LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => MONDO DEL LAVORO, CAPITALISMO, SOCIALISMO, LIBERISMO. => Discussione aperta da: Admin - Settembre 30, 2008, 12:14:40 pm



Titolo: André GLUCKSMANN - Il post-moderno debutta in economia
Inserito da: Admin - Settembre 30, 2008, 12:14:40 pm
I MERCATI

Il post-moderno debutta in economia

Per sua natura è «al di là del bene e del male» e se ne infischia della distinzione tra vero e falso, presunto idolo del passato



Inutile consultare i grandi economisti classici per capire la crisi attuale. Basta rileggere Il tulipano nero di Alexandre Dumas e lo spirito del capitalismo scenderà su di noi. L’alfa e l’omega è la speculazione, dinamica conquistatrice e opzione su un avvenire prospero da un lato. Dall'altro spirale perversa di speranze, accumulo di crediti ottenuti in base a pronostici ultra-ottimistici, castelli di carta spazzati via al sopraggiungere del primo fallimento. Prima una speculazione trasformata in molla positiva, venti anni di globalizzazione, un arricchimento non solo di alcuni ma della maggioranza del pianeta — vedi la Cina — poi patatrac, ecco la minaccia di un crollo proporzionale al successo precedente. Su scala un po' diversa, la logica dell'euforia speculativa sui tulipani evocata da Dumas annuncia quelle piramidi di crediti fittizi che sono i subprime.

Il capitalismo è la mutualizzazione dei pericoli e delle speranze. Da cui nascono il dinamismo e simultaneamente la speculazione sulla speculazione; la regolamentazione prudente e la trasgressione imprudente delle vecchie regole; la condivisione dei rischi e l'audacia di rischiare meglio di altri. Da cui nascono i fallimenti individuali o collettivi, che punteggiano un'espansione impossibile da controllare in anticipo, ma che da tre secoli è inaffondabile, malgrado successivi e giganteschi soprusi. Inutile contrapporre un capitalismo industriale ritenuto saggio e una sfera finanziaria destinata alla follia. Lo stesso progresso industriale, che certo non somiglia a un fiume tranquillo, alterna continuamente creazione e distruzione, abbandono delle vecchie forze produttive ed esplosione di nuove fonti di ricchezza. La finanza incoraggia questo movimento di distruzione creatrice, che definisce secolo dopo secolo l'occidentalizzazione del mondo.

Nulla di originale dunque nelle bolle che minacciano d'implosione l'economia planetaria, se non nell'incuria con la quale le si è lasciate gonfiare. Eppure, gli avvertimenti non sono mancati. Negli Stati Uniti (Enron) come in Francia (Crédit Lyonnais, Bnp), fenomeni di euforia finanziaria locali ma rovinosi hanno messo allo scoperto, non importa se ai vertici di imprese pubbliche o private, dirigenti napoleonici che credevano potersi permettere di tutto. E alcuni funzionari hanno lanciato le proprie imprese all'assalto di Hollywood, senza tuttavia trascurare i vantaggi personali, e già allora il contribuente dovette pagare i cocci rotti. Il problema non è tanto il tipo di tecnica finanziaria, che ormai ci promettono sarà controllata, quanto lo stato d'animo generale che ne ha consentito la fioritura sfrenata. Nei consigli di amministrazione ritroviamo il leitmotiv postmoderno: non c'è rischio, niente di male, come dimostrano i paracadute dorati.

Dalla fine della guerra fredda, la promessa di un mondo placato diffonde, urbi et orbi, l'annuncio di una storia senza sfide, senza conflitti, senza tragedie, che autorizza tutto e qualsiasi cosa. Una bolla speculativa si regge su una scommessa che si conferma da sé. È «performativa », secondo il linguista Austin. Per lo speculatore, accordare crediti significa far esistere. «La seduta è aperta!», proclama il presidente di un' assemblea—è vero per il solo fatto che lo dice —: la realtà si regola sul dire, mentre nei casi ordinari il dire, che non è più performativo ma indicativo, si regola sulla realtà. La bolla finanziaria accumula crediti su crediti e si arricchisce della propria auto-affermazione. Si rinchiude in un rapporto autoreferenziale e progressivamente abolisce il principio di realtà: sono effettivi soltanto i prodotti finanziari che i miei investimenti inventano.

Simile fantasma di onnipotenza napoleonica non anima solamente i trader, ma anche coloro che li lasciano rischiare; non solamente i titolari degli istituti finanziari,ma le autorità politiche, universitarie e mediatiche, che non si preoccupano di nulla. L'ideologia performativa — una cosa diventa vera per il solo fatto che la diciamo — governa l'occidentalizzazione del pianeta dalla fine della guerra fredda: poiché il campo avverso si è disgregato, l'avvenire ci appartiene e i pericoli fondamentali sono svaniti. Si può riconoscere nel diniego «performativo» di ogni riferimento al reale la follia chiusa dell'«immaginazione». Il postmoderno, che si istituisce «al di là del bene e del male» e se ne infischia della distinzione tra vero e falso, presunto idolo del passato, dà libero sfogo alla propria immaginazione e abita una bolla cosmica. L'euforia non è minore in materia politica che in manipolazione borsistica.

Ci sono voluti quasi dieci anni perché Bush, Condoleezza Rice, Blair e il quai d'Orsay scoprissero che Putin non è il good guy e il democratico in erba di cui si erano infatuati. Probabilmente, ci vorranno altri dieci anni prima che si proceda a una fredda valutazione delle due svolte decisive che hanno segnato la fine del XX secolo: la riunificazione di una grande parte d'Europa che, dalle rivoluzioni democratiche di Georgia e Ucraina, inquieta oltremodo il Cremlino. E l'emergere della Cina, che modifica da cima a fondo l'equilibrio mondiale. Da un lato, il «miracolo economico» suscitato dalla riforma di Deng Xiao Ping relega in maniera definitiva l'economismo collettivista marxista nel museo delle cere: il vantaggio dell'economia di mercato oggi salta agli occhi.

Dall'altro, un miracolo economico così enorme non garantisce affatto democrazia e coesistenza politica. Non dimentichiamo che i due miracoli economici più importanti del XX secolo, Germania e Giappone, sono all'origine dei 50 milioni di morti della Seconda guerra mondiale. Auguriamoci che il brivido anticipatore di una crisi universale ci offra l'occasione di uscire dalla bolla mentale post moderna, di raffreddare l'euforia dei nostri pii desideri e di osare finalmente guardare la verità in faccia. Ma temo così di enunciare un pio desiderio in più.

André Glucksmann
traduzione Daniela Maggioni
30 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: La «vendetta» degli economisti di Chicago... ma
Inserito da: Admin - Settembre 30, 2008, 05:47:21 pm
DIARIO della CRISI

La «vendetta» degli economisti di Chicago

Ma la loro ricetta non dà garanzie



NEW YORK — Adesso il muro che separa l'America dalla crisi di panico paventata dallo stesso Bush si è fatto veramente sottile. I «pontieri» del Congresso tentano di rimettere insieme i pezzi del piano di salvataggio della finanza Usa bocciato ieri dalla Camera, ma il danno materiale e psicologico è enorme.

Un altro crollo della Borsa, il più grosso dall'attacco di Bin Laden nel 2001, banche centrali costrette a inondare nuovamente di liquidità il sistema bancario, governo sostanzialmente disarmato. Con Bush ormai ridotto a presidente-larva, i mercati si erano aggrappati all'autorevolezza della Fed e del ministro del Tesoro. Che escono a pezzi dal voto del Congresso. Il Paulson che si è presentato ieri sera davanti alle telecamere è un uomo esasperato, sull'orlo di una crisi di nervi. Se non è l'infarto — economico ma anche politico — paventato dal «custode del dollaro» Ben Bernanke, poco ci manca. Intanto la frana delle banche Usa avanza inesorabile costringendo il governo a insistere con la politica dei salvataggi caso per caso: la settimana scorsa Washington Mutual, ieri Wachovia.

La destra liberista considera una vittoria lo stop a Paulson: ha prevalso il «no a un salvataggio che altera radicalmente e in modo permanente le regole del mercato», come recita l'appello che 44 economisti conservatori, guidati dall'ex leader repubblicano al Congresso, Dick Armey, hanno inviato nei giorni scorsi al Congresso. Ma la ricetta alternativa proposta dagli esperti che criticano il ministro, ad esempio quelli che fanno capo all'università di Chicago, forse può proteggere meglio il contribuente e ridurre alcune distorsioni, ma non offre alcuna garanzia dal lato del contenimento dell'intervento dello Stato. Anziché acquistare titoli immobilia ri oggi privi di valore, col relativo trasferimento di tutti i rischi sulle spalle del contribuente, i «fiscal conservative » propongono interventi per stimolare i privati a intervenire per ricapitalizzare il sistema bancario. Siccome gli investitori americani non hanno alcuna intenzione di muoversi e anche i «fondi sovrani» degli altri Paesi stanno a guardare, si chiede al Tesoro di intervenire, ma in modo diverso: in cambio del finanziamento pubblico dovrà ricevere quote del capitale delle banche, anziché obbligazioni invendibili. In questo modo il contribuente sarebbe meglio tutelato, ma lo Stato si troverebbe impegnato in modo ancor più diretto nella gestione del sistema.

Del resto già con l'operazione Citigroup- Wachovia, l'America veleggia verso una forma di «dirigismo bancario »: una specie di sistema alla francese basato su tre «campioni nazionali», peraltro fuori forma. E che, quindi, avranno bisogno di un sostegno pubblico. L'ultimo salvataggio bancario, quello annunciato all'alba di lunedì, comincia a delineare il punto d'approdo della finanza americana. Se la nave arriverà in porto senza affondare prima, il sistema si riorganizzerà attorno a tre grandi gruppi bancari: JP Morgan Chase che ha assorbito prima Bear Stearns e poi Washington Mutual, Bank of America che, dopo l'acquisizione di una serie di istituti minori e di giganti delle carte di credito, si è fusa con Merrill Lynch, e Citigroup. Tre gruppi enormi ma vulnerabili, che il Tesoro dovrà tenere a tutti i costi in vita. JP Morgan è il più solido, ma è stato costretto a crescere più di quanto avrebbe voluto in una fase di mercato depresso. Bank of America raccoglie molto risparmio, ma ha anche vari punti deboli come la forte esposizione nel mercato delle carte di credito, il prossimo candidato allo «stato di crisi». Il suo capo, Ken Lewis, è politicamente impegnato col partito repubblicano.

Assorbendo le attività bancarie di Wachovia, Citigroup, reduce da una crisi gravissima con perdite per decine di miliardi non ancora smaltite, torna per incanto ad essere la prima banca americana (per volume di depositi). A questo punto la sua salute diventa un problema di «sicurezza nazionale». La crisi è sistemica e ha bisogno di una soluzione sistemica, ma ogni progetto finisce in falò, travolto dall'incalzare degli eventi. La misura del livello dello sconcerto anche tra gli studiosi la dà il «blog» di Gary Becker e Richard Posner: il premio Nobel per l'Economia che insegna a Chicago continua a pensare che la tempesta finanziaria avrà alla fine uno sbocco di mercato («il capitalismo viene dato per morto a ogni crisi, eppure è sempre lì»), ma ammette di aver sottostimato la portata della crisi e, dopo averla osteggiata, adesso rivaluta la ricetta Paulson, almeno per evitare il «meltdown ». Nella sua risposta il celebre giurista conservatore si dice anch'egli convinto che «il capitalismo sopravviverà perché tutto il resto, dal comunismo classico al corporativismo fascista non è praticabile», è fallito. Ma quello che sopravviverà «sarà un capitalismo danneggiato, costretto al compromesso. Del resto già 80 anni fa la Grande Depressione ci lasciò in eredità una buona dose di collettivismo».

Massimo Gaggi
30 settembre 2008

da corriere.it