LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: MASSIMO CACCIARI  (Letto 22903 volte)
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« Risposta #105 il: Maggio 10, 2018, 09:10:52 »

9 MAG/18
Articolo di Massimo Cacciari (Repubblica 9.5.18)

L'arte del buon governo. Sapere e Potere nemici fraterni

“” Per quanto in molti idiomi i termini che indicano il potere e il sapere sembrino indicare una comune radice, nessuna relazione si presenta in realtà meno facilmente districabile, più complessa. Ma come? Non accade proprio nell’età contemporanea che il sapere, in quanto scienza, raggiunge il massimo del proprio potere, determinando non solo la forma dei rapporti di produzione, ma quella della vita stessa? Una universale Intelligenza, un Intelletto Agente dispiegato sull’intero pianeta, va producendo da qualche secolo un’ininterrotta rivoluzione, che informa di sé ogni aspetto della nostra esistenza. E tuttavia questa formidabile Scienza è co- sciente, e proprio nei suoi esponenti più rappresentativi, che ciò che essa produce continua a non essere in suo potere, continua a trasformarsi in proprietà altrui. Quella libertà, senza di cui la Scienza mai avrebbe potuto o saputo conseguire i suoi formidabili successi, non sa di per sé diventare energia liberante per tutto il nostro genere. I suoi prodotti, di cui non dispone, tendono all’opposto a trasformarsi in fattori di asservimento e omologazione. Il problema diviene allora quello del rapporto tra il sapere e il potere politico. E ne nascono le seguenti domande: sta nell’essenza del sapere rivolgersi al potere politico per informarlo di sé? Se la risposta è affermativa, il sapere avrebbe allora il dovere di impegnarsi politicamente, e cioè di provare a detenere un potere effettuale. Ma quale sapere? Quello propriamente scientifico? O un altro genere di sapere? Il paradigma di un sapere che si pretende epistemicamente fondato e che su tale fondamento intende edificare la Città, rimane quello platonico. Se la Città vuole stare, non ridursi a una navicella su cui sono imbarcate pecore senza pastore, o peggio mascherate tutte da nocchieri, è necessario che essa sia imitazione dell’anima bene educata, e cioè governata dalla sua parte razionale. La Scienza soltanto può unificare il molteplice, conferire ad ogni parte il suo significato e la sua missione, imporre la superiorità del Tutto sulle parti stesse. Nulla è più irragionevole di voler razionalizzare le umane vicissitudini – obbietterà Leopardi.
E in fondo già Aristotele l’aveva sostenuto: mai la Città sarà riducibile ad Uno; la sua forma è un divenire da governo a governo e all’interno di ciascuno la pace non può che essere armistizio. La politica è sì chiamata alla costituzione di un ordine, corrispondente alla stessa natura politica dell’animale uomo, ma quest’ordine non sarà mai quello dei principi e delle leggi che le proposizioni della Scienza sanno esprimere. Quello del Politico è il regno insicuro del per lo più, impotente ad accordare il governo ai principi universali e necessari del sapere. E quest’ultimo, a sua volta, impotente a edificare la Città a vera immagine della coerenza e consistenza del proprio discorso.
Così la virtù politica non andrà confusa con la bontà del vero sapiente. Un’arte della temperanza e della mediazione è richiesta al politico, un’arte che rimarrà sempre estranea alle forme e ai fini della scienza. La riflessione dell’Occidente sul Politico si orienterà sul realismo aristotelico, tuttavia senza mai dimenticare la “nostalgia” platonica per la Kallipolis, per la città bella- e- buona, perfettamente “in forma”.
Tale “nostalgia” si esprime in tutte le varianti della concezione dello Stato come suprema realizzazione della libertà individuale, della sovranità come accordo o sintesi degli interessi in conflitto, della società politica come immagine della civitas in interiore. Qui il sapere filosofico-scientifico vorrebbe ancora esprimere i principi che fondano la sicurezza dello Stato. È questo sapere soltanto che può trasformare l’ostinata ricerca del proprio privato interesse in quella del Bene comune.
Il sapere del Politico si è specializzato come ogni altro. Esso riguarda come acquisire il governo e come durare in esso. Quale sapere presuppone quest’arte? Analisi delle cose come sono e non come crediamo dovrebbero essere; conoscere perciò la insocievole socievolezza della natura umana, che rende necessario lo Stato in quanto misura coercitiva; in base alle regolarità che emergono dallo studio dei cicli politici, saper prevenire i pericoli che corre l’esercizio del potere e prevederne gli sviluppi. Si tratta di un sapere probabilistico e congetturale.
Gli ordini che riesce a costruire saranno sempre più deboli della Fortuna. Questo il solo sapere necessario al governante! E a questo sapere vorrebbe educarlo colui che sa! Ma ecco che il potente lo respinge, lo esilia. Eppure si tratta di un sapere affatto ragionevole nei suoi limiti, del tutto disincantato.
Non induce ad alcuna Magia (magia significa Potenza); è ben cosciente che il Prospero della Tempesta è tanto imbelle al governo, quanto a redimere la cattiveria dei suoi simili. Perché allora il potente non lo ascolta? Forse perché nessun sapere riesce a intendere la natura irrimediabilmente doppia del potere. Non è l’analisi del vero effettuale a costituirne l’essenza, bensì la decisione. La decisione rivolta a qualcosa di soltanto possibile, indistricabilmente connesso al dover-essere.
Ma per “convertire” al dover-essere è necessario qualcosa di tutt’altro genere rispetto al sapere. È necessaria fede nei propri fini; è necessario convincere ad essa chi ascolta. Anche per edificare l’ordine contingente del governo politico risulta dunque necessario il rimando a un ordine di idee che ne trascende il limite. Il sapere sembra arrestarsi di fronte all’intima tragicità dell’agire politico. La pallida ombra del pensiero, la cui dimensione è quella del metodico dubbio, che solo l’evidenza razionale risolve, arresterebbe o ritarderebbe la decisione politica. Il tempo del Politico non è quello del sapere – e però neppure possono astrattamente separarsi, poiché entrambe le professioni, quella del politico e quella dello scienziato, intendono scoprire o scovare ordini possibili nel mescolarsi e rimescolarsi incessante dei casi della vita. Al di là di ogni salvifica magia, così come di ogni sterile amletismo, ci sia cara la loro fraterna inimicizia.””

Da - http://www.iniziativalaica.it/?p=39286#more-39286
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« Risposta #106 il: Giugno 11, 2018, 04:47:56 »


8 GIU/18

La Grande crisi. Al punto di non ritorno

Articolo di Massimo Cacciari (espresso 3.6.18)

“Qualcosa di irrimediabile è già avvenuto: la fine del linguaggio proprio del confronto. Siamo tornati a un pensiero infantile, incapace del linguaggio proprio del confronto. Incapace di discussione pubblica”

“”Com’è stato possibile giungere a una crisi istituzionale di queste proporzioni? C’è stato, certo, chi sul fuoco ha soffiato fino a far divampare l’incendio, ma c’è stato anche chi l’ha, magari per ignoranza o incoscienza, appiccato. E chi non è intervenuto in tempo per spegnerlo. Spiegare questa crisi con i Salvini e i Di Maio è peggio che ridicolmente semplice, ci impedisce di vederne la natura strutturale: la catastrofe di un sistema politico incapace da trent’anni di qualsiasi seria riforma. Prevedere come la situazione potrebbe evolversi è pressoché impossibile, stante l’irragionevolezza dei comportamenti di tutti o quasi i protagonisti. Si riformerà la coalizione Salvini-Berlusconi? Assisteremo, bontà anche del Pd, a una definitiva svolta a destra dei 5 Stelle e a un asse con la Lega fino a qualche mese fa impensabile? Come uscirà il Quirinale dallo scontro? Faremo da grande laboratorio alla prima affermazione di una “destra di massa” in Occidente dalla fine della Seconda guerra mondiale? E chi dovrebbe opporvisi saprà frenare i propri impulsi autodistruttivi? Comunque vada a finire o a iniziare, qualcosa di irrimediabile è già avvenuto. Temo si sia ormai giunti a un punto di non ritorno. E questo riguarda il linguaggio stesso della politica, quel linguaggio che è lo strumento essenziale con il quale possiamo comunicare, intenderci e fra-intenderci, quel linguaggio che è l’arma fondamentale della democrazia, poiché essa è tutta pervasa dall’idea che attraverso la parola ci si possa convincere, che il discorso possa argomentare sulla realtà delle cose in forme tali da essere più forte di ogni violenza o prepotenza.

Questa crisi minaccia di rappresentare la tomba di ogni sforzo per rendere quanto più possibile ragionevole e responsabile il discorso politico. Si tratta di ben altro che della resa incondizionata alle forme di fumettistica gestualità dei social, che sotto la maschera della semplicità e trasparenza occultano perfettamente finalità e fattori della lotta politica. Si tratta, ancora, di un guasto ben più grave di quello derivante dalla retorica dilagante da decenni su rottamazioni e nuove repubbliche al canto di «Giovinezza, giovinezza…». Si tratta dell’affermarsi di una generale forma mentis infantilmente regressiva, drammatico sintomo di una crescente e generale impotenza della politica a comprendere e governare i processi economici, sociali e culturali del nostro mondo fattosi davvero finalmente e compiutamente Globo. Regressiva è l’idea di “ciascuno padrone a casa propria”. Peccato che neppure Trump sia padrone a casa sua: la Cina detiene metà del debito Usa. E non lo è la Cina, dipendente dagli Stati Uniti che comprano i suoi prodotti. L’idea di un’astratta autonomia, di sovranità astrattamente “libere”, è propria dei bambini, di coloro che per crescere debbono in qualche modo fingerla proprio nel momento in cui massimamente dipendono dagli altri. Conseguente e complementare ad essa è sempre la rivendicazione della propria innocenza. Le cose non vanno perché altri ci sfruttano, ci dominano, fanno i padroni in casa nostra. Reo è sempre l’altro. «Non sono stato io» ad ammassare negli anni questo debito pubblico o a non riuscire a ridurlo. «Io non c’ero» quando ogni disegno di riforma falliva. E l’insicurezza che avvertiamo, reale e profonda, non deriva dal fallimento di ogni politica industriale, occupazionale etc: no, deriva dallo “straniero che ci invade”. Colpevoli tutti, fuorché io: questa la regola che si impone in quel che fu il linguaggio politico. E chi semina vento raccoglie tempesta – vero Renzi? Ma l’aspetto più regressivo che si va imponendo sulla scena politica nostrana (e non solo, purtroppo) riguarda l’idea stessa di democrazia.

Ridotta a idolatrico culto della maggioranza. “Contata” la maggioranza tutto è fatto. I bambini non sanno che le democrazie sono tanto più forti quanto più le maggioranze politiche sono bilanciate da funzioni e poteri autonomi e forti. La democrazia è il regime in cui la maggioranza ha la responsabilità di decidere, ma nel pieno riconoscimento della rappresentatività e dell’imprescindibile ruolo delle stesse minoranze. Una maggioranza che ama il “plausus armorum” degli eserciti romani, non è una maggioranza democratica. La maggioranza non diventa il popolo tutto in lotta contro privilegi e palazzi, vindice sovrano dei crimini commessi da minoranze privilegiate. Questo è lo schema che in altre epoche avrebbe portato diritto a soluzioni autoritarie. Il Terzo Stato è tutto – dicevano i rivoluzionari del 1789; il voto altro non fa che mostrare quella che è la volontà generale; una volta che nel voto essa si sia manifestata, tutti devono farla propria! La voce della maggioranza esprime “il vero Io” di ciascuno. Rousseau docet, direbbero Casaleggio e Associati. E invece no, amici: questo è il rovesciamento parodistico del vostro preteso maestro.

Consiglio in proposito la lettura di un aureo libretto uscito nel 1927, scritto da un antifascista vero, Edoardo Ruini, e ancora disponibile nella ripubblicazione di Adelphi. Si intitola “Il principio maggioritario”. Si capisce come Rousseau pensasse a un cittadino che partecipa consapevole e informato alle assemblee che deliberano, a un cittadino che ha potuto formare un proprio pensiero critico nella discussione pubblica. Non all’iscritto a “piattaforme” controllate non si sa da chi e non si sa come. Il “citoyen” rousseauiano si è trasformato con l’ideologia 5 Stelle nel più perfetto individuo “bourgeois”, in un navigante solitario in un oceano di chiacchiere, slogan, opinioni, promesse. Perfetta educazione a quei sentimenti di frustrazione, invidia, risentimento che distruggono non solo la democrazia, ma la possibilità stessa di formare una comunità. Ma questo non riguarda soltanto tali miseri, pretesi rousseauiani; l’interpretazione delirante del principio di maggioranza ha riguardato, seppure in forme diverse, tutti gli attori degli ultimi trent’anni di storia patria. I guasti provocati dal regressivo infantilismo del linguaggio politico sono ovunque presenti e hanno ferito a morte le forme della comunicazione e del dialogo tra le forze in campo. E ci vorrà tutta l’intelligenza delle prossime generazioni per cercare di guarirne.””

DA - http://www.iniziativalaica.it/?p=39577#more-39577
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« Risposta #107 il: Giugno 13, 2018, 04:43:12 »

4 GIUGNO 2018

Pd, Cacciari bacchetta Renzi: ''Va in giro per il mondo a fare conferenze? Andrebbe sculacciato''

"La sinistra va riformata, bisogna creare una nuova classe dirigente che non abbia partecipato ai disastri di questi anni. Calenda leader? Ma perché, è di sinistra? Io punterei su Zingaretti". Così il professor Massimo Cacciari, a Milano per un'iniziativa organizzata da Fonti credibili alla Santeria, descrive la situazione delle forze progressiste in Italia. E all'annuncio di Matteo Renzi di sparire per qualche mese dalla politica per andare in giro per il mondo a tenere conferenze, risponde: "Renzi andrebbe sculacciato, ormai è tardi per allontanarsi dalla politica. Doveva farlo dopo il referendum".
 
Di Antonio Nasso

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