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« inserito:: Novembre 01, 2007, 11:32:45 am » |
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2007-10-31 18:01
Sicurezza: allarme romeni, primi autori delitti
ROMA - Dal punto di vista criminale, sono stati più bravi e più veloci degli albanesi, conquistando a forza di minacce e violenze una fetta importante del mercato dell'illegalità. "Hanno bruciato le tappe" dicono gli investigatori. E nella classifica dei reati si sono conquistati un posto in prima fila: per gli omicidi, innanzitutto, ma anche per le rapine e le violenze sessuali.
L'omicidio della donna seviziata e violentata da un immigrato romeno in una baracca alla periferia di Roma, fa riemergere l'allarme sicurezza legato alla comunità romena - che in Italia secondo l'ultimo rapporto della Caritas conta 556mila persone -, cresciuto in maniera vertiginosa da quando la Romania è entrata nell'Ue. E non è un caso che nel pacchetto sicurezza approvato ieri dal Consiglio dei ministri sia stata prevista una norma che estende ai prefetti il potere di allontanamento dal territorio dei cittadini comunitari per motivi di sicurezza. Una norma scritta 'ad hoc' per i romeni.
Così come non è un caso che nell'ultimo incontro tra il ministro dell'Interno Giuliano Amato e il collega romeno Cristian David sia stato deciso di potenziare ulteriormente la collaborazione tra le polizie dei due paesi, con l'arrivo in Italia di altri poliziotti romeni. Stando ai dati del 2006 in possesso delle forze di polizia, i romeni sono al primo posto per gli omicidi - sono il 15,4% del totale degli stranieri denunciati e il 5,3% sul totale dei denunciati -, le violenze sessuali, i furti di autovetture e quelli con destrezza, le rapine in abitazione e quelle nei negozi, le estorsioni. Ma si "affacciano aggressivamente - è scritto nella relazione sulla criminalità consegnata al Parlamento - ad altri più remunerativi circuiti criminali quali il traffico di droga, l'immigrazione clandestina e la tratta di esseri umani". "La criminalità romena va consolidandosi in modo sempre più preoccupante - proseguono gli investigatori - con l'obiettivo di inserirsi sempre più incisivamente nello scenario criminale nazionale". La mala romena, insomma, "sembra ripercorrere addirittura in modo più rapido le tappe evolutive che hanno caratterizzato l'escalation della criminalità albanese".
Lo testimoniano anche le ultime cronache: la rapina ai danni del regista premio oscar Giuseppe Tornatore il 21 agosto scorso, l'omicidio di Vanessa Russo nella metropolitana di Roma il 26 aprile e quello di una coppia di anziani coniugi in provincia di Cosenza, uccisi a colpi d'ascia dal marito della badante romena il 2 maggio. Per mettere un freno a questa escalation, le autorità dei due paesi si sono incontrate anche recentemente. Amato e il collega David, lo scorso 24 ottobre hanno deciso di rafforzare la cooperazione tra le forze di polizia (così i poliziotti romeni in Italia passeranno da 5 a 10), una maggiore cooperazione per i casi di possibile espulsione dall'Italia di romeni pericolosi per sicurezza e dei programmi per aiutare la permanenza dei rom in patria. "Quella romena è una comunità piccola che è imputabile di un numero rilevante di reati - disse Amato in quell'occasione - Lo scopo è quindi rafforzare la sicurezza e la distinzione che è fondamentale tra cittadini onesti che sono venuti qui a lavorare e i criminali". "Occorre isolare - aggiunse David - chi reca pregiudizi alla stragrande maggioranza dei romeni che sono ben inseriti in Italia".
Ed è in quest'ottica che si è mosso il governo inserendo nel pacchetto sicurezza l'estensione ai prefetti del potere di espulsione per i cittadini comunitari, una norma chiesta anche da rappresentanti dell'opposizione. "Negli ultimi anni è aumentata la quota di reati commessa da stranieri e tra questi quelli che delinquono di più sono i romeni - è scritto proprio nel testo che accompagna i 5 ddl del pacchetto - E' una realtà che emerge da tutte le statistiche e che si è accentuata con l'ingresso della Romania nell'Ue. E' evidente che gran parte dei romeni in Italia lavora duramente e si comporta più che bene, ma servono strumenti nuovi per non lasciare campo libero a chi viene per delinquere nell'interesse dei cittadini italiani ma anche dei romeni onesti". da ansa.it
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« Risposta #1 inserito:: Novembre 01, 2007, 11:33:54 am » |
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CRONACA
IL COMMENTO
Risposta alla paura
di MIRIAM MAFAI
LA scelta del governo di attribuire per decreto ai prefetti la possibilità di espellere cittadini della comunità europea che risultino pericolosi per la sicurezza pubblica è una decisione drammatica, che trova tuttavia piena giustificazione nell'aggravarsi della delinquenza che vede sempre più spesso coinvolti cittadini stranieri. Molti dei quali vengono dall'Est. Le statistiche purtroppo parlano chiaro: negli ultimi mesi i romeni sono diventati i tristi protagonisti dell'attività criminale. Nella lista nera del Viminale sui reati commessi tra gennaio 2006 e giugno 2007 sono in testa negli omicidi, rapine, furti, estorsioni, sequestri e sfruttamento della prostituzione.
Ed è allora importante che la decisione del governo sia condivisa dalle autorità di Bucarest come una misura che si propone - come ha dichiarato lo stesso ministro dell'Interno della Romania - di "tutelare il buon nome e la dignità dei romeni onesti che lavorano in Italia", e che sono molti. I più recenti drammatici fatti di cronaca fino alla terribile violenza di cui è stata vittima una donna sequestrata e torturata alle otto della sera in una stazione romana, sono dunque riconducibili a questa nuova feroce criminalità giunta nell'ultimo anno dalla Romania nel nostro paese.
Sono fatti di cronache, violenze, rapine e delitti, molti dei quali consumati a Roma che ci costringono a guardare il nostro Paese e quello che vi accade senza indulgenze e senza ipocrisie. Roma non è il Bronx ma rischia di diventarlo, stretta tra l'aumento della violenza di alcune bande e la nostra paura. Una città storicamente segnata dalla reciproca tolleranza e dalla capacità dell'accoglienza, dallo sforzo dell'integrazione dei gruppi delle più diverse nazionalità, lingue e religioni, rischia di trasformarsi in una città dominata dalla paura e dal rifiuto del diverso.
Abbiamo accolto nel corso degli anni, sia pure con inevitabili sforzi di adattamento, uomini e donne che sono giunti qui da ogni parte del mondo di culture, religioni e costumi diversi. In questo sforzo anche siamo cresciuti, ci siamo trasformati. Abbiamo imparato ad essere più civili, più tolleranti, meno chiusi nelle nostre vecchie abitudini, nei nostri pregiudizi, nelle nostre memorie. Tutto questo rischia oggi di venire travolto dalla violenza di alcune bande e quindi dalla nostra paura.
Il cosiddetto pacchetto sicurezza approvato martedì dal governo prende atto della gravità della situazione e superando un antico tabù della sinistra, più attenta alle ragioni, alle miserie e alle difficoltà di chi delinque che alle ragioni e ai diritti delle vittime. Ma queste nuove norme proposte dal governo rischiano per la complessità dei lavori parlamentari di diventare operanti solo tra molti mesi, l'aggravarsi della situazione ha reso necessario invece l'adozione del decreto che consente ai prefetti l'immediata espulsione dei cittadini, anche europei, residenti nel nostro Paese. Un provvedimento senza dubbio duro e di carattere eccezionale che ci auguriamo venga rapidamente approvato dal Parlamento e contribuisca a rasserenare la nostra pubblica opinione.
(1 novembre 2007)
da repubblica.it
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« Risposta #2 inserito:: Novembre 02, 2007, 03:00:48 pm » |
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Una tragedia che ci riguarda
Laura Balbo
Io spero che si sia in molti, in Italia, a interrogarci sui tanti aspetti che ci sono dietro a questo fatto terribilmente doloroso: una donna, sulla via di casa, la sera, aggredita, massacrata, gettata da una scarpata. Le periferie insicure, la violenza sulle donne. Spero anche che molti provino a chiedersi cosa ci possa essere nella testa (o nell'esperienza quotidiana) di un giovane che compie un atto così tremendo: arrivato in Italia da pochi mesi, hanno detto; ci hanno fatto vedere il tugurio in cui vive; certo, senza risorse e senza speranza per il futuro. E ancora: fermarci a pensare a quanti, nelle condizioni dell'immigrazione -pur diverse, cerchiamo di non ragionare con categorie semplificanti- vivono una fase almeno, e in molti casi un periodo lungo, di estremo isolamento (incertezza, solitudine, disperazione).
E chiederci se il modo in cui la cronaca della televisione e dei quotidiani ci presenta fatti di violenza come questo (altri ne possiamo ricordare: certo, ne succedono) sia in qualche modo utile: a capire la complicata situazione del mondo in questa fase, a evitare proposte di soluzione inadeguate di fronte a problemi oggettivamente difficili da gestire. Una occasione per riflettere sul fenomeno dell'immigrazione non genericamente. Da quali diversi paesi e in quali diverse circostanze arrivano, uomini e donne, attraverso «reti» o del tutto soli, senza sostegni; e in quali dei molto disomogenei contesti del nostro paese.
E però anche per riflettere su «noi»: come veniamo informati, se ci poniamo la questione in termini abbastanza attenti, se pensiamo al futuro consapevoli, in qualche misura, delle possibili ricadute del presente.
Continueranno gli arrivi. Proprio due giorni fa, val la pena di ricordarlo, è stato presentato il rapporto annuale sull'immigrazione in Italia della Caritas.
Per molti, condizioni durissime; altri vivono meglio, ma comunque lo sappiamo: difficoltà, sfruttamento, discriminazione. I percorsi dell' accoglienza (o dell'inserimento, o dell'integrazione, o della cittadinanza; della società multi-etnica, multi-culturale, ecc.) sono lunghi, contrastati, difficili. Cominciamo appena a parlare delle «seconde generazioni».
Di fronte a un tragico fatto come questo dovremmo arrivare a capire che appunto è una fase complicata quella che viviamo.
Vorrei insistere su qualcosa che trovo non sia abbastanza detto: è fondamentale che si abbia una prospettiva che colga come siamo «noi», la società italiana (ed europea). Sondaggi e ricerche ci dicono che crescono l' insicurezza, il rifiuto, gli stereotipi. Diventiamo sempre più spaventati, ostili. Una società burocratica, chiusa, negativa. Aumentano risposte che sono discriminazioni, controlli (anche angherie). A volte sembrerebbe che fatti di illegalità e di violenza, se non ci fossero gli immigrati, in Italia non ce ne sarebbero.
Ci riguarda: dovremmo pensarci.
«Loro» continueranno ad arrivare. Abbiamo bisogno dei migranti (anche questo lo troviamo nei dati statistici, nelle ricerche, in dichiarazioni di politici). Certo, ci piacerebbe poterli «scegliere» (succede ormai in molti paesi) o almeno, certi, mandarli indietro. È la soluzione di cui si parla in questi giorni.
Di fronte a episodi come questo la reazione di condanna e sgomento è comprensibile (i media naturalmente svolgono il loro ruolo di informazione con modalità che studi approfonditi hanno discusso in termini allarmati).Ma dovrebbero preoccuparci risposte che, con apparente senso di efficienza, non diano la misura delle difficoltà reali.
Sono pochissimi i casi (in altri paesi, e da noi in qualche situazione relativamente ben organizzata) in cui si opera con soluzioni abbastanza soddisfacenti (anche, per esempio, riuscire ad anticipare i rischi in una strada così buia, in periferia, vicino a un campo in condizioni di disagio estremo).
In casi estremi - come è questo - riesco a dire soltanto che viviamo, e certo vive la maggioranza di «loro», una fase storica che molto poco sappiamo come gestire. Riuscire a esserne consapevoli - e anche vigili, certo, nelle diverse posizioni di responsabilità - è un impegno culturale e politico prioritario.
Dovremmo cercare di porci in una prospettiva non «banalmente» rassicurante. Non serve per affrontare i problemi, ai diversi livelli; né per un'opinione pubblica che rifiutando il rischio di essere «mediatizzata» cerchi invece di tenere gli occhi aperti su quello che ci succede intorno.
Pubblicato il: 02.11.07 Modificato il: 02.11.07 alle ore 11.54 © l'Unità.
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« Risposta #3 inserito:: Novembre 02, 2007, 03:01:59 pm » |
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Tre metri sotto il cielo
Roberto Roscani
La stradina che porta alla stazione di Tor di Quinto non ha neppure una luce: due-trecento metri d'asfalto sbrecciato tra due nastri di filo spinato che danno sulla campagna asfittica della periferia. Di notte, e ormai fa notte alle sei di pomeriggio, passarci è un’avventura. O una sventura. Il trenino che porta a Saxa Rubra, qui ferma un minuto. A bordo ogni giorno un pubblico misto: i pendolari dei paesi fuori Roma che tornano a casa, i tecnici della Rai, gli abitanti delle borgate una volta popolari ormai di ceto medio di Labaro e Prima Porta. In mezzo a loro anche il mondo opaco delle baracche di cartone abbarbicate ai cavalcavia della Flaminia o a quelle perse tra le canne di Tor di Quinto.
A pochi metri c'è il muro di cemento della più grande caserma dei carabinieri della città, quella intitolata a Salvo d'Acquisto. Le auto coi lampeggianti blu passano di continuo sullo stradone di Tor di Quinto. Qui, davanti allo smorzo di materiali edili ogni mattina dalle sei in poi trovate decine di uomini in piedi a fumare, o accucciati sul marciapiede. Sono i muratori rumeni che aspettano il lavoro. I furgoni accostano, si contratta qualche euro per la giornata. Chi è fortunato lavora un giorno, gli altri aspettano fin quasi a mezzogiorno. E nelle loro mani compaiono i cartoni del vino. Qui c'è l'ultima spiaggia, gli ultimi arrivati, uomini fatti con le facce da meridionali di una volta, ragazzi di vent'anni coi capelli tagliati corti e i jeans. Su questa strada (da sempre) si vendono corpi: di giorno le braccia dei manovali, di notte ci sono i fuochi di anziane prostitute. In mezzo il traffico continuo delle auto che sfrecciano e a certe ore s’intruppano tra le foglie cadute dei platani.
Tutt’introno c’è una città che non è città: campi, argini verdi del Tevere dove passa la pista ciclabile, campi sportivi, un grande campo nomadi che di nomade non ha più nulla piazzato sulla barena del fiume, quella fascia di terra che verrebbe lasciata alle acque se dovessero straripare. Lungo il grande argine, fin quasi a Ponte Milvio stagionalmente compaiono baracche di legno e tela cerata. Qualche anno fa, quando un tragico incidente ad un vigile sommozzatore alla diga di Castel Giubileo costrinse ad alzare all'improvviso il livello del Tevere la polizia dovette scendere a salvare decine di persone accampate sulla riva. Ora quelle baracche si sono moltiplicate, ma hanno mantenuto una caratteristica: nascondersi. Sono infilate dietro le fratte, occupano le intelaiature di cemento dei cavalcavia, s'infilano tra i ponti e gli svincoli della tangenziale. O s’inerpicano in questo lembo di città non città, fatto anche di stradine che costeggiano la ferrovia morta che porta alla stazione di Vigna Clara (opera di regime democristiano degli anni del Mondiale di calcio) ridotta oggi a deposito di vagoni in decomposizione. Tra quest’erba, mischiata alle fabbrichette di una piccola zona industriale (tapparelle, finestre, fabbri di cancelli elettrici, depositi di legnami) c'è la baracca dell'orrore, qui è stata violentata e pestata Giovanna Reggiani che abitava pochi metri oltre la stazione della ferrovia Roma Nord. A pochi passi da lei viveva anche l'assassino Moilat Romulus Nicolae che fin dal nome di Romolo porta con sé questo strano rapporto che c'è tra i rumeni e Roma. Gli amici raccontano con un po’ di vergogna che faceva il manovale, che non si era mai comportato con violenza. Qualcuno dice che anche sua madre è tra la gente senza nome che vive nelle baracche.
Sono i quartieri in cui sono ambientati i libri di Moccia, quelle storie d’amore adolescenti in cui lo sfondo è Ponte Milvio o piazza Iacini, i bar davanti all’hotel Fleming e in cui non compare neppure di sfuggita l’altro mondo. Da tre metri sopra il cielo a tre metri sotto il cielo.
Oggi, tra tanto orrore, non in molti diranno che i testimoni che hanno portato la polizia dritta nella baracca dell'assassino o che hanno denunciato quello che stava accadendo sono anche loro rumeni e rom. Qui in questa periferia che non è vera periferia le due città si sfiorano. Da una parte sulla Flaminia Vecchia il quartiere che ha preso il nome pretenzioso di Collina Fleming lasciando quello antico di Tor di Quinto, gente bene, buona borghesia un po’ invecchiata, con più cani da portare a spasso che figlia da accompagnare a scuola. Il quartiere nasce negli anni Sessanta, è una succursale dei Parioli come la «gemella» Vigna Clara. Dall'altra un mondo ai bordi fatto di senza casa, senza lavoro, più clandestini dei clandestini anche se hanno sono i passaporti comunitari.
Nel quartiere la violenza è invisibile anche se sotto sotto qualcosa si avverte. Vetri delle auto spaccati e ridotti in finissime schegge per terra, cassonetti mezzi rovesciati, ragazzetti che girano di notte sbirciando dentro le macchine o strillando sguaiati. Qualche mese fa un abitante famoso del quartiere, Dino Zoff, era stato aggredito e derubato nel garage. Ma quest'esplosione di violenza e di sangue non era nelle cose: ghermire, violentare, pestare a morte gettare il corpo nudo giù per un dirupo non ha nulla a che fare con la violenza quotidiana, non è una rapina finita male e neppure uno stupro troppo violento. Sembra qualcosa a metà strada tra i truci assassinii rurali, quelli delle donne trattate come animali, e gli omicidi postmoderni dei serial killer americani, tutti sesso, sangue e adrenalina.
Bisogna saperlo: una cosa sono il degrado e la criminalità piccola e sfacciata che fanno paura ai cittadini, un'altra il delitto fatto di violenza cieca e senza neppure la speranza di farla franca. Le misure prese dal governo servono ad affrontare il primo problema. Non il secondo. Anche se prosciugare in qualche modo l'acqua della disperazione e della degradazione può aiutare ad evitare morti come questa. Almeno lo speriamo.
Pubblicato il: 02.11.07 Modificato il: 02.11.07 alle ore 11.55 © l'Unità.
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« Risposta #4 inserito:: Novembre 04, 2007, 11:04:49 pm » |
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4/11/2007 L'Europa e il tabù dei Rom
La risposta delle autorità pubbliche al massacro di Giovanna Reggiani è stata ferma, netta: non c’è spazio in Italia per chi vive derubando, violando, uccidendo. C’è qualcosa di sacro nel bisogno di sicurezza sempre più acutamente sentito dagli italiani, così come c’è qualcosa di sacro nell’ospitalità, nell’apertura al diverso, nella circolazione libera dentro l’Unione.
Quest’antinomia permane ma comincia a esser vissuta come un ostacolo, anziché come una convivenza di norme contrastanti (di nòmos) che vivifica l’Europa pur essendo ardua. È un’antinomia che educa a vivere con due imperativi: l’apertura delle porte ma anche la loro chiusura se necessario. Molti chiedono negli ultimi giorni di «interrompere i flussi migratori»: la collera suscitata dal crimine di Tor di Quinto ha rotto un argine, anche nel nuovo Partito democratico, e d’un tratto sembra che solo un imperativo conti: le porte chiuse.
Su un quotidiano di sinistra, l’Unità, sono apparse parole strane. Si è parlato, a proposito del quartiere del delitto, di «tutta un’umanità brutta sporca e cattiva»; si è parlato di «città italiane che funzionano come miele per le mosche di uno sciame incontrollato che viene dall’Est Europa». L’umanità sporca, lo sciame di mosche: è vero, un tabù cade a sinistra e tanti se ne felicitano, constatando che finalmente il buonismo è stato smesso e che la sinistra non va più alla ricerca dei motivi sociali della delinquenza ma si concentra sulla repressione e le vittime.
Gli imperativi dell’apertura s’appannano, la tensione vivificante fra norme diverse svanisce, entriamo in un mondo che promette certezze monolitiche: basta interrompere i flussi, e il male scompare. Spesso il capro espiatorio nasce così, con questa riduzione a uno del molteplice, del complesso. Spesso nascono così i pogrom, come quello scatenato venerdì sera contro i romeni nel quartiere romano di Tor Bella Monaca: dall’Ottocento hanno questo nome, in Europa, le spedizioni punitive contro i diversi.
Anche le ideologie nascono così, fantasticando scorciatoie che risolvono tutto subito. Oggi è la destra a sognare utopie simili, e la sinistra riformatrice s’accoda sperando di ricavare guadagni elettorali. La distruzione dei campi rom è parte di quest’ideologia. Un’ideologia irrealistica perché l’immigrazione non sarà fermata e l’Europa ne ha bisogno. La Spagna sembra esserne consapevole e non a caso è diventata il Paese con il più alto numero di immigrati e progetti d’integrazione. La ripresa della natalità iberica è dovuta a questo. Chi parla dell’immigrazione come di male evitabile sbaglia due volte: perché non è evitabile, e perché in sé non è un male.
Se non si vuole che sia un male occorre governarlo bene, il che vuol dire: non solo reprimendo, ma reinventando politiche in Italia e nell’Unione. Perché europei sono i dilemmi ed europeo sarà l’inizio della soluzione. Perché il tabù di cui tanto si discute non è quello indicato (buonismo, tolleranza). Il vero tabù, che impedisce con i suoi interdetti di vedere e dire la realtà, è un altro: è la questione Rom ed è l’inerzia con cui la si affronta nel dialogo con l’Est da dove vengono i cosiddetti nomadi. Fuggiti dall’India nell’anno 1000, giunti in Europa nel Trecento, i Rom assieme ai Sinti sono chiamati spregiativamente zingari, parlano una lingua derivata dal sanscrito, in genere sono cristiani (la parola Rom, come Adamo, significa «persona». I più vivono in Romania). Siamo in emergenza, è vero. Ma non è solo emergenza sicurezza. C’è emergenza europea sui diritti dell’uomo e delle minoranze. C’è una doppia inerzia: nelle strategie d’integrazione e nei rapporti tra Stati europei.
Quest’emergenza è acuta a Est, da quando è finito il comunismo: in Romania è specialmente vistosa ma la malattia s’estende a Slovacchia, Ungheria, Repubblica ceca, Kosovo. Al concetto unificatore di classe è succeduto dopo l’89 il senso d’appartenenza alle etnie, e vecchie passioni come xenofobia e razzismo, non superate ma addormentate durante il comunismo, sono riapparse: i più invisi sono i Rom - oltre agli ungheresi che non vivono in Ungheria - e il loro migrare a Ovest è intrecciato a questa ostilità dentro i Paesi dell’Est e fra diversi emigrati dell’Est.
È quello che i rappresentanti Rom in Europa denunciano ultimamente con forza (sono circa 8 milioni, su 15 nel mondo). La Romania, in particolare, è accusata di attuare un politica sistematica di espulsione di Rom, da quando è entrata nell’Unione all’inizio del 2007. Il ministro dell’Interno, Amato ha evocato a settembre un «vero e proprio esodo di nomadi dalla Romania», e di esodo in effetti si tratta: ma esodo forzato, nell’indifferenza europea. Dicono i rappresentanti Rom che i membri della comunità in Romania son cacciati dagli alloggi, dai lavori, dalle scuole, e per questo preferiscono le topaie italiane. Il ministro Ferrero, responsabile della Solidarietà sociale, dice il vero quando nega che l’esodo sia essenzialmente economico: la Romania non è più così povera, sono xenofobia e razzismo a colpire oggi i Rom.
Queste cose andrebbero ricordate a Bucarest, cosa che hanno tentato di fare Amato e Ferrero in un recente incontro con il ministro romeno dell’Interno, David. Ferrero ha cercato lumi presso il Forum europeo dei Rom e tentato di mettere alle strette David. Dall’incontro è nata la convocazione di un tavolo permanente di negoziato: presto si riunirà a Bucarest. Proprio perché è nell’Unione, la Romania deve rispondere di quel che fa con i propri Rom (2 milioni, secondo stime ufficiose).
Discutere di queste cose con Bucarest e altri governi dell’Est è urgente. Un patto è stato infatti rotto, che pure era assai chiaro. Ai tempi dei negoziati d’adesione, i candidati si erano impegnati a rispettare i criteri di Copenhagen, che non riguardano solo l’economia ma le «istituzioni capaci di garantire democrazia, primato del diritto, diritti dell’uomo, rispetto delle minoranze e loro protezione». Ingenti fondi son devoluti da anni a tale scopo (il programma europeo Phare, cui si aggiungono finanziamenti della Fondazione Soros, della Banca Mondiale) intesi a frenare la «discriminazione fondata sulla razza e l’origine etnica».
È accaduto tuttavia che una volta entrati, numerosi governi dell’Est hanno fatto marcia indietro (il regime Kaczynski in Polonia è stato un esempio). Ed è così che si è riaccesa l’ostilità verso i Rom: questa etnia perseguitata da un millennio e decimata nei campi nazisti. Paragonarli a uno sciame di mosche non è anodino. Significa che l’Italia (per come parla o chiede azioni) comincia ad assomigliare a quegli europei dell’Est che stanno arretrando e riproponendo, ancora una volta nel continente, il dramma Rom. Certo urge controllare meglio i flussi migratori: ma non si può farlo accusando intere etnie (Rom, Romeni, Albanesi) per il delitto di alcuni. Non si può governare alcunché se non si prende distanza dalla strategia di cui Bucarest è oggi sospettata.
La caduta dei tabù comporta anche il formarsi di idee completamente false. Con disinvoltura i Rom son descritti come non integrabili, nomadi, dediti al furto. I dati smentiscono queste nozioni. In Italia la comunità Rom è composta in stragrande maggioranza di sedentari, non di nomadi. E tentativi molto validi di integrazione hanno dimostrato che quest’ultima può riuscire.
Ci sono iniziative della Chiesa: le ha spiegate sul Corriere don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità a Milano. E ci sono iniziative pubbliche preziose: a Pisa, Napoli, Venezia. Pisa è esemplare perché i risultati sono eccezionali: nei campi vivevano 700 Rom, dieci-dodici anni fa. Solo due bambini erano scolarizzati. Il Comune si è incaricato di trovar loro lavoro e alloggi, scegliendo un mediatore per negoziare con i vicini. Appena emancipati, i Rom uscivano dal programma d’assistenza e i fondi servivano a integrare altri loro connazionali. Nel frattempo, si spingevano le famiglie a scolarizzare i figli. In dieci anni, 670 Rom su 700 sono stati inseriti, e tutti i bambini vanno a scuola. Certo la comunità in Italia è divisa: alcuni chiedono più campi, mentre i più vogliono superarli proprio perché il nomadismo è meno diffuso di quel che si dice: il 90 per cento dei Rom (140 mila nel 2005, in parte italiani) non sono camminanti bensì - da decenni - sedentari.
Per riuscire in simili operazioni bisogna abbandonare l’utopia, privilegiando fatti ed esperienze. Ambedue confermano che l’integrazione resta indispensabile, che chiuder le porte non basta, che è necessario far luce sui pericoli che corre non solo la sicurezza ma la democrazia. Dice Franz Kafka: «Bisognerà pure che nel campo dei dormienti qualcuno attizzi il fuoco nella notte». Questo invito a far luce sui veri tabù vale per i dormienti dell’Est e per l’Europa. Vale per i Rom (il loro faro non dovrebbe esser la figura della vittima ma la donna Rom che s’è sdraiata sull’asfalto davanti a un autobus per denunciare il Rom assassino di Giovanna Reggiani) e vale per la destra come per la sinistra italiana.
da lastampa.it
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« Risposta #5 inserito:: Novembre 04, 2007, 11:06:37 pm » |
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Mastella: «All'opposizione dico: non soffiate sul fuoco»
Roberto Monteforte
«Con le misure sulla sicurezza abbiamo dichiarato guerra alla criminalità, non certo alla Romania». Lo dice chiaro il Guardasigilli, Clemente Mastella che non nasconde la sua preoccupazione dopo il varo del «pacchetto sicurezza» approvato con urgenza dal consiglio dei ministri. «Non siamo, come scrive il francese Le Monde, alle retate contro i rumeni. Alla loro “deportazione”. Questo non ci appartiene come cultura. Non è nelle nostre intenzioni. È verso coloro che delinquono nel nostro paese che vanno applicate leggi di grande rigore. Credo sia nell’interesse della stessa Romania e non soltanto dell’Italia poter distinguere il grano dal loglio».
Cosa la preoccupa ministro? «Non mi piacciono gli episodi di squadrismo che si sono verificati in queste ore. Per evitare il brutto clima occorre che nessuno pigi il piede sull’acceleratore o butti benzina sul fuoco. Le forze politiche devono avere anche una capacità educativa e persuasiva. Il problema della sicurezza tocca tutti. Non un governo rispetto ad un altro. Anche se è questa situazione, e lo dico senza voler recriminare verso chi ha governato la sicurezza del paese prima di noi, è anche frutto delle leggi che si sono varate. Ora il governo ha determinato alcuni provvedimenti. Spero che l’opposizione concorra alla loro approvazione per il bene del paese che deve prevalere su ogni altra considerazione. È così in ogni paese democratico e occidentale».
È un invito alla collaborazione, ma Fini e Berlusconi accendono miccie... «Mettere la miccia in un terreno pieno di candelotti e di bombe significa non considerare quello che si sta per fare. Non mi piace che un leader considerato moderato come Fini gridi vergogna contro il governo. Si può non consentire sulle sue scelte. Detto questo, però, chiediamo per l’interesse del nostro paese che si concorri alla definizione di queste scelte. Siamo disposti ad accettare emendamenti e cambiamenti, ma questi atteggiamenti aggressivi contro il governo che finiscono anche con l’avvelenare il clima e alle bande armate contro i rumeni li giudico pericolosi».
E allora? «Bisogna abbassare i toni e fare in modo che non ci siano terreni di cultura per fascisti o i fomentatori di odio. È la giustizia che deve prevalere.»
Basta la ruspa? Non vi è anche il problema dell’integrazione degli immigrati? «La ruspa abbatte le baracche invivibili. Poi vi sono le persone. Allora dico: rispetto per quelle che si comportano bene e non irriguardosità o intolleranza, ma applicazione delle leggi, per quelle che non le rispettano. Il punto vero, però, mi sembra un altro e va trattato a livello europeo oltre che con la stessa Romania. Vi è quasi un milione di persone che si muove da questi territori per vagare in Europa, gran parte della quale viene a gravitare tra di noi. Non si può lasciare da soli l’Italia o la Spagna sull’immigrazione paesi più esposti. È un fenomeno di tale portata da chiamare in causa l’intera comunità Europea».
È la preoccupazione espressa anche dal ministro Amato? «Che io condivido, come ho condiviso l’impostazione del provvedimento. Sono sbagliati quegli acuti accalorati e pieni di collera verso il ministro Amato che ho sentito da parte dell’opposizione. Non si usa strumentalmente questo tipo di vicende per attaccare il governo che ha fatto quello che bisognava fare. Così come deve preoccupare qualche lettura irriverente e ingiusta che pure è circolata a livello europeo».
Vi è anche una critica da sinistra al pacchetto sicurezza. Si denuncia una sorta di deportazione di massa per i rumeni in Italia. «Vi deve essere netta la distinzione tra chi delinque e chi no, che è ben presente nello strumento che è stato utilizzato e che in realtà corregge norme già preesistenti. Alla sinistra dico di prestare attenzione. L’emergenza sicurezza tocca in modo particolare chi nei quartieri delle periferie è più a contatto con rom, rumeni e gli altri immigrati di varia etnia: sono loro, i ceti più poveri, a dover essere tutelati. In Italia è scattata una sorta di paura e la classe politica deve tener conto di questo».
Ma non si rischia una risposta troppo emotiva di fronte all’emergenza criminalità che, poi, è vera emergenza? «È un dato che per effetto dei media e della polemica politica può essere stato enfatizzato ed apparire più drammatico di quanto non sia. Ma le critiche dell'opposizione sono pretestuose. Cosa hanno fatto negli anni scorsi?».
Come la mettiamo con l’indulto? Ha aggravato la situazione? «L’indulto con questo non c’entra. La metà di quelli che sono usciti, quindi 12 mila persone, sarebbe uscita per aver scontato la pena. I rumeni che delinquono sono dentro. Quelli condannati in modo definitivo li rimanderemo a scontare la pena nel loro paese. Con il pacchetto sicurezza abbiamo avviato questo processo e recentemente siglato un protocollo con il governo di Bucarest. Entro dicembre ne rinviamo 220. Nelle nostre carceri ve ne sono 2.500. Quando usciranno per loro sarà più difficile delinquere e poi, per i condannati a pena definitiva, vi è sempre il rientro in Romania. L’erba cattiva torna al suo paese».
Pubblicato il: 04.11.07 Modificato il: 04.11.07 alle ore 8.34 © l'Unità.
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« Risposta #6 inserito:: Novembre 04, 2007, 11:17:05 pm » |
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Gli italiani e le tre erre
Rosetta Loy
Razzismo Rom Rumeni. Tre erre che sintetizzano il nero avvoltoio che agita in queste notti il sonno degli italiani. La peggiore, lo dico subito, mi sembra la prima che vede nel diverso, nello zingaro (come suona stranamente antiquata questa parola) il nemico numero uno, più pericoloso del camorrista o del mafioso che «incapretta» la sua vittima o la dissolve in una colata di cemento. E subito dopo, quasi per derivazione genetica, individua nel «rumeno» il suo equivalente. Forse in questi anni ci siamo perduti troppo appresso al nostro particolare, alle lotte intestine della politica nazionale, alle correnti, agli scandali, sempre più lontana e remota la nostra cattiva coscienza nei confronti del «diverso». Abbiamo dimenticato il nostro girare la testa dall’altra parte quando i «cittadini di razza ebraica» furono cacciati dalle scuole e dagli uffici (pubblici e non solo); e nel ’46 (o forse era il ’47, non ricordo) sotto l’etichetta di «italiani brava gente», ci siamo riabilitati tutti in blocco con una vasta amnistia.
Dimenticando non solo la generale indifferenza con cui erano state accettate le orrende leggi razziali (e i profittatori che si erano arricchiti alle spalle degli «untermenschen») ma anche dell’indiscriminato massacro della popolazione locale durante la «gloriosa» conquista dell’Etiopia dove i somali e gli eritrei venivano raffigurati con gli anelli al naso e il gonnellino di paglia.
Nessun esame di coscienza, nessuna educazione scolastica. Persino i ragazzi che oggi sono all’Università, salvo pochi, sanno quale è stato il comportamento dei loro nonni nei confronti del «diverso» (ma anche del «simile» perché gli ebrei erano italiani a tutti gli effetti, e gli ebrei del Portico d’Ottavia più italiani dei piemontesi o dei calabresi perché vivevano già a Roma al tempo di Augusto). Si è preferito «dimenticare» e «guardare al futuro», senza capire che senza una coscienza della Storia alle nostre spalle anche il futuro finisce per traballare.
La morte di Giovanna Reggiani in quella stradina oscura di una «toppa» di periferia in pieno degrado, è un dolore collettivo forte, una violenza che colpisce tutti noi, e mi è sembrata straordinaria, e vorrei qui sottolinearla, la reazione della famiglia che ha subito detto che non andavano criminalizzati i cittadini rumeni. Anche se stranamente questa reazione così profondamente civile è stata scarsamente recepita, come se dovesse venire subito travolta dall’indignazione collettiva.
Mostruoso mi è apparso al contrario il raid dell’altra sera fuori il supermercato di Tor Bella Monaca. Organizzato in gruppo con un apparato da Klu Klux Klan: dieci ragazzi muniti di passamontagna e bastoni contro quattro uomini inermi con le mani occupate dalle borse della spesa, spesa acquistata con i soldi sudati su un lavoro di sicuro sottopagato. Perché se i «rumeni» vivono in baracche di lamiera e cartone non è per amore del degrado (avete mai provato a lasciare una sedia rotta e un tavolino traballante accanto a cassonetti della nettezza urbana in periferia? E controllato in quanto breve tempo spariscono?) ma perché devono sottostare all’arbitrio di datori di lavoro di scarso scrupolo e granitica sicurezza di impunità. Io li vedo, i «rumeni» ogni mattina sotto il cavalcavia dell’Olimpica a Tor di Quinto in attesa che qualcuno li ingaggi; e delle volte sono ancora lì ad aspettare a mezzogiorno, le mani in tasca. Allora chi è più colpevole, l’italiano «brava gente» o il rumeno fatto sgomberare in quattro e quattrotto con le sue sedie e il materasso recuperato fra i rifiuti, costretto a mimetizzarsi in baracche indegne di un paese civile lungo le sponde di un fiume ingombro di immondizia?
Senza dimenticare che a chiamare aiuto perché venissero in soccorso della signora scaraventata nel breve dirupo a ridosso di quella maledetta stradina, è stata una donna rumena. E con grande coraggio ha detto nome e cognome del colpevole.
Pubblicato il: 04.11.07 Modificato il: 04.11.07 alle ore 8.26 © l'Unità.
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« Risposta #7 inserito:: Novembre 04, 2007, 11:19:22 pm » |
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Rumeni a Roma la grande Paura
Vincenzo Vasile
«Qua. Sali qua, giornalista. E guarda dietro al bar della stazione. Vedi quella seduta per terra? …è madre di Romolus, quello che ammazzò donna italiana, …almeno dicono che l’ammazzò, ma non si sa se questo è vero». Perché Nicolae Romolus Mailat era «dilu» che in lingua rom significa «matto», e i matti non sanno quel che dicono e quel che fanno. E nemmeno effettivamente si sa «se questa è la vera madre. Stamattina era lei la prima della fila per l’autobus che porta in Romania».
«Diceva: paura, paura. E si lamentava di essere rimasta senza soldi, e li chiedeva a noi, che non ne abbiamo». Ore 13, Roma, stazione Tiburtina. È uno snodo locale di trenini di pendolari da e per il Lazio. Mentre il piazzale a ridosso della stazione propriamente detta è il grande capolinea di centinaia di pullman diretti in altre città d’Italia e anche all’estero. Le biglietterie per questo servizio sono dislocate nei negozi che costeggiano lo spiazzo. Vi si formano comunemente durante la giornata tante, diverse «code» che nel fine settimana di solito si diradano.
Invece, in questo week-end da qui continuano a partire alla volta della Romania e di altri paesi dell’Est molte super-corriere: automezzi che dimostrano i loro anni, e a prima vista non li diresti capaci di attraversare mezza Europa. E per capire quali siano i rumeni in fila per partire, per scappare da un paese che sentono essere divenuto improvvisamente ostile, ieri bastava cercare la fila della gente più malmessa e dolente, con lo sguardo più impaurito e inquieto. Si vedevano, trascinati sui marciapiedi, alcuni vecchi passeggini per neonati e carrelli di supermarket carichi di vestiti e di povera mobilia. «La fuga è iniziata l’altro giorno, subito dopo la notizia del massacro di Giovanna Reggiani; ora in verità la fuga s’è molto ridotta. Con quel pullman che si vede laggiù oltre il viadotto sono partiti poco più di una decina».
Ora, cioè all’indomani dell’assalto razzista nel parcheggio del supermercato della Casilina, dunque, l’osservatorio privilegiato della stazione Tiburtina indica un certo calo, anziché un’accentuazione dell’esodo di massa dei rumeni «autoespulsi» per paura. «Quelli che sono subito scappati via - spiega Nicolae, edile in "nero" da tre anni, ininterrottamente passati a Roma - erano in preda all’angoscia per paura del decreto». Perché in caso di espulsione, «al ritorno in Romania ti sequestrano il passaporto, e non puoi più ripartire», mentre ormai da tanti anni, ancor prima dell’entrata del loro paese in Europa, migliaia di famiglie rumene abitualmente e periodicamente «passano alcuni mesi» della loro vita nell’Europa di serie A. Di primo acchito si direbbe che l’aggressione squadristica non ha, dunque, provocato - come si poteva temere - un aumento febbrile di questo flusso migratorio all’incontrario: l’episodio scava semmai più nel profondo dei cuori, nei sentimenti della gente, all’apice di tanti convergenti segnali di pregiudizio, discriminazione, intolleranza e vera e propria violenza.
Nel primo pomeriggio è pieno di stranieri il supermercato dei supersconti dalle parti dell’università di Tor Vergata, periferia sud, dove è avvenuta l’aggressione razzista contro i tre rumeni: per paradosso geografico, piantiamo un’altra bandierina di pericolo all’altro capo di Roma rispetto al luogo dell’assalto a Giovanna Reggiani. Qui c’è gente di nazionalità rumena che si è integrata, che lavora. Vasi ha 40 anni, tiene per mano una bambina, la moglie è carica di sporte di plastiche della spesa. «Faccio il camionista, sto a Roma da dieci anni e qui sono nati i miei due bambini, frequentano le scuole, abbiamo buoni vicini italiani. Ho sentito amici che ora vogliono tornare, vogliono scappare in Romania. Io non intendo farlo perché ormai la mia vita è qui. Dopo i fatti dell’altra sera ho anch’io un poco di paura, ma non torno indietro». Taccuini e telecamere sono per loro, per i rumeni vittime dell’aggressione, questa mattina, e così si forma una specie di cerchio attorno a intervistati e intervistatori. Gli italiani stanno un po’ lontani, un passo indietro a guardare, non parlano. La stessa cosa a parti invertite accadeva l’altro giorno a Tor di Quinto: lì gli stranieri evitavano di fare dichiarazioni, guardavano con sospetto i giornalisti, mentre i residenti italiani invocavano aiuti contro il degrado, davano voce alle loro paure. Ci si specchia, insomma, italiani e rumeni, nella reciproca insicurezza, come davanti a un vetro deformante che rimanda la stessa ombra, la stessa immagine cupa.
In un’altro sobborgo periferico di Roma, in via Marchetti alla Magliana vicino al palazzone dell’Alitalia, la polizia ha appena fatto la «bonifica» di un «insediamento irregolare» che in zona era conosciuto come il «campo dei rumeni». Una sessantina di adulti, quaranta bambini, hanno dovuto lasciare l’accampamento: in pochi avevano i documenti a posto, nessuno ha dichiarato di essere di nazionalità rumena, che fino a ieri invece era la più ambita e sbandierata, in virtù dell’adesione all’Unione europea. «Veniamo da Bosnia», hanno detto i rom. La polizia ha sequestrato alcune roulotte, furgoni e auto, tutti rubati. Adesso - a parte le macchine parcheggiate - c’è il deserto, e attaccati alle maniglie degli autoveicoli si vedono i sigilli. L’azienda comunale della nettezza urbana sta anche sgomberando dai rifiuti la favela di Tor di Quinto accanto alla quale è avvenuta l’aggressione della signora Reggiani. Bonifica, rifiuti: pessima terminologia quando la si applichi a drammi che riguardano esseri umani, e soprattutto a questa umanità dolente e disperata.
Passando per le «zone a rischio», sovraccariche di immigrati sopraggiunti a Roma in maggioranza negli ultimi mesi - Tor Bella Monaca, Casilina, Anagnina, Torre Spaccata, Borghesiana - Geta Lutu, una giovane avvocatessa che milita nel «partito rumeno», nota un silenzio totale, innaturale. Tanti suoi connazionali, spiega, in queste ore si sono in gran parte letteralmente rinserrati dietro le porte di case e baracche. Le segnalazioni di vero e proprio terrore vengono soprattutto dalle famiglie che hanno bimbi piccoli, in età scolare, e che dunque sono costretti a uscire ogni mattina. Hanno paura soprattutto per i loro figli: che qualche matto o criminale li aggredisca per rappresaglia, prendendoli a bersaglio di una persecuzione razzista. Allora, si va via dall’Italia?, è questa per l’immediato la soluzione, poi si vedrà? Ma i raid xenofobi hanno provocato anche un clima complesso, e reazioni variegate: alcuni imprenditori rumeni che operano in Italia hanno preso contatti con la giovane legale per offrirsi come volontari e aiutare la polizia italiana a isolare i criminali, «vogliamo isolare i nostri che sbagliano, mi hanno detto: vogliamo fare la nostra parte». E ci sono pure molte famiglie italiane che non sanno che fare: come comportarsi adesso, per esempio, con la loro ospite rumena appena accolta in casa, ma non ancora messa «in regola». Quali sono - chiedono - gli adempimenti burocratici che si devono affrontare, dopo il decreto? Non dovrebbe essere cambiato nulla per chi lavora, il decreto colpisce soltanto chi reca un pericolo alla sicurezza, ma il clima è egualmente pessimo, la psicosi della «caccia al rumeno» ha tante facce, anche quelle di una spicciola, quotidiana diffidenza, un certo senso diffuso di malessere e precarietà. «E le autorità devono assolutamente fare di tutto perché non passi alcun segnale di intolleranza e di terrore».
Pubblicato il: 04.11.07 Modificato il: 04.11.07 alle ore 8.26 © l'Unità.
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« Risposta #8 inserito:: Novembre 07, 2007, 12:20:30 am » |
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Il consigliere regionale: i cittadini segnalino i casi sospetti alle forze dell’ordine oppure scrivano sul mio sito, anche in Friuli la questione dell’ordine pubblico è prioritaria
Parte il blog per denunciare gli stranieri nullafacenti
Iniziativa di Ciani (An): quelli che non lavorano sono attratti dalla malavita, il mio non è razzismo
Un’iniziativa destinata sicuramente a fare scalpore, quella messa in atto da Ciani.
Che non teme, tuttavia, accuse di razzismo e xenofobia. «Mi pare che il mio intendimento – è la sua replica – non abbia nulla a che fare con il razzismo. Casomai, con la necessità di andare incontro alle richieste di sicurezza e di legalità che provengono anche dai cittadini della nostra regione». La sicurezza – insiste – è il tema principale cui i cittadini oggi chiedono soluzioni alle istituzioni: «I casi dalle rapine epilogo violento nelle ville con sevizie e violenze o addirittura l’omicidio di Gorgo al Monticano o l’ultimo episodio a Roma sono soltanto la punta di un iceberg di quanto sta accadendo ormai da anni nel nostro Paese».
Per Ciani, insomma, è assodato che le persone straniere che delinquono nel nostro Paese «compresa la Regione Friuli Venezia Giulia, sono moltissime basta vedere i dati riferiti alla popolazione carceraria. Una immigrazione selvaggia, anche clandestina (nel tratto di autostrada Tarvisio-Udine vengono fermati circa 1000 clandestini l’anno) sono la principale causa di questo fenomeno.
Il consigliere regionale di An ritiene che una volta giunti nel nostro paese quanti non riescono a cercare lavoro sono in balia della malavita anche organizzata e delinquere diventa una forma di sostentamento obbligatorio. «Allora – dice ancora – c’è la necessità di evitare che arrivino nel nostro paese quanti extracomunitari o neo-comunitari non sono in grado di mantenersi. Non è pensabile neppure che la legge regionale sull’immigrazione garantisca addirittura assistenza sanitaria anche continuativa e gratuita persino ai clandestini, compresa la cura al disagio psicologico». Dunque, per Ciani, serve uno stop. «E' ora di dire basta, ecco perché nel blog che ho aperto ho chiesto espressamente ai cittadini di monitorare il territorio e di denunciare alle forze dell’ordine coloro che vengono notati ripetutamente girare o stazionare nullafacenti, perché costoro possono potenzialmente legati alla malavita anche organizzata. Non si tratta di una caccia alle streghe. ma semplicemente di essere gli artefici del futuro del nostro territorio. Ho anche chiesto se qualcuno lo ritiene di segnalarmi questi fenomeni per poi trasmetterli alle forze dell’ordine».
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L´appello del prefetto Sottile alle associazioni degli immigrati
"Aiutateci a distinguere i pochi che delinquono"
Paolo Griseri
Una collaborazione molto importante anche per evitare pericolose generalizzazioni Finora ho autorizzato due espulsioni: e intendo valutare sempre con molta cautela ogni caso Un appello. Una richiesta pressante «alle associazioni degli immigrati affinché collaborino con le forze dell´ordine per isolare chi delinque e rischia di gettare discredito sull´intera comunità». A pochi giorni dall´entrata in vigore del decreto sulle espulsioni, il prefetto di Torino, Goffredo Sottile, fa il punto della situazione in città e spiega come intende agire. Signor prefetto, quanti provvedimenti ha assunto finora in base al nuovo decreto? «Abbiamo autorizzato due espulsioni, ciò che in assenza della nuova normativa non avremmo potuto fare». Dopo quanto è accaduto a Roma non c´è il rischio che il decreto venga utilizzato in modo indiscriminato? «Posso dirle che fino a quando sarò io il prefetto, questo a Torino non succederà. Ho intenzione di applicare le norme solo quando si verificano le condizioni previste». C´è in questi giorni una certa preoccupazione tra i romeni torinesi. Dopo i fatti di Roma raccontano episodi di ostilità che prima non si verificavano. Risulta anche a lei? «Episodi specifici non me ne sono stati riferiti. Certo sarebbe molto grave se si alimentasse un clima negativo che non ha ragione di essere. La comunità romena è molto numerosa a Torino. Come in tutte le comunità ci sono i delinquenti e le persone per bene. Generalizzare sarebbe gravissimo e spero proprio che non accada». Come si può evitare la generalizzazione? «Intanto vorrei che si riflettesse sul fatto che la stragrande maggioranza di coloro che sono venuti in Italia svolgono un compito socialmente indispensabile. Molti romeni sono occupati in mansioni che gli italiani non vogliono più svolgere e di cui abbiamo bisogno: basti pensare ai molti che si occupano degli anziani, che sono occupati in edilizia, che lavorano nelle famiglie». Lei ha incontrato recentemente i rappresentanti della comunità romena torinese? «Abbiamo rapporti con alcune associazioni nell´ambito dell´attività dell´Osservatorio provinciale sull´ordine e la sicurezza. Personalmente sono sempre disponibile a incontrare i rappresentanti degli immigrati. Recentemente mi sono recato in Romania insieme con il sindaco di Torino. Siamo stati a Bucarest e a Bacau, la città da cui provengono molti romeni oggi insediati a Torino». Quali accordi avete preso in Romania? «C´è un progetto per favorire il ritorno in patria di una parte degli immigrati. In Romania c´è bisogno di manodopera qualificata e si sta studiando un programma di formazione professionale che consenta a chi è emigrato da noi di tornare al paese d´origine con una qualifica adeguata. Dobbiamo però sapere che se tutti i romeni oggi presenti a Torino decidessero di tornare a casa, i problemi li avremmo noi perché dovremmo trovare chi è disposto a svolgere le loro mansioni». Avete concordato con le autorità romene un sistema di regolazione dei flussi? «Questo, come si sa, non è possibile. La Romania è nella comunità europea e sarebbe come ipotizzare una regolamentazione delle uscite tra Italia e Francia. Abbiamo però trovato in Romania grande disponibilità a risolvere insieme i problemi». Tornando a Torino, come pensate di far fronte ai problemi di ordine pubblico legati all´immigrazione? «Vorrei cogliere l´occasione di questa intervista per lanciare un appello alle associazioni degli immigrati. Con molte di quelle associazioni collabora già, in modo proficuo, l´amministrazione locale. Vorrei chiedere alle comunità di immigrati di collaborare con noi per aiutarci a distinguere chi delinque dai molti che vengono in Italia per lavorare onestamente. Sarebbe una collaborazione molto importante nell´interesse stesso delle comunità di immigrati e sarebbe un modo per evitare pericolose generalizzazioni».
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Spaventati dal clima "pesante" sono partiti ieri alle 14.
I controlli per le espulsioni continueranno nei prossimi giorni
Decreto Amato, la fuga dei romeni
Alessandro Cori
In 20 sul bus per Bucarest. Mancuso: così si scatena la caccia. L´assessore preoccupato per l´ondata xenofoba.
Rifondazione si prepara a dare battaglia Salgono sulla corriera con un biglietto di sola andata e lasciano la città: destinazione Romania. Il giro di vite deciso dal governo italiano, con il varo del decreto legge che consente di espellere i cittadini comunitari, ha spinto molti romeni a "cambiare" aria e a tornare nel loro paese.
Dopo i controlli di sabato della polizia, le prime sette espulsioni decise dal Prefetto Vincenzo Grimaldi (con «l´intimazione a lasciare il territorio entro trenta giorni») a cui molto probabilmente se ne aggiungeranno altre nei prossimi giorni, e il sentimento anti-romeno che sembra aver contagiato parte del paese, tra la comunità rom bolognese si è diffusa la convinzione che anche qui le cose stanno cambiando. Così c´è chi preferisce fare fagotto e rinunciare al "sogno" di un futuro italiano, che in realtà non è mai stato semplice. Cento euro per tornare in Romania. E´ quello che hanno pagato ieri pomeriggio, una ventina di romeni, che alle 14 hanno lasciato la città con una corriera organizzata. Il gruppo è partito da porta Saragozza, vicino ai giardini della facoltà di Ingegneria. Ma anche tanti altri stanno lasciando la città, con pullman di linea o in auto. «Ho notato che si è scatenata una sorta di caccia al romeno - sottolinea l´assessore agli affari istituzionali, Libero Mancuso - è un risvolto che io giudico molto negativo». Primi effetti di un decreto speciale che l´ex magistrato ritiene, in pratica, "inutile e dannoso". «Le norme c´erano già - ha commentato Mancuso - si potevano fare le stesse cose e in modo molto più pacato. Salvaguardando i diritti fondamentali degli esseri umani, tipico di un sistema di valori necessari in un paese civile».
E contro l´ondata di sgomberi e espulsioni che in quest´ultima settimana ha riguardato la comunità romena, si scaglia ancora una volta Rifondazione Comunista. Oggi alle 13, al Caffè "La Linea", in piazza Re Enzo, Tiziano Loreti, segretario provinciale Prc e Valerio Monteventi consigliere comunale indipendente illustreranno quelli che secondo loro sono i veri dati sulla criminalità romena in città. (05 novembre 2007)
(05 novembre 2007)
da espresso.repubblica.it
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« Risposta #9 inserito:: Novembre 07, 2007, 08:11:34 am » |
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da Aprileonline.info (6 novembre 2007)
Sicurezza, la differenza tra destra e sinistra
di Titti Di Salvo*
La domanda di sicurezza non qualifica l'orientamento di chi la propone. Diversamente, le risposte che vengono avanzate dalla politica differenziano i due schieramenti. Il decreto di cui si sta discutendo da solo non basta, mentre si rende necessaria anche una legge sulla violenza ai danni delle donne
Correndo il rischio di semplificazioni, vale la pena di riproporre come categorie analitiche quelle della destra e della sinistra per leggere la nuova polemica politica che infuria in Italia e che incredibilmente prende le mosse dell'uccisione barbarica di una donna, Giovanna Reggiani, e dalla denuncia di un'altra donna rom che ha fatto immediatamente scoprire l'identità dell'assassino, rom anch'egli.
Perché non è vero che destra e sinistra abbiano smesso di identificare in modo distintivo analisi e giudizi.
In particolare le affermazioni secondo le quali la sicurezza dei cittadini non è un problema di destra o di sinistra o sono lapalissiane, un problema è un problema, o sono ambigue.
Ora la mia opinione è che da un lato la domanda di sicurezza non qualifica l'orientamento di chi la propone: naturalmente lasciamo da parte in questo caso la considerazione che la sicurezza è il risultato di più condizioni (lavoro, situazione personale ecc). D'altro lato, sono le risposte a quelle domande, assolutamente necessarie e urgenti, che al contrario qualificano e distinguono destra e sinistra.
L'aggressione a Giovanna Reggiani è una tragedia che non riguarda soltanto i suoi familiari: è il segno delle tragedie del nostro tempo che ci riguarda tutti e che ci interroga tutti.
E' la tragedia della violenza sulle donne che si ripete ormai quotidianamente ad opera di uomini stranieri ma anche italiani, segno dell'imbarbarimento di una società: la libertà delle donne e delle bambine è il metro di misura della civiltà di un popolo.
E' la tragedia di un uomo rumeno rispetto al quale non esistono alibi, né il degrado della sua vita né la sua condizione di immigrato. Ma non di meno attraverso quella tragedia emerge quella della strutturalità dei flussi migratori extracomunitari e comunitari e la possibilità per una comunità di farvi fronte. Un problema che non possiamo ignorare.
E' la tragedia della rottura sociale di un paese, il nostro, reso evidente dall'utilizzo che vien fatto di tutto per alimentare una polemica politica malsana, tanto fuorviante quanto inefficace.
Ora c'è una differenza tra destra e sinistra nell'affrontare quelle tragedie: una differenza che consiste in un approccio culturale distintivo di cui la sinistra può essere orgogliosa perché più efficace e quindi più utile per la comunità e perfino più europea.
Più precisamente la criminalità va combattuta: la sinistra deve dirlo con la fermezza del caso distinguendo tra responsabilità individuale e criminalizzazione di una comunità. La destra molto più semplicemente agita e alimenta giustizialismi fai da te, narrando di espulsioni di massa che fanno a pugni con lo stato di diritto. La sinistra poi non può rimuovere i limiti dell'ordinamento giudiziario italiano: certezza della pena, velocità dei processi, adeguatezza del sistema carcerario sono le vie da percorrere.
Lasciamo alla destra il binomio immigrazione-criminalità; lavoriamo per l'integrazione e per il diritto di tutti, nativi e migranti, alla legalità e alla sicurezza con interventi, questi sì, destinati alle comunità: scuola, politiche abitative, diritto di voto, vigili di quartiere, riqualificazione del territorio, sostegno e strumenti alle forze di polizia. Rilanciamo il tema delle politiche europee di sostegno e non di rapina ai paesi in via di sviluppo partendo da una seria valutazione sulla politica agricola europea.
La sinistra poi deve reagire alla violenza contro le donne e all'imbarbarimento delle società globali di cui essa è un segno tra i più evidenti, cominciando proprio col rimuovere tutto ciò che fa velo su una realtà scomoda ed imbarazzante anche per il nostro paese. Va accelerato l'iter in Parlamento della proposta di legge, non solo la via della Commissione per i reati di molestie sessuali e omofobia, ma anche calendarizzando in aula tutta la legge.
La destra, al contrario, ignora il tema, parla "delle nostre donne" e della loro tutela riconfermando un modello patriarcale, ben che vada autoritario se non violento, alimentato dai rigurgiti contro la libertà di autodeterminazione delle donne.
Il decreto di cui si sta discutendo può essere migliorato sicuramente, va accompagnato dal rilancio delle politiche di integrazione e dal superamento della Bossi-Fini. Soprattutto non è l'unica risposta: il contrasto alla violenza sulle donne richiede interventi tempestivi, efficaci, capaci di lanciare un messaggio determinato al paese. In secondo luogo liquidare il decreto, non meraviglioso, con aggettivi eccessivamente ingenerosi indebolisce soltanto la possibilità di rafforzare quel carattere distintivo delle risposte al tema della sicurezza che la sinistra ha nella sua cultura. Una cultura della convivenza che oggi serve più che mai nella nostra società lacerata da divisioni, incertezze e paure.
*Capogruppo di Sinistra democratica alla Camera
da sinistra.democratica.it
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