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Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Arlecchino - Giugno 23, 2020, 05:37:18 pm



Titolo: Massimo FINI. giornalista, scrittore, drammaturgo e attore italiano.
Inserito da: Arlecchino - Giugno 23, 2020, 05:37:18 pm
Massimo Fini
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    1 Citazioni di Massimo Fini
    2 Il conformista
    3 Incipit di Senz'anima
    4 Citazioni su Massimo Fini
    5 Note
    6 Bibliografia
    7 Altri progetti

Massimo Fini (1943 – vivente), giornalista, scrittore, drammaturgo e attore italiano.

Citazioni di Massimo Fini
    Ad ogni buon conto se si poteva avere qualche dubbio sulla "linea della fermezza" all'epoca in cui si svolsero i fatti, oggi non è più lecito. Non è infatti un caso che il terrorismo abbia cominciato a perdere colpi proprio dopo il caso Moro e si sia liquefatto in pochi anni. È la dimostrazione che la linea della fermezza era giusta non solo dal punto di vista etico e giuridico ma anche da quello pratico. Se avessimo dato retta ai Craxi, ai Mancini, ai Signorile, ai Pace, ai Liguori e ai Deaglio, cioè a tutta quell'area che civettava col terrorismo, oggi Renato Curcio sarebbe il padrone del Paese.[1]
    Barack Obama, premio Nobel per la Pace, ha dichiarato di "non escludere un attacco militare all'Iran". Il presidente israeliano Shimon Peres, premio Nobel per la Pace, ha affermato: "L'attacco all'Iran è sempre più vicino". Perché non diamo anche un bel premio Nobel per la Pace, alla memoria, al vecchio Adolf Hitler?[2]
    Bruno Vespa fu un giornalista a totale e completo servizio della Prima Repubblica; nelle veste di bardo della Democrazia Cristiana, remunerato con la direzione del Tg1, prono agli ordini dei suoi padroni di turno e veri datori di lavoro, vale a dire i vari segretari del Biancofiore, e il cui unico atto di coraggio di una vita da domestico fu di' ammettere di esserlo quando (ma erano ormai gli ultimi giorni di' Saigon) disse «il mio editore di riferimento è la Dc». Bruno Vespa sta alla prima Repubblica come Mario Appelius sta al Fascismo.[3]
    Carlo Tavecchio, neopresidente della Federcalcio, è stato ferocemente osteggiato per essersi lasciato andare a una battuta infelice: aveva definito un giocatore di colore «un mangiatore di banane» (Buon Dio, non si può dire più nulla, il nostro vocabolario, come nel "1984" di Orwell, sarà presto ridotto a una "neolingua" fatta di eufemismi ridicoli). Però le sue prime proposte di riforma, riduzione della rosa delle squadre a 25 giocatori, almeno 8 devono provenire dal vivaio, non più di due extracomunitari per squadra, sono coerenti e, sia pur puntando su diversi obbiettivi, vanno tutte nella stessa direzione.[4]
    Che questa sia un'epoca femminea, o quantomeno unisex, lo dice anche il fatto che l'uomo ha perso le proprie caratteristiche di linearità, di dirittura, di franchezza, di lealtà e quindi di virilità. E diventato ambiguo come una donna. Parla con lingua biforcuta, raggira, tende trappole e tranelli. Non rispetta più le regole, la norma, non conosce o non riconosce più la logica, il principio di non contraddizione, ha perso il senso del diritto e della giustizia (cui la donna è refrattaria, per lei non esiste regola che possa avere valore superiore ai propri istinti vitali). L'uomo sta cioè abbandonando il mondo artefatto che lui stesso si era costruito, senza per questo poter ritrovare quello naturale. Siamo di fronte a uomini femminilizzati e a donne maschilizzate, che dall'uno e dall'altro sesso hanno preso solo il peggio. Siamo diventati tutti degli omosessuali.[5]
    Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l'assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino. Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall'intera intellighentia che, ad onta di tutte le sentenze, lo ritiene, a priori e per diritto divino, innocente.[6]
    E chissà se Vasco Rossi, con le parole semplici delle canzoni, non finirà per essere più convincente dei tanti intellettuali che, derisi e vilipesi, da decenni denunciano e annunciano il crepuscolo della Modernità.[7]
    È vergognoso che ancora oggi si accusi la Democrazia Cristiana per l'unica occasione in cui, sacrificando il suo leader, dimostrò quel senso dello Stato che sempre le si è rimproverato di non avere. Cosa chiedeva infatti Moro? In quelle lettere lo "statista insigne", l'uomo che aveva governato il Paese per oltre trent'anni, chiedeva che lo Stato sconfessasse i principi su cui si regge, le leggi, le Istituzioni pur di salvargli la pelle.[1]
    Eppure la guerra ha avuto un ruolo determinante nella storia dell'uomo. Sia dal punto di vista politico e sociale che, e forse soprattutto, esistenziale. Soddisfa pulsioni e bisogni profondi, in genere sacrificati nei periodi di pace. La guerra consente di liberare, legittimamente, l'aggressività naturale, e vitale, che è in ciascuno di noi. È evasione dal frustrante tran tran quotidiano, dalla noia, dal senso di inutilità e di vuoto che, soprattutto nelle società opulente, ci prende alla gola. È avventura. La guerra evoca e rafforza la solidarietà di gruppo e di squadra. Ci si sente, e si è, meno soli, in guerra. La guerra attenua le differenze di classe, di ceto, di status economico che perdono importanza. Si è tutti un po' più uguali, in guerra. La guerra, come il servizio militare, l'università, il gioco regolato, ha la qualità del tempo d'attesa, del tempo sospeso, la cui fine non dipende da noi, al quale ci si consegna totalmente e che ci libera da ogni responsabilità personale. La guerra riconduce tutto, a cominciare dai sentimenti, all'essenziale. Ci libera dall'orpello, dal superfluo, dall'inutile. Ci rende tutti, in ogni senso, più magri. La guerra conferisce un enorme valore alla vita. Per la semplice ragione che è la morte a dare valore alla vita. Il rischio concreto, vicino, incombente, della morte rende ogni istante della nostra esistenza, anche il più banale, di un'intensità senza pari. Anche se è doloroso dirlo la guerra è un'occasione irripetibile e inestimabile per imparare ad amare ed apprezzare la vita.[8]
    [Su Giuliano Ferrara] Evidentemente Manzoni quando disegnava l'immortale figura dell'Azzeccagarbugli conosceva già il ciccione.[9]
    Fra cinquant'anni libri come "La forza della ragione" verranno guardati con lo stesso orrore con cui oggi si guarda il "Mein Kampf" e ci si chiederà come sia stato possibile.[10]
    Gli ebrei quando sostengono di essere il popolo eletto da Dio creano in realtà il razzismo di cui saranno poi tragicamente vittime, perché se il mio popolo è eletto da Dio è chiaro che tutti gli altri sono popoli di serie B.[11]
    I teologi, cristiani e musulmani, soprattutto medievali, sono sempre rimasti impressionati dalla capacità di possessione del denaro e dalle devastazioni che può compiere nell'animo umano. Più laicamente i marxisti ortodossi l'hanno dannato perché sarebbe lo "strumento per appropriarsi del denaro altrui". Gli psicoanalisti lo apparentano allo sterco, per il piacere che se ne trae sia nell'espellerlo che nel ritenerlo.[12]
    Il destino dell'Occidente sembra quello di essere condannato a capovolgere, in un doloroso contrappasso, la battuta che Goethe nel "Faust" mette in bocca a Mefistofele: "Io sono lo spirito che vuole eternamente il male ed opera eternamente il bene". Il paradosso dell'Occidente è credersi il Bene, di volere eternamente il Bene e di operare eternamente, in una sorta di eterogenesi dei fini, il Male. E il vizio di fondo sta proprio in questa distinzione manichea tra Bene e Male e nella pretesa prometeica di aumentare il Bene a spese del Male, cancellandolo dalla faccia della terra, mentre nella realtà Bene e Male sono due facce della stessa medaglia e concrescono insieme, tanto più grande è il Bene, tanto più grande sarà il Male.[13]
    Il direttore de "Il Foglio" [Giuliano Ferrara] è talmente obnubilato dal suo neoconservatorismo neocon da non rendersi conto che sponsorizzando il becero razzismo antislamico di Oriana Fallaci si apre la strada anche ad ogni altra forma di razzismo e quindi, prima o poi, anche a un rigurgito antisemita contro il quale si avranno ben pochi argomenti per contrastarlo se si è prima avallato il razzismo antislamico.[14]
    Il giorno del Big Bang non è lontano. Il denaro, nella sua estrema essenza, è futuro, rappresentazione del futuro, scommessa sul futuro, rilancio inesausto sul futuro, simulazione del futuro ad uso del presente. Se il futuro non è eterno ma ha una sua finitudine, noi, alla velocità cui stiamo andando proprio grazie al denaro, lo stiamo vertignosamente accorciando. Stiamo correndo a rotta di collo verso la nostra morte come specie. Se il futuro è infinito ed illimitato, lo abbiamo ipotecato fino a regioni temporali così sideralmente lontane da renderlo di fatto inesistente. L'impressione infatti è che, per quanto veloci si vada, anzi propri in ragione di ciò, questo futuro orgiastico arretri costantemente davanti a noi. O forse, in un moto circolare, niciano, einsteniano, proprio del denaro, ci sta arrivando alle spalle gravido dell'immenso debito di cui lo abbiamo caricato. Se infine, come noi pensiamo, il futuro è un tempo inesistente, un parto della nostra mente, come lo è il denaro, allora abbiamo puntato la nostra esistenza su qualcosa che non c'è, sul niente, sul Nulla. In qualunque caso questo futuro, reale o immaginario che sia, dilatato a dimensioni mostruose e oniriche dalla nostra fantasia e dalla nostra follia, un giorno ci ricadrà addosso come drammatico presente. Quel giorno il denaro non ci sarà più. Perché non avremo più futuro, nemmeno da immaginare. Ce lo saremo divorato.[15]
    Il Natale era ancora, negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, una festa che aveva qualcosa a che fare con lo spirito e con l'anima. Non era necessario essere cristiani per pensare che in quella notte si compiva un evento straordinario, che per i credenti era la nascita di Gesù, e per gli altri (per me, per esempio, che sono di madrepatria russa, dove si festeggia non Cristo ma «papà Gelo») era qualcosa di magico e di fatato, di irrazionale, di incomprensibile. Pensavamo sul serio che il giorno di Natale gli uomini fossero tutti un poco più buoni.[16]
    Il potere politico di una Rete TV non sta solo e tanto nell'informazione direttamente politica, ma nella cultura che diffonde col suo intero palinsesto. Se nel 1994 l'imprenditore Berlusconi, nonostante si presentasse per la prima volta e politicamente fosse un carneade, pote' vincere le elezioni con percentuali simili a quello di un grande partito di massa come la Democrazia cristiana, non è perché i suoi tre network fecero campagna per lui (tre network, in quel momento, li controllava anche il suo avversario), ma perché per una dozzina d'anni, possedendo l'intero sistema televisivo privato nazionale, aveva potuto educare gli italiani alla sua cultura e alle sue preferenze.[17]
    I sedicenti "democratici e antifascisti" che vogliono impedire il corteo dei ragazzi di Casa Pound, perché "fascisti", prima di sparare cazzate demagogiche dovrebbero almeno cercare di capire che cos'è realmente una democrazia. Ma temo che sia un'impresa disperata e che avesse ragione Mino Maccari quando affermava: "I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti".[18]
    In ogni caso il Governo, presieduto da Andreotti, e la Dc, con l'appoggio determinante del Partito comunista, decisero di dire no al ricatto delle Br e di Aldo Moro. Ed era la sola strada da seguire. [...] Era in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato. Che cosa avrebbero fatto le Brigate Rosse se il Governo avesse ceduto al ricatto? Avrebbero sequestrato il primo signor Rossi che gli capitava a tiro e avrebbero ricominciato. Sarebbe iniziata una spirale al fondo della quale c'era solo il dissolvimento dello Stato e la vittoria dei terroristi.[1]
    In realtà nessuna democrazia rappresentativa è una democrazia, ma un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi, soffocandoli limitandone gravemente la libertà e tenendoli in una condizione di minorità. E un sistema di oligarchie o di poliarchie. [19]
    L'idea che la democrazia rappresenti il fine e la fine della Storia non è solo infantile e ingenua. È paranoica. La "fine della Storia" sarebbe la storia della fine, la morte dell'uomo, un Eden cimiteriale. Con buona pace dei liberaldemocratici anche la democrazia andrà, prima o poi, nella pattumiera della Storia che finirà solo quando anche l'ultimo uomo sarà scomparso dalla faccia della Terra.[20]
    L'Italia è diventata un bordello. Non perché il premier va a escort e qualcun altro a trans, ma perché sono state sovvertite tutte le regole. Un bordello squallido e triste, la cui cupezza si respira nell'aria. Raccontavo qualche giorno fa a una mia giovane amica la Milano dei '50, di quando ero ragazzino. Eravamo poveri, allegri e spavaldi. I tram erano stipati fino all'inverosimile con la gente sui predellini aperti e qualcuno attaccato al troller. Uscivamo dalla guerra, ci eravamo salvati dai bombardamenti angloamericani e dai rastrellamenti tedeschi, non ci poteva certo spaventare una caduta dal tram. Tutti, uomini e donne, fumavano. Il terrorismo diagnostico era di là da venire. Noi ragazzini uscivamo di casa alle due del pomeriggio e rientravamo con le ginocchia sbucciate, alle otto, senza che i nostri genitori se ne preoccupassero. Perché nel quartiere c'era un controllo sociale e se un bambino si fosse messo nei guai ci avrebbero pensato gli adulti a tirarlo fuori e un pedofilo sarebbe stato avvistato a un chilometro di distanza. Eppoi c'era, "il ghisa", il vigile, autorità sovrana. La "pula" non aveva bisogno di farsi vedere. La malavita era professionale, conosceva le regole, stava attenta a non spargere una goccia di sangue (il colpo in banca della banda di via Osoppo, senza un ferito, tenne la scena sui giornali per mesi). Eravamo solidali perché eravamo poveri e anche quelli che non lo erano non lo davano a vedere. Il sordido gioco degli "status simbol" non era ancora cominciato. Lealtà e onore erano moneta sonante. Se fra noi ragazzi ci si scontrava a pugni sulla strada – dove ci siamo formati – e un gruppo era di dieci e l'altro, poniamo di otto, due si levavano per far pari. E l'onestà era un valore assoluto. Per la borghesia, se non altro perché dava credito. Per il proletariato, per il mondo contadino dove la stretta di mano contava più di un contratto. Mentre raccontavo queste e altre cose i begli occhi della mia amica si ingrandivano, si sgranavano. Alla fine mi ha detto "tu mi stai raccontando una favola, questa non è l'Italia". Appunto.[21]
    La Fallaci è una grande giornalista per la stessa ragione per cui è una mediocre romanziera. È un enorme utero estroflesso che abbraccia un ampia superficie della realtà. Ma quello che guadagna in estensione quando scrive articoli lo perde in profondità quando scrive libri.[22]
    La Magistratura è come l'arbitro di una partita di calcio. Dell'arbitro si può dire che sbaglia, che è impreparato, che non ci vede, ma se alcuni giocatori sostengono che è corrotto e non accettano i suoi fischi quando sono contro ma d'altro canto pretendono che siano validi quando sono a favore, la partita finisce rapidamente in una zuffa perché, prima o poi, anche tutti gli altri giocatori si comporteranno allo stesso modo. Fuor di metafora: si rompe il patto sociale che ci tiene e si scende la ripidissima china dell'anarchia e della guerra civile.[23]
    Lo scrittore Aldo Busi, sicuramente uno dei romanzieri più talentosi di questo dopoguerra, è stato bocciato all'esame di giornalismo. Non credo che ci sia da scandalizzarsi né che Busi debba prendersela più di tanto. A prescindere infatti dalla validità di un esame come quello di giornalista, c'è il fatto che giornalismo e letteratura sono due attività solo apparentemente affini.[24]
    Ma il problema non sono gli americani e chi li comanda. Siamo noi europei. È da quel dì, dal crollo dell'Unione Sovietica, che avremmo dovuto capire che gli Stati Uniti erano diventati, da alleati obbligati, degli avversari se non proprio dei nemici. Noi europei non abbiamo alcun interesse a seguire gli Stati Uniti nella loro politica soppressiva nei confronti del mondo arabo-musulmano, se non altro perché lo abbiamo sull'uscio di casa e non a diecimila chilometri di distanza. E in economia sono stati gli americani, inseguendo il demenziale sogno di ipotecare il futuro fino ad epoche siderali, a provocare una crisi devastante che hanno poi scaricato sull'Europa permettendosi anche di colpevolizzarla per una crisi che da loro è partita e di affossarla ulteriormente a colpi di previsioni negative delle loro agenzie di rating. Per gli americani noi siamo stati sempre degli "utili idioti" da usare a loro piacimento.[25]
    Massimo Fini rende onore al Mullah Mohammed Omar, combattente, giovanissimo, contro gli invasori sovietici, perdendo un occhio in battaglia, combattente, vittorioso, contro i criminali signori della guerra che avevano fatto dell'Afghanistan terra di abusi, di soprusi, di assassinii, di stupri, di taglieggiamenti e di ogni sorta di violenze sulla povera gente, riportandovi l'ordine e la legge, sia pure una dura legge, la Sharia, peraltro non estranea, almeno nella vastissima area rurale, ai sentimenti e alle tradizioni della popolazione di quel paese, infine leader indiscusso per quattordici anni della resistenza contro gli ancor più arroganti e moralmente devastanti occupanti occidentali. Che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar.[26]
    Milena Gabanelli sostiene che "la gente comune non ha necessità di più di una cinquantina di euro alla settimana". Ma dove vive, in un monastero? Una buona bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette fan già 15 euro al giorno. Il moralismo della sinistra è insopportabile. E ora capisco perché tanti, senza per questo essere dei lestofanti, votavano Berlusconi. Perché Berlusconi difendendo la sua libertà criminaloide difendeva anche, per estensione, la libertà di tutti dallo strapotere dello Stato. Aridatece subito il Cainano.[27]
    Moro non è il santino immaginario della interessata iconografia ufficiale. [...] Moro è quello che vien fuori dalle sue lettere, quelle lettere che scrisse quando era prigioniero delle Br e che sono quanto di più penoso ed umiliante sia mai uscito da una prigione. Lo «statista insigne» che, al momento del dunque, sconfessa tutti i principi dello Stato di diritto, sembra considerare lo Stato ed i suoi organismi come un proprio patrimonio privato, invita gli amici del suo partito ed i principali rappresentanti della Repubblica a fare altrettanto. L'uomo che chiede pietà per sé ma, in novanta lettere, non ha una parola per gli uomini della sua scorta, morti ammazzati per lui e, anzi, l'unico accenno che ne fa è gelidamente burocratico per definirli «amministrativamente non all'altezza». Il politico che conferma la tradizione della classe dirigente italiana pronta a chiedere tutto, anche la vita, agli umili, ma mai disposta, le poche volte che capita, a pagare di persona (si pensi a Mussolini in fuga sotto un pastrano tedesco, al modo con cui il re e Badoglio abbandonano Roma). Dire queste cose d'un uomo che è morto come è morto Moro può apparire, anzi è, crudele. Ma è la verità. E poiché ho scritto queste cose quando Moro era ancora vivo («Statista insigne o pover'uomo?». Il Lavoro 4 aprile 1978) non ho alcuna remora a ripeterle ora che è morto e che altri tasselli vengono a completarne la figura.[28]
    Nel 1964 [Alan Paton] aveva testimoniato a favore di Nelson Mandela nel processo che doveva poi condannare all'ergastolo il leader dell'African national congress. Nonostante ciò nessuna organizzazione radicale sudafricana, né l'Anc né l'Udf, e nessun leader, né il reverendissimo Desmond Tutu, né Allen Boesak, ha ritenuto di dovere onorare la memoria di Ala F. Paton. Perché? Perché Paton era portatore di un virus che per l'intellighenzia sudafricana (e non solo sudafricana), nera e bianca, è peggiore dell'Aids: era contrario alla violenza. Peggio: sosteneva che la grande maggioranza dei neri sudafricani non è violenta ed è fortemente contraria all'uso della violenza per dare uno sbocco alla complessa situazione politica del Sud Africa. [...] Naturalmente gli feci la domanda rituale. «È ancora possibile fermare la rabbia nera?». Rispose: «Lei è stato nello Kwa Zulu Natal, dove vivono sei milioni di Zulu, ed ha visto la rabbia nera? Io ho vissuto al bordo della "valle delle mille colline" per trentacinque anni e non ho mai visto nessuna rabbia nera. E se andrà in Transkei, dove vivono altri quattro o cinque milioni di persone, lei non vedrà nessuna rabbia nera, non sentirà nessun odio nero. La rabbia nera c'è a Soweto, ma dipende molto più da questioni di disgregazione urbana, di perdita totale delle proprie radici contadine, che da questioni razziali che comunque sono continuamente alimentate, fomentate, incoraggiate dall'Anc». [...] Paton aveva molto in sospetto questo genere di progressisti che sono soliti far gli eroi sulla pelle degli altri. Di Edward Kennedy, che era stato in Sud Africa qualche anno prima, mi disse: «È venuto solo per farsi propaganda; dei neri, in verità, non gliene importa niente. Se gliene importasse dovrebbe andare ad Harlem prima che a Soweto». Questi sono i motivi per cui nessun fiore progressista è stato posato sulla tomba di Alan F. Paton. Così a quest'uomo, che ha dedicato l'intera sua vita e le sue opere alla battaglia antirazzista, è toccato il paradosso di ricevere, in morte, un solo telegramma di condoglianze: quello del presidente sudafricano Botha.[29]
    Nel settembre del 1997 Emma Bonino, commissario dell'Unione Europea chiese di visitare l'Afghanistan. I Talebani non avevano alcun obbligo di farla entrare poiché la Ue non riconosceva il loro governo. Tuttavia le diedero il visto e la trattarono con gentilezza e cortesìa come han sempre fatto con gli ospiti, anche durante il periodo drammatico dell'aggressione Usa dell'ottobre 2001, e com'è nella tradizione afgana. Emma poté visitare l'Afghanistan e vedere tutto quello che voleva. Il 28 settembre, seguita da un codazzo di 19 persone, fra delegati Ue, giornalisti, fotografi e cameramen, entrò in un ospedale di Kabul e si diresse dritta e di filato nel reparto femminile dove i fotografi cominciarono a fare i loro scatti e i cameramen a filmare. Un atteggiamento estremamente sciocco perché nella cultura islamica la riproduzione della figura umana è, in linea di massima, vietata. Basta guardare un tappeto persiano; è ornato con elementi vegetali, con animali, con pesci, ma non ci sono figure umane. E questo valeva tanto di più nell'Afghanistan talebano. Del resto anche da noi non si possono fotografare o filmare i degenti senza il loro consenso o l'autorizzazione dei dirigenti dell'ospedale. Arrivò il "Corpo per la promozione della virtù e la punizione del vizio", acchiappò la Bonino e gli altri e li portò al primo posto di polizia. Per un reato del genere era prevista la fustigazione con "le verghe sacre". Alla Bonino fu spiegato come andavano le cose da quelle parti e poco dopo fu rilasciata dai funzionari, perplessi e un poco disgustati. Avrebbero fatto meglio a fustigarla. Con le "verghe sacre", naturalmente. Forse avrebbe capito ciò che, da buona radicale occidentale, non ha mai capito: che anche la sensibilità e i costumi degli altri meritano rispetto. Lei invece ne volle fare un caso internazionale e, tornata a Bruxelles, ottenne che la Ue tagliasse i fondi umanitari per l'Afghanistan.[30]
    Non è la guerra che gli uomini odiano, ma la guerra atomica. Del resto, in definitiva, che scandalo c'è nella guerra? «Forse il fatto» come scrive Sant'Agostino «che in essa muoiano degli uomini comunque destinati a morire, perché quelli che vivranno siano sottomessi e dominati dalla pace?» No, non è la morte in sé lo scandalo della guerra. Morire in guerra non è peggio che morire in un incidente automobilistico o per aver sbattuto la testa contro uno spigolo o consumati da una malattia o dalla vecchiaia. Lo scandalo della guerra è il morirvi quando essa non ha più un senso condiviso e riconosciuto, quando non è più accettata.[31]
    Osama Bin Laden non è che «l'ombra» dell'Occidente, è una risposta fondamentalista, integralista, totalitaria a un sistema che, nonostante si definisca, in buona fede, democratico e liberale, è fondamentalista, integralista, totalitario. Perché non concepisce e non tollera «l'altro da sé», che in un modo o nell'altro, con le buone o con le cattive, per ragioni che di volta in volta sono economiche o etiche o umanitarie, deve essere omologato al modello egemone che si considera, per dirla con il Candide di Voltaire, «il migliore dei mondi possibili»[32]
    Paul Tibbets è il pilota che sganciò l'atomica su Hiroshima. Nel 1985 un giornalista del The Columbus Dispatch, Mike Harden, lo intervistò e, alla luce delle spaventose conseguenze di quella Bomba, gli chiese: «Lo rifarebbe oggi?». «Certo» rispose «Sono stato educato alla disciplina. Ai miei tempi se uno riceveva un ordine da chi ne aveva l'autorità, obbediva». Non capisco perché quello che, a quel tempo, valeva per Paul Tibbets non dovesse valere anche per Erich Priebke. Perché gli americani la guerra l'hanno vinta e i tedeschi persa? [...] Se Priebke si fosse rifiutato di obbedire a Kappler sarebbe stato un eroe. Ma non era Salvo D'Acquisto, non era un eroe. Era un uomo dallo spessore intellettuale e morale di un domestico che vestiva un'uniforme da soldato. E vorrei proprio vedere fra coloro, giornalisti, opinionisti, conduttori televisivi, che oggi fanno tanto i muscolari e le 'anime belle' chi, nel 1944, avrebbe osato resistere a un ordine che veniva direttamente da Adolf Hitler. [33]
    Per la prima volta un premier ha trovato il coraggio di parlare netto e chiaro agli ameri- cani, anzi di cantargliele sode. Chi è stato? Mario Monti al G20 di Los Cabos in Messico.[34]
    Poppea Sabina era un'affascinante e adorabile coquette. Bella, colta, intelligente, spiritosa e terribilmente civetta, aveva tutto per piacere a Nerone. La coda di cavallo in cui raccoglieva i bei cappelli color miele le dava, nonostante avesse qualche anno in più dell'imperatore, un'aria sbarazzina. [35]
    Quando nei talk show televisivi e radiofonici, finché ci sono andato, dicevo che nella prima guerra del Golfo le "bombe intelligenti" e i "missili chirurgici" avevano ucciso 32.195 bambini iracheni, che non sono meno bambini dei nostri, mi aspettavo una reazione da parte dei miei interlocutori, che mi dicessero che era una provocazione, che mentivo, che non era vero, che non poteva essere vero. Ma questo non lo potevano fare perché sono dati del Pentagono e quindi al di sopra di ogni sospetto. Mi attendevo allora grida di sdegno, di raccapriccio, di orrore. E invece niente. Silenzio. Si glissava e si passava rapidamente a parlare di Berlusconi, di Rutelli, di Fini, di Follini, di Prodi o di altre nullità della politica e della vita. Non credo si tratti sempre di indifferenza. È anche passività.[36]
    Quello che dico ai ragazzi quando, dopo una lezione sul giornalismo tenuta all'università, nei licei, nelle scuole specializzate, mi si affollano attorno e mi chiedono come si fa a entrare nel nostro mestiere: assassinate un commissario di polizia e diventerete "opinion maker" senza dovervi sobbarcare la fastidiosa fatica di trent'anni di tirocinio e di lavoro.[37]
    Quello [di Nerone] con Poppea fu un grande matrimonio d'amore. Poppea era intellettualmente curiosa, Nerone anche. Poppea era allegra, Nerone anche. A Poppea piaceva divertirsi, come a Nerone. A Poppea interessava l'Oriente, a Nerone interessava l'Oriente. Poppea proteggeva gli ebrei e Nerone chiuse un occhio sui trambusti che costoro provocavano continuamente dentro e fuori Roma. La loro intesa era perfetta. Nerone aveva abbandonato i suoi vagabondaggi notturni, passava le sere a Palazzo e scriveva poesie per lei, sui suoi capelli «color dell'ambra». Per la prima, e forse unica, volta nella sua vita, Lucio Domizio Enobarbo, alias Nerone, era felice.[38]
    Recentemente sono stato insignito del Premio Montanelli alla carriera che dovrebbe essermi consegnato a ottobre a Fucecchio, a meno che nel frattempo non mi sia revocato per indegnità, sempre in nome della libertà di informazione. Sono certo che il vecchio Indro non avrebbe condiviso nemmeno un fonema del mio necrologio sul Mullah [Omar], ma sono altrettanto certo che non si sarebbe mai sognato di bloccarlo. Caso mai ci avrebbe riso su, considerandolo una provocazione, anche se provocazione non era. Perché Montanelli era un vero liberale. Quando i liberali esistevano ancora.[26]
    Se c'è una generazione mediocre e fasulla, la peggiore sicuramente del dopoguerra, è quella del '68... Erano partiti per combattere un conformismo ripugnante e ne crearono subito uno ancor più soffocante. Perfino nel vestire. Se prima in università era d'obbligo la giacca e la cravatta poi lo divenne l'eskimo. E per chi non ci stava c'era la spranga... Facevano la rivoluzione purché le conseguenze ricadessero solo sulla testa degli altri. Andrea Casalegno, altro Lc, si accorse che il terrorismo non era una cosa buona solo quando i brigatisti rossi uccisero suo padre Carlo, vicedirettore della Stampa. [39]
    Se fosse nato in un altro Paese Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. In Italia ha potuto esserlo solo a metà, dovendo impegnare l'altra metà negli intrighi, spesso loschi, che caratterizzano la vita politica italiana. Ma nell'ora della tua morte noi ti salutiamo 'divo Giulio' con rimpianto. Con te se ne va una lunga stagione della politica italiana e, visto quello che è venuto dopo, non certo la peggiore. Se esiste quel Dio in cui tu credevi, andando prestissimo ogni mattina alla Messa, ti sarà sicuramente benevolo. [40]
    Sia detto di passata, Richard Nixon è stato il miglior presidente americano del dopoguerra: ha chiuso la guerra del Vietnam, ha aperto alla Cina con quarant'anni di anticipo, ha eliminato l'equivoco del gold exchange standard, non era mafioso. Ma poiché, a differenza di Kennedy (che iniziò la guerra del Vietnam, combinò il pericoloso pasticcio della "baia dei porci", portò, insieme a Kruscev, il mondo sull'orlo della terza guerra mondiale, era intimo di noti gangster mafiosi come Sam Giancana) aveva un brutto grugno, è passato alla storia come "Nixon boia".[41]
    Sono diventato cieco. La mia storia di scrittore e giornalista finisce qui. Sono diventato cieco. O, per essere più precisi, semicieco o "ipovedente" per usare il linguaggio da collitorti dei medici. In sostanza non posso più leggere e quindi nemmeno scrivere. Per uno scrittore una fine, se si vuole, oltre che emblematica, a suo modo romantica, ma che mi sarei volentieri risparmiato. [42]
    Una volta, davanti a una pizza, chiesi a Bossi: "Pistola alla tempia: tu sei più di destra o di sinistra?". "Di sinistra" rispose "Ma se lo scrivi ti faccio un culo così".[43]
    Una volta, parecchi anni fa, Indro Montanelli, dicendosi disgustato della morbidezza e della mollezza della Democrazia cristiana, che ammorbidiva, incorporava, estenuava e alla fine innocuizzava qualsiasi opposizione, togliendole ogni soddisfazione e dignità, mi mostrò una fotografia, incastonata in una cornicetta d'argento, che teneva, a mo' di santino, come altri fanno con le immagini della madre o della moglie e dei figli, sulla sua scrivania, al «Giornale». Con sorpresa vidi che si trattava di Stalin. «Con questo ci sarebbe stato gusto, a battersi» disse. [44]

Il conformista

    A me, quando Berlinguer è crollato sul palco, è venuto da pensare di quale dolorosissimo contrappasso fosse vittima. Proprio a lui che era così schivo e riservato è toccato in sorte di dare di sé, davanti a tutti, lo spettacolo più impudico che un uomo possa dare: quello del proprio disfacimento fisico e della propria morte.
    [Riferito a Nanni Moretti] I suoi film sembrano dei temi di liceo. [...] Per attorcigliarsi intorno al proprio ombelico e pretendere di farne, come pretende Moretti, un'opera, bisogna avere l'ombelico, e anche piuttosto grosso come Proust o come Bergman, sennò si fa solo dell'onanismo.
    Ho visto due foto di Piero De Negri, prima e dopo il delitto. Prima aveva uno sguardo da orfanotrofio, da vittima designata. Dopo, per usare un'espressione di Sartre a proposito d'un omicida, "il suo volto splendeva come un incendio".
    Quando Grillo va a Sanremo, e spara a zero sul Festival, non fa un atto di coraggio, fa pena. Perché ne diventa, per ciò stesso, un ingranaggio. Perché lo legittima. Perché con la sua intelligenza, ne accredita l'imbecillità.
    Quello che mi piace di Renato Vallanzasca è che non ciurla nel manico. Anche se gangster, è un uomo che si assume le proprie responsabilità in una società di camaleonti dove i più protervi lottizzatori si dichiarano contro la lottizzazione, gli assenteisti più spudorati contro l'assenteismo, dove la "questione morale" viene sbandierata da coloro che fino a ieri rubavano e dove la colpa è sempre del compagno di banco.
    Una volta che viaggiavo per le campagne del Transkei, fra huts decorose e campi ragionevolmente coltivati, in un'atmosfera agro-pastorale serena e dignitosa, il mio amico Gerry Baldwin, un geologo inglese che aveva vissuto parecchio da quelle parti, mi disse: "Vedi, il nero ha una cultura completamente diversa dalla nostra, se ha un campo lo coltiva solo per quella parte che gli basta, un bianco lo coltiva tutto". Ecco, in due parole, spiegato lo spirito del capitalismo. È proprio necessario andare a instillare anche ai Felupe, e agli africani in genere, questo spirito? E in nome di che? In nome di Dio? Ma gli africani credono già in Dio, sia pure a modo loro. "Si", replica padre Fumagalli, "credono in Dio ma non lo conoscono". Ma forse non è facile riconoscere Dio alla guida di una falciatrice meccanica. Anche perché, forse, non di Dio si tratta, ma del molto meno rispettabile Zio Sam.
    Vent'anni fa moriva Ernesto Che Guevara. Allora, come negli anni immediatamente successivi, le contingenze storiche e le passioni politiche impedirono, a coloro che rifiutavano di fare dell'Italia "un altro Vietnam" un'analisi serena della figura e dell'opera del "comandante". Oggi, a tanti anni di distanza, una simile analisi può e deve essere fatta. Ed allora ciò che rimane, l'ammaestramento vero di una simile vicenda, non è nei sogni ormai ingialliti di un marxismo agonizzante, ma nell'esigenza di un rovesciamento radiale della società, in un'immagine della rivoluzione come atto assoluto, come gesto puro ben oltre gli angusti limiti del marxismo storico. Ecco, Che Guevara come rivoluzionario assoluto: così ci piace ricordarlo. Alfiere di un'utopia che proprio nella sconfitta realizza i suoi valori morali, sottraendosi al banale e corruttore compito della gestione cui l'eventuale vittoria l'avrebbe destinato. (31 ottobre 1987)

Incipit di Senz'anima

Questa non è, o perlomeno non intende essere, una pura e semplice raccolta di articoli scegliendo fior da fiore quelli che paiono migliori. È piuttosto il tentativo di ricostruire, attraverso i pezzi che sono venuto via via pubblicando per vari giornali, la storia dell'Italia degli ultimi trent'anni e anche, ma forse soprattutto, i profondi mutamenti antropologici, sociologici, etici che sono avvenuti nella sua popolazione.
Il quadro che ne esce non è confortante. È un'Italia sconciata nel suo paesaggio, naturale e urbano, cosa che ha una certa influenza non solo sul gusto ma anche sul carattere e l'umore dei suoi abitanti, devastata dalla Televisione che sembra aver concentrato in sé l'intera vita nazionale dettando, insieme alla sua gemella Pubblicità che è il motore di tutto il sistema, i consumi, i costumi, la «way of life», le categorie, i protagonisti e che ha finito per distruggere ogni cultura che non sia la sua subcultura.
Citazioni su Massimo Fini

    C'è chi rimprovera a Massimo di aver dissipato il suo enorme talento, come se del talento si potesse fare un uso diverso che sperperarlo. Lui lo ha fatto nel solo modo consentito a un vero giornalista: con le letture giuste, con la scrittura, con l'integrità delle proprie idee. Ma soprattutto contando sull'incommensurabile ignoranza dei suoi colleghi. (Antonio Padellaro)
    Mi sarebbe piaciuto essere amico di Massimo Fini negli anni 70 e respirare l'ebbrezza di quel giornalismo felice e sconosciuto che non è un lavoro ma un dono degli dei accompagnato dallo stupore che alla fine del mese ti paghino pure. (Antonio Padellaro)

Da - https://it.wikiquote.org/wiki/Massimo_Fini


Titolo: Massimo FINI.
Inserito da: Arlecchino - Giugno 23, 2020, 05:51:30 pm
https://books.google.it/books?id=KVL7tbLRIFYC&pg=PA10&lpg=PA10&dq=massimo+fini+e+la+servilit%C3%A0&source=bl&ots=TD0DNmqT4w&sig=ACfU3U2wHaPanzqm6iK6GMwD5H483UCONg&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjymvK_uoPqAhVS2aYKHac3AX8Q6AEwBnoECAkQAQ#v=onepage&q=massimo%20fini%20e%20la%20servilit%C3%A0&f=false

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https://books.google.it/books?id=pozwDQAAQBAJ&pg=PT28&lpg=PT28&dq=massimo+fini+e+la+servilit%C3%A0&source=bl&ots=eV9b12bTj-&sig=ACfU3U2vD5eaZlvqRIyOXA4YAIdogfYUHw&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjymvK_uoPqAhVS2aYKHac3AX8Q6AEwCXoECAYQAQ#v=onepage&q=massimo%20fini%20e%20la%20servilit%C3%A0&f=false

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