di fiducia verso i loro titoli pubblici rischiava di mettere in pericolo la sopravvivenza dell'euro. Questa divergenza creava difficoltà per la Banca centrale europea: se la Bce faceva ciò che era bene fare per la Germania - permettere ai tassi di interesse di salire e non acquistare titoli pubblici della periferia per non accrescere la liquidità - la crisi dell'euro si aggravava. Se la Bce interveniva acquistando titoli pubblici dei Paesi periferici (fino a settimana scorsa sono stati acquistati 36 miliardi di titoli italiani e spagnoli), i tedeschi protestavano, anche perché con questi acquisti la Banca svolgeva un compito che dovrebbe essere estraneo alla politica monetaria.

Il temporaneo stallo dell'economia tedesca attenua questa contraddizione. Oggi una politica monetaria più espansiva va bene per Berlino e consente anche qualche sostegno ai Btp. I mercati lo hanno subito capito: il differenziale fra i titoli della periferia e i Bund è sceso, e l'euro si è un po' indebolito. Questa situazione favorevole apre una finestra, probabilmente breve, per fare quelle riforme che consentirebbero di uscire dalla crisi in cui l'unione monetaria versa da oltre un anno. Ma quali riforme?

Non passa giorno che non venga suggerita una nuova soluzione, tutte per lo più basate su qualche alchimia finanziaria. Sembra vi sia una gara tra politici ed economisti a suggerire la riforma più originale che, senza costi per nessuno (o magari solo per i tedeschi), risolva tutti i problemi dell'euro. La più frequentemente invocata sono gli Eurobonds, che si dovrebbe avere il coraggio di chiamare con il loro vero nome: una garanzia tedesca a gran parte del debito pubblico italiano e spagnolo. E ci stupiamo che i tedeschi non siano d'accordo?

Il problema di tutte queste proposte è che non affrontano la causa prima della crisi dell'euro: l'incapacità dei Paesi della periferia, Italia in primis , di crescere, con conti pubblici solidi. Non servono complessi piani finanziari che dovrebbero miracolosamente salvarci. Ciò che serve non richiede alcun piano europeo: ciascun Paese deve e può fare da solo, sia perché le riforme necessarie sono tutte interne, sia perché non sono le medesime per tutti.

Il primo pilastro è il rigore fiscale. Per favorirlo si è avanzata l'ipotesi di introdurre nella Costituzione una norma che imponga il pareggio di bilancio. È una soluzione che ha pro e contro. I primi sono ovvii. I secondi derivano dalla rigidità che una tale regola introdurrebbe nella politica fiscale. Durante una recessione è normale, anzi opportuno, che il bilancio vada in deficit, a patto che tali deficit siano compensati da surplus durante i periodi di crescita. Si potrebbe allora pensare ad una regola che imponga di mantenere in pareggio il bilancio corretto per il ciclo. L'obiezione è che subito si troverebbero modi per «correggere» il saldo di bilancio attribuendo alla recessione deficit che nulla hanno a che fare con il ciclo. Si potrebbe delegare il calcolo della correzione ad un'agenzia internazionale, l'Eurostat ad esempio, o la Bce. Ma è realistico ipotizzare che un Parlamento nazionale deleghi in modo credibile tali funzioni?

Come si vede quella delle regole fiscali e di bilancio non è una strada facile, ma dalla risposta a queste domande potrebbe dipendere la sopravvivenza dell'euro. Il secondo pilastro è la crescita. Per quanto riguarda l'Italia, la litania delle riforme necessarie - giustizia civile, criminalità, mercato del lavoro, privatizzazioni, una riforma fiscale che riduca le aliquote e allarghi la base imponibile, un federalismo che non si traduca nella libertà delle autonomie di spendere, pensioni di anzianità - è ormai nota a tutti. Imposta o meno «dallo straniero» - e il fatto che la Bce l'abbia ripetuta e ci abbia spinto in quella direzione può solo aiutarci - è l'unica ricetta. Intorno a Ferragosto pareva che un po' di «paura» avesse stimolato il dibattito politico nella giusta direzione. Ora la confusione è totale (e si riflette sugli spread: i titoli spagnoli hanno avuto un andamento migliore di quelli italiani). Invece di discutere di veri tagli di spesa e di riforme fiscali che aumentino il gettito riducendo le distorsioni, il dibattito all'interno della maggioranza e tra governo e opposizione si è ridotto ad una scelta tra varie tasse straordinarie: sui redditi, sulle case, sulla ricchezza, sui capitali rimpatriati.

E per aumentare la confusione, la Cgil poi proclama uno sciopero generale, quasi come un riflesso condizionato: c'e una manovra, non si sa bene quale ma non importa, quindi ci vuole uno sciopero. Insomma le condizioni sarebbero ideali: una crisi che ha creato urgenza, e uno spiraglio di calma
sul debito pubblico. Smettiamola allora di invocare Eurobonds salvatutti e rimbocchiamoci le maniche. Un momento così propizio potrebbe non ripetersi.

Alberto Alesina
Francesco Giavazzi

27 agosto 2011 08:56© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_27/alesina-giavazzi-germania-frena-occasione_9678d2f6-d06a-11e0-9089-e017081fffa0.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Purché non sia tutto inutile
Inserito da: Admin - Settembre 22, 2011, 05:07:03 pm
LA VERA EMERGENZA E' LA CRESCITA

Purché non sia tutto inutile

Se consideriamo i conti pubblici al netto degli interessi sul debito - il miglior indicatore della politica fiscale di un Paese - nel 2012 la Francia avrà un disavanzo pari al 2,4% del Prodotto interno lordo, l'Italia un avanzo del 2%. L'avanzo italiano sarebbe addirittura superiore a quello tedesco, stimato all'1,4%. Perché allora, se i nostri conti pubblici stanno tanto meglio di quelli francesi, Moody's sta considerando di declassare l'Italia e non la Francia? E perché i mercati sono tanto preoccupati per il nostro Paese?

Una risposta è che il debito italiano è molto più elevato di quello francese: 120% del Pil, contro 85 in Francia. Ma è una risposta solo in parte convincente. Quando un Paese ha accumulato molto debito non può ridurlo in pochi anni. Nessuno chiede all'Italia di fare miracoli: l'importante è che anno dopo anno il livello del debito scenda, e che la riduzione non si interrompa.
Ciò che conta non è il debito in sé, ma il rapporto fra il debito pubblico e il Pil. Anche se il debito rimane stabile, ma l'economia non cresce, il rapporto aumenta: la crescita (al denominatore) è importante quanto i conti pubblici (al numeratore). È la nostra incapacità di crescere e di attuare politiche che favoriscano la crescita ciò che davvero preoccupa le agenzie di rating e gli investitori. La storia dà loro ragione.

Tra il 1993 e il 1998 l'Italia attuò una manovra di bilancio di dimensione analoga a quella varata in questi giorni dal governo Berlusconi: una correzione dei conti pari a circa 6 punti di Pil. Anche quella fu una manovra prevalentemente dal lato delle tasse. Che cosa accadde? Nel 1993, dopo la famosa legge finanziaria del governo Amato, le famiglie italiane ridussero i loro consumi del 3%. E non si ripresero più: negli anni successivi i consumi, che prima crescevano in linea con il resto d'Europa, crebbero della metà. Anche gli investimenti rallentarono, non solo in assoluto (dal 3% l'anno all'1,8), ma anche nel confronto europeo. Ciò che crebbe fu la spesa pubblica: era il 43,2% del Pil nel 1990, oggi è il 46,7%. La lezione è che usare solo la leva delle tasse significa farsi del male: si ammazza l'economia, non si riduce il rapporto debito-Pil e si crea lo spazio per far lievitare la spesa pubblica.
Molti oggi auspicano un'altra tassa, la patrimoniale: sarebbe, nella migliore delle ipotesi, un'imposta inutile, nella peggiore fatale. Se l'Italia riprendesse a crescere il rapporto debito-Pil comincerebbe a scendere, anche senza patrimoniale.

Questo è ciò che si chiede all'Italia, non di dimezzare il debito di colpo. Una patrimoniale che riducesse il debito anche al 100% del Pil sarebbe totalmente inutile se non cambiasse il ritmo di crescita dell'economia. Ma una patrimoniale sarebbe esiziale per la crescita perché diffonderebbe la falsa impressione che le riforme non sono poi tanto urgenti. È proprio ciò che spera chi le riforme non le vuole perché metterebbero a rischio i propri piccoli e grandi privilegi. È questo il motivo per cui anche la Confindustria sta convertendosi alla patrimoniale?

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

19 settembre 2011 09:50© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_settembre_19/alesina-giavazzi-emergenza-crescita_f0603b0c-e27f-11e0-9b5b-a429ddb6a554.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Crescita frenata da troppi monopoli
Inserito da: Admin - Ottobre 18, 2011, 04:45:34 pm
LE LOBBY E GLI INTERESSI PARTICOLARI

Crescita frenata da troppi monopoli


Finora per la crescita ha fatto di più Sergio Marchionne, annunciando l'uscita di Fiat da Confindustria, del governo, che punta su una nuova linea ad alta velocità da Lecce a Trieste. Perché non è la mancanza di infrastrutture a impedirci di crescere - almeno non in primo luogo - ma i mille interessi particolari che da decenni impediscono le riforme. E Confindustria è uno di questi.

Una Confindustria non esiste negli Stati Uniti: la National Association of Manufacturers è solo una delle molte lobby attive a Washington, mentre il Business Roundtable è un luogo prestigioso di analisi e dibattito, non di trattative centralizzate. Una Confindustria non esiste più nemmeno in Gran Bretagna, almeno non nella forma di simili associazioni dell'Europa continentale. Sembra esistere soprattutto in Paesi ad alta disoccupazione.

Un conto è la libertà di associazione, di proposta, di lobby, la promozione trasparente di interessi specifici, un altro è sedersi al tavolo con il governo per «concertare» le leggi, contrattando dei « do ut des » con la pretesa di avere il monopolio degli interessi di tutte le imprese.

Undici anni fa, nel giorno in cui Confindustria elesse suo presidente Antonio D'Amato, scrissi su queste colonne che la cosa migliore che gli industriali potevano fare per dare una scossa all'Italia era riformare la loro associazione in modo radicale. Finché Confindustria parteciperà al tavolo della concertazione, giustamente i sindacati nazionali reclameranno il diritto di sedersi anch'essi a quel tavolo. E le politiche continueranno a essere concertate non per il bene dei cittadini, ma dei gruppi di interesse che Confindustria e sindacati rappresentano. In un decennio Confindustria è cambiata, ma nel senso opposto: le cinque maggiori imprese associate oggi sono monopoli, pubblici o privati: Ferrovie, Poste, Enel, Telecom, Eni. In Confindustria comandano, ma con quale credibilità rappresentano gli interessi delle mille piccole e medie imprese che tengono in piedi questo Paese? Con quale credibilità si può parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni, dalla distribuzione di gas ed energia elettrica, alle farmacie, alle professioni?

La vicenda dell'articolo 8 della recente manovra finanziaria è sintomatico. La proposta originale del ministro Sacconi prevedeva che imprenditori e lavoratori potessero firmare accordi aziendali senza sottostare ai vincoli imposti dai contratti nazionali. La norma approvata consente ancora la deroga ai contratti nazionali, ma richiede che l'accordo fra lavoratori e impresa sia negoziato e approvato da un sindacato nazionale. Si dice per proteggere i lavoratori delle piccole imprese. Io penso che sia piuttosto per garantire la sopravvivenza dei sindacati nazionali.

E da che parte è stata Confindustria? Da quella dei sindacati, evidentemente. Non credo perché improvvisamente abbia a cuore i lavoratori delle piccole aziende, ma perché un'associazione degli industriali si giustifica solo se vi sono dei sindacati nazionali altrettanto potenti.

Francesco Giavazzi

18 ottobre 2011 09:39© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_18/crescita-frenata-da-troppi-monopoli-francesco-giavazzi_3065cdb6-f946-11e0-bc4b-5084eabf7820.shtml


Titolo: Alberto Alesina e Francesco Giavazzi - Un'agenda possibile
Inserito da: Admin - Novembre 14, 2011, 07:32:55 pm
Un'agenda possibile

Una caratteristica distintiva del programma della grande coalizione che speriamo nasca in Parlamento dovrà essere l'equità delle riforme contemplate. Maggiore sarà l'equità, più accettabili saranno quelle riforme ai cittadini. E tanto più saranno eque, tanto più ampia sarà la maggioranza che sosterrà il governo. Tutti sono favorevoli all'equità, ma verso chi, e come?

In passato i governi hanno cercato una certificazione dell'equità delle riforme al tavolo della concertazione: equità fra lavoratori dipendenti e autonomi, fra impiegati pubblici e privati, fra lavoratori e pensionati, ciascuno rappresentato e difeso da un sindacato o da un'associazione, professionale o industriale. Il problema è che a quei tavoli sono rappresentate solo le componenti relativamente forti della nostra società, quelle appunto che hanno la forza di associarsi. Il risultato è un'accozzaglia di privilegi che poi diventa molto difficile scalfire: impiegati pubblici che per decenni sono andati in pensione prima dei privati, e con salari che crescevano di più senza corrispondenti aumenti di produttività; sussidi a questo o quel settore industriale, privilegi per questa o quella categoria professionale; protezione contro la concorrenza per chi deteneva quote di mercato già ampie; sussidi al Sud che nulla hanno fatto se non consolidare l'assistenzialismo e scoraggiare l'attività imprenditoriale, creando al Nord un risentimento su cui la Lega ha fatto presa.

La concertazione ha creato l'esatto opposto dell'equità: i veri deboli non siedono a quei tavoli. Essere «equi» significa chiedersi quale sia l'effetto delle riforme sui giovani, sulle donne, sugli immigrati. Stiamo consegnando ai nostri figli una società indebitata, in cui il loro inserimento nel mondo del lavoro è sbarrato da mille ostacoli. Le donne italiane sono quelle che in Europa meno partecipano al mondo del lavoro, non solo per motivi culturali, ma anche fiscali. Perché non tassarle di meno per favorire questa fantastica risorsa sprecata? Il futuro di una società in cui nascono così pochi bambini dipende dalla capacità di integrare i nuovi cittadini: non trattarli equamente è un modo sicuro per rendere più difficile la loro integrazione.

Equità significa anche distribuire il carico fiscale in maniera giusta. Da più parti, immaginiamo quasi all'unanimità, si proporrà la scorciatoia di un'imposta una tantum sul patrimonio. Con due obiettivi. Primo: ridurre in fretta il debito. Secondo: aumentare l'equità colpendo i ricchi. Sarebbe un errore su entrambi i fronti. I mercati non si aspettano una riduzione immediata del rapporto fra debito e prodotto interno lordo (Pil): chiedono un cambiamento nella dinamica di quel rapporto, che dipende dalla differenza tra costo del debito e crescita. Un pacchetto di riforme credibile per la crescita abbasserebbe lo spread , invertendo la dinamica di tassi di interesse e crescita: il rapporto debito-Pil comincerebbe a scendere, lentamente, ma in modo durevole. Una patrimoniale invece avrebbe l'effetto opposto.

Una patrimoniale ammazzerebbe la crescita facendo probabilmente aumentare il rapporto debito-Pil, dopo una momentanea riduzione. È un'esperienza che abbiamo già vissuto dopo il 1992 con il governo Amato: in quegli anni le privatizzazioni ridussero il rapporto debito-Pil di oltre dieci punti, ma poiché non si fece nulla per la crescita, nel decennio successivo quel beneficio ce lo siamo mangiati. Non solo, una patrimoniale sarebbe come dire: «Siamo nel panico, parliamo tanto di crescita, ma la sola cosa che sappiamo fare è confiscare un po' di soldi agli italiani». Molto probabilmente gli spread salirebbero invece che scendere. Quanti condoni e misure una tantum abbiamo varato negli ultimi anni, con un approccio ragionieristico ai conti pubblici? Innumerevoli. Quale è stato il loro effetto sul rapporto debito-Pil? Nessuno.

La via per garantire equità non sono misure una tantum. Se si pensa che in Italia le tasse colpiscano più alcuni che altri (ed è certamente vero), si faccia una riforma fiscale spostando il peso delle imposte in modo permanente, non una tantum . E lo si faccia ostacolando la crescita il meno possibile. Per esempio si cominci allargando la base imponibile, riducendo elusione ed evasione (e anche molte detrazioni), si tassino meglio le rendite finanziarie, si reintroduca l'Ici sulla prima casa, lasciandone gestione e incasso ai Comuni. Si potrebbe pensare anche a una Ici progressiva, più alta per le case più costose. Si faccia una riforma fiscale, ma la si faccia con calma, coerenza e non una tantum lasciando inalterati i vizi strutturali del nostro sistema impositivo. Si tassino i ricchi certo, più dei meno abbienti, ma non si demonizzi la ricchezza, soprattutto quella costruita creando lavoro e benessere per la società. Gli imprenditori onesti, che sono la gran parte, non sono parassiti. Se mai lo sono quelli che si aggirano nei ministeri cercando questo o quel sussidio spesso mascherato come una misura di equità. Come scriveva Luigi Einaudi: «Nei Paesi dove le imposte sono davvero "democratiche", cioè esentano i redditi necessari all'esistenza, tassano poco, ma pur tassano, i redditi mediocri e tassano progressivamente sempre più fortemente i redditi grossi a mano a mano che si ingrossano, non si parla di imposte straordinarie patrimoniali».

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

14 novembre 2011 10:06© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_14/un-agenda-possibile-editoriale_bbce0c64-0e87-11e1-98bb-351bac11bfea.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. La Banca centrale non è la soluzione
Inserito da: Admin - Dicembre 21, 2011, 06:06:58 pm
LIQUIDITÀ DALLA BCE AGLI ISTITUTI DI CREDITO

La Banca centrale non è la soluzione


Oggi la Banca centrale europea (Bce) offrirà agli istituti di credito dell'eurozona liquidità in misura illimitata. Le banche cioè potranno ottenere dall'istituto di Francoforte tutta la liquidità che desiderano e per di più ad un tasso molto favorevole: 1 per cento per tre anni.

Alcuni ritengono che questa operazione (ripetuta il primo marzo) consentirà alle banche di ricominciare a far credito alle imprese, attenuando così la recessione che è alle porte. Altri invece prevedono che gli istituti di credito, attratti dalla differenza fra il costo del denaro cui possono attingere a Francoforte e il rendimento dei Btp (oggi prossimo al 7%), useranno la liquidità per acquistare titoli pubblici. Il governo e la Banca d'Italia potrebbero esercitare la loro moral suasion sulle banche, ma non è chiaro che cosa preferiscano: che usino la liquidità per aiutarli nelle aste dei Btp, o per ripristinare linee di credito alle imprese?

La realtà è diversa. L'operazione della Bce non sarà una panacea, né per le imprese, né per il Tesoro, almeno non in Italia, e non per le nostre banche maggiori. Per far credito ai suoi clienti o per acquistare Btp, una banca non solo deve avere la liquidità necessaria: deve anche disporre di sufficiente capitale, oltre quello già impiegato in precedenti prestiti. Ogni prestito infatti comporta dei rischi: il cliente potrebbe non rimborsarlo e i Btp potrebbero perdere valore, come è accaduto nei mesi recenti. Per far fronte ai nuovi rischi che si assume, la banca deve avere abbastanza capitale «libero». Se non ne dispone, la liquidità serve a poco, anzi quasi a nulla.

Il guaio è che le banche italiane oggi hanno poco capitale libero, soprattutto quelle che in passato hanno acquistato molti titoli pubblici, perché la caduta dei prezzi dei Btp ha consumato capitale. L'Autorità bancaria europea (Eba) stima che nel loro insieme i primi cinque gruppi bancari italiani (che erogano il 62% di tutto il credito) abbiano bisogno di 15,4 miliardi di nuovo capitale solo per far fronte ai rischi assunti in passato. Nel sistema quindi c'è poco spazio sia per nuovi prestiti sia per acquisti di titoli pubblici.

La situazione non è però la stessa in tutte le banche. Quelle che hanno meno capitale libero sono le maggiori: ma queste sono le stesse che hanno più difficoltà a varare aumenti di capitale. I loro padroni, le Fondazioni bancarie, non hanno più risorse, ma si oppongono all'ingresso di azionisti esterni che ne diluirebbero il controllo. Forse anche ai loro azionisti si riferisce il presidente della Bce quando ripete che «molte banche devono rafforzare il loro capitale».

Diverso è il caso delle aziende di credito minori. In passato, anziché acquistare Btp, hanno finanziato i loro clienti, e ora hanno sufficiente capitale libero, ma non la liquidità necessaria per fare nuovi prestiti. Oggi la Bce, rivedendo le regole sulle garanzie che chiede per fornire liquidità, risolve questo problema. Veneto Banca, ad esempio, l'istituto di Montebelluna, potrà aumentare i prestiti ai propri clienti, ma altrettanto non potrà fare Unicredit, i cui clienti purtroppo sono molti di più. Per attenuare la recessione che è alle porte, la Bce può contribuire, ma pensare che passi per Francoforte la soluzione dei nostri problemi è un'illusione. Non esistono scorciatoie finanziarie. Servono quei provvedimenti per la crescita per troppo tempo rimandati. E servono subito.

Francesco Giavazzi

21 dicembre 2011 | 14:50© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_21/banca-centrale-no-soluzione-giavazzi_0d672a12-2b9b-11e1-92c6-0bc88599d431.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L’emergenza non è finita
Inserito da: Admin - Marzo 17, 2012, 04:05:11 pm
L’emergenza non è finita

Nell’audizione alla Camera sulle liberalizzazioni, il presidente del Consiglio ha giustamente ricordato ai deputati della Lega Nord che la riduzione dello spread fra Italia e Germania, ieri sceso a quota 282, non è solo merito della Bce: una parte non piccola riflette la fiducia di cui gode il governo nei mercati finanziari internazionali. Paradossalmente è proprio questa fiducia il nostro maggior fattore di rischio. Innanzitutto perché ha fatto venire meno l’urgenza. In dicembre il decreto salva Italia fu varato dal governo e approvato dal Parlamento in due settimane. Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, il presidente del Consiglio annunciò che liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro sarebbero state varate entro gennaio.

Siamo a metà marzo: il decreto sulle liberalizzazioni attende ancora la definitiva approvazione da parte del Parlamento e le norme sul mercato del lavoro non sono state ancora portate in Consiglio dei ministri. Non è solo una questione di calendario. Più i tempi si dilatano, più le corporazioni che con queste norme si vorrebbero colpire riescono a organizzarsi per evitarle. Il decreto cresci Italia ne è l’esempio. Il provvedimento che verrà approvato è un’immagine molto sbiadita dell’afflato liberista che ispirò il primo testo del governo. Valga per tutti il compromesso sulla separazione della rete di distribuzione dal gas dall’Eni: dovrà avvenire non prima del settembre 2013, quando questo governo non ci sarà più. Al prossimo sarà sufficiente un decreto di poche righe per cancellare tutto. Come fa un investitore che deve scommettere su un cambio di passo dell’Italia a fidarsi? La fiducia sta creando le condizioni per la sua stessa dissoluzione.

Il risveglio potrebbe essere brusco. Mentre il governo continua a costruire i propri programmi sull’ipotesi che l’economia nel 2012 si contragga dell’ 1 per cento, il Fondo monetario internazionale prevede un -2,2% e i maggiori investitori internazionali una forchetta fra -2%, nell’ipotesi più favorevole, e -4% in quella meno favorevole, con una mediana di -3%. Con questi numeri il deficit rimarrà sopra il 4% del Pil e il debito ricomincerà a crescere. Come lo spieghiamo a quegli stessi investitori e ai nostri partner tedeschi, ai quali abbiamo ripetutamente promesso il pareggio di bilancio nel 2013? C’è un solo modo per uscire da questo guaio. Convincerli che la recessione del 2012, per quanto grave, è un fatto transitorio e che le norme che stiamo approvando segneranno davvero un cambio di passo. Bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro.

Il ministro Fornero ha pronto un testo incisivo, che prevede da subito interventi volti a eliminare la segmentazione tra precari e lavoratori a tempo indeterminato, e che modifica immediatamente l’articolo 18 per i nuovi assunti. Su queste norme si gioca il futuro del governo e del Paese. Se le pressioni corporative o i suoi colleghi ministri dovessero chiederle un passo indietro, Elsa Fornero dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino.

Francesco Giavazzi

17 marzo 2012 | 9:39© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_17/giavazzi_emergenza_non_finita_fa7eaa9c-6ffb-11e1-a5a4-3511fb610746.shtml


Titolo: Monti replica a Giavazzi «Eccesso di impazienza»
Inserito da: Admin - Marzo 17, 2012, 04:06:29 pm
DOPO l'EDITORIALE

E Monti replica a Giavazzi «Eccesso di impazienza»

Il premier: le liberalizzazioni non sono «bruciate»


MILANO - Parla del suo amico, collega e autorevole economista che però «dá un esempio di eccesso di impazienza quando sul Corriere scrive cose imprecise che disorientano completamente chi voglia valutare». Il presidente del consiglio Mario Monti, al convegno di Confindustria a Milano, torna sull'editoriale del Corriere della Sera a firma di Francesco Giavazzi dal titolo «L'emergenza non è finita».

LE CRITICHE - «L'impazienza è atteggiamento ben giustificato - precisa Monti - quando ci si trova di fronte a situazione complessa che richiede interventi rapidi, ma bisogna tuttavia essere realistici nell'osservare le cose. Piccole cose sbagliate perché - osserva - è bene per noi governo sentire la frusta dell'impazienza intellettuale, ma è troppo comodo per noi se quella frusta perde un po' di autorità perchè è imprecisa. Il 29 dicembre il presidente del Consiglio annunciò che le liberalizzazioni e la riforma del mercato del lavoro sarebbero state varate entro gennaio». Ed è proprio a gennaio che il decreto viene adottato dal Consiglio dei ministri. «Dipende che cosa significa varate - aggiunge Monti, leggendo alcuni stralci dell'editoriale - la settimana prossima ci sarà l'approvazione definitiva da parte del Parlamento. Penso che anche Giavazzi ricordi che il decreto legge ha i suoi tempi. Rispetteremo il termine di fine marzo per riforma lavoro».

LA DIFESA - Poi la difesa del ministro del Lavoro Elsa Fornero che «non abbandonerà il governo Monti al suo destino - ha aggiunto Monti. - Credo che il ministro non possa abbandonarci al nostro destino, anche perché martedì siederò al suo fianco per presiedere la riunione con le parti sociali».

Redazione Online

17 marzo 2012 | 14:02© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/economia/12_marzo_17/monti-giavazzi-replica_0ef016b8-702a-11e1-a5a4-3511fb610746.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Domande senza risposta
Inserito da: Admin - Marzo 20, 2012, 06:22:50 pm
Politica e corporazioni

Domande senza risposta

I problemi dell'Italia si possono osservare da due diverse prospettive: da Roma, come da tutte le capitali, appare in primo piano la politica. Ovviamente non mi riferisco ai ministri di questo governo, ma a quei politici che parlano del futuro dell'Italia e in realtà pensano solo al futuro proprio, a quale posto riusciranno a occupare nel prossimo giro della giostra romana. Si stracciano le vesti se il governo usa il voto di fiducia per evitare che alcuni provvedimenti vengano del tutto svuotati di efficacia in Parlamento: in realtà temono solo che il voto di fiducia annulli il loro potere di intermediazione fra governo e corporazioni. Alti dirigenti dello Stato che asseriscono l'impossibilità di tagliare anche di un solo euro la spesa pubblica, difendono l'assoluta necessità dei 30 miliardi che ogni anno lo Stato trasferisce ad imprese pubbliche e private: tutti essenziali, e soprattutto quelli destinati alle aziende nei cui consigli di amministrazione essi siedono da anni.

Da questo osservatorio si rischia di confondere le corporazioni (lo sono anche Confindustria e i sindacati) con le istituzioni.
È un ambiente dal quale è impossibile estirpare il virus della corruzione. Un mondo nel quale diventa persino difficile nominare il direttore generale del Tesoro, incarico (come ricordai sette settimane or sono) forse ancor più delicato di quello di Governatore della Banca d'Italia, e un nodo che il presidente del Consiglio non è ancora riuscito a sciogliere.

Diversamente si può guardare l'Italia da un'altra prospettiva: quella degli investitori che hanno acquistato il nostro debito pubblico e ogni giorno si chiedono se sia ancora un buon impiego dei risparmi che sono stati loro affidati. Essi non risiedono solo a Milano, Londra o New York, ma anche a Omaha, Nebraska, dove ha sede la società di Warren Buffet, uno dei più abili investitori al mondo, a Oslo e a Singapore, dove hanno sede grandi fondi sovrani.

Peraltro non c'è bisogno di spostarsi tanto lontano per avere una prospettiva diversa sui problemi italiani: è sufficiente recarsi a Palermo e fare una chiacchierata con Ivan Lo Bello, il presidente degli industriali siciliani. Da anni ripete che ogni euro di spesa pubblica è un colpo alla concorrenza, agli imprenditori che cercano di farcela da soli, e invece un aiuto a quelli più abili nel percorrere i corridoi dei ministeri che a esportare. Ci si può anche chiedere come reagiranno i cittadini tedeschi quando leggeranno che l'Italia, dopo essersi ripetutamente (e a mio avviso incautamente) impegnata al pareggio di bilancio nel 2013 - senza mai aggiungere «se il ciclo lo consentirà» - dovrà rivedere i propri obiettivi e spostare in là nel tempo quell'impegno.

Da questi osservatori appare chiaro che le difficoltà non stanno nei problemi da risolvere, ma nel mondo che a Roma s'interpone fra il problema e la sua soluzione.

Non c'è dubbio che Mario Monti sia in assoluto la persona che meglio conosce e apprezza le preoccupazioni degli osservatori internazionali, preoccupazioni che riprendevo nel mio articolo del 17 marzo («L'emergenza non è finita») e che il premier sabato ha accusato di eccessiva impazienza. Capisco le difficoltà di fare fronte a quell'emergenza. Ma anche Prometeo per regalare il fuoco e la speranza agli uomini fu condannato al supplizio...

Francesco Giavazzi

20 marzo 2012 | 8:12© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_20/domande-senza-risposta-francesco-giavazzi_941d5f78-7253-11e1-a140-d2a8d972d17a.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. L'europa vista da Berlino
Inserito da: Admin - Luglio 05, 2012, 11:57:54 am
MERKEL E LA MONETA UNICA

L'europa vista da Berlino

I risultati del vertice europeo della scorsa settimana potrebbero segnare un punto di svolta nella lunga crisi dell'eurozona. E tuttavia essi rendono ancor più urgente accelerare le riforme. Perché fra gli annunci di Bruxelles e le azioni concrete che ora dovranno seguire trascorrerà molto tempo, e i mercati si interrogano se alla fine tutto andrà come il comunicato di venerdì scorso ha lasciato intendere. In questa incertezza è solo la determinazione di ciascun Paese a fare i propri «compiti a casa» che può tranquillizzare gli investitori.

La novità più interessante emersa nel vertice è la strategia della Germania. Solo poche settimane fa Angela Merkel non aveva consentito l'uso diretto di fondi europei per ricapitalizzare le banche spagnole. Venerdì invece ha detto sì, ma a condizione che il potere di vigilare sulle banche di ciascun Paese sia trasferito alla Banca centrale europea. Sarebbe una decisione storica: neppure la Federal reserve americana ha poteri tanto ampi. Ma non sarà facile.

Innanzitutto non è chiaro se lo si può fare senza modificare i trattati europei (l'articolo 107 consente il trasferimento alla Bce solo di «alcuni compiti» di vigilanza). In secondo luogo perché proprio in Germania le Casse di risparmio - feudo dei politici che comandano nei Länder - hanno già detto che non intendono farsi vigilare da un'istituzione europea, e che se ciò fosse loro imposto ricorrerebbero alla Corte costituzionale. Insomma, ci vorrà del tempo prima che la condizione tedesca sia soddisfatta, e nel frattempo la ricapitalizzazione delle banche può solo avvenire a carico dei già debolissimi conti pubblici spagnoli.

Sulla possibilità di usare fondi europei per acquistare titoli pubblici e quindi ridurre gli spread (la richiesta dell'Italia durante il vertice a Bruxelles), Angela Merkel ha per ora di fatto detto no. La Germania ritiene che per arrivarci sia necessario un altro passo avanti nell'integrazione, cioè un'ulteriore cessione di sovranità. Ad esempio accettare che, se un Paese non rispetta gli impegni che ha preso sui propri conti pubblici, la nuova legge finanziaria che si renderà necessaria non sia scritta dal suo governo e approvata dal suo Parlamento, ma scritta dalla Commissione di Bruxelles e approvata dal Parlamento europeo.

Un simile passo, che sarebbe infinitamente più rivoluzionario dell'inutile battaglia sugli eurobond, potrebbe essere meno lontano di quanto si pensi. L'idea di un meccanismo antispread ha avuto il merito di affermare che divari troppo ampi nel costo del denaro sono incompatibili con la moneta unica. Ma allo stato attuale interventi sui titoli appaiono improbabili. Chi li potrebbe fare, infatti, non ha le risorse necessarie per essere credibile: lo European financial stability fund ha solo poche decine di miliardi di liquidità, e il nuovo European stability mechanism (Esm) ha solo il suo capitale (80 miliardi, che riceverà poco alla volta). Come abbiamo imparato nel settembre del 1992, durante la crisi dei cambi fissi rispetto al marco tedesco, solo disponendo di risorse teoricamente illimitate si possono stabilizzare i prezzi.

Allora solo la Bundesbank era in grado di difendere i cambi fissi: nel momento in cui non fu più disposta a farlo il sistema crollò. Oggi solo la Bce potrebbe impegnarsi a limitare gli spread: acquistando essa stessa i titoli o finanziando l'Esm. La Germania (fortunatamente) si oppone a un simile uso improprio (e inutile) della politica monetaria: infatti non ha consentito che all'Esm fosse data una licenza bancaria. Gli interventi quindi non sarebbero credibili, e perciò sarebbero controproducenti.

Con buona pace di coloro che da settimane accusano Angela Merkel di essere un'irresponsabile, il vertice ha chiarito che la cancelliera non ha alcuna intenzione di lasciare fallire l'unione monetaria. È l'unico leader europeo ad avere una strategia chiara e che potrebbe funzionare. Non salti nel buio, proposte inutili e irrealizzabili, come gli eurobond, ma una progressiva cessione di sovranità all'Europa, cioè una transizione graduale ma concreta verso un'unione politica.

Nel frattempo però gli argini rimangono fragili e le nostre debolezze le stesse di una settimana fa, perché non vi era nulla che il vertice potesse fare per risolverle.

L'unica strada è continuare a fare ciascuno i propri compiti. Nel nostro caso una riduzione drastica della spesa pubblica (e quindi il prima possibile delle imposte), vere privatizzazioni (non trasferimenti di azioni da un braccio dello Stato ad un altro), il completamento degli interventi (finora troppo timidi) volti ad aprire i mercati.

Il tempo sta per scadere. La campana potrebbe suonare già il 7 agosto, quando si conosceranno i dati sulla crescita del secondo trimestre dell'anno, purtroppo, temo, non buoni.

P.S. Riprendo a scrivere dopo aver consegnato al governo, il 23 giugno scorso, il rapporto sui Contributi pubblici alle imprese , ed aver così esaurito l'incarico che mi era stato affidato. Mi auguro che quel lavoro sia di qualche utilità nell'ambito della spending review.

Francesco Giavazzi

3 luglio 2012 | 8:27© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_luglio_03/europa-vista-da-berlino-francesco-giavazzi_6e6f634e-c4cd-11e1-a141-5df29481da70.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Ce la facciamo anche da soli
Inserito da: Admin - Agosto 05, 2012, 07:36:28 pm
IL COMMISSARIAMENTO SI PUÒ EVITARE

Ce la facciamo anche da soli

Dobbiamo farcela da soli. Non chiedere l'aiuto del Fondo europeo per la stabilità finanziaria (Efsf e poi Esm), non sottoporci alla vigilanza dell'Eurogruppo e rinunciare allo scudo che ci offre la Bce. Ce la possiamo fare da soli perché la nostra situazione è diversa da quella spagnola: non abbiamo avuto una bolla immobiliare e le nostre banche non sono zeppe di mutui andati a male; il debito pubblico è elevato (123% del Pil), ma i conti dello Stato al netto degli interessi sono attivi (+3,6% nel 2012), e soprattutto non abbiamo accumulato un ingente debito estero spendendo per oltre un decennio il 10% più di quanto veniva prodotto. La Spagna non ha alternative, noi sì.


Per riuscirci da soli ci vuole uno scatto di orgoglio. È necessario che Mario Monti ritrovi lo slancio e la determinazione iniziali. E soprattutto è necessario che il Parlamento si occupi di meno degli interessi particolari dei quali è diventato il paladino e guardi un po' di più all'interesse generale. Se pensassimo di non esserne capaci, tanto varrebbe votare subito: la campagna elettorale sarebbe in gran parte inutile perché l'agenda politica verrebbe comunque dettata da altri, i quali non necessariamente fanno solo i nostri interessi. E il risultato delle elezioni sarebbe pressoché irrilevante: anche questioni di nostra pertinenza verrebbero risolte a Berlino e a Francoforte.


Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano. Oggi, non a settembre. Perché quando la Spagna firmerà la sua richiesta di aiuto - prevedo nei prossimi giorni - se non avremo una strategia alternativa e senza l'intervento della Bce, il nostro spread salirà ancora. Ci troveremmo a dover chiedere aiuto con un'economia allo stremo.


Il piano per «salvare l'Italia» ha due parti. Innanzitutto bisogna sospendere, da qui alle elezioni, le emissioni di titoli a medio-lungo termine. Da settembre a marzo il Tesoro ne deve emettere 100 miliardi circa, di cui 60 circa detenuti da residenti, 40 da investitori esteri. Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas: i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati. Vendere con la rapidità necessaria è tuttavia tecnicamente impossibile. Le azioni di queste società sono già state trasferite alla Cassa Depositi e Prestiti che può scontarle alla Bce e con la liquidità così ottenuta acquistare Btp.

La Cassa ha una licenza bancaria e lo può fare: è quello che da mesi fanno le nostre banche. Si può riprodurre il meccanismo con altre società pubbliche e veicoli diversi dalla Cassa. Affinché una simile operazione sia credibile non deve essere un'alchimia finanziaria, ma un «anticipo in conto vendita», cioè si deve cominciare a vendere. Si potrebbe anche pensare ad attrarre il risparmio delle famiglie con emissioni di titoli non soggetti a imposte per i residenti. Il ministro Grilli avrà certamente idee migliori: l'importante è la rapidità. Cento miliardi sarebbero sufficienti per cancellare la maggior parte delle aste di qui a marzo.


Sette mesi senza l'assillo delle aste dovrebbero essere impiegati, come diceva Prodi (che però purtroppo non lo fece), per «smontare l'Italia come un meccano e rimontarla in modo che funzioni»: ridurre le spese, tagliare il debito vendendo, riprendere riforme (liberalizzazioni e mercato del lavoro) che sono state lasciate a metà, fare una legge elettorale decente. Se lo farà, Mario Monti ci avrà regalato un Paese indipendente e moderno.

Francesco Giavazzi

4 agosto 2012 | 7:56© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_agosto_04/ce-la-facciamo-da-soli-giavazzi_88188e44-ddf3-11e1-9fa2-bd6cbdd1a02d.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Ogni promessa non sia debito
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2012, 10:49:36 am
ELEZIONI E PROGRAMMI DEI PARTITI

Ogni promessa non sia debito

Durante la campagna elettorale del 2006 la coalizione di centrosinistra si impegnò, qualora avesse vinto le elezioni, a cancellare la riforma Maroni, che a partire dal 2008 avrebbe aumentato di tre anni l'età minima per andare in pensione. Vinte le elezioni, il governo Prodi mantenne la promessa, con un costo, per il sistema previdenziale, stimato in circa 10 miliardi sull'arco di un decennio. Durante la successiva campagna elettorale, era il 2008, Silvio Berlusconi, in un dibattito televisivo, promise di cancellare l'Ici sulla prima casa, anche in questo caso senza spiegare come il governo avrebbe fatto fronte al mancato gettito, circa 2 miliardi di euro l'anno.

Si avvicinano le elezioni e tornano le promesse. In sordina, durante il mese di luglio, la Camera ha approvato un ordine del giorno - promosso da Cesare Damiano, ministro del Welfare nel secondo governo Prodi, ma sottoscritto da deputati di tutti i partiti che sostengono Mario Monti - che chiede al governo di favorire un iter parlamentare spedito per l'approvazione di un disegno di legge che smonterebbe pezzi importanti della riforma Fornero, con un costo per lo Stato stimato in circa 5 miliardi dal 2012 al 2019.

Nel centrodestra è forte la tentazione di ripetere le gesta del 2008 e impostare la campagna elettorale sulla promessa di cancellare l'Imu sulla prima casa, un'imposta il cui gettito è stimato quest'anno in 3,3 miliardi di euro. Angelino Alfano pensa che si possa far fronte alle minori entrate non tagliando le spese, bensì vendendo immobili pubblici per una cifra straordinaria: 400 miliardi di euro. Basta alzare gli occhi e leggere quanti cartelli «affittasi» e «vendesi» sono appesi nelle nostre città per dubitare di questa copertura.

L'incertezza su ciò che accadrà dopo le elezioni è la maggior preoccupazione degli investitori cui chiediamo di acquistare i titoli del nostro debito pubblico. Se nei prossimi mesi non saremo capaci di tranquillizzare i mercati sulla tenuta dei conti dopo le elezioni i tassi di interesse rimarranno elevati: è un'incertezza che nemmeno la Banca centrale europea può cancellare.

Vi sono due modi per rassicurare i mercati: ci si può legare le mani affidandoci alla vigilanza di organismi esterni (Bruxelles, la Bce, il Fondo monetario), oppure possiamo dare noi delle garanzie. Il presidente del Consiglio potrebbe chiedere ai partiti della sua maggioranza - i maggiori concorrenti nelle prossime elezioni - di votare una risoluzione parlamentare in cui si assumono alcuni impegni precisi: ad esempio, il centrodestra si impegna a non cancellare l'Imu e il centrosinistra a non modificare la riforma delle pensioni. Mario Monti e Giorgio Napolitano, che siederanno nel nuovo Parlamento come senatori a vita, dovrebbero assumersi l'onere di garantire questo impegno. Un vincolo liberamente sottoscritto dai partiti e votato dagli elettori sarebbe incomparabilmente più forte (e dignitoso) di qualunque coercizione esterna.

Francesco Giavazzi

4 settembre 2012 | 8:32© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_settembre_04/giavazzi-ogni-promessa-non-sia-debito_2378ace4-f64e-11e1-ac56-9abd64408884.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Quel che resta (molto) da fare
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2012, 04:02:16 pm
IL GOVERNO E LA CAMPAGNA ELETTORALE

Quel che resta (molto) da fare


Vi è una sorprendente asimmetria fra l'economia tedesca e la nostra. In Germania quest'anno il reddito crescerà di circa l'1%; in Italia scenderà di oltre due punti. Ci aspetteremmo che in un'economia che soffre di scarsa domanda i prezzi scendano, o almeno non salgano. Invece l'inflazione è più alta in Italia che in Germania: 2,7% contro 1,8%. Questi dati si riferiscono ai prezzi al consumo depurati dall'effetto delle imposte indirette: cioè la differenza fra la nostra inflazione e quella tedesca non può essere attribuita all'aumento dell'Iva o di altre accise.

Il motivo per cui, nonostante la recessione, l'inflazione non scende, è la scarsa concorrenza. L'anno scorso (dati Mediobanca) il margine operativo netto in percentuale del valore aggiunto, una buona misura della redditività di un'azienda, è stato del 43% nel settore dell'energia, 33% nei servizi, 17% nell'industria manifatturiera.

Insomma, siamo un Paese in cui chi compete sui mercati internazionali continua ad ottenere grandi successi, ma con margini sempre più ridotti, che rendono problematico investire. Altre aziende, invece, protette dalla concorrenza, aumentano i prezzi e così riescono a estrarre ricche rendite dal resto dell'economia.

Queste rendite sono poi suddivise a seconda dei rapporti di forza fra gli imprenditori e i loro dipendenti: non è un caso che i sindacati più potenti si trovino proprio nei settori protetti (gli elettrici ad esempio). Avere un sindacato forte là dove non c'è polpa serve a poco. Il salario contrattuale medio (anno 2011, dati Istat) era di 32.600 euro nel settore elettrico e nelle concessionarie autostradali, 28.500 nelle aziende comunali di smaltimento rifiuti, e solo 22.700 nell'industria meccanica, dove vi sono alcune eccellenze della nostra economia.

Alle elezioni mancano sei mesi, ma solo quattro concretamente utilizzabili dal governo. Non sono pochi, e nelle condizioni in cui si trova il Paese sarebbe folle sprecarli. Questo governo tecnico non ha nulla a che fare con le elezioni, con la campagna elettorale e con il suo risultato. Se alcuni ministri, diversamente dal presidente del Consiglio, meditano di presentarsi alle elezioni dovrebbero lasciare subito il loro incarico per evitare che la campagna elettorale interferisca con l'azione del governo.

Nel presentare il suo programma alle Camere, Mario Monti disse: «Ciò che occorre fare per ricominciare a crescere è noto da tempo: provvedimenti rivolti a rendere meno ingessata l'economia, a facilitare la nascita di nuove imprese e poi indurne la crescita. L'obiezione che spesso si oppone a queste misure è che esse servono, certo, ma nel breve periodo fanno poco per la crescita. È un'obiezione dietro la quale spesso si maschera - riconosciamolo - chi queste misure non vuole, non tanto perché non hanno effetti sulla crescita nel breve, ma perché si teme che ledano gli interessi di qualcuno».

Francesco Giavazzi

7 ottobre 2012 | 11:07© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_ottobre_07/quel-che-resta-molto-da-fare-giavazzi_3d0e9392-104a-11e2-9c6c-96f0bb140020.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Una domanda al professor Giavazzi su Giubbe rosse
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2012, 05:38:15 pm

Una domanda al professor Giavazzi su Giubbe rosse

Pietro Spataro

Data: 2012-11-25

Da tempo Sofia Ventura, politologa vicina al Pdl e poi a Fini, sta conducendo su Twitter una martellante campagna per votare Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra. Ha già fatto sapere, però, che se il sindaco di Firenze non dovesse vincere, lei Bersani o Vendola non li voterà mai. Una scelta, come dire, politologicamente bizzarra.

Ora anche Francesco Giavazzi – che come si sa è un economista e un editorialista del Corriere della Sera molto liberista e piuttosto lontano dalle posizioni del Pd – ha firmato un appello di sostegno allo stesso candidato. Non ha specificato, il professore, che cosa voterà alle elezioni del 2013 se le primarie dovessero andare in modo diverso dai suoi auspici. In attesa che presto sia svelato l’arcano, facciamo notare che non sarebbe moralmente onesto se anche lui, come Sofia Ventura o altri ancora se ce ne sono in giro, dovesse partecipare alla scelta del candidato premier di una coalizione con un retropensiero rivolto a un’altra.

La politica è una cosa seria, come stanno dimostrando da stamattina quei milioni di cittadini che sono in fila perché si sentono elettori del centrosinistra e vogliono partecipare alla sua battaglia per ricostruire il Paese. Il doppio gioco non è mai un buon comportamento nemmeno in una spy story, figuriamoci in una consultazione democratica. E quindi è abbastanza scorretto, sia che lo pratichi chi dà un «sostegno condizionato» a Renzi sia chi lo fa con qualunque altro candidato. L’Italia, dopo il ventennio dei molteplici inganni, oggi ha bisogno di un gioco pulito che rispetti finalmente le regole elementari.


da - http://giubberosse.com.unita.it/2012/11/25/una-domanda-al-professor-giavazzi/


Titolo: Jacopo Iacoboni Se anche Giavazzi firma l'appello per votare Renzi.
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2012, 07:45:57 pm
 23/11/2012

Jacopo Iacoboni 


Se anche Giavazzi firma l'appello per votare Renzi


Anche Francesco Giavazzi firma un appello - molto milanese, professionisti, avvocati, uomini di Università, impresa e finanza - per votare Matteo Renzi domenica.

 

L'appello, promosso da Alessandro Balp, avvocato, uno dei finanziatori del sito Linkiesta ( sul sito c'è l'elenco completo dei firmatari), capita a due giorni dalle primarie, quando tutto sembra convergere verso un esito che porterebbe al ballottaggio tra Bersani e il sindaco di Firenze; dunque, un altro endorsement arricchisce la corsa del centrosinistra, ma è un endorsement di pregio particolare, di peso e valore politico differenti. Giavazzi, l'Altro Professore, economista pure lui, bocconiano pure lui, commentatore e prima tra le firme del Corriere della Sera, è grande amico di Mario Monti da quarant'anni, come ricorda spesso, ma non gli ha risparmiato in questi mesi critiche, sempre naturalmente "costruttive". 

 

A giugno Monti lamentò «il mio governo e io abbiamo sicuramente perso in questi ultimi tempi l’appoggio che gli osservatori ci attribuivano, spesso colpevolizzandoci, dei cosiddetti poteri forti». L’affondo non passò inosservato; con chi ce l’avesse esattamente, com’è ovvio, il Professore non lo disse. Si riferiva tuttavia ad ambienti rispetto ai quali era tradizionalmente considerato omogeneo. Probabilmente non aveva gradito un articolo di altri due professori, Francesco Giavazzi, appunto, e Alberto Alesina, sul Corriere. O certe critiche ricolfiane sulla Stampa. Fatto sta che nei suoi pezzi Giavazzi denunciava ancora una volta «i passi indietro compiuti sulle liberalizzazioni e sulla riforma del mercato del lavoro». Parlava di «una direzione sbagliata» del governo, che procede alla creazione di più infrastrutture fisiche, quando ci vorrebbero infrastrutture immateriali, giustizia civile più veloce, cause di lavoro più certe e spedite, pagamenti rapidi della pubblica amministrazione alle imprese, lotta alla criminalità, un’università che produca «buon capitale umano e buona ricerca». 

 

Parlando quella volta con La Stampa, Giavazzi si mostrò consapevole che critiche come le sue - o quelle di alcuni altri sui giornali - potessero aver irritato il premier, «ma so anche che Mario è una persona perbene, non permalosa e sicuramente in buona fede, prova ne è il fatto che ha chiamato a collaborare con lui proprio chi lo criticava». Monti, spiegò Giavazzi, ha sempre avuto «una capacità di ascolto che in tanti anni di vita pubblica raramente avevo riscontrato». Lo stesso Prodi - ancora un Professore - reagiva assai più piccato alle critiche.  Ora, aggiunge il suo nome in calce al candidato di centrosinistra che più si sposa con l'agenda liberal e più è distante dall'agenda economica della sinistra Pd incarnata da uomini come Fassina. 

twitter @jacopo_iacoboni 

da - http://www.lastampa.it/2012/11/23/blogs/arcitaliana/se-anche-giavazzi-firma-l-appello-per-votare-renzi-mX0IaaDlVTGr5MkA3IkGRL/pagina.html


Titolo: Francesco GIAVAZZI. - Ora ridurre senza indugi le tasse sul lavoro
Inserito da: Admin - Aprile 30, 2013, 11:42:32 am
L'agenda per l'emergenza

Ora ridurre senza indugi le tasse sul lavoro


Quando il 35% dei giovani non trova lavoro, e se lo perdi dopo i quarant'anni non lo trovi più, quando a Milano, nel cuore dell'Italia più ricca, sono sempre più numerose le famiglie che portano i figli alla mensa dei frati di San Francesco perché entrambi i genitori hanno perso il lavoro e non ce la fanno più a portare in tavola pranzo e cena, un governo deve avere una sola priorità: il lavoro.

La prima cosa da fare è cancellare la parola riforme dal vocabolario del governo. Gli stessi partiti che sostengono Enrico Letta hanno sprecato un anno a parlare di riforme, senza farle. Non sprechiamone un altro. Servono misure concrete, non grandi riforme (tranne ovviamente le riforme istituzionali come la legge elettorale). Scelte immediatamente operative che non si perdano nel labirinto dei regolamenti attuativi, cadendo preda di una burocrazia che pensa solo ad autoalimentare se stessa. Le riforme economiche dovranno aspettare un governo sufficientemente coeso per farle. Purtroppo non questo.

La riforma Fornero non è riuscita a sostituire contratti a tempo determinato e indeterminato con un contratto unico, cioè non ha riformato il mercato del lavoro. Il risultato paradossale è che oggi assumere è diventato un po' più difficile. I contratti a tempo determinato non sono certo l'ideale, ma sono meglio della disoccupazione. Bisogna cancellare le norme che dallo scorso anno li hanno resi più complicati.

Le tasse sul lavoro fanno sì che in Italia un lavoratore non sposato costi all'impresa circa due volte il suo stipendio netto, contro un rapporto pari a 1,7 nel resto dell'area euro. I contributi sociali ammontano (dati Istat per il 2011) a circa 216 miliardi. Per riportare il cuneo fiscale a livelli europei servono circa 50 miliardi. Quindici si possono recuperare eliminando tutti i sussidi, come da mesi chiede Confindustria. Altrettanti tagliando detrazioni fiscali, come proposto dalla Commissione Ceriani. Sette (come suggerisce Tito Boeri su Repubblica ) cancellando i corsi di formazione regionale che non servono a nulla. Una decina (stima della Uil) tagliando alcuni costi della politica, a cominciare dai rimborsi elettorali. Il resto proponendo uno scambio ai contribuenti più abbienti: aliquote più basse, ma costi dei servizi più elevati, a cominciare da sanità e università. Per farlo occorre rendere operativa l'Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), lo strumento che consente di far pagare alcuni servizi in funzione del reddito, che il governo uscente non è riuscito a far approvare.

Sei mesi fa il presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella (uno dei dieci saggi nominati da Napolitano) ha inviato al governo 75 proposte concrete per liberare l'economia, cancellando un po' di rendite e di vincoli che rendono tanto difficile lavorare. Il governo uscente le ha riposte in un cassetto. Le si traducano in altrettanti articoli di un decreto legge e lo si adotti nel primo mese di governo.

Le banche hanno chiuso i rubinetti del credito: il motivo principale è che hanno troppo poco capitale. Nell'attesa che l'Europa trovi il modo per rafforzarle (ci vorranno molti mesi), si può ridurre il capitale di cui le banche devono disporre per erogare il credito, garantendo i prestiti alle piccole e medie imprese, come fa la Sace con il credito all'esportazione. Queste garanzie potrebbero essere offerte dalla Cassa depositi e prestiti. Negli anni la Cassa si è trasformata in una nuova Iri (l'Istituto per la ricostruzione industriale creato da Mussolini nel 1933) via via acquistando pezzi di imprese pubbliche. Bisogna smontare questo sistema sovietico privatizzando per liberare il credito alle imprese. Gli argomenti per cui lo Stato dovrebbe continuare a mantenere partecipazioni rilevanti in Eni, Enel, Terna, Snam Rete Gas, Finmeccanica, Assicurazioni Generali non solo sono sbagliati. Sono anche difficili da spiegare ad un'azienda che chiude perché la banca le ha tagliato le linee di credito.

Francesco Giavazzi

29 aprile 2013 | 8:53© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_aprile_29/giavazzi-ora-ridurre-senza-indugi-le-tasse_8c7d2ee0-b098-11e2-b358-bbf7f1303dce.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. CHI DETIENE LE VERE LEVE DEL POTERE
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2013, 04:37:37 pm
CHI DETIENE LE VERE LEVE DEL POTERE

Burocrazia inossidabile

Uno dei motivi, forse il principale, per cui il governo guidato da Mario Monti non è riuscito a tagliare la spesa pubblica è stata la scelta di mantenere al loro posto, quasi senza eccezioni, tutti i grandi burocrati che guidano i ministeri.
Il nuovo governo ha tempo fino al 31 maggio per decidere se confermare gli alti dirigenti dei ministeri: capi di gabinetto e degli uffici legislativi, capi dipartimento, direttori generali. Chi non verrà esplicitamente confermato, automaticamente decadrà. È una delle scelte più importanti delle prossime settimane.

Accadde qualcosa di analogo con il primo esecutivo Berlusconi. I nuovi ministri della Lega che scesero a Roma nel 1994 - Giancarlo Pagliarini, Vito Gnutti, Roberto Radice - erano uomini concreti, abituati a gestire imprese, inesperti di burocrazia romana. Al suo primo giorno di lavoro il neoministro del Bilancio, Pagliarini, dopo aver letto un documento della Ragioneria generale dello Stato, a suo avviso incomprensibile, disse: «Bisogna rifare il bilancio dello Stato da zero. Se continuano a scriverlo così, solo la Ragioneria generale lo capisce e solo loro decideranno».

Il monopolio delle informazioni è il vero motivo della potenza della burocrazia. Gestire un ministero è una questione complessa: richiede dimestichezza con il bilancio dello Stato e il diritto amministrativo e soprattutto buoni rapporti con i burocrati che guidano gli altri ministeri e la presidenza del Consiglio. Gli alti dirigenti hanno il monopolio di questa informazione e di questi rapporti, e tutto l'interesse a mantenerlo. Hanno anche l'interesse a rendere il funzionamento dei loro uffici il più opaco e complicato possibile, in modo da essere i soli a poterli far funzionare. E così quando arriva un nuovo ministro, animato dalle migliori intenzioni, a ogni sua proposta la burocrazia oppone ostacoli che appaiono incomprensibili, ma che i dirigenti affermano essere insormontabili. Giancarlo Pagliarini perse la sua battaglia con la Ragioneria e in quel 1994 nulla cambiò.

Mario Canzio, l'attuale Ragioniere generale dello Stato, entrò in Ragioneria nel 1972, 41 anni fa, come funzionario dell'Ispettorato generale del Bilancio, l'ufficio che ha il controllo della spesa pubblica. Da quel giorno la spesa pubblica al netto degli interessi è cresciuta (ai prezzi di oggi) di circa 200 miliardi, dal 32 al 45 per cento del Pil. Da quando, otto anni fa, fu nominato Ragioniere generale, è cresciuta di oltre 30 miliardi.
I sindaci durano in carica cinque anni, con la possibilità se rieletti di un solo secondo mandato, il Governatore della Banca d'Italia sei, il presidente della Bce otto. Il Ragioniere generale a vita. Andrea Monorchio rimase tredici anni, con dieci diversi governi.

Sono tutti ottimi funzionari dello Stato, ma se non sono riusciti ad arginare la spesa pubblica per quarant'anni saranno davvero le persone più adatte per gestire una spending review ? Non è venuto il momento di affrontare il ricambio della burocrazia? E di farlo per davvero, ponendo un termine alla perenne rotazione da un ministero all'altro, da un ministero a un'autorità indipendente e da questa ancora a un ministero? Non c'è ricambio se si abbassa l'età media dei ministri mentre la struttura sotto di loro resta immutabile.

Cambiare i vecchi burocrati è certamente costoso perché un nuovo dirigente ci metterà un po' a prendere in mano le redini del ministero. Ma è un costo che val la pena pagare. L'alternativa è continuare a non fare nulla.

Francesco Giavazzi

9 maggio 2013 | 8:42© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_maggio_09/burocrazia-inossidabile_1c2f7c84-b862-11e2-8563-aab5ecf30b92.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Pagare le imprese: si può fare subito
Inserito da: Admin - Maggio 21, 2013, 07:06:54 pm
POCHI GLI IMPATTI SUI CONTI PUBBLICI

Pagare le imprese: si può fare subito

Dopo 23 mesi consecutivi di decrescita, con un livello della produzione industriale inferiore del 10% al livello del 2008, e un tasso di disoccupazione che sfiora il 12%, il fatto che le pubbliche amministrazioni continuino a non pagare quanto devono alle imprese è francamente criminale. Le fatture non saldate sono stimate in circa 100 miliardi di euro, una cifra enorme, pari al 6% del Prodotto interno lordo. Se un'impresa fallisce perché lo Stato non paga ed essa a sua volta non riesce a pagare i suoi fornitori, quell'impresa non c'è più. Non è che quando arriva il pagamento l'imprenditore la riapre. Quell'impresa è scomparsa e basta.

Dopo aver rimandato il problema per 16 mesi, l'8 aprile il governo Monti ha adottato un decreto che prevede, per quest'anno, pagamenti per 20 miliardi: un quinto del totale. Perché non tutti? Il 18 marzo la Commissione europea aveva scritto (comunicato congiunto dei vicepresidenti Rehn e Tajani): «La liquidazione del debito commerciale pregresso si rifletterebbe in un corrispondente aumento nel debito pubblico. La parte di questo corrispondente a spesa per investimenti avrebbe anche un impatto sul deficit pubblico». Nonostante il tono severo, ciò significa che la maggior parte dei debiti commerciali (tranne quelli derivanti da spese per investimenti) sono già registrati nei conti pubblici per competenza, cioè nella misura del deficit pubblico rilevante per i vincoli europei. Nel momento in cui verranno saldati, il Tesoro, per pagare, emetterà titoli pubblici: non cambierà il deficit, ma si alzerà il livello del debito. Tuttavia solo un investitore sprovveduto già non conteggia quei titoli nel totale del debito pubblico.

Anche una quota delle fatture derivanti da spese per investimenti è già stata registrata: quella relativa alla parte dell'investimento effettuato. Restano fuori circa 20 miliardi, il che significa che la somma rimborsabile senza effetti sul deficit è circa 80 miliardi.

L'allungamento dei tempi di pagamento è un fenomeno che si è aggravato negli ultimi anni. Un po' per lo stupido orgoglio di ministri che volevano far credere che il debito pubblico fosse più basso del suo valore reale. Un po' per l'inefficienza delle amministrazioni, in particolare le aziende sanitarie, che non riescono a certificare le fatture che ricevono. Molte sono certamente «gonfiate», ma questo non giustifica che si impieghino mesi a certificarle.

La maggior parte delle imprese, per sopravvivere, ha venduto questi crediti alle banche. E ha dovuto accettare uno sconto perché le banche si assumessero il rischio dei ritardi: un'altra tassa occulta pagata dalle imprese. Se lo Stato pagasse, le banche vedrebbero rientrare una parte dei loro prestiti e potrebbero riaprire le linee di credito alle imprese.

Il ministro Saccomanni sta rompendosi il capo su cifre che in confronto sono spiccioli, mentre potrebbe immettere 80 miliardi nell'economia praticamente senza alcun effetto sui conti pubblici. Potrebbe pagarne una metà subito e dare alle amministrazioni tre mesi per certificare le fatture. Alla fine dei tre mesi pagherà il resto e se la Corte dei conti verificherà che sono state pagate fatture false la responsabilità ricadrà sui funzionari che non le hanno certificate. Le certificazioni spunteranno alla velocità del suono.

Emettere 40 miliardi di titoli per saldare i debiti è possibile e questo è un buon momento per farlo. La scorsa settimana il Tesoro ha emesso Btp trentennali con un rendimento lordo del 4,8%. Tassi così bassi non dureranno a lungo. È un'occasione unica per far ripartire la crescita.

Francesco Giavazzi

20 maggio 2013 | 8:14© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_maggio_20/giavazzi-pagare-imprese-si-puo-fare_6ce1022c-c10b-11e2-9182-3948fb309202.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. La circolare degli equivoci
Inserito da: Admin - Luglio 27, 2013, 06:38:51 pm
STABILITÀ E AFFIDABILITÀ DEL PAESE

La circolare degli equivoci

Francesco Giavazzi

Lunedì scorso la Banca d'Italia e le altre istituzioni che controllano chi custodisce i nostri risparmi (banche, compagnie di assicurazione e ogni tipo di fondi di investimento) hanno emanato una circolare in cui si invita a non dare eccessivo peso ai giudizi delle agenzie di rating. D'ora in poi questi gestori dovranno valutare la rischiosità di un'azione o di un'obbligazione ragionando con la propria testa, senza fidarsi troppo dei bollini blu (AAA) e senza preoccuparsi eccessivamente di quelli rossi (BB o inferiori).

Finora questi bollini determinavano se una compagnia di assicurazione potesse detenere determinati titoli nelle proprie riserve, o quanto capitale una banca dovesse mettere da parte per far fronte a eventuali perdite su un titolo che possedeva. Se un'azienda, o uno Stato, riceveva un bollino rosso, alcuni gestori, ad esempio le assicurazioni, erano obbligati a venderne i titoli, aggravando una situazione già precaria.

Dopo il declassamento da parte di Standard & Poor's due settimane fa, il rating dei nostri Btp (lo spiegava mercoledì su queste colonne Ferruccio de Bortoli) è solo due gradini sopra il livello corrispondente al bollino rosso. Altri due passi indietro avrebbero significato, in assenza di questa circolare, vendite automatiche di quantità ingenti di titoli. Con l'effetto di far salire i rendimenti dei Btp e aggravare il costo, già ingente, del debito pubblico.

Che le agenzie di rating abbiano perduto molta della loro credibilità è un fatto da almeno un decennio. Nel 2002 mantennero la tripla A ai titoli di Enron fino a un giorno prima che l'azienda fallisse per bancarotta fraudolenta. Fino al 2006 davano la tripla A a tutte le obbligazioni emesse a fronte dei mutui immobiliari americani, senza rendersi conto che si era formata una straordinaria bolla nei prezzi delle case. Quindi ben venga l'invito ai gestori a ragionare con la propria testa assumendosi le proprie responsabilità (questo almeno giustificherà i loro stipendi spesso stravaganti).

E tuttavia fuori dall'Italia, fra quegli investitori che detengono circa un terzo del nostro debito, questa circolare, se non accompagnata da altre decisioni, potrebbe essere controproducente. Innanzitutto in molti Paesi, ad esempio in Asia e negli Stati Uniti, alcuni investitori non possono detenere titoli con bollino rosso e quindi dopo un nostro ulteriore declassamento sarebbero obbligati a vendere. Ma anche chi ragiona con la propria testa, ma è lontano dall'Italia, ad esempio il fondo sovrano di Singapore, uno dei più grandi investitori al mondo, continua nonostante tutto a dar peso ai giudizi delle agenzie. Che penserà quel gestore di un Paese che «attesa la particolare situazione di incertezza sui mercati finanziari» (come recita la circolare) interviene sulle eventuali conseguenze di un declassamento, ma sembra far poco per ribaltare le ragioni che potrebbero giustificarlo? Un'ammissione che siamo consapevoli dei rischi, ma incapaci di attenuarli.

Il governo continua a dar l'impressione di non cogliere la gravità della situazione. Il Paese ha bisogno di una scossa che ridia fiducia e faccia ripartire l'economia. Non i pochi miliardi di cui si discute ormai da due mesi, ma 50. Di tanto bisogna ridurre le spese per consentire di portare le tasse sul lavoro al livello tedesco. E poi un'accelerazione nel pagamento dei 100 miliardi di debiti dello Stato alle imprese. Almeno 50 subito, non i 5 che sono stati pagati finora o i 20 che il governo ha promesso per Natale.

27 luglio 2013 | 7:43
© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_luglio_27/circolare-degli-equivoci-giavazzi_56f6d758-f67a-11e2-9839-a8732bb379b1.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. I TAGLI ALLA SPESA POSSIBILI. La ragnatela corporativa
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2013, 07:47:23 pm
I TAGLI ALLA SPESA POSSIBILI

La ragnatela corporativa


Fra il 2008 e il 2011, all'epoca dei tagli lineari del ministro Tremonti, la spesa delle amministrazioni pubbliche (dati Banca d'Italia) è cresciuta di 21 miliardi, un aumento del 2,8%. Escludendo investimenti, interessi, pensioni e altre prestazioni sociali, la spesa è cresciuta, nel triennio, di 9 miliardi, più o meno quanto servirebbe oggi per cancellare l'Imu sulla prima casa e l'aumento dell'Iva. È quindi evidente che i tagli lineari, cioè indiscriminati, non hanno funzionato. Il motivo, come sa ogni imprenditore, è che non si riducono le spese se non si riorganizza l'azienda, chiudendo o riaccorpando uffici e reparti.
È quello che ha cercato di fare il governo Monti, puntando sulla riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. L'esempio migliore è la legge Severino che voleva rendere più efficienti le sedi giudiziarie con la chiusura di 31 tribunali, 31 Procure, 220 sezioni distaccate e 667 uffici del giudice di pace (che vi sia un eccesso di sedi è dimostrato dal Piemonte, con 17 tribunali e 139 uffici giudiziari). Il vantaggio di chiudere un tribunale è che, diversamente dai tagli lineari, la riduzione della spesa che ciò comporta è davanti agli occhi di tutti.

E tuttavia nemmeno questo ha funzionato. Innanzitutto perché la legge Severino è rimasta un caso isolato. Non sono state chiuse caserme inutili, né università giudicate pessime nella valutazione del ministero. Ma soprattutto, mentre dei tagli lineari nessuno si preoccupa, tanto si sa che non verranno applicati, le chiusure di specifiche strutture pubbliche, proprio perché più difficilmente aggirabili, suscitano reazioni violente.
Nel caso dei tribunali sono insorti gli avvocati delle sedi accorpate. E puntualmente, due settimane fa, al momento dell'approvazione della cosiddetta legge sul «Fare», il Senato ha votato un ordine del giorno, firmato da tutti i gruppi della maggioranza, che impegna il governo a modificare la legge Severino entro il 12 settembre, il giorno prima che entri in vigore. Cioè quei tribunali non verranno chiusi mai. L'errore del ministro Severino - che pure è l'unico che ha concretamente cercato di ridurre le spese - è di aver ritenuto esaurito il suo compito una volta ottenuta l'approvazione della legge.

I nostri presidenti del Consiglio trascorrono anche le vacanze e i fine settimana a Palazzo Chigi. Durante la difficilissima battaglia per l'approvazione della sua riforma sanitaria, il presidente Obama trascorreva poche ore alla Casa Bianca. Per mesi ha viaggiato da un lato all'altro degli Stati Uniti cercando di convincere gli americani in ogni città, scuola e associazione che le aziende farmaceutiche mentivano e quella legge era nel loro interesse. La difficoltà infatti non era scrivere una buona legge, ma evitare che la lobby la bloccasse. E oggi, alla vigilia dell'entrata in vigore della legge, quando la lobby è di nuovo tornata in campo per impedirla, ha schierato la sua straordinaria macchina elettorale - il team di esperti e volontari che per due volte lo ha portato alla presidenza - per convincere gli americani con un'operazione capillare.

Crederò che il governo sia impegnato a ridurre le spese quando Letta e Saccomanni si recheranno a Saluzzo, uno dei tribunali accorpati, per convincere i cittadini che togliere l'Imu richiede anche la chiusura di tribunali in eccesso, malgrado le proteste corporative degli avvocati. O a Bari, Messina, Urbino e a spiegare che la chiusura di quelle tre università (in fondo alla classifica dell'Anvur) è nell'interesse dei loro figli. Non è frequentando una fabbrica delle illusioni che ci si costruisce un futuro.

19 agosto 2013 | 7:56
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Francesco Giavazzi

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_19/ragnatela-corporativa_bb05a596-088e-11e3-abfd-c7cdb640a6bb.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI COME L’ITALIA PUò FARSI VALERE IN EURopa La trappola perversa
Inserito da: Admin - Dicembre 18, 2013, 06:16:45 pm
COME L’ITALIA PUò FARSI VALERE IN EURopa
La trappola perversa

In Europa talvolta occorre coraggio, fermezza e determinazione. È quanto speriamo abbia Enrico Letta domani sera nel Consiglio europeo di fine anno. Altrimenti le conseguenze per il nostro sistema finanziario potrebbero essere gravi.

Domani a Bruxelles Letta troverà, nel suo dossier, una gran quantità di analisi tecniche relative all’unione bancaria, il tema della riunione. Sono perlopiù questioni secondarie rispetto al vero problema: come verranno valutati nel nuovo assetto di vigilanza europea, che verrà inaugurato il primo gennaio, i titoli pubblici posseduti dalle nostre banche (circa 400 miliardi, il doppio di due anni fa)?

Alcuni di questi titoli le banche li detengono per mantenere liquidi i mercati finanziari acquistandoli e vendendoli quotidianamente: questi titoli sono valutati, giorno per giorno, ai prezzi ai quali vengono scambiati. Possono quindi produrre perdite e perciò richiedono che la banca disponga di abbastanza capitale per assorbirle. Ma una parte dei titoli pubblici le banche li detengono con l’intenzione di non venderli fino alla scadenza: questi sono valutati al prezzo al quale saranno rimborsati. Non comportano rischi e quindi non richiedono capitale. Così infatti prevedono le regole internazionali. Tutto bene, a meno che non si metta in dubbio che alla scadenza essi vengano davvero rimborsati.

Alcune settimane fa il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha detto che è giunto il momento di smetterla di assumere che il debito degli Stati venga sempre onorato: Grecia docet . Le conseguenze di un simile cambiamento delle regole sarebbero esiziali per molte banche. Nessuna oggi disporrebbe di abbastanza capitale, soprattutto in Paesi come Italia e Spagna dove il debito è elevato e le banche ne posseggono una gran quantità. E se li vendessero per alleggerire la loro esposizione il mercato dei titoli pubblici affonderebbe.

Le dichiarazioni di Weidmann hanno già prodotto effetti concreti. L’agenzia di rating Standard&Poor’s si è chiesta che cosa accadrebbe al bilancio delle Assicurazioni Generali se lo Stato non rimborsasse i Btp che esse possiedono. E ha messo sotto osservazione la compagnia chiedendo che, per affrontare questo rischio, raddoppi il proprio capitale, richiesta evidentemente impossibile da esaudire, almeno in tempi brevi.
È curioso che S&P si sia posta questa domanda per una società di assicurazione e non (o non ancora) per le banche. Una banca infatti, se congela i titoli pubblici fino a scadenza, si espone ad un rischio di liquidità, che invece non corre una compagnia di assicurazioni la quale allinea la scadenza dei titoli che possiede a quella delle polizze vita che ha emesso.

Comunque sia, Generali non può raddoppiare il proprio capitale, né vendere, almeno in tempi brevi, i Btp che possiede (per lo stesso motivo per cui sarebbe pericoloso se lo facessero le banche). Quindi ha una sola scelta, trasferirsi altrove per evitare che l’Italia (nonostante conti meno del 25% nelle attività della compagnia) la trascini verso un downgrade .
Per la verità Jens Weidmann ha ragione quando dice che dopo la Grecia non si può più assumere che i titoli pubblici siano privi di rischio. D’altronde non c’era bisogno del caso greco, basta studiare la storia e i default dell’impero austro-ungarico, o più recentemente della Russia nel 1998 e dell’Argentina tre anni dopo. Ma il presidente della Bundesbank dimentica un fatto importante. In Paesi ad alto debito, come Spagna e Italia, possono verificarsi «equilibri multipli», cioè situazioni in cui un default è prodotto semplicemente dall’aspettativa che esso possa verificarsi. È come quando i depositanti si chiedono se la loro banca abbia abbastanza contante per far fronte ad un immediato ritiro di tutti i depositi in conto corrente. Certo che in quel caso la banca fallirebbe, ma perché i clienti dovrebbero chiudere improvvisamente e tutti insieme i loro conti? Solo se temessero che la banca fallisse, cioè se si verificasse un «equilibrio perverso». Per questo esistono le assicurazioni sui depositi (fino a centomila euro nei Paesi dell’eurozona).
Ma per i titoli pubblici non esiste un’assicurazione: solo l’impegno dei governi a rimborsarli. Se quell’impegno non è più certo, un equilibrio perverso diviene una possibilità concreta. D’altronde è proprio questo il motivo per cui diciotto mesi fa Mario Draghi introdusse il programma di acquisti condizionati di titoli pubblici (Outright Monetary Transactions , Omt) che è l’unico motivo per cui la crisi dell’eurozona per ora è rientrata. Grazie cioè allo scudo della Banca centrale europea contro perverse evoluzioni sui mercati.

Domani il presidente del Consiglio dovrebbe quindi chiedere che, coerentemente con l’Omt, il Consiglio europeo stabilisca che i titoli pubblici emessi dai Paesi dell’euro sono soggetti ad un rischio di mercato (perché il loro prezzo può fluttuare prima della scadenza) ma indenni da un rischio di default . Purché i Paesi stessi non si discostino dal percorso di risanamento concordato con la Commissione europea. Le istituzioni che intendono tenere titoli di Stato fino alla data di scadenza non devono accantonare capitale. D’altronde non è stato proprio il Consiglio europeo a dire, dopo il default di Atene, che «la Grecia è un episodio che non si ripeterà»?

18 dicembre 2013
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FRANCESCO GIAVAZZI

Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_18/trappola-perversa-97fad442-67aa-11e3-963a-2749949921b5.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI COME L’ITALIA PUò FARSI VALERE IN EURopa La trappola perversa
Inserito da: Admin - Dicembre 24, 2013, 06:20:36 pm
COME L’ITALIA PUò FARSI VALERE IN EURopa
La trappola perversa

In Europa talvolta occorre coraggio, fermezza e determinazione. È quanto speriamo abbia Enrico Letta domani sera nel Consiglio europeo di fine anno. Altrimenti le conseguenze per il nostro sistema finanziario potrebbero essere gravi.

Domani a Bruxelles Letta troverà, nel suo dossier, una gran quantità di analisi tecniche relative all’unione bancaria, il tema della riunione. Sono perlopiù questioni secondarie rispetto al vero problema: come verranno valutati nel nuovo assetto di vigilanza europea, che verrà inaugurato il primo gennaio, i titoli pubblici posseduti dalle nostre banche (circa 400 miliardi, il doppio di due anni fa)?

Alcuni di questi titoli le banche li detengono per mantenere liquidi i mercati finanziari acquistandoli e vendendoli quotidianamente: questi titoli sono valutati, giorno per giorno, ai prezzi ai quali vengono scambiati. Possono quindi produrre perdite e perciò richiedono che la banca disponga di abbastanza capitale per assorbirle. Ma una parte dei titoli pubblici le banche li detengono con l’intenzione di non venderli fino alla scadenza: questi sono valutati al prezzo al quale saranno rimborsati. Non comportano rischi e quindi non richiedono capitale. Così infatti prevedono le regole internazionali. Tutto bene, a meno che non si metta in dubbio che alla scadenza essi vengano davvero rimborsati.

Alcune settimane fa il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha detto che è giunto il momento di smetterla di assumere che il debito degli Stati venga sempre onorato: Grecia docet . Le conseguenze di un simile cambiamento delle regole sarebbero esiziali per molte banche. Nessuna oggi disporrebbe di abbastanza capitale, soprattutto in Paesi come Italia e Spagna dove il debito è elevato e le banche ne posseggono una gran quantità. E se li vendessero per alleggerire la loro esposizione il mercato dei titoli pubblici affonderebbe.

Le dichiarazioni di Weidmann hanno già prodotto effetti concreti. L’agenzia di rating Standard&Poor’s si è chiesta che cosa accadrebbe al bilancio delle Assicurazioni Generali se lo Stato non rimborsasse i Btp che esse possiedono. E ha messo sotto osservazione la compagnia chiedendo che, per affrontare questo rischio, raddoppi il proprio capitale, richiesta evidentemente impossibile da esaudire, almeno in tempi brevi.
È curioso che S&P si sia posta questa domanda per una società di assicurazione e non (o non ancora) per le banche. Una banca infatti, se congela i titoli pubblici fino a scadenza, si espone ad un rischio di liquidità, che invece non corre una compagnia di assicurazioni la quale allinea la scadenza dei titoli che possiede a quella delle polizze vita che ha emesso.

Comunque sia, Generali non può raddoppiare il proprio capitale, né vendere, almeno in tempi brevi, i Btp che possiede (per lo stesso motivo per cui sarebbe pericoloso se lo facessero le banche). Quindi ha una sola scelta, trasferirsi altrove per evitare che l’Italia (nonostante conti meno del 25% nelle attività della compagnia) la trascini verso un downgrade .
Per la verità Jens Weidmann ha ragione quando dice che dopo la Grecia non si può più assumere che i titoli pubblici siano privi di rischio. D’altronde non c’era bisogno del caso greco, basta studiare la storia e i default dell’impero austro-ungarico, o più recentemente della Russia nel 1998 e dell’Argentina tre anni dopo. Ma il presidente della Bundesbank dimentica un fatto importante. In Paesi ad alto debito, come Spagna e Italia, possono verificarsi «equilibri multipli», cioè situazioni in cui un default è prodotto semplicemente dall’aspettativa che esso possa verificarsi. È come quando i depositanti si chiedono se la loro banca abbia abbastanza contante per far fronte ad un immediato ritiro di tutti i depositi in conto corrente. Certo che in quel caso la banca fallirebbe, ma perché i clienti dovrebbero chiudere improvvisamente e tutti insieme i loro conti? Solo se temessero che la banca fallisse, cioè se si verificasse un «equilibrio perverso». Per questo esistono le assicurazioni sui depositi (fino a centomila euro nei Paesi dell’eurozona).
Ma per i titoli pubblici non esiste un’assicurazione: solo l’impegno dei governi a rimborsarli. Se quell’impegno non è più certo, un equilibrio perverso diviene una possibilità concreta. D’altronde è proprio questo il motivo per cui diciotto mesi fa Mario Draghi introdusse il programma di acquisti condizionati di titoli pubblici (Outright Monetary Transactions , Omt) che è l’unico motivo per cui la crisi dell’eurozona per ora è rientrata. Grazie cioè allo scudo della Banca centrale europea contro perverse evoluzioni sui mercati.
Domani il presidente del Consiglio dovrebbe quindi chiedere che, coerentemente con l’Omt, il Consiglio europeo stabilisca che i titoli pubblici emessi dai Paesi dell’euro sono soggetti ad un rischio di mercato (perché il loro prezzo può fluttuare prima della scadenza) ma indenni da un rischio di default . Purché i Paesi stessi non si discostino dal percorso di risanamento concordato con la Commissione europea. Le istituzioni che intendono tenere titoli di Stato fino alla data di scadenza non devono accantonare capitale. D’altronde non è stato proprio il Consiglio europeo a dire, dopo il default di Atene, che «la Grecia è un episodio che non si ripeterà»?

Francesco Giavazzi

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18 dicembre 2013


Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_18/trappola-perversa-97fad442-67aa-11e3-963a-2749949921b5.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI Privatizzare solo per finta Il caso (emblematico) delle Poste
Inserito da: Admin - Gennaio 30, 2014, 04:20:47 pm
EDITORIALE

Privatizzare solo per finta
Il caso (emblematico) delle Poste

La «privatizzazione» delle Poste è l’esempio di ciò che accade quando un governo debole e pressato dai conti pubblici, perché non è capace di tagliare le spese, si trova a dover cedere a interessi particolari anziché operare nell’interesse dei cittadini e dello Stato. L’operazione pare costruita su due principi: far contenti i sindacati concedendo loro un implicito diritto di veto su qualunque modifica del contratto di lavoro. E non contrapporsi a un management che si è abilmente conquistato la benevolenza del governo rischiando 70 milioni della propria cassa per coprire le perdite di Alitalia.

Se l’obiettivo fosse stato la massimizzazione dei proventi, la privatizzazione avrebbe dovuto essere strutturata in modo diverso. Gli investitori cercano aziende trasparenti, con obiettivi e strategie chiari, che non usino i ricavi di un’attività per coprire le perdite di un’altra. È il caso delle Poste. L’azienda è, al tempo stesso, un grande banca (con BancoPosta): la maggiore del Paese per numero di sportelli; una compagnia di assicurazione (con PosteVita) e il gestore di un servizio di spedizioni (oltre a essere, da qualche mese, uno dei maggiori soci di Alitalia e possedere una propria compagnia, Mistral). E poi vi sono PosteMobile, operatore di telefonia con 3 milioni di clienti; Postel che offre servizi telematici allo Stato; PosteTributi (attività di riscossione). Come un investitore può comprendere se le attività bancarie e assicurative sono gestite in modo efficiente? Come capire in che modo vengono allocati i costi degli oltre 13.000 uffici postali fra le tre attività che svolgono, posta, banca e assicurazione? Le Poste hanno anche un grande patrimonio immobiliare: come valutare se è sfruttato bene?

Sono questi i motivi per i quali in Germania Postbank fu scorporata dalle poste e venduta a Deutsche Bank prima della privatizzazione. Anche la britannica e ora privata Royal Mail svolge solo il servizio di spedizione. L’unica azienda che fa tre cose assieme sono le poste francesi, che infatti rimangono al 100% pubbliche.

E che dire del modo con il quale viene scelto il management? I veri investitori vogliono che gli amministratori possano essere sostituiti se non massimizzano il valore dell’azienda: improbabile che ciò accada in una società della quale il governo mantiene il 60% delle azioni (il governo di Berlino è sceso al 21%). Tanto più se è lo stesso management che, è vero ha completamente trasformato l’azienda, ma poi si è fatto coinvolgere nel salvataggio Alitalia.

Il ricavo per lo Stato non è l’unico obiettivo di una privatizzazione. Il trasferimento di un’attività economica dal settore pubblico ai privati è anche l’occasione per migliorare la concorrenza nell’interesse dei cittadini. Le Poste sono una ragnatela di posizioni dominanti. Hanno un numero di sportelli superiore a Banca Intesa, che li ha dovuti ridurre per favorire la concorrenza. Attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, il risparmio postale è investito nella Tesoreria dello Stato, non a tassi di mercato, ma a interessi negoziati. Quando i tassi scendono l’adeguamento del rendimento che il Tesoro paga avviene lentamente, generando un sussidio improprio dello Stato (cioè dei contribuenti) alle Poste e alla Cassa.

E ancora, privatizzare è anche una strada per attirare investimenti dall’estero, per affermare l’apertura del Paese al mercato, per far fare un passo indietro allo Stato nella gestione dell’economia, per mostrare ai mercati che si vuole davvero ridurre il debito pubblico e non continuare a finanziare una spesa che non si riesce a tagliare. Invece, ancora una volta si è imboccata una strada di cui ci pentiremo: l’ennesima occasione perduta.

29 gennaio 2014
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Francesco Giavazzi

Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_gennaio_29/privatizzare-solo-finta-edec0f78-88a8-11e3-9f25-fc2a5b09a302.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. IL GOVERNO E L’UOMO DEI TAGLi Il mistero Cottarelli
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2014, 11:12:22 pm
IL GOVERNO E L’UOMO DEI TAGLi
Il mistero Cottarelli

Di Francesco Giavazzi

Il magistrato Raffaele Cantone, classe 1963, dall’aprile scorso presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, è una delle buone notizie dell’Italia di Matteo Renzi. Napoletano, esprime il meglio di quella travagliata città. Nel nuovo ruolo ha esordito con la richiesta al prefetto di Milano (che l’ha accolta) di commissariare l’impresa Maltauro finita nelle indagini dell’Expo. Non era mai accaduto. Da qualche giorno si occupa delle aziende venete indagate per gli appalti del Mose.

La qualità dell’uomo e la sua determinazione (dimostrata quando, alla Direzione distrettuale antimafia, condusse le indagini contro il clan dei Casalesi) non sono l’unico motivo del suo successo, che dipende anche dalle norme che regolano la sua attività di contrasto alla corruzione. Innanzitutto il potere di proporre direttamente al prefetto il commissariamento di un’azienda. Inoltre, la possibilità di limitarlo ad un ramo dell’azienda, salvaguardando la normale operatività in altre aree non coinvolte nelle indagini. Questo è molto importante perché gli consente di intervenire anche su grandi aziende delle quali sarebbe più difficile chiedere e gestire un commissariamento totale.

Di fronte alla rapidità con cui si è mosso Cantone, ci si chiede a che punto sia il lavoro dell’altro commissario, Carlo Cottarelli, incaricato di individuare aree in cui ridurre la spesa pubblica, sprechi che spesso vanno a braccetto con la corruzione. Si pensi ad esempio alla sanità e a ciò che spesso si cela dietro le ampie differenze nei prezzi pagati da diversi ospedali per i medesimi strumenti. Da mesi non se ne sa più nulla. Le capacità della persona sono eccellenti. Forse che la sua scarsa incisività, per usare un eufemismo, dipenda dal fatto che i tagli sono una scelta politica? Neppure Cantone può commissariare un’azienda: può solo chiederlo al prefetto, il quale potrebbe negarlo, ma sarebbe obbligato a spiegare perché; nessuno impedisce a Cottarelli di rendere noto dove, come e quanto, secondo lui, si dovrebbe tagliare, mettendo il governo di fronte alla responsabilità di non farlo.

Burocrazia e sindacati stanno facendo una lotta nascosta alla riorganizzazione della pubblica amministrazione. Attraverso il Parlamento stanno cercando di smontare la riforma proposta dal governo. Sulla mobilità obbligatoria, ad esempio, il testo è stato emendato dalla Camera inserendovi eccezioni per le lavoratrici con figli sotto i tre anni, per le quali la mobilità diventa facoltativa. Si mantiene così una differenza di trattamento rispetto al settore privato. Ed è stato inserito l’obbligo di coinvolgere i sindacati nelle procedure di mobilità. Anche le retrocessioni a compiti e stipendi inferiori per gli statali in esubero che (anche qui diversamente dai lavoratori privati) hanno il privilegio di mantenere il posto di lavoro, sono state limitate ad un solo gradino, su 16, nella scala gerarchica. Delle otto sedi distaccate dei Tribunali amministrativi regionali che il governo vuole sopprimere ne sono state salvate 5, almeno fino al 2016.

E sui tagli alla spesa, dove in molti casi il governo potrebbe procedere senza il consenso del Parlamento, ancora nulla. Dottor Cottarelli, le chiediamo un po’ di coraggio! Il suo non è il lavoro di un burocrate. Le è stato chiesto di rientrare da Washington per fare proposte anche controverse. Il presidente del Consiglio si arrabbierà? Niente di male. Se non ha fiducia in lei meglio saperlo oggi che perdere altro tempo. E se possiamo dare un consiglio al premier Renzi, accorpi l’ufficio di Cottarelli all’Autorità presieduta da Cantone. Vedrà che le proposte di tagli alla spesa cominceranno a fioccare.

30 luglio 2014 | 09:00
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_luglio_30/mistero-cottarelli-458a47f6-17a9-11e4-a7a2-42657e4dcc3b.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Quella trappola nascosta nel Jobs act
Inserito da: Admin - Dicembre 01, 2014, 04:50:42 pm
IL COMMENTO
Quella trappola nascosta nel Jobs act
Di Francesco Giavazzi

La riforma del mercato del lavoro arriva questa settimana al Senato per l’approvazione definitiva. Il dibattito si concentrerà ancora una volta sulle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, cioè sulle norme che consentono ai giudici di imporre la riassunzione di un lavoratore licenziato. Ma non è più questo il problema centrale. Ciò di cui si dovrebbe discutere - e che invece è stato messo in sordina - è il fatto che la riforma si applicherà solo ai nuovi assunti. P er i lavoratori che mantengono un contratto a tempo indeterminato continuerà a valere il vecchio articolo 18. Questo rischia di generare una nuova divisione del mercato del lavoro, con effetti che potrebbero cancellare i benefici della riforma.

La legge delega approvata dalla Camera stabilisce che i decreti delegati (che Matteo Renzi ha già pronti) delimitino chiaramente le possibilità di reintegro nel caso di licenziamenti per motivi disciplinari, l’aspetto più controverso della legge. Nella sostanza, tranne in casi estremi, i licenziamenti per motivi disciplinari non saranno appellabili, così come quelli adottati per motivi economici. D’ora in avanti, cioè per i nuovi contratti, l’articolo 18 viene in sostanza abolito.
Il fatto che l’abolizione riguardi solo i nuovi contratti crea due problemi.
Innanzitutto, come si comporteranno i giudici di fronte a licenziamenti decisi da un datore di lavoro che vuole semplicemente sostituire un dipendente coperto dall’articolo 18 con un nuovo contratto privo di quella protezione?

Ma il rischio maggiore è il blocco della mobilità. Come ha osservato Marco Leonardi, uno degli studiosi più attenti del nostro mercato del lavoro, è improbabile che un lavoratore oggi tutelato dall’articolo 18 decida di spostarsi, firmando un nuovo contratto che invece non lo prevede. Alcuni lo faranno perché non temono il licenziamento, ma altrettanti non ne vorranno sapere.
In Italia ci sono 1,5 milioni di cambi di contratto volontari all’anno su un totale di 14,5 milioni di contratti a tempo indeterminato. Ciò significa che ogni anno un lavoratore su 10 lascia volontariamente il posto di lavoro per spostarsi in un’altra azienda. Anche considerando che i lavoratori di aziende con più di 15 dipendenti (ai quali si applica l’articolo 18) sono meno di un terzo del totale, con questa legge si rischia di frenare il turnover. E il turnover volontario dei lavoratori da un posto all’altro è l’olio dell’economia italiana dove il licenziamento individuale è relativamente raro e gran parte della riallocazione si fa volontariamente.

Il problema è tanto più grave oggi poiché la nostra possibilità di riguadagnare la competitività perduta (circa il 30% rispetto alla Germania negli ultimi 15 anni) passa non tanto da una riduzione dei salari, bensì dalla riallocazione della produzione da aziende scarsamente produttive (tipicamente imprese di servizi protette dalla concorrenza) verso imprese più efficienti, tipicamente quelle esposte alla concorrenza internazionale. Il danno di una norma che renderebbe questa riallocazione più difficile è gravissimo.

Il Senato ha ancora la possibilità di correggere questo errore. Nel testo originale proposto dal governo le nuove regole si applicavano a tutti, non solo ai nuovo assunti. Poi Renzi ha ceduto alle pressioni interne del suo partito. Se il Senato cambiasse questo comma della legge si renderebbe necessario un nuovo voto alla Camera, e tempi un po’ più lunghi. Un piccolo prezzo rispetto al danno che l’attuale formulazione comporterebbe. Un’alternativa consisterebbe nell’usare la leva fiscale per favorire la mobilità volontaria dai vecchi ai nuovi contratti. Ma sarebbe una soluzione imperfetta e di dubbia efficacia. Insomma, pensiamoci bene prima di approvare, per la smania di fare in fretta, regole che potrebbero addirittura peggiorare il nostro mercato del lavoro.

30 novembre 2014 | 09:39
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Da - http://www.corriere.it/economia/14_novembre_30/quella-trappola-nascosta-jobs-act-2f654c4c-786a-11e4-9707-4e704182e518.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Le primarie per finta che Venezia non merita
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2015, 05:40:13 pm
Le primarie per finta che Venezia non merita

Di Francesco Giavazzi

Le primarie del Partito democratico per il sindaco di Venezia sono la dimostrazione che in Italia il consenso politico continua a poter essere acquistato. Con la differenza che ora comprarlo costa non più di qualche spicciolo: quanto necessario per organizzare poche migliaia di cittadini e spedirli a votare alle primarie del Pd.

Decapitate dall’inchiesta sul Mose, le imprese che negli scorsi vent’anni, grazie a leggi ad hoc, hanno sottratto ai contribuenti 2,3 miliardi di euro (cifra documentata in Corruzione a norma di legge, Rizzoli 2015) sono rapidamente risorte e stanno per vincere di nuovo.

La politica sembra non aver capito nulla. O meglio: io spero che non abbia capito nulla perché la drammatica alternativa è che ancora una volta essa sia connivente, come lo fu in passato quando approvò le leggi che hanno consentito che il Mose si trasformasse in un «furto legale» ai danni dei contribuenti.

Mentre Matteo Renzi commissariava i lavori in Laguna, le imprese che da quei lavori hanno lucrato i 2,3 miliardi si sono già spostate su un’altra partita: il grande porto off-shore che vogliono costruire con denaro pubblico in mezzo all’Adriatico. Costo previsto, poco più di 2 miliardi di euro. Per realizzare quell’inutile ma ricchissimo progetto serve una politica debole e un sindaco che non si opponga agli interessi delle imprese in campo. Un sindaco che nei fatti non impedisca il sacco di Venezia. Abilmente gestite, le primarie di Venezia ci daranno quel sindaco. Un giornalista veneziano, Nicola Pellicani, persona certamente perbene, ma che non si è mai espresso pubblicamente contro le imprese del malaffare e del quale non si conosce il progetto per la città. Pellicani è fortemente sostenuto da Massimo Cacciari che ha governato Venezia per 15 dei vent’anni in cui il Consorzio Venezia Nuova, gestendo i lavori del Mose, ha saccheggiato la città. Poiché nelle primarie di coalizione Pellicani dovrà sfidare un avversario forte, il senatore del Pd Felice Casson, avrà bisogno di molti appoggi: quelli che le imprese del Mose certamente gli offriranno consentendogli di battere Casson. Ma procediamo con ordine. La strategia con cui alcune imprese riescono a trasformare le opere pubbliche in rendite straordinarie è sempre la stessa. Prima si rinviano le decisioni e si lascia che monti un problema drammatico. Le grandi navi che mettono a rischio la basilica di San Marco, o l’Expo, i cui lavori non cominciano nel 2008, quando fu scelta Milano, ma 5 anni dopo, quando ne mancano meno di 3 all’apertura della manifestazione. Problemi noti da anni, ma lasciati macerare, così che, di fronte all’emergenza, la politica si trovi costretta a decidere letteralmente in poche ore.

A quel punto le sole opzioni concretamente disponibili sono quelle abilmente preparate da alcuni. Ma per poterle realizzare c’è bisogno di modificare qualche norma. E la politica, presa per la gola, non ha alternative. Così si creano le rendite straordinarie di cui si appropriano legalmente i costruttori delle grandi opere. (Poi ci sono anche gli stupidi che rubano, e che, come si è visto nella vicenda del Mose, sono rapidamente scaricati da chi è impegnato nel gioco vero). Così è accaduto che le certificazioni antimafia siano state sospese per gli appalti dell’Expo perché bisognava far presto (poi fortunatamente è arrivata l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone a riportare la legge). Così è accaduto nella vicenda del Mose: dopo l’alluvione del 1966 si lasciano trascorrere 40 anni e infine, nel 2006, la politica si trova a dover decidere in poche ore. Sul tavolo del governo di Romano Prodi c’è il progetto del Consorzio Venezia Nuova, preparato da anni e corredato dalle valutazioni di una messe di esperti internazionali, tutti scelti dal Consorzio. Un progetto che nessuno ha mai discusso seriamente. L’alternativa sono le soluzioni radicalmente alternative al Mose portate dal sindaco Cacciari. Che fa Prodi? Zittisce il ministro dell’ambiente che strillava ed agitava il giudizio negativo della Commissione di valutazione sull’impatto ambientale del Mose e dà il via libera al progetto del Consorzio.

Così sta accadendo per il porto off-shore che si vuol costruire nel mezzo dell’Adriatico. La tecnica in questo caso è sfruttare strategicamente il clamore internazionale prodotto dalle foto delle grandi navi che transitano davanti a San Marco. Il decreto Clini-Passera che sospendeva quei passaggi fu approvato dal governo Monti due anni fa. Poi fu sospeso, perché ci fosse il tempo di studiare soluzioni alternative. Poteva essere un’occasione per riflettere sulla riorganizzazione dei porti dell’Alto Adriatico, magari concentrando le navi commerciali a Trieste e spostando le navi da crociera a Marghera, dove potrebbero arrivare già domani usando il canale percorso dalle petroliere Ma non a caso per due anni non si fa nulla. Intanto la pressione internazionale cresce: sul tavolo c’è una sola soluzione, proposta dal presidente del porto di Venezia, Paolo Costa. Richiede lo scavo di un nuovo canale che porti le navi in città aggirando il bacino di San Marco. È palese che questa è solo una pezza tappa-buchi: navi sempre più grandi arriveranno comunque nel centro della città storica, una situazione alla lunga insostenibile. Ma è proprio questo quel che vogliono Costa e i costruttori. Creare una situazione insostenibile cosicché si sia «costretti» a decidere la costruzione del porto nel mezzo dell’Adriatico, un altro ricco lavoro decennale per le imprese del Mose. Dopo quanto accaduto, Venezia deve fermarsi e riflettere sul suo futuro: vuole diventare Disneyland, o rimanere una città? E in questo caso con quali attività produttive? Sono scelte che richiedono una politica forte e decisa, soprattutto nei confronti dei «padroni della città», interessati al suo futuro solo per le rendite che essa garantisce. È un vero peccato che la politica sembri non capirlo.

19 gennaio 2015 | 15:51
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_gennaio_19/primarie-finta-che-venezia-non-merita-39f9489c-9fe9-11e4-84eb-449217828c75.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Francoforte e le richieste di Atene Invisibili trame ...
Inserito da: Admin - Febbraio 06, 2015, 11:01:44 am
Francoforte e le richieste di Atene
Invisibili trame contro l’euro


Di Francesco Giavazzi

La simpatia che il nuovo governo greco suscita in molti, la condiscendenza verso un Paese le cui condizioni sociali sono da alcuni anni drammatiche rischiano di farci cadere in una trappola che potrebbe portare dritti alla fine dell’euro. La Banca centrale europea con la mossa di ieri sera, e cioè con la sospensione del finanziamento diretto delle banche greche, ha mostrato di essere ben conscia dei rischi che si stanno correndo. La vittoria elettorale di Alexis Tsipras e il suo annuncio che non intende rispettare gli impegni assunti dal precedente governo erano stati accolti in modo diverso in Germania. Da Angela Merkel e dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, con grande preoccupazione. Dagli oppositori dell’euro con comprensione. Costoro vedono nel risultato delle elezioni greche un’occasione per criticare il modo in cui la Merkel ha finora gestito la crisi di Atene. Auspicano una revisione del programma di salvataggio concordato con la troika (Fondo monetario internazionale, Ue e Banca centrale europea) e ascoltano con attenzione le nuove proposte della Grecia per una ristrutturazione dei suoi debiti.

Critiche legittime e programmi ragionevoli, ma che nascondono un comportamento strategico. Il loro vero obiettivo è spingere la Bce ad accettare una ristrutturazione dei titoli di Atene che essa acquistò nel 2010 nell’ambito del Securities market programme, circa 31 miliardi di euro. Ma se lo facesse, la Banca violerebbe i trattati europei, che impediscono di finanziare debiti pubblici stampando moneta. I governi sono liberi di condonare anche tutto il debito greco, ma la Bce (che peraltro fino ad ora ha ottenuto un buon rendimento da quell’investimento) non lo può fare.

Non solo la Bce non può accettare perdite sui titoli pubblici che ha acquistato: non può neppure accettare, come garanzia nelle operazioni di finanziamento delle banche, titoli di un Paese che ha abbandonato il programma concordato con la troika. Un programma che, come ha rivelato ieri sera la Bce, è già di fatto violato. La sospensione del finanziamento delle banche è un primo passo nella direzione che potrebbe portare alla uscita della Grecia dall’Unione monetaria. L’obiettivo strategico di chi oggi è così accondiscendente verso Tsipras era dare scacco matto alla Bce, costringendola a violare apertamente i trattati. Indirettamente, bloccare il cosiddetto Quantitative easing, il programma di acquisto di titoli pubblici che la Bce ha annunciato il 22 gennaio. Eliminare quindi il paracadute per l’euro e mettere a rischio l’intera architettura dell’Unione monetaria.

Ma da ieri i nemici dell’euro devono sapere che Francoforte rimane il presidio della moneta unica.

5 febbraio 2015 | 08:56
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_febbraio_05/trame-contro-euro-bce-giavazzi-da193e50-acfe-11e4-8190-e92306347b1b.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Mercato e Stato, tre domande su Cassa depositi e prestiti
Inserito da: Admin - Giugno 14, 2015, 03:47:00 pm
L’EDITORIALE
Mercato e Stato, tre domande su Cassa depositi e prestiti

Di Francesco Giavazzi

Il governo si appresta a sostituire i vertici della Cassa depositi e prestiti, la più grande istituzione finanziaria italiana. Per avere un’idea delle dimensioni, si pensi che il suo bilancio è dieci volte quello di Unicredit e Intesa Sanpaolo messe insieme. Lo Stato ne possiede oltre l’80 per cento, il capitale restante è detenuto da alcune fondazioni: Cariplo, Fondazione San Paolo, e altre. Che il governo desideri «metterci la faccia» assumendosi la responsabilità della gestione (il presidente, Franco Bassanini, e l’amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, furono nominati ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, anche se scadrebbero solo l’anno prossimo) è non solo naturale, ma anche opportuno. Infatti, diversamente da altre aziende, come l’Eni, di cui lo Stato detiene il 30%, ma investitori privati detengono il 70%, la Cassa non ha veri soci privati. È quindi opportuno che il ministero dell’Economia eserciti pienamente i suoi doveri di azionista quasi totalitario. Ma nel momento in cui lo fa deve spiegare con grande trasparenza quali sono gli obiettivi che intende perseguire con questa enorme quantità di denaro generata dai nostri risparmi.

Negli ultimi anni la Cassa ha operato con obiettivi diversi. Nel caso di Ilva, ad esempio, si è opposta ad intervenire nell’azienda pugliese. H a ritenuto che sarebbe stato preferibile che lo Stato accettasse l’offerta di Mittal, il grande operatore siderurgico indiano, interessato ad acquisire il laminatoio di Taranto. Una scelta «di mercato» che non fece piacere al governo Renzi. In quella, come in altre vicende simili, il fatto che lo statuto della Cassa le vieti di investire in aziende in perdita ha consentito agli amministratori di opporsi a estemporanee sollecitazioni della politica che chiedevano interventi a prescindere dalla redditività economica.
Contemporaneamente la gestione di Bassanini e Gorno Tempini ha fatto anche investimenti discutibili. Ad esempio entrando (seppur non direttamente ma attraverso il suo Fondo strategico, del quale però la Cassa controlla oltre i due terzi del capitale) nella società Rocco Forte Hotels, con la scusa che gli alberghi sono un «settore strategico»; nella Cremonini, con la scusa che la filiera della carne è anch’essa «strategica» per il settore agroalimentare; nella Trevi, un’azienda di ingegneria; nella Sia, una società di servizi bancari, e così via. Investimenti dei quali si fa fatica a comprendere la strategia, a meno che essa non consista nel fare le medesime scelte che farebbe un investitore privato ma con l’immenso vantaggio di una raccolta che non costa quasi nulla perché garantita dallo Stato e di un azionista, sempre lo Stato, che non esige rendimenti particolarmente elevati.

Tre sono le domande cui il governo dovrebbe rispondere prima di metter mano al dossier Cassa.
Prima domanda: perché l’utilizzo di questa straordinaria quantità di risparmio delle famiglie deve essere decisa dalla politica, anziché da investitori privati? Quali obiettivi intende perseguire? Il governo è disposto ad impegnarsi a far sì che la Cassa intervenga solo là dove si verificano dei chiari «fallimenti del mercato», il che evidentemente esclude l’investimento in alberghi o in società di ingegneria? Impegnerà la Cassa a non detenere le azioni delle aziende acquisite per più di tre anni, dando così credibilità all’impegno che l’intervento pubblico, là dove giustificato da un fallimento del mercato, sia propedeutico ad una successiva privatizzazione? Ad esempio, la Cassa vuole acquisire aziende pubbliche locali (già partecipa agli aeroporti di Napoli, Torino e Milano, ad un termovalorizzatore a Torino, eccetera) in modo da favorirne l’aggregazione e poi la privatizzazione. Ma senza un vincolo su quanto a lungo ne potrà detenere le azioni, da queste aziende la Cassa non uscirà mai con la scusa che sono uno strumento per fare «politica industriale». Insomma, il rischio è che la disponibilità di uno strumento di intervento tanto ricco dia luogo ad una continua ricerca di ambiti nei quali utilizzarlo. È come dare 100 euro ad un ragazzino chiedendogli di usarli solo per le emergenze: quanto passerà prima che li usi per cambiare il suo smartphone?
Altrettanto importante è impedire che la Cassa pompi ricavi esagerati dalle sue partecipazioni in alcuni monopoli naturali, come le reti elettriche e del gas, a scapito dei consumatori. Il che significa impedire che la Cassa sia, come è oggi, un’interfaccia opaca fra mercato e regolamentazione con conflitti di interesse ubiqui. Si pensi ad esempio al caso del risparmio postale: quando la Cassa fissa le commissioni per la raccolta, di fatto determina il risultato economico delle Poste, a scapito del consumatore.

La seconda domanda riguarda lo statuto della Cassa e il ruolo delle fondazioni. La loro definizione di azionisti «privati» è evidentemente una foglia di fico: le fondazione bancarie tutto sono tranne che azionisti che operano con criteri di mercato. Ciononostante esse oggi svolgono, come azionisti della Cassa, due ruoli importanti. Innanzitutto la loro presenza, fosse anche con una sola azione, evita che il bilancio della Cassa sia consolidato nei conti dello Stato. Se ciò accadesse il governo non potrebbe più «privatizzare» aziende pubbliche, come ha fatto con Eni ed Enel, semplicemente spostandone il possesso dal ministero dell’Economia alla Cassa. In secondo luogo, senza il consenso delle fondazioni è impossibile cambiare lo statuto della Cassa. Questo è un problema perché, come già accennato, lo statuto attuale non consente di intervenire in aziende in perdita. Se quindi il governo volesse usare la Cassa anche per risolvere crisi industriali - come ha dimostrato di voler fare nel caso dell’Ilva - dovrebbe cambiarne lo statuto. Per farlo, o estromette le fondazioni o le convince obtorto collo ad accettare una modifica dello statuto. Che intende fare?

La terza domanda è più generale. Vorrei che il presidente del Consiglio, prima di nominare il nuovo vertice della Cassa, spiegasse che cosa pensa del rapporto fra Stato e mercato. Ad esempio, si sente spesso dire che senza sussidi pubblici non ci può essere innovazione. A questo proposito alcuni citano il caso dell’iPhone che a loro parere non esisterebbe se 70 anni fa il Pentagono non avesse investito nella tecnologia da cui poi è nata la Rete. Innanzitutto qualunque cosa abbia fatto il Pentagono 70 anni fa, senza l’intuizione di Steve Jobs certo non avremmo l’iPhone; inoltre vi è un’enorme differenza fra mettere in gara imprese private per una fornitura militare o assegnarla a Finmeccanica, un’azienda di cui lo Stato è il maggior azionista. Che pensa Matteo Renzi di queste discussioni?
Pare che il prossimo investimento della Cassa sarà nella banda larga, con la giustificazione che Telecom non la vuole fare - se non addirittura un ingresso diretto nell’azionariato della società (cioè una ri-nazionalizzazione) per propiziare una decisione in quel senso. Telecom ritiene che un investimento nella banda larga non produrrebbe un sufficiente rendimento economico, e quindi distruggerebbe valore per gli azionisti. Può darsi che si tratti di un caso evidente di fallimento del mercato che giustifica l’intervento pubblico. Ma ne siamo proprio sicuri?
Qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili - un caso, si disse, di fallimento del mercato - il governo decise di sussidiare l’installazione di pannelli solari. Furono così concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro l’anno: pagati dalle famiglie, nelle loro bollette elettriche, a poche migliaia di fortunati. E non solo si è creata un’enorme rendita che durerà per un ventennio: si è favorita una tecnologia che a distanza di pochi anni è già vecchia. Oggi l’energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i pannelli sussidiati dallo Stato rimarranno lì per vent’anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione.

14 giugno 2015 | 09:26
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_giugno_14/mercato-stato-tre-domande-cassa-depositi-prestiti-ac87039a-125d-11e5-85f1-7dd30a4921d8.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Lo Stato investitore che può far male alla nostra economia
Inserito da: Admin - Giugno 25, 2015, 07:50:27 pm
Le buone regole del mercato
Lo Stato investitore che può far male alla nostra economia
I nuovi vertici della Cdp devono guardarsi dalla tentazione di sostituirsi ai privati. Serve una buona regolamentazione dei mercati, non ci serve un’altra Iri

Di Francesco Giavazzi

Il governo ha giustamente deciso di esercitare i propri diritti di azionista quasi totalitario della Cassa depositi e prestiti e sostituirne i vertici con nuovi amministratori. Bene, ora però deve spiegare cosa vuole che essi facciano, cioè dare loro un mandato preciso. Oggi la Cassa può investire solo in imprese sane, e questo le ha consentito di opporsi alle sollecitazioni della politica che chiedeva interventi a prescindere dalla redditività economica. Ma non si capisce a cosa serva un’istituzione pubblica che può fare solo le stesse cose che farebbe un investitore privato. Se questa è la logica - e sono conscio del rischio di consentire che la Cassa finanzi aziende in difficoltà - meglio privatizzarla e usare quanto si ricava per abbattere il debito pubblico.

L’intervento diretto dello Stato nell’attività economica è giustificato solo in presenza di «fallimenti del mercato», cioè situazioni in cui il mercato, lasciato a se stesso, non riesce ad utilizzare le risorse in modo efficiente. Quindi via subito da alberghi, società di ingegneria, consorzi della carne, attività nelle quali la Cassa oggi investe attraverso un fondo «strategico». Via anche dalle start-up. Il compito dello Stato non è finanziare nuove idee. Per questo esistono investitori abbastanza bravi, almeno osservando quanto accade nella Silicon Valley. Compito dello Stato è creare le condizioni per cui costoro investano di più in Italia, ad esempio con norme che facilitino l’innovazione anziché proteggere le rendite che sono messe in pericolo da nuovi servizi e nuovi prodotti (vedi il caso Uber). A lcune innovazioni nascono dalla ricerca a scopi militari, ad esempio le nuove batterie per i telefoni cellulari, nate dall’esigenza di dare più autonomia ai soldati americani che combattevano nel deserto. Ma questa ricerca richiede un’adeguata spesa militare, non la proprietà pubblica delle imprese che producono armamenti o batterie. E la spesa militare va assegnata alle imprese migliori: se la si usa per proteggere campioni nazionali è più probabile che finisca in corruzione anziché in buona ricerca.

La Cassa ha investimenti importanti in alcune reti: elettriche, del gas, forse fra poco anche nella banda larga. Perché queste reti devono essere pubbliche? Di che cosa abbiamo paura? Che il Fondo sovrano di Singapore, che sarebbe interessato ad acquistarle, smonti i tralicci elettrici e li sposti in Asia? Lo Stato ha un compito diverso. Creare autorità di regolamentazione forti e indipendenti affinché quelle reti non si trasformino in rendite monopolistiche per chi le possiede. E far sì che le regole siano certe. Il pasticcio delle autostrade, dove lo Stato modifica le regole ex-post danneggiando i concessionari, e poi li compensa allungando le loro concessioni senza metterle a gara, è un esempio di regolamentazione incerta che crea rendite monopolistiche. Insomma, i fallimenti del mercato, laddove esistono, si correggono con buona regolamentazione, non con la proprietà pubblica.

Allora che fare della Cassa? Alcuni propongono di utilizzarla per risolvere il problema dei crediti che le banche non riescono a fasi rimborsare, almeno non per intero. In Italia sono circa 350 miliardi di euro che costituiscono un ostacolo alla concessione di nuovi prestiti. Ma anche qui la soluzione è intervenire modificando le regole, non metterli a carico dello Stato. Esistono investitori specializzati nel recupero crediti: li acquistano dalle banche e poi si occupano di riscuoterli. Il problema è che il prezzo che oggi offrono, in Italia, è stracciato. E lo è perché, diversamente da altri Paesi, in Italia escutere una garanzia richiede tempi biblici, e questo deprime il prezzo di quei crediti. Cambiamo le norme, ad esempio creando sezioni specializzate dei tribunali civili, e il problema dei crediti incagliati si risolverà da solo. Un esempio di «fallimento del mercato» è talvolta il credito alle piccole imprese quando l’imprenditore non ha sufficienti garanzie. La soluzione ovvia sarebbe cambiare la mentalità delle nostre banche, ma questo richiede tempo. Nel frattempo si può creare un fondo di garanzia pubblico - questo sì potrebbe essere finanziato dalla Cassa - che affianchi le garanzie portate dalle imprese. Un esperimento del ministero per lo Sviluppo economico ha dato buoni risultati, ma si può fare molto di più. Anche in questo caso si tratta di garanzie, non di proprietà pubblica.

Un altro esempio, in verità raro, è il caso di un’impresa che subisce uno shock temporaneo e rischia di fallire perché nessun investitore è disposto ad acquisirla. Se il problema è temporaneo, investitori interessati a «salvarla» ce ne sono perché in quel momento acquisirla costa poco. Se non se ne presentano è perché forse il problema dell’impresa è strutturale, non temporaneo. Ma talvolta succede. È il caso della Chrysler: se non fosse intervenuto il governo di Washington sarebbe fallita distruggendo conoscenze e capitale umano. Innanzitutto non bisogna dimenticare che ciò accadde nel momento peggiore della recessione più profonda degli ultimi 80 anni, quindi non è un caso frequente. Inoltre, se si volesse cambiare lo statuto della Cassa per consentirle di intervenire in aziende in difficoltà, è importante che la proprietà pubblica sia limitata nel tempo. Obama cominciò a vendere azioni della Chrysler già sei mesi dopo averle acquisite e uscì completamente dopo 30 mesi. Se non si mettono limiti di tempo vincolanti c’è il rischio che queste imprese restino pubbliche per sempre.

Infine c’è un caso interessante di fallimento «politico», non del mercato. È il caso delle liberalizzazioni. Aprire un mercato a imprese nuove e più efficienti spesso significa ridurre la rendita di chi già opera in quel mercato perché la regolamentazione, inevitabilmente, crea delle rendite. È il caso di Uber contro i taxi. Ma poiché l’opposizione all’eliminazione di una rendita è comprensibilmente fortissima, liberalizzare è spesso impossibile. Si tratta di un fallimento «politico» perché la politica dovrebbe capire che i benefici della liberalizzazione sono così grandi che meritano l’investimento necessario per compensare, almeno in parte, chi perde la propria rendita. Forse alla Cassa si potrebbe assegnare il compito di costituire un fondo di garanzia per i «rentiers». Charles Wyplosz e Jacques Delpla ( La fin des privilèges : Payer pour réformer , Parigi 2007) raccontano come nel 1868 l’imperatore del Giappone, volendo liberalizzare il Paese, emise un prestito internazionale per compensare i samurai che obbligava a rinunciare ai loro privilegi. Alcuni samurai usarono il compenso ricevuto per aprire attività industriali e talvolta divennero imprenditori di successo.

Insomma, per avviare un nuovo corso della Cassa non basta cambiare gli amministratori. Occorre chiarirsi le idee sui compiti che le si vogliono assegnare. I quali non possono consistere in fare ciò che farebbe (meglio) un investitore privato. E questo deve deciderlo la politica, non è una cosa che può essere delegata ai nuovi amministratori per bravi che siano.

22 giugno 2015 | 08:20
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Da - http://www.corriere.it/cultura/15_giugno_22/cdp-buone-regole-mercato-stato-investitore-che-puo-far-male-nostra-economia-56ec0f20-189d-11e5-9aa1-cadc98d103d7.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Quanti Tsipras ci sono in Europa?
Inserito da: Admin - Giugno 30, 2015, 06:36:22 pm
Quanti Tsipras ci sono in Europa?

Di Francesco Giavazzi

Fra il 1995 e il 2009, l’anno prima dell’inizio della crisi, il reddito pro capite medio dei cittadini greci è salito dal 47 al 71 per cento di quello dei cittadini tedeschi. Un avvicinamento straordinario, in realtà reso possibile da una altrettanto straordinaria accumulazione di debito, non molto diversa dall’esperienza italiana degli anni 80 (fortunatamente meno drammatica), che infatti finì con la crisi del 1992. Fra il 2010 ed oggi il rapporto fra i due redditi pro capite è tornato al livello del 1995: una caduta molto dolorosa, che si era vista solo durante la Grande Depressione degli anni Trenta, tuttavia inevitabile perché la ricchezza non la si conquista indebitandosi. Questo arretramento non è dovuto, come alcuni - ad esempio Grillo - sostengono, al peso degli interessi che in questi anni la Grecia è stata costretta a pagare sui suoi debiti. Come mostrano Ken Rogoff e Jeremy Bulow (www.vox.eu), dal 2010 al 2014 la Grecia ha continuato a ricevere dai Paesi europei, dalla Bce e dal Fondo monetario, un flusso netto positivo di aiuti, cioè più denaro di quanto dovesse pagarne in interessi sul suo debito estero. Solo quest’anno, dopo che Tsipras ha arrestato il pur timido processo di riforme, il flusso netto è diventato negativo. E con esso la crescita. Se i primi anni dell’aggiustamento sono stati particolarmente dolorosi - come lo sono in ogni famiglia che dopo un periodo di spese un po’ folli debba riabituarsi a non fare acquisti che eccedano il suo reddito - nel 2014 la Grecia aveva ricominciato, anche se lievemente, a crescere (+0,6 per cento). Quest’anno grazie alla cura Tsipras è tornata in recessione. Una domanda si ponevano ieri gli investitori, soprattutto i non europei. Ci sono altri Tsipras nei Paesi dell’euro? Lo sguardo va a due partiti che da tempo applaudono le politiche greche: Grillo in Italia e Podemos in Spagna, entrambi reduci da significativi risultati elettorali (i sindaci di Madrid e Barcellona sono stati eletti il mese scorso con i voti di Podemos). Da questa mattina il costo del nostro debito pubblico dipende da quanto credibile è l’impegno del governo ad attuare, dopo il Jobs act e con la medesima determinazione, quelle riforme senza le quali non ci può essere né crescita né occupazione. E senza le quali il Movimento 5 Stelle può solo rafforzarsi.

29 giugno 2015 | 08:11
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Da - http://www.corriere.it/cultura/15_giugno_29/quanti-tsipras-ci-sono-europa-8e125f40-1e1f-11e5-958d-f9395af606a3.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Come convincere i giovani greci che l’Europa è la loro...
Inserito da: Admin - Luglio 05, 2015, 10:50:23 am
Referendum
Grecia, lo scambio virtuoso
Come convincere i giovani greci che l’Europa è la loro sola speranza


Di Francesco Giavazzi

Ad Atene i sondaggi lasciano intravedere, pur con grande incertezza, una vittoria dei sì. Fra coloro che intendono esprimersi per il sì, la maggior parte interpreta il voto come una scelta di rimanere nell’euro e nell’Unione Europea. Sono gli anziani e i pensionati i più favorevoli al sì: forse perché, diversamente dai giovani, apprezzano, essendoci passati, che cosa significhi navigare senza il timone dell’Europa. La scelta dei giovani, invece più favorevole al no, è preoccupante. E non solo per la Grecia. L’Europa non va da nessuna parte se perde il consenso dei giovani.
Come è più volte accaduto, soprattutto in Europa, le crisi sono l’occasione per le scelte coraggiose. Nel giugno 2012, quando molti investitori, soprattutto americani, scommettevano che l’Unione monetaria di lì a qualche settimana sarebbe stata sciolta, il Consiglio europeo varò l’unione bancaria.

La de-nazionalizzazione della vigilanza sulle maggiori banche europee - in pratica inviare ispettori finlandesi a controllare le banche portoghesi - è la modifica più rilevante dell’architettura europea da quindici anni in qua. A questo seguì l’a qualunque costo di Mario Draghi, impegno che aprì la strada a ingenti acquisti di titoli pubblici da parte di Francoforte, cosa impensabile solo un anno prima. Se vinceranno i sì, i capi di Stato europei debbono dimostrare ancor più determinazione, perché la crisi è più grave di cinque anni fa. Devono convincere i giovani greci, anche quelli che voteranno no, che l’Europa è la loro sola speranza.

Come farlo? In Grecia facendo sì che l’economia ricominci a creare opportunità di lavoro: nel privato, non nel settore pubblico. A Bruxelles facendo un passo avanti nell’integrazione così che un’altra vicenda greca sia d’ora in avanti meno probabile. E soprattutto dando l’idea che l’Europa è qualcosa di più nobile di un punto di aliquota dell’Iva. Per questo secondo obiettivo basta seguire le indicazioni contenute nel rapporto che giovedì scorso i «Cinque presidenti», Schulz, Juncker, Tusk, Dijsselbloem e Draghi, hanno consegnato ai capi di Stato europei, delineando un progetto di integrazione realistico per i prossimi anni.

Per crescita e lavoro occorre ribaltare l’impostazione dei programmi di aiuto alla Grecia. Quelli su cui si è litigato per sei mesi erano vincolati dal rifiuto di Tsipras di avviare riforme profonde dell’economia - mercato del lavoro, mercati dei beni e dei servizi, giustizia, un allungamento significativo dell’età lavorativa - senza le quali non ci possono essere né crescita, né lavoro. Di queste cinque riforme l’Italia ne ha fatte due, lavoro e pensioni, e i risultati si cominciano a vedere. Non potendo fare queste riforme, ad Atene ci si è concentrati sui conti pubblici limitandosi ad alzare le tasse: non è così che si rimette in piedi un’economia stremata.
Bisogna quindi partire dalle riforme negoziando flessibilità fiscale (sia sul deficit che sui tempi di rientro dal debito) in cambio di riforme. In questi mesi il meno aperto, oltre a Tsipras, si è dimostrato il Fondo monetario internazionale perché ai suoi azionisti, per la più parte Paesi emergenti, la Grecia non interessa, e forse anche perché la signora Lagarde ha appena chiesto che il suo mandato venga rinnovato e per ottenerlo ha bisogno dei voti dei Paesi emergenti. Del Fondo non c’è bisogno: questa volta possiamo far meglio da soli con la vigilanza della Commissione europea.

In Europa c’è un capo di governo che è riuscito a scambiare riforme per flessibilità. Non è Hollande, l’interlocutore speciale dei tedeschi, che tuttavia non ha né ridotto il deficit, né fatto alcuna riforma significativa, ma Matteo Renzi. A fronte del Jobs act Renzi ha ottenuto da Bruxelles e dalla signora Merkel un allentamento dei vincoli fiscali (quasi mezzo punto di Prodotto interno lordo in meno nella scorsa legge di Stabilità). Nei prossimi giorni il presidente del Consiglio dovrebbe far leva su questo spostamento di baricentro per tentare di coagulare consenso permettendo di ripetere almeno quanto fatto nel giugno 2012. Aiuterebbe i giovani greci, aiuterebbe l’Europa e, non ultimo, potrebbe essere l’occasione per ritrovare lo smalto, oggi un po’ appannato, dei primi mesi di governo.

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3 luglio 2015 | 12:31

Da - http://www.corriere.it/economia/15_luglio_03/grecia-scambio-virtuoso-d4ac3742-216b-11e5-be97-5cd583b309bb.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Meno Stato per tagliare le tasse
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2015, 04:57:03 pm
Meno Stato per tagliare le tasse
Di Francesco Giavazzi

Una parte importante dei risparmi che il governo si propone per il prossimo anno, in modo da abbassare la pressione fiscale, non proviene da tagli alla spesa pubblica, che pure verrà ridotta, ma dall’eliminazione di una messe di agevolazioni fiscali. Ad esempio: il regime privilegiato delle cooperative ci costa, in termini di mancato gettito, 300 milioni l’anno (dati della Ragioneria generale dello Stato); l’accisa ridotta sul gasolio impiegato per l’autotrasporto delle merci e di alcuni passeggeri (inclusi i taxi) un miliardo e mezzo; altrettanto la speciale accisa sul carburante degli aerei; 640 milioni quella sulla navigazione nelle acque interne, e così via. Eliminare questi privilegi, che non sono stati attribuiti con un criterio di efficienza, ma concessi a chi è più bravo nel percorrere i corridoi di Parlamento e ministeri, è certamente un bene. Ma da un diverso punto di vista, cancellare le agevolazioni fiscali significa alzare, non abbassare le tasse. Insomma, per ridurre la pressione fiscale non c’è altro modo che tagliare la spesa.

Nel Regno Unito il governo di David Cameron fra il 2010 e il 2013 ha ridotto le spese di una quantità che, tradotta in termini italiani, equivale a 16 miliardi di euro l’anno. Su tre anni sono quasi 50 miliardi di minori spese. Oggi l’economia britannica, nonostante sia stata colpita da una crisi finanziaria molto più grave dell’Italia, cresce fra il 2,5 e il 3% l’anno, contro il nostro misero 0,7 previsto per quest’anno.

Perché in Italia è tanto difficile ridurre la spesa? Ritengo che il motivo vero risieda nel grande spazio che Stato, Regioni e Comuni, in una parola la politica, occupano nell’economia del nostro Paese. Fintantoché quello spazio non verrà ridotto, la spesa si può contenere ma non scenderà abbastanza per abbassare in modo significativo le tasse. Un esempio sono le funzioni esercitate da Regioni e Comuni nella raccolta dei rifiuti o nella produzione e distribuzione di acqua ed energia elettrica, funzioni che potrebbero essere svolte in modo spesso più efficiente da imprese private. Ma la politica deriva benefici economici e talvolta elettorali dalla gestione di queste attività (assunzioni, consigli di amministrazione, gestione degli appalti di fornitura) e quindi ha un incentivo a mantenere pubblico il loro controllo, scaricando sui cittadini il costo dei benefici di cui essa si appropria. Ciò non significa che un Paese stia tanto meglio quanto più limitato è lo spazio occupato dallo Stato. Esistono funzioni pubbliche essenziali per il buon funzionamento di una società: la giustizia, l’ordine pubblico, la difesa, scuola e sanità (il che non significa che non vi debba essere spazio anche per il settore privato). Per altre funzioni tuttavia (ad esempio la raccolta dei rifiuti) bisognerebbe sempre chiedersi se il beneficio, al netto dei costi dell’intermediazione politica, giustifichi l’aumento della pressione fiscale che ciò comporta.

L’ex commissario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli, ha censito le società partecipate da amministrazioni locali. Nel 2012 erano 7.726 con mezzo milione di dipendenti. Metà di queste aziende sono o di proprietà interamente pubblica, o comunque a maggioranza pubblica. Nel 2012 le loro perdite lorde (dati del ministero dell’Economia) sono state di circa un miliardo e 200 milioni di euro (senza contare le perdite non palesi coperte da contratti di servizio con le amministrazioni pubbliche). La sola Atac, l’azienda che gestisce il trasporto pubblico di Roma, ha accumulato in otto anni, dal 2006 al 2013, oltre 1,2 miliardi di perdite: in parte per effetto di un organico di 12 mila dipendenti, a fronte dei 9 mila della milanese Atm i quali hanno un costo unitario inferiore del 20%. Il «Piano Cottarelli» propone alcune misure per ridurre il numero di queste aziende da quasi 8 mila a mille, quante sono in Fra ncia, ove pure la presenza dello Stato è pervasiva: chiudere le partecipate non operative, o che comunque hanno dimensioni ridotte in termini di fatturato e/o dipendenti, vietare partecipazioni indirette in società che offrono servizi pubblici privi di rilevanza economica, uscire dalle società in cui il pubblico, nel suo complesso, non raggiunga almeno una quota del 10 per cento, estendere il divieto di partecipazioni indirette ai servizi pubblici privi di rilevanza economica. Non sembrano passi impossibili. E tuttavia nulla accade.

Un altro motivo è che il governo per primo dà un cattivo esempio. Consideriamo la privatizzazione delle Poste. L’azienda verrà venduta senza separare il servizio postale tradizionale dal Banco Posta, così che i profitti del secondo continueranno a sussidiare il primo in modo non trasparente, deprimendo il valore dell’azienda. Come ha osservato Franco Debenedetti (sul Sole 24 Ore del 21 agosto scorso) è l’opposto di ciò che ha fatto Google quando ha creato Alphabet. Con la «privatizzazione» il Tesoro manterrà il 60% delle azioni, imporrà un tetto del 5% al possesso azionario, in modo da tener lontani investitori istituzionali, e riserverà una parte delle azioni vendute ai dipendenti (in pratica ai sindacati). Come si fa poi a imporre a Comuni e Regioni di cedere la maggioranza delle aziende pubbliche locali?

30 agosto 2015 (modifica il 30 agosto 2015 | 07:59)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_30/meno-stato-tagliare-tasse-8539334c-4ed7-11e5-ad01-b0aa98932a57.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Soldi pubblici e idee La Cassa? Usiamola per le scuole
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 14, 2015, 03:06:02 pm
Soldi pubblici e idee
La Cassa? Usiamola per le scuole

di Francesco Giavazzi

I nuovi vertici della Cassa Depositi e Prestiti, nominati dal governo nel mese di luglio, si sono insediati e hanno cominciato a lavorare. Sarebbe stato auspicabile (lo scrissi il 14 giugno e poi ancora il 22 giugno) che a questo cambiamento si accompagnasse un progetto, un’idea di quali obiettivi il governo intenda dare alla Cassa, che è la maggiore istituzione finanziaria italiana. Ciò non è accaduto e per il momento sul tavolo dei nuovi amministratori si sono accumulate solo alcune «grane»: fra queste l’Ilva di Taranto e la Saipem, due aziende che per motivi molto diversi hanno dei guai che il ricco portafoglio della Cassa potrebbe aiutare a risolvere.

La Cassa può essere impiegata in due modi.
Il primo, quello che sembra si stia delineando, è sfruttare abilmente l’artificio contabile che ha posto la Cassa fuori dal perimetro dei conti pubblici, consentendole di aggirare le regole europee che vietano aiuti dello Stato a imprese in difficoltà. Lo fanno anche Francia e Germania ed è un uso certamente legittimo. Solo, a mio avviso, poco lungimirante. I soldi finiranno prima delle grane da risolvere. Saranno serviti per salvare un certo numero di aziende, alcune che meritavano di essere salvate, altre invece che sarebbe stato meglio chiudere perché ormai incapaci di camminare con le loro gambe. Se va bene, il saldo netto di questi interventi sarà vicino a zero. Più probabilmente, io temo, sarà negativo perché risulterà molto difficile arginare le pressioni politiche per l’utilizzo di questo ricco salvadanaio. L’alternativa è usare la Cassa per un grande progetto di cambiamento e rinnovamento dell’Italia. Interventi che, diversamente dalla soluzione di qualche grana passeggera e presto scordata, lascino qualcosa per cui i nostri figli e i nostri nipoti ci possano ringraziare.

Perché ad esempio non dare alla Cassa il compito di finanziare la ristrutturazione dei nostri oltre 33.000 edifici scolastici? Il ministro Giannini ha avviato una ricognizione dello stato di salute di questi edifici. Il risultato sarà che un gran numero richiede interventi anche urgenti. Non solo strutturali: le scuole che hanno una moderna sala computer per gli alunni, o anche solo un collegamento a Internet, sono una rarità. Certo, per migliorare la scuola non bastano edifici rinnovati, e non sono neppure la cosa più importante.

Un bravo insegnante apre la testa dei suoi alunni anche in una scuola disastrata; una capra svogliata rimane tale anche in un edificio scintillante. È una questione di regole, non di soldi, e i provvedimenti sulla Buona Scuola hanno finalmente cominciato a smuovere le acque. Ma anche gli spazi sono importanti. Fra cinquant’anni, quando le automobili fatte di acciaio si vedranno solo nei musei, dell’Ilva, per quanto oggi importante, nessuno si ricorderà. Ma chi ha avuto la fortuna di studiare in una di quelle belle scuole costruite nell’Ottocento (sono oltre 1.300 in Italia) ancora ringrazia la lungimiranza dei nostri bisnonni.

5 ottobre 2015 (modifica il 5 ottobre 2015 | 06:54)
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Da - http://www.corriere.it/economia/15_ottobre_05/cassa-usiamola-le-scuole-a618bbfe-6b1b-11e5-9423-d78dd1862fd7.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Per le nuove imprese Steccati da demolire (subito)
Inserito da: Arlecchino - Novembre 09, 2015, 05:06:04 pm
Per le nuove imprese
Steccati da demolire (subito)

Di Francesco Giavazzi

Per consolidare la ripresa della nostra economia, cioè evitare che le buone notizie di queste settimane si rivelino un fuoco di paglia, sono necessarie tre condizioni: un mercato del lavoro fluido, una pressione fiscale contenuta e soprattutto un ambiente in cui imprese giovani possano sostituirsi a quelle che hanno esaurito la loro capacità di innovare. Il Jobs act è la più importante riforma economica attuata in Italia da cinquant’anni a questa parte: la prima condizione è quindi soddisfatta. Per quanto riguarda il secondo punto, la pressione fiscale, che aveva raggiunto un picco del 44 per cento nel 2012 ed è oggi al 43,7%, scenderà il prossimo anno al 43. Ancora elevata, ma finalmente la direzione è quella giusta.

Dove invece l’azione del governo rimane gravemente insufficiente è nel creare le condizioni per la nascita di nuove imprese. Barriere all’entrata proteggono imprese anziane, spesso inefficienti, impedendo l’ingresso di imprenditori nuovi e di nuove tecnologie. È un’insufficienza grave perché la produttività è più elevata nelle imprese giovani che in quelle vecchie. C’è un nesso diretto fra entità delle barriere all’entrata e produttività. Utilizzando dati raccolti al livello di singole aziende, John Haltiwanger, dell’Università del Maryland, trova che un quarto della crescita della produttività nel settore manifatturiero americano sia attribuibile alla nascita di nuove imprese.

In uno studio sul commercio al dettaglio italiano il mio collega Fabiano Schivardi trova che le aziende protette da barriere all’entrata sono meno produttive, hanno profitti più alti e praticano prezzi anch’essi più elevati. Trova anche che quando queste barriere vengono rimosse occupazione e investimenti crescono.

Il governo aveva un’occasione unica per ridurre le barriere all’entrata e far crescere la produttività. Finora purtroppo l’ha sprecata. Ma non è troppo tardi. In febbraio il Consiglio dei ministri aveva esaminato un Disegno di legge sulla Concorrenza predisposto dal ministero per lo Sviluppo economico. Era un ottimo testo che rimuoveva molte barriere all’entrata. Ad esempio consentiva la vendita dei medicinali di fascia C (quelli utilizzati per patologie di «lieve entità») anche in esercizi commerciali diversi dalle farmacie, favorendo la nascita di nuove attività come le parafarmacie. Rimuoveva l’obbligo per gli autisti Ncc (noleggio con conducente) di ritornare in rimessa tra una chiamata e l’altra, aprendo il mercato a servizi quali Uber. Vietava che le Autorità portuali fossero, al tempo stesso, regolatori dei servizi offerti al porto e fornitori dei servizi stessi, una norma, quest’ultima, che scoraggia la nascita, nei porti, di aziende di servizi private: chi si mette in concorrenza con imprese possedute da chi ne fissa le regole? Quel testo obbligava anche le Regioni a rivedere periodicamente l’accreditamento delle strutture sanitarie private, in modo da impedire il consolidarsi di monopoli di fatto. Durante il Consiglio dei ministri tutte queste norme furono stralciate su richiesta del partito di Alfano e in particolare della ministra della Salute Lorenzin e dell’allora ministro delle Infrastrutture Lupi, entrambi al governo con il mandato preciso di proteggere alcune rendite. Stralciate furono pure, questa volta col consenso del Pd, le norme che aprivano ai privati i servizi pubblici locali, focolaio di inefficienza e corruzione.

Dopo aver così svuotato il Disegno di legge, in marzo il governo lo ha depositato in Parlamento e non se ne è più occupato. Otto mesi di discussione parlamentare hanno consentito a tutti coloro cui il disegno di legge toglieva un po’ di rendita di organizzarsi per evitarlo. Un’audizione dopo l’altra, una pressione di questa o quella lobby e di una legge già timida ben poco è rimasto. È davvero sorprendente che un governo che non ha esitato a schierarsi contro i sindacati per far approvare il Jobs act non abbia il coraggio di opporsi alla lobby dei farmacisti e dei presidenti delle autorità portuali. Sembra quasi che Renzi faccia fatica a capire l’importanza di mercati aperti che consentano l’ingresso di nuove imprese.

La regolamentazione di nuovi servizi, la cosiddetta sharing economy, non può essere affrontata (lo spiegava molto bene Dario Di Vico su questo giornale venerdì scorso) delegando alla burocrazia il compito di disciplinare attività che spesso sono ancora in fase di sperimentazione. In California, il luogo in cui c’è più innovazione al mondo, quando si apre un nuovo mercato, o viene introdotta una nuova tecnologia, le autorità disegnano la regolamentazione insieme alle nuove imprese, bilanciando i vantaggi dell’innovazione con la tutela dei cittadini. L’approccio burocratico delle nostre autorità nega di fatto il «diritto a innovare».

Non è troppo tardi. Prima che il Parlamento voti il Disegno di legge sulla Concorrenza il governo potrebbe introdurre, tramite un emendamento, molte delle norme stralciate e altre ancora. Gli uffici dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato possono essere una fonte eccellente di suggerimenti.

Nel caso dei servizi pubblici locali, ad esempio la raccolta dei rifiuti, aprire il mercato a imprenditori privati - ovviamente con contratti ben scritti e strumenti per farli osservare - ha un altro grande vantaggio: eliminerebbe automaticamente molte delle migliaia di politici che oggi siedono nei Consigli di amministrazione delle aziende pubbliche locali e la corruzione che spesso vi si accompagna.

9 novembre 2015 (modifica il 9 novembre 2015 | 07:28)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_novembre_09/nuove-imprese-steccati-demolire-subito-1c1c3334-86a7-11e5-858b-c98d4f30b0b8.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Attaccare la Ue non ci conviene
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 30, 2015, 05:50:49 pm
Attaccare la Ue non ci conviene
Il governo, il caso delle quattro banche salvate dal decreto e Bruxelles

Di Francesco Giavazzi

I l caso delle quattro banche chiuse il mese scorso non è solo una questione di risparmiatori truffati e autorità di vigilanza. Riguarda anche la solidità dei nostri risparmi e la nostra credibilità in Europa. Il deficit pubblico della Francia - anche al netto degli interventi varati dopo gli attacchi del 13 novembre - chiude l’anno vicino al 4% e rimarrà sopra il 3% fino al 2017. Nessuno se ne preoccupa. Il fatto che questo sottoponga Parigi alla Procedura europea di sorveglianza (dalla quale noi uscimmo nel 2013) non preoccupa il governo francese che agisce come se quella procedura non fosse attiva. La strategia europea di Parigi è molto diversa dalla nostra: una diplomazia tanto attenta quanto efficace e discreta, l’opposto della nostra e soprattutto di affermazioni come quella con cui Matteo Renzi accompagnò il varo dell’ultima legge di Stabilità: «Se la bocciano la ripresento uguale!». Il risultato è che della Francia, che pure non ha finora adottato alcuna riforma significativa, alle riunioni europee nessuno mai parla e Parigi fa sostanzialmente ciò che vuole. Dell’Italia invece si discute nei dettagli. Anziché criticare Germania e Francia perché fanno i propri interessi, sarebbe meglio chiedersi perché riescono a farlo - e riflettere se la nostra strategia sia davvero vincente. Un esempio è la vicenda delle quattro banche chiuse dal governo con il decreto del 22 novembre. Sulle banche Renzi ha sinora fatto scelte giuste rispettando le regole europee.

I l premier avrebbe quindi potuto far leva sul decreto del 22 novembre e ripetere ciò che dice spesso: «Siamo tornati autorevoli in Europa proprio perché ne rispettiamo le regole». Invece ha usato l’occasione per aprire una nuova offensiva. Ci conviene? Un argomento dell’attacco all’Europa è che si usano due pesi e due misure. Ad esempio si è accettato che la Germania spendesse fra 240 e 270 miliardi per salvare le proprie banche, mentre a noi è stato proibito. Innanzitutto Berlino lo ha fatto quando ancora le regole lo consentivano. Ma al di là delle regole, la differenza è che gli investitori sono disposti ad acquistare una tale quantità di nuovi titoli pubblici tedeschi, mentre è dubbio che l’Italia, anche se potesse, riuscirebbe ad emettere ad un costo ragionevole 200 miliardi di nuovo debito per ricapitalizzare con denaro pubblico le nostre banche. Quindi dovremmo ricorrere, come fece la Spagna, al Fondo salva Stati e ciò significherebbe sottoporsi alla vigilanza della troika. Addio alla tanto invocata flessibilità!

Ma c’è un punto più importante. Per anni si è osservato che ciò che conta è il nostro debito netto, non il debito pubblico lordo. Cioè, a fronte degli oltre due trilioni di euro di debito pubblico si dovrebbero contare i circa tre trilioni di ricchezza finanziaria delle famiglie. Il nostro debito pubblico, sostengono alcuni, non è poi tanto rischioso perché compensato da una quantità ancor maggiore di ricchezza privata. Bene: ciò che è accaduto il mese scorso è proprio questo. Alcuni cittadini hanno visto una parte della loro ricchezza impiegata per salvare quattro banche, in tal modo evitando che il salvataggio si tramutasse in maggiore debito pubblico. Se questo ci indigna, la si smetta di dire che la ricchezza delle famiglie è una garanzia per il debito pubblico. Sulle banche il governo Renzi ha preso tre buone decisioni. La più importante, a febbraio, fu l’obbligo imposto alle Popolari di trasformarsi in normali società per azioni. Tutto quanto è accaduto quest’anno deriva da quella decisione che ha spazzato via il connubio fra credito locale e consenso politico locale. Senza quel decreto le Popolari avrebbero continuato ad essere degli zombi che prestavano denaro solo a chi, come accadeva a Vicenza e alla Banca dell’Etruria, si impegnava ad acquistare titoli emessi dalla banca stessa.

La seconda buona decisione è il decreto del 22 novembre. In quel decreto il governo ha deciso di valutare i crediti inesigibili delle quattro banche chiuse a poco meno del 18% del loro valore nominale, cioè al prezzo al quale essi oggi possono essere venduti sul mercato. Valutarli di più significava cedere all’illusione che col tempo il loro valore sarebbe risalito. Il Giappone visse in quell’illusione per un decennio e per un decennio le sue banche non finanziarono investimenti.

La terza buona decisione, infine, è stata di non violare le regole europee sugli aiuti di Stato e quindi non usare il Fondo di garanzia sui depositi per salvare azionisti e obbligazionisti delle quattro banche chiuse, rimandando i casi di truffa evidente ad un intervento pubblico separato. Come si è visto con il caso della banca pugliese Tercas - che è ora obbligata a restituire i fondi ricevuti al momento del salvataggio - l’eventualità che un intervento sia giudicato un aiuto di Stato rende la banca molto difficile da vendere perché pochi acquirenti se ne assumerebbero il rischio. Decisioni che vanno nella giusta direzione, quindi. Perché non far leva su di esse anziché usarle per aprire una nuova offensiva europea?
Attaccare le istituzioni di Bruxelles per togliere acqua a chi nuota nell’antieuropeismo non paga.

27 dicembre 2015 (modifica il 27 dicembre 2015 | 07:47)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_27/attaccare-ue-non-ci-conviene-14bfe714-ac65-11e5-9807-438c782270a2.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Ragioni economiche I migranti e la logica tedesca
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 20, 2016, 04:10:56 pm
Ragioni economiche
I migranti e la logica tedesca

Di Francesco Giavazzi

L’accoglienza e l’inserimento dei rifugiati nella nostra società, a prescindere dall’aspetto umanitario, è un fatto positivo per l’economia dei Paesi dell’euro. Aprire le frontiere ai rifugiati, come ha fatto la Germania, non solo è il modo etico per affrontare una tragedia inesorabile, ma - a patto di rispettare le condizioni che indicherò più avanti - aiuta l’economia europea. Questa è la ragione per cui Angela Merkel non deflette dalla sua scelta di frontiere aperte.

I Paesi dell’euro hanno due problemi: un tasso di fertilità molto basso, che via via riduce la popolazione, e una carenza di domanda. Il tasso di fertilità nell’eurozona è in media 1,6 (cioè 1,6 figli per ogni donna). Per mantenere la popolazione stabile il tasso di fertilità dovrebbe essere un po’ sopra 2. Gli unici Paesi europei in cui questo accade sono Irlanda e Francia. La bassa fertilità è solo in parte compensata dall’allungamento dell’età lavorativa, che cresce troppo lentamente. Risultato: la popolazione attiva scende, e questo ci costa circa mezzo punto l’anno di minor crescita. Diversamente dalla fertilità, che è un fenomeno di lungo periodo, la carenza di domanda è un’eredità della crisi. Ma entrambe, scarsa domanda e bassa fertilità, ritardano l’uscita dalla recessione.

Fra i Paesi dell’euro, quello in cui questi problemi sono più accentuati è la Germania. La fertilità tedesca è una delle più basse: solo 1,38 bambini per ogni donna. Anche la domanda è particolarmente bassa in Germania, come dimostra il fatto che essa abbia un avanzo nei conti con l’estero pari a quasi l’8 per cento del prodotto. Cioè la Germania produce quasi l’8 per cento più di quanto spende. L’eurozona ha quindi un problema aggregato - poca domanda, bassa fertilità - e uno squilibrio, fra la Germania e il resto dell’area. Accogliere i rifugiati, e accoglierne di più in Germania, è il modo per correggere entrambi.

La Germania è anche il Paese che ha più spazio nei propri conti pubblici: il 2015 si è chiuso con un avanzo di bilancio pari a 1 punto di Pil (Prodotto interno lordo). Un milione di rifugiati, quanti la Germania ne ha accolti nel 2015, costa circa un terzo di punto di Pil l’anno: sussidi diretti, attività per facilitare l’integrazione, abitazioni, scuole, assistenza medica. Di tanto quindi cresce la spesa pubblica tedesca con effetti positivi sul resto dell’eurozona. Un rifugiato costa allo Stato tedesco circa 12 mila euro il primo anno, una cifra che si riduce nell’arco di 5-10 anni quando egli si inserisce nel mercato del lavoro ed esce dai programmi di assistenza.

Accogliere i rifugiati è quindi una strategia intelligente: aumenta la spesa pubblica nel breve periodo, per l’assistenza necessaria, ma in un modo che si corregge automaticamente entro un decennio. Nel lungo periodo rifugiati integrati contribuiscono alla sostenibilità del sistema pensionistico. L’effetto sulla popolazione è di aumentarla di circa il 2% nel triennio. Un numero non enorme, ma sufficiente per arrestare la caduta della popolazione tedesca. L’effetto poi si propaga nel tempo per il maggior tasso di fertilità delle donne immigrate. L’età dei rifugiati conta: più sono giovani, più a lungo dovranno essere educati e assistiti, ma più a lungo anche pagheranno tasse e contributi sociali. Angela Merkel è forse il solo statista europeo ad aver capito che accogliere i rifugiati e investire nel loro capitale umano non ha solo un aspetto di solidarietà: è più lungimirante che costruire autostrade.

Tutto questo richiede però due condizioni. I benefici dell’integrazione si ottengono solo con il rispetto delle regole; negli Stati Uniti l’integrazione funziona, pur se con mille difficoltà, perché la violazione delle regole è punita duramente. L’integrazione inoltre deve rispettare i valori del Paese che accoglie, come ha chiaramente spiegato Ernesto Galli della Loggia alcuni giorni fa su queste colonne. Episodi, come quelli accaduti in Francia, in cui in alcune scuole in quartieri con significativa presenza di cittadini di religione musulmana, presidi e insegnanti hanno in modo passivo accettato che fosse tolta la carne dalla mensa per evitare discussioni, non aiutano l’integrazione e sono inammissibili.

Il secondo problema riguarda l’equilibrio di genere. La recente ondata di rifugiati è composta per lo più di maschi. Ma l’equilibrio di genere si realizza con l’integrazione e con i ricongiungimenti familiari. È la scarsa capacità di integrare che mantiene lo squilibrio di genere. Anche qui la Germania è un buon esempio: su 7,8 milioni di cittadini nati fuori dai confini tedeschi esattamente la metà sono donne. Solo per alcune nazionalità, in particolare per i cittadini di origine africana, la percentuale di donne è inferiore al 40 per cento.

18 gennaio 2016 (modifica il 18 gennaio 2016 | 08:18)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/16_gennaio_18/i-migranti-logica-tedesca-e6462018-bdaa-11e5-b5c4-6241fae93341.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Renzi e Merkel: l’alleato che Berlino vorrebbe
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 29, 2016, 06:03:16 pm
Italia e Germania
Renzi e Merkel: l’alleato che Berlino vorrebbe

Di Francesco Giavazzi

Angela Merkel, incontrando Matteo Renzi domani, si chiederà quanto il potere abbia cambiato l’uomo politico che lei ebbe la lungimiranza di invitare tre anni or sono a Berlino, quando egli aveva perso le primarie del Pd ed era solo il sindaco di una relativamente piccola città italiana. L’impressione deve essere stata favorevole perché in seguito, al primo Consiglio europeo cui Renzi partecipò, lo presentò come «il mio amico Matteo». Forse in quel momento, volgendo lo sguardo intorno al tavolo e osservando la modestia politica dei partecipanti, Angela Merkel coltivò la speranza che quel giovane italiano ne potesse assumere la guida e aiutarla nel faticoso compito di rendere più solide le istituzioni europee.

Da quel giorno si sono alternate conferme e delusioni. Conferme per la capacità di portare in porto riforme che da anni venivano millantate, senza che nessun governo riuscisse a farle. Delusioni perché Renzi non è riuscito — forse non ha neppure provato? — a consolidare la sua posizione nel Consiglio europeo e a diventare un punto di riferimento. Come molti suoi predecessori non è andato al di là di qualche battaglia in difesa di legittimi interessi nazionali. Battaglie condotte male per di più, senza capire, ad esempio, che per essere influenti a Bruxelles sui dossier per noi più importanti sarebbe stato meglio chiedere i posti di commissario europeo alla Concorrenza o di direttore del dipartimento che si occupa di Aiuti di Stato.

Invece il posto di Alto rappresentante per gli Affari esteri che abbiamo ottenuto è di grande prestigio ma, come si è visto, del tutto inutile per quei dossier. Angela Merkel è l’unico vero statista in Europa, il solo capace di non abbandonare un progetto in cui crede anche se ciò significa, come si è visto durante la crisi dei rifugiati, sfidare l’opinione pubblica del proprio Paese. L’unico, nella tradizione di Konrad Adenauer, Helmut Schmidt e Helmut Kohl, che si chieda come contribuire alla Storia del suo Paese e quale futuro si debba costruire. Se Helmut Kohl sarà ricordato per l’unificazione della Germania, Angela Merkel vuole essere ricordata come il cancelliere che ha salvato l’Unione Europea. Ma ha bisogno di alleati, e oggi in Europa ne ha pochi.

A Est Polonia e Ungheria hanno imboccato una strada che li sta allontanando dai principi di democrazia che sottostanno al progetto europeo. La Gran Bretagna si prepara a un voto in cui potrebbe decidere di abbandonare l’Unione. Portogallo e Spagna hanno perduto l’equilibrio politico e non riescono a formare governi stabili. La Francia, alleato storico, è incapace di riformarsi e quindi indebolita. In questo quadro deprimente l’Italia può essere l’alleato indipendente e leale di Angela Merkel. Un’occasione unica di poter contribuire alla costruzione dell’Europa in cui vivremo guardando al di là del proprio orticello.

Per giocare questo ruolo il presidente del Consiglio deve convincersi che senza Europa nessun Paese può farcela da solo (basti guardare alla vicenda greca). Incominciando con il discutere in modo intelligente le proposte contenute nel Rapporto dei cinque presidenti sul completamento dell’Unione monetaria e proporre che l’argomento sia posto all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 febbraio.

27 gennaio 2016 (modifica il 27 gennaio 2016 | 22:15)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_gennaio_28/renzi-merkel-l-alleato-che-berlino-vorrebbe-839ff582-c53a-11e5-9850-7f16b4fde305.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. Perché l’incertezza pesa più del rischio
Inserito da: Arlecchino - Agosto 13, 2016, 11:02:25 pm
Politica economica
Perché l’incertezza pesa più del rischio
Le valutazioni degli investitori internazionali sull’impatto del No al referendum e quei precedenti fino alla Brexit. Il precedente della campagna elettorale di Schröder

Di Francesco Giavazzi

Viviamo nel tempo dell’incertezza. Ma che cos’è con precisione l’incertezza, e che effetti ha sul comportamento delle persone, in particolare degli investitori finanziari? L’Italia sta entrando in un periodo di elevata incertezza politica: che effetti può avere sui mercati? Vi sono modi per attenuarli? Esporsi a situazioni che comportano dei rischi fa parte della nostra vita quotidiana, ma l’incertezza è diversa dal rischio. Come spiegò un economista americano, Frank H. Knight, nel 1921, affrontare un rischio significa esporsi ad un evento aleatorio essendo in grado di stimare la probabilità che esso si verifichi: gioco alla roulette e so che (se non è truccata) la probabilità che esca il rosso è esattamente 50 per cento. In situazioni di incertezza, invece, questa stima non è possibile.

Un esempio di questi giorni è la possibilità di trovarsi nel mezzo di un attentato terroristico: non c’è modo per stimare la probabilità che un terrorista si faccia saltare in aria nell’aeroporto dal quale partirò domani. Come reagiscono le persone in queste due situazioni? Spiegano i miei colleghi Pierpaolo Battigalli, Simone Cerreia, Fabio Maccheroni e Massimo Marinacci, grandi esperti di incertezza, che le persone di solito preferiscono fare scelte che comportino rischi conosciuti invece che sconosciuti, cioè preferiscono esporsi al rischio che all’incertezza. Per esempio, preferiscono investire in una tecnologia già adottata che in una nuova, anche se sanno che la prima risulta efficace solo nel 50 per cento dei casi. Questo atteggiamento è conosciuto come «avversione all’ambiguità».

L’avversione all’ambiguità ha due conseguenze. Innanzitutto, più le persone sono avverse all’ambiguità, più insistono nelle loro scelte, con la conseguenza che diventa difficile indurle a cambiare il loro comportamento. Per esempio, indurle a lavorare di più cambiando la tassazione sul lavoro. Un altro modo in cui le persone reagiscono all’ambiguità è rifugiandosi in «porti sicuri»: questo accade nei mercati finanziari con un fenomeno che viene chiamato flight to quality. Pensiamo a quanto accadde il 14 settembre 2008, il giorno del fallimento della banca statunitense Lehman Brothers. Ex post, è relativamente facile individuare ciò che fece esplodere quella banca, ma ex ante è questione diversa. Gli investitori sapevano che la realtà dei mercati finanziari è molto complessa, con milioni di potenziali punti deboli, ma non li avevano mai presi in considerazione perché li ritenevano irrilevanti in tempi normali. Quando Lehman fallì, e le interdipendenze fra quei punti deboli divennero essenziali, si trovarono catapultati da un situazione di rischio, in cui erano abituati a operare, a una di incertezza. E reagirono proprio come suggerisce la teoria dell’avversione all’ambiguità, abbandonando tutti gli strumenti finanziari (i cui prezzi crollarono) e rifugiandosi nei titoli garantiti dallo Stato. Qualcosa di simile è accaduto dopo la Brexit. Dalla sera alla mattina gli investitori si sono trovati di fronte ad una situazione difficile da valutare con gli strumenti usuali: che sarebbe accaduto alle relazioni commerciali fra Gran Bretagna e Unione Europea, come sarebbero stati riscritti i trattati con Stati Uniti, Canada, India e gli altri grandi partner commerciali della Gran Bretagna? Ancora una volta la reazione è stata una fuga dalla sterlina per rifugiarsi in Paesi meno incerti.

Un’altra conseguenza dell’avversione all’ambiguità riguarda il modo in cui le persone reagiscono alle riforme. Pensiamo al dibattito attualmente in corso su una possibile modifica di alcune regole pensionistiche. Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto (Il Sole24Ore del 7 agosto) che occorre trovare «misure di solidarietà interne al sistema previdenziale che aiutino le carriere discontinue a colmare alcuni vuoti contributivi». In altre parole, occorre ridurre le pensioni relativamente più elevate per compensare quelle che altrimenti sarebbero troppo basse. Ma senza specificare che cosa si intende per pensioni relativamente più elevate, si introduce un elemento di incertezza: alcuni pensionati non sanno né se saranno fra coloro che verranno colpiti, né di quanto. Di fronte a questa incertezza possono solo cercare di risparmiare di più, preparandosi al peggio. Lo stesso accadde in Germania nei mesi precedenti le elezioni del settembre del 1998. Durante la campagna elettorale Gerhard Schröder si era impegnato, qualora avesse vinto, a cancellare la riforma pensionistica appena varata dal suo avversario, il cancelliere Helmut Kohl. Ma non disse quali provvedimenti alternativi avrebbe adottato, poiché tutti sapevano che il sistema pensionistico tedesco non era sostenibile. Di fronte all’incertezza, nei mesi precedenti quell’elezione vi fu una caduta dei consumi e una forte crescita del risparmio privato. Evidentemente i cittadini tedeschi reagirono all’incertezza proteggendosi e risparmiando di più. Il risultato fu un forte rallentamento dell’economia anche perché Schröder, che vinse quelle elezioni, impiegò alcuni anni prima di varare la sua riforma pensionistica.

Il referendum costituzionale del prossimo autunno, e le conseguenze che provocherà, sono un’importante fonte di incertezza. Gli investitori esteri — che detengono più della metà del nostro debito pubblico — leggono che la vittoria del No potrebbe provocare la caduta del governo. Dopo essere stati esposti alla narrazione di una nuova era politica, si chiedono se sia stata solo un’illusione, non capiscono che cosa potrebbe accadere dopo. In altre parole non si trovano ad affrontare un rischio dal quale hanno gli strumenti per proteggersi, ma una situazione di incertezza. Nel motivare la sua decisione di cambiare opinione sull’Italia, da stabile a negativa, l’agenzia canadese Dbrs ha scritto venerdì scorso che il motivo principale è «l’incertezza politica riguardo all’esito del referendum costituzionale». Ciò che li preoccupa non è se la riforma della Costituzione verrà approvata, ma, nel caso non lo fosse, chi gestirà la trattiva con Bruxelles sulla legge di Stabilità i cui tempi si sovrappongono a quelli del referendum. Come nel caso della Brexit, la risposta degli investitori internazionali potrebbe essere l’abbandono dei nostri titoli pubblici, alla ricerca di porti rischiosi ma meno incerti. Che fare? Poco per influenzare il risultato del referendum, tranne informare con chiarezza i cittadini sui quesiti che verranno loro sottoposti. Questa incertezza non si può cancellare. Ma qualcosa si può fare per eliminare altre fonti di incertezza. Ad esempio varare e far approvare da Bruxelles e dal Parlamento la legge di Stabilità prima della data del referendum e smetterla di annunciare riforme del sistema previdenziale senza indicarne i dettagli.

9 agosto 2016 (modifica il 9 agosto 2016 | 23:06)
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Da - http://www.corriere.it/economia/16_agosto_09/perche-l-incertezza-pesa-piu-rischio-675413fc-5e70-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml


Titolo: Francesco GIAVAZZI. I progetti ambigui dei partiti sulla Ue
Inserito da: Arlecchino - Giugno 03, 2017, 11:31:21 am
I progetti ambigui dei partiti sulla Ue

  Di Francesco Giavazzi

Nelle ultime settimane la Borsa di Milano è stata la più debole in Europa. Il motivo è semplice: con l’accordo sulla legge elettorale e il conseguente possibile avvicinarsi delle elezioni è aumentata la percezione dell’incertezza politica e questa preoccupa gli investitori. Alcuni riducono l’esposizione all’Italia vendendo azioni e titoli di Stato, ad esempio i Btp, molti vendono a termine, cioè a scadenza, scommettendo su un’ulteriore caduta dei prezzi di Borsa durante l’estate. C’è qualcosa che i partiti possono fare per evitarci di trascorrere i prossimi mesi nell’ansia di ciò che accadrà ai nostri risparmi? Che il risultato delle elezioni sia incerto è un fatto. Le leggi elettorali possono attenuare l’instabilità, ma sull’incertezza relativa ai risultati delle elezioni non si può far nulla perché, per fortuna, viviamo in una democrazia. C’è però una seconda causa di incertezza. È legata a ciò che farà chi vincerà le elezioni. Qui invece qualcosa, anzi molto, i partiti possono fare e se lo facessero contribuirebbero a ridurre l’incertezza.

Alcuni, Lega e Movimento 5 Stelle, sono ambigui su uno dei temi fondamentali della prossima campagna elettorale: il nostro rapporto con l’Europa. Talvolta dicono che se vincessero promuoverebbero un referendum consultivo sull’euro, altre volte (immagino preoccupati di perderlo anche dopo aver vinto le elezioni) sono più vaghi. Berlusconi cerca di evitare il problema proponendo la doppia circolazione, euro e lire insieme, sull’esempio delle Am-lire che circolavano in Italia dopo la Seconda guerra mondiale. Omette però di spiegare che quella moneta era stampata dagli americani, quindi non aumentava il nostro debito pubblico, come invece farebbero delle Am-lire dei giorni nostri. Su queste posizioni non so che cosa si possa fare per ridurre l’incertezza: temo nulla perché ho l’impressione che neppure chi le propone abbia chiaro il percorso che vuole seguire.

Altri non mettono in discussione l’euro. Su questo punto il Partito democratico è chiaro. Potrebbe però fare di più per ridurre l’incertezza. Ad esempio, il primo provvedimento che attende il nuovo governo sarà la legge di stabilità, cioè come trovare 20 miliardi, quanti saranno necessari per correggere i conti e cominciare a far scendere il debito. Che farebbe il Pd se vincesse? Dove pensa di trovarli? Aumentando le tasse o riducendo le spese, e in questo caso quali spese? Lo so che è un tema che potrebbe far perdere voti, ma anche la caduta della Borsa dovuta all’incertezza fa perdere voti. Un modello c’è ed è il metodo Macron. Durante la campagna elettorale il nuovo presidente francese aveva tre punti fermi: l’euro non si discute, i conti pubblici francesi saranno corretti, le regole dell’eurozona devono essere cambiate. Su quest’ultimo punto in Francia e Germania già si discute e sarebbe bene che i partiti italiani a questa discussione partecipassero. (Per una sintesi delle proposte in campo si veda un libretto che ho curato con Agnès Bénassy-Quéré e altri economisti europei, «Europe’s Political Spring» uscito ieri sul sito vox-eu). Insomma, nonostante le elezioni incombenti è possibile ridurre l’incertezza connaturata al voto. Indicare pochi ma chiari punti fermi farebbe bene ai mercati, ai nostri risparmi e potrebbe anche far guadagnare qualche voto.

31 maggio 2017 (modifica il 31 maggio 2017 | 21:32)
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