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Titolo: Alberto Mingardi. Il «mercato» è figlio dei fiori
Inserito da: Arlecchino - Aprile 03, 2017, 04:33:05 pm
Il «mercato» è figlio dei fiori

–di Alberto Mingardi 31 marzo 2017

Due scorci di Flora Holland, ad Alsmeer, vicino all'aeroporto

«Siete mai stati in un borgo di campagna in un giorno di fiera?» Cominciano così le Lezioni di Politica Sociale di Luigi Einaudi. Per capire che cos’è un mercato, nel 1949 l’economista piemontese suggeriva di far visita a una fiera di paese. La fiera di Einaudi aveva il vantaggio di essere un luogo dove la formazione dei prezzi era plasticamente evidente. Venditori e avventori si incontravano alle bancarelle, ciascuno tirava dalla propria parte, ognuno consapevole del proprio prezzo di riserva ed entrambi pronti a saggiare le intenzioni dell’altro. Si dirà: quello è il mondo di ieri. Al “super” i prezzi stanno già lì, appiccicati ai prodotti. Il singolo consumatore può solo prendere o lasciare, e vai a capire che è da quel prendere e lasciare che i prezzi dipendono. Peggio ancora nel caso dei mercati di cui si parla più di frequente: i mercati azionari, dove fra computerizzazione e high frequency trading il povero curioso fa presto a smarrirsi.

C’è un luogo, in Europa, dove cosa sia e come funzioni un mercato è oggi altrettanto plasticamente evidente. È uno sterminato tappeto di fiori d’ogni genere e tinta. La Flora Holland organizza ad Alsmeer, a una manciata di chilometri dall’aeroporto di Amsterdam, un’asta permanente di fiori freschi. Il lettore solleverà un sopracciglio, ricordando la più nota vicenda finanziaria a sfondo floreale e su palcoscenico olandese: la cosiddetta “Tulipomania”. Scolpita nella memoria collettiva da un capitolo de «La pazzia delle folle. Ovvero le grandi illusioni collettive», la vicenda ha a che fare col più umano dei sentimenti: l’entusiasmo per le cose nuove. A inizio del Seicento, i tulipani erano cosa nuovissima, di recente importazione dalla Turchia. A causa di un virus, alcuni di essi avevano i petali increspati, con un dedalo di fiamme che rendevano unico ciascuno di loro. Furono proprio questi a far sensazione e a subire repentini aumenti di prezzo. La speculazione si avvitò nel mercato dei bulbi, futures in ogni senso del termine, ma, come ha spiegato Peter Garber (Brown University), anche una volta esplosa la bolla i tulipani fiammati continuavano a essere venduti a caro prezzo. Elementi reali e esuberanza irrazionale, come sempre, si presentavano assieme.

Alla Flora Holland, su una superficie di 518mila metri quadrati, è tutto un rincorrersi di piccoli rimorchi, tutti con carico floreale. I visitatori sono ammessi dalle 7 alle 11. Prima si arriva, più c’è movimento. Si passeggia su una passerella sopraelevata, con tanto di App a farci da guida, strizzando gli occhi per distinguere le primule dagli anemoni, le rose dai ranuncoli. Flora Holland nasce come cooperativa di fioristi, oggi è una delle più grandi imprese al mondo che organizzi un’asta. Qui domanda e offerta s’incontrano senza distinzioni di passaporto. La fiera è in Olanda, ma è un hub internazionale, la vicinanza all’aeroporto di Schiphol aiuta a smistare boccioli provenienti dal Kenya, da Israele, dall’Etiopia, dall’Ecuador e quant’altri. A vendere sono i 4.500 membri della cooperativa ma anche coltivatori con un diverso rapporto contrattuale.

L’azione si svolge in uno stanzone, lo spazio più incolore di questa immensa struttura. I trader sono assiepati a banchi che seguono l’andamento di una scalinata, come tanti piccoli palchi che affacciano su uno spettacolo. Innanzi, hanno due enormi schermi. Da una parte e dall’altra, un’immagine del fiore oggetto dello scambio appare di fianco a un cerchio graduato, un “orologio”. Una pallina saetta in senso antiorario: parte dal valore più alto e si ferma sul prezzo effettivamente scambiato (asta all’olandese). Una tabella incolore trasmette alla sala i dati essenziali: il numero di carrelli per partita e di contenitori per carrello, il numero di pezzi per contenitore, la quantità minima acquistabile. Quelli sono i numeri che non lampeggiano. A un certo punto compare il prezzo per stelo, quello al quale la transazione si è compiuta, insieme al codice del compratore.

In sala, i compratori sono rilassati, “fanno” il mercato con qualche svagato picchiettio sulla tastiera, escono per una sigaretta quando all’asta c’è un lotto che non interessa loro. È una naturalezza che viene dall’abitudine. Tutt’intorno, il turista resta basito dal miracolo di logistica che si compie sotto i suoi occhi, carrelli di fiori che partono, carrelli di fiori che arrivano, per chissà quanti steli scambiati, fino a che la merce non ha tutta trovato un suo acquirente. Per San Valentino, di qui sono passati 300 milioni di fiori.

Ora, nel discorso pubblico “mercato” deve avere un qualche cosa di minaccioso, riguarda, si capisce, le macchinazioni di una coterie di banchieri, è la fumisteria che occulta e garantisce le cospirazioni ai danni di noi tutti di poche corporation. Eppure “mercato” è questa storia, una cooperativa di floricoltori che s’inventa un’asta per vendere con più agio ai grossisti, un’impresa che si espande oltre i confini di un singolo Paese, competenze le più diverse (dal laboratorio che fa il controllo qualità all’organizzazione certosina dei trasporti) che tutte convergono perché nei negozi arrivi una merce così banale e così essenziale per la vita di tutti: i fiori.

La “Tulipomania” è servita agli scettici per sostenere che a lasciar liberi i prezzi persino gli astutissimi olandesi rischiano di scottarsi le dita. Ma un sistema di scambi trasparenti, basato su poche e semplici regole, dove chi vende e chi compra confrontano minuto per minuto le proprie pretese, garantisce una divisione del lavoro ben funzionante. Che vuol dire che chi può coltivare rose e chi ha interesse a comprarle apprendono l’uno dell’esistenza dell’altro, e scambiano, e più sono quanti coltivano e più sono quelli che comprano prezzi e transazioni s’aggiustano di conseguenza.

Per rientrare verso l’aeroporto, prendo una macchina Uber. Al conducente chiedo come vada la regolamentazione di questo servizio nei Paesi Bassi. È proibito in quasi tutt’Europa, ormai. L’autista, un afgano azzimato, fa spallucce. Sa, mi spiega, questo è un Paese praticamente socialista, le tasse sono elevate, l’assistenza sociale generosa, ma è rarissimo che proibiscano qualcosa. Per noi hanno introdotto una sorta di licenza di taxi semplificata, c’è un registro, lo zelo del regolatore è stato temperato dal buon senso. C’è qualcosa, dice, che li fa ragionare così: col buon senso di consentire un commercio sereno. Forse anche per questo il partito di Wilders qui è cresciuto ma non ha sfondato. Noi olandesi, scriveva Huizinga, «siamo sostanzialmente non-eroici. Uno stato creato dai prosperosi abitanti borghesi di grandi città e da contadini discretamente soddisfatti della propria vita non è il terreno migliore per far fiorire quello che chiamiamo eroismo... Che voliamo alti o bassi, noi olandesi siamo tutti borghesi, l’avvocato e il poeta, il barone e il bracciante». Beato il Paese che non sente il bisogno di eroi.

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