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Autore Discussione: Giovanni Mariotti L'UOMO CHE POTEVA FAR A MENO DELLA REALTA'  (Letto 765 volte)
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« inserito:: Gennaio 01, 2025, 05:36:05 pm »

Giovanni Mariotti
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L'UOMO CHE POTEVA FAR A MENO DELLA REALTA'
Secondo una tradizione ripresa da Virgilio nel terzo canto dell’Eneide due migranti venuti da Troia, la vedova di Ettore Andromaca e il mite e scolorito indovino Eleno, avevano allestito sulla Riviera di quella che oggi è Albania una Troia Miniatur uguale in tutto e per tutto - salvo le dimensioni - a quella che, arsa e distrutta, avevano lasciato alle spalle.
Perché l’avevano fondata?
Non certo per avviare una nuova storia, con nuovi assedi e nuove battaglie e nuove flotte che avrebbero attraversato i mari, ma per sigillare le loro storie, che erano alla fine.
Lì, a Butroto (così avevano chiamato la nuova Ilio, che Virgilio avrebbe definito “piccola e simulata”), in case e per vie che non erano tanto una città reale quanto immagine o reminiscenza o rappresentazione o finzione di un’altra, nacque Omero.
Forse furono proprio Andromaca ed Eleno, o perlomeno qualche troiano o qualche troiana che ne avevano condiviso il destino, a nominare per la prima volta davanti a quel ragazzino a volte attento e a volte stranamente distratto e lontano i personaggi, o a raccontare episodi che, aggiustati e dilatati, sarebbero entrati a far parte dei suoi poemi.
L’arido ruscello lungo il quale camminava si chiamava Scamandro, ma non era lo Scamandro, e le porte sotto cui passava ogni giorno venivano chiamate Scee, ma non erano le porte Scee.
In quei luoghi Omero trascorse infanzia e giovinezza.
Dalla riva del mare o da un’altura avrà osservato il profilo di un’isola i cui contorni si andavano dissolvendo sino a diventare nuvola (si trattava di Corfù, dove più tardi avrebbe collocato Nausicaa, Alcinoo, la Corte dei Feaci e se stesso col nome d’arte Demodoco, l’aedo cieco) e a partire da quel profilo sempre un po’ velato - giacché gli occhi gli si andavano spegnendo - immaginò un altrove insieme nitido e fluttuante e porti e navi e isole ed eserciti e mostri che sarebbero esistiti solo in virtù dei suoi versi.
Non era sicuro che le storie che di continuo udiva raccontare (non si faceva altro a Butroto, città di vecchi: non solo le voci, persino le pietre erano racconti) fossero accadute realmente; ma per lui reale, indiscutibile, esistente da sempre e destinato a esistere per sempre era tutto ciò che, giunto sino alla bocca, trovava posto entro la giusta misura del verso.
Una copia, una simulazione, il ricordo di un colore o di una nuvola sul punto di disfarsi, nomi di isole e di popoli sconosciuti che affioravano all’improvviso nel discorso erano sufficienti a muovere il suo canto.
Viaggiò.
Al fruscio e al calpestio delle sillabe si mescolarono gli sbattimenti delle onde frante contro le

Da fb 28 dicembre 2024
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