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Autore Discussione: TRUMP E LA SFIDA ALLO STATO DI DIRITTO Sulle deportazioni dei migranti ...  (Letto 436 volte)
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« inserito:: Marzo 18, 2025, 12:37:36 pm »


17 marzo 2025

TRUMP E LA SFIDA ALLO STATO DI DIRITTO
Sulle deportazioni dei migranti Trump sfida i giudici, e a meno di due mesi dall’insediamento è già in rotta di collisione con le istituzioni federali e lo stato di diritto.



“Ops, troppo tardi”. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rilanciato sui social il commento divertito e sprezzante del presidente salvadoregno, Nayib Bukele, alla notizia che un giudice degli Stati Uniti aveva bloccato l’espulsione di quasi 300 immigrati venezuelani e salvadoregni dagli Stati Uniti. “Too late” ha ironizzato Bukele, postando l’immagine dei deportati, rasati e ammanettati mani e piedi, a bordo di un volo che il tribunale di Washington aveva ordinato non dovesse partire e che addirittura, in caso fosse già decollato, avrebbe dovuto tornare indietro. È l’ultimo atto di uno scontro che vede l’amministrazione di Donald Trump entrare in una pericolosa rotta di collisione con gli organi e i rappresentanti della giustizia federale. Da quando si è insediato, infatti, il presidente Usa governa per decreto: ha firmato un’ottantina di ordini esecutivi, alcuni dei quali sono stati impugnati davanti alle corti, mentre già sfida leggi, mette in discussione i poteri dei giudici e se ne arroga di nuovi, revocando diritti consolidati. Ma cosa succederebbese si rifiutasse apertamente di dare esecuzione alle sentenze che annullano i suoi provvedimenti? Gli esperti osservano con preoccupazione il profilarsi di una crisi costituzionale che rischia di condurre il paese in un territorio inesplorato, con un presidente che sfida apertamente il sistema di pesi e contrappesi con cui la Costituzione stabilisce perimetri e raggio d’azione dei principali poteri dello stato.


Cos’è l’Alien Enemies act?
Nella vicenda dei migranti deportati, la Casa Bianca nega di aver violato un ordine del tribunale, affermando che l’aereo a bordo del quale viaggiavano sarebbe atterrato a El Salvador prima del pronunciamento dei giudici. Trump inoltre, rivendica di aver agito in base all’Alien Enemies Act, una legge del 1798 che attribuisce al capo di stato poteri straordinari sulle espulsioni di cittadini provenienti da paesi in guerra con gli Stati Uniti. La norma, a cui è stato fatto ricorso solo tre volte da allora, fu all’origine dell’espulsione di immigrati tedeschi e italiani e dell’internamento coatto di cittadini di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Sulla vicenda la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha rincarato la dose affermando in una nota che le corti federali “non hanno giurisdizione” sulle decisioni che riguardano la politica estera o sull’espulsione di nemici stranieri. “Un singolo giudice, in una singola città non può dirigere i movimenti di una portaerei piena di terrorististranieri che sono stati fisicamente espulsi dal suolo statunitense”, ha affermato Leavitt, generando una qualche confusione tra i giornalisti, perché – come successivamente confermato – tutte le indicazioni facevano pensare che i migranti fossero stati trasportati a El Salvador a bordo di un aereo. La questione, ipotizza il New York Times, finirà probabilmente sul tavolo della Corte Suprema.


Europa e difesa: proteggersi costa
di Antonio Missiroli


Punirne uno, per educarne cento?
Non solo sui migranti irregolari si abbatte la scure del governo repubblicano. Da giorni, negli Stati Uniti, si dibatte dell’espulsione di residenti in regola con il visto, le cui dichiarazioni sono state considerate un “rischio” per la sicurezza nazionale. È il caso di Mahmoud Khalil, attivista e studente della Columbia University, che nei mesi scorsi aveva animato le proteste nel campus a sostegno della causa palestinese e contro la guerra a Gaza. Khalil, nato in Siria da genitori palestinesi, vive negli Stati Uniti grazie a una “green card”, un permesso di soggiorno permanente. Due giorni fa due agenti in borghese dell’ICE, l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione, lo hanno raggiunto a casa sua a New York, lo hanno arrestato e deportato in un carcere della Louisiana, dove è attualmente detenuto senza che gli sia stato contestato alcun crimine. Khalil non è l’unico studente della Columbia su cui le autorità si sono concentrate negli ultimi giorni. Ranjani Srinivasan, studentessa indiana negli Stati Uniti grazie alla prestigiosa borsa di studio Fulbright è fuggita in Canada dopo aver saputo che le era stato revocato il visto con l’accusa di “sostenere Hamas” e che gli agenti dell’ICE erano già stati nel dormitorio dove alloggiava per arrestarla. Lo scorso 7 marzo, il governo statunitense aveva annunciato un taglio di circa 400 milioni di dollari di fondi federali alla Columbia University accusando l’istituzione della Ivy League di non aver fatto abbastanza per proteggere gli studenti ebrei da quelle che ha definito “violenze antisemite”.


A rischio anche il primo emendamento?
La questione va ben oltre la violazione dei diritti del singolo Khalil o di altri. Se la squadra di Trump avrà successo, affermano gli analisti legali, le future amministrazioni potrebbero deportare gli immigrati per qualsiasi discorso politico o religioso che non rispecchi l’orientamento dominante. In una nazione con un gran numero di cittadini immigrati, l’impatto potrebbe essere enorme. Tanto più che gli avvocati di Khalil ritengono che l’amministrazione Trump lo stia usando come esempio per un obiettivo più ampio. L’amministrazione “ha preso di mira selettivamente il signor Khalil, uno studente, marito e futuro padre che non è stato accusato di alcun crimine, per inviare un messaggio su quanto lontano sono disposti ad arrivare per reprimere il dissenso” afferma Donna Lieberman, direttrice esecutiva della New York Civil Liberties Union. L’arresto di Khalil è avvenuto pochi giorni dopo che Rubio aveva scritto su X che gli Stati Uniti avevano “tolleranza zero per i visitatori stranieri che sostengono i terroristi” e la scorsa settimana, lo ‘zar’ della frontiera, Tom Homan, ha affermato che “la libertà di parola ha dei limiti”. Dopo il suo arresto, i funzionari dell’immigrazione hanno dichiarato di voler deportare Khalil in base a una legge federale che conferisce al segretario di Stato il potere di espellere qualcuno se la sua presenza nel paese è ritenuta “potenzialmente negativa per la politica estera degli Stati Uniti”. Ma gli avvocati dello studente definiscono il provvedimento una violazione incostituzionale del primo emendamento. “Se il primo emendamento significa qualcosa, significa che il governo non può rinchiuderti o deportarti a causa delle tue opinioni politiche – osserva Ramya Krishnan, un avvocato del Knight First Amendment Institute di Columbia– e questa è, letteralmente, la cosa più importante di questo paese”.

Il commento
Di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow


“La decisione di un giudice federale di bloccare il trasferimento all’estero dei presunti affiliati a una pandilla venezuelana, imposto dell’amministrazione in base alle previsioni dell’Alien Enemies Act del 1798, e la scelta della Casa Bianca di procedere comunque al trasferimento rivendicando il rispetto formale dell’ordine della magistratura segnano un nuovo, importante momento di scontro fra Donald Trump e le istituzioni. Al di là dei suoi aspetti legali, la vicenda mette in luce la rivendicazione, da parte della Casa Bianca, di un’autorità che sembra sempre più intaccare il sistema dei ‘pesi e contrappesi’ e che presenta più di un punto di tensione con i principi del dritto internazionale. Fra l’altro, la vicenda segue una lunga serie di decisioni ampiamente contestate, dalla repressione delle proteste filopalestinesi in diversi campus alla chiusura/definanziamento di servizi di informazione come Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty. Il nodo di fondo è, tuttavia, il sostegno di cui l’amministrazione sembra continuare a godere nello zoccolo duro dei suoi sostenitori; un sostegno che potrebbe spingere la Casa Bianca ad alzare l’asticella della sfida, puntando da una parte alla ricerca di un potere sempre più personalizzato, dall’altra ad alimentare la contrapposizione fra la posizioni MAGA e un apparato istituzionale sul cui sempre più chiaramente è scaricata la colpa dei ‘problemi’ del paese”.

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