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« inserito:: Gennaio 12, 2026, 06:21:42 pm » |
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Tutti i prodotti sono selezionati in piena autonomia editoriale. Se acquisti uno di questi prodotti, potremmo ricevere una commissione. Garrett M. Graff Diritti 08.01.2026
Venezuela, le 3 chiavi per capire il golpe di Trump e il ritorno degli Stati Uniti all'imperialismo del Novecento L'intervento statunitense in America Latina è sia un déjàvu vu del secolo scorso che l'inizio di una nuova preoccupante fase, plasmata dai tratti distintivi del presidente USA Come interpretar l'intervento di Trump in Venezuela Come inquadrare l'intervento statunitense in Venezuela WIRED Staff; Getty Images
Donald Trump non è certo il primo presidente americano a guardare a sud degli Stati Uniti con mire espansionistiche. Nell'ultimo secolo, diversi suoi predecessori hanno abbracciato la convinzione che la democrazia e i profitti in America Latina fossero a un colpo di stato di distanza. Ma la peculiare forma di ambizione imperiale a cui Trump ha dato il la con l'incursione in Venezuela sembra al contempo profondamente atavica e unicamente trumpiana. E, soprattutto, non pare destinata a placarsi presto.
Poche ore dopo l'ardito sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte dell'esercito statunitense, la giustificazione dell'intervento fornita da Trump si era già spostata da una retorica vuota sulla democrazia e la lotta al narcotraffico al controllo delle vaste riserve di petrolio della nazione. "Comandiamo noi", ha detto il presidente statunitense ai giornalisti. "Controlleremo tutto noi. Controlleremo e sistemeremo". Prima ancora che Maduro comparisse in un'aula di tribunale a New York, Trump aveva iniziato a celebrare quella che definisce la sua "dottrina Donroe", minacciando esplicitamente una mezza dozzina di altre nazioni, dalla Colombia a Cuba, passando per Messico e Groenlandia. NEW YORK NY JANUARY 5 Nicolas Maduro and his wife Cilia Flores are seen in handcuffs after landing at a Manhattan...
Nicolás Maduro in manette dopo l'atterraggio in un eliporto di Manhattan il 5 gennaio 2026, scortato da agenti federali statunitensi di New York Photograph: Getty Images Articoli più letti
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L'impressione è che il regime autoritario di Donald Trump si stia avviando verso una nuova, pericolosa e destabilizzante fase. L'attacco in Venezuela è ampiamente considerato illegale sia per il diritto internazionale che per quello statunitense, ed è avvenuto senza consultare il Congresso, come da prassi per gli atti di guerra. Ciononostante, è fondamentale inquadrare gli ultimi sviluppi nel loro contesto.
La storia della regione e, cosa più importante, il modo in cui opera Trump – che sembra essere intrappolato nella mentalità dell'America degli anni '80 – evidenziano con chiarezza un punto: gli Stati Uniti rischiano di imbarcarsi in quella che un giorno potrebbe essere considerata l'ultima guerra del ventesimo secolo.
Tre elementi chiave aiutano a capire dove si trovano gli Stati Uniti in questo momento e perché in fondo – nonostante lo shock per l'operazione militare in Venezuela – gli ultimi sviluppi non devono sorprendere. 1. Gli Stati Uniti sono bravi nei colpi di stato, pessimi in ciò che viene dopo
Da un secolo, l'ingerenza statunitense in America Latina è caratterizzata principalmente da un successo militare tattico nel breve termine e da un fallimento strategico nel lungo periodo, due tratti profondamente radicati nel dna politico americano. Un esempio su tutti: molto prima di essere incriminato per il suo ruolo nel furto che diede inizio allo scandalo Watergate e nell'ingerenza nelle elezioni presidenziali del 1972, l'agente della Cia E. Howard Hunt era considerato uno dei migliori rovesciatori di governi dell'intelligence estera statunitense.
All'inizio degli anni ‘50, la United fruit company, la potente multinazionale americana specializzata in frutta tropicale che oggi si chiama Chiquita, temeva le riforme agrarie che il presidente guatemalteco Jacobo Árbenz, eletto democraticamente, avrebbe potuto mettere in atto. Così, l’azienda convinse le amministrazioni Truman ed Eisenhower che il nuovo leader centroamericano avrebbe potuto abbracciare il comunismo. Se la Cia, fondata nel 1947, aveva relativamente poca esperienza di ingerenze in America centrale e meridionale, lo stesso non si poteva certo dire degli Stati Uniti: che per esempio avevano occupato il Nicaragua a fasi alterne dal 1912 al 1933, invaso e occupato Haiti dal 1915 al 1934 e occupato Cuba dal 1906 al 1909, per poi tornarvi dal 1917 al 1922, con lo scopo di proteggere le piantagioni di zucchero di proprietà statunitense. Articoli più letti
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Hunt era una spia decisamente mediocre di stanza a Città del Messico, dove aveva aiutato a reclutare un altro aspirante giovane ufficiale, William F. Buckley Jr. La sua carriera tuttavia prese slancio quando contribuì a gettare le basi per il rovesciamento di Árbenz. "Quello che volevamo fare era una campagna di terrore per spaventare Árbenz e le sue truppe", avrebbe raccontato decenni dopo. Dal momento che quello in Guatemala fu uno degli unici colpi di stato promossi con successo dalla Cia negli anni Cinquanta, quando poi l'agenzia iniziò a pianificare l'invasione della Baia dei porci, coinvolgere Hunt fu naturale. UNITED STATES JANUARY 01 New Yorkers Holding Such Banners Don'T Touch To Cuba The Us Anticommunist Obsession Threatens...
Manifestanti a New York protestano contro l'invasione della Baia dei porci Photograph: Keystone-France; Getty Images
Una differenza importante (e alla fine determinante) rispetto alle precedenti operazioni statunitensi nel ventesimo secolo fu che, nel tentativo di rovesciare il regime di Fidel Castro, questa volta il governo americano non si affidò ai Marines, bensì a un esercito di esuli cubani: Hunt fu incaricato di creare un governo provvisorio e amico degli Stati Uniti sull'isola, che sarebbe subentrato una volta che le forze d'invasione addestrate dalla Cia avessero rimosso Castro. L'invasione, partita a poche settimane dall'inizio della presidenza di John F. Kennedy, fallì in modo spettacolare: più di un centinaio di freedom fighter morirono sulle spiagge cubane quando l'appoggio aereo degli Stati Uniti non si concretizzò. Nel giro di pochi giorni, 1.200 furono catturati e si arresero; seguirono altre centinaia di esecuzioni. President Kennedy displays the combat flag of the Cuban landing brigade and declares to an audience of 40000 that it...
Il presidente Kennedy espone la bandiera di combattimento della brigata di sbarco cubana Photograph: Corbis; Getty Images
La débâcle tuttavia non rallentò la voglia della Cia di rovesciare governi in giro per l'America centrale e meridionale. Nel 1961, l'agenzia fornì le armi per assassinare il leader della Repubblica Dominicana. Nello stesso anno appoggiò un colpo di stato in Ecuador; e non contenta, nel 1963 sostenne una giunta diversa in un altro colpo di stato, quando il nuovo leader si rivelò ancora meno amico degli Stati Uniti di quello appena rimosso. Articoli più letti
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Negli anni successivi, la Cia favorì altri golpe – tra gli altri, quelli in Brasile e in Cile nel 1964 e 1973 – e si dilettò a sostenere rivolte militari armate e ribelli di destra in tutta la regione. La maggior parte delle amministrazioni americane in realtà voleva spingersi addirittura più in là; il segretario di Stato di Ronald Reagan, Alexander Haig, lo supplicò di invadere Cuba: "Basta una tua parola. Trasformerò quella cazzo di isola in un parcheggio", disse al presidente.
Quasi sempre, quello che arrivò dopo l'ingerenza degli Stati Uniti fu peggio di ciò che c'era prima. In Cile, Salvador Allende fu sostituito dalla brutale dittatura militare di Augusto Pinochet, che sarebbe durata 17 anni. Dopo il tacito sostegno americano al colpo di stato del 1976 in Argentina, che depose Isabel Perón, il paese venne governato per decenni da un esercito brutale, che si macchiò di orrori come il lancio di dissidenti dagli elicotteri. E tutto questo senza prendere in considerazione gli esempi di questo secolo in Iraq e Afghanistan.
L'instabilità e i regimi autoritari nella regione sono stati favoriti dall'addestramento d'élite garantito dall'esercito statunitense. Il dipartimento della Difesa ha formato decine di migliaia tra militari, funzionari dei servizi segreti e membri delle forze dell'ordine latinoamericane nella famigerata School of the Americas in Georgia; molti di loro sono stati poi accusati di terribili violazioni dei diritti umani, come nel caso di ex allievi che, secondo l'indagine di uno studioso dell'università Duke, sono diventati “dittatori, operatori degli squadroni della morte e assassini”: come Manuel Noriega a Panama, il dittatore boliviano Hugo Banzer Suárez, l'autocrate haitiano Raoul Cedras, il capo della polizia segreta di Pinochet e anche il generale scelto da Maduro come ministro della Difesa in Venezuela, per citare solo alcuni degli esponenti di spicco di questa galleria degli orrori.
Per decenni gli Stati Uniti, un presidente dopo l'altro, hanno giustificato questi interventi e il sostegno politico alle dittature con la scusa della Guerra fredda, sottolineando che appoggiare regimi terribili in questi paesi fosse meglio che correre il rischio di vederli cadere in mano al comunismo. Ironia della sorte, sono stati proprio la forza, il dominio e l'abilità mostrati delle forze armate e dell'intelligence statunitensi a far apparire questi interventi molto più allettanti del dovuto agli occhi dei presidenti americani, da Eisenhower a Reagan passando a Trump. Se nel breve termine la vittoria è quasi sempre assicurata – deponendo, rovesciando o sequestrando leader stranieri scomodi –, i risultati sul lungo periodo rappresentano una scommessa. Articoli più letti
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Non a caso, le conseguenze indesiderate a lungo termine di queste azioni si sono riverberate nella politica interna americana per decenni, plasmandola più di quanto la maggior parte delle persone comprenda.
Da una parte, i collegamenti sono evidenti: fu per esempio durante la pianificazione dell'operazione nella Baia dei porci che Hunt incontrò i quattro cubani che avrebbe poi reclutato per l'effrazione che diede inizio allo scandalo Watergate. Ma ci sono anche legami meno ovvi, a partire dall'ingerenza degli Stati Uniti in luoghi come il cosiddetto "Triangolo del Nord" formato da Honduras, Guatemala e El Salvador, che ha portato alla nascita di forze destabilizzanti che hanno contribuito alle ondate migratorie verso il confine meridionale statunitense. Nell'ultimo decennio, l'arrivo di milioni di migranti negli Stati Uniti ha esacerbato le paure nativiste e contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca prima nel 2016 e poi di nuovo nel 2024. Molte di queste persone sono state spinte a nord quando i cambiamenti climatici e la deforestazione hanno colpito l'agricoltura nei loro paesi d'origine, causando il collasso delle aziende nel settore e delle economie locali. In posti come il Guatemala, tutto questo è successo dopo che i militari hanno bruciato ampie porzioni delle regioni montuose per eliminare i rifugi dei gruppi ribelli. Come ha sottolineato il giornalista Jonathan Blitzer nel suo libro pluripremiato Everyone Who Is Gone Is Here, dopo la guerra civile a El Salvador degli anni '80, più di un quarto degli abitanti del paese sarebbe finito a vivere negli Stati Uniti come rifugiati.
Il che ci porta al secondo punto fondamentale della questione. 2. Donald Trump non ha un piano.
A novembre, nel bel mezzo della campagna di attacchi letali condotta dalle forze armate statunitensi contro quelle che sono state descritte come imbarcazioni di narcotrafficanti – che hanno ucciso oltre cento persone e sono stati giudicati illegali secondo quasi tutti gli standard internazionali – ho intervistato John Bolton. Il falco neoconservatore è stato il più longevo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump durante il suo primo mandato, ha sostenuto per anni un cambio di regime in Venezuela e ha appoggiato gli sforzi dell'opposizione locale per rovesciare Maduro nella precedente presidenza Trump. “Penso che il nostro fallimento nel rovesciare Maduro nel primo mandato sia stato il nostro più grande fallimento”, mi ha confidato. Articoli più letti
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Ma Bolton si è anche detto perplesso dal modo in cui negli ultimi mesi Trump ha gettato le basi per l'operazione contro Maduro. Gli attacchi alle navi sono arrivati senza alcun tentativo di ottenere il sostegno del Congresso o di sviluppare collaborazioni solide con l'opposizione venezuelana (in questi giorni, anzi, Trump ha liquidato con disinvoltura la leader dell'opposizione venezuelana, María Corina Machado, che in autunno ha vinto il premio Nobel per la pace a lungo inseguito dal presidente americano. E che, secondo il Washington Post, potrebbe essere stata messa da parte proprio per questo). "Non c'è alcuna comprensione, credo, di ciò che è necessario per sostituire il regime di Maduro", ha commentato Bolton. TOPSHOT Nobel peace prize laureate Maria Corina Machado addresses a press conference at the Grand Hotel in Oslo Norway...
Il premio Nobel per la pace María Corina Machado a Oslo, in Norvegia, l'11 dicembre 2025. Photograph: Odd Andersen; Getty Images
Il problema, ha continuato Bolton, è che Donald Trump non pensa mai oltre il passo successivo. L'ex consigliere – uno dei principali artefici della guerra in Iraq – racconta che la maggiore difficoltà incontrata nel suo periodo alla Casa Bianca fu dettata dal fatto che Trump non ha una visione del mondo definita né posizioni politiche nel senso tradizionale del termine. Ogni cosa era transazionale ed effimera.
"Non gli interessano le grandi strategie", mi ha detto Bolton. "Quando si parla di una dottrina Trump negli affari internazionali, pensare che ci sia una qualche coerenza è una fantasia assoluta. Tutto passa attraverso la lente di ciò che giova a Donald Trump".
Su qualsiasi tema, l'approccio di Trump è finalizzato a imporsi a livello mediatico. Raramente i suoi ragionamenti si spingono oltre l'immediato. Il fatto che gli Stati Uniti non sembrino avere alcun piano per ciò che accadrà oggi, questa settimana e il mese prossimo in Venezuela non è un caso: la mancanza di un piano è una caratteristica dello stile di governo di Trump, non un'aberrazione. 3. Questa guerra riguarda il passato, non il futuro.
Secondo alcuni opinionisti, il cervello di Donald Trump sarebbe bloccato agli anni '80 e ai primi ‘90. Gli anni della sua formazione come imprenditore immobiliare a New York nel periodo di Reagan hanno cementato la sua visione del mondo, la sua politica, le sue icone, ma anche la sua definizione di successo (l’oro ovunque) e le sue politiche (vedasi i dazi). Lo stesso slogan Make America Great Again originariamente era di Reagan. Ronald Wilson Reagan the 40th president of the United States. A former actor and president of the Screen Actors Guild he...
Ronald Reagan, 40esimo presidente degli Stati Uniti Photograph: MPI; Getty Images
Questa visione del mondo ferma agli anni '80 spiega perché la cattura di Maduro e il rovesciamento del governo venezuelano acquistano più senso se inquadrati non come un conflitto del ventunesimo secolo bensì come sforzo retrò e nostalgico: l'ultima guerra del ventesimo secolo. Articoli più letti
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Sappiamo già come saranno le guerre del futuro. I droni stanno rivoluzionando il campo di battaglia in Ucraina e l'esercito statunitense sta cercando di attrezzarsi per combattere agilmente nel Pacifico, nel caso in cui la Cina decidesse di invadere Taiwan. L'operazione in Venezuela, che è stata denominata Absolute resolve e ha ucciso decine di persone, ha suscitato immediatamente paragoni con l'invasione statunitense di Panama del 1989, l'operazione Just cause, che portò alla cattura del dittatore Manuel Noriega. Come Maduro, anche Noriega – che era stato appoggiato dalla Cia prima che gli Stati Uniti gli si rivoltassero contro – fu processato negli Stati Uniti. US troops patrol the streets and clear debris in the area of the Panamanian Defense Force headquarters in Panama City...
Le truppe statunitensi pattugliano Panama City durante l'operazione Just cause, nel 1989, conclusasi con la resa di Manuel Noriega. Photograph: Manoocher Deghati; Getty Images
Ma il mondo è cambiato e il fatto che Donald Trump non sembri aver pensato alle prossime fasi in Venezuela mette in luce l'ironia della situazione: gli Stati Uniti sono entrati in guerra per un petrolio che nessuno sembra volere davvero. Il presidente americano continua ad abbracciare i motori a gas, a dire banalità sull'industria del carbone e a invertire la rotta del governo statunitense sull'energia solare, mentre il resto del mondo si sta rapidamente allontanando dai combustibili fossili. Negli ultimi anni, le energie rinnovabili sono cresciute di quasi il 30% all'anno e, nella prima metà del 2025, per la prima volta hanno prodotto più energia del carbone a livello mondiale. La Cina nel frattempo sta adottando rapidamente le rinnovabili – nel 2025 ha aggiunto circa 360 gigawatt di capacità solare ed eolica in più rispetto al totale degli Stati Uniti –, al punto da essere sulla buona strada per ridurre le emissioni di carbonio senza interrompere la propria crescita. E i costi dell'energia stanno scendendo rapidamente in diverse parti del mondo: come in Australia, che a novembre ha annunciato che da quest'anno tutti i cittadini avranno tre ore di elettricità gratis al giorno.
Invadere un paese per il suo petrolio all'inizio del 2026 potrebbe sembrare anacronistico tanto quanto il tentativo degli Stati Uniti di assicurarsi decine di piccole isole ricche di guano di uccelli, un ingrediente chiave per i primi fertilizzanti agricoli, nell'Ottocento. Eppure la storia ci insegna che il mondo continua a girare e che gli imperi sorgono e cadono in base a quelle che i gamer oggi chiamerebbero "missioni secondarie". Dopotutto, come spiega Daniel Immerwahr nel suo libro L'impero nascosto, fu proprio la spinta a rivendicare rocce incrostate di guano in giro per il mondo a porre per la prima volta le basi giuridiche per l'espansione globale degli Stati Uniti oltre il continente nordamericano. Da lì a pochi anni, il paese avrebbe iniziato a invadere regolarmente l'America Latina.
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Nel modo di ragionare improntato al qui e ora di Trump, la conquista dell'accesso al petrolio oggi profuma ancora di profitto. Una cosa che dovrebbe davvero preoccupare gli americani e non solo è che nel suo secondo mandato Trump è stato piuttosto schietto sui suoi obiettivi. Dopo un primo governo in cui molti opinionisti invitavano a prenderlo "sul serio ma non alla lettera", un punto chiave della sua seconda amministrazione è che Washington e la comunità internazionale ora devono prenderlo sul serio e alla lettera. In quest'ottica, il fatto che la moglie di Stephen Miller, uno dei principali collaboratori di Trump, abbia postato su X una foto della Groenlandia coperta da una bandiera americana dovrebbe essere visto non come una boutade ma come un enorme campanello d'allarme per l'Europa. This 7200000 check from the United States to USSR is for purchasing Alaska on March 30th 1867.
L'assegno da 7.200.000 dollari con cui gli Stati Uniti hanno acquistato l'Alaska dall'Urss nel 1867 Photograph: Hulton-Deutsch; Getty Images
La Groenlandia e il Venezuela, dopo tutto, hanno almeno un elemento in comune che dovrebbe preoccupare: entrambi possiedono riserve di ricchezze naturali su cui gli oligarchi vicini a Trump vogliono mettere le mani. È da secoli – più precisamente dall'acquisto dell'Alaska da parte di Andrew Johnson – che un presidente degli Stati Uniti non guarda a nord con ambizioni di conquista. Ma l'appetito di Trump è indubbiamente maggiore e non si sazierà semplicemente ripetendo le follie in politica estera dei suoi predecessori nel ventesimo secolo.
Per un'amministrazione che sta costruendo la sua eredità sullo sconvolgimento dell'ordine mondiale per arricchire una cerchia ristretta di familiari, compari e tirapiedi nel breve termine – quella che Wired US ha definito la "enshittification del potere americano" – tra il petrolio del Venezuela e le terre rare della Groenlandia non ci sono grandi differenze. E le compagnie petrolifere e gli oligarchi della tecnologia che le bramano hanno probabilmente più cose in comune con la United fruit company e i baroni dello zucchero del secolo scorso di quanto pensino.
Questo articolo è apparso originariamente su Wired US.
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